Visualizzazione post con etichetta Combattimenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Combattimenti. Mostra tutti i post

18 dicembre 2021

Mortal Kombat 2 (John R. Leonetti, 1997)

Mortal Kombat - Distruzione totale (Mortal Kombat: Annihilation)
di John R. Leonetti – USA 1997
con Robin Shou, Sandra Hess
*

Visto in TV (Netflix).

Sequel del film del 1995, ma inferiore sotto ogni aspetto (e già il primo non era questo gran che!). Si ricomincia esattamente da dove si era finito, con l'imperatore di Outworld, il perfido Shao Khan (Brian Thompson), che invade il nostro mondo per conquistarlo, trasgredendo di fatto le regole che erano state fissate nel film precedente. Khan ha aperto i portali che dividono i due regni: se i nostri eroi non riusciranno a chiuderli entro sei giorni, sconfiggendo tutti i nemici, i mondi si fonderanno. Dalla prima pellicola tornano soltanto due attori: Robin Shou nei panni di Liu Kang e Talisa Soto in quelli di Kitana; tutti gli altri sono stati sostituiti (James Remar al posto di Christopher Lambert per Lord Raiden, Sandra Hess per Sonya Blade, Chris Conrad per Johnny Cage, che peraltro muore subito) o sono new entry (Lynn Williams è Jax Briggs, dalle braccia bioniche; Irina Pantaeva è Jade; Musetta Vander è Sindel, la madre di Kitana; gli altri lasciamoli pure perdere). Una trama senza senso, situazioni accatastate a caso, dialoghi imbarazzanti, effetti digitali invadenti ma di bassa qualità, personaggi che tornano dalla morte senza un motivo (Scorpion) o con un motivo (Sub-Zero: è il fratello minore!), il tutto come scusa per inscenare una serie di combattimenti mal realizzati. L'unica cosa "mortale", alla fine, è la noia. La fotografia ricorda i colori di Frank Frazetta. I produttori pensavano anche a un terzo film, ma l'insuccesso al botteghino ha cambiato i piani.

12 dicembre 2021

Mortal Kombat (Paul W.S. Anderson, 1995)

Mortal Kombat (id.)
di Paul W.S. Anderson – USA 1995
con Robin Shou, Linden Ashby
*1/2

Rivisto in TV (Netflix), con Monica, Roberto e Marisa.

Il campione di arti marziali Liu Kang (Robin Shou), che vuole vendicare il fratello ucciso; l'attore hollywoodiano Johnny Cage (Linden Ashby), che vuole rilanciare la propria carriera; e la poliziotta Sonya Blade (Bridgette Wilson), alla caccia di un ricercato, sono fra i combattenti reclutati da Lord Raiden (Christopher Lambert), divinità del fulmine, per rappresentare la Terra al torneo interdimensionale denominato "Mortal Kombat": se perderanno contro i malvagi campioni del regno di Outworld, scelti dal perfido Shang Tsung (Cary-Hiroyuki Tagawa), l'imperatore di questo potrà invadere e conquistare il nostro mondo. Da un celebre videogioco picchiaduro (sullo stile di "Street Fighter"), un filmaccio che pure si lascia vedere per l'assoluta improbabilità della trama, i personaggi variopinti e l'impossibilità di essere preso sul serio. La trama è improvvisata (una scusa per mettere in scena un combattimento dopo l'altro), i personaggi sono monodimensionali, stereotipati o incoerenti, le scene d'azione ridicole (il regista Paul W.S. Anderson, quasi agli esordi, è costretto a non mostrare mai chiaramente i combattimenti per l'evidente incapacità degli attori a portare a segno i colpi nelle arti marziali), gli effetti digitali dilettanteschi (meglio quelli pratici: ma Goro, il mostro forzuto con quattro braccia, è chiaramente composto da due attori l'uno sulle spalle dell'altro!). Eppure, tutti questi difetti possono concorrere a rendere la pellicola una sorta di "guilty pleasure". Fra le cose indubbiamente da salvare: le scenografie, belle e suggestive, come le varie sale dell'isola (dei morti?) dove si svolge il torneo (ma anche i templi thailandesi da cui proviene Liu Kang); la recitazione svagata di Christopher Lambert, unico nome noto nel cast, che sembra essersela spassata un mondo; ...e naturalmente Talisa Soto (nei panni della principessa Kitana). Fra gli altri personaggi/nemici provenienti dal videogioco ci sono Kano (Trevor Goddard), Scorpion, Sub-Zero e Reptile. Il successo al botteghino porterà due anni dopo alla realizzazione di un sequel (oltre che di alcune serie animate). Nel 2021, invece, è stata la volta di un (brutto) reboot.

6 giugno 2021

Mortal Kombat (Simon McQuoid, 2021)

Mortal Kombat (id.)
di Simon McQuoid – USA/Australia 2021
con Lewis Tan, Jessica McNamee
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'ex lottatore professionista Cole Young (Lewis Tan) scopre di essere il discendente di un leggendario ninja giapponese, Hanzo Hasashi/Scorpion (Hiroyuki Sanada), e in quanto tale viene reclutato fra i "campioni" della Terra che dovranno battersi in un torneo contro quelli del Regno esterno, una dimensione popolata da creature malvagie. Terzo film (dopo quelli del 1995 e del 1997, con cui non ha nulla in comune: siamo di fronte a un reboot) ispirato al celebre videogioco picchiaduro/fantasy degli anni novanta. I fan ritroveranno numerosi personaggi del gioco, divisi fra buoni – Sonya Blade (Jessica McNamee), Jax (Mehcad Brooks), Liu Kang (Ludi Lin), Kung Lao (Max Huang) – e cattivi – Sub-Zero (Joe Taslim), Kano (Josh Lawson), Goro e Reptile (in CGI), Kabal (Daniel Nelson), Mileena (Sisi Stringer), Nitara (Mel Jarnson), Reiko (Nathan Jones) – con i loro poteri speciali (chi lancia palle di fuoco, chi manipola il freddo e la temperatura, chi è semplicemente un mostro con quattro braccia). Tadanobu Asano è Lord Raiden, il "protettore" della Terra, mentre Chin Han è Shang Tsung, il suo corrispettivo a capo del Regno esterno. Quanto alla sceneggiatura, pur fedele alle linee generali della backstory del gioco, è soltanto una goffa scusa per mettere in scena prima l'addestramento degli eroi (che devono risvegliare le proprie capacità) e poi i combattimenti, un mix fra arti marziali coreografate ed effetti speciali digitali (che consentono, fra l'altro, di rappresentare le violente "fatalities", ovvero le assai cruente conclusioni degli scontri). Nulla di particolarmente interessante o sconvolgente, comunque. Tutto è ovviamente apparecchiato per un sequel: a tutti gli effetti il "decimo torneo" tanto atteso non inizia mai, e nelle ultime scene Cole va alla ricerca di altri lottatori, il primo dei quali sarà Johnny Cage.

15 gennaio 2021

Il gladiatore (Ridley Scott, 2000)

Il gladiatore (Gladiator)
di Ridley Scott – USA/GB 2000
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix
***1/2

Rivisto in TV.

Nell'anno 180 dopo Cristo, la morte dell'imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) e l'ascesa al trono di suo figlio Commodo (Joaquin Phoenix) segnano anche la caduta in disgrazia di Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), valoroso generale ispanico dell'esercito romano, rimasto fedele agli ideali del vecchio sovrano. Scampato a un tentativo di assassinio, Massimo viene catturato e si ritrova dapprima schiavo e poi addestrato all'arte del combattimento nell'arena. E proprio come gladiatore torna a Roma per battersi nel Colosseo, intenzionato a vendicare la propria famiglia trucidata dai pretoriani del nuovo imperatore. Da uno script di David Franzoni (ispirato a un romanzo di Daniel P. Mannix del 1958), un lungometraggio epico e avventuroso entrato nella memoria collettiva, nonché uno dei maggiori successi al botteghino di Ridley Scott. Con un plot retorico e di grana grossa, colmo di inesattezze storiche ma anche di situazioni e frasi memorabili ("Al mio segnale scatenate l'inferno"), il film ha reso Crowe una star (dopo "L.A. Confidential") e ha riportato in auge il peplum – genere cinematografico che da decenni era scomparso dai radar delle grandi produzioni hollywoodiane – di cui rappresenta forse il punto più alto e al tempo stesso popolare (insieme al "Ben Hur" di William Wyler e allo "Spartacus" di Stanley Kubrick: ma erano appunto altri tempi). Viscerale e spettacolare nella messa in scena, fra la battaglia nei boschi che apre la pellicola (a Vindobona, contro le tribù germaniche), degna di Kurosawa e che ha ispirato Peter Jackson, i violenti scontri fra i gladiatori e una Roma antica ricostruita in computer grafica, il film non perde mai di vista i suoi personaggi, con la vicenda personale di Massimo che si intreccia con gli intrighi politici e dietro le quinte (lo scontro fra l'imperatore e il senato): co-protagonista al pari di Massimo è infatti il "cattivo" Commodo, figura complessa e ambivalente che ne è il perfetto contraltare. Tanto il primo è un eroe di guerra onorato e ammirato da tutti (sia da generale che da gladiatore, quando diventa un vero e proprio idolo delle folle), ma che sogna soltanto di tornare alla propria vita tranquilla da contadino (come Cincinnato), tanto il secondo è codardo, ambizioso, folle e spregiudicato, con un forte complesso di inferiorità e di inadeguatezza.

Pur nella sua folle megalomania – che si esplica negli istinti incestuosi verso la sorella Augusta Lucilla (Connie Nielsen) – e nella sua codarda cattiveria – vedi gli "abbracci" traditori al padre e a Massimo – Phoenix rende Commodo un personaggio in fondo umano e comprensibile, che aspira soltanto ad essere amato e a ricevere quel rispetto che nessuno sembra volergli riconoscere: così si spiega il suo desiderio di offrire al pubblico fastosi giochi al Colosseo, all'insegna del motto "panem et circensem", e così si giustifica l'inverosimile scena finale in cui scende personalmente nell'arena per battersi con il rivale. Pare che in effetti il vero Commodo si dilettasse nella lotta: tuttavia le inaccuratezze storiche, come dicevamo, sono numerose, anche se alcune si sono rese necessarie per esigenze di trama. Molti comunque i riferimenti a figure e personaggi reali: pur immaginario, per esempio, Massimo è un misto fra Marco Nonio Macrino (generale di Marco Aurelio), Cincinnato appunto (che dopo le sue vittorie tornò a vivere nella propria fattoria), Spartaco (che guidò la rivolta dei gladiatori) e Narcisso (che uccise Commodo). Buona anche la resa della grandezza dell'impero romano, di cui – oltre la capitale – si mostrano province agli angoli più remoti, dai confini germanici alle regioni nordafricane, e quasi da brividi gli accenni "ultraterreni" al passaggio di Massimo nei Campi Elisi, nel finale, evocato peraltro dalla prima scena del film (la mano che sfiora le spighe di grano). Nel cast anche Oliver Reed (Proximo, l'ex gladiatore che addestra Massimo), Derek Jacobi (il senatore Gracco), Djimon Hounsou (lo schiavo Juba), Ralf Moeller, David Hemmings e Tommy Flanagan. Fondamentale la musica di Hans Zimmer, che pure ricicla suggestioni precedenti, nobili o meno (da Richard Wagner a Gustav Holst, fino al Vangelis del "1492" dello stesso Scott), anticipando in certi temi sé stesso ("Pirati dei Caraibi"). Il brano più celebre, l'elegiaco "Now we are free", è stato scritto insieme alla cantante Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, che lo interpreta vocalmente (in Italia, purtroppo, è ormai associato indelebilmente alla pubblicità del Mulino Bianco). Dodici nomination ai premi Oscar e cinque statuette vinte: quelle per il miglior film, l'attore protagonista, i costumi, il sonoro e gli effetti speciali (ma avrebbe meritato almeno anche quelle per la regia e la colonna sonora).

10 giugno 2020

Senza esclusione di colpi (N. Arnold, 1988)

Senza esclusione di colpi (Bloodsport)
di Newt Arnold – USA 1988
con Jean-Claude Van Damme, Bolo Yeung
**

Visto in divx.

Addestrato da un maestro giapponese, e contro il volere dei suoi superiori, il pilota militare americano Frank Dux si reca a Hong Kong per partecipare al Kumitè, un torneo clandestino di arti marziali dove ogni tecnica è permessa. Dopo una serie di duri combattimenti, sconfiggerà in finale lo spietato Chong Li, campione in carica che non ha remore a uccidere i propri avversari. Grande successo popolare per il primo film da protagonista di Jean-Claude Van Damme (che in precedenza era apparso nel ruolo del cattivo in "Kickboxers"), prodotto dalla Cannon, specializzata in pellicole a basso costo, e ispirato alla (presunta) storia vera di un lottatore che ha collaborato alla sua realizzazione in qualità di fight coordinator. Se le scene ambientate durante il torneo si lasciano seguire con interesse, tutto il resto è quasi imbarazzante a livello di dialoghi, situazioni e personaggi: particolarmente stupidi, prima ancora che stereotipati, i due agenti dell'FBI (Norman Burton e un giovane Forest Whitaker, reduce peraltro da "Good morning Vietnam"!) sulle tracce di Frank, e soprattutto la giornalista Janice (Leah Ayres). Apprezzabile invece come il torneo non si focalizzi solo sul protagonista: ci vengono mostrati, seppure rapidamente, gli incontri di molti altri combattenti, alcuni dei quali ben caratterizzati con pochi tratti, tanto che è possibile stilare un tabellone degli incontri dal primo turno alla finale. Fra questi spicca l'amico wrestler Ray Jackson (Donald Gibb). Naturalmente siamo lontani dalla qualità delle coeve pellicole di arti marziali girate proprio ad Hong Kong: basti dire che la regia non si mostra per nulla interessata alla "continuità" durante i combattimenti, spezzandoli regolarmente con un montaggio che impedisce di seguire l'azione degli atleti (a partire dai calci di Van Damme). L'idea di base, oltre a rievocare il torneo Tenkaichi di "Dragon Ball", sarà poi riproposta (meglio) ne "La prova", un altro film di JCVD (questa volta nelle vesti anche di regista). La colonna sonora di Paul Hertzog comprende alcune canzoni (come "Fight to survive") cantate da Stan Bush. Nota: l'anno seguente (1989) i distributori italiani sceglieranno di intitolare allo stesso modo ("Senza esclusione di colpi") anche il film "No holds barred", trasmesso solo in tv, che segna il debutto come protagonista di Hulk Hogan.

23 maggio 2020

Kickboxers (Corey Yuen, 1986)

Kickboxers - Vendetta personale (No retreat, no surrender)
di Corey Yuen Kwai – USA 1986
con Kurt McKinney, Jean-Claude Van Damme
**

Visto in divx.

Trasferitosi con la famiglia da Los Angeles a Seattle, dopo che il padre è stato costretto a chiudere la propria palestra di karate per pressioni della malavita organizzata, il giovane Jason (Kurt McKinney) si ritrova vittima dei bulli locali. Ma grazie al "fantasma" di Bruce Lee, che lo addestra alle arti marziali, diventerà più forte e saprà anche difendere la comunità quando gli stessi gangster cercheranno di appropriarsi della nuova palestra che frequenta, sconfiggendo sul ring il temibile lottatore russo Ivan Krushensky (Jean-Claude Van Damme) in un incontro di full contact. Primo film americano di Corey Yuen, su un canovaccio (scritto dallo stesso regista insieme al produttore Ng See-yuen) che ricorda in parte "Karate Kid" e in parte i moltissimi film hongkonghesi a base di scontri fra palestre rivali (a cominciare da alcune pellicole dello stesso Bruce Lee, qui nume tutelare del protagonista, che ne è un fan al punto da rendere omaggio alla sua tomba che si trova proprio a Seattle). Le ingenuità nella scrittura della storia e dei personaggi, abbastanza stereotipati, nonché la generale immaturità cinematografica sono compensate da una sincerità di fondo e, soprattutto, dalla buona rappresentazione dei combattimenti, che lo rendono a suo modo apprezzabile (e con un feeling molto anni Ottanta). Degna di nota, naturalmente, è la presenza di Van Damme nei panni del cattivo: per JCVD si trattava del primo ruolo significativo nel mondo del cinema dopo piccole parti come comparsa o come stuntman. Pare che sul set ebbe problemi con il regista e gli altri attori perché pretendeva di portare effettivamente a segno i suoi colpi, anziché rimanere a distanza dall'avversario. Esistono due sequel, senza alcun legame con questo a livello di trama. Il fantasma di Bruce Lee è interpretato dal coreano Kim Tai-chung, non particolarmente somigliante ma che aveva già impersonato il lottatore in alcune scene de "L'ultimo combattimento di Chen" (rimasto incompiuto alla morte di Lee) e nel suo seguito "L'ultima sfida di Bruce Lee".

14 ottobre 2019

Snatch - Lo strappo (Guy Ritchie, 2000)

Snatch - Lo strappo (Snatch)
di Guy Ritchie – GB/USA 2000
con Jason Statham, Brad Pitt
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il rapinatore di banche Franky "Quattro dita" (Benicio del Toro) ha messo le mani su un diamante di grande dimensioni ed è a Londra per cercare di venderlo. La gemma attira le attenzioni dell'ex agente del KGB Boris "Lametta" (Rade Šerbedžija) che, approfittando della passione di Franky per il gioco d'azzardo, lo attira in una bisca clandestina e incarica uno scalcinato trio di piccoli delinquenti di rapinarlo. E mentre i commercianti di gioielli Doug "La zucca" (Mike Reid) e il "Cugino Avi" (Dennis Farina), ai quali Franky doveva rivolgersi, ingaggiano il sicario "Pallottola al dente" Tony (Vinnie Jones) per aiutarli a rintracciare il diamante, la vicenda finisce per coinvolgere anche il gangster "Testarossa" Polford (Alan Ford), che gestisce un lucroso giro di scommesse sulla boxe clandestina e che ha un conto aperto con il promoter "Turco" (Jason Statham) e il suo assistente Tommy (Stephen Graham), il cui pugile Mickey (Brad Pitt), uno "zingaro" di etnia irlandese (pavee), rifiuta di farsi battere come previsto... Il secondo film di Ritchie, dopo "Lock & Stock - Pazzi scatenati", corre sugli stessi binari del precedente: storie di piccoli e grandi delinquenti, raccontate con verve, umorismo, toni spigliati e grotteschi. Peccato che il grande numero di personaggi e il ritmo concitato, che prosegue ininterrotto e pressoché identico per tutto il film, non offrano mai allo spettatore un'occasione per rifiatare o per riflettere su quello che sta vedendo. Con il risultato che spesso la pellicola, più che divertire, finisce con l'annoiare. È il problema di gran parte del cinema post-moderno e post-tarantiniano, che punta sull'eccesso e sull'abbondanza di elementi gettati nel calderone, anziché fermarsi a cesellare o a riflettere sull'utilità di ciascuno di essi. Troppi personaggi, troppi twist e troppe trame incrociate (la vicenda coinvolge anche un cane che ingoia il diamante, e diversi stereotipi sui cosiddetti "irish travellers") non sono sempre una buona cosa, soprattutto se l'andamento è monocorde. Nell'ampio cast (ci sono anche Jason Flemyng ed Ewen Bremner) spicca Pitt, dal temperamento imprevedibile e dal linguaggio incomprensibile. Prodotto (come "Lock & Stock") dal futuro regista Matthew Vaughn.

15 luglio 2016

Tokyo Fist (Shinya Tsukamoto, 1995)

Tokyo Fist (id.)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1995
con Shinya Tsukamoto, Koji Tsukamoto, Kahori Fujii
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Tsuda, modesto impiegato di una ditta di assicurazioni, conduce una vita piatta e noiosa: anche il rapporto con la sua compagna, Hizuru, è ormai scivolato nella fredda routine. Ma l'incontro con un vecchio compagno di scuola, Kojima, scuote tutto questo. Kojima, infatti, provoca ripetutamente il pavido Tsuda per risvegliare il suo spirito combattivo e insidia Hizuru, che finisce con l'abbandonare il compagno per trasferirsi a casa del rivale. Pur di riconquistarla, Tsuda comincia a sua volta a frequentare la palestra. Dopo i due "Tetsuo", Tsukamoto racconta un'altra vicenda di trasformazione: stavolta non c'è di mezzo il metallo, ma solo la carne e i corpi. La rabbia repressa, l'ossessione e il desiderio di vendetta spingono infatti i personaggi all'estremo, e il cambiamento psicologico si riflette in quello fisico, con i volti massacrati dai pugni in una spirale di autodistruzione che finisce con il coinvolgere anche la donna. Contemporaneamente ai due uomini, infatti, anche Hizuru abbraccia il proprio lato più masochista, fra tatuaggi e piercing. Il dolore e il combattimento diventano per tutti e tre l'unico modo per esprimersi e per sentirsi vivi. Come nei precedenti lavori sperimentali di Tsukamoto, il film rappresenta sullo schermo la violenza in maniera stilizzata ed espressionista, con una regia che ricorre ad angoli e inquadrature insolite, nervosi movimenti di camera, una fotografia ipersatura e persino a brevi animazioni a passo uno. Fedele al suo titolo (dove non c'è solo la parola "Fist", ma anche "Tokyo"), il film rende inoltre protagonisti gli scenari cittadini (i grandi palazzi, le strade, i ponti, i corridoi) mostrandoli come un labirinto urbano in cui i personaggi vagano nell'indifferenza altrui. E poi, naturalmente, tanto gore e tanto sangue, sul ring e fuori. Cinema estremo, non per tutti, ma vivo e pulsante: forse la vetta espressiva di Tsukamoto. I due rivali, Tsuda e Kojima, sono interpretati dallo stesso regista e da suo fratello Koji.

14 dicembre 2014

La prova (Jean-Claude Van Damme, 1996)

La prova (The quest)
di Jean-Claude Van Damme – USA 1996
con Jean-Claude Van Damme, Roger Moore
**1/2

Rivisto in TV.

Negli anni venti, in una città segreta nel cuore del Tibet, viene organizzato un grande torneo di arti marziali al quale partecipano sedici campioni provenienti da ogni parte del mondo. In sostituzione del rappresentante americano, il pugile Maxie Devine (James Remar), si presenta Christopher Dubois (Van Damme), saltimbanco di strada reduce da mille peripezie (fuggito dalla propria patria perché nei guai con i gangster e la polizia, viene imprigionato dai pirati e poi venduto come schiavo su un'isola del sud-est asiatico, dove è addestrato all'arte del muay thai). Il premio per il vincitore è un'enorme statua d'oro che rappresenta un drago: ma per conquistarla, Dubois dovrà sconfiggere numerosi avversari, ciascuno in rappresentanza di una diversa nazione e dotato di una tecnica differente (il cinese usa il wushu, il giapponese il sumo, il francese il savate, il russo il sambo, il brasiliano la capoeira, il greco il pancrazio, ecc.). L'esordio di Van Damme alla regia ricorda nella trama il suo primo successo da attore, "Senza esclusione di colpi", anch'esso incentrato su un torneo di combattimenti a tecnica libera, ma a differenza di quello può contare su una buona confezione (ottima la fotografia, suggestivi gli scenari esotici). Prima che cominci il torneo, c'è una parte (forse un po' troppo lunga) che introduce il personaggio nel setting della Grande Depressione e ci mostra come arriva in Tibet, in compagnia del trafficante-contrabbandiere Lord Dobbs (Roger Moore) e della bella giornalista Carrie Newton (Janet Gunn). Ma è solo dall'inizio dei vari scontri che la pellicola decolla veramente, ricordando a tratti videogiochi come "Street Fighter" (per la caratterizzazione dei diversi personaggi) o il torneo Tenkaichi di "Dragon Ball" (assistiamo qui a tutti gli incontri, non solo a quelli che coinvolgono il protagonista: gli ottavi di finale, i quarti, le due semifinali e la finale contro il campione mongolo). Per i fan di Van Damme, ma non solo.

18 febbraio 2014

Scott Pilgrim vs. the world (E. Wright, 2010)

Scott Pilgrim vs. the World (id.)
di Edgar Wright – USA 2010
con Michael Cera, Mary Elizabeth Winstead
***

Visto in DVD, con Sabrina.

Bassista ventiduenne di Toronto che suona in una scalcinata band (i Sex Bob-omb), Scott Pilgrim abita con un coinquilino omosessuale e frequenta una liceale cinese. Ma quando incontra la misteriosa Ramona Flowers, letteralmente la ragazza dei suoi sogni, se ne innamora perdutamente: peccato però che, per conquistarla, dovrà prima sconfiggere – uno dopo l'altro, come in un videogioco a livelli – i suoi sette malvagi ex fidanzati. Dall'omonimo fumetto indie del canadese Bryan Lee O'Malley, un divertente film comico-adolescenziale pieno di trovate e riferimenti geek, debitore formalmente all'immaginario dei comics (le onomatopee visibili sullo schermo, il montaggio rapido e "a stacchi") e della musica rock (qui e lì, come nella sottotrama della "guerra fra bande", rievoca persino "Bill & Ted") ma soprattutto dei videogame, con alert e punteggi in sovrimpressione, effetti sonori, dinamiche dei combattimenti (all'insegna delle arti marziali o di super-poteri mistici) presi di petto dai vecchi giochi arcade e dalle successive evoluzioni dei fighting game per console (per non parlare di "Super Mario Bros."). Il tutto al servizio di personaggi simpatici (sì, persino i cattivi più sbruffoni!), di una storia tutto sommato lineare (al punto che l'intera sovrastruttura videoludica potrebbe essere una semplice metafora per dar forza al messaggio principale: "Se ami qualcuno, o qualcosa, devi combattere per averlo") e che procede in un crescendo irresistibile che tuttavia non tradisce lo spirito dei teen movie a sfondo romantico. Anche la regia assai creativa di Wright ("L'alba dei morti dementi", "Hot Fuzz") fa la sua parte, giocando con gli effetti speciali ma utilizzandoli sempre nel giusto contesto. Se si sta al gioco, si passa dal contagioso all'entusiasmante, anche perché i momenti surreal-demenziali (si pensi a come Scott sconfigge alcuni dei suoi rivali, su tutti l'attore di film d'azione o il cantante vegano) non distraggono dalla trama principale ma vi si integrano perfettamente, proprio come le gag di fine striscia in un fumetto a continuazione. Si tratta, in fin dei conti, di un ottimo esempio di come ibridare con efficacia in un film gli elementi delle subculture di massa. Bravi tutti i giovani attori (Michael Cera è Scott; Mary Elizabeth Winstead è Ramona, dai capelli cangianti; Kieran Culkin – fratello di Macaulay – è Wallace, il coinquilino gay; Ellen Wong è Knives Chau, la cinesina fidanzata con Scott), con qualche volto noto qua e là (Chris Evans, Brandon Routh, Jason Schwartzmann).

16 giugno 2012

Un sapore di ruggine e ossa (J. Audiard, 2012)

Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d'os)
di Jacques Audiard – Francia/Belgio 2012
con Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Lui, Ali, è un ex pugile giunto in Costa Azzurra con il figlioletto di cinque anni – che sembra essere l'ultimo dei suoi pensieri – per rifugiarsi dalla sorella e cercare lavoro (prima come buttafuori in una discoteca, poi come sorvegliante notturno). Lei, Stéphanie, è un'addestratrice di orche in un parco acquatico, cui vengono amputate le gambe dopo un incidente. La coppia che formano si basa dapprima solo sull'amicizia, il conforto reciproco e il sesso: ma alla lunga arriverà anche l'amore. Con un film di estrema fisicità (si mostrano corpi feriti o mutilati; feroci combattimenti a mani nude – Ali entra in un circuito di lotte clandestine in stile "Fight Club" – e torride scene di sesso; per non parlare della sequenza più bella, quella in cui Ali porta Stéphanie a nuotare e ad immergersi in un mare illuminato dal sole al tramonto), Audiard racconta la storia dell'incontro di due personaggi soli e chiusi in due "prigioni" esistenziali: lui (incapace di esprimere i propri sentimenti) in quella di una vita senza scopi e senza prospettive, fatta di relazioni e di rapporti occasionali, di indifferenza verso il figlio e le persone che gli stanno attorno, di ricerca del brivido e del rischio per puro "divertimento"; e lei in quella della malattia, in fuga da una vita infelice (di cui l'esibizionismo in discoteca e la crisi del rapporto con il precedente compagno non erano che prodromi) e alla disperata ricerca di nuova forza e di una nuova stabilità. Ma rispetto ai lavori precedenti del regista francese, il film (dedicato a Claude Miller, scomparso da poco) non convince appieno: molti sono gli snodi forzati, gli elementi dispersivi (non casualmente: la pellicola è tratta da una raccolta di racconti, "Rust and Bone" del canadese Craig Davidson), i passaggi melodrammatici (come il licenziamento della sorella, l'incidente del bambino sul ghiaccio, Stéphanie che diventa il manager di Ali durante gli incontri clandestini) messi lì senza un adeguato approfondimento oppure inseriti ad hoc per "pilotare" la vicenda nella giusta direzione e poi dimenticati (lo stesso handicap di Stéphanie, cui poi si rimedia con delle protesi di metallo, cessa di avere peso nella vicenda da metà film in poi). Bravi i due protagonisti. Nel cast c'è anche il belga Bouli Lanners nei panni di Martial, il barbuto mentore di Ali.

8 dicembre 2011

Chi tocca il giallo muore (R. Clouse, 1980)

Chi tocca il giallo muore (The big brawl, aka Battle Creek Brawl)
di Robert Clouse – USA 1980
con Jackie Chan, Kristine DeBell
**

Rivisto in DVD.

Nella Chicago degli anni trenta, il giovane immigrato cinese Jerry Kwak si batte per difendere il ristorante del padre dal racket della mafia: per proteggere i suoi cari e restituire la libertà alla fidanzata del fratello, rapita dai gangster, accetta di prendere parte a un torneo di lotta libera che si terrà nelle strade di Battle Creek, in Texas. Diretto dallo stesso regista che aveva portato Bruce Lee al successo in occidente con "I tre dell'operazione drago", il film rappresenta il primo tentativo di esportare Jackie Chan e le sue arti marziali comico-funamboliche in America. La pellicola, però, passò sostanzialmente inosservata. Negli anni seguenti Jackie – che nel frattempo proseguiva in patria una carriera sensazionale – si limitò a fare alcune comparsate in occidente come comprimario (per esempio nei due "Cannonball Run") prima di riprovarci nel 1985 con "The protector", che fu un altro flop. Soltanto nel 1995, con "Terremoto nel bronx", e poi in maniera più regolare a partire dal 1998, con "Rush hour", riuscì finalmente a conquistare il box office statunitense. La pellicola, in ogni caso, non è poi malvagia: il ritmo è buono, i combattimenti (ma anche le sequenze degli allenamenti) nella prima metà sono ben fatti e lasciano spazio all'estro di Jackie, mentre la parte finale – quella del torneo – è più ingessata e non si discosta dallo stile tradizionale dei film d'azione americani dell'epoca: siamo più dalle parti del wrestling (e infatti molti dei variopinti lottatori di varie nazionalità che partecipano al "big brawl" sono interpretati proprio da wrestler) che da quelle delle arti marziali. Da segnalare la lunga sequenza della corsa sui pattini a rotelle, così come la partecipazione, in ruoli minori, di attori come José Ferrer (il boss mafioso Dominici), Mako (lo zio chiropratico di Jerry, nonché suo istruttore di arti marziali) e Rosalind Chao (la ragazza rapita). Kristine DeBell, che interpreta la fidanzata di Jerry, era una modella, apparsa anche sulla copertina di "Playboy".

11 febbraio 2011

Danny the dog (L. Leterrier, 2005)

Danny the dog (id., aka Unleashed)
di Louis Leterrier – Francia/USA/GB 2005
con Jet Li, Morgan Freeman, Bob Hoskins
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Allevato (letteralmente) come un cane sin da quando aveva quattro anni, Danny è diventato una macchina da combattimento che il suo padrone, un gangster, porta con sé quando si reca a riscuotere denaro dai suoi creditori: basta togliergli il collare e Danny si scatena contro gli avversari aggredendoli con furia animalesca. Quando, dopo un incidente, si ritrova per la prima volta libero, viene accolto da un accordatore di pianoforti cieco e dalla sua figlioccia, che gli restituiscono l'umanità perduta anche attraverso l'amore per la musica. Siamo di fronte probabilmente al miglior film "occidentale" di Jet Li, quello in cui l'attore cinese può mettere in mostra per una volta anche le sue capacità recitative e non solo quelle di campione di arti marziali. Non che i combattimenti non siano numerosi e spettacolari: oltre a quelli nell'arena dove si pratica la lotta clandestina, rimane impresso in particolare lo scontro con un avversario all'interno di una stanza minuscola, il cui spazio chiuso e ristretto impedisce ogni movimento. La sceneggiatura è scritta da Luc Besson (che con Leterrier aveva già collaborato ai due "Transporter"), ma per una volta non si tratta della solita bessonata tutta azione e niente cuore. Notevole l'interpretazione di Bob Hoskins (il "padrone" di Danny), senza sbavature quelle di Morgan Freeman e di Kerry Condon.