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10 maggio 2023

Soul (Pete Docter, 2020)

Soul (id.)
di Pete Docter [e Kemp Powers] – USA 2020
animazione digitale
***

Visto in TV (Disney+).

Joe Gardner, insegnante di musica part-time in una scuola media, sogna da tutta la vita di diventare un grande pianista jazz. Il giorno stesso in cui viene ingaggiato in un quartetto, però, muore per una caduta in un tombino. Giunto nell'aldilà, cerca in ogni modo di ritornare sulla Terra e nel suo corpo: e nel frattempo si ritrova assegnato come "mentore" a Ventidue, un'anima che si rifiuta di nascere, affinché la aiuti a trovare la propria "scintilla", ovvero la propria ragione di vita... Dietro un canovaccio visto già mille volte al cinema (a partire da "Il paradiso può attendere"), un film che prosegue nella tradizione Pixar di affrontare temi filosoficamente e psicologicamente complessi con l'ausilio dell'animazione. Questa volta, fra le altre cose, si parla di determinismo (la personalità e le passioni di un individuo sono fissate già alla nascita?) e dello scopo ultimo della vita. Che alla fine – e la cosa non dovrebbe stupire – si rivela essere... proprio vivere. Arguto nella caratterizzazione dei personaggi, eccellente nell'animazione e nella grafica (soprattutto per quanto riguarda l'aldilà, non tanto per le anime-fantasmino quanto per i vari consulenti e burocrati, creature bidimensionali il cui aspetto è ispirato all'arte astratta ma anche alla "Linea" di Osvaldo Cavandoli), adulto e profondo nei temi trattati, anche se a tratti corre il rischio di risultare un po' pesante, pedante e retorico. Ma proprio come i precedenti lavori di Docter (da "Monsters & Co." a "Inside Out"), riesce miracolosamente a mantenersi in equilibrio fra l'intrattenimento e l'insight psicologico. A causa della pandemia di Covid, non è uscito in sala ma direttamente in streaming sulla piattaforma Disney+. Due premi Oscar: per il miglior film animato e per la colonna sonora.

20 aprile 2023

Elvis (Baz Luhrmann, 2022)

Elvis (id.)
di Baz Luhrmann – USA 2022
con Austin Butler, Tom Hanks
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Biopic su Elvis Presley (Austin Butler), la cui vita e la cui carriera sono lette attraverso il rapporto con il suo controverso manager, il "colonnello" Tom Parker (un Tom Hanks ingrassato e invecchiato da un eccesso di trucco prostetico), l'imbonitore da circo che lo scoprì da giovanissimo e lo portò al successo, salvo sfruttarne la fama per spremere da lui più denaro possibile: il film suggerisce addirittura che sia stato il colonnello a spingerlo verso il consumo di droghe che lo condurrà prematuramente alla morte. La chiava narrativa scelta (la voce narrante è appunto quella di Parker, che si rivolge direttamente al pubblico, ovvero ai fan del "Re") finisce col mettere in secondo piano proprio l'arte di Elvis – ovvero la sua voce e la sua musica – mentre del personaggio si sottolineano la fragilità, la vulnerabilità e le insicurezze (poco prima di morire, lamenta che "nessuno si ricorderà di me, non ho fatto niente che rimarrà"). Nella confusione di una regia che non si risparmia citazioni pop (Star Trek, Capitan Marvel), una camera mobilissima (grazie al digitale), una fotografia dai colori brillanti, l'uso indiscriminato di split screen, ralenti, fermi immagine, scritte colorate in sovrimpressione, vignette a fumetti, Luhrmann racconta l'ascesa e la caduta di un "mito", il suo rapporto con la società che lo circondava (con numerosi accenni a questioni razziali, sociali e politiche), ma soprattutto con i lati oscuri della fama e del successo. Quanto al contesto musicale, rimane appunto sullo sfondo: certo, ci viene detto che Elvis fu l'anello di congiunzione fra il country dei bianchi e il rhythm and blues dei neri, che il suo eccentrico rock'n'roll ha avuto una grande influenza culturale, che il suo modo di muoversi sul palco ha scatenato le folle (e le proteste dei conservatori), ma di fatto le sue canzoni – anche le più celebri, di cui si odono solo frammenti – finiscono in secondo piano. Non è un film musicale, per intenderci. Richard Roxburgh è il padre Vernon, Olivia DeJonge la moglie Priscilla. Otto nomination agli Oscar (comprese quelle per il miglior film e per Butler come miglior attore), ma nessuna statuetta vinta.

14 dicembre 2022

L'ultimo valzer (Martin Scorsese, 1978)

L'ultimo valzer (The Last Waltz)
di Martin Scorsese – USA 1978
con The Band
***

Rivisto in DVD.

Probabilmente uno dei film-concerto per eccellenza, uno di quelli che ha definito il genere e ne è diventato un punto di riferimento: mostra l'esibizione finale (al Winterland di San Francisco, il 25 novembre 1976) di The Band, gruppo rock celebre negli anni sessanta e settanta, dapprima come band di supporto per Bob Dylan e poi per la loro commistione fra il rock'n'roll e altri generi musicali americani (blues, jazz, country, bluegrass). Dopo sedici anni insieme, i cinque membri del gruppo – Robbie Robertson, Rick Danko, Richard Manuel, Levon Helm, Garth Hudson, tutti polistrumentisti: l'unico statunitense era Helm, gli altri erano canadesi – decisero di sciogliersi, e per l'occasione organizzarono questo concerto, una vera e propria celebrazione "in famiglia", cui parteciparono fior di artisti ospiti: dallo stesso Bob Dylan a Ronnie Hawkins, da Neil Diamond a Joni Mitchell, e poi Eric Clapton, Muddy Waters, Neil Young, Paul Butterfield, Van Morrison, Lawrence Ferlinghetti, Dr. John, Ringo Starr e altri ancora. Scorsese riprende il concerto e monta il tutto come se fosse uno dei suoi documentari, alternando le canzoni (con inquadrature ravvicinate e camera mobile, come se si trovasse sul palco insieme ai musicisti) a brevi frammenti di interviste dietro le quinte ai membri del gruppo, che ricordano i loro trascorsi, le tournee, i tempi passati insieme, le persone che hanno conosciuto, le origini stesse del rock. Ne risulta la testimonianza di un momento di passaggio, o forse di declino, nel panorama musicale americano e del rock'n'roll in generale (anche se poi, ironicamente, The Band finirà per riformarsi e tornare in attività nei decenni successivi). La didascalia introduttiva recita "Questo film va visto a tutto volume!".

5 aprile 2022

Alta fedeltà (Stephen Frears, 2000)

Alta fedeltà (High Fidelity)
di Stephen Frears – GB/USA 2000
con John Cusack, Iben Hjejle
***

Rivisto in TV (Disney+).

Dopo la rottura con la fidanzata Laura (Iben Hjejle), l'ansioso Rob Gordon (John Cusack), ex DJ, appassionato di musica e proprietario di un negozio di dischi nella periferia di Chicago, ripensa alle sue storie sentimentali passate e ai motivi per cui sono finite male. Per capirne le ragioni, decide di rintracciare le cinque ragazze che gli hanno spezzato di più il cuore: la "top five" delle rotture più dolorose. Insieme ai due dipendenti che lavorano nel suo negozio, il timido Dick (Todd Louiso) e l'esuberante Barry (Jack Black), è infatti solito passare il tempo snocciolando classifiche sulle cose più svariate: a cominciare dalla musica, certo (i dischi o le canzoni più belle su particolari temi), ma anche su tutti gli aspetti della sua vita privata. Dall'omonimo romanzo di Nick Hornby (che però era ambientato a Londra), una pellicola che trasuda amore, oltre che per i simpatici personaggi e per le loro vicende romantiche, soprattutto per la musica. Il negozio di Rob vende vinili e si rivolge ad appassionati consapevoli della grande musica del passato, che non inseguono soprattutto le mode, a costo di essere sbeffeggiati nei loro gusti dall'atteggiamento snob dei suoi commessi (in particolare dal provocatorio Barry): e il fascino per i vecchi dischi, le lunghe discussioni sugli artisti e sui concerti, i sogni di far parte di quel mondo porteranno Rob, nel finale, a lanciarsi persino a produrre il CD di due ragazzini che bazzicano il suo negozio (spesso rubando, più che comprando, gli album esposti). In linea con il romanzo di Hornby, cui è piuttosto fedele, il film è brillante e spigliato, condotto per mano da un protagonista insicuro e semi-depresso, che parla in camera direttamente con lo spettatore (rivelando, fra le varie cose, i segreti per realizzare una compilation ideale su cassetta) e ripercorre le sue storie passate, il tutto mentre cerca (e spera) disperatamente di ricucire i rapporti con Laura. Le sue ex ragazze sono interpretate, fra le altre, da Catherine Zeta-Jones, Lili Taylor e Joelle Carter. Tim Robbins è Ian/"Ray", la nuova fiamma di Laura; Lisa Bonet è la cantante Marie DeSalle; Joan Cusack (sorella di John) è Liz, amica di Laura e Rob; Bruce Springsteen ha un cameo nel ruolo di sé stesso. Ottimo Black. Ricchissima, ovviamente, la colonna sonora (per non parlare dei brani o dei dischi soltanto menzionati nei dialoghi): per selezionarne i contenuti, Frears e gli sceneggiatori hanno passato in rassegna circa 2000 canzoni!

8 marzo 2022

Bill & Ted face the music (D. Parisot, 2020)

Bill & Ted Face the Music (id.)
di Dean Parisot – USA 2020
con Keanu Reeves, Alex Winter
**

Visto in TV (Prime Video).

Venticinque anni dopo il loro trionfale concerto alla "Battaglia dei complessi", non solo Bill (Winter) e Ted (Reeves) non hanno sfondato (come sembrava dai titoli di coda di "Un mitico viaggio"), ma i Wyld Stallyns si sono sciolti e i due ragazzi – ormai uomini adulti – non sono mai riusciti a scrivere la canzone che, secondo la previsione dell'ormai defunto Rufus (George Carlin, che appare in una breve scena sotto forma di ologramma), avrebbe dovuto unire tutta l'umanità. Dal futuro giunge la figlia di Rufus, Kelly (Kristen Schaal), per metterli in guardia: se non scriveranno e suoneranno la canzone entro il pomeriggio, l'intera realtà spazio-temporale collasserà su sé stessa. Grazie alla solita macchina del tempo, i due amici inizieranno a viaggiare nel futuro, cercando il momento in cui avranno già scritto la canzone: incontreranno così diverse versioni di sé stessi, sempre più bizzarre e originali. Contemporaneamente, le loro figlie – Theadora "Thea" Preston (Samara Weaving) e Wilhelmina "Billie" Logan (Brigette Lundy-Paine) – viaggiano nel passato per "reclutare" alcuni dei più famosi musicisti e riformare così la band: Jimi Hendrix, Louis Armstrong, Wolfgang Amadeus Mozart, Ling Lun (flautista cinese del 2600 a.C.) e Grom (una batterista preistorica). Saranno tutti uccisi da Dennis Caleb McCoy (Anthony Carrigan), terminator-robot cattivo inviato dalla Grande Leader del futuro (Holland Taylor), e si ritroveranno così all'inferno, da cui però evaderanno grazie a una vecchia amica, la Morte (William Sadler), che riprenderà a sua volta il proprio posto come bassista nella band... Terzo capitolo, realizzato a quasi trent'anni di distanza dai precedenti, di una saga comico-musicale-fantascientifica che in Italia è sempre passata sotto silenzio (il primo film, "Bill & Ted's Excellent Adventure", non è nemmeno mai stato doppiato nella nostra lingua!). L'impressione è quella di una reunion nostalgica, rispettosa, a tratti anche divertente, ma forse non necessaria: riprende elementi dalle prime due pellicole (rispettivamente i viaggi nel tempo e quelli nell'aldilà), ripercorre territori già noti, gioca con le aspettative dei fan ma fa poco per accattivarsi l'interesse dei neofiti. Oltre a Reeves, Winter e Sadler, si rivedono altri attori dei primi due film, come Hal Landon Jr. (il padre di Ted) e Amy Stoch (Missy, che stavolta sposa il fratello minore di Ted), mentre le principesse Joanna ed Elizabeth sono interpretate stavolta da Jayma Mays ed Erinn Hayes. Fra i camei: il rapper Kid Cudi e il rocker Dave Grohl. La sceneggiatura è sempre di Chris Matheson ed Ed Solomon. In positivo: le due figlie dei nostri eroi, di fatto la loro versione femminile (e "smart"). In negativo: la mancanza di interazione dei personaggi storici fra di loro e con il mondo moderno, ma soprattutto il passo indietro a livello di colonna sonora (il che, in un film incentrato proprio sulla musica, è un difetto non da poco). Il doppiaggio italiano annacqua e banalizza il linguaggio sgangherato dei personaggi.

18 febbraio 2022

Tick, tick... boom! (Lin-Manuel Miranda, 2021)

Tick, Tick... Boom! (id.)
di Lin-Manuel Miranda – USA 2021
con Andrew Garfield, Vanessa Hudgens
**

Visto in TV (Netflix).

Dall'omonimo "monologo rock" di Jonathan Larson (autore di musical di Broadway, morto a soli 35 anni nel 1996 dopo aver completato il lavoro che gli darà la fama, "Rent"), una pellicola semi-autobiografica che racconta i tribolati giorni che precedettero la presentazione in pubblico della sua prima opera, "Superbia". Per Jonathan (Garfield) la sensazione è che il tempo stringa e stia passando troppo in fretta (da cui il ticchettio del titolo): sta arrivando ai trent'anni senza ancora aver avuto successo, si barcamena con lavoretti di secondo piano come fare il cameriere in un diner, la fidanzata (Alexandra Shipp) preme perché si trasferisca con lei in un altro stato, gli amici che lo circondano – come Michael (Robin de Jesús), pubblicitario gay – si ammalano e muoiono di AIDS... e nel contempo, a pochi giorni dalla presentazione di "Superbia", non ha ancora scritto la canzone più importante dello spettacolo, proprio lui che di solito non ha problemi a improvvisare o a comporre in poche ore brani su qualsiasi argomento, ispirandosi alla realtà che lo circonda. Opera prima di Lin-Manuel Miranda, già attore, sceneggiatore e compositore, il film racconta la sua storia fondendo diversi piani narrativi: lo stesso Larson che si esibisce su un palco davanti a un pubblico, la ricostruzione filmata di quei giorni, e alcuni spezzoni di repertorio. Peccato che proprio le canzoni, che punteggiano continuamente la pellicola, siano mediocrissime sia nei testi che nella musica, sentite mille volte e incapaci di stimolare alcunché nello spettatore: forse negli anni novanta potevano sembrare diverse o interessanti (per il loro lato esistenzialista, per come affrontavano temi allora d'attualità come l'epidemia di AIDS), ma oggi lasciano indifferenti. Male, nel complesso, anche la sceneggiatura, didascalica e pretenziosa, e l'impostazione generale, banale e compiaciuta, con una ripetuta e scontatissima dicotomia fra l'arte (e la creatività) e l'aridità (e l'indifferenza) del mondo circostante. Bradley Whitford è Stephen Sondheim, l'idolo di Jonathan, uno fra i pochi a sostenerlo. Judith Light è Rosa, l'evanescente manager. Fra i performer: Joshua Henry e Vanessa Hudgens. Molti i cameo di personaggi e celebrità del mondo dello spettacolo teatrale newyorkese. Due nomination agli Oscar per l'attore (Garfield) e il montaggio.

3 settembre 2021

Mi permette, babbo! (Mario Bonnard, 1956)

Mi permette, babbo!
di Mario Bonnard – Italia 1956
con Alberto Sordi, Aldo Fabrizi
**

Visto in TV (RaiPlay).

Il più grande cruccio di Alessandro Biagi (Aldo Fabrizi), gestore di un'avviata macelleria romana, è il genero Rodolfo (Alberto Sordi), che ha sposato sua figlia Marina e abita ora insieme al resto della famiglia. Indolente e fonte continua di disturbo, Rodolfo è infatti un aspirante cantante lirico che vive alle sue spalle, "pagando" con prelibati filetti le lezioni di canto che prende dall'altrettanto scroccone maestro D'Aragona (Achille Majeroni). Ma alla fine, in qualche modo, Rodolfo riesce a coronare il proprio sogno e a farsi scritturare per un debutto a teatro, nel ruolo (assai minore) del dottore che cura Violetta nell'ultimo atto della "Traviata". Peccato che la sua megalomania manderà tutto all'aria, quando si ostinerà a voler concludere l'opera cantando una frase che Giuseppe Verdi stesso aveva eliminato dopo la prima rappresentazione ("È spenta!"). Commediola sostenuta dalla verve dei due bravi protagonisti, dai caratteri opposti (il che rende difficile la convivenza), attorno ai quali si muovono altre figure di minor rilievo (dai vari membri della famiglia ai personaggi che bazzicano attorno al teatro). Fra gli interpreti spiccano Gina Amendola (la moglie di Alessandro, incapace di cogliere ogni battuta o allusione, come il Jenkins di "Dylan Dog" per intenderci), Turi Pandolfini (il vecchio nonno collerico, sempre alle prese con sedie che traballano, cui vuole segare le gambe), Pina Bottin (la cameriera Rosa, innamorata – ma non ricambiata – di uno dei figli di Alessandro) e Paola Borboni (la "nobile russa", moglie del maestro di canto). Il basso Giulio Neri appare nella parte di sé stesso, mentre la "Traviata" è interpretata da Rosanna Carteri (Violetta) e Afro Poli (Germont). Curiosità: come aiuto regista figura Sergio Leone, che in quegli anni si faceva le ossa proprio sotto l'ala protettiva di Bonnard (in sostituzione del quale debutterà alla regia, non accreditato, tre anni più tardi, ne "Gli ultimi giorni di Pompei").

23 luglio 2021

Eurovision Song Contest (D. Dobkin, 2020)

Eurovision Song Contest - La storia dei Fire Saga
(Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga)
di David Dobkin – USA 2020
con Will Ferrell, Rachel McAdams
**

Visto in TV (Netflix).

Sin da bambino, il sogno dell'islandese Lars (Ferrell) è sempre stato uno solo: partecipare all'Eurovision Song Contest. E nonostante lo scetticismo di tutti gli abitanti del suo villaggio di pescatori, compreso il padre Erick (Pierce Brosnan) con cui non ha un buon rapporto, il sogno si avvera quando – insieme all'amica d'infanzia Sigrit (McAdams), con cui ha dato vita al duo "Fire Saga" e da cui è amato, non ricambiata – viene scelto come rappresentante dell'Islanda. Durante la gara non mancheranno difficoltà e incidenti di vario tipo, compresa l'ingerenza del cantante russo Alexander Lemtov (Dan Stevens), che cerca di separare i due: ma alla fine la passione per la musica e l'amore trionferanno. Che un film di un comico americano (co-autore anche della sceneggiatura) abbia scelto come soggetto il celebre e longevo concorso canoro pan-europeo (celebre più per gli aspetti kitsch che non per le qualità musicali), per di più non facendone una parodia (sarebbe stato difficile, visto che già nella versione originale non è preso seriamente nemmeno dai suoi stessi estimatori) ma un sincero omaggio, sembrava quasi un azzardo. E invece la pellicola, al netto di cliché e prevedibilità, riesce tutto sommato a divertire e intrattenere, e a tratti addirittura a sorprendere (gli "elfi" che aiutano i protagonisti). Persino le canzoni, tutte in puro stile Eurovision, non sono male (gli attori sono doppiati da autentici cantanti). Il punto debole dell'operazione, purtroppo, è proprio Ferrell, comico che non fa mai ridere e attore con evidenti limiti rispetto agli altri interpreti (ottima la McAdams, vera mattatrice, ma carismatici anche Stevens – il cui personaggio da macchiettistico acquisisce profondità quando si adombra la sua impossibilità di dichiararsi gay in Russia – e ovviamente Brosnan). Mikael Persbrandt è il banchiere che non vuole che l'Islanda vinca (perché una vittoria obbligherebbe il paese a organizzare e ospitare l'evento l'anno successivo); Demi Lovato è Katiana, la cantante inizialmente scelta come rappresentante dell'Islanda; Melissanthi Mahut è Mita, la concorrente greca; Ólafur Darri Ólafsson è l'abitante del villaggio che chiede a Lars di suonare sempre l'irriverente "Ja Ja Ding Dong" (curiosità: Ólafsson sarà il giurato islandese nel vero concorso del 2021). Molti celebri artisti, diversi dei quali vincitori dell'Eurovision, appaiono nei panni di sé stessi, specialmente nella scena del "canto collettivo" nella villa di Alexander: fra questi Conchita Wurst, Alexander Rybak, Loreen, Netta e Jamala, più altri riconoscibili solo dai fan incalliti della gara (sì, ce ne sono), che apprezzeranno battute e riferimenti come "Gli inglesi non piacciono a nessuno, quindi zero punti!". Inizialmente il film sarebbe dovuto uscire nelle sale in contemporanea con l'edizione 2020 dell'Eurovision, ma questa è stata annullata a causa del Covid (e nel 2021, come saprete tutti, ha vinto l'Italia con i Måneskin!).

16 luglio 2021

Shine (Scott Hicks, 1996)

Shine (id.)
di Scott Hicks – Australia 1996
con Geoffrey Rush, Noah Taylor
**1/2

Rivisto in divx, alla Fogona.

Il film racconta la vita di David Helfgott, pianista australiano che dopo una carriera da giovane prodigio fu colpito da disturbi schizofrenici, qui simbolicamente e artisticamente associati all'esecuzione del terzo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov (il “Rach 3”), così monumentale e difficile da esaurire ogni energia fisica e psichica di un musicista incapace di controllare le proprie emozioni. Ma la vera origine dei problemi mentali di David, stando alla sceneggiatura di Jan Sardi, è da far risalire al rapporto problematico con un padre severo ed esigente, Peter (Armin Mueller-Stahl), ebreo di origine polacca, che da un lato ha contribuito a instillare nel figlio l'amore per la musica (“investendo” su di lui per compensare le proprie aspirazioni personali deluse), ma dall'altro lo ha sempre represso e ostacolato nella sua ricerca di un equilibrio personale, opponendosi per esempio alla sua uscita di casa quando viene invitato a studiare in America o in Inghilterra. Narrato in gran parte in flashback, il film segue tutta la vita di David, fra alti (pochi) e bassi (molti), mostrandone il progredire della pazzia di pari passo con le esibizioni pianistiche: e nonostante alcuni difetti (qualche deviazione dalla realtà dei fatti, una certa mancanza di sottigliezza e un finale un po' troppo conciliatorio) riesce a trasmettere come pochi altri – e grazie alla potenza delle immagini e della musica (l'esecuzione di un concerto diventa un vero e proprio tour de force fisico e mentale, un misto di fatica, suono e sudore che non può che condurre a un esaurimento nervoso) – il sottile legame fra genio e follia, fra arte e vita, fra passione e irrequietezza. David è interpretato, da bambino, adolescente e adulto, rispettivamente da Alex Rafalowicz, Noah Taylor e Geoffrey Rush. Quest'ultimo, che vinse l'Oscar (la pellicola ricevette in tutto sette nomination, comprese quelle per il miglior film e la regia), è l'unico dei tre a non aver bisogno di una controfigura nelle scene in cui suona: l'attore, che aveva studiato pianoforte fino ai 14 anni, ricominciò a prendere lezioni per non dover ricorrere a un “hand double”. Nel cast anche Nicholas Bell (Rosen), John Gielgud (Cecil) e Lynn Redgrave (Gillian).

24 giugno 2021

Louis van Beethoven (Niki Stein, 2020)

Louis van Beethoven (id.)
di Niki Stein – Germania/Austria/Rep. Ceca 2020
con Tobias Moretti, Anselm Bresgott
**

Visto in TV (Now Tv).

Mentre nel 1826 si sta recando con il nipote Karl in visita al fratello per un breve soggiorno, un Ludwig van Beethoven già sordo e in procinto di scrivere gli ultimi quartetti d'archi torna con la memoria ai suoi anni giovanili a Bonn (dal 1778 al 1791, quando lasciò la città natale per sempre), al difficile rapporto con un padre autoritario e ubriacone, alla sua prima storia d'amore con la giovane aristocratica Eleonore von Breuning, al viaggio a Vienna per conoscere Wolfgang Amadeus Mozart, e all'incontro con quegli ideali politici libertari (ispirati all'imminente rivoluzione francese) che lo guideranno per tutta la vita (il nome "Louis", con cui si firmerà sempre, deriva anche da questo, oltre che dal fatto che all'epoca Bonn era un principato filo-francese: lo stesso padre si firmava Jean anziché Johann). Un biopic ben fotografato, dalla bella ricostruzione storica, ambientale e musicale, ma forse un po' ingessato e a tratti ingenuo e schematico, soprattutto nel modo di affrontare i temi politici. La scelta è quella di alternare sequenze che illustrano gli ultimi mesi di vita di un Beethoven ormai vecchio e scontroso, che ha già scritto la nona sinfonia, preoccupato per l'inconcludenza del nipote Karl (praticamente un figlio adottivo) e in difficoltà economiche, a lunghi flashback che narrano gli "inizi" della sua carriera di compositore e in particolare l'incontro con Mozart, suo modello di riferimento (tanto che i brani mozartiani presenti nella colonna sonora sono numerosi almeno quanto quelli dello stesso Beethoven). Sono invece del tutto assenti scene che si riferiscono al periodo fra il 1791 e il 1826, ovvero quello delle grandi composizioni. Tobias Moretti e Anselm Bresgott interpretano rispettivamente Beethoven da anziano e da giovane. Ulrich Noethen è Christian Gottlob Neefe, maestro di cappella e suo primo insegnante. Caroline Hellwig è Eleonore, Silke Bodenbender sua madre Helene. Ronald Kukulies è il padre di Beethoven, Peter Lewys Preston è il nipote Karl. Manuel Rubey è un Mozart eccentrico e sregolato, che il giovane Beethoven incontra mentre sta componendo il "Don Giovanni".

19 aprile 2021

Frank (Lenny Abrahamson, 2014)

Frank (id.)
di Lenny Abrahamson – Irlanda/GB 2014
con Domhnall Gleeson, Maggie Gyllenhaal
***

Visto in TV (Prime Video).

Jon (Domhnall Gleeson), giovane musicista e aspirante songwriter, viene assunto per caso come tastierista dai Soronprfbs, scalcinata e stravagante band sperimentale, il cui misterioso e carismatico leader Frank indossa sempre un capoccione gigante di cartapesta che ne nasconde le reali fattezze. Dopo un anno trascorso in un cottage nei boschi irlandesi a scrivere canzoni e a registrare un album, Jon convince Frank e i riottosi membri del gruppo – fra cui l'ostile e aggressiva Clara (Maggie Gyllenhaal), che suona sintetizzatore e theremin – a recarsi in America per partecipare al festival di musica indie South by Southwest: qui, però, i problemi di salute mentale di Frank prenderanno una brutta piega... Ispirato alla storia vera di Chris Sievey (cui il film è dedicato) e del suo alter ego Frank Sidebottom, una pellicola bizzarra e con una qualità surreale che, almeno nella prima parte, la fa accomunare a certi film giapponesi. L'eccentricità di Frank (e un po' di tutta la banda) si scontra con la quotidianità e il realismo dell'ambientazione (che a tratti ricorda i film musicali di John Carney, irlandese come Abrahamson): e se il protagonista (nonché punto di vista dello spettatore) è Jon, la vera figura centrale della storia è senza dubbio Frank, sotto la cui maschera recita (e canta) l'ottimo Michael Fassbender: creativo, geniale, capace di trovare ispirazione in ogni cosa, eppure insicuro e sociopatico, con trascorsi in un ospedale psichiatrico, Frank diventa una figura di riferimento per Jon, che si convince che per diventare un artista di successo bisogna aver avuto un passato di difficoltà e sofferenza (lui invece è vissuto nella noia e nella serenità di una famiglia borghese e di una cittadina tranquilla): scoprirà che non necessariamente è così. A latere, il film affronta anche il tema del conflitto fra la musica più sincera ma ostica al pubblico che Frank suona e quella più commerciale e accessibile che Jon vorrebbe produrre, desiderando (come tutti) "essere amato". Nel cast anche Scoot McNairy (il manager Don, a sua volta problematico), Carla Azar (la batterista) e François Civil (il chitarrista).

25 marzo 2021

Ma Rainey's Black Bottom (G. C. Wolfe, 2020)

Ma Rainey's Black Bottom (id.)
di George C. Wolfe – USA 2020
con Chadwick Boseman, Viola Davis
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Nella Chicago del 1927, quattro musicisti di colore attendono l'arrivo della cantante Ma Rainey (Viola Davis), detta la "madre del blues", per una sessione di registrazione prima di una tournée. Fra di loro c'è il giovane e ambizioso trombettista Levee (Chadwick Boseman), che sogna di scrivere le proprie canzoni e di mettere in piedi una band. Ma dovrà scontrarsi non solo con i colleghi più veterani e realisti e con la personalità strabordante di Ma, primadonna che intende sfruttare fino in fondo i privilegi ottenuti col proprio successo (ben consapevole che i produttori sono interessati solo ai profitti che la sua voce garantisce), ma soprattutto con un mondo ancora in preda a ingiustizie e iniquità legate al colore della pelle, fonte in lui di traumi, rabbia e frustrazione. Anche se si parla en passant di arte, lavoro o religione, infatti, il vero tema è quello razziale, trend topic di particolare peso in tempi di movimento BLM (Black Lives Matter). Di evidente origine teatrale (il dramma di August Wilson si svolge praticamente in tempo reale, in due soli ambienti – la sala di registrazione e lo scantinato sottostante – e con una manciata di attori), ma col valore aggiunto della bella e calda fotografia, un film dove tutto collima verso un tragico (ma non inaspettato) finale. Bravi gli attori: Glynn Turman, Colman Domingo e Michael Potts sono gli altri tre musicisti, più anziani di Levee; Dusan Brown (il nipote balbuziente Sylvester) e Taylour Paige (la "ragazza") sono l'entourage di Ma Rainey; i bianchi Jeremy Shamos e Jonny Coyne sono rispettivamente il manager e il produttore discografico. Ma a sorprendere è soprattutto Boseman, al suo ultimo film (è morto di tumore durante la post-produzione) e decisamente più convincente qui, in un film su piccola scala ma intenso, che nello spettacolone "Black Panther". Cinque nomination agli Oscar: per Boseman (probabilmente il favorito per la statuetta, visti anche i precedenti di Peter Finch e Heath Ledger), Davis, la scenografia, i costumi e il trucco. Il titolo è quello di una delle canzoni del repertorio di Ma Rainey, alcune vere foto della quale (con la sua band) scorrono sui titoli di coda.

21 marzo 2021

Sound of metal (Darius Marder, 2020)

Sound of metal (id.)
di Darius Marder – USA 2020
con Riz Ahmed, Olivia Cooke
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Il batterista Ruben (Riz Ahmed) perde improvvisamente l'udito. Non rassegnandosi alla sua condizione, cerca di mettere insieme il denaro necessario a una difficile operazione chirurgica per l'impianto di una protesi acustica (anche se potrà restituirgli soltanto un suono artificiale e metallico). E nel frattempo, su suggerimento della fidanzata Lou (Olivia Cooke), trova accoglienza in una comunità di recupero dove potrà apprendere il linguaggio dei segni e soprattutto imparare ad accettare la sua nuova realtà. Sarà l'occasione per cambiare vita e ripulirsi dalle scorie di quella precedente (Ruben ha un passato di tossicodipendenza)? E riuscirà a giungere finalmente ad apprezzare anche il silenzio? Primo lungometraggio di finzione diretto da Darius Marder, in precedenza sceneggiatore per Derek Cianfrance ("Come un tuono"), il quale ha ricambiato il favore all'amico cedendogli quello che era un suo progetto originale, basato su esperienze personali di batterista affetto da acufene. Il tema del musicista (dunque di qualcuno la cui vita ruota intorno al suono) che perde l'udito, magari proprio per l'eccessiva esposizione alla musica alta, è ovviamente un classico, con sottotesti karmici e ironici, da Beethoven in poi. Sfidando le trappole della retorica, il film vi aggiunge quello del personaggio tormentato e ribelle che deve imparare a trovare la pace e un proprio equilibrio interiore. Gli attori che interpretano i membri della comunità di non udenti sono quasi tutti non professionisti affetti veramente da sordità, mentre Paul Raci (Joe, il fondatore della comunità) è figlio di genitori sordi e dunque conosce a menadito la lingua dei segni. Nel cast anche Mathieu Amalric, il padre francese di Lou. Grande successo di critica, con sei nomination agli Oscar per il miglior film, la sceneggiatura, il montaggio, gli attori (Ahmed e Raci) e quello che forse è il valore aggiunto della pellicola, ovvero il sonoro, che "simula" le sensazioni acustiche del protagonista lasciando che anche gli spettatori sperimentino cosa si prova a vivere all'improvviso in un mondo dove le voci e i suoni che ci circondano giungono ridotti o ovattati.

15 marzo 2021

C'era una volta un merlo canterino (O. Iosseliani, 1970)

C'era una volta un merlo canterino (Iko shashvi mgalobeli)
di Otar Iosseliani – URSS 1970
con Gela Kandelaki, Jansug Kakhidze
***

Visto in divx.

Il musicista Gia (Gela Kandelaki), percussionista in un'orchestra sinfonica di Tbilisi, non riesce a combinare o a portare a termine mai niente, pur essendo impegnato in mille attività. Pieno di amici (e di amiche!) e di interessi, è uno spirito libero, curioso e irrequieto, che vive alla giornata e si distrae facilmente, che contempla la natura e osserva le professioni di coloro che gli stanno intorno, che giunge sempre in ritardo alle prove dell'orchestra (ma comunque al momento giusto per suonare la propria parte, facendo infuriare il direttore), che dà appuntamenti agli amici o alle ragazze per poi dimenticarsene, e che è letteralmente un ingranaggio fuori posto all'interno di un meccanismo ben oliato (qualche critico ci ha letto una velata critica al sistema sociale e produttivo dell'Unione Sovietica), del tutto inaffidabile e non allineato, anche se "non per dogmatismo o per volontà ma per carattere". Il secondo lungometraggio di Iosseliani è un film leggero e svagato come il suo protagonista, che la macchina da presa segue nei suoi spostamenti, nelle sue attività e nelle sue osservazioni, cogliendo l'attimo per mostrarci la vita quotidiana e lavorativa degli abitanti della città (fra gli amici e i conoscenti di Gia figurano musicisti, artigiani, medici, biologi...), quasi in una versione attualizzata (e non più spersonalizzata) de "L'uomo con la macchina da presa" di Vertov. La leggerezza di fondo fa pensare al cinema francese, ad alcune cose di Truffaut (anticipa per certi versi "L'uomo che amava le donne") o addirittura di Tati: ma il finale tragico è preannunciato a più riprese, con Gia che "sfiora" numerosi incidenti (il vaso di fiori che cade, la botola che si apre sul palcoscenico), prima di essere investito da un'automobile nel finale. Morto lui, l'ingranaggio (come suggerisce la scena finale dell'orologiaio) potrà essere rimesso in moto, e il tempo e le scadenze verranno finalmente rispettate. Potrebbe sembrare che la sua vita sia trascorsa senza lasciare traccia, ma non è così: di lui rimangono cose piccole ma importanti, come il chiodo piantato alla parete per permettere all'amico di appendere il cappello. La sceneggiatura potrebbe essere in parte autobiografica, visto che Iosseliani, prima di dedicarsi al cinema, ha studiato musica proprio al conservatorio di Tbilisi, diplomandosi in pianoforte, in composizione e in direzione d'orchestra.

9 gennaio 2021

Sing street (John Carney, 2016)

Sing Street (id.)
di John Carney – Irlanda 2016
con Ferdia Walsh-Peelo, Lucy Boynton
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dublino, 1985: per far colpo sulla bella Raphina (Lucy Boynton), aspirante modella e più grande di lui di un anno, il quindicenne Conor (Ferdia Walsh-Peelo) millanta di far parte di una band musicale e le chiede di recitare nei loro videoclip. Dovrà mettere così in piedi in fretta e furia un gruppo, di cui faranno parte l'amico Darren (Ben Carolan) come manager e il compagno di scuola Eamon (Mark McKenna) come strumentista (Conor, naturalmente, è il vocalist, oltre a scrivere le canzoni insieme ad Eamon). Grazie anche ai consigli del fratello maggiore Brendan (Jack Reynor), che lo introduce alle tendenze musicali e ai gruppi più in voga al momento (Duran Duran, The Cure, The Jam, Spandau Ballet), i ragazzi miglioreranno pezzo dopo pezzo. E in contemporanea con le disavventure scolastiche (gli scontri con i bulli e la repressione dell'istituto cattolico che frequenta) e quelle famigliari (i genitori stanno per separarsi), Conor porterà avanti anche la relazione con Raphina, fino a un'emancipazione completa dal proprio ambiente e alla tanto agognata "fuga" verso l'Inghilterra (realizzando così anche i sogni mai agiti del fratello). Buona caratterizzazione dei personaggi, ottima ricostruzione nostalgica e tanta bella musica (i brani originali dei ragazzi sono firmati dallo stesso regista insieme a Gary Clark: la canzone migliore è senza dubbio "Drive It Like You Stole It") per un film piacevole ma forse non particolarmente originale a livello di contenuti: di pellicole di formazione basate sulla musica ne abbiamo già viste tantissime, e questa non ha molto di più – per fare alcuni titoli – di "The Commitments", "We are the best!", "Linda Linda Linda", "School of rock" o "Once" dello stesso Carney. In ogni caso, difficile trovargli difetti sul piano formale. Grande successo di critica. Aidan Gillen e Maria Doyle Kennedy sono i genitori, Don Wycherley è il severo insegnante. Dal film è stato tratto anche un musical.

22 ottobre 2020

Velvet goldmine (Todd Haynes, 1998)

Velvet goldmine (id.)
di Todd Haynes – GB/USA 1998
con Jonathan Rhys Meyers, Ewan McGregor
**

Rivisto in TV.

Nel 1984, il giornalista Arthur Stuart (Christian Bale) viene incaricato di scoprire che fine ha fatto Brian Slade (Jonathan Rhys Meyers), leggendario cantante sparito dalla vita pubblica dopo aver inscenato, dieci anni prima, la propria morte sul palcoscenico. Arthur, che negli anni settanta era un fervente seguace di Slade e del glam rock, il filone cui apparteneva, si reca così a intervistare le persone più vicine al cantante, quelle che lo hanno conosciuto durante la sua rapida ascesa: fra questi il suo primo agente Cecil (Michael Feast), poi sostituito dal più intraprendente Jerry Devine (Eddie Izzard); la sua ex moglie Mandy (Toni Collette); e soprattutto Curt Wild (Ewan McGregor), cantante ribelle americano che Brian idolatrava e che cercò di riportare in auge facendolo esibire al proprio fianco. La struttura del film, come si vede, è la stessa di "Quarto potere", con frammenti dell'esistenza di una persona irraggiungibile e misteriosa che pian piano vanno a comporre un quadro più grande, con tanto di finale a sorpresa. Ma più che su un singolo personaggio, la pellicola intende concentrarsi su un periodo storico-musicale, quello della Swinging London dei primi anni settanta, ricco di lustrini, scintillante ed eccessivo, caratterizzato da anticonformismo, libertà sessuale, gusto per l'apparenza e per il glamour. Il bisessuale Slade è evidentemente modellato su David Bowie (con tanto di "alter ego" venuto dallo spazio, Maxwell Demon), mentre Curt Wild è basato su Iggy Pop (con un pizzico di Lou Reed) e Jack Fairy, che influenza Slade, è ispirato a Little Richard. I Venus in Furs, fra gli altri, forniscono la colonna sonora. In realtà, però, più che la musica a contare sembra essere lo stile di vita o il modo di porsi: i cantanti – seguiti con una narrazione disgiunta in un'altalena di amori, eccessi, crisi artistiche ed esistenziali – hanno valore più per il loro carisma o i loro sogni che per le capacità musicali, che il film non approfondisce o sembra dare per scontate. E come capita spesso nei lavori di Haynes (che in seguito, con "Io non sono qui", farà anche di peggio), è il trionfo della forma (vuota) sulla sostanza, fra citazioni e riferimenti buoni solo per chi li sa cogliere. D'altronde, si dice, "la vita di un uomo è la sua immagine". Colorata, confusa, evanescente, ma con una fama da cult movie, la pellicola intreccia anche suggestioni legate alla figura di Oscar Wilde, il primo "idolo pop" (che si immagina provenire dallo spazio, e la cui eredità perdura prima in Slade e poi in Wild). David Bowie non ha gradito, e forse per questo i cineasti hanno alterato alcuni elementi del personaggio e del suo entourage.

31 luglio 2020

Un mitico viaggio (Peter Hewitt, 1991)

Un mitico viaggio (Bill & Ted's Bogus Journey)
di Peter Hewitt – USA 1991
con Keanu Reeves, Alex Winter
***1/2

Rivisto in DVD.

Secondo capitolo della saga iniziata con "Bill & Ted's Excellent Adventure", che abbandona i viaggi nel tempo per andare persino oltre, con traversie metafisiche attraverso la morte, l'inferno e il paradiso! Qualche anno dopo la loro prima avventura, Bill Preston (Alex Winter) e Ted Logan (Keanu Reeves) hanno terminato il liceo e trovato un lavoretto, ma cercano sempre di sfondare come musicisti (pur non avendo ancora imparato a suonare!). La loro grande possibilità è quella di partecipare alla "Battaglia dei complessi", un evento musicale che si terrà nella nativa cittadina di San Dimas e la cui vittoria, a loro insaputa, è destinata a plasmare l'intera società del futuro a loro immagine e somiglianza, come era stato anticipato da Rufus (George Carlin) nel precedente film. Per impedirlo, per mezzo della solita cabina telefonica temporale, dal ventiseiesimo secolo giungono due robot malvagi con le loro fattezze, incaricati dal perfido insegnante "Chuck" De Nomolos (Joss Ackland) di ucciderli e di prendere il loro posto, cambiando così il corso degli eventi. Ma anche defunti e trasformati in anime (con l'abbigliamento virato in bianco e nero), i due ragazzi rifiutano di arrendersi. E pur di tornare in vita sfidano la Morte (sconfiggendola, anziché agli scacchi come ne "Il settimo sigillo" di Bergman, a tutta una serie di giochi da tavolo: battaglia navale, Cluedo, Electric Football e Twister). Quindi attraversano un inferno tecnologico e personalizzato ("Allora le copertine dei dischi erano tutte stronzate!") e si introducono clandestinamente in paradiso, per chiedere a Dio di indirizzarli verso uno scienziato in grado di creare due robot buoni da contrapporre a quelli cattivi. Infine, dopo aver sconfitto tutti i nemici (non senza le solite trovate ai limiti del paradosso temporale) e dopo un corso intensivo di chitarra nel futuro, trionferanno al concerto con un grande discorso e un accorato inno al rock ("God gave Rock'n'Roll to you" dei Kiss), accompagnati da una band di cui fanno parte anche le fidanzatine medievali, "i due noi robot buoni", Storico/Station (lo scienziato extraterrestre di cui sopra, in realtà due creature che si uniscono in una sola), e naturalmente il Sinistro Mietitore. Sui titoli di coda, una serie di prime pagine di giornali ci fa la cronaca del successo planetario della loro musica, che porterà la pace nel mondo e lo guiderà verso la predetta utopia.

A differenza del primo film, tuttora inedito in Italia (così come la serie animata e quella in live action), questo secondo capitolo – un mio cult personale – è giunto anche da noi, anche se con una distribuzione limitata e un titolo che nasconde la sua vera natura: e non potendosi basare su un adattamento precedente, il doppiaggio si ingegna nel tradurre nel migliore dei modi lo sgangherato linguaggio dei due protagonisti, eccedendo talvolta nelle volgarità ("Quanto mi sto sulle palle!", "L'inferno è una gran cagata") ma facendo complessivamente un buon lavoro (per esempio rendendo "No way! - Yes way!" con "Non esiste! - Sì che esiste!"). Peccato per il nome della band, che da Wyld Stallyns diventa "Gli stalloni selvaggi". La sceneggiatura di Chris Matheson ed Ed Solomon (gli stessi dell'episodio precedente) non riposa sugli allori, riproponendo le stesse gag, ma innova ed espande l'universo fantascientifico che aveva creato: anziché ad eventi e personaggi storici si dedica a esplorare temi religiosi, soprannaturali e metafisici, e si fa più cupa, più bizzarra e anche più divertente, aggiungendo elementi in maniera creativa ma mantenendo la simpatia e la goofiness dei personaggi, ai quali aggiunge una spalla comica indimenticabile, il Sinistro Mietitore interpretato dallo strepitoso William Sadler. Certo, rimane un film demenziale e dal feeling decisamente anni '80, nonostante sia uscito agli inizi del decennio successivo (e questo forse ha influito sulla sua scarsa popolarità al di fuori degli USA). Fra le citazioni cinematografiche, oltre a Bergman, anche "Terminator", "Full Metal Jacket" (in uno degli inferni, quello con il colonnello dell'accademia militare in Alaska (Chelcie Ross) citato già nel precedente film), "Scala al paradiso" e "Star Trek" (Bill e Ted vengono uccisi nel deserto proprio nella location di un episodio con il capitano Kirk), mentre innumerevoli sono quelle musicali (a partire dalla frase "Ogni rosa ha la sua spina, come ogni giorno ha la sua alba, come ogni cowboy canta la sua triste, triste ballata", il segreto della vita per Ted, ripresa da una canzone dei Poison). Nel cast anche Pam Grier, mentre tornano Hal Landon Jr. (il capitano Logan) e Amy Stoch (la "matrigna" Missy). Il nome del cattivo De Nomolos è quello dello sceneggiatore Ed Solomon al contrario. Quasi trent'anni più tardi, a sorpresa ma lungamente atteso dai fan, arriverà un terzo film, "Bill & Ted Face the Music".

30 luglio 2020

Bill & Ted's excellent adventure (S. Herek, 1989)

Bill & Ted's Excellent Adventure
di Stephen Herek – USA 1989
con Alex Winter, Keanu Reeves
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Bill S. Preston, Esquire (Alex Winter) e Ted "Theodore" Logan (un Keanu Reeves agli esordi) sono due liceali non esattamente acuti e brillanti, che vivono a San Dimas, cittadina in California. Poco portati per lo studio, il loro unico sogno è quello di formare una rock band, i Wyld Stallyns, anche se nessuno dei due è davvero capace di suonare decentemente la chitarra elettrica. Tuttavia, se non supereranno l'esame finale di storia (cosa non certo facile per chi crede che "Joan of Ark" sia la moglie di Noè), saranno bocciati: e di fronte a questa eventualità il padre di Ted minaccia di spedire il figlio in un'accademia militare in Alaska, separando così per sempre il duo. Per fortuna giunge loro un inatteso aiuto da Rufus (George Carlin), un uomo del futuro (!) che mette a loro disposizione una macchina del tempo (con l'aspetto di una cabina telefonica): grazie ad essa, Bill e Ted potranno viaggiare nelle diverse epoche del passato e portare nel presente alcune importanti figure storiche (Napoleone, Socrate, Billy the Kid, Gengis Khan, Giovanna d'Arco, Sigmund Freud, Beethoven e Abramo Lincoln) che, dopo aver trascorso alcune ore nel mondo moderno (compresa una movimentata visita al centro commerciale della città), li assisteranno nella loro presentazione a scuola. Mai tradotto o distribuito in Italia (a differenza del sequel che uscirà due anni più tardi, "Bill & Ted's bogus journey", intitolato da noi "Un mitico viaggio"), un autentico cult movie nonché mio particolare guilty pleasure: una commedia sui viaggi nel tempo, assolutamente da non prendere sul serio, che garantisce un divertimento ingenuo ma senza freni e che in patria, insieme per l'appunto al suo secondo capitolo (creativamente migliore, più cupo e complesso), nonché a una serie animata e una a fumetti, ha dato origine a un vero e proprio mito generazionale, capace di influenzare l'immaginario collettivo sotto molteplici aspetti. Quello della commedia demenziale – antesignana di cose come "Fusi di testa" o "Beavis & Butt-head" – è soltanto lo strato più superficiale (al di sotto c'è la satira della società moderna, del consumismo, della famiglia e del sistema scolastico), ma già da solo garantisce una notevole dose di divertimento per l'approccio scanzonato alla storia e ai classici temi della fantascienza e delle pellicole teen a sfondo scolastico.

Ricco di gag, di giochi di parole, di trovate comiche legate alla cultura pop (con citazioni da "Doctor Who" o "Star Wars") o frutto originale della creatività degli autori (a volte anche stupida, certo, ma sempre comicamente contagiosa), il film ha saputo crearsi una fan base affezionata e duratura, come testimoniano le recenti menzioni in pellicole ad ampio budget quali "Ready Player One" e "Avengers: Endgame". Il motivo è chiaro: innanzitutto è facile affezionarsi a due protagonisti ingenui e simpatici, due slacker ignoranti e clueless ma sempre allegri e ottimisti, che quantomeno – per usare le parole di Socrate – "sanno di non sapere", e che parlano attraverso un linguaggio o slang del tutto particolare che fa ampio uso di aggettivi di valutazione esagerati o desueti (come "Excellent" o "Triumphant"), spesso comicamente rafforzati da avverbi come "Most" e "Totally". Bill e Ted si rivolgono agli altri con il termine "Dude", esclamano il proprio stupore con "No way!" (o "Yes way!"), si esprimono con versi di celebri canzoni rock, usano il gesto dell'air guitar come segno di approvazione, e coniano, come tormentone, le frasi "Be excellent to each other" e "Party on, dude!" che diventeranno le forme di saluto standard nella società del futuro. Il mondo da cui proviene Rufus, 700 anni più tardi, è infatti un'utopia che poggia le proprie fondamenta sulla musica e la filosofia dei Wyld Stallyns, per quanto assurdo e improbabile possa sembrare. Per questo motivo è necessario che i due ragazzi non vengano divisi e che passino l'esame di storia. La sceneggiatura, nata a partire da alcuni sketch comici scritti e interpretati al liceo, è di Chris Matheson (figlio di Richard Matheson!) e Ed Solomon, che firmeranno anche quelle dei seguiti. Fra gli aspetti più interessanti c'è il modo in cui sono concepiti i viaggi nel tempo, assolutamente lineari e a prova di paradosso (i rapporti causa-effetto sono sempre rispettati, anche quando la cronologia è invertita: se i due protagonisti hanno bisogno di qualcosa nel presente, gli basta decidere che nel futuro torneranno indietro a predisporre il tutto). Alcune scene sono state girate in Italia (il castello medievale, per esempio è l'Orsini-Odescalchi di Bracciano). Le carriere dei due protagonisti prenderanno strade differenti: Reeves diventerà una star, Winter finirà nel dimenticatoio. Ma nel 2020 i due si ritroveranno insieme a girare, trent'anni dopo, un terzo capitolo di "Bill & Ted".

9 giugno 2020

Goshu il violoncellista (Isao Takahata, 1982)

Goshu il violoncellista (Sero hiki no Goshu)
di Isao Takahata – Giappone 1982
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx.

Goshu è un giovane contadino che suona il violoncello in un'orchestra di campagna, impegnata nelle prove della sesta sinfonia di Beethoven (la "Pastorale") che dovrà portare in scena in città. Il severo direttore d'orchestra lo rimprovera frequentemente, accusandolo di non seguire il tempo degli altri o di uscire di tono. Ogni sera, nella capanna dove vive da solo e dove si esercita senza sosta, il ragazzo riceve la visita di un diverso animale parlante (un gatto, un uccello, un tasso e un topolino) che lo aiuteranno a migliorarsi e a maturare sia dal punto di vista musicale che da quello relazionale e comportamentale: grazie a loro, e alla propria forza di volontà, il concerto sarà un successo, e proprio a Goshu sarà chiesto di esibirsi come solista in un bis altamente virtuosistico ("Caccia alla tigre indiana", scritto appositamente da Michio Mamiya). Mediometraggio (dura un'ora scarsa) tratto da un racconto di Kenji Miyazawa di inizio Novecento, che mescola le suggestioni musicali del brano di Beethoven (un cui ritratto arcigno è appeso sulle pareti spoglie della casa di Goshu, ad osservarlo durante le lunghe ore di esercizio) – già di per sé legate al mondo della campagna (il film si apre con un temporale che va di pari passo con il quarto movimento, esattamente come accadeva in "Fantasia" di Walt Disney) – con temi tipicamente favolistici come gli animali parlanti e il loro intimo legame con la musica (si va da "I musicanti di Brema" alle tante principesse, Biancaneve in primis, che sanno comunicare con tutti gli abitanti della natura). L'animazione morbida, i bei fondali di Mukuo Takamura e i disegni appena abbozzati completano il quadro di un film semplice ma capace di risuonare nel profondo, soprattutto se si ama la musica e si comprende lo sforzo (non certo banale) che sta dietro a una perfetta esecuzione, alla capacità di trovare un proprio stile ma al contempo di rimanere in sintonia con gli altri membri dell'orchestra (il che potrebbe suggerire riferimenti autobiografici al lavoro di animatore dello stesso Takahata).

29 maggio 2020

Il ricatto (Eugenio Mira, 2013)

Il ricatto (Grand Piano)
di Eugenio Mira – Spagna 2013
con Elijah Wood, Kerry Bishé
*1/2

Visto in divx.

Giovane e brillante pianista che soffre di ansia da palcoscenico, Tom Selznick (Elijah Wood) si è ritirato dalle scene dopo essersi "bloccato" durante un concerto. Ma viene convinto dalla moglie Emma (Kerry Bishé), attrice e cantante di successo, a tornare a esibirsi in un'occasione particolare: potrà infatti suonare sul pianoforte appartenuto al suo antico maestro e mentore Patrick Godureaux, scomparso da poco. Durante le prime battute del concerto, però, Tom nota una scritta in inchiostro rosso sullo spartito, che dice: "Sbaglia una nota, e morirai". E scopre di avere addosso il puntatore di un fucile di precisione... Scritto da un Damien Chazelle non ancora regista (avrebbe esordito l'anno successivo con un'altra pellicola a tema musicale, "Whiplash"), un thriller di stampo hitchcockiano potenzialmente intrigante, ma alla resa dei conti poco riuscito. Lo spunto può ricordare quello della cabina telefonica di "In linea con l'assassino", ma la vicenda è davvero troppo inverosimile per poter essere presa sul serio: basti pensare che Tom, pur avendo gli occhi di tutto il pubblico puntati addosso, parla e discute in continuazione con il killer attraverso un auricolare, abbandona lo strumento e torna più volte al suo posto mentre il resto dell'orchestra continua a suonare, e fa persino telefonate o invia messaggi durante la sua esibizione! Per non parlare delle scene d'azione e dei combattimenti dietro le quinte o sopra il teatro, o del fatto che apparentemente l'intero pubblico non si accorge se un pianista sbaglia l'ultima nota – sì, l'ultima! – di un brano. Tutto questo non può che andare a discapito della sospensione dell'incredulità e finisce per ridurre o addirittura azzerare la suspense, nonostante gli sforzi degli interpreti (i "cattivi" sono John Cusack e un redivivo Alex "Bill S. Preston" Winter). Altro punto a demerito, il fatto che i brani suonati (un concerto per pianoforte e orchestra e un pezzo per piano solo) siano originali (di Víctor Reyes), e neanche granché belli: avrebbero potuto usare almeno della vera musica classica!