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11 febbraio 2022

A proposito dei Ricardo (A. Sorkin, 2021)

A proposito dei Ricardo (Being the Ricardos)
di Aaron Sorkin – USA 2021
con Nicole Kidman, Javier Bardem
**

Visto in TV (Prime Video).

America, anni cinquanta: Lucille Ball (Nicole Kidman) e Desi Arnaz (Javier Bardem), coppia nel lavoro e nella vita, interpretano i coniugi Ricardo, protagonisti di "I love Lucy" ("Lucy ed io", in italiano), la più popolare sitcom della televisione americana. Ma mentre si apprestano a registrare la puntata settimanale, la loro vita privata e pubblica è messa a repentaglio da più parti. Da un lato, infatti, sulla stampa filtra la voce che Lucille possa aver simpatizzato in passato per il partito comunista (siamo in piena epoca Maccartista!), il che preoccupa non poco i responsabili del canale televisivo e quelli dell'azienda del tabacco che sponsorizza lo show; dall'altro, la stessa relazione coniugale fra Lucille e Desi è scossa dai sospetti di tradimento che la donna ha nei confronti dell'uomo, proprio nel momento in cui scopre di stare aspettando un bambino... E così gelosie e tensioni si riversano nel lavoro quotidiano, fra frecciatine e litigi con i collaboratori. Il terzo film di Sorkin è, ancora una volta, ispirato a una storia vera e a personaggi reali, e si iscrive nel filone nostalgico e autocelebrativo con cui l'industria dell'intrattenimento americana ama rivisitare e ritrarre sé stessa. "I love Lucy" è stata infatti una pietra miliare della tv a stelle e strisce, tuttora considerata una delle sitcom più influenti e popolari di sempre. Attrice cinematografica di secondo piano (la ricordiamo per piccole particine in alcuni film di Astaire e Rogers), la Ball trovò infatti la fama dapprima in radio e poi in tv, come ci mostrano una serie di flashback che interrompono il flusso degli eventi (la storia vera e propria si svolge nell'arco di una settimana, quella che precede la messa in scena della puntata del programma) e che raccontano anche l'incontro e il matrimonio con Arnaz, esule cubano e una delle prime stelle "latine" della tv americana. Ma nel complesso i personaggi (la perfezionista Ball e l'istrionico Arnaz) qui sono molto meno interessanti della storia e dell'ambiente di contorno. J. K. Simmons e Nina Arianda sono William Frawley e Vivian Vance, i comprimari della sitcom. Tony Hale è il produttore esecutivo Jess Oppenheimer, Alia Shawkat la sceneggiatrice Madelyn Pugh: questi ultimi due personaggi, insieme all'altro sceneggiatore Bob Carroll Jr., appaiono anche da "anziani" in una serie di finte interviste che incorniciano la pellicola come se si trattasse di un documentario. Curiosamente è del tutto assente, invece, il direttore della fotografia Karl Freund, figura chiave per il successo dello show originale. Tre nomination agli Oscar, tutte per gli interpreti (Bardem, Kidman e Simmons). Il progetto originale, che risale al 2015, prevedeva Cate Blanchett come protagonista e Sorkin soltanto alla sceneggiatura.

31 gennaio 2021

Eyes wide shut (Stanley Kubrick, 1999)

Eyes wide shut (id.)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1999
con Tom Cruise, Nicole Kidman
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo nove anni di matrimonio, il rapporto fra il giovane medico Bill Harford (Tom Cruise) e la sua bella moglie Alice (Nicole Kidman) si trascina ormai nella noia e nella prevedibilità. L'uomo – cui peraltro non mancano tentazioni adulterine – dà per scontata la fedeltà della moglie, e rimane scosso quando lei gli confida di essere stata lì lì per tradirlo. In una notte in cui vaga sperso per la città, Bill si introduce clandestinamente (e avventatamente) in una festa esclusiva dove una misteriosa setta ha organizzato un'orgia in costume dai connotati quasi religiosi... L'esperienza si rivelerà più pericolosa del previsto ma l'uomo ne uscirà indenne, anche se non tutto si chiarirà il giorno successivo, quando farà ritorno al focolare domestico. L'ultimo film di Stanley Kubrick (che morì tre mesi prima della sua uscita in sala, e solo sei giorni dopo aver consegnato il montaggio finale) esplora i desideri sessuali, le curiosità e le tentazioni più o meno inconsce di una coppia alto-borghese. Tratto dal racconto "Doppio sogno" di Arthur Schnitzler (co-sceneggiato con Frederic Raphael), ne sposta l'ambientazione dalla Vienna di inizio Novecento alla New York di fine secolo: una trovata geniale, perché c'è un evidente parallelo fra le due città a cento anni di distanza, entrambe centri culturali ed edonistici delle rispettive epoche, luoghi di attrazione ideali per mettere in scena un viaggio notturno nelle fantasie e nei sogni ad occhi aperti, come suggerisce già il titolo (che gioca a capovolgere l'espressione "eyes wide open", "occhi spalancati": una possibile traduzione italiana poteva essere "occhi spalanchiusi") nonché il dialogo fra i due personaggi nel finale, quando ringraziano il destino "per averci fatto uscire senza alcun danno da tutte le nostre avventure, sia da quelle vere che da quelle solo sognate. E nessun sogno è mai soltanto sogno". Lei si chiama Alice, ma a fare un viaggio in un pericoloso "paese delle meraviglie" popolato da strane creature (gli uomini e le donne mascherate alla festa, ma non solo) è soprattutto lui, il vero protagonista della pellicola. Il romanzo di Schnitzler era ambientato durante il Carnevale (il che spiega le maschere veneziane), mentre qui siamo sotto Natale: ma il tema del mascheramento e della finzione è essenziale per la trama, come la contrapposizione fra sogno/fantasia e realtà).

Al di là dei generi in cui alcuni critici hanno provato a inscatolarlo (il thriller erotico o quello psicologico), il film – unico in sé stesso come quasi tutti i lavori di Kubrick – si dipana sul filo di un mistero quasi polanskiano ma anche dell'odissea notturna di un protagonista che entra in contatto con mondi a lui sconosciuti eppure così vicini (fra i membri della élite che partecipano alla festa ci sono sue conoscenze, come il ricco amico e cliente Ziegler). Mentre vaga accompagnato dall'ossessiva immagine, prodotta dalla sua mente, della moglie che amoreggia con uno sconosciuto, Bill avrà tre diverse occasioni/tentazioni di compiere atti di infedeltà (con Marion, la figlia di un suo paziente morto che all'improvviso e inaspettatamente gli dichiara il proprio amore; con Domino, una prostituta che lo abborda per strada e lo conduce in casa sua; e con la figlia minorenne del proprietario del negozio di costumi dove affitta la maschera per andare alla festa), cui resiste non sempre per sua ferma volontà, fino a giungere nella villa fuori città dove si svolge l'orgia. Qui verrà scoperto e smascherato, prima che una misteriosa donna (la cui identità forse sarà chiarita successivamente, o forse no) si "sacrifichi" per consentirgli di uscirne indenne ("Lucky to be alive", recita il titolo di un giornale la mattina successiva). "L'importante è che ora siamo svegli", gli dice Alice, fresca di una nuova comprensione del loro rapporto, che ha superato la noia e le convenzioni (nelle prime scene i due quasi non si guardano, nemmeno quando sono nudi in bagno l'una di fronte all'altro o si baciano davanti allo specchio). Se "il matrimonio rende l'inganno una necessità per le due parti", come afferma il gentiluomo ungherese che balla con Alice a casa di Ziegler (menzogne, finzioni e messinscene, come detto, sono un filo conduttore di tutto il film), la soluzione per recuperare l'intesa sincera fra i due coniugi è soprattutto una: "scopare". Il sesso può dunque essere elemento di frizione (se spogliato dagli aspetti di complicità e condivisione) ma anche di armonia all'interno di una coppia che impara a confidarsi a vicenda i propri sogni e le proprie fantasie, prendendole per quello che sono. E superando così paure e desideri inconsci (legati a questioni di fedeltà: sarà un caso, o uno scherzo del destino, che "Fidelio" è la parola d'ordine con cui Bill ha accesso – ma da solo, senza la moglie – a un mondo di trasgressione?).

Nonostante la grande attesa (dapprima perché si trattava del nuovo lavoro di un regista che mancava dalle sale da 12 anni, durante i quali aveva valutato diversi progetti non portati a termine, il più celebre dei quali era l'"A.I." poi passato a Spielberg; e in seguito perché, dopo la sua morte, era improvvisamente diventato l'ultimo tassello di una filmografia eccezionale), il film ebbe inizialmente un'accoglienza controversa, in particolare negli Stati Uniti, dove la censura aveva fatto "coprire" con artefatti digitali alcune delle nudità nella scena dell'orgia. Come per tutte le pellicole di Kubrick, però (da "Lolita" ad "Arancia meccanica", da "Shining" a "Full metal jacket"), il tempo ne ha accresciuto la fama e la considerazione sotto tutti i punti di vista. Pur tenendo conto del fatto che un autore così perfezionista avrebbe probabilmente modificato ulteriori elementi prima della definitiva uscita nelle sale (il lavoro di post produzione era ancora in corso, in particolare per quanto riguardava il montaggio sonoro e la color correction: la donna mascherata che "salva" Bill durante la festa, per esempio, fu doppiata da Cate Blanchett quando il regista era già morto perché l'attrice inglese Abigail Good non aveva un accento abbastanza americano), lo stile appare compiuto e curato in tutti i particolari, dall'eleganza delle inquadrature ai movimenti di macchina (con l'utilizzo dell'amata steadicam), dalla direzione degli attori alla scelta della musica (la colonna sonora di Jocelyn Pook, con le sue inquietanti sonorità esotiche nei brani durante la festa, è integrata dal valzer n. 2 di Shostakovich, sui titoli sia di testa che di coda, e dalla "musica ricercata" per piano di Ligeti). Cruise e la Kidman, che all'epoca erano marito e moglie, sono bravi e magnetici, anche se a tratti sembrano quasi intimoriti. E il doppiaggio italiano dà a lui una voce (quella di Massimo Popolizio) dal timbro forse un po' troppo giovanile. Nel cast anche Sydney Pollack (Ziegler), Sky du Mont (il gentiluomo ungherese), Marie Richardson (Marion), Rade Šerbedžija (Milich, il proprietario del negozio di costumi), Leelee Sobieski (sua figlia), Vinessa Shaw (Domino) e Fay Masterson (Sally). Todd Field è Nick Nightingale, l'amico pianista che suona con gli occhi bendati (eyes wide shut!). Una curiosità sul cognome del protagonista: Harford è la contrazione di Harrison Ford, il tipo di attore che Kubrick aveva immaginato per la parte.

17 maggio 2020

The others (Alejandro Amenábar, 2001)

The others (id.)
di Alejandro Amenábar – Spagna/USA 2001
con Nicole Kidman, Fionnula Flanagan
***1/2

Rivisto in DVD.

Nel 1945, la vedova di guerra Grace Stewart (Nicole Kidman) vive in isolamento con i figli Anne e Nicholas in una grande villa sull'isola di Jersey, nel canale della Manica. Poiché i bambini soffrono di fotosensibilità allergica, tutte le stanze della casa devono sempre essere mantenute al buio, illuminate solo dalla luce delle candele, e ogni porta viene chiusa a chiave. Abbandonata dalla servitù, Grace – che sottopone personalmente i figli a una rigida educazione religiosa – assume la governante Bertha Mills (Fionnula Flanagan), insieme a un giardiniere e una cameriera, affinché l'aiutino a badare alla casa. Ma qualcosa di strano sembra accadere: rumori sinistri, pavimenti che scricchiolano, oggetti che si spostano, e misteriose ed oscure presenze (gli "intrusi"). Il primo film in lingua inglese di Amenábar (che aveva attratto l'attenzione di Tom Cruise, marito della Kidman e produttore della pellicola, grazie al precedente "Apri gli occhi", del quale proprio Tom aveva interpretato il remake "Vanilla sky") è un'intelligente variazione sul tema della casa infestata, un luogo comune dell'horror gotico e soprannaturale, ispirato probabilmente a ghost story come "Il giro di vite" di Henry James. La suspense e l'inquietudine sono costruite soprattutto grazie all'atmosfera, senza bisogno di ricorrere a scene cruente o ad effetti speciali. Per il resto c'è tutto: la grande villa circondata dalla nebbia, l'oscurità e il silenzio che avvolgono ogni cosa, l'ambientazione concreta ma anche fuori dal tempo, la famiglia minacciata da presenze soprannaturali, il mistero di personaggi che nascondono segreti e rivelazioni... All'epoca il film fu paragonato al "Sesto senso" di Shyamalan, sia per il tema trattato (l'interazione fra i vivi e i morti) che per il twist ending, ma i paralleli fra le due pellicole (che, per inciso, trovo entrambe molto belle) finiscono qui. E anche conoscendo il colpo di scena finale che getta una luce diversa sull'intera vicenda, rivedendolo il film mantiene tutto il suo valore: merito di una regia competente e coerente, di dialoghi pieni di sottili indizi sulla reale situazione, e di ottime interpretazioni: si va una Kidman bellissima e inquietante, che offre forse una delle prove migliori della sua carriera nel ruolo di una madre ossessionata dalla religione e ai limiti della sanità mentale, a una Flanagan misurata e ambigua al punto giusto, fino ai due bambini (Alakina Mann e James Bentley) che donano personalità contrapposte ai loro personaggi. Christopher Eccleston è il padre andato in guerra, Eric Sykes e Elaine Cassidy gli altri servitori (che con la Flanagan formano un trio da "American Gothic"), Renée Asherson la medium.

21 febbraio 2020

Paddington (Paul King, 2014)

Paddington (id.)
di Paul King – GB 2014
con Hugh Bonneville, Nicole Kidman
**

Visto in TV, con Sabrina.

Giunto a Londra dal misterioso Perù in cerca di una nuova casa, l'orsacchiotto Paddington (così chiamato perché viene trovato nella stazione ferroviaria con questo nome) è accolto e ospitato dalla famiglia Brown, che lo aiuterà a rintracciare l'esploratore della Società Geografica che quarant'anni prima aveva visitato il suo paese, e a sfuggire alla perfida tassidermista (Nicole Kidman) che intende impagliarlo per esporlo nel Museo di Storia Naturale. Da una popolare serie di libri per bambini, un gradevole film per famiglie che fonde (in maniera eccellente) l'animazione in CGI con la live action. Oltre a essere tecnicamente ben fatto, presenta diverse gag indovinate (alcune talmente sottili da passare quasi inosservate) e un leggero accenno a temi complessi (come l'immigrazione). Peccato che, di contro, la trama e l'intreccio siano davvero poco originali e ricordino moltissimi altri film di questo tipo (a partire dal recalcitrante capofamiglia che, pian piano, si affeziona a sua volta all'orsetto): è in tutto e per tutto un film per bambini. Nel cast "umano" anche Sally Hawkins e Jim Broadbent. Nella versione originale la voce di Paddington è di Ben Whishaw. Grande successo di pubblico e di critica, che ha portato alla realizzazione di un sequel nel 2017 (sempre scritto e diretto da King), mentre un terzo capitolo sarebbe in cantiere.

Nota: anche se il protagonista è graficamente generato al computer, non metto il tag "Animazione" perché altrimenti dovrei inserirlo anche per film come "Star Wars" o "Il Signore degli Anelli". Intendo riservarlo ai film completamente in animazione (tradizionale, stop motion o digitale che sia), oppure a quelli che fondono live action e animazione tradizionale (cioè disegnata a mano).

9 luglio 2019

Aquaman (James Wan, 2018)

Aquaman (id.)
di James Wan – USA 2018
con Jason Momoa, Amber Heard
*1/2

Visto in TV.

Figlio di un abitante della superficie e di una regina del regno sommerso di Atlantide, e dunque "ponte fra terra e mare", il forzuto Arthur Curry (Jason Momoa) è il supereroe noto come "Aquaman" (già apparso nel film del 2017 "Justice League", appartenente come questo al cosiddetto DC Extended Universe). Per impedire al suo fratellastro Orm (Patrick Wilson) – che aspira a unificare tutte le tribù sottomarine sotto il ridicolo nome di "Ocean Master" – di dichiarare guerra alla superficie, Arthur è costretto a rivendicare il trono di Atlantide: e a questo scopo, con l'aiuto della principessa Mera (Amber Heard), si lancia alla ricerca del leggendario tridente di re Atlan. Dal fumetto della DC Comics creato da Mort Weisinger e Paul Norris, un film che può contare su tanti effetti speciali, su spettacolari scene sottomarine (a tratti con "vibrazioni" che ricordano il "Ponyo" di Miyazaki: ma la sensazione di assistere a una pellicola d'animazione può far venire in mente anche il "Nemo" della Pixar) e su un protagonista dall'innegabile carisma fisico (stendiamo un velo pietoso invece sulla caratterizzazione psicologica). Peccato però che soggetto, sceneggiatura e dialoghi siano a livelli più che basilari e che in due ore manchi la minima sorpresa (con l'unica eccezione, forse, della scena legata alle origini del villain minore Black Manta). Tutto sembra già visto: l'origine del personaggio, la quest, le prove che deve superare, lo scontro finale con il cattivo (ma non troppo: c'è una sorta di riconciliazione finale). I pochi temi che avrebbero meritato un approfondimento (l'inquinamento dei mari da parte degli esseri umani, la ricerca di vendetta di Black Manta) sono soltanto abbozzati, e il grande sfoggio di tecnica e di budget non aiuta a superare la noia. Fra le location spicca una Sicilia più idilliaca che realistica. Willem Dafoe è Vulko, il mentore dell'eroe; Nicole Kidman è la regina Atlanna, sua madre; Dolph Lundgren è Nereus, il padre di Mera.

2 luglio 2018

Il sacrificio del cervo sacro (Y. Lanthimos, 2017)

Il sacrificio del cervo sacro (The killing of a sacred deer)
di Yorgos Lanthimos – Irlanda/GB/USA 2017
con Colin Farrell, Nicole Kidman
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella vita del cardiochirurgo Steven Murphy (Colin Farrell, al secondo film con Lanthimos dopo "The lobster"), felicemente sposato con Anna (Nicole Kidman) e padre di due figli (Raffey Cassidy e Sunny Suljic), entra prepotentemente il sedicenne Martin (Barry Keoghan), figlio di un paziente morto due anni prima durante un'operazione per una sua negligenza. Il ragazzo, come scopriremo, è in cerca non tanto di vendetta quanto di giustizia: e spiega a Steven che se non ucciderà uno dei suoi familiari per "compensare" la sua colpa, tutti e tre si ammaleranno e moriranno (in maniera inspiegabile alla scienza: siamo di fronte a una giustizia quasi "divina"). Dopo "Dogtooth", il regista greco continua ad affidarsi ai miti classici per raccontare drammi familiari e sociali con un taglio simbolico e surreale. Questa volta l'ispirazione è data dalla tragedia di Ifigenia (citata anche nei dialoghi): e se i rimandi alle metafore e alla mitologia (la catarsi, il sacrificio...) sono forse sin troppo espliciti (sin dal titolo!), ciò non toglie che resta un film assai intrigante, originale e disturbante (comincia con le immagini di un intervento a cuore aperto!), con ottime interpretazioni di attori che hanno dovuto "trattenere" (ma non reprimere) le proprie emozioni. Il modo di rapportarsi e di relazionarsi dei personaggi, infatti, avviene con un linguaggio asettico (anestetizzato?) e formale, a tratti persino ieratico, che rende naturale parlare in maniera diretta anche di argomenti delicati e privati (come le mestruazioni della figlia, la masturbazione o i peli corporei) ed evita scene madri nei momenti più tragici (quando ci si aspetterebbero scenate o scoppi di pianto), forse proprio perché emozioni così forti, anche nel teatro greco, dovevano essere necessariamente stemperate (per spersonalizzarle e renderle così universali). L'analisi dei rapporti familiari va comunque in profondità, mostrando per esempio come anche i legami più sinceri e affezionati siano soggetti a istanze di egoismo o a tentativi di compiacere il prossimo con la logica o l'adulazione pur di ottenere un vantaggio (i vari familiari di Steven tentano a turno di accattivarselo). Notevole anche la colonna sonora, con le sonorità inquietanti di Ligeti e i canti sacri di Schubert e Bach. Alicia Silverstone è la madre di Martin. Il film che Steven guarda a casa del ragazzo è "Ricomincio da capo" con Bill Murray (altra pellicola dove accade qualcosa di misterioso e "karmico"). Premio a Cannes per la migliore sceneggiatura.

2 ottobre 2017

L'inganno (Sofia Coppola, 2017)

L'inganno (The Beguiled)
di Sofia Coppola – USA 2017
con Nicole Kidman, Colin Farrell
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Chiara.

Durante la guerra di secessione, un soldato nordista ferito viene accolto dalle occupanti di un collegio femminile, un edificio coloniale isolato fra i boschi della Virginia. Inizialmente intenzionate a consegnarlo alle proprie truppe una volta che si sarà ripreso, le ragazze – la direttrice Martha (Kidman), l'insegnante Edwina (Kirsten Dunst) e le cinque studentesse (fra cui Elle Fanning) – si ritroveranno invece a contendersi i suoi favori... Remake de "La notte brava del soldato Jonathan" di Don Siegel con Clint Eastwood: un remake pedissequo e piuttosto inutile, a dire il vero, perché non aggiunge né cambia nulla rispetto all'originale (se non forse dando un maggiore risalto alle figure femminili rispetto a quella maschile). Anzi, se vogliamo, diminuisce pure il livello di tensione e di ambiguità presente all'interno della storia, da un lato risultando carente nella caratterizzazione del caporale McBurney (Colin Farrell), assai meno focalizzata rispetto al medesimo personaggio interpretato da Eastwood, e dall'altro con una serie di passaggi frettolosi e a vuoto nel finale, che rendono più improbabile e macchinoso il crescendo drammatico della vicenda. Da salvare la fotografia di Philippe Le Sourd, con gli interni illuminati dalle candele e gli esterni con la luce che filtra dai rami del bosco. Ma per il resto, meglio (ri)vedersi la versione del 1971, da cui proviene praticamente tutto, intere battute comprese (come la Coppola abbia avuto il coraggio di farsi accreditare anche come sceneggiatrice, lo sa solo lei).

19 giugno 2017

How to talk to girls at parties (J. C. Mitchell, 2017)

How to talk to girls at parties
di John Cameron Mitchell – GB/USA 2017
con Alex Sharp, Elle Fanning
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nell'Inghilterra del 1977, il giovane Enn (Alex Sharp) e i suoi amici Vic e John sono grandi appassionati di musica punk, ribelli anticonformisti ma senza successo con le ragazze. Per conquistarne qualcuna si imbucano a una festa, ignorando che le persone lì presenti sono in realtà misteriosi alieni in gita turistica sulla Terra. L'ingenuo Enn si innamorerà dell'eccentrica Zan (Elle Fanning) e trascorrerà con lei le successive 48 ore... Tratta da un racconto breve di Neil Gaiman, un'insolita commedia che mescola due universi all'apparenza inconciliabili, quello scatenato e anarchico del punk e quello new age ispirato alla fantascienza e alle religioni orientali. Ma proprio dal confronto fra i due opposti, all'insegna del motto "evoluzione o morte" (se i giovani punk celebrano l'autodeterminazione e l'uccisione metaforica dei padri, la società degli alieni prevede al contrario che i genitori divorino letteralmente i propri figli per dare vita a un ciclo identico al precedente), può nascere qualcosa di nuovo, un elemento inedito che permetta a ciascuna delle parti di superare l'immaturità e progredire nel proprio percorso. Bizzarro e ricco d'inventiva (a tratti può ricordare altre commistioni britanniche come "La fine del mondo" o "FAQ about time travel"), se nella prima parte il film è carico di energia folle e dissacrante, nel finale si fa più scontato, e nonostante l'eccentricità dei personaggi e delle situazioni, il messaggio in fondo è banalotto: non è certo un nuovo "Rocky Horror Picture Show", e anche come omaggio al punk non raggiunge i livelli di "We are the best!". Assai interessante, comunque la rappresentazione degli alieni, divisi in sei colonie (che originalmente erano sei razze distinte) caratterizzate da nomi, colori e funzioni psicologiche, biologiche o sociali ben determinati (e che corrispondono ai chakra principali della medicina ayurvedica: dall'incontro fra Enn e Zan nascerà il settimo chakra, quello del cuore, in precedenza mancante). Nicole Kidman interpreta la "regina del punk" Boadicea.

23 ottobre 2013

Ritorno a Cold Mountain (A. Minghella, 2003)

Ritorno a Cold Mountain (Cold Mountain)
di Anthony Minghella – USA 2003
con Nicole Kidman, Jude Law
**

Visto in TV.

Il taciturno mandriano W.P. Inman (Jude Law) e la bella Ada (Nicole Kidman), figlia di un pastore protestante che si è da poco trasferito nella remota Cold Mountain, nel North Carolina, si dichiarano amore proprio nel giorno in cui lui parte volontario per la guerra di secessione contro gli Yankees. Siamo nell'America di fine ottocento, in piena guerra civile, ma pare di essere nell'Odissea di Omero. Dopo tre anni di combattimenti, sopravvissuto per miracolo al sanguinoso assedio di Petersburg, Inman decide di disertare per tornarsene dalla sua amata, che nel frattempo lo sta aspettando con pazienza, rimasta ormai sola dopo la morte del padre e costretta a fronteggiare le prepotenze di canaglie come Teague (Ray Winstone), che spadroneggia nella regione proteggendosi con l'uniforme della guardia civile. Mentre lui attraversa a piedi tutto il paese e fa incontri di ogni tipo con personaggi stravaganti, lei verrà aiutata dalla vivace e scapigliata Ruby (Renée Zellwegger) a gestire la propria fattoria e a sopravvivere in un mondo violento in attesa del ritorno dell'amato. Kolossal bellico-romantico che segue parallelamente le vicende dei due protagonisti, facendoli rincontrare solo nel finale. Anche se le corrispondenze con il viaggio di Ulisse sono evidenti – le sirene (le donne che tradiscono i disertori), Circe (la vecchia sciamana), Nausicaa (la giovane vedova), i Proci (la guardia civile) – il regista, che adatta un romanzo di Charles Frazier, sembra più interessato ad allungare il racconto il più possibile (la pellicola dura quasi tre ore, decisamente troppe, ma pare che il girato fosse molto di più: anche se, va detto a suo favore, si lascia seguire senza annoiare troppo) per portare sullo schermo banalità anti-belliche e sentimenti da romanzo Harmony (o, nel migliore dei casi, da "Vento di passioni"; non scomodiamo "Via col vento", per favore!). Abbonato ai polpettoni sin da "Il paziente inglese", Minghella non ci fa mancare niente: le scene di battaglia trasmettono l'atrocità della guerra (e il concetto, se non bastasse, viene ribadito più volte a parole), i cattivi sono cattivi (anzi, cattivissimi), i buoni sono buoni, il protagonista avanza fra mille difficoltà mantenendosi puro e senza distogliersi dal suo obiettivo finale, e le donne lottano da sole contro la violenza e la prepotenza degli uomini, oppure attendono silenziose i loro cari partiti per il fronte e dei quali non hanno più notizie. Nel ricco cast, fra gli altri, anche Donald Sutherland (il padre di Ada), Brendan Gleeson (il padre di Ruby), Natalie Portman (la giovane vedova con il bambino), Philip Seymour Hoffman (il prete "spretato") e Cillian Murphy (il più giovane dei tre soldati nordisti che assaltano la Portman), e ancora Giovanni Ribisi, Eileen Atkins, Kathy Baker, James Gammon. La Zellwegger, grazie a un personaggio "simpatico" e scritto su misura, ha vinto l'Oscar come miglior attrice non protagonista.

25 marzo 2008

Batman forever (J. Schumacher, 1995)

Batman forever (id.)
di Joel Schumacher – USA 1995
con Val Kilmer, Chris O'Donnell
*

Visto in DVD.

Dal terzo episodio Burton si limita a produrre e lascia la manovella al mediocre Schumacher. Anche Keaton si defila dal ruolo dell'uomo pipistrello, ma non è che le cose migliorino di molto con l'ingessatissimo Kilmer. Con il passaggio di consegne tra i registi si passa dall'estetica del cinema a quella del telefilm, dalle scenografie gotico-futuristiche a quelle di un parco dei divertimenti, da una Gotham City labirintica e oscura a una città finta, plasticosa e coloratissima, con neon e luci fluorescenti. Le psicologie (già semplici) si superficializzano, i cattivi si riducono a mostri ridacchianti. Due Facce, in particolare, è la delusione maggiore: si trattava probabilmente del più interessante fra tutti i nemici di Batman nel fumetto, eppure qui (lo interpreta Tommy Lee Jones) non lascia alcuna traccia di sé: le sue origini sono rivelate en passant, in una decina di secondi o forse meno, senza evidenziare alcun legame con l'Harvey Dent visto nel primo film della saga, mentre le riflessioni sulla sua doppia natura si limitano alla scena – carina – della dimora divisa in due, con tanto di doppia amante (quella "angelica" è Drew Barrymore!). A rubare la scena è invece Jim Carrey, alias l'Enigmista, ma solo perché la sua mimica facciale spicca rispetto alla mancanza di recitazione del resto del cast, compresa una Nicole Kidman che non si spreca certo negli inutilissimi panni di una psicologa innamorata di Batman. Come se non bastasse, ecco Robin: non se ne sentiva certo la mancanza, ma se non altro avrebbero potuto scegliere un attore più giovane del venticinquenne O'Donnell. Forse si voleva evitare ogni possibilità di lettura ambigua del rapporto fra i membri del Dinamico Duo? In ogni caso, il peggio del film è dato senza dubbio dalla sceneggiatura, puerile e noiosa, che tocca il punto più basso nei dialoghi fra la Kidman e Kilmer, fra allusioni, battute e frecciatine.

20 dicembre 2007

La bussola d'oro (Chris Weitz, 2007)

La bussola d'oro (The Golden Compass)
di Chris Weitz – USA/GB 2007
con Dakota Blue Richards, Nicole Kidman
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il primo capitolo di quella che avrebbe dovuto essere una nuova e ambiziosa trilogia fantasy della New Line, tratta dal ciclo di romanzi "His Dark Materials" di Philip Pullman (ma il primo libro si intitolava "Northern Lights"), è un film che non appassiona particolarmente e soprattutto che non riesce a sfruttare bene i molti spunti interessanti che il soggetto offre, in particolare nella prima mezz'ora. La storia si svolge in un mondo parallelo al nostro, vagamente steampunk, dove al fianco di ogni essere umano cammina il suo spirito animale (chiamato daemon) e dove il potente Magisterium, un'istituzione di stampo religioso, controlla completamente la società ostacolando il libero pensiero. Quando il professor Asriel, uno dei pochi accademici che professano il diritto alla ricerca e all'autonomia della scienza, scopre che una misteriosa polvere potrebbe aprire le porte verso altri universi, il Magisterium tenta di mettergli i bastoni fra le ruote, non potendo tollerare l'esistenza di mondi che il suo potere non ha ancora raggiunto. Lyra, figlia di Asriel, lo aiuterà grazie all'alethiometro, la "bussola d'oro" del titolo, un misterioso oggetto che opportunamente consultato può rivelare "la verità". Pur edulcorata rispetto ai libri, la metafora anti-religiosa è piuttosto esplicita: alla resa dei conti, però, delude un po' il fatto che i "buoni" non utilizzino la ragione ma semplicemente la forza, mentre sembrano proprio gli oscurantisti del Magisterium quelli più propensi ad affidarsi alla scienza e alla tecnologia (vedi gli insetti meccanici spia o il laboratorio fra i ghiacci). L'operazione di intercisione, con la quale i bambini vengono separati dai loro daemon non ancora stabilizzati, ricorda la circoncisione, con la quale si viene separati da un pezzetto del proprio corpo: "è solo un taglietto", minimizza più volte il personaggio di Nicole Kidman. A parte proprio la Kidman, bella e perfida, i grandi nomi del cast compaiono sullo schermo soltanto per pochi minuti (Daniel Craig, Eva Green) o addirittura per pochi secondi (Christopher Lee), lasciando ampio spazio ai bambini e agli animali in computer grafica (notevoli soprattutto i feroci orsi bianchi, una vera e propria razza senziente che convive con gli uomini). I daemon, impersonificazione dell'anima dei personaggi, ricordano per certi versi gli stand di JoJo. Alcuni critici considerano la trilogia una sorta di risposta atea al ciclo di Narnia di C.S. Lewis, che Pullman ha accusato di "propaganda religiosa" ma con il quale ha narrativamente numerosi punti in comune (addirittura entrambi iniziano con una ragazzina che si nasconde in un guardaroba!). Anche se il film attenua molto – e in certi punti fa scomparire del tutto – i temi anti-religiosi presenti del libro originale, questo non ha impedito alle solite organizzazioni oltranziste e bigotte di insorgere contro i produttori per aver "osato" trasporre su pellicola un testo del genere: da notare che le proteste non si sono rivolte contro i libri (dove le idee dell'autore erano più evidenti, ma già pubblicati da tempo e passati sotto silenzio) bensì contro il film (dove tali idee erano rese più innocue ed edulcorate), colpevole di poter risvegliare l'attenzione verso il materiale di partenza. Il tutto – come spesso accade con i bigotti – in barba alla libertà di pensiero e di opinione.

Aggiornamento: A quanto pare, visti i risultati non eccellenti al box office, la realizzazione dei due seguiti è stata sospesa.