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6 febbraio 2023

Everything everywhere all at once (Daniels, 2022)

Everything everywhere all at once (id.)
di Daniel Kwan, Daniel Scheinert – USA 2022
con Michelle Yeoh, Ke Huy Quan
***

Visto al cinema Colosseo.

Evelyn Wang (Michelle Yeoh), cinese di mezza età e proprietaria di una lavanderia a gettoni negli Stati Uniti, ha parecchie cose per la testa, e tutte insieme: una relazione in crisi con il marito Waymond (Ke Huy Quan), un rapporto difficile con la figlia gay e ribelle Joy (Stephanie Hsu), l'arrivo dalla Cina del padre vecchio e malato (James Hong), una visita fiscale in corso da parte dell'ispettrice Deirdre Beaubeirdre (Jaime Lee Curtis), i preparativi per la festa del capodanno cinese che si terrà proprio nel suo negozio. E come se non bastasse, è sopraffatta dai rimpianti per le vite che non ha vissuto, lei che in gioventù sognava di volta in volta di diventare una cantante, un'attrice, una cuoca, un'esperta di arti marziali... Ma tutte queste potenzialità si sono avverate in vari universi paralleli, fra i quali acquisterà la capacità di spostarsi, muovendosi da una realtà all'altra – e acquisendo le capacità dei suoi alter ego – per salvare l'insieme di tutti i mondi ("una sovrapposizione quantistica di stati vibrazionali") dalla distruzione minacciata da un agente del caos, Jobu Tupaki (una variante "nichilista" di Joy). Il concetto di "multiverso" è diventato particolarmente popolare negli ultimi anni, grazie a film (e serie tv) come quelli della Marvel: ma questo lungometraggio – opera seconda del duo di registi e sceneggiatori Kwan e Scheinert, noti collettivamente come "i Daniels" – lo rappresenta e lo sviluppa in maniera molto più accattivante ed estesa rispetto alle pellicole di supereroi, legandolo al vissuto interiore di un personaggio, alle sue aspirazioni e ai suoi rimpianti. Visionario, surreale e onirico (e debitore a certe cose di Charlie Kaufman e Terry Gilliam), il film fonde introspezione, azione e comicità assurdista senza fermarsi davanti a nulla, che si tratti di mostrare universi sempre più improbabili (come quello in cui le persone hanno wurstel al posto delle dita, quello in cui un procione manovra uno chef come il topo di "Ratatouille", o quelli in cui gli esseri umani sono cartoni animati, pupazzi o addirittura... sassi!), o di sfruttare elementi dalla comicità demenziale intrinseca (per "saltare" da un universo all'altro occorre compiere un'azione altamente improbabile, con esiti surreali; e la distruzione di tutto il multiverso è minacciata da un... bagel, ossia una ciambella dolce). Film del genere – che procedono per accumulo di elementi random, hanno un approccio relativista e non sembrano prendere nulla sul serio: si pensi per esempio a "Mr. Nobody" di Jaco Van Dormael – di solito mi infastidiscono ("Quando ci metti di tutto, nulla ha più importanza", viene detto nella pellicola stessa): ma in questo caso la problematica è affrontata direttamente (a Evelyn, che afferma di non essere "brava a fare niente", viene spiegato che proprio per questo motivo ha a disposizione un enorme numero di potenzialità). Inoltre, nonostante il messaggio finale non sia poi così profondo (come sempre la chiave di tutto è l'amore, insieme all'accettazione e alla reciproca comprensione), il divertimento è sorretto da un'inventiva senza limiti (fra le mille trovate, anche quelle metacinematografiche, come i finti titoli di coda a metà pellicola o citazioni alterate quali "Io sono tua madre!") e, soprattutto, da un cast eccellente che comprende molti interpreti legati agli anni ottanta e novanta (la Yeoh, forse alla prova migliore della sua carriera, e la Curtis, ma anche James Hong, ossia il Lo Pan di "Grosso guaio a Chinatown"), alcuni dei quali letteralmente recuperati dall'oblio (Ke Huy Quan, celebre come attore bambino in "Indiana Jones e il tempio maledetto" e "I Goonies", non recitava più da vent'anni!). I Daniels avevano iniziato a pensare il film per Jackie Chan, prima di cambiare idea in favore di una protagonista femminile, mentre l'ottima Stephanie Hsu ha sostituito la prima scelta Awkwafina. Ruoli minori e cameo (fra gli altri) per Harry Shum Jr., Jenny Slate, Tallie Medel e Michiko Nishiwaki. Enorme il riscontro critico, con undici nomination agli Oscar (fra cui quelle per il film, la regia, la sceneggiatura originale, e ben quattro interpreti: Yeoh, Ke Quan, Curtis e Hsu).

25 giugno 2022

Armour of God (Jackie Chan, 1986)

Armour of God (Long xiong hu di)
di Jackie Chan – Hong Kong 1986
con Jackie Chan, Alan Tam
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Per mettere le mani su pezzi mancanti dell'"Armatura di Dio", potente e leggendario manufatto, i membri di un bizzarro culto religioso si rivolgono ad Asian Hawk (Jackie Chan), ex musicista e ora ladro internazionale di antichità, sequestrando Laura/Lorelei (Rosamund Kwan), la fidanzata del suo miglior amico Alan (Alan Tam), per convincerlo a collaborare. Ma Jackie, insieme a questi e alla bella May (Lola Forner), figlia dell'aristocratico collezionista che gli ha "prestato" alcuni pezzi dell'Armatura, sgominerà la setta. Girato in Europa (in Francia, Austria, ma soprattutto in Yugoslavia, ovvero a Zagabria e in Slovenia, dove si trova il castello nella roccia che ospita la setta, Castel Lueghi), il film fa parte delle pellicole "esotiche" di Jackie Chan degli anni ottanta, quelle cioè ambientate al di fuori del consueto scenario cinese o hongkonghese (si pensi anche a "Il mistero del conte Lobos"), ma strizza anche l'occhio ai film d'azione-avventura alla Indiana Jones, in particolare nell'incipit che vede il nostro alle prese con una tribù africana, alla quale sottrae la "sacra spada" che non è altro che una delle parti dell'Armatura di Dio. Questa, nel prosieguo della vicenda, si rivela essere poco più che un McGuffin, un pretesto narrativo per portare avanti una trama da fumetto, ricca di ingenuità a livello di trama, gag e personaggi (ma non è una novità per il cinema di HK dell'epoca). Se dobbiamo trovargli un vero difetto, però, è l'assenza di combattimenti rilevanti prima degli ultimi minuti, quando Jackie si batte prima contro i membri della setta (vestiti da frati cappuccini, con le classiche tonache) e poi contro quattro amazzoni di colore con tacchi a spillo (!), in una delle sequenze più bizzarre della sua filmografia ("Sorry!"). Abbondano invece gli stunt, dagli inseguimenti in auto al balzo conclusivo su un pallone aerostatico. E proprio una delle acrobazie della scena iniziale ha rischiato di costare la vita al buon Jackie, come mostrato anche nei bloopers sui titoli di coda: un salto da un muro in rovina a un albero, complice la rottura di un ramo, si è concluso con una caduta contro le rocce che gli ha causato una frattura al cranio: è stato l'incidente più grave della sua carriera. Forse anche per questo, il film ha avuto un grande riscontro in patria e diventò all'epoca il campione d'incassi di tutti i tempi a Hong Kong. In Italia, invece, è rimasto inedito. Due seguiti: "Operation Condor" nel 1991 e "Chinese zodiac" nel 2012. La modella spagnola Lola Forner aveva già recitato insieme a Jackie nel suddetto "Conte Lobos".

25 febbraio 2022

Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli (D. D. Cretton, 2021)

Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli
(Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings)
di Destin Daniel Cretton – USA 2021
con Simu Liu, Awkwafina
**

Visto in TV (Disney+).

Dopo le quote neri ("Black Panther") e donne ("Captain Marvel", "Black Widow"), l'Universo Cinematico Marvel si occupa anche degli asiatici, andando a ripescare un personaggio che ebbe una certa popolarità negli anni Settanta, grazie a una bella serie a fumetti scritta da Doug Moench e disegnata da Paul Gulacy, Mike Zeck e Gene Day: Shang-Chi, "Master of Kung-fu", creato (da Steve Englehart e Jim Starlin) sull'onda della mania per le arti marziali istigata in quel decennio dai film di Bruce Lee e dalla serie televisiva "Kung fu" con David Carradine. Il personaggio originale era legato strettamente al mondo immaginario ideato dallo scrittore inglese Sax Rohmer, di cui al tempo la Marvel aveva acquisito i diritti, che ora ha perduto. Ecco perché suo padre, in questa rivisitazione, non è più il leggendario Fu Manchu ma un più "anonimo" villain, Xu Wenwu (Tony Leung Chiu-wai), fusione di diversi personaggi classici Marvel: il suddetto Fu Manchu, Master Khan (l'arcinemico di Iron Fist) e il Mandarino (avversario di Iron Man). Quest'ultimo era già stato introdotto in "Iron Man 3", ma con il twist che si trattava solo di un attore che ne recitava la parte: tale sciroccato attore, interpretato da Ben Kingsley, fa una comparsata anche qui in un ruolo comico. Tornando a Shang-Chi (il non trascendentale Simu Liu), è appunto il figlio di un signore della guerra che ha acquisito enormi poteri (e l'immortalità) grazie ai magici Dieci Anelli, artefatti di misteriosa natura. Addestrato dal genitore a diventare un killer, Shang-Chi si ribella a lui e cercherà di fermarlo, insieme alla sorella Xialing (Zhang Meng'er) e all'amica Katy (Awkwafina), quando l'uomo – convinto che lo spirito della moglie defunta (Fala Chen) sia tenuto prigioniero nel suo villaggio di origine – lo assalterà per liberare un potente demone. La fusione fra il genere supereroistico e quello del Wuxia e delle arti marziali è tutto sommato intrigante, il ritmo non latita e anche i combattimenti, per una volta, sono meno noiosi del solito (ma sempre troppo lunghi e "digitali"). Ma se l'immaginario e le scenografie risultano gradevoli, purtroppo i personaggi sono banali e poco approfonditi: il migliore è quello più low-key, ovvero la Katy interpretata dalla simpatica Awkwafina, mentre nel comparto attoriale, oltre a Kingsley e all'ottimo Leung, spiccano Michelle Yeoh nel ruolo della zia del protagonista e Yuen Wah in quello del capo del villaggio – nascosto fra le montagne e popolato da creature magiche e mitologiche – da cui proveniva sua madre. Per il resto, tutto (umorismo compreso) sa di pre-confezionato e di dimenticabile: il solito telefilm. Tenui anche i legami con il resto del MCU: a parte il suddetto rimando al Mandarino, abbiamo un casuale riferimento a Thanos e una breve apparizione di Wong (l'assistente del Dottor Strange) e di Abominio. Fra i mercenari al servizio di Wenwu spicca Razorfist (Florian Munteanu). E nella scena a metà dei titoli di coda appaiono brevemente anche Bruce Banner e Carol Danvers.

12 dicembre 2021

Mortal Kombat (Paul W.S. Anderson, 1995)

Mortal Kombat (id.)
di Paul W.S. Anderson – USA 1995
con Robin Shou, Linden Ashby
*1/2

Rivisto in TV (Netflix), con Monica, Roberto e Marisa.

Il campione di arti marziali Liu Kang (Robin Shou), che vuole vendicare il fratello ucciso; l'attore hollywoodiano Johnny Cage (Linden Ashby), che vuole rilanciare la propria carriera; e la poliziotta Sonya Blade (Bridgette Wilson), alla caccia di un ricercato, sono fra i combattenti reclutati da Lord Raiden (Christopher Lambert), divinità del fulmine, per rappresentare la Terra al torneo interdimensionale denominato "Mortal Kombat": se perderanno contro i malvagi campioni del regno di Outworld, scelti dal perfido Shang Tsung (Cary-Hiroyuki Tagawa), l'imperatore di questo potrà invadere e conquistare il nostro mondo. Da un celebre videogioco picchiaduro (sullo stile di "Street Fighter"), un filmaccio che pure si lascia vedere per l'assoluta improbabilità della trama, i personaggi variopinti e l'impossibilità di essere preso sul serio. La trama è improvvisata (una scusa per mettere in scena un combattimento dopo l'altro), i personaggi sono monodimensionali, stereotipati o incoerenti, le scene d'azione ridicole (il regista Paul W.S. Anderson, quasi agli esordi, è costretto a non mostrare mai chiaramente i combattimenti per l'evidente incapacità degli attori a portare a segno i colpi nelle arti marziali), gli effetti digitali dilettanteschi (meglio quelli pratici: ma Goro, il mostro forzuto con quattro braccia, è chiaramente composto da due attori l'uno sulle spalle dell'altro!). Eppure, tutti questi difetti possono concorrere a rendere la pellicola una sorta di "guilty pleasure". Fra le cose indubbiamente da salvare: le scenografie, belle e suggestive, come le varie sale dell'isola (dei morti?) dove si svolge il torneo (ma anche i templi thailandesi da cui proviene Liu Kang); la recitazione svagata di Christopher Lambert, unico nome noto nel cast, che sembra essersela spassata un mondo; ...e naturalmente Talisa Soto (nei panni della principessa Kitana). Fra gli altri personaggi/nemici provenienti dal videogioco ci sono Kano (Trevor Goddard), Scorpion, Sub-Zero e Reptile. Il successo al botteghino porterà due anni dopo alla realizzazione di un sequel (oltre che di alcune serie animate). Nel 2021, invece, è stata la volta di un (brutto) reboot.

22 giugno 2021

Rise of the legend (Roy Chow, 2014)

Rise of the Legend (Huang feihong zhi yingxiong you meng)
di Roy Chow Hin Yeung – Cina/Hong Kong 2014
con Eddie Peng, Sammo Hung
**

Visto in TV (Netflix).

Cina, 1868. Con la dinastia Qing al declino, e deciso a proteggere i poveri e gli innocenti abitanti di Guangzhou dalle angherie della Banda della Tigre Nera, organizzazione che gestisce tutte le attività criminali nel porto della città, il giovane esperto di arti marziali Wong Fei-hung (Eddie Peng) si guadagna il favore del maestro Lui (Sammo Hung), capo della gang, ed entra a farne parte. Lavorando dall'interno, con la complicità esterna del "fratello" e amico d'infanzia Fiery (Jing Boran), che nel frattempo ha radunato un gruppo di ribelli, riuscirà a sgominare la banda. Nuova rilettura del "mito" di Wong Fei-hung, personaggio realmente esistito ma assunto ormai a fama leggendaria, soprattutto nell'ambito del cinema di Hong Kong (dove è stato interpretato, fra gli altri, da Jackie Chan in "Drunken master", da Jet Li in "Once upon a time in China", e persino dallo stesso Sammo Hung nell'hollywoodiano "Il giro del mondo in 80 giorni"): la pellicola ne racconta se vogliamo le "origini", in maniera però impostata, calligrafica e pachidermica, con una fotografia patinata e una regia scolastica e manierista. Persino le (poche) scene di combattimento appaiono artificiali, visto l'abuso di effetti digitali (non sempre di buona fattura: irrealistiche, per esempio, le fiamme che circondano i due lottatori nello scontro finale), di controfigure (d'altronde Sammo ha ormai una certa età), di inquadrature ravvicinate o spezzettate. Il risultato è troppo freddo se paragonato, per esempio, alla serie di film con Jet Li, forse la migliore sul personaggio. I punti di forza sono la presenza carismatica di Hung e la colonna sonora di Shigeru Umebayashi, che però soltanto nel finale ingloba il classico tema musicale di Wong Fei-hung. Angela Yeung Wing ("Angelababy") è la cortigiana Xiao Hua, Wang Luodan è la ribelle Chun (entrambe innamorate del protagonista). Tony Leung Ka-fai appare nel flashback nel ruolo del padre di Fei.

10 maggio 2021

L'arte della difesa personale (R. Stearns, 2019)

L'arte della difesa personale (The Art of Self-Defense)
di Riley Stearns – USA 2019
con Jesse Eisenberg, Alessandro Nivola
***

Visto in TV (Prime Video).

Casey (Eisenberg), impiegato amministrativo timido e complessato, dopo essere stato aggredito in strada da un gruppo di motociclisti decide di iscriversi a un corso di arti marziali. Finisce così nella palestra di karate gestita da un eccentrico "Sensei" (Nivola): imparerà a vincere le proprie paure, ma scoprirà anche che i metodi del maestro, carismatico e folle, sono tutt'altro che ortodossi... Strepitosa black comedy che sorprende lo spettatore dall'inizio alla fine, con una vena comico-grottesca e un'asciuttezza di fondo che pure non impediscono di fornire un ritratto accurato (per quanto esagerato e sopra le righe) di certi ambienti legati alle arti marziali: palestre dove da un lato si impara a migliorare sé stessi sul piano mentale e filosofico prima ancora che su quello fisico, ma dove dall'altro possono circolare machismo, testosterone e violenza. Il taglio è comunque sempre straniante e astratto, a tratti esilarante, in particolare mentre seguiamo i "progressi" di Casey, il suo prendere lentamente contatto con il lato più virile e convinto della propria personalità, con l'orgoglio per i progressi compiuti (il passaggio dalla cintura bianca a quella gialla è un vero e proprio momento chiave), l'atteggiamento più sicuro di sé nei confronti degli altri e del mondo; ma il plot non lesina nemmeno colpi di scena con svolte quasi da thriller, come quando scopriamo la natura delle "lezioni serali" che il Sensei riserva a un gruppo di allievi selezionati (e qui il film ricorda per assonanza pellicole cult come "Fight club" e "Point break"). Ottimo il protagonista. Imogen Poots è Anna, l'unica donna che frequenta la palestra, mal tollerata dal Sensei ("Essere donna le impedirà di diventare uomo"), ma che fornisce a Casey l'ultimo insegnamento necessario (la forza non è solo violenza, e la compassione non è solo debolezza). Memorabili i cani (Casey passa da un bassotto a un pastore tedesco, così come – ovviamente su suggerimento del Sensei – dallo studio del francese a quello del tedesco e dall'ascolto della musica pop a quello del metal).

27 febbraio 2021

Il mistero del conte Lobos (S. Hung, 1984)

Il mistero del conte Lobos, aka Cena a sorpresa (Wheels on meals)
di Sammo Hung – Hong Kong 1984
con Jackie Chan, Yuen Biao, Sammo Hung
***

Rivisto in DVD.

I "cugini" Thomas (Jackie Chan) e David (Yuen Biao), cuochi cinesi – e artisti marziali! – che gestiscono un furgoncino di street food a Barcellona, insieme all'amico Moby Dick (Sammo Hung), scalcinato investigatore privato, rimangono coinvolti nel rapimento della bella e giovane ladruncola Sylvia (Lola Forner) da parte di un perfido zio (José Sancho) che vuole derubarla della sua eredità: a sua insaputa, infatti, la ragazza è la figlia illegittima di un nobile recentemente deceduto (il conte Lobos del titolo). I tre amici dovranno così introdursi nel castello del conte per salvarla... Insolita trasferta spagnola per il trio Chan/Yuen/Hung, già protagonisti l'anno prima di "Winners and sinners" e soprattutto di "Project A" (da cui tornano i nomi italiani dei personaggi): l'alchimia fra i tre è evidente, con siparietti comici e simpatiche e goffe interazioni di ogni genere, anche senza contare le scene d'azione e i combattimenti, che peraltro in questo film sono un po' meno numerosi del solito. Ma nel finale c'è uno degli scontri più duri e spettacolari di tutta la filmografia di Jackie Chan, quello nel castello contro uno degli sgherri del conte, interpretato dal kickboxer americano (qui con un bizzarro accento russo) Benny "The Jet" Urquidez, che pare che sul set non si trattenesse dall'affondare i colpi, riempiendo il povero Jackie di lividi. Per il resto, si punta più sulla trama (che sfrutta numerose location della città catalana: Hung volle girare il più possibile in esterni) e sui momenti comici, con gag slapstick e che devono molto al cinema muto, alle commedie romantiche e alle farse demenziali. Nel complesso, è un film decisamente divertente sotto ogni punto di vista. Nelle scene ambientate all'istituto psichiatrico dove sono ricoverati il padre di David (Paul Chang) e la madre di Sylvia (Susanna Sentís), si riconoscono fra i pazzi alcuni attori che torneranno nella serie delle "Lucky Stars", come Richard Ng, John Shum e il veterano Wu Ma. Lola Forner (ex miss Spagna) e Benny Urquidez si rivedranno al fianco di Jackie Chan rispettivamente in "Armour of God" e "Dragons Forever". Nel cast anche Herb Edelman, Josep Lluís Fonoll, Keith Vitali e Blackie Ko. Il tema musicale è di Keith Morrison. Curiosità: il titolo internazionale del film avrebbe dovuto essere il più corretto "Meals on wheels", ma i produttori vollero cambiarlo per superstizione, avendo registrato di recente alcuni flop con film che iniziavano con la "M". In certi paesi (come il Giappone) è noto anche come "Spartan X", e ha dato origine ad alcuni videogiochi.

10 giugno 2020

Senza esclusione di colpi (N. Arnold, 1988)

Senza esclusione di colpi (Bloodsport)
di Newt Arnold – USA 1988
con Jean-Claude Van Damme, Bolo Yeung
**

Visto in divx.

Addestrato da un maestro giapponese, e contro il volere dei suoi superiori, il pilota militare americano Frank Dux si reca a Hong Kong per partecipare al Kumitè, un torneo clandestino di arti marziali dove ogni tecnica è permessa. Dopo una serie di duri combattimenti, sconfiggerà in finale lo spietato Chong Li, campione in carica che non ha remore a uccidere i propri avversari. Grande successo popolare per il primo film da protagonista di Jean-Claude Van Damme (che in precedenza era apparso nel ruolo del cattivo in "Kickboxers"), prodotto dalla Cannon, specializzata in pellicole a basso costo, e ispirato alla (presunta) storia vera di un lottatore che ha collaborato alla sua realizzazione in qualità di fight coordinator. Se le scene ambientate durante il torneo si lasciano seguire con interesse, tutto il resto è quasi imbarazzante a livello di dialoghi, situazioni e personaggi: particolarmente stupidi, prima ancora che stereotipati, i due agenti dell'FBI (Norman Burton e un giovane Forest Whitaker, reduce peraltro da "Good morning Vietnam"!) sulle tracce di Frank, e soprattutto la giornalista Janice (Leah Ayres). Apprezzabile invece come il torneo non si focalizzi solo sul protagonista: ci vengono mostrati, seppure rapidamente, gli incontri di molti altri combattenti, alcuni dei quali ben caratterizzati con pochi tratti, tanto che è possibile stilare un tabellone degli incontri dal primo turno alla finale. Fra questi spicca l'amico wrestler Ray Jackson (Donald Gibb). Naturalmente siamo lontani dalla qualità delle coeve pellicole di arti marziali girate proprio ad Hong Kong: basti dire che la regia non si mostra per nulla interessata alla "continuità" durante i combattimenti, spezzandoli regolarmente con un montaggio che impedisce di seguire l'azione degli atleti (a partire dai calci di Van Damme). L'idea di base, oltre a rievocare il torneo Tenkaichi di "Dragon Ball", sarà poi riproposta (meglio) ne "La prova", un altro film di JCVD (questa volta nelle vesti anche di regista). La colonna sonora di Paul Hertzog comprende alcune canzoni (come "Fight to survive") cantate da Stan Bush. Nota: l'anno seguente (1989) i distributori italiani sceglieranno di intitolare allo stesso modo ("Senza esclusione di colpi") anche il film "No holds barred", trasmesso solo in tv, che segna il debutto come protagonista di Hulk Hogan.

23 maggio 2020

Kickboxers (Corey Yuen, 1986)

Kickboxers - Vendetta personale (No retreat, no surrender)
di Corey Yuen Kwai – USA 1986
con Kurt McKinney, Jean-Claude Van Damme
**

Visto in divx.

Trasferitosi con la famiglia da Los Angeles a Seattle, dopo che il padre è stato costretto a chiudere la propria palestra di karate per pressioni della malavita organizzata, il giovane Jason (Kurt McKinney) si ritrova vittima dei bulli locali. Ma grazie al "fantasma" di Bruce Lee, che lo addestra alle arti marziali, diventerà più forte e saprà anche difendere la comunità quando gli stessi gangster cercheranno di appropriarsi della nuova palestra che frequenta, sconfiggendo sul ring il temibile lottatore russo Ivan Krushensky (Jean-Claude Van Damme) in un incontro di full contact. Primo film americano di Corey Yuen, su un canovaccio (scritto dallo stesso regista insieme al produttore Ng See-yuen) che ricorda in parte "Karate Kid" e in parte i moltissimi film hongkonghesi a base di scontri fra palestre rivali (a cominciare da alcune pellicole dello stesso Bruce Lee, qui nume tutelare del protagonista, che ne è un fan al punto da rendere omaggio alla sua tomba che si trova proprio a Seattle). Le ingenuità nella scrittura della storia e dei personaggi, abbastanza stereotipati, nonché la generale immaturità cinematografica sono compensate da una sincerità di fondo e, soprattutto, dalla buona rappresentazione dei combattimenti, che lo rendono a suo modo apprezzabile (e con un feeling molto anni Ottanta). Degna di nota, naturalmente, è la presenza di Van Damme nei panni del cattivo: per JCVD si trattava del primo ruolo significativo nel mondo del cinema dopo piccole parti come comparsa o come stuntman. Pare che sul set ebbe problemi con il regista e gli altri attori perché pretendeva di portare effettivamente a segno i suoi colpi, anziché rimanere a distanza dall'avversario. Esistono due sequel, senza alcun legame con questo a livello di trama. Il fantasma di Bruce Lee è interpretato dal coreano Kim Tai-chung, non particolarmente somigliante ma che aveva già impersonato il lottatore in alcune scene de "L'ultimo combattimento di Chen" (rimasto incompiuto alla morte di Lee) e nel suo seguito "L'ultima sfida di Bruce Lee".

30 gennaio 2020

Operazione pirati (Jackie Chan, 1983)

Project A - Operazione pirati ('A' gai waak)
di Jackie Chan [e Sammo Hung] – Hong Kong 1983
con Jackie Chan, Sammo Hung, Yuen Biao
***1/2

Rivisto in DVD.

Alla fine del diciannovesimo secolo, il crudele Sarpeg (Dick Wei) e la sua ciurma di pirati terrorizzano le acque del Mar della Cina. A sconfiggerli ci penserà la guardia costiera di Hong Kong, guidata dal coraggioso sergente Thomas (Jackie Chan), dopo aver appianato le rivalità con il poliziotto David (Yuen Biao) e aver assoldato anche il ladruncolo Moby (Sammo Hung). Forse il capolavoro di Jackie Chan (qui anche regista e sceneggiatore), insieme al successivo "Police story": la summa del suo cinema che mescola in maniera irresistibile azione e commedia, spericolate coreografie (con alcuni stunt ad altissima pericolosità) e gag demenziali. Reduce già da diversi successi di pubblico in patria (ma anche dalla delusione per i primi tentativi poco riusciti di sfondare in occidente), Jackie mette in cantiere il suo film più ambizioso fino a quel momento: predispone uno script che gli permette di dar sfogo a tutto il suo estro e la sua fantasia, ambienta la vicenda in un periodo ben preciso della storia della colonia britannica (a differenza della maggior parte dei gongfupian che erano collocati in un'epoca passata ambigua e generica) e chiama ad affiancarlo i due "fratelli" con cui aveva condiviso da ragazzino i duri allenamenti alla scuola dell'Opera di Pechino, vale a dire Yuen Biao (che aveva già avuto una particina nel precedente "Il ventaglio bianco") e Sammo Hung (che, non accreditato, ha anche collaborato alla regia per le scene d'azione). L'enorme successo che ne conseguirà darà il via al periodo più fortunato (artisticamente parlando) della carriera di Chan, mentre il terzetto, che qui appare insieme per la prima volta, continuerà a recitare (e combattere) affiancato per tutti gli anni ottanta (in titoli come "Il mistero del conte Lobos", "Dragons forever" e il ciclo delle Lucky Stars), mantenendo nel doppiaggio italiano i nomi Thomas, David e Moby come se si trattasse sempre degli stessi personaggi, persino in epoche diverse (in originale i tre si chiamano rispettivamente Dragon Ma, Hong Tin-tzu e Zhuo Yifei). Una curiosità anche sul titolo originale, "Project A": Jackie volle che fosse il più vago e anonimo possibile per evitare che le case di produzione concorrenti, sapendo che stava girando un film sui pirati, realizzassero in fretta e furia altre pellicole sullo stesso tema per anticiparne l'uscita e bruciarlo al box office. È una procedura consueta, anche per Hollywood, soltanto che di solito poi il titolo provvisorio viene cambiato, e qui invece è rimasto fino alla fine.

Ricchissimo di scene d'azione, di combattimenti e inseguimenti, ma anche di momenti in cui i personaggi interagiscono fra loro e con l'ambiente, il lungometraggio colpisce anche per la cura riservata ai costumi e alle scenografie (molto superiore a quella dei prodotti simili realizzati fino ad allora, pure al netto di alcuni anacronismi e concessioni a fini comici o narrativi) e può essere diviso essenzialmente in tre parti. Nella prima assistiamo alla rivalità (e alle risse!) fra i membri della guardia costiera e quelli della polizia di Hong Kong, i cui comandanti (rispettivamente Lau Hak-suen e Kwan Hoi-san) sono ai ferri corti. Quando la prima viene smantellata per mancanza di navi (che i pirati hanno fatto esplodere mentre erano ancora in porto!), tutti i marinai sono costretti ad arruolarsi nella polizia e sottostare a un duro addestramento agli ordini di David, nipote del capo della polizia: ne consegue una serie di sketch comici di vario genere, prima che fra Thomas e David si cementi il reciproco rispetto. La sezione centrale introduce Moby, il ladro assoldato da un gruppo di gangster per procurare una partita di fucili da vendere ai pirati: vecchio amico di Thomas, cercherà di coinvolgerlo nel furto con l'inganno, ma i due dovranno dovranno vedersela con i banditi in una folle fuga per le stradine e i vicoli della vecchia Hong Kong. Questa sequenza ha il suo culmine in alcuni dei momenti più iconici di tutto il cinema di Jackie Chan, l'inseguimento in bicicletta (mitica la gag del sellino!) e soprattutto la famigerata caduta dalla torre dell'orologio (che inizia come una citazione evidente da "Preferisco l'ascensore" con Harold Lloyd). Una scena, quest'ultima, che nel film viene mostrata due volte (non si tratta però della stessa ripresa da angolazioni diverse, ma di due diversi stunt, ovviamente realizzati come sempre in prima persona, senza ricorrere a trucchi o a controfigure), seguita da un terzo tentativo (andato male!) nei blooper sui titoli di coda. L'intenzione era quella di rallentare la caduta per mezzo dei teloni sottostanti: ma Jackie urtò la schiena sulle sbarre di ferro che reggevano i suddetti teloni e finì rovinosamente a terra, infortunandosi al collo e rischiando, se non la morte, almeno la paralisi! L'ultima parte del film, infine, mette in scena lo scontro con i pirati, che nel frattempo hanno preso come ostaggi un gruppo di inglesi: i nostri eroi si introducono nel loro covo travestiti e li sgominano a colpi di arti marziali, fucili e granate!

Pur nella sua complessità, a tratti si ha quasi l'impressione che la trama sia solo un pretesto per mettere in scena elaborati sketch e acrobazie, che portano alle estreme conseguenze quel kung fu realistico e da strada che Jackie aveva già messo in mostra nelle pellicole precedenti, su tutte quelle dirette da Yuen Woo-ping e da lui stesso. Si tratta di combattimenti anarchici e "sporchi", dove l'ambiente e gli scenari stessi sono protagonisti al pari dei corpi dei contendenti, dove le risse disorganizzate e le mosse improvvisate (ma in realtà è tutto frutto di un'accurata coreografia) sono al servizio di momenti comici o ad alta intensità emotiva. Lo spettatore ha l'impressione che l'intera azione si dipani casualmente o in maniera estemporanea, salvo ricredersi di fronte agli istanti che confermano la vocazione teatrale e circense che sottende il tutto. Jackie non è Bruce Lee, non ambisce a uno stile di combattimento formale e rigoroso, bensì a rendere spettacolare e soprattutto divertente ogni singola scena, e trova qui in Sammo Hung e Yuen Biao (ma anche negli altri comprimari e negli stuntmen, da Mars a Dick Wei) i complici ideali. Il combattimento finale con il capo dei pirati ne è un esempio, e stupisce fra l'altro per la mancanza di fair play dei "buoni" (al cui confronto i "cattivi" sono ben più leali: la divisione fra bene e male risiede solo nei ruoli rivestiti, non nello stile delle azioni): i nostri eroi lo affrontrano in tre contro uno, e per sconfiggerlo non esitano ad avvolgerlo in un tappeto e a lanciarvi dentro una granata! Dopo aver segnalato la presenza di diverse gag verbali (come quelle sulla parola d'ordine per entrare nel covo dei pirati: "Le botte no!", "Le stelle sono nel cielo!") e di alcune perle del doppiaggio italiano ("Un vecchio proverbio inglese dice: se la tigre è inquieta, buttagli un pezzo di carne sanguinolenta, vedrai che si calmerà"), concludo ricordando la partecipazione di Isabella Wong (Winnie, la figlia dell'ammiraglio), di Hoi Sang Lee e di Wong Wai. L'accattivante marcetta che fa da tema ricorrente è cantata dallo stesso Chan: si tratta forse del primo film dell'attore con una colonna sonora (di Michael Lai) composta appositamente e non "riciclata" da altre pellicole (ma il brano diegetico che dà il via alla rissa nel locale ricorda la quinta sinfonia di Beethoven!). Quattro anni più tardi uscirà un sequel, senza però Yuen Biao e Sammo Hung.

7 dicembre 2018

Ridere per ridere (John Landis, 1977)

Ridere per ridere (The Kentucky Fried Movie)
di John Landis – USA 1977
con Evan Kim, Bong Soo Han
**

Rivisto in divx.

Il secondo film di John Landis, scritto dal trio ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker, all'esordio cinematografico: fino ad allora avevano lavorato solo in teatro, firmandosi come The Kentucky Fried Theater, da cui il titolo originale della pellicola, che ovviamente fa il verso a una celebre catena di fast food) è una parodia della programmazione di un canale televisivo, con tanto di telegiornali, programmi di attualità, dibattiti, film e persino finte pubblicità. L'idea è forse ispirata a "The Groove Tube" di Ken Shapiro (1974, inedito in Italia): da notare che Landis, insieme ad altri registi, ripeterà l'esperimento nel 1987 con "Donne amazzoni sulla Luna". Trattandosi essenzialmente di un collage di sketch spesso scollegati fra loro, il risultato è diseguale: il film è composto per lo più da gag demenziali, volgari, nonsense o semplicemente stupide, giochi di parole puerili (molti dei quali andati persi nel doppiaggio italiano), nudità femminili gratuite e scenette di cattivo gusto. Ma ha anche dei difetti. No, parlando seriamente: oggi, in epoca di political correctness, sarebbe forse impossible realizzare un film come questo per il circuito mainstream (e senza il divieto ai minori!). E in mezzo all'anarchia e al trash si annidano perle di geniale umorismo, quasi da teatro dell'assurdo, che non sfigurerebbero in uno sketch dei Monty Python (la mia preferita è la scena dei prigionieri nelle gabbie all'interno del film "Per un pugno di yen": "Sono relitti che non sanno dove sono e non gliene importa..."). Fra le gag da ricordare: la rubrica dell'oroscopo, con il tormentone dei nati sotto il segno dei gemelli che devono "aspettarsi l'inaspettato" (e per tutto il film vengono colpiti da frecce vaganti); la proiezione del film "con gli effetti speciali" realizzati direttamente in sala dalle maschere del cinema; la pubblicità dell'Unione Amici della Morte, che suggerisce di reinserire i defunti nella società; il documentario sull'ossido di zinco; i finti trailer di pellicole in arrivo (tutte prodotte dal fittizio Samuel L. Bronkowitz, al cui nome si ispirerà il gruppo comico italiano Broncoviz), che appartengono ai generi di serie B più in voga negli anni '70: l'erotico soft-core ("Liceali cattoliche in calore"), il catastrofico ("Il giorno del giudizio"), la blaxploitation ("Cleopatra Schwartz"). E naturalmente la parte del leone (ovvero la "fetta" più consistente della pellicola, visto che dura oltre 30 minuti, ma anche il segmento più riuscito) è data dal suddetto "Per un pugno di yen", spoof de "I tre dell'operazione drago" e in generale di tutto il cinema di arti marziali, anche se il finale a sorpresa sconfina in un'altra celebre pellicola classica. Evan Kim è Loo, parodia di Bruce Lee, mentre il fantastico Bong Soo Han è il suo arcinemico Dottor Klahn (che, nella scena in cui parla in coreano, chiede scusa agli spettatori che conoscono questa lingua). per il resto, per tutto il film sono distribuiti camei e comparsate di attori noti come Donald Sutherland, George Lazenby, Bill Bixby e lo stesso John Landis. Nella scena al cinema si può notare il poster del suo primo film, "Slok".

27 maggio 2018

Bambole e botte (Sammo Hung, 1985)

Bambole e botte (Xia ri fu xing, aka Twinkle twinkle lucky stars)
di Sammo Hung – Hong Kong 1985
con Sammo Hung, Jackie Chan
**1/2

Rivisto in DVD.

Sequel de "La gang degli svitati" nonché terzo film della serie delle "Lucky Stars", se possibile ancora più demenziale, assurdo e anarchico dei precedenti, anche se pure stavolta le scene di combattimento (che vedono protagonisti Jackie Chan, Yuen Biao e lo stesso Sammo Hung) valgono ampiamente la visione. I nostri eroi – Moby (Sammo Hung), Block (Eric Tsang), Cobra (Stanley Fung), Sbingo (Richard Ng) e il giovane Sballo (Michael Miu), che prende il posto del fratello Herb (Charlie Chin) – sono in vacanza in Thailandia insieme alla bella poliziotta Barbara (Sibelle Hu). L'informatore che questa doveva incontrare viene ucciso da tre sicari (il cinese Chung Fat, il giapponese Yasuaki Kurata e l'australiano Richard Norton), ma non prima di aver spedito documenti preziosi a una sua conoscente a Hong Kong, l'attrice Chichi Wang (Rosamund Kwan). Per proteggerla, Chichi – insieme al suo amico John (John Shum, che ritorna dal primo film, sia pure in un ruolo diverso) – viene ospitata nella casa delle Lucky Stars (e rimane vittima dei soliti e ripetuti tentativi di abbordaggio), mentre i poliziotti Thomas (Jackie Chan), David (Yuen Biao) e Wolf (un giovane Andy Lau) cercano di scovare i responsabili... Ottime, come detto, le scene d'azione (il combattimento di Jackie e dei suoi compagni nel magazzino al porto, quello finale di Sammo con Norton e – usando racchette da tennis contro i sai dell'avversario – con Kurata), e anche alcune scene "di tensione" (Rosamund Kwan che si finge cieca di fronte a uno dei killer), mentre le gag e le scene comiche raggiungono livelli di nonsense (l'introduzione con gli eventi storici che "non hanno niente a che fare con questa storia") o di demenzialità preoccupanti (i cinque amici sono ormai dei maniaci sessuali conclamati, e provano ogni sorta di trucco alla Ataru Moroboshi – tunnel sotto la spiaggia, bamboline voodoo, finti incendi in casa – pur di sbirciare le grazie delle ragazze). Per Jackie è l'ultima apparizione in un film delle Lucky Stars. Richard Norton tornerà a battersi con lui in "City Hunter" e "Mr. Nice Guy". Fra i tanti camei, da sottolineare quelli di Michelle Yeoh nei panni dell'istruttrice di judo (messa al tappeto, alquanto incerimoniosamente, da Sammo), Wu Ma (lo stregone che insegna a Sbingo i segreti della magia voodoo), James Tien, Anthony Chan e Billy Lau, più molte "celebrità" (fra cui Wong Jing, Moon Lee, Philip Chan, David Chiang, Deannie Yip) tra la folla che esce dall'ascensore nella scena finale ("Non posso crederci!").

3 aprile 2018

The heroic trio (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio (Dung fong saam hap)
di Johnnie To [e Ching Siu-tung] – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

La supereroina Wonder Woman – sotto la cui maschera si cela Tung (Anita Mui), moglie del detective Lau (Damian Lau) – indaga su una serie di misteriose sparizioni di neonati. A rapirli (per conto di un demoniaco "maestro", un crudele eunuco dai poteri soprannaturali che intende scegliere fra loro il futuro "imperatore della Cina" e metterlo alla guida di un esercito per conquistare il mondo) è San (Michelle Yeoh), alias Invisible Girl, in grado di rendersi invisibile grazie al mantello messo a punto da uno scienziato (James Pak). Quando Tung scoprirà che San è in realtà Ching, la sua sorella da tempo perduta, riuscirà a portarla dalla propria parte. Alle due si unirà anche la mercenaria motorizzata Chat (Maggie Cheung), alias Thief Catcher: e insieme le tre eroine sconfiggeranno il nemico. Le tre attrici forse più carismatiche del cinema di Hong Kong recitano insieme in un pastiche fantastico, grezzo e kitsch, che mescola wuxia e supereroi, scenari fantasy e ambienti urbani/futuristici (la grotta sotterranea del cattivo, letteralmente sotto le strade e i tombini della città, non appare meno irreale dell'ospedale dove vengono rapiti i neonati), pathos o drammi melò e situazioni ridicole da cartoon. C'è davvero di tutto, senza porre freni alla fantasia o al (cattivo) gusto, a volte prendendosi sul serio (la morte di un bambino, con tanto di lacrima che scorre sulla maschera di Wonder Woman; la storia d'amore fra Ching e lo scienziato) e a volte schiacciando il pedale dell'ironia (il personaggio di Chat, l'elemento più comico del trio, che a differenza delle altre due eroine non usa le arti marziali ma armi da fuoco e candelotti di dinamite) o del grottesco (il guardiano della grotta Kau (Anthony Wong), che divora le proprie dita, o che sfoggia come arma una classica "ghigliottina volante"). Nel finale, c'è spazio anche per l'animazione a passo uno dello scheletro scarnificato del cattivo. Vedere insieme sullo schermo tre attrici così diverse tra loro come Anita Mui (elegante diva della canzone), Michelle Yeoh (abile atleta di arti marziali) e Maggie Cheung (meravigliosa habitué del cinema d'autore) può essere straniante, ma di certo è un testamento alla capacità del cinema di Hong Kong di mescolare i generi sotto ogni punto di vista. Il divertimento, se si sta al gioco, non manca. Il tema dei neonati in pericolo ricorda "Hard boiled" di John Woo: e uno di loro muore durante la scaramuccia fra eroine, cosa davvero impensabile in un film occidentale! Diretto da un Johnnie To a inizio carriera, il film presenta più le stimmate di Ching Siu-tung (già collaboratore di Tsui Hark e regista di celebri fantasy come "Storie di fantasmi cinesi", qui produttore e coreografo) che non quelle del futuro autore di noir della Milkyway. L'iconica canzone sui titoli di coda è cantata da Anita Mui. Il film ha ispirato, fra i tanti, Olivier Assayas (che lo citerà in "Irma Vep") e la versione hollwyoodiana di "Charlie's Angels" di McG. Nello stesso anno uscirà un sequel, "Executioners".

17 febbraio 2018

Grosso guaio a Chinatown (J. Carpenter, 1986)

Grosso guaio a Chinatown (Big Trouble in Little China)
di John Carpenter – USA 1986
con Kurt Russell, Dennis Dun
***

Rivisto in divx.

Il camionista Jack Burton (Kurt Russell), di passaggio a San Francisco, rimane coinvolto in una faida tra bande rivali di Chinatown quando la ragazza del suo amico cinese Wang Chi (Dennis Dun) viene rapita e il suo camion, il "Pork-Chop Express", viene trafugato. Dietro a tutto ci sono però misteriose forze soprannaturali: lo stregone Lo Pan (James Hong), infatti, intende sposare la fanciulla (che ha gli occhi verdi, una rarità in Cina) per riacquistare la forma corporea che gli era stata sottratta da un demone due millenni prima. Per sconfiggerlo, Jack e Wang ricorreranno all'aiuto del santone locale Egg Shen (Victor Wong), nonché a quello dell'avvocatessa Gracie Law (Kim Cattrall). Divertente pastiche di azione, avventura esotica e ironia, che occhieggia alla narrativa pulp (Fu Manchu) e alle coeve pellicole di Spielberg e Lucas (come la saga di Indiana Jones). Fra arti marziali e mistiche creature del folklore cinese (si pensi alle "tre bufere", gli sgherri di Lo Pan che controllano gli elementi atmosferici), con copiose ispirazioni da fumetti, film e serie tv di ambientazione orientale ("Zu" di Tsui Hark, "Samurai"), il protagonista Jack Burton si trova come un pesce fuor d'acqua, non capisce molto di quello che accade e fa la figura del personaggio imbranato e maldestro, oltre che sarcastico e vanaglorioso. A tutti gli effetti è una "spalla", mentre il vero eroe è l'amico Wang (per la cui parte Carpenter aveva inizialmente pensato a Jackie Chan). Memorabili molte delle sue uscite ("Sei pronto? – Sono nato pronto!", "L'uomo coraggioso ama sentire la natura sulla pelle. – E l'uomo saggio ama usare l'ombrello quando piove", "Calma, ho la situazione in pugno. Ho bevuto un filtro. Vedo quello che gli altri non vedono", "In casi come questi, il vecchio Jack dice sempre: basta adesso"). Un film con uno spirito da B-movie, decisamente leggero e autoironico, che garantisce un divertimento senza tempo. Nonostante la coppia Carpenter-Russell fosse reduce da successi come "1997: Fuga da New York" e "La cosa", la pellicola fu maltrattata dalla distribuzione con conseguente flop al botteghino, salvo essere rivalutata in seguito come cult movie. Per la delusione, il regista abbandonò le major di Hollywood e per i suoi progetti successivi si rivolse al cinema indipendente. La colonna sonora, come sempre, è dello stesso Carpenter (ma è meno memorabile di altre). Curiosità: la prima versione della sceneggiatura (poi completamente riscritta da W.D. Richter) era ambientata nel vecchio West.

11 ottobre 2017

Elektra (Rob Bowman, 2005)

Elektra (id.)
di Rob Bowman – USA/Canada 2005
con Jennifer Garner, Kirsten Prout
*

Rivisto in TV.

Il titolo non ha nulla a che fare con la mitologia, né tantomeno con l'opera di Richard Strauss. Elektra è un personaggio Marvel, sicario ninja di origine greca, creato da Frank Miller negli anni ottanta nella sua leggendaria run su "Daredevil". E proprio dal film su Devil con Ben Affleck (di cui questo è uno spin-off) proviene l'incarnazione interpretata da Jennifer Garner, quasi irriconoscibile rispetto alla sua controparte disegnata. In quel film, tra l'altro, veniva uccisa: ma qui è stata magicamente resuscitata. Spietata killer, Elektra viene assoldata per eliminare un uomo, Mark Miller (Goran Višnjić: il cognome è senza dubbio un omaggio al creatore fumettistico del personaggio), e sua figlia, la tredicenne Abby (Kirsten Prout). Sceglie però di risparmiarli, anche perché nella bambina rivede forse sé stessa, e per questo motivo si ritrova contro i ninja della Mano, organizzazione criminale (con superpoteri) che dà la caccia proprio ad Abby, che ritiene destinata a diventare il guerriero che romperà l'equilibrio fra bene e male. Un film mediocrissimo e senza alcuna qualità, fra i Marvel movie meno ispirati di sempre (non che la sua appartenenza all'Universo Marvel sia in qualche modo esplicitata: una scena in cui sarebbe dovuto apparire Ben Affleck nei panni di Matt Murdock è stata eliminata). Alla sua uscita l'avevo detestato, stavolta semplicemente non mi ha fatto né caldo né freddo. Della complessità del personaggio originale non rimane nulla, anche per via di un'errata scelta di casting (la Garner non ha carisma né personalità). E la trama è quella di un thriller d'azione come mille altri, piatto e convenzionale, per lunghi tratti pure noioso, e con un finale quanto mai scontato. Terence Stamp è il sensei cieco Stick. Fra i cattivi figurano Will Yun Lee (Kirigi) e Natassia Malthe (Typhoid Mary, qui un membro della Mano).

6 dicembre 2016

I due cugini (Jackie Chan, 1982)

I due cugini (Long xiao ye, aka Dragon Lord)
di Jackie Chan – Hong Kong 1982
con Jackie Chan, Mars
**1/2

Rivisto in DVD.

Dragon (Jackie Chan), studente scansafatiche e indisciplinato della scuola di arti marziali diretta da suo padre (Tien Feng), quando non è impegnato in assurde competizioni sportive passa il tempo a bighellonare in compagnia dell'amico Cowboy (Mars), del quale è anche rivale per conquistare il cuore della bella ma riottosa Alice (Suet Lei). Quando la sua strada incrocia casualmente quella di una banda di contrabbandieri di reperti archeologici (finirà infatti nel loro covo nel tentativo di recuperare un aquilone sul quale aveva scritto un messaggio d'amore per la ragazza), sarà costretto ad affrontarne il capo (Hwang In-shik). Originariamente pensato come sequel de "Il ventaglio bianco" (Young Master), al punto da essere messo in lavorazione con il titolo "Young Master in Love", il film non ha riferimenti diretti o legami con il precedente, anche se il personaggio principale e l'ambientazione sono praticamente identici. Qui, però, si spinge ancora di più sul pedale della comicità, in particolar modo quella slapstick o legata alle comiche del muto (si pensi, per esempio, alla gag del fucile o a quella del cannone che conclude la storia). Se Dragon mette in mostra le sue abilità marziali e fisiche nelle competizioni sportive che vedono la sua scuola in lizza contro quelle rivali (il bizzarro incontro di rugby che apre la pellicola, quello di jianzi – una sorta di calcio-volano – a metà film), il combattimento finale nel fienile con il cattivo, orbo da un occhio, è invece nel segno della confusione e dell'improvvisazione: il protagonista ha la meglio non perché più forte, ma perché nel suo impeto finisce col sovrastare – e magari col prendere per stanchezza – persino un avversario tecnicamente più esperto e più abile di lui. Mars (alias Cheung Wing Fat), per una volta eletto a co-protagonista, è un caratterista e stuntman che si vedrà di frequente, in ruoli minori, nei film di Jackie di tutti gli anni ottanta. Il titolo italiano (e il doppiaggio) presentano i due come "cugini", ma in realtà non c'è alcun rapporto di parentela: semplicemente i loro padri sono amici, e in estremo oriente è consuetudine chiamare "zio" le persone con la stessa età dei propri genitori. Anche se un po' sconclusionata, la pellicola nel complesso è divertente e piena di energia, ed è importante perché è di fatto l'ultimo gongfupian più o meno "classico" di Jackie, ormai pronto a fare il salto verso i film di ambientazione contemporanea. È anche il suo primo film a mostrare, durante i titoli di coda, i cosiddetti bloopers (gli errori commessi durante le riprese, in particolare gli stunt sbagliati): Jackie prese l'idea dal regista Hal Needham, che l'anno prima lo aveva diretto in una piccola parte ne "La corsa più pazza d'America".

7 agosto 2016

The raid - Redenzione (G. Evans, 2011)

The Raid - Redenzione (Serbuan maut, aka The Raid)
di Gareth Evans – Indonesia/USA 2011
con Iko Uwais, Donny Alamsyah
*1/2

Visto in divx, con Giovanni.

Una squadra delle forze speciali di polizia irrompe nel palazzo dove si nasconde un boss della droga. Ma l'intero edificio di quindici piani è sotto il controllo del malvivente, e ben presto i poliziotti da predatori diventano prede, costretti a difendersi dagli attacchi di tutti gli inquilini... Al suo secondo film sul pencak silat (un'arte marziale indonesiana), e con lo stesso protagonista del precedente "Merantau" (Iko Uwais, qui nei panni della giovane recluta Rama che scopre che una delle guardie del corpo del boss è suo fratello Andi), il regista gallese Gareth Evans alza la posta e realizza una pellicola d'azione praticamente senza pause: a parte i cinque minuti introduttivi, il film è tutto un susseguirsi di scontri e combattimenti, estremamente duri e cruenti, pieni di energia e ben coreografati anche se talvolta con un eccesso di effetti digitali. Purtroppo, oltre a questi c'è ben poco: la trama è esile, i personaggi non hanno caratterizzazione o profondità, i dialoghi sono stereotipati (soprattutto quelli della prima parte, che racconta l'irruzione della polizia nel palazzo, che sembrano uscire da un film bellico di serie Z) e i contenuti del tutto sacrificati a una furiosa e viscerale messa in scena che procede solo per accumulo, priva di qualsivoglia spessore e degna – è la definizione degli stessi filmmaker – di un "survival horror". I combattimenti, come detto, sono l'unica ragion d'essere del film: da ricordare, in particolare, quello in cui Rama e Andi affrontano Mad Dog (Yayan Ruhian), braccio destro del boss, che tiene loro testa in uno contro due. Ma sembra quasi di assistere a un videogioco, con il protagonista che terminato ogni scontro è sempre di nuovo in forma per il successivo. Buon successo di pubblico, che ha portato alla realizzazione di un sequel. Si era parlato anche di un remake americano, ma per ora non se ne è fatto nulla.

24 luglio 2016

Il ventaglio bianco (Jackie Chan, 1980)

Il ventaglio bianco (Shi di chu ma, aka The Young Master)
di Jackie Chan – Hong Kong 1980
con Jackie Chan, Yuen Biao
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Alla ricerca del fratello Tiger (Wei Pai), espulso dalla scuola di arti marziali dopo aver tradito la fiducia del maestro e aver gareggiato per una scuola rivale, l'orfano Dragon (Jackie Chan) viene scambiato per lui, che nel frattempo è diventato un criminale noto come "Ventaglio bianco". Dovrà così vedersela con il capo della polizia (Shih Kien), sua figlia (Lily Li) e suo figlio (Yuen Biao), prima di dimostrare la propria innocenza e ottenere la grazia per il fratello sconfiggendo Kam (Hwang In-shik), il leader della gang di banditi. Alla sua seconda regia (dopo "Fearless Hyena"), Jackie continua il suo percorso di ibridazione del gongfupian con la commedia slapstick. Se l'incipit è ancora abbastanza tradizionale (il solito setting con le scuole rivali, i temi del tradimento e della vendetta), pur abbellito dall'insolita sequenza del combattimento fra i due leoni che danzano, dopo una quarantina di minuti la pellicola cambia decisamente registro, dimenticando persino momentaneamente la trama principale per virare su una serie di sequenze comiche che garantiscono un divertimento senza freni. Il mutamento, forse non a caso, avviene nel momento in cui Dragon incontra il personaggio interpretato da Yuen Biao: questi, compagno di allenamento di Jackie all'Opera di Pechino sin dall'infanzia, e fino ad allora confinato a ruoli marginali o come stuntman e controfigura (anche per Bruce Lee!), appare qui per la prima volta in una parte degna di nota a fianco dell'amico, con il quale continuerà a collaborare per tutti gli anni ottanta (e quando ai due si unirà anche Sammo Hung, avremo un terzetto che entrerà nella storia del cinema di arti marziali). Alle tante gag, più o meno sconclusionate (le sabbie mobili, la scena della doccia, quella del pesce rosso), si alternano combattimenti pieni di inventiva, con i personaggi che utilizzano le armi più particolari: il ventaglio per Jackie, la panchetta per Yuen Biao, la gonna (!) per Lily Li, che sarà imitata dallo stesso protagonista nella scena al mercato (con tanto di musica spagnoleggiante). Si nota sempre di più la propensione dell'attore a sfruttare gli ambienti e gli oggetti a portata di mano per dar vita a coreografie originali e sorprendenti. Memorabile il finale, quando Dragon riesce ad avere la meglio sul rivale (più forte di lui) soltanto dopo aver bevuto per sbaglio dell'olio combustibile, che gli dona momentaneamente una super resistenza. Insieme al suo pseudo-seguito "I due cugini" (ovvero "Dragon Lord"), il film rappresenta il canto del cigno del periodo "classico" di Jackie, prima di spostare l'ambientazione delle sue pellicole in epoca contemporanea e moderna. Segna inoltre l'inizio della sua collaborazione con la casa di produzione Golden Harvest di Raymond Chow e Leonard Ho, per la quale usciranno tutti i suoi lavori successivi.

11 gennaio 2016

Merantau (Gareth Evans, 2009)

Merantau (id.)
di Gareth Evans – Indonesia 2009
con Iko Uwais, Sisca Jessica
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Secondo le tradizioni dei Minangkabau, un gruppo etnico che vive sull'isola di Sumatra, tutti i giovani, prima di entrare nell'età adulta, devono abbandonare la propria casa per compiere un "viaggio iniziatico" in cerca di fortuna e alla scoperta del proprio posto nel mondo. Così fa anche il protagonista di questo onesto film di arti marziali, diretto da un regista gallese in trasferta in Indonesia, che porta sullo schermo le tecniche di una particolare disciplina chiamata pencak silat. Se la storia in sé non è particolarmente originale (giunto a Giacarta, il protagonista Yuda si mette nei guai quando decide di proteggere una ragazza, scatenando l'ira di un gangster occidentale che traffica in schiave sessuali), anche se il finale nella sua ingenuità riesce comunque a sorprendere, la confezione è accattivante e soprattutto le scene d'azione sono soddisfacenti e realistiche. Risparmiandoci coreografie confuse, movimenti iper-accentuati o un montaggio che "spezza" l'azione (difetti di gran parte dell'action contemporaneo), il film mostra combattimenti semplici e grezzi ma ricchi di impeto e fisicità, con Uwais che ricorda a tratti Jackie Chan nel suo modo di sfruttare l'ambiente circostante e gli oggetti a sua disposizione. Agli appassionati del genere non dispiacerà di certo, anche perché rappresenta una boccata d'aria fresca in un filone che negli ultimi decenni ha un po' perso di vista quella viscerale spontaneità che ne costituiva uno dei punti di forza fino agli anni ottanta. Il regista collaborerà con Uwais anche nel successivo "The Raid: Redemption", il film che lo ha portato definitivamente sotto i riflettori.

14 dicembre 2014

La prova (Jean-Claude Van Damme, 1996)

La prova (The quest)
di Jean-Claude Van Damme – USA 1996
con Jean-Claude Van Damme, Roger Moore
**1/2

Rivisto in TV.

Negli anni venti, in una città segreta nel cuore del Tibet, viene organizzato un grande torneo di arti marziali al quale partecipano sedici campioni provenienti da ogni parte del mondo. In sostituzione del rappresentante americano, il pugile Maxie Devine (James Remar), si presenta Christopher Dubois (Van Damme), saltimbanco di strada reduce da mille peripezie (fuggito dalla propria patria perché nei guai con i gangster e la polizia, viene imprigionato dai pirati e poi venduto come schiavo su un'isola del sud-est asiatico, dove è addestrato all'arte del muay thai). Il premio per il vincitore è un'enorme statua d'oro che rappresenta un drago: ma per conquistarla, Dubois dovrà sconfiggere numerosi avversari, ciascuno in rappresentanza di una diversa nazione e dotato di una tecnica differente (il cinese usa il wushu, il giapponese il sumo, il francese il savate, il russo il sambo, il brasiliano la capoeira, il greco il pancrazio, ecc.). L'esordio di Van Damme alla regia ricorda nella trama il suo primo successo da attore, "Senza esclusione di colpi", anch'esso incentrato su un torneo di combattimenti a tecnica libera, ma a differenza di quello può contare su una buona confezione (ottima la fotografia, suggestivi gli scenari esotici). Prima che cominci il torneo, c'è una parte (forse un po' troppo lunga) che introduce il personaggio nel setting della Grande Depressione e ci mostra come arriva in Tibet, in compagnia del trafficante-contrabbandiere Lord Dobbs (Roger Moore) e della bella giornalista Carrie Newton (Janet Gunn). Ma è solo dall'inizio dei vari scontri che la pellicola decolla veramente, ricordando a tratti videogiochi come "Street Fighter" (per la caratterizzazione dei diversi personaggi) o il torneo Tenkaichi di "Dragon Ball" (assistiamo qui a tutti gli incontri, non solo a quelli che coinvolgono il protagonista: gli ottavi di finale, i quarti, le due semifinali e la finale contro il campione mongolo). Per i fan di Van Damme, ma non solo.