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1 ottobre 2019

Ad astra (James Gray, 2019)

Ad astra (id.)
di James Gray – USA 2019
con Brad Pitt, Tommy Lee Jones
**

Visto al cinema Colosseo.

L'astronauta Roy McBride (Pitt) – figlio di una "leggenda" dell'esplorazione spaziale, Clifford McBride (Jones), che scomparve anni prima mentre era diretto con una navicella verso il sistema solare esterno alla ricerca di vita aliena – viene informato che il padre potrebbe essere ancora vivo. I motori ad antimateria della sua astronave, infatti, sarebbero all'origine dei misteriosi impulsi di energia che, provenienti da Nettuno, stanno sconvolgendo la Terra. Roy partirà così alla sua ricerca, intenzionato non solo a salvare il pianeta ma anche a recuperare il rapporto con il genitore... Primo film di fantascienza per James Gray: una fantascienza intimista e "filosofica", incentrata sulla scoperta di sé e sul confronto fra un padre (distante, in tutti i sensi) e un figlio che è cresciuto nel suo mito ma senza mai conoscerlo veramente. Peccato che prima di giungere al confronto finale fra i due, ci si debba sorbire tutto un viaggio lungo e inconsistente, diviso in varie tappe che sembrano soltanto messe lì per allungare il brodo e punteggiato di ingenuità (con "ostacoli" da action movie un po' inutili e fini a sé stessi: i "pirati" sulla superficie della Luna, la navicella norvegese con le scimmie spaziali nel tragitto verso Marte). Un ripensamento o un miglior lavoro di scrittura della parte centrale avrebbe giovato. Anche perché, alla fin fine, la storia non ha molto di originale o di particolarmente profondo, battendo strade già viste, con suggestioni di "Apocalypse Now" (o meglio, di "Cuore di tenebra") e, naturalmente e inevitabilmente, di "Interstellar", "Gravity" e "2001" (ma con minor complessità e profondità filosofica) per l'ambientazione da hard science fiction. Apprezzabile l'accuratezza nella descrizione dello spazio e buono il tour de force attoriale di Pitt. In parti minori, Donald Sutherland (il colonnello Pruitt, che accompagna Roy sulla Luna) e Liv Tyler (la sua ex moglie, vista solo in ricordi e flashback).

15 luglio 2017

Civiltà perduta (James Gray, 2016)

Civiltà perduta (The Lost City of Z)
di James Gray – USA 2016
con Charlie Hunnam, Robert Pattinson
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

All'inizio del Novecento, il maggiore Percy Fawcett dell'esercito britannico (Charlie Hunnam) viene inviato in Amazzonia dalla Royal Geographic Society allo scopo di mappare con precisione il confine fra Bolivia e Brasile, nella speranza di evitare una guerra. Durante la sua missione, l'uomo rinviene tracce di un'antica civiltà proprio nel bel mezzo della foresta inesplorata. E negli anni successivi (la pellicola si svolge nell'arco di tre decenni) organizzerà diverse spedizioni alla ricerca di una supposta città perduta, da lui chiamata "Z". Ostacoli di ogni tipo (indios più o meno ostili, sompagni di viaggio inaffidabili, la natura selvaggia, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale che lo vedrà combattere nella battaglia delle Somme) e i legami familiari (a ogni partenza è costretto a lasciare in Inghilterra la moglie Nina e i figli) non fermeranno la sua ossessione e la sua sete di conoscenza: l'ultima spedizione la effettuerà da solo in compagnia del figlio Jack (Tom Holland), ormai cresciuto, e avrà un epilogo inaspettato. Ispirata a una celebre storia vera (la stessa che a suo tempo ispirò "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: qui Gray si è rifatto a un libro del giornalista David Grann) e girata con maestria e una regia solidissima e vecchio stile (sembra quasi si trovarsi di fronte a un film del passato!), una pellicola altamente simbolica e metaforica sul tema della ricerca e dei sogni da realizzare. Il protagonista è un coraggioso visionario, che inizia i suoi viaggi spinto dal desiderio di gloria e di ricchezza (sia pure non per motivi egoistici, ma per dare stabilità alla propria famiglia) e diventa man mano un novello Ulisse, disposto ad affrontare rischi e pericoli pur di giungere a una sempre migliore conoscenza. Come tutti i visionari, poi, non ha timore nello sfidare i pregiudizi e le convinzioni di chi lo circonda (come l'opinione arrogante degli occidentali sugli indios "selvaggi"). A tratti risuonano echi di Herzog, favoriti certo anche dall'ambientazione: si pensi ad "Aguirre" (nelle numerose scene sul fiume, nei riferimenti ai Conquistadores e ad Eldorado, nella pazzia che progressivamente si fa strada in alcuni compagni di Fawcett) e a "Fitzcarraldo" (nella scena in cui, all'improvviso e inaspettatamente, nel bel mezzo della giungla si odono le note di un'opera lirica: a proposito, il fatto che si tratti del "Così fan tutte" di Mozart è certo impalusibile storicamente – sarebbe stato più credibile un titolo tardo-ottocentesco – ma evidentemente Gray non ha saputo resistere alla citazione del verso sul medico che "vale un Perù"!). Un film lungo, fluviale, dalla struttura strana e ripetitiva (fatta di false partenze, arresti, nuovi tentativi) e che racconta in fondo ben altro rispetto a quello che apparentemente mostra sullo schermo (il che spiega anche come mai Gray, che finora aveva realizzato soltanto film ambientati a New York e in gran parte in epoca contemporanea, abbia scelto di dirigerlo). La ricerca di Z è tutta interiore, tanto che Fawcett ritrova la città (e la giungla, e gli indios, e la sua stessa famiglia: tutto quello che ha imparato ad amare perché ha saputo accogliere dentro di sé) soprattutto nei ricordi, nei suoi sogni, nei pensieri, a prescindere da dove si trovi (che sia in Inghilterra, in viaggio o nelle trincee durante la guerra). Finale evocativo e sublime, che spiega a suo modo la misteriosa scomparsa dell'esploratore. La colonna sonora, a base di musica classica (fra gli altri Stravinsky, Ravel, Strauss, Beethoven, Bach), si dipana per lo più in sottofondo, spesso appena percettibile. Sienna Miller è la moglie di Fawcett, Robert Pattinson è il suo fedele assistente Henry Costin, Angus Macfadyen è l'infido James Murray. Breve apparizione per Franco Nero (nei panni del Barone de Gondoriz, uno dei signori della gomma).

20 giugno 2013

C'era una volta a New York (James Gray, 2013)

C'era una volta a New York (The immigrant)
di James Gray – USA 2013
con Marion Cotillard, Joaquin Phoenix
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

All'inizio degli anni venti, la giovane polacca Ewa (Cotillard) sbarca in America insieme alla sorella Magda. Ma quest'ultima, malata di tubercolosi, viene trattenuta a Ellis Island e messa in quarantena in attesa di essere rispedita in Europa. Sola e senza una casa, Ewa si ritrova obbligata a racimolare il denaro necessario a corrompere gli ufficiali dell'immigrazione affinché non espellino la sorella. Accetta così l'ospitalità e il lavoro offertagli da Bruno Weiss (Phoenix, al suo quarto film consecutivo con Gray), faccendiere-impresario che si guadagna da vivere nei locali di Manhattan facendo prostituire le proprie "ballerine" (tutte scelte fra le giovani immigrate che arrivano a New York inseguendo il "sogno americano"). Pur sfruttandola, l'uomo si innamora di Ewa: ma questa preferirà l'affetto di Emil (Jeremy Renner), cugino di Bruno che si esibisce sui palcoscenici nei panni del "mago Orlando", e l'accesa rivalità fra i due farà precipitare drammaticamente gli eventi. Il precedente film di Gray ("Two lovers"), pur piccolo e minimalista, era quasi un capolavoro; questo invece, sicuramente il più ambizioso della sua filmografia (e incentrato su un tema che sicuramente gli sta a cuore, visto che lui stesso – così come i personaggi di quasi tutti i suoi lavori – è di origine est-europea), soffre di parecchi difetti, in primo luogo di un eccesso di melodrammaticità che, nel tentativo non sempre riuscito di stringere un legame emotivo con lo spettatore, ne appesantisce ogni passaggio. Lo sfondo storico e sociale (le tribolate condizioni di coloro che fuggivano dall'Europa insanguinata dalla guerra per cercare fortuna negli Stati Uniti, le difficoltà di lavoro e di salute negli anni venti, il mondo dello spettacolo e dei locali di quart'ordine) è ben descritto, ma si pone al servizio di una sceneggiatura che arranca in più punti e di personaggi non troppo convincenti e poco accattivanti.

8 settembre 2009

The yards (James Gray, 2000)

The yards (id.)
di James Gray – USA 2000
con Mark Wahlberg, Joaquin Phoenix
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Appena uscito di prigione, dove era stato rinchiuso per un furto d'auto commesso insieme ad altri amici (ma l'unico ad aver pagato era stato lui), il giovane Leo vorrebbe mettere la testa a posto. Chiede così un lavoro a Frank, suo zio acquisito, la cui impresa si occupa della manutenzione dei vagoni ferroviari della metropolitana, aggiudicandosi – attraverso mezzi non sempre leciti – gli appalti e le sostanziali commesse dalla municipalità di New York. Ma quando Leo viene coinvolto dall'amico d'infanzia Willie (che nel frattempo si è fidanzato con sua cugina Erica, della quale lo stesso Leo è innamorato sin da bambino) in un'operazione di sabotaggio ai danni di una compagnia concorrente, le cose precipitano: il ragazzo si ritrova infatti sospettato dell'omicidio di un sorvegliante, commesso in realtà da Willie, e deve darsi alla macchia. Tradito tanto dallo zio quanto dall'amico, Leo si stuferà di fare il capro espiatorio e saprà trovare il coraggio di smascherare e denunciare la corruzione che unisce politica e affari. Il secondo film – e forse il migliore – della trilogia d'esordio di Gray dedicata al binomio crimine e famiglia: la cruda descrizione ambientale (vero punto di forza di tutti i lavori del regista), i sogni di successo e di rispettabilità che nascono all'interno della working class, le contraddizioni e le ambiguità celate dietro i rapporti familiari e i dilemmi morali di personaggi avvolti da tonalità di grigio ne fanno un film solido e ricco di momenti interessanti. Il titolo si riferisce ai depositi e ai centri di smistamento dei vagoni ferroviari. In un cast di tutto rispetto (ci sono anche James Caan, Charlize Theron, Ellen Burstyn, Faye Dunaway e Tomas Milian!), l'anello debole è proprio il protagonista, l'inespressivo Mark Wahlberg, che reciterà al fianco del ben più efficace Joaquin Phoenix anche nel successivo film di Gray, "I padroni della notte".

5 luglio 2009

Little Odessa (James Gray, 1994)

Little Odessa (id.)
di James Gray – USA 1994
con Tim Roth, Edward Furlong
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Nonostante "I padroni della notte" non mi fosse piaciuto particolarmente, il magnifico "Two Lovers" mi ha spinto a recuperare i precedenti film di Gray, a cominciare da questo primo lungometraggio, ambientato (come praticamente tutti i suoi lavori) nel microcosmo degli ebrei di origine russa trapiantati a New York. Tanto nello stile quanto nei contenuti la pellicola mostra già molte caratteristiche dei lavori successivi, a cominciare dall'attenzione verso le relazioni famigliari. Il protagonista è Joshua, un spietato killer che viene incaricato di eliminare un uomo a Little Odessa, il quartiere di Brooklyn dov'era cresciuto e che ha abbandonato da tempo. Tornatovi clandestinamente (il boss locale, infatti, gli ha giurato vendetta perché ha ucciso suo figlio), Josh rientra così in contatto con i membri della propria famiglia che non vedeva da anni: il padre (Maximilian Schell), con il quale ha un difficile rapporto; la madre (Vanessa Redgrave, un po' sprecata), in fin di vita per un tumore al cervello; e soprattutto il fratello minore Reuben (Furlong, che quattro anni dopo avrebbe interpretato un ruolo simile in "American History X"), cui è invece legato da una forte amicizia fatta di ammirazione e rispetto reciproco. Grazie anche a una buona regia e a una fotografia scura e ombrosa, il film riesce a fondere abilmente i contrasti esistenziali fra i personaggi con la sottotrama criminale, che non viene eccessivamente drammatizzata. Ma i toni cupi e il ritmo blando sono esacerbati da un finale senza speranza, forse un po' troppo pessimista e affrettato. Ottimo Tim Roth, più misurato del solito.

5 aprile 2009

Two lovers (James Gray, 2008)

Two lovers (id.)
di James Gray – USA 2008
con Joaquin Phoenix, Gwyneth Paltrow
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela.

I genitori di Leonard, ragazzotto trentenne da poco uscito da una relazione finita male e assai propenso al suicidio, spingono affinché si fidanzi con la dolce Sandra, figlia di alcuni amici di famiglia con i quali il padre ha anche degli affari in corso. Ma lui si innamora della nuova vicina di casa, la problematica Michelle, tossicodipendente e che trascina a fatica una relazione con un uomo sposato. Di James Gray finora avevo visto soltanto "I padroni della notte", che mi era parso un film del tutto convenzionale e dimenticabile. Questo invece non solo è decisamente migliore, ma è una pellicola che mi ha colpito profondamente e che mi è cresciuta sempre di più nei giorni successivi alla visione. Si tratta di un lungometraggio psicologico sui difficili equilibri sentimentali di un uomo che cerca la propria felicità in un mondo dove non tutte le storie d'amore hanno un lieto fine ma dove l'importante è non rimanere solo, girato con uno stile classico e controllato. I maggiori pregi della pellicola (ispirata, pare, a "Le notti bianche" di Dostoevskij) sono proprio l'assenza di enfasi e il grande realismo nel descrivere sentimenti e stati d'animo dei personaggi, senza trascurare i lati più opprimenti e devastanti di una storia d'amore. In più ci sono alcuni sviluppi imprevedibili (fino all'ultimo non si sa come andrà a finire), una bella ambientazione (la casa di Leonard, i ristoranti, le strade e i tetti di Brooklyn) e ottimi attori (nel cast c'è anche Isabella Rossellini, la madre del protagonista). Il bravo Joaquin Phoenix ha dichiarato che si tratterà del suo ultimo film come attore, visto che d'ora in poi vorrebbe dedicarsi esclusivamente alla carriera musicale. Gran parte dei personaggi sono ebrei di origine russa, come nei precedenti film di Gray.

15 giugno 2007

I padroni della notte (J. Gray, 2007)

I padroni della notte (We own the night)
di James Gray – USA 2007
con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg
**

Visto al cinema Arlecchino, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Anche se la sua famiglia è composta solo da poliziotti (il padre, Robert Duvall, è capo della polizia; il fratello, Wahlberg, è appena stato promosso capitano), Bobby (un buon Joaquin Phoenix: mi piace la sua faccia 'sportiva') preferisce lavorare in un locale notturno e frequentare esponenti della mafia russa, disinteressandosi del fatto che sia "in atto una guerra" fra forze dell'ordine e spacciatori. Quando i suoi parenti vengono direttamente colpiti, però, passa dall'altra parte e si arruola per sconfiggere i cattivi. Un film di genere decisamente ordinario, senza infamia e senza lode, la cui presenza a Cannes lascia un po' perplessi. In realtà, soprattutto nella prima parte, è piuttosto piacevole, con il concetto di famiglia allargato all'ambiente in cui si vive (i poliziotti si considerano tutti fratelli; quando uno di loro viene ferito, il capo chiede "quale dei miei ragazzi?"; lo stesso Bobby chiama fratello il suo compare del locale, non il fratello vero) e atmosfere urbane e notturne; meno riuscito il finale, che fila liscio e prevedibile senza colpi di scena. Nel complesso, un film godibile ma non certo memorabile, che frulla insieme temi già visti in "The departed", "A better tomorrow" e in tante altre pellicole. Il titolo originale è il motto che figura su un badge della polizia di New York.