28 maggio 2016

X-Men: Apocalisse (Bryan Singer, 2016)

X-Men: Apocalisse (X-Men: Apocalypse)
di Bryan Singer – USA 2016
con James McAvoy, Michael Fassbender
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

"Il terzo film è sempre il peggiore", afferma un personaggio mentre esce dal cinema dopo aver appena visto "Il ritorno dello jedi" (la storia si svolge infatti nel 1983). Probabilmente Singer intendeva lanciare un meta-commento al terzo capitolo della trilogia originale degli X-Men, "Conflitto finale", guarda caso l'unico non diretto da lui (ed effettivamente il più brutto dei tre). Ma la frase è valida anche se riferita a questa trilogia di prequel, di cui "Apocalisse" è appunto il terzo episodio dopo "X-Men: L'inizio" e "Giorni di un futuro passato". Non che manchi il divertimento: chi da un film di supereroi si attende spettacolari scene d'azione, variopinti poteri, e vivaci dinamiche fra i vari personaggi (particolarmente simpatici i siparietti con Quicksilver e Nightcrawler) non resterà troppo deluso. Ma rispetto ai suoi due predecessori, la storia è parecchio generica, le caratterizzazioni superficiali, le svolte prevedibili e stereotipate, sono assenti i sottotesti sociali e razziali (sostituiti da una vaga metafora religiosa) e si resta con l'impressione di aver assistito semplicemente a un unico, prolungato, artificio per ripristinare lo status quo della franchise, reintroducendo personaggi cardine (Ciclope, Tempesta, Nightcrawler), quasi tutti in versione teen, e formando la squadra che sarà protagonista delle future avventure (manca giusto Wolverine, che comunque si concede un'apparizione nei panni dell'Arma X). Certo, in mezzo ai tanti qualcuno risulta sacrificato: penso a Magneto (Michael Fassbender), ridotto quasi a una figura di contorno (se si eccettua la sequenza in cui perde la moglie e la figlia con cui aveva cercato di rifarsi una vita normale, tornando di conseguenza sulla strada del male); in confronto Mystica (Jennifer Lawrence) sembra invece divenuta un punto di riferimento centrale nella saga, tanto che molti giovani mutanti (a partire da Tempesta) la venerano come un'eroina e un modello da seguire. Eppure, come ho già avuto modo di dire, preferisco di gran lunga i film degli X-Men a quelli degli Avengers prodotti direttamente dai Marvel Studios: almeno "sembrano" vero cinema e non lunghi episodi di un telefilm.

Siamo negli anni ottanta, dunque: come le due pellicole precedenti sfruttavano lo scenario degli anni '60 e '70 per dare spessore all'ambientazione, anche in questo caso trovamo sullo sfondo le dinamiche socio-politiche dell'epoca (i materiali di repertorio comprendono filmati di Reagan e Andropov). Il cattivone è En Sabah Nur (Oscar Isaac), ossia Apocalisse, forse il primo mutante in assoluto, in giro da almeno cinquemila anni e in grado di accumulare nuovi poteri a ogni reincarnazione. Risvegliato da un sonno millenario e intenzionato a conquistare il mondo, comincia con lo "smantellare" gli arsenali nucleari delle superpotenze, aiutato dai quattro mutanti che ha scelto come suoi "cavalieri": Angelo (cui ha donato ali metalliche, come nei fumetti), Psylocke (entrambi in una versione differente da quella apparsa in passato), Tempesta (reclutata nelle strade del Cairo) e Magneto. A opporsi a loro ci sono il professor Xavier (James McAvoy) e i suoi studenti: i fedeli Bestia e Havok, la rediviva Mystica, la giovane Jean/Fenice e le nuove reclute Ciclope e Nightcrawler, ai quali si aggiunge Quicksilver (figlio di Magneto, all'insaputa di questi). Come si vede, tantissimi personaggi, e tutti più giovani rispetto alle incarnazioni successive (si completa così il ricambio generazionale degli interpreti: qui Tye Sheridan, Sophie Turner, Kodi Smit-McPhee e Alexandra Shipp vanno a sostituire James Marsden, Famke Janssen, Alan Cumming e Halle Berry rispettivamente nei panni di Ciclope, Jean, Nightcrawler e Tempesta). Fra le new entry, Olivia Munn è Psylocke, Ben Hardy è Angelo e Lana Condor è Jubilee (poco più di un cameo, visto che dal montaggio finale è stata tagliata tutta la parte al centro commerciale). Brevi apparizioni per Calibano e Blob. Nella colonna sonora spiccano i brani non originali, utilizzati in quelle che forse sono le scene più belle dell'intero film: l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella sequenza della distruzione degli arsenali nucleari) e la canzone "Sweet Dreams (Are Made of This)" degli Eurythmics (quando Quicksilver salva gli studenti della scuola Xavier, mostrata tutta dal punto di vista "accelerato" del personaggio). Lo scontro mentale fra Xavier e Apocalisse nel finale potrebbe essere stato ispirato dal classico duello fra il professore e il Re delle Ombre nella serie a fumetti. Il consueto cameo di Stan Lee, per una volta, include anche sua moglie, Joanie. La scena post-credits, in cui la Essex Corporation recupera campioni di sangue dell'Arma X, sarà probabilmente sviluppata nei futuri film di Wolverine, di Gambit e degli stessi X-Men.

27 maggio 2016

Perfidia (Robert Bresson, 1945)

Perfidia (Les dames du Bois de Boulogne)
di Robert Bresson – Francia 1945
con María Casares, Paul Bernard
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Per vendicarsi di Jean (Paul Bernard), l'amante che l'ha lasciata, l'intrigante parigina Hélène (María Casares) lo spinge fra le braccia della giovane Agnès (Elina Labourdette), all'apparenza una semplice ragazza di campagna, in realtà con un torbido passato da prostituta. Soltanto dopo che i due si saranno sposati, Hélène rivelerà a Jean la verità. Nonostante il disonore, però, l'uomo continuerà ad amare la ragazza. Ispirandosi a un episodio contenuto nel romanzo "Jacques il fatalista" di Diderot, Bresson realizza un dramma che a tratti può ricordare gli intrighi de "Le relazioni pericolose" (anche se in questo caso la ragazza da sedurre è tutt'altro che innocente e il seduttore è la vera vittima del complotto), coadiuvato ai dialoghi da Jean Cocteau (che si ricorderà della Casares cinque anni più tardi, quando girerà il suo "Orfeo"). Al centro dell'intreccio c'è ovviamente la morale in fatto di costumi sessuali e il contrasto fra la povera Agnès, che le circostanze avverse della vita hanno trasformato suo malgrado in una donna non onorevole, ed Hélène, dama dell'alta società ma dall'animo contorto, manipolatrice e vendicativa nei confronti dell'ingenuo Jean. Pur ambientato in epoca contemporanea, sono assenti riferimenti alla situazione sociale e politica della Francia del dopoguerra. Al suo secondo film, Bresson ricorre qui ancora ad attori professionisti e ad una messa in scena piuttosto tradizionale: a partire dalla pellicola successiva, "Il diario di un curato di campagna", cambierà approccio e affinerà il suo stile essenziale e minimalista.

25 maggio 2016

Ho affittato un killer (Aki Kaurismäki, 1990)

Ho affittato un killer (I hired a contract killer)
di Aki Kaurismäki – GB/Fra/Fin/Ger/Sve 1990
con Jean-Pierre Léaud, Margi Clarke
**1/2

Rivisto in divx.

Henri (Léaud), francese in "esilio" a Londra dove è impiegato in un ufficio comunale, conduce una vita vuota, monotona e solitaria. Quando perde il lavoro, decide di suicidarsi: non riuscendo però a uccidersi con le proprie mani, commissiona l'incarico ad un killer (Kenneth Colley). L'incontro con una donna, Margaret (Clarke), gli farà però cambiare idea: a questo punto farà di tutto per sfuggire al sicario che lui stesso ha assoldato. Alla sua prima produzione internazionale (anche se non si tratta del suo primo film girato all'estero, visto che c'era stato "Leningrad Cowboys Go America"), Kaurismäki non rinuncia al proprio stile laconico ed essenziale, e sceglie un attore il cui volto impassibile si sposa alla perfezione con la sua poetica: Jean-Pierre Lèaud, icona della Nouvelle Vague e celebre per i film di Truffaut. Se la trama è alquanto inverosimile, ondeggiando tra la black comedy e la farsa (i vari tentativi di suicidio di Henri, che non vanno a buon fine per imperizia o per sfortuna) e con un meccanismo narrativo a tratti forzato (la rapina), l'atmosfera è invece quella di un perfetto noir. Gli ambienti (i quartieri più proletari e degradati della Londra thatcheriana; gli appartamenti spogli che riflettono il vuoto nelle vite dei personaggi; i pub e i locali dove si consumano whisky e sigarette senza pensare al futuro) e i personaggi di contorno (da Margaret, venditrice di rose, allo stesso killer, che si scopre malato terminale di cancro) contribuiscono al tono malinconico e fatalista tipico dei migliori esempi del genere. Nel finale c'è spazio per un po' di speranza, magari da andarsi a cercare altrove (tanto "la classe operaia non ha patria", dice Henri). Cameo di Joe Strummer (il chitarrista), di Serge Reggiani (il proprietario del chiosco di hamburger) e dello stesso Kaurismäki (il venditore di occhiali da sole).

24 maggio 2016

Siamo donne (Rossellini, Visconti, et al, 1953)

Siamo donne
di Alfredo Guarini, Gianni Franciolini, Roberto Rossellini, Luigi Zampa, Luchino Visconti – Italia 1953
con Alida Valli, Ingrid Bergman, Isa Miranda, Anna Magnani
**

Visto in divx.

Film in cinque episodi, ideato da Cesare Zavattini per "applicare la poetica del quotidiano a personaggi famosi". A parte il primo segmento, infatti, gli altri quattro presentano celebri attrici nei panni di sé stesse. Ogni episodio è aperto, sui titoli di testa, da una successione di locandine dei film più famosi di ciascuna interprete. I segmenti dedicati a Ingrid Bergman e Anna Magnani sono decisamente comici e farseschi, mentre quelli di Alida Valli e Isa Miranda sono più drammatici e si incentrano sul loro desiderio di vivere una vita normale. Nel complesso, una pellicola interessante ma – come sempre capita con i film a episodi – di livello diseguale.

"4 attrici, 1 speranza" di Alfredo Guarini (*1/2)
Decine di ragazze si accalcano a Cinecittà per partecipare a un concorso per aspiranti attrici. Una di loro, infatti, sarà scelta per partecipare al film che stiamo guardando. La selezione è narrata in prima persona da Anna Amendola, che alla fine sarà scelta insieme a Emma Danieli. È l'episodio meno interessante, anche perché la caratterizzazione delle candidate (protagonista compresa) è quasi inesistente. Un anno prima era uscito "Bellissima" di Visconti, molto più efficace (e spietato) nel mettere in scena l'illusione e l'attrazione per il dorato mondo del cinema. Amendola e Danieli, così come qualche altra delle aspiranti attrici che si vedono sullo schermo, avranno una breve carriera cinematografica negli anni a venire.

"Alida Valli" di Gianni Franciolini (**1/2)
Alida Valli è sommersa da obblighi e impegni, e trova sempre più soffocante l'ambiente in cui lavora, senza poter mai essere sé stessa. Per sfuggire a un noioso ricevimento, una sera decide di recarsi invece alla festa di fidanzamento della propria cameriera Anna. Qui scopre di invidiare la vita semplice ma genuina della ragazza e assapora un breve istante di "normalità". Forse perché desidera di essere al posto di Anna, comincia involontariamente a flirtare con il suo fidanzato: quando se ne rende conto, vergognandosi di sé stessa, abbandona anche questa festa. In fondo anche lì stava solo recitando.

"Ingrid Bergman" di Roberto Rossellini (**)
Ingrid Bergman racconta un episodio accadutole quando si era appena trasferita ad abitare con Rossellini in una bella villa fuori Roma. L'attrice dà vita a una vera e propria faida con il pollo di una vicina di casa, che accusa di entrare nel giardino e di rovinarle il roseto che accudisce con tanta cura. L'incidente ha un epilogo imbarazzante quando la Bergman chiude il pollo in un armadio perché stanno arrivando degli ospiti in casa, solo per veder giungere la vicina che l'accusa davanti a tutti di essere una "ladra di polli". Episodio abbastanza sciocco, niente più di una barzelletta, anche se sono da apprezzare l'autoironia e il carattere documentaristico, tipicamente rosselliniano.

"Isa Miranda" di Luigi Zampa (**)
Isa Miranda vive per il lavoro e nel culto della propria personalità, ma rimpiange di aver sacrificato tutto alla carriera e di non aver mai avuto il tempo di farsi una famiglia. Diventerà madre per un giorno quando si prenderà cura di quattro bambini di periferia, rimasti soli in casa perché i genitori sono fuori a lavorare. Dopo aver infatti portato in ospedale un bimbo che era rimasto ferito giocando in strada, l'attrice lo riconduce a casa e trascorre tutto il pomeriggio accudendo lui, i suoi fratellini e sorelline, e "giocando" a fare la mamma fino al ritorno di quella vera.

"Anna Magnani" di Luchino Visconti (**1/2)
Anna Magnani ricorda un episodio di dieci anni prima, quando lavorava nel teatro di varietà. Mentre si sta recando al lavoro in taxi, ha una discussione con l'autista perché questi pretende di farle pagare una lira di supplemento per il suo cane, un piccolo bassotto: l'attrice sostiene invece di non essere obbligata a pagare, trattandosi di un "cane da grembo". Decisa per principio a non darla vinta al tassista, la Magnani lo trascina prima da un poliziotto e poi direttamente in caserma. Alla fine le autorità le daranno ragione, ma nel frattempo avrà perso tempo e speso molto più di quanto avrebbe dovuto pagare inizialmente. L'episodio – il migliore del film, perché sorretto dalla verve di una Magnani come sempre vitale ed esuberante – si conclude con l'attrice, a teatro, che intona lo stornello "Com'è bello fa' l'amore quann'è sera".

22 maggio 2016

The happiness of the Katakuris (T. Miike, 2001)

The happiness of the Katakuris (Katakuri-ke no kofuku)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Kenji Sawada, Naomi Nishida
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Monica, in originale con sottotitoli.

La famiglia Katakuri si è trasferita in campagna per gestire una piccola pensione in una zona poco frequentata da turisti e campeggiatori. Ma i loro clienti hanno una brutta abitudine: per volontà (suicidio) o per caso (incidente), finiscono tutti col morire mentre sono ospiti dell'albergo. Per evitare che la notizia dei decessi si propaghi e getti una cattiva luce sulla struttura, il capofamiglia Masao convince i parenti a seppellire i cadaveri presso il laghetto adiacente, senza dire nulla alla polizia... Remake della black comedy sudcoreana "The quiet family", che Miike trasforma in un musical demenziale e grottesco, un misto di commedia e horror a briglie sciolte: se la trama segue più o meno fedelmente quella del film originale, lo stile salta di palo in frasca, con sequenze animate a passo uno (sin dai titoli di testa) e inserti musicali che evidenziano con enfasi palesemente esagerata lo stato d'animo dei personaggi. Situazioni farsesche e paradossali, momenti splatter, comici o surreali (il nonno che colpisce al volo i corvi con tronchi di legno!), personaggi sopra le righe (il truffatore che millanta di essere parente dei reali d'Inghilterra) e coreografie trash e kitsch, per una pellicola che non si prende mai sul serio e che, se si riesce a stare al gioco, garantisce un divertimento sfrenato e contagioso, anche quando esalta – mettendoli in fondo alla berlina – i valori dell'unità della famiglia e dell'ottimismo che aiuta a superare ogni ostacolo. Come detto, il regista non si fa scrupolo a ricorrere in certe sezioni a una grottesca animazione in stop motion (nei titoli di testa e in alcune sequenze particolarmente “spettacolari” che, se fossero state girate in live action, avrebbero richiesto costosi effetti speciali) e persino a canzoni particolarmente sdolcinate che invitano il pubblico a cantarle insieme agli interpreti, con tanto di sovrimpressioni per il karaoke. A tratti esilarante, anche se come spesso capita Miike sembra non avere limiti nel buono o nel cattivo gusto. Dieci anni fa mi aveva entusiasmato e sorpreso per la sua anarchica follia nonsense. Devo però confessare che, rivisto una seconda volta, mi è parso un po' meno divertente.

20 maggio 2016

La notte del demonio (J. Tourneur, 1957)

La notte del demonio (Night of the demon, aka Curse of the demon)
di Jacques Tourneur – GB 1957
con Dana Andrews, Peggy Cummins
***

Visto in divx.

Dana Andrews said prunes
gave him the runes,
and passing them used lots of skills...

Lo psicologo americano John Holden (Dana Andrews), arrivato in Inghilterra per partecipare a un convegno sul soprannaturale, si ritrova ad indagare sulla misteriosa morte di un collega che aveva pubblicamente diffamato il capo di una setta satanica. Lo scettico Holden non crede alla magia nera o al demonio, e se la ride quando il suo rivale, il dottor Julian Karswell (Niall MacGinnis), gli scaglia contro una maledizione per mezzo di una pergamena con antichi caratteri runici, prevedendo la sua morte entro due giorni... Ma dovrà ricredersi. Fra inquietanti scene notturne e sequenze d'atmosfera nel cerchio di pietre di Stonehenge, uno dei più celebri horror britannici degli anni cinquanta, colmo di suspense e costantemente in bilico fra la realtà concreta e l'ambiguità del mondo arcano. Tourneur, che torna al genere dopo la trilogia girata in America per Val Lewton nei primi anni quaranta ("Il bacio della pantera", "Ho camminato con uno zombi" e "L'uomo leopardo") e lo sceneggiatore Charles Bennett (che adatta un romanzo del 1911, "Casting the runes " di M. R. James) ebbero contrasti con il produttore Hal E. Chester, che impose loro di mostrare apertamente sullo schermo il demone. Bennett e Tourneur avrebbero preferito lasciare nel dubbio lo spettatore sulla reale presenza o meno di una creatura soprannaturale, e sarebbe di certo stato meglio (anche perché gli effetti speciali sono alquanto imbarazzanti). Interessante la caratterizzazione del cattivo, intrigante e affabile al tempo stesso, che vive nel suo castello nella campagna inglese insieme all'anziana madre e nel tempo libero gioca a fare l'illusionista per i bambini del villaggio. Al fianco di Andrews c'è Joanna (Peggy Cummins), la nipote del suo collega morto. Fra le scene più memorabili, quella dell'interrogatorio sotto ipnosi di un adepto della setta (Brian Wilde), caduto in stato catatonico dopo essere stato accusato di aver commesso un altro omicidio, e quella della seduta spiritica in cui un medium evoca lo spirito dello zio della ragazza.

18 maggio 2016

La calda amante (François Truffaut, 1964)

La calda amante (La peau douce)
di François Truffaut – Francia 1964
con Jean Desailly, Françoise Dorléac
**1/2

Rivisto in DVD.

Pierre Lachenay (Desailly), affermato scrittore e studioso di letteratura, sposato da quindici anni e con una figlia piccola, durante un viaggio a Lisbona per una conferenza conosce una giovane hostess, Nicole (Dorléac), di cui si invaghisce. Comincia così a frequentarla a più riprese, finché non diventa la sua amante. Ma il tempo per gli incontri clandestini è sempre troppo poco, e la sua notorietà di accademico (oltre al timore di dare scandalo mostrandosi con lei in pubblico) mette di continuo i bastoni fra le ruote alla loro relazione. Quando la moglie scoprirà tutto, la situazione precipiterà. Dopo l'enorme successo di "Jules e Jim", che lo aveva proiettato nell'olimpo cinematografico come uno dei giovani registi più popolari della Nouvelle Vague, Truffaut sorprese tutti mettendo in scena una storia d'amore quasi agli antipodi del film precedente. Se quello celebrava l'amore libero, anarchico e fuori dalle regole, questo propone il più ordinario triangolo borghese (marito, moglie, amante); se quello manifestava un approccio rivoluzionario e poneva i sentimenti al di sopra di tutto, persino della vita e della patria, questo soffoca i suoi protagonisti nei lacci del conformismo e delle convenzioni sociali, raccontandone la vicenda in maniera fredda, quasi senza partecipazione. Il finale in particolare, nonostante la sua drammaticità, fatica a smuovere le emozioni dello spettatore. Lo stesso regista spiegò: «Ho voluto fare "La peau douce" proprio per dimostrare che l'amore è qualcosa di molto meno euforico ed esaltante. L'ho fatto quindi in risposta a "Jules e Jim": ci sono le menzogne, il lato sordido, la doppia vita. È un film da incubo». Tanto bastò per procurargli la disapprovazione di pubblico e di critica, che fischiarono il film al Festival di Cannes (anche se con il tempo, ovviamente, è stato rivalutato). Come se non bastasse, quando uscì nelle sale italiane fu pesantemente censurato (il che è un paradosso, se si pensa che il titolo nostrano ne enfatizza invece l'aspetto "scandalistico"): l'edizione in DVD ripristina le numerose scene tagliate, inserendole in originale con i sottotitoli. Eppure, nonostante la banalità del soggetto, Truffaut è abile come sempre a descrivere psicologicamente i suoi personaggi, e in particolare il protagonista maschile, di cui mostra tutte le debolezze e le insicurezze, l'aspirazione a una nuova gioventù attraverso una relazione "pura" e fresca, tenuta però a freno dalla paura di essere scoperto (tutta la lunga sequenza del viaggio a Reims, dove i due amanti sperano di trascorrere un week-end romantico lontano da Parigi ma che finisce per risolversi in un disastro, è magistrale, permeata da una comicità cinica che scorre sottotraccia: nel vedere frustrati i tentativi di Pierre di restare solo con Nicole, sembra di assistere a una commedia in stile "Quando la moglie è in vacanza"). Ne risulta quasi uno studio scientifico – venato di inevitabile pessimismo – sull'infedeltà e l'impossibilità di sfuggire ai lacci della vita che ci si è costruita con le proprie mani. La moglie di Lachenay è interpretata da Nelly Benedetti. La Dorléac, sorella di Catherine Deneuve, all'epoca aveva una relazione con lo stesso Truffaut.

17 maggio 2016

La signora di mezzanotte (M. Leisen, 1939)

La signora di mezzanotte (Midnight)
di Mitchell Leisen – USA 1939
con Claudette Colbert, Don Ameche
***

Visto in divx.

La cantante e ballerina americana Eve Peabody (Colbert), senza un soldo e senza bagaglio, giunge a Parigi allo scoccare della mezzanotte con il treno proveniente da Montecarlo, dove ha perso al casinò tutti i suoi averi. L'unica cosa che le è rimasta è il vestito elegante e dorato che indossa. In cerca di un lavoro, stringe amicizia con il tassista di origine ungherese Tibor Czerny (Ameche), che naturalmente se ne innamora, ricambiato, ma presto i due si perdono di vista. Introdottasi clandestinamente a una festa dell'alta società, Eve si spaccia per la “baronessa Czerny”, prendendo a prestito il nome del tassista, e conquista il cuore di Jacques Picot (Francis Lederer), un ricco gigolò. Il suo segreto è scoperto dall'aristocratico George Flammarion (John Barrymore), che però le copre il gioco perché ha tutto l'interesse che Picot – che è l'amante di sua moglie – metta la testa a posto. Le cose si complicano quando Czerny, avendo rintracciato Eve, si presenta nella lussuosa dimora dei Flammarion, dove Eve è ospite, fingendo a sua volta di essere un barone nonché il marito della ragazza... Sceneggiato da Charles Brackett e Billy Wilder, in uno dei loro primi lavori cinematografici, un classico della commedia screwball anteguerra, assai divertente e a tratti esilarante (come nella scena della finta telefonata fra i “coniugi” Czerny e la loro figlioletta, cui presta la voce l'anziano Flammarion). Sul canovaccio della commedia degli equivoci (personaggi che mentono e fingono di essere quello che non sono) e di quella romantica (il modello è ovviamente “Accadde una notte” di Capra) si appoggiano la satira dell'alta società, quella dell'arrivismo e dei conflitti di classe, e quella dei rapporti coniugali (memorabile il processo per il divorzio fra Eve e Tibor, che non sono nemmeno sposati!). Il ruolo della Colbert doveva andare inizialmente a Barbara Stanwyck, che vi rinunciò perché impegnata nelle riprese di un altro film. Insoddisfatto delle modifiche apportate alla sceneggiatura durante le riprese, Wilder decise di diventare a sua volta regista per avere il controllo completo sui propri copioni.

15 maggio 2016

A scanner darkly (R. Linklater, 2006)

A scanner darkly - Un oscuro scrutare (A scanner darkly)
di Richard Linklater – USA 2006
con Keanu Reeves, Robert Downey Jr.
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Sabrina, Monica e Marisa.

Al suo secondo film in animazione rotoscope (dopo “Waking life”), Linklater adatta un romanzo semi-autobiografico di Philip K. Dick e ricorre a un cast di attori celebri (quasi tutti perfettamente riconoscibili anche in versione “ricalcata”) che comprende Keanu Reeves, Winona Ryder, Robert Downey Jr., Woody Harrelson e Rory Cochrane. In un prossimo futuro in cui il 20% della popolazione è dipendente da una droga chiamata "Sostanza M" (che provoca allucinazioni, schizofrenia, e a lungo andare distrugge le capacità cerebrali), Reeves è Bob Arctor, un uomo che ha abbandonato la propria famiglia e ospita nella sua casa in California un piccolo gruppo di amici più o meno "sballati" con cui condivide la dipendenza dalla droga e indugia in conversazioni sconclusionate e deliranti. Ma Bob è anche un agente della narcotici in incognito, introdottosi nel gruppo all'insaputa dei suoi compagni per scoprire se vi si nascondono elementi sovversivi. L'intera dimora è tenuta sotto controllo da videocamere che riprendono segretamente ogni cosa ("l'oscuro scrutare" del titolo). La doppia vita di Bob, sempre più schizofrenico a causa della droga che è costretto ad assumere per svolgere il suo incarico e che causa progressivamente una separazione delle funzioni dei due emisferi cerebrali, raggiunge infine un punto di non ritorno. Fra paranoie e allucinazioni, perdita di identità e di memoria, la pellicola racconta in maniera efficace – grazie anche al particolare approccio visivo, sempre in bilico fra immagini realistiche e deviazioni per la tangente – la discesa negli inferi della tossicodipendenza, la perdita di controllo mentale e gli effetti delle sostanze psicotrope. A tratti visionario e fantascientifico (come dimenticare la “tuta disindividuante” che gli agenti in incognito indossano per celare la propria identità anche ai colleghi, attraverso la quale cambiano aspetto in continuazione, e il cui effetto mimetico è in fondo replicato dalla stessa tecnica digitale con cui è girato il film?), altre volte quanto mai tragico e concreto (come suggeriscono i toccanti titoli di coda, nei quali Dick ricorda tutti i suoi amici caduti vittime di anfetamine e sostanze psicotrope), il film ambienta una vicenda di complotti autoritari (la potente corporazione che gestisce la disintossicazione dei dipendenti dalla droga è in realtà la sua prima produttrice) in un mondo allucinato e visionario che ricorda quello dei protagonisti di “Paura e delirio a Las Vegas”, con persone che si trasformano in insetti, ricevono la visita di strani alieni e perdono la percezione del tempo e dello spazio.

14 maggio 2016

Laurence Anyways (Xavier Dolan, 2012)

Laurence Anyways
di Xavier Dolan – Canada/Francia 2012
con Melvil Poupaud, Suzanne Clément
***

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Raccontati in un unico e lungo flashback (la durata del film sfiora le tre ore!), dieci anni della vita di Laurence Alia, insegnante di letteratura di Montreal che nel 1989, all'età di trent'anni, comunica alla fidanzata Frédérique e ai parenti la propria intenzione di diventare una donna. Se la famiglia e la scuola lo ostracizzano, Fred sceglie invece di rimanere al suo fianco: il percorso si rivelerà però difficile, e la loro relazione ne soffrirà le conseguenze. Al suo terzo film, il regista prodigio Xavier Dolan mette in scena l'odissea di un personaggio transgender che sceglie di andare per la propria strada, incurante di tutto e di tutti, fino a conquistare quell'identità di cui era in cerca da sempre. Al centro del racconto, prima ancora della trasformazione di Laurence (“Non sto mica diventando un unicorno!”), c'è però costantemente il suo rapporto con Fred, la donna che ama e che ancor più di lui attraversa crisi di ogni genere pur di stargli vicina. A un certo punto Fred prova ad allontanarsi da Laurence e a costruirsi una vita “normale”, con un marito e un figlio, ma le basi su cui poggia sono fragili perché manca quel legame di complicità e di scherzo che funzionava così bene con lui. La regia virtuosistica di Dolan fa respirare la vicenda con sprazzi di visionarietà e arricchisce alcune sequenze con uno stile da videoclip, un utilizzo mai banale (a tratti kubrickiano) della musica più disparata (Beethoven e Prokofiev, fra gli altri) e una cura delle immagini che, anche nei momenti più surreali (la farfalla che esce dalla bocca, la pioggia in casa, la nevicata di panni), non perdono mai il loro valore di metafora e di simbolo della liberazione dai ruoli sociali di genere. Ottimi gli interpreti, in particolare la Clèment (favolosa nella scena in cui esplode di rabbia nella tavola calda). Nel cast anche Nathalie Baye (la madre di Laurence), Monia Chokri (la sorella di Fred) e Susan Almgren (la giornalista che intervista Laurence).

12 maggio 2016

Captain America: Civil War (A. e J. Russo, 2016)

Captain America: Civil War (id.)
di Anthony e Joe Russo – USA 2016
con Chris Evans, Robert Downey Jr.
**

Visto al cinema Colosseo.

Il terzo film di Captain America è in realtà più una pellicola degli Avengers al completo che del vendicatore a stelle e strisce, benché questi rimanga comunque al centro dei riflettori. Gli eroi più potenti della Terra (o almeno dell'Universo Marvel) sono infatti vittima di un complotto ordito da Helmut Zemo (Daniel Brühl) per dividerli in due fazioni, capeggiate rispettivamente da Tony Stark/Iron Man (Downey Jr.) e Steve Rogers/Captain America (Evans), e farli scontrare gli uni contro gli altri. Non che Zemo debba sforzarsi troppo, visto che – come si era già capito dalle pellicole precedenti – i due eroi hanno ideali e "filosofie" decisamente in contrasto. Le numerose vittime civili e collaterali durante le recenti missioni dei Vendicatori hanno spinto i governi del pianeta a riconsiderare lo status di libertà con cui gli eroi operano, e le Nazioni Uniti stipulano un trattato che li obbliga a subordinare le loro attività alle decisioni di un apposito comitato. Gli eroi si dividono fra quelli che trovano giusto adeguarsi a tale protocollo (Iron Man, Vedova Nera, Visione, War Machine) e quelli che invece temono che possa pregiudicare la necessaria libertà d'azione e di intervento (Cap, Falcon, Wanda, Occhio di Falco). La situazione precipita quando il Soldato d'Inverno (ovvero Bucky, l'antico compagno di Captain America) viene accusato di essere il responsabile di un attentato contro le stesse Nazioni Unite, nel quale perde la vita anche l'anziano re del Wakanda. Intenzionato a dare fiducia all'amico di un tempo, Cap aiuta Bucky a sfuggire alla cattura, e questo scatena la guerra fra le due fazioni di eroi, rimpolpate per l'occasione da alcune guest star (Pantera Nera e Spider-Man nel team di Stark, Ant-Man e lo stesso Winter Soldier in quello di Rogers). Alla fine si scoprirà che a incastrare Bucky è stato Zemo, ma la rivelazione non spegnerà il contrasto fra Cap e Iron Man, anzi lo esacerberà quando Tony scoprirà che proprio Bucky, pure se mentalmente controllato dall'Hydra, è il responsabile della morte dei suoi genitori.

Adattando una celebre saga dei comics (che però nella versione a fumetti aveva raggio e conseguenze ben più ampie), i fratelli Russo portano sullo schermo un nuovo tassello dell'Universo Cinematico Marvel, ormai un vero e proprio serial a puntate più che una successione di pellicole indipendenti. In particolare, il lungometraggio segna l'inizio della cosiddetta "Fase Tre" del MCU, che dovrebbe culminare con i due "Avengers: Infinity War" in uscita nel 2018 e 2019. In linea con i film precedenti, ovvero con un baricentro spostato sull'azione e le scazzottate fra eroi, caratterizzazioni basilari e dinamiche semplicistiche (il che non è necessariamente un difetto), "Civil War" prosegue le vicende di Bucky (Sebastian Stan) raccontate in "Winter Soldier", mette in scena l'atteso e inevitabile scontro fra Iron Man e Cap, ma introduce anche nuovi personaggi, a partire dallo Spider-Man "ufficiale" (Tom Holland) che prende il posto di quello del recente reboot di Marc Webb (da considerarsi dunque defunto dopo solo due film, peraltro assai mediocri), destinato a interagire con regolarità con gli altri eroi Marvel. Fra le caratteristiche del nuovo Uomo Ragno (di cui fortunatamente non vengono raccontate per l'ennesima volta le origini) sono da segnalare una zia May (Marisa Tomei) ben più giovane di quella canonica e un costume "tecnologico", opera di Tony Stark. Per il resto, assistiamo all'evoluzione di Ant-Man in Giant-Man (ovvero Golia), ai primi accenni di una relazione fra Visione e Wanda, e all'introduzione del wakandiano Pantera Nera (Chadwick Boseman), anch'egli – come Spider-Man – futuro protagonista di un film personale. Scarlett Johansson è la Vedova Nera, William Hurt è il generale "Thunderbolt" Ross, Emily VanCamp è Sharon Carter, mentre Stan Lee fa il suo cameo come postino. Gli elementi chiave del genere sono rispettati e l'intrattenimento non manca, e tanto è bastato a riscuotere l'approvazione di un pubblico e una critica ormai assuefatti. Ma l'altro blockbuster di stagione incentrato su scontri fra supereroi, il bistrattato "Batman v Superman", nonostante i difetti di sceneggiatura, mi era sembrato trattare con maggior spessore i dilemmi morali e i lati oscuri degli eroi.

10 maggio 2016

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (S. Pollack, 1972)

Corvo rosso non avrai il mio scalpo (Jeremiah Johnson)
di Sydney Pollack – USA 1972
con Robert Redford, Will Geer
***

Visto in TV.

A metà del diciannovesimo secolo, il trapper Jeremiah Johnson abbandona la civiltà e si trasferisce a vivere e a cacciare da solo sulle Montagne Rocciose. Dopo un primo inverno assai duro, l'uomo comincia a ambientarsi sempre meglio in un territorio selvaggio e inospitale, all'epoca ancora infestato dagli indiani. E senza volerlo, finirà per farsi una famiglia, sposando Cigno Pazzo (della tribù delle Teste Piatte) e adottando un bambino (Caleb, che con sua madre era stato l'unico sopravvissuto di un violento attacco dei Piedi Neri). Il breve momento di serenità avrà fine quando la sua casa sarà assalita dai bellicosi Corvi. Johnson giurerà vendetta al loro capo, il temibile Mano Che Segna Rosso, e diventerà una leggenda vivente, temuto e rispettato dai suoi stessi nemici. Ispirato a una storia vera – quella di John "Liver-eater" ("Mangiafegato") Johnson, la cui biografia è stata adattata dallo sceneggiatore John Milius – il film di Pollack è un'autentica pietra miliare del genere western, uno dei primi film (insieme insieme ai di poco precedenti "Soldato blu" e "Piccolo Grande Uomo") a rappresentare i nativi americani senza ricorrere a stereotipi o travisamenti, mostrandoli magari anche ostili all'uomo bianco ma non necessariamente cattivi o inferiori (sono semmai forze della natura e parte integrante di una wilderness di cui è celebrato il mito e il fascino, ma anche i pericoli e le insidie). Lo stesso protagonista dimostra a più riprese il suo rifiuto verso il modo di vivere occidentale, la politica e la guerra (si accenna al fatto che ha combattuto nel conflitto messicano-statunitense), mentre in parallelo giunge a conoscere bene gli indiani e a rispettarne le credenze e le usanze: anche per questo, nonostante la parte finale della pellicola si regga sulla faida personale fra Johnson e i Corvi, il titolo italiano è piuttosto fuorviante. Più che una trama unica, il film segue la vita di Johnson attraverso una serie di incontri, come quelli con altri cacciatori – l'anziano "Artiglio d'orso" (Will Geer) e l'eccentrico Del Gue (Stefan Gierasch) – o con le varie tribù di indiani, e naturalmente il figlio adottivo e la moglie (Delle Bolton), con i quali a lungo non parla mai (la donna perché non conosce la sua lingua, il bambino perché è diventato muto per lo shock). La fotografia di Duke Callaghan esalta gli scenari naturali e i paesaggi dello Utah attraverso le varie stagioni: dall'inverno innevato alla rinascita della primavera. La colonna sonora è opera di Tim McIntire e John Rubinstein, più noti come attori che come musicisti. Curiosità: è stato il primo western accettato in concorso al festival di Cannes. Inizialmente avrebbe dovuto essere diretto da Sam Peckinpah e interpretato da Clint Eastwood, ma i due, che non andarono d'accordo, abbandonarono il progetto. La pellicola e il suo personaggio rappresentano la principale fonte di ispirazione per la serie a fumetti "Ken Parker" di Berardi e Milazzo, il cui protagonista sfoggia infatti il volto di Robert Redford.

8 maggio 2016

Quando c'era Marnie (H. Yonebayashi, 2014)

Quando c'era Marnie (Omoide no Marnie)
di Hiromasa Yonebayashi – Giappone 2014
animazione tradizionale
**1/2

Visto in TV.

Anna è una dodicenne introversa e asociale. Poiché soffre di asma, il dottore le consiglia di trascorrere qualche giorno fuori città: viene così inviata in un paesino sulla costa, ospite di una coppia di zii campagnoli. Qui, fra le rovine di una grande villa disabitata che si affaccia sul mare, fa la conoscenza di una sua coetanea, la bionda Marnie, che come lei è alla disperata ricerca di un'amica, vivendo praticamente come una reclusa. Ma chi è veramente Marnie? Un'amica immaginaria, frutto dei sogni e delle fantasie di Anna? Un fantasma, rimasto nei luoghi dove abitava quando era in vita? O una persona reale? Al suo secondo film dopo "Arietty", il regista Yonebayashi adatta un romanzo della scrittrice inglese Joan Gale Robinson (molto amato dal suo mentore Hayao Miyazaki), spostandone il setting dalla Gran Bretagna all'Hokkaido (l'isola più settentrionale del Giappone). Ne esce una pellicola delicata e poetica, forse a tratti un po' lenta, soprattutto nella prima parte, ma che commuove sinceramente nel finale quando viene rivelata la vera storia della misteriosa Marnie e il suo legame con Anna. L'amicizia fra le due ragazzine, e la crescita della protagonista (che impara finalmente ad apprezzare la vita e i rapporti con gli altri), sono raccontate con garbo e sensibilità, e gli scenari e le atmosfere (rese palpabili e poetiche come solo gli animatori dello Studio Ghibli sono in grado) fanno il resto. Disegni, sfondi e animazioni sono in perfetto stile Miyazaki, al punto che – ritmo a parte – uno spettatore distratto potrebbe confondere il film con uno di quelli del maestro.

6 maggio 2016

Ted 2 (Seth MacFarlane, 2015)

Ted 2 (id.)
di Seth MacFarlane – USA 2015
con Mark Wahlberg, Amanda Seyfried
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

L'orsacchiotto di peluche senziente Ted e il suo "rimbombamico" John (Wahlberg) ritornano con le loro avventure all'insegna del politicamente scorretto e della nostalgia per l'infanzia e gli anni ottanta: stavolta, però, sulla comicità si innestra una trama "seria" (la lotta di Ted per difendere i propri diritti civili, che lo stato del Massachussets vorrebbe negargli perché, in quanto giocattolo, non sarebbe una "persona" ma semplicemente un "bene") che riduce alquanto il divertimento. E dunque, anche se gli ingredienti sono gli stessi della precedente pellicola, il risultato non è altrettanto fresco e dirompente. Per la causa in tribunale, Ted e Johnnie assoldano la giovane avvocatessa Samantha L. Jackson (Amanda Seyfried), con la quale si trovano subito in sintonia (tanto che John se ne innamora). Ma il ritorno di Donny (Giovanni Ribisi), lo "stalker" di Ted già visto nel primo film, che ha convinto il ceo della Hasbro a vivisezionare l'orsacchiotto per scoprire come mai ha preso vita e costruirne così milioni di esemplari da mettere in commercio, complica le cose. Se alcune gag e le molte situazioni imbarazzanti in cui i protagonisti amano ficcarsi con il loro comportamento eternamente irresponsabile continuano a divertire, complessivamente l'impianto della storia è decisamente meno frizzante, anche per la mancanza di un autentico antagonista (quanto sarebbe stato più interessante il film se la personalità di Samantha avesse cozzato con quella di Ted e John, invece di condividerne parecchi aspetti, l'amore per le droghe in primis?). Nella versione originale, anche stavolta, il regista e sceneggiatore Seth MacFarlane dà la voce a Ted. Nella scena ambientata al Comic Con, è divertente provare a riconoscere le centinaia di personaggi di fumetti e serie televisive che fanno capolino sotto forma di cosplayer. Fra le celebrità che interpretano sé stesse, da segnalare Tom Brady (giocatore di football americano), Jay Leno e Liam Neeson. Morgan Freeman è invece l'avvocato che i nostri amici cercano di assoldare a New York.

4 maggio 2016

La fiammiferaia (Aki Kaurismäki, 1990)

La fiammiferaia (Tulitikkutehtaan tyttö)
di Aki Kaurismäki – Finlandia/Svezia 1990
con Kati Outinen, Vesa Vierikko
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Iris conduce una vita solitaria e senza gratificazioni. Di giorno lavora in una fabbrica di fiammiferi per mantenere una madre nullafacente e un patrigno violento; la sera frequenta locali da ballo alla ricerca di un amore che sembra non giungere mai. Quando finalmente incontra un uomo, Aarne, questi la scarica dopo una sola notte: e alla notizia che la ragazza è rimasta incinta, le manda un assegno per invitarla ad abortire. Al culmine della depressione, umiliata e rifiutata da tutti, Iris prende una decisione irrevocabile... Ispirato solo superficialmente alla fiaba di Andersen "La piccola fiammiferaia", il terzo film della cosiddetta "trilogia del proletariato" (dopo "Ombre nel paradiso" e "Ariel") è, nella sua breve durata (solo 68 minuti), uno dei lavori più riusciti e compiuti di Kaurismäki, sicuramente quello più drammatico e "nero". Quando Iris si reca in farmacia per comprare il veleno per topi, lo spettatore è spinto a pensare che stia meditando il suicidio: la decisione di avvelenare invece Aarne (oltre a un altro uomo che la approccia fugacemente nel bar) e i genitori giunge dunque a sorpresa, ma risulta perfettamente in linea con il personaggio e la storia narrata, ed eleva la pellicola al di sopra del melodramma (un genere quantomai lontano dalle corde del regista finlandese), virandola verso la black comedy e la tragedia fatalista. La consueta laconicità dei personaggi aggiunge spessore psicologico, mentre l'inevitabile finale completa quello che è un vero e proprio gioiellino cinematografico, graziato dalla fotografia lucida e pittorica di Timo Salminen, dalla colonna sonora rock & blues (Iris cerca l'amore anche nelle canzoni, nei libri, nei film, mentre il mondo intorno a lei sembra insensibile all'arte, e in televisione scorrono le immagini della rivolta di piazza Tienanmen e della visita del papa in Finlandia), e soprattutto dalla prova d'attrice di Kati Outinen, volto impassibile e costante nelle produzioni di Kaurismäki, che sforna qui una delle sue interpretazioni più intense e memorabili.

3 maggio 2016

Il regno dei sogni e della follia (M. Sunada, 2013)

Il regno dei sogni e della follia (Yume to kyoki no okoku)
di Mami Sunada – Giappone 2013
con Hayao Miyazaki, Toshio Suzuki
*1/2

Visto in TV.

Documentario sullo Studio Ghibli che segue in particolare la lavorazione di "Si alza il vento", l'ultimo film di Hayao Miyazaki, leggendario fondatore dello studio insieme all'amico Isao Takahata (che a sua volta, mentre veniva realizzato il documentario, stava lavorando alla sua pellicola d'addio, "La storia della principessa splendente"). Alternando scene riprese all'interno dello studio con spezzoni di conferenze stampa e immagini di repertorio, il film prova a trasmettere l'atmosfera di serenità e di complicità che si respira durante la lavorazione di uno dei capolavori di Miyazaki, figura che rimane sempre al centro della narrazione. Ma nel complesso sembra saltare un po' di palo in frasca, senza una vera direzione o un messaggio da trasmettere. Se è piacevole vedere Miyazaki al lavoro e negli ambienti dove dà sfogo alla propria creatività, la struttura del film risulta per lo più confusa, fra le dinamiche interne allo studio (i produttori preoccupati per i ritardi di Takahata; le incertezze di Goro, il figlio di Miyazaki), alcuni momenti della lavorazione di "Si alza il vento" (la scelta del regista Hideaki Anno come doppiatore del protagonista), immagini poetiche (le frasche degli alberi mosse dal vento, la gatta che dorme sul tavolo) e generiche riflessioni di Miyazaki su sé stesso ("Sono un uomo del ventesimo secolo"), sul cinema ("I film sono esseri viventi") e sul futuro ("A tenermi ancorato a questo mondo sono i bambini").

30 aprile 2016

Cane di paglia (Sam Peckinpah, 1971)

Cane di paglia (Straw Dogs)
di Sam Peckinpah – USA/GB 1971
con Dustin Hoffman, Susan George
***1/2

Rivisto in DVD.

Il matematico americano David Summer (un Hoffman strepitoso) si trasferisce con la moglie Amy nelle campagne inglesi per compiere in pace i propri studi. Ma l'atmosfera non è delle migliori: la presenza di Amy, giovane, bionda e bella, risveglia le attenzioni morbose del suo ex spasimante Charlie e degli amici che David ha assunto per restaurare un capanno vicino alla casa, mentre il professore stesso è vittima di derisioni e scherzi di ogni genere, ai quali non sa reagire (la moglie lo accusa di essere pavido e indeciso). La situazione precipita quando Amy, mentre David è assente, violentata in casa da Charlie e da uno dei suoi compagni. E giunge al punto di non ritorno dopo che David, avendolo investito in auto, accoglie in casa Henry Niles (David Warner), minorato mentale accusato di aver violentato e ucciso una ragazzina del villaggio. Deciso a farsi giustizia da solo, Tom (Peter Vaughn), lo zio ubriacone della ragazza, assalta la casa insieme a Charlie e compari. Ma David saprà difendere la propria dimora: utilizzando ogni risorsa a disposizione, il mite professore si trasformerà in un guerriero, uscendo trionfatore in un'escalation di estrema violenza. Il primo film di Peckinpah non iscrivibile al genere western (ma l'assedio finale alla casa ha tutti i crismi di un assalto indiano a un fortino!), oltre che il primo girato fuori dall'America (in Cornovaglia, per la precisione), è un thriller ad alta tensione che fu accusato, alla sua uscita, di fascismo (per la redenzione del protagonista attraverso la violenza) e di misoginia (per la scena dello stupro, naturalmente, ma in generale per i personaggi femminili – non solo Amy, ma anche la giovanissima Janice – ritratti come "provocatrici" e causa prima di ogni tragedia). In realtà la lettura è ben più stratificata, con connotazioni di natura sessuale (la mitezza e la pavidità di David possono essere un'allegoria dell'impotenza, mentre la sua successiva risolutezza e aggressività sottintendono l'orgoglio di una ritrovata virilità) e una rappresentazione della violenza quasi archetipica, ovvero come qualcosa di innato negli esseri umani, anche se apparentemente inermi e pacifisti. Tale violenza non può essere tenuta a freno dalle leggi della società (il maggiore Scott, tutore dell'ordine nel villaggio, è il primo a essere eliminato): se si presenta l'occasione, l'uomo torna al suo lato selvaggio. Si rivelano così speciose le discussioni fra il matematico e il reverendo del paese sulla responsabilità della scienza o della religione negli spargimenti di sangue della storia (rispettivamente a causa della bomba atomica o delle crociate): la violenza è insita nell'uomo a prescindere dell'una o dell'altra. Da notare lo scambio di battute fra David e i giovani inglesi, che gli chiedono se l'America è davvero così violenta come si dice in giro, al che lui risponde: "Solo nei film europei". Il pendolo di Newton sulla scrivania del professore suggerisce il principio di azione e reazione. Come ne "Il mucchio selvaggio", Peckinpah apre la pellicola con una scena che mostra bambini che giocano (qui, in un cimitero). La potenza delle immagini è esaltata dal montaggio, in particolare durante la scena del ricevimento (con Amy che rievoca i momenti dello stupro) e nella sequenza finale dell'assedio. Il titolo del film (che in inglese è al plurale) deriva da una citazione del Tao Te Ching. La pellicola è tratta dal romanzo "The Siege of Trencher's Farm" dello scozzese Gordon M. Williams, che in un primo momento avrebbe dovuto essere portato sullo schermo da Roman Polanski. Nel 2011 ne uscirà un remake ambientato negli Stati Uniti.

29 aprile 2016

The Commitments (Alan Parker, 1991)

The Commitments (id.)
di Alan Parker – Irlanda/GB/USA 1991
con Robert Arkins, Andrew Strong
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela, Alessandro, Paola, Costanza.

“Gli irlandesi sono i più negri d'Europa, i dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino”: così afferma il giovane manager Jimmy Rabbitte ai membri dello scalcinato gruppo musicale che ha messo insieme, The Commitments, per spiegare loro perché suoneranno il soul nei locali più malfamati e in sale di quart'ordine della capitale irlandese. Tratto da un romanzo di Roddy Doyle, che ha contribuito alla sceneggiatura, il film racconta la nascita, i successi e lo scioglimento di una band sui generis, graziata dal talento artistico (in particolare dalla voce del cantante, che fuori dal palcoscenico è invece un ubriacone cafone e sboccato), ma tormentata dalla disorganizzazione, dai problemi economici e dai dissidi interni, oltre che dalle dinamiche relistiche della vita di periferia. Proprio il setting circostante, gli ambienti proletari e le famiglie numerose, i pub, i mercati, le strade del northside di una Dublino quanto mai viva e pulsante, fanno da sfondo imprescindibile alle vicende del gruppo, narrate dallo stesso Jimmy come in una finta intervista a un reporter interessato a ricostruirne la storia. Ne risulta una pellicola corale e avvicente, molto più che una semplice risposta irlandese a “The Blues Brothers”, che riesce a raccontare come poche altre la magia della musica, la sua capacità di far sognare ed elevare (spiritualmente ancor prima che materialmente) i singoli individui e un'intera comunità. La sceneggiatura caratterizza mirabilmente i vari componenti della banda, lavoratori che si barcamenano fra il proprio mestiere e il tempo dedicato alla musica, le pressioni sociali e il desiderio di emergere dalla mediocrità. Fra tutti, spiccano Deco (Andrew Strong), il suddetto cantante, volgare e odiato dai compagni, che quando sale sul palco sembra trasformarsi; il trombettista americano Joey “Labbra” Fagan (Johnny Murphy), il veterano del gruppo, che millanta di aver suonato in compagnia dei nomi più grandi della musica soul e blues, e che in qualche modo riesce a portarsi a letto tutte le coriste; e lo stesso Jimmy (Robert Arkins), collante della banda, che tuttavia nulla può quando – proprio mentre il successo comincia ad arridere – dissidi e litigi interni pongono fine all'esperienza del gruppo. Colm Meaney è il padre di Jimmy, appassionato di Elvis Presley al punto da appendere in casa il suo ritratto persino sopra quello del papa. Gli altri interpreti, quasi tutti sconosciuti all'epoca, hanno preferito poi proseguire la carriera musicale anziché quella cinematografica. Nella colonna sonora figurano (fra gli altri) brani di Otis Redding, Aretha Franklin e Wilson Pickett, tutti rifatti dalla band.

28 aprile 2016

Il quartiere dell'amore e della speranza (N. Oshima, 1959)

Il quartiere dell'amore e della speranza (Ai to kibo no machi)
di Nagisa Oshima – Giappone 1959
con Hiroshi Fujikawa, Yuki Tominaga
**1/2

Visto alla Fogona, in divx con sottotitoli inglesi.

Il giovane Masao, povero ma orgoglioso, vive con la mamma e la sorellina Yasue in un'umile dimora alla periferia di Tokyo. La madre, che quando non è malata lavora come lustrascarpe, spera che il figlio prosegua gli studi, iscrivendosi al liceo dopo l'imminente esame di terza media. Masao, invece, vorrebbe trovarsi un lavoro, e nel frattempo guadagna qualche soldo con un “commercio” truffaldino, ovvero vendendo davanti alla stazione i piccioni viaggiatori che la sorella ha allevato, contando sul fatto che questi alla prima occasione torneranno a casa, dandogli la possibilità di rivenderli nuovamente. Due giovani donne finiscono col prendersi a cuore le sorti del ragazzo: la sua insegnante, Akiyama, e una ricca liceale, Kyoko, che cerca di farlo assumere nell'industria di famiglia. Ma i pregiudizi contro chi vive nei bassifondi si riveleranno un ostacolo insormontabile... Al suo primo lungometraggio, Oshima realizza un breve (poco più di un'ora) ma incisivo affresco sociale che parla di povertà e di riscatto, mettendo a confronto diversi contesti del Giappone del dopoguerra e mostrando come i sogni e l'idealismo debbano fare i conti con la realtà e i pregiudizi di classe. Il tutto senza cedere al melodramma o ai luoghi comuni del neorealismo, ma trovando un approccio personale che sfocerà nella cosiddetta Nuberu Bagu (nouvelle vague) nipponica, corrente cinematografica sviluppatasi di pari passo con quella francese. Qui, come suggerisce il titolo, nonostante tutto c'è ancora spazio per l'ottimismo: il giovane protagonista, in particolare, saprà trovare da solo una propria strada, al di là di ogni compromesso, di ogni scorciatoia o anche del desiderio di coloro che gli stanno attorno. Ma il regista mette subito in chiaro come al centro del suo cinema ci saranno i contrasti fra classi differenti, oltre che l'indagine delle pulsioni disilluse e radicali della nuova generazione di giapponesi.

26 aprile 2016

Profumo (Tom Tykwer, 2006)

Profumo - Storia di un assassino (Perfume: The Story of a Murderer)
di Tom Tykwer – Germania 2006
con Ben Whishaw, Dustin Hoffman, Alan Rickman
**1/2

Visto in TV.

Nella Francia dell'ottocento, l'orfano Jean-Baptiste Grenouille (Ben Wishaw) scopre di avere un dono unico al mondo: un olfatto incredibilmente sensibile, in grado di riconoscere e di "apprezzare" qualsiasi odore. Divenuto allievo di un maestro profumiere, l'italiano Giuseppe Baldini (Dustin Hoffman), il giovane cerca di carpire da lui il segreto per immagazzinare per sempre l'odore che più di tutti gli sta a cuore, quello delle giovani donne. Ciò lo trasformerà in un serial killer, visto che scoprirà che l'unico modo per creare il "profumo" di cui è alla ricerca è quello di drenarlo letteralmente dai corpi di tredici ragazze giovani e belle. La sua tredicesima vittima sarà Laura (Rachel Hurd-Wood), la bellissima figlia del notabile Richis (Alan Rickman), che per vendicarsi gli darà la caccia. Ma nel frattempo Grenouille ha completato il suo profumo, e questo ha un effetto stupefacente su chi lo fiuta... Dal romanzo di Patrick Süskind (un best seller negli anni ottanta), un originale thriller dalle premesse inverosimili ma dallo sviluppo coerente, che riesce però solo a tratti a coinvolgere e a catturare lo spettatore nel suo mondo paradossale e – in un certo senso – allegorico. La fotografia di Frank Griebe si ispira a pellicole come "Oliver Twist" e "I miserabili", ma anche ai quadri di Caravaggio e Rembrandt, e cerca di rendere sullo schermo la cupezza, lo sporco e la commistione di effluvi della Parigi del diciannovesimo secolo. In questo scenario fin troppo oscuro e crudele (si pensi alla sfortunata sorte di tutti i personaggi secondari, che escono di scena in maniera violenta subito dopo che la loro strada si divide da quella di Grenouille), spicca come protagonista un personaggio a suo modo unico e straordinario. Sociopatico e quasi muto (dirà non più di una decina di frasi in tutto il film), concentrato sul proprio obiettivo in maniera ossessiva, il giovane Grenouille è apparentemente insensibile e senza rimorsi di coscienza per gli omicidi che compie, il che lo rende un killer con un aura di innocenza ("È un angelo!", diranno di lui nel finale). Semplicemente per Grenouille gli odori sono tutto, e ogni cosa si "misura" solo in base a essi: come si lasciano appassire i fiori per catturarne l'essenza per i profumi, così è lecito fare per ogni altro essere vivente, uomini e donne compresi. Anche quando sembra che si innamori di una ragazza (la giovane venditrice di prugne all'inizio, Laura poi), in realtà è innamorato solo della sua bellezza, o meglio della sua "essenza", e il suo scopo è quella di possederla per tenerla con sé per sempre. Confezione di ottimo livello per regia, fotografia, interpretazioni. Per lungo tempo Süskind aveva rifiutato di concedere al cinema i diritti del suo libro, perché riteneva che solo Stanley Kubrick o Miloš Forman sarebbero stati in grado di tradurre in immagini il suo testo: e in effetti Tykwer sfoggia qui uno stile iper-classico ed elegante che ricorda molto quello di Forman in "Amadeus". Non guasta di certo la scelta di non ricorrere mai ad effetti speciali o digitali (nemmeno nel difficile tentativo di trasporre gli odori in immagini). Il regista tedesco dirigerà ancora Ben Whishaw in "Cloud Atlas".

24 aprile 2016

Jupiter - Il destino dell'universo (Wachowski, 2015)

Jupiter - Il destino dell'universo (Jupiter Ascending)
di Lana e Lilly Wachowski – USA 2015
con Mila Kunis, Channing Tatum
**

Visto in TV.

Jupiter Jones (Mila Kunis), umile immigrata clandestina che si guadagna da vivere come donna delle pulizie, scopre di essere nientemeno che la reincarnazione di colei che un tempo era la legittima proprietaria della Terra. Il pianeta, insieme a molti altri sparsi nella galassia, fa infatti parte delle proprietà di una ricca famiglia reale (gli Abrasax) che ne "alleva" gli abitanti per ricavare da essi un elisir di giovinezza che poi vende in tutto l'Universo. Contro il ritorno di Jupiter e la rivendicazione dei suoi diritti si battono i suoi tre "figli", Balem (Eddie Redmayne), Titus (Douglas Booth) e Kalique (Tuppence Middleton), che non intendono lasciare che la ragazza si riappropri della loro eredità ma soprattutto che metta fine, per motivi etici, al loro "commercio". Per fortuna Jupiter sarà aiutata dagli ex legionari spaziali Caine (Channing Tatum) – un licatante (ibrido fra uomo e lupo) di cui si innamora – e Stinger (Sean Bean). Incaricati dalla Warner Brothers di sviluppare una franchise fantascientifica nuova di zecca, i fratelli (ora sorelle) Wachowski sfornano una variazione sul tema di "Matrix" (un mondo in cui misteriose entità extraterrestri “sfruttano” gli esseri umani a nostra insaputa) stavolta in chiave di space opera, ricca di effetti speciali, di viaggi interstellari e di strane creature aliene in un universo che alterna scenari quotidiano-famigliari ad altri barocco-esotici. I toni sono comunque più leggeri, con una storia che non si prende sempre sul serio (si pensi alla sezione con i burocrati), che si diverte a spiazzare le attese dello spettatore (Sean Bean non muore!), che gioca con cliché e citazioni ("Io non sono tua madre!", grida Jupiter, capovolgendo completamente la celebre frase di Darth Vader) e soprattutto che traccia un audace parallelo fra i genocidi intergalattici della dinastia Abrasax e i moderni metodi di sfruttamento delle imprese terrestri a scopi commerciali (come gli allevamenti di bestiame). Il successo al botteghino però non è arriso, e anche la critica statunitense è stata parecchio negativa: forse non solo per le scene d'azione lunghe e a volte confuse e per una sceneggiatura con diversi momenti incoerenti o sopra le righe, ma anche perché fondamentalmente la pellicola lancia un forte attacco al capitalismo, con il cattivo che agisce all'insegna del motto "Vivere è consumare" e che rivendica come la sua impresa debba “creare profitto” a ogni costo (che la protagonista sia di origine russa, dunque, forse non è un caso). In compenso, buona l'accoglienza da parte del pubblico femminile. Nel cast, da segnalare i piccoli ruoli per Bae Du-na (la cacciatrice motorizzata), Terry Gilliam (il vecchio ministro burocrate, in una scena che ricorda “Brazil”) e James D'Arcy (il padre di Jupiter).

22 aprile 2016

Le confessioni (Roberto Andò, 2016)

Le confessioni
di Roberto Andò – Italia/Francia 2016
con Toni Servillo, Daniel Auteuil
*1/2

Visto al cinema Apollo.

Il presidente del Fondo Monetario Internazionale (Daniel Auteuil) e i ministri dell'economia del G8 si riuniscono in un albergo di lusso sulla costa della Germania per deliberare una manovra segreta contro la crisi economica. Al summit, a sorpresa, sono invitati anche tre elementi esterni: una rock star, una scrittrice per bambini (Connie Nielsen, ispirata evidentemente a J.K. Rowling) e un monaco certosino votato al silenzio (Servillo). A quest'ultimo, a sera inoltrata, il presidente chiede inaspettatamente di essere confessato nella privacy della propria stanza. Ma quando la mattina dopo l'uomo viene trovato morto, si scatenano dubbi e panico: si è suicidato? è stato ucciso (con il monaco come primo sospettato)? Ma soprattutto, ha rivelato nella sua confessione il segreto della manovra finanziaria che sta per essere varata, e che avrà conseguenze pesanti per i paesi più deboli e già in difficoltà? Dopo "Viva la libertà", Andò – con l'aiuto di Servillo – prosegue la sua riflessione sul potere, centrando meglio l'attenzione da quello politico a quello economico. Ma lo fa con un film sì elegante (e che può contare su un ricco cast internazionale: ci sono anche Pierfrancesco Favino, Lambert Wilson, Marie-Josée Croze, Togo Igawa e Moritz Bleibtreu) ma anche freddo, fumoso e qualunquista nelle sue riflessioni a vasto raggio (oltre a politica ed economia, si sfiorano anche arte e religione). L'aggancio all'attualità (la crisi economica, l'austerity, il default della Grecia) si perde in generalizzazioni tanto superficiali quanto discutibili, mentre il gioco dei contrasti (il monaco umile in abito bianco che si aggira nei corridoi di un hotel lussuoso e asettico, i politici e gli economisti che devono prendere decisioni disumane e che frattanto mostrano vizi e virtù quanto più umane possibili) lascia il tempo che trova. Quanto all'aspetto giallistico, Andò ha dichiarato di essersi voluto rifare a maestri come Polanski e Hitchcock (di cui si cita esplicitamente "Io confesso"): ma evidentemente non sembra aver compreso la lezione di sir Alfred secondo cui la suspence va costruita "titillando" il pubblico: qui lo spettatore è tenuto all'oscuro di quasi tutti i dettagli della vicenda, i segreti dei personaggi rimangono tali anche per lui, il monaco è sempre enigmatico e impenetrabile, e dunque vengono a mancare gli appigli per costruire la tensione e rendere avvicente il thriller. Aggiungiamovi la caratterizzazione mal riuscita o inesistente di gran parte dei personaggi (alcuni dei quali, come il cantante, francamente inutili), la stereotipazione dei "buoni" e dei "cattivi" (gli unici a manifestare dubbi sulla manovra economica sono il ministro italiano e l'unica donna, la canadese, mentre fra i "duri" ci sono ovviamente il tedesco, l'americano e il russo: le simpatie e le antipatie del regista sono fin troppo evidenti), i luoghi comuni sul potere delle banche, sul cinismo del capitalisti e sulla disumanità di potenti che non ascoltano la propria coscienza. A rendere un po' più gradevole il tutto non bastano sporadici momenti surreali o poetici (gli uccelli, il cane, il vecchio ricco con l'alzheimer, il finale semi-comico che però giunge fuori tempo massimo in un film che si è preso troppo sul serio) o la bravura degli interpreti (alcuni però, come Auteuil o la Nielsen, affossati dal doppiaggio). Nella colonna sonora di Nicola Piovani c'è spazio per Lou Reed ("Walk on the wild side") e Schubert ("Winterreise").

20 aprile 2016

Lasciami entrare (Tomas Alfredson, 2008)

Lasciami entrare (Låt den rätte komma in)
di Tomas Alfredson – Svezia 2008
con Kåre Hedebrant, Lina Leandersson
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Sabrina, Marisa, Monica e Roberto.

Oskar, dodicenne senza amici e vittima di bullismo a scuola, fa amicizia con Eli, sua coetanea appena trasferitasi nell'appartamento a fianco al suo (siamo in un sobborgo di Stoccolma). In realtà la bambina è una vampira (“Ho dodici anni, ma li ho da un bel po' di tempo”) che con i suoi poteri farà giustizia dei bulli che tormentano Oskar. Originale pellicola che affronta un tema quanto mai inflazionato e di moda, quello dei vampiri, con un taglio quotidiano, minimalista e psicologico e – soprattutto – il punto di vista di un ragazzino. Una possibile lettura degli eventi narrati è che si tratta interamente del frutto dell'immaginazione di Oskar, che vediamo da subito interessato ai delitti e ai casi di cronaca nera (ne raccoglie i ritagli di giornale in un album), sogna di vendicarsi dei bulli con la violenza (ha un coltello a serramanico) e naturalmente si fabbrica un'amica immaginaria in grado di risolvergli i problemi (come, simbolicamente, fa con il Cubo di Rubik) e che solo lui incontra e conosce (i due comunicano fra loro in modo “segreto”, con il codice morse, all'insaputa dei genitori). La scena finale, in cui il ragazzino parte in treno da solo (trasportando Eli chiusa nella sua “bara”), parrebbe confermarlo, così come i dialoghi che tracciano un analogia fra i vampiri e le vittime di bullismo. Fra i pregi, l'ambientazione scandinava: paesaggi innevati, poca luce e mood introspettivo e malinconico. Da notare come i vampiri abbiano tutte le caratteristiche “classiche” della letteratura, in particolare l'impossibilità di entrare in una casa se non sono stati prima invitati a farlo (da cui il titolo del film). Grande il riscontro di critica, forse anche oltre gli effettivi meriti del film, il che ha portato qualche anno dopo alla realizzazione di un remake made in USA, "Let me in", uscito in Italia come "Blood story".

18 aprile 2016

Bellissima (Luchino Visconti, 1951)

Bellissima
di Luchino Visconti – Italia 1951
con Anna Magnani, Walter Chiari
***

Visto in divx, con Sabrina, Paola e Chiara.

Il regista Alessandro Blasetti (che interpreta sé stesso) cerca una bambina di sei-otto anni per il nuovo film che deve girare a Cinecittà. Fra le molte madri che portano le loro figlie all'audizione c'è anche Maddalena Cecconi (Anna Magnani), infermiera a domicilio che sogna per la sua Maria una luminosa carriera nel mondo dello spettacolo, quella cui forse lei stessa aveva aspirato in gioventù senza poterla realizzare. Incurante delle critiche, della derisione e dei tentativi di scoraggiamento che le giungono dai familiari e dai vicini di casa, Maddalena compie ogni sacrificio per far sì che Maria venga scelta dal regista. La povera bambina, che non viene mai interpellata, è così trascinata nel giro di pochi giorni da un provino all'altro, costretta a prendere lezioni di recitazione (da un'insegnante sciroccata, ex attrice fallita) e di ballo (con la madre che spera che di vederla volteggiare sulle punte dopo una sola ora), a farsi ritrarre in posa dal fotografo e a vestirsi come una vedette, a truccarsi e a tagliarsi i capelli ("Solo una spuntatina e due ricciolini", si raccomanda Maddalena, ma le cose andranno diversamente). E visto che la mamma non intende lasciare alcuna carta intentata, prova anche la via della raccomandazione, finendo però fra le mani del traffichino Alberto Annovazzi (Walter Chiari), che la trufferà per comprarsi una Lambretta... Alla fine, nonostante tutto, l'obiettivo sarà raggiunto e la timida Maria sarà scelta dal regista. Ma avendo assistito all'umiliazione della bambina da parte dei cineasti, che ridevano durante il provino in cui la piccola era scoppiata a piangere, sarà proprio Maddalena a cambiare idea e a non volere più che la figlia diventi uno zimbello per intrattenere il pubblico. Realizzato nella cornice del neorealismo (il soggetto è di Cesare Zavattini), il film mette in scena tutte le illusioni di gloria, di ricchezza e di riscatto di un personaggio che subisce, in particolare, l'attrazione del magico mondo del cinema, tanto quello popolare che quello hollywoodiano (Maddalena è una fan appassionata dei grandi attori americani, come Montgomery Clift o Burt Lancaster: curiosamente, pochi anni più tardi la stessa Magnani reciterà insieme a quest'ultimo). A differenza di parabole come "A che prezzo Hollywood" o il futuro "La signora senza camelie" di Antonioni, qui il sogno non è vissuto dalla protagonista in prima persona ma attraverso la figlia, sulla quale vengono proiettati desideri e aspirazioni impossibili da realizzare direttamente. Quando diventa chiaro quale sia il prezzo da pagare per esaudire tali desideri, ovvero la perdita della dignità, Maddalena avrà il coraggio e l'orgoglio di rinunciarvi e di tornare fra le braccia di quel marito pragmatico che disapprovava i suoi sforzi e che si poneva traguardi e progetti più immediati e concreti (come l'acquisto di una nuova casa). Strepitosa la prova della Magnani, una vera forza della natura, personaggio comico e senza freni ma capace di mostrare un'espressività talmente intensa ed emozionale da risultare commovente. Visconti, al terzo film e di ritorno alla regia dopo l'insuccesso de "La terra trema", dà l'addio al neorealismo con una commedia cinica e a tratti grottesca, che ritrae senza sconti la gente comune ed è lontana anni luce dall'idealizzare tanto la povertà quanto il falso mito della ricchezza. La colonna sonora incornicia il tutto nel segno del melodramma con brani da "L'elisir d'amore" di Donizetti: all'inizio tracciando un parallelo fra il ciarlatano Dulcamara e l'illusoria truffa della fama cinematografica; nel finale sottolineando dolcemente il sonno della bambina, che finalmente può assopirsi tranquilla. Il film segna la prima collaborazione di Visconti con il costumista Piero Tosi, che lavorerà poi con lui in quasi tutti i lungometraggi successivi.

16 aprile 2016

Benny's video (Michael Haneke, 1992)

Benny's Video (id.)
di Michael Haneke – Austria/Svizzera 1992
con Arno Frisch, Angela Winkler, Ulrich Mühe
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Rimasto colpito da un video che mostra l'abbattimento di un maiale, il liceale Benny si filma mentre uccide a sangue freddo una coetanea nel proprio appartamento. Quando i genitori se ne rendono conto, guardando il video, decidono di aiutarlo a far sparire il corpo della ragazza... Al secondo film per il cinema, Haneke prosegue la sua indagine nell'orrore che si fa strada all'interno della vita quotidiana, mettendo in scena una forma impressionante di "banalità del male" dentro una famiglia come tante. Mentre in tv passano immagini della guerra nei Balcani e notizie di disordini razziali in Europa, l'esistenza di Benny e della sua famiglia sembra anestetizzata alla violenza (anche a quella dei film d'azione di cui il figlio è appassionato) e scorre nel modo più "normale" possibile (a vivacizzarla ci sono giusto le strane manovre della figlia maggiore, impegnata in una specie di marketing piramidale). Benny stesso è introverso, con pochi amici: dalla sua stanza buia (con le tapparelle perennemente abbassate) guarda il mondo esterno soltanto attraverso la sua videocamera. Appassionato di video al punto da disconnettersi dalla realtà, compie un omicidio quasi per caso e per noia, senza apparenti emozioni. Al padre che gli chiede perché l'ha fatto, risponde: "Non so. Volevo vedere com'era, probabilmente". Alla fine, anche la scelta di confessare alla polizia verrà presa senza un vero motivo, e senza una reale comprensione di ciò che comporta (alla fine della confessione, chiede al commissario: "Posso andare?"). L'unico momento in cui nel ragazzo sembra scattare qualcosa è quando si taglia i capelli a zero, come a voler sottolineare un desiderio di ribellione o di cambiamento, che viene prontamente neutralizzato dai rimproveri del padre. Gli stessi genitori, di fronte al delitto del figlio, non cercano nemmeno di indagarne i motivi, quasi avessero paura di scoprirne le cause o anche solo di parlarne con lui (il viaggio in Egitto che Benny compie con la madre nei giorni successivi, mentre il padre rimane a casa per far sparire il cadavere, è quanto di più banalmente "turistico" si possa immaginare). Il tema della realtà registrata su videocassetta, e della sua influenza sulla vita vera, tornerà in altri film di Haneke, come "Funny Games" (con tanto di riavvolgimento e ripetizione) e "Niente da nascondere".

14 aprile 2016

La ricompensa del gatto (H. Morita, 2002)

La ricompensa del gatto (Neko no ongaeshi)
di Hiroyuki Morita – Giappone 2002
animazione tradizionale
**

Visto in TV, con Sabrina.

Spin-off de "I sospiri del mio cuore", film d'animazione dello Studio Ghibli del 1995, nel quale compariva la statuetta di un gatto antropomorfo e vestito di tutto punto, chiamato "Barone" dalla protagonista, che ne faceva il personaggio del romanzo fantasy da lei scritto. E proprio Baron prende vita in questo sequel indiretto, tratto da un racconto dell'autrice del manga originale che avrebbe dovuto sfociare in un cortometraggio per un parco di divertimenti: ma poi Hayao Miyazaki decise di "mettere alla prova" il giovane regista Morita, affidandogli un intero lungometraggio: si tratta solo del terzo, da quando esiste lo Studio Ghibli, non diretto da Miyazaki stesso o da Isao Takahata. La trama vede Haru, liceale pigrona ma di buon cuore, salvare un gatto che stava per essere investito da un camion. Il felino si rivela essere il principe del paese dei gatti: per ricompensarla, il re suo padre invita la ragazza nel proprio regno con l'intenzione di darla in sposa – contro la sua volontà – al principe stesso. Qui, fra l'altro, la ragazza rischia di essere trasformata a sua volta in una gatta. A salvarla ci penseranno il suddetto Baron, oltre al colossale e burbero gatto bianco Muta (già presente nel film originale) e al corvo Toto. Il semplice soggetto, con evidenti richiami ad "Alice nel paese delle meraviglie", è svolto senza particolari guizzi o sorprese. E per essere un film dello Studio Ghibli, l'animazione appare più povera del solito e i disegni meno morbidi e più stilizzati (per non parlare di un character design non sempre felice: orribile, per esempio, il re gatto). Nel complesso, un film poco più che passabile, peggiorato nella versione italiana dal solito, pessimo (non) adattamento dei dialoghi di Gualtiero Cannarsi.

12 aprile 2016

Alien: la clonazione (J. P. Jeunet, 1997)

Alien: la clonazione (Alien: Resurrection)
di Jean-Pierre Jeunet – USA 1997
con Sigourney Weaver, Winona Ryder
**1/2

Rivisto in DVD.

Sembrava che "Alien³" avesse messo la parola fine alla saga cominciata con il leggendario film di Ridley Scott, ma – miracoli della fantascienza – Ripley è tornata ed è pronta a combattere nuovamente gli xenomorfi. Duecento anni dopo la sua morte, viene infatti riportata in vita da un gruppo di scienziati al servizio dell'esercito, che l'hanno clonata per poter ricreare anche la regina aliena che ospitava dentro di sé. L'esperimento ha successo, ma Ripley stessa scopre di essere mutata in una sorta di ibrido fra uomo e alieno: oltre a forza e agilità incrementate, ha acquisito una sorta di legame empatico con gli extraterrestri. Tuttavia, quando i mostri sfuggono al controllo degli scienziati, la donna si allea con un gruppo di pirati e trafficanti spaziali per fermarli prima che la stazione spaziale, guidata dal pilota automatico, raggiunga la Terra. Del gruppo fa parte anche Call (Winona Ryder), androide di ultima generazione, dotata della capacità di agire in autonomia (un personaggio giovane che nelle intenzioni doveva "svecchiare" la franchise e che avrebbe potuto sostituire la Weaver, o affiancarsi ad essa, nelle successive pellicole). Scritto da un Joss Whedon alle prime armi (che si dichiarò insoddisfatto del risultato finale), il quarto film della saga è diretto dal francese Jean-Pierre Jeunet, reduce da un paio di pellicole interessanti soprattutto per il loro stile visivo ("Delicatessen" e "La città dei bambini perduti", girate insieme all'artista concettuale Marc Caro: ma il sodalizio fra i due si rompe con questo film). Jeunet – scelto dopo che i produttori avevano inizialmente pensato a Danny Boyle, Peter Jackson e Bryan Singer – porta a bordo molti dei suoi soliti collaboratori, sia tecnici (il responsabile degli effetti speciali Pitof, il direttore della fotografia Darius Khondji) che attori (Ron Perlman, Dominique Pinon). Nel cast ci sono anche Dan Hedaya (il generale) e Brad Dourif (uno degli scienziati).

Se dal punto di vista dell'intrattenimento il film rappresenta un passo avanti rispetto all'infelice terzo capitolo, di sicuro "La clonazione" è però quello più derivativo e meno originale, oltre che il meno "necessario" della franchise, che avrebbe potuto benissimo ritenersi conclusa con il lungometraggio precedente. Il target è decisamente più basso: nonostante alcune occasionali scene "forti" (come quella in cui Ripley incontra i cloni che l'hanno preceduta, tentativi andati male e risultati in creature deformi che mostrano anche fisicamente la loro natura ibrida), la pellicola è più leggera e divertente delle precedenti e si prende meno sul serio, come dimostrano gag, battutine ("Con chi devo scopare per volare via da questa navetta?") e personaggi da fumetto (i pirati, ma non solo). Riguardo alle scene d'azione, sono interessanti quelle che si svolgono nei compartimenti allagati della stazione: guardando gli alieni muoversi sott'acqua, eleganti, agili e veloci nel nuoto, viene da pensare che forse il loro habitat naturale è proprio quello acquatico. Naturalmente non mancano i soliti riferimenti alla maternità ("Sono la madre del mostro", dice Ripley), esplicitati qui da immagini di tessuto biologico, materia uterina (e la stessa acqua citata prima) e dal parto "in diretta" della regina aliena. Anche Ripley, infatti, ha donato a sua volta qualcosa al mostro: un sistema riproduttivo umano. Ne nasce una creatura completamente ibrida, che riconosce sua madre in Ripley (e non nella regina), e che nei bozzetti originari di Jeunet avrebbe dovuto esibire anche genitali umani (sia maschili che femminili: naturalmente la censura hollywoodiana si oppose). Nel finale, Ripley e i pochi sopravvissuti giungono finalmente sulla Terra (la donna commenta: "Anch'io sono una straniera qui"). Si pensava infatti a realizzare un quinto film, ambientato sul nostro pianeta, ma alla fine (nonostante un possibile coinvolgimento di James Cameron) non se ne fece nulla. In ogni caso, nel 2004 uscirà il crossover "Alien vs. Predator" (non un granché, ma sempre meglio del suo pessimo sequel), e poi nel 2012 Ridley Scott tornerà alle radici della saga con il prequel "Prometheus".

10 aprile 2016

Alien³ (David Fincher, 1992)

Alien³ (id.)
di David Fincher – USA 1992
con Sigourney Weaver, Charles Dance
**

Rivisto in DVD.

Sulla Sulaco, l'astronave che sta riportando Ripley e i suoi compagni verso la Terra dopo gli eventi di "Aliens", si è introdotta anche una creatura aliena: questa fa precipiare la navetta su Fury 161, un avamposto minerario che funge anche da colonia penale, abitata da una ventina di carcerati che hanno scelto volontariamente di rimanere lì (formando una sorta di comunità religiosa) dopo che ogni attività di estrazione e di fusione è stata interrotta. Ancora una volta Ripley scopre di essere l'unica rimasta in vita, e che con lei nella prigione è giunto uno xenomorfo che semina la morte fra i detenuti. Come se non bastasse, la stessa Ripley è stata impregnata da un facehugger e ospita al suo interno una regina aliena pronta a nascere... Il terzo episodio della serie di Alien (il cui titolo, senza un vero motivo se non un vezzo grafico, presenta il 3 sotto forma di apice, come se si dovesse pronunciare "Alien cubed"), pur scegliendo coraggiosamente di cambiare ancora una volta direzione alla saga, anche a costo di scontentare i fan, risulta purtroppo inferiore in tutto e per tutto ai precedenti capolavori di Ridley Scott e James Cameron. La sua gestazione è stata lunga, difficile e tormentata, con numerosi sceneggiatori (lo scrittore di fantascienza William Gibson, Eric Red, David Twohy) e registi (Renny Harlin, Vincent Ward) succedutisi l'uno all'altro prima che i produttori decidessero di affidare la regia al giovane e inesperto David Fincher, al suo primo lavoro dopo alcuni video musicali e spot pubblicitari. Se l'ambientazione in cui si svolge la storia è interessante (una sorta di prigione-monastero, i cui delicati equilibri vengono turbati dall'arrivo di Ripley – unica donna e fonte di "tentazione" – prima ancora che dall'attacco dell'alieno), per il resto la pellicola – almeno nella versione uscita nelle sale – non sembra dotata di sufficiente energia. Tanto i primi due film avevano rappresentato delle pietre miliari per i rispettivi generi (la fantascienza-horror e l'action-bellico spaziale), tanto questo sembra scarno di idee e povero di suspence, con Fincher che cerca di costruire la tensione tramite ripetute sequenze del mostro in soggettiva e puntando tutte le sue carte su un finale che avrebbe voluto essere definitivo (ma non lo sarà: la franchise proseguirà cinque anni dopo con "Alien: La clonazione").

Il modo in cui vengono fatti subito uscire di scena Newt e Hicks, dopo tutta la fatica fatta da Ripley per salvarli in "Aliens" (in particolare la bambina), è particolarmente anticlimatico e ha suscitato parecchie critiche (anche da chi aveva lavorato ai film precedenti). L'androide Bishop, anch'egli danneggiato oltre ogni possibile riparazione, viene almeno riattivato brevemente dalla protagonista (e Lance Henriksen, nel finale, interpreta anche il Bishop originale, lo scienziato che ha creato gli androidi e che non è altro che uno dei pezzi grossi della compagnia Weyland-Yutani). Alcuni passaggi narrativi sono confusi (come ha potuto un facehugger entrare nella navetta della Sulaco? L'aveva forse lasciato la regina aliena al termine di "Aliens"? E da dove arriva quello che impregna il cane?) e in generale gli elementi più tipici della franchise sono riproposti senza particolare spessore (il mostro alieno non fa mai davvero paura). Anche i personaggi di contorno, a parte Ripley (che sfoggia un inedito look con i capelli rasati a zero), sono meno interessanti rispetto a quelli dei precedenti capitoli: si va dal medico della prigione, Clemens (Charles Dance), a sua volta un ex carcerato, al supervisore Andrews (Brian Glover), dal leader dei detenuti, Dillon (Charles S. Dutton), a vari altri prigioneri pressoché intercambiabili l'uno con l'altro (si riconoscono, fra i tanti, i volti di Paul McGann, Pete Postlethwaite e Ralph Brown). Del tema della religione, introdotto a fianco di quello della prigionia (fondendo di fatto due versioni precedenti della sceneggiatura, una che ambientava la storia in una colonia penale e un'altra in un pianeta-monastero), alla fine non se ne fa nulla di concreto: pare però che una versione estesa e rieditata, uscita nel 2003 (la cosiddetta "Assembly Cut"), insista maggiormente sul simbolismo religioso, di cui nella copia uscita al cinema c'è giusto traccia nel sacrificio finale di Ripley, quando si getta nella fornace nella sequenza più memorabile della pellicola. Rispetto ad "Aliens", spicca la quasi totale assenza di armi e, in parte, di tecnologia, scelta che contribuisce a dare a questo terzo capitolo almeno una sua personale identità. Diverso anche l'aspetto estetico, con la fotografia di Alex Thomson che punta quasi sempre su colori caldi, il rosso e (soprattutto) il giallo, al posto del freddo blu che caratterizzava il film di Cameron.

8 aprile 2016

Ossessione (Luchino Visconti, 1943)

Ossessione
di Luchino Visconti – Italia 1943
con Massimo Girotti, Clara Calamai
***1/2

Visto in divx.

Girovagando in cerca di lavoro, il meccanico Gino Costa (Girotti) si ferma nell'osteria gestita dal corpulento Giuseppe Bragana (Juan de Landa) e da sua moglie Giovanna (Clara Calamai). Qui diventa l'amante della donna, e insieme decidono di uccidere il marito di lei. I sensi di colpa impediranno però alla coppia di continuare a vivere insieme serenamente, e alla fine sarà il destino stesso a punirli. Liberamente tratto dal romanzo "Il postino suona sempre due volte" di James McCain, il film che segna l'esordio alla regia del conte Luchino Visconti di Modrone (dopo alcune collaborazioni in Francia come assistente di Jean Renoir) è una pellicola fondamentale nella storia del cinema italiano, considerata da molti critici come il precursore del neorealismo: non tanto per la storia narrata, torbida e cupa come un noir ante litteram, quanto per l'ambientazione (i luoghi della Bassa Padana, nel ferrarese, e il porto di Ancona) e i personaggi, umili e disadattati, decisamente lontani da quelli del cosiddetto "cinema dei telefoni bianchi" che aveva imperato durante il fascismo con i suoi scenari art decò e le atmosfere asettiche e da commedia. Qui i temi trattati (l'adulterio in primis, ma anche l'omosessualità, adombrata dal personaggio dello "Spagnolo" interpretato da Elio Marcuzzo), così come la passione delle scene d'amore e la sensualità morbosa che traspare dalle inquadrature del corpo di Massimo Girotti, vero e proprio "oggetto del desiderio", oltre che l'insolita e schietta caratterizzazione di molti personaggi secondari (la giovane prostituta Anita, lo Spagnolo stesso), scandalizzarono le autorità del regime e la Chiesa, al punto che la pellicola venne tolta dalla distribuzione dopo pochi giorni e infine vietata. Visconti stesso ne salvò dalla distruzione una copia, tenendola nascosta fino alla fine della guerra. Stilisticamente si nota un debito alla corrente del realismo poetico francese (la cui influenza sarà evidente anche sul noir americano), anche se Visconti vi sovrappone una personale forza espressiva e una concretezza assai palpabile a livello fisico prima ancora che psicologico. Il regista esordisce con un stile già coerente e maturo, dove trovano spazio l'amore e l'inclinazione al melodramma, ma anche lo studio dei personaggi e i riferimenti al contesto storico e culturale (qui, in particolare, si mescola cultura alta e bassa: indimenticabile, per esempio, la scena in cui Bragana partecipa al concorso canoro per dilettanti, intonando l'aria "Di provenza il mare, il suol" dalla Traviata, mentre Giovanna e Gino amoreggiano alle sue spalle). Importante, come detto, la scelta di girare in esterni, lungo il fiume Po e i suoi argini, facendo dell'ambientazione una protagonista della vicenda al pari dei personaggi e dei loro riti (la pesca, le partite a bocce, le bevute). Un altro elemento di "rottura" rispetto al cinema italiano dell'epoca è naturalmente la fonte del soggetto: in tempi di autarchia e di guerra, ricorrere a un romanzo americano era senza dubbio una scelta controcorrente, tanto da non essere nemmeno indicata nei titoli. Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Mario Alicata, Giuseppe De Santis, Gianni Puccini e, non accreditati, Alberto Moravia e Antonio Pietrangeli. Visconti aveva probabilmente letto il libro di McCain mentre si trovava in Francia (dove forse aveva anche visto "Le dernier tournat" di Pierre Chénal, film del 1939 a esso ispirato): tre anni più tardi, negli Stati Uniti, uscirà l'adattamento ufficiale diretto da Tay Garnett con John Garfield e Lana Turner.

6 aprile 2016

Il settimo continente (M. Haneke, 1989)

Il settimo continente (Der siebente Kontinent)
di Michael Haneke – Austria 1989
con Dieter Berner, Birgit Doll, Leni Tanzer
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il primo lavoro cinematografico di Haneke, fino ad allora autore solo di alcuni film per la tv, racconta l'improvviso e misterioso suicidio di una famiglia viennese, composta dal padre Georg, ingegnere, dalla madre Anna, che gestisce un negozio di ottica, e dalla figlioletta Eva. Dopo aver mostrato la loro routine quotidiana in casa, al lavoro e a scuola (le prime due parti delle tre in cui è diviso il film raccontano ciascuna una giornata della famiglia, nel 1987 e nel 1988, mentre la terza e ultima è ambientata nel 1989), dove piccoli momenti di crisi non sembrano scuotere più di tanto un'esistenza del tutto comune, all'improvviso la pellicola mette in scena un elaborato atto di autodistruzione: dopo aver preso la loro decisione (Georg si licenzia, l'automobile viene venduta, tutto il denaro viene ritirato dalla banca), i tre componenti della famiglia distruggono sistematicamente ogni cosa contenuta in casa: mobili, oggetti, vestiti, libri, dischi, persino ricordi come gli album di fotografie o i disegni della bambina, come se volessero letteralmente sfregiare e mandare in frantumi la propria esistenza borghese, rifiutare e rigettare la loro vita e la società di cui fanno parte. Si tratta di una serie di sequenze di forte impatto (su tutte quelle della morte dei pesci dell'acquario e quella del denaro nel water, su cui torniamo dopo), con echi di Ferreri ("Dillinger è morto") e Antonioni ("Zabriskie Point"), tanto più angoscianti perché frutto di una decisione quasi incomprensibile. Alla fine, avvelenatisi, i tre moriranno guardando un televisore senza sintonia rimasto acceso su un mucchio di macerie. Proprio la calma e la ripetitività delle prime due sezioni del film rendono particolarmente d'impatto la parte finale. I segnali della crisi e dell'angoscia del vivere, in ogni caso, sono presenti sin dall'inizio: la depressione, l'insoddisfazione, il rapporto con i parenti, il malessere esistenziale e generalizzato (persino nella bambina, che a scuola si finge cieca senza alcun motivo apparente) hanno già distrutto la famiglia, e lo smantellamento che viene mostrato nel finale non è che la logica conseguenza di una morte già avvenuta. Lo stile freddo e lucido di Haneke appare qui già personale e maturo, con particolare attenzione alle inquadrature (che spesso tralasciano i volti dei personaggi, lasciandoli fuori campo, ma si concentrano sulle loro azioni), all'equilibrio fra i dialoghi e i lunghi silenzi (con occasionali scoppi di pianto), e al montaggio (con quei siparietti neri che staccano le varie sequenze), dando all'intera pellicola un aspetto ordinato e quasi asettico, privo di emozioni, nonostante la materia trattata: la stessa mancanza di emozioni che i tre personaggi esibiscono nella loro decisione finale. Il titolo può riferirsi all'Australia, evocata dai protagonisti come possibile destinazione di una fuga (un manifesto turistico spicca sulle pareti dell'autolavaggio nella scena iniziale), ma anche all'aldilà: e il sogno ricorrente di Georg, che mostra una spiaggia talmente incontaminata da sembrare irreale, come se fosse su un altro pianeta o in un'altra dimensione, ne è una rappresentazione simbolica. Curiosità: pare che la scena in cui tutto il denaro finisce nel water sia stata quella che ha sconvolto maggiormente gli spettatori, dimostrando secondo Haneke come la distruzione del denaro sia "il più grande tabù della civiltà occidentale, tanto da rendere il suicidio di una famiglia meno scioccante".

5 aprile 2016

Safety not guaranteed (C. Trevorrow, 2012)

Safety Not Guaranteed
di Colin Trevorrow – USA 2012
con Aubrey Plaza, Mark Duplass
**

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il film si ispira a un annuncio economico realmente pubblicato nel 1997 su una rivista (si trattava della burla di un redattore, che aveva bisogno di un riempitivo per la rubrica degli annunci): "Cerco qualcuno per viaggiare indietro nel tempo con me. Non è uno scherzo. [...]. Sarete pagati dopo il ritorno. Portate le vostre armi. Sicurezza non garantita. L'ho già fatto una volta". Incuriosito, il regista Trevorrow (insieme all'amico sceneggiatore Derek Connolly) volle costruirci su una storia, quella di un giornalista che decide di indagare se ci sia qualcosa di vero, recandosi nel luogo dove si trova la casella postale (alla quale giungono le risposte) insieme a due stagisti. Una di questi, Darius, rintraccia l'autore dell'annuncio e riesce a convincerlo a prenderla come partner, finendo anche con l'innamorarsi di lui. Ma si tratta di un pazzo paranoico, di un semplice truffatore, o di un autentico viaggiatore nel tempo? Il film lascia il dubbio fino alla scena finale, ma il tema chiave non è quello: semmai è il chiedersi se sia giusto correggere gli errori passati (il giornalista cerca di riallacciare i rapporti con una ex fidanzata), se è possibile rifarsi una vita (Darius è asociale e senza vere amicizie), o dove sceglieremmo di andare se fosse davvero possibile "tornare indietro". Delicata e intima (il viaggio nel tempo diventa ben presto una metafora della relazione sentimentale), anche se con qualche tempo morto di troppo, la pellicola indipendente e a basso budget piacque a tal punto a Hollywood che Trevorrow fu assunto per dirigere blockbuster come "Jurassic World" e il futuro "Star Wars: Episode IX" (curiosi, a tal proposito, i diversi riferimenti nerd che nel film vengono fatti proprio a "Guerre stellari").