24 agosto 2016

La madre (Vsevolod Pudovkin, 1926)

La madre (Mat)
di Vsevolod Pudovkin – URSS 1926
con Vera Baranovskaya, Nikolai Batalov
***

Visto su YouTube, con cartelli sottotitolati in inglese.

Quando il figlio Pavel, che lavora come operaio, viene arrestato per aver partecipato a uno sciopero (nel corso del quale il marito, al soldo dei padroni della fabbrica, rimane ucciso negli scontri con i rivoltosi), pur di salvargli la vita la madre lo consegna alle autorità. Questo non risparmia a Pavel un processo farsa che lo condanna ai lavori forzati. Pentitasi di averlo tradito, la donna si unirà ai rivoluzionari in marcia il Primo Maggio verso la prigione per liberare il figlio e gli altri operai incarcerati, sfidando anche i colpi dell'esercito dello zar. Dal romanzo di Maksim Gorkij ambientato durante la rivoluzione russa del 1905, il primo capolavoro muto di Pudovkin, capitolo iniziale di una trilogia sul tema dello sviluppo di coscienza sociale da parte del popolo (i film successivi saranno "La fine di San Pietroburgo" e "Tempeste sull'Asia"). Pudovkin era allievo di Lev Kuleshov, teorico che vedeva nel montaggio l'elemento fondamentale del linguaggio cinematografico, in contrapposizione a coloro (come Dziga Vertov) che invece ritenevano che il cinema dovesse mantenere una visione naturale e documentaristica, senza manipolare le immagini o il flusso della narrazione. Qui la scelta e l'abbinamento delle inquadrature, l'espressività degli attori, le suggestioni e le metafore (si pensi alla marcia dei rivoltosi, alternata con immagini della banchina ghiacciata che si scioglie o va in frantumi, simbolo della "primavera" che avanza) concorrono nel portare avanti una comunicazione diretta con lo spettatore. Memorabile, in generale, tutto il finale, con la cavalcata dei soldati dello zar che travolge la folla e la bandiera rossa che, agli occhi della madre, sventola in cima al palazzo. Si trattava soltanto del secondo film di Pudovkin, ma tecnicamente è già ad altissimi livelli. Restaurato dalla Mosfilm nel 1968, con l'aggiunta di una colonna sonora di Tikhon Khrennikov.

22 agosto 2016

Una calibro 20 per lo specialista (M. Cimino, 1974)

Una calibro 20 per lo specialista (Thunderbolt and Lightfoot)
di Michael Cimino – USA 1974
con Clint Eastwood, Jeff Bridges
**1/2

Visto in divx.

Un giovane vagabondo che si fa chiamare Caribù (Bridges), forse in omaggio agli indiani d'America, fa la conoscenza occasionale dell'Artigliere (Eastwood), rapinatore di banche e veterano della guerra di Corea, in fuga dai suoi complici che lo sospettano di aver sottratto il bottino di un precedente colpo. I due diventano presto amici, e decidono di provare un nuovo "lavoro" insieme, con l'aiuto dei due uomini che davano la caccia all'Artigliere (George Kennedy e Geoffrey Lewis) e che si sono finalmente convinti della sua innocenza. Ma la rapina a una banca del Montana (l'intero film è girato nello stato nord-occidentale degli Usa, fra canyon, natura e spazi sterminati) non andrà come previsto... Al suo primo film, anche sceneggiatore, Michael Cimino mette in scena molti degli elementi che gli staranno a cuore fino alla fine: l'America rurale e dei grandi spazi incontaminati, il desiderio di libertà, l'amicizia maschile e il conflitto. Nella prima metà, la pellicola si poggia sul rapporto fra i due protagonisti, assai diversi fra loro (Bridges è giovane, esuberante e dongiovanni, agisce senza riflettere ed è aperto a ogni nuova esperienza, mentre Eastwood è più anziano, cauto e riservato), all'insegna dell'irriverenza e dell'anarchia (si pensi a incontri comico-surreali come il cacciatore pazzo che dà loro un passaggio), mentre la seconda mostra la preparazione e lo svolgimento della rapina in banca (anche qui non mancano tocchi ironici, come i lavoretti che i quattro uomini accettano per finanziarsi la rapina – da gelatai a operai – e la scena in cui Caribù si veste da donna per "distrarre" un addetto alla sorveglianza). Fra il buddy movie e l'on the road, una pellicola un po' incerta e sconclusionata ma non priva di un suo fascino, dove il carisma degli attori e gli scenari dell'America più profonda si combinano con efficacia. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerla lo stesso Eastwood, ma l'attore fu colpito dall'entusiasmo del giovane Cimino, fino ad allora soltanto sceneggiatore, gli affidò la macchina da presa. Grande successo di pubblico (il secondo più grande nella carriera del regista, dopo "Il cacciatore") e nomination all'Oscar per Bridges. Cimino ha dichiarato di essersi ispirato a un film degli anni '50, "Il ribelle d'Irlanda" (in originale, "Captain Lightfoot") con Rock Hudson. Il titolo italiano, completamente fuori registro (quello originale sarebbe stato da tradurre in "L'Artigliere e Caribù", dai soprannomi dei due personaggi), fa pensare a un poliziesco e probabilmente venne scelto per richiamare i fan di Eastwood (solo l'anno prima era uscito "Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan", co-sceneggiato fra l'altro dallo stesso Cimino). Temi e panorami simili si rivedranno nell'ultimo film del regista americano, "Verso il sole".

21 agosto 2016

Per favore, non mordermi sul collo! (R. Polanski, 1967)

Per favore, non mordermi sul collo!
(The Fearless Vampire Killers)
di Roman Polanski – GB/USA 1967
con Roman Polanski, Jack MacGowran
**

Rivisto in DVD.

Il professore Abronsius (MacGowran) e il suo assistente Alfred (lo stesso Polanski, non accreditato) giungono in Transilvania a caccia di vampiri. Sara (Sharon Tate), la figlia del proprietario della locanda dove i due alloggiano, viene rapita durante la notte dal Conte von Krolock (Ferdy Mayne). Per salvarla, Abronsius e Alfred si introducono nel castello del Conte, scoprendo che si tratta di un vampiro: ma riusciranno a sfuggire alla sua sete di sangue? Al suo primo film ad alto budget, Polanski scrive (con Gérard Brach), dirige e interpreta una parodia del filone horror dei vampiri, prendendo spunto sorpattutto dai tanti cliché delle pellicole inglesi della Hammer. Peccato che proprio le gag non siano particolarmente divertenti: in generale non ho mai amato i film di genere o comico-avventurosi del regista polacco (credo che questo e "Pirati" siano i suoi due lavori peggiori). Fra le cose migliori, sicuramente la fotografia (di Douglas Slocombe) e in generale la confezione (i costumi, le scenografie). Girato, non senza difficoltà produttive, a Ortisei e nelle Dolomiti. Per molti versi sembra un fumetto alla "Alan Ford", con personaggi pasticcioni, pavidi, straccioni e pezzenti (il professore, l'assistente, il locandiere che viene vampirizzato a sua volta, il figlio gay del Conte) e un umorismo di grana grossa, amplificato dalle scelte del distributore americano che aggiunse un'introduzione animata e fece ridoppiare alcuni personaggi con una voce più goffa e da cartoon (il professor Abronsius su tutti). Il titolo di lavorazione (mantenuto nel musical che dal film fu tratto) era "Dance of the Vampires". Sharon Tate, che indossa una parrucca rossa, sostituì all'ultimo momento la prima scelta Jill St. John e divenne poco dopo la moglie di Polanski.

19 agosto 2016

Erbe fluttuanti (Yasujiro Ozu, 1959)

Erbe fluttuanti (Ukigusa)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1959
con Ganjiro Nakamura, Machiko Kyo
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Una compagnia itinerante di attori teatrali giunge in un villaggio sulla costa meridionale del Giappone. Qui, all'insaputa di tutti, il capo della compagnia Komajuro (Ganjiro Nakamura) ha un'ex amante (Haruko Sugimura) e soprattutto un figlio che non vede da dodici anni, Kiyoshi (Hiroshi Kawaguchi). Quando lo viene a sapere, l'attrice Sumiko (Machiko Kyo), attuale compagna di Komajuro, istiga gelosamente la collega più giovane Kayo (Ayako Wakao) a sedurre il ragazzo. Kayo e Kiyoshi finiranno con l'innamorarsi davvero, suscitando l'ira di Komajuro che non vuole che il figlio si mescoli con la gente di teatro. Al secondo film girato nel 1959 (era dal 1936 che non sfornava due pellicole nello stesso anno), Ozu realizza un fedele remake di un suo lavoro precedente, "Storie di erbe fluttuanti" (1934), questa volta sonoro e a colori, mantenendo identica la trama ma spostandone l'ambientazione da una località di montagna a una di mare ed enfatizzando il tema del contrasto fra le generazioni che evidentemente gli stava particolarmente a cuore negli anni del dopoguerra (nelle frasi di Komajuro sul "pubblico che non apprezza più i bei spettacoli di un tempo" potrebbe nascondersi la frustrazione dello stesso Ozu nel vedere bollato il proprio stile come vecchio e datato: persino Kiyoshi accusa il padre di essere troppo legato al passato e di portare in scena personaggi non realistici o al passo con i tempi). Proprio Komajuro, parlando con la madre del ragazzo, è costretto ad ammettere che "niente resta costante sotto il sole, tutto cambia: è così che va il mondo". In generale, la dimensione nostalgica è enfatizzata non solo dallo stile del regista (e dalla natura di remake del film) ma anche dai rapporti fra i personaggi. Già il concetto di una compagnia itinerante di kabuki pare del tutto anacronistico negli anni dopo la guerra, e infatti la tournée va progressivamente peggio, gli spettatori languono, l'impresario teatrale (Chishu Ryu) non si fa più vedere e il denaro comincia a scarseggiare, fino all'inevitabile scioglimento della compagnia.

Ecco dunque che il tema della vita nomade degli attori (suggerito dal titolo della pellicola e già centrale nel film del 1934), destinati a farsi trascinare dalla corrente senza mettere mai radici da nessuna parte, sfuma in quello legato al passare del tempo e alla nostalgia. Il senso di precarietà è evidente persino nelle sequenze comiche con l'attore Kinnosuke (Hiroshi Mitsui) e i suoi due colleghi che cercano inutilmente di conquistare le ragazze locali (diverente, in particolare, la scenetta di Kinnosuke alle prede con la figlia e... la moglie del barbiere). La frase di Komajuro rivolta agli attori che stanno meditando sul da farsi, "Coloro che possono lasciare il teatro lo facciano", rivela che gli uomini di spettacolo sono i primi a non valutare più di tanto la propria professione. Un concetto rafforzato da Kayo, che non si sente degna di Kiyoshi, e ancora da Komajuro nella lite con Sumiko (alla quale grida "Mio figlio è diverso da te, appartiene a una razza superiore"). Anziché dalla Shochiku, sua abituale casa di produzione, Ozu girò il film con la Daiei, lo studio dell'amico e collega Kenji Mizoguchi (morto tre anni prima, e al quale aveva promesso di lavorare insieme). Questo spiega l'assenza di alcuni dei suoi collaboratori abituali (a partire dall'operatore e direttore della fotografia Yuharu Atsuta, sostituito da Kazuo Miyagawa). Stilisticamente prosgue l'utilizzo consapevole del colore da parte del regista, forse mai in maniera così astratta. Predominano il bianco, il nero e il rosso: i primi due negli abiti e nei kimono di tutti i personaggi, il terzo per appuntare singoli oggetti all'attenzione dello spettatore (come l'ombrello rosso di Sumiko nella scenata di gelosia sotto la pioggia). L'inquadratura di apertura della pellicola è indicativa, mettendo in contrapposizione il faro bianco all'ingresso del porto e una bottiglia nera appoggiata sul molo. Lo stesso faro torna poi in numerose inquadrature da punti di vista differenti, come un oggetto che calamita lo sguardo dello spettatore. Da sottolineare infine l'insolita intensità di alcune scene (la resa dei conti finale fra Komajuro, Kiyoshi e Kayo, dove volano schiaffi e insulti; ma anche la sensualità esplicita negli incontri fra Kiyoshi e Kayo).

17 agosto 2016

The village (M. Night Shyamalan, 2004)

The village (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2004
con Bryce Dallas Howard, Joaquin Phoenix
**1/2

Rivisto in TV, con Daniela.

Pennsylvania, fine Ottocento: per sfuggire ai mali e alle violenze del mondo, una comunità religiosa si è ritirata a vivere in un villaggio isolato all'interno di una radura, circondata da una foresta che si dice abitata da misteriose e malvagie creature soprannaturali. Ma l'illusione che il male possa venire solo dall'esterno si rivela fallace: quando Lucius (Joaquin Phoenix), il ragazzo che ama, viene ferito gravemente dal folle e geloso Noah (Adrien Brody), la coraggiosa Ivy (Bryce Dallas Howard) chiede al padre Edward (William Hurt) e agli altri anziani del villaggio il permesso di attraversare la foresta per raggiungere la città, alla quale tutti avevano giurato di non fare mai più ritorno, per procurarsi le medicine necessarie a salvarlo. Dopo "Il sesto senso" e "Unbreakable", Shyamalan (come sempre anche sceneggiatore e produttore) sforna un altro film con il finale a sorpresa, questa volta sotto forma di fiaba gotica. Visto che il pubblico sapeva ormai cosa aspettarsi dal regista indo-americano, questi lo spiazza lasciando intendere per lunghi tratti che il colpo di scena sia legato alla natura delle misteriose creature, prima di ribaltare nel finale il background stesso della storia. Forse il twist ending è meno efficace rispetto ai film precedenti, e anche le premesse non sono del tutto plausibili, ma il significato del film (una riflessione sulla paura e sull'isolazionismo: non a caso la pellicola è stata realizzata negli anni successivi agli attentati dell'11 settembre) va oltre il semplice fattore sorpresa. Il ricco cast (ci sono anche Sigourney Weaver, Brendan Gleeson, Michael Pitt e Jesse Eisenberg) e la buona sceneggiatura (che gioca con le menzogne e i segreti, seminando indizi apparentemente innocui che invece assumono rilevanza solo più tardi) sono serviti da una regia d'atmosfera che mantiene la suspense grazie anche alla colonna sonora di James Newton Howard e a una fotografia interessante per l'uso "narrativo" dei colori: il rosso, il colore del male, è quello associato alle creature (e come tale è bandito dal villaggio), mentre il giallo le tiene lontane (ed ecco che Ivy, quando si avventura nel bosco, indossa una mantella di questa tinta, diventando un vero e proprio "Cappuccetto giallo"). Come in ogni fiaba che si rispetti, inoltre, l'eroina deve avere un handicap: in questo caso è la cecità, che da un lato le impedisce di vedere i pericoli e come stanno realmente le cose, ma dall'altro le permette di leggere in maniera diretta l'anima delle persone, riconoscendone le qualità e i sentimenti.

16 agosto 2016

Salomè (Pedro Almodóvar, 1978)

Salomè (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1978
con Isabel Mestres, Fernando Hilbeck, Agustín Almodóvar
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

I primi passi del giovane Almodóvar nel mondo del cinema consistono in una serie di cortometraggi amatoriali in Super 8, che il regista stesso proiettava nei locali notturni e nei circuiti della movida di Madrid e Barcellona, con una colonna sonora improvvisata a base di audiocassette e musica dal vivo. A questi seguirono un lungometraggio mai distribuito ("Folle... folle... fólleme, Tim!") e infine questo corto di ispirazione biblica, il suo primo lavoro in pellicola da 16 millimetri, prima di debuttare nelle sale cinematografiche vere e proprie nel 1980 con "Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio". Il corto mescola in maniera provocatoria due distinti episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Arrampicandosi fra colline brulle e spoglie, Abramo (interpretato da Agustín Almodóvar, il padre di Pedro) e suo figlio Isacco si imbattono in Salomè, che si presenta come "una danzatrice del palazzo reale". Affascinato dalla ragazza, Abramo le chiede di ballare per lui, promettendole in cambio qualsiasi cosa ella vorrà. Dopo aver eseguito la danza dei sette veli (accompagnata da una musica da corrida), Salomè gli ordina di sacrificare il figlio. Mentre sta per adempiere al proprio giuramento, Abramo è interrotto dalla voce di Dio, proveniente da un falò: aveva soltanto voluto mettere alla prova la sua fede. Salomè non era che una delle molte forme in cui la divinità può presentarsi, e ammirarne la bellezza significa dunque adorare il Signore. Un messaggio chiaro per ribadire come il sesso faccia parte integrante della vita e della natura, concetto reso ancor più evidente da una messa in scena scarna ed essenziale, che suggerisce una dimensione mitologica e ancestrale.

14 agosto 2016

Insomnia (Christopher Nolan, 2002)

Insomnia (id.)
di Christopher Nolan – USA 2002
con Al Pacino, Robin Williams
**

Rivisto in divx.

Due poliziotti di Los Angeles vengono inviati in uno sperduto villaggio dell'Alaska per indagare sull'omicidio di una ragazza. Uno dei due è Will Dormer (Al Pacino), autentica celebrità del mondo investigativo, ammirato come un eroe dalla giovane detective locale Ellie Burr (Hilary Swank), che ha addirittura scritto la sua tesi su di lui. Dormer sta però attraversando un brutto momento: sotto pressione perché inquisito dagli affari interni che lo sospettano di aver manomesso le prove in alcune indagini, teme che il collega Hap Eckhart (Martin Donovan) possa deporre contro di lui. Nel corso di un appostamento per catturare l'assassino della ragazza, Dormer uccide senza volerlo proprio Eckhart, e in preda ai sensi di colpa simula che il proiettile sia stato sparato dall'uomo cui stanno dando la caccia. Ma questi, lo scrittore Walter Finch (Robin Williams), ha visto tutto e ne approfitta per ricattare il detective, chiedendo il suo aiuto per essere scagionato e far ricadere le accuse su qualcun altro... Remake di un omonimo film norvegese del 1997, il terzo lungometraggio di Nolan è anche l'unico per il quale il regista non figura come scrittore (anche se pare abbia comunque contribuito alla versione finale della sceneggiatura). Più che sulla trama poliziesca, con forti venature noir, la pellicola si concentra nella progressiva discesa del protagonista in un inferno personale, fra rabbia repressa, sensi di colpa e dubbi morali, il tutto accompagnato da uno stato di salute (mentale e fisica) messo a dura prova dall'incapacità di dormire, non essendo abituato al fatto che a latitudini elevate il sole non tramonta quasi mai, e dunque il cielo è luminoso anche di notte. Dormer si ritrova così a lottare non solo con la tentazione e la corruzione, ma anche contro le proprie allucinazioni e i propri fantasmi. Più lineare degli altri lavori di Nolan, il thriller è caratterizzato da un andamento lento, da musica d'atmosfera e dai paesaggi freddi e spettrali di un Artico inospitale, anche se l'originale componente dostoevskiana del prototipo norvegese risulta attenuata da uno script un po' macchinoso e dall'ingombrante presenza delle star hollywoodiane. Al fianco di un ottimo Pacino che mostra nel volto la progressiva stanchezza fisica e morale, non convince fino in fondo Robin Williams nell'insolito ruolo del cattivo.

12 agosto 2016

Divorzio all'italiana (Pietro Germi, 1961)

Divorzio all'italiana
di Pietro Germi – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Daniela Rocca
***1/2

Visto in divx.

Siamo ad Agramonte, (fittizia) cittadina siciliana di provincia. Il barone Ferdinando "Fefè" Cefalù (Mastroianni), invaghito della giovane e bella cugina Angela (Stefania Sandrelli), vorrebbe sbarazzarsi della moglie Rosalia (Daniela Rocca). Non essendoci ancora la possibilità del divorzio (che in Italia sarà introdotto solo nel 1970), l'uomo progetta allora di ricorrere a un "delitto d'onore", per il quale la legge dell'epoca prevedeva tutte le attenuanti. Si dà dunque da fare per "procurare" alla moglie un amante, con l'intenzione di coglierli sul fatto e avere una scusa per uccidere la donna, e lo individua in Carmelo Patanè (Leopoldo Trieste), professore d'arte e restauratore, da sempre innamorato di Rosalia... Dopo una serie di pellicole drammatiche e neorealiste, con questa graffiante black comedy (ispirata al romanzo di Giovanni Arpino "Un delitto d'onore") Germi cambia improvvisamente registro e comincia a realizzare film che attraverso la leggerezza, la satira e la commedia trattano delle questioni sociali e dei compromessi morali di un'Italia di provincia (alla Sicilia di questo film e del successivo "Sedotta e abbandonata", seguirà il Veneto di "Signore & signori"). Eccezionale la prova di Mastroianni, in una delle sue migliori interpretazioni, che modella un personaggio indimenticabile mediante l'espressione, la mimica facciale (il verso con la bocca), la meta-narrazione, le sequenze in cui si immagina la morte della moglie o l'arringa dell'avvocato che lo difenderà al processo. L'analisi sociale è evidente in scene come quella in cui tutto il paese "disapprova" Ferdinando perché non sembra mostrare alcuna intenzione di vendicare l'onore della propria famiglia. Ma sono degni di nota anche l'arrivo in città del film di Fellini "La dolce vita" (interpretato dallo stesso Mastroianni, anche se sullo schermo si vede solo la Ekberg), che scatena l'entusiasmo del pubblico e la riprovazione del parroco; l'intervento del "mafioso" locale per aiutare Ferdinando a rintracciare la moglie fuggita; e la scena delle lettere scambiate (quella d'amore di Angela destinata a Ferdinando finisce per errore nelle mani del padre della ragazza, procurandogli un coccolone). Enorme successo di pubblico e di critica, anche all'estero: da ricordare in particolare le tre candidature agli Oscar (con vittoria per la miglior sceneggiatura originale e nomination per la miglior regia e il miglior attore). La Sandrelli, solo quindicenne, divenne una star. Nel cast anche Lando Buzzanca e Odoardo Spadaro. Pur non trattandosi del primo esempio del filone, proprio dal titolo di questo film è nata l'espressione "Commedia all'italiana" con cui si è identificato il fortunato genere cinematografico che ha furoreggiato dagli anni cinquanta agli anni settanta.

10 agosto 2016

CinquePerDue (François Ozon, 2004)

CinquePerDue - Frammenti di vita amorosa (5x2)
di François Ozon – Francia/Italia 2004
con Valeria Bruni Tedeschi, Stéphane Freiss
***

Rivisto in divx.

Dalla separazione fino al primo incontro, la storia di una coppia raccontata attraverso cinque sequenze montate in ordine anti-cronologico. Si comincia quindi con il divorzio (con un tardivo tentativo di riconciliazione destinato a fallire), si prosegue con una serata in casa che evidenzia già una profonda crisi, e poi la nascita di un figlio, il matrimonio, il primo incontro in un villaggio vacanze. L'insolita struttura a ritroso, come in altre pellicole che ne fanno uso ("Peppermint Candy", "Irreversible", "Memento"), guida con intelligenza lo spettatore alla scoperta della storia dei personaggi mostrandone prima gli effetti e poi le cause, o meglio gli indizi del fatto che qualcosa sarebbe andato storto. Tentazioni di infedeltà (Marion cede alle avances di uno sconosciuto la notte stessa delle nozze), la paura di costruire un futuro insieme (Gilles non riesce ad accettare la nascita del figlio, non presentandosi all'ospedale al momento del parto), la mancanza di intesa o di complicità (durante la cena con il fratello di Gilles, i due coniugi viaggiano su binari diversi e paralleli)... E i difetti segnano anche l'inizio e la fine della relazione, rendendo i due protagonisti umani e fallibili. Il passaggio da una sequenza all'altra è accompagnato da una colonna sonora a base di canzoni italiane: Paolo Conte ("Sparring partner"), Luigi Tenco ("Ho capito che ti amo" e "Mi sono innamorato di te"), Bobby Solo ("Una lacrima sul viso") e Nico Fidenco ("Se mi perderai"). I brani di Tenco, in particolare, sottolineano alla perfezione i paradossi e le contraddizioni di una storia d'amore che Ozon – aiutato da due ottimi attori – ritrae in maniera schietta e realista, senza cinismo ma anche senza paraocchi, rendendo interessante una vicenda che sarebbe apparsa banalissima se raccontata nel normale ordine cronologico. Nel cast anche Géraldine Pailhas, Françoise Fabian e Michael Lonsdale.

8 agosto 2016

Destino (Fritz Lang, 1921)

Destino (Der müde Tod)
di Fritz Lang – Germania 1921
con Lil Dagover, Bernhard Goetzke
**1/2

Visto in divx.

Un inquietante straniero (Bernhard Goetzke) giunge in un tranquillo paese di campagna, chiedendo di acquistare un terreno vicino al cimitero per poterne fare un giardino dove risiedere in pace. Si tratta nientemento che della morte, stanca di vagabondare per il mondo, che pur stabilendosi nel villaggio continua a svolgere il proprio lavoro. Quando reclama l'anima di un giovane (Walter Jansen), la ragazza di cui è innamorato (Lil Dagover) si presenta da lui per chiedergli di rilasciarlo. Impietosito, il mietitore le propone un accordo: se la ragazza gli dimostrerà che l'amore è più forte della morte, acconsentirà alla sua richiesta. Nella vena di altri film muti divisi in episodi di diversa ambientazione storica – come "Intolerance" o "Pagine del libro di Satana" – la pellicola prosegue dunque raccontando tre vicende (collocate rispettivamente in Persia, a Venezia e in Cina, in contesti più fiabeschi che storici) in cui una coppia di innamorati è messa a dura prova dalle avversità del destino. Ma in tutti i casi, è sempre la morte ad averla vinta. Disperata, alla ragazza è offerta un'ultima possibilità: rivedrà il suo uomo se in cambio saprà procurare alla morte l'anima di un altro essere vivente. Dopo aver inutilmente cercato di convincere un vecchio, un mendicante e un malato a sacrificarsi per la sua felicità, la ragazza sceglierà invece di donare sé stessa, immolandosi per salvare un neonato in un incendio. E la morte la ricompenserà riunendola con il suo amato nell'aldilà. Primo successo internazionale di Lang, su sceneggiatura della futura moglie Thea von Harbou, questo dramma gotico-fiabesco è modellato su una "Ballata popolare tedesca in sei canti", come recita la didascalia iniziale. Già maturo nell'uso del montaggio, della fotografia e delle scenografie, il film è un ottimo esempio di cinema espressionista che influenzò, fra gli altri, Alfred Hitchcock (per la tecnica cinematografica), Luis Buñuel (per la simbologia) e Douglas Fairbanks (per le sequenze esotiche e i molti effetti speciali). Da ricordare scene come il tempio della morte colmo di candele che simboleggiano le vite umane. I tre protagonisti principali sono interpretati sempre dagli stessi attori in tutti le varie epoche, mentre variano quelli secondari (fra cui si riconosce Rudolf Klein-Rogge, il "cattivo" nell'episodio veneziano).

7 agosto 2016

The raid - Redenzione (G. Evans, 2011)

The Raid - Redenzione (The Raid)
di Gareth Evans – Indonesia/USA 2011
con Iko Uwais, Donny Alamsyah
*1/2

Visto in divx, con Giovanni.

Una squadra delle forze speciali di polizia irrompe nel palazzo dove si nasconde un boss della droga. Ma l'intero edificio di quindici piani è sotto il controllo del malvivente, e ben presto i poliziotti da predatori diventano prede, costretti a difendersi dagli attacchi di tutti gli inquilini... Al suo secondo film sul pencak silat (un'arte marziale indonesiana), e con lo stesso protagonista del precedente "Merantau" (Iko Uwais, qui nei panni della giovane recluta Rama che scopre che una delle guardie del corpo del boss è suo fratello Andi), il regista gallese Gareth Evans alza la posta e realizza una pellicola d'azione praticamente senza pause: a parte i cinque minuti introduttivi, il film è tutto un susseguirsi di scontri e combattimenti, estremamente duri e cruenti, pieni di energia e ben coreografati anche se talvolta con un eccesso di effetti digitali. Purtroppo, oltre a questi c'è ben poco: la trama è esile, i personaggi non hanno caratterizzazione o profondità, i dialoghi sono stereotipati (soprattutto quelli della prima parte, che racconta l'irruzione della polizia nel palazzo, che sembrano uscire da un film bellico di serie Z) e i contenuti del tutto sacrificati a una furiosa e viscerale messa in scena che procede solo per accumulo, priva di qualsivoglia spessore e degna – è la definizione degli stessi filmmaker – di un "survival horror". I combattimenti, come detto, sono l'unica cosa che si salva: da ricordare, in particolare, quello in cui Rama e Andi affrontano Mad Dog (Yayan Ruhian), braccio destro del boss, che tiene loro testa in uno contro due. Ma sembra quasi di assistere a un videogioco, con il protagonista che terminato ogni scontro è sempre di nuovo in forma per il successivo. Buon successo di pubblico, che ha portato alla realizzazione di un sequel. Si era parlato anche di un remake americano, ma per ora non se ne è fatto nulla.

5 agosto 2016

Momenti di gloria (Hugh Hudson, 1981)

Momenti di gloria (Chariots of Fire)
di Hugh Hudson – GB 1981
con Ben Cross, Ian Charleson
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Daniela e Sabrina.

Oggi iniziano le Olimpiadi di Rio: niente di più scontato che riguardarsi il film più famoso (e bello) sul tema dei Giochi Olimpici, vincitore del premio Oscar nel 1981, che celebra gli atleti britannici che parteciparono all'edizione di Parigi 1924. Con una trama lineare, una caratterizzazione semplice e una ricostruzione storica accurata (almeno a livello di immagini, abiti e scenari: le vicende sono invece in parte romanzate), la pellicola si concentra in particolare su due atleti: Harold Abrahams, studente ebreo di Cambridge, che ai Giochi vinse la medaglia d'oro nei 100 metri piani, ed Eric Liddell, missionario evangelico scozzese, che trionfò invece nei 400 metri. Le loro storie scorrono in parallelo, senza mai veramente entrare in contatto, anche se proprio una sconfitta in un'esibizione contro Liddell spinge Abrahams a fare di tutto per andare ancora oltre i propri limiti, affidandosi alle cure dell'allenatore professionista Sam Mussabini (Ian Holm), in un periodo in cui l'atletica alle Olimpiadi era ancora una disciplina riservata ai soli dilettanti. I due campioni avrebbero dovuto competere entrambi sulla corta distanza, ma il fatto che le eliminatorie dei 100 metri fossero programmate di domenica, giorno che intendeva dedicare completamente al Signore, spinse Liddell, fervente praticante, a iscriversi invece ai 400 metri. Il confronto diretto fra i due protagonisti viene così a mancare, con uno smorzamento del climax nella seconda parte della pellicola: i due atleti si "limitano" a battere i rivali americani e, naturalmente, sé stessi. Le motivazioni dei due personaggi, in effetti, sono alquanto diverse e in ogni caso lontane dalla semplice sete di gloria: se lo scozzese corre per onorare Dio, Abrahams vede invece nell'atletica una via di riscatto all'interno di una società che guarda ancora gli ebrei con sospetto. Detto della bella ricostruzione d'epoca (l'ambiente del college, le operette di Gilbert e Sullivan, l'atmosfera delle Olimpiadi dei primordi), il film è entrato nella memoria collettiva anche e soprattutto per la colonna sonora di Vangelis, che ruppe molte convenzioni (era assai raro usare musica elettronica in un period movie) e produsse un tema ("Chariots of fire", appunto, quello che accompagna la corsa degli atleti britannici sulla spiaggia in apertura e chiusura di film) destinato a diventare uno dei più celebri motivi musicali associati allo sport. Fra gli altri brani del compositore greco che si sentono nella pellicola, da segnalare "Abraham's Theme" e "Hymne" (poi usato fino alla nausea negli spot di una nota marca di pasta).

3 agosto 2016

Ant-Man (Peyton Reed, 2015)

Ant-Man (id.)
di Peyton Reed – USA 2015
con Paul Rudd, Michael Douglas
**

Visto in divx.

Il ladruncolo Scott Lang (Paul Rudd), da poco uscito di prigione e in cerca di un lavoro, viene assoldato dallo scienziato Henry "Hank" Pym (Michael Douglas) affinché indossi una speciale tuta di sua invenzione, in grado di rimpicciolire il corpo umano alle dimensioni di un insetto. Pym, negli anni della guerra fredda, era stato infatti un supereroe noto come Ant-Man (l'uomo formica), e intende evitare che il segreto della sua scoperta, le cosiddette "particelle Pym", venga usato a scopi malvagi. Con l'aiuto della figlia di Pym, la bella Hope (Evangeline Lilly), e di un gruppo di scapestrati amici (guidati dall'ex compagno di cella Luis, interpretato da Michael Peña), Scott dovrà dunque introdursi nei sorvegliatissimi laboratori di Darren Cross, l'uomo d'affari che si è impadronito della tecnologia di Pym per mettere a punto una versione ben più letale della tuta di Ant-Man: l'armatura del Calabrone... Con l'intenzione di rimpolpare il roster dei suoi personaggi cinematografici (e tutto è già intavolato per il crossover con gli Avengers, che avverrà l'anno successivo in "Captain America: Civil War": qui Ant-Man ha il suo battesimo del fuoco quando cerca di penetrare nella base degli eroi più potenti della Terra e si ritrova ad affrontare uno di loro, ovvero Falcon), i Marvel Studios portano sullo schermo uno dei personaggi più classici della fase pionieristica della Casa delle Idee: non nella sua incarnazione originale degli anni sessanta, però (Hank Pym, appunto, che si "limita" al ruolo di mentore, anche perché un flashback rivela che ha perso in missione la sua compagna di una vita, Janet Van Dyne/Wasp), ma in quella degli anni ottanta (Scott Lang, con tanto di figlioletta Cassie a carico). Leggero, spensierato e a tratti incoerente, a parte i poteri dell'eroe (oltre a rimpicciolirsi e a tornare normale a piacimento, c'è la capacità di comunicare mentalmente con gli insetti), che consentono di mettere in scena divertenti combattimenti su "piccola scala" (lo scontro finale con il cattivo avviene in un diorama con il modellino di un treno), il film ha ben poco di originale e ricalca dinamiche viste già altre volte in pellicole dello stesso tipo, come il conflitto – su più livelli – fra genitori e figli (e lo stesso personaggio di Cross, il rivale di Pym che indossa il costume del Calabrone, ricorda in maniera impressionante l'Obadiah Stane del primo "Iron Man"), cercando di renderle più vivaci con una robusta iniezione di umorismo: è probabilmente una delle pellicole Marvel più marcatamente "per famiglie". Nel controfinale si suggerisce una possibile carriera per Hope come nuova Wasp. Ambientato a San Francisco, il film doveva inizialmente essere diretto da Edgar Wright, che ha firmato la prima versione della sceneggiatura insieme a Joe Cornish e che ha abbandonato il progetto quando è stato deciso di smussarne gli elementi comici e di legarlo in maniera più stretta al Marvel Cinematic Universe.

31 luglio 2016

Un dollaro d'onore (Howard Hawks, 1959)

Un dollaro d'onore (Rio Bravo)
di Howard Hawks – USA 1959
con John Wayne, Dean Martin
***1/2

Rivisto in DVD.

Avendo arrestato Joe Burdette, il fratello di un potente proprietario terriero, con l'accusa di omicidio, lo sceriffo John T. Chance (John Wayne) è costretto a difendersi dagli agguati degli uomini di questi, che intendono liberare il prigioniero prima che dalla città più vicina giungano gli agenti federali a portarlo via. Rinchiuso nel proprio ufficio per sostenere l'assedio, Chance può contare solo sull'aiuto di Dude (Dean Martin), un tempo valido vicesceriffo ma ora diventato un ubriacone (e dunque soprannominato dai messicani "Borrachon"), del vecchio zoppo Stumpy (Walter Brennan) e del giovane Colorado Ryan (Ricky Nelson). A sostenerlo a distanza c'è anche la bella Feathers (Angie Dickinson), vedova di un baro che spera di rifarsi una vita al suo fianco. Il capolavoro western di Howard Hawks, una delle pellicole più classiche e iconiche del genere, è costruito su una trama lineare, un setting circoscritto (predominano gli ambienti chiusi) e dinamiche chiare e vivaci che a tratti sconfinano nella commedia (gli scambi di battute sdrammatizzanti fra lo sceriffo e i suoi compagni, ma anche le schermaglie fra Chance e la ragazza, reminiscenti fra l'altro delle pellicole screwball dirette dallo stesso Hawks). La regia non si concede vezzi inutili e rinuncia quasi del tutto ai primi piani (ce ne sono soltanto quattro in oltre due ore di film), mentre la sceneggiatura (di Leigh Brackett, da un soggetto di Barbara Hawks, la figlia del regista, che si firma con lo pseudonimo B. H. McCampbell) caratterizza ogni personaggio in maniera tradizionale ma efficace con pochissimi tratti, rendendo palpabile in particolare il cameratismo che si viene a formare in attesa dell'attacco da parte dei nemici. Esemplare il momento in cui i protagonisti si intrattengono con le canzoni "My Rifle, My Pony, and Me" (cantata da Dean Martin) e "Get Along Home, Cindy" (cantata da Ricky Nelson). Diegeticamente la colonna sonora comprende anche il "Degüello" ("il canto della morte"), il brano messicano legato alla battaglia di Alamo, che il cattivo fa suonare in continuazione agli uomini del saloon come a voler segnalare che la lotta sarà senza quartiere.

Com'è noto, il film fu pensato da Hawks e Wayne come risposta "reazionaria" a "Mezzogiorno di fuoco", che i due non avevano amato, mal digerendo una figura di sceriffo che andava in giro a chiedere aiuto agli altri anziché cercare di cavarsela da solo (ma il film di Zinnemann era inteso come una metafora del Maccartismo, delle liste nere e dei tradimenti da parte degli amici). Qui, invece, i protagonisti non solo rifiutano gli aiuti che gli vengono offerti (dal mandriano Pat Wheeler, dalla ragazza, dalla coppia di messicani che gestisce l'albergo) per non mettere in pericolo le vite altrui, ma fanno di tutto per vincere da soli e coraggiosamente le proprie paure, i propri limiti e i propri spettri (come nel caso di Dude, che per tutta la pellicola lotta contro le crisi di astinenza, le mani che tremano – si pensi alla scena ricorrente in cui cerca di arrotolarsi una sigaretta – e la tentazione di tornare ad affogarsi nell'alcool). Proprio il personaggio interpretato da Dean Martin è la vera figura centrale del film, quasi più di quella di John Wayne, al punto che il titolo italiano fa riferimento alla scena che lo introduce, in cui lo sprezzante Joe Burdette si prende gioco di lui lanciandogli una moneta nella sputacchiera del saloon. Scena notevolissima, fra l'altro, perché completamente muta, con ogni azione dei personaggi sottolineata e accompagnata dalla bella colonna sonora di Dimitri Tiomkin. Il titolo originale, invece, è assai più generico: Rio Bravo non è un fiume, ma il nome della cittadina in cui si svolge la storia, nonché il titolo alla canzone che si sente sui titoli di coda. Da non confondere con "Rio Grande" di John Ford, sempre interpretato da Wayne, che nella versione italiana si intitola appunto "Rio Bravo". Meritano una menzione lo scenografo Ralph S. Hurt (che costruì dei set in scala leggermente ridotta per far risaltare di più la statura degli attori) e il direttore della fotografia Russell Harlan (che usa il technicolor in maniera quasi pittorica). Ward Bond è l'amico Pat Wheeler, John Russell e Claude Akins sono i fratelli Burdette, mentre Harry Carey Jr. sarebbe dovuto apparire in una scena tagliata in fase di montaggio. Nella versione italiana il nome dello sceriffo è modificato in John G. Chance per rendere la battuta di Feathers "G come guaio" (in originale "T for trouble"). Molti i remake (due dei quali dello stesso Hakws con John Wayne: "El Dorado" e "Rio Lobo") e le rivisitazioni (a partire da "Distretto 13" di John Carpenter).

29 luglio 2016

Buon giorno (Yasujiro Ozu, 1959)

Buon giorno (Ohayo)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1959
con Koji Shitara, Masahiko Shimazu
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina e Daniela, in originale con sottotitoli.

Il secondo film a colori di Ozu, tutto ambientato in un piccolo quartiere alla periferia di Tokyo che è un vero e proprio microcosmo dominato dai rapporti di vicinato, è uno dei suoi lavori più leggeri, almeno fra quelli del dopoguerra. Privo di reali elementi drammatici, in un certo senso riprende temi e situazioni delle sue commedie degli anni trenta, e in particolare è quasi un remake di "Sono nato, ma...", con l'identico focus sui bambini e sulla loro "ribellione" verso le regole che governano il mondo degli adulti, da essi considerate assurde e prive di senso. Segno evidente di come il regista, dopo il tentativo di adeguarsi alle correnti del nuovo cinema giapponese che aveva caratterizzato alcuni suoi film degli anni cinquanta (come "Inizio di primavera" e "Crepuscolo di Tokyo"), abbia deciso di fare un passo indietro e di tornare a osservare la realtà con lo stile sobrio e controllato (e considerato da molti datato) che lo aveva sempre contraddistinto. Naturalmente, anche quando sembra guardare al passato, Ozu è in realtà assai attento a illustrare i cambiamenti sociali del Giappone e il contrasto fra tradizione e modernità, rappresentata qui dal consumismo e dall'arrivo nelle case dei primi elettrodomestici (da acquistare a rate), con tutto ciò che ne consegue: dalle gelosie delle donne sull'amica che ha comprato una lavatrice (con il sospetto che abbia usato il denaro della locale associazione di quartiere), alla chiacchiere sui nuovi vicini (giovani e disinvolti: si aggirano addirittura in casa in pigiama!) che hanno installato per primi un televisore. Proprio l'apparecchio televisivo catalizza l'attenzione di tutti i bambini della zona, che anziché studiare si recano a casa della coppia per guardare gli incontri di sumo. E quando i fratellini Minoru e Isamu, sgridati dal padre (Chishu Ryu), gli chiedono di acquistare a sua volta un televisore, ricevendone un secco rifiuto (c'è persino chi già prevede che "La televisione trasformerà i giapponesi in cento milioni di idioti"), i due decidono per ripicca di chiudersi in un ostinato mutismo. Tanto, spiegano, la maggior parte delle parole degli adulti sono comunque inutili: formule di saluto, espressioni e convenevoli formali, discorsi che parlano di tutto fuorché delle cose importanti. Come dimostra, in effetti, la side story della giovane zia dei due ragazzi, Setsuko (Yoshiki Kuga), e del loro insegnante di inglese Fukui (Keiji Sada), che pur essendo innamorati l'uno dell'altra non riescono mai ad affrontare l'argomento e parlano soltanto di lavoro, del tempo o di altre sciocchezze.

Il tema del linguaggio e della comunicazione è centrale nell'intero film: dai bambini stessi che hanno imparato a fare le puzzette a comando, ispirati dal padre di uno di loro (la cui moglie, a casa, ogni volta che sente una scorreggia, crede che il marito l'abbia chiamata!), al linguaggio "non verbale" del venditore ambulante, che si porta dietro un coltello per intimidire le casalinghe (ma riceverà pan per focaccia quando si trova davanti alla vecchia ostetrica, con un coltello più grande del suo, in una scena che sembra anticipare quella celebre di "Mr. Crocodile Dundee"). La ribellione dei bambini, come in "Sono nato, ma...", è dunque un'occasione per guardare al mondo degli adulti e alle sue regole sociali con un occhio disincantato, mostrandone le assurdità e i paradossi: una provocazione contro la standardizzazione del linguaggio che finisce col svuotarlo del suo vero fine, la trasmissione di contenuti. A questo punto, tanto vale sostituire le parole con le scorreggie. Un altro esempio di "svuotamento" di significato delle parole è quando il piccolo Isamu non prende sul serio i rimproveri del padre ("Non è veramente arrabbiato, si vede che sta ridendo!"), in una scena che evoca un altro tema caro a Ozu, la perdita dell'autorità paterna. Nonostante la leggerezza, il film non si limita ad accatastare gag (i bambini che per imparare a far meglio le puzzette si mangiano la pietra pomice, il venditore ambulante che smercia sistemi d'allarme contro i venditori stessi), ma sfiora anche temi sociali, come il problema del lavoro (il giovane Fukui, disoccupato, che vive facendo traduzioni e dando lezioni private; l'anziano Tomizawa, cui non basta la pensione, che si ricicla a sua volta come venditore porta a porta di elettrodomestici). Nel cast corale, è fenomenale il piccolo Isamu (Masahiko Shimazu), degno erede di "Tokkan Kozo", che segue il fratello maggiore in ogni sua bravata, saluta gli adulti in inglese ("I love you!") e si compiace quando riesce a dimostrarsi all'altezza dei bambini più grandi di lui. Se la regia di Ozu è come al solito curatissima nella gestione degli spazi, nel montaggio, nelle inquadrature e nelle geometrie, anche l'utilizzo dei colori è magistrale, con piccoli squarci di rosso acceso che suggeriscono la modernità o l'eccentricità della coppia giovane, mentre le dimore delle famiglie più tradizionali mostrano solo tinte più tenui e colori più smorti. Anche la colonna sonora è insolita, con temi che ricordano il cinema europeo (le commedie di Jacques Tati, in particolare: l'intero film è in fondo parente nelle atmosfere di "Mio zio": che ci sia stata una qualche influenza?) o il teatro d'opera (l'aria di Rodolfo da "La Bohème").

28 luglio 2016

La vittoria delle donne (K. Mizoguchi, 1946)

La vittoria delle donne (Josei no shori)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1946
con Kinuyo Tanaka, Michiko Kuwano
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

L'avvocatessa Hiroko (Kinuyo Tanaka) è in forte conflitto con il procuratore Kohno (Kappei Matsumoto), che pure è suo cognato (ha sposato sua sorella Michiko) nonché l'uomo che l'ha sostenuta finanziariamente durante gli studi. Tanto Hiroko è progressista e femminista, infatti, tanto Kohno è ancora legato al sistema di valori feudali, che vedono le donne sottomesse agli uomini e confinate al ruolo di madri e di mogli. L'uomo inoltre propugna una lettura assoluta della legge, non accettando che venga piegata a interpretazioni ("La democrazia rende le leggi impure"), al punto che cinque anni prima, sotto il governo militare, non aveva esitato a mandare in prigione il fidanzato di Hiroko, un intellettuale di idee liberali, ora rilasciato e gravemente malato. I due si scontreranno in aula quando Hiroko viene incaricata di difendere una madre accusata di aver ucciso il proprio figlioletto. E lei ne approfitta per pronunciare una sentita arringa contro l'oppressione e in favore dei diritti delle donne. Girato nell'immediato dopoguerra, quando i nuovi occupanti americani esigevano dai produttori giapponesi storie che rinnegassero i valori feudali ed esaltassero la democrazia, il film ha tutti i limiti della pellicola a tesi, con la scena del discorso di Hiroko in tribunale che sembra un vero e proprio pamphlet. A salvarla, almeno in parte, sono il contesto storico e il substrato di conflitti che i personaggi si portano con sé (il rapporto fra le due sorelle, il contrasto fra i sentimenti personali, gli obblighi sociali e gli ideali universali). Non un capolavoro, ma comunque in linea con i temi cari al regista giapponese (anche se mai erano stati espressi in maniera così esplicita e schematica). Con "L'amore dell'attrice Sumako" (1947) e "Il mio amore brucia" (1949) forma un'ideale trilogia sulla lotta per l'indipendenza e la liberazione delle donne.

26 luglio 2016

Star Trek Beyond (Justin Lin, 2016)

Star Trek Beyond (id.)
di Justin Lin – USA 2016
con Chris Pine, Zachary Quinto
**

Visto al cinema Uci Lissone, con Sabrina.

Dalla stazione stellare di Yorktown, dove ha fatto sosta nel corso della sua missione quinquiennale di esplorazione nello spazio, l'astronave Enterprise riceve una misteriosa richiesta di soccorso, proveniente da una nebulosa vicina. Naturalmente si tratta di una trappola: il responsabile è Krall (Idris Elba), bellicoso guerriero che sembra avere un conto in sospeso con la Federazione dei Pianeti e con la flotta stellare stessa... Al terzo film del reboot cinematografico di "Star Trek", forse per merito del cambio di nomi alla regia (Justin Lin, finora noto per le pellicole della serie action "Fast & Furious", al posto di J.J. Abrams, impegnato a rilanciare "Star Wars") e alla sceneggiatura (Simon Pegg e Doug Jung), si comincia a respirare un'aria simile a quella della serie classica. Ma se i temi, le atmosfere e le dinamiche fra i personaggi si distaccano finalmente dalle storture giovanilistiche dei primi due film, nel complesso la pellicola non mostra un sostanziale miglioramento qualitativo. La trama è poco convincente e con diverse forzature, il cattivo tutt'altro che memorabile, così come la nuova comprimaria (la guerriera aliena Jaylah, interpretata da Sofia Boutella). E l'eccesso di scene d'azione (spesso troppo lunghe e confuse, come in tutta la prima parte della pellicola) e di effetti speciali continua a soverchiare lo spettatore, senza lasciargli un attimo di tregua. I blockbuster hollywoodiani sono ormai così: spettacoli fracassoni che danno più l'idea di trovarsi sulle montagne russe o davanti a un videogioco che non in una sala cinematografica. Fra le cose positive, la coralità: tutti i membri principali dell'equipaggio dell'Enterprise hanno il loro spazio sotto i riflettori e il loro momento di gloria (mentre nei primi due film l'equilibrio era troppo sbilanciato verso Kirk e Spock). Ritroviamo così i battibecchi fra Spock e McCoy e le caratterizzazioni – per quanto basilari – dei vari Sulu (novità: è gay!), Chekov, Uhura e Scotty. Leonard Nimoy, lo Spock storico, morto prima dell'inizio delle riprese, è ricordato e omaggiato di frequente (a un certo punto viene anche mostrata una foto dell'equipaggio classico dell'Enterprise). Prima dell'uscita del film, in un incidente domestico, è venuto a mancare anche Anton Yelchin, il nuovo Chekov: chissà se il personaggio sparirà o se nelle pellicole seguenti ci sarà un altro attore.

24 luglio 2016

Il ventaglio bianco (Jackie Chan, 1980)

Il ventaglio bianco (Shi di chu ma, aka The Young Master)
di Jackie Chan – Hong Kong 1980
con Jackie Chan, Yuen Biao
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Rivisto in DVD, in orginale con sottotitoli inglesi.

Alla ricerca del fratello Tiger (Wei Pai), espulso dalla scuola di arti marziali dopo aver tradito la fiducia del maestro e aver gareggiato per una scuola rivale, l'orfano Dragon (Jackie Chan) viene scambiato per lui, che nel frattempo è diventato un criminale noto come "Ventaglio bianco". Dovrà così vedersela con il capo della polizia (Shih Kien), sua figlia (Lily Li) e suo figlio (Yuen Biao), prima di dimostrare la propria innocenza e ottenere la grazia per il fratello sconfiggendo Kam (Wong In-shik), il leader della gang di banditi. Alla sua seconda regia (dopo "Fearless Hyena"), Jackie continua il suo percorso di ibridazione del gongfupian con la commedia slapstick. Se l'incipit è ancora abbastanza tradizionale (il solito setting con le scuole rivali, i temi del tradimento e della vendetta), pur abbellito dall'insolita sequenza del combattimento fra i due leoni che danzano, dopo una quarantina di minuti la pellicola cambia decisamente registro, dimenticando persino momentaneamente la trama principale per virare su una serie di sequenze comiche che garantiscono un divertimento senza freni. Il mutamento, forse non a caso, avviene nel momento in cui Dragon incontra il personaggio interpretato da Yuen Biao: questi, compagno di allenamento di Jackie all'Opera di Pechino sin dall'infanzia, e fino ad allora confinato a ruoli marginali o come stuntman e controfigura (anche per Bruce Lee!), appare qui per la prima volta in una parte degna di nota a fianco dell'amico, con il quale continuerà a collaborare per tutti gli anni ottanta (e quando ai due si unirà anche Sammo Hung, avremo un terzetto che entrerà nella storia del cinema di arti marziali). Alle tante gag, più o meno sconclusionate (le sabbie mobili, la scena della doccia, quella del pesce rosso), si alternano combattimenti pieni di inventiva, con i personaggi che utilizzano le armi più particolari: il ventaglio per Jackie, la panchetta per Yuen Biao, la gonna (!) per Lily Li, che sarà imitata dallo stesso protagonista nella scena al mercato (con tanto di musica spagnoleggiante). Si nota sempre di più la propensione dell'attore a sfruttare gli ambienti e gli oggetti a portata di mano per dar vita a coreografie originali e sorprendenti. Memorabile il finale, quando Dragon riesce ad avere la meglio sul rivale (più forte di lui) soltanto dopo aver bevuto per sbaglio dell'olio combustibile, che gli dona momentaneamente una super resistenza. Insieme al suo pseudo-seguito "I due cugini" (ovvero "Dragon Lord"), il film rappresenta il canto del cigno del periodo "classico" di Jackie, prima di spostare l'ambientazione delle sue pellicole in epoca contemporanea e moderna. Segna inoltre l'inizio della sua collaborazione con la casa di produzione Golden Harvest di Raymond Chow e Leonard Ho, per la quale usciranno tutti i suoi lavori successivi.

22 luglio 2016

Perché il signor R. è diventato matto? (Fengler, Fassbinder, 1970)

Perché il signor R. è diventato matto? (Warum läuft Herr R. Amok?)
di Michael Fengler, Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Kurt Raab, Lilith Ungerer
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Kurt Raab conduce una vita del tutto normale: è impiegato come disegnatore tecnico in uno studio di ingegneria a Monaco di Baviera, con una promozione in vista, un buon tenore di vita, una bella moglie (che non lavora), un figlioletto con qualche problema a scuola. Attraverso lunghe sequenze quasi random, apparentemente slegate le une dalle altre, e con dialoghi mondani e realistici (in gran parte improvvisati dagli attori), lo seguiamo in momenti della vita di tutti i giorni: al lavoro con i colleghi, in compagnia della moglie, in un negozio di dischi in cerca di una canzone sentita alla radio... E ancora: una visita dei suoceri, un colloquio con l'insegnante del figlio, qualche chiacchiera con gli amici. È spesso silenzioso, immerso nei suoi pensieri, quasi imperscrutabile: l'atto di violenza, nel finale, esplode all'improvviso, tanto da chiedersi (come fa in fondo il titolo del film, meglio tradotto con "Perché il signor R. è colto da follia improvvisa?", una domanda che i cineasti rivolgono a sé stessi oltre che al pubblico) se la pazzia covasse già dentro di lui oppure se è la conseguenza di qualcosa. Non che manchino i segnali premonitori: la visita dal medico a causa di un'emicrania, o la scena iniziale in cui i colleghi, uscendo dall'ufficio, si scambiano stupide barzellette – una delle quali comincia proprio con "Un uomo uccide la moglie..." – mentre lui resta ad ascoltare in silenzio. Personaggio triste e tragico, boia e vittima al tempo stesso, il signor R. non pare mai davvero felice: con la moglie non ha un autentico rapporto (spesso a parlare, quando ci sono altre persone, è solo uno dei coniugi, mentre l'altro rimane in silenzio e annoiato) e l'ambiente circostante non lo vede mai integrato appieno. Il meccanismo di mostrare lunghe scene di banalissima quotidianità, prima di un colpo di scena finale tanto violento e agghiacciante quanto inspiegabile, ricorda quello che farà in seguito Michael Haneke nei suoi lavori (da "Il settimo continente" a "71 frammenti di una cronologia del caso"). Da notare che i personaggi hanno gli stessi nomi dei loro attori (fra quelli che compaiono in una sola scena c'è anche Hanna Schygulla), come quasi sempre nei film girati da Fassbinder nella prima parte della sua carriera, con il gruppo dell'Action-Theater. Tecnicamente si tratta del primo film a colori del regista tedesco, ma in realtà quasi tutte le scene sono state girate dal produttore Michael Fengler, al quale va dunque attribuita la regia, con Fassbinder che a malapena si faceva vedere sul set.

21 luglio 2016

La mala ordina (Fernando Di Leo, 1972)

La mala ordina
di Fernando Di Leo – Italia 1972
con Mario Adorf, Adolfo Celi
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Visto in TV.

Due sicari newyorkesi (Henry Silva e Woody Stroode) giungono a Milano con l'incarico di eliminare Luca Canali (Mario Adorf), un magnaccia siciliano che gestisce la prostituzione al Parco Lambro. Luca, delinquente di piccolo calibro che ha sempre badato a non pestare i piedi a nessuno, si interroga sul perché gli americani lo vogliano morto. E quando il boss locale, don Vito Tressoldi (Adolfo Celi), gli fa uccidere la moglie e la figlioletta per spingerlo ad uscire dal suo nascondiglio, scatenerà la propria vendetta. Dopo l'ottimo "Milano calibro 9", Di Leo ricorre nuovamente ai racconti di Giorgio Scerbanenco per girare un altro poliziottesco – anche se di poliziotti non ce ne sono – ambientato nella capitale lombarda, di cui però a stento si riconoscono un paio di location (la Darsena, la Stazione Centrale). Fra dialoghi didascalici, personaggi tagliati con l'accetta e tante donnine seminude (fra cui Femi Benussi e Francesca Romana Coluzzi), il film fatica a uscire dai limiti del suo genere e risulta decisamente meno interessante del lavoro precedente, di cui riprende l'ambientazione ma non i personaggi. Da salvare la prova energetica di Adorf (doppiato da Stefano Satta Flores) e l'intensità di un paio di scene d'azione (la morte dei famigliari di Luca, con successivo inseguimento al loro killer lungo i Navigli; e lo scontro finale con i due americani nel cimitero delle auto, con il gattino bianco che simboleggia tutti gli innocenti – e sono tanti! – vittime collaterali dei gangster). Luciana Paluzzi è l'hostess dei due sicari, Sylva Koscina la moglie di Luca, mentre Renato Zero fa un breve cameo. Musiche di Armando Trovajoli. Quentin Tarantino ha dichiarato di essersi ispirato alla coppia formata da Henry Silva e Woody Stroode per i due protagonisti di "Pulp Fiction". La cosiddetta "Trilogia del milieu" sarà completata da Di Leo l'anno seguente con "Il boss".

19 luglio 2016

La sposa in nero (François Truffaut, 1968)

La sposa in nero (La mariée était en noir)
di François Truffaut – Francia 1968
con Jeanne Moreau, Jean-Claude Brialy
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Rivisto in DVD.

Per vendicarsi dei cinque uomini responsabili della morte del marito, colpito per disgrazia da un colpo di fucile sulle scale della chiesa nel giorno del loro matrimonio, una giovane donna (Moreau) li rintraccia e li uccide uno a uno. Da un romanzo di Cornell Woolrich (che si firma come William Irish), un thriller nerissimo e atipico nella filmografia di Truffaut, che pure – come Godard e gli altri colleghi della Nouvelle Vague – non ha mai nascosto l'amore per la narrativa e il cinema di genere americano. Attraverso alcuni elementi ricorrenti (l'anello, il disco), la pellicola svela le sue carte poco a poco: dopo ogni delitto, lo spettatore viene a conoscenza di un pezzo in più del background e delle motivazioni del personaggio. Narrativamente il film può essere diviso in cinque parti, più un prologo e un epilogo, in ciascuna dei quali Julie rintraccia, avvicina e infine elimina (in modi sempre diversi e fantasiosi) i suoi bersagli, quasi sempre affascinandoli con il proprio charme e giocando con il fatto che loro non la conoscono. E infine si farà arrestare volontariamente, pur di raggiungere il quinto uomo che si trova chiuso in prigione. Secondo film a colori di Truffaut, ma il primo girato in Francia e con il suo direttore della fotografia di fiducia (Raoul Coutard): eppure nella memoria dello spettatore resta un film in bianco e nero, non solo per gli abiti della protagonista (che indossa quasi sempre il bianco nuziale – o virginale, quando si veste da Diana cacciatrice – o il nero della vedovanza) ma per i toni della vicenda, dove apparentemente non c'è spazio per il grigio o le sfumature cromatiche. Le "vittime" sono interpretate da Claude Rich (il rubacuori), Michel Bouquet (il solitario), Michel Lonsdale (il politico), Daniel Boulanger (il pregiudicato) e Charles Denner (il pittore). Per la colonna sonora, che ingloba una versione "drammatica" della classica marcia nuziale di Mendelssohn, Truffaut ricorre per la seconda volta di fila (dopo "Fahrenheit 451") a Bernard Herrmann, il compositore di fiducia di Hitchcock, quando mai adatto alle atmosfere della pellicola. Quentin Tarantino ha negato l'ispirazione, ma le similitudini con "Kill Bill" sono numerose ed evidenti (dalla struttura generale fino a piccoli particolari, come la scena in cui la sposa, dopo ogni vendetta, cancella con una riga il nome della vittima dal suo taccuino).

17 luglio 2016

Le notti bianche (Luchino Visconti, 1957)

Le notti bianche
di Luchino Visconti – Italia 1957
con Marcello Mastroianni, Maria Schell
**1/2

Visto in divx.

Passeggiando di notte senza meta, Mario (Mastroianni) incontra Natalia (Schnell), una ragazza che da un anno attende inutilmente notizie dell'uomo (Jean Marais) di cui è innamorata. Infatuato del suo candore e della sua semplicità, Mario cerca di scuoterla dalle sue illusioni e di convincerla che l'uomo non tornerà più: ma proprio quando sembra che fra i due possa nascere un idillio, il misterioso straniero si rifà vivo per portargliela via. Dall'omonimo racconto di Dostoevskij, di cui trasferisce l'azione da San Pietroburgo a una Livorno tutta ricostruita in studio, un film dalle atmosfere irreali e oniriche, alle quali contribuiscono la regia elegante di Visconti, l'evocativa fotografia di Giuseppe Rotunno e le musiche spettrali di Nino Rota. Mario accusa Natalia di essere "innamorata di un fantasma": e il modo in cui i personaggi si materializzano all'improvviso, o scompaiono come ombre dai ponti e dai vicoli della città, fa sembrare in effetti che la storia si svolga in una sorta di limbo soprannaturale, popolato da anime perse (vedi anche la prolungata sequenza del ballo, dove il tempo pare perdere di significato, o l'inizio del racconto della ragazza, con l'ambientazione che muta senza alcuno stacco dell'inquadratura). Come sempre nel cinema di Visconti, sono da sottolineare i meta-riferimenti operistici: nel flashback, Natalia e il suo innamorato vanno a teatro ad assistere al "Barbiere di Siviglia": e alcuni elementi (la nonna tutrice che la sorveglia, la lettera allo spasimante "già scritta" e affidata all'amico affinché gliela consegni) sembrano uscire direttamente dal libretto dell'opera di Rossini. Non mancano comunque suggestioni e simboli più universali, quasi "magici": dal cane che segue Mario all'inizio e alla fine del film, come per condividere la sua solitudine, all'insolita nevicata che imbianca le strade e i tetti della città nel finale, un evento fuori dall'ordinario proprio come l'incontro con Natalia è stata una parentesi straordinaria nella vita del protagonista. Alla fine, colui che ha vissuto un'illusione d'amore si rivelerà essere lui, mentre il sogno puro e fedele della ragazza (messo giusto un poco alla prova dall'insistenza di Mario) sarà ricompensato, come in una fiaba. Clara Calamai è la prostituta. Contrariamente alle pratiche dell'epoca, la Schell non è stata ridoppiata in italiano. Nel 1971 anche Bresson adatterà il racconto di Dostoevskij in "Quattro notti di un sognatore".

15 luglio 2016

Tokyo Fist (Shinya Tsukamoto, 1995)

Tokyo Fist (id.)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1995
con Shinya Tsukamoto, Koji Tsukamoto, Kahori Fujii
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Tsuda, modesto impiegato di una ditta di assicurazioni, conduce una vita piatta e noiosa: anche il rapporto con la sua compagna, Hizuru, è ormai scivolato nella fredda routine. Ma l'incontro con un vecchio compagno di scuola, Kojima, scuote tutto questo. Kojima, infatti, provoca ripetutamente il pavido Tsuda per risvegliare il suo spirito combattivo e insidia Hizuru, che finisce con l'abbandonare il compagno per trasferirsi a casa del rivale. Pur di riconquistarla, Tsuda comincia a sua volta a frequentare la palestra. Dopo i due "Tetsuo", Tsukamoto racconta un'altra vicenda di trasformazione: stavolta non c'è di mezzo il metallo, ma solo la carne e i corpi. La rabbia repressa, l'ossessione e il desiderio di vendetta spingono infatti i personaggi all'estremo, e il cambiamento psicologico si riflette in quello fisico, con i volti massacrati dai pugni in una spirale di autodistruzione che finisce con il coinvolgere anche la donna. Contemporaneamente ai due uomini, infatti, anche Hizuru abbraccia il proprio lato più masochista, fra tatuaggi e piercing. Il dolore e il combattimento diventano per tutti e tre l'unico modo per esprimersi e per sentirsi vivi. Come nei precedenti lavori sperimentali di Tsukamoto, il film rappresenta sullo schermo la violenza in maniera stilizzata ed espressionista, con una regia che ricorre ad angoli e inquadrature insolite, nervosi movimenti di camera, una fotografia ipersatura e persino a brevi animazioni a passo uno. Fedele al suo titolo (dove non c'è solo la parola "Fist", ma anche "Tokyo"), il film rende inoltre protagonisti gli scenari cittadini (i grandi palazzi, le strade, i ponti, i corridoi) mostrandoli come un labirinto urbano in cui i personaggi vagano nell'indifferenza altrui. E poi, naturalmente, tanto gore e tanto sangue, sul ring e fuori. Cinema estremo, non per tutti, ma vivo e pulsante: forse la vetta espressiva di Tsukamoto. I due rivali, Tsuda e Kojima, sono interpretati dallo stesso regista e da suo fratello Koji.

13 luglio 2016

L'ultimo buscadero (Sam Peckinpah, 1972)

L'ultimo buscadero (Junior Bonner)
di Sam Peckinpah – USA 1972
con Steve McQueen, Robert Preston
***

Rivisto in DVD.

Junior Bonner (McQueen), un cowboy che si guadagna da vivere girando di paese in paese per partecipare ai rodei, è in un momento di crisi quando torna nella sua città natale, Prescott, dove è in programma una grande fiera in occasione della parata del 4 luglio. Il fratello Curly (Joe Don Baker), invece, non potrebbe essere più diverso: affarista pragmatico, ha distrutto il ranch di famiglia per costruirvi sopra un centro residenziale e sta facendo fortuna con il commercio e l'edilizia. Curly disapprova la vita romantica e itinerante del fratello, e vorrebbe che mettesse "la testa a posto" come lui. Ma Junior non può rinunciare al proprio modo di essere, e in questo è come il padre Ace (Robert Preston), che nonostante gli acciacchi e la tarda età – e per la disperazione della moglie Elvira (Ida Lupino) – insegue ancora sogni e illusioni, non ultima la pazza idea di trasferirsi in Australia alla ricerca dell'oro. Nonostante l'ambientazione contemporanea, il settimo film di Peckinpah è ancora una volta – poteva essere altrimenti? – un western. E naturalmente un western crepuscolare e malinconico, che mette in scena la cronaca di un fallimento e la fine di un'epoca, dove i pochi cowboy rimasti sono residui del passato, che si esibiscono per divertire i turisti mentre intorno a loro il progresso fa letteralmente piazza pulita dei vecchi scenari e del vecchio modo di vivere. "Se questo mondo è tutto per i vincitori, che cosa resta ai vinti?" si chiede il protagonista, prima di buttarsi testardamente in una nuova lotta contro il terribile toro Sunshine, l'ostacolo da superare per dimostrare a tutti (e soprattutto a sé stesso) di non essere ancora finito. La vittoria gli arriderà (e con essa, la conquista di una bella ragazza), ma sarà tutto effimero: tanto la ragazza che il denaro (donato al padre per consentirgli di esaudire il suo ultimo sogno) dureranno lo spazio di una giornata, prima di ripartire con una vettura infangata e sulle strade polverose verso nuovi rodei in altre cittadine ai margini della civiltà che avanza. Girato con stile classico (ma il montaggio rapido e frammentato, marchio di fabbrica del regista, è ben presente nelle scene della parata e soprattutto in quelle del rodeo), con una sceneggiatura assai attenta alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, "L'ultimo buscadero" è uno dei film più lineari e meno violenti del regista americano (al punto da deludere coloro che si attendevano una pellicola d'azione, vista anche la presenza di McQueen): eppure non tradisce i temi tipici della sua filmografia e mostra grande cura nel descrivere un microcosmo (la famiglia, la città, l'ambiente del rodeo) che simboleggia un intero mondo. Ottimi gli attori (oltre ai già citati, Ben Johnson è l'organizzatore del rodeo e Barbara Leigh è la ragazza conquistata da Junior). McQueen tornerà a collaborare con Peckinpah in "Getaway".

12 luglio 2016

Le massaggiatrici (Lucio Fulci, 1962)

Le massaggiatrici
di Lucio Fulci – Italia/Francia 1962
con Sylva Koscina, Philippe Noiret
**

Visto in TV.

Tre intraprendenti ragazze (Sylva Koscina, Valeria Fabrizi e Cristina Gaioni) aprono una "casa di massaggi" in un appartamento di Roma. Due imprenditori (Ernesto Calindri e Luigi Pavese) si servono delle loro grazie per firmare un lucroso contratto con il presidente (Louis Seigner) della "Casa per la protezione della giovane". Ma quando questi muore proprio mentre si trova in casa delle fanciulle, dovranno nasconderne il cadavere per evitare uno scandalo. Antesignano della commedia sexy e "scollacciata" all'italiana che furoreggierà nel decennio successivo, il film fa esplicito riferimento alla legge Merlin, da poco approvata e ancora al centro del dibattico sociale e politico, e non si fa scrupolo a prendere di mira l'ipocrisia e la "doppia morale" di parte della società e di una certa classe politica. Il sottotitolo della pellicola, "Pochade in un tempo... moderno", chiarisce bene il tono della narrazione: una comicità farsesca e sopra le righe, fra equivoci, doppi sensi, scambi di persona, cadaveri che scompaiono e riappaiono, situazioni pruriginose che regolarmente non portano mai a nulla. Nel complesso, un divertimento innocuo ma interessante come specchio dei tempi, e in ogni caso più spigliato dei tanti film che ne seguiranno. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia hanno una parte piccola ma importante nel finale (i guardiani notturni). Philippe Noiret (che interpreta il viscido segretario del presidente), al suo primo film italiano, è doppiato da Elio Pandolfi. Musica del jazzista Nini Rosso.

10 luglio 2016

A girl walks home alone at night (Ana Lily Amirpour, 2014)

A girl walks home alone at night (id.)
di Ana Lily Amirpour – USA 2014
con Sheila Vand, Arash Marandi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Per le strade notturne e desolate di Bad City, una città fittizia e spettrale (l'ambientazione è volutamente lasciata nel vago: il film è stato girato negli Stati Uniti, ma tutti i personaggi parlano persiano), si aggira una misteriosa ragazza in chador, assetata di sangue umano. Ignorando la sua natura di vampiro, di lei si innamora il giovane Arash: ma l'amore basterà a cambiare il destino di entrambi? Sorprendente commistione fra noir, western, horror ed esistenzialismo, opera prima di una regista anglo-iraniana che ha ampliato un suo precedente cortometraggio. Esile nella trama e nella caratterizzazione dei personaggi, il film ha i suoi punti di forza nell'ambientazione ricca di atmosfera e nella costruzione di un mondo che richiama tanto cinema del passato (da James Dean a Jodorowsky, da Lynch a Jim Jarmusch, forse l'influenza più evidente): l'uso del bianco e nero, l'attenzione al paesaggio (le periferie, le strade, i campi affiancati dal movimento incessante delle pompe di petrolio, i canali disseminati di cadaveri, che rendono Bad City una specie di città fantasma) e i personaggi emarginati e disadattati (la prostituta, il bambino, lo spacciatore-magnaccia, il padre drogato) sono tutti tasselli di un affresco originale e dall'andamento lento e ipnotico. A renderlo ancora più suggestivo c'è una colonna sonora che a sua volta è una commistione di generi: si va dalla musica elettronica alle influenze western di Ennio Morricone. Nel complesso, forse un film più di forma che di sostanza, ma comunque interessante, rapidamente diventato un piccolo oggetto di culto fra gli appassionati di cinema indie.

8 luglio 2016

Il viaggiatore (Abbas Kiarostami, 1974)

Il viaggiatore (Mosafer)
di Abbas Kiarostami – Iran 1974
con Hassan Darabi, Masud Zandbegleh
***1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), in originale con sottotitoli.

Il piccolo Ghassem, figlio di un falegname che vive in una città di provincia, non ha in testa che il calcio. Già bocciato una volta, anziché studiare preferisce trascorrere le sue giornate a giocare a pallone con gli amici, incurante dei rimproveri della madre e delle punizioni che il padre o gli insegnanti gli impartiscono in continuazione. Quando viene a sapere che la nazionale iraniana giocherà una partita a Teheran, progetta di andarla a vedere. Per procurarsi i soldi necessari per il viaggio in autobus e il biglietto dello stadio non esita a rubare, a mentire e a ingannare: sottrae del denaro alla madre, prova a vendere la macchina fotografica dello zio, utilizza quest'ultima per fingere di scattare foto – dietro pagamento – agli alunni di una scuola elementare, e infine vende addirittura le porte con cui gioca la squadra del quartiere. Arrivato finalmente nella capitale, giunge allo stadio con tre ore di anticipo, bighellona un po' in giro, si addormenta e si risveglierà soltanto quando la partita è già terminata. Il primo vero lungometraggio di Kiarostami (il precedente "L'esperienza", oltre che più corto, si basava su un soggetto non suo) è incentrato sul tema del desiderio, assolutamente centrale nel suo cinema, e amplia i contenuti già presenti nel suo secondo cortomentraggio, "La ricreazione". Le azioni di Ghassem, personaggio indimenticabile e pieno di energia anche se tutt'altro che un ragazzo modello, sono rivolte esclusivamente alla realizzazione del suo obiettivo, incurante dei disagi, dei danni o delle delusioni che arreca agli altri: ma che in realtà il ragazzo abbia sensi di colpa è dimostrato nel finale, quando dorme sul prato mentre si sta giocando la partita, e sogna le conseguenze delle sue malefatte (il fallimento all'esame in classe per cui non ha studiato, l'essere inseguito dai ragazzini furibondi ai quali aveva promesso le fotografie). Al suo fianco c'è il fedele amico Akbar, quasi una voce della coscienza: pur coinvolto nelle sue bravate (un po' controvoglia, e in fondo in maniera disinteressata, anche se segretamente invidia l'amico), continuerà a ricordargli gli impegni e gli obblighi (i compiti da fare) e a interrogarsi al posto suo sulle conseguenze di ogni sua azione. Indicativa la scena in cui Akbar, intento a studiare, chiede al protagonista il significato di alcune parole, forse non scelte a caso: "ribelle" e "ambizione".

Quello de "Il viaggiatore" è un ritratto straordinario della fanciullezza, della noncuranza con cui si inseguono i propri obiettivi, con un protagonista esuberante e intraprendente, che appare quanto mai vivo e reale sullo schermo anche grazie alla rappresentazione del suo rapporto con l'ambiente che lo circonda. Il mondo di Ghassem – ma alla sua età come può essere altrimenti? – è egocentrico e autoreferenziale, senza punti di contatto con quello degli adulti (la madre e l'insegnante pensano solo a rimpallarsi le responsabilità della sua mancata educazione) e dunque con la sfera della maturità, che raggiungerà senza dubbio attraverso esperienze e delusioni come quella che conclude la pellicola, primo momento in cui il protagonista entra in contatto con una realtà più ampia (la grande città) di quella in cui finora ha vissuto. Il film mette dunque in scena un passaggio fondamentale della crescita: non sappiamo cosa ne sarà di Ghassem dopo la conclusione della vicenda, se sarà severamente punito e se imparerà dai suoi errori. Probabilmente, però, il viaggio e il suo infausto esito, anche se possono sembrare un semplice episodio di intemperanza, costituiranno un punto di passaggio e di svolta nella sua vita e nella sua crescita. Sotto forma di parabola, la storia illustra come desiderare qualcosa a tutti i costi possa portare infine anche a perderla nel più banale dei modi. Ma come nei migliori film prodotti dai registi iraniani per conto dell'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, le vicende morali e minimaliste dei ragazzini possono assumere significati che vanno ben al di là di una lettura superficiale. Regia e fotografia sono ottimi esempi di quel realismo poetico, qui ancora in fase embrionale, che farà la fortuna del nuovo cinema iraniano. Da sottolinare l'uso delle ellissi (la più evidente è proprio la partita di calcio, così centrale nell'economia della pellicola eppure mai mostrata) e, per la prima volta in un lungometraggio iraniano, del sonoro in presa diretta (un elemento che diventerà distintivo di un'intera cinematografia, spesso usato in maniera creativa e artistica).

7 luglio 2016

L'esperienza (Abbas Kiarostami, 1973)

L'esperienza (Tajrebeh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1973
con Hossein Yarmohammadi, Parviz Naderi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il quattordicenne Mahmad lavora come garzone in uno studio fotografico, all'interno del quale trascorre anche le notti. Trattato male o con sufficienza dal padrone del negozio, che non perde occasione per rimproverarlo, il ragazzo passa le giornate facendo le pulizie e servendo il tè, e le sere ascoltando la radio e osservando il mondo introno a lui. Invaghito di una studentessa sua coetanea ma dei quartieri alti, sottrae le scarpe e la giacca del proprietario del negozio per presentarsi a lei tutto in ghingheri. Quando decide di licenziarsi per chiedere alla famiglia della ragazza di essere assunto a servizio nella sua casa, ne ottiene però un rifiuto. Il titolo del primo mediometraggio di Kiarostami (dopo due corti) si riferisce sia all'esperienza lavorativa che a quella sentimentale del protagonista, un giovane ai suoi primi passi nel mondo della vita "adulta". Solo (il fratello si è sposato da poco), taciturno, senza punti di riferimento, Mahmad si getta a capofitto nella vita con un misto di ribellione, intrapendenza e cautela. Alcuni critici hanno paragonato il film ad "Antoine e Colette" di Truffaut, visto che entrambi mettono in scena una "educazione sentimentale" destinata a scontrarsi con la dura realtà e l'inevitabile delusione che spesso incornicia i primi, timidi tentativi di approccio amoroso degli adolescenti. Quello di Mahmad è un mondo fatto di solitudine, precarietà e ingiustizie, dove però basta il sorriso di una ragazza per illudersi di aver trovato una ragione di vita, e dove ogni difficoltà è destinata a essere superata e dimenticata nel giro di poche ore. La regia di Kiarostami esibisce una grande attenzione al dettaglio, ai piccoli gesti quotidiani, agli oggetti e agli ambienti. Il soggetto del film è di Amir Naderi, che l'ha ceduto all'amico essendo impegnato nelle riprese di un'altra pellicola.

6 luglio 2016

La ricreazione (Abbas Kiarostami, 1972)

La ricreazione, aka Intervallo (Zang-e tafrih)
di Abbas Kiarostami – Iran 1972
con Seyrouss Hassanpour
***

Visto su YouTube.

Dopo essere stato punito a scuola dall'insegnante perché, come ci spiega una scritta in sovrimpressione, durante l'intervallo ha rotto una finestra con una pallonata, il piccolo Dara si accinge a tornare a casa con la sua palla sotto il braccio. La sua attenzione è attirata da un gruppo di ragazzini che giocano a calcio per la strada, e Dara non resiste alla tentazione di calciargli lontano il pallone non appena questo si dirige verso di lui. Inseguito da uno dei ragazzi, è costretto prima a nascondersi e poi a prendere una lunga e pericolosa deviazione, attraversando pascoli, colline e campi innevati e strade piene di automobili. Il secondo cortometraggio di Kiarostami racconta, come il primo, la vicenda minimalista di un bambino obbligato ad affrontare un'improvvisa difficoltà. Ma rispetto al lavoro precedente, aggiunge complessità e significato a quella che è prima di tutto una storia simbolica e fiabesca (addirittura senza una vera conclusione: lo schermo sfuma in bianco mentre il ragazzo cammina al fianco della strada trafficata, impossibilitato ad attraversarla), costruita su due concetti in contrapposizione: il desiderio (quello del bambino di calciare la palla) e la solitudine (Dara si ritrova solo prima, durante e dopo il calcio fatidico). La regia comincia a mostrare soluzioni inventive, sfruttando l'ambientazione stessa come strumento di montaggio interno (si pensi all'inquadratura nel corridoio, con la messa a fuoco che passa dal vetro rotto al primo piano del ragazzo, o il campo lungo nel finale, quando il bambino scende per il pendio mentre in primo piano scorrono le automobili). Come "Il pane e il vicolo", anche questo è muto e stavolta pure senza musica: la vicenda è raccontata soltanto attraverso i rumori ambientali e le espressioni del piccolo protagonista.

5 luglio 2016

Il pane e il vicolo (Abbas Kiarostami, 1970)

Il pane e il vicolo (Nan va koucheh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1970
con Reza Hashemi, Mehdi Shirvanfar
***

Visto su YouTube, per ricordare Abbas Kiarostami.

Un bambino sta tornando a casa, reggendo sottobraccio una forma di pane e divertendosi a calciare per la strada un barattolo accartocciato. Giunto in uno stretto vicolo, è intimorito da un cane che gli sbarra il passaggio. Esita sul da farsi, prova a incamminarsi al fianco di un anziano signore che però presto devia per una strada secondaria. Alla fine trova il coraggio di lanciare al cane un pezzo di pane, facendoselo amico. L'animale, scodinzolando, lo accompagnerà fino a casa, dove però la madre del protagonista gli impedirà di entrare. Al cane non resterà che adagiarsi fuori dalla porta, proprio mentre un altro ragazzino sta avvicinandosi a sua volta, e tutto ricomincerà da capo... Nel cortometraggio di debutto del più grande regista iraniano di sempre (nonché uno dei miei registi preferiti in assoluto), c'è già tutto il Kiarostami che verrà: l'attenzione al mondo dei bambini, lo studio del paesaggio, la cura nella messa in scena, nelle inquadrature e nel montaggio, la proposizione di piccoli dilemmi morali e di un microcosmo come specchio di una realtà più grande. Costretto a lavorare entro gli stretti margini della censura, ma potendo godere di una certa libertà e autonomia al servizio dell'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti (l'ente culturale e statale del quale proprio Kiarostami, fino ad allora grafico e creativo pubblicitario, contribuisce con questo film a fondare la sezione cinematografica), il regista saprà far emergere la propria poetica in maniera pura e stratificata al tempo stesso, dando vita a una stagione senza eguali per il cinema iraniano. Praticamente muto, il cortometraggio è arricchito dai rumori ambientali e da un'interessante colonna sonora: una versione strumentale di "Obladì Obladà" dei Beatles accompagna il piccolo protagonista fino a quando la musica non si arresta al momento dell'incontro con il cane; altri brani di varia natura sottolineano il suo passo a fianco del vecchio con l'apparecchio acustico (un pezzo assai ritmato) e del cane ormai diventato amico (un brano di musica barocca); infine, a sottolineare la ripetizione della situazione conclusiva, c'è un tema jazzato.

4 luglio 2016

Senso (Luchino Visconti, 1954)

Senso
di Luchino Visconti – Italia 1954
con Alida Valli, Farley Granger
***1/2

Visto in divx.

1866: nel Veneto occupato dagli Austriaci, alla vigilia della terza guerra di indipendenza, la contessa Livia Serpieri (Valli) – patriota e nazionalista – si innamora di un giovane ufficiale delle forze imperiali, il tenente Franz Mahler (Granger). Per lui arriverà a tradire la famiglia e i propri ideali: ma quando si renderà conto che l'uomo ha soltanto approfittato di lei, si vendicherà denunciandolo per diserzione. Da un racconto di Camillo Boito (fratello di Arrigo), rielaborato e adattato insieme a Susi Cecchi D'Amico, Visconti realizza il suo primo film a colori nonché la prima pellicola in cui mette da parte i temi del neorealismo per tuffarsi a piene mani nella descrizione di un ambiente a lui assai più congeniale, quello di un'aristocrazia in crisi perché ormai avviata al declino e alla decadenza ("Un intero mondo sparirà, quello cui apparteniamo tu e io. E il nuovo mondo non ha alcun interesse per me", afferma Franz in una delle scene chiave del film). Le sontuose scenografie, la grande cura nei costumi e nella ricostruzione storica, la qualità pittorica della fotografia (ispirata, pare, ai dipinti di Francesco Hayez: la scena in cui Livia e Franz si baciano nella villa di Aldeno ricorda in particolare proprio "Il bacio"), la colonna sonora (con brani della settima sinfonia di Bruckner) e la raffinata interpretazione della Valli contribuiscono a definire una nuova cifra stilistica per Visconti, che manterrà per il resto della sua filmografia e che lo porterà a capolavori come "Ludwig", "Il gattopardo" e "Morte a Venezia". Accolto da un grande successo di pubblico, e destinato a ritagliarsi un posto importante nella storia del cinema italiano, il film fu ferocemente osteggiato dalla censura e dal governo (il titolo originale, "Custoza", fu considerato "disfattista" da parte del ministero della difesa, mentre il sottosegretariato allo spettacolo impose il taglio di numerose scene d'amore ritenute "immorali" nonché il cambiamento del finale), anche per il rifiuto della retorica patriottistica con cui fino ad allora si era sempre raccontato il risorgimento, qui visto invece come "la fine di un'era", appunto, un momento di passaggio che reca con sé anche tragedia e disillusione. La descrizione della folle passione di Livia per Franz, che da donna idealista e pragmatica la trasforma in romantica e perduta, è raccontata in prima persona dalla stessa protagonista, con una voce narrante bassa e suadente (lo stesso tenente, a più riprese, la rimprovera di parlare troppo piano!). Se Livia, al momento del suo primo incontro con Franz, afferma "Non mi piace l'opera quando si svolge fuori scena", la vicenda di cui è protagonista è invece in tutto e per tutto degna di un melodramma. La pellicola si apre proprio in un teatro lirico, la Fenice di Venezia, mentre sulle note del "Trovatore" va in scena una manifestazione patriottica che aiuta subito a collocare la vicenda nel suo contesto storico. E gli sviluppi successivi ricordano a tratti opere come la "Tosca". L'impegno della produzione, oltre che dallo sforzo finanziario evidente nella ricostruzione d'epoca e nelle scene di battaglia, risalta anche dai collaboratori assoldati per l'edizione internazionale: alla sceneggiatura della versione inglese hanno collaborato anche Paul Bowles e Tennessee Williams. Come assistenti alla regia figurano Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, entrambi a inizio carriera. L'operatore Giuseppe Rotunno diventerà il direttore della fotografia di fiducia di Visconti. Per il ruolo dei protagonisti, il regista milanese aveva pensato inizialmente a Ingrid Bergman e Marlon Brando. Quanto al resto del cast, Heinz Moog è il marito di Livia, Massimo Girotti è il cugino rivoluzionario Roberto, Rina Morelli è la governante, Marcella Mariani (che morirà l'anno seguente, in un incidente aereo, a soli 19 anni) è la giovane prostituta.

3 luglio 2016

La mafia uccide solo d'estate (Pif, 2013)

La mafia uccide solo d'estate
di Pif [Pierfrancesco Diliberto] – Italia 2013
con Pif, Cristiana Capotondi
***

Visto in TV, con Sabrina.

Vent'anni di delitti e di vittime della mafia, visti attraverso gli occhi di un bambino (e poi ragazzo), che cresce nella Palermo degli anni ottanta e novanta. L'ex "Iena" televisiva Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, è co-sceneggiatore, regista e protagonista (almeno nella seconda metà del film: nella prima c'è Alex Bisconti, somigliantissimo, che lo interpreta da piccolo) di un'insolita commedia semi-autobiografica che mescola il paradosso e l'ironia con la ricostruzione – anche per mezzo di materiali di repertorio – delle stragi, dei funerali, dei processi legati a Cosa Nostra. Ogni momento della vita di Arturo (sin da quello del concepimento!) sembra incrociarsi con le vicende della criminalità organizzata: cresce fra l'omertà e le reticenze degli adulti che lo circondano (il titolo del film è una frase che gli dice il padre per rassicurarlo), sviluppa idee confuse sui boss e sui magistrati, individua ingenuamente il suo "eroe" in Giulio Andreotti (al punto di travestirsi da lui in una festa in costume e di appendere un suo poster in camera), ma il forte desiderio di comprendere la realtà e di raccontare la propria città lo porterà a diventare giornalista (è lui l'ultimo ad intervistare Carlo Alberto Dalla Chiesa). Il vero filo conduttore è però quello del suo amore per Flora, la compagna di classe di cui si invaghisce ma alla quale non ha mai il coraggio di dichiararsi. Dopo molti alti e bassi la ritroverà adulta, divenuta l'assistente personale di Salvo Lima (!) durante la campagna elettorale in Sicilia. A unirli sarà infine proprio la consapevolezza della reale portata della mafia e dei suoi delitti, la stessa che scuote i cittadini palermitani dopo le stragi di Capaci e di via d'Amelio di cui rimangono vittima i giudici Falcone e Borsellino. In un certo senso, dunque, Arturo e Flora rappresentano tutta la gente comune, coloro che dopo anni passati a fingere di non vedere e di non sentire si decidono finalmente a opporsi al potere della mafia. La pellicola si conclude con un omaggio alle tante vittime di Cosa Nostra. Il rischio di trovarsi di fronte a un pamphlet retorico è scongiurato non solo dai toni da commedia (il registro è lo stesso dei lavori televisivi dell'autore: ironico e documentaristico al tempo stesso) ma anche dalla sincerità e schiettezza con cui Pif affronta l'argomento, senza peraltro mai commettere l'errore opposto, quello di celebrare l'argomento e ammantare la criminalità organizzata di un'aura mistica e cool (al contrario, i boss sono esposti alla berlina e ridicolizzati: vedi Totò Riina che non sa usare il condizionatore d'aria). Il risultato è quasi una versione comica de "I cento passi", film nel quale un Pif alle prime armi era stato assistente alla regia.

2 luglio 2016

Per fortuna che ci sei (James Huth, 2002)

Per fortuna che ci sei (Un bonheur n'arrive jamais seul)
di James Huth – Francia 2002
con Gad Elmaleh, Sophie Marceau
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il musicista jazz Sasha (Gad Elmaleh) vive alla giornata, libero dai legami sentimentali e professionali e prigioniero dell'ombra ingombrante del padre, che fu un celebre compositore. Quando incontra la bella ma sbadata Charlotte (Sophie Marceau), però, se ne innamora subito, ricambiato. La passione fra i due sembra funzionare, nonostante gli ambiti sociali ben differenti (quello artistico di Montmartre per lui, i quartieri alti di Parigi per lei). Peccato che si tratti dell'ex moglie del ricco imprenditore Alain Porsche (François Berléand), che farà tutto per mettere loro i bastoni fra le ruote, e soprattutto che abbia tre scatenati figli di primo letto: e Sasha, che ha sempre affermato di odiare i bambini, scoprirà di dover "conquistare" anche loro. Love story di produzione francese ma chiaramente debitrice al cinema americano, colma di riferimenti ai classici hollywoodiani (entrambi i protagonisti adorano "Casablanca") e ai musical di Broadway (nell'appartamento di Sasha campeggiano locandine di "West Side Story", "Hair", "JSC", "Cantando sotto la pioggia"...), ma in particolare a "Gli aristogatti" della Walt Disney (citato esplicitamente più di una volta), di cui è di fatto una rilettura con esseri umani al posto dei felini. I bravi protagonisti (simpatico lui, affascinante come sempre lei), l'ambientazione accattivante, le numerose gag slapstick e un'interessante colonna sonora (che rilegge in chiave jazz tanti classici: Chopin, Mozart, Gounod, Bach...) non bastano però a elevarla oltre lo schematismo del genere.

29 giugno 2016

...altrimenti ci arrabbiamo! (M. Fondato, 1974)

...altrimenti ci arrabbiamo!
di Marcello Fondato – Italia/Spagna 1974
con Bud Spencer, Terence Hill
***1/2

Rivisto in divx, per ricordare Bud Spencer.

Uno dei film che più volte ho visto da bambino, perfetto esempio di quell'universo di comicità, avventura, ingenuità e innocua violenza con cui Bud (e Terence) mi hanno divertito e accompagnato per tanti anni: inevitabile per me dargli un voto così alto, al di là degli effettivi meriti cinematografici.

Il garagista Ben (Bud Spencer) e il giramondo Kid (Terence Hill), amici e rivali, partecipano a una gara di rallycross e tagliano insieme il traguardo: il problema di come dividersi il primo premio, una dune buggy rossa fiammante ("con la capottina gialla"), passa in secondo piano quando la vettura viene distrutta dai gangster al soldo di un "cattivissimo" boss (John Sharp), che su suggerimento del suo psicologo (Donald Pleasence) intende far chiudere il Luna Park adiacente al garage di Ben per edificarvi un grattacielo. Ben e Kid si presentano dal capo, intenzionati a ottenere da lui una nuova "carriola" ("Altrimenti?" "Altrimenti ci arrabbiamo"): ma il boss, istigato dal dottore, non vuole accontentare la loro richiesta... Primo film della coppia ambientato in Europa (per la precisione in Spagna: è stato girato nelle calle e nelle periferie di Madrid), è probabilmente la loro pellicola più celebre e citata (insieme a "Lo chiamavano Trinità", ma al primo posto fra quelle di ambientazione contemporanea), una vera miniera di risate e di situazioni iconiche, a partire dalle leggendarie scazzottate (che rispetto ai film precedenti crescono in durata e in importanza): dalla sfida a "birra e salsicce" per aggiudicarsi la dune buggy (interrotta dai gangster che distruggono il locale in cui i due si trovano, nella loro totale indifferenza) alla rissa nella palestra (dove si possono apprezzare i fenomenali effetti sonori che accompagnano pugni e schiaffoni), dalla sfida con la gang dei motociclisti (con tanto di radiocronaca trasmessa al boss) all'irruzione finale in macchina alla festa dei cattivi, in una sala colma di palloncini. Ma la scena più mitica è senza dubbio quella del coro dei pompieri ("Bom bom bom bom... La la la la la la..."), con Bud Spencer che passa dalla sezione maschile a quella femminile nel tentativo di sfuggire al mirino del glaciale killer Paganini ("Lo chiamano così perché non replica mai!"), scena resa ancora più memorabile dalla colonna sonora, con un brano che chiunque avrà provato a cantare una volta nella vita, e che in certi momenti ingloba persino il tema legato al killer. Al fianco di Bud e Terence, comunque protagonisti assoluti, per una volta si muovono una serie di personaggi che, pur secondari, restano impressi nella memoria collettiva, interpretati da caratteristi italiani o spagnoli o persino da attori di un certo livello: John Sharp è il capo, infantile e facilmente manipolabile da chi gli sta attorno, che vorrebbe essere cattivo solo perché glielo ha ordinato il dottore; questi, psicologo con l'accento tedesco, è interpretato dal grande Donald Pleasance, paradossalmente in uno dei suoi ruoli più memorabili. Ci sono poi il vecchio Geremia (Luis Barbero), assistente di Ben nel suo garage, lo scagnozzo baffuto Attila (Deogratias Huerta) e la bella Liza (Patty Shepard), la ragazza del circo di cui Kid si innamora. Manuel de Blas è Paganini, un evidente spoof di Alain Delon. Fra i caratteristi, infine, è da citare almeno il direttore del coro (Emilio Laguna), frustrato dalle continue "improvvisazioni" di Ben. Fra le tante battute, la frase più celebre è quella che dà il titolo al film (e il suo reprise, più avanti: "Siamo già arrabbiati"). Degna di menzione, infine, la canzone (in inglese) "Dune Buggy" degli Oliver Onions (ovvero i fratelli Guido e Maurizio De Angelis).