16 aprile 2014

Il mistero di Sleepy Hollow (Tim Burton, 1999)

Il mistero di Sleepy Hollow (Sleepy Hollow)
di Tim Burton – USA 1999
con Johnny Depp, Christina Ricci
**

Rivisto in TV.

Nel 1799 l'agente di polizia Ichabod Crane (Johnny Depp) è inviato da New York in un villaggio nell'entroterra, Sleepy Hollow, dove tre persone sono state recentemente uccise in circostanze misteriose, decapitate da quello che gli abitanti del paese descrivono come lo spettro di un "cavaliere senza testa". Convinto che occorra indagare con razionalità e con metodi scientifici, Crane si ritroverà però ad avere a che fare non solo con le superstizioni e il puritanesimo del New England del diciottesimo secolo, ma anche e soprattutto con la stregoneria e con creature resuscitate dall'inferno. Ispirandosi al celebre racconto "The legend of Sleepy Hollow" di Washington Irving (già portato al cinema diverse volte: c'è anche una versione a cartoni animati della Disney, "Le avventure di Ichabod e Mr. Toad", del 1949), Tim Burton ne prende solo lo spunto di partenza (in origine Crane era un superstizioso maestro di scuola, non un razionale detective) e ci costruisce sopra una sorta di giallo ammantato di toni gotici e horror. Paradossalmente, nello spingere il pedale sugli elementi fantastici, il regista elimina ogni ambiguità presente nel racconto di Irving (che – pur trattandosi di una ghost story – lasciava il lettore nel dubbio sulla reale presenza di elementi soprannaturali o meno) e rende dunque la vicenda meno spaventosa e più innocua, con una struttura convenzionale e noiosetta (c'è persino lo "spiegone" finale, dove si chiarisce ogni cosa) e l'immancabile lieto fine. Ciò nonostante, anche se la trama non è certo memorabile (a distanza di tempo dalla prima visione ne avevo praticamente dimenticato la risoluzione e mi erano rimaste in mente solo le scenografie), la pellicola risulta comunque piacevole grazie alle atmosfere dark tipiche del regista (da sempre quello visivo è l'aspetto migliore delle sue opere), al ritmo spigliato, ai tocchi di humour nero e all'ottimo cast (oltre a Depp ci sono Christina Ricci, Miranda Richardson, Christopher Walken e tutta una serie di caratteristi di valore: Michael Gambon, Christopher Lee, Jeffrey Jones, Richard Griffiths, Ian McDiarmid, Michael Gough, più brevi apparizioni per gli habitué burtoniani Martin Landau e Lisa Marie). La sceneggiatura, attribuita ad Andrew Kevin Walker, sarebbe in realtà opera in gran parte di Tom Stoppard, non accreditato. La musica è del solito Danny Elfman, la fotografia di Emmanuel Lubezki. Da ricordare l'attrezzatura "scientifica" (occhiali, pinze e vari strumenti) con cui Crane mette in atto le sue indagini.

14 aprile 2014

Noah (Darren Aronofksy, 2014)

Noah (id.)
di Darren Aronofsky – USA 2014
con Russell Crowe, Emma Watson
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Versione "spettacolare" e hollywoodiana del mito biblico dell'arca di Noè (anche se il titolo del film – per ragioni di marketing, suppongo – reca la grafia inglese, "Noah"), che Aronofsky trasforma in una saga fantasy alla "Signore degli Anelli" (la scena dell'assalto all'arca, protetta dai rocciosi Vigilanti, è quasi un plagio della battaglia di Isengard con gli Ent al termine de "Le due torri"). Pur prendendosi parecchie libertà, la storia è a grandi linee quella narrata nell'Antico Testamento: l'umanità è corrotta dal male e Noè, ultimo discendente di Set (il terzo figlio di Adamo ed Eva), riceve in sogno dal Creatore l'incarico di costruire un'arca per salvare gli animali innocenti dall'imminente diluvio che purificherà la Terra. Aiutato dai Vigilanti, angeli caduti e imprigionati in corpi di pietra, dovrà però difenderla dai malvagi discendenti di Caino, guidati dal guerrafondaio Tubal-cain. Assente del tutto la dimensione religiosa e sacrale, sostituita da una mitologia barbarica e sciamanica (Matusalemme è in tutto e per tutto un mago), la pellicola – ovviamente uscita anche in 3D – punta, almeno inizialmente, gran parte delle sue carte sull'azione: lunghe scene di combattimenti, profluvio di effetti digitali, caratterizzazioni psicologiche di grana grossa, background storico-sociale (volutamente?) confuso e fuori dal tempo. Più interessante la seconda parte, quella successiva al diluvio, quando Noè si convince che il Creatore non voglia risparmiare il genere umano, e che toccherà dunque a lui assicurarsi che la sua stessa famiglia non abbia un futuro. In effetti, è proprio il tema della famiglia a essere al centro dell'intera pellicola: è essa – al di là del bene e del male – l'unico valore, l'unico legame, l'unico punto di riferimento dei personaggi, persino l'unica origine dei loro dilemmi morali (Noè e la sua famiglia di vegetariani non sembrano particolarmente scossi dalla scomparsa dell'umanità, ma guai se sono in pericolo alcuni di loro!). Al fianco del mattatore Crowe, che dà vita a un personaggio con sfumature in ogni caso non banali (come può un uomo farsi interprete di Dio?), un cast eterogeneo: Jennifer Connelly torna a essere sua moglie dopo "A beautiful mind"; Ray Winstone è un cattivo solido, seppur stereotipato; Anthony Hopkins gigioneggia nei panni di Matusalemme; e fra i giovani, più che l'harrypotteriana Emma Watson (Ila) o il belloccio Douglas Booth (Sem), va ricordato Logan Lerman nel ruolo del tormentato Cam. Buono il comparto tecnico. Nel complesso però un film del genere, non distante da tante pellicole d'azione tratte da fumetti o videogiochi e pensate per il pubblico adolescente dei blockbuster, rappresenta un deciso passo indietro di Aronofsky (che in passato si era sempre dimostrato un regista anticonvenzionale, sia pure non particolarmente raffinato) dopo i due ottimi film precedenti, "The wrestler" e "Il cigno nero". Da notare la sequenza in cui Noè racconta ai figli la storia della creazione com'è narrata nella Genesi. Sulle sue parole scorrono immagini "scientifiche" sulla formazione della Terra e l'evoluzione degli esseri viventi: una furbata, da parte dei cineasti, per tenere il piede in due scarpe, considerato che negli Stati Uniti il dibattito sul creazionismo è, ahimè, ancora aperto? Basti pensare che c'è stato chi ha criticato questo film perché "romanzerebbe" eventi reali!

11 aprile 2014

Love & Pop (Hideaki Anno, 1998)

Love & Pop (id.)
di Hideaki Anno – Giappone 1998
con Asumi Miwa, Yukie Nakama
***

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il regista di "Evangelion" esordisce nel lungometraggio dal vivo con un adattamento del romanzo "Topaz II" di Ryu Murakami (da "Topaz I", ricordo, Murakami stesso trasse il famigerato "Tokyo decadence"). Il film tratta del fenomeno dell'enjo kōsai, ovvero gli "appuntamenti a pagamento" con cui le studentesse giapponesi accettano di uscire con uomini adulti in cambio di denaro o di regali (il sesso non sempre è previsto: a volte si tratta solo di fare compagnia, di cenare insieme o di andare al karaoke). Ambientata a Tokyo nel luglio del 1997, appena prima delle vacanze scolastiche estive, la pellicola segue per una giornata intera il personaggio di Hiromi, liceale sedicenne che decide improvvisamente di dedicarsi all'enjo kōsai per poter acquistare un anello adocchiato in un centro commerciale. Dapprima insieme alle tre amiche del cuore Nao (Hirono Kudo), Chie (Yukie Nakama) e Chisa (Kirari), e poi avventurandosi da sola, entra così in contatto con una serie di personaggi via via più bizzarri, e le cui richieste si fanno da stravaganti a sempre più "spinte". La crudezza degli eventi è accompagnata da uno sguardo empatico, a tratti delicato e onirico, da riflessioni esistenziali (tutto parte da un sogno e dai progetti sul futuro delle ragazze), che il regista "filtra" con un approccio vivivo particolare: girato interamente in digitale, spesso con microcamere che consentono inquadrature in soggettiva o da posizioni inusuali (sotto i tavoli, a bordo del modellino di un treno che corre sulle rotaie), il film fa un ampio uso di lenti e filtri (grandangolo, distorsioni...) e sfrutta il continuo cambio di formato (per la maggior parte del tempo lo schermo è in 4:3, ma non mancano sequenze widescreen oppure, al contrario, incredibilmente ristrette) per veicolare le emozioni confuse del personaggio, una ragazzina che ancora non sa cosa fare del proprio corpo e della propria sessualità, e che alla fine avrà imparato una lezione. Buono il cast: oltre alle quattro attrici, giovani e spontanee, si riconoscono, fra i "clienti" di Hiromi, Mitsuru Fukikoshi e Tadanobu Asano. Da rimarcare la colonna sonora, che utilizza in maniera insolita e con effetti stranianti tutta una serie di brani classici della musica romantica (il "Sogno d'amore" di Liszt, il notturno n. 2 di Chopin, il "Chiaro di luna" di Debussy... ma anche Satie, Mozart, Vivaldi), mentre sui bei titoli di coda è la protagonista stessa a intonare, come al karaoke, la cover di una canzone nostalgica nipponica degli anni '70 ("Ano subarashii ai wo mouichido").

09 aprile 2014

A prova di errore (Sidney Lumet, 1964)

A prova di errore (Fail-safe)
di Sidney Lumet – USA 1964
con Henry Fonda, Dan O'Herlihy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

In piena Guerra Fredda, il sistema automatizzato che gestisce la difesa degli Stati Uniti e le procedure per una rappresaglia in caso di attacco termonucleare da parte dei russi sembra davvero essere "a prova di errore". Eppure, qualcosa va storto: e uno stormo di sei bombardieri americani di stanza in Alaska, dotati ciascuno di due testate atomiche, riceve l'ordine irrevocabile di andare a bombardare Mosca. Dopo frenetiche consultazioni fra politici, scienziati e militari, il presidente degli Stati Uniti (Henry Fonda) telefona al suo omologo sovietico, offrendosi di aiutare i russi ad abbattere gli aerei americani. Ma quando uno dei bombardieri riuscirà ad eludere ogni difesa e raggiungere Mosca, al presidente non resterà che compiere un ultimo e terribile sacrificio pur di dimostrare la propria buona fede ed evitare lo scoppio della guerra. Thriller di fantapolitica tratto da un romanzo di Eugene Burdick ed Harvey Wheeler e uscito nello stesso anno de "Il dottor Stranamore" di Stanley Kubrick, ne propone praticamente la stessa storia (c'è persino un accenno a un ordigno "fine di mondo", in grado di contrattaccare anche dopo un'eventuale sconfitta) e ne affronta gli stessi temi, sia pure trattandoli in chiave drammatica e realistica anziché satirica e grottesca, al punto che ci furono cause incrociate: Peter George, autore del romanzo "Red Alert" da cui era stato tratto "Il dottor Stranamore", accusò Burdick e Wheeler di averlo plagiato, mentre Kubrick riuscì a convincere i produttori a ritardare l'uscita del film di Lumet, inizialmente prevista prima del suo (entrambe le pellicole erano curiosamente state messe in cantiere dalla Columbia Pictures). Eclissato, sia al momento della sua uscita che nel corso degli anni successivi, dalla fama del film di Kubrick, "A prova di errore" merita invece un convinto recupero, tanto come documento della tensione e della paranoia di quegli anni, di poco successivi alla crisi dei missili cubani (la descrizione dell'evolversi di una crisi nucleare lascia con il fiato sospeso), quanto per le sue qualità cinematografiche: merito del taglio teatrale della messinscena, della regia lucida di Lumet, delle scenografie asettiche, della recitazione intensa, e soprattutto della contrastata fotografia in bianco e nero di Gerald Hirschfeld, che si esalta nelle inquadrature claustrofobiche e nei primi piani ravvicinatissimi dei volti dei personaggi. Perdonabili alcune inaccuratezze dal punto di vista tecnico e militare, visto che il film venne girato con un budget assai limitato e senza alcuna assistenza da parte del dipartimento della difesa o dell'aviazione statunitense, che rifiutarono di collaborare per il timore di possibili ricadute negative.

La sceneggiatura di Walter Bernstein (sulla lista nera di McCarthy negli anni cinquanta per le sue simpatie di sinistra), che intende mostrare tutta la follia di una possibile guerra termonucleare, non mette a confronto le differenti ideologie fra russi e americani ma, anzi, le comuni paure, il desiderio di "fidarsi" e di fare di tutto pur di evitare una guerra. Eppure, e questo è il messaggio del film, la fiducia e il buon senso degli uomini potrebbero non bastare quando ci si affida troppo alle macchine e a un'organizzazione dove basta un piccolo errore (voluto o meno) per mettere in moto un meccanismo irrevocabile e fuori controllo. Quasi tutta l'azione si svolge in interni e in soli tre ambienti (il bunker sotterraneo della Casa Bianca, la sala conferenze del Pentagono e il quartier generale del comando strategico dell'aviazione militare), dai quali i personaggi si parlano attraverso telefoni e interfoni, e sui cui grandi schermi osservano (sembra un videogioco!) la posizione dei bombardieri e dei caccia su una mappa. I russi, al contrario, non si vedono mai sullo schermo, anche se si odono al telefono le voci del premier, di un ambasciatore e di alcuni generali. Fonda aveva recitato per Lumet già nel suo film d'esordio, "La parola ai giurati". Walter Matthau è lo scienziato (civile) guerrafondaio, Larry Hagman (il futuro J.R. di "Dallas") è il giovane interprete del presidente, mentre un quasi esordiente Dom DeLuise ha una piccola parte nei panni del sergente che viene costretto a rivelare ai russi le informazioni necessarie ad abbattere gli aerei americani. Completano il cast Dan O'Herlihy (il generale che apre e chiude la pellicola con il suo sogno "metaforico" sul matador), Frank Overton, Ed Binns e un eccellente Fritz Weaver alla sua prima apparizione sullo schermo nei panni di Cascio, il colonnello che a un certo punto rifiuta di obbedire agli ordini. Autoironica, e non certo rassicurante, la dicitura nei titoli di coda, con cui il ministero della difesa e l'aviazione degli Stati Uniti assicurano che un "rigido sistema di sicurezza e di controlli impedirebbe il verificarsi di eventi come quelli descritti nel film". Nella realtà, comunque, un ordine di attacco non sarebbe mai stato eseguito se non confermato a voce. Nel 2000 Stephen Frears ne ha fatto un remake per la televisione, trasmesso in diretta e sempre in bianco e nero, con George Clooney, Richard Dreyfuss e Harvey Keitel.

08 aprile 2014

Nymphomaniac - Vol. 1 (Lars von Trier, 2013)

Nymphomaniac (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/UK/D/B 2013
con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård
[voto in sospeso]

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Avevo scritto una lunga recensione di "Nymphomaniac - Vol. 1" ma, dopo alcuni ripensamenti, ho deciso di non pubblicarla. Non ha senso, infatti, dare un giudizio su quella che è solo la prima metà di un film, peraltro distribuito nelle sale in versione "ridotta e censurata". Terrò da parte le mie riflessioni e le posterò, eventualmente modificate o integrate, solo quando avrò la possibilità di vedere il film nella sua versione completa (oltre cinque ore, anziché le quattro ore divise in due parti che sono state proposte nei cinema italiani).

05 aprile 2014

Cave of forgotten dreams (Werner Herzog, 2010)

Cave of Forgotten Dreams (id.)
di Werner Herzog – Francia/Canada/USA/UK/Germania 2010
documentario
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Affascinante documentario sulla grotta di Chauvet (scoperta da alcuni speleologi dilettanti nel 1994, in Francia, nella regione del Rhône-Alpes) e sui meravigliosi dipinti rupestri che contiene. Non soltanto essi rivestono un inestimabile valore storico e archeologico (alcuni dei disegni – datati fino a 32.000 anni fa – sono i più antichi che si conoscano fra quelli prodotti dall'uomo), ma sono anche vere e proprie opere d'arte: scene di animali (cavalli, leoni, rinoceronti e altri ancora) ritratti con precisione, sensibilità artistica e religiosa. A tratti sembra di ammirare schizzi a carboncino o ad acquarello di artisti contemporanei, o addirittura scene d'insieme nello stile di Picasso. L'accesso alla grotta è vietato al pubblico, per preservare i preziosi ritrovamenti (non solo i dipinti, ma anche resti fossili, impronte, ossa e scheletri, per non parlare delle magnifiche formazioni calcaree) ma anche perché i pericolosi gas tossici che essa contiene (radon e biossido di carbonio) non permettono una permanenza prolungata al proprio interno. Herzog ha ottenuto il raro permesso di girare all'interno della caverna dal ministero della cultura francese, sotto strette condizioni: poche ore di lavoro al giorno per una sola settimana, una troupe ridotta ai minimi termini (lo stesso regista era responsabile dell'illuminazione), il divieto di toccare o di avvicinarsi troppo alle pareti, l'utilizzo di speciali macchine da ripresa costruite appositamente. Il fascino delle immagini (che spesso "parlano da sole", nonostante l'immancabile voce off del nostro regista) si sposa con la percezione di essere testimoni di un momento fondamentale dello sviluppo del genere umano, quando l'Homo sapiens coabitava ancora con il cugino Neanderthal ma si differenziava da lui proprio per le rappresentazioni simboliche, l'arte, le cerimonie religiose e animiste. "È quasi una forma primitiva di cinema", commenta a un certo punto Herzog, riflettendo su come i disegni, già di per sé estremamente fluidi, dinamici ed espressivamente potenti, dovevano apparire illuminati dalle torce degli uomini preistorici che si muovevano nella caverna buia. Alla fine, il documentario è una sorta di viaggio nel tempo: consente di guardare noi stessi nel passato e le tracce che abbiamo lasciato. Oltre alla grotta, il film mostra alcuni scienziati al lavoro e indaga sull'ambiente circostante (siamo a pochi chilometri dal celebre Pont d'Arc, spettacolare formazione naturale sul fiume Ardèche) e su altri ritrovamenti archeologici legati al Paleolitico superiore. Inizialmente scettico sul valore artistico del 3D (che considerava solo un "trucco per il cinema commerciale"), Herzog è stato convinto a girare in tre dimensioni dal direttore della fotografia Peter Zeitlinger: dopo aver visitato la caverna si è reso conto infatti che solo il 3D avrebbe permesso di rendere sullo schermo lo stesso effetto voluto dagli autori dei dipinti, che avevano incorporato le rientranze e le rotondità delle pareti nei loro disegni. Tuttavia il regista ha dichiarato di non aver intenzione di usare nuovamente il 3D in futuro.

04 aprile 2014

The big shave (Martin Scorsese, 1967)

La grande rasatura (The big shave)
di Martin Scorsese – USA 1967
con Peter Bernuth
***

Visto su YouTube.

Un uomo, nel suo bagno, si appresta a radersi davanti allo specchio. Ma taglio dopo taglio, asporta via non solo barba e peli ma anche interi lembi di pelle, mutilandosi sanguinosamente. Il terzo e il più celebre dei cortometraggi girati da Scorsese quando era studente di cinema alla New York University è una surreale e grottesca metafora del coinvolgimento militare americano in Vietnam (il titolo di lavorazione, che figura anche al termine del film, era infatti "Viet '67"). A questo proposito il regista ha dichiarato che il protagonista è "un simbolo dell'americano medio di quei tempi. Avevo anche pensato di chiudere con immagini d'archivio del Vietnam, ma erano inutili". Nella sua brevità (poco più di 5 minuti) il film – completamente muto, ma accompagnato da una canzone del 1939, "I Can't Get Started" di Bunny Berigan – è caratterizzato da un montaggio vario e vivace, che culmina in sequenze da grand guignol particolarmente scioccanti (da notare che si tratta della prima opera a colori di Scorsese). Nello stesso anno, il 1967, il regista italo-americano avrebbe debuttato nel lungometraggio con "Chi sta bussando alla mia porta?".

It's not just you, Murray! (M. Scorsese, 1964)

Non sei proprio tu, Murray (It's Not Just You, Murray!)
di Martin Scorsese – USA 1964
con Ira Rubin, Sam De Fazio
**1/2

Visto su YouTube, in originale.

Giunto in tarda età, il gangster Murray racconta in video la sua vita: dagli inizi poveri e umili negli anni trenta, al lucroso mestiere di distillatore clandestino di gin, alla prigione, al successo come scrittore di musical a Broadway, a varie attività più o meno lecite, al matrimonio e alla famiglia, sempre con il fidato amico Joe al suo fianco (fidato... ma non troppo, visto che a sua insaputa lo tradisce in continuazione, tanto in "affari" quanto in amore). Non scevro di un'ironia sopra le righe (a tratti alla Woody Allen) che ne costituisce la chiave principale, il corto (15 minuti) accatasta temi che diverranno tipicamente scorsesiani – il crimine, l'amicizia, la famiglia, il successo, il tradimento – nell'ambiente urbano italo-americano (impagabile la mamma italiana che gli offre in continuazione gli spaghetti, interpretata da Catherine Scorsese, la vera madre di Martin) e si conclude con un surreale e metacinematografico girotondo felliniano. Dei tre brevi film girati da studente di cinema, questo (scritto insieme al compagno di corso Mardik Martin, con cui collaborerà anche in "Mean streets", "New York, New York" e "Toro scatenato") è quello che più sembra anticipare i contenuti dei grandi lungometraggi successivi.

What's a nice girl like you doing in a place like this? (M. Scorsese, 1963)

What's a nice girl like you doing in a place like this?
di Martin Scorsese – USA 1963
con Zeph Michaelis, Mimi Stark
**

Visto su YouTube, in originale.

Harry, giovane scrittore newyorkese, non riesce a concentrarsi sul proprio lavoro (né su nient'altro) perché ossessionato da un quadro, appeso nel proprio appartamento, che raffigura un uomo in barca. Lo "salverà" una ragazza conosciuta durante una festa, che diverrà sua moglie. Vera e propria commedia dell'assurdo, questo cortometraggio (di 9 minuti) girato quando era studente alla scuola di cinema della New York University, rappresenta il debutto di Martin Scorsese ed è fortemente debitore (fra le altre cose) ai lavori di Godard, Truffaut e della Nouvelle Vague francese (il regista stesso lo avrebbe definito "una variazione sull'ultima sequenza di Jules e Jim"). Completamente in bianco e nero, è caratterizzato dalla voce fuori campo, da tocchi di ironia alla Mel Brooks (vedi "l'amico" di Harry, che quando è chiamato in causa dal narratore ripete le sue stesse parole) ma soprattutto da un montaggio che mescola rapidamente immagini fisse, primissimi piani e persino brevi animazioni o rudimentali effetti speciali. Lo stesso Scorsese, non accreditato, interpreta l'uomo nel quadro. Contenutisticamente, è già Scorsese al 100%, con il suo ritratto di un uomo in preda alle proprie ossessioni all'interno di un ambiente che funge da cornice. Prima del lungometraggio d'esordio (nel 1967), seguiranno altri due corti.

31 marzo 2014

Il dottor Jekyll (Rouben Mamoulian, 1931)

Il dottor Jekyll (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di Rouben Mamoulian – USA 1931
con Fredric March, Miriam Hopkins
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Brillante scienziato e medico filantropo, propugnatore di idee audaci sulla possibilità di "separare" le due nature dell'uomo (quella virtuosa e razionale da quella istintiva e animalesca), il dottor Jekyll è impaziente di convolare a nozze con la fidanzata Muriel. Ma il padre di lei, il rigido generale Carew (Halliwell Hobbes), intende farlo aspettare ancora a lungo. E allora, per dare libero sfogo ai propri impulsi, Jekyll si trasforma nello scimmiesco Mr. Hyde. La prima versione sonora del classico racconto di Robert Louis Stevenson (i precedenti adattamenti cinematografici erano tutti muti) è probabilmente la migliore di sempre: merito dell'intensità interpretativa di Fredric March nel duplice ruolo dello scienziato e del suo alter ego (che gli valse l'Oscar come miglior attore); della scoppiettante sceneggiatura che a tratti, soprattutto nella prima parte, non ha nulla da invidiare alle commedie sofisticate dell'epoca; della maestria registica di Mamoulian, che si concede tocchi di gran classe (come i primi cinque minuti, interamente in soggettiva), eleganti movimenti di camera e astuzie di montaggio (con un utilizzo moderato, ma comunque sempre a scopi narrativi, di sovrimpressioni e split screen), per non parlare degli effetti visivi (eccezionali le scene delle trasformazioni, che avvengono in tempo reale davanti ai nostri occhi); ma soprattutto dell'ardito taglio psicologico che vira l'intera vicenda in chiave sessuale, trasformando la dicotomia fra Jekyll e Hyde da una banale lotta fra bene e male nel contrasto fra il desiderio di resistere ai propri impulsi primari e la necessità di soddisfarli. Realizzato prima dell'entrata in vigore del codice Hays (che già pochi anni dopo avrebbe impedito una lettura tanto esplicita), il film esprime questo dualismo attraverso il rapporto di Jekyll con i due personaggi femminili: Muriel, la fidanzata casta e fedele (Rose Hobart), che per volere suo o del padre non può concedersi al fidanzato prima delle nozze, e la provocante prostituta Ivy (Miriam Hopkins, dalla dirompente sensualità, in particolare nella scena dello spogliarello con la gamba nuda che ciondola fuori dal letto), "contraltare peccaminoso" della prima (e in questo modo si introduce il tema del doppio pure nel campo femminile!) ma anche principale vittima del selvaggio Hyde. Costretto a ignorare o a reprimere i propri istinti da una società ipocrita e vittoriana (impersonata dal padre di Muriel), Jekyll è quasi costretto dalle circostanze a lasciar sfogare l'Hyde dentro di sé (che, al suo primo apparire, esclama infatti "Libero, finalmente!"): metaforicamente esemplare, al riguardo, l'immagine della pentola sul fuoco, con la pressione che a un certo punto fa saltare il coperchio. E a questo approccio si deve anche la rappresentazione "scimmiesca" di Hyde, le cui fattezze manifestano il lato animalesco dell'uomo, quello maggiormente "legato alla terra". Non a caso la prima trasformazione spontanea di Jekyll, ovvero senza l'utilizzo della pozione, avviene in un contesto naturale, nel parco cittadino, dopo aver assistito all'agguato di gatto ai danni di un uccellino. La sensazione di libertà di cui Hyde è propugnatore viene amplificata dalla scena in cui questi si bagna sotto la pioggia, bevendola avidamente ("Cosa succede a un uomo assetato se gli tolgono l'acqua?", si era chiesto Jekyll poco prima). Strepitoso successo di pubblico all'epoca, la pellicola è anche passata alla storia per essere stato il primo film vietato in Germania dopo l'avvento di Hitler.

30 marzo 2014

Pinkus l'emporio della scarpa (E. Lubitsch, 1916)

Pinkus l'emporio della scarpa (Schuhpalast Pinkus)
di Ernst Lubitsch – Germania 1916
con Ernst Lubitsch, Else Kentner
**

Visto su YouTube.

Espulso da scuola per aver copiato durante un esame, il discolo Sally Pinkus trova lavoro come commesso in un negozio di scarpe, ma anche lì resiste ben poco. Su suggerimento di una cliente, però, decide di mettersi in proprio e di aprire un emporio personale: e grazie a trovate pubblicitarie particolarmente aggressive e ingegnose (come l'idea di organizzare una sfilata di modelle nel negozio per presentare scarpe e stivaletti), raggiungerà il successo. Uno dei primi lungometraggi (forse addirittura il primo, dopo diversi corti?) di Lubitsch, che qui è ancora anche l'inteprete principale delle sue pellicole, introduce un personaggio comico che il regista riprenderà anche in seguito, ribattezzandolo Sally Meyer (a partire dal film "Meyer il berlinese") e trasformandolo nella caricatura un po' stereotipata dell'ebreo pigro, imbroglione e donnaiolo. Se nella prima parte (quella ambientata a scuola e dai toni slapstick) il personaggio è una sorta di Pierino ante litteram che fa scherzi ai professori, fa dannare i genitori e corre dietro alle ragazze, nella seconda (decisamente più interessante) la pellicola vira sulla satira sociale e su quella del mondo del lavoro. Stilisticamente, anche se siamo ancora lontani dalle vette successive, sono da apprezzare la cura e la varietà delle inquadrature, dinamiche e cinematografiche. Alla sceneggiatura c'è Hanns Kräly (anche nel ruolo dell'insegnante), che con Lubitsch collaborerà per ben 30 film fino al 1929. Alcuni spunti, come le dinamiche nel negozio di scarpe, sembrano prefigurare, sia pure molto alla lontana, "The shop around the corner" (ossia "Scrivimi fermo posta"). Nel cast si riconosce Ossi Oswalda nei panni della commessa del primo negozio in cui Pinkus lavora.

22 marzo 2014

Otto anni

Come passa il tempo... Oggi "Tomobiki Märchenland" compie otto anni (è stato inaugurato infatti il 22 marzo 2006) e li festeggia con le consuete statistiche. Negli ultimi dodici mesi ho scritto di 196 film, un dato in risalita dopo i 162 dell'anno precedente (e i 179 dei dodici mesi ancora prima), anche se lontano dai primi anni, quando superare abbondantemente i 200 titoli era la norma. Di questi, 153 sono il frutto di prime visioni, mentre le pellicole riviste sono state 43. I film che ho visto al cinema sono stati 63 (di cui 33 all'interno delle rassegne di Cannes e Venezia), quelli a casa 133. Il regista più rappresentato (con 6 film) è stato Alfred Hitchcock, di cui sto "affrontando" la filmografia completa in ordine cronologico (anche se procedo lentamente, visto che mi trovo ancora "impantanato" nel periodo inglese), seguito da François Ozon con 3. Nel prossimo anno, fra le altre cose, mi riprometto di riprendere e magari di completare le filmografie di Kurosawa, Ozu e Mizoguchi (soprattutto dei primi due, visto che il più è fatto). Nel frattempo, per celebrare, mi prendo una settimana di pausa. Ci ritroviamo a fine mese! ^^

20 marzo 2014

Lei (Spike Jonze, 2013)

Lei (Her)
di Spike Jonze – USA 2013
con Joaquin Phoenix, Amy Adams
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un futuro prossimo vengono sviluppati nuovi sistemi operativi per computer (OS) talmente sofisticati da adattarsi all'utente, provare emozioni ed evolversi, utilizzando l'intuito e imparando dalle esperienze. E il solitario, introverso ma sensibile Theodore, scrittore reduce da un matrimonio fallito e che fa fatica a intraprendere una nuova relazione, finisce con l'innamorarsi di "Samantha", il suo OS personale. Dal regista di "Essere John Malkovich" (qui anche sceneggiatore), un'insolita storia d'amore fra un uomo e un'intelligenza artificiale. L'idea non è nuova (già nel 1984 c'era stato "Electric Dreams", triangolo amoroso fra un ragazzo, una ragazza e un computer... ma se vogliamo si può risalire fino al mito di Pigmalione: in fondo è Theodore stesso che "forgia" Samantha, a cominciare dalla scelta di darle una voce e una personalità femminile), ma Jonze riesce a trattarla con la giusta delicatezza e introspezione. Da un lato si concentra solo sul rapporto fra i due protagonisti, sviluppando il bizzarro punto di partenza senza perdersi in inutili rivoli (e senza ricorrere al cinismo o alla satira, come sarebbe stato anche comprensibile visto l'argomento, bensì mantenendosi su toni inaspettatamente dolci e teneri), e dall'altra fa riflettere sulle possibili (e credibili) evoluzioni dei rapporti sociali nell'era dell'informatica pervasiva, dei social network e dell'ossessione per la tecnologia (cosa c'è in fondo di così diverso dalle varie chat room, dai siti di incontri o dalle relazioni a distanza tramite Skype? La tecnologia può aiutare a combattere la solitudine?). Non mancano i paradossi che sorgono dalla dicotomia fra reale e virtuale (che si rispecchia anche nel lavoro di Theodore, il quale di professione scrive intime ed appassionate lettere per conto terzi, piene di quei sentimenti e di quella sensibilità che invece fatica ad esprimere nella vita reale). Quello fra Theodore e Samantha è un rapporto fra due menti e un corpo solo, con tutti i limiti che questo comporta. A tratti si cerca di porvi rimedio, come nella sequenza in cui viene coinvolta un'altra ragazza, che però non risolve il problema: si passa a tre menti e due corpi, c'è sempre qualcosa di troppo! (Strano, però, che non si sia pensato a mettere in commercio bambole gonfiabili, robot o animatroni in cui "inserire" l'OS).

Nonostante il loro amore e l'apparente comunanza di spiriti, gli ostacoli alla relazione fra Theodore e Samantha sono tanti: il sospetto che la personalità e le emozioni dell'OS non siano spontanee ma soltanto il frutto della sua programmazione; o che i sentimenti di Theodore per lei siano una "scorciatoia" di comodo (l'ex moglie gli rinfaccia di non saper gestire una relazione con una persona vera); per non parlare delle complicazioni che sorgono quando Theodore si rende conto che le capacità dell'OS di lavorare in multitasking gli permettono di "interfacciarsi" nello stesso istante con numerosi altri utenti (il mondo è troppo limitato per una creatura capace di amore infinito!). Eppure il furbo Jonze lascia che la narrazione fluisca in maniera quieta e naturale ("mimando" i vari step di una vera relazione romantica, comprese le piccole crisi, i dubbi e le incomprensioni), senza appesantire la storia con riflessioni filosofiche che, pur presenti, rimangono sottotraccia: e questo aiuta il film a risultare meno cervellotico e più accessibile rispetto ai lavori passati del regista, il che forse ha contribuito in parte a fargli vincere il premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale. A livello tecnico, buona la cura con cui si è descritto il mondo prossimo futuro, a partire dagli abiti, dagli arredamenti e dalle architetture, per finire con le interfacce grafiche dei computer (e vogliamo parlare dei videogiochi?). Nella versione originale la voce di Samantha è di Scarlett Johansson, che per questo ruolo ha vinto il premio come miglior attrice al Festival di Roma pur non apparendo mai di persona: un caso simile, ma speculare, a quello del film "Locke", dove invece un solo attore ci "mette la faccia" e tutti gli altri personaggi recitano solo con la voce. In italiano Samantha è doppiata da Micaela Ramazzotti. Bravo e intenso come sempre il qui baffuto Joaquin Phoenix, mentre nel resto del cast figurano Amy Adams, Rooney Mara e Olivia Wilde. Il regista stesso dà invece la voce al buffo e dispettoso personaggio del videogioco.

19 marzo 2014

Half a loaf of kung fu (Chen Chi-Hwa, 1980)

Half a loaf of kung ku (Dian zhi gong fu gan chian chan)
di Chen Chi-Hwa – Hong Kong 1980
con Jackie Chan, Dean Shek
*1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Yang Tao (Jackie), giovane inetto che aspira a diventare un campione di arti marziali, viene addestrato da un misterioso mendicante e si lascia coinvolgere nella lotta fra numerosi clan di banditi che vorrebbero impadronirsi di un prezioso tesoro in viaggio verso la capitale. Alla terza collaborazione con il regista Chen Chi-Hwa, Jackie (il cui nome, nei titoli di testa, è ancora scritto con la grafia Jacky Chan) ottiene il totale controllo creativo e lascia che la propria improvvisazione prenda il sopravvento sulla rigidità dei gongfupian classici, seminando a piene mani situazioni demenziali, combattimenti clowneschi e rivisitazioni parodistiche dei luoghi comuni del genere (sin dall'incipit in cui sogna di essere nei panni di celebri eroi dei film di arti marziali – come Zatoichi, lo spadaccino cieco – rimediando però sonore batoste). Il risultato è un film di kung fu dichiaratamente comico ("più vicino a Charlie Chaplin che a Bruce Lee", è stato detto), ingenuo, raffazzonato e incoerente, ma forse non meno importante di "Drunken Master" o di "Fearless Hyena" nel definire l'approccio "leggero" e innovativo di Jackie al genere delle arti marziali. Pare che fosse talmente inviso al produttore Lo Wei che questi scelse di non distribuire la pellicola – girata nel 1977 – se non tre anni più tardi, quando ormai la fama di Jackie era "esplosa" con i lavori successivi. Nella prima parte abbondano le gag, amplificate (ancor più che nei precedenti film girati con Chen) dal ricorso a effetti sonori comici e persino da spezzoni di celebri soundtrack occidentali (compreso il tema di "Braccio di ferro" e quello di "Jesus Christ Superstar"!). Nella seconda, man mano che l'addestramento del protagonista gli permette di tenere testa ai rivali, la trama prende invece il sopravvento, anche se l'elemento buffonesco non viene mai abbandonato del tutto, grazie anche a comprimari come Dean Shek, lo studente scoreggione che insegna al nostro eroe le tecniche più insolite ed inutili. Tipici delle produzioni di Lo Wei sono il numero impressionante di personaggi, più o meno bizzarri, che vanno e vengono e di cui si fatica a tenere il conto, nonché la sceneggiatura contorta e confusa. Lo scontro finale si svolge su un campo di battaglia disseminato di foglietti grazie ai quali Jackie legge e impara nuove mosse sul momento. Nel cast, fra i cattivi, si riconoscono James Tien e Kang Chin (Kam Kong); fra le donzelle, Doris Lung e Gam Ching Lan.

18 marzo 2014

Once a thief (John Woo, 1991)

Once a thief (Zong heng si hai)
di John Woo – Hong Kong 1991
con Chow Yun-Fat, Leslie Cheung
**

Rivisto in DVD.

I tre orfani Joe (Chow Yun-Fat), Jim (Leslie Cheung) e Cherie (Cherie Chung) sono stati allevati da un trafficante d'arte che ne ha fatto dei ladri provetti. Dopo un audace colpo in Francia, dove sottraggono un prezioso dipinto, i tre decidono di tornare ad Hong Kong e di smetterla con i furti: ma non sarà semplice. Uno degli ultimi film di John Woo prima del trasferimento a Hollywood, ha i toni della commedia leggera e rinuncia al (melo)dramma in favore di spigliatezza e comicità (soprattutto quando è di scena il personaggio di CYF, protagonista di siparietti mo lei tau degni di Stephen Chow: vedi anche il controfinale slapstick sui titoli di coda). I classici temi delle pellicole precedenti di Woo (segnatamente di "A better tomorrow", da cui provengono anche la maggior parte degli attori maschili) sono ancora presenti, ma virati in burletta o sviluppati all'acqua di rose: l'amicizia (che non viene mai messa in crisi, nonostante il triangolo sentimentale che coinvolge i tre protagonisti), l'handicap (ma qui, a differenza di ABT, le ferite alle gambe di Chow Yun-Fat sono fasulle), la difficoltà di uscire dal giro della criminalità e di condurre una vita onesta (da cui il titolo). Scene d'azione e sparatorie non mancano, ma lo stesso regista sceglie di non dar loro quel "peso" e quella spettacolarità che ne avevano fatto il suo marchio di fabbrica, concentrandosi semmai di più sugli inseguimenti e sulle sequenze dei furti, in stile "Mission Impossible" o addirittura alla "Occhi di gatto" (con un tocco di commedia sofisticata, almeno per quanto "sofisticata" possa essere una pellicola honkonghese di inizio anni 90). Nel complesso, un film di puro intrattenimento e poco più. Interessante la dicotomia fra bene e male che si esplica nella presenza di due padri: quello cattivo (il trafficante di quadri che ha cresciuto i ragazzi con rigore e interesse) e quello buono (il poliziotto che ha vegliato su di loro e cerca tuttora, un po' ingenuamente, di mantenerli sulla retta via), interpretati rispettivamente da Kenneth Tsang e da Chu Kong. Il buon successo di pubblico ha portato alla nascita di una serie televisiva, girata in Canada e con attori occidentali (il cui episodio pilota è stato poi distribuito sotto forma di tv movie: "Soluzione estrema").

16 marzo 2014

Before midnight (Richard Linklater, 2013)

Before Midnight (id.)
di Richard Linklater – USA 2013
con Ethan Hawke, Julie Delpy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Nel 1995 ("Prima dell'alba") si erano incontrati a bordo di un treno e avevano trascorso la notte passeggiando per Vienna. Nove anni dopo ("Before sunset - Prima del tramonto") si erano ritrovati a Parigi, e lui aveva scelto di non prendere l'aereo di ritorno negli Stati Uniti per rimanere con lei. Ora, dopo altri nove anni, scopriamo che da allora Jesse e Céline vivono insieme, hanno avuto due figlie gemelle, e stanno trascorrendo l'estate in vacanza presso alcuni amici nel Peloponneso. Il terzo episodio di una delle saghe più originali del cinema ci mostra l'evoluzione del rapporto fra due personaggi che ormai conosciamo come se fossero nostri amici, e l'insorgere di una crisi che potrebbe comprometterne la felicità, anche se il finale suggerisce una riconciliazione (pur non rivelandone – proprio come i due film precedenti – gli sviluppi futuri). Anche stavolta quasi tutta la pellicola consiste in chiacchierate e discussioni (sull'arte, sull'amore eterno, sulla famiglia) che si dipanano magistralmente in piani sequenza o lunghe scene mentre Jesse e Céline camminano, guidano, siedono a tavola con gli amici o in una stanza d'albergo. Ma il punto di forza, nuovamente, è la naturalezza e la spontaneità con cui vengono descritti i personaggi e la loro relazione, senza forzature melodrammatiche o caratterizzazioni artificiali (la sceneggiatura è opera a sei mani del regista e dei due interpreti). La scelta di ambientare l'episodio in Grecia (un altro scenario europeo, dopo Vienna e Parigi) non risponde soltanto a fini estetici, turistici o culturali: è emblematico infatti che proprio in un paese che sta vivendo una profonda crisi economica (di cui peraltro poco o nulla si vede sullo schermo) si dipani una piccola crisi di coppia. La vera differenza con i capitoli precedenti, in effetti, è proprio questa: ormai Jesse e Céline sono una coppia stabile e, pur amandosi ancora, devono far fronte agli ostacoli e alle difficoltà che una convivenza pluriennale può provocare: le abitudini, la routine, gli impegni domestici, le esigenze personali... Sembra non esserci più spazio per l'idealismo romantico o la seduzione (anche se quando si è in vacanza tutto è possibile!), soprattutto se durante una lite ciascuno ha le proprie ragioni da difendere. Girato in soli 15 giorni, il film è umano, realistico, profondo e assolutamente all'altezza dei due predecessori. E fa desiderare di possedere davvero una macchina del tempo (come afferma, scherzosamente, Jesse) per andare avanti di altri nove anni e osservare le successive evoluzioni dei nostri due amici.

14 marzo 2014

Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012)

Zero Dark Thirty (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 2012
con Jessica Chastain, Jason Clarke
*1/2

Visto in TV.

Dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 (di cui non vengono mostrate immagini: si odono solo suoni e registrazioni audio su uno schermo nero), un'unità speciale della CIA dà la caccia al principale responsabile, Osama Bin Laden, il capo di Al Qaeda. Seguendo per anni una pista assai esile, un'agente particolarmente ostinata riuscirà a individuare il suo rifugio segreto in Pakistan, permettendo così ai marines di irrompere nell'edificio e di ucciderlo. Dopo l'imprevisto successo di "The Hurt Locker", la Bigelow decide di battere il ferro finché è caldo e sforna una versione romanzata della caccia all'uomo più ricercato del mondo, che la sceneggiatura (di Mark Boal) racconta dal punto di vista di un singolo personaggio, l'agente Maya (interpretato da Jessica Chastain), ritratta dapprima come sperduta e a disagio e poi, via via, sempre più dura, decisa e ostinata. Ma tale protagonista, dalla caratterizzazione superficiale e priva di personalità, non è in alcun modo in grado di fare da guida allo spettatore, lasciato di fatto a sé stesso in una pellicola noiosa e senza ritmo né suspense, che si barcamena infelicemente fra finzione e documentario e che cerca inutilmente di coprire la propria mediocrità con l'emozione fornita dai fatti reali. Il risultato è piatto, retorico, vendicativo, americano-centrico, incapace di approfondire tanto il contesto storico quanto i suoi stessi personaggi, oltre che troppo lungo e senza un'idea di cinema che lo sostenga. Dopo 20-25 minuti già avevo perso ogni interesse in un film che per quasi un'ora e mezza gira a vuoto, e solo nel finale pare cambiare marcia con la sequenza dell'irruzione dei marines, peraltro girata (con notevole stacco stilistico rispetto al resto) come se si trattasse di un videogioco: irreale, del tutto priva di tensione e da guardare come anestetizzati. Velatamente pro-Bush e anti-Obama, soprattutto nella descrizione delle torture e degli interrogatori da parte degli agenti della CIA, ritratti come necessari: quando viene eletto il nuovo presidente, gli agenti commentano che "è cambiata l'aria" e si mostrano delusi di non poter più continuare con gli stessi metodi perché i nuovi politici non glielo permetteranno. Il titolo significa, in gergo militare, "mezzanotte e mezza", l'ora in cui è stato ucciso Bin Laden.

12 marzo 2014

Lo straniero senza nome (C. Eastwood, 1973)

Lo straniero senza nome (High Plains Drifter)
di Clint Eastwood – USA 1973
con Clint Eastwood, Verna Bloom
***

Rivisto in TV.

Un misterioso pistolero giunge a Lago, sperduto avamposto di frontiera, i cui abitanti lo assoldano per sbaragliare tre criminali che stanno dirigendosi fin lì per vendicarsi. I tre, un tempo al soldo della compagnia mineraria, erano stati infatti arrestati un anno prima per aver ucciso lo sceriffo locale. L'uomo accetta l'incarico, ma lo svolge a modo suo: e i suoi metodi sembrano diretti non soltanto a sconfiggere i banditi, ma a punire gli stessi cittadini. Archetipico, essenziale (persino nelle scenografie: il villaggio consiste in poche case di legno – alcune non ne mostrano che lo scheletro – collocate come modellini in mezzo al deserto e sulle rive del lago), dai toni surreali e visionari (memorabile il paese tutto dipinto di rosso e ribattezzato Hell, "inferno", per accogliere nel migliore dei modi i tre banditi): il primo western diretto da Eastwood (e il suo secondo lungometraggio in assoluto) da un lato si rifà esplicitamente agli stilemi delle pellicole italiane che lo avevano reso una star (in particolare nelle caratterizzazioni dei personaggi, che sembrano davvero uscire da uno spaghetti western; e anche l'idea del protagonista senza nome sembra provenire più da "Per un pugno di dollari" – e di converso da "La sfida del samurai" di Kurosawa – che non da prototipi a stelle e strisce più o meno celebri), ma dall'altro presenta una propria e precisa identità, dai toni lugubri ed espressionisti, evidenti non solo nelle scene di violenza improvvisa e stilizzata quanto soprattutto nella costruzione dell'attesa (si pensi ai flashback che mostrano la morte dello sceriffo, accompagnati dalla musica spettrale di Dee Barton), al punto da sospettare che fra le fonti di ispirazione ci sia non solo l'ovvio "Mezzogiorno di fuoco" (il cui assunto è ribaltato: qui tutti i cittadini sono coinvolti e costretti a collaborare) ma anche il teatro dell'assurdo di Beckett. L'esile ma intensa sceneggiatura è di Ernest Tidyman (già responsabile di quella de "Il braccio violento della legge"), autore anche del soggetto. Nella scena finale il doppiaggio italiano chiarisce la vera identità del protagonista, che in originale rimaneva ambigua e velata di soprannaturale: al nano Mordecai, che afferma di non conoscere il suo nome, Clint risponde "Yes, you do" (da sottolineare come l'attore che interpreta il defunto sceriffo Duncan sia Buddy Van Horn, da sempre la controfigura di Eastwood). Sempre nel finale, al cimitero sarebbero presenti due tombe con i nomi di Sergio Leone e Don Siegel: un tributo di Clint ai suoi due registi di riferimento.

10 marzo 2014

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (J. S. Robertson, 1920)

Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (Dr. Jekyll and Mr. Hyde)
di John Stuart Robertson – USA 1920
con John Barrymore, Martha Mansfield
**1/2

Visto su YouTube.

Il dottor Jekyll, medico londinese filantropo e progressista, inventa una pozione che gli permette di trasformarsi nel mostruoso Mister Hyde, dandogli così la possibilità di sfogare i più bassi istinti senza compromettere – o almeno così crede – la propria anima. Trascura così la fidanzata "rispettabile" Millicent e si tuffa in vizi e depravazioni di ogni tipo (di cui ben poco, ovviamente, è mostrato sullo schermo). Ma portare alla luce il proprio lato oscuro si rivelerà una strada senza uscita. Primo lungometraggio (dopo i corti usciti tra il 1908 e il 1913) tratto dal celebre romanzo di Robert Louis Stevenson, il film si rifà – così come gran parte delle versioni precedenti e successive – al testo teatrale di Thomas Russell Sullivan (che, fra le altre cose, introduceva il personaggio della fidanzata) più che al racconto originale. Qui il personaggio di Sir George Carew (Brandon Hurst), padre di Millicent, è il "tentatore" che per primo porta Jekyll nei locali notturni e gli fa assaporare quella vita dissoluta che spingerà lo scienziato a "liberare" il proprio alter ego. In quello stesso 1920 uscirono altre due adattamenti cinematografici del racconto di Stevenson, entrambi con notevoli alterazioni al setting e ai nomi dei personaggi: quello di J. Charles Haydon, ambientato nella New York del ventesimo secolo, e quello tedesco di F. W. Murnau, "Der Januskopf" con Conrad Veidt, andato perduto. Nel 1931, naturalmente, arriverà la versione-capolavoro di Mamoulian con Fredric March. Tecnicamente impeccabile ma registicamente ordinario e privo di particolari effetti visivi (se si eccettua la scena dell'allucinazione con il ragno gigante ai piedi del letto), il film di Robertson brilla comunque per la fedeltà al materiale di partenza, per la generale coerenza dell'adattamento e per l'interpretazione di Barrymore nel doppio ruolo di Jekyll e Hyde. Anzi, è il principale responsabile dell'ormai classica iconografia di quest'ultimo: grosso e robusto (benché gobbo e deforme), con mantello, bombetta e capelli lunghi e scapigliati (si pensi anche al villain della Marvel). Nita Naldi è la conturbante danzatrice italiana che "tenta" Jekyll e cade poi vittima di Hyde.

09 marzo 2014

Ricco e strano (Alfred Hitchcock, 1931)

Ricco e strano (Rich and strange, aka East of Shanghai)
di Alfred Hitchcock – GB 1931
con Henry Kendall, Joan Barry
**

Visto in divx.

Stufo della vita anonima che conduce, l'umile impiegato londinese Fred Hill approfitta di un'inattesa eredità per intraprendere un viaggio per mare intorno al mondo in compagnia della fedele (e più saggia) moglie Emily. Tutto bene (e prime "ubriacature" di vita) nelle tappe iniziali: Parigi, Marsiglia, il Mediterraneo. Ma oltrepassato il Canale di Suez a bordo di una nave da crociera diretta in Estremo Oriente, l'ingenuo Fred cade nei lacci di un'affascinante principessa (che in realtà non è altro che un'avventuriera): attratto dall'esotico, è sul punto di lasciare la moglie, a sua volta corteggiata dal prestante comandante della nave. Più per caso che per volontà, alla fine i due non si separeranno; e durante il viaggio di ritorno, in seguito a un naufragio e a un salvataggio di fortuna da parte di una giunca di pirati cinesi, non soltanto ritroveranno l'armonia perduta ma impareranno (almeno lui) ad apprezzare le piccole cose della vita, accontentandosi di quel poco che hanno a casa. Un curioso film a sfondo morale, ironico e movimentato nonostante le caratterizzazioni semplicistiche e le dinamiche più da fotoromanzo che da melodramma. Il titolo è ispirato da un verso de "La tempesta" di Shakespeare ("C'è un sortilegio del mare / che lo va trasformando / in qualcosa di ricco e strano"): e tante sono proprio le "tempeste" (reali o metaforiche) che la coppia attraverserà nel corso delle sue peripezie. Sir Alfred lo amava particolarmente (il soggetto è stato adattato, insieme alla moglie Alma Reville, da un romanzo di Dale Collins), e si vede anche dalla regia: vivace, sbarazzina e "sperimentale", a partire dall'espressionistico incipit che mostra Fred uscire dal lavoro sotto la pioggia per tornare in metropolitana fino a casa, dove si lamenterà con la moglie affermando di volere "di più" dalla vita: soldi, emozioni, avventura. Curiosamente, alla fine dell'odissea, i punti di vista saranno invertiti: Fred non desidererà altro che non muoversi più dalla vecchia casa, mentre Emily avrà imparato a sognare in grande. Per il resto, la pellicola fa ancora ampiamente ricorso agli stilemi del cinema muto, con uno stile di recitazione esasperato, un make-up pesante, numerose (soprattutto nella prima parte) gag visive, pochi dialoghi e un'abbondante presenza di "cartelli": si ha quasi la sensazione di trovarsi di fronte a un film sonorizzato soltanto a lavorazione ormai già inoltrata. Carinissima la protagonista, la bionda Joan Barry, che per Hitch aveva già doppiato la voce della ceca Anny Ondra in "Ricatto", e che terminò la sua carriera nel 1934, a soli 31 anni. Elsie Randolph, che interpreta la passeggera zitella e impicciona, tornerà invece a recitare per sir Alfred in "Frenzy", ben 41 anni più tardi!

06 marzo 2014

Snowpiercer (Bong Joon-ho, 2013)

Snowpiercer (Seolgungnyeolcha)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2013
con Chris Evans, Song Kang-ho
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

In un mondo futuro, stretto nella gelida morsa di una nuova glaciazione (provocata da un esperimento scientifico, finito male, per fermare il riscaldamento globale), gli ultimi sopravvissuti dell'umanità viaggiano a bordo di un treno corazzato che percorre incessantemente un binario che avvolge tutto il pianeta. All'interno del convoglio c'è una rigida divisione in classi sociali: le elite ricche e benestanti risedono nelle carrozze di testa, in mezzo al lusso, mentre i poveri e gli sfruttati sono mantenuti in coda, sorvegliati e duramente repressi dall'esercito. Stufo dei sorprusi cui sono sottoposti, il ribelle Curtis (Chris Evans) guida una rivolta: e con l'aiuto del tecnico Namgoong Minsu (Song) e di sua figlia Yona (Go Ah-sung) conquista vagone dopo vagone, fino a giungere nella "sacra locomotiva" dove risiede il leggendario Wilford (Ed Harris), il creatore del treno. Da un fumetto francese, "Le Transperceneige" di Jean-Marc Rochette, e dal regista sudcoreano di "The host", un kolossal dal cast internazionale che fonde talmente tante anime da rendere difficile prenderlo sul serio. Fra implausibili scene d'azione, momenti drammatici, siparietti comici e grotteschi e i classici scenari post-apocalittici, l'intrattenimento non manca: e il divertimento e i colpi di scena "compensano" un messaggio a sfondo sociale di grana grossa. Affascinante il treno, una moderna Arca di Noè il cui contenuto scopriamo vagone dopo vagone, come se fossimo di fronte a tanti episodi di un fumetto (evidente l'origine del materiale) o di un videogioco. Passiamo così dalle carrozze cupe e fatiscenti di coda, a quelle sempre più lussuose e variopinte di testa, attraversando di volta in volta vagoni con serre e acquari, ristoranti (di sushi) e centri benessere, scuole e palestre, saune e discoteche. Nel cast anche l'eccezionale Tilda Swinton (nei panni del ministro Mason), John Hurt (Gilliam, il vecchio mentore dei ribelli) e Jamie Bell (Edgar, il giovane compagno di Curtis).

05 marzo 2014

Anni ruggenti (Luigi Zampa, 1962)

Anni ruggenti
di Luigi Zampa – Italia 1962
con Nino Manfredi, Gino Cervi
**1/2

Visto in divx, con Giovanni, Eleonora, Marco, Ginevra, Paola, Marta, Esther, Beatrice e Sabrina.

Nel 1937, in piena era fascista, i notabili di un paesino del meridione (non identificato ma collocato in Puglia, a pochi chilometri da Alberobello: gran parte degli esterni sono stati girati a Ostuni) sono in subbuglio perché hanno saputo, per vie traverse, dell'imminente arrivo di un funzionario del partito, che dovrebbe giungere in incognito da Roma per compiere un'ispezione politico-amministrativa. Avendo tutti qualcosa da nascondere, ed essendo convinti di avere individuato il gerarca in Omero Battifiori (Nino Manfredi), che si presenta come un semplice agente di assicurazioni, i vertici locali cercano in ogni modo di finire nelle sue grazie, rendendo piacevole il suo soggiorno in paese e mostrando davanti ai suoi occhi un'assoluta fedeltà al regime. Il podestà (Gino Cervi) arriva addirittura al punto di favorire il suo fidanzamento con la figlia Elvira (Michèle Mercier). Ma alla fine la verità verrà a galla. Liberamente ispirato alla commedia "L'ispettore generale" di Gogol, il film di Zampa (che firma la sceneggiatura insieme ad Ettore Scola e Ruggero Maccari) è una pungente satira non tanto del fascismo in sé, quanto dell'Italietta dove tutti si adeguano all'aria che tira, un malcostume mai scomparso e che rende la pellicola tuttora attuale. In realtà nessuno dei personaggi è veramente e convintamente "fascista": i notabili mettono in atto elaborate messinscene soltanto per perseguire i propri interessi e nascondere le proprie malefatte, mentre la fiducia del protagonista in Mussolini è frutto soprattutto di un'ingenuità che sarà messa a dura prova quanto entrerà in contatto con realtà povere e disastrate come quelle che circondano il villaggio (vedi la sequenza ambientata nelle "grotte", girata ai Sassi di Matera, dove Omero acquisisce una nuova consapevolezza sociale). Molte le scene da ricordare: la visita alla scuola, quella alle fattorie (dove si trovano sempre le stesse trenta mucche, trasportate in furgone da una masseria all'altra), la parata, e il finale con Omero che legge in treno la lettera per il Duce che gli ha consegnato un vecchio contadino. Nel cast, fra tanti caratteristi, anche Gastone Moschin (il rappresentante politico locale) e Salvo Randone (il medico antifascista). Insieme ai precedenti "Anni difficili" e "Anni facili", il film completa un'ideale trilogia con cui Zampa, attraverso la satira, denuncia i vizi sociali e politici degli italiani di prima e (soprattutto) di dopo la guerra.

03 marzo 2014

Hiroshima mon amour (Alain Resnais, 1959)

Hiroshima mon amour (id.)
di Alain Resnais – Francia/Giappone 1959
con Emmanuelle Riva, Eiji Okada
***1/2

Rivisto in divx.

Come ricordare Alain Resnais, il grande regista francese appena scomparso, se non con quella che, oltre a essere una delle pellicole più significative della seconda metà del ventesimo secolo, può essere considerata a tutti gli effetti anche la sua opera d'esordio? Resnais aveva già girato, è vero, una lunga serie di cortometraggi e di documentari (il più celebre dei quali è "Notte e nebbia", sul tema dell'Olocausto): ma è con questo lungometraggio di finzione che colui che diventerà un importante punto di riferimento per Godard e Truffaut dà di fatto il via alla stagione della Nouvelle Vague (di cui è spesso ritenuto il "teorico", pur non avendo mai formalmente aderito al movimento). Inizialmente il progetto era quello di realizzare un altro breve documentario, stavolta sull'incubo della bomba atomica, un tema in quegli anni ancora drammaticamente d'attualità. Ma Resnais volle andare oltre e fare qualcosa di più. Si appoggiò pertanto alla sceneggiatura e ai dialoghi di Marguerite Duras (collaborare con porsonalità di solito estranee all'ambiente del cinema rimarrà una costante di tutta la sua carriera) per dare vita a qualcosa di diverso: non un resoconto degli eventi che portarono al bombardamento della città, né una semplice testimonianza degli orrori della bomba atomica (anche se nella prima parte della pellicola vengono abbondamente usate immagini e filmati di repertorio), bensì un invito a riflettere sul passato e sulla persistenza della memoria attraverso le esperienze presenti, una visione della storia che passa attraverso le vicende personali, amplificate dai sentimenti e dai ricordi. La guerra e l'amore, elementi così distinti e contrastanti, si rispecchiano l'una nell'altro, allo stesso modo in cui il passato (di lei, in Francia) e il presente (di lui, in Giappone) si fondono e contribuiscono a "formare" un'unica e inedita testimonianza, non soltanto dei dolori della guerra ma anche e soprattutto di quelli del dopoguerra.

Una donna e un uomo si incontrano e si amano a Hiroshima. Lei è un'attrice francese, giunta lì per girare un film sulla pace; lui un architetto giapponese. Durante l'amplesso, lei gli racconta della sua permanenza nella città, di ciò che ha visto e sentito, della sua visita al museo che ricorda la catastrofe della bomba atomica; lui le spiega che non ha ancora visto nulla. La loro relazione (peraltro clandestina, visto che entrambi sono sposati) sembrerebbe destinata a durare soltanto poche ore, visto che il ritorno in patria della donna è imminente; ma anche durante il giorno successivo i due scoprono di non poter fare a meno di rivedersi. Scavando dentro di sé, come in una seduta di psicanalisi, lei gli racconta la storia del suo primo amore, negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, quando aveva amato un soldato tedesco nella sua città natale, Nevers. Il montaggio incrociato e parallelo fra le scene di Hiroshima e della Francia unisce inevitabilmente le loro anime, ma anche quelle dei due paesi, nonostante le diverse modalità con cui hanno assistito alla fine della guerra. Tutto il film, a ben vedere, è un'unica e ininterrotta conversazione intensa e divagante fra i due personaggi, un flusso di pensieri e di coscienza che fonde le esperienze personali e intime con il vissuto sociale e politico, aiutato in questo dallo straordinario montaggio frammentato (i brevissimi flashback sono, letteralmente, dei brevi "flash di memoria"), al servizio di una narrazione non-lineare. Coproduzione franco-giapponese, il film non condivide soltanto due interpreti ma anche scene girate nei rispettivi paesi, con differenti troupe e direttori della fotografia: quello di Nevers è Sacha Vierny, quello di Hiroshima è Michio Takahashi. Il locale che la donna visita nel finale si chiama "Casablanca", e questo ha suggerito al critico James Monaco un parallelo con il celebre film di Curtiz: in entrambi si racconta "un'impossibile storia d'amore fra due persone che soffrono per una guerra distante". Da notare che i due protagonisti non si dicono mai i rispettivi nomi: nel finale si identificano con i loro luoghi di nascita: "Hiroshima è il tuo nome" - "E il tuo è Nevers, en France".

02 marzo 2014

Dr. Jekyll and Mr. Hyde (Herbert Brenon, 1913)

Dr. Jekyll and Mr. Hyde
di Herbert Brenon [e Carl Laemmle] – USA 1913
con King Baggot, Jane Gail
**

Visto su YouTube.

Il dottor Jekyll, medico che trascura la fidanzata Alice e la propria vita privata per dedicare gran parte del suo tempo ai pazienti poveri che cura per beneficenza, mette a punto una pozione per "liberare" la propria parte malvagia e trasformarsi, anche fisicamente, nel malvagio Mister Hyde. Prima (e unica sopravvissuta, a quanto pare) di tre – o quattro? – versioni cinematografiche del romanzo di Stevenson apparse nel 1913, è tecnicamente di buona fattura e riesce, nonostante la breve durata (26 minuti, divisi in due rulli), a condensare gran parte degli elementi fondamentali della storia, al punto che rappresenterà un buon punto di partenza per gli adattamenti successivi (a partire da quello del 1920 con John Barrymore). A mancare, anche in questo caso, sono però i dilemmi alla base della decisione di Jekyll di creare la pozione, che sembra avvenire per caso o per semplice curiosità. Una delle didascalie, letteramente, descrive Jekyll come "un martire della scienza". Pare che il protagonista King Baggot provvedesse personalmente al proprio make-up: quando recita nei panni di Hyde, fra l'altro, cammina rannicchiato per sottolineare la sua bassa statura (una caratteristica menzionata nel romanzo, ma che in pochi film viene evidenziata). Non accreditato, il grande Carl Laemmle avrebbe contribuito alla regia al fianco di Brenon (quest'ultimo è per lo più noto per aver ricevuto una nomination come miglior regista nel 1927, alla prima edizione degli Oscar, grazie al film "Sorrell and Son").

Dr. Jekyll and Mr. Hyde (Lucius Henderson, 1912)

Dr. Jekyll and Mr. Hyde
di Lucius Henderson – USA 1912
con James Cruze, Florence La Badie
*1/2

Visto su YouTube.

Il rispettabile dottor Jekyll, fidanzato con la figlia del pastore del villaggio in cui vive (niente Londra vittoriana!), sperimenta su sé stesso un farmaco che separa la sua parte buona da quella malvagia, trasformandosi così nel repellente signor Hyde. Quando si rende conto che non può più tenere la metamorfosi sotto controllo, preferirà avvelenarsi. Non il primo adattamento cinematografico del romanzo di Robert Louis Stevenson, ma il più antico a essere sopravvissuto (quello del 1908 è infatti andato perduto), ne mantiene solo l'ossatura di base: lo sviluppo della vicenda è molto rapido e compresso (d'altronde il film dura soltanto 12 minuti), i personaggi non hanno background né approfondimento (Jekyll non beve la pozione per esigenze particolari, ma solo per mettere alla prova le proprie teorie) e mancano del tutto i dilemmi morali e l'intensità drammatica. Anche Hyde – interpretato in alcune scene da Harry Benham – sembra più un folletto dispettoso (con i canini di fuori e i capelli scuri anziché bianchi come quelli di Jekyll) che non un uomo vizioso e criminale. Interessante solo dal punto di vista storico, per paragonarlo alle versioni successive. Il protagonista James Cruze intraprenderà più tardi la carriera di regista.

27 febbraio 2014

Macbeth (Roman Polanski, 1971)

Macbeth (id.)
di Roman Polanski – GB/USA 1971
con Jon Finch, Francesca Annis
***

Rivisto in DVD.

Il guerriero scozzese Macbeth, al quale tre streghe hanno preannunciato l'ascesa al trono, si impegna per far avverare la profezia, rendendosi colpevole di efferati delitti. Ciò che più colpisce in questo adattamento della tragedia shakesperiana è la concretezza palpabile della messa in scena, del tutto priva di quella "artificialità" tipica del palcoscenico e anche di tante versioni cinematografiche di opere teatrali. Merito soprattutto dell'ambientazione quasi barbarica voluta da Polanski e delle sue location "povere" ma di grande qualità visiva: le highlands battute dal vento, le brughiere desolate, i castelli rocciosi, i cortili, la terra e la pietra, dove si snoda una una vicenda archetipica e ancestrale di ambizione, tradimento e di morte. E poi c'è la violenza: il sangue copioso sullo schermo, con teste mozzate, carneficine e un tono cruento, cupo e opprimente che molti critici hanno collegato direttamente allo stato d'animo del regista (si trattava del primo film girato dopo il massacro della moglie Sharon Tate da parte di Charles Manson: significativa, al riguardo, l'intensità emotiva della scena in cui gli sgherri di Macbeth trucidano la moglie e il figlio di Macduff). Polanski riesce anche ad evitare le "trappole" del confronto con le grandi versioni cinematografiche che l'avevano preceduto (quelle di Welles e di Kurosawa), realizzando un film che vive di vita propria. Pur non sacrificando la fedeltà al testo di partenza, l'adattamento (opera del regista stesso, in collaborazione con il critico teatrale Kenneth Tynan) utilizza le immagini per costruire qualcosa di nuovo e dare ulteriore e ambiguo significato ad alcuni personaggi minori: si pensi a Ross, sviluppato ben oltre il suo ruolo originario e trasformato in un machiavellico opportunista; o a Donalbain, il figlio minore di Re Duncan, che nel finale si reca presso l'antro delle streghe, come a suggerire che il ciclo della violenza non avrà mai fine. Tutto questo senza però aggiungere ulteriori battute a quelle previste da Shakespeare, le cui parole risuonano sullo schermo con alternanza fra il parlato e il pensato (i soliloqui sono rappresentati, in maniera assai naturalistica, con la voce fuori campo), sostenute dalle recitazioni intense e credibili di un cast di attori in gran parte britannici: oltre a Jon Finch nel ruolo di Macbeth e a Francesca Annis in quello di sua moglie, ci sono Martin Shaw (Banquo), Terence Bayler (Macduff), John Stride (Ross) e Nicholas Selby (Duncan). Degna di nota anche la colonna sonora, firmata dal gruppo progressive Third Ear Band. Il film fu prodotto da Hugh Hefner (sì, quello di "Playboy"!), dopo che tutte le major hollywoodiane avevano rifiutato di finanziarlo.

25 febbraio 2014

L'uomo nel mirino (Clint Eastwood, 1977)

L'uomo nel mirino (The Gauntlet)
di Clint Eastwood – USA 1977
con Clint Eastwood, Sondra Locke
**

Visto in TV.

Il poliziotto Ben Shockley (Eastwood) viene incaricato di scortare da Las Vegas a Phoenix una prostituta, "Gus" Mally (Locke), che dovrà testimoniare in un processo contro il capo della polizia Blakelock (William Prince), accusato di collusioni con la mafia. Ma questi farà di tutto per impedire che i due giungano a destinazione, scatenando contro di loro l'intero corpo di polizia dell'Arizona. Poliziesco on the road piuttosto convenzionale e prevedibile, con un soggetto stereotipato e implausibile al tempo stesso: si salva per la viscerale interpretazione di Clint, per una sottile ironia di fondo (gli scommettitori clandestini di Las Vegas che "quotano" il mancato arrivo della testimone al processo, dandola 100 a 1) e per il visionario finale in cui l'autobus corazzato con a bordo i due protagonisti viaggia per le strade deserte di Phoenix ed è preso di mira da centinaia di poliziotti che lo crivellano di colpi (pare che in tutta la pellicola siano stati sparati diecimila proiettili, allora un record degno di figurare persino nel Guinness dei Primati). Shockley, nonostante il coraggio e l'eroismo, è ritratto come un personaggio mediocre, alcolizzato (numerosi i product placement di una nota marca di whisky) e che non brilla per intelligenza (ci mette un bel po' a capire quello che è evidente a tutti gli altri, compresa la prostituta, ovvero che la "mela marcia" è il suo capo). La Locke, al secondo film con Eastwood dopo "Il texano dagli occhi di ghiaccio", era al tempo la compagna di Clint. La locandina originale, che mostra il protagonista in una posa eroica alla "Conan il barbaro", è opera di Frank Frazetta.

22 febbraio 2014

12 anni schiavo (Steve McQueen, 2013)

12 anni schiavo (12 Years a Slave)
di Steve McQueen – USA/GB 2013
con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Nel 1841, il violinista di colore Solomon Northup, che vive libero con la sua famiglia nello stato di New York, viene rapito e venduto come schiavo in Louisiana, dove lavorerà nelle piantagioni di cotone per dodici anni prima di riottenere la libertà. Tratto da una storia vera (Northup scrisse nel 1853 un libro sulla sua odissea, dal quale John Ridley ha adattato la sceneggiatura), un monumentale affresco storico sul tragico fenomeno della schiavitù negli Stati Uniti prima della guerra di secessione (letto però in chiave personale e individualistica), con il quale il talentuoso regista britannico Steve McQueen debutta a Hollywood con grande successo. Ben nove, infatti, le candidature all'Oscar, con molte probabilità di portare a casa la statuetta per il miglior film: un po' troppo, forse, per un'opera terza che mi è parsa inferiore alle prime due e che, al netto della potenza del tema narrato, delle ottime interpretazioni e dell'elevato tasso tecnico della realizzazione, risulta in realtà priva di evoluzione, di sfumature e di una vera profondità. A parte il protagonista, con il quale lo spettatore è chiamato a identificarsi, gli altri personaggi e in generale il mondo attorno a lui sono infatti descritti in termini manichei o puramente utilitaristici: basti pensare al carpentiere abolizionista canadese interpretato da Brad Pitt, che assomiglia più a un espediente narrativo che a un vero personaggio. In generale, anche se i vari schiavisti che si passano la "proprietà" di Solomon nel corso degli anni sono differenti l'uno dall'altro (chi più buono, come Benedict Cumberbatch, e chi più cattivo, come l'eccezionale Michael Fassbender, già protagonista dei primi due lavori di McQueen e senza dubbio il migliore del cast), mancano autentici dilemmi morali; e la sceneggiatura non fa mai il salto di qualità. Ordinaria anche la colonna sonora di Hans Zimmer, impreziosita però da alcuni splendidi blues e spiritual cantati dai neri durante il lavoro nelle piantagioni. Il regista sfoggia comunque al meglio le proprie capacità tecniche, dando vita a sequenze di grande impatto: su tutte, la scena in cui Solomon è costretto a frustare la giovane schiava Patsey (Lupita Nyong'o), girata in un lungo e unico piano sequenza. Paul Giamatti è il mercante di schiavi, Paul Dano il lavorante razzista, Sarah Paulson la moglie di Fassbender.

20 febbraio 2014

What women want (Nancy Meyers, 2000)

What Women Want - Quello che le donne vogliono (What Women Want)
di Nancy Meyers – USA 2000
con Mel Gibson, Helen Hunt
**

Visto in TV.

A causa di un bizzarro incidente domestico, Nick Marshall (Gibson), creativo pubblicitario maschilista e dongiovanni, si scopre in grado di percepire nella propria testa i pensieri delle donne ("Se gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, lei ora può parlare il venusiano", gli spiega una psicologa). E quello che all'inizio sembrava un incubo si rivela un dono piovuto dal cielo, perché gli consente di fare carriera ("rubando" le idee alla collega-rivale Darcy McGuire, più in sintonia con il target da conquistare), di sedurre ogni ragazza (cogliendo il momento giusto per farsi avanti) e in generale di rendersi popolare con le donne (fingendosi sensibile e attento alle loro esigenze e preoccupazioni). Ma anche di migliorare la propria indole, stringendo così un vero rapporto con la figlia teenager Alex (Ashley Johnson) e scoprendosi sinceramente innamorato di Darcy (Helen Hunt). Costruita su uno spunto semplice e simpatico, un'innocua commedia romantico-fantastica che recupera (e aggiorna agli anni duemila) il tema dello scontro fra i sessi che aveva fatto la fortuna dei classici sofisticati di Cukor e delle screwball comedy di Hawks. Geniale l'idea di ambientare la pellicola nel mondo delle agenzie pubblicitarie, i cui creativi, per avere successo, devono proprio cercare di entrare nella mente del loro pubblico. Peccato solo che il ritmo e il brio della prima parte finiscano lentamente con l'esaurirsi nella seconda, quando il film cessa di sfruttare lo spunto fantastico di partenza e sfocia nella più convenzionale commedia romantica di stampo hollywoodiano. Comunque buona (e autoironica) la prova di Gibson, che balla con un appendiabiti sulle note di Sinatra (tutta la colonna sonora è a base di classici anni '50) e si fa la ceretta depilatoria alle gambe nel tentativo di "calarsi nella psicologia femminile". Nel cast anche Marisa Tomei (la ragazza del caffè), Alan Alda (il capo dell'agenzia pubblicitaria) e Bette Midler (la psicologa). Nel 2011 è uscito un remake cinese con Andy Lau e Gong Li.

18 febbraio 2014

Scott Pilgrim vs. the world (E. Wright, 2010)

Scott Pilgrim vs. the World (id.)
di Edgar Wright – USA 2010
con Michael Cera, Mary Elizabeth Winstead
***

Visto in DVD, con Sabrina.

Bassista ventiduenne di Toronto che suona in una scalcinata band (i Sex Bob-omb), Scott Pilgrim abita con un coinquilino omosessuale e frequenta una liceale cinese. Ma quando incontra la misteriosa Ramona Flowers, letteralmente la ragazza dei suoi sogni, se ne innamora perdutamente: peccato però che, per conquistarla, dovrà prima sconfiggere – uno dopo l'altro, come in un videogioco a livelli – i suoi sette malvagi ex fidanzati. Dall'omonimo fumetto indie del canadese Bryan Lee O'Malley, un divertente film comico-adolescenziale pieno di trovate e riferimenti geek, debitore formalmente all'immaginario dei comics (le onomatopee visibili sullo schermo, il montaggio rapido e "a stacchi") e della musica rock (qui e lì, come nella sottotrama della "guerra fra bande", rievoca persino "Bill & Ted") ma soprattutto dei videogame, con alert e punteggi in sovrimpressione, effetti sonori, dinamiche dei combattimenti (all'insegna delle arti marziali o di super-poteri mistici) presi di petto dai vecchi giochi arcade e dalle successive evoluzioni dei fighting game per console (per non parlare di "Super Mario Bros."). Il tutto al servizio di personaggi simpatici (sì, persino i cattivi più sbruffoni!), di una storia tutto sommato lineare (al punto che l'intera sovrastruttura videoludica potrebbe essere una semplice metafora per dar forza al messaggio principale: "Se ami qualcuno, o qualcosa, devi combattere per averlo") e che procede in un crescendo irresistibile che tuttavia non tradisce lo spirito dei teen movie a sfondo romantico. Anche la regia assai creativa di Wright ("L'alba dei morti dementi", "Hot Fuzz") fa la sua parte, giocando con gli effetti speciali ma utilizzandoli sempre nel giusto contesto. Se si sta al gioco, si passa dal contagioso all'entusiasmante, anche perché i momenti surreal-demenziali (si pensi a come Scott sconfigge alcuni dei suoi rivali, su tutti l'attore di film d'azione o il cantante vegano) non distraggono dalla trama principale ma vi si integrano perfettamente, proprio come le gag di fine striscia in un fumetto a continuazione. Si tratta, in fin dei conti, di un ottimo esempio di come ibridare con efficacia in un film gli elementi delle subculture di massa. Bravi tutti i giovani attori (Michael Cera è Scott; Mary Elizabeth Winstead è Ramona, dai capelli cangianti; Kieran Culkin – fratello di Macaulay – è Wallace, il coinquilino gay; Ellen Wong è Knives Chau, la cinesina fidanzata con Scott), con qualche volto noto qua e là (Chris Evans, Brandon Routh, Jason Schwartzmann).

17 febbraio 2014

Fiamma d'amore (A. Hitchcock, 1931)

Fiamma d'amore (The skin game)
di Alfred Hitchcock – GB 1931
con Edmund Gwenn, Phyllis Konstam
**

Visto in divx.

Fra gli Hillcrest e gli Hornblower, due potenti famiglie del countryside inglese, c'è una forte rivalità, dovuta non soltanto alle differenze di classe (i primi appartengono al ceto nobile, i secondi alla nuova borghesia arricchita) ma anche e soprattutto ai diversi punti di vista sui temi sociali e ambientali. Gli Hillcrest sono tradizionalisti e conservatori, gli Hornblower progressisti e rampanti: se i primi puntano alla conservazione del territorio, i secondi auspicano l'urbanizzazione delle campagne. Il dissidio fra i genitori mette a repentaglio anche la simpatia fra i figli, che non riescono a superare le rispettive diffidenze. Lo scontro raggiunge il suo culmine quando il signor Hornblower manifesta l'intenzione di acquistare la tenuta confinante con quella dei rivali per ingrandire le proprie fabbriche. Non essendo riuscita a impedirglielo, la signora Hillcrest gioca la carta del ricatto, minacciando Hornblower di rivelare a tutti il passato poco limpido di sua nuora, una ragazza che in gioventù lavorava come "accompagnatrice" di uomini impegnati in cause di divorzio. La vicenda sfocerà in un inevitabile finale tragico. Poco amato dai critici della nouvelle vague (Rohmer e Chabrol lo definirono "Il più brutto film che Hitchcock abbia mai firmato") e dal regista stesso (che non amava parlarne, anche perché non era stato lui a scegliere il soggetto), il film – tratto da un'opera teatrale di John Galsworthy, l'autore della "Saga dei Forsyte" – in realtà non è poi così terribile: certo, non brilla particolarmente né per la recitazione né per la regia (sir Alfred non si preoccupa di ravvivare più di tanto le lunghe sequenze dense di dialoghi, tranne che con qualche intenso primo piano: fra le poche scene degne di nota c'è quella dell'asta, mostrata per lo più in soggettiva dal punto di vista del banditore), ma i contenuti sono decisamente interessanti, anche in prospettiva storico-sociale, e la molta carne al fuoco (oltre all'ambiguità che impedisce di definire chiaramente chi sia il buono e chi il cattivo) tiene desta l'attenzione fino alla fine.

16 febbraio 2014

Omicidio! (Alfred Hitchcock, 1930)

Omicidio! (Murder!)
di Alfred Hitchcock – GB 1930
con Herbert Marshall, Norah Baring
**1/2

Visto in divx.

Un'attrice di teatro, Diana Baring (Norah Baring), è accusata di aver ucciso una collega che faceva parte della stessa compagnia itinerante. Le prove contro di lei sono schiaccianti: ma al processo, nella giuria chiamata ad emettere il verdetto, c'è anche Sir John Menier (Herbert Marshall), a sua volta attore affermato e di grande profilo, che crede all'innocenza della ragazza e comincia una personale indagine per scoprire il vero colpevole. Tratto dal romanzo "Enter Sir John" di Clemence Dane e Helen Simpson, il terzo film sonoro di Hitchcock è una delle poche opere nella prima parte della sua filmografia a presentare le caratteristiche che diventerrano in seguito il suo marchio di fabbrica: il mistero, la suspense e il tema dell'innocente accusato ingiustamente. Vero e proprio whodunit costruito sulla ricerca dell'identità dell'assassino, il film soffre però per una certa mancanza di sottigliezza a livello di sceneggiatura, tanto nella caratterizzazione dei personaggi quanto nel modo di dipanare l'intreccio, che viene risolto in maniera improvvisa e non del tutto convincente. Dinamica invece la regia, che esibisce numerose idee soprattutto a livello di montaggio, ed è debitrice (in particolare nelle scene in esterni) alle atmosfere dell'espressionismo tedesco. La lunga sequenza con i dodici membri della giuria che dibattono sull'omicidio, riuniti in camera di consiglio, prefigura in più aspetti "La parola ai giurati" di Sidney Lumet. Interessante anche la scena dell'interrogatorio agli attori della compagnia, mentre entrano ed escono di scena, dietro le quinte della commedia che stanno recitando. Il motivo dell'intreccio fra l'arte teatrale e la vita ricorre in continuazione, con Sir John convinto che la vita debba fornire spunti all'arte e che quest'ultima debba essere usata per analizzare i fatti della vita. Da sottolineare la natura "ambigua" di Handel Fane (Esme Percy), l'attore che recita vestito da donna: nel doppiaggio italiano viene definito "un diverso", lasciando intendere una sua omosessualità, mentre la versione originale (a causa della censura) celava questo aspetto usando il termine "half-caste", suggerendo cioè che il suo grande segreto fosse quello di essere un mezzosangue. Il bravo Marshall ("Mancia competente") tornerà a lavorare con Hitchcock ne "Il prigioniero di Amsterdam". Nel cast anche Edward Chapman e Phyllis Konstam nei panni dei buffi coniugi Markham, rispettivamente direttore di scena e attrice nella stessa compagnia della vittima e della sospettata, che aiutano Sir John nelle sue indagini. Contemporaneamente alla versione inglese, Hitch ne girò anche una con attori tedeschi (protagonista Alfred Abel), intitolata "Mary" e uscita l'anno seguente.

14 febbraio 2014

La morte cavalca a Rio Bravo (S. Peckinpah, 1961)

La morte cavalca a Rio Bravo (The Deadly Companions)
di Sam Peckinpah – USA 1961
con Brian Keith, Maureen O'Hara
**1/2

Visto in TV.

Da cinque anni un ex sergente nordista (Brian Keith) è alla ricerca del disertore sudista (Chill Wills) che durante la guerra civile l'aveva quasi scotennato. Proprio quando lo ha trovato, fingendo di volersi unire a lui e al suo compagno Billy (Steve Cochran) per rapinare una banca, deve mettere da parte i suoi propositi di vendetta perché nel corso di una sparatoria ha involontariamente ucciso un bambino: roso dai sensi di colpa, si offre di accompagnare la madre (Maureen O'Hara), che intende seppellirlo a fianco del padre, scortandola attraverso il pericoloso territorio Apache. La pellicola d'esordio di Sam Peckinpah è un western vecchio stile sui temi della vendetta e del perdono, a basso budget e privo della violenza improvvisa e stilizzata che caratterizzerà le opere successive, ma comunque dotato di alcuni pregi: su tutti, la caratterizzazione psicologica dei protagonisti, con Keith nel ruolo dell'antieroe senza nome che non si toglie mai il cappello (per non mostrare la cicatrice dello scotennamento) e che deve destreggiarsi fra l'odio e i sensi di colpa, e un'ottima Maureen O'Hara nei panni di una donna forte ed orgogliosa, vittima delle circostanze ma desiderosa di una vita migliore. Ma anche i due personaggi minori, l'infido dongiovanni Billy e soprattutto il sudista Turkey, che sogna di diventare il governatore di una piccola repubblica indipendente, lasciano qualcosa allo spettatore. L'esordio alla regia cinematografica del grande Sam (fino ad allora soltanto sceneggiatore) fu dovuto al suggerimento di Keith, che aveva lavorato con lui nella serie televisiva "The Westerner". La pellicola venne pesantemente manipolata al montaggio dal produttore Charles B. Fitzsimons, fratello della O'Hara (la lotta per ottenere il director's cut rimarrà purtroppo una costante di tutta la carriera del regista), ma a tratti i temi (se non la mano) di Peckinpah riescono a emergere.

12 febbraio 2014

Minority report (S. Spielberg, 2002)

Minority Report (id.)
di Steven Spielberg – USA 2002
con Tom Cruise, Colin Farrell
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

In un futuro non troppo lontano (2054), la nascita di tre individui dotati di poteri di preveggenza (i "precog") ha reso possibile la creazione di un'unità speciale di polizia, la pre-crimine, che arresta i potenziali criminali prima ancora che questi compino i loro delitti. Le basi etiche di un tale meccanismo sono discutibili, ma poiché la pre-crimine ha di fatto azzerato il tasso di omicidi nell'area di Washington, si sta valutando se estenderne la giurisdizione a tutti gli Stati Uniti. L'agente John Anderton (Cruise), capitano e fervente sostenitore della pre-crimine, si scopre un giorno accusato a sua volta: i precog annunciano infatti che entro poche ore ucciderà a sangue freddo un uomo di cui al momento non conosce nemmeno l'esistenza. Braccato dai suoi stessi compagni, si dà alla fuga nel tentativo di dimostrare la propria innocenza... Tratto da un breve racconto di Philip K. Dick, un thriller d'azione con cui Spielberg dimostra di trovarsi ancora perfettamente a suo agio con la fantascienza, sfornando una delle sue migliori pellicole del decennio, che funziona perfettamente tanto dal punto di vista del giallo quanto da quello "filosofico" (i temi sono quelli della predeterminazione e della libera scelta: conoscendo già il proprio futuro, sarà possibile cambiarlo?). E questo nonostante qualche leggera sbavatura nella sceneggiatura (l'ondivaga caratterizzazione dell'osservatore del dipartimento di giustizia, interpretato da Colin Farrell) o alcuni buchi narrativi (come si può pensare di estendere la pre-crimine a tutto il paese, visto che esistono soltanto tre precog?). Ben equilibrata fra scene d'azione e momenti di introspezione, la pellicola abbina il tentativo di costruire un futuro credibile anche dal lato tecnologico e scenografico (da ricordare, a questo proposito, i computer "trasparenti" che vengono manovrati con i movimenti delle mani in 3D; ma anche il design delle automobili, o la diffusione capillare delle scansioni ottiche che consentono anche pubblicità personalizzate per i passanti o per chi entra nei negozi) con l'ottima gestione delle sequenze di pura tensione (il protagonista che si fa operare agli occhi per nascondere la propria identità, l'irruzione dei piccoli ragni robotici alla sua ricerca). Il titolo del film, che significa "Rapporto di minoranza", fa riferimento ai casi in cui uno dei tre precog prevede un delitto in maniera diversa dagli altri due, lasciando intendere che possano esistere delle ramificazioni alternative nel futuro. Anche se Spielberg non rinuncia alla sua ossessione per i valori famigliari, facendo del trauma del protagonista (che ha perso un figlio in tenera età) il cardine della caratterizzazione del personaggio (ma c'è da dire che tale sottotrama è anche fondamentale in chiave narrativa), quest'ultima è comunque arricchita da elementi tutto sommato inconsueti per un blockbuster hollywoodiano, come la tossicodipendenza, per quanto sui generis. L'impronta spielberghiana è evidente anche nel lieto fine, a spettro forse un po' troppo ampio, che "annacqua" in parte il messaggio distopico di Dick: non che il film, peraltro, puntasse le sue carte sull'approfondimento del contesto sociale, che rimane solo uno sfondo su cui imbastire un robusto thriller che non tradisce le premesse di base. Il cast comprende anche Samantha Morton (Agatha, una dei tre precog), il veterano Max von Sydow (il mentore del protagonista), Kathryn Morris (la moglie) e, in ruoli minori, Peter Stormare (il medico) e Tim Blake Nelson (il guardiano della prigione). La colonna sonora di John Williams si rifà a quelle di Bernard Herrmann, focalizzandosi più sull'aspetto noir che su quello fantascientifico, ed è rimpolpata da molti brani di musica classica (in particolare la sinfonia "Incompiuta" di Schubert, che si ode mentre Anderton opera al computer).

11 febbraio 2014

Twin dragons (Ringo Lam, Tsui Hark, 1992)

The twin dragons (Shang long hui)
di Ringo Lam e Tsui Hark – Hong Kong 1992
con Jackie Chan, Maggie Cheung
**1/2

Rivisto in TV.

In questa classica commedia degli equivoci, Jackie Chan interpreta il doppio ruolo di due gemelli separati alla nascita. Uno, John Ma, cresciuto ed educato negli Stati Uniti, è diventato un celebre direttore d'orchestra; l'altro, Boomer, vissuto nei bassifondi di Hong Kong, è ora un pilota clandestino ed esperto in arti marziali. Quando John torna ad Hong Kong per esibirsi in un concerto, i due entrano a contatto, dando il via a un'inevitabile serie di scambi di persona. A un certo punto Boomer si ritroverà a dirigere sul palco mentre John dovrà affrontare i gangster che hanno un conto in sospeso con il fratello... Costruita su uno spunto vecchio come il cinema (da "Non c'è due senza quattro" a "Inseparabili"), una pellicola forse carente dal punto di vista dei combattimenti (visto che manca un avversario vero e proprio) ma ravvivata sul piano comico-romantico da un Jackie in gran forma e dalle due interpreti femminili, la splendida Maggie Cheung (al suo quinto film con Jackie, dopo i tre "Police Story" e il secondo "Project A") e la conturbante Nina Li Chi (che nel mondo reale è la moglie di Jet Li), ciascuna delle quali si innamorerà del Jackie "sbagliato", credendo che si tratti dell'altro. L'umorismo è a tratti quello demenziale delle commedie hongkonghesi degli anni ottanta, ma non mancano trovate interessanti, come quando i movimenti o le sensazioni di uno dei gemelli influenzano l'altro, anche a distanza. Ringo Lam ha diretto per lo più le scene d'azione (in particolare il lungo combattimento finale nella fabbrica dove si testano le automobili, con il continuo passaggio fra le due camere caratterizzate dal caldo e dal freddo), mentre Tsui Hark si è occupato di quelle a sfondo comico-romantico (ovvero tutta la sezione centrale della pellicola). Kirk Wong è il gangster che provoca lo scambio dei bambini, Teddy Robin è l'amico di Boomer. Moltissimi i cameo di attori e registi hongkonghesi: si va da John Woo (il prete) a Lau Kar-Leung (il medico), da Wong Jing (il curatore "alternativo") ad Eric Tsang (l'uomo che parla al telefono), da Sylvia Chang e James Wong (i genitori dei gemelli) a Mabel Cheung (la madre adottiva di Boomer), fino agli stessi registi Ringo Lam e Tsui Hark (due dei meccanici che giocano a carte).

10 febbraio 2014

100 gradi sotto zero (R.D. Braunstein, 2013)

100 gradi sotto zero (100 Degrees Below Zero)
di R.D. Braunstein – USA 2013
con Jeff Fahey, Sara Malakul Lane
*

Visto in TV.

Una serie di eruzioni vulcaniche minaccia di coprire di polvere i cieli dell'Europa, dando il via a un lungo periodo glaciale. Una coppia di ragazzi americani cerca di fuggire da una Parigi fredda e innevata, prima che sia troppo tardi. Più che un B-movie, uno Z-movie: sfornato dalla famigerata casa di produzione The Asylum, specializzata in film horror e catastrofici a basso costo, si tratta di una pellicola realizzata senza mezzi (e fin qui, pazienza) ma anche senza idee, e che spreca letteralmente il tempo del malcapitato spettatore. Non si contano scene o momenti privi di senso, errori di continuità, situazioni ripetute o irragionevoli, mancanza di tensione o di climax... Tutto è a livelli imbarazzanti: la recitazione (come siano stati coinvolti due attori di "nome" come Jeff Fahey e John Rhys-Davies è un mistero), la sceneggiatura, le caratterizzazioni, gli effetti speciali (si fa per dire), la regia (ci sono video amatoriali su YouTube curati meglio). Da salvare – per ragioni puramente "estetiche" – solo la protagonista (la modella Sara Malakul Lane) che per tutto il film, incurante del freddo, indossa una magliettina senza maniche. Le scene a Parigi sono state girate in realtà a Budapest (di cui sono visibili alcuni celebri palazzi).