23 maggio 2018

Dogman (Matteo Garrone, 2018)

Dogman
di Matteo Garrone – Italia 2018
con Marcello Fonte, Edoardo Pesce
***

Visto al cinema Colosseo.

In una periferia degradata e opprimente, una vera e propria arena sul litorale che ha visto tempi migliori (il film è stato girato nei pressi di Castel Volturno), il piccolo e mansueto Marcello gestisce con passione un negozio di toelettatura per cani. Il suo problema, che è anche quello degli altri commercianti della zona, si chiama Simone: pugile prepotente, bullo, instabile e attaccabrighe, che lo coinvolge in piccoli furti e al quale è però legato da un rapporto di amicizia difficile da scindere. In fondo sono entrambi come dei cani: Simone è quello aggressivo e territoriale, Marcello quello sottomesso e dipendente dal padrone anche di fronte ai maltrattamenti. Liberamente ispirato a un fatto di cronaca di fine anni ottanta, il caso del "canaro della Magliana", il film è un riuscitissimo ritratto di un personaggio complesso, buono nell'anima e disposto ad accettare (quasi) di tutto pur di vivere quietamente: anche la modesta attività di spaccio di droga (che forse, a ben vedere, finisce con l'esacerbare il problema di Simone, diventato cocainomane) viene svolta con le migliori intenzioni, in particolare quella di integrare i piccoli guadagni nel negozio per potersi permettere le gita fuori porta con la figlia, appassionata di immersioni subacquee (i due sognano di andare alle Maldive o al Mar Rosso: e le sequenze che mostrano padre e figlia che si immergono sembrano quasi appartenere a un altro film, con la loro atmosfera di sogno e di libertà). Marcello è quasi costretto dalle circostanze a diventare un assassino. La macchina da presa di Garrone lo segue continuamente, senza mollarlo mai un istante, spesso riprendendo da vicino il suo volto in primo piano (come nell'intenso finale all'alba): il protagonista, Marcello Fonte, ha vinto a Cannes il premio per la miglior interpretazione maschile. Oltre a lui e ad Edoardo Pesce (Simone), il terzo personaggio è l'ambiente (magnificamente esaltato sullo schermo dalla fotografia di Nicolaj Brüel), un ex resort turistico sulla spiaggia dimenticato da tutti, trasformatosi nella piazza di un western, dove si vive alla giornata fra sogni di fuga (attraverso il lavoro, il gioco o la delinquenza) e in attesa di un'occasione migliore. E di fronte alle follie e alla violenza degli uomini, i cani sono spettatori curiosi e inermi. Fra tutti i film di Garrone, ricorda in parte "L'imbalsamatore" (peraltro girato negli stessi luoghi) nel mettere in scena individui al margine della società. Come quello, si ispira a un fatto di cronaca reale: lì il protagonista imbalsamava animali morti, qui accudisce animali vivi, ma in entrambi i casi il vero animale si conferma essere l'uomo stesso (indicative le scene in cui Marcello finisce in prigione e in cui Simone viene rinchiuso in una gabbia, proprio come i cani feroci).

22 maggio 2018

Il cimitero del sole (Nagisa Oshima, 1960)

Il cimitero del sole (Taiyo no hakaba)
di Nagisa Oshima – Giappone 1960
con Kayoko Hono, Isao Sasaki
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

A Kamagasaki, derelitto sobborgo di Osaka, vive un'umanità allo sbando che si barcamena fra miseria, violenza e sotterfugi: bande di ragazzi di strada, giovani teppisti e yakuza che gestiscono la prostituzione, barboni e vecchi reduci di guerra che sopravvivono con furti, lavoretti non sempre legali o loschi traffici di ogni genere (dalla vendita del sangue ai documenti d'identità). La giovane Hanako, figlia di uno straccivendolo, anche lei tutt'altro che innocente e anzi parecchio opportunista (non ci pensa mai due volte ad allearsi con qualcuno o a tradirlo a seconda della necessità), cerca di restare a galla come può, ma rimane coinvolta nella guerra fra le bande, anche perché si innamora di Takeshi, ultimo arrivato fra i giovani yakuza e l'unico, come lei, ad aver conservato un briciolo di empatia e di sensibilità umana. Il terzo film di Oshima cementa il suo nome come uno dei più rappresentativi della Nouvelle Vague giapponese. Il titolo è significativo: fa riferimento alla corrente letteraria Taiyozoku ("La generazione del sole"), che dalla metà degli anni cinquanta aveva cominciato a descrivere l'irrequietezza e l'insoddisfazione delle giovani generazioni, e a cui si potrebbe ascrivere anche il precedente film di Oshima ("Racconto crudele della giovinezza"). Qui il regista sembra voler fare un passo ancora più avanti, certificando il fallimento e la fine di ogni speranza di una società migliore o diversa. Fra i vari aspetti della pellicola – l'impianto corale (Hanako e Takeshi sono le figure principali, ma non le sole), la denuncia sociale, l'attenzione verso i quartieri più poveri e degradati, le frecciate politiche (uno dei barboni, ritratto come un fanatico, sogna la rinascita del Giappone imperiale, esplicitando così lo sconforto e il risentimento di molti della sua generazione) – spicca infatti la descrizione di un mondo "a parte", lontano anni luce dalla società moderna e pulita che il Giappone di quegli anni stava costruendo. È un mondo ancora più duro, cinico e senza speranza di quello visto in pellicole simili e coeve come "Accattone" di Pasolini: qui davvero non c'è alcun posto per l'amore o l'amicizia, ma nemmeno per la solidarietà o l'empatia. Per fortuna almeno la bellezza e la poesia fanno talvolta capolino, sotto forma di rossi tramonti (d'altronde il sole, come detto, è significativo) o della canzone nostalgica "Colline un tempo care" intonata da Takeshi. Piccola curiosità: Isao Sasaki, che interpreta appunto Takeshi, diventerà famoso come doppiatore e come cantante di tante celebri sigle di cartoni animati (fra cui "Yamato" e "Grendizer").

21 maggio 2018

Brivido di sangue (Po-Chih Leong, 1998)

Brivido di sangue (The Wisdom of Crocodiles, aka Immortality)
di Po-Chih Leong – GB 1998
con Jude Law, Elina Löwensohn
**1/2

Visto in divx.

Giovane e fascinoso medico londinese di origine bulgara, Steven Grlscz (Jude Law) è segretamente un vampiro: una volta al mese ha bisogno di nutrirsi del sangue di una ragazza innamorata di lui (perché di fatto, più che di sangue, si ciba di amore e di emozioni: l'intera vicenda è un'ovvia metafora del rapporto sentimentale o della predazione sessuale). A questo scopo corteggia giovani donne in crisi o che hanno tentato il suicidio, conquistando il loro affetto prima di ucciderle. Ma quando sceglie come prossima vittima la bella Anne Labels (Elina Löwensohn), finisce per innamorarsi a sua volta davvero di lei. E nel frattempo, un ispettore di polizia (Timothy Spall) inizia a indagare sul suo conto... Il titolo italiano cerca di spacciare per un thriller come tanti altri quello che è invece un insolito pastiche horror-romantico, lontano dai cliché, dove le componenti del soprannaturale e del poliziesco passano del tutto in secondo piano rispetto a quelle sentimentali ed esistenziali. La regia elegante (Po-Chih Leong, nato in Gran Bretagna, è di origine cinese e ha lavorato sia in patria che a Hong Kong: e infatti nel film sono molti i riferimenti alle tradizioni e alle leggende del paese asiatico) e la sceneggiatura misurata (da un romanzo di Paul Hoffman) affrontano le tematiche con quiete e realismo, senza eccedere in scene violente o sopra le righe e anzi giocando con le attese dello spettatore (si pensi a come evolvono i rapporti di Steven con Anne o con l'ispettore Healey). Non c'è lotta fra buoni e cattivi ("La linea che divide il bene e il male passa per il cuore di ogni uomo", dice Steven), ma solo dilemmi interiori e relazioni interpersonali. Peccato per un finale deludente, che appare convenzionale e irrisolto. Nella memoria resta il ritratto di un vampiro sui generis, che non presenta nessuna delle caratteristiche tipiche del mostro (non ha denti aguzzi, si riflette negli specchi, non teme la luce solare o i crocifissi), che cataloga le emozioni delle proprie vittime (conservando disegni e appunti in una serie di taccuini), ma soprattutto che cerca l'amore perfetto, soffrendo senza tregua fino a quando non lo troverà.

20 maggio 2018

Cenerentola (Fernando Cerchio, 1949)

Cenerentola
di Fernando Cerchio – Italia 1949
con Lori Randi, Gino Del Signore, Afro Poli
**

Visto in TV.

Il principe Ramiro (Gino Del Signore), in cerca di una sposa, viene informato dal mago Alidoro (Enrico Formichi) che nel castello di Montefiascone, dimora del signorotto Don Magnifico (Vito De Taranto), abita un ragazza pura e virtuosa. Ma Don Magnifico ha tre figlie: Clorinda (Carmen Forti) e Tisbe (Franca Tamantini), le sue favorite, e Cenerentola (Lori Randi, con la voce di Fedora Barbieri), trattata come una serva. Per valutare meglio la loro indole, Ramiro si presenta travestito da scudiero, mentre il suo cameriere Dandini (Afro Poli) si spaccia invece per lui... Il film è una versione filmata dell'opera "La Cenerentola" di Gioacchino Rossini, benché cerchi di riportare la trama più vicino ai binari della favola di Perrault, per esempio trasformando Alidoro in un autentico mago e facendo perdere alla ragazza la famosa scarpetta durante la fuga dal palazzo (rimane comunque anche lo smaniglio del libretto rossiniano). Girato in esterni (alla Palazzina di Stupinigi, al Castello di Tolcinasco e al Parco Reale di Monza: gli interni sono invece quelli del Palazzo Reale di Torino), è un adattamento ben fatto e assolutamente gradevole, anche se forse più dal punto di vista musicale che da quello cinematografico: il cast vocale è di buon livello (su tutti spiccano Fedora Barbieri e Afro Poli), anche se i labiali non sono sempre perfetti. Fra le scene più belle, il sogno di Don Magnifico ("Miei rampolli femminini") rappresentato sullo schermo attraverso burattini (da Maria Signorelli). Mi ha colpito il fatto che le due sorellastre non siano brutte, anzi sono particolarmente belle (naturalmente è la bellezza interiore quella che conta, ma spesso gli allestimenti le rendono ridicole anche esteriormente). I tagli e le modifiche allo spartito, fatti evidentemente per ragioni di durata, sono tutto sommato accettabili e non compromettono la comprensione della storia: mancano un paio di arie di Don Magnifico, il secondo atto è stato accorciato e infine – ma questa era una consuetudine dell'epoca – l'aria di Alidoro "Là nel ciel dell'arcano profondo" è sostituita dalla meno bella "Vasto teatro è il mondo". Più problematica, semmai, è l'eliminazione di quasi tutti i recitativi, che si portano via gran parte del contesto (il fatto che Don Magnifico sia in rovina, il motivo per cui Ramiro deve cercare moglie, ecc.). Girato nel 1948, il film è stato distribuito nel 1949: ecco perché gli sono attribuite due date differenti.

18 maggio 2018

Il romanzo di Mildred (Michael Curtiz, 1945)

Il romanzo di Mildred (Mildred Pierce)
di Michael Curtiz – USA 1945
con Joan Crawford, Ann Blyth
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo, Monte Beragon (Zachary Scott), viene ucciso a colpi di pistola nella sua casa sulla spiaggia. Il principale sospettato è Bert Pierce (Bruce Bennett), che era stato il primo marito della vedova Beragon, Mildred (Joan Crawford): secondo i poliziotti avrebbe agito per gelosia e dunque viene incriminato nonostante il maldestro tentativo della stessa Mildred di far ricadere la colpa sul suo ex socio in affari Wally (Jack Carson). Per convincere gli agenti dell'innocenza di Bert, nel corso di un lungo interrogatorio in commissariato Mildred racconta gli ultimi e difficili anni della propria vita: di come si era separata da Bert quattro anni prima per divergenze sul modo di educare i figli; di come, in difficoltà economiche, ha lavorato duramente per mantenere la sua esigentissima primogenita, l'ingrata e viziata Veda (Ann Blyth); di come, partendo da semplice cameriera, è riuscita a diventare proprietaria di un'avviata e prestigiosa catena di ristoranti; e di come, per garantire a Veda il lusso di cui non sembra poter fare a meno, ha accettato di sposare il ricco Beragon pur non amandolo. Qyando arriverà l'alba, anche il nome dell'assassino sarà evidente. Uno dei più celebri e classici melodrammi hollywoodiani, tratto da un romanzo di James M. Cain (ma nonostante la fame dell'autore come autore di gialli e polizieschi, la cornice noir e l'omicidio di Monte sono tutta un'aggiunta dell'adattamento cinematografico, in ossequio al codice Hays e in sostituzione di elementi più torbidi e di natura sociale: il libro era esplicitamente ambientato nell'epoca della Grande Depressione). La regia espressionistica di Curtiz e l'eccellente prova dell'intero cast – quella misurata della Crawford in particolare (che vinse il premio Oscar come miglior attrice: la pellicola ebbe in tutto sei nomination) – lo rendono un film vibrante e intenso, ricco di momenti memorabili e di colpi di scena che si dipanano nell'arco di quattri anni (ma la narrazione, come detto, avviene interamente in flashback nel corso di una sola notte). Oltre ai temi sociali (le difficoltà di una madre che deve provvedere da sola alla famiglia; il disprezzo che Monte e Veda rivolgono a chi, come Mildred, lavora per guadagnarsi da vivere), il fulcro del film sta nel rapporto indissolubile e ai limiti del patologico fra una madre troppo disposta a sacrificarsi e una figlia avida e ingrata. Eve Arden è Ida, l'amica e aiutante tuttofare di Mildred. Bello il tema musicale di Max Steiner. Rifatto nel 2011 da Todd Haynes come miniserie televisiva con Kate Winslet.

16 maggio 2018

Made in Hong Kong (Fruit Chan, 1997)

Made in Hong Kong (Heung Gong jai jo)
di Fruit Chan – Hong Kong 1997
con Sam Lee, Neiky Hui-Chi Yim
***

Rivisto in TV, in originale con sottotitoli.

"Il mondo cambia troppo rapidamente", pensa Autumn Moon (uno strepitoso Sam Lee, al suo debutto sullo schermo), delinquente di strada abbandonato dai genitori (prima il padre, che si è rifatto una famiglia, e poi, nel corso del film, anche dalla madre) e che si guadagna da vivere lavorando come esattore per conto di un gangster. Significativamente, la pellicola è girata e ambientata proprio nel momento del passaggio di Hong Kong alla Cina: ma il rapporto fra l'ex colonnia britannica e la madrepatria è tutt'altro che idilliaco, e si rispecchia in quello fra i protagonisti del film (tutti assai giovani) e la generazione adulta (in particolare i loro genitori), egoista, avida, assente o noncurante dei loro sentimenti e delle loro necessità. Moon svolge il suo lavoro insieme all'amico Sylvester (Wenders Li), grosso ma ritardato, finito sotto la sua protezione perché bullizzato da tutti. Innamoratosi della sedicenne Ping (Neiky Yim), figlia (solare ma gravemente malata) di una delle debitrici (Carol Lam) della cui riscossione si deve occupare, il ragazzo medita di mettere la testa a posto e addirittura di donarle uno dei propri reni per salvarla. E nel frattempo si scopre anche ossessionato nei suoi sogni notturni da Susan (Amy Tam), una giovane studendessa suicidatasi di recente: Moon non la conosceva, ma è entrato in possesso della lettera che la ragazza ha lasciato alla propria famiglia, e per qualche motivo esita a consegnarla. Come un trio da Nouvelle Vague, Moon, Sylvester e Ping vagano per la città in cerca di risposte. Ma l'ambiente degradato e caotico in cui vivono, la violenza, gli egoismi e il destino stesso cospireranno contro di loro. Girato al risparmio utilizzando spezzoni di pellicole avanzate da precedenti lavori, il film è uno dei primi e più importanti tasselli della filmografia di Fruit Chan, un grido di indipendenza ma anche di amarezza in un momento chiave della storia dell'ex colonia (il titolo denota un certo orgoglio di appartenenza, mentre nel corso della pellicola tutte le volte che si parla della Cina o dei cinesi lo si fa in termini negativi; ironicamente, Fruit Chan è nato in Cina prima di emigrare con i genitori a Hong Kong). In cerca di una redenzione che gli adulti non vogliono concedergli o nemmeno riconoscergli, il protagonista non può che cedere al destino e prendere atto della propria sconfitta. Ma non siamo di fronte a un melò alla Wong Kar-Wai o a un thriller d'azione alla John Woo: come struttura e contenuti la pellicola è incredibilmente libera, espressiva e suo modo poetica, e riflette senza retorica o moralismo su temi come la morte o il suicidio, l'amore e l'amicizia, la caducità della vita e la fragilità dei rapporti familiari (notevole la scena del figlio che uccide il padre nei bagni pubblici).

15 maggio 2018

Bandiera gialla (Elia Kazan, 1950)

Bandiera gialla (Panic in the Streets)
di Elia Kazan – USA 1950
con Richard Widmark, Jack Palance
**1/2

Visto in divx.

Uno straniero (di nazionalità armena, come il regista Elia Kazan), sbarcato da poche ore nel porto di New Orleans, viene assassinato da un gangster (Jack Palance, al suo debutto sul grande schermo) e dai suoi due scagnozzi per un debito di gioco. Analizzando il cadavere, il medico militare Clinton Reed (Richard Widmark) scopre che l'uomo era infetto da peste polmonare: in una corsa contro il tempo, diventa così di fondamentale importanza non solo scoprire da quale nave era sbarcato, ma anche rintracciare tutti coloro con cui è stato in contatto ravvicinato, a cominciare dai suoi killer, prima che il contagio possa diffondersi fra la popolazione. Naturalmente gli assassini faranno invece di tutto per non farsi trovare... Un thriller ad alta tensione con uno spunto insolito e originale e un ottimo cast di caratteristi: al fianco di Widmark, in un rapporto da "buddy movie" (all'inizio si guardano in cagnesco, poi impareranno a rispettarsi a vicenda e a collaborare) c'è il commissario di polizia interpretato da Paul Douglas. Barbara Bel Geddes è la moglie del protagonista, Zero Mostel e Guy Thomajan i complici del gangster. Il titolo italiano si riferisce al segnale che comunica la presenza di una malattia infettiva a bordo di una nave. Kazan gira un film tutto ambientato in un porto (e dintorni) quattro anni prima del capolavoro "Fronte del porto". Interessante anche il ruolo della stampa, di cui viene difesa la libertà ed elogiata l'importanza, anche se in un caso come questo diffondere la notizia dell'epidemia può fare più danni che altro. La sceneggiatura di Edna ed Edward Anhalt vinse l'Oscar. Musica di Alfred Newman.

13 maggio 2018

I giorni del cielo (Terrence Malick, 1978)

I giorni del cielo (Days of Heaven)
di Terrence Malick – USA 1978
con Richard Gere, Brooke Adams
***1/2

Visto in divx.

Nel 1916, dopo aver ucciso senza volerlo un sorvegliante nella fonderia dove lavorava, l'operaio Bill (Richard Gere) fugge da Chicago portando con sé la sorellina Linda (Linda Manz) e la fidanzata Abby (Brooke Adams), che fa passare per sua sorella maggiore. I tre giungono in Texas, dove vengono assunti come braccianti stagionali per la raccolta del grano. Il ricco e giovane proprietario dei terreni (Sam Shepard), che vive da solo e senza famiglia, si innamora di Abby e le chiede di sposarlo. Bill la spinge ad accettare, convinto che l'uomo, gravemente malato, abbia soltanto pochi mesi di vita... Col passare del tempo (il film si svolge nell'arco di un anno, da estate ad estate), però, non solo il padrone non muore ma comincia a sospettare che il rapporto fra fratello e sorella sia più stretto di quanto dovrebbe essere. La resa dei conti avverrà in contemporanea con la natura che si scatena (sotto forma di un'invasione di locuste). Il secondo film di Terrence Malick (anche sceneggiatore), girato cinque anni dopo "La rabbia giovane", ha diverse cose in comune con il precedente, a partire dall'atmosfera astratta e sospesa e dalla voce narrante di una quindicenne (lì Sissy Spacek, qui Linda Manz). E in effetti il punto di vista di una bambina aiuta a spiegare le debolezze nella caratterizzazione dei personaggi (soprattutto il giovane padrone), che appaiono quasi artificiali: le dinamiche dell'amore e della vita adulta sono ritratte attraverso gli occhi di una ragazzina che non le comprende appieno, oppure le semplifica o le schematizza. Certo, questo è il senno di poi, visto che la decisione di aggiungere la voce off fu presa all'ultimo momento, per risolvere problemi di montaggio. Ma dove il film brilla veramente è nell'aspetto visivo, grazie alla regia ariosa di Malick (che punta sui ritmi lenti) ma soprattutto alla splendida fotografia del truffautiano Néstor Almendros (e di Haskell Wexler, che subentrò a metà lavorazione), giustamente premiata con l'Oscar. La qualità pittorica delle immagini, che lo rende uno dei film "esteticamente" più belli di sempre, fa risaltare in maniera indelebile i paesaggi sullo schermo, le distese di campi di grano, i primi piani degli animali (compresi uccelli o insetti), i personaggi immersi nella natura. E la bellezza delle immagini non è fine a sé stessa, visto che riflette la confusione, l'indecisione o i tumulti nell'animo degli esseri umani (l'invasione delle locuste e il successivo incendio nei campi avvengono in contemporanea con l'esplosione delle tensioni e del conflitto fra i due uomini). L'appendice con la fuga in barca sul fiume e la caccia della polizia ricorda il primo lavoro di Malick. Anche se ambientato nel nord del Texas, il film è stato girato in Canada (per la precisione in Alberta). La lavorazione fu problematica, con Malick che sforò budget e tempi (anche per la volontà di girare quasi sempre durante le ore dell'alba o del tramonto), e il non eccelso risultato al botteghino (sommato al fatto che, negli anni a venire, le case di produzione smisero di dare carta bianca ai registi in seguito al flop de "I cancelli del cielo" di Cimino, curiosamente un film dal titolo simile a questo) contribuì a far sì che il regista non girasse un altro film per vent'anni, tornando dietro la macchina da presa soltanto nel 1998 con "La sottile linea rossa". Premio per la regia al Festival di Cannes. La colonna sonora di Ennio Morricone ingloba un tema de "Il carnevale degli animali" di Saint-Saëns. Robert J. Wilke è il caposquadra della fattoria.

12 maggio 2018

La rabbia (Pasolini, Guareschi, 1963)

La rabbia
di Pier Paolo Pasolini, Giovannino Guareschi – Italia 1963
film di montaggio
**

Visto in divx.

Film diviso in due parti (di circa 50 minuti l'una), ideato dal produttore Gastone Ferranti, che chiese a due intellettuali di tendenze opposte (di sinistra Pasolini, di destra Guareschi) di rispondere alla domanda "Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra?", attraverso un montaggio di filmati di repertorio, di foto e di spezzoni del cinegiornale "Mondo libero", legati all'attualità o al recente passato, commentati da una coppia di voci fuori campo. Anche se il tema è lo stesso, e non mancano punti di convergenza fra le due metà della pellicola (ma i toni sono spesso critici e polemici, anche se filtrati dalla poesia in un caso e dell'umorismo nell'altro), i risultati sono ben diversi, anche a prescindere dalle idee politiche e sociali. Pasolini ha un'approccio curioso, idealista e sognatore, Guareschi (che inserisce anche alcune sue vignette umoristiche) è pungente e irridente, ma risulta spesso qualunquista, moralista e predicatorio.

Il film di Pasolini (**1/2), nel rispondere alla domanda di Ferranti, sceglie come filo conduttore la "libertà". La scontentezza, l'angoscia, la paura dell'umanità dipendono dalla mancanza di libertà e dal disperato desiderio di ottenerla. Così si spiegano le rivoluzioni (a livello individuale o collettivo), le proteste, le guerre. Le voci narranti di Giorgio Bassani (per la prosa) e di Renato Guttuso (per la poesia) recitano testi dello stesso Pasolini ("Voi, figli dei figli, gridate con disprezzo, con rabbia, con odio "Viva la libertà". E perciò non gridate "Viva la libertà". Se non si grida "Viva la libertà" con amore, non si grida "Viva la libertà"), mentre le immagini, accompagnate dall'Adagio di Albinoni, mostrano immagini della rivoluzione in Ungheria del 1956 (e delle reazioni in tutto il mondo); delle guerre per l'indipendenza in Africa, in India, a Cuba; di scene di spettacolo e di attualità, con dive del cinema (Ava Gardner, Sophia Loren), sindacalisti, politici, religiosi; l'incoronazione della regina Elisabetta II (1952), la convention repubblicana negli USA del 1952, i funerali di papa Pio XII e l'elezione di Giovanni XXIII (1958); si parla di arte (nell'URSS), del mondo contadino, del suicidio di Marilyn Monroe (personificazione della bellezza), delle armi atomiche, della lotta di classe; e con le immagini del volo nello spazio di Juri Gagarin (1961) e delle successive celebrazioni, si termina con una nota di ottimismo per un futuro migliore, dove il progresso potrà unire i popoli in una fratellanza senza guerre.

Il film di Guareschi (*), come filo conduttore, sceglie invece la "vendetta". Per l'autore di Don Camillo (alla sua prima e unica esperienza come regista cinematografico, coadiuvato dalla caporedattrice del "Borghese" Gianna Preda), la scontentezza, l'angoscia e la paura generano odio e desiderio di rivalsa nei confronti degli altri, ma in particolare degli europei, il cui punto di vista è centrale in tutta la narrazione. Con le voci di Gigi Ortuso (narratore "serio") e Carlo Romano (già doppiatore di Don Camillo, narratore "ironico") e una colonna sonora che mescola il twist alla musica sinfonica (in particolare l'Eroica di Beethoven), Guareschi critica la frenesia della vita moderna, l'edonismo e gli eccessi provocati dal miracolo economico, tecnologico ed edilizio. Ma dove da semplice nostalgico e bacchettone diventa davvero inaccettabile, è quando tocca questioni politiche: se ancora si possono condividere alcuni severi giudizi sullo scenario globale post-bellico (il processo di Norimberga, la costruzione del muro di Berlino), lasciano perplessi le condanne reazionarie delle lotte anticolonialiste (qui le differenze fra i due intellettuali sono le più evidenti) e il sarcastico razzismo nei confronti delle popolazioni di colore. I funerali di Giorgio VI (1958) sono l'occasione per lamentare la fine dell'imperialismo europeo. Certo, ne ha anche per gli USA (si cita il caso Chessman, si sbeffeggia Kennedy e la moglie), per la Cina e naturalmente per l'URSS e il comunismo in generale (si mostra la rivoluzione cubana, la morte di Stalin, l'avvento di Krusciov), visto come origine di quasi tutti i mali. E anziché fiducia nel progresso, i viaggi spaziali sono l'occasione per manifestare retoricamente pessimismo e preoccupazione per il futuro: dalle persecuzioni religiose agli esperimenti scientifici "contro natura", fino alla disgregazione della famiglia tradizionale (il matrimonio della trans Coccinelle visto come una "tragica farsa"). Umorismo a parte, sembrano parole di alcuni politici di oggi. E di questo a Guareschi si deve dare atto: il suo segmento – purtroppo – è invecchiato molto meno di quello di Pasolini.

Il film non ebbe molto successo nelle sale, anche perché fu ritirato quasi subito in seguito alle polemiche (in effetti, è facile immaginare come potesse dividere il pubblico: chi avrà apprezzato la prima parte si sarà indignato di fronte alla seconda, o viceversa). Con il senno di poi, c'è da chiedersi che cosa si aspettasse Ferranti. Soltanto dal 2008 (inizialmente la sola parte di Pasolini, poi per intero) venne restaurato e tornò a circolare.

11 maggio 2018

Il mistero della camera gialla (B. Podalydès, 2003)

Il mistero della camera gialla (Le mystère de la chambre jaune)
di Bruno Podalydès – Francia/Belgio 2003
con Denis Podalydès, Pierre Arditi
**

Visto in TV.

Mathilde (Sabine Azéma), figlia del professor Stangerson (Michael Lonsdale), è vittima di un tentativo di omicidio mentre si trova da sola nella sua stanza nella villa del padre, in piena campagna. A indagare sull'aggressione, per cercare di capire come è stato possibile per l'assassino entrare e uscire da una stanza chiusa a chiave, ci sono fra gli altri l'ispettore Larsan (Pierre Arditi) e il giovane giornalista Joseph Rouletabille (Denis Podalydès, fratello del regista), che ingaggiano una vera e propria sfida per giungere l'uno prima dell'altro alla soluzione. Se l'ispettore sembra sospettare soprattutto di Darzac (Olivier Gourmet), il fidanzato della ragazza, il giornalista – sfruttando la ragione anziché l'intuito – saprà giungere all'autentica verità... Dal romanzo poliziesco del 1907 di Gaston Leroux – forse il più celebre "enigma della stanza chiusa" di tutti i tempi, già portato più volte sullo schermo sin dall'epoca del muto (per esempio da Maurice Tourneur nel 1913, da Marcel L'Herbier nel 1930 e da Henri Aisner nel 1949) – Podalydès trae, più che un giallo, una commedia: gli ingredienti sono tutti al loro posto, ma il tono è leggero e svagato, privo di tensione e difficile da prendere sul serio, e questo va a discapito dell'interesse dello spettatore, più incentrato sugli istrionismi dei personaggi e sulle gag che non sulla reale risoluzione del caso. In effetti, di chi sia l'assassino e su come ha fatto a entrare e uscire dalla stanza non ci importa quasi nulla: soltanto nel finale, quando Rouletabille espone la sua soluzione, la vicenda e i suoi personaggi cominciano ad acquistare spessore. Nel cast anche Claude Rich (il giudice), Jean-Noël Brouté (il fotografo Sainclair), Julos Beaucarne (padre Jacques), Isabelle Candelier (la signora Bernier), George Aguilar (il guardiacaccia indiano). In sovrimpressione sullo schermo compaiono i titoli dei capitoli in cui era diviso il romanzo. Due anni dopo Podalydès adatterà, con il fratello e gli stessi attori, anche il secondo dei romanzi di Gaston Leroux su Rouletabille, "Le parfum de la dame en noir".

9 maggio 2018

L'isola dei cani (Wes Anderson, 2018)

L'isola dei cani (Isle of Dogs)
di Wes Anderson – USA 2018
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Florian e Sabine.

Nel 2037, in seguito a un'ordinanza del sindaco di Megasaki City (ultimo discendente di una famiglia di samurai che amano i gatti e odiano i cani) e con la scusa di una malattia infettiva (in realtà creata in laboratorio dallo stesso sindaco), tutti i cani della città vengono dichiarati fuorilegge e abbandonati sulla vicina Isola della Spazzatura. Il dodicenne Atari Kobayashi, intraprendente figlio adottivo del sindaco, si reca però sull'isola in cerca del suo cane Spots. Qui verrà aiutato da una banda di cinque cani guidata dal randagio Chief. La seconda incursione di Wes Anderson nel campo dell'animazione in stop motion (dopo "Fantastic Mr. Fox") è un film d'avventura animalista e distopico, ambientato in un Giappone futuristico: gli esseri umani parlano in giapponese, mentre i cani sono doppiati, facendo sì che lo spettatore si identifichi con questi ultimi e non capisca invece le frasi dei loro padroni (tranne alcune singole parole, vale a dire gli ordini come "Seduto!"). La trovata è divertente, e la pellicola è tutto sommato piacevole, anche se si tratta del solito film-giocattolo di Anderson dove la forma sovrasta la sostanza. Ma l'essere stato realizzato in animazione (con uno stile volutamente grezzo, che ricorda certe serie nipponiche a passo uno degli anni sessanta e settanta), l'avere dei cani come protagonisti e appunto la curiosa ambientazione (ricca di stereotipi culturali: è evidente che si tratti di una produzione occidentale) lo rendono di certo più interessante della media. Esilaranti le "risse" fra i cani, realizzate con nuvole di polvere. Fior di attori importanti come doppiatori nella versione originale (Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum, Frances McDormand, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, F. Murray Abraham, Tilda Swinton, Yoko Ono fra gli altri). Anderson ha affermato di essere stato influenzato dal cinema di Akira Kurosawa: vista l'ambientazione in una discarica, immagino da film come "Dodes'ka-den" o "I bassifondi", anche se il gruppo di cani (con tanto di eroe riluttante) ricorda "I sette samurai".

7 maggio 2018

Fuori orario (Martin Scorsese, 1985)

Fuori orario (After Hours)
di Martin Scorsese – USA 1985
con Griffin Dunne, Rosanna Arquette
***

Rivisto in DVD.

Paul Hackett (Griffin Dunne, qui forse nel ruolo più celebre della sua carriera), impiegato e single che conduce una vita noiosa e senza scosse, conosce per caso una ragazza in un caffè, Marcy (Rosanna Arquette), che gli lascia il suo numero di telefono. La sera stessa Paul la chiama e lei lo invita a raggiungerla a Soho (il quartiere "alternativo" e degli artisti di New York) in casa della sua inquilina, Kiki Bridges (Linda Fiorentino), una scultrice che realizza inquietanti figure di cartapesta. La serata non comincia per il verso giusto, visto che tutto il denaro che Paul ha con sé (una banconota da venti dollari) gli vola via dal finestrino del taxi. E prosegue ancora peggio: fra situazioni strane o imbarazzanti, personaggi eccentrici o problematici, incredibili coincidenze e assurdi scherzi del destino, il ritorno a casa diventerà un'autentica chimera e la notte di Paul si trasforma in una vera e propria Odissea tra locali equivoci, bande di ladri di quartiere, minacciosi vigilantes, amici che si trasformano in nemici (e viceversa). Come in una tragedia greca (o in una commedia screwball degli anni trenta), il personaggio che esce dalla sua zona di comfort viene perseguitato da un destino che assume caratteristiche ironiche, assurde e kafkiane. E soltanto al mattino successivo, dopo tante avventure, le circostanze riporteranno Paul nel suo mondo: rinchiuso all'intero di una statua di cartapesta, sarà depositato per puro caso davanti al palazzo dove lavora, proprio mentre si aprono i cancelli. Primo lavoro di Scorsese in oltre dieci anni senza Robert De Niro nel cast, fu girato quasi come ripiego mentre il regista cercava inutilmente di trovare sostegno finanziario per uno dei suoi progetti più ambiziosi, "L'ultima tentazione di Cristo": e in effetti questa black comedy "tutta in una notte" ha molte stimmate del piccolo film indipendente e a basso budget. E forse le disavventure del protagonista riflettono in parte le frustrazioni del regista in un periodo particolare della sua carriera. Il bel finale, che mostra un Dunne stanco e impolverato che si siede alla sua scrivania all'inizio di una nuova giornata di lavoro, mentre la macchina da presa si muove con dinamismo e senza sosta nei corridoi di un ufficio open space, fu scelto soltanto all'ultimo momento fra una serie di possibili conclusioni. La pellicola si apre e si chiude sulle note della sinfonia K. 95 attribuita a Mozart. La sceneggiatura di Joseph Minion (inizialmente proposta a Tim Burton) nasce da un monologo radiofonico di Joe Frank, e ispirerà a sua volta un episodio del Dylan Dog di Tiziano Sclavi ("Dopo mezzanotte"). Fra gli interpreti anche Teri Garr, Catherine O'Hara, John Heard e Verna Bloom. Il titolo del film, naturalmente, sarà ripreso da Enrico Ghezzi per la sua trasmissione notturna su Rai Tre.

6 maggio 2018

Humandroid (Neill Blomkamp, 2015)

Humandroid (Chappie)
di Neill Blomkamp – USA 2015
con Dev Patel, Yolandi Visser
**1/2

Visto in TV.

In un futuro prossimo, la polizia di Johannesburg impiega unità robotiche (dette "scout") come supporto alla lotta alla criminalità. Dean, l'ingegnere responsabile della loro programmazione, sviluppa un'intelligenza artificiale che potrebbe dare loro l'autocoscienza, e per sperimentarla la innesta su un'unità scout destinata allo smantellamento (e la cui batteria, non più sostituibile, ha energia soltanto per altri cinque giorni). Sequestrato da una scalcinata banda di rapinatori che intende usarlo come proprio complice, il robot – soprannominato "Chappie" – deve però imparare ogni cosa da zero, proprio come se si trattasse di un bambino da educare. E mentre ognuno gli insegna cose diverse (chi le leggi morali, chi l'amore famigliare, chi a combattere o ad atteggiarsi da gangster), nell'arco di pochi giorni attraversa tutte le fasi della crescita: l'apprendimento, la dipendenza dai genitori, l'imitazione, l'obbedienza, la ribellione, l'autodeterminazione e la scoperta di sé. Da "Robocop" ad "A.I." passando per "Corto circuito" e "Ghost in the shell", il terzo film del sudafricano Blomkamp è soltanto all'apparenza meno ambizioso dei due precedenti. In effetti rinuncia ai temi sociali e politici (ma non al consueto mix fra fantascienza e – diciamo così – realismo) ma affronta comunque argomenti di un certo peso: il significato della vita, la coscienza, la differenza fra il bene e il male. Peccato che sia tutto molto meccanico e semplicistico nelle sue svolte, alternando analogie (quella parentale, quella religiosa, quella esistenziale) in maniera più che banale. Eppure, a livello basilare ed empatico, c'è qualcosa di sinceramente accattivante in questo robot tenero e infantile, in continua balia degli altri e della propria fragilità emotiva e tecnologica. Attorno al protagonista (le cui movenze – e la voce nella versione originale – sono quelle dell'attore Sharlto Copley) si muovono però una serie di personaggi con caratterizzazione debole o inesistente. Fra gli attori, anche Sigourney Weaver (il CEO della Tetravaal, l'azienda che produce i robot, il cui nome proviene da un precedente corto di Blomkamp) e Hugh Jackman (il progettista rivale, che vorrebbe sostituire gli scout con il suo nuovo prototipo, una vera e propria macchina da guerra). I gangster Ninja e Yolandi ("Papi" e "Mami" per il robot) sono due rapper sudafricani, che formano il duo Die Antwoord e firmano anche la colonna sonora.

5 maggio 2018

A wife confesses (Y. Masumura, 1961)

A Wife Confesses (Tsuma wa kokuhaku suru)
di Yasuzo Masumura – Giappone 1961
con Ayako Wakao, Hiroshi Kawaguchi
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

A Tokyo, con gran clamore mediatico, si celebra il processo di Ayako Takigawa (Ayako Wakao), una donna accusata di aver ucciso il marito, professore universitario (Eitaro Ozawa) e appassionato alpinista, tagliando la corda che li legava durante un'escursione in montagna e facendolo così precipitare lungo la parete di roccia. Insieme a loro, durante l'arrampicata, c'era anche il giovane Koda (Hiroshi Kawaguchi), collaboratore dell'uomo e, secondo l'accusa, amante della donna, che avrebbe compiuto l'omicidio non soltanto per liberarsi di un marito più anziano di lei, che non amava più e che non intendeva concederle il divorzio, ma anche per intascare la sua assicurazione sulla vita e risposarsi in seguito con il ragazzo... Da un romanzo di Masaya Maruyama (che ricorda per metà un fatto di cronaca e per metà un noir in stile "La fiamma del peccato"), un courtroom drama ad alta intensità che mette in primo piano i sentimenti delle persone (Ayako è effettivamente innamorata di Koda, mentre questi le si affeziona solo per pietà), a costo di sfociare nel melodrammatico, mentre in secondo piano sfiora diversi pregiudizi della società giapponese (la moglie è vista di cattivo occhio dai commentatori non tanto per il possibile omicidio, ma perché, anche se fosse innocente, non ha scelto di morire insieme al marito). Haruko Mabuchi è la fidanzata di Koda, Jun Negami è l'avvocato. Confezione (musica, fotografia e montaggio) da Nouvelle Vague giapponese, la corrente cinematografica cui Masumura può essere apparentato.

3 maggio 2018

La montagna sacra (A. Jodorowsky, 1973)

La montagna sacra (La montaña sagrada)
di Alejandro Jodorowsky – Messico/USA 1973
con Horacio Salinas, Alejandro Jodorowsky
**1/2

Rivisto in divx, alla Fogona, con Marisa e Monica.

In un Messico surreale e apocalittico, un ladro che assomiglia a Gesù Cristo (e come tale viene persino usato come "calco" per fabbricare una quantità spropositata di statue di crocifissi) viene "purificato" e poi addestrato da un santone-alchimista (Jodorowsky stesso): insieme ad altre sette persone, si metteranno in cammino per raggiungere la sommità della "montagna sacra", dove si dice che dimorino nove saggi che governano le sorti del mondo... Vagamente ispirato a "Il monte analogo" di René Daumal, uno dei film più celebri, folli e personali di Alejandro Jodorowsky, che firma regia, sceneggiatura, montaggio, vi recita e collabora anche alle scenografie, ai costumi e alla colonna sonora. Ricca (anzi, grondante) di simboli esoterici o alchemici, di immagini forti (anche se il taglio grottesco e kitsch le rende assolutamente digeribili), di allegorie, di metafore socio-politiche, di scene con animali di ogni genere, la pellicola racconta in teoria un viaggio verso l'ignoto e alla scoperta di sé stessi, talmente densa di (possibili) significati che ogni riassunto o descrizione non le renderebbe giustizia: va vista e basta. La sezione iniziale, che introduce il protagonista, ricorda ancora il precedente lungometraggio dell'autore cileno, "El topo", fra figure grottesche o deformi (il nano), ricostruzioni storiche stranianti (la battaglia fra indios e conquistador riprodotta con rospi e camaleonti) e una generale descrizione di un mondo degradato e in preda al caos, in attesa di un salvatore che lo illumini. Nella parte centrale vengono introdotti i sette partecipanti alla scalata al fianco del ladro, del santone e della sua guardia del corpo: costoro rappresentano i "potenti" della terra (imprenditori, politici, militari, intellettuali, ecc.) che hanno però scelto la via ascetica, e ciascuno di loro è associato a un pianeta del sistema solare. Le loro presentazioni, ricche di un grottesco surrealismo, sono fra le sezioni forse più interessanti del film a livello contenutistico. Infine c'è la lunga scalata alla montagna, con una serie di prove da superare. Il film si conclude con lo svelamento del "trucco" cinematografico: Jodorowsky rivela agli spettatori che si tratta solo di un film, e che è necessario cercare la propria via nella realtà. Una trovata simile a quella che, per motivi ovviamente diversi, farà Abbas Kiarostami ne "Il sapore della ciliegia". Decisamente un film unico nel suo genere, da gustare (o forse da centellinare) in maniera appropriata, come pura esperienza estetica-visiva, senza farsi soverchiare dalla densità di stimoli e di contenuti o della ricerca a tutti i costi di un significato implicito.

2 maggio 2018

La cravate (Alejandro Jodorowsky, 1957)

La cravate, aka Les têtes interverties
di Alejandro Jodorowsky – Francia 1957
con Alejandro Jodorowsky, Denise Brossot
**1/2

Visto su YouTube.

La prima esperienza di Jodorowsky nella regia cinematografica risale a quando aveva 28 anni, si era trasferito a Parigi da quattro ed era assistente del celebre mimo Marcel Marceau. E proprio a una pantomima teatrale, stralunata e poetica, assomiglia questo cortometraggio di 20 minuti, muto (a parte la colonna sonora) e ispirato a un raccconto di Thomas Mann ("Le teste scambiate"). Il protagonista, per conquistare una donna che non lo ama ma che ammira il suo corpo, si reca infatti in un negozio la cui graziosa commessa commercia appunto in teste, consentendo ai clienti di depositare la propria e di prenderne un'altra al suo posto. Colorata e fiabesca, nella vena dei surrealisti francesi (ma ha anche qualcosa che ricorda l'espressionismo tedesco), la pellicola è gradevole e leggera, senza troppe pretese e senza il bagaglio di simboli e di metafore che caratterizzerà la successiva produzione del regista cileno (a partire dal primo lungometraggio, "Il paese incantato", del 1968). In scena, fra gli altri, anche il produttore Saul Gilbert e il comico surrealista Raymond Devos.

30 aprile 2018

Avengers: Infinity War (A. e J. Russo, 2018)

Avengers: Infinity War (id.)
di Anthony e Joe Russo – USA 2018
con Josh Brolin, Robert Downey Jr.
**

Visto al cinema Arcobaleno.

Il folle extraterrestre Thanos di Titano (Josh Brolin) vuole impadronirsi delle sei gemme dell'infinito, attualmente disperse per la galassia (ma già viste, sotto diverse forme, nei precedenti film della Marvel) per diventare la creatura più potente dell'universo e sterminarne metà della popolazione, riportando così (a suo dire) l'equilibrio nel cosmo. Già in possesso della gemma del potere (l'Orb che avevamo visto nel primo "Guardiani della Galassia"), attacca l'astronave con i profughi asgardiani (nello spazio dopo gli eventi di "Thor: Ragnarok") e uccide Loki (Tom Hiddleston) per sottrargli il Tesseract (ovvero la gemma dello spazio). Dopodiché è il turno della gemma della realtà, vale a dire l'Aether (vista in "Thor: The Dark World") in possesso del Collezionista (Benicio Del Toro), e di quella dell'anima (al suo esordio cinematografico), per ottenere la quale sacrifica la vita dell'unica persona che ama, ovvero la figlia Gamora (Zoe Saldana). Le ultime due sono in possesso di eroi terrestri: la gemma del tempo è incapsulata nell'amuleto del Dottor Strange (Benedict Cumberbatch), che viene rapito e portato su Titano insieme ad Iron Man (Robert Downey Jr) e Spider-Man (Tom Holland); quella della mente fa parte integrante del sintezoide Visione (Paul Bettany), rifugiatosi con l'amata Wanda (Elizabeth Olsen) nel Wakanda di Black Panther (Chadwick Boseman) insieme al resto degli Avengers, riunitisi dopo lo scisma di "Civil War": Capitan America (Chris Evans), Hulk (Mark Ruffalo, anch'egli tornato dallo spazio ma con problemi di trasformazione), la Vedova Nera (Scarlett Johansson), Falcon (Anthony Mackie), War Machine (Don Cheadle), Bucky (Sebastian Stan) e un redivivo Thor (Chris Hemsworth), dotato del nuovo martello Stormbreaker, forgiato dal nano Eitri (Peter Dinklage), e alleatosi con i Guardiani della Galassia (il procione Rocket e l'albero Groot, nella fase adolescenziale/ribelle, mentre Star-Lord (Chris Pratt), Drax (Dave Bautista) e Mantis (Pom Klementieff) aiutano gli eroi su Titano). Il cast è completato da numerosi comprimari già visti nei precedenti film: Heimdall (Idris Elba), Wong (Benedict Wong), Nebula (Karen Gillan), Pepper Potts (Gwyneth Paltrow) e altri ancora (compreso il consueto cameo di Stan Lee, qui autista dell'autobus scolastico di Peter Parker), molti dei quali ci lasciano le penne (come Nick Fury (Samuel Jackson) nel controfinale). Whew! Progressivamente più potente man mano che acquisisce le gemme, infatti, Thanos riuscirà nel suo intento: e nel finale, con la semplice volontà, farà letteralmente sparire nel nulla metà degli esseri viventi di tutto l'universo, prima di "ritirarsi a vita privata". Ma l'anno prossimo arriverà il sequel (che inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi "Infinity War - Part 2") che risolverà tutto.

Anche se non si sfugge dalla solita sensazione (comune a quasi tutti i film Marvel, ma soprattutto a quelli degli Avengers) di assistere a una puntata di una serie televisiva anziché a una pellicola cinematografica, si può ben dire che siamo di fronte a un film epico, il punto finale verso cui tendevano tutti i precedenti lungometraggi della Casa delle Idee. La storia di Thanos e delle sei gemme (che nei fumetti era stata raccontata nel colossale crossover "Infinity Gauntlet" e nel suo antefatto "Thanos Quest", pubblicati nel 1990/91 ed entrambi ideati da Jim Starlin: "Infinity War" era invece il titolo di un sequel successivo, con una trama differente), vista sul grande schermo, non delude di certo. Però, come abbiamo visto, la quantità di personaggi e di super-eroi è abnorme, il che impedisce alla sceneggiatura di dedicare il tempo necessario a ciascuno di loro. Nessuna caratterizzazione è tradita, si badi bene, anzi è stato fatto un ottimo lavoro nel rispettarle e al tempo stesso nel mostrare interessanti interazioni fra personaggi di film diversi, molti dei quali si incontrano qui per la prima volta (assai divertenti i siparietti fra Tony Stark e il Dottor Strange, per esempio, o quelli fra Thor e i Guardiani della Galassia, in particolare Rocket). Ma molti degli eroi, francamente, sono poco più che comparse interscambiabili (e questo, ahimè, vale soprattutto per gli Avengers, cui nominalmente sarebbe intitolata la pellicola), e chi non conoscesse a menadito i film precedenti avrebbe le sue difficoltà nel districarsi (anche perché ormai parecchi personaggi si somigliano anche esteticamente: come mostra la locandina promozionale, Cap con la barba e Thor con i capelli corti sono a rischio riconoscibilità, visto poi che anche Tony Stark, Dottor Strange e Star-Lord hanno barbetta o pizzetto). Protagonisti di battaglie insensate, con scene d'azione confuse, decisioni stupide (perché Pantera Nera fa aprire gli scudi protettivi in Wakanda? Perché gli Avengers vogliono distruggere la gemma della mente anziché usarla contro il nemico?), livelli di potere incoerenti e contraddittori (come possono Cap, Falcon e Vedova Nera sconfiggere dei nemici che hanno messo in difficoltà Visione e Scarlet?), gli eroi si lanciano in battutine spesso fuori luogo (accettabili giusto quelle dei Guardiani, "cazzoni" per natura). Ecco dunque che il vero valore della pellicola è dato non dai buoni ma dal cattivo, Thanos, autentico protagonista nonché anima e centro nevralgico della vicenda, sicuramente uno dei villain più interessanti di sempre (se non il migliore in assoluto) dell'Universo Cinematico Marvel. Tutto, dalle sue pur vaghe motivazioni ai suoi rapporti con la figlia Gamora, va oltre i cliché del genere. E dunque pare quasi giusto che vinca lui (almeno fino al prossimo film, che pure sarà preceduto da un paio di pellicole stand-alone, forse ambientate prima di questa: "Ant-Man and the Wasp" e "Captain Marvel").

29 aprile 2018

Thor: Ragnarok (Taika Waititi, 2017)

Thor: Ragnarok (id.)
di Taika Waititi – USA 2017
con Chris Hemsworth, Tom Hiddleston
**1/2

Visto in divx.

Per impedire l'avverarsi della profezia del Ragnarok, secondo la quale il regno di Asgard sarà distrutto dal fuoco del demone Surtur, Thor (Chris Hemsworth) sconfigge quest'ultimo e ne porta i resti nella sala dei trofei di Odino. Qui scopre che il padre (Anthony Hopkins) è stato sostituito sul trono con un inganno da Loki (Tom Hiddleston: era avvenuto alla fine del precedente "Thor: The Dark World"). Dopo aver smascherato il fratello, parte con lui alla ricerca di Odino e, con l'aiuto del Dottor Strange, lo trova morente sulle coste della Norvegia. Prima di morire, il padre mette in guardia i figli: la sua primogenita Hela (Cate Blanchett), ambiziosa e malvagia dea della morte, è libera dal suo esilio e intende conquistare non solo Asgard ma l'intero universo. Lo scontro con la sorella è inizialmente impari: Hela distrugge Mjolnir, il martello di Thor, ed esilia i due fratelli sul lontano pianeta Sakaar, dove Thor è costretto a battersi nell'arena del Concorso dei Campioni (Contest of Champions) organizzato dal Gran Maestro (Jeff Goldblum). Il suo avversario non è altri che l'incredibile Hulk (Mark Ruffalo nei panni di Bruce Banner), finito qui dopo gli eventi di "Avengers: Age of Ultron". Insieme a lui e alla coraggiosa ma disillusa Valchiria (Tessa Thompson), Thor fugge dal pianeta e torna su Asgard in tempo per affrontare Hela e le sue armate, guidate da Skurge l'Esecutore (Karl Urban). E si rende conto che per difendere il proprio popolo dovrà sacrificare il regno, scatenando volutamente il tanto temuto Ragnarok... Il terzo film del Dio del Tuono (che, come si vede dal riassunto, è direttamente legato alle altre pellicole Marvel con le apparizioni di Strange e Hulk e un cameo della Vedova Nera, ma per fortuna è godibile anche a sé stante) è un film d'avventura fantascientifica stupido e leggero, ma anche sinceramente divertente, con un regista, il neozelandese Waititi (all'esordio a Hollywood), che a differenza di alcuni suoi colleghi sa rendere "leggibili" le scene d'azione e se la cava bene anche con i tempi comici.

Certo, tutto è low tone, all'insegna di gag, battutine e di divertimento adolescenziale (vedi il tormentone di chiamare Thor "lo zio del tuono", magnifico adattamento italiano di "Lord of Thunder" peraltro, per non parlare del passaggio spaziotemporale denominato "l'ano del diavolo"). E rispetto all'altisonante titolo, il Ragnarok occupa soltanto gli ultimi minuti del film e non ha nulla dell'epicità dei miti: gli "dei" coinvolti sono i soliti due-tre, e mancano i vari momenti chiave della saga norrena (e che pure erano presenti nei fumetti Marvel: la morte di Balder, il serpente Jormungandr... compare giusto il lupo Fenrir). Però in fondo la scelta paga: come detto, siamo di fronte a uno dei cinecomic Marvel più divertenti in senso stretto, e soprattutto i momenti ambientati sul pianeta Sakaar e le interazioni di Thor con Hulk e la Valchiria lasciano più che soddisfatti. Mi è piaciuta in particolare l'umanizzazione di Thor, dalla grande statura eroica ma anche sfigato, sempliciotto e sbruffone. Pur non perdendo la propria potenza (che anzi nel finale è particolarmente sottolineata), viene messo continuamente in difficoltà, sia fisica che psicologica: perde il padre, il martello, la capigliatura (che gli viene tagliata da Stan Lee!), viene trattato da schiavo e da gladiatore, è sconfitto in più di un'occasione ma sa sempre rialzarsi e continuare a combattere non per sé stesso ma per il proprio popolo. Semplicistiche invece le caratterizzazioni degli altri personaggi (tranne che per il solito Loki e per Bruce Banner/Hulk, guest star al quale è dedicato molto spazio, anche giusto vista l'assenza di suoi film personali), la più deludente dei quali è purtroppo Hela. È sempre bello comunque vedere sullo schermo personaggi classici della Casa delle Idee (come Skurge, ritratto nell'iconica posa con i fucili dalle storie di Walt Simonson, o una Valchiria ridisegnata). E interessante la trovata "politica" di rendere gli asgardiani, nel finale, dei profughi in cerca di una nuova patria. Idris Elba è Heimdall, Benedict Cumberbatch è Strange, Rachel House è Topaz (il braccio destro del Gran Maestro), Tadanobu Asano, Ray Stevenson e Zachary Levi sono i Tre Guerrieri (uccisi da Hela). Il regista Waititi, attraverso il motion capture, dà personalmente vita al roccioso gladiatore Korg. Le vicende di Thor, Loki, Hulk e degli asgardiani proseguiranno direttamente in "Avengers: Infinity War".

27 aprile 2018

I soliti sospetti (Bryan Singer, 1995)

I soliti sospetti (The Usual Suspects)
di Bryan Singer – USA 1995
con Gabriel Byrne, Kevin Spacey
***1/2

Rivisto in DVD.

Cinque criminali di piccolo calibro, sospettati di aver rapinato un camion di fucili, vengono arrestati dalla polizia di New York per un "confronto all'americana". Dopo aver stretto amicizia in cella ed essere stati rilasciati, i cinque – l'ex poliziotto corrotto Dean Keaton (Gabriel Byrne), i ricettatori Ray McManus (Stephen Baldwin) e Fenster (Benicio del Toro), lo scassinatore Todd Hockney (Kevin Pollak) e il truffatore "Verbal" Kint (Kevin Spacey) – decidono di mettersi a lavorare insieme. E in seguito a un paio di colpi, vengono contattati dal misterioso avvocato Kobayashi (Pete Postlethwaite) per eseguire un pericoloso incarico (recuperare una partita di droga al molo di San Pedro, in California) per conto del leggendario e "diabolico" gangster Keyser Söze, la cui vera identità nessuno conosce. Il secondo film di Bryan Singer (e dell'amico sceneggiatore Christopher McQuarrie) è sicuramente il suo capolavoro: un noir complesso e d'atmosfera, costruito sui flashback e sul montaggio (la prima scena del film anticipa in realtà il finale, e l'intera vicenda è poi raccontata da "Verbal" ai poliziotti Kujan (Chazz Palminteri) e Rabin (Dan Hedaya) nel corso di un interrogatorio), ricco di misteri e di colpi di scena che ingannano non solo i personaggi ma lo spettatore stesso. Il plot twist finale, con lo svelamento della reale identità di Keyser Söze, è talmente da manuale da essere diventato l'elemento più iconico della pellicola stessa, un segreto da proteggere con cura nei confronti di chi non l'ha ancora vista (e come tale, non ne farò accenno in questa recensione), al pari di colpi di scena di analoga vastità in lungometraggi come "Il sesto senso", "La moglie del soldato" o "Testimone d'accusa". Però, proprio come la rivelazione di Rosabella in "Quarto potere", esso non solo non pregiudica una seconda visione del film, ma anzi l'arricchisce, permettendo di godere ancora di più della maestria di sceneggiatore e regista. Azzardo addirittura che una seconda visione, conoscendo già il segreto di Keyser Söze, rende il film ancora più bello: non si rimane spersi fra red herring, personaggi e sottotrame che non portano da nessuna parte, e si apprezzano invece le tracce che già da subito puntavano nella giusta direzione (come i riferimenti al diavolo nei dialoghi, e ovviamente nell'iconografia, in relazione a un particolare personaggio). I tanti, troppi particolari che vengono dati in pasto allo spettatore acquistano poi maggiore o minore importanza quando ci si rende conto che la pellicola utilizza il trucco del "narratore inaffidabile": come in "Rashomon", non sempre quello che la macchina da presa ci mostra sullo schermo è veramente ciò che è accaduto. "La beffa piu grande che il diavolo abbia mai fatto è stata convincere il mondo che lui non esiste", è la frase chiave. A concorrere alla riuscita di quello che ormai è un grande classico contribuiscono, oltre che la regia, la sceneggiatura e il montaggio (di John Ottman, anche autore dello splendido tema musicale), la straordinaria prova degli attori: Spacey (che nello stesso anno conquistò le platee anche in "Seven") vinse l'Oscar come miglior attore non protagonista; ma anche Byrne, Palminteri, Baldwin e Del Toro si confermano dei fuoriclasse, per non parlare di Postlethwaite, le cui particolari fattezze – tutt'altro che giapponesi, comunque (e ovviamente!) – caratterizzano il personaggio di Kobayashi. Il cast è completato da Suzy Amis, Giancarlo Esposito, Clark Gregg e Peter Greene. Oscar anche per McQuarrie. Il titolo è una citazione da "Casablanca" ("Round up the usual suspects", diceva Claude Rains).

26 aprile 2018

Pleasantville (Gary Ross, 1998)

Pleasantville (id.)
di Gary Ross – USA 1998
con Tobey Maguire, Reese Witherspoon
**

Rivisto in TV.

A causa di un telecomando "magico" (la trovata ricorda un po' quella di "Last Action Hero"), i fratelli David (Tobey Maguire) e Jennifer (Reese Witherspoon) si ritrovano intrappolati dentro il televisore, all'interno della sit-com anni '50 "Pleasantville", di cui di fatto sostituiscono i protagonisti Bud e Mary Sue. Il mondo di Pleasantville è sempre uguale a sé stesso, perfetto e conformista, con ruoli ben definiti e senza alcun elemento "controverso" (i letti sono separati, i libri hanno le pagine bianche, i pompieri salvano soltanto gattini): ma l'arrivo dei due ragazzi "moderni" introduce quell'elemento di novità (a cominciare dal sesso) che scompiglierà tutto, colorando progressivamente (e letteralmente!) quello che era un universo in bianco e nero. Un'idea carina per un film che, dopo la prima mezz'ora, si fa via via più stucchevole e retorico, un inno all'anticonformismo e alla scoperta di sé (il passaggio dal bianco e nero al technicolor avviene nel momento in cui una persona esce dai rigidi confini della propria personalità: per gli abitanti di Pleasantville è la scoperta che esiste qualcosa al di là del mondo in cui hanno vissuto fino ad allora; per David/Bud è l'istante in cui sveste i panni del "bravo ragazzo" e non esita a sporcarsi le mani per difendere sua madre; per Jennifer/Mary Sue è la fase della maturazione e della responsabilità) con una metafora ripetuta, esplicita e priva di sottigliezza. Ogni paragone con il quasi contemporaneo (e ben più profondo) "The Truman Show" sarebbe un'ingiustizia verso quest'ultimo. Anche qui, comunque, non manca la lettura religiosa in chiave antimoralista: Pleasantville è il "noioso" giardino dell'Eden dal quale si può fuggire assaggiando il frutto proibito dell'albero della conoscenza, come suggerisce la scena in cui una ragazza porge a Bud una mela rossa. Il film è passato alla storia per essere stato una delle prime pellicole completamente rielaborata in digitale (in modo da permettere gli effetti con i colori). William H. Macy e Joan Allen sono i genitori dei ragazzi nel telefilm, Jeff Daniels è il proprietario del fast food, J. T. Walsh (morto poco dopo le riprese) il capo della polizia.

25 aprile 2018

Doppio amore (François Ozon, 2017)

Doppio amore (L'amant double)
di François Ozon – Francia 2017
con Marine Vacth, Jérémie Renier
***

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Chloé, ex fotomodella venticinquenne (Marine Vacth, al secondo film con Ozon dopo "Giovane e bella") che soffre di dolori psicosomatici per via del suo rapporto irrisolto con il sesso e la maternità, si innamora del suo psichiatra Paul (Jérémie Renier) e si trasferisce a vivere con lui. Ben presto, però, scopre che l'uomo le nasconde qualcosa: un vero e proprio lato oscuro, sotto forma di un fratello gemello, Louis, con cui ha rotto tutti i rapporti (tanto da cambiare cognome) e che svolge la sua stessa professione anche se con atteggiamenti e modi ben diversi: tanto Paul è dolce e comprensivo, tanto Louis è brutale, aggressivo e sadico. Attratta da lui, e di nascosto da Paul, Chloé comincia a frequentare anche Louis e ne diviene l'amante... Ozon affronta il tema del doppio in un thriller psicologico (liberamente tratto dal romanzo "Lives of the Twins" di Joyce Carol Oates) che guarda a Cronenberg ("Inseparabili"), ma anche a Hitchcock, De Palma e Polanski, mettendo in scena sdoppiamenti, specchi (che si infrangono o meno), gatti e sesso in un'atmosfera torbida e ambigua, grazie a una regia fredda e "chirurgica" (quando non ginecologica). I colpi di scena non mancano, anche se molto accade soltanto nella mente della protagonista, che proietta nel compagno le proprie ossessioni sul sesso e sulla gemellarità. Nonostante la lentezza, la tensione resta alta fino alla fine. Ottimi i due interpreti. Breve parte per Jacqueline Bisset (la madre di Sandra, vecchia fiamma di Paul/Louis).

24 aprile 2018

Stavisky il grande truffatore (A. Resnais, 1974)

Stavisky il grande truffatore (Stavisky...)
di Alain Resnais – Francia/Italia 1974
con Jean-Paul Belmondo, Anny Duperey
**

Visto in TV.

In Francia, agli inizi degli anni trenta, il ricco faccendiere Serge Alexandre, detto "Sasha il bello", è proprietario di teatri e giornali, controlla politici e funzionari e sta per investire in lucrose speculazioni finanziarie internazionali. Ma in realtà di tratta di un truffatore di origini ucraine, Alexandre Stavisky (Belmondo). Il denaro che sperpera allegramente non è suo, oppure è frutto di buoni fruttiferi fasulli: e la messinscena – cui contribuiscono una moglie assai vistosa, Arlette (Anny Duperey), e la frequentazione di bische e locali in rinomate località turistiche, come Biarritz – serve a garantirgli visibilità e attrarre così nuovi investitori disposti a dargli credito. La sua storia si intreccia con gli eventi politici di quegli anni (compreso l'esilio francese di Leon Trotsky), tanto che il suo scandalo, visto il coinvolgimento di alti funzionari, porterà ai moti di protesta del 6 febbraio 1934 e alla caduta del governo di sinistra guidato da Camille Chautemps. Un film strano e non pienamente riuscito, a metà strada fra la ricostruzione di un fatto storico (gran parte della vicenda è raccontata in flashback da vari testimoni davanti a una commissione d'inchiesta, che cerca inutilmente di comprendere che tipo di uomo fosse Stavinsky) e una pellicola di stampo nostalgico e teatrale in cui si lascia briglia sciolta all'estro di Belmondo, il cui personaggio resta sempre al centro dell'attenzione, attorniato da figure (amiche e nemiche, ingenue o calcolatrici) che dipendono da lui come pesciolini attorno a uno squalo. Fra questi, complici o vittime, politici e poliziotti, aristocratici e rivoluzionari. L'ambizione del protagonista – antesignano del Leonardo DiCaprio di "The wolf of Wall Street" – è pari soltanto al suo nome, lo stesso di Alessandro il Grande, anche se è tenuta a freno da incubi premonitori (sia lui che la moglie Arlette sognano di precipitare in auto da una scogliera) e dal destino (il padre si è suicidato perché lui, con le sue prime truffe, "disonorava" il nome di famiglia). Ma il ritratto che ne risulta è sempre sfuggente, e l'intricato intreccio politico-finanziario è troppo vago per risultare davvero appassionante. La sceneggiatura di Jorge Semprún era stata commissionata dallo stesso Belmondo: per dirigerla, Resnais tornò al cinema dopo sei anni di assenza. Nel cast anche François Périer, Charles Boyer, Claude Rich e Michael Lonsdale. Breve apparizione di un giovanissimo Gerard Depardieu (l'inventore del "matriscopio") a inizio carriera. Ben curate le scenografie e i costumi (si pensi ad Arlette, sempre vestita di bianco o circondata da fiori di questo colore).

22 aprile 2018

Gli amori di una bionda (M. Forman, 1965)

Gli amori di una bionda (Lásky jedné plavovlásky)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1965
con Hana Brejchová, Vladimír Pucholt
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Andula (Brejchová) lavora come operaia in una fabbrica di scarpe in un paesino di provincia nella Cecoslovacchia. Proprio per via della fabbrica, che impiega solo personale femmninile, nel paese c'è una forte sproporzione fra il numero di ragazze e quello di ragazzi, cosa che preoccupa non poco il direttore, che si adopera per far giungere nel luogo, in occasione di una festa, un drappello di militari. Andula e due sue amiche sono corteggiate da tre di questi, ma li rifiutano perché troppo vecchi e brutti (si tratta di riservisti, non di reclute). In compenso la ragazza trascorre la notte con il giovane pianista Milda (Pucholt), giunto da Praga proprio per suonare alla festa: e la settimana successiva, illusa di iniziare una relazione con lui, fa le valigie e lo raggiunge in città, presentandosi a casa dei suoi genitori senza preavviso... Il secondo lungometraggio girato in patria da Forman prosegue il discorso iniziato con il primo ("L'asso di picche"), ovvero la confusione delle giovani generazioni che si affacciano in un mondo di cui ignorano le regole (non solo perché è quello dell'età adulta e delle interazioni sociali, ma anche perché è caratterizzato da un regime politico che si affianca alle vecchie tradizioni famigliari). Rispetto al film precedente, siamo più lontani dalla commedia (anche se non mancano lunghe scenette comiche o surreali, ricche di gag, come quelle che vedono protagonisti i tre soldati o i genitori di Milda) e più vicini al (neo)realismo, con toni a tratti da Nouvelle Vague. E naturalmente il film non può non concludersi con un velo di amarezza, di delusione e di disillusione. L'ottima regia di Forman, l'attenzione psicologica ai personaggi (e la simpatia verso di loro) e la concisione narrativa (l'intero film si svolge praticamente in due serate: quella della festa in paese e quella in cui Andula si reca a Praga) lo rendono un piccolo gioiellino, ai tempi candidato anche all'Oscar come miglior film straniero. Nel cast ci sono perlopiù attori non professionisti (Hana Brejchová era la sorella minore della moglie di Forman, Jana, anch'essa attrice), con qualche eccezione: Vladimír Mensík è uno dei tre riservisti, mentre Vladimír Pucholt aveva già recitato nel primo film del regista.

21 aprile 2018

Il prigioniero coreano (Kim Ki-duk, 2016)

Il prigioniero coreano (Geumul)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2016
con Ryoo Seung-bum, Lee Won-gun
**

Visto al cinema Eliseo.

L'elica del motore della barca di Nam Chul-woo, un pescatore nordcoreano che vive vicino al confine, si impiglia nelle reti e lui viene trascinato dalla corrente fino ad approdare nella Corea del Sud. Qui è subito arrestato dai militari, che lo sospettano di essere una spia del Nord. Quando, dopo torture e inganni di ogni tipo, capiranno di avere a che fare con un semplice pescatore, cercheranno di farlo disertare, mostrandogli le "ricchezze" del Sud nella speranza che scelga di rimanere lì. Fedele alla propria patria ma soprattutto intenzionato a rivedere la propria famiglia, Nam saprà invece far ritorno al Nord: soltanto per vedersi trattare nello stesso modo ingiusto dalle corrotte forze di sicurezza locali. Il dramma della separazione fra le due Coree (esemplificate dai due orsacchiotti di pezza con cui gioca la figlia del protagonista) e la dualità della natura umana, che può manifestarsi come spietata e vendicativa (Kim Young-min, l'agente incattivito e incline alla tortura) oppure simpatetica e comprensiva (Lee Won-gun, la giovane guardia del corpo) a prescindere dalla parte del confine in cui ci si trova, visti attraverso l'odissea kafkiana (con echi de "Il processo" e "Davanti alla legge" nelle scene della prigionia e degli interrogatori) di un personaggio umile e fondamentalmente buono, che si ritrova schiacciato fra ingranaggi più grandi di lui. Ma tutto è troppo semplicistico, evidente e schematico, senza una reale indagine sociale, politica o psicologica. Ottimo l'interprete protagonista, comunque: è il fratello del regista Ryoo Seung-wan (e infatti recita spesso nei suoi film). Il titolo originale significa "La rete".

19 aprile 2018

Big fish (Tim Burton, 2003)

Big Fish - Le storie di una vita incredibile (Big Fish)
di Tim Burton – USA 2003
con Ewan McGregor, Albert Finney
**1/2

Rivisto in DVD.

Giunto al capezzale del padre Edward Bloom (McGregor da giovane nei flashback, Finney da anziano), in fin di vita per un tumore, il figlio Will (Billy Crudup) cerca di riavvicinarsi a lui e di comprendere che uomo sia stato: questo perché da sempre i racconti di Edward, novello Barone di Munchhausen, hanno mescolato la realtà con la fantasia, rendendolo protagonista di avventure assurde e sorprendenti, fra giganti gentili, streghe che prevedono il momento della morte, idilliache città nascoste fra i boschi dell'Alabama, circhi il cui direttore è un licantropo, pesci giganti e fatati... Da un romanzo di Daniel Wallace, una riflessione sul rapporto fra padre e figlio ma ancora di più sul potere di un'immaginazione sfrenata, in grado di rendere più ricca e viva anche un'esistenza come tante altre. Eppure, qualcosa infastidisce in questo elogio della fantasia a tutti i costi, del voler convincere che una bugia colorata sia meglio di una grigia verità. E così ci si trova quasi a identificarsi o a parteggiare per il figlio, smarrito di fronte all'ingombrante figura di un padre che di fatto non ha mai imparato a conoscere veramente (perché non ha mai avuto con lui un dialogo reale e costruttivo), più che per un genitore egoista e in fondo anche un po' ipocrita, visto che, nonostante i suoi racconti di evasione ed avventura, quella a cui aspirava era un'esistenza conformista come poche altre (una mogliettina, un lavoro, una casetta con la staccionata bianca): ma questa è un po' la retro-filosofia di tutto il cinema di Tim Burton, nonché uno dei motivi per cui ideologicamente non mi ha mai conquistato. Le storie fantastiche di Edward Bloom (avventuriero, curioso e giramondo come Ulisse: il cognome joyciano non è certo casuale) non vanno naturalmente prese sul serio: sono tutte metafore o allegorie dei vari momenti della vita: per esempio, la cittadina di Spectre (nella quale Edward giunge due volte: la prima "troppo presto" e la seconda "troppo tardi") gli dimostra come "l'uomo vede le cose in modo diverso in momenti diversi della propria vita". E il pesce gigante cui Edward dà la caccia (e nel quale si trasforma al momento della sua morte) è il simbolo della sua curiosità e della sua ambizione, come quei pesci che crescono di dimensione se posti in un acquario più grande. Pur trattandosi di una produzione minore rispetto ad altre pellicole di Burton (assai limitati, per esempio, gli effetti speciali), in ogni caso è da annoverare fra i suoi lavori più sentiti e meglio riusciti. Nel cast, Alison Lohman e Jessica Lange sono Sandra, la moglie di Edward, rispettivamente da giovane e da anziana; Marion Cotillard è la moglie francese di Will; piccoli ruoli inoltre per Helena Bonham Carter (Jenny e la strega), Steve Buscemi (il poeta rapinatore), Danny DeVito (l'impresario del circo), Matthew McGrory (Karl il gigante), Ada e Arlene Tai (le gemelle siamesi). Musica di Danny Elfman.

18 aprile 2018

Una vita esagerata (Danny Boyle, 1997)

Una vita esagerata (A Life Less Ordinary)
di Danny Boyle – USA/GB 1997
con Ewan McGregor, Cameron Diaz
**

Rivisto in divx.

In Paradiso (ritratto come una centrale di polizia) c'è preoccupazione per il forte calo di coppie felici sulla Terra: l'arcangelo Gabriele (Dan Hedaya) incarica perciò due agenti, gli angeli Jackson (Delroy Lindo) e O'Reilly (Holly Hunter), di fare di tutto perché due esseri umani si innamorino perdutamente. I prescelti sono Robert (Ewan McGregor), ingenuo ragazzo delle pulizie appena licenziato, e Celine (Cameron Diaz), ricca e viziata figlia di un miliardario (Ian Holm). In rotta con il padre, Celine "aiuta" Robert a farsi rapire per chiedere un riscatto. E durante la forzata convivenza, con qualche aiuto dei due angeli, finiranno effettivamente per innamorarsi... Titolo italiano "vascorossiano" per il terzo film di Boyle e il suo primo fallimento di critica, dopo i due successi iniziali: un pastiche fantastico-avventuroso che arricchisce di momenti surreali una crime story a sfondo romantico. Ma il troppo stroppia: e l'eccesso di ingredienti fa sì che si neutralizzino a vicenda, non favorendo né lo sviluppo della storia né quello dei personaggi. Ne risulta poco più di un confuso divertissement, da non prendere assolutamente sul serio, con i suoi buoni momenti (e una discreta atmosfera) ma senza particolare spessore. I titoli di coda sono in animazione a passo uno. La pellicola segna anche la terza collaborazione consecutiva di Boyle con l'attore Ewan McGregor: ma dopo di questa le strade dei due si divideranno (e torneranno a incrociarsi solo vent'anni dopo, per il sequel di "Trainspotting").

16 aprile 2018

L'asso di picche (Miloš Forman, 1964)

L'asso di picche (Cerny Petr)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1964
con Ladislav Jakim, Pavla Martinkova
**1/2

Visto su YouTube, per ricordare Miloš Forman.

Il lungometraggio d'esordio di Forman mette in scena, fra timidezza e sfacciataggine, le prime esperienze di vita adulta del sedicenne Petr (Jakim). Assunto come sorvegliante in un supermercato per controllare che i clienti non rubino, il ragazzo fatica a soddisfare le esigenti aspettative di un padre (Jan Vostrcil) che proietta tutte le sue speranze su di lui. E nel frattempo deve destreggiarsi nei rapporti sociali, corteggiando in maniera goffa e senza successo la coetanea Paula (Martinkova) e stringendo amicizia con un ragazzo forse ancora più imbranato di lui, il muratore Cenda (Vladimír Pucholt). Forman dirige con un approccio leggero, quasi da commedia, come suggerisce anche il commento musicale (che richiama l'incipit dello "Schiaccianoci" di Tchaikovsky, senza mai andare però oltre le prime note). Fra tante scenette semi-comiche o comunque "sbarazzine" (Petr che segue per strada un cliente del negozio che sospetta di furto, o che spia le ragazze che si spogliano nei camerini), ne risulta un ritratto generazionale di giovani dalle idee confuse, lasciati a sé stessi nella scoperta del mondo da adulti incapaci di fornire le necessarie indicazioni (i genitori o i datori di lavoro sono buoni solo a rimproverare o a fare retoriche ramanzine). Il gap fra le generazioni – tema che Forman continuerà ad esplorare nei film successivi – è mostrato sotto ogni punto di vista, dalla musica all'approccio con il sesso. Il titolo originale ("Petr il nero") è il nome di un gioco di carte, corrispondente al nostro "Uomo nero".

15 aprile 2018

Predestination (Michael e Peter Spierig, 2014)

Predestination (id.)
di Michael e Peter Spierig – Australia 2014
con Ethan Hawke, Sarah Snook
**1/2

Visto in divx.

In un pub di New York nel 1970, un barista (Ethan Hawke) ascolta la bizzarra storia di un cliente (Sarah Snook), scrittore di "confessioni intime" per riviste di terz'ordine, che gli racconta le numerose e contorte traversie della propria vita: nato donna e cresciuto in un orfanotrofio, ha cambiato sesso poco dopo aver dato alla luce una bambina che è stata misteriosamente rapita a pochi giorni dalla nascita: inoltre è stato abbandonato dall'uomo che l'aveva messa incinta, di cui ignora persino l'identità. A sorpresa il barista gli rivela di essere un agente temporale, e gli offre la possibilità di tornare indietro nel tempo per vendicarsi del misterioso seduttore... Da un racconto breve di Robert A. Heinlein ("Tutti voi zombie", noto in Italia anche come "Tutti i miei fantasmi"), una sofisticata pellicola sui paradossi temporali, di cui mette in scena praticamente tutti gli esempi più classici, e anche di più (l'uomo che è padre e madre di sé stesso). Rispetto al materiale di partenza, i due fratelli tedesco-australiani (anche sceneggiatori) aggiungono un'ulteriore sottotrama per accrescere la tensione (l'agente temporale è alla caccia di un terrorista che sembra prevedere ogni sua mossa), ma restano comunque fedeli allo spirito del racconto di Heinlein. Se alcune svolte sono prevedibili durante la visione (basta aver letto un po' di letteratura fantascientifica sul tema, provare a ragionare sui presupposti, oltre che conoscere certe regole cinematografiche: quando non si mostra mai il volto di un personaggio, è perchè è previsto un colpo di scena che lo riguarda), l'insolita costruzione della pellicola (la prima metà è tutta riservata al racconto in flashback di Jane/John) e la sua altissima densità lo elevano comunque sopra la media del genere, quel tipo di fantascienza che si basa più sui personaggi e sulle loro vicende che non sugli effetti speciali o le scene d'azione. Ecco perché, nonostante la complessa struttura a incastro (ma non è più complicato da seguire di "Memento" o de "I soliti sospetti") e la scelta di aggiungervi una piega da thriller, a emergere sono i temi esistenziali e filosofici (l'identità e la consapevolezza di sé, il destino e la libertà di scelta): questo perché è scritto con intelligenza e interpretato con coraggio e intensità (spicca la Snook, in un ruolo multiplo e non certo facile). Resta forse il dubbio che si tratti solo di un gioco intellettuale (il racconto originale è stato scritto in un solo giorno, quasi una sfida di Heinlein con sé stesso), ma i personaggi sono ben caratterizzati e la loro storia è talmente curiosa e interessante da appassionare per tutta la durata del film. Annotarsi la cronologia degli eventi o concedersi una seconda visione, in ogni caso, può aiutare. Peter Spierig firma anche la colonna sonora. Heinlein è citato a più riprese (c'è un dottore che si chiama così, si intravedono altri libri scritti da lui).

13 aprile 2018

Tonya (Craig Gillespie, 2017)

Tonya (I, Tonya)
di Craig Gillespie – USA 2017
con Margot Robbie, Sebastian Stan
***

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

La "storia vera" di Tonya Harding, bad girl del pattinaggio su ghiaccio americano, che nel 1994 assurse agli onori della cronaca per l'aggressione (organizzata dal suo ex marito Jeff Gillooly e dalla sua guardia del corpo) alla rivale Nancy Kerrigan, poco prima dei Giochi Olimpici di Lillehammer. Ma prima di parlare di quel fattaccio (e trasformandosi di fatto in una tragicommedia che ricorda i film dei fratelli Coen, ricchi di personaggi stupidamente idioti: solo che qui è tutto più o meno autentico, come dimostrano i frammenti di interviste – sui titoli di coda – ai veri protagonisti della vicenda), la pellicola è un potente ritratto di un personaggio fuori dal comune, rozza, energetica e dal temperamento burrascoso, cresciuta senza istruzione in una famiglia disagiata, ben lontana dall'immagine di elegante raffinatezza che ci si attenderebbe dalle pattinatrici. Per non parlare di tutto il contorno famigliare: il rapporto con la madre Lavona, sempre dura e severa con lei, è uno dei fili conduttori della vicenda, dalla quale Tonya esce più come vittima che come carnefice. Se non fosse una storia vera (la parola "verità" ricorre in continuazione nelle parole dei personaggi, intervistati davanti alle telecamere: molte volte, però, a sproposito o con fini ironici, anche perché ognuno in fondo ha la propria verità, in contraddizione con quella degli altri; e come in "Rashomon", spetta al pubblico decidere), ma una sceneggiatura hollywoodiana, sarebbe la classica storia di riscatto con un lieto fine e la rivincita del loser. Gli ingredienti, in fondo solo quelli: le umili origini, l'infanzia e l'adolescenza difficile, il forte desiderio di emergere, gli allenamenti, le vittorie (Tonya fu la prima americana a eseguire con successo un triplo axel in una competizione ufficiale, un salto così difficile che persino per la realizzazione del film non è stata trovata alcuna controfigura disposta a farlo e si è dovuto ricorrere ad effetti digitali) e la successiva discesa nel baratro. A lei vanno in ogni caso le simpatie del regista (e dello sceneggiatore Steven Rogers), che la mostrano attorniata da figure di contorno assai più deprecabili di lei, per un motivo o per l'altro. "Il pubblico vuole qualcuno da amare, ma anche qualcuno da odiare" è la chiosa, che descrive alla perfezione non soltanto l'ambiente dello sport da competizione o lo star system, ma l'intera società americana. Emblematico il fatto che l'attenzione mediatica sullo scandalo cominciò a scemare in contemporanea con l'inizio di un'altra vicenda, quella di O.J. Simpson. Strepitoso il cast, con nomination agli Oscar per Margot Robbie e Allison Janney (nel ruolo della madre, premiata come miglior attrice non protagonista). Lo stile registico, dinamico e postmoderno, ma anche la colonna sonora (ricca di hit degli anni settanta, ottanta e novanta, compresa una versione in inglese di "Gloria" di Umberto Tozzi) sono assolutamente calate nello spirito del periodo.

11 aprile 2018

Ready player one (S. Spielberg, 2018)

Ready Player One (id.)
di Steven Spielberg – USA 2018
con Tye Sheridan, Olivia Cooke
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

In un futuro sovrappopolato, inquinato e impoverito, la maggior parte della popolazione preferisce evadere dalla realtà e trascorrere il proprio tempo all'interno di un mondo virtuale, Oasis, dove – tramite visori e tute – si indossano i panni di avatar immaginari e si può competere in una serie di videogiochi per puro divertimento. L'ideatore di questo mondo, James Halliday (Mark Rylance), prima di morire ha lasciato nel software un "easter egg": tre chiavi nascoste che garantiranno, a chi le troverà, la proprietà dell'intero Oasis. Molti utenti si dedicano alla caccia delle chiavi (i Gunter, da "Egg Hunter"), e fra questi c'è il giovane Wade (Tye Sheridan) nei panni del suo avatar Parzival, aiutato da un gruppo di amici (Art3mis, Aech, Daito e Sho). Ma ci sono anche gli sgherri della IOI, una potente multinazionale che vorrebbe impadronirsi di Oasis per sfruttarla a fini commerciali. Da un romanzo di Ernest Cline, una pellicola young adult che affronta il tema della realtà virtuale, dei videogiochi multiplayer e della cultura nerd (ormai "sdoganata" da serie televisive come "The big bang theory"). Anche se i personaggi, la storia e gli sviluppi non escono dai confini e dalle ingenuità del genere (con tanto di morale posticcia), Spielberg si mostra decisamente a suo agio con l'argomento, sia perché da sempre cantore nostalgico del gioco, dell'infanzia e dell'adolescenza, sia perché già in "Jurassic Park" aveva raccontato di un enorme parco di divertimenti tecnologico (anche se non "virtuale"). Dove la pellicola fa il salto di qualità e riesce a toccare i giusti tasti, almeno per il corretto target demografico (che, guarda caso, corrisponde esattamente a me, ovvero coloro che sono stati adolescenti nei primi anni ottanta) è nell'immensa quantità di riferimenti, rimandi e citazioni più o meno esplicite all'immaginario pop e ludico della prima metà di quel decennio. L'elenco è troppo lungo per esaurirlo qui, fra centinaia di videogiochi, fumetti, film, telefilm, giochi di ruolo e canzoni menzionati esplicitamente o anche solo di sfuggita. Alcuni di questi hanno vasta importanza all'interno della storia (il film "Shining" di Stanley Kubrick, per esempio, le cui scene sono visitate dai protagonisti: nel romanzo di Cline si trattava in verità di "Blade Runner", ma i cineasti non hanno potuto acquisirne i diritti; oppure la consolle Atari 2600 e alcuni dei suoi giochi, in particolare il mitico "Adventure", con il quadratino che si aggira nel labirinto); altri hanno comunque un ruolo esteso (Mechagodzilla, King Kong, Gundam, "Ritorno al futuro", "Buckaroo Banzai", "Akira", "Il gigante di ferro"...); altri ancora sono citati per nome di sfuggita (la "santa granata" dei Monty Python, "Bill & Ted's excellent adventure", "Dark Crystal", Superman, Batman, "Star Trek", "Star Wars", Chucky...); e altri, infine, sono lasciati alla capacità del pubblico di riconoscerli (la "Guida galattica per autostoppisti", "La febbre del sabato sera", "Alien", la formula magica di "Excalibur", Dungeons & Dragons, "Street Fighter"...). Al punto che mi chiedo, francamente, quanto un adolescente di oggi possa apprezzare appieno la pellicola (mi ero chiesto lo stesso con un altro bel film sui videoogiochi vintage, ovvero il disneyano "Ralph Spaccatutto"). Gran parte del film è ambientato in un mondo virtuale, e dunque ricostruito al computer con un profluvio di effetti visivi e speciali, come se fosse una pellicola d'animazione: e come spettacolo puro è sicuramente efficace, anche se il rischio di uscire dalla sala frastornati e con il mal di testa non è certo basso (a me è capitato!). Quanto al mondo reale, nel cast si riconoscono Ben Mendelsohn (il "cattivo" Nolan Sorrento) e Simon Pegg (Ogden Morrow, il socio di Halliday).

9 aprile 2018

Pioggia di ricordi (Isao Takahata, 1991)

Pioggia di ricordi (Omohide poro poro)
di Isao Takahata – Giappone 1991
animazione tradizionale
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli, per ricordare Isao Takahata.

Mentre sta lasciando Tokyo per trascorrere una vacanza di dieci giorni in campagna, l'impiegata trentenne Taeko si ritrova sommersa dai ricordi di quanto aveva dieci anni ed era in quinta elementare. Il secondo lungometraggio realizzato da Isao Takahata per lo Studio Ghibli (di cui era il co-fondatore), dopo "Una tomba per le lucciole", ha atmosfere quiete e nostalgiche. Tratto da un manga di Hotaru Okamoto e Yūko Tone, alterna scene ambientate nel presente (il viaggio di Taeko alla riscoperta della natura e di uno stile di vita più equilibrato) e altre nel passato (con tutta una serie di episodi della propria infanzia: una gita alle terme con la nonna, la prima volta che ha mangiato l'ananas, le dinamiche a scuola e in famiglia, il primo amore, la scoperta del ciclo mestruale, le difficoltà in matematica, i litigi con le sorelle, i piccoli capricci, la recita scolastica). Lungo (due ore) e meditato, il film è decisamente unico nel suo genere come pellicola di animazione (le parti con Taeko adulta, soprattutto, sono estremamente realistiche e avrebbero potuto benissimo essere filmate in live action: anzi, spesso c'è il sospetto che si tratti di animazione rotoscope). Forse un po' troppo programmatico e costruito, ma anche sincero e coinvolgente nel restituire le sensazioni e le emozioni della protagonista, nel ritrarre la vita scolastica (nei flashback) e un angolo di Giappone rurale e agricolo (nella prefettura di Yamagata, dove la famiglia del marito della sorella di Taeko coltiva il cartamo, da cui si trae un colorante usato in cosmetica), la cui semplicità si pone in netta contrapposizione con la frenesia della vita in città. In ogni caso, la qualità artistica è assai alta. Nella colonna sonora ci sono brani folk di varia origine (ungheresi, rumeni, italiani). E sui titoli di coda, una versione in giapponese della bellissima canzone "The Rose". Nota: l'ho visto in lingua originale con sottotitoli perché non sopporto più i non-adattamenti di Gualtiero Cannarsi.

8 aprile 2018

Quanto basta (Francesco Falaschi, 2018)

Quanto basta
di Francesco Falaschi – Italia 2018
con Vinicio Marchioni, Luigi Fedele
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Arturo (Marchioni), cuoco stellato caduto in disgrazia anche per colpa del suo temperamento collerico, viene affidato ai servizi sociali presso una comunità che si occupa di ragazzi autistici. Qui stringe un particolare rapporto con Guido (Fedele), giovane appassionato di cucina, che si iscrive a un prestigioso concorso chiedendo ad Arturo di fargli da tutor. I due finiranno con l'aiutarsi a vicenda, superando i rispettivi difetti di comportamento... Il tema della disabilità mentale si intreccia a quello dell'esasperazione mediatica della cucina (l'egocentrico presidente della giuria del concorso, rivale di Arturo che mette il cacao anche nei piatti più tradizionali, è un'evidente parodia di Cracco) in una commedia leggera e tutto sommato gradevole. Peccato che, al di là delle buone intenzioni, si resta su un piano di estrema prevedibilità, con una regia scolastica (anche nella valorizzazione dei paesaggi toscani) e un'assoluta mancanza di sorprese. E se lo spunto del road movie ricorda "Rain Man" (o il più recente "La pazza gioia"), la sceneggiatura è troppo superficiale e formulaica per convincere appieno: non siamo certo di fronte a un nuovo "Si può fare". Buona la prova del giovane Fedele, a livello di fiction televisiva tutti gli altri (con l'eccezione di Alessandro Haber, nel piccolo ruolo dell'anziano maestro dei due chef rivali). Nel cast anche Valeria Solarino, Nicola Siri e Benedetta Porcaroli.

6 aprile 2018

La rabbia giovane (Terrence Malick, 1973)

La rabbia giovane (Badlands)
di Terrence Malick – USA 1973
con Martin Sheen, Sissy Spacek
***1/2

Visto in divx.

Il venticinquenne Kit (Sheen) e la quindicenne Holly (Spacek) si danno alla fuga dopo che lui ha ucciso il padre di lei (Warren Oates) che non approvava la loro relazione. In un crescendo, e con estrema noncuranza, Kit ucciderà altri uomini prima di consegnarsi volontariamente alla polizia. Terrence Malick esordisce dietro la macchina da presa con questo "piccolo" film a basso budget, ispirato a un fatto di cronaca di fine anni cinquanta, che fa scalpore per la sua qualità astratta e sospesa, in bilico tra il concreto e il trascendente. Lungi dall'essere brutale, la violenza è quasi irreale, come se ci si trovasse in un sogno e come riconosce la stessa Holly (la cui voce narrante è il filo conduttore della vicenda), che segue Kit "in uno stato di incoscienza", e che prova "un senso di apatia". E dunque, più che di rabbia (come recita a sproposito il titolo italiano), siamo di fronte a sentimenti anestetizzati (persino l'amore fra i due protagonisti non è veramente tale, ma solo un tentativo di evasione dalla noia o dalla realtà: e infatti non regge più di tanto alla prova degli eventi). Nel corso della loro fuga, sempre più isolati e alienati, Kit e Holly si allontanano man mano dalla comunità umana per fondersi con la natura: dapprima adattandosi a vivere sugli alberi, e poi attraversando in auto il deserto, verso una catena montuosa che non raggiungeranno mai. La poesia visiva degli ampi spazi del Sud Dakota fa così da sfondo ideale al viaggio di due personaggi in balia della loro stessa mancanza di direzione, che vivono la propria avventura come se si trattasse di una fiaba o di un libro per bambini. La stessa collocazione temporale è mantenuta ai minimi termini, per renderla universale. Nella colonna sonora si riconoscono brani di Carl Orff. Malick si concede un cameo nei panni dell'uomo che bussa alla porta della casa ricca dove Kit e Holly trovano momentaneamente rifugio.

5 aprile 2018

Executioners (Johnnie To, 1993)

The Heroic Trio 2: Executioners (Xian dai hao xia zhuan)
di Johnnie To, Ching Siu-Tung – Hong Kong 1993
con Anita Mui, Michelle Yeoh, Maggie Cheung
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

È il seguito di "The heroic trio", girato nello stesso anno e con le stesse attrici. Questa volta il coreografo Ching Siu-Tung è accreditato esplicitamente come co-regista (e in effetti gran parte del film, soprattutto nelle scene d'azione acrobatiche, mostra i segni del suo stile, mentre a Johnnie To si devono forse l'atmosfera retrò e la contorta trama a sfondo politico). Un'esplosione nucleare ha contaminato le riserve d'acqua del pianeta, costringendo il governo a razionarle. Il folle scienziato Kim (Anthony Wong), che afferma di aver inventato un sistema per purificare l'acqua, aspira a dominare il mondo e si allea con un colonnello dell'esercito (Paul Chun) per compiere un colpo di stato. A questo scopo sobilla le proteste e i disordini di piazza attraverso un "leader spirituale" (Takeshi Kaneshiro) che poi fa assassinare a tradimento. Quanto alle nostre tre eroine, Tung/Wonder Woman (Anita Mui) si è ritirata a vita privata per accudire sua figlia Cindy (o Charlie, nella versione doppiata in inglese), ma tornerà in azione per vendicare il marito Lau (Damian Lau), ucciso dai complotti di Kim; San/Ching (Michelle Yeoh) gira per il paese per portare assistenza medica alla popolazione, e si unirà alla resistenza contro la dittatura militare; e la cacciatrice di taglie Chat (Maggie Cheung), con l'aiuto del soldato Tak (Lau Ching-Wan), si addentrerà nel deserto alla ricerca di una fonte d'acqua incontaminata. Rispetto al prototipo, la pellicola è assai meno divertente, i toni sono molto più cupi ed oscuri, ma soprattutto la trama è inutilmente complessa, piena di personaggi (fra i quali sosia e doppiogiochisti) e difficile da seguire. Le tre eroine sono quasi sempre divise l'una dall'altra, e la loro presenza passa spesso in secondo piano rispetto ad altre figure (che pure escono rapidamente di scena). L'ambientazione post-apocalittica è alquanto confusa e contraddittoria, mentre a restare impresso è il cattivo interpretato da Anthony Wong, folle e sfigurato. E la parte migliore è il cruento scontro finale (con tanto di arti strappati!).