28 novembre 2014

Rambo III (Peter MacDonald, 1988)

Rambo III (id.)
di Peter MacDonald – USA 1988
con Sylvester Stallone, Richard Crenna
*1/2

Rivisto in TV.

Ritiratosi a vivere in Thailandia per lavorare alla costruzione di un monastero, il reduce John Rambo afferma di avere definitivamente "smesso con la guerra". Eppure non può rifiutarsi di tornare in azione quando Trautman, il suo ex comandante, viene catturato dai russi durante una missione in Afghanistan. Dopo essersi introdotto clandestinamente nel paese e aver assistito alla violenza dei sovietici contro gli abitanti di un povero villaggio (anche se Gorbaciov aveva già lanciato le sue riforme e il muro di Berlino stava per crollare, qui siamo ancora in piena guerra fredda), Rambo penetra nella base dei nemici, la mette a ferro e fuoco e salva il suo amico sgominando (come al solito) da solo un intero esercito. Giunta al terzo capitolo, la saga del super-soldato ha ormai perso tutte le qualità che caratterizzavano la prima pellicola e si è trasformata in una scusa per mettere in scena sequenze d'azione e di combattimento a tutto spiano, oltre che per permettere a Stallone di sfoggiare un corpo sempre più muscoloso e coperto di cicatrici. Divisione assoluta fra buoni e cattivi, com'è consuetudine di questo tipo di film (c'è persino una ricorrente glorificazione dei mujaheddin, visto che combattendo contro i russi erano automaticamente dalla parte degli americani: il film è addirittura dedicato "al valoroso popolo afgano", e naturalmente non c'è il minimo accenno ai talebani o a questioni religiose e politiche), spari ed esplosioni (all'epoca il Guinness dei Primati lo nominò come la pellicola più violenta di sempre), sangue e sudore, più qualche frase lapidaria da mandare a memoria (ma la più celebre, "Chi sei?" - "Il tuo incubo peggiore", era più efficace nella versione che si udiva nel trailer: "Sono il tuo incubo"), per un lungometraggio dall'impostazione assai semplice, che svolge certo il suo compito come pellicola d'azione, ma che alla resa dei conti risulta anche noioso e prevedibile. Avrebbe dovuto dirigerlo Russel Mulcahy, appena reduce dal successo di "Highlander": ma pochi giorni dopo l'inizio delle riprese venne sostituito dal direttore della fotografia Peter MacDonald, al suo esordio come regista. Da notare che anche negli Stati Uniti con questo film la saga assume semplicemente il titolo di "Rambo" (come già nel resto del mondo), abbandonando definitivamente quello originale "First blood".

26 novembre 2014

Scarface (Howard Hawks, 1932)

Scarface - Lo sfregiato (Scarface)
di Howard Hawks – USA 1932
con Paul Muni, Ann Dvorak
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

L'ascesa del gangster italo-americano Antonio "Tony" Camonte (Paul Muni) – detto "Lo sfregiato" per via della cicatrice a forma di croce sulla guancia – da semplice guardaspalla fino a capo indiscusso della malavita organizzata di Chicago nell'era del proibizionismo. Dopo aver eliminato il vecchio boss "Big" Louie Costillo per conto del rampante Johnny Lovo (Osgood Perkins), che assume così il controllo del lato sud della città, Camonte si sostituirà a quest'ultimo per iniziare una vera e propria guerra contro gli irlandesi del lato nord, guidati da Gaffney (Boris Karloff), che si concluderà con la vittoria degli italiani. Al culmine del potere, e dopo aver sottratto a Lovo anche la sua ragazza Poppy (Karen Morley), Tony verrà tradito dalla gelosia morbosa che prova per la sorella Francesca (Ann Dvorak): gli ucciderà il marito, che pure era il suo fedele braccio destro Rinaldo (George Raft), e verrà braccato dalla polizia, che lo eliminerà dopo un assedio alla sua casa blindata. Ispirato a personaggi reali (il protagonista è di fatto Al Capone) e a numerosi eventi di cronaca nera di quegli anni (fra gli altri, la strage di San Valentino), il film è considerato – insieme agli immediatamente precedenti "Piccolo Cesare" e "Nemico pubblico" (entrambi del 1931) – uno dei capostitipi di quel filone gangsteristico che avrebbe continuato a furoreggiare nel cinema americano negli anni a venire. Muni appare qui nel ruolo più celebre della sua carriera, e dà vita a un personaggio sfaccettato e carismatico, ambizioso e violento ma anche sarcastico e amante della bella vita (donne, abiti, auto, gioielli); ma la vera star divenne George Raft, alla sua seconda apparizione sullo schermo, che conquistò gli spettatori nel ruolo del fedele sottoposto Gino (in originale "Guino"), caratterizzato dall'abitudine di lanciare continuamente in aria una moneta per poi riafferrarla al volo. Nel comparto femminile, più della bionda Karen Morley rimane impressa la giovane Ann Dvorak nei panni di "Cesca", la sorella di Tony, a lui legata a filo doppio.

Lo sceneggiatore Ben Hecht adattò il romanzo di Armitage Trail in soli 11 giorni: al resto bastarono l'ottima prova degli interpreti, l'agile e dinamica regia di Hawks, l'affascinante fotografia che gioca con le ombre e il chiaroscuro, e il notevole sforzo produttivo di Howard Hughes (le scene degli inseguimenti e delle sparatorie sono decisamente energetiche e realistiche per l'epoca). Da sottolineare il tema ricorrente della croce: dallo sfregio sul volto di Tony, alle croci che compaiono sullo schermo quasi in ogni occasione in cui il protagonista commette un omicidio. In particolare, celebri sono le scene in cui uno dei gangster rivali rimane a terra sul selciato nel punto in cui l'ombra di un segnale stradale proietta una croce proprio sul suo corpo; le sette croci nel soffitto del garage in cui avviene la strage di San Valentino (con sette vittime, ovviamente); e la croce di luce sul muro alle spalle di Gino quando viene ucciso da Tony (dietro una porta la cui targhetta, naturalmente, reca una "X"). La censura, che temeva che il film celebrasse eccessivamente la vita dei gangster, obbligò Hawks e Hughes a modificare alcuni punti (nello script originale la madre di Tony non condannava lo stile di vita del figlio; ed era prevista una sequenza che mostrava chiaramente la complicità dei politici negli affari dei criminali) e il finale (la morte di Tony avrebbe dovuto essere molto più eroica), oltre a pretendere che fosse aggiunto il sottotitolo "The shame of the nation" ("La vergogna della nazione"). Forse anche per questo, alcuni cartelli a inizio pellicola – oltre ad avvisare che si tratta di una storia vera – invitano il pubblico a protestare contro un governo che non faceva abbastanza per combattere il crimine organizzato: un concetto ripetuto durante il film da un paio di "tirate" un po' retoriche, quella del capo della polizia e quella del direttore del giornale, che sembrano corpi estranei rispetto a tutto il resto. Memorabile il motto "The World is Yours", veicolato da un'insegna luminosa, che commenta cinicamente la morte di Tony nel finale. Jean-Luc Godard lo considerava il miglior film sonoro mai girato negli Stati Uniti. Rifatto nel 1983 da Brian De Palma con Al Pacino (con la vicenda trasportata nella Miami degli anni ottanta, fra esuli cubani e trafficanti di droga), mentre per il 2015 sarebbe in produzione un ulteriore remake a firma di Pablo Larraín.

24 novembre 2014

The taste of tea (Katsuhito Ishii, 2004)

The taste of tea (Cha no aji)
di Katsuhito Ishii – Giappone 2004
con Takahiro Sato, Tadanobu Asano
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

La famiglia Haruno vive in un villaggio fra le montagne, non molto distante dalla città. Il padre, Nobuo (Tomokazu Miura), è un terapeuta specializzato nell'ipnosi. La madre, Yoshiko (Satomi Tezuka), è una disegnatrice di cartoni animati, alla continua ricerca di "nuove pose" da far interpretare ai suoi personaggi durante i combattimenti. Lo zio, Ayano (Tananobu Asano), è un sound mixer, che di tanto in tanto fugge dalla città per ritrovare la quiete della casa di campagna. Il nonno, Akira (Tatsuya Gashuin), è un artista eccentrico e sensibile, con la passione per il disegno e la danza. Quanto ai due figli: la piccola Sachiko (Maya Banno) è perseguitata da una versione gigante di sé stessa, che solo lei può vedere e da cui è osservata in continuazione (per sbarazzarsi della quale, si convince che sia necessario compiere una giravolta completa attorno alla barra orizzontale di un vecchio parco giochi); mentre il giovane Hajime (Takahiro Sato), reduce da una delusione sentimentale, si innamora all'istante di Aoi (Anna Tsuchiya), una nuova ragazza appena arrivata in classe, e sfrutta la comune passione per il gioco del Go (fanno entrambi parte del club scolastico dedicato a questa disciplina) per vincere la timidezza e avvicinarla. Ah, dimenticavo: c'è anche un altro zio, Ikki Todoroki (sé stesso), capriccioso disegnatore di manga che si è messo in testa di incidere una canzone, dedicata alle montagne, per il proprio compleanno. Le vicende dei vari membri della famiglia si intrecciano in una narrazione calma e lineare, dove il quotidiano (le peripezie sentimentali di Hajime, per esempio, che sembrano provenire da un manga di ambientazione liceale) si alterna con il surreale (il "doppio" di Sachiko; alcune immagini metaforiche come il treno che "esce" dalla fronte di Hajime, portandogli via una porta di sé; il gigantesco girasole che nel finale si espande nell'intero sistema solare) o il bizzarro (la canzone di Ikki; le incursioni, nella quiete del villaggio, di buffi personaggi come due cosplayer, un gruppo di yakuza, o un ballerino che danza con il sole). Ne risulta un film unico e altamente suggestivo, che mescola un setting assai tradizionale con situazioni oniriche o inaspettate, la poesia della natura (i ciliegi in fiore, il tramonto, le risaie, le montagne), con le stravaganze più spinte della cultura pop giapponese (manga, anime, modellismo, cosplay), immagini delicate (una pioggia primaverile, i treni che sfrecciano nel buio della notte) e altre decisamente irreali (la sequenza in animazione che mostra il frutto del lavoro di Yoshiko), le arti (la musica, il disegno, il ballo) e lo sport (il baseball, la ginnastica, lo stesso Go), i rapporti familiari e quelli sentimentali. Un lungometraggio insolito e unico, dunque, da apprezzare nel suo insieme e da osservare come se si trattasse di un quadro impressionista, con un po' di pazienza e magari anche da una certa distanza. Si verrà ripagati. Il titolo, "Il gusto del tè", sembra uscire da un film di Ozu.

23 novembre 2014

Una notte da leoni (Todd Phillips, 2009)

Una notte da leoni (The hangover)
di Todd Phillips – USA 2009
con Bradley Cooper, Zach Galifianakis
**

Visto in TV, con Sabrina.

Per festeggiare il suo addio al celibato, Doug (Justin Bartha) si concede un viaggio a Las Vegas in compagnia degli amici Phil (Bradley Cooper) e Stu (Ed Helms) e del futuro cognato Alan (Zach Galifianakis). Ma quando questi tre si risvegliano nella loro stanza d'albergo devastata dopo una notte di bagordi, scoprono di non ricordare assolutamente nulla di quanto è accaduto nelle ultime dodici ore. E avranno il loro bel da fare per scoprire dove è finito l'amico, misteriosamente scomparso, oltre a ricostruire tutti gli eventi della notte passata, spiegando così – fra le altre cose – che ci fa una tigre feroce nel bagno, un cinese nudo (Ken Jeong) nel portabagagli della loro auto, perché sono tornati in hotel con una macchina della polizia rubata e perché uno di loro ha sposato una spogliarellista (Heather Graham). Grande successo di pubblico per una commedia goliardica che, oltre a generare diversi sequel, ha dato vita a un vero e proprio filone: pellicole che seguono le disavventure di amici che si concedono per una notte un divertimento sfrenato oltre misura, con le cui conseguenze devono poi fare i conti. I protagonisti alloggiano al Caesar's Palace ("Cesare ha vissuto qui?"). Cameo per il pugile Mike Tyson e citazioni da "Rain Man" e "Casinò".

21 novembre 2014

Chi ha paura di Virginia Woolf? (Mike Nichols, 1966)

Chi ha paura di Virginia Woolf? (Who's afraid of Virginia Woolf?)
di Mike Nichols – USA 1966
con Richard Burton, Elizabeth Taylor
**1/2

Visto in divx, per ricordare Mike Nichols.

Reduci da una festa in casa del padre di lei, rettore di una prestigiosa università del New England, il professore di storia George (Richard Burton) e la moglie Martha (Liz Taylor) ricevono in casa, alle due di notte, una giovane coppia conosciuta poco prima: un aitante insegnante di biologia (George Segal) e la sua minuta compagna (Sandy Dennis). Il matrimonio fra George e Martha è un totale disastro, e i due non perdono occasione per litigare, offendersi, vomitarsi volgarità, rinfacciarsi i rispettivi fallimenti e umiliarsi a vicenda in pubblico, coinvolgendo lentamente – complice anche l'alcol – i due nuovi arrivati in una feroce e inesorabile autodistruzione. Impietoso, cinico e senza via di scampo, il film d'esordio di Nichols – tratto dall'omonima opera teatrale di Edward Albee – sembra anticipare diverse pellicole polanskiane (come "Luna di fiele" o "Carnage"). Ambientato tutto in una notte (si conclude con la mattina) ed essenzialmente con soli quattro personaggi, scava nel fallimento, nelle bugie, nelle illusioni (il figlio mai nato) e nel malessere di una coppia che riesce a sopravvivere soltanto perché legata da un forte rapporto di amore-odio (anche se nel finale il crollo delle ultime illusioni pare suggerire il raggiungimento di un nuovo equilibrio). Naturalmente, a interpretarla non potevano esserci attori più adatti di Burton e della Taylor, che anche nella vita reale passavano da un bisticcio all'altro, da un matrimonio a un divorzio (nel periodo in cui fu girata la pellicola, per la cronaca, erano sposati). La Taylor, allora al massimo del suo fulgore, venne qui ingrassata, invecchiata e imbruttita per esigenze di copione (inizialmente Albee avrebbe voluto Bette Davis, mentre Nichols aveva pensato a Marlene Dietrich). Sceneggiatura un po' troppo "gridata" per i miei gusti, ma all'epoca fece scalpore per i toni espliciti, le frasi volgari e le allusioni sessuali portate sullo schermo: è considerata una delle pellicole che maggiormente testimoniano il cambio di linguaggio di Hollywood negli anni sessanta (curiosamente, all'inizio la Taylor se la prende con i "polpettoni" prodotti fino ad allora dalla Warner Bros., che era proprio la casa produttrice del film). Il titolo fa riferimento a una canzoncina udita durante il party, che parodizza in chiave "intellettuale" la celebre "Who's afraid of the big bad wolf?" ("Chi ha paura del lupo cattivo?") dal cartone animato "I tre porcellini". Il debutto alla regia di Nichols si fa notare per la buona padronanza della macchina da presa, che incapsula i personaggi negli spazi e si sofferma in un paio di occasioni sui volti di Burton e della Taylor impegnati in lunghi monologhi. Nonostante i timori per la crudezza del linguaggio usato, il film riscosse un grande successo critico e venne nominato all'Oscar in ogni categoria possibile (all'epoca 13), comprese le quattro per gli interpreti. Vinse cinque statuette, fra cui le due per le attrici (Liz Taylor e Sandy Dennis) e quella per la fotografia in bianco e nero.

20 novembre 2014

Oyuki la vergine (Kenji Mizoguchi, 1935)

Oyuki la vergine (Maria no Oyuki)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1935
con Isuzu Yamada, Komako Hara
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel Giappone sud-occidentale, alla fine dell'ottocento, infuria la guerra civile fra i ribelli di Satsuma e le truppe del governo di Tokyo. Due prostitute (Okin e Oyuki, quest'ultima di fede cristiana) fuggono dal loro villaggio devastato a bordo di una carrozza che porta in salvo anche alcuni ricchi notabili con le loro famiglie. Questi non perdono occasione per manifestare il loro disprezzo nei confronti delle due donne, ma non si fanno scrupolo ad accettare il loro aiuto (e il loro cibo) nei momenti di maggior necessità. Catturati dai soldati dell'esercito, che li sospettano di essere delle spie, pur di salvarsi la vita gli aristocratici sarebbero disposti anche a consegnare una delle loro figlie al generale Asakura (Daijiro Natsukawa). A prendere il posto della giovane si offre però Oyuki, la cui gentilezza e bontà fa innamorare Asakura, che infine lascia liberi tutti i viaggiatori. Una volta in salvo, i ricchi tornano ad assumere un atteggiamento sprezzante e proibiscono a Okin e Oyuki di salire con loro sul traghetto che li condurrà via dall'isola; e così le due donne sono costrette a tornare al proprio villaggio, che nel frattempo è stato occupato dai ribelli. Qui scoprono che fra le macerie della loro casa si è rifugiato proprio Asakura, sconfitto in battaglia e rimasto da solo. Okin (ferita nell'onore perché il generale aveva preferito Oyuki a lei) minaccia di consegnarlo ai nemici, ma l'amica lo convince a lasciarlo andare, rinunciando così anche ai propri sogni d'amore, consapevole che il matrimonio fra un samurai e una prostituta di campagna è di fatto impossibile. Ispirandosi nella prima parte a un racconto di Maupassant ("Boule de suif", lo stesso che John Ford adattò per dare vita a "Ombre rosse"), Mizoguchi realizza un melodramma a sfondo storico-bellico che veicola i temi a lui più cari: il sacrificio femminile, l'amore fra diverse classi sociali, e il modo in cui la guerra e le difficoltà tirano fuori il peggio (o il meglio) dalle persone. Pur ancora grezzo da molti punti di vista, la fluidità dei movimenti di camera, le riprese in campo lungo e alcune inquadrature di struggente bellezza testimoniano il tentativo del grande regista di sperimentare in campo tecnico-stilistico. E l'interessante setting storico e l'intensa recitazione elevano comunque il film sopra la media del periodo. Da sottolineare i tanti e insistiti rimandi al cristianesimo, sin dal titolo: il portasigarette di uno dei passeggeri della carrozza, con l'immagine di un angelo; la preghiera di Oyuki alla vergine Maria nel momento in cui la spia Sadohara viene fucilata; l'attitudine al sacrificio ("Come Gesù", commenta Asakura) della stessa Oyuki; la melodia della "Ave Maria" di Gounod nella scena finale, in cui Oyuki contempla la luna piena.

19 novembre 2014

L'Asahi risplende (Kenji Mizoguchi, 1929)

L'Asahi risplende (Asahi wa kagayaku)
di Kenji Mizoguchi e Seiichi Ina – Giappone 1929
con Eiji Nakano, Hirotoshi Murata
*1/2

Visto su YouTube.

Commissionato in occasione del cinquantesimo anniversario del quotidiano "Asahi Shinbun" di Osaka, di questo film sopravvivono soltanto 25 minuti, frutto probabilmente di un rimontaggio che ha privilegiato le sequenze promozionali, le immagini di repertorio e quelle più prettamente documentaristiche (la redazione al lavoro, il processo di composizione e stampa delle pagine, la distribuzione del giornale) rispetto a quelle di finzione (non c'è traccia di attrici come Takako Irie e Ranko Sawa, che pure risultano aver partecipato alla pellicola). Di conseguenza, è difficile stabilire quale ruolo abbia realmente avuto Mizoguchi nella sua realizzazione (risulta comunque accreditato un secondo regista, Seiichi Ina). Nella prima parte si alternano panoramiche aeree, alcune curiose animazioni, e soprattutto una sequenza che mostra persone di varie estrazioni alle prese con la lettura del quotidiano (nelle città, nelle campagne, nelle case, nei luoghi di lavoro, sui mezzi di trasporto). Nella seconda assistiamo invece a quello che probabilmente era il nucleo del film come originariamente concepito, una concitata vicenda che vede i cronisti del quotidiano accorrere sul luogo di un fatto di cronaca (nel caso specifico, un incendio scoppiato a bordo di una nave passeggeri), fra l'altro con gran sprezzo del pericolo (il giornalismo è raccontato come una professione audace ed eroica), per stendere l'articolo e telefonare la notizia in redazione affinché venga data in pasto alle rotative.

18 novembre 2014

Gioventù, amore e rabbia (Tony Richardson, 1962)

Gioventù, amore e rabbia (The loneliness of the long distance runner)
di Tony Richardson – GB 1962
con Tom Courtenay, Michael Redgrave
***1/2

Visto in divx.

Chiuso in riformatorio per aver rapinato un panificio, il giovane Colin Smith attira l'attenzione del direttore della struttura grazie alle sue doti di atleta. L'uomo punta infatti su di lui per conquistare la coppa destinata al vincitore di una corsa campestre organizzata da un vicino college e aperta, per la prima volta, anche ai ragazzi del centro di correzione: ma Colin, spirito libero e ribelle, farà a modo proprio. Fra i più significativi esponenti del Free Cinema britannico, debitore in parte alla lezione della Nouvelle Vague francese (evidenti gli echi de "I quattrocento colpi" e "Fino all'ultimo respiro") e legato a doppio filo al movimento culturale dei "Giovani arrabbiati", Richardson racconta la storia di un teenager di bassa estrazione in lotta con il mondo e refrattario a ogni forma di autorità, anche perché gli esempi che vede attorno a sé (la famiglia, i datori di lavoro, il governo, la polizia, e via dicendo) si dimostrano sordi ai suoi bisogni, incapaci di aprire un dialogo e interessati soltanto al proprio benessere (come la madre) e alla propria retorica stantia (si pensi alla scena del primo ministro che parla in televisione). La mancanza di un vero dialogo fra il mondo degli adulti e quello dei giovani (che sarebbe sfociata, di lì a poco, nell'epoca della contestazione) si riflette nelle dinamiche interne all'istituto di correzione, dove basta soddisfare apparentemente gli idealistici desideri del direttore per conquistare privilegi che agli altri detenuti sono preclusi. Anche per questo, il rifiuto finale di Colin di vincere la gara, fermandosi a pochi metri dal traguardo, rappresenta – più che una semplice sfida all'autorità – un potente atto di autostima e di determinazione della propria identità, un grido di libertà lanciato in un contesto di forte disciplina (e pagandone il prezzo). Tratto da un racconto di Allan Sillitoe – che lo ha sceneggiato – e girato anche stilisticamente con mano libera (vedi le occasionali e improvvise accelerazioni) e all'insegna di una narrazione "anarchica", il film alterna scene ambientate nel riformatorio con lunghi flashback che mostrano l'ultima settimana vissuta da Colin a Nottingham prima dell'arresto: la morte del padre, l'insediamento in casa dell'amante della madre, il bighellonaggio con l'amico Mike, l'amicizia con due ragazze, la rapina, le indagini della polizia (ma proprio in una grondaia doveva nascondere i soldi, visto che in Inghilterra piove ogni due giorni?). Il titolo originale (che significa "La solitudine del maratoneta"), oltre a rappresentare un'ovvia metafora esistenziale e sociale, è stato poi ripreso da una canzone degli Iron Maiden.

16 novembre 2014

Tirate sul pianista (François Truffaut, 1960)

Tirate sul pianista (Tirez sur le pianiste)
di François Truffaut – Francia 1960
con Charles Aznavour, Marie Dubois
**1/2

Rivisto in DVD.

Edouard, un tempo celebre concertista di musica classica, dopo il suicidio della moglie ha cambiato nome in Charlie e si esibisce come pianista in una bettola di periferia. Qui è raggiunto dal fratello Chico, piccolo delinquente in fuga da due gangster cui ha sottratto il bottino di una rapina, che lo coinvolge suo malgrado in una sanguinosa resa dei conti. Si dice che "il secondo film è sempre il più difficile nella carriera di un regista", e questa seconda fatica di Truffaut – incasellata com'è fra due capolavori quali "I 400 colpi" e "Jules e Jim" – ne è una sorta di conferma, anche se è comunque da apprezzare per la vena di libertà e di anarchia con cui il regista approccia un genere tipico e fondante del cinema americano. Tratto da un romanzetto giallo di David Goodis, il lungometraggio tenta infatti di aggiornare il linguaggio del noir con tocchi esistenzialisti, umoristici e personali, scavando in particolare nel passato e nella solitudine del protagonista (il lungo flashback centrale, che ci mostra come è giunto a trasformarsi da Edouard a Charlie) e divagando con frequenza (le riflessioni che quasi tutti i personaggi fanno a proposito del loro rapporto con le donne). Proprio i forti personaggi femminili donano vivacità all'insieme: Lena (Marie Dubois), la cameriera del locale dove Charlie suona e che, innamorata di lui, lo segue anche nel pericolo; Clarisse (Michèle Mercier), la prostituta amica e vicina di casa, che in una scena si mostra anche a seno nudo ("Queste cose non le fanno vedere al cinema"); e Therese (Nicole Berger), la moglie che sacrifica sé stessa per il successo dell'uomo che ama. Più tutte le altre, mostrate sullo schermo, intraviste, o di cui si discorre (tutti parlano di donne: dall'uomo incontrato da Chico nella scena iniziale, ai due gangster in macchina). Il protagonista, interpretato da un Charles Aznavour che alla carriera di cantante affiancava spesso e volentieri quella di attore, è anch'esso caratterizzato in maniera assai particolare: l'apparenza da duro, silenzioso e sicuro di sé, fa a pugni con la sua reale natura: in realtà è estremamente timido e indeciso, caratteristiche comunicate agli spettatori attraverso i suoi pensieri (espressi dalla voce in sovrimpressione, tipica del noir). Peccato che tutti questi spunti e queste intuizioni siano al servizio di una trama non particolarmente interessante (con un finale, però, velato di amarezza e disillusione). Ma in fondo la trama "gialla" era solo un pretesto: Truffaut voleva dimostrare che si poteva fare poesia e cinema "d'autore" anche all'interno delle convenzioni dei generi (memorabile il brevissimo inserto comico in cui, appena dopo che uno dei personaggi afferma: "Giuro sulla testa di mia madre, che possa morire", si vede la donna crollare a terra all'improvviso), oltre a spiazzare un pubblico che dopo il film d'esordio si aspettava da lui un'altra pellicola tipicamente "francese" e invece si ritrovò con un lungometraggio che mostrava un forte influsso della cinematografia americana. Albert Remy, che interpreta Chico, era già apparso ne "I 400 colpi" nel ruolo del padre. Boby Lapointe intona la canzone "Framboise" con il testo in sovrimpressione. Il titolo, ovviamente, capovolge ironicamente la scritta che campeggiava nei saloon del vecchio west, "Non sparate sul pianista".

14 novembre 2014

La fine del mondo (Edgar Wright, 2013)

La fine del mondo (The World's End)
di Edgar Wright – GB 2013
con Simon Pegg, Nick Frost
**1/2

Visto in TV.

Vent'anni prima, quando frequentavano il liceo, Gary King (Simon Pegg) e quattro suoi amici (Nick Frost, Martin Freeman, Paddy Considine ed Eddie Marsan) avevano provato a completare il "Miglio dorato", ovvero il tour dei dodici pub di Newton Haven, la cittadina in cui vivevano, bevendo una pinta di birra in ciascun locale. Ma non riuscirono a raggiungere il dodicesimo e ultimo pub, il leggendario "The World's End". Ora, sulla soglia dei quarant'anni e costretto a fare i conti col fallimento della propria vita, Gary raduna i vecchi compagni del liceo (che, a differenza sua, sembrano invece essersi fatti una famiglia e trovato un lavoro soddisfacente) e li sprona a tornare nella loro vecchia città per ritentare l'impresa. Ma quella che sembra soltanto un'innocua (e fallimentare) rimpatriata, sull'onda della nostalgia per il passato e per le sbruffonate di gioventù, si trasformerà in un'incredibile avventura quando si renderanno conto che quasi tutti gli abitanti del villaggio sono stati sostituiti da misteriosi cloni di origine aliena. Dopo un incipit che riecheggia pellicole come "Una notte da leoni" e temi come la crisi di mezza età e gli eterni ragazzi costretti a tracciare un bilancio della propria vita, il terzo film della coppia Wright-Pegg (co-sceneggiatori) cambia improvvisamente registro e torna ad atmosfere fanta-horror come il primo della serie, "L'alba dei morti dementi", ma ricordando anche un altro classico recente della Sci-Fi britannica ambientato nei pub, ovvero "FAQ about Time Travel". E si trasforma in una sgangherata (ma divertente) pellicola d'azione innestata su un canovaccio in stile "L'invasione degli ultracorpi" e, come quello, altamente metaforica (sui temi della responsabilità, dell'assimilazione e dell'autodeterminazione, da leggere ovviamente anche in chiave sociale e personale). Il buon cast è completato da Rosamund Pike (la sorella di uno degli amici di Gary) e dalla guest star Pierce Brosnan (l'ex insegnante dei cinque ragazzi).

13 novembre 2014

Cutie Honey (Hideaki Anno, 2004)

Cutie Honey (id.)
di Hideaki Anno – Giappone 2004
con Eriko Sato, Mikako Ichikawa
**

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Dal manga di Go Nagai, un film in live action comico e scatenato, diretto dal regista di "Evangelion", che esaspera all'ennesima potenza l'estetica da fumetto (o meglio, in questo caso, da anime) e, non prendendosi assolutamente sul serio, si tuffa a pieni polmoni in un mondo irreale fatto di combattimenti fra incredibili creature, magiche trasformazioni, personaggi stupidi, trame implausibili e siparietti infantili o comico-erotici (prima e dopo ogni trasformazione, Honey si ritrova sempre in biancheria intima). Per una volta Anno mette da parte le riflessioni esistenziali e i toni pessimisti che scorrono spesso sotterranei nelle altre sue opere (siamo lontano anni luce dal suo lungometraggio d'esordio, "Love & Pop") e sforna un film da incasellare nella categoria dei guilty pleasure: se non fosse per la presenza di attori in carne ed ossa, sembrerebbe davvero di guardare un cartone animato degli anni '60 o '70, colmo com'è di colori forti, inquadrature ardite e prospettive improbabili. D'altronde, realizzare un film "serio" sul personaggio nagaiano sarebbe stato un grave errore: Anno ne alleggerisce ulteriormente i toni (spingendo più sulla comicità ingenua o demenziale e meno sulla violenza) ma ne mantiene fedelmente molti elementi (le origini sono raccontate ma non mostrate). Honey (Eriko Sato) è la figlia di uno scienziato che questi, dopo un incidente stradale, ha riportato in vita trasformandola in un androide in grado di cambiare aspetto a proprio piacere. Nei panni di Cutie Honey, la "guerriera dell'amore", e con l'aiuto della poliziotta Natsuko (Mikako Ichikawa) e del giornalista/agente segreto Seiji (Jun Murakami), la ragazza affronta i variopinti membri di Panther Claw, un'organizzazione segreta guidata da una creatura soprannaturale e dalla vita eterna, Sister Jill. Fra i molti momenti eccentrici della pellicola, da ricordare la canzone di Black Claw, uno dei quattro sottoposti di Jill, prima dello scontro con Honey (durante il quale i suoi sgherri suonano al violino "Eine kleine Nachtmusik"). Difficile valutare la prova degli interpreti: sembra pessima, ma con ogni probabilità si sono adeguati allo stile kitsch richiesto dal film. Anche gli effetti speciali sono volutamente grezzi, per dare ai combattimenti un'aura da tokusatsu (i serial in costume tipo "Ultraman" o "Power Rangers"). Apprezzabili i titoli di testa in animazione, che ripropongono il tema della classica sigla d'apertura del cartone animato (la cover è interpretata dalla cantante Kumi Koda). Cameo di Go Nagai stesso nella scena in cui Honey, cadendo di sedere, gli incrina il parabrezza dell'auto.

11 novembre 2014

Memento (Christopher Nolan, 2000)

Memento (id.)
di Christopher Nolan – USA 2000
con Guy Pearce, Carrie-Anne Moss
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Costanza, Paola, Marta, Esther, Beatrice, Daniela, Alessandro, Florian, Sabine, Sabrina.

A causa di un colpo alla testa che gli ha procurato un trauma al cervello, l'ex detective assicurativo Leonard Shelby (Pearce) ha perso la facoltà di immagazzinare nuove memorie. Ricorda tutto fino al momento dell'incidente, ma ogni informazione successiva svanisce dalla sua mente dopo cinque minuti, e questo gli rende difficile non soltanto vivere (deve continuamente annotarsi le cose più importanti, scattare fotografie delle persone che incontra, del motel dove alloggia o di dove ha parcheggiato la macchina) ma ancor più compiere la missione cui si è dedicato anima e corpo: trovare l'uomo responsabile del suo incidente, nonché l'assassino di sua moglie, e vendicarsi. Il film che ha lanciato la carriera di Nolan, tratto da un racconto scritto da suo fratello Jonathan, è un originalissimo thriller a "incastro": per mettere lo spettatore nei panni del protagonista, infatti, la storia è raccontata al contrario, ovvero in una serie di brevi sequenze montate cronologicamente a ritroso e non più lunghe di cinque minuti, in modo che anche il pubblico non sappia cosa è accaduto in precedenza e – proprio come Leonard – ignori come sia giunto in un certo luogo, se ha già conosciuto le persone che incontra, se queste gli siano amiche o meno. Il tema centrale della memoria – quando i ricordi ci tradiscono, ci si può affidare ai fatti? Come essere certi che anche questi non siano stati falsificati, manipolati o, più semplicemente, interpretati in maniera anomala? – è inizialmente lo spunto per un'insolita indagine poliziesca; ma presto si trasforma in un viaggio esistenziale, dimostrando come a volte perdersi nell'oblio (più o meno volutamente: si pensi ai tanti alcolizzati che bevono appunto "per dimenticare") o, al contrario, farvi fronte con la ragione e il "metodo" possa diventare a sua volta una ragione di vita. Tanti i colpi di scena, ottimamente serviti da una sceneggiatura cervellotica ma impeccabile (che alle sequenze a ritroso alterna spezzoni, girati in bianco e nero e stavolta nel corretto ordine cronologico, che mostrano Lenny in una stanza d'albergo parlare al telefono con qualcuno, raccontandogli la sua esperienza – quando lavorava alla ricerca di frodi assicurative – con un uomo che aveva a sua volta un disturbo della memoria) e da attori con la giusta dose di ambiguità (Carrie-Anne Moss nei panni di Natalie, Joe Pantoliano in quelli di Teddy). Memorabile (è la parola giusta!) la trovata dei tatuaggi, con cui il protagonista imprime sulla propria pelle, man mano che le trova, le informazioni sull'uomo che sta cercando, ricoprendo il proprio corpo di scritte e appunti. La prima scena, che mostra una Polaroid che si sviluppa (riprodotta però a ritroso), è una perfetta similitudine della memoria che svanisce. Nomination (strameritate) agli Oscar per la sceneggiatura e il montaggio. Nel cofanetto DVD è stata inserita anche una versione del film con montaggio "cronologico", inverso cioè a quello dell'edizione cinematografica: si guadagna in linearità ma ovviamente si perdono la suspense e tutte le sorprese.

Qui c'è una tabella che riassume la complessa struttura del film.

08 novembre 2014

Interstellar (Christopher Nolan, 2014)

Interstellar (id.)
di Christopher Nolan – USA/GB 2014
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway
***

Visto al cinema Uci Bicocca.

Le cose sulla Terra vanno male: un'infestante "piaga" distrugge tutti i raccolti (ad eccezione del mais, ma anche quello pare avere vita breve), mentre sferzanti tempeste di sabbia rendono l'atmosfera polverosa e la vita sempre più difficile. La popolazione è declinata, e l'umanità ha smesso di rivolgere gli occhi al cielo per concentrarsi sulla terra: la carenza di cibo rende indispensabile la formazione di agricoltori, a scapito di scienziati e ingegneri (a scuola viene persino insegnato che le missioni sulla Luna furono una messinscena). Eppure, operante in una base segreta, la NASA esiste ancora, e sotto la guida del professor Brand (Michael Caine) sta mettendo a punto un incredibile missione alla ricerca di un nuovo pianeta dove trasferire la razza umana. Sfruttando un wormhole (un cunicolo quadrimensionale) nei pressi di Saturno, è infatti possibile raggiungere un'altra galassia dove potrebbero esserci numerosi sistemi solari adatti a ospitare la vita. L'ex astronauta Cooper (McConaghey) guida una di queste spedizioni, di cui fa parte anche Amelia (Anne Hathaway), la figlia del professor Brand. Vari fenomeni relativistici lo terranno però lontano dalla Terra più a lungo di quanto preventivato, mentre sul suo pianeta di origine la figlia Murphy (Jessica Chastain) dovrà fare i conti con la sua assenza. Christopher Nolan torna al cinema con una pellicola ambiziosa e complessa, un film di hard science fiction (entro certi limiti: siamo pur sempre a Hollywood) che si iscrive nel solco di "2001: Odissea nello spazio", di "Incontri ravvicinati del terzo tipo" e di "Contact". L'esplorazione dell'ignoto e l'avventura nello spazio non hanno l'alone romantico della space opera, ma l'ansia disperata di chi cerca un nuovo spazio in cui vivere o almeno sopravvivere: da qui il parallelo con i pionieri americani, un tema cardine nella cultura statunitense (e pressoché assente dalla nostra). Altri elementi che dipingono un futuro quanto mai simile al passato sono quelli della natura che si ribella all'uomo: è citata di sfuggita, per esempio, la grande carestia irlandese che fece milioni di vittime a metà dell'ottocento. Teorie scientifiche di difficile comprensione (e per questo motivo, non approfondite più di tanto sullo schermo), rapporti familiari (tutto ruota, in fondo, attorno alla relazione fra Cooper e la figlia Murphy), suggestioni di possibile vita extraterrestre (esseri a cinque dimensioni, addirittura!) e di legami empatici che trascendono lo spazio e il tempo; e anche sane e vecchie dinamiche di amore, coraggio e meschineria nello spazio, con personaggi (quello interpretato da Matt Damon, per esempio) che tirano fuori il meglio o il peggio di sé quando si ritrovano a dover compiere scelte difficili e non preventivate. Apprezzabile il design e il mood generale della pellicola: non siamo di fronte alla fantascienza fracassona delle pellicole d'azione per teenager, e al realismo dei veicoli spaziali e della tecnologia si affianca un tono più esistenziale e riflessivo che frenetico e spettacolare (anche se non mancano sequenze di suspense di questo tipo). Ci si lascia un po' andare giusto con il design e il concept dei robot, TARS, CASE e KIPP, comunque decisamente originali, dotati di personalità "programmabili" e, per fortuna, non malvagi (niente HAL 9000: il male proviene qui tutto dagli uomini, che "lo portano con sé"). Il film è stato scritto da Nolan, come al solito, insieme al fratello Jonathan. Nel cast anche Casey Affleck, Wes Bentley, David Gyasi ed Ellen Burstyn.

07 novembre 2014

Cado dalle nubi (Gennaro Nunziante, 2009)

Cado dalle nubi
di Gennaro Nunziante – Italia 2009
con Checco Zalone, Giulia Michelini
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Checco, cantante neomelodico pugliese senza successo, dopo essere stato lasciato dalla fidanzata si trasferisce a Milano in cerca di miglior fortuna. Ospite del cugino gay Alfredo (che ha sempre nascosto alla famiglia di essere omosessuale), ha subito occasione di mettere in mostra la propria "ignoranza" e la propria provincialità. Ma l'incontro con Marika, ragazza di parrocchia di cui si innamora, gli darà nuovi stimoli. E nonostante le molte difficoltà (Marika è invaghita del suo insegnante di sociologia; il padre della ragazza è un leghista irriducibile che non sopporta i "terroni"), riuscirà a coronare sia il suo sogno d'amore che quello di sfondare come cantante (grazie all'inaspettata vittoria a un talent show televisivo). Esordio cinematografico del comico (anche sceneggiatore) Checco Zalone, che presenta un personaggio clueless e cialtrone che combina incosapevolmente guai anche se animato dalle migliori intenzioni, e che mette in mostra tutta la sua mancanza di sensibilità sociale proprio quanto cerca di esprimerla: un personaggio in cui, sia pur ridendo e guardandolo dall'alto per la sua ignoranza, gli spettatori possono identificare un po' della propria mediocrità, come nelle migliori macchiette del cinema (italiano e non solo) del passato. Se ci aggiungiamo una comicità che gioca sugli opposti (le contrapposizioni fra nord e sud Italia), prende bonariamente in giro le minoranze (esilaranti le scene in cui Checco si esibisce prima nel locale gay e poi alla convention leghista) ma riesce comunque a mandare un messaggio di tolleranza e, tutto sommato, ad apparire a tratti più fresca e spontanea della media del cinema italiano, ecco che si può spiegare almeno in parte lo straripante successo di pubblico. Nei film successivi, però, il meccanismo comincerà a mostrare la corda. Il nome del personaggio, che è anche quello d'arte dell'attore (all'anagrafe Luca Pasquale Medici), richiama l'espressione "Che cozzalone!", che in dialetto barese significa "Che tamarro!".

06 novembre 2014

The ramen girl (Robert Allan Ackerman, 2008)

The ramen girl (id.)
di Robert Allan Ackerman – USA/Giappone 2008
con Brittany Murphy, Toshiyuki Nishida
**

Visto in TV, con Sabrina.

La giovane americana Abby si è trasferita a Tokyo per vivere insieme al fidanzato Ethan, ma questi la lascia dopo un paio di settimane. Depressa e disillusa, ma anche decisa a non tornare in patria da sconfitta, Abby si getta a capofitto nella prima impresa che le passa per la testa, ovvero diventare una cuoca di ramen (i celebri tagliolini cinesi, serviti in una ciotola con brodo e varie pietanze), e chiede al burbero proprietario del ristorantino sotto casa di prenderla come allieva. Questi, all'inizio un po' riluttante, accetta: e nonostante i due non capiscano una parola delle rispettive lingue, la ragazza riuscirà dopo molte difficoltà a impadronirsi non solo della tecnica necessaria a preparare dei ramen perfetti, ma anche della capacità di "mettere la propria anima" nei piatti che cucina. En passant, troverà anche l'amore con un ragazzo giapponese (di origine coreana, Park So-hee). Film carino, innocuo, prevedibile e leggero, a modo suo anche gradevole (per una volta un film hollywoodiano non "tradisce" l'ambientazione e la cultura nipponica, anche se ne recupera molti cliché), che si regge quasi interamente sul rapporto fra maestro e allieva, con il primo apparentemente duro e autoritario ma che nel finale saprà mostrare anche il suo lato debole, e la seconda inizialmente fragile ma anche ostinata e capace di andare fino in fondo. Praticamente è come una pellicola di arti marziali, ma senza scene d'azione o violente.

03 novembre 2014

L'impero colpisce ancora (I. Kershner, 1980)

Star Wars Episodio V: L'impero colpisce ancora
(Star Wars Episode V: The empire strikes back)
di Irvin Kershner – USA 1980
con Mark Hamill, Harrison Ford, Carrie Fisher
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Tre anni dopo gli eventi di "Guerre stellari" (ovvero "Episodio IV: Una nuova speranza") e la distruzione della Morte Nera, Luke Skywalker e i suoi amici (Ian Solo, Chewbacca e i due droidi C1-P8 e D-3BO), al fianco della principessa Leila, sono ormai entrati a far parte a tutti gli effetti dell'alleanza ribelle che si oppone al malvagio impero galattico. Una delle numerose sonde inviate dalle navi imperiali guidate dal generale Dart Fener individua sul pianeta ghiacciato Hoth la base dei ribelli, che però riescono a fuggire nonostante l'attacco nemico con potenti mezzi di terra (i "quadropodi imperiali"). Separatosi dagli altri, Luke si reca sul pianeta Dagobah dove vive in isolamento il saggio Yoda, già maestro di Obi-Wan Kenobi, e comincia a sottoporsi a un lungo e duro addestramento per diventare un cavaliere Jedi. Quando però i suoi amici – che dopo un lungo inseguimento da parte delle navi imperiali attraverso una fascia di asteroidi si erano momentaneamente rifugiati nella "Città delle Nuvole" di Bespin, distretto minerario gestito dall'ex contrabbandiere Lando Calrissian – saranno consegnati da quest'ultimo a Dart Fener, Luke interromperà l'addestramento per correre a salvarli. Ma si tratta di una trappola. Fener, infatti, ha architettato tutto per entrare in contatto con Luke e attirarlo con sé nel "lato oscuro della Forza": non solo perché il ragazzo ha il potenziale per diventare il più potente degli Jedi, ma anche perché si tratta di suo figlio. Pur sconvolto dalla terribile rivelazione ("Io sono tuo padre!", gli dice Fener al culmine della scena più memorabile di tutta la saga cinematografica) e gravemente ferito (l'avversario gli ha tranciato la mano che reggeva la spada laser), Luke riesce a sfuggire lasciandosi precipitare in un condotto d'aria, da dove viene tratto in salvo da Leila a bordo del Millenium Falcon. La pellicola – lasciando aperti quasi tutti i fili narrativi, con un cliffhanger ai tempi insolito in campo cinematografico ma che rendeva esplicita la futura uscita di un ulteriore episodio – si conclude con Lando (passato dalla parte dei buoni) e Chewbacca che partono alla ricerca di Ian, che nel frattempo è stato congelato in un blocco di carbonite e affidato da Fener al cacciatore di taglia Boba Fett.

Visto l'enorme successo di pubblico del primo film, diventato in breve tempo un fenomeno planetario, la realizzazione di un sequel era praticamente scontata. Lucas, ancora segnato dalle difficoltà provate durante le riprese del lungometraggio precedente, scelse però di non dirigerlo in prima persona, riservandosi i ruoli di produttore esecutivo e di supervisore, oltre che ovviamente quello di autore del soggetto (anche se poi, alla resa dei conti, diresse numerose scene in qualità di regista della seconda unità). La regia venne dunque affidata a Irvin Kershner, già insegnante di Lucas alla scuola di cinema della University of Southern California. Quanto alla sceneggiatura (l'affermazione che il creatore della saga avesse già in mente ogni dettaglio ai tempi dell'uscita del primo film è stata smentita da più fonti), nel 1978 Lucas assoldò la scrittrice di fantascienza Leigh Brackett per redigere una bozza, ma l'autrice morì di cancro poco dopo aver terminato la prima stesura (che non comprendeva ancora la "rivelazione" dell'identità di Fener: nel finale, anzi, il vero padre di Luke appariva sotto forma di fantasma, proprio come Ben Kenobi, per incitare il figlio nel combattimento contro il nemico). Insoddisfatto, Lucas stesso iniziò a riscriverla; e fu allora che decise, di punto in bianco, che Dart Fener sarebbe stato il padre di Luke. La svolta aprì scenari del tutto nuovi e spinse il cineasta a concepire tanti di quei retroscena – di fatto, tutta la vicenda della caduta di Anakin in preda al lato oscuro – da stabilire che l'attuale trilogia non era che il tassello centrale di una saga generazionale "in nove parti". Ecco, dunque, che il nuovo film venne improvvisamente indicato come "Episodio V" (nelle prime stesure della sceneggiatura, fino a quel punto, era naturalmente "Episodio II") mentre il "Guerre stellari" del 1977 divenne retroattivamente "Episodio IV" (e come tale fu sottotitolato nelle successive riedizioni, in sala o in home video), sconcertando non poco i primi spettatori. All'uscita in sala de "L'impero", prima che Lucas chiarisse la cosa in alcune interviste, molti pensarono infatti che gli episodi dal II al IV si riferissero ad avventure vissute da Luke, Ian e i ribelli nell'intervallo di tempo (circa tre anni, nella storia come nella realtà) trascorso fra le due pellicole. Da notare che il titolo italiano traduce male l'originale: sarebbe dovuto essere, più correttamente, "L'impero contrattacca".

A realizzare la versione definitiva della sceneggiatura, Lucas chiamò Lawrence Kasdan, che aveva appena terminato quella de "I predatori dell'arca perduta" e che collaborerà anche al terzo film. Più che sulle scene d'azione (comunque abbondantemente presenti), Kasdan volle focalizzarsi sui tormenti interiori dei personaggi: come risultato, "L'impero colpisce ancora" è il film più "adulto" e cupo della trilogia, considerato dai fan e dai critici anche il più bello (e io concordo). La pellicola può essere divisa essenzialmente in tre sezioni: la prima, quella ambientata sul pianeta Hoth, con la battaglia contro i quadropodi e la fuga dei ribelli; la seconda, che segue con un montaggio parallelo l'addestramento di Luke con il maestro Yoda e la fuga di Ian e compagni dalle navi imperiali fino al loro arrivo alla Città delle Nuvole; la terza, il duello fra Luke e Dart Fener e la fuga finale. La prima sezione, che evoca un parallelo con il finale del primo film, sembra uscire da un film di guerra a tutti gli effetti, e ha fatto la gioia dei tanti nerd della fantascienza bellica o tecnologica (i quadropodi, in particolare, rimangono alcuni fra i più popolari e riconoscibili veicoli/armi dell'intera saga); la sequenza iniziale, in cui Luke rimane vittima dell'attacco di un animale selvaggio (una sorta di yeti delle nevi), è stata considerata da molti un escamotage per giustificare le cicatrici sul volto dell'attore Mark Hamill (che qualche anno prima aveva avuto un incidente automobilistico), ma Lucas ha assicurato che la scena era già prevista nel copione. La sequenza dell'addestramento per diventare cavaliere Jedi è sottilmente inquietante: dall'introduzione di Yoda, che passa dal sembrare un buffo e innocuo animaletto al manifestare tutto il suo potere e la sua saggezza (con toni, in un certo senso, anche minacciosi), all'ambiente non certo ospitale dello sperduto pianeta Dagobah, tutto concorre a renderlo un momento di passaggio altamente significativo nel percorso di Luke verso lo status di eroe (cfr. il saggio di Joseph Campbell "L'eroe dai mille volti": Luke Skywalker è una riproposizione moderna dell'eroe "mitologico"). E sul confronto finale fra Luke e Fener, che culmina con la rivelazione del loro legame padre-figlio, c'è poco da aggiungere: è davvero il momento clou dell'intera saga lucasiana, la chiave di volta su cui si poggia l'intera architettura della vicenda. Non a caso è stata citata, rivisitata e parodiata infinite volte da allora (un caso su tutti: "Toy story 2").

Confermato ovviamente l'intero cast del primo film (con alcune brevi comparsate di Alec Guiness nei panni di Obi-Wan Kenobi, che appare a Luke come "fantasma nella Forza"), la pellicola introduce un paio di nuovi personaggi: Yoda, innanzitutto, un "muppet" animato da Frank Oz (che gli dà anche la voce nella versione originale); Lando Calrissian, interpretato da Billy Dee Williams; il cacciatore di taglie Boba Fett (Jeremy Bulloch), personaggio che aveva già attirato l'interesse dei fan per essere apparso in diverso materiale promozionale (nonché nel famigerato "Star Wars Holiday Special", trasmesso in tv nel 1978 e poi rinnegato da Lucas); e naturalmente l'Imperatore, che qui fa per la prima volta una breve comparsata. Dal punto di vista delle caratterizzazioni, è da notare l'evoluzione del rapporto fra Ian Solo e la principessa Leila, che dopo lunghe schermaglie si dichiarano amore reciproco, anche se resta ancora sottinteso un possibile triangolo con Luke che verrà clamorosamente troncato nell'episodio successivo. Gli effetti visivi, ancora affidati all'Industrial Light & Magic, possono contare su tecniche più sofisticate rispetto a tre anni prima: non solo nelle scene di battaglie (non più soltanto nello spazio, vedi quelle sulla neve) ma anche nella rappresentazione di mondi alieni (in particolare la Città delle Nuvole). Le riprese avvennero in Norvegia (Hoth) e in studio a Londra. Per la colonna sonora, John Williams aggiunge uno dei temi più orecchiabili dell'intera saga, ovvero la "Marcia imperiale", motivo che accompagna quasi ogni comparsa di Dart Fener sullo schermo. Tre anni dopo, la saga (o meglio, quella che oggi è nota come la "trilogia classica") sarebbe stata portata a conclusione (non nel migliore dei modi, in verità) da "Il ritorno dello Jedi". Nel 1997, nel ventesimo anniversario dell'uscita del primo film, anche "L'impero colpisce ancora" godette di un'edizione speciale in cui Lucas sfruttò le nuove tecnologie digitali per modificare alcune scene, perfezionando gli effetti speciali o aggiungendo dettagli e sequenze non presenti nella versione originale (nulla di particolarmente rivelante, in questo caso). Ben più significativi sono stati i cambiamenti effettuati nel 2004, per l'uscita in DVD, quando venne modificato l'aspetto dell'Imperatore per renderlo più simile a quello delle pellicole successive: una sequenza con l'attore Ian McDiarmid sostituì quella originale in cui Elaine Baker impersonava il personaggio e Clive Revill gli dava la voce.

02 novembre 2014

Resident Evil: Retribution (Paul W.S. Anderson, 2012)

Resident Evil: Retribution (id.)
di Paul W.S. Anderson – USA/Canada/Germania 2012
con Milla Jovovich, Sienna Guillory
*1/2

Visto in divx.

Catturata dalla Umbrella Corporation, la multinazionale responsabile della contaminazione biologica che ha trasformato il mondo in un'apocalisse di zombie, e rinchiusa nel suo "centro di collaudo" sotto i ghiacci della Kamchatka, Alice (Milla) viene aiutata a fuggire da alcuni insoliti alleati: Ada Wong (Li Bingbing), una delle migliori agenti di Albert Wesker (Shawn Roberts), un tempo a capo della stessa Umbrella ma ora esautorato dalla Regina Rossa (l'intelligenza artificiale che Alice aveva già affrontato nel primo capitolo della saga), e un commando guidato dal mercenario Leon S. Kennedy (Johann Urb). Attraversando i vari ambienti che compongono la struttura sotterranea (e che riproducono fedelmente strade e piazze delle principali capitali del mondo – New York, Mosca, Tokyo... – allo scopo di sperimentare le reazioni della popolazione agli attacchi biologici), Alice si rende conto che la corporazione si serve di numerosi cloni, fra i quali anche quelli con le sue fattezze e con quelle della soldatessa Rain (Michelle Rodriguez). Dopo aver salvato una bambina (Aryana Engineer) che, in una delle suddette simulazioni, è stata programmata per credere di essere sua figlia, Alice e i suoi compagni arrivano in superficie, dove però sono raggiunti da un clone di Rain e da Jill Valentine (Sienna Guillory), tuttora sotto il controllo mentale della Umbrella. La prima viene sconfitta, la seconda liberata dal condizionamento. Giunti da Wesker, questi inietta il T-virus nel corpo di Alice, restituendole le sue super-capacità: ne avrà bisogno, le spiega, per l'imminente scontro finale per la salvezza del mondo. Quinto (e penultimo, se Anderson vuole) capitolo della serie ispirata al celebre videogioco, è probabilmente l'episodio più fedele alla sua origine ludica (i vari ambienti che i personaggi attraversano sono come le fasi di un videogame; la meccanica di combattimento è quella di un tipico "sparatutto"; persino l'idea dei cloni, che rinascono dopo ogni morte per vivere esistenze differenti, richiama il concetto di gioco), nonché quello che si rifà più da vicino al primo film, ma anche il più limitato come ambizioni e come risultato. A parte occasionali combattimenti contro mostruosi zombie deformati dal virus, l'azione si riduce a interminabili sparatorie nei corridoi, e le caratterizzazioni dei personaggi sono virtualmente inesistenti. Milla è sempre un bel vedere, così come i suoi costumi, ma il suo sforzo recitativo è piuttosto carente (per non parlare della Li o della Guillory: meglio assai la Rodriguez, per quanto sacrificata). Vabbè, ne manca uno solo: sarebbe dovuto uscire a inizio 2015, ma l'inattesa gravidanza di Milla (che sta per dare alla luce la seconda figlia) ha costretto il marito/regista/sceneggiatore a posticipare la lavorazione di quello che dovrebbe chiamarsi "Resident Evil: The Final Chapter".

31 ottobre 2014

Guardiani della galassia (James Gunn, 2014)

Guardiani della galassia (Guardians of the Galaxy)
di James Gunn – USA 2014
con Chris Pratt, Zoë Saldaña
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Sull'onda del successo dei film sui supereroi "classici", la Marvel ha cominciato a sfornare pellicole anche su personaggi minori del vasto universo della "Casa delle idee". E i risultati non sembrano darle torto, visto il grande riscontro di pubblico, e pure di critica, per un lungometraggio che diverte e intrattiene con il suo mix di azione e ironia. I protagonisti sono un gruppo di criminali di varie razze aliene, uniti dal caso e dal destino, che si trasformano in eroi quando si ritrovano a salvare la galassia dalla minaccia di Ronan l'Accusatore (Lee Pace), terrorista Kree che mira a distruggere il pianeta civilizzato di Xandor, capitale dell'impero Nova. Il gruppo è formato dal terrestre Peter Quill, alias Star-Lord (Chris Pratt), prelevato dal suo pianeta quando aveva solo otto anni; dall'assassina Gamora (Zoe Saldaña), figlia adottiva del malvagio tiranno galattico Thanos; dai cacciatori di taglie Rocket Raccoon (un procione geneticamente modificato!) e Groot (un albero senziente); e dal massiccio Drax il Distruttore (David Bautista), la cui famiglia è stata sterminata da Ronan. Debordante, fracassone, senza un attimo di tregua (e non oso immaginare come sarebbe stato a guardarlo in 3D!), ma condito da un robusto filo di ironia e di understatement (i personaggi sono tutt'altro che eroi senza macchia: anzi, sono pieni di difetti e con caratteri improbabili, il che dà ancora più valore alla loro amicizia), il film è una cavalcata ininterrotta fra ambientazioni in CGI, battaglie spaziali, minacce aliene, citazioni varie dall'universo Marvel (il già citato Thanos; le gemme dell'infinito; il Collezionista) e il lato più surreale e grottesco del suddetto (per intenderci, siamo più dalle parti di Howard il Papero – che infatti fa capolino nel controfinale dopo i titoli di coda – che non della solennità di un Silver Surfer o della tragedia di un Adam Warlock). Nei fumetti i Guardiani della Galassia avevano debuttato addirittura nel lontano 1969, ma l'incarnazione portata sullo schermo è quella nata nel 2008 per mano degli scrittori Dan Abnett e Andy Lanning, che pure hanno radunato characters che già da tempo bazzicavano le testate Marvel, in particolare quelle di ambientazione cosmica (non a caso la maggior parte dei personaggi – come Gamora, Drax e Thanos – è stata creata da autori del calibro di Jim Starlin). Del gruppo originario sopravvive sullo schermo soltanto Yondu, qui nei panni del brigante che fa da mentore/rivale a Star-Lord. La produzione Disney garantisce un divertimento adatto a tutte le età. Grandiosa la scelta della colonna sonora di affidarsi a hit degli anni settanta/ottanta (i brani che Peter ha portato con sé, su un'audiocassetta, quando è stato prelevato dalla Terra: robe come "Moonage daydream" di David Bowie, "I want you back" dei Jackson 5 o "Ain't No Mountain High Enough" di Marvin Gaye e Tammi Terrell). Oltre al cameo del solito Stan Lee (nei panni di uno xandariano), da segnalare la presenza di Benicio Del Toro (il Collezionista, già apparso in "Thor 2"), Glenn Close (Nova Prime) e John C. Reilly (Rhomann Dey, agente dei Nova Corps). Il cast è completato da Karen Gillan (Nebula, la figlia di Thanos), Michael Rooker (Yondu) e Djimon Hounsou (Korath, lo sgherro di Ronan). In originale, Vin Diesel e Bradley Cooper danno la voce rispettivamente a Groot e Rocket (personaggi completamente digitali).

28 ottobre 2014

Boyhood (Richard Linklater, 2014)

Boyhood (id.)
di Richard Linklater – USA 2014
con Ellar Coltrane, Ethan Hawke
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

L'infanzia e l'adolescenza di Mason jr (Ellar Contrane), figlio di genitori separati (Patricia Arquette ed Ethan Hawke), che cresce con la sorella Samantha (Lorelei Linklater, figlia del regista) in una cittadina del Texas. La particolarità di "Boyhood", e forse anche il suo maggior pregio, sta nel concetto alla base della sua realizzazione: Linklater ha infatti girato "in tempo reale" per dodici anni (dal 2002 al 2013, ogni volta per pochi giorni) con attori che nel frattempo crescevano proprio come i loro personaggi. Si parte quando il protagonista è un bambino di sei anni e si termina quando compie diciott'anni, si diploma e lascia la casa per andare al college. Nel mezzo, i rapporti con i genitori e la sorella, i traslochi prima a Houston e poi a San Marcos, le amicizie, i primi amori, la scuola, l'interesse per la fotografia, e via dicendo. Il risultato è un romanzo di coming of age (definito addirittura "tolstoiano" da Hawke) che procede con il realismo della vita vera, visto che la sceneggiatura veniva quasi improvvisata anno dopo anno (con gli stessi attori che contribuivano a scrivere i dialoghi dei propri personaggi, una pratica consueta per Linklater: vedi per esempio la trilogia di "Prima dell'alba", sempre con Hawke). Assistiamo così a scene di vita quotidiana che scandiscono le diverse vicissitudini che capitano alla famiglia (la madre cerca un paio di volte di ricostruirsi una vita con un altro uomo, senza fortuna; il padre, d'altro canto, rimane comunque affezionato ai suoi due figli, tornando a visitarli ogni volta che può), con tanti siparietti che coinvolgono personaggi che entrano ed escono dalle vite dei bambini/ragazzi (memorabile la festa per i quindici anni di Mason, con i nonni acquisiti che gli regalano un fucile e una bibbia!). Tutta una successione di "momenti", dunque, incorniciata dalla frase finale: "Non siamo noi a cogliere i momenti, sono i momenti a cogliere noi". Da notare la cospicua presenza di riferimenti culturali che aiutano a caratterizzare i vari periodi in cui si svolge la storia e soprattutto lo scorrere del tempo: videogiochi (con il passaggio dal Game Boy alla Xbox e alla Wii), cartoni animati ("Dragonball") e film ("Faranno mai un nuovo Guerre Stellari?"), libri ("Harry Potter", "Twilight"), musica, l'avvento dei social network... ma anche eventi politici (la guerra in Iraq, la campagna di Obama). Fra i tanti camei, c'è quello del chiarrista Charlie Sexton (Jimmy, l'amico musicista del padre). Al tempo stesso "epico" e ad ampio respiro (per la vastità del progetto) e intimo e minimalista (per la normalità e l'umanità dei personaggi), è sicuramente un film unico nel suo genere (anche se in passato non sono mancati esperimenti dello stesso tipo: ricordo per esempio "Anna: 6-18" di Nikita Michalkov, con protagonista la figlia del regista russo; oppure, per restare in Italia, "Sorelle mai" di Marco Bellocchio; per non parlare della serie di documentari "Up" di Michael Apted, della saga di François Truffaut dedicata ad Antoine Doinel o, perché no?, dello stesso "Harry Potter"). E chissà che in futuro regista e attori non proseguino a narrare le vicende di Mason: magari fra una decina di anni vedremo in sala un sequel. Certo, rimane da chiedersi se il film avrebbe lo stesso valore se fosse stato concepito in modo tradizionale, ovvero girandolo tutto in una volta, con attori differenti a interpretare i bambini nelle varie fasi della crescita e un apposito make-up per "invecchiare" gli adulti. Ma forse non è lecito scindere il risultato finale dalla sua caratteristica fondante, visto che (come già detto) Linklater non era partito con una sceneggiatura completa e che anche questa è stata il frutto di un'evoluzione in tempo reale.

26 ottobre 2014

Mean streets (Martin Scorsese, 1973)

Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno
(Mean Streets)
di Martin Scorsese – USA 1973
con Harvey Keitel, Robert De Niro
***

Rivisto in DVD.

La carriera di Scorsese spicca definitivamente il volo con questo lungometraggio, che lo pone al centro dell'attenzione di critica e di pubblico e che in un certo senso è una rilettura della sua pellicola d'esordio, "Chi sta bussando alla mia porta?", di cui riprende molti temi, l'ambientazione (le strade di Little Italy) e il protagonista (Harvey Keitel). Il regista ha dichiarato che si tratta di un lavoro in parte autobiografico, essendo basato su fatti cui aveva assistito negli anni della sua crescita nel quartiere newyorkese, del quale cattura la vita e le atmosfere in maniera accurata, anche attraverso lo slang ("Right?" "Come on!"). Keitel è Charlie, rampante nipote di un boss che intende farne il suo erede e che ha per lui grandi progetti, come quello di dargli in gestione un ristorante. Ma nel frattempo il ragazzo trascorre il tempo con gli amici nei locali notturni e si dà da fare per tenere fuori dai guai l'impetuoso Johnny Boy (Robert De Niro), sconsiderata testa calda e perennemente indebitato con tutti. Come Francesco d'Assisi, la sua figura di riferimento, Charlie è disposto a sacrificare ogni cosa per l'amico: gli fa da garante con i creditori, cerca di trovargli un lavoro, e finirà col fare le spese della sua irresponsabile tendenza all'autodistruzione. In un ambiente caotico (per le strade ci sono continuamente feste, sagre e confusione) e che pure segue leggi ferree, dove le conoscenze e le amicizie (giuste o sbagliate) possono indirizzare il destino di una persona, Charlie è ritratto in balia delle proprie contraddizioni (alcune delle quali sono esplicitate, forse eccessivamente, dal sottotitolo italiano). Devoto cattolico, è convinto che per farsi perdonare i propri peccati non bastino le preghiere recitate in chiesa ma si debbano scontare penitenze di persona e nelle strade (spesso lo vediamo avvicinare le dita della mano a una fiamma viva, quasi per provare com'è il bruciore dell'inferno) e cerca a fatica di barcamenarsi fra responsabilità di diverso tipo: verso la famiglia (lo zio, che pretende da lui un comportamento più consono a un futuro boss), l'amicizia (per Johnny Boy; ma anche per Tony, proprietario di un locale notturno; e per Michael, "affarista" con le mani in pasta in ogni cosa e principale creditore dell'amico), l'amore (ha una relazione segreta con Teresa, cugina epilettica di Johnny Boy, che ovviamente lo zio non approva) e tentazioni varie (come l'infatuazione "inappropriata" per una spogliarellista di colore). Scorsese mette ordine in questo potpourri con una regia realistica e avvolgente, che porta lo spettatore a sentirsi parte del mondo in cui si svolge la storia, esibendo dunque sin dall'inizio la sua grande capacità di narratore per immagini (fondamentale la fotografia di Kent Wakeford) ma anche la sua cinefilia (Charlie, che si dichiara fan di John Wayne, va spesso al cinema: nella pellicola sono mostrati spezzoni di "Sentieri selvaggi" di John Ford e de "I vivi e i morti" di Roger Corman, il mentore dello stesso Scorsese; e nel finale, la scena in cui il protagonista esce dalla macchina dopo l'attentato si rispecchia in una sequenza analoga del film in bianco e nero che lo zio Giovanni sta guardando in televisione, "Il grande caldo" di Fritz Lang). La donna che soccorre Teresa dopo l'attacco epilettico è Catherine, madre del regista e comparsa frequente nei suoi film. Ricca colonna sonora, che comprende diversi classici napoletani, e grande acclamazione per la prova di un De Niro quasi agli esordi, che prenderà presto il posto dello stesso Keitel come attore feticcio del regista.

25 ottobre 2014

Il canto del paese natale (K. Mizoguchi, 1925)

Il canto del paese natale (Furusato no uta)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1925
con Shigeru Kido, Sueko Ito
*1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il più antico film di Mizoguchi a essere sopravvissuto è un lavoro realizzato su commissione per conto del Ministero dell'Educazione, allo scopo di celebrare la vita in campagna e stigmatizzare la fuga dei giovani nelle città e le tentazioni della modernità. Il protagonista è Naotaro, brillante figlio di una coppia di poveri contadini di un villaggio rurale, che a differenza di alcuni suoi coetanei non ha potuto proseguire gli studi dopo la scuola primaria per aiutare la famiglia lavorando come vetturino. Quando i suoi ex compagni tornano in paese per le vacanze scolastiche, la tranquilla vita del villaggio viene messa in scompiglio: anche perché uno di loro, il ricco e superficiale Taro, organizza un circolo privato dove si danza e si balla "alla maniera di Tokyo", instillando inevitabilmente in tutti i giovani la voglia di lasciare la campagna e di partire per la grande città. Sarà proprio Naotaro, con un accorato discorso, a far capire a tutti l'importanza dell'agricoltura e della tradizione per la sopravvivenza del paese. Più simile a certe pellicole di propaganda sovietica che al resto della produzione futura di Mizoguchi, il film è probabilmente più interessante come documento storico e sociale che non per meriti artistici (sono ancora assenti, fra l'altro, quasi tutti i marchi stilistici del regista, a partire dai movimenti di macchina e dai lunghi piani sequenza: c'è invece abbondanza di stacchi di montaggio e di cartelli). Nel finale il protagonista rinuncerà anche all'offerta di un mecenate straniero di finanziare i suoi studi, pur di non tradire i propri ideali e di rimanere nel villaggio a coltivare la terra. Il termine Furusato che compare nel titolo originale, traducibile con "paese natale", esprime un concetto molto particolare, velato di nostalgia e simile al tedesco Heimat.

24 ottobre 2014

La mandragora (Henrik Galeen, 1928)

La mandragora (Alraune)
di Henrik Galeen – Germania 1928
con Brigitte Helm, Paul Wegener
**

Visto su YouTube.

Interessato a indagare scientificamente se la leggenda della mandragora (la pianta dalle cui radici, nel medioevo, si credeva potesse nascere un homunculus) abbia un fondo di verità, uno scienziato (Paul Wegener) insemina artificialmente una prostituta e "crea" così una ragazza (Brigitte Helm) che adotta come se fosse sua figlia. Cresciuta in un convento, Alraune si rivela una donna senza morale, incapace di amare e di seguire le convenzioni sociali. Dopo svariate avventure (in fuga dal convento si aggrega a un circo, passando da un uomo a un altro), venuta a conoscenza della propria origine, decide di vendicarsi del professore, seducendo anche lui e portandolo alla rovina. Da un romanzo di Hanns Heinz Ewers pubblicato nel 1911 (e trasposto più volte sullo schermo: questa – insieme all'adattamento sonoro del 1930, sempre con la Helm – è la versione più celebre), una storia che aggiorna all'era della genetica il mito di Pigmalione ma soprattutto quello di personaggi come Frankenstein e il Golem (di quest'ultimo, proprio Wegener e Galeen avevano diretto la prima versione cinematografica nel 1915; lo stesso Wegener sarà il regista di altre due versioni del "Golem", fra cui quella più nota del 1920). Al tema della creazione di un essere umano in laboratorio si sovrappone, come nel romanzo di Ewers, quello dell'individualità e dell'eredità genetica che si contrappone alle influenze ambientali. Ma nonostante il soggetto e gli autori coinvolti, la pellicola non appartiene al genere horror/fantastico quanto a quello del melodramma sofisticato; e anche lo stile ha poco del classico espressionismo tedesco: persino la scena della nascita di Alraune non viene mostrata. Notevole, invece, la carica erotica di alcune scene, su tutte quelle della seduzione del professore-padre da parte di Alraune, che si colorano dunque anche di sfumature edipiche e incestuose. La Helm, già protagonista di "Metropolis", è una perfetta femme fatale che trasuda sensualità e immoralità da tutti i pori. Ma il messaggio di fondo è ovviamente moralista ("La natura avrà la sua vendetta"). Galeen è forse noto soprattutto per essere stato lo sceneggiatore del "Nosferatu" di Murnau: qui mette in mostra una certa abilità per la messa in scena e per i dettagli, evidente in particolare in sequenze d'ambiente come quelle del circo e del casinò. Curiosità: quando il film fu distribuito in Inghilterra, la censura eliminò del tutto l'incipit con l'origine della ragazza, rendendo di fatto incomprensibile gran parte della trama.

22 ottobre 2014

Il club dei 39 (Alfred Hitchcock, 1935)

Il club dei 39, aka I 39 scalini (The 39 steps)
di Alfred Hitchcock – GB 1935
con Robert Donat, Madeleine Carroll
***

Visto in divx.

Richard Hannay (Donat), canadese che vive a Londra, viene coinvolto in un caso di spionaggio da una misteriosa donna che ha incontrato in un music hall e che si rivela un agente britannico. Sospettato dell'omicidio della sconosciuta, pugnalata alle spalle mentre era ospite in casa sua, è costretto a fuggire verso la Scozia per rintracciare il capo dell'organizzazione segreta, denominata "i 39 scalini", che è in procinto di trafugare informazioni vitali per la sicurezza del paese: trovare il vero colpevole è infatti l'unico modo per dimostrare la propria innocenza. Adattando un romanzo di John Buchan, Hitchcock e i suoi sceneggiatori (Charles Bennett e Alma Reville) non badano alla plausibilità della vicenda e non si soffermano sui dettagli sulla natura dei codici trafugati (si accenna soltanto al fatto che si tratta di piani per un motore aeronatico: ma in fondo, è solo un "MacGuffin"), preferendo incentrare la pellicola sulla fuga di Hannay, vittima innocente di una caccia all'uomo scatenatagli contro tanto dalla polizia quanto dagli uomini dell'organizzazione nemica. Ed ecco dunque che il nostro protagonista, un normale cittadino costretto dalle circostanze a trasformarsi in eroe d'azione, deve seminare i suoi inseguitori a bordo di un treno, rifugiarsi in una fattoria scozzese (dove viene aiutato dalla moglie del proprietario, il quale invece lo consegnerebbe volentieri per riscuotere la taglia su di lui), evadere dall'ufficio dello sceriffo dopo che una bibbia lo ha provvidamente salvato da una pallottola, improvvisare un comizio elettorale su un palco al posto di un candidato locale, ritrovarsi ammanettato a una ragazza (Carroll) che lo ritiene un criminale e che solo dopo lunghe avventure finalmente crede alla sua innocenza, e infine rintracciare il "Professore" che guida la banda (riconoscibile per la mancanza di una falange) e individuare il modo in cui intende portare i piani segreti fuori dal paese (ovvero facendoli memorizzare a un uomo dal cervello prodigioso, che si esibisce nei cabaret come "Mister Memoria"). Un thriller spionistico, dunque, senza un attimo di respiro, che mescola avventura e azione, ironia e suspence: uno dei più perfetti e compiuti lungometraggi del periodo inglese di Hitchcock, che fungerà da modello per pellicole successive come "I sabotatori" o "Intrigo internazionale". Ottimi e autoironici gli interpreti, e numerose le scene e i siparietti degni di essere ricordati: da quelli marginali, come il dialogo fra i due piazzisti di biancheria intima sul treno o il comizio improvvisato di Hannay sul palco, a momenti clou come tutta la sequenza nell'albergo dove Hannay e Pamela sono costretti a passare la notte ammanettati, fingendosi marito e moglie (una sequenza non priva di momenti decisamente erotici per l'epoca, come la scena in cui la Carroll deve togliersi le calze bagnate). Per non parlare dell'inquadratura finale, con le mani di Hannay e di Pamela che si cercano. Il romanzo originale è stato portato altre tre volte sullo schermo: nel 1959 (basandosi sulla sceneggiatura del film di Hitchcock), nel 1978 (la versione più fedele al libro) e nel 2008 (per la televisione inglese).

20 ottobre 2014

L'uomo che sapeva troppo (A. Hitchcock, 1934)

L'uomo che sapeva troppo (The man who knew too much)
di Alfred Hitchcock – GB 1934
con Leslie Banks, Edna Best
**1/2

Visto in divx.

I coniugi inglesi Bob e Jill Lawrence sono in vacanza sulla neve a Sankt Moritz, in Svizzera, quando la loro figlia Betty viene rapita da una banda di terroristi internazionali per costringerli a non rivelare alla polizia gli indizi di cui sono venuti casualmente in possesso, relativi a un tentativo di omicidio ai danni di un diplomatico europeo durante un concerto sinfonico alla Royal Albert Hall di Londra. Uno dei più celebri film del periodo britannico di Alfred Hitchcock, e il suo primo vero grande successo di critica e di pubblico dopo "Il pensionante". La pellicola diede la svolta definitiva alla carriera del regista, che finalmente trovò nella spy story e nel thriller il terreno più fertile per la propria creatività, di fatto non abbandonando mai più il genere (che in precedenza aveva frequentato solo saltuariamente). Temi seminali del suo cinema, come il coinvolgimento di un uomo comune in una vicenda più grande di lui, con conseguente indagine parallela a quella delle forze dell'ordine, ma anche la suspense crescente (memorabile la sua costruzione nella sequenza del concerto, con Jill che si scruta attorno in preda alla tensione, consapevole che da un momento all'altro il sicario sparerà con il fucile) e la resa dei conti all'aperto fanno qui la loro prima compiuta apparizione. Da ricordare anche la galleria dei villain, guidati da un impressionante Peter Lorre (appena fuggito dalla Germania nazista: pare che non sapesse ancora parlare inglese, e che leggesse le sue battute da un copione con la pronuncia fonetica). Il titolo deriva da una raccolta di racconti di Gilbert K. Chesterton del 1922 (con cui il plot non ha niente a che fare: inizialmente la storia avrebbe dovuto coinvolgere Bulldog Drummond, personaggio creato da H. C. McNeile, ma poi Hitchcock adattò la sceneggiatura in corso d'opera, escludendo il detective). Rifatto da sir Alfred stesso nel 1956 a colori, con James Stewart e Doris Day (uno dei rari casi di remake di un film da parte dello stesso regista dell'originale) e con diverse modifiche: l'incipit sarà spostato in Marocco anziché in Svizzera, e mancheranno sequenze come quella del dentista, il combattimento con le sedie nella sede della setta, e il drammatico finale con la madre che colpisce con il fucile il sicario in fuga sui tetti di Londra. Il brano musicale che viene eseguito durante il concerto all'Albert Hall ("Storm Clouds Cantata") fu scritto appositamente dal compositore Arthur Benjamin, e venne riutilizzato anche nella versione a colori del 1956.

18 ottobre 2014

Fiori d'equinozio (Yasujiro Ozu, 1958)

Fiori d'equinozio (Higanbana)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1958
con Shin Saburi, Ineko Arima
***

Rivisto in DVD, in originale con sottitoli (registrato da "Fuori Orario").

Hirayama (Shin Saburi), imprenditore di mezza età, è giunto a quel punto della vita in cui deve cominciare a preoccuparsi del futuro delle proprie figlie. Ma se in pubblico manifesta una mentalità aperta e moderna (favorevole cioè al diritto dei giovani di determinare da sé il proprio futuro, specialmente in campo sentimentale), fra le mura di casa si dimostra invece intransigente e conservatore. In particolare, non approva la scelta della figlia maggiore Setsuko (Ineko Arima) di sposarsi per amore con Taniguchi (Keiji Sada), un giovane collega di lavoro: e non perché il ragazzo non sia l'uomo giusto per lei, ma per ostinazione e ripicca per non essere stato consultato. Un inganno di Yukiko (Fujiko Yamamoto), amica di Setsuko che finge di chiedere il suo parere su una situazione simile a proposito di sé stessa, gli estorcerà l'approvazione alle nozze; e le insistenze di amici e parenti condurranno infine all'accettazione dello stato di cose e alla riconciliazione fra padre e figlia. Con il suo primo film a colori (l'operatore Yuharu Atsuta gioca su tinte accese e ben definite: si pensi a quel bollitore rosso che focalizza lo sguardo dello spettatore in ogni scena in cui si intravede), Ozu torna ai suoi soliti temi: il conflitto fra tradizione e modernità, la disgregazione della famiglia, e soprattutto i rapporti fra genitori e figli, ribaltando di fatto l'assunto di "Tarda primavera" (qui è la figlia a volersi sposare e il padre a metterle i bastoni fra le ruote). Centro unico di tutta la narrazione è il protagonista Hirayama, alle prese con più situazioni che si intrecciano e che gestisce in maniera contraddittoria e incoerente: consiglia a Yukiko di seguire il proprio cuore e non il parere dei genitori nelle questioni sentimentali; aiuta l'amico Mikami (Chishu Ryu) a riappacificarsi con la figlia che è scappata di casa per andare a vivere con un uomo; tiene un accorato discorso alle nozze della figlia di un altro amico (Nobuo Nakamura), elogiando il diritto dei giovani di sposarsi per amore e non per dovere; eppure farà un enorme fatica ad accettare il fidanzato della figlia, e opporrà a lungo un deciso rifiuto alle sue nozze, prima di ammettere a sé stesso che la propria ostinazione è frutto di un capriccio, e che il vero obiettivo da raggiungere è la felicità di Setsuko.

Rispetto alle due pellicole immediatamente precedenti ("Inizio di primavera" e "Crepuscolo di Tokyo"), il film non soltanto presenta un notevole cambio di tono (al pessimismo si sostituisce una certa leggerezza, a tratti quasi da commedia, per non parlare di un lieto fine decisamente commovente), ma sembra certificare la rinuncia – da parte di Ozu e dello sceneggiatore Kogo Noda – al tentativo di adattarsi ai mutamenti che i nuovi registi giapponesi stavano portando in quegli anni nel cinema nipponico. Nonostante l'introduzione del colore (il primo film giapponese a colori risaliva a soltanto sette anni prima, nel 1951; Akira Kurosawa, per citare un cineasta considerato ben più "innovativo" di Ozu, passerà al colore solo nel 1970), con questa pellicola Ozu sembra voler tornare definitivamente ai temi e alle atmosfere tradizionali del suo cinema, in una strada ben collaudata dalla quale non devierà mai più, tanto che negli ultimi film della sua carriera (dopo di questo ce ne saranno ancora soltanto cinque) non esiterà a riproporre quasi dei remake di pellicole precedenti ("Buon giorno" riecheggierà "Sono nato, ma..."; "Erbe fluttuanti" aggiornerà il classico "Storie di erbe fluttuanti"; "Tardo autunno" e "Il gusto del saké" saranno due riletture di "Tarda primavera"). Basterà lo stile, ormai giunto alla sua estrema perfezione, a renderli preziosi e irrinunciabili. Risultano particolarmente significativi, pertanto, alcuni momenti in cui viene esplicitata la nostalgia per un passato ormai scomparso: la gita familiare ad Hakone, con la moglie (Kinuyo Takako) che ricorda i momenti della guerra (quando "le difficoltà della vita quotidiana rendevano la famiglia più unita"), e la rimpatriata fra Hirayama e i suoi compagni di scuola, dove vengono cantati un poema tradizionale e una canzone di guerra che rievocano valori ormai andati perduti. Miyuki Kuwano è la figlia minore Hisako, Teiji Takahashi è l'impiegato Kondo, protagonista di divertenti siparietti, in compagnia del suo capo Hirayama, nel locale dove lavora la figlia di Mikami. Il titolo si spiega alla luce delle considerazioni finali di Hirayama: "Fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo. I figli crescono [...] e troppo presto la primavera cede il passo all'autunno". Curiosità: nel sottofondo musicale, durante le scene ambientate in casa di Hirayama, è riconoscibile in un paio di occasioni il tema di "Hanyū no yado" (ovvero "Home, sweet home"), canzone nostalgica assai popolare in Giappone e utilizzata anche nelle colonne sonore de "L'arpa birmana" e de "La tomba delle lucciole".

17 ottobre 2014

Rambo 2 - La vendetta (G. P. Cosmatos, 1985)

Rambo 2 - La vendetta (Rambo: First Blood Part II)
di George Pan Cosmatos – USA 1985
con Sylvester Stallone, Richard Crenna
*1/2

Rivisto in TV.

Spedito ai lavori forzati dopo la conclusione del precedente film, a Rambo viene offerta una possibilità di riabilitazione: dovrà tornare nella giungla vietnamita alla ricerca dei soldati americani che sono rimasti in mano ai guerriglieri come prigionieri di guerra. In realtà, a sua insaputa, si tratta di una missione fittizia (il governo vuole soltanto salvare la faccia di fronte alle associazioni dei reduci). Ma Rambo ovviamente troverà davvero i prigionieri e li porterà in salvo da solo, sgominando intere pattuglie di soldati vietnamiti e pure russi (!) a colpi di coltello, di arco (a un certo punto con tanto di frecce esplosive!) e di mitra. Tre anni dopo la pellicola originale, Stallone riprende il ruolo del soldato John Rambo (che secondo le intenzioni del suo creatore originale, lo scrittore David Morrell, avrebbe dovuto morire alla fine della precedente avventura) e lo trasforma in un super-eroe macho, patriottico e invincibile, che "vendica" la sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam (il sottotitolo "La vendetta" può essere letto in chiave sia personale che nazionale) tenendo testa a innumerevoli nemici (esterni ed interni, questi ultimi identificati nei burocrati del governo che preferiscono lasciare i propri soldati nei campi di prigionia piuttosto di dover ammettere di non aver fatto nulla per salvarli). La sceneggiatura – dello stesso Stallone, che ha riscritto quella originale di James Cameron – è ridicola (con dialoghi come: "Ci lasceranno vincere stavolta?" - "Stavolta dipende da te!") e ha l'aria di essere improvvisata in pochi giorni: l'incipit è assai brusco, i personaggi sono tagliati con l'accetta, le svolte sono prevedibili, e l'unico vero impegno sembra essere stato profuso nelle scene d'azione, quelle in cui il personaggio mette in mostra i suoi muscoli, sopporta le più efferate torture, pone in atto incredibili tecniche di guerriglia, sbaraglia interi plotoni di soldati nemici e da solo (o con l'aiuto di una ragazza che ovviamente alla fine ci lascia le penne) porta a termine, contro ogni avversità, la propria missione. Nel complesso un film semplicistico, retorico ("Tu cosa vuoi, Rambo?" - "Voglio che il nostro paese ci ami quanto noi lo amiamo"), implausibile, testosteronico, che si prende terribilmente sul serio (a differenza, per esempio, del contemporaneo "Commando" con Schwarzenegger)... e che ciononostante è entrato in pianta stabile nell'immaginario collettivo degli anni ottanta, tanto che quando si cita il personaggio si pensa subito a questa pellicola e non certo al più sofferto e ambiguo prototipo. Ma il terzo capitolo sarà pure peggio. Il regista, di origine greca, dirigerà Sly anche in "Cobra".

14 ottobre 2014

I 400 colpi (François Truffaut, 1959)

I 400 colpi (Les quatre-cents coups)
di François Truffaut – Francia 1959
con Jean-Pierre Léaud, Claire Maurier
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Marta, Beatrice, Costanza, Daniela, Florian, Sabine e Sabrina.

Il film d'esordio di François Truffaut (fino ad allora "solo" critico militante per la rivista "Cahiers du cinema"), oltre a costituire uno dei più sinceri e teneri omaggi al mondo dell'infanzia e dell'adolescenza, è una delle pellicole che hanno contribuito a fondare il movimento cinematografico della Nouvelle Vague. E proprio nel tema del ragazzo incompreso dagli adulti che vivono attorno a lui (insegnanti e genitori) ma carico di pulsioni verso la libertà e l'indipendenza, è possibile leggere metaforicamente la lotta dei giovani cineasti francesi contro un modo di fare cinema che ritenevano sterile, vecchio e standardizzato, basato non sulla descrizione della "vita vera" ma su meccanismi (spesso dipendenti quasi esclusivamente dalla sceneggiatura) intesi a "impressionare" gli spettatori anziché a "esprimere" i sentimenti e le emozioni degli autori. A partire dalla fine degli anni cinquanta, giovani registi come Truffaut, Godard, Chabrol, Rohmer (più altri come Malle o Resnais) cominciarono dunque a proporre pellicole di "rottura", non più girate in studio ma direttamente nelle strade e nelle case, rivendicando libertà e controllo creativo contro le regole del meccanismo produttivo fino ad allora in voga. "Il cinema di domani", disse lo stesso regista, "non sarà diretto da servitori civili della macchina da presa, ma da artisti per i quali girare un film costituisce un'avventura magnifica ed eccitante". E il piccolo Antoine Doinel (interpretato da un allora quattordicenne Jean-Pierre Léaud), personaggio in cui Truffaut riversa molti tratti di sé stesso e che nel corso degli anni si tramuterà sempre più in una sorta di suo alter ego, ne diventa un simbolo immediato, con le sue numerose e piccole "infrazioni" alle regole che ne testimoniano il desiderio di evadere e di "vivere la propria vita in maniera diversa". Proiettato con grande successo al Festival di Cannes del 1959, il film lanciò la carriera di Truffaut (e di Léaud). Negli anni a venire il regista proseguì a narrare di vicende di Doinel, seguendo la crescita del personaggio in una "saga" semi-autobiografica che conterà altri quattro pellicole: "Antoine e Colette" (1962, episodio del film collettivo "L'amore a vent'anni"), "Baci rubati" (1968), "Non drammatizziamo... è solo questione di corna" (1970) e "L'amore fugge" (1979).

Antoine è un bambino di dodici anni, irrequieto e in "rotta" con il mondo che lo circonda. Incompreso a scuola (con gli insegnanti che si accaniscono contro la sua creatività indisciplinata) e in famiglia (la madre non lo ama, il padre lo sopporta perché figlio illegittimo), preferisce vagabondare per le strade di Parigi da solo o in compagnia dell'amico René, con il quale va al cinema o alle giostre. Punito ripetutamente in classe (per essersi giustificato di un'assenza dicendo che la madre era morta o per aver copiato un testo di Balzac durante un tema), scappa di casa. Ruba una macchina da scrivere nell'ufficio dove lavora il padre, ma impossibilitato a rivenderla tenta di riportarla indietro, facendosi scoprire. Finito al riformatorio, riuscirà a fuggire e raggiungerà la spiaggia, dove vedrà per la prima volta il mare. Costruito come una successione di episodi che raccontano la crescita di un ragazzino, senza una vera e propria trama, il film avrebbe dovuto essere inizialmente soltanto un cortometraggio di venti minuti, ambientato nella Parigi dell'occupazione tedesca, la storia di un bambino che marinava la scuola e trascorreva poi la notte per le strade. Fra le ispirazioni, la più evidente (nelle sequenze della scuola) è quella di "Zero in condotta" di Jean Vigo: ma non mancano citazioni cinefile qua e là (la foto che Antoine e René rubano al cinema, per esempio, è quella di Harriet Andersson, protagonista di "Monica e il desiderio" di Ingmar Bergman). Nel cast, in piccoli ruoli, si riconoscono Jeanne Moreau (la donna che perde il cane), Jean-Claude Brialy (l'uomo che la aiuta) e Jacques Demy (un poliziotto). Per il resto, dalle sequenze di apertura che mostrano la Torre Eiffel da diverse angolazioni, fino al bellissimo finale con la corsa di Antoine fino alla spiaggia (con un fermo immagine finale che ne mostra i dubbi e le sensazioni contrastanti: il mare è la libertà oppure solo un altro limite?), il film racchiude in sé tutta l'energia ribelle e impetuosa dell'adolescenza, desiderosa di esprimersi in maniera indipendente ma incapace di farsi accettare da un mondo, quello degli adulti, che appare sordo e cieco di fronte alle sue esigenze (tanto le istituzioni, scolastiche o correttive, quanto la famiglia, con la madre infedele e il padre superficiale, sembrano rappresentare una barriera fra la sensibilità di Antoine e la sua piena espressione). Il film è dedicato alla memoria di André Bazin, grande teorico del cinema e padre spirituale di Truffaut, morto la sera stessa del giorno in cui iniziarono le riprese. Il titolo italiano traduce letteralmente un modo di dire francese che significa "fare il diavolo a quattro" (il povero François non sarà mai fortunato, da questo punto di vista, con i nostri distributori).

12 ottobre 2014

Rambo (Ted Kotcheff, 1982)

Rambo (First blood)
di Ted Kotcheff – USA 1982
con Sylvester Stallone, Brian Dennehy
***

Rivisto in TV.

John Rambo (Stallone), reduce del Vietnam da poco tornato in patria, sta attraversando il paese quando viene preso di mira dall'arrogante sceriffo (Dennehy) di una cittadina dello stato di Washington, che lo accusa di vagabondaggio. Fuggito fra i boschi che ricoprono le impervie montagne circostanti, è oggetto di una caccia all'uomo da parte della polizia locale: ma la situazione si complica, visto che Rambo è un berretto verde addestrato nelle più svariate tattiche di guerriglia e di sopravvivenza. Nemmeno l'intervento della guardia nazionale e l'arrivo del generale Trautman (Richard Crenna), comandante di Rambo in Vietnam, risolvono la situazione, la cui escalation porta a un confronto diretto fra Rambo e lo sceriffo. Tratto da un romanzo di David Morrell (che terminava con la morte del protagonista), il film che ha dato vita alla seconda serie più popolare della carriera di Stallone (dopo "Rocky"): ma se nei capitoli successivi il personaggio si tramuterà in un simbolo della forza militare americana (e segnatamente dell'amministrazione reaganiana), impegnato in una serie di missioni all'estero, qui i toni sono ben diversi, quasi intimi e psicologici, e si sviluppano all'insegna del disagio dei reduci di una guerra diventata sinonimo di sconfitta e di tragedia nazionale, che hanno vissuto l'inferno sulla propria pelle (memorabile il "crollo" emotivo di Rambo nel finale, quando si rende finalmente conto di essere rimasto l'unico sopravvissuto della sua vecchia squadra) e che al rientro in patria hanno trovato soltanto ostilità, contestazione e antipatia. Anche se Stallone, intervenendo sulla sceneggiatura, ha cercato di accrescere l'empatia del personaggio, in questo primo film Rambo è di fatto un perdente e un emarginato, nonostante le sue incredibili abilità gli permettano di tenere testa da solo contro un numero soverchiante di avversari. Al di là della spettacolarità e della tensione delle scene di combattimento (che comunque non mancano) e di una trama che si incentra sullo scontro fra un tutore dell'ordine deviato (lo sceriffo) e un innocente perseguitato (in fondo non dissimile da pellicole come "Convoy" o "L'imperatore del nord"), il film acquista dunque valore come documento di un disagio di natura sia personale (i "flashback" con i ricordi delle torture e degli orrori vissuti durante la guerra) sia socio-culturale, quando non addirittura politico, specchio e metafora di tutte le contraddizioni dell'America. Dietro le apparenze di un "semplice" film d'azione e d'avventura, dunque, la carne al fuoco è tanta. E Stallone è perfetto nell'equilibrare l'energia e la fragilità nascosta del personaggio. Peccato solo per il finale, che non conclude degnamente la storia ma preserva il protagonista per i successivi sequel (dal maggiore successo di pubblico ma non altrettanto di critica).