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25 luglio 2023

Good night, and good luck (G. Clooney, 2005)

Good Night, and Good Luck. (id.)
di George Clooney – USA 2005
con David Strathairn, George Clooney
**

Rivisto in TV (Prime Video).

Negli anni cinquanta, il giornalista Edward R. Murrow (David Strathairn), già celebre per i suoi notiziari dal fronte durante la seconda guerra mondiale e ora conduttore di una popolare trasmissione d'inchiesta sulla CBS ("See It Now"), comincia a prendere posizione contro il maccartismo imperante e la "caccia alle streghe" condotta dal senatore McCarthy contro chiunque sia sospettato di avere simpatie per il comunismo, dapprima segnalando nella sua trasmissione casi di abusi e violazioni dei diritti civili e poi attaccando direttamente il senatore. Il film di Clooney (alla sua seconda regia, dopo "Confessioni di una mente pericolosa", e che si ritaglia per sé il ruolo di Fred Friendly, amico, collaboratore e producer di Murrow) ricostruisce l'ambiente di quegli anni dal punto di vista della redazione giornalistica, in una sorta di omaggio a Murrow e alla sua concezione della televisione, che non deve fornire solo intrattenimento fine a sé stesso ma anche informare il pubblico e denunciare le storture della politica. Girato in un bianco e nero patinato, il film è però monotono nel ritmo, ingessato nello stile e noioso nella narrazione, nonostante alcune sottotrame (il giornalista emarginato che si suicida, la coppia che finge di non essere sposata) e un tema tutto sommato "importante", legato a un periodo particolare della storia e della cultura americana nel dopoguerra. Il titolo è la frase con cui Murrow era solito chiudere ogni sua trasmissione. Nel cast anche Jeff Daniels, Frank Langella, Grant Heslov e Patricia Clarkson. Ottimo il riscontro critico, con sei nomination agli Oscar (miglior film, regia, attore, sceneggiatura, fotografia e scenografia) ma nessuna statuetta. Strathairn vinse anche la coppa Volpi a Venezia.

22 giugno 2023

Selvaggina di passo (R. W. Fassbinder, 1973)

Selvaggina di passo (Wildwechsel)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1973
con Eva Mattes, Harry Baer
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Quando la quattordicenne Hanni (Eva Mattes) inizia a frequentare il diciannovenne Franz (Harry Baer), i genitori di lei (Jörg von Liebenfelß e Ruth Drexel) non la prendono bene. Il ragazzo finisce addirittura in carcere per aver fatto l'amore con una minorenne, ma una volta uscito, pochi mesi dopo, i due ricominciano a vedersi e a fare progetti per il futuro. Dopo aver scoperto di essere rimasta incinta, e nel timore che il padre denunci di nuovo il ragazzo e lo faccia tornare in prigione, Hanni convince Franz a uccidere il suo genitore a colpi di pistola nel bosco... Tratto da un testo teatrale di Franz Xaver Kroetz, ispirato a sua volta a un fatto reale di cronaca (del 1967), un film girato per la televisione (ma poi uscito anche nelle sale, persino in Italia, dove peraltro fu ritirato dopo pochi giorni per via dell'argomento così scabroso) con cui Fassbinder mette in scena in maniera realista, lucida e quasi astratta un cupo fatto di cronaca e, soprattutto, la distanza siderale fra le diverse generazioni. Tanto il padre vive nel passato (parla spesso di quando era giovane, resta attaccato ai propri valori piccolo-borghesi, rimpiange addirittura l'epoca del nazismo) tanto la figlia pensa solo al futuro e mai al presente (al punto da non preoccuparsi affatto dei problemi o delle conseguenze di ciò che fa). Il contrasto si vede anche nella pragmaticità del padre ("Senza soldi non c'è amore, e senza lavoro non c'è moglie", dice, peraltro aggiungendo "soprattutto se è mia figlia") rispetto alla noncuranza con cui si muove la figlia, quasi sempre inespressiva (anche nella recitazione), che mostra un disinteresse totale di fronte alla famiglia e all'amore stesso, con l'unico faro del contrasto generazionale (del padre dice che "deve andarsene perché noi abbiamo bisogno di spazio"), il che fa del film un anello di congiunzione fra le opere che trattavano del disagio e della delinquenza giovanile (come "I vinti" di Antonioni) e quelle sui parricidi (come "Creature del cielo" di Peter Jackson). Presi in mezzo a Hanni e suo padre, Franz e la madre fanno quasi la figura dei vasi di coccio. La colonna sonora minimalista fa ripetutamente ricorso ad estratti dal secondo movimento (l'adagio) del quinto concerto di Beethoven per piano e orchestra. Piccole parti per Hanna Schygulla (la ginecologa) e Kurt Raab (il direttore della fabbrica).

2 maggio 2023

Passaggio a Nord-Ovest (King Vidor, 1940)

Passaggio a Nord-Ovest (Northwest Passage)
di King Vidor – USA 1940
con Spencer Tracy, Robert Young
**1/2

Visto in divx.

A metà Settecento, mentre nei territori del Nuovo Mondo infuria la guerra franco-indiana (che mette di fronte inglesi e francesi, entrambi alleati con differenti tribù di nativi), il giovane Langdon Towne (Robert Young), aspirante artista cacciato da Harvard dopo essere caduto in disgrazia per aver sbeffeggiato il governatore del New Hampshire, si arruola nei rangers guidati dal maggiore Robert Rogers (Spencer Tracy) e parte insieme a loro in una spedizione ai confini col Canada per affrontare gli indiani Abenachi, alleati dei francesi. Il viaggio sarà lungo e difficile: e soltanto grazie all'intraprendenza di Rogers (che spesso deve però faticare per convincere i suoi uomini, spossati e affamati, a proseguire il cammino), Langdon e un gruppo di altri soldati riusciranno a sopravvivere. Dal romanzo storico di Kenneth Roberts (di cui porta sullo schermo solo la prima delle due parti di cui è composto: paradossalmente, la ricerca del "passaggio a Nord-Ovest" che collega l'Oceano Atlantico al Pacifico avviene nella seconda), ispirato ad eventi e personaggi reali, un filmone epico e d'avventura tutto girato in esterni (in Idaho e Oregon) e in technicolor, che celebra il coraggio e l'ardimento dei primi coloni di quelli che ancora non erano gli Stati Uniti. I rangers di Rogers compiono imprese di ogni genere (dal trasportare le proprie canoe su una collina per evitare uno sbarramento nemico sul fiume, alla "Fitzcarraldo"; al guadare un fiume in piena formando una catena con i propri corpi; dal distruggere un villaggio indiano sterminandone gli abitanti; al sopravvivere per giorni interi marciando senza cibo né acqua), senza però che l'agiografia sovrasti gli aspetti più deleteri dei personaggi. Tracy è il mattatore, mentre Young, che all'inizio sembrava il protagonista, pian piano perde importanza all'interno di una storia corale. Nel cast anche Walter Brennan (l'amico di Langdon che si arruola con lui), Nat Pendleton, Ruth Hussey. Vidor avrebbe voluto dirigere un seguito per adattare la seconda parte del romanzo, ma non se ne fece niente.

26 marzo 2023

Il treno (John Frankenheimer, 1964)

Il treno (The train)
di John Frankenheimer – USA/Francia 1964
con Burt Lancaster, Paul Scofield
**1/2

Visto in divx.

Nella Parigi occupata dai nazisti, pochi giorni prima che gli alleati giungano a liberare la città, il colonnello tedesco Franz von Waldheim (Scofield) organizza un treno speciale per portare in Germania un gran numero di quadri d'arte moderna sottratti dai musei e dalle collezioni francesi. A cercare di impedirglielo, sabotando in ogni modo il convoglio e ritardandone il viaggio, sarà il ferroviere Paul Labiche (Lancaster), membro in segreto della resistenza. Ispirato a una storia vera, quella narrata da Rose Valland nel libro “Le front de l'art”, un film fortemente voluto da Lancaster, che fece sostituire dopo solo tre giorni di riprese il regista inizialmente designato, Arthur Penn, perché questi immaginava un film più minimalistico e non intendeva dare lo spazio sufficiente alle scene d'azione. In effetti, lo sforzo produttivo è notevole, con numerose sequenze ad alto impatto, quali esplosioni, scontri fra treni o stazioni ferroviarie bombardate da incursioni aeree: Frankenheimer stesso lo definirà “l'ultima grande pellicola d'azione mai realizzata in bianco e nero”. Le riprese furono effettuate in Francia, con numerosi attori francesi in ruoli minori – Jeanne Moreau (l'albergatrice), Michel Simon (il vecchio macchinista Papa Boule), Albert Rémy (il fuochista Didont), Suzanne Flon (la curatrice del museo) – per lo più addetti alle ferrovie o membri della resistenza che aiutano Labiche nel suo “duello” con Waldheim. Ma il filo conduttore è il contrasto fra il valore dell'arte (i quadri sono definiti “un tesoro nazionale” e “la gloria della Francia”) e quello della vita umana: il primo è tenuto in massima considerazione dal colonnello Waldheim, che ama la pittura (anche quella “degenerata”, ossia l'arte moderna, che gli altri nazisti vorrebbero invece distruggere) e però si ritiene uno dei “pochi eletti” in grado di apprezzarla, motivo per il quale vorrebbe sottrarla al nemico (Labiche stesso non comprende il motivo per cui recuperare i dipinti sia così importante); il secondo è invece esemplificato dal sacrificio coraggioso dei tanti partigiani o simpatizzanti che muoiono per fermare il treno. L'ultima inquadratura del film mostra significativamente le casse con i dipinti abbandonate a fianco del convoglio e circondate dai cadaveri. Nel complesso, una pellicola avvincente e realizzata con competenza, che offre uno sguardo originale e diverso sulla seconda guerra mondiale: lo stesso spunto darà vita in tempi più recenti ad altri film (come “Monuments men” di George Clooney).

28 febbraio 2023

Un eroe (Asghar Farhadi, 2021)

Un eroe (Qahreman)
di Asghar Farhadi – Iran/Francia 2021
con Amir Jadidi, Mohsen Tanabandeh
***

Visto in TV (Now Tv).

In carcere per non aver pagato un debito, Rahim (Amir Jadidi) ha due giorni di permesso da trascorrere in famiglia, durante i quali vorrebbe vendere le monete d'oro contenute in una borsa che afferma di aver trovato per strada, accanto a una fermata d'autobus. Quando si rende conto che il ricavato non basterebbe comunque a soddisfare il suo creditore (Mohsen Tanabandeh), decide invece di restituire la borsa al legittimo proprietario, e a tal fine affigge degli annunci in strada. Una donna si presenta in effetti a reclamare la borsa. E la notizia del gesto disinteressato di Rahim si diffonde rapidamente, trasformandolo suo malgrado in un eroe e un modello di virtù e valore civico. L'uomo viene intervistato in televisione e sui giornali, e sia i responsabili del carcere sia un'associazione benefica ne approfittano per tessergli attorno una narrazione di retorica e di propaganda. Ma pian piano vengono alla luce anche sospetti e illazioni, anonime e sui social media, secondo cui Rahim si sarebbe inventato tutto... Asghar Farhadi torna a girare in Iran per raccontare una parabola ambigua (e mediatica) sull'onestà e l'ipocrisia. Cosa sia accaduto davvero non viene chiarito: Rahim afferma in seguito che la borsa non è stata trovata da lui, ma dalla sua compagna Farkhondeh (Sahar Goldoost), ma le date non coincidono; la proprietaria, dopo esserne tornata in possesso, sparisce nel nulla e non può più essere rintracciata per confermare la sua storia (anche se avrebbe i suoi validi motivi). Ma soprattutto la vicenda mette in luce gli interessi e le ipocrisie dietro ogni narrazione "popolare" di bontà e di successo, con Rahim (e suo figlio, il piccolo e balbuziente Siavash) tirati da tutte le parti per mettere in scena e far apparire nel migliore dei modi al pubblico, di volta in volta, le istituzioni e le organizzazioni carcerarie, la famiglia del debitore e quella del creditore. Parole e azioni servono per "comprare la reputazione", in una compravendita cui inizialmente partecipa lo stesso Rahim, salvo ribellarsi nel finale. Premiato a Cannes con il Grand Prix speciale della giuria, il film è ispirato a una storia vera (ci sono state controversie in proposito, fra il regista e una sua ex studentessa, su chi abbia avuto l'idea) e illustra un (altro) aspetto della società iraniana o, se vogliamo, più in generale del mondo contemporaneo: non mancano le affinità, per esempio, con "Eroe per caso" di Stephen Frears, con Dustin Hoffman.

20 febbraio 2023

È andato tutto bene (François Ozon, 2021)

È andato tutto bene (Tout s'est bien passé)
di François Ozon – Francia 2021
con Sophie Marceau, André Dussollier
***

Visto in TV (Now Tv).

L'ottantenne André Bernheim (André Dussollier), collezionista d'arte, viene colpito da un ictus ed è ricoverato in ospedale. Rimasto semi-paralizzato, chiede alla figlia Emmanuèle (Sophie Marceau) di aiutarlo a "farla finita". Ogni tentativo da parte della donna, e della sorella Pascale (Géraldine Pailhas), di fargli cambiare idea si rivela inutile: l'uomo è irremovibile e ostinato, e nonostante la sua salute lentamente migliori, soltanto l'idea della morte sembra recargli conforto. Alla fine Emmanuèle si rivolge a un'associazione svizzera che promuove il suicidio assistito. E pur sapendo di contravvenire alla legge francese, nonché combattuta fra la scelta di impedirgli di morire o quella di consentirgli di farlo (entrambe per amore), farà partire il padre per il suo ultimo viaggio. Tratto dal romanzo autobiografico di Emmanuèle Bernheim, già sceneggiatrice per Ozon di "Sotto la sabbia", "Swimming pool" e "CinquePerDue" (significativa la scena in cui André dice che la storia sarebbe un soggetto perfetto per uno dei suoi libri), un film delicato ed elegante che affronta il tema dell'eutanasia con grande misura e sensibilità, senza mai risultare retorico né ricattatorio. Il rapporto del padre con la figlia (ma anche con l'ex moglie) non è certo idilliaco, come confermano i brevi flashback o le relazioni con gli altri membri della famiglia (per non parlare di quella con "l'amico" gay), eppure tutto il dilemma – venato di sofferenza ed esitazione – di una scelta così radicale viene perfettamente alla luce. Il punto di vista è sempre quello della figlia, mai del padre, descritto come determinato, testardo e irremovibile in una scelta che ad altri può apparire assurda o insensata. E la pellicola arricchisce la vicenda con una grande attenzione al vissuto quotidiano attraverso tanti piccoli dettagli (le lenti a contatto, il panino al salmone, la musica di Brahms, gli "sfoghi" di Emmanuèle con il pugilato o i film horror). Eccellente il cast (straordinario, in particolare, Dussollier), con piccoli ruoli per Charlotte Rampling (la madre), Hanna Schygulla (la signora svizzera) e Nathalie Richard (la commissaria di polizia). Il sempre ottimo Ozon aveva già affrontato il tema della malattia e della morte, ma da tutt'altra prospettiva, ne "Il tempo che resta".

28 gennaio 2023

Windtalkers (John Woo, 2002)

Windtalkers (id.)
di John Woo – USA 2002
con Nicolas Cage, Adam Beach
*1/2

Rivisto in TV (RaiPlay).

Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, per evitare che i nemici decifrassero le loro trasmissioni radiofoniche, gli Stati Uniti fecero ricorso a un'insolita risorsa... interna: gli indiani Navajo, addestrati come marconisti e incoraggiati a usare la propria lingua nativa come codice per trasmettere i messaggi fra le linee. Il marine Joe Enders (Nicolas Cage), desideroso di tornare in battaglia dopo aver visto morire tutti i suoi compagni di plotone ed essere rimasto ferito a un orecchio, viene incaricato di scortare uno di questi "code talkers", il navajo Ben Yahzee (Adam Beach), assegnato a una compagnia d'assalto nel Pacifico, con il compito di evitare a tutti costi che venga fatto prigioniero dai giapponesi. Da uno spunto ispirato ad eventi reali (i "code talkers" Navajo parteciparono, fra le altre, alle battaglie di Saipan – mostrata nel film – e di Iwo Jima), forse il peggiore dei sei film girati a Hollywood da John Woo: enfatico nella regia e nella fotografia, e recitato svogliatamente (Cage a parte, ma il suo è un caso particolare: sembra sempre che esageri nell'interpretazione), ha però il suo difetto principale nella sceneggiatura ingessata, scolastica e a tratti retorica, con personaggi monodimensionali (vedi per esempio il marine razzista Chick) e una generale incapacità di sfruttare il suo stesso argomento portante. L'impressione è che il film non sappia cosa raccontare: a parte l'introduzione iniziale, il tema dei "code talkers" viene subito messo da parte, in favore di lunghe e violente (ma generiche e noiose) scene di combattimento; e anziché riflettere sul linguaggio, ci si concentra sul concetto (molto più abusato e meno interessante) dell'amicizia, in particolare quella fra Ben e Joe, che si cementa lentamente sul campo di battaglia. I vaghissimi aspetti da buddy movie e gli accenni all'incontro e all'accettazione di culture diverse colorano a malapena quello che è solo uno sfoggio di sequenze di battaglia, dispiegate lungo una serie di episodi scollegati l'uno dall'altro, fino a un finale random. Meritato flop al botteghino. Nel cast anche Christian Slater, Roger Willie, Peter Stormare, Noah Emmerich, Mark Ruffalo, Brian Van Holt, Jason Isaacs e, unico (inutile) personaggio femminile, Frances O'Connor. Cage e Slater avevano già lavorato con Woo, rispettivamente in "Face/Off" e "Broken Arrow".

18 dicembre 2022

Argentina, 1985 (Santiago Mitre, 2022)

Argentina, 1985 (id.)
di Santiago Mitre – Argentina 2022
con Ricardo Darín, Peter Lanzani
***

Visto in TV (Prime Video).

Dopo la caduta della dittatura militare in Argentina e il ritorno della democrazia, il procuratore federale Julio César Strassera (Ricardo Darín) viene incaricato di rappresentare la pubblica accusa nel processo civile a Jorge Videla e agli altri membri della giunta che ha governato il paese nei sette anni precedenti. Sottoposto a forti pressioni, a intimidazioni e a continue minacce, in pochi mesi e con l'aiuto dell'assistente Luis Moreno Ocampo (Peter Lanzani) e di un team di giovani collaboratori Strassera riuscirà a raccogliere un numero sterminato di prove e di testimonianze contro i crimini commessi dalla giunta, compresi centinaia di casi di rapimenti, sparizioni (i cosiddetti "desaparecidos"), torture, violenze e omicidi, dimostrando che non si trattava di casi isolati ma di un uso strategico e diffuso della sopraffazione e della violenza. E per la prima volta nella storia, un tribunale civile riuscirà a condannare per crimini contro l'umanità i membri di una giunta militare, aprendo una nuova stagione di speranza e di giustizia per il paese. Un film di denuncia sociale che ripercorre la storia del "processo più importante della storia argentina", narrata in modo appassionante e senza mai smarrire la presa sul lato umano della vicenda: che si tratti di Strassera e dei suoi giovanissimi collaboratori (il cui punto di vista è sempre centrale), spesso in preda ai dubbi e alla paura, o delle testimonianze toccanti e sconvolgenti dei sopravvissuti e delle vittime della dittatura, o ancora delle incertezze e dei sensi di colpa di chi pensa di non aver fatto abbastanza in precedenza, la sceneggiatura narra fedelmente i fatti fino al momento della requisitoria finale di Strassera (riportata integralmente, compresa la citazione dantesca sui tiranni condannati nel settimo cerchio dell'Inferno, nonché il celebre "Nunca mas!" finale) che condensa, in poche parole accuratamente cesellate, tutta l'indignazione e il bisogno di giustizia nei confronti di veri e propri "crimini di stato", commessi da chi si era arrogato il compito di "difendere la patria dalla guerriglia", facendo ricadere magari la responsabilità sui propri subordinati o la colpa sulle stesse vittime. Con un'impostazione classica, una regia solida, e buone prove attoriali, la pellicola riesce compiutamente nei suoi intenti, risultando al tempo stesso coinvolgente ed equilibrata.

25 agosto 2022

Buongiorno, notte (M. Bellocchio, 2003)

Buongiorno, notte
di Marco Bellocchio – Italia 2003
con Maya Sansa, Roberto Herlitzka
***

Rivisto in TV (Netflix).

La ventitreenne Chiara (Maya Sansa) fa parte con altri tre compagni del piccolo gruppo armato delle Brigate Rosse che il 16 marzo 1978 sequestra Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, tenendolo poi prigioniero per quasi due mesi in una stanza segreta, nascosta dietro la libreria di un appartamento romano, prima di ucciderlo. Ma nella sua immaginazione la ragazza, colta da dubbi e ripensamenti, sogna invece di liberarlo e di lasciarlo andare via per le strade della città... Liberamente tratto dal romanzo semi-autobiografico "Il prigioniero", scritto dalla brigatista Anna Laura Braghetti (di cui Chiara è l'alter ego, come i personaggi interpretati da Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio e Giovanni Calcagno lo sono dei suoi compagni), una rappresentazione personale e originale di uno dei fatti di cronaca più importanti dell'Italia dei tardi anni settanta, visto interamente dalla prospettiva di una ragazza combattuta fra un'ideologia folle, cieca e astratta e sentimenti umanitari che prendono forma poco a poco, così come dal contrasto fra una vita "normale" (i pranzi in famiglia, il lavoro come archivista ministeriale, le discussioni con l'amico e collega Enzo) e le azioni quasi "utopiche" delle BR che, peraltro, sono accolte con indifferenza o ostilità dalla maggior parte della società che la circonda. Oltre alla buona prova degli attori (da segnalare Roberto Herlitzka che dà vita a un Moro pieno di dignità), la forma filmica mette in scena l'insieme grazie a un montaggio che usa materiali di repertorio di vario genere (in televisione passano i telegiornali d'epoca, i balletti della Carrà, le carrellate di primi piani e dichiarazioni di politici come Andreotti & C.; nella mente e nei sogni di Chiara, invece, si dipanano documentari d'epoca sovietici, che accompagnano la sua lettura delle "Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana", in parallelo con la lettura delle lettere che lo stesso Moro è costretto dai brigatisti a scrivere ai suoi cari e ai suoi colleghi di partito). L'atmosfera del film, in generale, è sospesa, irreale, onirica, grazie anche alla fotografia fredda di Pasquale Mari e all'uso estraniante della musica (fra i brani ricorrenti, estratti da brani dei Pink Floyd come "Shine On You Crazy Diamond" e "The Great Gig In The Sky" e dalla versione orchestrale del Momento musicale op. 94 n. 3 in fa minore di Franz Schubert). Alcuni passaggi dei dialoghi, in particolari le frasi del più "convinto" fra i brigatisti (quello interpretato da Lo Cascio), provengono da dichiarazioni e comunicati dei fondatori delle stesse Brigate Rosse. Il titolo (da un verso di Emily Dickinson) è anche quello di una sceneggiatura scritta da Enzo (Paolo Briguglia), ispirata proprio al caso Moro. Nel 2022 Bellocchio tornerà sull'argomento con un altro film, "Esterno notte".

19 agosto 2022

House of Gucci (Ridley Scott, 2021)

House of Gucci (id.)
di Ridley Scott – USA 2021
con Lady Gaga, Adam Driver
*1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

La storia degli eventi che hanno circondato la celebre casa di moda italiana, simbolo di stile, fascino ed esclusività, fra gli anni settanta, quando Patrizia Reggiani (Lady Gaga), arrampicatrice sociale con pochi scrupoli, conosce e sposa Maurizio (Adam Driver), l'ultimo rampollo della famiglia Gucci, e gli anni novanta, quando, dopo aver ceduto il controllo dell'azienda a una società di investimenti, Maurizio viene ucciso da un paio di balordi su commissione dell'ex moglie. Raccontato all'insegna del connubio fra passione e potere, quasi come si trattasse di una dinastia nobile (e un po'... mafiosetta), il film appare assai diseguale: interessanti, entro certi limiti, le vicende legate agli intrighi familiari (grazie anche ad attori come Al Pacino, Jeremy Irons e Jared Leto, che interpretano rispettivamente Aldo, Rodolfo e Paolo Gucci, ovvero lo zio, il padre e il cugino di Maurizio: sono loro tre, senza alcun dubbio, la cosa migliore del film, anche se spesso gigioneggiano in modo quasi caricaturale: quando sono di scena Pacino e Leto, in particolare, sembra di assistere a una commedia) e al declino e al conseguente rilancio della casa di moda; molto meno, anche perché frettolose e poco approfondite, quelle relative al matrimonio fra Maurizio e Patrizia, al loro divorzio e infine all'omicidio, tutti momenti che si susseguono in maniera stereotipata, banale o senza la necessaria preparazione, Nonostante la durata forse eccessiva della pellicola (e alcune libertà prese nelle date e nella cronologia degli eventi), la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga e mal focalizzata: di Maurizio non capiamo mai veramente il carattere (si fa plagiare dalla moglie come se questa fosse una sorta di Lady Macbeth? è disinteressato alle sorti dell'azienda? o è davvero una carogna pronta a tradire ed escludere i parenti?), mentre Patrizia passa da protagonista a comprimaria in un attimo, salvo tornare alla ribalta negli ultimi minuti con tendenze omicide, sia pur mosse dalla rabbia e dal rancore, che mai aveva fatto trapelare in precedenza. E se la sceneggiatura lascia alquanto a desiderare, la regia di Scott a sua volta è svogliata e un po' anonima. Buona, tutto sommato, la ricostruzione d'epoca, a livello di scenografie e costumi. Decisamente kitsch invece la colonna sonora, che mescola canzoni italiane (scelte a caso, almeno questa è l'impressione) e naturalmente, trattandosi di Italia, brani d'opera (i più famosi possibili: "Libiamo ne' lieti calici", "Largo al factotum", "La donna è mobile", l'ouverture del Barbiere, il coro a bocca chiusa della Madama Butterfly e, per buona misura, l'aria della Regina della Notte). Il kitsch, a dire il vero, è sempre in agguato quando gli americani provano a fare un film sulla moda e sullo stile europeo o ambientato nel Bel Paese (Ridley Scott, fra l'altro, aveva già dato con "Hannibal" e "Tutti i soldi del mondo"), e questo (con una Lady Gaga che assomiglia a Marisa Laurito) non fa eccezione. Eppure, nel guardarlo, c'è una sorta di guilty pleasure. In ogni caso, meglio Gaga di di Driver (che per Scott aveva già recitato nel precedente "The last duel"). Jack Huston è Domenico De Sole, consulente legale dei Gucci; Camille Cottin è Paola Franchi; Salma Hayek è la "sensitiva" Pina Auriemma; Reeve Carney è lo stilista Tom Ford.

22 maggio 2022

Mare dentro (Alejandro Amenábar, 2004)

Mare dentro (Mar adentro)
di Alejandro Amenábar – Spagna 2004
con Javier Bardem, Belén Rueda
***

Rivisto in divx.

Dopo venticinque anni trascorsi da tetraplegico, rimasto paralizzato in seguito a un tuffo in quel mare che ama tanto, l'ex pescatore galiziano Ramón Sampedro (uno straordinario Bardem) ha deciso di morire. E con l'aiuto di parenti, amici, e dell'avvocatessa Julia (Belén Rueda), che soffre a sua volta per una malattia degenerativa, porta avanti in tribunale una lunga battaglia legale per vedersi riconosciuto il diritto al suicidio assistito, mentre nel contempo dà alle stampe un suo libro di memorie. Tratto da una storia vera che era a forte rischio di retorica (ma la regia di Amenábar, anche sceneggiatore insieme a Mateo Gil, riesce a trascendere l'argomento), un film sincero e commovente su un tema – l'eutanasia – che ovviamente non può che dividere l'opinione pubblica, così come le stesse persone che circondano e amano Ramón: si va dall'attivista umanitaria Gené (Clara Segura), sempre al suo fianco, all'amica Rosa (Lola Dueñas), che pur cercando di dissuadere Ramon sarà colei che lo aiuterà alla fine a morire; dal fratello José (Celso Bugallo) e dal padre Joaquin (Joan Dalmau), che disapprovano la sua decisione, alla cognata Manuela (Mabel Rivera) e al nipote Javier (Tamar Novas), con cui stringe un particolare legame; e naturalmente ci sono le influenze esterne, da parte della società, del sistema legale e della religione, impersonate quest'ultime da padre Francisco (José María Pou), prete anch'esso tetraplegico, che discute inutilmente con Ramón di teologia. A parte alcuni flashback che lo mostrano da giovane, Bardem recita per l'intero film immobile (e "invecchiato") nel suo letto: fa eccezione la sequenza con cui "vola" letteralmente con l'immaginazione, fuori dalla finestra di casa, sorvolando il paesaggio fino a raggiungere il mare e incontrarsi con l'amata Julia, sulle note del "Nessun dorma" dalla Turandot di Puccini. Gran premio della giuria al festival di Venezia e Oscar per il miglior film straniero.

29 aprile 2022

La libertà di Brema (R. W. Fassbinder, 1972)

La libertà di Brema (Bremer Freiheit)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Wolfgang Schenck
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Trasmesso sulla televisione tedesca nel dicembre del 1972, questo film è l'adattamento di una delle tante opere teatrali di Fassbinder: in quanto tale, gli elementi cinematografici sono di poco conto (il personaggi si muovono su un palco, e c'è giusto un fondale su cui vengono proiettate immagini di specchi d'acqua e occasionali primi piani), mentre i punti di forza sono soprattutto il testo, ricco di spunti, e la recitazione, in particolare quella della protagonista (gli attori sono quelli dell'Antiteater, il collettivo diretto dallo stesso Fassbinder: nel cast ci sono Wolfgang Schenck, Kurt Raab, Hanna Schygulla). Il soggetto si ispira a un episodio realmente accaduto a Brema a inizio Ottocento: una donna, Geesche Gottfried, fu giudicata colpevole di aver ucciso quindici persone nel corso di oltre un decennio, tutti avvelenati con l'arsenico (messo nel tè o nel caffè): fra questi il suo primo marito, i suoi figli, i suoi genitori e vari parenti. Fu l'ultima persona giustiziata pubblicamente nella città di Brema. Fassbinder ne rilegge la vicenda in chiave di emancipazione femminile: in un periodo e in un contesto sociale in cui la donna doveva essere del tutto sottomessa all'uomo (che si trattasse del marito, del padre o del fratello), di fatto una serva in casa propria, Geesche non ha altro modo di farsi strada che eliminare fisicamente i suoi tormentatori: cerca così una via per poter seguire i propri sentimenti, per gestire di persona l'azienda di famiglia (una selleria) e per non essere dipendente dalla volontà, dalle consuetudini o dalle imposizioni della morale altrui (comprese quelle della religione, che – come le dice la madre – vuole che la felicità non debba essere cercata sulla terra, qui e ora, ma solo nell'aldilà). E di fronte alle ipocrisie (ogni matrimonio è considerato "felice" dalla società, anche se le donne sono schiavizzate), alle incomprensioni o ai pregiudizi misogini di chi le sta attorno ("Una donna è troppo stupida per capire"), Geesche trova – attraverso il delitto – il modo per rivendicare la propria libertà. Il sottotitolo recita "Una tragedia borghese".

23 febbraio 2022

Black Hawk Down (Ridley Scott, 2001)

Black Hawk Down - Black Hawk abbattuto (Black Hawk Down)
di Ridley Scott – USA/GB 2001
con Josh Hartnett, Ewan McGregor
***

Rivisto in TV (Now Tv).

Nella Somalia scossa dalla guerra civile, durante una missione che sarebbe dovuta durare pochi minuti, un Black Hawk (elicottero d'assalto dell'esercito degli Stati Uniti) viene abbattuto dalle milizie del generale Aidid, signore della guerra locale, e precipita nelle strade di Mogadiscio. Qui i soldati superstiti a bordo, nonché quelli che vengono inviati a recuperarli, devono difendersi dall'assalto dei miliziani nemici: ne nasce una vera battaglia, uno cruento scontro a fuoco per le strade e i palazzi della città, che durerà tutta la notte e si concluderà con numerosi caduti. Da un episodio realmente avvenuto nel 1993 (che lo sceneggiatore Ken Nolan ha adattato da un saggio dello storico Mark Bowden), una pellicola bellica ad alta intensità che si concentra quasi tutta sull'azione, rappresentata con grande maestria dalla regia di Scott che, pur immersiva, evita sempre (per fortuna) l'effetto videogioco. Fra i film di guerra non esplicitamente di impostazione antibellica (nonostante accenni alle diverse sensibilità dei soldati coinvolti, c'è poco spazio per riflessioni ad ampio raggio sull'impegno e l'interventismo americano nei paesi stranieri, e anzi se ne celebra l'eroismo con una certa retorica), sicuramente è uno dei migliori per confezione tecnica e costruzione della suspense, viscerale e frenetica, grazie anche a un'impostazione corale nella quale comunque non mancano di sollevarsi alcune figure individuali. Il ricco cast comprende Josh Hartnett, Ewan McGregor, Eric Bana, Orlando Bloom, Sam Shepard, Tom Sizemore e molti altri (compreso un esordiente Tom Hardy). Ma più di loro a essere protagoniste sono le immagini (la fotografia è di Sławomir Idziak), il montaggio (di Pietro Scalia) e il sonoro, con queste due ultime categorie premiate con l'Oscar (due su quattro nomination). Colonna sonora di Hans Zimmer. Qualche critica per come sono stati rappresentati i somali (sia i "cattivi" sia la popolazione inerme).

11 febbraio 2022

A proposito dei Ricardo (A. Sorkin, 2021)

A proposito dei Ricardo (Being the Ricardos)
di Aaron Sorkin – USA 2021
con Nicole Kidman, Javier Bardem
**

Visto in TV (Prime Video).

America, anni cinquanta: Lucille Ball (Nicole Kidman) e Desi Arnaz (Javier Bardem), coppia nel lavoro e nella vita, interpretano i coniugi Ricardo, protagonisti di "I love Lucy" ("Lucy ed io", in italiano), la più popolare sitcom della televisione americana. Ma mentre si apprestano a registrare la puntata settimanale, la loro vita privata e pubblica è messa a repentaglio da più parti. Da un lato, infatti, sulla stampa filtra la voce che Lucille possa aver simpatizzato in passato per il partito comunista (siamo in piena epoca Maccartista!), il che preoccupa non poco i responsabili del canale televisivo e quelli dell'azienda del tabacco che sponsorizza lo show; dall'altro, la stessa relazione coniugale fra Lucille e Desi è scossa dai sospetti di tradimento che la donna ha nei confronti dell'uomo, proprio nel momento in cui scopre di stare aspettando un bambino... E così gelosie e tensioni si riversano nel lavoro quotidiano, fra frecciatine e litigi con i collaboratori. Il terzo film di Sorkin è, ancora una volta, ispirato a una storia vera e a personaggi reali, e si iscrive nel filone nostalgico e autocelebrativo con cui l'industria dell'intrattenimento americana ama rivisitare e ritrarre sé stessa. "I love Lucy" è stata infatti una pietra miliare della tv a stelle e strisce, tuttora considerata una delle sitcom più influenti e popolari di sempre. Attrice cinematografica di secondo piano (la ricordiamo per piccole particine in alcuni film di Astaire e Rogers), la Ball trovò infatti la fama dapprima in radio e poi in tv, come ci mostrano una serie di flashback che interrompono il flusso degli eventi (la storia vera e propria si svolge nell'arco di una settimana, quella che precede la messa in scena della puntata del programma) e che raccontano anche l'incontro e il matrimonio con Arnaz, esule cubano e una delle prime stelle "latine" della tv americana. Ma nel complesso i personaggi (la perfezionista Ball e l'istrionico Arnaz) qui sono molto meno interessanti della storia e dell'ambiente di contorno. J. K. Simmons e Nina Arianda sono William Frawley e Vivian Vance, i comprimari della sitcom. Tony Hale è il produttore esecutivo Jess Oppenheimer, Alia Shawkat la sceneggiatrice Madelyn Pugh: questi ultimi due personaggi, insieme all'altro sceneggiatore Bob Carroll Jr., appaiono anche da "anziani" in una serie di finte interviste che incorniciano la pellicola come se si trattasse di un documentario. Curiosamente è del tutto assente, invece, il direttore della fotografia Karl Freund, figura chiave per il successo dello show originale. Tre nomination agli Oscar, tutte per gli interpreti (Bardem, Kidman e Simmons). Il progetto originale, che risale al 2015, prevedeva Cate Blanchett come protagonista e Sorkin soltanto alla sceneggiatura.

22 novembre 2021

Il buco (Jacques Becker, 1960)

Il buco (Le trou)
di Jacques Becker – Francia 1960
con Marc Michel, Jean Keraudy
***1/2

Visto su YouTube.

Nella prigione de La Santé, a Parigi, il giovane Gaspard (Marc Michel) – in attesa di processo – viene trasferito di cella, e scopre che i suoi quattro nuovi compagni stanno progettando la fuga. Si unirà a loro, scavando un "buco" sul pavimento che porta ai sotterranei del carcere, e di lì, attraverso le fognature, verso la libertà... Da un romanzo di José Giovanni (co-sceneggiatore insieme al regista), ispirato a un fatto realmente accaduto nel 1947 (di cui fu protagonista proprio uno degli attori, Jean Keraudy, che interpreta sé stesso nei panni di Roland, l'ideatore del piano di fuga: è lui a introdurre la vicenda, rivolgendosi agli spettatori e spiegando: "Buongiorno. Il mio amico Jacques Becker ha ricostruito in tutti i dettagli una storia vera, la mia"), una pellicola bella e serrata, per certi versi simile al capolavoro di Bresson "Un condannato a morte è fuggito". Anche se qui la prospettiva è più corale e meno individuale, come in quello assistiamo meticolosamente alla lavorazione e messa in atto del progetto dei protagonisti, con lunghe inquadrature dei detenuti che martellano il pavimento, segano le sbarre e picconano i muri, il tutto mentre cercano di evitare di essere notati dai secondini e dalle guardie. La partecipazione dello spettatore è notevole, tanto da identificarsi come non mai con i criminali. Con molta inventiva e tante risorse, e nonostante i pochi mezzi a disposizione (per esempio, si costruiscono una clessidra artigianale per tenere conto del passare del tempo), i cinque arriveranno a un passo dalla libertà: a tradirli sarà la componente umana, e proprio l'aspetto psicologico (con l'analisi dei rapporti di amicizia, delle tentazioni e dei tradimenti) contribuisce a elevare il film dai limiti del suo genere. Ottima l'ambientazione, la fotografia in bianco e nero (di Ghislain Cloquet) e le interpretazioni: gli altri tre compagni di cella sono Philippe Leroy (il rude Manu), Raymond Meunier (l'estroso "Monsignore") e Michel Constantin (il tormentato Geo). Leroy e Costantin, in particolare, erano all'esordio. Piccole parti anche per André Bervil (il direttore del carcere), Jean-Paul Coquelin (il brigadiere) e Catherine Spaak (Nicole, la ragazza che fa visita a Gaspard). Da notare che, a parte Gaspard, non viene svelato il motivo della prigionia degli altri detenuti. È l'ultimo lavoro di Becker: il regista morì per una malattia genetica, a soli 54 anni, prima che il film potesse essere proiettato al festival di Cannes.

20 ottobre 2021

The last duel (Ridley Scott, 2021)

The last duel (id.)
di Ridley Scott – USA/GB 2021
con Matt Damon, Adam Driver, Jodie Comer
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Un tempo amici, gli scudieri – e poi cavalieri – Jean de Carrouges (Matt Damon) e Jacques Le Gris (Adam Driver) diventano progressivamente rivali, quando le fortune del primo presso il conte Pierre II d'Alençon (Ben Affleck) cominciano a calare e quelle del secondo a crescere. Dopo aver accusato l'avversario di aver approfittato della sua assenza dal castello per violentare sua moglie Marguerite (Jodie Comer), circostanza che Jacques nega, Jean ottiene dal re e dal parlamento di Parigi di potersi battere a duello contro di lui per stabilire chi dice la verità. Siamo nella Francia di Carlo VI, alla fine del quattordicesimo secolo, e il loro passerà alla storia come l'ultimo "duello di Dio", ovvero l'ultimo duello giudiziario ufficialmente riconosciuto. Da un fatto di cronaca realmente accaduto (e che fece scalpore tanto all'epoca quanto nei secoli successivi: ne parleranno fra gli altri Jean Froissart, Diderot e Voltaire), una pellicola che utilizza una struttura alla "Rashomon" per farci assistere alla stessa storia tre volte, narrata dal punto di vista rispettivamente di Jean, di Jacques e di Marguerite. Le loro tre "verità", a dire il vero, non appaiono troppo in contraddizione fra loro (come invece succedeva nel capolavoro di Kurosawa): semplicemente varia il "sentimento", l'interpretazione di fatti che ciascuno abbellisce o sfuma a seconda della propria sensibilità. E così, per esempio, il matrimonio fra Jean e Marguerite risulta felice agli occhi di lui, infelice a quelli di lei; l'assalto di Jacques alla donna è un atto d'amore secondo Le Gris, un sopruso secondo Marguerite; e Jean si percepisce come un guerriero valoroso a cui vengono fatti dei torti, mentre gli altri lo vedono come un incolto caparbio e irascibile. La sceneggiatura (di Damon e Affleck, insieme a Nicole Holofcener), tratta dal romanzo di Eric Jager, è un po' meccanica, con un ardito (e troppo insistito) parallelo fra il ruolo della donna nei secoli bui (assoggettata al controllo degli uomini, e impossibilitata a difendersi da sola) e il movimento #MeToo degli anni recenti. Pare evidente anche un rimando (per lo meno tematico) al primo film in assoluto di Ridley Scott, "I duellanti", anche se questo è di grana più grossa. Nel complesso un film interessante, graziato da buone prove (l'ottimo Driver e l'intensa Comer su tutti) e un buon livello di ricostruzione storica. La fotografia di Dariusz Wolski è molto fredda: dopotutto eravamo in una "piccola era glaciale".

23 settembre 2021

La donna del lago (L. Bazzoni, F. Rossellini, 1965)

La donna del lago
di Luigi Bazzoni, Franco Rossellini – Italia 1965
con Peter Baldwin, Virna Lisi
**

Visto su YouTube.

Bernard (Peter Baldwin), scrittore in crisi esistenziale, torna nel paese sul lago fra le montagne dove sin da ragazzo si recava in villeggiatura. Ma il paese, e in particolare l'albergo in cui alloggia, è scosso da alcune morti misteriose: dapprima Tilde (Virna Lisi), la giovane e bella cameriera di cui lo stesso Bernard si era invaghito, apparentemente vittima di suicidio; e poi Adriana (Pia Lindström), l'evanescente moglie di Mario (Philippe Leroy), figlio del padrone dell'albergo (Salvo Randone), che annega nelle acque del lago dopo una delle sue strane passeggiate notturne... Dal romanzo omonimo di Giovanni Commisso (dal titolo "rossiniano", o meglio tratto dal poema di sir Walter Scott), il primo film di Luigi Bazzoni – che firma la regia in coppia con Franco Rossellini; la sceneggiatura invece è di Giulio Questi, insieme ai due registi e a un Ernesto Gastaldi non accreditato – è un giallo morboso ma senza troppo nerbo, ispirato ai "misteri di Alleghe" (anche se la pellicola è stata girata a Bolsena e a Brunico), serie di delitti che scossero l'opinione pubblica nel dopoguerra. La risoluzione della vicenda, peraltro non troppo imprevedibile (e che si rifà ai primi due dei suddetti delitti), giunge all'improvviso nel finale: quel che conta, però, è l'atmosfera di angoscia e alienazione del protagonista, testimoniata dalle frequenti scene oniriche, che la fotografia di Leonida Barboni ammanta di una particolare luminosità, nelle quali l'uomo si immagina retroscena e confessioni dei personaggi che gli stanno attorno. Valentina Cortese è Irma, la sorella di Mario; Piero Anchisi è Francesco, il proprietario del negozio di foto che accompagna Bernard nelle sue "indagini"; Ennio Balbo è l'ispettore di polizia. Musiche di Renzo Rossellini.

20 agosto 2021

Viaggio a Kandahar (Mohsen Makhmalbaf, 2001)

Viaggio a Kandahar (Safar-e Qandahār)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran/Francia 2001
con Nelofer Pazira, Hassan Tantaï
***

Rivisto in TV (La7), con Sabrina.

Nafas (Nelofer Pazira), una giornalista afgana rifugiatasi in Canada, intende reintrodursi clandestinamente nel proprio paese di origine per raggiungere la città di Kandahar, dove si trova ancora sua sorella, che le ha comunicato l'intenzione di uccidersi nel giorno dell'ultima eclisse di sole del millennio. Ma per attraversare il territorio controllato dai talebani (gli "studenti coranici" che impongono severe leggi che limitano la libertà degli abitanti, e in particolare delle donne) deve nascondersi sotto un burqa e dipendere dall'aiuto di occasionali sconosciuti incontrati lungo il cammino (una famiglia di profughi di cui si finge una delle mogli, un bambino appena espulso da una scuola coranica, un medico di origine americana, un uomo con il braccio amputato). Di impianto semi-documentaristico (la storia della protagonista è in parte vera, e molti degli attori interpretano sé stessi), è il film più noto in occidente del regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, che lo ha girato negli anni del primo regime talebano in Afghanistan: prima, cioè, che gli attentati dell'11 settembre 2001 spingessero gli americani e i paesi occidentali a rovesciare tale regime: oggi, proprio nei giorni in cui i talebani hanno riacquistato il controllo del paese, la pellicola è tornata tristemente e prepotentemente di attualità dopo aver passato qualche tempo (dopo l'iniziale successo) nel dimenticatoio. Potente e impressionante nel suo mettere in scena le condizioni di un popolo soggiogato da un sistema fanatico ed estremista (vedi per esempio la scena della scuola coranica, che mostra l'indottrinamento dei bambini), oltre che della situazione di profughi e rifugiati (molti dei quali con arti amputati a causa delle numerose mine, residui della lunga guerra fra i sovietici e i mujaheddin: indimenticabili le scene in cui gli elicotteri della Croce Rossa "paracadutano" nel deserto protesi e gambe finte), il film parla soprattutto delle dure condizioni delle donne sotto il dominio talebano, chiamate cumulativamente "teste nere", private di ogni diritto (dall'educazione al lavoro indipendente), persino della parola (un uomo o un bambino devono fare da "interprete" fra loro e gli estranei durante qualsiasi conversazione) e naturalmente costrette a nascondersi interamente dietro il velo (sotto il quale, però, alcune di loro non rinunciano a mettersi lo smalto o il rossetto). Alcune sequenze appaiono involontariamente comiche, come quella in cui non solo Nafas ma anche la sua guida e numerosi altri uomini si celano sotto il burqa per unirsi a un corteo nuziale e oltrepassare così un posto di blocco (una sequenza che ricorda quella del film dei Monty Python "Brian di Nazareth" con le barbe finte). La maggior parte del film è stata girata in Iran (per esempio presso il campo rifugiati di Niatak), ma alcune scene anche (segretamente) in Afghanistan. Il medico che aiuta Nafas è interpretato da Hassan Tantaï (alias Dawud Salahuddin), un vero ex combattente americano che si è convertito all'Islam, si è rifugiato in Iran e ha ucciso un oppositore di Khomeini (ed è tuttora ricercato come fuggitivo). Finale aperto, con l'ultima scena che era stata proposta anche all'inizio e che torna come in un circolo (richiamato dall'immagine dell'eclisse, intravista da Nafas attraverso le maglie strette del burqa e ovvia metafora di un'oscurità che irrompe sul destino degli abitanti del paese). Ma la bellezza del film sta anche nella sua apertura verso la speranza, a tratti evocata dalle frasi, dai canti e dalle emozioni che Nafas cattura a mo' di reportage, durante tutto il viaggio, sul suo registratore portatile, nell'intento di portare conforto alla sorella e, per estensione, a tutto il popolo afgano.

20 luglio 2021

Carandiru (Héctor Babenco, 2003)

Carandiru (id.)
di Héctor Babenco – Brasile 2003
con Luiz Carlos Vasconcelos, Milton Gonçalves
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Nel carcere di Carandiru (dal nome del quartiere di San Paolo in cui sorge), affollatissima prigione che ospita quasi ottomila criminali di vario genere (oltre il doppio rispetto alla capienza prevista), i detenuti hanno dato origine a un microcosmo che si gestisce quasi da solo, fissando regole (con un proprio codice d'onore) ed elargendo punizioni, con il benestare implicito del direttore, che tollera anche i vari commerci clandestini e illegali all'interno delle celle. Un giovane medico (Vasconcelos), giunto in servizio volontario nell'istituto per attuare un programma di prevenzione dell'AIDS, raccoglie storie e testimonianze della vita in carcere da parte dei vari prigionieri, appena prima che una rivolta nata quasi casualmente e in maniera estemporanea venga sedata con cruenza dalle forze speciali di polizia (con 111 detenuti uccisi, spesso a sangue freddo). Ispirato ad eventi reali raccontati nel libro autobiografico di Drauzio Varella (un medico che ha servito nel carcere dal 1989 al 2002, quando l'edificio è stato definitivamente chiuso e demolito), un film corale ad ampio respiro, ricco, energetico, colorato e intenso, con cui Babenco – come suo solito – stempera storie drammatiche e situazioni di disagio, emarginazione e discriminazione con una forte attenzione all'aspetto umano dei protagonisti, anche quando si tratta di delinquenti, ladri e assassini. Le numerose storie che racconta (anche attraverso flashback che ci mostrano i retroscena avvenuti prima dell'ingresso in prigione) sono accattivanti, simpatiche, memorabili, a volte allegre e a volte tristi (un mix tipicamente brasiliano): fra queste spiccano quella di "Negro" (Ivan de Almeida), rapinatore che diventa il leader riconosciuto dei detenuti all'interno della prigione, con un'autorità pari a quella delle guardie; di "Spada"/Peixeira (Milhem Cortaz), killer spietato colto da crisi mistica; dei due fratelli adottivi Deusdete (Caio Blat) e Zico (Wagner Moura), cresciuti insieme fin da piccoli ma con finale tragico; del simpatico Majestade, che si barcamena a fatica fra due mogli (Maria Luisa Mendonça e Aida Leiner); di "Che sfiga/Sem chance" (Gero Camilo), assistente del dottore che si innamora del transessuale Lady Di (Rodrigo Santoro); e altre ancora. Stupisce la cura e l'affetto con cui vengono ritratti i vari personaggi, di cui si mostra tutta l'umanità (che traspare dai loro rapporti, dalle amicizie, ma anche dai rancori e dalle vendette personali), per esempio durante la giornata dedicata alle visite dei famigliari, pur senza negare o edulcorare le loro colpe, facendoci affezionare a loro al punto da soffrire e indignarci quando nel finale assistiamo al massacro da parte delle forze speciali (i poliziotti non ci sembrano meno criminali delle loro vittime, anzi). Personaggi, temi e ambientazione, nella loro fusione di neorealismo, semi-documentarismo e denuncia sociale e politica (senza ipocrisia o retorica), ricordano ovviamente anche i film precedenti di Babenco, in particolare "Pixote" e "Il bacio della donna ragno".

16 luglio 2021

Shine (Scott Hicks, 1996)

Shine (id.)
di Scott Hicks – Australia 1996
con Geoffrey Rush, Noah Taylor
**1/2

Rivisto in divx, alla Fogona.

Il film racconta la vita di David Helfgott, pianista australiano che dopo una carriera da giovane prodigio fu colpito da disturbi schizofrenici, qui simbolicamente e artisticamente associati all'esecuzione del terzo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov (il “Rach 3”), così monumentale e difficile da esaurire ogni energia fisica e psichica di un musicista incapace di controllare le proprie emozioni. Ma la vera origine dei problemi mentali di David, stando alla sceneggiatura di Jan Sardi, è da far risalire al rapporto problematico con un padre severo ed esigente, Peter (Armin Mueller-Stahl), ebreo di origine polacca, che da un lato ha contribuito a instillare nel figlio l'amore per la musica (“investendo” su di lui per compensare le proprie aspirazioni personali deluse), ma dall'altro lo ha sempre represso e ostacolato nella sua ricerca di un equilibrio personale, opponendosi per esempio alla sua uscita di casa quando viene invitato a studiare in America o in Inghilterra. Narrato in gran parte in flashback, il film segue tutta la vita di David, fra alti (pochi) e bassi (molti), mostrandone il progredire della pazzia di pari passo con le esibizioni pianistiche: e nonostante alcuni difetti (qualche deviazione dalla realtà dei fatti, una certa mancanza di sottigliezza e un finale un po' troppo conciliatorio) riesce a trasmettere come pochi altri – e grazie alla potenza delle immagini e della musica (l'esecuzione di un concerto diventa un vero e proprio tour de force fisico e mentale, un misto di fatica, suono e sudore che non può che condurre a un esaurimento nervoso) – il sottile legame fra genio e follia, fra arte e vita, fra passione e irrequietezza. David è interpretato, da bambino, adolescente e adulto, rispettivamente da Alex Rafalowicz, Noah Taylor e Geoffrey Rush. Quest'ultimo, che vinse l'Oscar (la pellicola ricevette in tutto sette nomination, comprese quelle per il miglior film e la regia), è l'unico dei tre a non aver bisogno di una controfigura nelle scene in cui suona: l'attore, che aveva studiato pianoforte fino ai 14 anni, ricominciò a prendere lezioni per non dover ricorrere a un “hand double”. Nel cast anche Nicholas Bell (Rosen), John Gielgud (Cecil) e Lynn Redgrave (Gillian).