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24 novembre 2007

Faster, pussycat! Kill! Kill! (R. Meyer, 1966)

Faster, pussycat! Kill! Kill! (id.)
di Russ Meyer – USA 1966
con Tura Satana, Haji, Lori Williams
**1/2

Rivisto in DVD.

"Signori e signore, benvenuti alla violenza!": il film più celebre di Russ Meyer nonché probabilmente il suo capolavoro, entrato nella leggenda anche per il colorito titolo, comincia con questa frase fuori campo che preannuncia al malcapitato spettatore quel che lo aspetta. Tre procacissime ballerine si divertono a scorrazzare in auto nel deserto: dopo aver sfidato e ucciso un pilota di passaggio, ne sequestrano la giovane fidanzata e trovano rifugio in una fattoria desolata, dove vive un anziano paralitico con due figli, il primo ritardato e il secondo debole e inetto. Il loro intento è quello di scoprire dove il vecchio nasconde una grande somma di denaro. Ma le tensioni e le pulsioni fra i personaggi faranno precipitare la situazione. In bilico fra Eros e Thanatos e caratterizzato da tre character forti e indimenticabili (Tura Satana in particolare, vestita in pelle nera, diventerà una vera e propria icona del genere), a differenza di altri film di Meyer non presenta vere e proprie scene di sesso ma è comunque permeato dalla morbosità e dalla trasgressione: fece scalpore per aver reso protagoniste tre donne malvage e senza scrupoli, anche se con sfumature diverse: Varla, interpretata da Tura Satana, è una dominatrice in tutto e per tutto; Rosie è completamente sua succube; la bionda Billie è più solare e indipendente. Le tre donne dominano ogni inquadratura e le loro forme prorompenti sembrano solleticare, più che gli altri protagonisti della storia, gli spettatori stessi. Ma Meyer è ben di più di un semplice regista di exploitation: oltre all'indiscusso talento visivo, si vede in lui una profonda convinzione di voler "rompere gli schemi" e una passione per i suoi personaggi. Proprio questa intensità rende il film decisamente superiore alle numerose rivisitazioni e omaggi che gli hanno fatto seguito, compreso il deludente "Grindhouse – A prova di morte" di Tarantino (di cui costituisce una delle principali fonti di ispirazione). Se il film di Meyer fa parte a pieno diritto della storia dei costumi di quegli anni, quello di Quentin al confronto non è altro che l'inutile gioco di un fan che vuole divertirsi. Non eccezionale il doppiaggio italiano: in alcuni casi le voci sono addirittura sovrapposte a quelle originali.

Lungo la valle delle bambole (R. Meyer, 1970)

Lungo la valle delle bambole (Beyond the Valley of the Dolls)
di Russ Meyer – USA 1970
con Dolly Read, John La Zar
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Primo dei due unici film girati da Meyer per una major hollywoodiana (la Fox), nelle intenzioni dei produttori avrebbe dovuto essere un sequel de "La valle delle bambole", una pellicola mediocre ma di discreto successo commerciale uscita tre anni prima. Dopo aver bocciato alcune sceneggiature dell'autrice del film precedente, però, si preferì realizzare un'opera nuova di zecca che avesse con la precedente soltanto qualche spunto in comune: a scriverla venne chiamato il critico Roger Ebert, che suggerì di affidare la regia all'emergente Meyer, e un disclaimer all'inizio sottolinea l'assenza di ogni collegamento con il "Valley of the dolls" originale. La storia è incentrata su un gruppo rock formato da tre giovani ragazze che giungono a Los Angeles in cerca di fortuna. La zia di una di loro, magnate della moda, le introduce al decadente mondo hollywoodiano: attraverso le feste organizzate dall'impresario gay "Z-Man" Barzell (un eccellente La Zar, il migliore del cast, in un ruolo che non è più riuscito a scrollarsi di dosso), le tre protagoniste troveranno il successo e l'amore, ma poi la vicenda assumerà toni drammatici e ai limiti dell'horror. Le atmosfere degli anni sessanta e settanta, le ambientazioni colorate, i toni barocchi e irriverenti salvano una pellicola che per altri versi è un po' confusa e non riuscitissima: molti dei variopinti personaggi, per esempio, vengono smarriti lungo la via. Il montaggio mi è sembrato molto rapido (esemplare la sequenza iniziale del viaggio verso L.A.), al punto da rendere difficile in certi momenti leggere i sottotitoli e soffermarsi anche sulle scene (persino quelle di nudo o di sesso durano pochissimo!). Sotto i titoli di testa scorrono curiosamente le immagini della sequenza conclusiva, anche se fra la penombra e i bizzarri costumi dei personaggi si fa fatica a capire cosa stia succedendo. Da notare l'utilizzo creativo della musica, un poutpourrì di Wagner, Ponchielli, la Marsigliese e l'inno della Fox, e il personaggio del maggiordomo nazista, un cliché presente in tutti i film di Meyer che il regista vedeva come un riferimento a suo padre, con il quale aveva un rapporto pessimo. Non ho gradito la voce finale che fa la morale ai vari personaggi. Nonostante le critiche, Meyer era considerato un regista "femminista", perché nei suoi film i personaggi più attivi erano proprio le donne, mentre gli uomini erano deboli o passivi.