27 febbraio 2015

Star Wars Episodio I: La minaccia fantasma (G. Lucas, 1999)

Star Wars Episodio I: La minaccia fantasma
(Star Wars Episode I: The phantom menace)
di George Lucas – USA 1999
con Liam Neeson, Ewan McGregor
*1/2

Rivisto in DVD.

A sedici anni di distanza da "Il ritorno dello Jedi" (e a ventidue dal primo "Guerre stellari", di fatto l'ultimo film che aveva diretto in prima persona), George Lucas torna dietro la macchina da presa per raccontare l'antefatto della sua fortunata saga fantascientifica, con una trilogia di prequel ("Episodio I", "II", "III") che svelano le origini del cattivo Dart Fener (o meglio Darth Vader, visto che le nuove pellicole utilizzano i nomi originali e non quelli modificati nella versione italiana dei vecchi film; ecco perché anche gli androidi si chiamano R2D2 e C3PO, e non C1P8 e D3BO) e la nascita dell'impero galattico: alla fine di "Episodio III", che vedrà la luce sei anni più tardi, il raccordo con le pellicole storiche ma cronologicamente successive – rieditate per l'occasione in home video con l'aggiunta della dicitura "Episodio IV", "V" e "VI" nel titolo – sarà completo, non lasciando più nulla all'immaginazione dello spettatore. E già questo è uno dei motivi che spiegano perché l'operazione, che può dirsi certamente un successo dal punto di vista commerciale (gli incassi sono stati elevati, e non poteva essere altrimenti), lascia più di una perplessita per il risultato artistico. Esplicitando quello che nei tre film storici era solamente sottinteso (la caduta di Darth Vader in preda al lato oscuro, il suo tradimento contro i Jedi e la sua affiliazione con il malvagio imperatore), Lucas comincia a togliere un po' della magia che rendeva speciale l'ambientazione della sua saga e che l'aveva resa un vero e proprio fenomeno culturale. Il resto del danno è procurato da una storia francamente poco interessante, da personaggi la cui caratterizzazione è assai più debole del previsto, da una successione di scene d'azione e di battaglia che non regalano un briciolo di emozione, e anche da accenni di revisionismo su alcuni temi cardini della saga che sono stati male accolti dagli appassionati. Tanta è stata la trepidante attesa per questo film, sin da quando venne annunciato, tanta è stata la delusione (dei fan ma non solo) nel trovarsi di fronte a una pellicola noiosa e poco ispirata, che soltanto a tratti mostra barlumi dell'atmosfera dei primi "Guerre stellari", e che sposa i difetti delle pellicole commerciali rivolte a un pubblico infantile con la pretenziosità di chi prende troppo sul serio la propria creazione.

La consueta sequenza introduttiva (c'è chi diabolicamente ha detto che i primi trenta secondi, con il tema musicale di John Williams e le scritte in sovrimpressione che si allontanano all'orizzonte, costituiscono il momento più emozionante del film) ci presenta una vicenda che ha ben poco di epico o di avventuroso: il senato della Repubblica (l'impero galattico è ancora di là da venire) ha imposto una tassazione sulle rotte commerciali verso i pianeti periferici della galassia; come risposta, la federazione dei mercanti ha deciso di imporre un blocco attorno a uno di questi pianeti, Naboo, nella cui orbita stazionano navi che impediscono ogni passaggio. Due cavalieri Jedi (Qui Gon-Jinn e il suo giovane apprendista Obi Wan-Kenobi) sono inviati come ambasciatori dal cancelliere supremo del Senato per risolvere la situazione; ma i mercanti, segretamente spalleggiati da Darth Sidious (un Sith, ovvero l'equivalente "malvagio" degli Jedi: si tratta fra l'altro del futuro imperatore), tentano di ucciderli. I due Jedi si rifugiano sulla superficie sottostante, dove stringono amicizia con Jar Jar Binks (membro di una razza di alieni anfibi, i Guncan, che condividono il pianeta con i Naboo) e da cui riescono a fuggire portando con sé la regina Amidala. Una sosta di emergenza per riparare l'astronave li conduce sul desertico pianeta Tattoine (quello dove, nel 1977, aveva preso il via l'intera saga!): e qui incontrano il piccolo Anakin Skywalker, un bambino che Qui Gon-Jinn riconosce come il "prescelto", colui che secondo una leggenda è destinato a "riportare l'equilibrio nella Forza". Tanto basta per portarlo con sé, riscattandolo dalla schiavitù, con l'intenzione di sottoporlo all'addestramento per diventare un cavaliere Jedi. Successivamente, visto che il Senato della Repubblica, troppo impelagato nella burocrazia (ma anche per via degli intrighi sotterranei del senatore Palpatine) si dimostra incapace di risolvere la questione del blocco, la regina Amidala decide di tornare su Naboo, accompagnata dai Jedi. Uno scontro quadruplo contro l'esercito dei mercanti (Amidala e le sue guardie del corpo contro i due leader della federazione commerciale, che hanno preso possesso del suo palazzo; Jar Jar Binks e gli altri Guncan contro l'esercito robotico dei mercanti; il piccolo Anakin e il droide R2D2, insieme ad altri piloti stellari, contro l'astronave che controlla i robot dall'orbita; e infine Qui Gon-Jinn – che ci lascia le penne – e Obi Wan-Kenobi contro Darth Maul, l'allievo di Darth Sidious, in un duello all'ultimo sangue con le spade laser) suggella la vittoria dei "buoni". Almeno per ora.

Le note dolenti sono parecchie. Innanzitutto una trama poco interessante e poco fluida, dicevamo, incentrata su tasse mercantili e franchigie commerciali, cavilli burocratici e intrighi politici: altro che avventura, immaginazione e viaggi iperspaziali! Poi, e soprattutto, personaggi senza carisma e attrattiva: con l'eccezione forse di Qui Gon-Jinn (interpretato da un buon Liam Neeson, il migliore del cast), abbiamo un Obi Wan-Kenobi (Ewan McGregor, nel ruolo che Alec Guinnes interpretava da anziano nei film classici) ancora acerbo, ma soprattutto un Anakin Skywalker (Jake Lloyd) che non è altro che un bambino antipatico e saputello, che se non fosse per il senno di poi (sappiamo che diventerà il cattivissimo Darth Vader) sarebbe un personaggio quasi insopportabile nell'economia della pellicola. Il roster degli umani è completato da Padme/Amidala (Natalie Portman), la giovane regina di Naboo che per gran parte del film si fa passare per la propria ancella (la finta regina è interpretata invece da una giovanissima Keira Knightley), e dal senatore Palpatine (Ian McDiarmid, l'unico attore a tornare dalla trilogia classica), ambiguo e opportunista, che sfrutta la crisi per farsi eleggere cancelliere supremo (e che, anche se nel film non viene rivelato, sappiamo essere Darth Sidious, ovvero il futuro imperatore: il titolo "La minaccia fantasma" si riferisce proprio a lui). Ah, e infine c'è Darth Maul (Ray Park): presentato nelle locandine e nel materiale promozionale come il supercattivo di questo episodio, non ha un briciolo di personalità o di carisma, e acquista un po' di spazio soltanto nella battaglia finale: character usa e getta, è da ricordare solo per l'aspetto fisico, con la faccia diabolica dipinta di rosso e nero e la spada laser a due lame. Il resto dei personaggi fondamentali è tutto in computer graphics: i mercanti della federazione (che parlano con un bizzarro accento russo), i Guncan, i vari alieni di Tattoine (fra cui lo schiavista Watto, al cui servizio lavora Anakin, e il pilota Sebulba, che il nostro bimbo sconfigge nella corsa degli sgusci; si intravede anche il buon vecchio Jabba con famiglia), Yoda e altri maestri Jedi (fugacemente intravisti nella scena del consiglio, che introduce anche Mace Windu, interpretato da Samuel L. Jackson), l'esercito robotico dei mercanti, e persino i classici droidi che ben conosciamo (R2D2, a tutti gli effetti compagno di avventura dei nostri eroi, e C3P0, che si rivela essere stato costruito proprio da Anakin; e pazienza se il tutto sembra incoerente o fin troppo conveniente: in fondo si tratta solo di strizzatine d'occhio per i fan).

Anche i precedenti film (soprattutto "Il ritorno dello Jedi") avevano un target infantile, è vero, ma questo non andava a discapito dell'azione, dell'avventura e della coerenza di fondo. Qui abbiamo battaglie asettiche, nelle quali muoiono solo robot (a parte Qui Gon-Jinn e Darth Maul, che però si battono in uno scontro separato da quello principale): non si vede mai cadere a terra né un Guncan né un membro del seguito della regina. Abbiamo un personaggio come Jar Jar Binks (realizzato interamente in CG, sulle movenze dell'attore Ahmed Best) che non ha praticamente alcun ruolo se non quello di spalla comica, e che è stato talmente detestato dai fan e dagli spettatori da meritarsi il titolo di personaggio più odiato dell'intera saga di "Guerre stellari" (e la sua parlata ridicola, un misto di veneto, francese, spagnolo, latino, tedesco, inglese, e chi più ne ha più ne metta, non aiuta di certo): goffo e spilungone come il Pippo della Walt Disney, senza però la sua simpatia, è stato talmente male accolto che Lucas ha dovuto drasticamente ridurre il suo spazio nelle pellicole successive. Tra questi due estremi (personaggi "seri", o meglio noiosi, e personaggi "infantili", entrambi senza spessore psicologico), manca terribilmente una figura come Han Solo, che con la sua personalità e il suo sarcasmo sosteneva gran parte dell'azione della trilogia classica. Qui avrebbe potuto essere sostituito, per esempio, dal giovane Obi Wan-Kenobi, che invece risulta non pervenuto (se non fosse per la scena in cui uccide Darth Maul, il suo ruolo nelle vicende narrate è del tutto superfluo). I difetti del film, peraltro, non finiscono qui. Dobbiamo ancora parlare di alcuni momenti di ridicolo involontario, soprattutto in riferimento ad Anakin: come definire altrimenti la scena in cui la madre del bambino (Pernilla August) afferma candidamente che il piccolo è stato concepito "senza padre"? E come accettare serenamente l'introduzione dei Midichlorian, microrganismi simbiotici, presenti nel sangue, grazie ai quali i Jedi "percepiscono" la Forza? Insomma: per vedere quanto è potente un Jedi, basta fargli un esame del sangue. Un altro modo per togliere la magia e la suggestione che permeavano il concetto originale, dandogli una parvenza di spiegazione scientifica di cui non si sentiva affatto il bisogno (e che, anche in questo caso, sarà progressivamente ignorata nei film successivi).

Lucas ha spesso affermato nelle interviste di avere avuto in mente l'intera saga sin dall'inizio, e di non aver girato i primi tre episodi in passato perché non aveva ancora a disposizione la tecnologia necessaria. Eppure, visto il risultato, c'è da dubitarne. Non pochi hanno pensato che "Episodio I", insieme all'ancora più disastroso "Episodio II" e al prevedibile e meccanico "Episodio III", abbiano fatto più danni che altro alla reputazione della saga e del suo autore, che da "miti" intoccabili sono precipitati nel calderone dei prodotti cinematografici commerciali come tanti altri. Forse, dunque, era meglio non rimetterci mano. Certo, i risultati al botteghino e quelli del merchandising suggeriscono diversamente (e ora, con la franchise rilanciata – anche attraverso cartoni animati e videogiochi – ci attenderanno altri film, a partire da quelli che saranno prodotti dalla Disney, nuova proprietaria dei diritti), ma è indubbio che da "Episodio I" in poi la saga di "Guerre stellari" (o meglio, di "Star Wars", visto che il titolo inglese è stato imposto retrospettivamente a tutti i film per ragioni di marketing) ha perso quell'aura di intoccabile e nostalgica sacralità che aveva mantenuto fino al 1999. Stilisticamente, a parte lo sfoggio di effetti speciali (all'epoca il non plus ultra), c'è poco da segnalare: la regia di Lucas è antiquata e scolastica e non sembra aver fatto passi in avanti rispetto ai vent'anni precedenti. Alcune critiche però sono state ingenerose, come quella di utilizzare ancora trovate vetuste come le "tendine" e le dissolvenze nel passaggio da una scena all'altra: sono elementi iconici della serie, che omaggiano i vecchi serial d'avventura degli anni trenta e quaranta, e in quanto tali sarebbe stato un peccato rinunciarvi. Meno scusabile è la totale assenza di frasi, scene o momenti memorabili, in contrasto con i film della trilogia classica dove abbondavano. L'unica sequenza che rimane impressa è quella della "corsa degli sgusci", che peraltro sembra uscire da un videogioco (e infatti ne è stato tratto proprio un videogame), anche se l'ispirazione cinematografica è quella della corsa delle bighe di "Ben Hur". Fra i set, da segnalare la reggia di Caserta, dove sono state girate tutte le scene ambientate nel palazzo reale di Naboo. Come in passato, numerosi i riferimenti alle culture e filosofie orientali (dal volto dipinto di Amidala, al nome stesso di Qui-Gon Jinn). Cameo di Sofia Coppola nei panni di un'ancella della regina.

25 febbraio 2015

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza (Roy Andersson, 2014)

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza
(En duva satt på en gren och funderade på tillvaron)
di Roy Andersson – Svezia 2014
con Holger Andersson, Nils Westblom
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Il film che ha vinto il Leone d'Oro all'ultima mostra di Venezia è la terza parte di "una trilogia sull'essere un essere umano", come segnala la didascalia introduttiva. Dopo "Canzoni dal secondo piano" e "You, the living", infatti, il regista Andersson ritorna – con il suo stile distintivo, caratterizzato dalla macchina da presa fissa, dall'assenza di primi piani, da inquadrature pittoriche (a metà fra i dipinti fiamminghi e l'iperrealismo di Edward Hopper) e da uno sguardo gelidamente cinico e disincantato (che a volte ricorda i Monty Python, ma senza le loro battute sarcastiche) – a riflettere sulle angoscie e sui problemi dell'umanità, da quelli più quotidiani e triviali (si pensi a tutti i momenti in cui una persona scambia banalità al telefono: "Sono contento di sentire che state tutti bene...") a quelli legati a un passato tragico, da rivivere o da rimuovere (e qui spiccano due sequenze, quella del re Carlo XII che con la sua armata si ferma in un bar prima di partire per la Russia, e quella dello schiavismo, che in qualche modo infrangono l'iperrealismo che domina il resto della pellicola). Insomma, il film tocca la stessa vastità di temi dei due lavori precedenti, ma si mostra anche un filino più programmatico nel voler essere "filosofico" a tutti i costi, a partire dal titolo stesso, abbastanza pretestuoso (e pretenzioso). Fra tante scene e personaggi (occasionalmente introdotti da scritte e titoletti), il filo conduttore è rappresentato da Jonathan e Sam, due tristissimi e depressi venditori di scherzi di carnevale. Uno perennemente burbero e l'altro piagnucolone, affermano di voler "far ridere la gente", ma fanno fatica a interessare qualcuno con la loro mercanzia obsoleta: denti da vampiro ("anche extralunghi"), un sacchetto con risata ("un classico") e la maschera da zio Dentone ("un articolo sui cui puntiamo molto"). Metafore del conformismo, dell'utilitarismo e dell'ipocrisia, che rispecchiano le tre modalità di "incontro con la morte" con cui si apriva la pellicola, simbolo di tre categorie della meschinità umana (rispettivamente la banalità, l'avidità e il cinismo). La sceneggiatura, che spazia libera e senza costrizioni da una scena all'altra, apparentemente scollegate ma che concorrono a costruire una sorta di quadro o di mosaico generale, salta spesso di palo in frasca, viaggia nel tempo e nel passato, mostra situazioni esistenziali dominate dalla fatalità, dalla sfortuna, dall'accettazione del destino, dall'angoscia di vivere (o di morire: si pensi alla canzone che Jonathan ascolta ripetutamente nella sua camera), sfiora temi come la mediazione del denaro nelle relazioni umane (il flashback nella taverna di Lotta la zoppa, la poesia sul piccione senza soldi, in generale il tentativo di Jonathan e Sam di fare affari con i loro gadget), la ciclicità, la percettività e la necessità del tempo (nei discorsi sul mercoledì), il conflitto fra giustizia e utilitarismo ("è giusto utilizzare gli altri per il proprio piacere?"). E occasionalmente vira all'improvviso sul surreale, come nelle suddette scene legate al passato, che fra l'altro ampliano il discorso delle miserie umane dall'individualismo alla collettività: quella del re che va in guerra contro i russi e quella del bizzarro organo musicale che fa riflettere sullo sfruttamento e la schiavitù. Da segnalare ancora una volta l'uso creativo della musica, per esempio con il tema di "John Brown's Body" ("Glory, glory, hallelujah!") utilizzato più volte e in maniera diversa (nella scena della taverna o nel canto dei soldati in marcia). Peccato solo che, anche a causa della struttura a vignette, in generale i personaggi restino delle macchiette, privi di una vera tridimensionalità: lo si riscontra anche nella scena forse più bella, quella già citata della taverna di Lotta, che sembra uscire da un musical. Al termine della trilogia, si può forse dire che il "Piccione" è il minore dei tre film. Ma resta comunque un'esperienza cinematografica unica e interessante.

24 febbraio 2015

You, the living (Roy Andersson, 2007)

You, the living (Du levande)
di Roy Andersson – Svezia 2007
con Jessika Lundberg, Björn Englund
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sette anni dopo "Canzoni dal secondo piano", Andersson prosegue il suo viaggio nella bizzarria e nell'assurdità dell'esistenza umana con un altro film ironico, corale ed episodico, se possibile ancora più surreale del precedente e, all'apparenza, privo di un vero filo conduttore. Stavolta è infatti difficile individuare un personaggio centrale: la pellicola segue diversi uomini e donne nella triste vita di tutti i giorni, che lottano disperatamente contro la solitudine, le angosce e le inquietudini, aggrappandosi a quello che possono: l'amore, la musica, i sogni. Sono protagonisti di vignette e siparietti che lo sguardo disincantato del regista – frutto evidente dei suoi trascorsi da documentarista – ritrae con la consueta camera fissa ("movimentata" appena, in un paio di scene, da alcuni carrelli) e rigorosamente a distanza (i primi piani sono quasi banditi, persino negli occasionali momenti in cui i personaggi parlano direttamente allo spettatore). Quelli che ricorrono di più sono i membri di una piccola jazz e brass band, che osserviamo spesso durante le prove e che di tanto in tanto suonano anche a ritrovi, cerimonie e funerali, e una ragazza dagli stivali fuchsia, Anna, innamorata di un giovane cantante rock: a lei è legata la scena più bella del film, il sogno del loro matrimonio, con la casa che si muove come un treno sui binari mentre i passeggeri sulla banchina si accostano per far loro gli auguri. Il tono onirico è comunque onnipresente, tanto che il film si apre con un uomo che si sveglia da un incubo (in cui sognava i bombardamenti durante la guerra) e si chiude con la "materializzazione" dello stesso evento: tutti rivolgono gli occhi al cielo, e poi assistiamo agli aerei tedeschi che sorvolano Parigi. La pellicola è più "dadaista" e libera di quella precedente, dunque, ma il messaggio non è da sottovalutare: l'evidente ispirazione buñueliana (come ne "Il fantasma della libertà", alcuni episodi fluiscono in altri senza soluzione di continuità: la scena con il barbiere ci conduce a quella della riunione, che a sua volta ci porta al funerale, ecc.) e il consueto approccio quasi pittorico all'inquadratura e alla messa in scena dei personaggi all'interno di veri e propri "quadri" ambientali (che a tratti, oltre a maestri del realismo urbano contemporaneo come Edward Hopper, ricorda i Ciprì e Maresco di "Cinico Tv") sono al servizio di una rappresentazione originale e incisiva delle solitudini e delle inquietudini della vita moderna, focalizzata tanto sulle singole individualità così come sulla collettività.

23 febbraio 2015

Canzoni dal secondo piano (Roy Andersson, 2000)

Canzoni dal secondo piano (Sånger från andra våningen)
di Roy Andersson – Svezia 2000
con Lars Nordh, Stefan Larsson
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Alla fine del millennio, l'umanità è allo sbando. Ossessionate dal lavoro e dai problemi della vita quotidiana, le persone sembrano essersi smarrite in un buco nero esistenziale, dove le sofferenze e la solitudine impediscono non solo ogni comunicazione ma anche una possibile via di fuga attraverso l'amore o la poesia. Mentre gli uomini sono come imprigionati in un enorme ingorgo stradale, dove tutte le automobili procedono lentamente nella stessa direzione, senza una vera meta, i fantasmi del passato cominciano a presentarsi... Venticinque anni dopo il suo ultimo lungometraggio (un periodo durante il quale ha girato per lo più cortometraggi, documentari e spot pubblicitari, il che spiega lo sviluppo e la maturazione di uno stile imperniato su piccole vignette di quotidianità), il regista svedese Roy Andersson torna al cinema con una pellicola surreale e metaforica, cinica e grottesca, a cui ne seguiranno altre sulla stessa falsariga (compreso quel "Piccione" che nel 2014 vincerà il Leone d'Oro al Festival di Venezia). Costituita da una serie di scene girate senza alcun movimento di camera, ci mostra un vasto numero di personaggi – spesso "brutti" e sovrappeso – imprigionati nelle loro squallide e problematiche esistenze. Il protagonista principale, se così possiamo chiamarlo, è Kalle, commerciante di mezza età che ha dato alle fiamme il proprio negozio per intascare i soldi dell'assicurazione. Tormentato dal passato, dai rimpianti e da un figlio impazzito perché diventato poeta, Kalle è alla disperata ricerca di un nuovo business: l'idea di vendere crocifissi per approfittare del Giubileo si rivelerà fallimentare, ma nel frattempo comincerà a parlare con i fantasmi (fra cui quello del suo amico Sven, che prima di suicidarsi gli aveva prestato una forte somma di denaro). Attorno a lui si muovono tanti altri personaggi: impiegati, burocrati, uomini di potere, persone qualunque... Il film si ispira ai versi del poeta modernista peruviano César Vallejo, del quale viene citato più volte una sorta di rilettura/parodia del discorso delle beatitudini: "amandas las personas que se sientan" (beate le persone che si siedono), ripete il figlio di Kalle, Stefan, quando fa visita al fratello Tomas, ricoverato in un istituto. La poesia e l'arte come unica arma per sopravvivere in una società che pensa solo al profitto (e che non esita a sacrificare l'innocenza pur di garantirsi una via di fuga dalla miseria o dalla distruzione), l'amore disinteressato (come quello del Cristo, che "non era il figlio di Dio ma solo una persona gentile", dice uno dei pazienti del manicomio) visto come qualcosa assolutamente fuori posto nel mondo moderno: il tutto incastonato in un racconto a episodi dai toni grotteschi e alienanti, che mostra la follia nella normalità, il surreale nel quotidiano, il triviale nelle disgrazie della vita (grandi e piccole) e nella storia passata (il generale centenario che fa il saluto nazista, lo spettro del giovane impiccato durante la guerra), con uno sguardo disincantato ma anche partecipativo. Un film insolito, straniante, molto più complesso e stratificato di quanto non sembri all'inizio, con echi dei paradossi di Kafka e del surrealismo di Buñuel mescolati al cinico umorismo dei paesi nordici (si pensi a Kaurismäki) e continue metafore sulla condizione umana ("Non è facile essere umani"): si spiegano così il barbone filosofo, gli impiegati in processione con il cilicio, la riunione dei manager con la sfera di cristallo, la tentata fuga all'aeroporto, e naturalmente il sacrificio della bambina. Da segnalare anche l'uso spiazzante della musica (come la scena in cui gli sbadigli delle persone in metropolitana si trasformano in una cantata corale). Gli attori sono in gran parte non professionisti: pare addirittura che Andersson abbia trovato il suo protagonista, Lars Nordh, mentre faceva shopping all'Ikea. Premio speciale della giuria a Cannes.

22 febbraio 2015

Immortals (Tarsem Singh, 2011)

Immortals (id.)
di Tarsem Singh – USA 2011
con Henry Cavill, Freida Pinto
*1/2

Visto in TV.

Il blasfemo re Iperione, adirato contro gli Dei dell'Olimpo, è alla ricerca del leggendario Arco di Epiro, tramite il quale è possibile risvegliare i Titani che giacciono imprigionati sotto il monte Tartaro: e per trovarlo, non esita ad attaccare ogni luogo sacro della Grecia. Ad opporsi a lui è l'eroico Teseo (Henry Cavill), il cui villaggio è stato messo a ferro e fuoco dall'esercito nemico. Sarà aiutato da Phaedra (Freida Pinto), oracolo del santuario sibillino, e dall'occasionale intervento degli stessi Dei, nonostante l'ordine di Zeus di non interessarsi delle vicende dei mortali. Sulla falsariga di "300" (di cui riprende a tratti l'estetica), un guazzabuglio confuso e stilizzato che rilegge il mito greco di Teseo, stravolgendone gli elementi (il Minotauro è soltanto un uomo con la maschera da toro) e spogliandoli di significato, a puri scopi spettacolari. Fenomenale dal lato visivo e fotografico (è la specialità, dopo tutto, del regista Tarsem, che ha dichiarato di essersi ispirato soprattutto ai dipinti di Caravaggio; ma a tratti si colgono persino riferimenti a Paradzanov, come nelle scene dell'oracolo) e affogato in un'abbondanza di scenari e di immagini in CGI, il film soffre invece da quello dei contenuti: e non bastano i toni cupi e violenti ad ammantare la vicenda di spessore. Le divinità dell'Olimpo, giovani e aitanti, sembrano uscire dalla pubblicità di un profumo di Giorgio Armani o Versace, e lo stesso Teseo sfoggia muscoli da culturista (o da... statua greca!). Insomma, sembrano tutti più modelli che attori. Per fortuna nel cast ci sono anche Mickey Rourke (il cattivo re Iperione, manco a dirlo il personaggio più interessante), Luke Evans (Zeus), John Hurt (ancora Zeus, con le sembianze di un vecchio) e Stephen Dorff (il ladro che si allea con Teseo).

20 febbraio 2015

Le catene della colpa (Jacques Tourneur, 1947)

Le catene della colpa (Out of the Past)
di Jacques Tourneur – USA 1947
con Robert Mitchum, Jane Greer
***

Rivisto in divx.

L'ex detective privato Jeff Markham (Mitchum), ritiratosi sotto falso nome a gestire una stazione di servizio in una cittadina di provincia, deve fare i conti con il proprio passato quando viene contattato dal gangster Whit Sterling (Kirk Douglas) che vorrebbe che tornasse a lavorare per lui dopo una "incomprensione" avvenuta tre anni prima. Sterling aveva infatti incaricato Markham di rintracciare la sua fidanzata Kathie Moffat (Jane Greer), scappata con quarantamila dollari; ma una volta trovata la ragazza ad Acapulco, Jeff se ne era innamorato e l'aveva aiutata a fuggire: troppo tardi si era reso conto che la donna era un'infida ingannatrice, pronta a manipolare chiunque per il proprio interesse. Da un romanzo di Geoffrey Homes (alias Daniel Mainwaring), sceneggiato in collaborazione con James M. Cain, un torbido noir dalla trama complessa e che presenta tutte le caratteristiche portanti del genere: contenutistici (il duro dai modi spicci, la donna fatale, il passato che ritorna e che presenta il conto) e strutturali (la narrazione in flashback, la voce fuori campo, la fotografia in bianco e nero contrastata e d'atmosfera). Grande la prova degli interpreti: un Mitchum solido ma fragile (nel contrapporlo a Douglas, la pellicola mette a confronto le due "fossette" più celebri di Hollywood) e una Greer bella e ambigua al punto giusto (che aveva già recitato per Tourneur ne "Il bacio della pantera", stesso film da cui proviene il direttore della fotografia Nicholas Musuraca). Nel cast anche Rhonda Fleming e Paul Valentine. Nella versione italiana sono state tagliate numerose scene con Ann Miller (Virginia Huston), la ragazza "locale" di Jeff, e Jim, l'aiutante dello sceriffo che gliela contende.

18 febbraio 2015

The squaw man (Cecil B. DeMille, 1914)

The squaw man
di Oscar Apfel e Cecil B. DeMille – USA 1914
con Dustin Farnum, Red Wing [Lillian St. Cyr]
**

Visto su YouTube.

Accusato di essersi appropriato di una somma di denaro destinata agli orfani di guerra (in realtà il colpevole è suo cugino Henry, che ha sperperato i soldi alle corse), il gentiluomo inglese Jim Wynnegate è costretto a fuggire negli Stati Uniti d'America. Qui si stabilisce nel West, dove si innamora dell'indiana Nat-u-ritch (che gli ha salvato la vita), la sposa e ha un figlio da lei. Ma quando il cugino, in punto di morte, riabiliterà il suo nome, Jim si troverà combattuto fra il tornare in patria (dove lo attendono agi e ricchezze) e rimanere con la sua nuova famiglia. Il destino deciderà per lui. Da un dramma teatrale di Edwin Milton Royle, un film che ebbe un grande successo di pubblico ma che è passato alla storia per tutta un'altra serie di motivi: innanzitutto è stato il primo lungometraggio girato a Hollywood (fino ad allora, nella sconosciuta cittadina californiana erano stati realizzati soltanto alcuni cortometraggi, primo fra tutti "In old California" di D.W. Griffith nel 1910); in secondo luogo, è da considerarsi il primo film in assoluto della Paramount Pictures (ai tempi chiamata Lasky Feature Play Company), destinata a diventare uno degli studi cinematografici più importanti del mondo; infine, è il film d'esordio del leggendario regista Cecil B. DeMille, qui coadiuvato dal collega Oscar Apfel. In seguito DeMille realizzerà altri due remake della stessa pellicola: un altro muto nel 1918 (andato perduto, con l'eccezione dell'ultima bobina) e una versione sonora nel 1931 (in italiano intitolata "Naturich la moglie indiana"). La narrazione è intensa, con il protagonista che attraversa diversi scenari (dalla Londra iniziale al Texas finale, passando per le scene a bordo della nave o quelle fra la neve; a un certo punto si passa arditamente dal West alle Alpi tirolesi!). Ma regia e montaggio sono ancora a livello elementare (da notare giusto una breve sequenza in split screen), e le inquadrature sono appena ravvivate dall'uso della profondità di campo nelle scene in esterni. Anche la caratterizzazione dei personaggi è alquanto semplicistica; da segnalare però la presenza di indiani buoni, o comunque simpatetici nei confronti dello spettatore: importante fu la scelta di un'attrice nativa americana per il ruolo di Nat-u-ritch, Red Wing alias Lillian St. Cyr (da non confondere con Lily St. Cyr, l'attrice di burlesque degli anni cinquanta!). Dustin Farnum aveva vestito i panni di Jim Wynnegate anche nella versione teatrale a Broadway.

16 febbraio 2015

Sierra Charriba (Sam Peckinpah, 1965)

Sierra Charriba (Major Dundee)
di Sam Peckinpah – USA 1965
con Charlton Heston, Richard Harris
**1/2

Rivisto in DVD.

Per dare la caccia al sanguinario capo indiano Sierra Charriba e alla sua tribù di Apache, responsabili di svariate incursioni e massacri in territorio yankee (nonché della cattura di alcuni bambini bianchi), il maggiore di cavalleria Amos Dundee (Charlton Heston) non esita a sconfinare nel Messico (ai tempi sotto il dominio francese) a capo di una truppa improvvisata, composta – oltre che da alcuni criminali e da un pugno di volontari – da un nutrito gruppo di prigionieri sudisti (siamo infatti nel bel mezzo della guerra di secessione). Questi, guidati dal capitano Tyreen (Richard Harris), un tempo amico di Dundee e ora suo acerrimo rivale, hanno infatti promesso di obbedire ai suoi ordini "fino a quando Charriba non sarà stato catturato o ucciso". Il terzo film di Peckinpah, il primo che poteva contare su un forte budget, doveva essere nelle intenzioni un'epica ad ampio respiro che fonde temi storici, politici e sociali su grande e piccola scala. Ma gli infiniti dissidi con la produzione allontanarono di parecchio il risultato dalla visione originaria del regista. A un certo punto Peckinpah, che spesso si presentava ubriaco sul set, fu minacciato di licenziamento, anche perché pretendeva diversi giorni di lavorazione in più rispetto al previsto: e solo le insistenze di Heston, che aveva molto apprezzato il precedente film di Sam ("Sfida nell'alta sierra") e che giunse addirittura a rinunciare al proprio compenso (un gesto che fece scalpore, senza precedenti a Hollywood), convinsero le alte sfere della Columbia a permettere al regista di portare a termine le riprese. Si vendicarono però in fase di montaggo: la versione predisposta da Peckinpah, di circa 160 minuti, fu ridotta senza il suo consenso dapprima a 136 (eliminando in particolare le scene più cruente e alcune battaglie girate al ralenti, nello stile de "I sette samurai" di Kurosawa) e poi a 123 minuti, tanto che il regista disconobbe il risultato (anche per l'inserimento di una colonna sonora agli antipodi di quella che lui aveva scelto). Per dirne una, nel finale i personaggi dovevano morire tutti. Solo recentemente, per l'edizione in DVD, almeno la versione di 136 minuti è stata restaurata. Nella visione di Sam, che aveva fortemente modificato il mediocre soggetto originale di Harry Julian Fink (in cui il punto di vista centrale era quello del giovane trombettiere Ryan, testimone di tutti gli eventi) aumentando a dismisura le tensioni e le psicosi dei personaggi principali, la pellicola avrebbe dovuto essere una rilettura in chiave western del "Moby Dick" di Melville, con Dundee nei panni del capitano Achab e Sierra Charriba in quelli della balena bianca. La perdita di numerosi raccordi ha però reso il film un po' sbilanciato (oltre a danneggiare l'approfondimento di parecchi personaggi). Fra gli episodi che sono stati mantenuti c'è quello della permanenza dei soldati nel villaggio messicano che hanno liberato dai francesi, dove Dundee e Tyreen si innamorano della donna austriaca interpretata da Senta Berger: un episodio che – come peraltro molti altri elementi – Peckinpah rielaborerà quattro anni più tardi per il suo capolavoro, "Il mucchio selvaggio", per molti versi una versione più cinica e nichilista proprio di "Sierra Charriba". Col senno di poi, oltre a echi del Peckinpah che verrà, si colgono anche anticipazioni di alcuni western leoniani (su tutti "Il buono, il brutto e il cattivo", che sarà girato poco dopo). Il ricco cast comprende anche James Coburn (la guida Samuel Potts), Jim Hutton (l'inesperto tenente artigliere Graham), Michael Anderson Jr. (il trombettiere Ryan), Mario Adorf (il sergente Gomez), Brock Peters (il nero Aesop), Warren Oates (il disertore sudista) e Ben Johnson (il sergente Chillum). Curiosamente il titolo italiano, anziché il nome del protagonista come nella versione originale, utilizza quello della sua preda (che sullo schermo si vede pochissimo, giusto all'inizio e alla fine).

15 febbraio 2015

L'allegra prigione (Ernst Lubitsch, 1917)

L'allegra prigione (Das fidele Gefängnis)
di Ernst Lubitsch – Germania 1917
con Harry Liedtke, Kitty Dewall
**

Visto su YouTube.

Tornato a casa dopo una notte di bagordi, suscitando l'ira della moglie Alice, il giovane e benestante Alex von Reizenstein scopre che dovrà trascorrere una notte in carcere per ubriachezza molesta. Anziché consegnarsi, tuttavia, preferisce fiondarsi all'ennesima festa. Al suo posto finirà in cella un incauto "corteggiatore" della moglie, Egon Storch, che ha la sfortuna di trovarsi in casa loro quando giunge il direttore della prigione. Nel frattempo Alice, in maschera, raggiunge alla festa il marito, che naturalmente non la riconosce e comincia a farle la corte. A complicare ulteriormente le cose, c'è anche la cameriera della coppia, che si presenta al ballo con i vestiti della sua padrona... Vagamente ispirata all'operetta "Die Fledermaus", una divertente farsa con cui Lubitsch e il suo co-sceneggiatore di fiducia Hanns Kräly proseguono nel prendersi gioco di vizi e virtù della borghesia tedesca dell'epoca, e in particolare dei rapporti coniugali, fra mariti fedifraghi e mogli capricciose. Cinematograficamente è da apprezzare il montaggio parallelo fra le vicende della festa (danze scatenate, bagordi e mangiate) e quelle della prigione (dove Storch gioca a carte con i compagni di cella): in queste ultime spicca in un ruolo comico il grande Emil Jannings nei panni del secondino ubriacone. Ossi Oswalda è invece la cameriera.

14 febbraio 2015

Chalet girl (Phil Traill, 2011)

Chalet girl (id.)
di Phil Traill – GB/Austria 2011
con Felicity Jones, Ed Westwick
*1/2

Visto in divx, con Sabrina.

La diciannovenne Kim (Jones), un tempo campionessa inglese di skateboard, ha dovuto rinunciare ai propri sogni dopo la morte della madre, avvenuta due anni prima in un incidente stradale, e ora lavora come commessa in un fast food. Per cambiare, le viene proposto un impiego come "chalet girl" in un comprensorio sciistico austriaco (la pellicola è stata girata a Sankt Anton am Arlberg, in Tirolo). Il suo compito è quello di mantenere in ordine la casa e di servire i proprietari, una ricca famiglia londinese, nei weekend che questi decidono di trascorrere in montagna. Nel tempo libero Kim comincia a praticare lo snowboard: e dopo aver superato paure e incertezze, riuscirà a vincere un'importante gara di abilità, oltre naturalmente a conquistare l'amore di Johnny (Westwick), il ricco rampollo della famiglia per cui lavora. All'apparenza un chick flick romantico e per teenager come tanti, si solleva dalla media del genere per lo studio dei personaggi, per il sarcasmo e l'ironia tipicamente britannici, e soprattutto per l'ambientazione fra le Alpi innevate, che fanno da spettacolare sfondo a tutta la storia. Se aggiungiamo un cast non male (Tamsin Egerton nei panni dell'amica/collega della protagonista, Bill Bailey in quelli del padre, ma soprattutto Bill Nighy e Brooke Shields come i genitori di Johnny), e se per una volta si sceglie di non far caso alla scontata prevedibilità della vicenda, diciamo che ci si può anche accontentare.

13 febbraio 2015

Delitto e castigo (Aki Kaurismäki, 1983)

Crime and Punishment - Delitto e castigo (Rikos ja rangaistus)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1983
con Markku Toikka, Aino Seppo
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Rahikainen, ex studente di legge che ora lavora in una macelleria, uccide a sangue freddo con un colpo di pistola un ricco industriale, responsabile tre anni prima della morte della sua fidanzata in un incidente stradale. La polizia sospetta di lui, ma l'unica testimone che potrebbe comprometterlo, la giovane commessa Eeva, sceglie di non denunciarlo e lo invita invece a consegnarsi spontaneamente alla polizia. Combattuto fra il desiderio di fuggire (si procura persino un passaporto falso) e quello di costituirsi (seminando indizi a proprio sfavore), Rahikainen imbastisce una sorta di sfida psicologica con il commissario Pennanen, che indaga sull'omicidio e che, come in un gioco del gatto con il topo, tenta invece di spingerlo a confessare il delitto. Per il suo primo lungometraggio di finzione, l'allora ventiseienne Kaurismäki si rivolge a Dostoevsky, il cui celebre romanzo viene ambientato nella Finlandia contemporanea. A una narrazione fredda e lucida fanno da contorno battute taglienti ("L'assassino aveva un'aria da folle" - "Questo incrementa il numero dei sospetti") e uno stile già ben riconoscibile, fatto di dialoghi rarefatti e di sguardi profondi su visi per il resto impassibili: perfetto per i temi filosofici sui sensi di colpa e sulla punizione che il testo affronta, anche se corre il rischio di mantenere troppo distante lo spettatore dall'enigmatico protagonista. In un piccolo ruolo (quello dell'amico-collega di Rahikainen) c'è anche Matti Pellonpää, che diventerà un volto ricorrente nel cinema del regista. Sui titoli di testa e di coda, una canzone di Harri Marstio sul tema della "Serenata" di Schubert.

10 febbraio 2015

Birdman (Alejandro González Iñárritu, 2014)

Birdman, o l'imprevedibile virtù dell'ignoranza
(Birdman, or The Unexpected Virtue of Ignorance)
di Alejandro González Iñárritu – USA 2014
con Michael Keaton, Edward Norton
***1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

L'attore Riggan Thomson (Michael Keaton) ha avuto il suo momento di notorietà a Hollywood vent'anni prima, quando aveva interpretato tre film di grande successo nei panni del supereroe Birdman. Da allora la sua carriera non è più andata da nessuna parte. E ora, proprio nel periodo in cui i film di supereroi hanno riacquistato popolarità, cerca di ricostruirsi un'immagine da attore impegnato mettendo in scena a Broadway, anche come regista e sceneggiatore, una piéce tratta dal romanzo di Raymond Carver "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore". Nevrotico, stressato, tormentato da problemi artistici (le prove dello spettacolo sono costellate da incidenti), economici (sta investendo nella produzione tutto quanto possiede, nella disperata speranza di un rilancio), familiari (un matrimonio fallito alle spalle, una giovane figlia ex tossicodipendente con cui ricostruire un rapporto), Riggan è anche perseguitato dalla "voce interiore" di Birdman, con cui dialoga in continuazione quando si trova da solo nel suo camerino, che vorrebbe convincerlo a tornare ai fasti di Hollywood. I temi trattati dalla pellicola – che strutturalmente può sembrare una versione drammatica di "Rumori fuori scena", ma che a tratti ricorda anche "The humbling" di Barry Levinson (proiettato curiosamente nella stessa edizione del festival di Venezia) – sono evidenti: il contrasto fra il cinema commerciale e la sacralità del teatro impegnato (ovvero fra arte "bassa" e arte "alta"), la dissociazione tipica del mestiere di attore (si pensi anche al personaggio interpretato da Edward Norton, che afferma di essere sé stesso, di dire e di ricercare la "verità" soltanto quando si trova sul palcoscenico), lo scarto fra le aspirazioni e la realtà. E spesso sono sottolineati sullo schermo da metafore esplicite (in particolare la figura di Birdman, l'uomo uccello che trascina Riggan in un vero e proprio volo pindarico per le strade di New York). Se durante la visione si può avere la sensazione che il percorso del personaggio non progredisca, o che addirittura manchi la risoluzione del conflitto (solo nel finale, a partire dalla scena in cui Riggan si confronta a muso duro con la critica teatrale del "New York Times" che ha già deciso di stroncare la sua performance, a priori, soltanto perché lui rappresenta "l'ignoranza" di Hollywood, il personaggio sembra fare qualche passo in avanti), in realtà ripensandoci tutta la situazione rispecchia quella dell'impasse artistica in cui si è venuto a trovare: persino per suicidarsi deve fare le prove generali, riuscendoci solo alla fine. La conclusione, con lo sguardo sorridente della figlia rivolto verso il cielo, come se Riggan/Birdman abbia spiccato il volo, non inganni. Dal lato tecnico, l'ambizioso Iñárritu dimostra come al solito grande talento: quasi l'intera pellicola è girata in piano sequenza (i vari raccordi sono digitali), con la macchina da presa che segue i personaggi fra i corridoi del teatro, i camerini, il palcoscenico, sui tetti o in strada (memorabile la scena in cui Riggan attraversa Times Square in mutande: anch'essa fa parte dell'impietosa satira generale sul mondo dello spettacolo, dove si diventa più facilmente celebri per "imprese" come queste che non per il proprio talento). Ma la trovata sembra motivata più dal desiderio di sfoggiare la propria abilità artistica (il che, per certi versi, accomuna il regista con il suo personaggio) che non da reali esigenze narrative. Bravo Keaton, anche se recita una parte che avrebbe permesso di brillare a qualsiasi attore almeno decente. Per lui il ruolo ha connotati quasi autobiografici, visto che vent'anni fa era stato il protagonista dei primi "Batman" di Tim Burton. Il miglior interprete, però, è sicuramente Norton nei panni del collega Mike Shiner. Nel cast anche Zach Galifianakis (il manager/avvocato), Emma Stone (la figlia), Naomi Watts e Andrea Riseborough (le altre attrici), Amy Ryan (la moglie) e Lindsay Duncan (la critica). Interessante la colonna sonora a base di percussioni (più brani di Tchaikovsky, Mahler e Ravel). Candidato a nove premi Oscar, si contenderà probabilmente con "Boyhood" la statuetta per il miglior film.

8 febbraio 2015

Amore e mistero (Alfred Hitchcock, 1936)

Amore e mistero, aka L'agente segreto (Secret Agent)
di Alfred Hitchcock – GB 1936
con John Gielgud, Madeleine Carroll
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Dopo il successo dei precedenti "L'uomo che sapeva troppo" e "Il club dei 39", Hitchcock decise di battere il ferro finch'era caldo e – con la collaborazione del fido sceneggiatore Charles Bennett – confezionò un altro film di spionaggio. Questa volta il protagonista è Brodie, un celebre scrittore che il governo britannico costringe a fingersi morto per diventare un agente segreto. Il suo compito è quello di recarsi in Svizzera, sotto il falso nome di Ashenden, per rintracciare una spia tedesca e ucciderla. Al suo fianco ci saranno Elsa, un'affascinante americana nei panni di sua "moglie", e il "generale", un efficente killer. In una suggestiva località turistica, diversi indizi metteranno i tre su una falsa pista, prima di riuscire a individuare la spia (la cui identità, a uno spettatore smaliziato come quello odierno, è invece fin troppo evidente). Finale pirotecnico sul treno diretto a Costantinopoli. Tratto da alcuni racconti di W. Somerset Maugham, il film non può essere annoverato fra i migliori di Hitchcock: a tratti molto ingenuo, fa salire la suspense solo nel finale. Rispetto ai due lavori immediatamente precedenti, riscosse anche meno successo di pubblico: secondo sir Alfred, il motivo è da far risalire alla difficoltà degli spettatori di immedesimarsi in un personaggio che, patriottismo o meno, ha il compito di eseguire un omicidio a sangue freddo (anche se, nel momento decisivo, tanto Ashenden quanto – soprattutto – Elsa si lasceranno prendere da una crisi di coscienza). A interpretare il protagonista c'è John Gielgud, grande attore di teatro che si dedicherà al cinema in maniera più sistematica soltanto a partire dagli anni sessanta. Madeleine Carroll era stata la coprotagonista del precedente "Il club dei 39", mentre il "generale" è interpretato da Peter Lorre, che ne "L'uomo che sapeva troppo" era invece il capo dei cattivi: qui fa il finto messicano, assassino spietato ma inguaribile donnaiolo, al tempo stesso spalla comica e personaggio inquietante.

6 febbraio 2015

L'amico di famiglia (P. Sorrentino, 2006)

L'amico di famiglia
di Paolo Sorrentino – Italia 2006
con Giacomo Rizzo, Laura Chiatti
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Geremia (Giacomo Rizzo), all'apparenza sarto, è in realtà un piccolo usuraio di quartiere. Nei confronti di chi si rivolge a lui si considera un "benefattore", o addirittura un "amico di famiglia", mostrandosi premuroso ai limiti dell'inquietante ("Il mio ultimo pensiero sarà per voi"). Brutto e complessato, vive con l'anziana madre in un casolare di Latina ("Prima del Duce, qui c'erano solo paludi e zanzare") ma è ossessionato dalla gioventù e dalla bellezza, come quella delle giocatrici di pallavolo che si allenano nel piazzale di fronte alla sua casa. Nel lavoro, comunque, tiene sempre un profilo basso: indaga sulla solvibilità dei suoi "clienti" con l'aiuto dell'amico Gino (Fabrizio Bentivoglio), disilluso vedovo amante della vita country, e non fa mai il passo più lungo della gamba. Fino a quando non incontra Rosalba (Laura Chiatti), giovane sposina il cui padre (Gigi Angelillo) gli chiede un prestito per pagare il matrimonio della figlia, e che si concede a lui pur di sollevare il genitore dai tassi troppo alti. L'ubriacatura di amore e gioventù si rivelerà fatale per Geremia: gli farà perdere la prudenza, e per lui significherà la fine. Il terzo film di Sorrentino, primo senza Toni Servillo, è probabilmente quello che ha ottenuto il minor riscontro della critica. Anche perché giunge quattro anni dopo "L'imbalsamatore" di Garrone, con il quale ha parecchio in comune ma nel cui confronto soffre per diversi motivi. Di fronte a uno stile visivo accattivante e suggestivo (a tratti il regista sembra fare le prove generali per "La grande bellezza", con la sua attenzione alle architetture fasciste – sfondo ideale per l'affresco di un'umanità sopraffatta, malsana, meschina e depressa – e alla decadenza che si accompagna con la vecchiaia, il fallimento e i rimpianti) e a una buona costruzione del personaggio principale, gli sviluppi narrativi lasciano invece qualche perplessità (con diversi elementi che si perdono per strada: la rumena, l'aspirante nobile, il padre dello stesso Geremia, il braccio ingessato...) e soprattutto il finale sembra tirato via. Tanto spazio dedicato alle premesse e poco alle conseguenze: va però ricordato che, dopo l'accoglienza non favorevole al festival di Cannes, il regista ha scelto di eliminare una decina di minuti proprio nel finale, col rischio di non chiudere tutti i fili che aveva intrecciato. Qualche sequenza onirica o simbolica, e un buon uso della musica ambientale ed elettronica (la colonna sonora è di Teho Teardo, impreziosita da brani come "My Lady Story" di Antony and the Johnsons) garantiscono almeno un'eccellente confezione. E a livello di scrittura, sono parecchie le scene non banali e comunque superiori alla media del cinema italiano.

4 febbraio 2015

Un bacio e una pistola (R. Aldrich, 1955)

Un bacio e una pistola (Kiss Me Deadly)
di Robert Aldrich – USA 1955
con Ralph Meeker, Maxine Cooper
***1/2

Rivisto in DVD.

Il detective privato Mike Hammer (Ralph Meeker) si guadagna da vivere organizzando ricatti – con la complicità della sua segretaria/amante Velda (Maxine Cooper) – ai danni di mariti o mogli adulterine. Una sera, Mike soccorre sull'autostrada una donna, Christina (Cloris Leachman), vestita solo con un impermeabile e apparentemente fuggita da un manicomio. Prima che possa portarla fino in città, la macchina su cui i due viaggiano viene bloccata da alcuni gangster che uccidono la donna e gettano l'auto in un dirupo. Scampato alla morte, Hammer decide di indagare sull'accaduto: e indizio dopo indizio, risale fino a individuare i colpevoli, scoprendo che in ballo c'è una valigetta che contiene una sostanza misteriosa e pericolosa. Da un romanzo di Mickey Spillane (uno dei tanti dedicati al personaggio di Mike Hammer, protagonista anche di serie televisive e di fumetti), uno dei più celebri noir degli anni cinquanta e uno dei pochi a trascendere il genere, contaminando i temi gialli e hard boiled con le paranoie dell'era atomica: il "chissaché" cui danno la caccia tutti i personaggi, versione moderna del Falcone maltese o dei MacGuffin di Hitchcock, è infatti qualcosa legato agli esperimenti nucleari (viene citato, fra le altre cose, il "progetto Manhattan"). Alcune scene del film sono entrate nell'immaginario collettivo, e riproposte in tante altre pellicole successive: la valigetta luminosa e dal contenuto incandescente ritornerà in "Pulp Fiction" di Tarantino, mentre la sequenza in cui Gabrielle/Carver (Gaby Rodgers) apre il "Vaso di Pandora" non può non far venire in mente il finale de "I predatori dell'arca perduta" di Spielberg. Al di là degli insoliti toni nichilistici e fantascientifici, il film brilla anche come noir tout court: merito della suggestiva fotografia in bianco e nero di Ernest Laszlo, dell'inquietante colonna sonora di Frank DeVol, delle ardite scelte registiche di Aldrich (come le inquadrature sghembe nel momento in cui Hammer riacquista conoscenza), di una solida sceneggiatura a incastro e della caratterizzazione sopra le righe dei vari personaggi (soprattutto il protagonista, amorale, a tratti sadico e tutt'altro che "buono"). Esordio sullo schermo per la Cooper (incredibilmente sexy nella scena in cui fa ginnastica in casa), la Leachman e la Rodgers. Nel cast anche Wesley Addy (il poliziotto Pat), Nick Dennis (il meccanico Nick, cui potrebbe essersi ispirato Giancarlo Berardi per l'omonimo personaggio del fumetto "Julia"), Albert Dekker (il dottor Soberin) e Paul Stewart (il gangster Evello). Notevolissimi i titoli di testa, che peraltro giungono dopo una prima scena che mostra la disperata corsa notturna di Christina lungo il bordo della strada: accompagnati da una canzone di Nat King Cole ("I'd Rather Have The Blues"), potrebbero aver ispirato la title sequence di "Guerre stellari".

3 febbraio 2015

I fiori della guerra (Zhang Yimou, 2011)

I fiori della guerra (Jinling shisan chai)
di Zhang Yimou – Cina 2011
con Christian Bale, Ni Ni
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

1937: dopo la battaglia di Nanchino, la città cade in mano all'esercito giapponese. Un gruppo di studentesse adolescenti trova rifugio in una chiesa cattolica abbandonata. Qui saranno protette da un becchino americano (Bale), che si è travestito da prete, e da alcune prostitute che sceglieranno di farsi passare per loro pur di salvarle dagli stupri da parte dei soldati invasori. Da un racconto di Yan Geling (a sua volta ispirato ai veri diari di Minnie Vautrin, missionaria statunitense che protesse numerosi rifugiati durante il massacro di Nanchino), un film ambizioso e ad ampio respiro che da un lato denuncia le atrocità dell'esercito invasore (memorabile la scena, girata interamente in un piano sequenza, delle due prostitute che vengono catturate mentre tentano di recuperare i loro effetti personali nel bordello) e dall'altro celebra l'altruismo e il coraggio di eroi del tutto inaspettati: l'occidentale imboscato e ubriaco che si prende a cura in modo quasi paterno la sorte delle studentesse, e naturalmente le prostitute che si redimono sacrificandosi per le ragazzine (il tema, metaforico, è quello della "potente azione salvifica ed espiatoria del peccato che entra in chiesa e ne esce sacrificandosi per l'innocenza"). Buona – anche se a tratti scolastica – la regia di Zhang, eccellente la ricostruzione storica: ma la versione italiana appiattisce il tutto, doppiando come al solito in un unica lingua i vari idiomi (mandarino, giapponese, inglese) parlati dai differenti personaggi. Forse un po' troppo lungo, anche se la durata è necessaria per costruire il contesto dentro il quale si svilupperà la vicenda.

2 febbraio 2015

Nerone, o la caduta di Roma (Luigi Maggi, 1909)

Nerone, o la caduta di Roma
di Luigi Maggi [e Arturo Ambrosio] – Italia 1909
con Alberto Capozzi, Lydia De Roberti
*1/2

Visto su YouTube.

Infatuato di Poppea, l'imperatore Nerone ripudia la moglie Ottavia e, su istigazione dell'amante, la condanna a morte. Quando la popolazione di Roma si rivolta contro di lui, per ritorsione farà bruciare la città, prima di impazzire e di morire durante la fuga. Nel filone delle pellicole epico-storiche inaugurato l'anno prima dal grande successo (anche internazionale) de "Gli ultimi giorni di Pompei", girato (come questo) da Luigi Maggi – anche interprete nel ruolo dell'attendente dell'imperatore – per la torinese Ambrosio Film, questo "Nerone" ha ormai un interesse puramente storico. In effetti, si fa fatica anche a considerarlo cinema: mancano tutti i rudimenti del linguaggio cinematografico (la sceneggiatura, il montaggio, persino la fotografia o le luci) e si punta solo su costumi, scenografie (nemmeno eccezionali) e coreografie. Inframmezzate da cartelli che annunciano la scena successiva, le varie sequenze mostrano attori in toga che si sbracciano e fingono di parlare fra loro davanti a fondali dipinti come a teatro. L'unica scena degna di nota, con tanto di effetto ottico, è quella nel finale che mostra Nerone in preda al panico e alle allucinazioni. Livello bassino, dunque: ma qui si pongono le basi per la crescita del cinema italiano che nel giro di pochi anni, con i lavori di Enrico Guazzoni e Giovanni Pastrone, si affrancherà dal modello francese e dominerà la prima metà degli anni dieci (raggiungendo il vertice con lo spettacolare "Cabiria" nel 1914). Poi arriverà Griffith e sarà un'altra storia.

30 gennaio 2015

The Blues Brothers (John Landis, 1980)

The Blues Brothers (id.)
di John Landis – USA 1980
con John Belushi, Dan Aykroyd
****

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele ed Alessandro.

I fratelli Elwood e Jake "Joliet" Blues (quest'ultimo appena uscito di prigione dopo tre anni), interpretati rispettivamente da Dan Aykroyd e John Belushi, decidono di rimettere insieme il loro vecchio gruppo musicale ("La bbanda!") per raggranellare il denaro necessario a salvare l'orfanotrofio cattolico in cui sono cresciuti da un forte debito con il fisco ("Siamo in missione per conto di Dio", affermano, riferendosi al fatto che l'ispirazione a buttarsi nell'impresa gli è giunta durante una funzione religiosa, sia pur non del tutto ortodossa). I due dovranno rintracciare gli altri membri del gruppo e convincerli a rimettersi insieme (e non sarà facile, visto che ora "hanno tutti lavori rispettabili"), procurarsi gli strumenti, un contratto e un locale sufficientemente grande, attirare un pubblico cospicuo e infine, dopo il concerto, portare il denaro all'ufficio delle tasse della contea entro la scadenza fissata, evitando al contempo non solo tutta la polizia dell'Illinois che dà loro la caccia (per tutta una serie di infrazioni al codice stradale) ma anche altri ostacoli di varia natura. Uno dei capolavori del cinema comico-musicale di tutti i tempi, con una colonna sonora eccezionale (che può contare su una lista di guest star di prim'ordine) e una sequenza ininterrotta di scene esilaranti, da vedere e rivedere infinite volte con immutato godimento: degno testamento cinematografico di John Belushi, scomparso purtroppo due anni più tardi. E dire che alla sua prima uscita, soprattutto in patria, il film non fu accolto benissimo dalla critica, forse per via della comicità percepita come "bassa" e demenziale (figlia dello show televisivo "Saturday Night Fever", da cui provenivano i due protagonisti nonché diversi comprimari): soltanto con il passare del tempo la pellicola ha acquisito l'attuale status di cult movie, trasformando fra le altre cose i suoi protagonisti (vestiti interamente di nero, con tanto di occhiali scuri che indossano anche di notte e persino quando dormono!) in due delle icone più riconoscibili del cinema.

La band dei Blues Brothers era nata proprio in uno sketch realizzato da Aykroyd e Belushi per lo show televisivo, nel 1978, e da allora si era esibita realmente in diversi occasioni, incidendo anche un album (la vita della band proseguirà poi in seguito, anche senza i due leader, fra concerti, dischi ed esibizioni di vario genere). Alle voci di Belushi e Aykroyd (quest'ultimo anche all'armonica) si aggiungono i vari strumentisti: Matt "Guitar" Murphy, Steve "The Colonel" Cropper, Donald "Duck" Dunn, Murphy "Murph" Dunne, Willie "Too Big" Hall, Tom "Bones" Malone, Lou "Blue" Marini e Alan "Mr. Fabulous" Rubin. Memorabili le sequenze in cui tutti questi vengono "riarruolati" dai due fratelli: Murph e la sezione ritmica mentre si esibiscono in scialbe cover di canzoni italiane ("Quando quando quando"), Fabulous mentre è maître in un sofisticato ristorante francese (in una scena che ricorda quella analoga con Bud Spencer e Terence Hill in "Continuavano a chiamarlo Trinità"), e infine il chitarrista Matt Murphy e il sassofonista Lou Marini nella tavola calda gestita dalla moglie del primo dei due (Aretha Franklin), riluttante a lasciarli andare. A proposito della Franklin: il suo brano "Think!" è solo uno dei tanti momenti in cui grandi nomi della musica soul e rhythm and blues apportano il proprio contributo all'esaltante colonna sonora: ci sono anche Ray Charles (nei panni del venditore di strumenti musicali) con "Shake Your Tailfeather", James Brown (nel ruolo di un insolito reverendo) con "The Old Landmark", John Lee Hooker ("Boom Boom") e Cab Calloway ("Minnie the moocher"). Quanto ai Blues Brothers veri e propri, nel corso del film si esibiscono in classici come "Gimme Some Lovin'", "Everybody Needs Somebody to Love" (la loro canzone più famosa), "Sweet Home Chicago", "Jailhouse Rock" (nel finale, in prigione), nonché – nel locale country – il tema della serie tv "Rawhide" (quella che lanciò un giovane Clint Eastwood) e "Stand by Your Man". Extradiegeticamente parlando, la ricchissima e trascinante colonna sonora è infine completata da canzoni come "She Caught the Katy" (di fatto l'incipit del film) e da brani strumentali come il "Peter Gunn theme" di Henry Mancini o "Can't Turn You Loose".

Se dal lato musicale la pellicola è senza pari, da quello comico e cinematografico non è certo da meno. Landis (che a causa di difficoltà varie superò di parecchio il budget previsto) trasforma la scalcinata vicenda (basata su una sceneggiatura scritta da Aykroyd e rimaneggiata poi dallo stesso regista) in una vera epopea: innanzitutto frapponendo fra i suoi eroi e il loro obiettivo una serie davvero esagerata di ostacoli, in un crescendo irresistibile che nelle scene finali raggiunge vette di tale implausibilità (i due sono inseguiti letteralmente da un esercito di auto della polizia, militari, truppe speciali di ogni genere) da rendere assolutamente indispensabile la sospensione dell'incredulità. Non che nelle scene precedenti ci fosse il rischio di scambiare le loro vicissitudini per "realistiche": che si trattasse di saltare da un estremo all'altro di un ponte mobile mentre è aperto, di sfasciare un centro commerciale durante un inseguimento in macchina, o di sopravvivere ad attentati di varia natura (missili terra-aria che distruggono il loro albergo, lanciafiamme che fanno saltare in aria la cabina telefonica in cui si trovano, e così via). Le leggi della fisica non sembrano avere valore per i due fratelli o per la loro "bluesmobile" (una Dodge Monaco del 1974, truccatissima e usata in precedenza dalla polizia locale), così come per altri personaggi (la "Pinguina", ovvero la suora a capo dell'orfanotrofio, le cui porte si aprono e chiudono magicamente, senza bisogno di toccarle), come se ci trovassimo in un cartone animato (la scena in cui un auto precipita da un'altezza stratosferca, scavando un buco nell'asfalto, sembra provenire direttamente da un cartoon di Wile E. Coyote!). E naturalmente in tutto questo i due protagonisti si pongono poche domande e vanno dritti alla meta, quasi indifferenti a coloro che si frappongono sul loro cammino. Fra questi: i membri del partito nazista dell'Illinois, che vogliono vendicarsi di un'umiliazione ("Io li odio, i nazisti dell'Illinois", commenta Jake); il gruppo country "The Good Ole Boys", ai quali hanno soffiato un contratto; una misteriosa ragazza (interpretata da Carrie Fischer, la principessa Leila di "Guerre Stellari", all'epoca fidanzata con Dan Aykroyd) che organizza attentati su attentati contro di loro, e solo nel finale si scoprirà il perché. A lei è legata la scena forse più celebre e divertente del film (per quanto sia difficile individuarne una sola, in un lungometraggio così ricco di momenti esilaranti), quella in cui Jake si scusa così: "Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione!! Le cavallette!! Non è stata colpa mia!!!".

L'inseguimento finale della polizia alla bluesmobile (nel corso del quale vengono distrutte un numero elevatissimo di vetture: all'epoca il film deteneva il record di "maggior numero di auto distrutte in una sola pellicola", prima di essere superato nel 1998 dal suo stesso sequel, "Blues Brothers 2000") è solo il vertice spettacolare di un lungometraggio di cui non si contano i momenti comici e le battute da citare ma pure le trovate registiche (a partire dall'inquadratura del sole che sorge attraverso il cancello della prigione, quando Jake esce). Dietro le risate, la musica e il divertimento, comunque, si toccano tanti temi sociali e impegnati: l'urbanizzazione con i relativi effetti della crisi economica (la prima inquadratura è quella della zona industriale di Chicago, fra fabbriche, ciminiere e zone disagiate), la religione, la società multirazziale (l'universo dei Blues Brothers – viste anche le loro radici musicali – è abitato in gran parte da neri; e non a caso fra i nemici ci sono nazisti e poliziotti), l'intolleranza (anche culturale: vedi i pregiudizi della comunità country contro il blues e il soul), la prepotenza della legge (che come sempre si scatena contro i più deboli). Nel cast anche John Candy (il paffuto comandante della polizia, da ricordare per battute come "Un'aranciata? Un'aranciata? Tre aranciate!" o "Siamo a cavallo!"), la modella Twiggy (la donna che Elwood corteggia alla pompa di benzina), Charles Napier (il leader dei Good Ole Boys) e Henry Gibson (il capo dei nazisti dell'Illinois). Fra i cameo sono da ricordare quelli dei registi Frank Oz (l'addetto del carcere che restituisce a Jake i suoi effetti personali: "Un profilattico non usato... Uno usato..."), Steven Spielberg (l'impiegato dell'ufficio delle imposte) e lo stesso Landis (il poliziotto che, alla testa dell'esercito, chiede informazioni alla guardia del grattacielo). L'enorme successo arriso alla pellicola nel corso degli anni successivi, anche in seguito alla morte di John Belushi (che durante le riprese, almeno così si dice, nascondeva dietro gli occhiali neri i segni del consumo di droga e di alcol), ha portato quasi vent'anni dopo – come già accennato – alla realizzazione di un sequel, sempre per opera di Landis e Aykroyd e con John Goodman al posto di Belushi: di buona qualità tecnica, certo, ma senza l'anima e lo spirito che fanno di questo film uno dei massimi capolavori del cinema comico americano.

28 gennaio 2015

The imitation game (Morten Tyldum, 2014)

The imitation game (id.)
di Morten Tyldum – GB/USA 2014
con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley
**

Visto al cinema Eliseo, con Paola e Marta.

Biopic su Alan Turing, genio della matematica e della crittografia, nonché inventore e pioniere del calcolo elettronico, delle intelligenze artificiali e dei computer. Gran parte della pellicola si sofferma sul suo lavoro durante la seconda guerra mondiale, in un centro di ricerca segreto, allo scopo di decrittare i codici della macchina "Enigma" con cui i tedeschi cifravano tutte le loro comunicazioni. In alternanza, qualche flashback sugli anni della sua gioventù (in cui scopre di essere gay) e qualche flashforward sui primi anni cinquanta (quando, in seguito a una rapina in casa sua, la sua omosessualità viene alla luce e il governo lo costringe a una terapia ormonale, a seguito della quale si suiciderà). La sua morte, tuttavia, è narrata fuori scena, con una didascalia: ed è un peccato, visto che le circostanze bizzarre ed iconiche dell'evento (Turing mangiò una mela avvelenata: e proprio da questo "simbolo della conoscenza" morsicato nacque poi il logo della Apple) avrebbero aggiunto strati e riferimenti simbolici a quella che, così narrata, rimane soltanto una storia di spionaggio, sia pure avvincente e – soprattutto – reale. Adattato da una biografia di Turing scritta da Andrew Hodges, il film offre francamente poco dal punto di vista puramente cinematografico: oltre alla sceneggiatura (a lungo rimasta nel limbo, in attesa di un interessamento delle case di produzione) e alla recitazione degli attori c'è ben poco. E soprattutto, a parte il personaggio di Turing stesso (introverso, arrogante, antisociale, privo di sense of humour, quasi una sorta di Sheldon Cooper), tutto il resto – compresi i character che lo affiancano, interpretati fra gli altri da Keira Knightley, Matthew Goode e Mark Strong – è accessorio e fondamentalmente inutile, al punto che la rimozione di tali personaggi dal film (o la loro sostituzione con figure di origine o caratteristiche completamente diverse) non danneggerebbe in alcun modo la storia raccontata. Un difetto, ahimè, di parecchi film britannici di ambito storico-biografico (come "Il discorso del re", qui citato in apertura quando si odono proprio le parole che Giorgio VI pronunciava alla radio in quell'occasione): non spaziano al di là del loro monotematico argomento. In questo caso particolare, sarebbe stato francamente preferibile dedicare maggior spazio ai tormenti cui Turing fu sottoposto negli anni cinquanta, che invece sullo schermo scivolano via in un attimo. Nonostante i limiti e le eccessive semplificazioni, tuttavia, a tratti la pellicola riesce ad emozionare, soprattutto nel finale quando comprendiamo l'importanza che il ricordo del primo amico dello scienziato, il compagno di scuola Christopher, ha avuto nel prosieguo del suo lavoro, nonché il vero messaggio del film: l'elogio della diversità. Il titolo si riferisce naturalmente al celebre "test di Turing", quello che si propone di distinguere fra un essere umano e un'intelligenza artificiale: peccato che l'argomento abbia ben poco a che vedere con gli esperimenti di decrittazione tramite computer che occupano quasi la totalità della pellicola.

26 gennaio 2015

I'm a cyborg, but that's OK (Park Chan-wook, 2006)

I'm a cyborg, but that's OK (Saibogujiman kwenchana)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2006
con Im Soo-jung, Rain [Jung Hi-hoon]
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Young-goon, rinchiusa in un istituto di igiene mentale dopo aver tentato il suicidio, è convinta di essere un cyborg e di avere l'incarico di uccidere tutti i "camici bianchi" (ovvero i medici) perché anni prima avevano portato via sua nonna, cui era tanto affezionata e che a sua volta mostrava segni di pazzia. In manicomio chiederà l'aiuto di un altro ricoverato, il ladruncolo Il-soon, affinché le sottragga la compassione che le impedisce di portare a termine il proprio compito. Fra i due scatterà l'amore, e Il-soon si darà da fare per spingere la ragazza (convinta che il cibo normale possa danneggiare il proprio corpo cibernetico) a nutrirsi, fingendo di innestarle nel corpo un convertitore di riso in energia. Dopo la "trilogia della vendetta", Park realizza una pellicola bizzarra e surreale, a suo modo romantica, che privilegia il punto di vista di personaggi eccentrici e schizofrenici. Sontuoso come sempre nella regia e nella messa in scena (dagli interessanti titoli di testa, alle sequenze che mostrano le fantasie dei vari degenti dell'istituto come se fossero reali), si trascina forse un po' stancamente nella parte centrale, per risollevarsi in un finale in fondo pieno di speranza e ottimismo (con tanto di arcobaleno alla fine della tempesta). A tratti esuberante e umoristico nel presentare le varie ossessioni e illusioni dei personaggi ricoverati nell'istituto, nonostante alcune sfumature inquietanti il film ha toni nel complesso leggeri: non c'è traccia della drammaticità o della denuncia di pellicole come "Qualcuno volò sul nido del cuculo" o "Ragazze interrotte"; siamo semmai dalle parti della folle poesia di "Big fish", del surrealismo di Michel Gondry o di certi film dell'estremo oriente che fondono temi esistenziali con l'assurdità del mondo che circonda i personaggi (e che qui li permea anche dall'interno). L'ironia e la leggerezza con cui viene raccontata la loro storia finiscono col farci affezionare ai personaggi e alle loro ingenue ossessioni, tanto che alla fine pare del tutto coerente e naturale poter raggiungere la felicità attraverso la follia e l'immaginazione.

24 gennaio 2015

Il postino suona sempre due volte (Tay Garnett, 1946)

Il postino suona sempre due volte (The Postman Always Rings Twice)
di Tay Garnett – USA 1946
con John Garfield, Lana Turner
***

Visto in divx.

Da un romanzo di James M. Cain (lo stesso che tre anni prima era stato alla base di "Ossessione" di Visconti), uno dei più celebri noir degli anni quaranta. Garfield è Frank Chambers, autostoppista irrequieto e giramondo, che viene assunto per lavorare presso un locale (tavola calda e stazione di servizio lungo la strada) gestito da Nick (Cecil Kellaway) e Cora Smith (una Turner forse nel suo ruolo più celebre). Lei, giovane e bella, sposata con un marito più anziano di lei e che non ama, fa ben presto perdere la testa a Frank: e insieme i due progettano di uccidere Nick, mascherando l'omicidio come un incidente. Ma il procuratore distrettuale sospetta di loro e fa in modo di metterli l'uno contro l'altro: anche se riescono a evitare la prigione, grazie ai maneggi di un astuto avvocato, i due sono costretti a una convivenza piena di tensioni, dubbi e rancori, incatenati l'uno all'altra da un rapporto di amore/odio che, unito ai sensi di colpa per l'omicidio commesso, non li lascerà per un attimo. Il titolo, spiegato nel finale, si riferisce al destino al quale non si può sfuggire, e alle conseguenze delle proprie azioni, che prima o poi bisogna pagare. I due sono personaggi reali e patetici, non veramente cattivi ma naturalmente nemmeno buoni: al di là del bene e del male, riflettono nel migliore dei modi le inquietudini e le contraddizioni di un'America che, dopo la seconda guerra mondiale, era ormai priva di ideali e di linee guida (il "sogno americano" era ormai tramontato da più di un decennio). Produttivamente parlando, la pellicola ebbe una lunga gestazione: appena dopo l'uscita del romanzo, nel 1934, a Hollywood entrò infatti in vigore il codice Hays di autocensura, che fece desistere i produttori dal realizzare una storia così incentrata su temi quali l'adulterio e l'omicidio. L'uscita, nel 1945, de "La fiamma del peccato" di Billy Wilder (con cui ha diversi spunti in comune, a partire dalla femme fatale che chiede a un uomo di uccidere il proprio marito) convinse infine la MGM che era giunto il momento per un adattamento del libro. Hume Cronyn è l'avvocato Keats, Leon Ames il procuratore Sackett. Nel cast anche Audrey Totter (la ragazza con cui Frank trascorre alcuni giorni in Messico) e Alan Reed (l'aiutante di Keats). Remake a colori nel 1981, con Jack Nicholson e Jessica Lange.

22 gennaio 2015

School of Rock (Richard Linklater, 2003)

School of Rock (id.)
di Richard Linklater – USA 2003
con Jack Black, Joan Cusack
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Dewey (Black), rockettaro fallito, per rimediare qualche soldo si sostituisce all'amico Ned (Mike White, anche sceneggiatore del film) e si fa assumere come supplente di una classe in una prestigiosa scuola elementare privata. Qui, resosi conto del talento dei piccoli alunni, li spinge a creare una rock band – all'insaputa di preside (Cusack), genitori e altri insegnanti – e li iscrive alla "guerra delle bande", competizione cittadina fra gruppi rock con un ricco premio in denaro. Scatenata commedia scritta e costruita su misura per l'estroso Jack Black, affiancato da una serie di sorprendenti piccoli attori (alcuni dei quali, come Miranda Cosgrove, che intepreta la capoclasse – e band manager – Summer, faranno carriera). Per una volta il regista Linklater mette da parte le velleità autoriali e si pone al servizio di una pellicola commerciale sì, ma con un certo appeal underground e fuori dagli schemi. Lasciando da parte la verosimiglianza e il lieto fine, il film funziona come una sorta di "Attimo fuggente" paradossale e ribelle, con un professore egocentrico, imbroglione e monomaniaco che pure riesce a stimolare e a tirar fuori la creatività, l'autostima e lo spirito anticonformista dai propri alunni. Che questi abbiano solo dieci anni, aggiunge divertimento e (stranamente) non appiattisce il target: non siamo dalle parti di pellicole per bambini come quelle con Macaulay Culkin, per fortuna. Innumerevoli i gruppi citati e le canzoni celebri presenti nella colonna sonora, dai Led Zeppelin (è uno dei rari casi in cui hanno concesso il permesso di usare un loro brano in un film) ai Pink Floyd, dagli AC/DC (di cui i bambini interpretano "It's a Long Way to the Top (If You Wanna Rock 'n' Roll)") ai Ramones. Esilarante e indovinata la tagline dei manifesti del film: "We don't need no education".

21 gennaio 2015

Battleship (Peter Berg, 2012)

Battleship (id.)
di Peter Berg – USA 2012
con Taylor Kitsch, Tadanobu Asano
*1/2

Visto in TV.

Mentre una flotta congiunta di navi militari (americane e giapponesi, fra le altre) sta effettuando un'esercitazione al largo delle isole Hawaii, nella zona ammarano alcune astronavi aliene che intendono invadere la Terra. Inevitabile che scoppi una guerra senza esclusione di colpi. Nella vena fracassona e belligerante di "Independence Day" e "Transformers", un film che si ispira nientemeno che a... Battaglia Navale (sì, proprio il gioco da tavolo, quello con la griglia e i vari "C3, mancato", "D5, affondato"!). Gli sceneggiatori avranno fatto i salti mortali per inventarsi una trama che giustificasse, sia pure in misura minima, il meccanismo del gioco: e tutto sommato non me la sento di dire che abbiano fatto un cattivo lavoro. Se la caratterizzazione dei personaggi è risibile e dei buchi logici o scientifici nella trama è meglio non parlarne nemmeno, è anche vero che l'improbabile setting sci-fi (fra ufo rotanti, lucertoloni umanoidi in armatura, botti ed esplosioni) contribuisce, con la necessaria sospensione dell'incredulità, a derubricare il tutto al livello del puro intrattenimento, senza secondi fini o messaggi nascosti. O meglio, il messaggio politico se vogliamo c'è, e rappresenta il solito approccio americano nei rapporti con il resto del mondo: mandiamo avanti i marines, e che sparino a tutto quello che si muove! Nel comparto attoriale, a fianco del poco interessante protagonista Taylor Kitsch (l'indisciplinato e giovane tenente che si ritrova al comando della flotta nel momento sbagliato) troviamo il collaudato Tadanobu Asano (il suo "rivale" giapponese), alcuni volti noti nei ruoli di supporto (Alexander Skarsgård, Liam Neeson) e soprattutto la modella Brooklyn Decker (che da sola giustifica la visione del film) e la cantante Rihanna (all'esordio come attrice). Gregory D. Gadson, che interpreta il soldato con le gambe amputate, è un vero veterano dell'esercito americano. Una pellicola che non passerà alla storia, ma che in fondo non si prende sul serio e non promette più di quello che poi effettivamente offre.

20 gennaio 2015

Prestami la tua mano (Eric Lartigau, 2006)

Prestami la tua mano (Prête-moi ta main)
di Eric Lartigau – Francia 2006
con Alain Chabat, Charlotte Gainsbourg
**

Visto in divx, con Sabrina.

Unico maschio di una famiglia tutta al femminile, il quarantatreenne Luis (Alain Chabat), ideatore di profumi, è stressato dalla madre (Bernadette Lafont) e dalle cinque sorelle affinché si decida a prendere moglie. Per metterle a tacere una volta per tutte, decide di organizzare un finto fidanzamento con Emma (Charlotte Gainsbourg), sorella di un collega di lavoro: nelle intenzioni la donna dovrà abbandonarlo davanti all'altare, ma naturalmente la finzione non reggerà e i due finiranno con l'innamorarsi davvero... Un canovaccio che ricorda tanti altri film del genere (da "Green Card" a "Il banchetto di nozze"), ravvivato da due intepreti sopra le righe – il comico dei "Les Nuls" e la musa di Lars von Trier – che formano una coppia insolita ma affiatata. Proprio il comparto attoriale è la ragione per cui ho deciso di vedere il film, nonché l'unico reale motivo di interesse. Divertenti comunque le scene in cui Emma, alternativamente a seconda dei momenti, deve cercare di ingraziarsi oppure di alienarsi i favori della famiglia di Luis.

17 gennaio 2015

Exodus – Dei e re (Ridley Scott, 2014)

Exodus - Dei e re (Exodus: Gods and Kings)
di Ridley Scott – USA 2014
con Christian Bale, Joel Edgerton
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Il filone del kolossal biblico, che sembrava tramontato dopo il periodo d'oro degli anni cinquanta, pare essere tornato in auge a Hollywood. A differenza del "Noah" di Darren Aronofsky, uscito pochi mesi prima, questo "Exodus" di Ridley Scott (che torna a calcare la strada del peplum-storico dopo i fasti de "Il gladiatore") sceglie però un approccio meno fantasy e assai più realistico, lasciando in secondo piano (per quanto è possibile) l'elemento soprannaturale e concentrandosi sulla coerenza interna e la verosimiglianza storica (libertà artistiche a parte, ovviamente). Certo, il soggetto resta quello dell'Esodo, il libro della Bibbia che racconta della fuga degli schiavi ebrei dall'Egitto, guidati da Mosé: ma la sceneggiatura rinuncia a una lettura pedissequa del testo sacro, e più che sul popolo ebraico si concentra (in un certo senso anche tradendo il titolo) sulla figura di Mosé stesso, ritratto come un uomo pieno di contraddizioni (è al tempo stesso un energico eroe d'azione e un pacifista; un miscredente e un devoto; un padre di famiglia e un avventuriero). Figlio adottivo del faraone Seti, si vede mandato in esilio quando sul trono sale Ramses, che nel frattempo è venuto a conoscenza della sua origine ebrea. L'incontro con Dio sul monte Sinai lo spingerà a mettersi alla testa del suo popolo, a liberarlo dalle catene e a condurlo fino alla terra di Canaan. Se non manca quasi nulla del racconto biblico tradizionale (le dieci piaghe d'Egitto, le acque del Mar Rosso che si aprono, per finire con la dettatura dei dieci comandamenti), per ogni intervento soprannaturale è però suggerita una spiegazione – per quanto eccezionale o improbabile – anche perfettamente naturale: i dialoghi di Mosè con Dio (che gli appare sotto forma di un bambino) come il frutto di una botta in testa (!); le piaghe come rari eventi catastrofici ambientali; l'apertura del Mar Rosso come conseguenza delle forze della natura; e così via. La teologia è del tutto assente, e lo spazio alla dimensione simbolico-religiosa è molto sacrificato: ma forse è meglio questo approccio (che peraltro consente di superare alcune ingenuità dei vecchi film di Cecil B. De Mille) che non il kitsch del suddetto "Noah". In ogni caso lo spettacolo è garantito, e Scott e lo sceneggiatore Steven Zaillian riescono a tenere desta l'attenzione dello spettatore con sequenze (su tutte quelle delle piaghe d'Egitto) non prive di tensione ed emozione. Pensavo decisamente peggio. Anche il rischio di una lettura all'insegna dell'integralismo religioso è prudentemente evitato (Mosé si trova talvolta in disaccordo con Dio, mentre il bene e il male non vengono divisi nettamente in due parti): il che non ha impedito – anzi, forse ne è stato la causa – che il film venisse messo al bando in diversi paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Bale svetta nel cast, Edgerton è un Ramses con luci e ombre, mentre in ruoli minori si riconoscono John Turturro, Sigourney Weaver, Ben Kingsley, Aaron Paul e Golshifteh Farahani. Il film è dedicato da Ridley "a mio fratello, Tony Scott", suicidatosi nel 2012: e forse non a caso mi è parso il più "sentito" (o, se vogliamo, il meno svogliato) fra gli ultimi lavori del regista.

15 gennaio 2015

L'amore bugiardo (David Fincher, 2014)

L'amore bugiardo - Gone girl (Gone girl)
di David Fincher – USA 2014
con Ben Affleck, Rosamund Pike
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Nel giorno del loro quinto anniversario di matrimonio, Nick Dunne (Affleck) scopre che la moglie Amy (Pike) è misteriosamente scomparsa di casa. Segni di un'effrazione e tracce di sangue fanno pensare al peggio, e proprio il marito appare come il principale indiziato, quantomeno davanti all'opinione pubblica: soprattutto quando si scopre che il matrimonio non era felice, che l'uomo aveva una relazione con una studentessa, che la donna era incinta e che lui era spesso violento nei suoi confronti. Peccato che si tratti solo di una messiscena, abilmente studiata da Amy per incastrare il marito, e che dietro l'aspetto angelico e "perfetto" (sin dall'infanzia, fra l'altro, la ragazza è stata il modello di una serie di libri scritti dai suoi genitori, "Mitica Amy", e come tale ha stuoli di fan e di ammiratori che ne seguono le vicende con il fiato sospeso) la donna sia una subdola manipolatrice, come ben sa chi l'aveva già incontrata sulla sua strada... Da un romanzo di Gillian Flynn, adattato dalla stessa autrice, Fincher trae un thriller "glaciale" e ambiguo, che scava con cinismo nel rapporto malato fra i due protagonisti e demolisce pezzo dopo pezzo il loro "matrimonio felice", cambiando più volte le carte in tavola. La prima metà del film sembra seminare dubbi anche nello spettatore riguardo la possibile colpevolezza di Nick, a tratti ritratto come un sociopatico, mentre il colpo di scena a metà pellicola inverte del tutto la prospettiva, a costo di alcune svolte narrative inverosimili. Poco più che un contorno l'ambientazione nella provincia del profondo sud degli Stati Uniti (siamo in Missouri), mentre prominente è il contesto mediatico, con talk show e opinione pubblica a dare giudizi e a fare processi in base a "sensazioni" e simpatie, ancor prima che agisca la polizia. Il risultato è una pellicola non guidata dai personaggi (quanto mai irreali o improbabili, nel loro lucido cinismo e nella mancanza di empatia) ma dalle loro storie: e dunque il meccanismo della sceneggiatura – come spesso capita nel cinema di Fincher – risulta a posteriori fin troppo evidente allo spettatore. Gli attori fanno quello che possono (meglio la Pike di Affleck, comunque) nel dare vita a caratteri che non hanno scopo né altra esistenza al di fuori della vicenda in cui sono intrappolati. Pessimo il doppiaggio italiano, a livelli di serie tv.

12 gennaio 2015

Le mani sulla città (Francesco Rosi, 1963)

Le mani sulla città
di Francesco Rosi – Italia 1963
con Rod Steiger, Carlo Fermariello
***

Visto in divx, per ricordare Francesco Rosi.

Il crollo di una palazzina in un quartiere povero di una grande città del Sud (siamo a Napoli, anche se non viene quasi mai citata espressamente) è la scintilla che fa scoppiare uno scandalo edilizio di grandi proporzioni, in cui costruttori senza scrupoli approfittano dei loro appoggi politici per far cambiare i piani regolatori, acquistare a poco presso terreni pubblici destinati ad altri usi, e spingere l'urbanizzazione del territorio nelle direzioni a loro più favorevoli. Uno dei primi e dei più famosi lungometraggi di denuncia sociale del cosiddetto "cinema impegnato" italiano: come recita la didascalia finale, "i personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari; è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce". Nel corso della pellicola vediamo come una commissione d'inchiesta, istituita senza troppa convinzione dal consiglio comunale su richiesta delle opposizioni (e solo perché siamo sotto elezioni), porti alla luce – nonostante i molti tentativi di insabbiamento – una rete di complicità e interessi fra costruttori edili, rappresentanti politici e istituzioni. Ma il "palazzinaro" in questione, Edoardo Nottola (uno Steiger al suo primo film italiano, doppiato da Aldo Giuffré), saprà tirarsi fuori dallo scandalo addirittura presentandosi alle elezioni e facendosi eleggere come assessore (dopo aver cambiato partito e aver "sacrificato" persino il figlio). Il film si conclude con l'inaugurazione dei nuovi appalti edilizi di cui si era parlato all'inizio della pellicola: i "cattivi" hanno vinto. A parte un pugno di attori professionisti (Salvo Randone, Guido Alberti, Angelo D'Alessandro), la maggior parte degli interpreti è costituita da veri giornalisti o sindacalisti dell'epoca (compreso Carlo Fermariello, in seguito senatore, nei panni dell'agguerrito consigliere di sinistra De Vita). Forse un po' demagogico, e con i limiti del film a tesi che non nasconde da che parte politica vuole stare, ma anche coraggioso per l'epoca nel denunciare una classe imprenditoriale interessata solo ai soldi ("Questo è l’oro, oggi", spiega Nottola parlando dell'edilizia) e una classe politica che pone la conquista del potere al di sopra di ogni questione morale ("In politica l'indignazione non serve a niente. L'unico grave peccato è quello di essere sconfitti alle elezioni"). Leone d'Oro al Festival di Venezia, nonostante le inevitabili polemiche.

10 gennaio 2015

Detour (Edgar G. Ulmer, 1945)

Detour - Deviazione per l'inferno (Detour)
di Edgar G. Ulmer – USA 1945
con Tom Neal, Ann Savage
***1/2

Rivisto in divx.

Il viaggio in autostop da New York a Los Angeles dello squattrinato pianista Albert (Tom Neal) si trasforma in un incubo quando l'automobilista che lo ha preso a bordo, l'allibratore Charles Haskell Jr., muore all'improvviso per una tragica fatalità. Nel timore di essere accusato di omicidio, Al nasconde il cadavere dell'uomo e ne assume temporaneamente l'identità, ma questo non farà altro che ficcarlo in guai sempre più grossi... Girato in pochi giorni (secondo alcune fonti, solo 6; in realtà almeno una ventina), con un budget irrisorio e con mezzi di fortuna, questo thriller ad alta tensione ha acquisito nel corso degli anni una fama da cult movie, tanto che alcuni critici lo hanno definito come "il B-movie più famoso di sempre". Per Wim Wenders, addirittura, si tratta di una pellicola in anticipo di quindici anni sui suoi tempi, grazie alla cinica e fatalista riflessione sul caso e sul destino. "Qualcosa si frappose sul mio cammino, mi spinse in una direzione che non era quella che volevo", commenta la voce off del protagonista, che rievoca l'intera vicenda in un flashback a uso degli spettatori (e chissà che gli eventi raccontati non siano stati deformati dallo stesso narratore, che spesso commenta "Non mi aspetto che mi crediate"). L'atmosfera di ineluttabilità, l'impossibilità di scampare al proprio fato, si esplica attraverso una serie di eventi improbabili che si accaniscono in maniera quasi surreale sul personaggio principale (celebre, per esempio, la scena in cui Al strangola involontariamente Vera, la donna che minacciava di denunciarlo alla polizia, tirando il cavo del telefono che le si attorciglia attorno al collo). La regia stilizzata di Ulmer (esule dalla Cecoslovacchia e già assistente di Murnau), così come la fotografia, la scenografia (pochi set senza particolari, più alcune scarne scene girate in esterni) e in generale tutto il comparto tecnico non nascondono la povertà dei mezzi a disposizione, che tuttavia non è un limite ma un punto di forza; così come la prova dei due attori (l'ex pugile Neal e l'ex modella Savage), dalla carriera anonima e oscura ma decisamente vivi ed espressivi. Anche per questo, mentre tante altre pellicole della cosiddetta "poverty row" (gli studi più piccoli e indipendenti di Hollywood) – girate per sopravvivere non più di qualche settimana nelle sale cinematografiche – sono ormai finite del dimenticatoio, "Detour" si è ritagliato uno spazio come uno dei modelli più significativi del cinema noir degli anni quaranta. D'altronde gli ingredienti ci sono tutti: il peccato, la colpa, la sconfitta, il viaggio senza speranza e la torbida figura della femme fatale.

8 gennaio 2015

Pensavo fosse amore... invece era un calesse (M. Troisi, 1991)

Pensavo fosse amore... invece era un calesse
di Massimo Troisi – Italia 1991
con Massimo Troisi, Francesca Neri
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Visto in divx, con Sabrina.

Alla vigilia del matrimonio con Cecilia (Neri), dopo due anni di fidanzamento, Tommaso (Troisi) viene improvvisamente lasciato dalla capricciosa ragazza. Non se ne farà una ragione e cercherà in ogni modo di riconquistarne l'amore, anche ricorrendo a una "fattucchiera". Alla fine Cecilia, che nel frattempo si era messa con l'esuberante Enea (Marco Messeri), tornerà da lui e sarà pronta a sposarlo. Ma a questo punto sarà Tommaso ad accorgersi di non amarla più come una volta... Il quarto e ultimo film diretto e interpretato da Troisi (quinto se contiamo anche "Non ci resta che piangere", realizzato in coppia con Roberto Benigni) ruota tutto intorno all'amore, sentimento difficile da definire e da comprendere. Amedeo (Angelo Orlando), l'amico libraio ultrareligioso di Tommaso, ha addirittura il compito di scrivere una breve "dispensa" sull'argomento, trovando non poche difficoltà, mentre attorno alla vicenda principale si dipanano diverse trame secondarie relative ad amici che si lasciano (Giorgio e Flora), che cominciano nuove relazioni (lo stesso Amedeo, proprio con Flora), che si fidanzano (il giovane pescatore, consigliato da Tommaso di ispirarsi a Shakespeare per convincere il riottoso padre di lei), che sperimentano (l'adolescente Chiara, sorella di Amedeo, che ricorre addirittura al veleno o al voodoo pur di legare a sé i vari uomini di cui si innamora),che ignorano le differenze di età (oltre a Chiara, c'è la madre di Cecilia, che si fidanza sempre con uomini più giovani di lei). Non a caso, visto il tema, il ristorante gestito da Tommaso si chiama "Giulietta e Romeo". E l'amore, lungi dall'essere descritto come uno stato idilliaco, mette in mostra anche le sue altre facce: i bisticci, le gelosie, le incomprensioni, i ricatti, i tradimenti... Ma di fronte a un argomento tanto vasto, il film non riesce ad andare oltre la banalità e nel complesso è il meno bello e memorabile fra tutti i lavori di Troisi, quello che fa meno ridere (le gag o semplicemente le frasi da ricordare si contano sulle dita di una mano: "Perché siete tutti così sinceri con me? Che cosa vi ho fatto di male?") o riflettere. Preziosa, come sempre, l'ambientazione napoletana (qui, in particolare, siamo nel Borgo Marinari, accanto a Castel dell'Ovo). Musiche (con la canzone "Quando") di Pino Daniele. Metaforico l'incipit (la rottura della statua che rappresenta uno sposo) come il finale (con il bar pieno di coppie felici, oltre a Tommaso che siede a un tavolo da solo). Quanto al significato di quel "calesse" nel titolo, lo stesso Troisi lo ha spiegato in un'intervista: «Perché calesse?... Per spiegare al meglio la delusione di un qualcosa le cui aspettative non sono state mantenute poteva essere usato un qualsiasi altro oggetto, una sedia o un tavolo, che si contrappone come oggetto materiale all'amore spirituale che non c'è più. Mi piaceva e poi si possono trovare tante cose con il calesse: si va piano, si va in uno, si va in due, ci sta pure il cavallo... Quando non è più amore ma "calesse", bisogna avere il coraggio della fine, piano piano, con dolcezza, senza fare male... Ci vuole lo stesso impegno e la stessa intensità dell'inizio. Le storie d'amore non mancano mai nei film, quindi farne un'altra mi sembrava una cosa né stupida, né eccezionale ma raccontata in questi termini mi incuriosiva».