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6 maggio 2018

Humandroid (Neill Blomkamp, 2015)

Humandroid (Chappie)
di Neill Blomkamp – USA 2015
con Dev Patel, Yolandi Visser
**1/2

Visto in TV.

In un futuro prossimo, la polizia di Johannesburg impiega unità robotiche (dette "scout") come supporto alla lotta alla criminalità. Dean, l'ingegnere responsabile della loro programmazione, sviluppa un'intelligenza artificiale che potrebbe dare loro l'autocoscienza, e per sperimentarla la innesta su un'unità scout destinata allo smantellamento (e la cui batteria, non più sostituibile, ha energia soltanto per altri cinque giorni). Sequestrato da una scalcinata banda di rapinatori che intende usarlo come proprio complice, il robot – soprannominato "Chappie" – deve però imparare ogni cosa da zero, proprio come se si trattasse di un bambino da educare. E mentre ognuno gli insegna cose diverse (chi le leggi morali, chi l'amore familiare, chi a combattere o ad atteggiarsi da gangster), nell'arco di pochi giorni attraversa tutte le fasi della crescita: l'apprendimento, la dipendenza dai genitori, l'imitazione, l'obbedienza, la ribellione, l'autodeterminazione e la scoperta di sé. Da "Robocop" ad "A.I." passando per "Corto circuito" e "Ghost in the shell", il terzo film del sudafricano Blomkamp è soltanto all'apparenza meno ambizioso dei due precedenti. In effetti rinuncia ai temi sociali e politici (ma non al consueto mix fra fantascienza e – diciamo così – realismo) ma affronta comunque argomenti di un certo peso: il significato della vita, la coscienza, la differenza fra il bene e il male. Peccato che sia tutto molto meccanico e semplicistico nelle sue svolte, alternando analogie (quella parentale, quella religiosa, quella esistenziale) in maniera più che banale. Eppure, a livello basilare ed empatico, c'è qualcosa di sinceramente accattivante in questo robot tenero e infantile, in continua balia degli altri e della propria fragilità emotiva e tecnologica. Attorno al protagonista (le cui movenze – e la voce nella versione originale – sono quelle dell'attore Sharlto Copley) si muovono però una serie di personaggi con caratterizzazione debole o inesistente. Fra gli attori, anche Sigourney Weaver (il CEO della Tetravaal, l'azienda che produce i robot, il cui nome proviene da un precedente corto di Blomkamp) e Hugh Jackman (il progettista rivale, che vorrebbe sostituire gli scout con il suo nuovo prototipo, una vera e propria macchina da guerra). I gangster Ninja e Yolandi ("Papi" e "Mami" per il robot) sono due rapper sudafricani, che formano il duo Die Antwoord e firmano anche la colonna sonora.

5 marzo 2018

Elysium (Neill Blomkamp, 2013)

Elysium (id.)
di Neill Blomkamp – USA 2013
con Matt Damon, Jodie Foster
**

Visto in TV.

Nel futuro, i ricchi si sono trasferiti a vivere isolati su Elysium, una stazione spaziale in orbita attorno alla Terra, lasciando sul pianeta (trasformato in un'enorme favela) i poveri, i malati e la forza lavoro. Le carrette spaziali cariche di clandestini e disperati che cercano di raggiungere la stazione vengono respinte con i missili, su ordine dello spietato ministro della difesa (Jodie Foster). Anche il ladro e operaio Max Da Costa (un pelato Matt Damon), in fin di vita per un'esposizione accidentale alle radiazioni, intende arrivare su Elysium per potersi curare (i cittadini eletti, infatti, hanno a disposizione speciali capsule che guariscono da ogni malattia, e che naturalmente non mettono a disposizione della gente comune): ma la sua missione si rivelerà ben più importante e in grado di riportare la giustizia sociale. Al secondo film, il sudafricano Blomkamp ricicla la stessa ricetta che l'aveva portato al successo con "District 9": una fantascienza distopica che riecheggia problemi reali e d'attualità (la crisi dei profughi, le disuguaglianze sociali ed economiche), lasciando però che l'analogia funga solo da punto di partenza, perché da metà pellicola in poi essa viene annacquata nella forma del più convenzionale action movie. La sceneggiatura si rivela schematica, e la risoluzione, con il semplicistico lieto fine, banalizza in fondo l'intera questione. Interessante invece l'aspetto visivo: la fotografia assai realistica (quasi da documentario, come in "District 9"), il degrado (la sporcizia, i graffiti) e la tecnologia povera e "usata" sulla Terra (con l'esoscheletro di Max e i metodi per il trasferimento cerebrale dei dati) si sposano bene con la regia nervosa di Blomkamp, spesso con la camera a mano. Nel cast anche Alice Braga (Frey, l'amica d'infanzia di Max), Sharlto Copley (il malvagio agente governativo Kruger), Wagner Moura (lo "scafista" Spider), Diego Luna e William Fichtner.

30 settembre 2009

District 9 (Neill Blomkamp, 2009)

District 9 (id.)
di Neill Blomkamp – Sudafrica/USA/NZ 2009
con Sharlto Copley, David James
**1/2

Visto al cinema Plinius.

Una gigantesca nave extraterrestre si ferma "in panne" nel cielo sopra Johannesburg. Lo scafo è colmo di alieni-crostacei, denutriti e in condizioni pietose, che vengono evacuati in un campo di permanenza temporaneo. Ma questo in breve tempo si trasforma in una squallida baraccopoli ai margini della città, con tutto il corollario di criminalità e illegalità che ne segue: vent'anni dopo è sorto un nuovo apartheid e l'ostilità fra umani e alieni è alle stelle, con i primi che non tollerano più la presenza dei secondi. Una potente organizzazione militare privata organizza quindi lo sgombero dello slum, ma durante le operazioni uno degli addetti viene contaminato dai fluidi extraterrestri e il suo dna comincia a mutare: di colpo il suo organismo diventa preziosissimo, anche perché è l'unico essere umano in grado di usare le tecnologie (e soprattutto le armi) degli alieni, che funzionano soltanto se a impugnarle sono loro. Prodotta da Peter Jackson, l'opera prima di Blomkamp colpisce subito per l'originalità della messinscena e la lettura in chiave fantascientifica di questioni sociali e politiche come lo sbarco dei clandestini e il modo in cui vengono accolti nei paesi più avanzati. Peccato solo che dopo una prima mezz'ora accattivante, caratterizzata da toni satirici e grotteschi (finanche esagerati), le idee si esauriscano e la pellicola si trasformi in un action movie hollywoodiano come tanti, che punta tutto su confuse scene d'azione (gli effetti speciali, soprattutto per quanto riguarda i mecha, si fanno invadenti e ricordano "Transformers") e su sviluppi e caratterizzazioni straviste e improbabili (il protagonista, da sempliciotto e razzista, stringe amicizia con uno dei "gamberoni" e diventa eroico e disinteressato). Inoltre, oltre ad abbandonare completamente il parallelo con i profughi (non si fa accenno al motivo del viaggio degli extraterrestri, e tutto lascia intendere che la loro nave si sia fermata sulla Terra soltanto per una banale mancanza di carburante) viene meno anche l'impostazione da mockumentary con le finte interviste e i reportage televisivi che avevano dominato la prima parte, che lascia spazio a una narrazione più convenzionale, al cui servizio c'è per di più una regia fastidiosa e moderna (camera a mano, montaggio frenetico). In fin dei conti, dunque, nonostante gli indubbi pregi della pellicola, si resta soprattutto amareggiati per l'occasione sprecata e per la mancanza di coerenza e di coraggio nel portare fino in fondo le scelte stilistiche iniziali.