6 dicembre 2016

I due cugini (Jackie Chan, 1982)

I due cugini (Long xiao ye, aka Dragon Lord)
di Jackie Chan – Hong Kong 1982
con Jackie Chan, Mars
**1/2

Rivisto in DVD.

Dragon (Jackie Chan), studente scansafatiche e indisciplinato della scuola di arti marziali diretta da suo padre (Tien Feng), quando non è impegnato in assurde competizioni sportive passa il tempo a bighellonare in compagnia dell'amico Cowboy (Mars), del quale è anche rivale per conquistare il cuore della bella ma riottosa Alice (Suet Lei). Quando la sua strada incrocia casualmente quella di una banda di contrabbandieri di reperti archeologici (finirà infatti nel loro covo nel tentativo di recuperare un aquilone sul quale aveva scritto un messaggio d'amore per la ragazza), sarà costretto ad affrontarne il capo (Hwang In-shik). Originariamente pensato come sequel de "Il ventaglio bianco" (Young Master), al punto da essere messo in lavorazione con il titolo "Young Master in Love", il film non ha riferimenti diretti o legami con il precedente, anche se il personaggio principale e l'ambientazione sono praticamente identici. Qui, però, si spinge ancora di più sul pedale della comicità, in particolar modo quella slapstick o legata alle comiche del muto (si pensi, per esempio, alla gag del fucile o a quella del cannone che conclude la storia). Se Dragon mette in mostra le sue abilità marziali e fisiche nelle competizioni sportive che vedono la sua scuola in lizza contro quelle rivali (il bizzarro incontro di rugby che apre la pellicola, quello di jianzi – una sorta di calcio-volano – a metà film), il combattimento finale nel fienile con il cattivo, orbo da un occhio, è invece nel segno della confusione e dell'improvvisazione: il protagonista ha la meglio non perché più forte, ma perché nel suo impeto finisce col sovrastare – e magari col prendere per stanchezza – persino un avversario tecnicamente più esperto e più abile di lui. Mars (alias Cheung Wing Fat), per una volta eletto a co-protagonista, è un caratterista e stuntman che si vedrà di frequente, in ruoli minori, nei film di Jackie di tutti gli anni ottanta. Il titolo italiano (e il doppiaggio) presentano i due come "cugini", ma in realtà non c'è alcun rapporto di parentela: semplicemente i loro padri sono amici, e in estremo oriente è consuetudine chiamare "zio" le persone con la stessa età dei propri genitori. Anche se un po' sconclusionata, la pellicola nel complesso è divertente e piena di energia, ed è importante perché è di fatto l'ultimo gongfupian più o meno "classico" di Jackie, ormai pronto a fare il salto verso i film di ambientazione contemporanea. È anche il suo primo film a mostrare, durante i titoli di coda, i cosiddetti bloopers (gli errori commessi durante le riprese, in particolare gli stunt sbagliati): Jackie prese l'idea dal regista Hal Needham, che l'anno prima lo aveva diretto in una piccola parte ne "La corsa più pazza d'America".

4 dicembre 2016

Starman (John Carpenter, 1984)

Starman (id.)
di John Carpenter – USA 1984
con Jeff Bridges, Karen Allen
**

Visto in divx.

Rispondendo all'invito della sonda Voyager 2 (che recava con sé un disco con immagini e suoni del nostro pianeta), un extraterrestre raggiunge la Terra e assume l'aspetto di Scott Hayden (Jeff Bridges), un uomo morto da poco, ispirandosi alle fotografie (e a una ciocca di capelli, da cui estrae il DNA) custodite dalla sua giovane moglie Jenny (Karen Allen). In compagnia della donna, lo "Starman" intraprende un viaggio verso un cratere in Arizona, dove ha un appuntamento con altri membri della sua specie per tornare sulla sua stella. E nel frattempo, mentre cerca di evitare i tentativi di cattura da parte dell'esercito e dell'FBI, imparerà le usanze dei terrestri e soprattutto – grazie a Jenny – cos'è l'amore. Forse originale (e persino toccante) come film romantico, ma decisamente banale come pellicola di fantascienza (siamo a metà strada fra "Incontri ravvicinati", "E.T." e "Un poliziotto extraterrestre... poco extra e molto terrestre"), il film più ambizioso della carriera di Carpenter è per molti versi una delusione. Prodotto da Michael Douglas a partire da una sceneggiatura in lavorazione da cinque anni, il lungometraggio appare stiracchiato e noioso, poco accattivante ma soprattutto poco sorprendente, anche perché le suggestioni fantascientifiche sembrano rimaste agli anni Cinquanta e lasciano per lo più confusi (a partire dai misteriosi poteri dell'alieno, che tramite le sue "sferette" sembra in grado di fare un po' di tutto: dall'emanare energia e calore a resuscitare gli animali morti, passando per il curare la sterilità di Jenny, alla quale darà un figlio che si preannuncia fuori dall'ordinario, e che sarà protagonista nel 1986 di una breve serie tv). Nonostante tutto, Jeff Bridges ottenne una nomination all'Oscar (l'unica mai ricevuta da un film di Carpenter). Charles Martin Smith è lo scienziato del SETI che dapprima contribuisce alla ricerca dei nostri eroi ma poi li aiuta a sfuggire ai militari cattivi. Nella colonna sonora figurano alcune canzoni che "Scott" impara dal disco del Voyager ("Satisfaction") o dalla radio sulla Terra ("New York, New York").

3 dicembre 2016

Magic Mike (Steven Soderbergh, 2012)

Magic Mike (id.)
di Steven Soderbergh – USA 2012
con Channing Tatum, Alex Pettyfer
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In Florida, fra un lavoretto e un altro, Michael Lane (Channing Tatum) – detto "Magic Mike" – si esibisce con successo come spogliarellista nel locale dell'amico Dallas (Matthew McConaughey) e introduce al mestiere anche il giovane Adam (Alex Pettyfer), detto "Kid", nonostante le perplessità della sorella di questi, Brooke (Cody Horn). Girato con una fotografia iperfiltrata e uno stile esistenzialista, uno spaccato del mondo dello spogliarello maschile in cui, per i primi tre quarti di film, è praticamente assente ogni tipo di conflitto: la pellicola procede (volutamente) in maniera piatta per illustrare al meglio le esistenze vuote e superficiali di personaggi privi di introspezione e abbandonati al disimpegno (giusto Mike ha il desiderio di "differenziare" il proprio stile di vita, e sogna di diventare designer di mobili artigianali). Quando, infine, i problemi vengono a galla (quelli di coscienza per Mike, quelli legato allo spaccio di droga per Kid), gli sviluppi risultano decisamente banali e telefonati. Bella, però, l'atmosfera. Lontano anni luce, naturalmente, da "Full Monty": lì c'era quantomeno uno sfondo sociale, qui impera l'edonismo. Olivia Munn è Joanna, la sexy psicologa amante di Mike. L'attore Channing Tatum ha avuto realmente esperienze da spogliarellista a Tampa, quando aveva 19 anni, e il film è dunque parzialmente autobiografico. Nel 2015 è uscito un sequel, "Magic Mike XXL", non diretto da Soderbergh.

1 dicembre 2016

Bullet ballet (Shinya Tsukamoto, 1998)

Bullet ballet (id.)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1998
con Shinya Tsukamoto, Kirina Mano
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Quando la sua compagna si suicida inspiegabilmente con un colpo di pistola, Goda (Tsukamoto), impiegato in un'agenzia pubblicitaria, rimane ossessionato dall'accaduto e cerca di procurarsi un'arma simile per uccidersi a sua volta. Dopo aver provato ad acquistarne una al mercato nero (in Giappone è illegale per un privato possedere armi da fuoco) e addirittura a fabbricarne una da solo, entra finalmente in possesso di una pistola e rimane coinvolto nella faida fra due giovani bande di yakuza, trasformandosi in giustiziere per proteggere Chisato, una ragazza che come lui ha tendenze autodistruttive. Fra rimandi ai lavori precedenti (in particolare "Tokyo Fist"), echi di "Taxi Driver" (Idei, il boss capellone e drogato, ricorda il pappone interpretato da Harvey Keitel nel film di Scorsese) e del cinema giapponese d'avanguardia degli anni sessanta e settanta (come quello di Koji Wakamatsu), Tsukamoto torna a girare in bianco e nero come ai tempi del primo "Tetsuo", ricorrendo anche all'estetica "povera" ma ricca di idee dei suoi primi lavori (la macchina a mano, frequentemente scossa; il montaggio rapidissimo; i suoni metallici). Ma pur interessante – come sempre – dal lato estetico, il film si sfilaccia lungo la via a livello di contenuti, perdendo di vista il fuoco sul personaggio principale e il suo lento sprofondare in un abisso di degradazione, e indugiando troppo sulla guerra fra bande. Kirina Mano è Chisato, la ragazza androgina con il giubbotto di pelle. Takahiro Murase è Goto, il giovane yakuza che vorrebbe mettere la testa a posto ma che poi scatena la faida uccidendo l'amico pugile.

30 novembre 2016

Dietro lo specchio (Nicholas Ray, 1956)

Dietro lo specchio (Bigger Than Life)
di Nicholas Ray – USA 1956
con James Mason, Barbara Rush
*1/2

Visto in divx.

Per curare una rara forma di periartrite che gli causa forti dolori, al modesto insegnante Ed Avery (Mason) viene prescritta una cura sperimentale a base di cortisone. Ma l'abuso del farmaco comincia a cambiare la personalità dell'uomo, che si fa via via più arrogante, megalomane, iperattivo e violento, fino a manifestare istinti omicidi che mettono in pericolo la sua stessa famiglia... Ispirato a un articolo apparso sul "New Yorker", un melodramma sui rischi psicologici connessi all'abuso di farmaci (e di droghe). A parte la prova di Mason, inquietante come sempre, e la regia iperrealista di Ray, che gioca col formato panoramico, il technicolor e la fotografia di Joseph MacDonald, per il resto la pellicola appare sensazionalista e forzata. Le premesse sono portate avanti in maniera tutt'altro che sottile, attraverso una prolungata, ossessiva e ripetiva discesa negli abissi, con Ed che si trasforma in una versione distorta di sé stesso come un moderno Jekyll e Hyde, preso da manie di grandezza, da un fervore educativo (la perdita di freni inibitori lo porta ad avanzare idee anti-liberali) e religioso (finisce col credersi Abramo, che deve sacrificare il figlio come Isacco... "Ma Dio fermò Abramo", gli dice la moglie. "E Dio sbagliò!", risponde lui). Flop in patria, fu invece amato da Godard e dai critici francesi. Il titolo italiano fa riferimento al specchio dell'armadietto del bagno, dietro il quale Ed custodisce i farmaci, che quando viene rotto riflette un'immagine frantumata del suo volto. Barbara Rush è la patetica moglie Lou, Christopher Olsen è il figlio, Walther Matthau è l'amico Wally.

28 novembre 2016

Palle di neve (Jean-François Pouliot, 2015)

Palle di neve (Snowtime!, aka La guerre des tuques 3D)
di Jean-François Pouliot [e François Brisson] – Canada 2015
animazione digitale
**

Visto al cinema Plinius, con Sabrina.

Durante le vacanze invernali, i bambini di un villaggio fra le montagne, immerso in un paesaggio innevato, si dividono in due gruppi per una colossale battaglia a palle di neve. L'undicenne Luke, che per via della sua tromba è stato nominato capitano della sua squadra, guida i compagni all'assalto della fortezza di ghiaccio difesa da Sophie, sua coetanea da poco arrivata nel paese per le vacanze, e da una manciata di amici. Ma presto quello che è cominciato come un semplice gioco, all'insegna degli sfottò fra ragazzini, assume i connotati di una vera e propria guerra, con l'esalation degli armamenti (si passa da palle di neve a palle di ghiaccio o imbottite di vernice), i tradimenti, le infrazioni alle regole... fino a un tragico epilogo. Remake animato di un film dal vivo del 1984 ("Il cane che fermò la guerra"), rivolto sì a un pubblico infantile ma con un sottotesto pacifista che va ben oltre il semplice intrattenimento (siamo dalle parti, sia pure in versione più semplice ed edulcorata, de "Il signore delle mosche") e che fra gag, capitomboli e personaggi caricaturali parla dei paradossi dei conflitti bellici ("La guerra non è una ragione per farsi male!") e sfiora temi come l'amore, la perdita e il lutto. Affascinante la scenografia, con la neve che la fa da padrona in ogni inquadratura. Qualche dubbio sull'animazione digitale e sul ritmo della pellicola, che procede a tratti lenta e con alcuni tempi morti, prima dell'accelerazione finale. Da sottolineare la totale assenza di adulti (a parte il breve flashback del funerale del padre di Luke): oltre ai nostri protagonisti, che hanno dieci-undici anni, compaiono solo – in un ruolo da "Minions" – i bambini ancora più piccoli della prima elementare che vengono arruolati da Luke come "truppe d'assalto" nella carica finale al castello.

26 novembre 2016

Il cittadino illustre (G. Duprat, M. Cohn, 2016)

Il cittadino illustre (El ciudadano ilustre)
di Gastón Duprat, Mariano Cohn – Argentina 2016
con Oscar Martínez, Dady Brieva
***

Visto al cinema Palestrina.

Cinque anni dopo aver vinto il premio Nobel per la letteratura, l'acclamato scrittore argentino Daniel Mantovani – che vive ormai in Europa da quasi quarant'anni – si ritrova in una impasse creativa e sociale ("Ricevere un premio come questo mi ha trasformato in un monumento"). Quando gli arriva un invito proveniente dalla piccola cittadina di Salas – dove è nato e cresciuto, ma da cui è fuggito in gioventù per non farvi più ritorno – che vorrebbe celebrarlo come suo "cittadino illustre", decide impulsivamente di accettare. Il ritorno nel luogo d'origine, però, non sarà come aveva previsto. Anche perché l'intera sua opera (e in un certo senso tutta la sua identità) si è basata proprio sul rifiuto di quello che Salas rappresenta ("Io non sono mai riuscito a tornarvi, i miei personaggi non sono mai riusciti a partire"), e non tutti i suoi abitanti sono felici di come sono stati "rappresentati". E poi, si sa, nemo propheta in patria: se Mantovani, a Salas, ritrova vecchi (e nuovi) amici e amori, non mancheranno le situazioni imbarazzanti o paradossali e gli atti di ostilità che lo metteranno di fronte alla consapevolezza che "indietro non si torna". Proprio lui, portato per natura ad abbattere miti e istituzioni, così insofferente alle cerimonie ufficiali, scoprirà di essere diventato un mito da abbattere... Una corrosiva e cinica commedia dolce-amara che fa riflettere sulla natura dello scrittore e dell'artista (che da un lato non può che ispirarsi alla realtà, ma dall'altro deve inventare e ricreare i propri mondi), ma anche su tutto ciò che gli ruota attorno, dai fan ai media, dagli applausi all'invidia, dagli onori ai rancori. Ottima la sceneggiatura, arguta e intelligente, e straordinario il personaggio di Mantovani, intellettuale integralista e antiretorico nelle sue idee sul ruolo della cultura, sin dal discorso al momento della consegna del Nobel, che poi si rispecchia – in piccolo – in quello durante la premiazione del concorso di pittura, che finisce con l'indispettire i suoi concittadini quando non riesce più a celare il suo disprezzo verso la mediocrità di un mondo che sembra contento di non voler cambiare mai. Coppa Volpi a Venezia, a Oscar Martínez, per la miglior interpretazione maschile, mentre l'Argentina lo ha scelto come suo rappresentante agli Oscar per il miglior film straniero. Nella realtà, nessuno scrittore argentino ha mai vinto il Nobel: neppure Borges, citato un paio di volte durante la pellicola.

24 novembre 2016

L'asso nella manica (Billy Wilder, 1951)

L'asso nella manica (Ace in the hole, aka The big carnival)
di Billy Wilder – USA 1951
con Kirk Douglas, Jan Sterling
***1/2

Visto in divx.

Lo spregiudicato giornalista Charles Tatum (uno straordinario Douglas, in una delle sue migliori prove), cacciato da numerose testate a causa del vizio del bere, si è ridotto a lavorare per un umile quotidiano di provincia, ad Albuquerque, ed è alla ricerca del colpo che lo farà diventare una celebrità. Trova la sua occasione quando un uomo, Leo Minosa (Richard Benedict), rimane sepolto da una frana mentre stava esplorando una grotta in cerca di manufatti indiani. Gli articoli di Tatum sull'accaduto e sui tentativi di salvataggio richiamano l'attenzione di tutto il paese, e la collina dove si trova Leo, nel bel mezzo del deserto, viene attorniata da un immenso "circo mediatico" (letteralmente!), compresi curiosi e imbonitori di ogni tipo (sorge persino un luna park!). Mentre le quotazioni di Tatum come giornalista salgono rapidamente alle stelle (aiutato dal corrotto sceriffo locale, che in cambio di buona pubblicità tiene lontani i cronisti rivali), le operazioni di salvataggio procedono volutamente a rilento per "prolungare" il più possibile l'attenzione sull'evento. A scapito del povero Leo... Cinicissima pellicola sulle distorsioni del giornalismo, la spettacolarizzazione della cronaca e la manipolazione delle emozioni del pubblico (e in quanto tale, quanto mai moderna e di attualità). Wilder (anche sceneggiatore e produttore: era la prima volta che riuniva in sé tutti e tre i ruoli, essendosi appena separato da Charles Brackett, suo partner creativo di lunga data) si ispirò a due casi di cronaca realmente accaduti: quello di Floyd Collins, rimasto sepolto nel 1925 in una cava di sabbia, che portò il cronista William Burke Miller a vincere il premio Pulitzer (citato anche da Douglas durante la pellicola), e quello della piccola Kathy Fiscus, che solo due anni prima (nel 1949) aveva calamitato l'interesse dell'intera nazione dopo essere caduta in un pozzo abbandonato (un caso del tutto simile alla tragedia di Alfredino). Nonostante il setting sia tutt'altro che urbano, il film è un vero e proprio noir, capace di mettere in mostra il lato più cinico, amorale e opportunista delle persone. Quasi tutti hanno da guadagnarci dalla sventura di Leo e dal prolungare il più a lungo possibile le operazioni di soccorso: non solo il giornalista e lo sceriffo, ma anche la moglie dell'uomo, Lorraine (Jan Sterling), che non lo ama e che vorrebbe fuggire lontano da lui, ma rimane sul luogo perché convinta da Tatum a recitare la parte della moglie affranta per guadagnare il più possibile dall'enorme afflusso di curiosi presso la tavola calda di famiglia ("Verranno qui e divoreranno tutto, emozioni e polpette"). Indicativo come il costo dell'accesso al sito archeologico passi dall'essere gratuito ad aumentare giorno dopo giorno. I rapporto fra i due, Tatum e Lorraine, è particolarmente aspro, conflittuale e distruttivo, ai limiti del codice Hays. Nel cast anche Robert Arthur (il giovane reporter Herbie) e Porter Hall (l'integerrimo direttore del giornale di Albuquerque). Non particolarmente amato alla sua uscita, ma Wilder lo riteneva il miglior film da lui girato. Piccola curiosità: la compagnia di assicurazioni per la quale lavora l'uomo intervistato alla radio è la stessa (fittizia) del protagonista de "La fiamma del peccato".

23 novembre 2016

La locanda della felicità (Zhang Yimou, 2002)

La locanda della felicità (Xìngfu shiguang, aka Happy times)
di Zhang Yimou – Cina 2002
con Zhao Benshan, Dong Jie
**

Rivisto in DVD.

L'attempato e spiantato Zhao, alla ricerca di una moglie, fa credere a una donna (Lifan Dong) di essere il direttore di un importante albergo: in realtà si tratta di un vecchio autobus abbandonato in un parco pubblico, che lui e l'amico Li hanno sistemato e ridipinto per offrire alle coppiette del parco un rifugio in cui "appartarsi". La donna accetta la sua corte, ma nel frattempo gli chiede di trovare un lavoro per la figliastra cieca Wu Ying, di cui vorrebbe sbarazzarsi. E Zhao, approfittando della sua cecità, la "assume" come massaggiatrice: peccato che la "sala massaggi" sia un ambiente fasullo, ricostruito nel capannone abbandonato di una vecchia fabbrica, e che i clienti della ragazza siano i suoi amici pensionati, che si presentano a turno e la pagano (dopo che Zhao ha finito i soldi) con pezzi di carta straccia. Naturalmente Wu Ying si accorge ben presto dell'inganno, ma anche lei continua a recitare la propria parte, per la felicità di tutti... Ispirata a un racconto di Mo Yan, una commedia con cui Zhang (dopo "Keep Cool") continua a raccontare la Cina contemporanea e le sue contraddizioni. Ma gli mancano l'incisività, la coerenza e la cattiveria necessaria: il risultato è leggero e nel migliore dei casi simpatico, per farsi un po' stucchevole nei momenti in cui la sceneggiatura vorrebbe calcare la mano sul pathos. Insoddisfacente il finale: sembra quasi che gli autori non sapessero come concludere la storia. Eccezionale Jie Dong (ballerina alla sua prima esperienza cinematografica) nel ruolo della ragazza cieca, abbandonata dal padre e maltrattata dalla matrigna, che trova negli inganni di Zhao quella considerazione e quell'affetto che le sono sempre mancati.

22 novembre 2016

Fantastic 4 (Josh Trank, 2015)

Fantastic 4 - I Fantastici Quattro (Fantastic Four)
di Josh Trank – USA 2015
con Miles Teller, Kate Mara
*1/2

Visto in divx.

Le due pellicole dei Fantastici Quattro dirette da Tim Story dieci anni prima avevano deluso gran parte dei fan e non avevano fatto sfracelli al botteghino: logico che, in pieno boom dei film sui supereroi, si tentasse di rilanciare la franchise ripartendo da zero. L'intenzione era quella di produrre un film meno camp, più realistico e drammatico. Il risultato è però fallimentare e lascia ancor più con l'amaro in bocca, facendo persino rivalutare gli "ingenui" lungometraggi precedenti. A differenza dei Marvel Studios stessi, che sembrano aver trovato la giusta ricetta per portare sullo schermo i propri character (un mix fra fedeltà al materiale originale, con tanto di strizzatine d'occhio ai fan di vecchia data, e un utilizzo consapevole dei meccanismi dell'intrattenimento cinematografico), la Fox pare incapace di sfruttare al meglio le serie di cui ha i diritti (le è andata bene con gli X-Men, è vero, ma malissimo con i FQ, Devil ed Elektra). In questo film, che è essenzialmente una lunghissima origin story, dei personaggi creati da Stan Lee e Jack Kirby non rimane niente se non i nomi e i superpoteri. Per il resto si tratta di figure del tutto irriconoscibili e, quel che è peggio, stereotipate e per nulla accattivanti: scienziatelli post-adolescenti senza personalità o spessore. Reed Richards (Miles Teller) è un giovane genietto che, insieme al compagno di scuola Ben Grimm (Jamie Bell), inventa un portale extradimensionale che attira l'attenzione della potente Baxter Foundation. Qui, assunto dal professor Franklin Storm per lavorare a una versione più estesa del portale, perfeziona l'invenzione insieme al recalcitrante Victor Von Doom (Toby Kebbell) e ai due figli dello stesso Storm, Johnny (Michael B. Jordan) e Susan (Kate Mara). Per potersi vantare di essere stati i primi a viaggiare in un'altra dimensione, i ragazzi decidono di provarla senza autorizzazione: ne usciranno trasformati in supereroi (tranne Victor che, impazzito, cercherà di distruggere il mondo). Il continuo ed esteso tradimento del setting e delle caratteristiche del fumetto (Johnny nero? Susan adottata? Destino con poteri e senza il background latveriano?) non è nemmeno il peggior difetto della pellicola: il film è semplicemente prevedibile nel suo sviluppo, piatto o implausibile a livello di caratterizzazioni, modesto come effetti speciali, privo di appeal e con attori mediocri e del tutto dimenticabili. Già cancellati, a quanto pare, i progetti di eventuali sequel. Il regista ha lamentato disaccordi con la produzione, che avrebbe cambiato il finale (e il tono generale del film) contro la sua volontà. È comunque davvero un peccato che al cinema non si riesca ad avere una versione decente di quelli che, storicamente, dovrebbero essere una delle colonne portanti dell'Universo Marvel.

20 novembre 2016

Agnus Dei (Anne Fontaine, 2016)

Agnus Dei (Les innocentes)
di Anne Fontaine – Francia/Polonia 2016
con Lou de Laâge, Agata Buzek
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa.

Nell'inverno del 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra, una giovane dottoressa francese della Croce Rossa di stanza in Polonia viene segretamente chiamata in un convento isolato, dove numerose suore e novizie, che erano state violentate dai soldati sovietici, stanno per dare alla luce i loro figli. In un misto di vergogna, disonore e zelo religioso, le monache vorrebbero tenere nascosto al mondo il proprio stato: la dottoressa dovrà aiutarle a partorire in segreto, mentre ai bambini ci penserà la madre superiora, che li affida – o almeno così afferma – alle famiglie delle madri. Ma per alcune delle religiose il trauma è troppo grande: la fede viene messa in discussione, le regole cominciano a vacillare, e ai problemi di salute si sommano i pericoli del mondo esterno (le minacce sovietiche di repressione della chiesa cattolica). Ispirato a una storia vera, un film dove il soggetto difficile e scabroso è forse la cosa più interessante. I conflitti personali e morali dei vari personaggi non sono banalizzati grazie a una messinscena rigorosa, che punta molto sull'intensità dei primi piani e su ambienti austeri e monocromatici (belle le scene delle monache nei paesaggi innevati), ma alcune caratterizzazioni – a partire dalla protagonista – sono poco più che funzionali al racconto, e la sceneggiatura – che pure evita le trappole della retorica (affiancare temi come la devozione religiosa, il trauma della violenza subita e il senso di maternità non era certo facile) – mi è parsa a tratti un po' semplicistica. Agata Kulesza è la madre superiora, Vincent Macaigne è il medico ebreo.

18 novembre 2016

Voglio la testa di Garcia (Sam Peckinpah, 1974)

Voglio la testa di Garcia (Bring me the head of Alfredo Garcia)
di Sam Peckinpah – USA 1974
con Warren Oates, Isela Vega
***

Rivisto in divx.

Un ricco e potente haciendero (Emilio Fernández), furioso perché la sua giovane figlia è stata messa incinta da uno dei suoi lavoranti, offre un milione di dollari a chiunque gli porterà la testa dell'uomo in questione, Alfredo Garcia, che nel frattempo si è dato alla macchia. Molti si lanciano sulle sue tracce, setacciando l'intero Messico: ma a scoprire che Garcia è già morto in un incidente stradale è Bennie (Warren Oates), un americano in cerca di fortuna che si guadagna da vivere suonando il piano in un bar di terz'ordine di Città del Messico, al quale alcuni dei "cacciatori" promettono diecimila dollari se porterà loro la testa. In compagnia della sua donna Elita (Isela Vega), che a suo tempo aveva avuto una tresca proprio con Alfredo, Bennie si mette dunque in viaggio verso il cimitero di provincia dove Garcia è sepolto, con l'intenzione di dissotterrarne e decapitarne il cadavere. Ma ignora di essere seguito da due sicari che vogliono impadronirsi a loro volta della testa... Scritto insieme all'amico Frank Kowalski, interpretato dal fedele Oates (di solito caratterista) e ambientato in un Messico polveroso e ancestrale, realistico e lontano dai cliché hollywoodiani, il decimo lungometraggio di Peckinpah è un "piccolo" film indipendente, al tempo stesso uno dei suoi lavori più personali (fu una delle poche volte che ebbe il totale controllo sul montaggio finale), più controversi e più violenti, permeato da un cinismo dissacrante e fatalista, con un mood a metà fra i poliziotteschi italiani e il futuro cinema tarantiniano. Pur essendo già morto quando il film comincia, la testa di Garcia (avvolta in un fagotto: di lui non vediamo mai il volto, se non in fotografia) passa di mano in mano provocando stragi e spargimenti di sangue fino all'apocalittico finale, simbolo dell'avidità e del potere che distrugge tutto (a partire dai sentimenti) e non produce nulla di buono. Stroncato alla sua uscita, il film è naturalmente diventato – come tutto il cinema del regista – un oggetto di culto. Nel cast anche Robert Webber, Gig Young e Helmut Dantine. In un piccolo ruolo (uno dei due motociclisti violentatori) si riconosce Kris Kristofferson.

16 novembre 2016

Dave - Presidente per un giorno (Ivan Reitman, 1993)

Dave - Presidente per un giorno (Dave)
di Ivan Reitman – USA 1993
con Kevin Kline, Sigourney Weaver
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Il presidente degli Stati Uniti Bill Mitchell (Kevin Kline) ha un collasso mentre si "intrattiene" con una segretaria, e il capo dello staff della Casa Bianca Bob Alexander (Frank Langella), che nutre a sua volta ambizioni politiche, pensa bene di tenere segreta la cosa e di sostituirlo con un sosia perfetto, l'impersonatore Dave Kovic (sempre Kline). Questi dovrebbe limitarsi a fare il fantoccio, controllato dietro le quinte da Bob: ma si appassiona all'incarico e inizia a macinare idee, rivoltando come un calzino la politica corrotta del vero Mitchell sul welfare. Lentamente sia l'opinione pubblica che la first lady Ellen (Sigourney Weaver) cominciano ad essere conquistati dal suo misterioso cambiamento... Fra un film di Frank Capra e una rilettura de "Il prigioniero di Zenda" (o, se vogliamo, di "Kagemusha"), una favoletta a sfondo politico con venature romantiche (il coinvolgimento della first lady, che si innamora del sosia dopo che i rapporti con il vero marito si erano raffreddati, fa pensare al celebre caso seicentesco di Martin Guerre, ma anche al furto dell'identità di Kosaku Kawajiri da parte di Yoshikage Kira nel manga "Le bizzarre avventure di JoJo"). La sceneggiatura di Gary Ross è ingenua ma gradevole, con un mood e una leggerezza molto anni trenta. L'estroso Kline ruba la scena a tutti, ma è indimenticabile Langella nei panni del cattivo. Nel cast anche Kevin Dunn (il capo della comunicazione), Ving Rhames (la guardia del corpo), Laura Linney (la segretaria) e Ben Kingsley (il vicepresidente), più varie celebrità nel suolo di sé stessi (fra gli altri Arnold Schwarzenegger, Larry King, Jay Leno, Oliver Stone, più diversi senatori). Chi ha scelto il sottotitolo italiano probabilmente aveva visto solo i primi dieci minuti.

14 novembre 2016

Maelström (Denis Villeneuve, 2000)

Maelström (id.)
di Denis Villeneuve – Canada 2000
con Marie-Josée Croze, Jean-Nicolas Verreault
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Depressa dopo un aborto, in crisi con il lavoro, sotto pressione per essere la "figlia di una celebrità", la venticinquenne Bibiane Champagne (Croze) è in piena fase autodistruttiva. Una sera, mentre torna a casa ubriaca dopo aver cercato inutilmente sfogo in discoteca, investe e uccide con la sua auto un uomo, l'anziano pescatore Karlsen. Quando se ne rende conto, presa dai sensi di colpa, medita addirittura il suicidio. Ma non appena incontrerà il figlio del defunto, Evian (Verreault), finirà con l'innamorarsene e trovare in lui una nuova ragione di vita... A rendere particolare il secondo lungometraggio di Villeneuve non è tanto la trama in sé (che pure ha diversi punti in comune con il precedente, la commedia romantica "Un 32 août sur terre", al punto da sembrarne quasi una rilettura più cupa e stratificata) quanto la complessa simbologia: a partire dal titolo, il termine di origine norvegese che indica i vortici oceanici. Qui il "vortice" è quello della vita e della morte, che lega il destino dei personaggi attraverso le misteriose concatenazioni del caos (si pensi per esempio alla sequenza che, a partire da un'ordinazione al ristorante da parte della protagonista e della sua amica, porta alla scoperta del cadavere dell'uomo investito). Elemento ricorrente è il mare, con le sue onde, la schiuma, i vortici appunto, ma anche i pesci e le creature acquatiche. Karlsen, ex marinaio, ora lavora in un mercato ittico, mentre suo figlio Evian è un sommozzatore. Bibi cerca di cancellare la propria colpa buttando la sua automobile in fondo al porto. E non mancano numerose suggestioni "norvegesi" (dai continui riferimenti al folklore scandinavo, alla provenienza stessa di Evian e di suo padre). Come bizzarra cornice, l'intera vicenda è raccontata agli spettatori da un pesce parlante, "torturato" in una dimensione ultraterrena da un pescatore infernale. La trovata dona alla pellicola un'impronta da fiaba dark, che non stona con la sua qualità surreale e a tratti persino semi-umoristica, tongue in cheek, come sottolinea la colonna sonora (dove spiccano le canzoni "Les deux guitares" ed "Et pourtant" di Charles Aznavour: ma ci sono anche Tom Waits ed Edward Grieg). Un film strano, dunque, pretenzioso (si parla della condizione umana...) e affascinante al tempo stesso, che ha portato Villeneuve all'attenzione della critica ma anche a una sorta di impasse creativo, tanto che ci vorranno ben nove anni prima di vedere un suo nuovo lungometraggio (del tutto diverso stilisticamente: "Polytechnique", semi-documentaristico e in bianco e nero).

13 novembre 2016

Funny games (Michael Haneke, 2007)

Funny Games (id., aka Funny Games U.S.)
di Michael Haneke – USA 2007
con Naomi Watts, Tim Roth
**1/2

Visto in divx.

Nel realizzare il remake americano del suo film "Funny games" del 1997, questa volta con attori di lingua inglese per poter raggiungere più facilmente il pubblico statunitense, Haneke sceglie di non cambiare assolutamente nulla rispetto all'originale. Noto anche come "Funny Games U.S.", il lungometraggio è infatti un rifacimento del tutto identico al film di dieci anni prima, girato scena per scena negli stessi set e a partire dallo stesso storyboard. Le uniche differenze, davvero minime, riguardano alcuni passaggi nei dialoghi, visto che sono trascorsi dieci anni (al posto del telefono cordless c'è ora un cellulare) e che la storia si svolge negli Stati Uniti (dove tutti conoscono a memoria il numero delle emergenze: ecco perché George cerca di chiamare la polizia anziché un parente). Per il resto, inquadrature, tempi e scansione della pellicola riproducono 1:1 il film originale, mantenendone la carica disturbante e provocatoria (anzi, visto che il tema del film è quello della fruizione della violenza nei media da parte degli spettatori, rivolgersi a un pubblico americano calza ancora più a pennello). Forse gli attori, pur essendo bravi, sono un po' impostati e dunque meno efficaci di chi li aveva preceduti. Guardando i due film uno dopo l'altro, si ha la sensazione di assistere per due sere consecutive al medesimo spettacolo teatrale con cast differenti (qui i due "intrusi" sono interpretati da Michael Pitt e Brady Corbet). E anche la colonna sonora è identica. A cambiare è stata l'accoglienza di pubblico e critica, complessivamente positiva per il prototipo e tendenzialmente negativa per il remake. Si spiega solo con i dieci anni trascorsi fra l'uno e l'altro, che hanno fatto svanire l'effetto shock e la sorpresa? O forse l'operazione stessa di rifare un film tale e quale è stata percepita come inutile? Magari c'entra di più l'esposizione: il film del 1997 era una pellicola europea, "d'autore", ed era più facile accettarne la riflessione sul ruolo della violenza come forma di intrattenimento nelle opere di finzione; quello del 2007 ha raggiunto (almeno potenzialmente) un pubblico più mainstream, meno incline a comprendere i livelli di lettura sottostanti o a recepire con benevolenza quella che è una sostanziale critica alla natura stessa dei film di exploitation (senza contare che la pellicola ne infrange parecchie convenzioni, come l'aspettativa che i "buoni" riescano a salvarsi e i "cattivi" vengano puniti).

12 novembre 2016

Coffee and cigarettes (Jim Jarmusch, 2003)

Coffee and cigarettes (id.)
di Jim Jarmusch – USA 2003
con Roberto Benigni, Cate Blanchett
**

Rivisto in divx.

Tutto aveva avuto inizio con un cortometraggio girato da Jarmusch nel 1986, intitolato appunto "Coffee and cigarettes", che vedeva i comici Roberto Benigni e Steven Wright seduti al tavolino di un bar, intenti a bere caffè, a fumare sigarette e a scambiarsi dialoghi surreali. Seguirono due altri episodi, nel 1989 ("Memphis Version", con Cinqué e Joye Lee, fratelli minori di Spike, e Steve Buscemi) e nel 1992 ("Somewhere in California", con Tom Waits e Iggy Pop), prima che il regista scegliesse di raccoglierli, insieme ad altri otto girati appositamente, in questo lungometraggio antologico. I fili conduttori dei vari segmenti sono gli stessi del corto originale: attori e personaggi dello spettacolo impegnati in conversazioni nonsense davanti ad abbondanti tazze di caffè e a pacchetti di sigarette in quantità industriale. Alcuni episodi sono più elaborati (quello in cui Cate Blanchett interpreta sia sé stessa che sua "cugina" Sherry, o quello con Alfred Molina e Steve Coogan che scoprono di essere lontani parenti), altri sono chiaramente improvvisati, e un paio prevedono anche l'intervento di un cameriere (interpretato a sua volta da qualche celebrità, come Steve Buscemi o Bill Murray), ma tutti condividono la medesima estetica (la fotografia in bianco e nero, la desolazione generale dei locali, il pattern a scacchiera dei tavolini) e la poetica di malinconica marginalità che caratterizza tanti film di Jarmusch. Anche se alcuni argomenti di conversazione (le invenzioni di Tesla, parentele vere o presunte) ritornano da una scena all'altra, la sensazione quasi sempre è quella di assistere a pause della vita quotidiana e a momenti fondamentalmente fini a sé stessi. La versione doppiata in italiano, in ogni caso, toglie gran parte del divertimento (soprattutto nel caso di Benigni).

10 novembre 2016

Tempeste sull'Asia (V. Pudovkin, 1928)

Tempeste sull'Asia (Potomok Chingis-Khana)
di Vsevolod Pudovkin – URSS 1928
con Valéry Inkijinoff, I. Dedintsev
**1/2

Visto in divx.

Un giovane cacciatore di pellicce della Mongolia si ribella all'avidità dei mercanti europei, che sfruttano lui e la sua gente, e si unisce ai partigiani che lottano sulle montagne contro le forze di occupazione inglesi. Arrestato, sta per essere fucilato: ma il comandante britannico scopre che il ragazzo è nientemeno che un diretto discendente di Gengis Khan e decide di metterlo a capo del paese, come sovrano "fantoccio", per sfruttare l'influenza che il nome dell'antico condottiero esercita ancora sulla popolazione. Il giovane saprà però riacquistare la propria dignità e guiderà il popolo contro gli oppressori inglesi, spazzandoli via come una tempesta (simbolicamente e letteralmente, nelle ultime, spettacolari scene del film). Il terzo lungometraggio della cosiddetta trilogia sulla "presa di coscienza" di Pudovkin è senza dubbio il più visionario e a più ampio respiro: quasi una fiaba epica, dove la narrazione è meno attenta alla precisione storica (nella realtà gli inglesi non hanno mai invaso la Mongolia) e più al sentimento collettivo post-rivoluzionario (i partigiani mongoli combattono su impulso e in nome dei soviet). A tratti affascinante nella sua qualità antropologica e documentaristica (si pensi all'incipit che mostra la vita dei cacciatori mongoli, e che ricorda "Nanuk l'eschimese" di Flaherty; alla lunga sequenza della visita del comandante inglese al tempo buddista, con le cerimonie e i balli in onore della reincarnazione del Lama; e in generale agli scenari degli altipiani, dei deserti e della tundra dell'Asia Centrale), il film soffre forse per la caratterizzazione – tipicamente da film di propaganda – di diversi personaggi (a partire dagli inglesi, anche se non tutti sono cattivi: il soldato incaricato di fucilare il protagonista, per esempio, mostra una crisi di coscienza, come il cacciatore di "Biancaneve"). A questo proposito, il montaggio – da sempre il punto di forza del cinema di Pudovkin, insieme alla potenza delle immagini – si sbizzarrisce in sequenze come quella in cui paragona la toeletta e la vestizione degli inglesi alla preparazione dei monaci per le cerimonie religiose. L'edizione restaurata dura due ore, contro i 70-80 minuti delle versioni precedenti.

8 novembre 2016

I magnifici sette (John Sturges, 1960)

I magnifici sette (The magnificent seven)
di John Sturges – USA 1960
con Yul Brynner, Eli Wallach, Steve McQueen
***

Visto in divx.

I contadini di un piccolo villaggio messicano assoldano sette pistoleri affinché li proteggano dalle razzie del brigante Calvera (Eli Wallach). Remake in chiave western del capolavoro di Akira Kurosawa "I sette samurai", di cui riprende fedelmente trama e personaggi, e persino il messaggio umanista di fondo, con la dicotomia fra peones e pistoleros (la frase finale, "Ancora una volta hanno vinto i contadini. Noi abbiamo perso", è praticamente identica a quella del film giapponese). Grazie al cast stellare (i "magnifici sette" sono Yul Brynner, Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn, Horst Buchholz, Robert Vaughn e Brad Dexter) e alla trascinante colonna sonora di Elmer Bernstein (nominata all'Oscar ed entrata nella memoria collettiva), nonostante un inizio difficile al box office divenne ben presto un classico, tanto da dar vita a tre sequel e a una serie televisiva, oltre a generare a sua volta diversi remake (l'ultimo dei quali, quello di Antoine Fuqua, è uscito un mesetto fa). Come quasi tutte le pellicole chanbara di Kurosawa (da "La sfida del samurai", ricordiamo, fu tratto "Per un pugno di dollari" di Sergio Leone), il film originale si prestava perfettamente a essere trasposto in uno scenario western. Certo, nella versione hollywoodiana si perdono parecchie sfumature, anche e soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi (il Chico di Horst Buchholz, giovane e immaturo, è infinitamente meno interessante del folle Kikuchiyo interpretato da Toshiro Mifune, per dirne una), ma resta comunque un'avventura epica, eroica e malinconica al tempo stesso, con un pugno di mercenari pronto a sacrificare le proprie vite per proteggere i deboli e gli indifesi, e dove per una volta i contadini messicani non sono visti come l'ultima ruota del carro ma hanno una loro dignità. Al punto che non pochi dei mercenari hanno la tentazione di appendere la pistola al chiodo e di cambiare vita. Come la pellicola giapponese, il film è essenzialmente diviso in tre sezioni: quella iniziale, con il reclutamento dei sette protagonisti; quella centrale, con i preparativi per la battaglia e i momenti in cui gli eroi e i contadini fanno la reciproca conoscenza; e quella finale, lo scontro vero e proprio con i banditi. Il carismatico cajun Chris (Yul Brynner), nerovestito come se fosse un cattivo, è il leader perfetto di un gruppo eterogeneo, che va dallo scanzonato Vin (McQueen), sempre a caccia di donne, al veterano Lee (Vaughn), che deve fare i conti con i propri fantasmi; dal mercenario Bernardo (Bronson), che diventa l'idolo dei bambini del villaggio, al sospettoso Harry (Dexter), convinto che i contadini nascondano un giacimento d'oro; dall'abile Britt (Coburn), esperto nel lancio del coltello, all'impulsivo Chico (Buchholz, al suo esordio americano), a sua volta ex contadino e l'unico che alla fine sceglierà di rimanere nel villaggio. Vladimir Sokoloff è il vecchio che consiglia ai contadini di assoldare dei protettori (il suo ruolo è ridotto rispetto all'originale, visto che manca la scena dell'assalto alla sua casa), Rosenda Monteros è la ragazza di cui Chico si innamora.

6 novembre 2016

Un 32 août sur terre (D. Villeneuve, 1998)

Un 32 août sur terre
di Denis Villeneuve – Canada 1998
con Pascale Bussières, Alexis Martin
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo essere sopravvissuta per miracolo a uno spaventoso incidente d'auto, la giovane Simone capisce che è giunto il momento di ripensare la propria vita: si dimette dal lavoro e chiede al suo miglior amico Philippe di aiutarla a fare un figlio, con la promessa che andrà poi a vivere lontano insieme al bambino e non ci saranno conseguenze per lui. Philippe è recalcitrante (anche perché, pur non avendoglielo mai confessato, è follemente innamorato dell'amica), ma alla fine accetta, ponendo una bizzarra condizione: dovranno fare l'amore nel deserto. Da Montrèal i due si recano così a Salt Lake City, dove si inoltrano nel deserto del lago salato. Qui, fra una disavventura e l'altra, non combineranno nulla. E tornati in patria, Philippe confesserà il suo amore a Simone, che scoprirà di ricambiarlo: ma forse è troppo tardi... Il lungometraggio d'esordio di Denis Villeneuve è una strana commedia romantica on the road, spigliata e simpatica, a tratti surreale (memorabili i paesaggi bianchi e desolati del deserto, che richiamano un altro pianeta: e le suggestioni "extraterrestri" sono in effetti numerose) ma con un finale deludente e poco originale. L'aspetto di Simone, mascolino e con i capelli corti, ricorda quello di Jean Seberg, della quale Philippe ha un poster in camera (il che lascia intendere sin dall'inizio come sia innamorato di lei). Lo strano titolo è metaforico, almeno fino a un certo punto: l'incidente in auto di Simone avviene infatti la notte del 31 agosto, e le vicende successive si svolgono dal 32 agosto in poi (33, 34, 35, 36 agosto...), come se la protagonista fosse entrata in un limbo fuori dal tempo, da cui uscirà (arriva finalmente settembre!) solo quando farà chiarezza nei propri sentimenti.

4 novembre 2016

Me and Orson Welles (R. Linklater, 2008)

Me and Orson Welles (id.)
di Richard Linklater – USA/GB 2008
con Zac Efron, Christian McKay, Claire Danes
**

Visto in divx, con Sabrina.

Nella New York del 1937, fra venti di guerra e musica jazz, il diciassettenne Richard Samuels (Efron), aspirante attore, entra a far parte della compagnia di Orson Welles (McKay) che sta per mettere in scena al Mercury Theatre una versione del "Giulio Cesare" di Shakespeare destinata a passare alla storia. Come tutti, Richard si scopre affascinato dalla genialità e dal carisma di Welles, che lo prenderà sotto la propria ala protettiva e gli insegnerà molte cose sull'arte e sulla vita. Ma il rapporto fra i due si incrinerà quando si troveranno a contendersi l'amore di Sonja (Danes), l'ambiziosa assistente di produzione. Dall'omonimo romanzo di Robert Kaplow, una ricostruzione (vista attraverso gli occhi di un personaggio giovane e curioso) di un breve ma fondamentale periodo della vita di Welles. Se il film è interessante nel rendere palpabile l'emozione, la tensione e l'entusiasmo del "dietro le quinte" di un'esperienza teatrale, nonché nel far percepire il fermento della Broadway di quegli anni (e ha l'indubbio merito di ricreare sullo schermo un allestimento, quello del celebre "Cesare" wellesiano con abiti fascisti, di cui non esistono riprese e non sono sopravvissuti che pochi disegni e alcune foto di scena), per il resto non è particolarmente coinvolgente quando racconta le dinamiche amorose dei personaggi, anche perché soffre – come capita spesso con Linklater – di un pizzico di pretenzioso intellettualismo. Buona comunque la ricostruzione storica e ambientale (il Mercury Theatre è stato riprodotto sull'Isola di Man). Nel cast, nei panni di attori e personaggi realmente esistiti, si riconoscono Ben Chaplin (George Coulouris), James Tupper (Joseph Cotten) ed Eddie Marsan (John Houseman). Zoe Kazan è la giovane scrittrice Greta Adler. Il personaggio di Zac Efron è ispirato a Arthur Anderson, che nella realtà continuò a collaborare con Welles a teatro e in radio anche dopo la prima del "Cesare". Se Richard è il protagonista, al centro della pellicola però rimane sempre l'ingombrante figura di Welles: geniale e arrogante, impulsivo e donnaiolo, mai a corto di idee o di trucchi magici, una sorta di Dio del teatro, della radio e della regia, interpretato da un McKay che ne aveva vestito i panni anche in alcune produzioni teatrali.

3 novembre 2016

Appunti per un film sull'India (P.P. Pasolini, 1968)

Appunti per un film sull'India
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1968
documentario
***

Visto in divx.

Le esperienze durante la lavorazione di film come “Il vangelo secondo Matteo” ed “Edipo Re” avevano spinto Pasolini a interessarsi sempre più a quello che viene comunemente definito “terzo mondo” (e che negli anni sessanta era al centro dell'attualità: le numerose battaglie per l'indipendenza dalle potenze coloniali stavano portando a forza questi paesi nell'era della modernità e dell'industrializzazione, senza che molti di essi fossero pronti a livello culturale o strutturale, dando così origine a situazioni socio-politiche instabili e contraddittorie). L'idea di girare una pellicola sull'argomento (da suddividere in diversi episodi, ambientati in differenti zone del pianeta) si scontrò però con enormi difficoltà produttive: il film non sarà mai realizzato, e tutto ciò che rimane del progetto sono un paio di documentari, o meglio di “diari di viaggio” (simili al precedente “Sopralluoghi in Palestina”), nei quali PPP affronta temi sociali e antropologici da un punto di vista “poetico” prima ancora che politico o documentaristico. “Appunti per un film sull'India”, prodotto dalla Rai (è l'unico lavoro di Pasolini realizzato per la televisione), racconta il viaggio del regista nel continente indiano, con l'intenzione non solo di catturarne i volti e i luoghi, ma anche di sottoporre agli indiani stessi il soggetto del film che aveva intenzione di girare, per registrarne le reazioni. Il film avrebbe dovuto essere diviso in due parti: la prima, ambientata nell'epoca pre-coloniale, si ispira a una leggenda indiana: un ricco maharaja, mentre visita le proprie terre, si imbatte in alcuni cuccioli di tigre affamati e, preso da compassione, offre loro il proprio corpo come cibo. Nella seconda, che si colloca durante la lotta per l'indipendenza del paese, la famiglia del maharaja deve far fronte all'improvvisa povertà in cui viene a trovarsi dopo la morte del capofamiglia, e gira per il paese senza fortuna. Attraverso la fiaba e la simbologia, il film avrebbe dovuto illustrare i due temi che PPP associa maggiormente all'India (e all'intero terzo mondo), ovvero la religione e la fame. “Un occidentale che va in India ha tutto ma non dà niente. L'India, invece, che non ha nulla, in realtà dà tutto”, spiega il poeta. Nel corso del documentario, PPP non resiste alla tentazione di fare delle piccole inchieste, intervistando le persone che incontra: curiosamente, mentre tutti sembrano interessati alla storia che intende raccontare (qualcuno oggi sarebbe disposto a comportarsi come il maharaja?), quando le domande si spostano sulla realtà contemporanea (le caste, la povertà, le differenze fra contadini e operai, le politiche del governo contro la sovrappopolazione) le risposte si fanno asettiche e omogenee, evidentemente frutto di scarso interesse o riflessione sui problemi sociali.

1 novembre 2016

The great yokai war (Takashi Miike, 2005)

The great yokai war (Yokai daisenso)
di Takashi Miike – Giappone 2005
con Ryunosuke Kamiki, Mai Takahashi
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Dopo il divorzio dei suoi genitori, il piccolo Tadashi ha lasciato Tokyo e si è trasferito in una cittadina sulla costa. Qui, durante una festa locale, viene scelto come nuovo "cavaliere Kirin", ovvero l'eroe che – secondo la leggenda – è destinato a salvare il mondo da un'oscura minaccia. E in effetti si ritrova a combattere, al fianco di alcuni spiriti benigni (fra cui la bella principessa dell'acqua Kawahime e il buffo animaletto peloso Sunekosuri), contro il malvagio Yasunori Kato e la sua adepta Agi (Chiaki Kuriyama), che intendono seminare il caos sfruttando il "risentimento" degli oggetti usati e abbandonati dagli esseri umani. Ispirato al manga "Kitaro dei cimiteri" di Shigeru Mizuki (citato esplicitamente: l'autore fa anche un cameo) e alla saga fantasy "Teito monogatari" di Hiroshi Aramata (da cui proviene il cattivo), un film d'avventura/horror dichiaratamente per bambini che rilegge una pellicola del 1968 e porta sullo schermo tutta una serie di spiriti, mostri e creature fantastiche del folklore giapponese (goblin, kappa, shōjō, rokurokubi, azukiarai...), i cosiddetti yokai, spesso ritratti in chiave più comica che spaventosa. La pellicola appartiene al filone meno violento e più commerciale della filmografia di Miike, e pur essendo ricco di inventiva soprattutto dal lato visivo (con effetti speciali "artigianali" che si alternano a quelli digitali: alcune creature sono chiaramente pupazzi o attori in costume... ma questa è una caratteristica dei cinema fantastico giapponese sin dai tempi di "Godzilla"), che lo fanno accomunare a una versione nipponica di "Labyrinth", "La storia infinita" o "Il labirinto del fauno", soffre per una caratterizzazione dei personaggi non molto originale e una trama troppo piena dei cliché del genere. Fra le cose più interessanti, comunque, i pochi tocchi di ironia (nel finale il cattivo viene sconfitto da... un fagiolo) e l'aspetto dei mostri che Tadashi deve affrontare, ibridi robotici fra oggetti meccanici e spiriti ultraterreni.

30 ottobre 2016

Rocco e i suoi fratelli (Luchino Visconti, 1960)

Rocco e i suoi fratelli
di Luchino Visconti – Italia 1960
con Alain Delon, Renato Salvatori
***1/2

Rivisto in divx.

La famiglia Parondi, composta dalla madre Rosaria e da cinque figli (Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro e Luca), si trasferisce dalla Lucania a Milano in cerca di miglior fortuna. Anche al nord, i ragazzi fanno comunque fatica a trovare lavoro e prenderanno strade differenti: qualcuno perderà l'innocenza, altri sapranno adattarsi meglio al nuovo stile di vita. Ispirato al romanzo "Il ponte della Ghisolfa" di Giovanni Testori, il film è uno dei massimi capolavori di Visconti e dell'intero cinema italiano, capace di fondere i temi del neorealismo con la forma del melodramma e di andare ben oltre la semplice riflessione sul fenomeno dell'immigrazione o una stereotipata contrapposizione fra nord e sud (o fra campagna e città). Nonostante i membri della famiglia continuino a provare nostalgia per il proprio paese d'origine (e a cullare il sogno, prima o poi, di ritornarvi), Milano non è infatti ritratta in chiave negativa ma semplicemente come un nuovo ambiente in cui vivere, in grado di offrire opportunità a chi è capace di coglierle: lavoro (un esempio c'è quasi subito all'inizio: un'improvvisa nevicata consente ai fratelli di guadagnare qualche soldo come spalatori), successo (attraverso il pugilato, metafora della lotta per la sopravvivenza) e amore. Al centro del racconto vi è semmai l'evoluzione psicologica, nel bene o nel male, dei suoi personaggi. Con una durata che sfiora le tre ore, il film è formalmente diviso in cinque sezioni, ciascuna delle quali intitolata a uno dei fratelli, ma in realtà si concentra su due di loro: Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon). Il primo è una testa calda, indisciplinato e ambizioso, che nel corso della pellicola scenderà sempre più la china in una spirale di debiti, reati e violenza. Il secondo è intrinsecamente buono, pronto a perdonare le malefatte del fratello e a giustificare le sue azioni in nome dell'unità della famiglia, da preservare a ogni costo. A unire a doppio filo le loro storie c'è il tentativo di raggiungere il successo nel pugilato (dapprima ci prova Simone, che ha talento ma non la necessaria disiplina; poi è la volta di Rocco, che si rivela un campione) ma soprattutto il legame con la prostituta Nadia (Annie Girardot), personaggio tragico e centrale nell'economia della vicenda. Anche in questo caso è Simone ad aprire la strada e Rocco poi a seguirlo: dopo essere stata l'amante del fratello maggiore per un breve periodo, la ragazza finisce con l'innamorarsi del più "puro" Rocco, per il quale prova anche a cambiare vita. Ma la gelosia di Simone, che arriva persino a violentarla, farà precipitare tutto verso la tragedia.

L'ultima parola è però riservata a Ciro, quello che fra tutti i fratelli sembra avere maggiormente la testa sulle spalle, che conclude il film spiegando a Luca (il più piccolo) come sia le scelte di Simone (che ha perso di vista l'onestà e la dignità) sia quelle di Rocco (pronto sempre a perdonare e mai a difendersi) siano inevitabilmente destinate al fallimento in un mondo che sta cambiando – erano gli anni del "boom" economico, con tutti i suoi vantaggi ma anche le sue trappole – e che richiede di adattarsi in qualche modo, allontanandosi magari dai valori arcaici, nella speranza di un futuro migliore. Una riflessione pragmatica, prima ancora che amara o populista, grazie alla quale il film supera i limiti che rinchiudevano in sé stesso un certo cinema neorealista con lo sguardo sempre rivolto al passato. Molto interessante il cast: Visconti non si fa problema a ricorrere ad attori stranieri – Delon e Girardot innanzitutto, ma anche Katina Paxinou nel ruolo della madre, e poi Spiros Focás (Vincenzo), Max Cartier (Ciro), Roger Hanin (l'impresario Duilio), Suzy Delair (la proprietaria della lavanderia dove lavora Rocco) – se hanno i volti giusti, per dar vita a personaggi intrinsecamente italiani, grazie naturalmente anche al doppiaggio. In piccole parti si riconoscono anche Paolo Stoppa (Cerri, il manager della palestra), una giovanissima Claudia Cardinale (Ginetta, la fidanzata di Vincenzo), Corrado Pani e Nino Castelnuovo (due degli amici di Simone), Claudia Mori e Adriana Asti (le commesse della lavanderia). Le tante figure di contorno sono spesso caratterizzate mirabilmente con pochi tratti (vedi i sottotesti gay del personaggio di Duilio). Memorabile la colonna sonora di Nino Rota, che fa le prove generali per "Il padrino", e preziosa la fotografia di Giuseppe Rotunno, che ritrae con palpabile spessore gli scenari milanesi: dalla Stazione Centrale alle guglie del Duomo, dalle periferie di Lambrate ai trafficati Navigli, dalla zona della Ghisolfa alle sponde dell'Idroscalo (dove la provincia di Milano aveva negato l'autorizzazione a girare, ritenendo il film "scandaloso" e "denigratorio"). Molti di questi luoghi sono oggi profondamente cambiati, soprattutto per quanto riguarda i quartieri della periferia, ormai inglobati nella città. Lo stabilimento Alfa Romeo del Portello non esiste più, mentre la palestra dove Simone e Rocco praticano la boxe è diventata il circolo Arci di via Bellezza. Il titolo del film richiama quello del ciclo di romanzi di Thomas Mann "Giuseppe e i suoi fratelli" (e sarà a sua volta trasfigurato da Woody Allen in "Hannah e le sue sorelle"), mentre il nome Rocco è un omaggio al poeta Rocco Scotellaro, assai ammirato da Visconti e particolarmente attento alle condizioni dei contadini dell'Italia meridionale.

28 ottobre 2016

Doctor Strange (Scott Derrickson, 2016)

Doctor Strange (id.)
di Scott Derrickson – USA 2016
con Benedict Cumberbatch, Tilda Swinton
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Un altro personaggio dei fumetti Marvel sbarca sul grande schermo. A questo giro è la volta del Dottor Strange, il leggendario "maestro delle arti mistiche" creato negli anni sessanta da Steve Ditko (e dal solito Stan Lee, che si concede il consueto cameo nei panni del passeggero di un autobus, intento a leggere ridacchiando "Le porte della percezione" di Huxley). A differenza dei suoi colleghi supereroi, Strange (interpretato da un ottimo Cumberbatch) non combatte le minacce fisiche ma quelle di natura mistica, come demoni ed entità provenienti da altre dimensioni, aiutato dalla propria conoscenza dell'occulto e da artefatti magici come l'Occhio di Agamotto e la Cappa della Levitazione. Il film di Derrickson ne racconta le origini, ambientandole ai giorni nostri. Neurochirurgo abile e brillante ma anche arrogante ed egocentrico, il dottor Stephen Strange perde l'uso delle mani dopo un incidente stradale. Nel tentativo di guarire, dopo aver provato tutto ciò che la scienza aveva da offrire, si reca fino in Tibet per incontrare l'Antico (Tilda Swinton: curiosa ma azzeccata scelta di casting), "stregone supremo" della Terra, che gli aprirà le porte di una realtà più grande, svelandogli i segreti della magia e aiutandolo a liberare il proprio "corpo astrale". Insieme al fido Wong (Benedict Wong) e al conflittuale Mordo (Chiwetel Ejiofor), Strange sventerà i piani del ribelle Kaecilius (Mads Mikkelsen) e della sua banda di zeloti, che intendevano consegnare il pianeta al demone Dormammu. E dopo la morte dell'Antico, si insedierà a New York, nella tradizionale dimora al Greenwich Village, come guardiano e protettore della Terra. I temi del misticismo orientale sono piegati alle esigenze di un film d'azione, e la pellicola è in parte formulaica, non scevra dai cliché supereroistici – a partire dalla "crescita" del protagonista, che impara ad affrontare le proprie responsabilità – e con personaggi di contorno poco sviluppati: tanto la donna amata da Strange, la dottoressa Palmer (Rachel McAdams), quanto (soprattutto) il cattivo Kaecilius, per esempio, hanno una caratterizzazione piuttosto piatta. Ma il tutto è riscattato da un sense of wonder che non viene mai meno e da un apparato visivo che lascia più volte a bocca aperta, con effetti speciali sempre al servizio della storia. Memorabili gli scenari che fanno da sfondo ad alcuni combattimenti, dalla città di New York deformata nella "dimensione specchio", con i palazzi che si ripiegano su sé stessi (e che ricordano "Inception"), al tempo che si riavvolge o che addirittura si ferma durante lo scontro ad Hong Kong, per non parlare della psichedelica "dimensione oscura" di Dormammu. La magia è rappresentata visivamente attraverso cerchi luminosi e forme geometriche, che ricordano non poco le tavole di Ditko. Buona anche la colonna sonora di Michael Giacchino, anche se il tema principale assomiglia un po' troppo a quello di Harry Potter. Ci si diverte, e per una volta non si ha l'impressione di aver assistito a una puntata di un telefilm, ma a un film vero e proprio. Anche perché i collegamenti con l'Universo Cinematico Marvel sono pochi: a parte la scena extra durante i titoli di coda (dove vediamo Strange entrare in contatto con Thor, preannunciando così il suo coinvolgimento nei futuri film della Casa delle Idee), si citano di sfuggita gli Avengers e si rivela che l'Occhio di Agamotto è una delle gemme dell'infinito. Nel complesso, dunque, siamo di fronte a una delle migliori pellicole Marvel, se non la migliore, della recente ondata.

26 ottobre 2016

Baci rubati (François Truffaut, 1968)

Baci rubati (Baisers volés)
di François Truffaut – Francia 1968
con Jean-Pierre Léaud, Claude Jade
***

Rivisto in DVD.

Riformato dal servizio militare per "instabilità di carattere" (si era arruolato in seguito alla delusione d'amore con Colette), Antoine corteggia la ritrosa Christine (Claude Jade) e si dedica a una serie di mestieri, sempre con scarso successo: guardiano notturno in un albergo, pedinatore per un'agenzia di investigazioni private, commesso in un negozio di scarpe (ma è una copertura, frutto del lavoro precedente) e riparatore di tv a domicilio. Il terzo capitolo delle (dis)avventure di Antoine Doinel, dopo "I quattrocento colpi" e il cortometraggio "Antoine e Colette", è un film episodico e a tratti comico, che Truffaut dirige con leggera svagatezza, in un periodo in cui i cineasti francesi erano "distratti" dall'affaire Langlois (il direttore della Cinémathèque Française, sollevato dal governo dal suo incarico e poi reinsediato in seguito alle forti proteste degli intellettuali: a lui sono dedicate le immagini di apertura). A differenza dell'amico Godard, per il quale il cinema stesso diventa sempre più uno strumento di lotta politica, Truffaut invece sembra voler tenere separato il discorso artistico da quello militante, alienandosi così le simpatie dei critici di sinistra (che lo accusavano di fare pellicoli "borghesi") ma riconquistando coloro che, dopo "Jules e Jim", lo avevano visto allontanarsi da quel delicato discorso sui sentimenti che aveva caratterizzato la prima fase della sua carriera. In effetti, all'apparenza "Baci rubati" è un film romantico (a partire dalla canzone di Jean Trenet "Que reste-t-il de nos amours?", da un cui verso prende il titolo) che prosegue il racconto di un'educazione sentimentale. Antoine, impulsivo e ingenuo, vive nel mondo dei sogni mentre la realtà gli sfugge (quando recita allo specchio il proprio nome e quello delle donne che ama, li ripete ossessivamente finché non perdono di significato). Esemplare l'infatuamento per Fabienne (Delphine Seyrig), la splendida moglie del proprietario del negozio di scarpe (Michel Lonsdale): lui la vede come una creatura irraggiungibile (sembra uscita da "Il giglio della valle" di Balzac), lei cerca inutilmente di metterlo in guardia ("Non sono un'apparizione, sono una donna"). In realtà il film è la cronaca di un passaggio fondamentale: la rinuncia ai sogni di gioventù in favore di un'esistenza banale, insignificante e conformista, come si prospetta il matrimonio con Christine. Come collante della pellicola, ci sono una serie di scenette e di avventure semi-comiche che vanno dallo slapstick al grottesco: il pedinamento del prestigiatore, la reazione del cliente gay (e l'intervento del dentista del piano di sotto per calmarlo), la finta assunzione di Antoine nel negozio di scarpe (con la prova del confezionamento del pacco), i vari pedinamenti incrociati, la dichiarazione finale dello sconosciuto che segue Christine (che pure, nella sua follia, è più accorata e appassionata di quanto sarà mai capace di fare Antoine). E non dimentichiamo gli eventi casuali (la morte del detective), significativi (le visite alle prostitute, con le quali Antoine sfoga il desiderio sessuale represso dai continui rifiuti di Christine) o apparentemente insignificanti (gli incontri con personaggi del passato, quali la stessa Colette con marito e neonata, o l'amico sceneggiatore fallito) che contribuiscono al flusso quotidiano della vita. Da notare che uno dei libri che Antoine legge mentre lavora all'albergo è "La sirène du Mississippi" di William Irish, dal quale Truffaut trarrà il suo film successivo (in italiano "La mia droga si chiama Julie").

24 ottobre 2016

L'uomo del west (W. Wyler, 1940)

L'uomo del west (The Westerner)
di William Wyler – USA 1940
con Gary Cooper, Walter Brennan
**1/2

Visto in divx.

In una cittadina del Texas dove la legge non è ancora arrivata, l'autoproclamatosi "giudice" Roy Bean (Walter Brennan), proprietario del locale saloon, fa il buono e il cattivo tempo, appoggiando le ragioni degli allevatori di bestiame nella loro continua faida contro gli agricoltori e le famiglie di coloni che vorrebbero stabilirsi nella regione e recintare le terre destinate ai pascoli. I soprusi, i processi sommari e le maniere spicce dell'eccentrico Bean indispettiscono Cole Harden (Gary Cooper), pistolero di passaggio che interrompe il proprio viaggio verso la California per provare a portare la pace fra le due fazioni, spinto anche dall'affetto verso la giovane Jane (Doris Davenport), figlia di una famiglia di coltivatori. Sfruttando l'ossessione del giudice per l'attrice teatrale inglese "Jersey" Lily Langtry (Lilian Bond), di cui si finge conoscente, Cole gli strappa la promessa di destinare parte del terreno agli agricoltori: ma Bean non intende mantenere la parola e ordina ai suoi uomini di incendiare i raccolti dei coloni per costringere ad andare via... Ispirato a personaggi storicamente esistiti (Bean e Lily), il film ha il pregio di mettere in scena un conflitto (quello fra contadini e allevatori di bestiame) che ha caratterizzato a lungo il Texas e i territori di frontiera degli Stati Uniti negli anni dopo la Guerra Civile. Da notare come il contrasto fra coltivatori e cowboy si rispecchi in quello fra il "nomade" Cole e la "sedentaria" Jane (come la storia insegna, sarà quest'ultima ad avere la meglio). Se il tono del film non è sempre coerente (si passa da momenti decisamente comici, come la scena del "processo" di Cole e in generale tutta la parte dell'ossessione del giudice per Lily, ad altri assai drammatici, come la sequenza dell'incendio), la cosa migliore è il rapporto di amicizia-rivalità che si instaura fra i due protagonisti maschili, che non viene a mancare nemmeno durante e dopo la resa dei conti finale nel teatro dove Lily si esibisce (con le sedie vuote perché il giudice ha comprato tutti i biglietti pur di non dividere l'esperienza con nessuno). Premio Oscar a Brennan (il terzo in cinque anni) come miglior attore non protagonista.

22 ottobre 2016

Funny games (Michael Haneke, 1997)

Funny Games (id.)
di Michael Haneke – Austria 1997
con Susanne Lothar, Ulrich Mühe
***1/2

Rivisto in divx.

Giunti nella loro casa sul lago per trascorrere una breve vacanza, i membri di una famiglia (padre, madre e figlioletto) vengono sequestrati da due misteriosi giovani che intendono ucciderli senza apparente motivo. Il film più scioccante e disturbante di Haneke (e ce ne vuole, visto che gli altri non sono certo delle passeggiate) può sembrare a prima vista semplicemente un torture horror che precorre un filone che avrà particolare successo negli anni a venire ("Saw", "Hostel"): al punto che dieci anni più tardi, su richiesta degli americani, lo stesso Haneke ne realizzerà un remake in lingua inglese del tutto identico, scena per scena. In realtà si tratta una controversa e provocatoria riflessione meta-cinematografica sui temi della violenza, della sua rappresentazione nelle opere di finzione e del grado di coinvolgimento del pubblico, che pur facendo il tifo per i "buoni" e disapprovando le azioni dei "cattivi", non può fare a meno di assistervi e prova persino piacere nel guardarle. A questo proposito, la pellicola rompe frequentemente il "quarto muro": uno dei due aguzzini, Paul, guarda occasionalmente in camera, strizzando l'occhio agli spettatori e rivolgendoci la parola. Paul pare consapevole di trovarsi in un film e di doverne rispettare alcune regole, come quella di prolungare la suspence o di concedere alle vittime una possibilità di fuga per rendere le cose più interessanti. In altri momenti, invece, le sovverte completamente, come nella celeberrima scena del telecomando con cui, letteralmente, riavvolge indietro il film che stiamo vedendo per cambiare qualcosa che è già accaduto e far prendere alla storia una piega differente. Nel finale, il dialogo fra i due ragazzi a proposito dei diversi gradi di finzione (la realtà che si osserva in un film è "vera" quanto quella del mondo reale?), chiarisce qual era l'intento "moralista", se vogliamo, di Haneke: mettere lo spettatore di fronte alle proprie colpe, quelle di ricercare la violenza nei media come se si trattasse di qualcosa di "innocuo" o addirittura di divertente, senza rendersi conto che tutto ciò che si vede è in qualche modo reale. Da questo punto di vista, il film si può dire perfettamente riuscito: la tensione è ai massimi livelli, la sofferenza dei personaggi è quasi insostenibile e le immagini sono brutali e angoscianti (anche se gran parte della violenza rimane fuori dall'inquadratura). Nella colonna sonora, particolarmente disturbante è l'uso dell'heavy metal (di John Zorn) che interrompe, sui rossi titoli di testa, la rilassante musica classica che la famiglia stava ascoltando in macchina. Susanne Lothar e Ulrich Mühe, che interpretano i due coniugi, avevano già lavorato con Haneke ne "Il castello". Arno Frisch e Frank Giering, i due torturatori, hanno aspetto (abiti e guanti bianchi) e modi di fare (ambiguamente gentili) che ricordano la gag di "Arancia meccanica": ma i personaggi sono forse ispirati al caso (vero) di Leopold e Loeb. Il titolo fa riferimento al carattere "ludico" delle torture perpetuate da Peter e Paul, che comprendono giochi, indovinelli, scommesse, conte e filastrocche, per non parlare delle continue variazioni del proprio nome (Tom e Jerry, "Ciccia") e background.

21 ottobre 2016

La fine di San Pietroburgo (V. Pudovkin, 1927)

La fine di San Pietroburgo (Konec Sankt-Peterburga)
di Vsevolod Pudovkin – URSS 1927
con Ivan Šuvelev, Aleksandr Ċistjakov
**1/2

Visto su YouTube, con cartelli sottotitolati in inglese.

Spinto dalla fame, un giovane contadino lascia la campagna per cercare lavoro a San Pietroburgo. Qui entrerà in contatto con i rivoluzionari che si ribellano allo sfruttamento degli operai da parte dei padroni delle fabbriche. E nel 1917, dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale, parteciperà all'assalto al Palazzo d'Inverno che consegnerà il potere ai soviet. Commissionato per celebrare il decimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, "La fine di San Pietroburgo" è il secondo film, dopo "La madre" e prima di "Tempeste sull'Asia", della celebre trilogia di Pudovkin sul tema della presa di coscienza sociale. L'attenzione è decisamente incentrata più sul contesto storico e politico che non sulle vicende individuali del protagonista: come tale, la pellicola affascina visivamente, grazie a immagini potenti e comunicative, all'uso di luci e ombre, e naturalmente al montaggio (l'elemento chiave nel cinema di Pudovkin e in generale in quello sovietico dell'epoca), ma risulta assai semplicistica nella trama, smaccatamente propagandistica, e nella caratterizzazione dei personaggi, che non hanno nemmeno un nome e servono solo a rappresentare delle categorie sociali (le grandi masse vittime del potere, i rivoluzionari che guidano alla libertà, i capitalisti sfruttatori). A restare impressi sono invece scenari e ambienti: la città di San Pietroburgo, all'inizio, è dominata dalla grandiosità delle statue equestri degli zar, dai palazzi, dalle chiese con i tetti d'oro, dai camini da cui esce il fumo delle fabbriche (che si contrappongono ai mulini a vento delle campagne). Il montaggio, come detto, risalta per la sua rapidità in alcune sequenze chiave (l'irruzione nell'ufficio del padrone della fabbrica) o per gli accostamenti (le battaglie al fronte durante la guerra sono intervallate con scene degli uomini d'affari che speculano al mercato azionario). I cartelli riportano frasi, slogan e singole parole a caratteri cubitali. L'ultimo recita: "San Pietroburgo è morta, lunga vita a Leningrado". Ma sarebbe sbagliato bollare il film solo come propagandistico e celebrativo: in Pudovkin l'umanismo non viene mai meno, e lo dimostrano sequenze – più efficaci di qualsiasi slogan – come quella finale, in cui la donna in cerca del marito divide il proprio cibo con i soldati stanchi, affamati o feriti dopo la battaglia. In precedenza, nella rievocazione degli eventi storici, c'era stato spazio anche per un accorato messaggio antibellico (la guerra che devasta le campagna e distrugge le vite "in nome dello zar, della patria e del denaro"; e persino i soldati tedeschi non sono descritti come nemici ma come vittime, a loro volta, degli interessi dei potenti). Il film è stato restaurato nel 1969 con l'aggiunta di una colonna sonora.

19 ottobre 2016

Pat Garrett e Billy Kid (Sam Peckinpah, 1973)

Pat Garrett e Billy Kid (Pat Garrett & Billy the Kid)
di Sam Peckinpah – USA 1973
con Kris Kristofferson, James Coburn
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Un tempo amici, i pistoleri Pat Garrett e William Bonney (meglio noto come Billy the Kid) si ritrovano su lati opposti della barricata quando Garrett (James Coburn) accetta di diventare sceriffo in una cittadina del New Mexico, mentre Billy (Kris Kristofferson) continua la sua vita da fuorilegge. La loro rivalità mette in luce una profonda dicotomia ideologica: l'accettare che i tempi cambiano ("Questo paese sta invecchiando e io voglio invecchiare con esso", afferma Pat) e il voler ostinatamente continuare a battersi per la libertà e contro il sistema ("Si è venduto ai proprietari terrieri che cercano di mettere recinti in questo mondo", dice Billy dell'amico). Se il vecchio Garrett rappresenta la testa e il ragionamento, colui che comprende quando il mondo di un tempo è ormai giunto al termine, Billy è invece l'istinto e il cuore, incapace di rinunciare al proprio modo di vivere, che nel momento della fuga sceglie di tornare indietro perché non è disposto a tollerare le malefatte degli allevatori. La sceneggiatura di Rudy Wurlitzer, destinata inizialmente alla regia di Monte Hellman, si ispira ad eventi reali (pur con qualche concessione alla verità storica, soprattutto riguardo l'età dei personaggi) entrati ormai nel mito: ma nelle mani di Peckinpah dà il via a una riflessione fatalista, lirica e poetica sull'amicizia e il tradimento in un mondo dove la morte è sempre dietro l'angolo. Nonostante il ritmo lento e rilassato, non mancano momenti di improvvisa violenza, come nella scena della fuga di Billy dalla prigione di Lincoln. La lavorazione della pellicola fu particolarmente difficile, anche per gli standard di Peckinpah, che si scontrò a più riprese con James Aubrey, presidente della MGM. Questi, incaricato di rimettere a posto i conti della casa di produzione, mal tollerava le bizze del regista (che spesso si presentava ubriaco sul set: risale a questo periodo la famosa frase "Non posso dirigere se sono sobrio") e gli sforamenti di tempo e di budget. Alla fine delle riprese, Aubrey tolse il girato dalle mani di Peckinpah e fece uscire nelle sale una versione tagliata e rimontata, che si rivelò un fiasco. Soltanto nel 1988 è stata resa disponibile una "director's cut" che corrisponde all'anteprima montata secondo le disposizioni del regista (nel 2005 è uscita in DVD un'ulteriore versione che combina le due precedenti con alcune scene inedite). Nel cast figurano nomi e caratteristi di spicco: Jason Robards, Slim Pickens, Katy Jurado, L.Q. Jones, Jack Elam, Richard Jaeckel, Chill Wills, Harry Dean Stanton, John Beck, oltre a piccoli ruoli per gli stessi Wurlitzer e Peckinpah. Memorabile la colonna sonora di Bob Dylan (che recita anche nella parte di Alias, giovane seguace di Billy), che comprende una delle sue canzoni più celebri: "Knockin' on Heaven's Door".

18 ottobre 2016

RRRrrrr!!! (Alain Chabat, 2004)

RRRrrrr!!! (id.)
di Alain Chabat – Francia 2004
con Maurice Barthélemy, Jean-Paul Rouve
*1/2

Visto in divx.

Nel 35.000 avanti Cristo, all'età della pietra, la tribù dei Capelli Sporchi è in guerra con quella dei Capelli Puliti per il possesso dello shampoo. Disperato, il capo dei Capelli Sporchi manda la propria figlia Ghi (Marina Foïs) a infiltrarsi fra i nemici, per sedurre uno di loro (Pierre-François Martin-Laval) e sottrargli il prezioso segreto. Nel frattempo, due misteriosi omicidi danno il via a un'indagine poliziesca, la prima della storia... Alla sua terza regia, l'ex comico dei "Nuls" Alain Chabat, diventato col tempo anche attore serio (almeno fino a un certo punto), torna alle origini con una farsa demenziale e cartoonistica, colma di umorismo nonsense (a partire dall'incipit, con le didascalie sulla guerra del Vietnam), spesso assai semplice (i membri della tribù dei Capelli Puliti si chiamano tutti Pietro o Pietra) e a volte francamente stupido (tutti gli animali hanno le zanne da mammut). Il risultato è divertente solo a tratti, anche perché il canovaccio di fondo (quasi ogni cosa che fanno i protagonisti è fatta "per la prima volta", e la loro ingenuità si fonde con l'anacronismo delle situazioni in maniera simile a quanto accadeva nella striscia a fumetti "B.C.") non solo non è particolarmente originale ma pure un po' ripetitivo. Il cast è formato dagli attori della compagnia teatrale Les Robins des Bois, ma in ruoli minori si riconoscono lo stesso Chabat (il guaritologo), Jean Rochefort e Gérard Depardieu (i capi della tribà dei Capelli Sporchi).

16 ottobre 2016

Lo and Behold (Werner Herzog, 2016)

Lo and Behold - Internet: il futuro è oggi
(Lo and Behold - Reveries of the Connected World)
di Werner Herzog – USA 2016
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Daniela.

Dopo tanti documentari su luoghi, fatti e personaggi remoti o ai margini della nostra civiltà, Herzog si occupa di un argomento che invece è ormai quanto di più vicino e presente intorno a noi, nella vita di tutti i giorni: internet. Non lo fa con una tesi da dimostrare, un discorso da portare avanti o un approccio didattico, ma spinto dalla pura curiosità di esplorare un mondo che si è ormai sovrapposto a quello reale e minaccia di prenderne il posto (già ora lo influenza in maniera pervasiva, dall'economia alla politica: si dice che se le telecomunicazioni venissero bloccate all'improvviso, per esempio a causa di un enorme brillamento solare, la nostra civiltà potrebbe non sopravvivere). Diviso in dieci capitoli, il documentario è esaustivo ed equilibrato: esamina gli aspetti positivi e quelli negativi della rete (fra questi ultimi: la dipendenza, gli abusi, i problemi sociali, la criminalità), ne ripercorre le origini (con interviste ai "pionieri") e il presente, e prova a immaginarne il futuro (molte le ipotesi sui possibili sviluppi, in particolare quelli legati alla robotica e all'IoT, l'internet delle cose). Certo, alcuni argomenti restano fuori (i social media, per esempio) e a volte si va fuori tema (i robot che giocano a calcio), ma a rendere affascinante il documentario c'è il fatto che, nonostante l'argomento, esso non perde mai di vista la dimensione umana: quello che internet può fare per le persone, nel bene e nel male, ha sempre la precedenza sui discorsi puramente tecnici o scientifici. Forse perché è l'opera di un cineasta settantacinquenne, che ben si ricorda di come era il mondo prima dell'avvento della rete. Fra i momenti più memorabili, quelli in cui Herzog da semplice intervistatore passa a interagire con le persone che stanno parlando: come quando, davanti a Elon Musk, si dichiara disposto ad andare personalmente su Marte e a restarci (non che ci fossero dubbi!).

14 ottobre 2016

Lo svitato (Carlo Lizzani, 1956)

Lo svitato
di Carlo Lizzani – Italia 1956
con Dario Fo, Franca Rame
**

Visto in divx, per ricordare Dario Fo.

La carriera cinematografica di Dario Fo, sicuramente meno ricca e fortunata di quella teatrale, avrebbe dovuto prendere il via con questa pellicola decisamente atipica nell'ambito della commedia all'italiana e che segna il suo primo ruolo da protagonista (aveva già avuto una piccola parte in "Scuola elementare" di Lattuada). Il suo insuccesso spingerà l'attore (qui anche collaboratore al soggetto e alla sceneggiatura, oltre che aiuto regista) verso altre strade, anche se occasionalmente continuerà a collaborare con il cinema (da "Musica per vecchi animali" di Stefano Benni alla voce prestata nei film d'animazione di Enzo D'Alò). "Lo svitato" è un tentativo di portare sullo schermo il tipo di comicità burlesca, fisica prima che verbale, che caratterizzava un certo cinema americano (il paragone con Jerry Lewis sorge immediato, ma il protagonista ha anche qualcosa di Chaplin o di Tati). Fo interpreta Achille, un giornalista tuttofare, sempliciotto e dall'animo candido. Convinto che per avere successo sia necessario "fabbricarsi" le notizie, viene coinvolto dal "maneggione" Gigi (Leo Pisani) nel furto di alcuni cani di razza che devono partecipare a una mostra, sostituendoli con dei randagi. Ma le cose non andranno come previsto... Sullo sfondo di una Milano ancora divisa fra modernità (i cantieri con cui si apre la pellicola) e tradizione, e di cui si riconoscono molti luoghi caratteristici (l'Arena, il Castello Sforzesco, l'Arco della Pace e il Parco Sempione), il film racconta inoltre l'illusione sentimentale di Achille, innamorato prima della bella ginnasta Elena (Giorgia Moll) e poi dell'appariscente soubrette Daina (Franca Rame), già compagna di Gigi. Se nella costruzione del personaggio, grazie alla sua mimica e all'espressività, Fo ha sostanzialmente successo, la trama risulta sfilacciata e disordinata e la pellicola soffre per la mancanza di un vero focus, al punto che in corso d'opera modifica direzione più volte (si pensi al capovolgimento dei ruoli femminili: all'inizio la Moll è la ragazza ingenua e pura, oggetto dell'affezione di Achille, mentre la Rame è solo una "bellona" sullo sfondo; da un certo punto in poi, cambia tutto). Fra le scene cult, da ricordare quella in cui Franco Parenti è il "Mostro della via Emilia", gangster che "si è fatto da solo" e che vorrebbe vendere le proprie memorie al giornale dove lavora Achille.

13 ottobre 2016

Il terzo uomo (Carol Reed, 1949)

Il terzo uomo (The third man)
di Carol Reed – GB/USA 1949
con Joseph Cotten, Alida Valli, Orson Welles
***

Visto in divx.

Nella Vienna dell'immediato dopoguerra, semidistrutta e divisa in settori governati dalle varie forze di occupazione, lo scrittore di romanzi pulp Holly Martins (Cotten) cerca di scoprire la verità sull'amico Harry Lime, apparentemente morto in un incidente stradale (ma le testimonianze sull'accaduto si contraddicono, per esempio sulla presenza sul posto di un misterioso "terzo uomo") e accusato dalla polizia di gestire un lucroso traffico di medicinali sul mercato nero. Da una sceneggiatura di Graham Greene (che ne ricavò anche un romanzo), un noir cinico e affascinante, reso celebre soprattutto dall'interpretazione di Orson Welles nei panni di Lime, personaggio sardonico e mefistofelico, la cui comparsa a metà del film (memorabile la scena del gattino che ne rivela la presenza sotto il portone) trasforma quello che era un semplice giallo a sfondo spionistico in un torbido intrigo sui temi dell'amore e dell'amicizia. A Welles si deve anche la battuta più famosa della pellicola, quella con il quale il personaggio giustifica la propria natura malvagia ("In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos'hanno prodotto? L'orologio a cucù"), che l'attore aggiunse di proprio pugno a margine della sceneggiatura. Alida Valli (che nei titoli di testa è accreditata con il solo cognome, una trovata del produttore David O. Selznick "per farla sembrare ancora più esotica") interpreta Anna, l'amante di Harry di cui si innamora anche Holly (ma per tutto il film lei sembra non ricordarsi nemmeno il suo nome, e lo chiama costantemente – e freudianamente – come l'amico). A proposito: nel romanzo di Greene il protagonista si chiamava Rollo, e in effetti Anna osserva che Holly è un nome "ridicolo" per un uomo (guarda caso, anche il regista Carol Reed porta un nome che solitamente è considerato femminile). Nella versione italiana, in ogni caso, il nome è storpiato in Alga Martin. La regia, aiutata dalla fotografia di Robert Krasker (che rievoca l'espressionismo tedesco), premiata con l'Oscar, ricorre a inquadrature sghembe e giochi di luci e ombre per dar vita a una Vienna cupa, maestosa e decadente, popolata da personaggi ambigui e infidi, dove il pericolo è dietro ogni angolo e dove amici e nemici si confondono. Bello il finale, con la fuga di Lime attraverso i cunicoli sotterranei e le fognature. Sicuramente è il film più "wellesiano" fra quelli non diretti da lui (al punto da lasciar sospettare che il coinvolgimento dell'attore sia stato maggiore di quanto dichiarato). Greene aveva previsto un lieto fine, suggerendo che Holly e Anna si mettessero insieme, ma il regista e il produttore lo ritennero troppo artificiale. Celebre anche la colonna sonora, composta e suonata da Anton Karas con la cetra austriaca (Zither, strumento al quale è dedicata anche l'inquadratura nei titoli di testa): il tema principale divenne popolarissimo all'istante ed è ancora oggi uno dei motivi cinematografici più noti al grande pubblico.

12 ottobre 2016

Kasaba (Nuri Bilge Ceylan, 1997)

The Small Town (Kasaba)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 1997
con Emin Toprak, Mehmet Emin Ceylan
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il film che segna l'esordio di Nuri Bilge Ceylan è praticamente autobiografico. Il soggetto è del padre Mehmet Emin Ceylan, presente anche come attore, così come la madre Fatma e il nipote Emin Toprak: e proprio ai due genitori è dedicata la pellicola. Girata in bianco e nero con un ritmo lento e contemplativo, più che raccontare una storia intende descrivere un ambiente, al tempo stesso sociale e naturale, quello del piccolo villaggio dell'Anatolia dove il regista è cresciuto e dove vive la sua famiglia. È un tuffo nei ricordi, nelle riflessioni, nella rievocazione del passato e nell'osservazione del rapporto fra l'uomo e la natura (evidente soprattutto nelle scene con i due bambini, Ali e Asiye, dal cui punto di vista è narrata tutta la vicenda). Il film è diviso in quattro parti, ambientate nelle diverse stagioni. La prima riporta alla memoria una fredda e pigra giornata d'inverno a scuola, fra buffi eventi (una scivolata sul ghiaccio, uno studente che arriva in ritardo e ricoperto di neve) e piccole umiliazioni (la merenda, portata da casa, andata a male). La seconda mostra i due bambini giocare nel prato e nel bosco, alla scoperta della natura, degli animali e della crudeltà (Ali che capovolge la tartaruga). Nella terza, un picnic di famiglia sotto le stelle, i due bambini sono testimoni dei complessi discorsi degli adulti sulla vita, la morte, il passato e le difficili scelte da compiere: l'irrequieto Saffet (Toprak), nipote del regista, è appena tornato da militare, e come il suo padre ormai defunto si sente fuori posto a casa, ma al tempo stesso condivide con lo zio (che dopo alcune esperienze all'estero ha scelto di tornare nel villaggio) il senso di appartenenza alla comunità (e a quella stessa società, fondata sulla famiglia, le cui regole venivano recitate dagli alunni a scuola nella prima sequenza). Il nonno, dal canto suo, rievoca molti episodi della sua lunga vita. Infine, il film si conclude con una scena casalinga, che ondeggia fra sogno e realtà. Il tutto ricorda a tratti Tarkovsky, ma pone anche le basi per le pellicole successive di Ceylan, che indagheranno in maniera sempre più profonda i rapporti fra gli uomini e la società in cui vivono. L'affascinante fotografia (con le sue belle immagini in bianco e nero) e l'intensità degli interpreti (non tutti professionisti, come detto), concorrono alla riuscita di un'opera prima insolita e interessante, anche se forse più nelle singole sequenze che nell'insieme.

10 ottobre 2016

Alla ricerca di Dory (Andrew Stanton, 2016)

Alla ricerca di Dory (Finding Dory)
di Andrew Stanton [e Angus McLane] – USA 2016
animazione digitale
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Di tutti i comprimari del fortunato "Alla ricerca di Nemo", il più riuscito ed amato dagli spettatori era senza dubbio Dory, il pesce chirurgo con problemi di memoria che aiutava il protagonista Marlin a ritrovare suo figlio. Non stupisce dunque che proprio lei sia stata promossa al rango di title character di questo sequel, che giunge tredici anni dopo la pellicola originale. Il canovaccio rimane lo stesso (è la storia di una ricerca), e anche il tema trattato non cambia (il rapporto fra padri e figli). Si capovolgono però le parti: questa volta è la figlia (Dory) a lanciarsi alla ricerca dei suoi genitori Charlie e Jenny, dopo essersi "ricordata" di averli perduti (o di essersi perduta lei?) quando era piccola. I pochi frammenti di memoria che emergono a fatica la faranno risalire fino in California, il suo luogo di nascita, all'interno di un parco acquatico aperto al pubblico. Qui la ricerca avrà fine grazie all'aiuto di numerosi amici come il polpo cinico e mimetico Hank, lo squalo balena Destiny, il beluga Bailey, i leoni marini Fluke e Rudder. Come spesso capita, i film della Pixar sono costruiti su più livelli: a quello dell'azione e del divertimento, rivolto al pubblico infantile (le avventure, gli ostacoli da superare, le scene d'azione sopra le righe come – nel finale – quella in cui il polpo guida un camion!), si affianca una seconda lettura, apprezzabile più dagli spettatori adulti. In questo caso è il tema dell'handicap, già presente nel film originale (la pinna atrofica di Nemo) ma stavolta ancora più centrale, visto che la perdita di memoria a breve termine di Dory viene sottolineata in continuazione (rendendo a tratti la sceneggiatura persino ripetitiva) e vi si allude ironicamente anche con la scelta della canzone sui titoli di coda (una cover di "Unforgettable"). Peraltro, Dory non è l'unico personaggio che deve imparare a convivere con una disabilità: Hank è privo di un tentacolo, Destiny è miope, Bailey è convinto di non sapere più usare le proprie capacità di ecolocalizzazione, per non parlare di animali evidentemente sciroccati o disadattati (l'anatra Becky, il leone di mare Geraldo). E senza mai risultare retorico, il film riesce a essere profondamente edificante. Fra un'avventura e l'altra, e mentre veniamo a conoscenza dell'origine di quasi tutti i tratti salienti che caratterizzavano Dory nel primo film (l'ottimistica filosofia di vita, la canzone "Zitto e nuota", la convinzione di saper parlare il "balenese"), quasi non ci si rende conto che in tutta la pellicola non c'è un solo "cattivo", o almeno non un cattivo tradizionale: i pericoli vengono semmai dagli esseri umani, che si tratti dei responsabili dell'inquinamento dei fondali marini (dove si ritrovano rottami di auto, confezioni di plastica, in generale acque sporche e torbide) o di bambini incauti che vogliono accarezzare i pesci nelle vasche del parco acquatico. Nell'edizione italiana Licia Colò dà la voce (e il nome) all'annunciatrice dell'istituto oceanografico (in originale si trattava di Sigourney Weaver). Nella scena dopo i titoli di coda, ritroviamo Branchia e gli altri pesci fuggiti dall'acquario del dentista nel primo film. Alla proiezione in sala è abbinato il corto "Piper", su un uccellino che deve superare la paura delle onde del mare.