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31 luglio 2023

Avatar 2 (James Cameron, 2022)

Avatar: La via dell'acqua (Avatar: The Way of Water)
di James Cameron – USA 2022
con Sam Worthington, Stephen Lang
**

Visto in TV (Disney+).

Per proteggere la propria famiglia – la moglie Neytiri (Zoe Saldana) e i quattro figli Neteyam, Lo'ak, Tuk e Kiri (Sigourney Weaver!), quest'ultima adottata – dalla vendetta del redivivo colonnello Quaritch (Stephen Lang), tornato su Pandora nel corpo clonato di un Na'vi insieme a una nuova forza di invasione terrestre, l'ex marine Jake Sully (Sam Worthington) – diventato nel frattempo un capoclan Na'vi col nome di Omaticaya – decide di abbandonare insieme a loro il mondo delle foreste e di stabilirsi presso le tribù indigene che vivono sulla costa, vicino alle barriere coralline. Qui i suoi figli imparano le usanze dei popoli marini, "la via dell'acqua", cercando di integrarsi fra loro. Ma il colonnello li rintraccia lo stesso, e lo scontro sarà inevitabile. L'enorme successo commerciale di "Avatar", nel 2009, aveva portato James Cameron a mettere quasi immediatamente in cantiere un sequel, anzi una serie di seguiti (ne sono previsti quattro, per ora), la cui lavorazione si è però protratta talmente a lungo che il primo di questi è uscito ben tredici anni dopo il prototipo. Tredici anni in cui il mondo del cinema è andato avanti, in molteplici direzioni: la febbre del 3D (che tanto aveva contribuito agli incassi del primo film), per esempio, è quasi svanita. Il che aveva spinto molti analisti a immaginare un sonoro flop per il secondo "Avatar", anche considerando il fatto che il primo aveva lasciato ben poco nell'immaginario collettivo. E invece, ancora una volta Cameron ha avuto ragione, almeno dal punto di vista commerciale: "La via dell'acqua" ha fatto sfracelli al botteghino, incassando oltre due miliardi di dollari in tutto il mondo. Tecnicamente impeccabile, narrativamente parlando però è carente quasi quanto il film precedente: una storia esile e poco interessante, situazioni stereotipate (i bulli, le dinamiche da teenager), dialoghi mediocri, personaggi debolmente o per nulla caratterizzati.

Il punto di forza, ancora una volta, sono le immagini: l'aspetto visivo è spettacolare, anche se tutto è CGI e animazione digitale, per una serie di scenari "esageratamente" belli ma anche incapaci di offrire autentici agganci emotivi. È videografica (nemmeno videoarte), non più cinema, e più che a un film sembra di assistere a uno screensaver o a uno di quei filmati dimostrativi che scorrono sugli schermi dei televisori messi in mostra nei negozi di elettronica. Così come è difficile riconoscere gli attori dietro i loro "avatar" digitali (ho scoperto che uno dei personaggi è interpretato da Kate Winslet soltanto leggendo i titoli di coda). Fra i soggetti affrontati, sorvolando sugli abusati temi sul concetto di famiglia, spicca quello dell'incontro fra le diverse culture, che riguarda sia i buoni (la famiglia di Sully che cerca di integrarsi dei Na'vi del mare) sia i cattivi (Quaritch e i suoi uomini cercano di "imparare a pensare come il nemico"). Continua invece a mancare ogni riflessione sull'identità, a dispetto del titolo della franchise. Riguardo al world building, si ripetono gli stessi temi del primo film, a partire dalla "comunione con la natura", che qui si riflette nel rapporto fra i clan del mare e i giganteschi tulkun, enormi cetacei "intelligenti e sensibili" a cui ovviamente i cattivi danno la caccia come, sulla Terra, fanno le baleniere. Sully resta ai margini di quasi tutta la pellicola, lasciando il proscenio ai figli, salvo affrontare il cattivo nel finale. Fra i nuovi personaggi spicca "Spider" (Jack Champion), il figlio del colonnello, cresciuto fra i Na'vi e diventato amico dei figli di Sully, che si aggira fra gli indigeni quale unico umano con una maschera per respirare (ricordando in questo la Sandy Cheeks di Spongebob!). Nonostante la lunga durata (oltre tre ore), il film è complessivamente inconcludente nel quadro più ampio (la nuova invasione terrestre non viene sventata) e fa solo da preambolo ai capitoli successivi. Premio Oscar per gli effetti speciali, più altre tre nomination (sonoro, scenografie e film, quest'ultima regalata).

20 maggio 2022

Ghostbusters: Legacy (J. Reitman, 2021)

Ghostbusters: Legacy (Ghostbusters: Afterlife)
di Jason Reitman – USA 2021
con Mckenna Grace, Finn Wolfhard
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Trasferitisi con la madre Callie (Carrie Coon) nella fattoria in Oklahoma ereditata dal nonno materno, da poco defunto, i giovani Trevor (Finn Wolfhard) e Phoebe (Mckenna Grace) scoprono che questi non era altro che Egon Spengler, uno degli originali "Acchiappafantasmi" che nel 1984 salvarono New York dall'invasione di Gozer, divinità sumera che sta per tornare proprio nella tranquilla cittadina di Summerville... Sequel diretto (e in "tempo reale": sono passati quasi quarant'anni sia nella finzione che nella "realtà") del cult movie di Ivan Reitman, con la regia del figlio d'arte Jason, che fa giustamente finta che il brutto reboot del 2016 non sia mai esistito. Oltre a presentare una "nuova generazione" di Acchiappafantasmi (termine correttamente usato nel doppiaggio italiano, anche se non nel titolo), è anche un omaggio nostalgico e celebrativo alla pellicola originale, di cui riappaiono in brevi apparizioni i personaggi principali (e i loro attori: Dan Aykroyd, Bill Murray, Ernie Hudson, Annie Potts e, solo sui titoli di coda, Sigourney Weaver; Harold Ramis, nel frattempo defunto, è invece sostituito dallo stesso Ivan Reitman, in versione fantasma, in una serie di scene assai toccanti). Lungi dal deludere come ci si sarebbe potuti attendere, la pellicola è a tratti sorprendente: nella prima parte presenta toni piuttosto diversi da quelli comici del passato, calcando maggiormente sul versante misterioso e drammatico, quasi da horror familiare, e mantenendo però il misterioso connubio fra scienza e soprannaturale (nella fattoria del nonno, i ragazzi ritrovano tutte le vecchie apparecchiature dei Ghostbusters, comprese le trappole, gli zaini protonici e l'automobile Ecto-1, rimettendole in funzione con l'aiuto del fantasma di Egon). I nuovi personaggi sono divertenti ed eccentrici – compresi comprimari come il piccolo complottista Podcast (Logan Kim), che stringe amicizia con la nerd Phoebe; l'insegnante-sismologo Gary Grooberson (Paul Rudd), che proietta vecchi film horror per gli studenti in classe; e Lucky (Celeste O'Connor), la figlia dello sceriffo locale, che prende in simpatia Trevor – e con il loro umorismo (diverso, ma non troppo, da quello originale) traghettano la pellicola fino a una parte finale che, a dire il vero, ha il difetto di riproporre le stesse situazioni del primo film, nonché di riesumarne il villain (Gozer il gozeriano, appunto, con i suoi lacché Mastro di chiavi e Guardia di porta) e le dinamiche (l'unica differenza è l'ambientazione, praticamente all'opposto, con il deserto dell'Oklahoma al posto della caotica città newyorkese). Persino l'uomo dei marshmallow Stay Puft fa una ricomparsa, stavolta in versione minuscola (e multipla). Nel complesso, però, la pellicola lascia una buona impressione, anche se strada facendo si trasforma da un'avventura a sé stante in una nostalgica (e commovente, dato il nome del regista, anche sceneggiatore, e il coinvolgimento del cast originale) rivisitazione del passato, quasi alla "Stranger Things" (non un caso, vista anche la presenza di Wolfhard). Olivia Wilde è Gozer, J.K. Simmons il (redivivo) architetto folle Ivo Shandor, solamente citato nel primo film. La dedica finale, ovviamente, è "per Harold" (Ramis).

23 novembre 2020

Ghostbusters (Paul Feig, 2016)

Ghostbusters (id.), aka Ghostbusters: Answer the Call
di Paul Feig – USA 2016
con Kristen Wiig, Melissa McCarthy
*1/2

Visto in TV.

La fisica teorica Erin Gilbert (Kristen Wiig) e l'amica di un tempo Abby Yates (Melissa McCarthy), insieme alla folle ingegnere Jillian Holtzmann (Kate McKinnon) e all'ex dipendente pubblica Patty Tolan (Leslie Jones), pur incomprese e sbeffeggiate da tutti, si dedicano a dare la caccia ai fantasmi e alle presenze soprannaturali che infestano la città di New York. Remake del leggendario film campione d'incassi del 1984 (o reboot, se vogliamo, visto che nelle intenzioni della casa produttrice avrebbe dovuto dare il via a una nuova serie di pellicole: ma l'insuccesso commerciale e critico ha fermato sul nascere i piani, e nel 2021 dovrebbe arrivare un sequel dei primi due film che ignora completamente questo tentativo). La scelta del gender-bending, ovvero di virare al femminile il sesso dei quattro protagonisti (e, di converso, trasformare al maschile quello della segretaria Janine, che qui è interpretata da Chris Hemsworth), ha scatenato accese controversie prima ancora che il film giungesse nelle sale. Polemiche pretestuose, in effetti: a rendere brutto il film non è tanto quell'aspetto (anche se indice di un certo atteggiamento ipocritamente inclusivo e politicamente corretto), quanto il fatto che la sceneggiatura batta strade già viste, riproponendo la stessa struttura del lungometraggio originale (ma stiracchiandone il ritmo nel tentativo di "giustificare" l'origine di elementi – il logo e il nome degli Acchiappafantasmi, per esempio – che non ne avevano affatto bisogno) senza innovare o proporre una sola idea originale, affondando lo spettatore in un caotico e confuso showdown con fantasmi digitali e poco affascinanti, ma soprattutto che le gag e le battute siano debolissime, stupide (non nel senso di buffe), rozze e pateticamente inadeguate. Non si ride praticamente mai, se non per l'imbarazzo, e non ci sono frasi o situazioni citabili: salverei giusto in parte quelle (tutte sulla stessa falsariga, però) legate alla stupidità del centralinista Kevin, inserite per avere un personaggio maschile ancora più "clueless" delle quattro protagoniste. La tendenza di Hollywood a ripetere all'esaurimento ciò che già è stato fatto e che ha avuto successo in passato, in chiave derivativa o auto-referenziale per scopi puramente commerciali, si sposa dunque a un tentativo forzatissimo di suscitare la risata a tavolino, senza simpatia o spontaneità. Aggiungiamoci la mancanza di un cattivo memorabile, e il disastro è servito: un film che, a parte l'appiglio emotivo per i fan della pellicola originale (che però lo hanno in gran parte rigettato in partenza), si guarda e si dimentica a stretto giro di posta. Tutto sommato adeguate le protagoniste (a parte la McKinnon, completamente scollata dalle altre tre). Brevi camei, fini a sé stessi e in ruoli diversi, degli attori del lungometraggio classico (Bill Murray, Dan Aykroyd, Sigourney Weaver, Ernie Hudson, Annie Potts), e persino di Slimer e dell'uomo dei marshmallow Stay Puft. Nel cast anche Neil Casey, Andy García e Cecily Strong, oltre a una comparsata di Ozzy Osbourne nei panni di sé stesso.

18 novembre 2020

Ghostbusters II (Ivan Reitman, 1989)

Ghostbusters II - Acchiappafantasmi II (Ghostbusters II)
di Ivan Reitman – USA 1989
con Bill Murray, Sigourney Weaver
**

Visto in TV.

A cinque anni di distanza (in tempo reale!) dagli eventi del primo film, terminata l'emergenza soprannaturale causata da Gozer, gli Acchiappafantasmi sono finiti "zampe all'aria" e hanno dovuto trovarsi nuovi lavori. Ma quando una strana melma rosa che scorre nei sotterranei di New York, generata dai pensieri e dalle energie negative degli abitanti della città, comincia a catalizzare nuovi fenomeni ectoplasmatici, i nostri eroi tornano prepotentemente in azione. E scopriranno che la melma è legata all'arrivo in città di un antico dipinto in cui risiede lo spirito di Vigo, "flagello della Carpazia e travaglio della Moldavia", un antesignano di Dracula che progetta di tornare in vita reincarnandosi in Oscar, il figlioletto di Dana Barrett (Sigourney Weaver). Avrò visto il primo "Ghostbusters" decine di volte, sin dalla sua uscita al cinema, ma confesso che per qualche strano motivo non mi era capitato di (voler) guardare il secondo: ho rimediato adesso, con oltre trent'anni di ritardo, in previsione dell'arrivo di un nuovo capitolo nel 2021. Meno divertente del precedente, ne ripropone la medesima struttura e addirittura le stesse situazioni con minime variazioni (per esempio: anziché in prigione, i nostri vengono chiusi in manicomio da un funzionario ottuso e troppo zelante, da cui vengono fatti uscire quando il sindaco di New York non sa più che pesci pigliare; e a camminare per le strade della città come novello Godzilla, al posto dell'uomo della pubblicità dei marshmallow, stavolta è direttamente la Statua della Libertà). Non c'è da stupirsi: nonostante il successo al botteghino, gli attori e il regista non avevano intenzione di "tornare sul luogo del delitto" (Bill Murray, in particolare, si era dichiarato contrario e si era addirittura ritirato dalle scene per quattro anni), e accettarono di realizzare il sequel solo su insistenza dei produttori. Anche la lavorazione della pellicola fu travagliata, con numerose scene riscritte, scartate o modificate a tempo di record. La sceneggiatura (ancora una volta opera di Ramis e Aykroyd) sembra citare, fra le altre cose, il film "Blob". Gli effetti speciali digitali, opera della Industrial Light & Magic, furono supervisionati da Dennis Muren nel generale disinteresse da parte di Reitman.

Anche se non tutto è da buttare (per chi ama i personaggi e il loro mondo c'è comunque di che divertirsi), il problema è il tono ambivalente: da un lato i protagonisti sono cresciuti e maturati, appaiono meno irriverenti e hanno un bambino cui badare (c'è chi ha definito il film "Four ghostbusters and a baby"); dall'altro, visto che nel frattempo la franchise era rimasta popolare grazie al cartone animato "The real ghostbusters" (il che spiega l'inserimento di alcune scene con il fantasmino Slimer o il fatto che Winston non abbia i baffi), il target si è abbassato e i contenuti sono diventati autoreferenziali e ripetitivi, con tutti i difetti di un sequel che non osa distaccarsi dal suo prototipo (o cercare di superarlo). Il risultato non è mai in grado di lasciare a bocca aperta o di sorprendere genuinamente (con pochissime eccezioni: suggestiva, per esempio, la scena in cui il Titanic attracca al porto con il suo carico di fantasmi). Anche il rapporto romantico fra Peter (Murray) e Dana convince poco, forse perché fra i due attori (e i rispettivi, diversissimi, stili di recitazione) non c'è grande alchimia. Se dal primo film tornano tutti i principali interpreti (Dan Aykroyd, Harold Ramis, Ernie Hudson, Rick Moranis, Arnie Potts, e persino David Margulies nel ruolo del sindaco), fra le new entry spicca Peter MacNicol nella parte di Janosz, il restauratore di origine est-europea che corteggia Dana e che viene "posseduto" da Vigo (interpretato a sua volta dal wrestler Wilhelm von Homburg, anche se la voce in originale è quella di Max von Sydow). Protagonista, a ben vedere, è inoltre la stessa città di New York, persino più che nel primo episodio. Nonostante qualche scivolone sui riferimenti culturali (leggi qui), l'adattamento italiano è ricco di frasi e battute memorabili quanto il film precedente ("Ottimo Louis, breve ma affossante", "Momenti di melma", "Noi redivivi... Loro redimorti!"). I personaggi pronunciano esplicitamente per la prima volta anche il celebre slogan "E chi chiamerai?" ("Who you gonna call?"), dalla canzone di Ray Parker Jr. I numerosi tentativi di realizzare un terzo capitolo non porteranno a nulla per molti anni, fino allo sfortunato reboot al femminile del 2016. Nel 2021, come detto, sarà Jason Reitman (il figlio di Ivan, che in questo film interpreta il bambino che insulta i Ghostbusters alla festa!) a firmare un nuovo sequel ufficiale.

13 novembre 2020

Ghostbusters (Ivan Reitman, 1984)

Ghostbusters - Acchiappafantasmi (Ghostbusters)
di Ivan Reitman – USA 1984
con Bill Murray, Dan Aykroyd, Harold Ramis
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Cacciati dall'università, tre eccentrici ricercatori – Peter Venkman (Murray), Raymond Stantz (Aykroyd) ed Egon Spengler (Ramis) – decidono di mettere in pratica i propri studi sul paranormale trasformandosi in cacciatori professionisti di fantasmi ("Ghostbusters", appunto, chiamati nel doppiaggio italiano sempre "Acchiappafantasmi"). Il momento non potrebbe essere più propizio, visto che le strade e gli edifici di New York sembrano traboccare di ectoplasmi e presenze spiritiche: la colpa è di "Gozer il gozeriano", antica divinità sumera che sta progettando il proprio ritorno sulla Terra... Da un'idea originale di Dan Aykroyd (ispirata al cartoon Disney "Topolino e i fantasmi" del 1937 e ai film comici sul paranormale con Bob Hope e Abbott & Costello degli anni '40 e '50), che avrebbe voluto interpretarla con l'amico John Belushi e che, dopo la morte di quest'ultimo, riscrisse la sceneggiatura insieme ad Harold Ramis, una commedia entrata nella storia del cinema fantastico e diventata un fenomeno culturale per il suo indovinato mix di ironia, leggerezza e understatement e per aver completamente rinnovato un genere popolare, dando vita ai blockbuster horror-comici e aprendo la strada a numerosi epigoni. I quattro acchiappafantasmi (al trio succitato si aggiungerà infatti il nero Winston Zeddemore (Ernie Hudson), personaggio che era stato pensato per Eddie Murphy ma che sembra francamente superfluo e aggiunto solo per adempire alla "quota minoranze") agiscono più come pompieri (d'altronde la loro sede è una stazione in disuso dei vigili del fuoco) o disinfestatori (con tanto di veicolo ed equipaggiamento apposito, nonché sede ufficiale e spot pubblicitari) che come "tradizionali" indagatori del paranormale, sfruttando attrezzature basate sulla scienza (in particolare la fisica nucleare: memorabili gli "invertitori protonici" e le trappole) anziché formule magiche o rituali esoterici. Il contrasto fra il realismo del contesto (quasi una banalità del quotidiano) e la natura magica, demoniaca o fantastica delle minacce non potrebbe essere più stridente. Un esempio è proprio Gozer il distruggitore: la sua forma finale (che non è l'uomo Michelin, come molti spettatori italiani hanno pensato, anche se ad esso effettivamente si ispira) viene preannunciata da svariate inquadrature della pubblicità dei marshmallow (le famigerate "toffolette" delle strisce dei Peanuts, descritte impropriamente come "gnocchi di lichene" nei dialoghi), con tanto di nome o marchio fittizio "Stay Puft". Le scene in cui il gigantesco personaggio cammina e semina il panico per le strade di New York sembrano peraltro ispirate ai classici film di mostri come "Godzilla".

Al successo del film hanno contribuito le ottime prove attoriali, in parte improvvisate (su tutte quella di Bill Murray, che dà vita a un personaggio perennemente disincantato e sarcastico; ma i tre protagonisti si divisero i ruoli a seconda del carattere dei personaggi: Venkman, con la sua parlantina e la battuta sempre pronta, è il frontman o il "venditore" del gruppo; Raymond è il tecnico mani-in-pasta, nonché il più ingenuo, idealista ed entusiasta dei tre; Egon, infine, è il teorico, l'intellettuale che si basa stoicamente sui fatti), con un cast che comprende una Sigourney Weaver bella come non mai in un raro – per lei – ruolo da commedia (Dana Barrett, musicista che abita nell'edificio dove si manifesta Gozer, nonché prima cliente dell'agenzia dei nostri eroi), Rick Moranis (Louis Tully, il suo buffo e inetto vicino di casa: i due vengono "posseduti" dai lacché demoniaci della divinità sumera, trasformandosi negli strumenti del suo ritorno, rispettivamente il "Guardia di porta" e il "Mastro di chiavi"), Annie Potts (Janine, la segretaria) e William Atherton (Walter Peck, l'ottuso agente per la protezione ambientale). David Margulies è il sindaco di New York, la modella androgina Slavitza Jovan interpreta Gozer nella forma originale, Michael Ensign il manager dell'hotel, Alice Drummond la bibliotecaria (cito anche questi perché, pur apparendo soltanto in poche scene, lasciano un forte ricordo nello spettatore). E naturalmente ci sono i personaggi realizzati attraverso gli effetti speciali, su tutti l'ingordo e dispettoso fantasmino verde Slimer (che diventerà una mascotte ricorrente nella serie animata che sarà tratta dal film) e i due cani-gargoyle demoniaci al servizio di Gozer. A divertire è anche la scoppiettante sceneggiatura, piena di frasi e battute da "citare" a memoria (è uno dei film più ricchi in assoluto da questo punto di vista, grazie anche a un ottimo lavoro di adattamento e doppiaggio nella versione italiana), come "Non incrociare i flussi. Sarebbe male", "Faccio sempre confusione tra il bene e il male", "Mi ha smerdato" ("He slimed me", in originale), "Venimmo, vedemmo, e lo inculammo!", "Ben arguito, ma errato", "Chiamalo fato, chiamala fortuna...", "Ma questa è la fiera del precotto!", "Abbiamo un problema in comune: lei", "Digli del plum cake", "Colleziono spore, muffe e funghi", "Ok, chi ha portato il cane?", "Un deficiente ha portato un coguaro a una festa, e si è inferocito", e persino le frasi di Gozer come "Sei tu un dio?" e "Scegliete e perite" sono memorabili.

L'ampio e dispendioso uso di effetti speciali, anche digitali (oltre a modellini e pupazzi), fu una novità per una commedia, genere all'epoca non associato ai blockbuster hollywoodiani: vennero realizzati da diversi studi, coordinati da Richard Edlund. L'aspetto di Slimer (un omaggio postumo a John Belushi) fu creato da Steve Johnson, mentre Randy Cook si occupò dei due cani demoniaci Zuul e Vinz, animati in stop motion. A parte le scene girate in studio a Hollywood, molte riprese furono effettuate direttamente in luoghi più o meno celebri di New York, come la biblioteca pubblica, il municipio, il Lincoln Center e Columbus Circle. La sede dei Ghostbusters è nel quartiere Tribeca, mentre l'edificio di Gozer si trova in Central Park West. Il logo del film con il fantasmino nel segnale di divieto, riconoscibilissimo, fu disegnato dall'art director Michael C. Gross e fece la fortuna del merchandising associato (si tratta di uno dei primi esempi hollywoodiani, dopo "Guerre stellari", di pellicola che generò enormi profitti anche al di fuori delle sale, sotto forma di giocattoli o altri prodotti). La colonna sonora è di Elmer Bernstein, ma ad essere rimasta celebre è la canzone "Ghostbusters" di Ray Parker Jr., una grande hit all'epoca (spudoratamente ispirata a "I Want a New Drug" di Huey Lewis and the News, che fece causa). Girato in piena era Reagan, il film ha anche una lettura "politica", con la libera impresa privata minacciata dall'ingerenza della burocrazia (in un certo senso è l'agente dell'ENPA, Peck, il vero antagonista) e in grado di salvare la situazione quando le autorità governative si dimostrano impotenti. Reitman, Murray e Ramis avevano già lavorato insieme in "Polpette" e "Stripes - Un plotone di svitati", mentre Murray e Aykroyd (così come Belushi e Murphy, che avrebbero dovuto far parte del progetto) erano apparsi ovviamente insieme nel cast del "Saturday Night Live". Il ruolo di Louis, andato poi a Moranis, era stato pensato inizialmente per John Candy. Il titolo "Ghostbusters" è coincidentalmente simile a quello di una serie televisiva del 1975, "The ghost busters", che sarà rilanciata nel 1986 in forma di cartone animato sull'onda dell'enorme successo del film. Di converso, per distinguersi da questa, la serie animata ufficiale tratta dalla pellicola si chiamerà "The real ghostbusters". Oltre a dar vita a una vera e propria franchise (anche con fumetti e videogiochi), il film avrà un sequel nel 1989 (con lo stesso cast) e uno sfortunato reboot virato al femminile nel 2016. E nel 2021, Covid permettendo, dovrebbe uscire un nuovo film diretto da Jason Reitman, figlio del regista originale.

16 agosto 2020

The Meyerowitz stories (N. Baumbach, 2017)

The Meyerowitz stories (new and selected) (id.)
di Noah Baumbach – USA 2017
con Adam Sandler, Ben Stiller, Dustin Hoffman
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

I rapporti fra l'anziano scultore astratto Harold Meyerowitz (Dustin Hoffman) e i suoi tre figli – di letti diversi – Danny (Adam Sandler), Matthew (Ben Stiller) e Jean (Elizabeth Marvel), non sono mai stati idilliaci. A ostacolarli sono la personalità scorbutica del genitore, il suo rifiuto a riconoscere le qualità dei figli, le delusioni, le incomprensioni e i rancori. Poco prima dell'inaugurazione di una mostra dedicata al padre, questi viene improvvisamente ricoverato in ospedale: l'occasione fa ravvicinare i fratelli, in particolare Danny e Matthew, ma li fa anche prendere coscienza del distacco comunicativo che è sempre serpeggiato in famiglia. Ottimi attori, dialoghi verbosi e un accurato ritratto psicologico, con sguardo dolceamaro, per una famiglia disfunzionale di artisti e intellettuali di Manhattan (con l'eccezione di Danny, che fa il contabile e si è trasferito a Los Angeles), nel quale Baumbach riversa tutti i temi a lui cari, a partire dalla disgregazione della famiglia sullo sfondo della scena culturale di New York (si citano numerosi artisti, libri, film). Ad aiutarlo c'è un gruppo di attori in gamba, che recitano a metà fra la commedia e il drammatico, e una serie di scenette di vita quotidiana che mettono in luce le incomprensioni, i sentimenti e i rancori nascosti dei personaggi: c'è chi fa un bilancio fallimentare della propria vita, chi si confronta con il padre ingombrante, chi non si accorge di non aver mai voluto instaurare un'autentica relazione (Harold, per esempio, non guarda mai in faccia i figli mentre parla, o cambia sempre discorso). Emma Thompson è Maureen, la nuova moglie di Harold, giovane e alcolista. Grace Van Patten è Eliza, la figlia di Danny, ulteriore artista in famiglia (che, chissà, forse non commetterà gli errori di chi l'ha preceduta). Judd Hirsch è L.J. Shapiro, amico di collega di Harold che, a differenza di lui, è rimasto sulla cresta dell'onda. Brevi apparizioni per Adam Driver (uno dei clienti di Matthew) e per Sigourney Weaver (nei panni di sé stessa).

19 ottobre 2019

1492 - La conquista del paradiso (R. Scott, 1992)

1492 - La conquista del paradiso (1492: Conquest of Paradise)
di Ridley Scott – Francia/Spagna/USA/GB 1992
con Gérard Depardieu, Sigourney Weaver
*1/2

Rivisto in DVD.

Realizzato per il 500° anniversario della scoperta dell'America, un biopic su Cristoforo Colombo che racconta i suoi viaggi, l'approdo su quelle che credeva essere le coste orientali dell'India e il tentativo di stabilire le prime colonie d'oltremare. Semplicistico, lineare e mai emozionante (anche perché privo di qualsiasi sottigliezza), il film è un polpettone informe e senza guizzi, con una sceneggiatura scolastica, una ricostruzione storica romanzata e stereotipata e una regia di maniera. Inoltre, pur sfiorando il tema del "paradiso perduto" (l'arrivo degli spagnoli in America porta ben presto la morte, la violenza e la barbarie, insanguinando quello che sembrava un luogo idilliaco), i fari della vicenda restano sempre puntati sulla figura – in fondo non così interessante – di Colombo, ritratto in modo vago come idealista e ambizioso al tempo stesso: e manca una seria e sincera riflessione su quelle che saranno davvero le conseguenze del suo viaggio, soprattutto per le popolazioni indigene (ma questa è un'altra storia). Realizzato come co-produzione internazionale (e si vede dal cast: oltre a Gérard Depardieu come protagonista e Sigourney Weaver come regina Isabella, ci sono anche Tchéky Karyo, Armand Assante, Fernando Rey, Michael Wincott e Ángela Molina), il film rappresenta l'inizio del periodo meno ispirato e brillante della carriera di Ridley Scott, che, messosi alle spalle i suoi capolavori, di fatto non tornerà mai più ai livelli precedenti (pur firmando ancora alcuni occasionali successi di pubblico – vedi "Il gladiatore" – e di critica – vedi "Sopravvissuto - The martian"). La cosa migliore del film, oltre alle interpretazioni e alla splendida fotografia "pubblicitaria" di Adrian Biddle (le navi che veleggiano al tramonto, o la luce del sole che si riflette sulle onde), rimane senza dubbio la colonna sonora di Vangelis (alla seconda collaborazione con Scott dopo "Blade runner"), con il suo tema enfatico e corale ispirato alla "Follia" medievale. Anche la Weaver aveva già lavorato con il regista (in "Alien").

10 settembre 2017

Quella casa nel bosco (D. Goddard, 2012)

Quella casa nel bosco (The Cabin in the Woods)
di Drew Goddard – USA 2012
con Kristen Connolly, Fran Kranz
**1/2

Visto in divx.

Cinque studenti di college si recano a passare il weekend in una casa isolata nel bosco. Qui risveglieranno delle creature misteriose che tenteranno di ucciderli uno a uno. Il solito horror slasher/gore, ispirato ai film di Sam Raimi e Wes Craven? No, perché all'insaputa dei ragazzi, due tecnici in un laboratorio sotterraneo stanno osservando tutto quello che succede, monitorandoli attraverso video e manipolando le loro azioni e l'ambiente circostante: gli stessi mostri con cui hanno a che fare – una famiglia di redneck zombie – sono soltanto una delle molte possibilità dovute alle loro scelte (e che comprendono l'intero campionario delle creature classiche dei film dell'orrore, in tutti i suoi sottogeneri, dai licantropi alle mummie, dai fantasmi ai mostri alieni). Dopo la decostruzione operata da "Scream", non sembrava possibile approcciare il genere horror in maniera nuovamente originale e sorprendente, riutilizzando peraltro cliché e materiale già visto mille volte e i cui meccanismi di base sono ormai irrimediabilmente e scopertamente ben noti allo spettatore. Ci riesce invece questa brillante pellicola, ideata e scritta dal regista insieme a Joss Whedon (anche produttore), che recupera tutte le caratteristiche fondanti del genere e le mescola con una robusta dose di comicità e di cinismo, senza infrangerne le regole ma anzi "giustificandole" e interpretandole alla luce di un disegno più grande, anch'esso classicamente horror (per la precisione, lovecraftiano). Se "Scream" si prendeva gioco dei luoghi comuni degli horror, questo film prova a spiegare il motivo della loro esistenza, senza peraltro mai invadere il territorio della parodia. Molteplici pure le letture: da quella metacinematografica (una forte critica di Hollywood e della sua attività produttiva, che serve a dare in pasto agli spettatori pellicole fatte con lo stampino ma in grado di solleticare i loro istinti; in ogni caso, ce n'è anche per le industrie di altri paesi, quella degli horror giapponesi in primis) e tecnologico-voyeuristica (con echi di Haneke, si pensi a "Funny Games"), alla lettura generazionale (le vittime di questi horror sono sempre adolescenti o giovanissimi, da "sacrificare" per la sopravvivenza degli adulti) e sociale (il laboratorio rappresenta un anonimo posto di lavoro, dove battutine e innocue infrazioni alle regole servono a rompere la banale routine di giornate sempre uguali, mentre le dinamiche fra i colleghi e i rapporti con i capi scorrono su binari meccanici e mondani: qui il contrasto è con la natura edonistica, anarchica e anti-sistema dei giovani protagonisti). I cinque ragazzi – veri stereotipi del genere: il bello è che qui la cosa è ampiamente giustificata – sono interpretati da Kristen Connolly ("la vergine", che come ci aveva insegnato già "Scream" è destinata a essere l'ultima a sopravvivere), Anna Hutchison ("la puttana": lei invece è inevitabilmente la prima a morire), Chris Hemsworth ("l'atleta"), Jesse Williams ("lo studioso") e Fran Kranz ("il buffone"). I tecnici di laboratorio sono Richard Jenkins e Bradley Whitford. Nel finale, cameo a sorpresa per Sigourney Weaver. Goddard, all'esordio come regista, è un collaboratore di Whedon di lunga data (come sceneggiatore).

31 luglio 2017

La morte e la fanciulla (R. Polanski, 1994)

La morte e la fanciulla (Death and the Maiden)
di Roman Polanski – USA/GB/F 1994
con Sigourney Weaver, Ben Kingsley
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina e Daniela.

In un paese sudamericano non identificato (modellato sul Cile post-Pinochet), Paulina (Weaver), ex attivista politica sopravvissuta alla prigionia durante la dittatura e ora moglie di Gerardo (Stuart Wilson), un importante avvocato che si occupa di diritti umani, crede di aver identificato nel dottor Miranda (Ben Kingsley) l'uomo responsabile delle torture cui fu brutalmente sottoposta. E lo sequestra nella villa isolata di campagna dove abita col marito, con l'intenzione di estorcergli una piena confessione. Da un dramma teatrale di Ariel Dorfman (che ha contribuito all'adattamento), l'ennesimo magistrale "thriller da camera" polanskiano, che mette in scena tre soli personaggi in una casa e nell'arco di una notte. La tensione è altissima e palpabile, grazie alla maestria del regista (che sfrutta ogni mezzo a disposizione: l'illuminazione di Tonino Delli Colli, le inquadrature, il ritmo della narrazione), a dialoghi ficcanti ed espliciti, a interpreti in stato di grazia (Kingsley e soprattutto la Weaver sfornano forse le prove migliori della loro carriera) e a un soggetto sfaccettato e pieno di ambiguità, che mescola dilemmi morali e drammi personali, l'abuso di potere e il desiderio di giustizia, i sensi di colpa e la ricerca della verità, la vendetta e il perdono, ferite ancora aperte e altre che si aprono solo ora, il confine fra bene e male (non a caso si cita Nietzsche), ribaltando anche i ruoli di vittima e carnefice nell'ottica di un insolito revenge movie. Il risultato è intensissimo e, nonostante l'origine teatrale, tutt'altro che statico. A fare da filo conduttore, come indica il titolo, c'è il quartetto d'archi di Schubert "La morte e la fanciulla", che il dottore ascoltava durante gli stupri e le torture di Paulina, e che lei ha associato in maniera indelebile a quei momenti (quasi come la nona sinfonia di Beethoven in "Arancia meccanica"). E se le premesse del dramma sembrano un po' costruite ad arte (la casa isolata per via di un temporale, il fortuito incontro che porta Miranda nella villa), la storia mantiene la sua potenza e la sua ambiguità fino alla fine, lasciando lo spettatore in dubbio a lungo (e forse anche dopo la conclusione del film) sulla reale colpevolezza o meno di Miranda. Di fronte a un personaggio femminile così forte, che passa da momenti di furiosa violenza ad altri di freddo distacco, dal desiderio di amore e conforto al tragico ricordo della propria degradazione (come nelle scene in cui rievoca i dettagli delle torture subite, raccontati a voce senza che nulla venga mostrato sullo schermo, ma non per questo meno devastanti per lo spettatore), il marito avvocato risulta una figura debole e impotente, il cui desiderio di rispettare la legge a tutti i costi ha un cedimento solo nel finale. Attraverso lui, Dorfman intendeva mettere in dubbio l'efficacia e la reale capacità di fare giustizia delle varie commissioni presidenziali istituite a questo scopo in Cile dopo la dittatura.

16 novembre 2016

Dave - Presidente per un giorno (Ivan Reitman, 1993)

Dave - Presidente per un giorno (Dave)
di Ivan Reitman – USA 1993
con Kevin Kline, Sigourney Weaver
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Il presidente degli Stati Uniti Bill Mitchell (Kevin Kline) ha un collasso mentre si "intrattiene" con una segretaria, e il capo dello staff della Casa Bianca Bob Alexander (Frank Langella), che nutre a sua volta ambizioni politiche, pensa bene di tenere segreta la cosa e di sostituirlo con un sosia perfetto, l'impersonatore Dave Kovic (sempre Kline). Questi dovrebbe limitarsi a fare il fantoccio, controllato dietro le quinte da Bob: ma si appassiona all'incarico e inizia a macinare idee, rivoltando come un calzino la politica corrotta del vero Mitchell sul welfare. Lentamente sia l'opinione pubblica che la first lady Ellen (Sigourney Weaver) cominciano ad essere conquistati dal suo misterioso cambiamento... Fra un film di Frank Capra e una rilettura de "Il prigioniero di Zenda" (o, se vogliamo, di "Kagemusha"), una favoletta a sfondo politico con venature romantiche (il coinvolgimento della first lady, che si innamora del sosia dopo che i rapporti con il vero marito si erano raffreddati, fa pensare al celebre caso seicentesco di Martin Guerre, ma anche al furto dell'identità di Kosaku Kawajiri da parte di Yoshikage Kira nel manga "Le bizzarre avventure di JoJo"). La sceneggiatura di Gary Ross è ingenua ma gradevole, con un mood e una leggerezza molto anni trenta. L'estroso Kline ruba la scena a tutti, ma è indimenticabile Langella nei panni del cattivo. Nel cast anche Kevin Dunn (il capo della comunicazione), Ving Rhames (la guardia del corpo), Laura Linney (la segretaria) e Ben Kingsley (il vicepresidente), più varie celebrità nel suolo di sé stessi (fra gli altri Arnold Schwarzenegger, Larry King, Jay Leno, Oliver Stone, più diversi senatori). Chi ha scelto il sottotitolo italiano probabilmente aveva visto solo i primi dieci minuti.

17 agosto 2016

The village (M. Night Shyamalan, 2004)

The village (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2004
con Bryce Dallas Howard, Joaquin Phoenix
**1/2

Rivisto in TV, con Daniela.

Pennsylvania, fine Ottocento: per sfuggire ai mali e alle violenze del mondo, una comunità religiosa si è ritirata a vivere in un villaggio isolato all'interno di una radura, circondata da una foresta che si dice abitata da misteriose e malvagie creature soprannaturali. Ma l'illusione che il male possa venire solo dall'esterno si rivela fallace: quando Lucius (Joaquin Phoenix), il ragazzo che ama, viene ferito gravemente dal folle e geloso Noah (Adrien Brody), la coraggiosa Ivy (Bryce Dallas Howard) chiede al padre Edward (William Hurt) e agli altri anziani del villaggio il permesso di attraversare la foresta per raggiungere la città, alla quale tutti avevano giurato di non fare mai più ritorno, per procurarsi le medicine necessarie a salvarlo. Dopo "Il sesto senso" e "Unbreakable", Shyamalan (come sempre anche sceneggiatore e produttore) sforna un altro film con il finale a sorpresa, questa volta sotto forma di fiaba gotica. Visto che il pubblico sapeva ormai cosa aspettarsi dal regista indo-americano, questi lo spiazza lasciando intendere per lunghi tratti che il colpo di scena sia legato alla natura delle misteriose creature, prima di ribaltare nel finale il background stesso della storia. Forse il twist ending è meno efficace rispetto ai film precedenti, e anche le premesse non sono del tutto plausibili, ma il significato del film (una riflessione sulla paura e sull'isolazionismo: non a caso la pellicola è stata realizzata negli anni successivi agli attentati dell'11 settembre) va oltre il semplice fattore sorpresa. Il ricco cast (ci sono anche Sigourney Weaver, Brendan Gleeson, Michael Pitt e Jesse Eisenberg) e la buona sceneggiatura (che gioca con le menzogne e i segreti, seminando indizi apparentemente innocui che invece assumono rilevanza solo più tardi) sono serviti da una regia d'atmosfera che mantiene la suspense grazie anche alla colonna sonora di James Newton Howard e a una fotografia interessante per l'uso "narrativo" dei colori: il rosso, il colore del male, è quello associato alle creature (e come tale è bandito dal villaggio), mentre il giallo le tiene lontane (ed ecco che Ivy, quando si avventura nel bosco, indossa una mantella di questa tinta, diventando un vero e proprio "Cappuccetto giallo"). Come in ogni fiaba che si rispetti, inoltre, l'eroina deve avere un handicap: in questo caso è la cecità, che da un lato le impedisce di vedere i pericoli e come stanno realmente le cose, ma dall'altro le permette di leggere in maniera diretta l'anima delle persone, riconoscendone le qualità e i sentimenti.

12 aprile 2016

Alien: la clonazione (J.P. Jeunet, 1997)

Alien: la clonazione (Alien: Resurrection)
di Jean-Pierre Jeunet – USA 1997
con Sigourney Weaver, Winona Ryder
**1/2

Rivisto in DVD.

Sembrava che "Alien³" avesse messo la parola fine alla saga cominciata con il leggendario film di Ridley Scott, ma – miracoli della fantascienza – Ripley è tornata ed è pronta a combattere nuovamente gli xenomorfi. Duecento anni dopo la sua morte, viene infatti riportata in vita da un gruppo di scienziati al servizio dell'esercito, che l'hanno clonata per poter ricreare anche la regina aliena che ospitava dentro di sé. L'esperimento ha successo, ma Ripley stessa scopre di essere mutata in una sorta di ibrido fra uomo e alieno: oltre a forza e agilità incrementate, ha acquisito una sorta di legame empatico con gli extraterrestri. Tuttavia, quando i mostri sfuggono al controllo degli scienziati, la donna si allea con un gruppo di pirati e trafficanti spaziali per fermarli prima che la stazione spaziale, guidata dal pilota automatico, raggiunga la Terra. Del gruppo fa parte anche Call (Winona Ryder), androide di ultima generazione, dotata della capacità di agire in autonomia (un personaggio giovane che nelle intenzioni doveva "svecchiare" la franchise e che avrebbe potuto sostituire la Weaver, o affiancarsi ad essa, nelle successive pellicole). Scritto da un Joss Whedon alle prime armi (che si dichiarò insoddisfatto del risultato finale), il quarto film della saga è diretto dal francese Jean-Pierre Jeunet, reduce da un paio di pellicole interessanti soprattutto per il loro stile visivo ("Delicatessen" e "La città dei bambini perduti", girate insieme all'artista concettuale Marc Caro: ma il sodalizio fra i due si rompe con questo film). Scelto dopo che i produttori avevano inizialmente pensato a Danny Boyle, Peter Jackson e Bryan Singer, Jeunet – che per la prima volta non firma la sceneggiatura di un suo lavoro – porta a bordo molti dei suoi soliti collaboratori, sia tecnici (il responsabile degli effetti speciali Pitof, il direttore della fotografia Darius Khondji) che attori (Ron Perlman, Dominique Pinon). Nel cast ci sono anche Dan Hedaya (il generale) e Brad Dourif (uno degli scienziati).

Se dal punto di vista dell'intrattenimento il film rappresenta un passo avanti rispetto all'infelice terzo capitolo, di sicuro "La clonazione" è però quello più derivativo e meno originale, oltre che il meno "necessario" della franchise, che avrebbe potuto benissimo ritenersi conclusa con il lungometraggio precedente. Il target è decisamente più basso: nonostante occasionali scene "forti" (come quella in cui Ripley incontra i cloni che l'hanno preceduta, tentativi andati male e risultati in creature deformi che mostrano anche fisicamente la loro natura ibrida), la pellicola è più leggera e divertente delle precedenti e si prende meno sul serio, come dimostrano gag, battutine ("Con chi devo scopare per volare via da questa navetta?") e personaggi da fumetto (i pirati, ma non solo). Riguardo alle scene d'azione, sono interessanti quelle che si svolgono nei compartimenti allagati della stazione: guardando gli alieni muoversi sott'acqua, eleganti, agili e veloci nel nuoto, viene da pensare che forse il loro habitat naturale è proprio quello acquatico. Naturalmente non mancano i soliti riferimenti alla maternità ("Sono la madre del mostro", dice Ripley), esplicitati qui da immagini di tessuto biologico, materia uterina (e la stessa acqua citata prima) e dal parto "in diretta" della regina aliena. Anche Ripley, infatti, ha donato a sua volta qualcosa al mostro: un sistema riproduttivo umano. Ne nasce una creatura completamente ibrida, che riconosce sua madre in Ripley (e non nella regina), e che nei bozzetti originari di Jeunet avrebbe dovuto esibire anche genitali umani (sia maschili che femminili: naturalmente la censura hollywoodiana si oppose). Nel finale, Ripley e i pochi sopravvissuti giungono finalmente sulla Terra (la donna commenta: "Anch'io sono una straniera qui"). Si pensava infatti a realizzare un quinto film, ambientato sul nostro pianeta, ma poi (nonostante un possibile coinvolgimento di James Cameron) non se ne fece nulla. In ogni caso, nel 2004 uscirà il crossover "Alien vs. Predator" (non un granché, ma sempre meglio del suo pessimo sequel), e infine Ridley Scott tornerà alle radici della saga con i prequel non richiesti "Prometheus" e "Alien: Covenant".

10 aprile 2016

Alien³ (David Fincher, 1992)

Alien³ (id.)
di David Fincher – USA 1992
con Sigourney Weaver, Charles Dance
**

Rivisto in DVD.

Sulla Sulaco, l'astronave che sta riportando Ripley e i suoi compagni verso la Terra dopo gli eventi di "Aliens", si è introdotta anche una creatura aliena: questa fa precipitare la navetta su Fury 161, un avamposto minerario che funge anche da colonia penale, abitata da una ventina di carcerati che hanno scelto volontariamente di rimanere lì (formando una sorta di comunità religiosa) dopo che ogni attività di estrazione e di fusione è stata interrotta. Ancora una volta Ripley scopre di essere l'unica rimasta in vita, e che con lei nella prigione è giunto uno xenomorfo che semina la morte fra i detenuti. Come se non bastasse, la stessa Ripley è stata impregnata da un facehugger e ospita al suo interno una regina aliena pronta a nascere... Il terzo episodio della serie di Alien (il cui titolo, senza un vero motivo se non un vezzo grafico, presenta il 3 sotto forma di apice, come se si dovesse pronunciare "Alien cubed"), pur scegliendo coraggiosamente di cambiare ancora una volta direzione alla saga, anche a costo di scontentare i fan, risulta purtroppo inferiore in tutto e per tutto ai precedenti capolavori di Ridley Scott e James Cameron. La sua gestazione è stata lunga, difficile e tormentata, con numerosi sceneggiatori (lo scrittore di fantascienza William Gibson, Eric Red, David Twohy) e registi (Renny Harlin, Vincent Ward) succedutisi l'uno all'altro prima che i produttori decidessero di affidare la regia al giovane e inesperto David Fincher, al suo primo lavoro dopo alcuni video musicali e spot pubblicitari. Se l'ambientazione in cui si svolge la storia è interessante (una sorta di prigione-monastero, i cui delicati equilibri vengono turbati dall'arrivo di Ripley – unica donna e fonte di "tentazione" – prima ancora che dall'attacco dell'alieno), per il resto la pellicola – almeno nella versione uscita nelle sale – non sembra dotata di sufficiente energia. Tanto i primi due film avevano rappresentato delle pietre miliari per i rispettivi generi (la fantascienza-horror e l'action-bellico spaziale), tanto questo sembra scarno di idee e povero di suspense, con Fincher che cerca di costruire la tensione tramite ripetute sequenze del mostro in soggettiva e puntando tutte le sue carte su un finale che avrebbe voluto essere definitivo (ma non lo sarà: la franchise proseguirà cinque anni dopo con "Alien: La clonazione").

Il modo in cui vengono fatti subito uscire di scena Newt e Hicks, dopo tutta la fatica fatta da Ripley per salvarli in "Aliens" (in particolare la bambina), è particolarmente anticlimatico e ha suscitato parecchie critiche (anche da chi aveva lavorato ai film precedenti). L'androide Bishop, anch'egli danneggiato oltre ogni possibile riparazione, viene almeno riattivato brevemente dalla protagonista (e Lance Henriksen, nel finale, interpreta anche il Bishop originale, lo scienziato che ha creato gli androidi e che non è altro che uno dei pezzi grossi della compagnia Weyland-Yutani). Alcuni passaggi narrativi sono confusi (come ha potuto un facehugger entrare nella navetta della Sulaco? L'aveva forse lasciato la regina aliena al termine di "Aliens"? E da dove arriva quello che impregna il cane?) e in generale gli elementi più tipici della franchise sono riproposti senza particolare spessore (il mostro alieno non fa mai davvero paura). Anche i personaggi di contorno, a parte Ripley (che sfoggia un inedito look con i capelli rasati a zero), sono meno interessanti rispetto a quelli dei precedenti capitoli: si va dal medico della prigione, Clemens (Charles Dance), a sua volta un ex carcerato, al supervisore Andrews (Brian Glover), dal leader dei detenuti, Dillon (Charles S. Dutton), a vari altri prigioneri pressoché intercambiabili l'uno con l'altro (si riconoscono, fra i tanti, i volti di Paul McGann, Pete Postlethwaite e Ralph Brown). Del tema della religione, introdotto a fianco di quello della prigionia (fondendo di fatto due versioni precedenti della sceneggiatura, una che ambientava la storia in una colonia penale e un'altra in un pianeta-monastero), alla fine non se ne fa nulla di concreto: pare però che una versione estesa e rieditata, uscita nel 2003 (la cosiddetta "Assembly Cut"), insista maggiormente sul simbolismo religioso, di cui nella copia uscita al cinema c'è giusto traccia nel sacrificio finale di Ripley, quando si getta nella fornace nella sequenza più memorabile della pellicola. Rispetto ad "Aliens", spicca la quasi totale assenza di armi e, in parte, di tecnologia, scelta che contribuisce a dare a questo terzo capitolo almeno una sua personale identità. Diverso anche l'aspetto estetico, con la fotografia di Alex Thomson che punta quasi sempre su colori caldi, il rosso e (soprattutto) il giallo, al posto del freddo blu che caratterizzava il film di Cameron.

30 marzo 2016

Aliens (James Cameron, 1986)

Aliens - Scontro finale (Aliens)
di James Cameron – USA 1986
con Sigourney Weaver, Michael Biehn
***1/2

Rivisto in DVD.

Il terzo film di James Cameron è il seguito del fortunato "Alien" di Ridley Scott, che molta impressione aveva lasciato agli spettatori sin dalla sua uscita nel 1979 (è curioso notare come ben tre dei primi cinque lungometraggi di Cameron siano dei sequel: "Piranha paura", "Aliens" e "Terminator 2"; di quest'ultimo almeno aveva diretto anche il primo capitolo). Se l'originale mescolava la fantascienza con l'horror, questo ha invece tutte le stimmate del film bellico e d'azione. Si svolge 57 anni dopo il precedente, quando la capsula con a bordo Ripley (Sigourney Weaver), unica sopravvissuta del cargo Nostromo, viene recuperata da una stazione spaziale. Uscita dall'ibernazione, la donna (di cui finalmente conosciamo il nome: Ellen) racconta ai responsabili della compagnia Weyland-Yutani gli eventi dell'avventura precedente, ma inizialmente non viene creduta. Tutto cambia però quando la compagnia perde ogni contatto con le famiglie che nel frattempo avevano colonizzato il satellite roccioso su cui il Nostromo aveva fatto sosta. Nel timore che i coloni possano aver trovato l'astronave aliena e scatenato la furia degli xenomorfi, viene approntata una missione di salvataggio, di cui fanno parte – oltre a Ripley, al rappresentante della compagnia Burke (Paul Reiser) e all'androide Bishop (Lance Henriksen) – anche uno squadrone di marines spaziali, fra i quali spiccano l'inesperto tenente Gorman (William Hope), il sergente Apone (Al Matthews), il caporale Hicks (Michael Biehn) e la tostissima soldatessa Vasquez (Jenette Goldstein). I soccorritori giungono in ritardo, visto che la base dei coloni è stata ormai invasa dagli alieni che hanno sterminato tutti fuorché una bambina, Newt (Carrie Henn), nascostasi nei canali di aerazione. Nemmeno i marines riusciranno a tenere testa alle orde di mostri, e nonostante l'opposizione di Burke (la compagnia, proprio come nel primo film, vorrebbe riportare sulla Terra degli esemplari alieni per studiarli e sfruttarli come armi biologiche) l'unica soluzione sarà quella di far esplodere la base. Non prima, naturalmente, di uno "scontro finale" fra Ripley e la regina madre degli xenomorfi.

Il titolo al plurale mette subito le cose in chiaro. Se nel primo film l'equipaggio del Nostromo aveva dovuto far i conti con un alieno, stavolta le minacce sono molteplici. In quanto sequel, la pellicola è abile a riutilizzare tutti gli elementi del primo capitolo (per esempio il ciclo biologico dei mostri, il fatto che abbiano acido nel sangue, l'impiego di androidi da parte della compagnia, ecc.), senza travisarli o modificarli, ma integrandoli con nuove informazioni e nuovi dettagli (la presenza della regina aliena, colei che depone le uova). Può sembrare implausibile che, fra tutti i mondi a disposizione, gli esseri umani abbiano scelto proprio quel satellite roccioso (lontanissimo e isolato) per colonizzarlo e "terraformarlo", ma è un caso esemplare della sospensione dell'incredulità necessaria per godersi un film di questo tipo. La pellicola è essenzialmente divisa in due parti, con una lunga introduzione (quasi un'ora) che precede l'incontro con gli alieni; da lì in poi è tutta un'ininterrotta sequenza d'azione, una battaglia per la distruzione e la sopravvivenza fra i marines e gli alieni (con frasi entrate nel mito, come "Vengono fuori dalle fottute pareti!" o "Io dico: nuclearizziamo"), che culmina – ed è significativo, trattandosi di un film ad alto tasso di testosterone – nello scontro diretto fra le due figure "materne" di Ripley e della regina aliena. Entrambe combattono per proteggere i propri "figli": Ripley per salvare Newt, che di fatto ha "adottato" (nel momento di maggior pericolo, la bambina la chiama addirittura "mamma"), in sostituzione forse della vera figlia che ha perduto a causa del lungo tempo in cui è rimasta in ibernazione (in una scena tagliata, recuperata poi nell'edizione "Director's Cut" uscita in DVD, scopriamo che tale figlia è morta a 66 anni, prima che Ripley venisse tratta in salvo: la foto che viene mostrata è quella della madre dell'attrice Sigourney Weaver); la regina per vendicare la sua prole e le uova che sono state distrutte da Ripley stessa. Come nel precedente film, gli alieni sono terribili creature guerriere e assassine, ma non "cattive" di per sé: fanno solo quello che la natura dice loro di fare.

Il personaggio di Ellen Ripley, rispetto al primo film (che pure l'anticipava), ha una forte evoluzione: da "scream queen" a eroina d'azione che non si limita a scappare davanti ai mostri ma li affronta direttamente, come nell'iconico combattimento finale (grazie a un esoscheletro da lavoro). In numerose scene, Ripley dimostra di non avere meno forza e coraggio dei tanto celebrati marines spaziali (fra i quali, comunque, ci sono anche donne, sia pure "macho" e muscolose come Vasquez). In questo senso, la pellicola è stata un punto di svolta nella rappresentazione di genere all'interno del cinema d'azione, una tendenza che i successivi lavori di Cameron (a partire da "Terminator 2") non faranno che confermare. Anche la piccola Newt, pur essendo solo una bambina, esibisce tutta la sua forza di volontà e il suo coraggio, mentre fra i più "deboli" ci sono solo maschi (il tenente Gorman, il soldato Hudson, il traditore Burke). Naturalmente, avere forza e coraggio non significa essere supereroi: sia Ripley che Newt hanno paura dei mostri, come dimostra il fatto che entrambe soffrono di incubi a causa degli orrori cui hanno assistito e della perdita di amici e parenti. Significativo, dunque, che al termine del film, mentre stanno per ibernarsi, Ripley assicuri alla bambina che ora faranno "tutto un sogno fino a casa". La pellicola, d'altronde, si apriva con una bella transizione dal volto addormentato di Ripley alla rotondità del pianeta Terra visto dallo spazio. Come nel primo film, fra gli esseri umani si nasconde un robot: stavolta, però, che Bishop sia un androide è chiaro da subito (lo rivela la scena del gioco con il coltello, a seguito del quale si ferisce leggermente a un dito e ne fuoriesce il liquido bianco). E a differenza dell'Ash del primo "Alien", non è cattivo, segue (e cita) le leggi della robotica di Asimov e contribuisce nel finale a salvare Ripley e Newt. La regia di Cameron è dinamica, efficace e con molte idee (una su tutte, quella di mostrare la ricognizione dei marines attraverso le immagini riprese da ciascuno di loro, con tanto di nome in sovrimpressione sui vari schermi). La musica, d'atmosfera, è di James Horner (con il quale Cameron tornerà a collaborare per "Titanic"). Il film ha fortemente influenzato tutto un filone di fantascienza bellica che ha prosperato non solo al cinema, ma anche in fumetti e videogiochi (tipo "Halo"). La franchise proseguirà sei anni dopo con il meno riuscito "Alien³" di David Fincher.

2 marzo 2016

Alien (Ridley Scott, 1979)

Alien (id.)
di Ridley Scott – USA/GB 1979
con Tom Skerritt, Sigourney Weaver
****

Rivisto in DVD.

Il cargo spaziale Nostromo, in viaggio verso la Terra con sette membri di equipaggio (più un gatto) in ibernazione, riceve un misterioso messaggio in radiofrequenza emesso da un satellite roccioso. Come da regolamento, il computer della nave, Mother, sveglia gli uomini a bordo affinché indaghino sull'origine del segnale. Questo risulterà provenire da un'astronave extraterrestre, naufragata da anni, al cui interno si cela una minacciosa presenza... Il secondo lungometraggio di Ridley Scott, ideato e sceneggiato da Dan O'Bannon (già autore del soggetto di "Dark Star" di John Carpenter), è un'accattivante commistione fra fantascienza e horror, una delle pellicole più significative e influenti del genere, pur non scevra da riferimenti a lavori precedenti (da "La cosa da un altro mondo", di cui proprio Carpenter avrebbe girato a breve un nuovo adattamento cinematografico, a "Lo squalo" di Steven Spielberg, di cui lo stesso O'Bannon affermò che era una versione fantascientifica, passando per "Il mostro dell'astronave" di Edward Cahn e "Terrore nello spazio" di Mario Bava). Oltre a stabilire definitivamente il nome di Ridley Scott (preferito a Walter Hill e a Robert Aldrich) nell'olimpo dei registi emergenti di Hollywood, il film lanciò anche la carriera della protagonista Sigourney Weaver, allora attrice teatrale semisconosciuta e nemmeno accreditata come primo nome nei titoli di testa (anche per depistare gli spettatori su chi sarebbe sopravvissuto e chi no). Oltre alla Weaver (che interpreta Ripley, terzo ufficiale a bordo dell'astronave), il cast comprende Tom Skerritt (Dallas, il comandante), John Hurt (Kane, il secondo ufficiale, il primo a essere "infettato"), Ian Holm (Ash, l'ufficiale scientifico), Veronica Cartwright (Lambert, il navigatore), Yaphet Kotto (il nero Parker) e Harry Dean Stanton (Brett), i due tecnici della sala macchine. I "panni" del mostro, nella sua versione adulta (gli stadi precedenti consistono in modellini realizzati da Carlo Rambaldi), sono occasionalmente vestiti da Bolaji Badejo, oltre che da alcuni stuntmen.

L'inizio è lento, teso e pieno d'atmosfera. Dopo i bellissimi titoli di testa (disegnati da Richard Greenberg), la musica di Jerry Goldsmith risuona mentre la macchina da presa esplora i locali dell'astronave, vuoti perché i membri dell'equipaggio sono tutti in ibernazione. Un monitor si accende, con lo schermo che si riflette sulle visiere degli scafandri, dando inizio alla procedura del risveglio. È l'avvio di una vicenda caratterizzata da enorme tensione, da un impianto che mescola l'esplorazione dell'ignoto alla lotta per la sopravvivenza, e costruita su quella tipica struttura che negli anni a venire sarà confidenzialmente denominata "totomorti" (un gruppo di persone, in un luogo chiuso o isolato, alle prese con una minaccia che li elimina uno a uno). I vari personaggi sono introdotti a grandi linee (sappiamo poco o niente del loro passato), attraverso basilari dinamiche di gruppo (vedi i due tecnici, Parker e Brett, che nutrono una certa acrimonia verso gli altri perché il loro stipendio è inferiore). Non si tratta di figure standard o idealizzate, rispondenti agli stereotipi del film di fantascienza: e anche se i ruoli sono i soliti (comandante, ufficiale scientifico, ecc.), la distanza da "Star Trek" non potrebbe essere maggiore. L'arrivo dell'alieno a bordo dà vita a tutta una serie di momenti di genuino terrore, privi dell'ingenuità che permeava analoghi film negli anni cinquanta (fra i tanti, cito la scena in cui il mostro fuoriesce sanguinosamente dallo stomaco di Kane, una scena che si fa fatica a dimenticare e che terrorizzò, sul set, gli stessi attori: John Hurt era stato infatti l'unico a essere avvisato in anticipo di cosa sarebbe accaduto). Il resto della pellicola alterna sequenze ad alta suspense (l'esplorazione della nave alla ricerca del mostro), sussulti (gli improvvisi attacchi ai vari membri dell'equipaggio) e alcune sorprese (la rivelazione che Ash è un robot, cui segue la sua distruzione, con l'impressionante liquido bianco che gli fuoriesce dalla bocca al posto del sangue). E poi c'è tutta la coda finale, che anticipa "Terminator" (quando sembra che il mostro sia stato ormai sconfitto, ecco che ritorna e costringe Ripley a un ulteriore scontro).

Che la sola sopravvissuta, e dunque l'eroina della storia, sia una donna (per quanto "tosta"), fu di certo innovativo per l'epoca, anche se i tempi erano ormai pronti per una serie di protagoniste femminili anche in generi cinematografici tradizionalmente riservati agli uomini (l'anno prima c'era stato "Halloween" di Carpenter, a breve sarebbero arrivati "Nightmare", "Terminator 2", e tanti altri). In effetti, il sesso dei personaggi non ha alcuna importanza nell'economia della vicenda (ne avrà molto di più nel sequel, con il parallelo fra Ripley e la regina aliena nei loro duplici ruoli di madri): fra i sette membri dell'equipaggio (cinque uomini e due donne) non sembra contare nulla, né nel determinare la gerarchia di comando, né nel partecipare ad azioni pericolose (a esplorare il pianeta vanno in tre, fra cui una donna). E l'unico istante in cui la femminilità di Ripley viene messa in evidenza davanti allo spettatore è proprio nel finale, quando – rimasta da sola – si appresta a tornare nella capsula per l'ibernazione spogliandosi e restando in mutandine e canottiera. Per il resto la pellicola è neutra, tanto che pure l'alieno non pare avere un sesso (anche se, nel suo design, le allusioni sessuali non mancano). Il suo ciclo di vita si svolge attraverso una serie di stadi ben precisi: si parte dalle uova che Kane rinviene nell'astronave extraterrestre, dalle quali fuoriesce il cosiddetto "face-hugger", creatura artropode che si attacca come un parassita al volto della vittima, infettandola e usandola come veicolo per la successiva nascita dell'alieno vero e proprio. Fondamentale, per l'estetica del film, il memorabile e terrificante design del mostro, opera dell'artista svizzero H.R. Giger, che fonde suggestioni biologiche e meccaniche (in particolare per la seconda fila di mandibole che fuoriesce dalla prima). In generale, del mostruoso xenomorfo – sulla cui origine in questo primo film non si viene a sapere nulla – sono le caratteristiche fisiche a fare più paura: chi non ricorda l'acido che ha al posto del sangue, e che lo rende una creatura quasi impossibile da distruggere? Di fatto è un guerriero perfetto, apparentemente senza punti deboli: "Ne ammiro la purezza", spiega Ash.

Lo scontro fra gli uomini e l'alieno ha luogo in un'astronave diversa da tutte quelle che fino ad allora erano comparse nei film di fantascienza. Corridoi bui, pareti arruginite, tubi, condotte e griglie di ventilazione in bella vista: si tratta di una fantascienza "sporca", che mette in chiaro come l'astronava sia "usata" e si corrompa con il tempo, agli antipodi dunque di quegli ambienti perfetti, puliti e asettici che per molti anni avevano caratterizzato l'immagine del futuro. Questo realismo si trasmette anche ai personaggi (tutti "normali" lavoratori, con cui dunque il pubblico si poteva facilmente identificare), dando l'impressione che qualsiasi cosa possa accadere e soprattutto che nessuno è al sicuro. Man mano che la storia procede e che l'alieno elimina i vari membri dell'equipaggio, si comincia a sospettare che, forse, nessuno ne uscirà vivo. Persino la mascotte di bordo, il gatto Jones, diventa sospetto! La lavorazione potè contare su una grande quantità di disegni preparatori, di studi di costumi, ambienti, scenari e atmosfere, e il risultato si vede: la Nostromo sembra reale, e tutto questo contribuisce a rendere il senso di pericolo ancora più palpabile (il che è uno dei segreti della buona riuscita di un film horror). Claustrofobia, angoscia e terrore ne conseguono in maniera naturale. Il doppiaggio italiano, pur di alto livello, scivola qui e lì in fase di adattamento: il nome di Ripley è sempre pronunciato "Raiplei" (tornerà "Ripli" dal secondo capitolo), mentre qua e là fanno capolino i famigerati "nitrogeno" e "silicone" al posto di "azoto" e "silicio" (errori comuni per chi traduce dall'inglese "ad orecchio"). Il successo del film darà il via a una lunga e celebrata franchise, fra sequel ("Aliens", "Alien³", "Alien: La clonazione"), crossover (i due "Aliens vs. Predator") e prequel ("Prometheus", l'imminente "Alien: Covenant"), per non parlare di fumetti, romanzi, videogiochi e via dicendo.

4 luglio 2014

Mistery (Bob Swaim, 1986)

Mistery (Half Moon Street)
di Bob Swaim – GB/USA 1986
con Sigourney Weaver, Michael Caine
*

Visto in TV.

Per arrotondare il magro stipendio, la dottoressa americana Lauren Slaughter (Weaver) – consulente presso l'istituto per le relazioni con i paesi del Medio Oriente a Londra – comincia a lavorare come accompagnatrice per un'agenzia di escort di lusso. E finirà per innamorarsi di uno dei suoi clienti, Lord Bulbeck (Caine), diplomatico nel mirino dei terroristi perché sta negoziando un trattato fra arabi e israeliani. Un incrocio fra "Bella di giorno" e un film di spionaggio alla James Bond? Macché! La trama implausibile e la protagonista improbabile (femminista, salutista, colta e sessualmente disinibita) lo rendono un thriller insulso, nonché piatto e privo di ritmo, diretto da un regista senza un briciolo di talento. Il contesto fantapolitico è risibile, fra complotti fumosi e stereotipi al limite del razzismo, mentre la trovata di rendere la scienziata una squillo è puramente pretestuosa (ma almeno fa sì che la Weaver si conceda diverse scene a seno nudo). Cast sprecato per un filmetto senza qualità, con dialoghi e confezione da tv movie.

6 marzo 2013

Tempesta di ghiaccio (Ang Lee, 1997)

Tempesta di ghiaccio (The Ice Storm)
di Ang Lee – USA 1997
con Kevin Kline, Joan Allen
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Agli inizi degli anni settanta, in una cittadina del Connecticut, due famiglie dell’alta borghesia vivono una crisi su più livelli. Ambientato in un periodo tumultuoso della storia americana, fra mutamenti politici (in televisione imperano Nixon e il caso Watergate), sociali (è l’epoca della rivoluzione sessuale, degli scambi di coppia e del libero consumo di droghe) e generazionali (l’incomunicabilità fra genitori e figli, le cui esperienze scorrono su binari paralleli), il quinto film di Ang Lee (alla sua seconda regia “occidentale”, dopo “Ragione e sentimento”) è un ritratto profondo ed esistenzialista del malessere “privato” dell’America, scritto da James Schamus (lo sceneggiatore di fiducia di Lee) a partire da un romanzo di Rick Moody. Il sedicenne Paul Hood (Tobey Maguire) torna a casa dal college per trascorrere in famiglia il giorno del Ringraziamento. Il padre, Ben (Kevin Kline), tradisce la moglie Elena (Joan Allen) con l’amica Janey Carver (Sigourney Weaver). Elena, dal suo canto, soffre di depressione e ha inclinazioni cleptomani simili a quelli dell’altra figlia, la quattordicenne Wendy (Christina Ricci), una ribelle in piena tempesta adolescenziale che sta cominciando a scoprire e a sperimentare il sesso con i due figli dei Carver, il curioso e intelligente Mikey (Elijah Wood) e l’apatico e distruttivo Sandy (Adam Hann-Byrd). Noia e disillusione fra gli adulti, confusione e paura fra i ragazzi, portano le due famiglie sull’orlo della catastrofe (esemplare la mancanza di comunicazione fra genitori e figli, perfettamente rappresentata dalla scena in cui Ben prova inutilmente a intavolare un discorso sul sesso con il figlio Paul). Tutti i nodi verranno al pettine nella notte in cui la pioggia e le temperature gelide daranno origine all’insolita “tempesta di ghiaccio” che dà il titolo alla pellicola. Ma la tragedia finale, che si riflette nella gelida indifferenza della natura, potrà forse servire a scuotere almeno in parte le loro coscienze (con il riavvicinamento, finalmente, dei membri della famiglia Hood). La collocazione temporale è rafforzata dall’inserimento nel film di elementi storici, sociali e culturali (Nixon in tv, il film “Gola profonda”, un albo dei “Fantastici Quattro” che Paul legge come metafora del ruolo della famiglia, un manifesto di “Jesus Christ Superstar”, la musica di Frank Zappa e David Bowie). Grandioso il cast, fra attori affermati che danno vita a interpretazioni intense e sofferte (Kline, Allen, Weaver) e giovani promesse che negli anni a venire dimostreranno tutte le loro potenzialità (Ricci, Wood, Maguire, più Katie Holmes e David Krumholtz). L’ottima colonna sonora gioca con le sonorità degli anni settanta, mentre la fotografia di Frederick Elmes contribuisce a creare la giusta atmosfera. E poi c’è la regia di Lee, lucida, con un’ottima direzione degli attori e un fermo controllo sulla materia trattata, a dimostrazione di un talento davvero versatile.

16 marzo 2010

Galaxy Quest (Dean Parisot, 1999)

Galaxy Quest (id.)
di Dean Parisot – USA 1999
con Tim Allen, Alan Rickman, Sigourney Weaver
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Un gruppo di attori televisivi in declino, celebri per aver interpretato decenni prima il telefilm fantascientifico a basso budget "Galaxy Quest", sbarca ora il lunario grazie ad apparizioni come ospiti d'onore alle convention dei fan della serie o lavoretti di quart'ordine come testimonial pubblicitari. Ma i thermiani, autentici extraterrestri che hanno captato le trasmissioni televisive e che – non conoscendo il concetto di finzione – hanno creduto che si trattasse di "documenti storici", giungono sulla Terra per chiedere il loro aiuto nella lotta contro un crudele tiranno galattico. Catapultati nello spazio a bordo di un'astronave identica in tutto e per tutto a quella in cui erano abituati a recitare (gli alieni l'hanno ricostruita perfettamente, basandosi sulle puntate del telefilm!), dovranno dimostrare di essere all'altezza dei ruoli che li hanno resi famosi. Non credo di sbagliare dicendo che "Galaxy Quest" è probabilmente il miglior film di "Star Trek" mai girato! Anche se ufficialmente la pellicola non è legata alla franchise creata da Gene Roddenberry, ne è contemporaneamente una satira e un affettuoso omaggio che parodizza non solo la serie televisiva (guardando con tenerezza a tutte le sue ingenuità) ma anche e soprattutto il fandom che le gira attorno, un fenomeno che negli Stati Uniti ha ormai assunto proporzioni inimmaginabili: "Star Trek", per i moltissimi appassionati che affollano le convention, è quasi una religione, e i suoi adepti (i "trekkies", che nel film diventano i "questoidi") prendono maledettamente sul serio ogni dettaglio dello show. Il film di Parisot, comunque, non si limita a farsene gioco ma ne esalta anche lo spirito e la passione, trasformandoli in eroi che contribuiscono a salvare la situazione grazie alla conoscenza enciclopedica di tutti i dettagli tecnici e fittizi dell'universo trekkiano.

Pur godibile per proprio conto (regia ed effetti speciali sono solidi e funzionali, gli attori sono autoironici e davvero in parte, la sceneggiatura non lascia un attimo di respiro), il divertimento è maggiore se ci si rende conto che ogni elemento di "Galaxy Quest" può essere ricondotto a uno di "Star Trek", a partire dai personaggi/attori. Jason Nesmith (il comandante Taggart, interpretato da un Tim Allen vanesio e impulsivo) è ovviamente William Shatner, ovvero il capitano Kirk; Alexander Dane (il dottor Lazarus, l'ufficiale scientifico extraterrestre interpretato da uno straordinario Alan Rickman) è Leonard Nimoy, e dunque il signor Spock; Gwen De Marco (il tenente Madison, l'addetta alle comunicazioni il cui unico compito è ripetere pari pari quello che dice il computer), impersonata da una Sigourney Weaver in grande forma fisica e lontana anni luce dal ruolo fantascientifico che l'aveva resa famosa (la Ripley di "Alien", tanto dura e mascolina quando Madison è una bambola bionda), è l'alter ego di Nichelle Nichols, il tenente Uhura; il flemmatico Tony Shalhoub/Fred Kwan, il tecnico Chen, ricorda naturalmente Scotty, il capo ingegnere dalle mille risorse; il giovane Daryl Mitchell, alias Tommy Webber/tenente Laredo, il pilota della nave, rappresenta lo stereotipo del ragazzino come il Wesley Crusher di "Next Generation"; Sam Rockwell/Guy, infine, è la comparsa che interpreta il membro dell'equipaggio che muore nei minuti iniziali di ogni episodio per mostrare agli spettatori quanto sia pericolosa la situazione: nel gergo di "Star Trek" queste vittime sacrificali sono chiamate "redshirt", in quanto indossavano sempre una tutina rossa (a differenza di quelle gialle o blu sfoggiate dai personaggi principali come Kirk o Spock). Ma anche l'astronave (la NSEA Protector, che rimanda sin dal nome alla USS Enterprise), con la sua struttura (il ponte di comando, la sala macchine, il teletrasporto), la tecnologia (i comunicatori, la fonte di energia con la sfera di berillio al posto dei cristalli di dilitio, i meccanismi di autodistruzione che si fermano solo quando manca un secondo, ma anche gli assurdi cunicoli – come quello con i pistoni – che sembrano esistere solo per esigenze degli sceneggiatori della serie tv ma che naturalmente gli alieni hanno riprodotto pari pari senza nemmeno chiedersi il perché), l'ambientazione (la superficie del pianeta sul quale sbarcano i nostri eroi, con tanto di mostro da combattere da parte di Taggart, che rimane a petto nudo come capitava sempre anche a Kirk) e in generale il mood della serie (lo stile di recitazione, le scenografie "povere", il tema musicale) ricordano talmente "Star Trek" da far sorgere il dubbio che la sceneggiatura fosse stata scritta con l'intenzione di scritturare davvero Shatner & co., e che solo in un secondo momento – magari per obiezioni dei produttori, o per il timore di scatenare l'ira dei fan – si sia ripiegato su personaggi fittizi. Una situazione, per intenderci, paragonabile a quella del "Watchmen" di Alan Moore, che inizialmente avrebbe dovuto essere una storia sui vecchi personaggi della Charlton e solo in un secondo tempo si è trasformata in un'opera sugli archetipi supereroistici universali. Oltre alle battute, alle strizzatine d'occhio e alle numerose occasioni di divertimento, non mancano momenti toccanti come quando Alexander, tenendo fra le braccia l'alieno morente che aveva sempre idolatrato il suo personaggio, recita con grande intensità e commozione la frase che lui – da consumato attore scespiriano – aveva sempre odiato e reputato stupida: "Per il martello di Grabthar!".

23 gennaio 2010

Avatar (James Cameron, 2009)

Avatar (id.)
di James Cameron – USA 2009
con Sam Worthington, Zoe Saldana
**

Visto al Medusa Multisala di Rozzano (in 3D), con Martin e Gabriele.

A dodici anni di distanza dal suo capolavoro "Titanic", James Cameron fa un ritorno in grande stile, pronto a superare sé stesso con un altro film-kolossal destinato a entrare nella storia del cinema, almeno per quanto riguarda la spettacolarità, gli incassi al box office, le innovazioni tecniche e (presumibilmente: lo scopriremo nei prossimi mesi) i premi vinti. Peccato però che il cinema sia anche – e soprattutto – emozioni, fantasia, personaggi, storie: e da questo punto di vista "Avatar" si rivela parecchio carente, e non può non deludere chi (come me) da un film si aspetta qualcosa di più che una lunga carrellata di immagini in computer grafica, per quanto belle. Fa anzi rabbia vedere "sprecato" tanto talento e tanta tecnologia con una sceneggiatura così debole, con sviluppi ampiamente prevedibili, con personaggi la cui caratterizzazione è scontata e stereotipata (con nota di demerito per il militare cattivo e ottuso) e la cui evoluzione praticamente non esiste, e con un mondo alieno così poco... "alieno" per fantasia e creatività, al punto che sembra quasi essere stato ideato da un bambino di dieci anni. Oltre al mancato coinvolgimento emotivo, la mancanza di sense of wonder è il difetto principale del film. Non bastano pochi ritocchi a piante e animali terrestri (per esempio: aggiungiamo due zampe e allunghiamo il muso a un cavallo, ed ecco che abbiamo una cavalcatura aliena!) per dare vita a qualcosa capace di lasciare davvero a bocca aperta. Se la semplicità della storia poteva benissimo essere messa in conto (anche le pellicole precedenti di Cameron non brillavano da questo punto di vista, e i loro punti di forza erano ben altri), l'assenza di stupore e la penuria di emozioni invece no.

Nonostante la lunghezza (160 minuti), la trama si riassume in poche righe: nel 2154, sul pianeta Pandora, unica fonte di approvvigionamento del preziosissimo minerale Unobtainium, gli esseri umani devono fronteggiare un ambiente ostile e soprattutto gli indigeni Na'vi, che professano una simbiosi totale fra tutte le forme di vita. Il marine paraplegico Jake Sully, la cui coscienza viene trasferita dentro un corpo artificiale Na'vi (un "avatar"), entra in contatto con un gruppo di questi alieni, supera tutte le prove per essere accettato fra loro e si innamora della figlia del capo tribù. Convertitosi al loro stile di vita, li guiderà in battaglia contro l'esercito terrestre che intendeva distruggere l'intero ecosistema. Come si vede, se spogliamo il soggetto dei (pochi) elementi fantascientifici, quello che resta è qualcosa già letto o visto mille volte. Come hanno detto in molti, le somiglianze con "Pocahontas" e "Balla coi lupi" (o, se vogliamo rimanere nell'ambito della SF, con il John Carter di Marte creato da Edgar R. Burroughs) sono lampanti, anche se questo in sé non è un difetto. A pesare in negativo sono semmai la divisione monolitica fra buoni e cattivi e l'assenza totale di colpi di scena. Per di più, anche gli elementi di fantascienza non sono in fondo nulla di nuovo: a parte alcune cosette che peraltro Cameron ci aveva già mostrato in passato (gli esoscheletri manovrabili, Sigourney Weaver che si sveglia dal sonno criogenico...), l'unico spunto davvero centrale è quello dell'avatar, che pure avrebbe potuto essere sviluppato meglio, magari anche a livello simbolico o esistenziale: per dirne una, manca qualsiasi riflessione sull'identità.

Dunque i pregi del film – oltre che nel "mestiere" del regista, comunque una garanzia – stanno soprattutto nel suo apparato visivo, questo sì davvero impressionante. Il mondo di Pandora è vasto, imponente, colmo di colori e paesaggi mozzafiato (boschi, montagne, cascate). Gli effetti digitali sono quanto di meglio si sia mai visto prima in una pellicola cinematografica. Non c'è confronto nemmeno con il "Signore degli Anelli" (c'è sempre la Weta Digital di mezzo), dove comunque le creature digitali erano riconoscibili come tali: qui i Na'vi, gli animali e i mostri di Pandora, le astronavi e tutti gli elementi generati al computer si fondono alla perfezione fra loro e nell'interazione con gli attori umani, lasciando allo spettatore l'impressione che tutte queste meraviglie esistano davvero e che Cameron si sia "limitato" a recarsi su un altro pianeta con la macchina da presa. Cosa pagherei per vedere una tale qualità al servizio di una sceneggiatura più intelligente e profonda: che so, un nuovo adattamento cinematografico di "Dune"! L'animazione è fluida, la regia impeccabile, la fotografia suggestiva. Iconograficamente c'è forse qualche debito di troppo verso Hayao Miyazaki (soprattutto "Laputa", per le montagne volanti, e "Princess Mononoke", per il bosco e gli animali) e Moebius ("Arzack"), ma sono debiti che si pagano con piacere. La scena più bella del film per me è quella in cui Jake deve catturare e domare la sua cavalcatura alata: sarà forse per il fascino del volo, ma è l'unica in cui ho quasi provato un brivido.

I Na'vi, a parte la pelle blu e altre caratteristiche anatomiche (magrissimi e longilinei, sono alti quasi quattro metri e hanno la coda), sono chiaramente ispirati ai nativi americani, mentre le loro credenze ricordano anche i miti indiani (d'altronde il termine stesso "avatar" è di origine indù e ha a che fare con l'incarnazione) e la residenza sugli alberi fra pensare agli elfi di Tolkien. Una loro caratteristica peculiare, forse la più interessante e originale, è la capacità di "connettersi" empaticamente con altri esseri viventi, piante comprese, attraverso l'estremità dei capelli (curiosamente questo aspetto non viene ulteriormente sviscerato: per esempio, durante il sesso si "connettono" fra loro?). Tutto, nel loro rapporto con la propria terra, è un elogio del panteismo, dell'animismo e della comunione con la natura, per quanto rappresentata in maniera assai fideistica. In confronto, gli esseri umani (a parte Jake e due o tre suoi amici, come i personaggi interpretati da Sigourney Weaver e da Michelle Rodriguez) fanno una ben magra figura: aridi, stupidi, egoisti, spietati, insensibili. Nel film non manca un sottostante messaggio anti-guerrafondaio ("Se qualcuno è seduto su una cosa che vuoi, prima lo rendi tuo nemico e poi te la prendi", con evidente riferimento alla politica estera americana nell'era Bush), ma non meno importante è il messaggio ecologico: ogni cosa è legata a tutte le altre, e l'intero pianeta può ribellarsi contro coloro che stanno cercando di distruggerlo per impadronirsi delle sue risorse (che poi, nel film, nemmeno viene spiegato perchè è tanto importante e prezioso questo Unobtainium: a proposito, un nome meno ridicolo non glielo si poteva trovare? Sembra uscito da "Topolino").

E veniamo infine al tanto acclamato 3D. Ancora una volta questa modalità di proiezione non mi ha convinto, anzi mi ha lasciato con la quasi certezza che si tratti di una bufala pazzesca. Se gli effetti digitali sono senza dubbio il punto di forza del film, tanto che senza di questi la pellicola perderebbe ogni interesse, al contrario la visione in tre dimensioni non aggiunge nulla di veramente essenziale all'esperienza dello spettatore, e forse la peggiora. Saranno stati gli scomodi occhialetti del cinema dove l'ho visto (pesanti, scuri e sporchi), fatto sta che dopo pochi minuti avrei già desiderato poter passare immediatamente alla tradizionale visione in 2D. Se sullo schermo l'utilizzo delle tre dimensioni è realistico, non invadente e sicuramente ben realizzato (molto meglio che nei film che avevo visto finora con questa tecnologia, "Coraline" e "A Christmas Carol"), dal lato narrativo non offre nessuna emozione aggiuntiva, non aumenta il coinvolgimento dello spettatore, anzi rischia di sviare la sua attenzione. Per fortuna, essendo il film così lungo, a un certo punto ci si abitua e si tende quasi a dimenticare che lo si sta vedendo in 3D: ma allora a cosa serve, se non a far pagare un biglietto maggiorato e a costringere a una visione più scomoda? Infine, ultima nota di biasimo (ma ormai non è più una novità) per l'orrendo e piattissimo doppiaggio italiano, che abbinato a un mediocre adattamento dei dialoghi ("carne a domicilio su rotelle": ma un marine parla davvero così?), mi costringerà a rivedere questo film, se mai lo rivedrò in futuro, rigorosamente in lingua originale e in 2D.

2 giugno 2008

Be kind rewind (M. Gondry, 2008)

Be kind rewind - Gli acchiappafilm (Be kind rewind)
di Michel Gondry – USA 2008
con Jack Black, Mos Def
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Albertino.

Dopo “Se mi lasci ti cancello” e “L'arte del sogno”, Gondry realizza un film altrettanto visionario e immaginifico ma decisamente più leggero e "innocuo" dei precedenti. Il folle Jerry (Black), il cui corpo si è magnetizzato dopo un tentativo fallito di sabotare la centrale elettrica del quartiere (responsabile, secondo lui, di emettere pericolose microonde), cancella involontariamente il contenuto di tutte le vetuste videocassette presenti nel negozio di noleggio gestito dall'amico Mike. Mentre il proprietario del negozio – l'anziano Elroy (Danny Glover) – sta meditando di passare ai DVD, per far fronte alle richieste degli sporadici clienti ancora affezionati alle cassette (fra i quali Mia Farrow) i due amici decidono di rigirare da soli, nell'arco di poche ore e con effetti speciali artigianali, i film che sono andati perduti: le loro versioni “maroccate” (“sweded”, in originale) di film come “Ghostbusters”, “Rush Hour 2”, “Robocop” e “A spasso con Daisy” riscuotono un successo strepitoso nella piccola comunità del quartiere, trasformandoli in vere e proprie star, ma attirano anche le attenzioni delle major hollywoodiane, furiose per la violazione del copyright (l'avvocato delle suddette major, che nel film non ci fanno proprio una bella figura, è Sigourney Weaver). A quel punto, i nostri eroi si dedicheranno a un ultimo grandioso film, una pellicola biografica sul grande musicista jazz Fats Waller, che secondo una voce sarebbe vissuto nel quartiere e avrebbe abitato proprio nel palazzo che ora è sede della videoteca. Fra rulli compressori che schiacciano VHS sull'asfalto e un finale commovente alla "Nuovo Cinema Paradiso", la pellicola – abbastanza surreale all'inizio e poi via via sempre più lineare e prevedibile – vuole essere soprattutto un omaggio al cinema amatoriale (e la presenza di Jack Black, che era stato protagonista di “King Kong”, rappresenta un perfetto trait d'union con quel Peter Jackson che con “Forgotten silver” aveva già realizzato un inno all'inventiva cinematografica), alle videoteche di un tempo (con una sola copia di ogni film, contro i Blockbuster odierni che magari hanno centinaia di copie ma solo delle ultime uscite), alla solidarietà di quartiere e – per citare una critica che ho letto – al “lato ironico e beffardo di un cinema che 'si cancella' e reinventa sé stesso, diventando altro, affrancandosi da Hollywood per avvicinarsi alla gente comune”.