26 febbraio 2017

Jersey Boys (Clint Eastwood, 2014)

Jersey Boys (id.)
di Clint Eastwood – USA 2014
con John Lloyd Young, Vincent Piazza
**1/2

Visto in TV.

La storia (in versione romanzata: la sceneggiatura è tratta dall'omonimo musical del 2006) di Frankie Valli e del gruppo The Four Seasons, che negli anni sessanta scalò le classifiche prima di sciogliersi per dissidi interni. Con la sua incredibile voce in falsetto, Frankie (interpretato da un convincente John Lloyd Young, che aveva recitato la parte anche a Broadway) riuscì a trascinare al successo gli amici Tommy DeVito (Vincent Piazza), Nick Massi (Michael Lomenda) e Bob Gaudio (Erich Bergen), elevandoli dal milieu di vita di strada nella comunità italo-americana del New Jersey dal quale provenivano e dal quale non riuscirono mai a staccarsi del tutto (soprattutto Tommy, i cui problemi di denaro – fra debiti e collusioni con la piccola criminalità – portano infine la band alla dissoluzione). Valli proseguì con un'ottima carriera solista (grazie anche ai pezzi scritti per lui da Bob). La pellicola, dopo aver raccontato momenti chiave della carriera professionale e della vita privata del gruppo, ma in special modo di Frankie (compresa la morte in giovane età della figlia Francine), si conclude nel 1990, quando i quattro membri originari dei Four Seasons furono introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame. La buona ricostruzione storica, ambientale e biografica e la tanta musica (nel film si possono udire molte delle loro canzoni più celebri: "Sherry", "Big Girls Don't Cry", "Walk Like a Man" e, per quanto riguarda Valli da solo, "My Eyes Adored You" e naturalmente "Can't Take My Eyes Off You") compensano una vicenda in fondo poco originale, che ricorda diverse pellicole simili ma ben più incisive (con echi scorsesiani, e non solo per la presenza – come personaggio, non come attore! – di Joe Pesci). L'idea di far parlare i personaggi direttamente con gli spettatori, rompendo il quarto muro, proviene dal musical, dove però era usata in maniera meno estemporanea (ciascuno dei quattro è il narratore di una delle "quattro stagioni" nelle quali è divisa la storia). Nel cast anche l'inimitabile Christopher Walken (il boss mafioso Gyp De Carlo, che protegge i ragazzi) e Mike Doyle (il producer gay Bob Crewe). Belli i titoli di coda, un balletto/videoclip che riporta in scena tutti gli interpreti della pellicola.

25 febbraio 2017

Il caffè (Rainer W. Fassbinder, 1970)

Il caffè (Das Kaffehaus)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Kurt Raab, Hanna Schygulla
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Più che un film, la ripresa (per la tv) dell'omonimo spettacolo teatrale di Fassbinder, adattamento della commedia "La bottega del caffè" di Carlo Goldoni. Il palco è spoglio (soltanto una manciata di sedie), e la regia consiste in lunghi piani sequenza, quasi privi di movimenti di macchina. Gli interpreti sono il solito gruppo dell'Antiteater: Margit Carstensen (Vittoria), Ingrid Caven (Placida), Hanna Schygulla (Lisaura), Kurt Raab (Don Marzio), Harry Baer (Eugenio), Günther Kaufmann (Leander), Peter Moland (Pandolfo), Peer Raben (Ridolfo) e Hans Hirschmüller (Trappolo). L'adattamento è interessante, mantenendo l'ambientazione (Venezia), la trama e i personaggi di Goldoni, ma cambiando sensibilmente l'atmosfera, che si fa esistenzialista, riflessiva e malinconica. E i temi, naturalmente, sono quelli del gioco, dell'amore e del destino. Decisamente apprezzabile da vedere a teatro, poco più che una curiosità in televisione (o al cinema). Da notare come, forse per attualizzare il testo, ogni volta che viene menzionata una somma in denaro c'è immediatamente qualcuno che converte la valuta veneziana dell'epoca in dollari o marchi contemporanei.

23 febbraio 2017

The brothers Bloom (Rian Johnson, 2008)

The brothers Bloom (id.)
di Rian Johnson – USA 2008
con Adrien Brody, Rachel Weisz
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

I fratelli Stephen (Mark Ruffalo) e Bloom (Adrien Brody), orfani sin da piccoli, si guadagnano da vivere grazie ad elaborate truffe che mettono in atto in giro per il mondo. Stufo di questa vita, Bloom vorrebbe ritirarsi, ma il fratello lo convince a tentare un ultimo colpo. Con l'aiuto della misteriosa complice Bang Bang (Rinko Kikuchi), prendono di mira una giovane e ricchissima ereditiera, Penelope (Rachel Weisz), che vive solitaria e reclusa nel suo castello, e la coinvolgono in un tentativo di contrabbando: rubare un antico e prezioso manoscritto da un museo di Praga e rivenderlo in Messico. Ma Bloom finirà per innamorarsi della ragazza... Nello stile post-moderno e fumettistico di Wes Anderson (che personalmente sopporto poco), e con i quali ha alcuni attori in comune (su tutti Brody), una commedia assai pretenziosa ma fondamentalmente infantile e noiosa, che ai temi classici dei caper movie sovrappone una poetica romantica ma soprattutto una comicità surreale che risulta spesso fuori posto e che, anziché facilitare il coinvolgimento dello spettattore, lo tiene a distanza. Tutto quello che accade sullo schermo, per un motivo o per l'altro, non va infatti preso sul serio: o perché fa parte di un mondo da cartoon e sopra le righe, popolato da personaggi eccentrici e dove tutto è possibile, o perché – trattandosi della storia di due truffatori – si sospetta sempre che ogni colpo di scena non sia davvero reale. L'eccesso di "carineria" è a tratti stucchevole, e del rapporto fra i due fratelli (con il maggiore che ha il compito di ideare piani assurdi e complicati, e il minore quello di metterli in atto) si capisce tutto già dopo pochi minuti. Quanto agli scenari esotici (si passa dalla Grecia al Montenegro, da Praga al Messico, da Berlino a San Pietroburgo), sono sfondi da cartolina del tutto intercambiabili l'uno con l'altro. Nonostante le citazioni colte (Melville, Dostoevsky, Joyce), un film sciocco e un passo falso per Johnson dopo il suo interessante esordio, "Brick", e prima di dedicarsi alla fantascienza ("Looper" e l'imminente "Star Wars: Gli ultimi Jedi"). Nel cast, in ruoli minori, anche Maximilian Schell e Robbie Coltrane.

21 febbraio 2017

Manchester by the Sea (K. Lonergan, 2016)

Manchester by the Sea (id.)
di Kenneth Lonergan – USA 2016
con Casey Affleck, Lucas Hedges
***

Visto al cinema Arlecchino.

Alla morte del fratello maggiore Joe, che soffriva di una grave cardiopatia, Lee Chandler (Casey Affleck) scopre di essere stato da lui nominato tutore del nipote sedicenne Patrick (Lucas Hedges). Ma rispettarne le ultime volontà significherebbe per Lee abbandonare il sobborgo di Boston dove conduce una vita solitaria e da autorecluso (lavorando come portiere e tuttofare in un condominio) per fare ritorno nella cittadina costiera di Manchester-by-the-Sea, dove è nato e cresciuto, che aveva abbandonato per sempre dopo un tragico evento che aveva segnato la sua vita e quella della sua famiglia. Attraverso una serie di flashback, infatti, scopriremo che Lee era stato involontariamente responsabile del rogo nel quale avevano perso la vita i suoi tre figli. Ricominciare a vivere nel luogo popolato dai fantasmi del passato, ma soprattutto riaprirsi al mondo, alla vita e alla paternità (perché è evidente che il rapporto con il nipote va rapidamente a configurarsi come quello fra un padre e un figlio), può essere troppo per un uomo ormai incapace di tornare indietro, di fare pace con sé stesso e con i sensi di colpa, e di cogliere le nuove opportunita che si presentano. Il terzo film del poco prolifico Kenneth Lonergan, già sceneggiatore per Martin Scorsese, è un coinvolgente dramma familiare che ha i suoi punti di forza nei personaggi coerenti e realistici, alle prese con concreti problemi esistenziali, al punto da sacrificare a questa coerenza persino un (im)possibile finale consolatorio. Ambientato in un New England reso ancora più opprimente da un rigido inverno e dal cielo plumbeo, il film è lungo, forte ed emotivamente toccante ma non privo a suo modo di momenti di leggerezza, dovuti soprattutto al personaggio di Patrick, che grazie alla sua gioventù e all'apparente noncuranza con cui affronta i fatti della vita (si pensi alle due fidanzate fra le quali si barcamena) pare molto più in grado di elaborare il lutto e procedere avanti con la propria vita rispetto allo zio: aiuta il fatto che, su certi aspetti (vedi la barca del padre, che intende far riparare e continuare a usare) sembra avere le idee molto chiare. In compenso Lee, anche se a tratti pare avviato verso una sorta di crescita e guarigione (e la scelta di cercarsi una casa con una stanza per gli ospiti è certamente un segnale positivo), non riesce a compiere veri progressi: lo suggeriscono anche le due scene quasi identiche delle risse nel pub, una all'inizio e una verso la fine della pellicola. Proprio l'umanità dei personaggi e l'attenzione alle loro psicologie (quelli femminili, a dire il vero, hanno per lo più un ruolo negativo: anche se nel finale Randi – l'ex moglie di Lee – sembra aprire uno spiraglio che naturalmente l'uomo non può e non vuole cogliere) è il punto di forza di un film che per il resto si appoggia su una regia solida, su ottime interpretazioni e su una fotografia d'atmosfera, che ripropone sul piano estetico e visivo i tormenti e le emozioni interiori dei personaggi (la stagione invernale, per di più sulla costa, è quanto mai adatta a raccontare la storia di un lutto; anzi, di più lutti, visto che oltre a quello del fratello, Lee è ancora intento ad elaborare quello dei tre figli), oltre a una bella colonna sonora che comprende – insieme a Händel e Bob Dylan – l'utilizzo più drammatico che io ricordi di un brano di solito inflazionato, l'Adagio di Albinoni. Candidato a sei premi Oscar.

19 febbraio 2017

Prisoners (Denis Villeneuve, 2013)

Prisoners (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2010
con Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal
***

Visto in divx, con Sabrina.

Due bambine spariscono misteriosamente da una cittadina della Pennsylvania. Quando il detective Loki (Gyllenhaal) è costretto a rimettere in libertà – per insufficienza di prove – il principale sospettato, il ritardato mentale Alex (Paul Dano), il padre di una delle due bimbe (Hugh Jackman) decide di occuparsi personalmente della questione. Rapisce così Alex e lo tortura per farlo confessare: nel frattempo, però, l'indagine di Loki va avanti e si espande in nuove direzioni... Al primo film girato negli Stati Uniti, Villeneuve realizza un solido thriller familiare-poliziesco che non si tira indietro nel mettere in scena gli aspetti più emotivi del trauma di un rapimento, in particolare nella descrizione del padre che si sente impotente di fronte alla scomparsa della figlia e che, anziché collaborare con la polizia, mette in atto una propria indagine personale. La pellicola è forse più convenzionale e meno dirompente dell'opera precedente del regista canadese, "La donna che canta", ma dal punto di vista dell'intreccio giallo riesce abilmente a disseminare elementi ed indizi (forse fin troppi, per la verità: uno spettatore attento riuscirà a ricostruire tutto ben prima che ci arrivino i personaggi stessi) in modo che alla fine ogni cosa torni. L'investigazione che per lungo tempo non sembra procedere in nessuna direzione (come in "Zodiac" o "Memories of Murder") si intreccia con i temi etici e i tormenti familiari (come in "Mystic River"), anche se questi ultimi – in particolare le conseguenze delle azioni del padre, punto nodale del film – si potevano forse esplorare maggiormente. Alla buona riuscita della pellicola concorrono un ottimo comparto tecnico (bella, in particolare, la fotografia cupissima e d'atmosfera di Roger Deakins) e prove attoriali di alto livello (mi ha stupito in particolare Jackman, mai così intenso; la bravura di Gyllenhaal la conosciamo; nel resto del cast ci sono Terrence Howard, Maria Bello, Viola Davis, Melissa Leo e David Dastmalchian).

17 febbraio 2017

Osterman weekend (Sam Peckinpah, 1983)

Osterman Weekend (The Osterman Weekend)
di Sam Peckinpah – USA 1983
con Rutger Hauer, John Hurt
**

Rivisto in DVD.

L'anchorman televisivo John Tanner (Rutger Hauer) viene contattato dall'agente della CIA Lawrence Fassett (John Hurt), che gli rivela come tre dei suoi migliori amici – ex compagni di università che come ogni anno si appresta ad ospitare nel suo villino per trascorrere il weekend insieme – siano in realtà delle spie al servizio del KGB. Tanner lascia dunque che la propria casa venga riempita di microfoni, telecamere e schermi nascosti per consentire a Fassett e ai suoi uomini di tenere d'occhio tutto quanto accadrà nei due giorni: e nel frattempo cerca di capire quale dei tre amici potrebbe essere più facilmente "comprato" e convinto a cambiare nuovamente bandiera. Naturalmente, il weekend si svolge all'insegna delle tensioni più o meno sotterranee... Da un romanzo di Robert Ludlum, l'ultimo, confuso e fallimentare film di Sam Peckinpah. Il vecchio Sam, inviso a tutti i produttori e piagato da problemi di salute (e dalla dipendenza dall'alcol e dalle droghe), non lavorava ormai da cinque anni, e pur di tornare dietro la macchina da presa accettò uno script che lo convinceva ben poco. Ma se il film ha tanti difetti (la sceneggiatura manca di ritmo ed equilibrio, i buchi logici abbondano, la caratterizzazione dei personaggi è ondivaga quando non è proprio priva di senso), la regia riesce a tenere botta almeno nelle scene d'azione, quelle della guerriglia notturna fuori e dentro la casa di Tanner (una home invasion che ricorda "Cane di paglia"). E i temi di fondo riecheggiano quelli cari da sempre a Peckinpah: l'amicizia tradita, la perdita dei valori, la fine di un mondo (con la falsa etica dei giorni nostri), l'ambiguità fra bene e male (la pellicola cambia continuamente le carte in tavola su chi sono i buoni e chi i cattivi), lo sberleffo finale, cui si aggiungono quelli – nuovi per lui, ma quanto mai d'attualità – della tecnologia usata per sorvegliare e ascoltare tutti, dell'invadenza della televisione e dei mass media, della fabbricazione della verità a uso e consumo di un pubblico invisibile o disposto a farsi ingannare ("La verità è una bugia che non è ancora stata scoperta", dice uno dei personaggi). Il voyeurismo e la necessità degli agenti dell'FBI di spiare e controllare ogni cosa raggiunge in culmine quando Fassett, sui suoi tanti monitor, contemporaneamente spia quello che accade nella casa e guarda una partita di football. Se non propriamente bello, il film è dunque almeno interessante e, se vogliamo, uno dei lavori più "filosofici" del regista. Ovviamente gli fu tolto il montaggio finale, e molte scene da lui dirette (compreso l'incipit) furono eliminate. Peckinpah morirà l'anno seguente, nel 1984. Buono il cast, con diversi attori importanti che accettarono un compenso ridotto pur di lavorare con Sam: Burt Lancaster è Danforth, il capo della CIA; Craig T. Nelson (Osterman), Dennis Hopper (Tremayne) e Chris Sarandon (Cardone) sono i tre amici di Tanner; Meg Foster, Cheryl Carter e Helen Shaver sono le mogli.

16 febbraio 2017

Bound - Torbido inganno (Wachowski, 1996)

Bound - Torbido inganno (Bound)
di Andy e Larry Wachowski – USA 1996
con Jennifer Tilly, Gina Gershon, Joe Pantoliano
*1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Violet (Tilly), "pupa" del gangster Caesar (Pantoliano), si innamora dell'ex carcerata lesbica Corky (Gershon) e insieme progettano di sottrarre una grossa somma di denaro appartenente alla mafia... Il film d'esordio degli (allora) fratelli Wachowski è un thriller a basso budget, girato praticamente tutto fra le quattro mura di un appartamento, con un'insolita componente erotica di stampo lesbico. Ma i due elementi sono decisamente disconnessi fra loro, come se si trattasse di due pellicole differenti: se la sezione del furto del denaro e dei reciproci inganni (che vedono protagonista anche Caesar, convinto che a sottrargli la valigetta sia stato un suo complice e deciso a rendergli pan per focaccia) tutto sommato riesce a tenere lo spettatore sulle spine, quella dell'incontro fra le due donne con relativa scena di seduzione è quanto mai forzata e affettata, al limite del caricaturale e priva di ogni tensione erotica. Se ci aggiungiamo il mancato approfondimento psicologico dei personaggi, intrappolati in "ruoli" stereotipati, ne risulta un filmetto senza trasparenza e di poco o nessun interesse, se non quello di vedere i primi passi dei futuri autori della saga di "Matrix". Gli interpreti, comunque, fanno quello che possono (resta impressa soprattutto la Gershon, con canottiera e tatuaggi). Ai tempi, alcuni critici azzardarono un paragone fra i Wachowski e un'altra coppia di fratelli, i Coen.

14 febbraio 2017

La mia droga si chiama Julie (F. Truffaut, 1969)

La mia droga si chiama Julie (La sirène du Mississipi)
di François Truffaut – Francia 1969
con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve
**1/2

Visto in DVD.

Louis Mahé (Belmondo), ricco proprietario di una piantagione di tabacco nell'isola di Réunion, sposa una giovane francese, Julie (Deneuve), che ha conosciuto attraverso un annuncio matrimoniale. Ma ignora che quella che gli si è presentata, scendendo dalla nave "Mississipi", non è la ragazza che attendeva ma una truffatrice che ne ha preso il posto. Tuttavia se ne innamora perdutamente, e anche quando la verità verrà a galla non potrà fare a meno di lasciarla: anzi, pur di proteggerla, non esiterà a uccidere il detective privato (Michel Bouquet) che lui stesso aveva ingaggiato per mandarla in prigione... Il film, che nella seconda parte si trasforma in una storia d'amore/odio fra due personaggi in fuga da tutto e da tutti, è tratto da un romanzo di William Irish, pseudonimo di Cornell Woolrich (lo stesso autore dei testi da cui provengono "La sposa in nero" dello stesso Truffaut e "La finestra sul cortile" di Hitchcock), che il regista francese meditava di adattare da tempo per il cinema (in una scena del precedente "Baci rubati", si vede Antoine Doinel intento proprio nella lettura del libro di Irish). Il romanzo, da noi intitolato "Vertigine senza fine", in origine era ambientato negli Stati Uniti del Sud: il cambio di scenari gli toglie un po' di fascino, ma la pellicola – grazie soprattutto alle carismatiche interpretazioni di Belmondo e della Deneuve – si mantiene a galla fino alla fine, in un'atmosfera di morbosa ambiguità. Tante le citazioni e i riferimenti meta-cinematografici: Hitchcock, ovviamente (dal vero nome della ragazza – Marion, come la protagonista di "Psyco" – alle sequenze con il canarino e il baule, dai rimandi a "Marnie" e "Notorious" alla scena della morte del detective sulle scale, praticamente uguale a quella di "Psyco"), ma anche Nicholas Ray (i due vanno a vedere al cinema "Johnny Guitar"), Buñuel (la Deneuve, già "Bella di giorno", con i suoi feticismi), Cocteau e Jean Renoir (il film è dedicato a quest'ultimo, di cui vengono mostrate all'inizio alcune sequenze de "La Marseillaise"). Truffaut aveva girato "Baci rubati" solo per guadagnare il denaro necessario a produrre "La sirène", eppure fu il primo a essere osannato da critica e pubblico, mentre questo venne accolto con indifferenza. Tuttavia rimane interessante come storia d'amore "al contrario": i due protagonisti prima si sposano, vivendo insieme in quella che pare una caricatura di un matrimonio ideale ("Ti amo", "Anch'io", ecc.), e solo dopo – fra difficoltà, fughe e tentativi di uccidersi a vicenda – cominciano ad amarsi davvero. Bello il finale fra le nevi delle Alpi svizzere. No comment sul titolo italiano. Un remake nel 2001 ("Original Sin", con Antonio Banderas e Angelina Jolie).

12 febbraio 2017

Fuochi nella pianura (Kon Ichikawa, 1959)

Fuochi nella pianura (Nobi)
di Kon Ichikawa – Giappone 1959
con Eiji Funakoshi, Osamu Takizawa
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nel febbraio del 1945, mentre la seconda guerra mondiale sta per concludersi con una disfatta e l'esercito imperiale giapponese si ritira confusamente dalle Filippine, un soldato malato e rimasto isolato dalla sua compagnia si ritrova dietro le linee americane. Vagando senza meta in territorio ostile fa di tutto per cercare di sopravvivere, costretto a confrontarsi non solo con i nemici e la natura ma anche con i suoi stessi commilitoni, che la fame e gli stenti hanno trasformato in bestie. Dal pluripremiato romanzo di Shohei Ooka (che sarà portato sullo schermo anche da Shinya Tsukamoto nel 2014), il secondo – dopo "L'arpa birmana" – dei due film di guerra che Kon Ichikawa girò negli anni cinquanta e che portarono il regista (fino ad allora autore di eccentriche commedie satiriche) a una certa notorietà anche in occidente. La sceneggiatura è di sua moglie, Natto Wada, con la quale collaborò professionalmente per oltre quindici anni. Come il precedente, il film è fortemente antibellico: ma anziché lanciare semplicemente un messaggio pacifista e conciliatorio, sceglie di mostrare apertamente tutto l'orrore e la barbarie che la guerra può portare agli esseri umani. Ne risulta una pellicola cupa e allucinata, che procede in maniera incessante in un crescendo di paranoia e disperazione. Il protagonista Tamura, un uomo buono, sensibile e passivo, che pure è responsabile a sua volta di alcune nefandezze (si pensi alla scena in cui uccide una donna nel villaggio dove ruba poi le scorte di sale), assiste con impotenza alla trasformazione e alla degradazione dei suoi compagni, alcuni dei quali giungono addirittura ad uccidersi a vicenda e al cannibalismo pur di sopravvivere. E l'impatto delle scene finali è talmente forte da far passare in secondo piano le molte sequenze precedenti, come quella delle scarpe nel fango o dell'attraversamento della giungla e del fiume, caratterizzate da un (neo)realismo assai efficace nel ritrarre le tragiche esperienze della guerra. Il titolo si riferisce ai misteriosi falò accesi dai contadini filippini per bruciare le sterpaglie, e che i soldati giapponesi ipotizzano possano essere segnali di fumo ad opera dei guerriglieri.

11 febbraio 2017

A United Kingdom (Amma Asante, 2016)

A United Kingdom - L'amore che ha cambiato la storia
(A United Kingdom)
di Amma Asante – GB 2016
con David Oyelowo, Rosamund Pike
*1/2

Visto al cinema Orfeo, con Sabrina.

La vera storia di Seretse Khama, erede al trono del protettorato britannico del Bechuanaland (l'attuale Botswana, di cui dopo l'indipendenza diventerà il primo presidente), e del suo controverso matrimonio nel 1948 con una donna bianca, l'inglese Ruth Williams, conosciuta quando lui studiava legge a Londra e lei era una semplice impiegata. Il loro amore fece scalpore nell'Africa ancora soggetta al colonialismo e alla separazione razziale, e indispettì in particolare il vicino Sudafrica, che proprio in quegli anni stava istituzionalizzando l'apartheid. Pur di non compromettere i rapporti con quel paese (dal quale riceveva approvvigionamenti di oro e uranio), il governo britannico cercò dapprima di convincere Khama a divorziare da Ruth, e poi lo costrinse all'esilio, assumendo direttamente il controllo della nazione (e dei suoi preziosi giacimenti). Ma le reazioni e le proteste dell'opinione pubblica riuscirono a farlo tornare in patria, dove si battè per l'indipendenza e la democrazia nel suo paese. Una storia interessante ed edificante raccontata in modo piatto e convenzionale. Gli intrighi politici, che sovrastano ben presto la storia d'amore, sono esposti in maniera semplicistica, e il film che ne risulta è agiografico, ingessato dagli eventi storici e compiaciuto nella sua retorica.

10 febbraio 2017

Split (M. Night Shyamalan, 2016)

Split (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2016
con James McAvoy, Anya Taylor-Joy
**

Visto al cinema Orfeo, con Sabrina.

Tre giovani ragazze vengono rapite e imprigionate in uno scantinato da un uomo, Kevin, che soffre di un disturbo dissociativo della personalità: dentro di lui, infatti, convivono 23 persone diverse, alcune delle quali buone e altre cattive... Dopo diversi flop di critica e di pubblico, Shyamalan sembra aver ritrovato la strada a lui più congeniale, quella delle produzioni a basso budget, e torna a trionfare al botteghino con un horror che però, detto semplicemente, fa poca paura. Ed è un peccato, visto che il soggetto, anche se non originalissimo, è comunque interessante. Certo, ci sarebbe voluto un attore più dotato di McAvoy, che non brilla più di tanto in una parte scritta apposta per mettere in scena le doti recitative (e la capacità di dar vita a tante personalità ed espressioni diverse a seconda della personalità che, di volta in volta, viene alla luce: il freddo e metodico Dennis, l'infantile Hedvig, l'effemminato Barry...). Come al solito, tutto si spiega banalmente attraverso i traumi subiti dal personaggio da piccolo. Ma Shyamalan non esita a inserire tocchi supereroistici: Kevin sviluppa infatti una ventiquattresima personalità, la Bestia, che lo rende una sorta di incredibile Hulk (per non parlare del fatto che l'idea stessa alla base del personaggio ricorda un altro personaggio della Marvel, il mutante Legione). Serve a poco, per ravvivare la vicenda, il fatto che una delle ragazze rapite, Casey, soffra a sua volta di problemi a socializzare, per via degli abusi subiti da bambina. E l'anziana psicologa (Betty Buckley) che ha in cura Kevin aggiunge a sua volta poco di significativo. Nel finale, un cameo di Bruce Willis (che ricorda la sua lotta contro l'Uomo di Vetro) rivela che il film si svolge nello stesso universo di "Unbreakable - Il predestinato".

8 febbraio 2017

1964 - Allarme a N.Y. arrivano i Beatles (R. Zemeckis, 1978)

1964 - Allarme a N.Y. arrivano i Beatles
(I Wanna Hold Your Hand)
di Robert Zemeckis – USA 1978
con Nancy Allen, Bobby Di Cicco
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel febbraio del 1964 la "Beatlemania" raggiunge New York: i Fab Four sbarcano infatti per la prima volta in America, dove saranno ospiti in tv allo "Ed Sullivan Show". Quattro ragazze del New Jersey, loro fan scatenate, cercano con alterne fortune di intrufolarsi dapprima nell'hotel dove alloggiano e poi negli studi televisivi. Si tratta di Rosie (Wendie Jo Sperber), innamorata alla follia di Paul McCartney; di Grace (Theresa Saldana), aspirante fotoreporter che vorrebbe "rubare" degli scatti esclusivi dei suoi idoli; di Pam (Nancy Allen), che sta per sposarsi e desidera compiere un'ultima trasgressione in compagnia delle amiche; e di Janis (Susan Kendall Newman), l'unica inizialmente ostile al quartetto di Liverpool per via della loro eccessiva commercializzazione. A loro si uniranno gli amici Larry (Marc McClure), innamorato di Grace, e Tony (Bobby Di Cicco), che la pensa come Janis, oltre alle nuove conoscenze Richard (Eddie Deezen), collezionista sfegatato di memorabilia, e il piccolo Peter (Christian Juttner), che contro il volere del padre porta la stessa capigliatura dei quattro. Il film d'esordio di Zemeckis, scritto insieme a Bob Gale (con cui collaborerà per tutti gli anni ottanta) e prodotto da Steven Spielberg (che prenderà il giovane regista sotto la propria ala protettiva), è una commedia corale scatenata e nostalgica che riesce al tempo stesso a divertire (con le peripezie delle protagoniste) e a ricostruire un momento di estasi giovanile e di isteria collettiva: fu un flop al botteghino ma piacque alla critica. Ha il pregio di lavorare bene sulla costruzione dei personaggi e delle loro dinamiche, senza sbracare nella farsa demenziale (e anzi catturando con cura lo sfondo storico-culturale del momento). Dei giovani protagonisti, molti dei quali si ritroveranno l'anno seguente nel film "1941 - Allarme a Hollywood" di Spielberg (scritto ancora da Gale e Zemeckis), soltanto la Allen farà poi carriera. Il titolo originale è naturalmente lo stesso della canzone dei Beatles che si sente sui titoli di testa (e che Tony storpia beffardamente).

6 febbraio 2017

Irma la dolce (Billy Wilder, 1963)

Irma la dolce (Irma la douce)
di Billy Wilder – USA 1963
con Jack Lemmon, Shirley MacLaine
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela e Ginevra.

L'ingenuo poliziotto Nestore Patou (Lemmon), trasferito nel distretto parigino di Les Halles, si innamora della prostituta Irma (MacLaine) e, dopo aver perso il lavoro, ne diventa l'amante e – controvoglia – il protettore. Geloso del "mestiere" della ragazza (la quale non intende smettere di esercitarlo), escogita un piano per averla tutta per sé: si traveste da Lord X, un vecchio e ricchissimo nobile inglese, e ne diventa l'unico "cliente" in esclusiva, pagandola con il denaro che guadagna in segreto lavorando di notte ai mercati rionali... Portando sullo schermo una commedia teatrale francese (di Marguerite Monnot e Alexandre Breffort) che curiosamente ripropone alcune situazioni dei suoi film precedenti (il travestimento, in particolare, ricorda "A qualcuno piace caldo"), e affidandosi alla stessa coppia di attori de "L'appartamento" (anche se il ruolo della MacLaine era stato inizialmente pensato per Marilyn Monroe), Wilder realizza una commedia romantica che affronta il tema della prostituzione con ironia e senza alcun moralismo (per Irma "mantenere" il proprio uomo è anzi un motivo di orgoglio). Il film è forse un po' tirato per le lunghe, ma comunque divertente (e vedere Lemmon nei panni del finto lord inglese è uno spasso). Il quartiere di Les Halles e le viuzze adiacenti sono ricostruite in studio a Hollywood. Memorabili le calze verdi di Irma, in tono con il fiocchetto del suo barboncino Coquette (che Nestore fa ubriacare ogni notte per poter sgattaiolare indisturbato fuori di casa). Lou Jacobi è il barista tuttofare Moustache, che aiuta il protagonista nei suoi intrighi (e che rievoca le sue mille esperienze passate, terminando sempre con la frase "...ma questa è un'altra storia"). Bruce Yarnell è Ippolito, il precedente protettore di Irma. Fra le altre ragazze di strada, si riconoscono Hope Holiday (Lolita, quella con gli occhiali a cuoricino che fanno il verso all'allora recente film di Kubrick), Grace Lee Whitney, Joan Shawlee e Tura Satana (!).

4 febbraio 2017

Legend (Ridley Scott, 1985)

Legend (id.)
di Ridley Scott – USA 1985
con Tom Cruise, Mia Sara
*1/2

Rivisto in DVD.

E al quarto film, Ridley Scott capitombolò. Dopo tre capolavori assoluti o quasi ("I duellanti", "Alien" e "Blade Runner"), con questa fiaba fantasy noiosa e impalpabile il regista inglese incappa nel suo primo flop, deludendo sia la critica che il pubblico, e rivelando in un certo senso quali sono i suoi reali limiti, quelli di non essere un "autore" completo. Tanto è abile nel comparto tecnico (ancora una volta fotografia, scenografie, trucco e costumi sono di altissimo livello, e la qualità visiva della pellicola è a tratti stupefacente), tanto si mostra dipendente dalla qualità della sceneggiatura (a cui di solito non mette mano) per la buona riuscita dei suoi lavori. In questo caso si affida a un copione di William Hjortsberg che manca purtroppo di spessore e si adagia nei cliché: ne risulta una favola priva di appeal (troppo infantile per un pubblico adulto, troppo confusa e poco accattivante per i ragazzini) e anche di una vera identità. Da notare che l'idea di realizzare un film fantasy girava da tempo nella mente di Scott, addirittura da prima del suo esordio, con progetti ispirati alla figura del Mago Merlino e alla storia di Tristano e Isotta. La trama racconta la solita lotta fra il bene e il male: il crudele Tenebra (Tim Curry, in un memorabile costume da demone rosso con corna extralarge) intende eliminare gli ultimi unicorni esistenti al mondo per far precipitare la Terra in un inferno di buio e di ghiaccio. A questo scopo cerca di corrompere l'innocenza della principessa Lily (Mia Sara), ma dovrà vedersela con il ragazzo di cui lei è innamorata, Jack (Cruise), "figlio dei boschi" con il dono di parlare con gli animali, che sarà aiutato da alcune creature magiche (l'elfetto Gump, la fata Oola, un gruppo di gnomi).

A livello di contenuti, il film sembra un mix di tante cose: da Disney ai fratelli Grimm, da Tolkien (ma senza il world building) al ciclo arturiano. Più che dalle parti della fantasy epica, siamo come detto da quelle della fiaba. Ma il segreto delle fiabe sono gli archetipi, i miti e i significati nascosti: qui tutto è generico e superficiale, a partire dalle creature stereotipate (gli gnomi buoni, poco più che spalle comiche, e i mostri e i folletti cattivi, quasi dei muppet) e dai personaggi senza spessore (anche per colpa degli attori: il giovanissimo Cruise, in particolare, si dimostra subito inespressivo con quell'aria stupida e la bocca sempre aperta). Gli unici spunti interessanti sono dati dagli unicorni (il cui potere magico e salvifico, centro nevralgico della storia, è però poco approfondito) e dal tema della luce che sconfigge le tenebre (scontatissimo in un fantasy, è vero, ma che acquista significato se si pensa che proprio la luce e la fotografia sono le "armi" per eccellenza dello stesso Scott: si veda la cura con cui la luce mette in risalto il pulviscolo e il polline che aleggia in aria nelle scene nella foresta). Apprezzabili anche gli effetti artigianali e il make-up di Rob Bottin per le varie creature. Da notare che un unicorno era presente anche nel film precedente di Scott, "Blade Runner" (almeno prima che venisse "tagliato" dai produttori). E anche "Legend" ebbe a che fare con la scure della produzione: il regista aveva predisposto una versione di quasi due ore, che fu ridotta a soli 90 minuti per l'uscita nelle sale. Nel 2000 l'originale "Director's Cut" è stata riproposta in home video. A seconda delle versioni, la colonna sonora è di Jerry Goldsmith (in Europa) o dei Tangerine Dream (in USA).

3 febbraio 2017

Hungry hearts (Saverio Costanzo, 2014)

Hungry Hearts (id.)
di Saverio Costanzo – Italia 2014
con Alba Rohrwacher, Adam Driver
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Mina (Rohrwacher) e Jude (Driver) si conoscono per caso quando entrambi rimagono intrappolati nella toilette di un ristorante cinese a New York. I due cominciano a frequentarsi e, dopo che lei rimane incinta, si sposano. Ma durante la gravidanza le ossessioni salutiste e vegane della ragazza peggiorano sempre più: e dopo il parto, comincia a "schermare" il neonato da tutto quello che secondo lei potrebbe danneggiarlo. Ecco così che non lo fa mai uscire da casa (per non farlo entrare in contatto con i "veleni" esterni, ma anche per proteggerlo dal sole e dalle radiazioni dei cellulari), non lo porta dal pediatra (perché non si fida della medicina ufficiale) e soprattutto non lo nutre a dovere (convinta che la carne e le proteine siano dannose). All'inizio Jude prova ad assecondarla: ma quando si rende conto che la salute del bambino è in pericolo, perché la sua crescita è messa a repentaglio, sarà costretto a toglierlo alla moglie e portarlo alla propria madre. La ragazza, però, non si arrende senza lottare... Dal romanzo "Il bambino indaco" di Marco Franzoso (così intitolato perché Mina, durante la gravidanza, si convince – grazie alle parole di una chiromante – che il figlio sarà una creatura eccezionale, il che giustifica il suo tentativo di purificarlo dalla corruzione del mondo esterno), una storia di patologia e ortoressia raccontata con meritorio equilibrio, senza assumere mai toni paternalisti o gridati (salvo forse nella melodrammatica svolta finale), anzi premurandosi di ritrarre anche la fragile Mina in una maniera in un certo senso simpatetica: la ragazza non è "cattiva", anzi, tutto quello che fa lo fa per amore, essendo davvero convinta di proteggere in questo modo il bambino. A tratti, nella sua natura di thriller psicologico da camera, il lungometraggio ricorda persino Polanski (in particolare le ossessioni di "Repulsion") e Hitchcock (grazie alla colonna sonora di Nicola Piovani, peraltro integrata con "Tu si' 'na cosa grande" di Modugno e "Flashdance... What a Feeling" di Moroder), soprattutto nelle scene girate con il grandangolo che distorce le figure donando un senso di claustrofobia (e accentuando l'anoressia di Mina). Da confrontare con un altro film italiano sulle patologie alimentari, "Primo amore" di Matteo Garrone. Il romanzo originale era ambientato in Italia, ma Costanzo ha voluto spostare la storia a New York ("Mi serviva una città più aggressiva, individualista e in cui è normale sentire il desiderio di proteggersi da tutto ciò che sta fuori casa"). Da notare che il bambino rimane senza nome per tutto il film. Oltre ai due ottimi protagonisti (entrambi giustamente premiati con la Coppa Volpi a Venezia), nel cast c'è anche Roberta Maxwell nel ruolo della suocera.

1 febbraio 2017

Convoy (Sam Peckinpah, 1978)

Convoy - Trincea d'asfalto (Convoy)
di Sam Peckinpah – USA 1978
con Kris Kristofferson, Ali MacGraw, Ernest Borgnine
***

Rivisto in DVD.

Martin Penwald, detto "Anatra di gomma" (Kristofferson), camionista solitario e anarchico che guida il suo mezzo pesante sulle polverose strade dell'Arizona, entra in conflitto con l'infido e sadico sceriffo "Dirty Lyle" Wallace (Borgnine), che utilizza ogni sporco trucco pur di appioppiargli multe per eccesso di velocità. La situazione peggiora dopo una violenta rissa in un diner, quando Anatra e i suoi amici, esasperati dai modi subdoli di Lyle, si ribellano alla sua autorità e decidono di fuggire dallo stato. Ai tre si aggiungono via via altri camionisti, provenienti da ogni parte dell'America, che vedono nella sfida di Anatra a Lyle un modo per dichiarare la propria identità e l'indipendenza contro il sistema. Procedendo attraverso il New Mexico e il Texas verso il confine con il Messico, senza alcuna intenzione di fermarsi e forzando ogni posto di blocco sulla loro strada (nel frattempo è stata mobilitata anche la guardia nazionale), il convoglio diventa sempre più lungo e numeroso (fra i tanti camion spicca anche il furgone degli "Evangelisti Itineranti", che offre il necessario sostegno spirituale), così come crescono i simpatizzanti che i camionisti (e in particolare Anatra, che si ritrova leader involontario di un movimento spontaneo di protesta) riscuotono fra la popolazione. Al punto che persino un aspirante senatore prova ad approfittarne per farsi pubblicità... Ispirato all'omonima canzone country di C.W. McCall e Chip Davis, che con i suoi versi scandisce le varie tappe del convoglio, il penultimo film di Peckinpah (dopo il quale, nonostante il buon riscontro al botteghino, non troverà più lavoro per cinque anni) è un atipico western on the road, leggero, dinamico e ribelle, dove gli eccentrici e variopinti truck driver, al volante dei loro giganti a diciotto ruote, recitano nel ruolo che sarebbe stato di cowboy e banditi. La pellicola è un inno all'anarchia e alla libertà contro regole ingiuste, messo in scena da Peckinpah con un ritmo musicale (si pensi alla scena dell'attraversamento del deserto, con i camion che danzano nella polvere come in un balletto).

In un'alternanza di azione, commedia e dramma, il film – che si inserisce in un filone sui camionisti assai popolare negli anni settanta (in particolare, il regista sperava di emulare l'enorme successo de "Il bandito e la madama") – è divertente anche per via del linguaggio colorito e pieno di imprecazioni, oltre che per il gergo usato dai truckers nei loro collegamenti radiofonici CB ("Interrompe uno nove", il nomignolo di "orso" affibbiato ai poliziotti – con lo sceriffo Lyle che ovviamente è il "Papà orso" – e naturalmente le sigle con cui i camionisti si identificano al posto dei loro veri nomi: Casino ambulante (alias "Maialotto"), Spider Mike, Vedova nera, Aquila pelata, Leone languido, il Gran Malvagio...). Una bellissima Ali MacGraw, abbronzata e con i capelli corti, interpreta l'aspirante fotoreporter in fuga dalla sua vita precedente, che riceve un passaggio da Anatra di gomma sul suo Mack nero (quasi un personaggio anch'esso) e diventa testimone degli eventi che si succedono. I tre attori principali avevano già lavorato tutti con Peckinpah: Kristofferson in "Pat Garrett e Billy Kid", la MacGraw in "Getaway!", Borgnine ne "Il mucchio selvaggio". Quest'ultimo ha qui un ruolo simile a quello del brutale capotreno ne "L'imperatore del nord" di Robert Aldrich. Ma lui e Anatra, seppur nemici e su fronti opposti, sono personaggi con molto in comune, appartenenti allo stesso mondo in via di estinzione ("Siamo rimasti in pochi"), liberi e indipendenti, dotati di coraggio e integrità, a differenza invece dell'opportunismo del senatore o dell'ottusità degli altri poliziotti. La risata di Lyle di fronte allo sberleffo finale di Anatra testimonia il loro legame. Nel cast, anche Burt Young, Franklyn Ajaye e Madge Sinclair. James Coburn, che aveva recitato per Peckinpah in "Pat Garrett" e "La croce di ferro", è accreditato come aiuto regista e girò parecchie scene in sostituzione dell'amico, che soffriva di gravi problemi di salute per via dell'alcol e della droga.

29 gennaio 2017

La La Land (Damien Chazelle, 2016)

La La Land (id.)
di Damien Chazelle – USA 2016
con Emma Stone, Ryan Gosling
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

A Los Angeles, la "città delle stelle", l'aspirante attrice Mia (Stone) e il pianista di jazz Sebastian (Gosling) si incontrano, si innamorano e si aiutano a vicenda a realizzare i propri sogni (rispettivamente quelli di diventare una diva del cinema e di aprire un locale per ospitare il "vero jazz"), sostenendosi in particolare nei momenti in cui il sogno comincia a essere perso di vista. Anche se raggiungeranno i loro obiettivi, ne pagheranno il prezzo. Colorato, monumentale, romantico omaggio al mondo degli idealisti e ai sognatori, "La La Land" (il titolo fa riferimento sia alla città di Los Angeles, comunemente abbreviata in L.A., sia a un'espressione gergale che indica il paese dove vive chi ha la testa fra le nuvole) è una pellicola che sembra avere tutte le carte in regola per diventare un "classico" del cinema americano, come suggeriscono peraltro i tanti riconoscimenti – di pubblico e di critica – che sta raccogliendo in questi primi mesi di vita (in attesa degli Oscar, dove ha già stabilito il record di nomination, ben 14, a pari merito con "Eva contro Eva" e "Titanic": è vero che la concorrenza quest'anno non è particolarmente forte, ma è comunque un risultato notevole). A contribuire al successo, naturalmente, ci sono le ottime prove dei due protagonisti, le magnifiche coreografie, la regia dinamica e il grande uso dell'ambientazione (non si era mai vista una Los Angeles così romantica e viva, con un heritage e un fascino quasi parigino). Chazelle (di cui devo ancora vedere il precedente "Whiplash", anch'esso incentrato sul mondo della musica) compie un'operazione stupefacente, da un lato decisamente nostalgica (recuperando tutto l'aspetto ingenuo e idealistico dei musical degli anni cinquanta) ma dall'altro rivitalizzante e modernissima: a fianco della leggerezza e dei colori sgargianti (come nelle scene in cui i personaggi indossano abiti monocromatici) c'è spazio per le ombre, il vuoto e la solitudine, e a fianco del tema del sogno e dell'idealismo c'è anche una spruzzata di realistico cinismo (si pensi allo struggente finale). Da notare che il rimpianto vive attraverso un ultimo sogno ad occhi aperti, un'illusione condivisa che può ricordare certi film di Frank Capra (o anche "The family man"), ma che si esaurisce in pochi minuti. E dunque, più che ai musical di Fred Astaire o di Gene Kelly, andrebbe semmai affiancato a pellicole sul microcosmo di Hollywood e sul sacrificio da pagare per realizzare i propri sogni (da "A che prezzo Hollywood?" di George Cukor ai vari "È nata una stella").

Chi si aspettava un semplice sguardo rivolto al passato, attraverso il recupero di un genere (il musical, appunto) che spopolava negli anni cinquanta ma che ormai ha senso solo come rivisitazione od omaggio nostalgico (come era stato fatto con il cinema muto, per esempio, nel recente "The artist"), si deve ricredere: "La La Land" non è un'operazione fine a sé stessa ma vive di vita propria. La stessa nostalgia è funzionale alla storia narrata, alla caratterizzazione dei personaggi (si riflette per esempio in quella di Sebastian per la musica di una volta), oltre che per il coinvolgimento dello spettatore. I due protagonisti (di fatto, gli unici due personaggi del film: tutti gli altri sono solo elementi di contorno) vivono immersi in un mondo che cambia, o che è già cambiato attorno a loro: un mondo dove i cinema d'essai che proiettavano vecchi classici sono destinati alla chiusura, i locali storici cambiano nome e target, il jazz deve contaminarsi con il pop per poter raggiungere un pubblico giovane. E in un mondo del genere, è difficile restare a galla senza rinunciare a una parte di sé: che si tratti del sogno di tutta una vita, o anche solo dell'amore. In ogni caso, la pellicola fonde alla perfezione cinema popolare e d'autore, riuscendo a mandare in estasi tanto il pubblico generalista in cerca di un semplice intrattenimento disimpegnato quanto i cinefili che adorano il periodo d'oro delle major, con riferimenti espliciti, fra gli altri, a "Gioventù bruciata" (i protagonisti non solo vanno a vedere la pellicola ma visitano anche il celebre osservatorio Griffith dove si svolge una delle scene di quel film) e a "Casablanca" (in quest'ultimo caso l'omaggio è particolarmente significativo: certo, nei dialoghi si cita più volte la pellicola di Curtiz e Mia ha una gigantografia della Bergman nella propria camera, ma il vero parallelo è quello fra i protagonisti dei due film, che in entrambi i casi, pur amandosi perdutamente, in qualche modo alla fine non resteranno insieme, lanciandosi un ultimo sguardo d'addio). Il resto lo fanno la musica, le danze, il movimento e i sentimenti. Per essere un musical, comunque, le canzoni sono insolitamente poche: soltanto cinque, tutte peraltro molto belle. Si va dal brano di apertura, il fintamente programmatico "Another Day of Sun" (con una coreografia, quella dell'ingorgo in autostrada, che ricorda "Les demoiselles de Rochefort" di Demy), alla vivace "Someone in the crowd" intonata da Mia e dalle sue tre coinquiline; dalla romantica "A Lovely Night" che certifica l'innamoramento dei due protagonisti, alla memorabile "City of Stars" che torna in più occasioni (cantata da Sebastian prima da solo, e poi insieme a Mia), per finire con "The Fools Who Dream", il vero manifesto del film, nella scena dell'audizione della ragazza. Il resto della colonna sonora, opera di Justin Hurwitz, accompagna momenti leggeri e commoventi (come la scena nell'osservatorio, in cui i due personaggi fluttuano fra le stelle) mentre grandi e piccoli dettagli delle coreografie rimandano, in maniera sincera e non derivativa, a classici musical dell'età d'oro (da "Cantando sotto la pioggia" a "West Side Story" e "Un americano a Parigi").

28 gennaio 2017

Black sheep (Jonathan King, 2006)

Black sheep - Pecore assassine (Black sheep)
di Jonathan King – Nuova Zelanda 2006
con Nathan Meister, Danielle Mason
**

Visto in divx.

Pecore modificate geneticamente seminano il terrore in un allevamento in Nuova Zelanda. Commedia horror che ha il suo punto di forza nell'insita ridicolaggine dell'idea di base: quella di rendere minacciosi (e carnivori!) gli animali miti e innocui per eccellenza, le pecore "fluffose" di una fattoria. Con tutti i crismi di un film sugli zombie o sui vampiri (compresa la "malattia" che si trasmette con un morso, trasformando persino gli esseri umani in pecore cattive), la pellicola si lascia guardare con piacere e garantisce qualche ingenua risata da B-movie (anche la risoluzione finale è all'insegna dello sberleffo: i protagonisti danno fuoco alle... flatulenze degli animali). Peccato che il tutto, al di là del divertimento, abbia poco respiro, anche per via di protagonisti monodimensionali, caratterizzati da un unico tratto (Henry ha la fobia delle pecore per via di un trauma infantile, Experience è una sciroccata animalista new age). Belli gli effetti speciali artigianali.

26 gennaio 2017

Arrival (Denis Villeneuve, 2016)

Arrival (id.)
di Denis Villeneuve – USA/Canada 2016
con Amy Adams, Jeremy Renner
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Quando dodici astronavi aliene sbarcano sulla Terra, fermandosi in diversi punti del pianeta, l'esperta linguista Louise Banks (Adams) viene incaricata di decifrare il linguaggio dei loro occupanti – una misteriosa razza di creature eptapodi – per stabilire una comunicazione e scoprirne le intenzioni e i reali motivi della loro venuta. Mentre Louise compie lentamente progressi, la tensione fra la popolazione e le divisioni fra i principali governi del pianeta (non tutti convinti che si debba comunicare pacificamente con gli alieni) crescono inesorabilmente verso il punto di non ritorno... Il regista canadese Denis Villeneuve scalda i motori per l'imminente "Blade Runner 2049" cimentandosi per la prima volta con la fantascienza grazie a una sceneggiatura di Eric Heisserer (dal racconto "Storia della tua vita" di Ted Chiang). Se il modello letterario è "La voce del padrone" di Stanislaw Lem (come in quel romanzo, infatti, Louise fa parte di una task force di scienziati di varia estrazione – fra i quali il fisico teorico Ian Donnelly (Renner) – che devono collaborare per decifrare la lingua degli alieni), quelli cinematografici sono indubbiamente "Contact", "Incontri ravvicinati del terzo tipo" e "Interstellar". Pur implausibile in più punti sul piano logico o scientifico, la pellicola riesce a far riflettere in maniera intelligente sul tema della comunicazione (che implica necessariamente un qualche tipo di connessione o di condivisione) e su come il linguaggio influenzi il modo di percepire il mondo: quello degli alieni, così diverso del nostro, riflette la loro concezione "circolare" del tempo, che finisce col permeare anche la mente di Louise e portarla alla soluzione dell'enigma (con un emotivo colpo di scena finale per gli spettatori, "manipolati" fino a quel punto da un montaggio che li aveva portati a ritenere dei flashback quelli che in realtà erano dei momenti di precognizione). Nella versione italiana, Ian e Louise battezzano i due alieni Tom e Jerry: in originale, invece, li chiamano Abbott e Costello (ovvero Gianni e Pinotto). Forest Whitaker è il colonnello americano, Tzi Ma è il generale cinese. La colonna sonora d'atmosfera (di Jóhann Jóhannsson) comprende il suggestivo "On the Nature of Daylight" di Max Richter.

25 gennaio 2017

The host (Andrew Niccol, 2013)

The Host (id.)
di Andrew Niccol – USA 2013
con Saoirse Ronan, Diane Kruger
*1/2

Visto in TV.

Una razza di alieni, le Anime, ha invaso la Terra e si è impadronita dei corpi degli esseri umani, cancellandone la coscienza ma portando pace e prosperità sul pianeta. Soltanto piccoli gruppi di ribelli si oppongono ancora al loro completo dominio. Fra questi c'è Melanie (Ronan), che però viene catturata e il suo corpo occupato dall'aliena Viandante (poi "Wanda"). Per qualche misterioso motivo, la sua coscienza rifiuta di essere eliminata: le due, condividendo lo stesso corpo, finiscono con l'allearsi e unirsi ai ribelli nella loro base segreta nel deserto. Il punto di forza di Andrew Niccol, sceneggiatore prima che regista, sono sempre stati i soggetti: ma in questo caso si affida a un romanzo di Stephenie Meyer, l'autrice di "Twilight", anziché elaborare una delle proprie idee. C'è da dire che lo spunto di base della storia non è nemmeno troppo malvagio, anche se estremamente debitore alla fantascienza anni cinquanta ("L'invasione degli ultracorpi", per esempio). Dove il film deraglia è nello sviluppo a base di pulsioni romantiche adolescenziali da liceo, con la protagonista carina-ma-non-troppo (le giovani spettatrici devono potersi identificare in una ragazza "normale") circondata da due o tre bellocci tutti uguali (a distinguere i vari Jared, Ian e Kyle c'è solo la loro caratterizzazione monodimensionale: il ragazzo romantico, quello cattivo, quello ostile che poi si ravvede, ecc.). Nemmeno un istante viene speso ad approfondire i dilemmi morali ed etici che risultano dalla presenza degli alieni (il fatto che essi portino la pace, in contrasto con la bellicosità degli esseri umani, per esempio). E come i vampiri in "Twilight", anche qui la fantascienza è solo un pretesto per mettere in scena dinamiche da fan fiction, il che rende il film stucchevole e melenso, di poco o nessun interesse al di fuori del target cui si rivolge. Diane Kruger è la "cercatrice" che dà la caccia a Wanda/Melanie, William Hurt è lo zio a capo dei ribelli. Nota a margine: perché la pellicola ha mantenuto il titolo originale, quando persino il romanzo della Meyer (al contrario di quelli della saga di "Twilight") era stato correttamente tradotto in Italia come "L'ospite"?

24 gennaio 2017

Non sparare, baciami! (David Butler, 1953)

Non sparare, baciami! (Calamity Jane)
di David Butler – USA 1953
con Doris Day, Howard Keel, Allyn McLerie
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

La pistolera Calamity Jane, che si guadagna da vivere scortando le diligenze nei pericolosi territori del South Dakota infestati dagli indiani, è segretamente invaghita del tenente Danny Gilmartin (Philip Carey), che però – come tutti gli uomini del villaggio di Deadwood – non la considera come una donna per via dei suoi atteggiamenti ruvidi e del mascolino modo di vestire. Quando proprio Calamity porterà da Chicago la celebre attrice Adelaid Adams (in realtà la sua cameriera Katie Brown, che all'insaputa della stessa Jane si è sostituita a lei) affinché si esibisca nel saloon locale, il tenente perderà la testa per quest'ultima. E dopo aver smaltito la delusione, Calamity scoprirà invece di essere innamorata – e ricambiata – dal rude Wild Bill Hickok (“Bill il selvaggio” nel doppiaggio italiano), da sempre suo amico e compagno di avventure. Simpatico e vivace musical western, animato dalla verve di Doris Day e dal contrasto fra la femminilità di Katie e i modi bruschi di Jane (che, proprio grazie all'amica, saprà lentamente trasformarsi da maschiaccio in signora). Naturalmente siamo in pieno entertainment hollywoodiano: del personaggio storico di Calamity c'è ben poco in questa rappresentazione comica e romantica, così come ogni verosimiglianza storica è bandita nella descrizione di un west popolato da minatori e pistoleri ballerini e cantanti, che sbavano dietro alle attrici di città e si appassionano alle vicende sentimentali che si dipanano attorno a loro. Ma poco male: il divertimento disimpegnato, la contagiosa allegria e le belle canzoni – fra cui la più celebre (vinse il premio Oscar e fu rifatta, fra gli altri, da Sinead O'Connor) è sicuramente “Secret Love” – lo rendono uno dei film più gradevoli fra quelli di Doris Day, nonché un mio piccolo cult movie personale. È ispirato al precedente "Anna prendi il fucile" del 1950, anch'esso con Keel come protagonista maschile.

22 gennaio 2017

Silence (Martin Scorsese, 2016)

Silence (id.)
di Martin Scorsese – USA 2016
con Andrew Garfield, Adam Driver
**

Visto al cinema Colosseo.

Agli inizi del diciassettesimo secolo, i due preti gesuiti portoghesi Rodrigues e Garupe (Garfield e Driver) sbarcano segretamente nel Giappone feudale, dove lo shogunato Tokugawa ha cominciato a perseguitare i cristiani, la cui religione è stata bandita dal paese dopo un primo periodo in cui invece aveva potuto prosperare. I due sperano di rintracciare il loro maestro e mentore, padre Ferreira (Liam Neeson), di cui non hanno più notizie da anni e sul quale circolano voci che abbia abiurato la propria fede. Da un romanzo di Shusaku Endo che era già stato trasposto al cinema nel 1971 da Masahiro Shinoda, Scorsese (che aveva in mente il progetto da quasi 25 anni) trae un film lungo e pesante, che mette in scena il rapporto – e il conflitto – fra uomo, religione e natura sullo sfondo storico delle persecuzioni cristiane del 1600. Quello raccontato nel film è un Giappone cupo e ostile, dove le poche comunità di kakure kirishitan ("cristiani nascosti") vivono e pregano in segreto, fra rocce nere, terreni fangosi e un cielo plumbeo (l'uso del paesaggio è quasi kurosawiano), mentre gli "inquisitori" guidati dal subdolo Inoue (Issey Ogata) li torturano o più semplicemente li mettono continuamente alla prova per costringerli a venire allo scoperto o ad abiurare (per esempio, calpestando immagini sacre). Persino i preti, come Ferreira o Rodrigues, sono combattuti fra la scelta di mantenersi fedeli alla propria chiesa o diventare apostati per salvare delle vite (compresa la propria): scelta che invece non pare così difficile per Kichijiro (Yosuke Kubozuka), la guida giapponese "codarda" che ogni volta che viene catturato rinnega subito e facilmente la propria religione, salvo poi chiedere perdono attraverso la confessione. Girato a Taiwan, il film è da apprezzare per la ricostruzione storica e per il modo diretto di affrontare un particolare momento storico (quello in cui le relazioni fra il Giappone e il resto del mondo erano ai minimi termini), ma la tensione e il coinvolgimento scattano solo a tratti, per via di vicende troppo dilatate e situazioni in fondo ripetitive. La parte migliore è quella conclusiva, con il confronto fra Rodrigues e il suo vecchio maestro Ferreira, e con le considerazioni sulle differenze fra il Giappone e il resto del mondo cristiano. Nel cast, anche Tadanobu Asano (l'interprete) e Shinya Tsukamoto (Mokichi, uno dei "kirishitan" del villaggio uccisi da Inoue). Padre Ferreira e l'inquisitore Inoue sono figure storiche realmente esisitite. Il titolo si riferisce al silenzio da parte di Dio che Rodrigues lamenta durante le proprie sofferenze e quelle dei cristiani perseguitati, identificando sé stesso con il Cristo nell'orto del Getsemani.

20 gennaio 2017

Ex machina (Alex Garland, 2015)

Ex machina (id.)
di Alex Garland – GB 2015
con Domhnall Gleeson, Alicia Vikander, Oscar Isaac
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il giovane programmatore Caleb Smith (Gleeson) è invitato a trascorrere una settimana nella residenza isolata (nonché laboratorio di ricerca) del geniale Nathan Bateman (Isaac), guru dell'informatica e della robotica, che lo invita a mettere alla prova la sua ultima invenzione: Ava (Vikander), un androide dalle fattezze femminili dotato di Intelligenza Artificiale. Il ragazzo dovrà valutare se l'A.I. di Ava è in grado di superare il "test di Turing", ovvero imitare in tutto e per tutto un essere umano. Nel corso dei suoi incontri con lei, Caleb finisce con l'innamorarsene. Ma non tutto è come sembra: il ragazzo inizia a sospettare che l'enigmatico Nathan non gli ha detto tutta la verità, e che ad essere sotto esame forse è proprio lui... Un piccolo film indipendente di fantascienza speculativa, acclamato (e forse un pochino sopravvalutato) dalla critica, che segna l'esordio alla regia per lo scrittore e sceneggiatore Alex Garland. I temi trattati non sono originalissimi, e anche lo sviluppo lascia un po' delusi sulla loro reale portata, ma la pellicola è girata con stile ed eleganza, in un'atmosfera sospesa e carica di tensione e di curiosità intellettuale e filosofica: aiuta, naturalmente, l'ambientazione isolata e il cast "ristretto" (praticamente solo quattro attori: la quarta è Sonoya Mizuno, che interpreta Kyoko, il robot-cameriera di Nathan). Nella finzione, l'inventore è un misto di Mark Zuckerberg, Stebe Jobs e Bill Gates (è diventato ricco da giovane per aver inventato BlueBook, il motore di ricerca più usato al mondo). Premio Oscar (esagerato?) per gli effetti speciali, tutti aggiunti in post produzione.

18 gennaio 2017

La donna che canta (D. Villeneuve, 2010)

La donna che canta (Incendies)
di Denis Villeneuve – Canada 2010
con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

All'improvvisa morte della madre Nawal Marwan, immigrata in Canada da un paese del medio oriente (anche se non è mai citato, si tratta del Libano sconvolto dalla guerra civile), i gemelli Jeanne e Simon scoprono dalle sue ultime volontà che sia loro padre (che credevano morto) che un altro fratello (di cui ignoravano l'esistenza) sono ancora in vita. Non senza riluttanza, partiranno alla loro ricerca per consegnargli un ultimo messaggio da parte della madre. E durante il viaggio, ripercorrendo le tracce di Nawal e ricostruendone la turbolenta storia, scopriranno terribili verità su di lei e su loro stessi. Da una pièce teatrale di Wajdi Mouawad, ispirata alla vita dell'attivista libanese Souha Bechara, un intenso dramma familiare che ha lanciato definitivamente la carriera di Denis Villeneuve: costruito come un puzzle i cui vari elementi si incastrano lentamente (attraverso il continuo passaggio dal presente al passato, grazie a vari flashback ambientati in epoche diverse), il film è un'acclamata riflessione sul caso e il destino, sulla maternità e sulle proprie radici, in un paese scosso da continui conflitti, guerre civili, ribellioni e faide fra gruppi di etnie e religioni differenti, e su come questi elementi possano influenzarsi reciprocamente. La sceneggiatura trasforma quella che sarebbe una vicenda del tutto paradossale e improbabile (ma con evidenti "elementi da tragedia greca", come ha commentato lo stesso regista) in un messaggio simbolico sull'assurdità della guerra e sulla necessità di spezzare la catena dell'odio e delle rappresaglie, oltre che sul sofferto contrasto fra il perdono e la vendetta. La scelta di non specificare chiaramente l'ambientazione (il setting, come detto, è quello della guerra civile in Libano: ma le riprese sono state effettuate in Giordania, e tutti i luoghi citati durante il film sono stati inventati), amplifica tale messaggio e lo rende ancora più universale. E nonostante i tragici eventi narrati, il finale è ammantato di speranza: quando tutti i nodi saranno venuti alla luce, i gemelli avranno imparato a conoscere e amare finalmente quella madre che per loro era sempre rimasta un mistero distante e impenetrabile. Da notare che Jeanne lavora come assistente universitaria nel dipartimento di matematica pura: e proprio la matematica si pone come una chiave di lettura della complessa realtà che la circonda (“Uno più uno può fare uno?”, le chiede il gemello, mentre la soluzione dell'enigma risiede nell'intersezione fra l'amore e l'odio). Altro tema conduttore è l'acqua (le piscine, il fiume), salvifica in contrasto con il fuoco dell'odio e della guerra. Un film intenso, complesso, stratificato e stimolante sotto più punti di vista, dove la potenza della sceneggiatura è ben servita dalle ottime interpretazioni e da una regia attenta, rigorosa ma anche ricca di stile. Nella colonna sonora spicca "You and whose army?" dei Radiohead.

16 gennaio 2017

La montagna (Edward Dmytryk, 1956)

La montagna (The mountain)
di Edward Dmytryk – USA 1956
con Spencer Tracy, Robert Wagner
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Zaccaria Teller, veterana guida alpina, ha dato l'addio alle scalate dopo la morte di un suo compagno di cordata, dieci anni prima, di cui si sente responsabile. Da allora vive come pastore nella casa di famiglia, ai piedi delle montagne. Ma quando un aereo di linea, proveniente dall'India, precipita in una zona praticamente impossibile da raggiungere a piedi, l'uomo viene convinto dall'avido fratello minore Cristoforo a tentare una scalata per raggiungere e saccheggiare il relitto. Dopo un'arrampicata piena di rischi e di difficoltà, tuttavia, fra i rottami del velivolo i due fratelli rinvengono una sopravvissuta... Ispirata a un fatto reale (lo schianto di un aereo indiano di linea sul Monte Bianco nel 1950), un'ingenua ma avvincente pellicola ambientata fra le vette delle Alpi francesi che mette in scena le fatiche e le insidie dell'alpinismo, fra pareti di roccia senza appigli, ghiacciai e crepacci, in un'epoca dove il turismo di massa e le odierne attrezzature erano ancora da venire. Un Tracy canuto dà vita a un personaggio stanco e indurito dalle tante esperienze, disilluso ma in cerca di riscatto (la vita che avrà occasione di salvare, ai suoi occhi, compenserà quella di cui si sente responsabile), che ama, teme e rispetta la montagna, al quale si contrappone un fratello minore – ma praticamente un figlio, avendolo cresciuto lui dopo la morte della madre – ribelle ed arrogante, che farebbe qualsiasi cosa per fuggire dalla vita umile e misera alla quale il maggiore (per espiazione?) si è rassegnato. L'avidità di Cristoforo si oppone all`integrità morale di Zaccaria, mentre le riprese di Dmytryk, durante tutta la scalata, sono spettacolari e cariche di tensione nel mostrare la sfida dell'uomo alla natura. Claire Trevor è la contadina innamorata di Zaccaria, Anna Kashfi è la ragazza indiana.

15 gennaio 2017

L'uomo che ride (Paul Leni, 1928)

L'uomo che ride (The man who laughs)
di Paul Leni – USA 1928
con Conrad Veidt, Mary Philbin
***

Visto in divx.

Dall'omonimo romanzo di Victor Hugo (che la sceneggiatura snellisce e orna di un lieto fine), un film muto d'avventura dai toni gotici e horror, ambientato nell'Inghilterra del XVII secolo. Sfregiato quando era bambino da uno zingaro che gli ha stampato sul volto un ghigno perenne, lo sfortunato Gwynplaine (Veidt) – allevato dal filosofo e saltimbanco Ursus (Cesare Gravina) – si guadagna da vivere esibendosi come buffone nelle fiere di paese con il nome di “L'uomo che ride” (un collega clown gli dice: “Sei fortunato, non devi struccarti via il sorriso quando hai finito di lavorare”). Innamorato della bella Dea (Philbin), l'attrice che recita al suo fianco e l'unica che – essendo cieca – non ride o non rabbrividisce di fronte al suo volto, Gwynplaine ignora di essere figlio di un nobile, Lord Clancharlie, che era caduto in disgrazia presso re Giacomo e le cui proprietà sono state confiscate e riassegnate alla duchessa Josiana (Olga Baklanova). Costei, capricciosa e voluttuosa, rischia di perdere tutto se un legittimo erede del clan dovesse ritornare: con l'avallo della regina Anna (che nomina Gwynplaine membro della camera dei Lord) progetta dunque di sposarlo per mantenere il proprio stato. Ma l'uomo rinuncerà alla nobiltà per rimanere in compagnia di Dea e della compagnia di saltimbanchi con cui è cresciuto. Feuilleton d'ambientazione storica, avvincente e barocco, costruito sulla figura del freak e sul contrasto fra le classi nobili e quelle basse, popolato da personaggi stereotipati o sopra le righe ma ricco di colore e di azione. Il tema delle risate è declinato in più modi: al sorriso forzato e obbligato del protagonista si contrappongono quelli di divertimento degli spettatori della fiera e quelli di scherno dei lord, mentre un buffone – sia pure di corte, ruffiano e ambizioso – è anche l'antagonista, il crudele e intrigante Barkilfedro (Brandon Hurst). Notevole il ruolo di Homo, il cane di Ursus: è lui che nel finale, eroicamente, salva il nostro eroe e lo riunisce con l'amata Dea. Assai celebrata, all'epoca, la performance di Veidt, capace di veicolare ogni sorta di emozione (rabbia, timore, tristezza, orgoglio) con un largo ghigno perennemente stampato sul volto, dando vita a un personaggio pietoso, grottesco ed eroico al tempo stesso (da notare come, visivamente, il personaggio abbia ispirato il Joker, l'arcinemico di Batman). L'attore tedesco aveva sostituito la prima scelta Lon Chaney, già protagonista di altri due fortunati adattamenti delle opere di Hugo ("Il gobbo di Notre Dame" nel 1923 e "Il fantasma dell'opera" nel 1925). Prima di approdare a Hollywood su invito del produttore Carl Laemmle, il regista Paul Leni aveva girato in Germania importanti pellicole espressioniste, come "Il gabinetto delle figure di cera": morirà prematuramente nel 1929.

14 gennaio 2017

Pericolo in agguato (John Carpenter, 1978)

Pericolo in agguato, aka Procedura ossessiva (Someone's watching me!)
di John Carpenter – USA 1978
con Lauren Hutton, David Birney
**

Visto in divx.

Tv movie girato da Carpenter a inizio carriera: si tratta di un thriller non troppo originale, che come in “Halloween” – uscito lo stesso anno – presenta una ragazza in lotta contro un misterioso maniaco (siamo però lontani dal puro horror). Leigh, giovane giornalista, si trasferisce da New York a Los Angeles dopo una delusione sentimentale. Qui trova casa (in un modernissimo grattacielo con appartamenti "domotici") e lavoro (come regista in un network televisivo). Ma comincia a ricevere misteriosi regali e inquietanti telefonate da uno stalker sconosciuto, che intende portarla verso l'esaurimento nervoso e istigarne il suicidio... Il personaggio è ben costruito, l'antagonista rimane invisibile e impalbabile fino alla fine (proprio come in un altro celebre tv movie di quegli anni, “Duel” di Spielberg), ma la tensione non raggiunge mai il livello di guardia, anche perché la sceneggiatura – che si ispira in parte al voyeurismo de “La finestra sul cortile” o “La conversazione” – non osa più di tanto. La regia di Carpenter è solida e funzionale al racconto, ma la matrice televisiva impedisce anche esteticamente ogni salto di qualità. Piccola parte per Adrienne Barbeau (futura moglie del regista, nonché attrice in vari suoi film) nel ruolo dell'amica lesbica.

11 gennaio 2017

La croce di ferro (Sam Peckinpah, 1977)

La croce di ferro (Cross of Iron)
di Sam Peckinpah – GB/Germania 1977
con James Coburn, Maximilian Schell
***1/2

Rivisto in divx.

Sui titoli di testa, le note di una canzone per bambini ("Hänschen klein") – che ritornerà nel finale – accompagnano un montaggio di immagini di guerra e di propaganda nazista. Siamo nel 1943, in Crimea, sul fronte orientale della Seconda Guerra Mondiale. Fra i soldati tedeschi che a fatica tengono le posizioni contro i russi giunge il capitano Stransky (Schell), aristocratico prussiano che si è arruolato volontario perché intende guadagnarsi la "croce di ferro", importante onorificenza militare che darebbe lustro alla sua famiglia. Il suo atteggiamento ambizioso e arrogante si scontra subito con quello più cinico e pragmatico del caporale Steiner (Coburn), veterano indisciplinato ma benvoluto dai superiori e rispettato da tutti gli uomini del suo plotone, capace di compiere imprese eroiche pur detestando la guerra in ogni suo aspetto ("Odio tutti gli ufficiali... Odio questa uniforme e quello che rappresenta"). Dopo un sanguinoso assalto nemico, Stransky si attribuisce il merito di aver guidato il contrattacco che ha respinto i russi, ma la testimonianza di Steiner potrebbe smascherarlo: ecco perché, durante la ritirata tedesca dalla penisola di Taman, il capitano ordina ai propri uomini di sparare su Steiner e la sua pattuglia che, rimasta dietro le linee nemiche, tenta disperatamente di riunirsi al resto dell'esercito. Uno dei piu grandi film di guerra di tutti i tempi, e uno dei rari (fra quelli diretti da un regista americano) a mostrare il conflitto dal punto di vista dei tedeschi. Anche se non sono propriamente nazisti (non tutti i soldati della Wermacht condividevano le idee di Hitler), i protagonisti fanno comunque parte di un esercito "nemico", ed è dunque apprezzabile il tentativo di Peckinpah e dello sceneggiatore Julius J. Epstein (che ha adattato un romanzo di Willi Heinrich) di mostrarli come esseri umani in tutto e per tutto, con le loro paure, i pregi e i difetti. Inoltre, nonostante la violenza e il realismo delle scene di battaglia (girate in Croazia, dove erano disponibili armi e uniformi originali di tedeschi e sovietici, compresi autentici carri dell'Armata Rossa!), più che contro i russi il vero conflitto è quello interno, il che fa della pellicola una tragedia umana ben più universale di quello che è il semplice contesto storico. Pur essendo l'unico film di guerra del regista, non è dunque così lontano dai lavori girati in precedenza (e in particolare da "Il mucchio selvaggio", del quale ripropone parecchi temi, dal cameratismo virile all'inevitabile pulsione verso la morte).

Come al solito Peckinpah venne accusato di compiacersi troppo nel mostrare la violenza della guerra: in realtà il suo è un film decisamente antibellico, che non abbellisce il conflitto né lo ammanta di eroismo. E mostrarne gli orrori in maniera così estesa e realistica era necessario per veicolare le emozioni e le passioni umane di fronte a una tale esperienza: si pensi anche ai personaggi del colonnello Brandt e del capitano Kiesel (magistralmente interpretati da James Mason e David Warner), tutt'altro che ufficiali assetati di sangue, con il primo che salva la vita al secondo, intellettuale a disagio in un mondo tanto violento, affinché sia in grado di "ricostruire" una nuova Germania. Il clima di disillusione, di consapevolezza della sconfitta imminente, della perdita degli ideali di un tempo e di accettazione dell'inevitabile violenza insita nella natura umana è testimoniato da diversi scambi di battute ("Cosa faremo quando avremo perso la guerra?" "Ci prepareremo per la prossima"), per non parlare di scene allucinate come quella della breve permanenza di Steiner nell'ospedale militare, che mostra tutti i traumi della guerra, quelli psicologici e quelli fisici (memorabile la scena in cui il soldato cui sono stati amputati gli arti deve "salutare" l'alto ufficiale in visita). L'uso del montaggio frammentato, dei ralenti e dei fermo immagine, da sempre marchio di fabbrica del regista, rende la pellicola estremamente efficace nel mettere in scena il dinamismo delle battaglie e, al tempo stesso, il lato umano dei personaggi. Eroe duro e pronto al sacrificio, Steiner mostra una forte sensibilità anche verso il nemico (come dimostrano gli episodi del ragazzino preso prigioniero o dell'incontro con il plotone di soldatesse russe), mentre Stransky è fondamentalmente un codardo più interessato al proprio tornaconto che a quello dell'esercito o del proprio paese. Entrambi però vanno collocati in un contesto talmente alienante in cui, se si vuole sopravvivere, è necessario mantenere un obiettivo e una parvenza di individualità. Il magnifico e sardonico finale aperto (curiosamente imposto a Peckinpah dalla produzione, che gli aveva tagliato i fondi e spingeva affinché concludesse al più presto le riprese), in cui Steiner e Stransky si lanciano fianco a fianco contro i nemici (con la prolungata risata del primo sui titoli di coda), dimostra se non altro che i due sono indissolubilmente legati dallo stesso destino. Peccato che sia stato in parte vanificato dall'esistenza di un sequel, "Specchio per le allodole" (Breakthrough), uscito due anni più tardi, dove Richard Burton ed Helmut Griem vestono rispettivamente i ruoli di Steiner e Stransky (non l'ho visto, ma pare che non sia all'altezza del prototipo). Nel cast anche Igor Galo (Meyer), Roger Fritz (Triebig, il tenente gay) e Senta Berger (l'infermiera). Curiosità: qualche anno dopo la sua uscita in Italia, Andrea Pazienza ne disegnò una locandina.

9 gennaio 2017

Love exposure (Sion Sono, 2008)

Love exposure (Ai no mukidashi)
di Sion Sono – Giappone 2008
con Takahiro Nishijima, Hikari Mitsushima, Sakura Ando
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Vero amore e religione, perversione e spiritualità, alienazione e famiglie disfunzionali in un film-mostre di ben quattro ore: ma la lunghezza è in realtà uno dei suoi pregi, visto che sembra di assistere a un serial televisivo che, episodio dopo episodio, approfondisce sempre più i personaggi principali, consentendo al pubblico di affezionarsi e "vivere" al loro fianco. E paradossalmente, nonostante la durata mastodontica (ma il ritmo e l'attenzione non calano mai) e la vastità dei temi trattati, è forse uno dei film di Sono più accessibili e meno "estremi" (relativamente parlando), almeno fra quelli che ho visto finora. Forse addirittura il suo capolavoro. Anche se il regista giapponese – come sempre – non sembra porre limiti o freni inibitori alla propria visione, gli eccessi e le esagerazioni risultano funzionali ai contenuti e l'immenso senso di libertà (dai generi e dalle convenzioni, ma non solo) che si respira a pieni polmoni contagia progressivamente anche lo spettatore. La trama è ovviamente assai lunga, e anche riassumendone solo i punti essenziali le si fa un torto (è un film che deve essere visto, non raccontato!). Il giovane Yu (Takahiro Nishijima), cresciuto in una famiglia cattolica, si scopre trascurato dal padre (che dopo la morte della moglie è stato ordinato prete), e per riconquistare il suo affetto comincia a commettere "peccati" di ogni genere in modo da poterglieli confessare. In particolare, diventa esperto nell'arte del tosatsu, ovvero la fotografia voyeuristica delle mutandine sotto le gonne delle ragazze. Nel frattempo, è alla ricerca della sua "Maria", ovvero l'unica ragazza di cui potrà innamorarsi. La troverà in Yoko (Hikari Mitsushima), teenager ribelle che odia tutti gli uomini ("tranne Gesù Cristo e Kurt Cobain"). Avendola salvata da un agguato mentre, per una scommessa, vestiva i panni della vendicatrice mascherata Sasori (mantello nero, occhialoni e cappello a falde larghe: un personaggio reso celebre dell'attrice Meiko Kaji in una serie di film degli anni settanta), Yu si rende conto di poterla corteggiare soltanto sotto quella falsa identità. Anche perché sta per diventare suo fratello, visto che suo padre intende lasciare la tonaca per sposare Kaori, la madre adottiva di Yoko. E qui si inserisce la terza protagonista, la misteriosa Aya Koike (Sakura Ando), manipolatrice biancovestita con un violento passato, che si occupa di reclutare nuovi membri per conto di una setta religiosa, la Chiesa Zero. Aya si interessa a Yu e alla sua famiglia non solo perché, in quanto cristiani, sono "prede" particolarmente allettanti: la ragazza vede in Yu una copia di sé stessa, essendo lui ossessionato, proprio come lei, dal "peccato originale". Con questo, credeteci o meno, arriviamo giusto ai titoli di testa, che giungono dopo la prima ora di pellicola!

Ondeggiando fra la commedia romantica e il coming of age esistenziale, il melodramma religioso e il cartoon demenziale, "Love exposure" è un film che spiazza in continuazione. Come tutti i lavori di Sono ha tanti pregi quanti difetti, che però sono perdonabili vista la genialità del regista e il suo bisogno di andare oltre i limiti pur di raccontare i temi che gli stanno a cuore: il legame fra l'individuo e la società, la rottura del cordone ombelicale con la famiglia – spesso descritta in termini negativi – e la conquista di un proprio posto nel mondo, che sia attraverso l'amore, il lavoro o la religione. E a proposito di quest'ultima, che nella pellicola gioca un ruolo fondamentale, ne vediamo sia gli aspetti più puri e spirituali (significativo che sia stato scelto il cristianesimo, che in Giappone è in fondo professato da una minoranza; ma il tema del peccato era strettamente necessario) che quelli socialmente patologici o distorti (la setta di Aya, che fa il lavaggio del cervello ai suoi adepti). I temi "alti" (l'amore, la purezza, la redenzione) vengono affiancati da quelli "bassi" (la perversione, la pornografia, la violenza), affrontati però non con intenti moralistici ma anzi con un approccio liberatorio e lontano da ogni ipocrisia, accompagnato da un'ironia da cinema trash o di exploitation (si pensi alle imprese "acrobatiche" di Yu per scattare foto sotto le gonne delle ragazze: sembra di vedere in azione Ataru Moroboshi!). E la nonchalance con cui si passa da sequenze esageratamente violente o gore (il flashback sulla gioventù di Aya, l'irruzione di Yu nella sede della setta) ad altre demenzialmente erotiche – le erezioni di Yu – o comiche (che sembrano uscire da un manga hentai), da situazioni intensamente romantiche o tragicamente liriche ad altre assolutamente improbabili e irreali, rivela tutto il talento cinematografico di un regista che, anche quando cerca di contenere alcuni dei suoi eccessi, è semplicemente incapace di fare film "normali" e che passino inosservati. Magistrale come sempre l'uso della colonna sonora: oltre ai brani composti appositamente da Tomohide Harada e alle canzoni del gruppo Yura Yura Teikoku, Sono ricorre con grande efficacia alla musica classica, in particolare al Bolero di Ravel (che accompagna la decisione di Yu di diventare esperto di tosatsu e tutto il suo "addestramento"), all'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella scena sulla spiaggia in cui Yoko recita il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi) e all'Adagio della terza sinfonia di Saint-Saens (nella sequenza dell'incontro fra Yoko e Yu/Sasori all'ospedale psichiatrico). Ottimi i tre giovani protagonisti. Nel cast anche Makiko Watanabe (Kaori) e Atsuro Watabe (il padre di Yu). Il musicista Hiroshi Oguchi è Lloyd, il maestro di tosatsu.

8 gennaio 2017

Il viaggio a Niklashausen (Fassbinder, Fengler, 1970)

Il viaggio a Niklashausen (Niklashauser Fart)
di Rainer Werner Fassbinder, Michael Fengler – Germania 1970
con Michael König, Hanna Schygulla
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un pastore (König), che afferma di aver ricevuto la visita della vergine Maria, predica idee marxiste e rivoluzionarie presso la città di Niklashausen, in Franconia, sobillando i contadini a ribellarsi alle autorità costituite per dar vita a un nuovo ordine sociale basato sull'uguaglianza e la ridistribuzione del lavoro e delle risorse. Una ricca nobildonna (Margit Carstensen), invaghita di lui, lo ospiterà nella sua casa. Ma insieme ai suoi compagni (fra i quali Fassbinder stesso, la Schygulla, Michael Gordon e Günther Kaufmann), finirà sul rogo. Ambientato in un'epoca indefinita, un misto fra il medioevo (la pellicola è ispirata alla storia vera di Hans Böhm, rivoluzionario del 1400) e i giorni nostri, un film per la tv – codiretto da Fassbinder e Fengler, che già avevano lavorato insieme in "Perché il signor R. è diventato matto?", e interpretato dal gruppo dell'Antiteater – che si propone di raccontare "come e perché fallisce una rivoluzione". I dialoghi parlano di politica, economia e giustizia sociale in chiave moderna, mentre i personaggi e le ambientazioni sembrano provenire da epoche differenti: l'insieme pare anticipare la versione filmata di "Jesus Christ Superstar" (si pensi anche alla dimora del vescovo lascivo, interpretato da Kurt Raab, che ricorda l'Erode del musical) e al tempo stesso ricorda certe cose di Godard (come "Week-end"), anche per l'approccio astratto e simbolico. La regia alterna sequenze statiche e di impostazione teatrale (come tutte quelle in cui, nella prima parte, si discetta delle teorie rivoluzionarie: un dibattito figlio degli anni in cui il film è uscito) ad altre ben più ariose e con ampi movimenti di macchina (come quella, nel finale, che mostra la guerriglia e lo scontro armato fra i ribelli e l'esercito). Nel collage di stili e ambientazioni (Hans e i suoi compagni sono crocifissi e bruciati in un cimitero di auto; a metà film, una lunga jam session musicale ha quasi un effetto ipnotico), freddo e non sempre convincente, risalta il parallelo fra arte e rivoluzione: quest'ultima, nelle parole dello stesso Fassbinder, va "messa in scena" per "ottenere un effetto teatrale". E se RWF ne è il regista, Hanna Schygulla ne è l'interprete (prova la sua parte davanti allo specchio, prima di recitare nei panni della Madonna).

7 gennaio 2017

Buckaroo Banzai (W. D. Richter, 1984)

Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione
(The adventures of Buckaroo Banzai across the 8th dimension)
di W. D. Richter – USA 1984
con Peter Weller, John Lithgow
*1/2

Visto in divx.

Buckaroo Banzai, di padre americano e madre giapponese, è un brillante neurochirurgo, fisico nucleare, musicista rock ed eroe a tempo perso, che con i suoi compagni ("i Cavalieri di Honk Kong") salva il mondo da minacce aliene. Durante un esperimento di velocità nel deserto con un veicolo dotato di un "propulsore di oscillazione", scopre l'esistenza di un universo extradimensionale all'interno della materia, dove gli abitanti del Pianeta 10 (i "Lettroidi") rinchiudono i loro criminali. E dovrà impegnarsi per porre fine alla minaccia di un gruppo di questi. Il primo dei due soli film diretti da Richter, più noto come sceneggiatore che come regista (suoi gli script di "Terrore dallo spazio profondo" e "Grosso guaio a Chinatown"), è uno scalcinato guazzabuglio che guarda ai fumetti e alla letteratura pulp degli anni trenta (Doc Savage), alla fantascienza degli anni cinquanta ("L'invasione degli ultracorpi", appunto), e al mix di musica e azione degli anni ottanta, anticipando temi di "Men in Black" e di "Essi vivono" (senza però i sottotesti politici o sociali di quest'ultimo). Fra personaggi con caratterizzazione basilare e superficiale – a partire dal protagonista – e tanta technobabble fine a sé stessa, è difficile lasciarsi coinvolgere più di tanto da un film che sembra aver divertito soprattutto i suoi realizzatori (ed è comunque indispensabile stare al gioco e non prendere nulla sul serio). Banzai è un eroe perfetto e dai mille talenti, una celebrità nel suo mondo (protagonista anche di una serie a fumetti), con amici e alleati ovunque, meglio se bizzarri e variopinti (scienziati musicisti o che vestono da cowboy), mentre i suoi nemici sono mostri mutaforma pazzi e criminali. La trama tira in ballo (alla rinfusa) i "marziani" di Orson Welles, scienziati italiani degli anni trenta (con venature fasciste), extraterrestri buoni ("negri") e cattivi ("rossi") che si chiamano tutti John, e misteriose donzelle con tendenze suicide. Nonostante il buon cast (Ellen Barkin, Jeff Goldblum, Christopher Lloyd fra gli altri), complessivamente però sprecato, e alcune indovinate gag nonsense (l'anguria, la dichiarazione di guerra in forma breve), rimane un B-movie per nostalgici del cinema fantastico a basso budget degli anni ottanta. Il titolo italiano, chissà perché, parla di "quarta dimensione" anziché di "ottava" (come recita correttamente il doppiaggio: non che tale numero venga spiegato in qualche modo).

5 gennaio 2017

Pietà per i giusti (William Wyler, 1951)

Pietà per i giusti (Detective story)
di William Wyler – USA 1951
con Kirk Douglas, Eleanor Parker
***

Visto in TV, con Sabrina.

Una sera, in una stazione di polizia a New York, diversi casi umani si intrecciano in modo drammatico. Una ladruncola (Lee Grant), arrestata per aver rubato una borsa, e un giovane (William Reynolds) che ha derubato il proprio datore di lavoro sono in attesa di essere schedati, così come una coppia di rapinatori incalliti (Joseph Wiseman e Michael Strong) che si accusano a vicenda: ma il caso più scottante è quello di un medico, il dottor Karl Schneider (George Macready), accusato di praticare aborti clandestini, che il detective Jim McLeod (Kirk Douglas) cerca di incastrare da diverso tempo. Schneider si costituisce, accompagnato dal suo avvocato (Warner Anderson), certo che McLeod non abbia prove contro di lui (e in effetti, i testimoni che il detective aveva rintracciato si tirano indietro). Peggio ancora, l'avvocato insinua che l'uomo abbia motivi personali per perseguitare il dottore: e infatti verrà fuori che la moglie di McLeod, Mary (Eleanor Parker), in passato si era rivolta proprio al medico... Tratto da un dramma teatrale di Sidney Kingsley (ma la sceneggiatura di Robert Wyler – fratello del regista – e di Philip Yordan è abile a spogliare il film di ogni "teatralità", se si eccettua il fatto che è praticamente ambientato tutto fra quattro mura), un noir stratificato e complesso sui temi della giustizia, della vendetta, dell'odio e del perdono, con un gruppo di personaggi indimenticabili, tratteggiati magnificamente dal ricco cast. La struttura è corale ma c'è comunque un protagonista, anche se per nulla simpatetico, pieno di difetti e di ombre (è il tipico "poliziotto cattivo", mentre quello "buono" è il suo collega Lou Brody, interpretato da William Bendix), inflessibile e dai modi spicci, ossessionato da una cieca intransigenza (motivata in realtà dall'odio per il padre, più che da un innato senso di giustizia). Intensissima, in particolare, la scena del confronto con la moglie. La pellicola ebbe qualche problema con la censura: all'epoca il codice Hays proibiva di mostrare sullo schermo l'omicidio di un poliziotto (e proprio questo film contribuì a modificare la regola, consentendo di mostrare scene di questo tipo "se necessarie per la trama"), nonché di fare riferimento all'aborto (ed ecco perché, nei dialoghi, sembra che il dottor Schneider si occupi "semplicemente" di parti clandestini). Il cast è completato da Horace McMahon (il capo del distretto), Cathy O'Donnell (la ragazza innamorata del giovane ladro), e ancora Gladys George, James Maloney, Gerald Mohr, Frank Faylen. Tanto Lee Grant che Joseph Wiseman erano al loro debutto sullo schermo: la Grant, nel ruolo della ladra, vinse addirittura il premio come miglior attrice non protagonista al Festival di Cannes, ma finì sulla lista nera del maccartismo (per aver rifiutato di testimoniare davanti alle commissioni) e non trovò più parti di rilievo per i successivi dodici anni.

4 gennaio 2017

Carne (Gaspar Noé, 1991)

Carne (id.)
di Gaspar Noé – Francia 1991
con Philippe Nahon, Blandine Lenoir
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nella Parigi degli anni settanta, un macellaio equino si ritrova ad allevare da solo la figlia Cynthia (la moglie è fuggita di casa poco dopo la sua nascita). Quando la bambina compie quattordici anni, viene violentata da un operaio: per vendicarla, il padre aggredisce l'uomo sbagliato e finisce in prigione. Uscito di galera, sarà costretto (controvoglia) a rifarsi una vita... Il primo mediometraggio di Noé (dopo due corti) è uno spaccato esistenzialista più interessante per lo stile con cui è girato – in particolare per la fotografia e l'utilizzo del montaggio (anche sonoro) – che non per il soggetto, anche se i personaggi sono ben caratterizzati con pochissimi tocchi (la barista grassona, la figlia muta, e soprattutto il protagonista, che comunica i suoi pensieri allo spettatore tramite il voice-over). Non mancano alcune immagini provocatoriamente "scioccanti", come l'uccisione di un cavallo nel mattatoio e la nascita di Cynthia mostrata in diretta. Il personaggio del macellaio, sempre interpretato da Philippe Nahon, tornerà come protagonista nel primo lungometraggio di Noè, "Seul contre tous", oltre a fare un cameo nel secondo, "Irreversible".

31 dicembre 2016

Blade Runner (Ridley Scott, 1982)

Blade Runner (id.)
di Ridley Scott – USA 1982
con Harrison Ford, Rutger Hauer
****

Rivisto in DVD.

Nella Los Angeles del 2019, una città cupa, multietnica e perennemente sferzata dalla pioggia, l'ex poliziotto Rick Deckard (Harrison Ford) viene richiamato in servizio per dare la caccia e "ritirare" – ovvero uccidere, in un modo o nell'altro – quattro "replicanti" (sofisticati androidi del tutto identici all'uomo, progettati per lavorare in condizioni estreme nelle colonie spaziali), tornati illegalmente sulla Terra. Il gruppo, guidato da Roy Batty (Rutger Hauer), vuole entrare in contatto con l'uomo che li ha progettati, il dottor Eldon Tyrell (Joe Turkel), per conoscere lo scopo della propria esistenza e la durata della propria vita. I replicanti sono infatti programmati per "spegnersi" dopo quattro anni, vista la pericolosa tendenza a sviluppare emozioni e diventare così umani in tutto e per tutto. Nel corso delle sue indagini, Deckard – coadiuvato dall'ambiguo Gaff (Edward James Olmos) – fa la conoscenza di Rachael (Sean Young), ultimo prototipo ideato da Tyrell, una replicante che non sa di essere tale (per via dei falsi ricordi in lei innestati), e se ne innamora. Tratto dal romanzo di Philip K. Dick "Do Androids Dream of Electric Sheep?", pubblicato in Italia come "Il cacciatore di androidi" (ma gli sceneggiatori Hampton Fancher e David Webb Peoples, nell'adattarlo, si prendono le loro libertà), una pellicola di fantascienza filosofica, seminale e incredibilmente influente (anche a livello estetico), capostipite di quel filone cyberpunk che con il suo mood e il suo stile retrò da neo-noir ha formato gran parte dell'immaginario SF cinematografico (e non solo: pensiamo ai fumetti o ai videogiochi) dei decenni successivi. Si dice che William Gibson, l'autore di "Neuromante" (il libro al quale si fa risalire la nascita del cyberpunk letterario), guardando il film mentre era ancora impegnato nella stesura del suo romanzo, rimase talmente scosso nel ritrovare sullo schermo quelle stesse immagini e atmosfere che stava tentando di portare sulla carta da pensare addirittura di abbandonare l'impresa (il libro sarebbe stato pubblicato poi nel 1984, con il suo celebre incipit: "Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto").

"Non era previsto che i replicanti avessero sentimenti, e nemmeno i cacciatori di replicanti", commenta Deckard (nella prima versione cinematografica, quella con la voce narrante). Anziché semplici "robot cattivi", come nelle più stereotipate pellicole di fantascienza, i "lavori in pelle" – come li chiama il superiore di Rick, il capitano Bryant – sono personaggi complessi e sfaccettati, vero fulcro (ancor più del protagonista) della storia narrata. Lo sviluppo di emozioni li porta a indagare su sé stessi e sulla propria esistenza, fino al desiderio di conoscere il proprio creatore. Se noi potessimo incontrare Dio, cosa gli diremmo e cosa gli chiederemmo? Roy Batty spiega a Tyrell di avere paura della morte e che desidera "più vita". Lo scienziato risponde che tutti devono avere dei limiti, come è giusto che sia (e inoltre: "La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo. E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti, Roy"). Da quel momento, la pellicola è diretta verso l'inevitabile conclusione: certo, deve ancora mostrarci lo scontro finale fra Deckard e Batty (ma non è più uno scontro fra il bene e il male, se mai lo era stato), ma anche questo si rivela fuori dagli schemi, lontano da tutto ciò che si era mai visto fino ad allora in un film di fantascienza. Anche se violenta e piena d'azione, la battaglia è quasi esistenzialista, e a vincerla non è l'eroe ma il "cattivo" (persino noi spettatori, in certi punti, ci ritroviamo a tifare per lui: quando prima Leon e poi Roy domandano a Rick "Com'è vivere nel terrore?", ci stupiamo del fatto che due androidi comprendano più degli umani il valore della vita). Non a caso la scena più celebre del film è quella del monologo finale di Roy, sulla terrazza e sotto la pioggia, a petto nudo e con una colomba bianca in mano, mentre aspetta di morire dopo aver salvato la vita al suo avversario: "Io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi...". Un monologo che tutti gli appassionati di SF cinematografica hanno probabilmente imparato a memoria, e che talvolta amano recitare nei momenti più opportuni. I replicanti hanno un passato artificiale, con innesti di ricordi fasulli ("Hanno bisogno di ricordi": o forse hanno bisogno di umanità), ma quello che hanno vissuto in prima persona è ancora più unico dei falsi ricordi, più prezioso e più difficile da abbandonare: "E tutti questi momenti andranno perduti, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire".

Com'è noto, la versione uscita nelle sale cinematografiche nel 1982 fu rimaneggiata dai produttori, che inserirono (contro il volere di Scott e di Ford) la voce narrante di Deckard (su testi scritti, non accreditato, da Roland Kibbee) e il "lieto fine" in cui Rick e Rachael fuggono da Los Angeles (con la voce che spiega che la ragazza non ha nessuna "data di scadenza"): le immagini di quest'ultima sequenza, che mostrano la natura incontaminata al di fuori della città, facevano parte delle panoramiche aeree girate (e poi non utilizzate) per lo "Shining" di Stanley Kubrick. Un'altra modifica fu quella di eliminare una sequenza in cui Deckard sognava un unicorno: questa scena, se collegata con quella nel finale in cui Deckard trova un origami a forma di unicorno lasciatogli da Gaff, suggeriva che lo stesso Rick potesse essere un androide (in quanto il suo sogno sarebbe stato innestato artificialmente, tanto che Gaff e altri ne sarebbero a conoscenza). Le versioni del film uscite nel 1991 ("Director's Cut") e nel 2007 ("Final Cut") ristabiliscono – in particolare la seconda – la visione originale di Ridley Scott. Personalmente, però, sono rimasto affezionato alla prima edizione, al punto da preferirla: mi pare che la voce narrante accentui mirabilmente l'atmosfera da film noir, anche grazie all'ottimo doppiaggio italiano (in quella inglese, Harrison Ford fu accusato di aver volutamente "recitato male" durante le sessioni di registrazione, nella speranza che i produttori cambiassero idea e rinunciassero a inserire il voice-over). Le versioni successive reintroducono anche un paio di scene violente che mancavano dall'edizione americana (ma già presenti in quella internazionale) e correggono inoltre alcuni errori di continuity. Bryant, all'inizio, spiega che i replicanti evasi sono sei e che uno è "rimasto folgorato" tentando di introdursi nella Tyrell Corporation: ma poi quelli cui Deckard darà la caccia sono solo quattro (Roy, Leon, Pris e Zhora)! Nello script era inizialmente previsto lo scontro con un'altra replicante, Mary (che sarebbe stata interpretata da Stacey Nelkin), poi eliminato per problemi di budget. Solo nella "Final Cut" l'errore è stato corretto, e ora quelli che si sono "folgorati" sono due. A proposito dell'unicorno, infine: costretto ad eliminarlo da "Blade Runner", Scott si rifece inserendone uno, tre anni più tardi, nel suo lavoro successivo, il fantasy "Legend".

Il mondo in cui si svolge "Blade Runner" (a proposito, il titolo – preso in prestito dall'omonimo romanzo di Alan E. Nourse e dal suo trattamento scritto da William S. Burroughs, di cui Scott acquistò i diritti pur di poterlo usare – si riferisce ai membri dell'unità di polizia incaricati di rintracciare e "ritirare" i replicanti) è urbano, distopico, perennemente al buio e sotto una pioggia incessante. Richiama in maniera evidente quello dei film noir, anche se virato in chiave fantascientifica: e il personaggio di Deckard, con la sua professione, il suo impermeabile, la sua misantropia, la sua aura di perdente, sembra uscire da un romanzo hard boiled (la voce narrante con cui si rivolge allo spettatore, come detto, accentua questa atmosfera: "Non cercano killer nelle inserzioni sui giornali..."). Se nulla ci viene mostrato delle cosiddette "colonie extra-mondo", quelle dove lavorano i replicanti e verso le quali martellanti annunci spingono i disperati in cerca di "una nuova vita", tutto l'impegno profuso dai cineasti nel world building è rivolto alla città di Los Angeles: una distesa di palazzi scuri, illuminati dalle insegne al neon, dagli schermi pubblicitari sempre accesi e dai fiotti di fuoco che si innalzano verso il cielo, dove le suggestioni architettoniche richiamano al tempo stesso il futuro e il passato (le piramidi – ispirate ai disegni dell'architetto futurista Antonio Sant'Elia – e gli arredi "egiziani"). A breve distanza convivono affollate chinatown, caotici quartieri-bazar, locali edonistici, distretti tecnologici (la Tyrell Corporation) e zone invece disabitate (il palazzo dove vive J.F. Sebastian, che sarà lo scenario dello scontro finale fra Deckard e Roy). "La cosa più semplice e radicale che Ridley Scott ha fatto – ha commentato Gibson – è stata quella di mettere archeologia urbana in ogni fotogramma. Nelle città, il passato, il presente e il futuro possono essere totalmente adiacenti". La sua Los Angeles è anche un coacervo di culture e di etnie – occidentali e orientali, arabi ed europei, cinesi e giapponesi – che si riflette anche nella lingua parlata: si pensi allo slang di Gaff ("Un guazzabuglio di giapponese, spagnolo, tedesco e chi più ne ha..."). La mescolanza di stili e di epoche torna infine nella moda, nelle acconciature, nel look dei suoi abitanti, che a volta ricordano gli anni trenta o gli anni cinquanta: un esempio su tutti è la capigliatura a pompadour di Rachael. Ma persino la colonna sonora di Vangelis, elettronica e fuori dal tempo, è completata da brani (come la canzone "One more kiss, dear") che guardano chiaramente al passato e al music hall.

Fra le fonti alle quali Scott e Syd Mead (il concept artist) si sono ispirati per la creazione del paesaggio urbano (a costo di ripetermi, uno dei punti di forza della pellicola, tanto che molti critici l'hanno paragonata in questo al "Metropolis" di Fritz Lang) ci sono i quadri di Edward Hopper e soprattutto i fumetti francesi degli Humanoïdes Associés (in particolare le opere di Moebius e degli altri autori pubblicati sulla rivista "Métal Hurlant"). Proprio Moebius venne avvicinato per collaborare al film in fase di pre-produzione, ma il disegnatore declinò l'invito (per poi pentirsene). Il regista ha anche citato "il paesaggio di Hong Kong in una brutta giornata" (a proposito, fra i finanziatori del film figura Run Run Shaw, uno dei leggendari Shaw Brothers, produttori cinematografici dell'ex colonia inglese) e quello industriale del Nord-Est dell'Inghilterra, dove lo stesso Scott è nato e ha vissuto per diversi anni. Gli effetti speciali, stupefacenti se si pensa che furono realizzati senza il ricorso al digitale, sono supervisionati da Douglas Trumbull (già responsabile di quelli di "2001: Odissea nello spazio" e "Incontri ravvicinati del terzo tipo") e Richard Yuricich. Il casting non fu facile: per il ruolo di Deckard, lo sceneggiatore Hampton Fancher aveva pensato a Robert Mitchum (altra suggestione noir, visto che Mitchum è uno dei volti per eccellenza del Marlowe di Raymond Chandler), mentre Scott e i produttori avrebbero preferito Dustin Hoffman. Harrison Ford fu scelto solo all'ultimo momento, forse perché collegato all'immaginario fantascientifico per via della sua presenza in "Guerre stellari". Sul set, però, attore e regista non andarono d'accordo e si scontrarono a più riprese (uno dei pochi punti in comune fu l'opposizione all'inserimento della voce narrante). Più semplice fu il casting di Rutger Hauer ("il Batty perfetto: freddo, ariano, senza difetti", disse Dick). Sean Young era relativamente sconosciuta, così come Daryl Hannah (Pris). Il ricco cast è completato da Brion James (Leon), Joanna Cassidy (Zhora: memorabile la sequenza in cui fugge fra la folla, seminuda e coperta solo con un giubbotto di plastica trasparente), M. Emmet Walsh (il capitano Bryant), William Sanderson (J.F. Sebastian). A Morgan Paull, che interpretava il ruolo di Deckard durante i provini per gli altri attori, fu poi riservata la parte di Holden, il "Blade Runner" che viene ucciso da Leon nella prima scena.

Pur trovandoci in un futuro dove esistono androidi sofisticatissimi e automobili volanti, anche la tecnologia appare "antica", arrugginita. Gli schermi televisivi (a tubi catodici) sono piccoli e di bassa qualità, i computer o i telefoni sono ingombranti e rumorosi, per non parlare delle armi (la pistola di Deckard) e degli oggetti di uso comune (gli ombrelli con il manico al neon). L'aspetto "tecnologico" più affascinante, auto volanti a parte, è senza dubbio quello legato alla robotica. Oltre ai replicanti (il modello più avanzato, cui appartengono Roy e gli altri obiettivi di Rick, è il Nexus-6), la cui presenza sulla Terra è illegale, gli organismi artificiali più diffusi sono gli animali. Ci troviamo infatti in un mondo futuro in cui (per via dell'inquinamento o della sovrappopolazione?) le specie viventi sono quasi del tutto estinte, e dunque chi desidera un animale da compagnia non può che ricorrere a un duplicato cibernetico. Questo elemento (che riecheggia nel titolo originale del romanzo di Dick) si riflette nella natura "psicologica" del test Voight-Kampff, studiato per provocare reazioni emotive e dunque individuare gli androidi in mezzo agli esseri umani: gran parte delle domande che gli agenti Blade Runner pongono agli individui sospetti riguardano proprio gli animali. Una versione più "limitata" di questa avanzatissima tecnologia è quella che fa mostra di sé nella dimora di J.F. Sebastian. Costui, progettista genetico che lavora per Tyrell (è attraverso lui che Roy riesce a entrare in contatto con il proprio artefice), si costruisce dei "giocattoli" (poco più che burattini) come amici. In un certo senso non siamo lontano dal concetto degli animali artificiali, anche se in questo caso si tratta per lo più di figure antropomorfe (benché talvolta deformi, o affette da nanismo), poco più che soldatini a molla con l'unica funzione di camminare per le vaste stanze della sua casa vuota e di salutarlo quando torna dal lavoro. Sintomo di un disperato bisogno di avere compagnia, di qualcuno che gli mostri affetto (anche se artificiale): Sebastian è un personaggio tragico e patetico (soffre anche di una sindrome di invecchiamento precoce), che cade facilmente – e forse consapevolmente – nella tela di Pris ("modello base di piacere") e di Roy. Proprio la sua malattia, che gli preannuncia una vita breve, lo porta forse a empatizzare con loro. La stessa Pris, mascherata da procione (con la pelle bianca e l'iconica striscia di vernice nera sugli occhi) si mescolerà facilmente fra le bambole e gli altri robot-giocattolo di J.F. al momento dell'irruzione di Rick nell'edificio.

Visivamente splendido nella sua mescolanza di suggestioni "alte" e "basse", il film è esteticamente notevolissimo, graziato dalla stupefacente fotografia di Jordan Cronenweth, che gioca in più modi con la luce (la fotografia è spesso uno dei principali punti di forza delle pellicole di Scott, che ha imparato a curarla in modo particolare per via del suo background di regista pubblicitario), e dalla sublime colonna sonora di Vangelis, che combina l'uso di melodie classiche (cui contribuiscono la voce di Demis Roussos e il sassofono tenore di Dick Morrissey) con le sonorità futuristiche della musica elettronica. Nonostante tutto, però, alla sua uscita fu accolto freddamente dalla critica e dal pubblico americano (all'estero invece andò meglio), e solo con il passare del tempo assunse lo status di cult movie di cui gode tuttora. Il lungometraggio era il terzo della carriera di Ridley Scott, un altro capolavoro di fantascienza (sicuramente il genere a lui più congeniale, col senno di poi) dopo "Alien": ai tempi, di fronte a tre film di livello così elevato (il primo era stato "I duellanti"), il regista britannico sembrava destinato all'olimpo dei più grandi cineasti, e molti già lo collocavano sul piedistallo al fianco di Kubrick e Spielberg. In seguito, purtroppo, sono state più le delusioni che non le conferme (anche se ottimi film, occasionalmente, li ha comunque realizzati, da "Thelma & Louise" al recente "The Martian"). Il successo della pellicola ha portato inoltre l'opera di Philip K. Dick all'attenzione dei produttori di Hollywood, e da allora non sono stati pochi i film ispirati ai lavori dello scrittore americano ("Total Recall" e "Minority Report", per citarne un paio: addirittura, un film per la tv uscito nel 1999, "Total Recall 2070", è quasi una rilettura dello stesso "Blade Runner"). Dick morì in quello stesso 1982, poco prima dell'uscita della pellicola (che è a lui dedicata), dopo averle dato il suo endorsement. Negli anni seguenti, diversi romanzi e fumetti si sono proposti come "seguito" della storia originale. E nel 2017 uscirà finalmente un sequel ufficiale: "Blade Runner 2049", diretto dal canadese Denis Villeneuve, nel quale Harrison Ford tornerà a interpretare il ruolo di Rick Deckard dopo trentacinque anni (anche se il titolo lascia intendere che dal primo film ne sono trascorsi "solo" trenta).