24 maggio 2019

Dolor y gloria (Pedro Almodóvar, 2019)

Dolor y gloria (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2019
con Antonio Banderas, Penélope Cruz
***

Visto al cinema Colosseo.

Il regista e scrittore Salvador Mallo (Antonio Banderas), che convive con la depressione e con dolori e malattie croniche, fatica a uscire dal guscio in cui si è rinchiuso negli ultimi anni. Un'opportunità gliela offre il restauro di una sua pellicola di 32 anni prima, "Sabor", alla cui presentazione viene invitato insieme all'attore protagonista, Alberto Crespo (Asier Etxeandía), con il quale non si parla da allora dopo aver litigato per divergenze sulla sua interpretazione. Riallacciare i rapporti con Alberto lo porta a ritrovare anche l'amante di un tempo, Federico (Leonardo Sbaraglia), di passaggio a Madrid da Buenos Aires, che assiste alla recita di un monologo incentrato proprio sulla loro vita insieme. E nel frattempo, mentre sperimenta pericolosamente con l'eroina nel tentativo di sopportare il dolore che lo attanaglia (cosa curiosa, visto che i rapporti con Alberto e con Federico furono messi a repentaglio proprio dalle loro tossicodipendenze), rivive la propria infanzia in una serie di sogni o di ricordi a occhi aperti: i momenti trascorsi insieme alla madre, il trasferimento con la famiglia in una "grotta" a Paterna, le prime pulsioni omosessuali verso il giovane imbianchino Eduardo (César Vicente)... Siamo di fronte all'"Otto e mezzo" (o "Lo specchio") di Almodóvar: un film praticamente autobiografico (il regista ha detto: "il tasso di autobiografia sul fronte dei fatti è del 40 per cento, ma per quello che riguarda un livello più profondo, si tratta del 100 per cento. In tutti i posti dove il personaggio di Antonio è stato, ci sono stato anche io, la casa di Salvador è una copia della mia, ci sono i miei mobili, i miei quadri, tutto quello che nel film non ho vissuto potrei però averlo vissuto"). E dunque c'è tutto quello che avevamo visto (o intravisto) nei precedenti film: l'amore per l'arte (che si fonde con la vita), o meglio la potenza salvifica dell'espressione artistica (il cinema, la scrittura, il teatro, il disegno), che permea non solo Salvador ma un po' tutti i personaggi; il fascino del cinema, in particolare quello della Hollywood classica (Natalie Wood in "Splendore sull'erba", Marilyn Monroe in "Niagara"); e ancora, le esperienze infantili e formative, la povertà, la scuola dai preti, la sofferenza della malattia. Non a caso Almodóvar fa ricorso ai suoi attori feticcio: un Banderas barbuto, mai così sofferto e misurato (all'ottavo film con il regista), una splendida Penélope Cruz nel ruolo della madre Jacinta da giovane (o forse, come ci rivela l'ultima inquadratura, è soltanto l'attrice che la interpreta nel nuovo film di Salvador: si spiegherebbe così la mancata somiglianza con Julieta Serrano, che interpreta invece Jacinta da anziana), e Cecilia Roth nel breve ruolo di Zulema. Nora Navas è la manager tuttofare Mercedes, Asier Flores è Salvador bambino. A livello di perfezione la regia, grazie anche a una fotografia che dona una concretezza eterea e iperrealista ai colori, ai materiali, alle scenografie, agli oggetti di scena.

23 maggio 2019

La vita agra (Carlo Lizzani, 1964)

La vita agra
di Carlo Lizzani – Italia 1964
con Ugo Tognazzi, Giovanna Ralli
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Luciano Bianchi (Tognazzi), intellettuale di provincia, lascia il paese natìo per trasferirsi a Milano dopo che un'esplosione ha devastato la miniera locale, causando 43 morti (il riferimento reale è alla tragedia di Ribolla, avvenuta nel 1954). La sua intenzione è quella di farsi giustizia, distruggendo con il tritolo l'enorme grattacielo (il “torracchione”) in cui ha sede la compagnia mineraria. Ma nel corso di un anno (raccontato tutto in un lungo flashback), la sua spinta rivoluzionaria si esaurirà e lui finirà con rientrare nei ranghi e farsi riassorbire dal “sistema”. Dal romanzo semi-autobiografico di Luciano Bianciardi, sceneggiato con Luciano Vincenzoni, una pellicola antropologica, dai toni a tratti surreali (Tognazzi parla in prima persona direttamente allo spettatore) e satirici, che riflette sull'Italia moderna, sulle conseguenze del miracolo economico, sulla trasformazione della società e della cultura (per mantenersi Luciano cambia diversi lavori, da consulente culturale a traduttore di romanzi dall'inglese, trovando infine successo come ideatore di slogan pubblicitari (ovvero “persuasore occulto”), finendo col tornare a lavorare come responsabile del marketing proprio per quella compagnia che lo aveva licenziato in precedenza). Se in provincia ha lasciato una moglie e un figlio, nonché il ruspante amico Libero (Giampiero Albertini) con il quale si è accordato per distruggere il grattacielo, in città si trova un'amante, la giornalista Anna (Giovanna Ralli), anch'essa inizialmente contestatrice e poi riassorbita pian piano in un ruolo borghese. Insieme a lei si trasformerà proprio in quell'“italiano medio” verso il quale provava insofferenza: passa da una squallida pensione a una camera in affitto (nell'appartamento di una bizzarra coppia “svizzera”), fino all'acquisto di una casa propria nelle periferie in via di sviluppo (oltre a un'automobile, passando dalla condizione di “pedone” schiacciato ai margini della strada a quella di “autista” che la strada la occupa, sia pure imbottigliato nel traffico). Nel complesso, un film dai toni acuti che ritrae in modo emblematico (e senza retorica passatista) un periodo storico-culturale ben preciso, quello in cui l'Italia stava diventando un paese moderno, con tutte le contraddizioni del caso: molti temi anticipano addirittura “Fight Club” (benché la costellazione psicologica sia ben diversa). In alcune sequenze c'è un giovane Enzo Jannacci che canta in trattoria un paio di canzoni poco note (fra cui "L'ombrello di mio fratello"). Nel romanzo (e nella realtà), Bianchi/Bianciardi proveniva da Grosseto e non da Guastalla.

22 maggio 2019

I visitatori (Elia Kazan, 1972)

I visitatori (The visitors)
di Elia Kazan – USA 1972
con James Woods, Patricia Joyce
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Bill (James Woods), che vive con la compagna Martha (Patricia Joyce) e il figlio neonato Hal in un cottage di proprietà del padre di lei, Harry (Patrick McVey), affermato scrittore western, riceve l'inaspettata visita di due suoi ex commilitoni – il sergente Mike (Steve Railsback) e il caporale Tony (Chico Martínez) – con i quali aveva combattuto in Vietnam, e che si sono fatti due anni di prigione quando proprio Bill li aveva denunciati alla corte marziale per aver violentato e ucciso una ragazza vietnamita. Tutto questo, naturalmente, viene alla luce poco a poco (all'inizio Bill non aveva raccontato nulla a Martha), ma già da subito la tensione appare alta, per crescere ulteriormente durante la serata... Da una sceneggiatura del figlio Chris (ispirata a un episodio realmente accaduto, lo stesso che sarà alla base di "Vittime di guerra" di Brian De Palma), il penultimo film di Elia Kazan è un intenso dramma da camera che si iscrive nella riflessione sulla guerra del Vietnam – anzi, forse su tutte le guerre – che l'America stava portando avanti in quegli anni: una guerra che nella sua disumanità è capace di trasformare chiunque in un mostro, in particolare i giovani che non riescono ad adeguarsi alle aspettative e ai “miti” della conquista e dell'avventura delle generazioni che li avevano preceduti. A questo proposito, trattandosi dello script di un figlio d'arte, notevole è la figura del padre/suocero, simbolo di quell'America militarista e conservatrice che idolatra le armi e la legge del più forte. Anche Harry ha combattuto una guerra, il secondo conflitto mondiale, e non nasconde di provare più simpatia per Mike che per il genero pacifista (“Ho sempre pensato che fosse un po' finocchio”, dice, quando viene a sapere che a differenza degli altri non si è "divertito" con la ragazza vietnamita). L'impianto del film è quasi teatrale, con solo cinque personaggi e il rispetto delle unità di spazio (la casa in campagna) e di tempo (si svolge tutto in una giornata, in meno di 24 ore).

21 maggio 2019

Ida (Paweł Pawlikowski, 2013)

Ida (id.)
di Paweł Pawlikowski – Polonia/GB/Fra/Dan 2013
con Agata Trzebuchowska, Agata Kulesza
***1/2

Visto in divx alla Fogona.

Polonia, anni sessanta. Pochi giorni prima di prendere i voti, la giovane novizia Anna esce per la prima volta dal convento per trascorrere qualche giorno con l'unica parente che le è rimasta: la zia Wanda, giudice comunista che vive a Varsavia. Inizialmente la donna (che appare fredda, ostile, disillusa, nonché dedita ai vizi e alla vita mondana) sembra volerla respingere. Ma poi le rivela la verità su di lei: il suo vero nome è Ida, la sua famiglia era ebrea e i suoi genitori sono stati uccisi durante la guerra. Insieme, le due partono per il villaggio dove vivevano, per scoprire come sono morti (denunciati da un vicino che si è poi impadronito della loro casa) e dove sono stati sepolti. Il doloroso viaggio, oltre ad avvicinarle, cambierà profondamente entrambe le donne. Con stile solenne ed essenziale, come un film di Bresson (è girato in bianco nero e in 4:3) o magari – vista la breve durata: un'ora e venti scarsa – un episodio del “Decalogo” del connazionale Kieslowski, Pawlikowski firma forse il suo capolavoro: un film che affronta la delicata questione della complicità dei civili polacchi nelle atrocità naziste durante la guerra, ma non solo. Formalmente elegante, intenso e toccante, nella sua semplicità affronta temi esistenziali (da diversi punti di vista) e il modo di reagire ai dolori della vita, ritirandosi da essa o tuffandocisi completamente, accettando le cose con consapevolezza e serenità oppure rifiutandole con rabbia e furore. La musica, quasi tutta diegetica, spazia dalla classica (la sinfonia “Jupiter” di Mozart, che Wanda ascolta ripetutamente) alle canzonette (fra cui “24 mila baci” e “Guarda che luna”), fino al jazz di John Coltrane suonato dal giovane sassofonista con cui Ida decide di “sperimentare” un po' di quella vita cui dovrà poi rinunciare diventando suora, accettando il consiglio di Wanda secondo cui bisogna conoscere quello che si sceglie di abbandonare, altrimenti il sacrificio non ha alcun valore. Sulle scene finali del suo ritorno in convento, si ode invece una versione per piano della cantata di Bach “Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ”. È il primo film ambientato in patria di Pawlikowski, che in precedenza aveva lavorato per lo più in Gran Bretagna (dove è cresciuto). Premio Oscar per il miglior film straniero.

20 maggio 2019

Il vento e il leone (John Milius, 1975)

Il vento e il leone (The Wind and the Lion)
di John Milius – USA 1975
con Sean Connery, Candice Bergen
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nel 1904, in un Marocco in cui l'autorità del sultano è destabilizzata dalle potenze coloniali straniere, il predone berbero el-Raisuli (Sean Connery) rapisce una donna americana, Eden Pedecaris (Candice Bergen), e i suoi due figli, portandoli con sé nel deserto e scatenando l'ira del presidente Theodore Roosevelt (Brian Keith), che si prende a cuore la faccenda. Mentre l'iniziale ostilità dei rapiti verso el-Raisuli si tramuta man mano in fascinazione e affetto, le truppe americane giungono in Marocco, trovandosi ingabbiate in una ragnatela di intrighi diplomatici e politici, e la tensione cresce fino all'orlo di una guerra. Tratto in parte da una storia vera (che riguardava però un uomo di origine greca, Ion Perdicaris, e non una donna), un fumettone d'avventura ingenuo ed epico ma anche assai noioso, almeno quando sono in scena il protagonista e la donna rapita, anche per via di un mood non ben definito (non si capisce mai se il tutto sia da prendere sul serio o meno) e di tante scene implausibili. Oltre alla prestanza e al carisma di Connery, a spingere Eden e i due figli a simpatizzare progressivamente per il loro rapitore è una sorta di sindrome di Stoccolma, visto che l'analisi delle sue motivazioni politiche (la lotta contro i colonialisti stranieri) è del tutto superficiale. Più interessante la dinamica del confronto a distanza fra Roosevelt e el-Raisuli (sono loro due il “vento” e il “leone” del titolo), che – pur non incontrandosi mai di persona (il presidente non lascia gli Stati Uniti, impegnato com'è nella campagna per la rielezione, nelle trattative per la costruzione del canale di Panama, e nelle sue attività venatorie) – condividono un reciproco rispetto, nonché l'amore per le armi e gli animali selvatici (come l'orso grizzly che il presidente fa impagliare e collocare allo Smithsonian). Naturalmente gli americani (anche se guerrafondai) sono buoni e i tedeschi sono cattivi. Nonostante le premesse, la violenza è sempre tenuta da Milius rigorosamente fuori inquadratura. John Huston è il segretario di stato John Hay, Steve Kanaly il capitano Jerome.

19 maggio 2019

Urlo (Rob Epstein, Jeffrey Friedman, 2010)

Urlo (Howl)
di Rob Epstein, Jeffrey Friedman – USA 2010
con James Franco, Jon Hamm
***

Visto in divx alla Fogona.

Bel documentario su Allen Ginsberg, poeta simbolo della beat generation, incentrato in particolare sul processo che nel 1957 coinvolse Lawrence Berlinghetti come editore di “Urlo”, il poema esistenziale (“la sua visione del mondo in quattro parti”) scritto da Ginsberg due anni prima e accusato di oscenità. Con una cadenza jazz che richiama il fraseggio e lo stile dello steso stesso autore, la pellicola alterna scene (in bianco e nero) in cui Ginsberg legge il suo poema alla platea del Six Gallery di San Francisco nel 1955; un'intervista rilasciata a New York nel 1957, in cui racconta la propria vita, l'amicizia con Jack Kerouac, Neal Cassady e Carl Salomon, i viaggi, i suoi amori omosessuali, e la genesi dell'opera; e sequenze del processo, in cui l'accusa cerca vanamente di screditare “Urlo”, mettendone in dubbio il valore letterario o artistico e chiamando a testimoniare diversi “esperti” di poesia e letteratura (di fatto, è un processo all'arte stessa e alla possibilità di espressione artistica). In più, ampi stralci del poema sono accompagnati da immagini e sequenze in animazione. Il tutto è molto coinvolgente: il testo di Ginsberg – a un primissimo impatto, una serie di parole assurde o volgari e di versi sconclusionati – sembra via via acquistare sempre più senso e significato, immergendoci in un mondo legato alle esperienze di vita, alla sfera personale e intima (dove il poeta esprime tutti quei sentimenti che prima teneva per sé o che non osava confessare alla famiglia) e naturalmente alla società di quel tempo, fra satira e metafore (come le invettive contro il “Moloch” del consumismo). Si tratta di una vera rivoluzione nella poesia moderna e contemporanea, equivalente a quelle che la pittura aveva vissuto nei decenni precedenti, mostrata nel momento in cui veniva formandosi e di cui siamo oggi ben più consapevoli. Ottimo James Franco nei panni di Ginsberg. Jon Hamm è l'avvocato Jake Ehrlich, Todd Rotondi è Jack Kerouac, Jon Prescott è Neal Cassady.

17 maggio 2019

I figli del fiume giallo (Jia Zhang-ke, 2018)

I figli del fiume giallo (Jianghu ernu, aka Ash is purest white)
di Jia Zhang-ke – Cina 2018
con Zhao Tao, Liao Fan
***

Visto al cinema Eliseo.

Nel 2001, a Datong (una città mineraria nella provincia di Shanxi, in crisi da quando il prezzo del carbone è crollato e il governo progetta di chiudere del tutto l'attività estrattiva), Qiao (Zhao Tao) è la ragazza di Bin (Liao Fan), il boss della triade locale. Per difenderlo da un agguato non esita a impugnare una pistola, e finisce così in prigione. Rilasciata dopo cinque anni, scopre che Bin si è trasferito in un'altra regione, ha cambiato vita e ha un'altra donna. Lo ritroverà molti anni più tardi, nel 2018, quando – ormai rimasto solo e malato – sarà lui a cercare lei... Rivisitando i temi già affrontati nei lavori precedenti (la rapida trasformazione della Cina, dove il destino di milioni di persone è influenzato dai progetti di urbanizzazione, dalla crisi economica, dalla costruzione di dighe o di centrali nucleari), Jia firma un lavoro intenso ed elegante, diviso (come già "Al di là delle montagne") in tre diversi periodi storici (2001, 2006 e 2018) durante i quali segue le peripezie della sua protagonista, un'epopea – o forse una parabola – personale (incentrata com'è su due soli personaggi) ma che al tempo stesso riguarda l'intera società cinese al passaggio del millennio. E racconta di un mondo dove i valori e la bellezza del passato vengono progressivamente ridotti in cenere (ma bruciare significa anche purificare, come commenta Qiao e come ci ricorda il titolo internazionale della pellicola, "Ash is purest white"): ecco dunque che nuove bande di giovani delinquenti osano mettere in discussione l'autorità delle triadi, che antiche attività come quella mineraria vengono spazzate via dal progresso e dalle decisioni del governo, che intere città vengano ricoperte dall'acqua, che le zone più arrestrate del paese vengono costrette a forza a modernizzarsi, che per sopravvivere è necessario ricorrere a truffe e furti di ogni tipo. Per non parlare di contraddizioni e coesistenze fra antico e moderno (il socio di Bin che non riesce a vendere le ville perché ritenute infestate dai fantasmi, il medico che pratica medicina tradizionale cinese in una moderna clinica occidentale, il viaggiatore in cerca di extraterrestri). Molto bella la regia, elegante, ariosa e poliedrica, coadiuvata dalla fotografia colorata di Éric Gautier. Da notare anche la colonna sonora, che da nostalgica nel primo segmento (si ode ripetutamente la canzone di Sally Yeh dal film "The killer" di John Woo: lo stesso Bin, insieme ai suoi "fratelli", è mostrato mentre guarda film d'azione come "Tragic Hero" con Chow Yun-fat e Andy Lau) si fa via via più astratta ed elettronica.

16 maggio 2019

Kabei - Our mother (Yoji Yamada, 2008)

Kabei - Our mother (Kabei)
di Yoji Yamada – Giappone 2008
con Sayuri Yoshinaga, Tadanobu Asano
**

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Giappone, primi anni quaranta. Quando il padre (“Tobei”) delle piccole Terumi e Hatsuko, insegnante di tedesco e scrittore dissidente, viene arrestato dalle autorità nazionaliste per aver criticato l'invasione della Cina, è la madre Kayo (“Kabei”) ad allevarle da sole, fra mille difficoltà (la mancanza di denaro e di cibo, un lavoro debilitante, l'ostracismo della società). Ad aiutarla, oltre alle visite occasionali della zia Hisako (Rei Dan), che instillerà in Terumi l'amore per l'arte e il disegno, e del rozzo zio Senkichi (Tsurube Shofukutei), che con la sua semplice schiettezza solleverà il morale di tutti, sarà soprattutto il giovane Yamazaki (Tadanobu Asano), ex studente di Tobei, poi chiamato sotto le armi e destinato a morire in guerra. Da un romanzo autobiografico di Teruyo Nogami (segretaria di produzione di Akira Kurosawa), un racconto episodico che si svolge essenzialmente fra il febbraio 1940 (quando Tobei viene arrestato) e l'inizio del 1942 (quando il padre muore in prigione), a parte alcune scene ambientate subito dopo la guerra e l'amaro controfinale ai giorni nostri, in cui una morente Kayo rifiuta le parole di circostanza che le vengono offerte e dimostra di non aver mai accettato o perdonato l'ingiustizia subita. Tranne quest'ultima scena (la parte migliore del film), però, la pellicola non è mai commovente, i personaggi rimangono figure stereotipate, e ogni spessore e approfondimento è sacrificato a una narrazione “a tema” e di maniera. Yamada affronterà in modo ben più ispirato lo stesso periodo storico, e il tema della guerra vista da “chi è rimasto a casa” (ossia, quasi sempre, vecchi, donne e bambini) nel successivo “The little house”.

15 maggio 2019

Last resort (Paweł Pawlikowski, 2000)

Last resort - Amore senza scampo (Last resort)
di Paweł Pawlikowski – GB 2000
con Dina Korzun, Paddy Considine
**1/2

Visto in divx.

Una giovane madre, Tanya (Dina Korzun), e suo figlio Artyom (Artyom Strelnikov) giungono dalla Russia in Gran Bretagna in cerca di una nuova vita. Ma l'uomo con cui la donna si era fidanzata non si presenta all'aeroporto: i due vengono quindi fermati come immigranti clandestini, trasferiti in una località costiera e alloggiati in uno squallido palazzone, in attesa che la loro richiesta di asilo venga accolta. Qui la ragazza e il bambino stringono una relazione d'affetto e d'amicizia con Alfie (Considine), gestore di un locale di giochi e divertimenti. Fra Ken Loach e i Dardenne, ma con un'ambientazione (il litorale desolato e abbandonato) che ricorda certi film di Garrone (come "L'imbalsamatore" o "Dogman"), un film ben fatto, semplice e coinvolgente, col merito di affrontare il tema dell'immigrazione da un'angolazione originale, con schiettezza e senza particolare retorica. Da ricordare le sequenze in cui Tanya, lei che in patria faceva l'illustratrice di libri per bambini, si lascia tentare per disperazione dall'offerta di recitare come modella in video pornografici per internet, ma anche le scene degli anziani che giocano al bingo, o quelle del ragazzino che bighellona con gli amici occasionali o che rivernicia l'appartamento insieme ad Alfie. Evidente l'impronta est-europea del regista (polacco), anche in un setting britannico. Il titolo ("Ultima risorsa") fa riferimento proprio al resort di divertimenti dove si svolge la storia, che naturalmente d'inverno ha un'aspetto tutt'altro che turistico o vacanziero).

13 maggio 2019

Lo specchio (Andrej Tarkovskij, 1975)

Lo specchio (Zerkalo)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1975
con Margarita Terechova, Ignat Daniltsev
***

Rivisto in DVD.

Attraverso una serie di sogni e di ricordi, il quarantenne Aleksei (del quale da adulto non vediamo mai il volto, ma udiamo solo la voce: è evidentemente un alter ego di Tarkovskij) rievoca la propria infanzia e in particolare il rapporto con la madre (Margarita Terechova), che dopo la partenza del padre per la seconda guerra mondiale ha cresciuto da sola lui e la sorellina nella cascina di famiglia, una casa di legno in campagna, circondata da campi e da boschi. Da adulto, lo stesso Aleksei ha un figlio, Ignat (Ignat Daniltsev), e la sua ex moglie Natalya ha lo stesso volto della madre nei suoi sogni. Il quarto film di Tarkovskij è il suo lavoro più intimo e personale, e forse anche quello più difficile da raccontare e da decifrare dopo una sola visione (andrebbe rivisto più volte, anche perché se la narrativa non è lineare, visivamente è uno dei più ricchi e belli): una collezione di immagini, reali od oniriche, che rievocano il passato e lo mettono a confronto con il presente, un intricato dedalo di ricordi e di simboli che guardano all'arte (opere e dipinti del rinascimento, in particolare con Leonardo da Vinci che ricorre, la musica di Bach, Pergolesi e Purcell, le citazioni di Dante, Čechov, Puškin e Dostoevskij) e agli elementi della natura: l'acqua (la pioggia, la madre che si lava i capelli), il fuoco (gli incendi del cascinale e del cespuglio), l'aria (il vento che muove la vegetazione, quasi un respiro della natura stessa) e la terra (il fango). Alternando sequenze a colori ad altre in bianco e nero (o color seppia: i colori del passato), filmati di repertorio legati a eventi storici e scene surrealmente ricostruite, il film ripercorre episodi dell'infanzia del protagonista (legati sempre alla madre o, in alcuni casi, al padre che fa un breve ritorno a casa dopo la guerra) alternandoli alle difficoltà del presente. Il risultato è molto suggestivo, per quanto a tratti enigmatico, legato com'è a un vissuto individuale (lo "specchio" del titolo equivale a guardare dentro di sé). E come i ricordi, i volti e i personaggi si confondono (al pari della madre e la moglie, anche Aleksei da giovane è interpretato dallo stesso attore cha fa suo figlio Ignat). Che il film sia autobiografico è reso evidente da parecchi elementi: in casa di Aleksei è visibile un poster di "Andrej Rublev", le poesie recitate dalla voce fuori campo sono scritte dal padre del regista, Arsenij Tarkovskij, mentre nel finale, quando la madre appare con il suo reale volto invecchiato, è interpretata dalla sua vera madre, Marija Višnjakova Tarkovskaja. Per il doppio ruolo di Margarita Terechova, Tarkovskij aveva inizialmente pensato a Bibi Andersson.

12 maggio 2019

Compiti a casa (A. Kiarostami, 1989)

Compiti a casa (Mashgh-e shab)
di Abbas Kiarostami – Iran 1989
con Abbas Kiarostami, Iraj Safavi
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Insieme al suo operatore e ad un fonico, il regista Abbas Kiarostami si reca in una scuola elementare per "intervistare" alcuni dei bambini (e anche due genitori) sul tema dei compiti a casa. Che sono troppi, troppo difficili, richiedono tempo (sottratto ai lavori domestici o all'aiuto in casa che i piccoli sono spesso tenuti a dare) e il coinvolgimento attivo di genitori o parenti (molti dei quali illetterati). Per non parlare delle severe punizioni impartite ai figli se i risultati non sono quelli sperati (per i bambini è normale essere picchiati, e molti di loro affermano che faranno lo stesso con i propri figli, quando ne avranno), mentre molto più raramente giungono premi o incoraggiamenti. La pellicola, un vero e proprio documentario nella vena del "Salam cinema" di Mohsen Makhmalbaf, alterna le immagini delle interviste ai bambini (che appaiono timidi, intimoriti quando non proprio spaventati o traumatizzati) a scene della scolaresca che, radunata nel cortile della scuola, recita slogan e inni religiosi. Kiarostami non rilascia commenti, ma dalle domande che fa e dalle risposte che riceve è evidente la sua condanna verso un sistema scolastico che inibisce i piccoli, ne soffoca la creatività, scarica le responsabilità degli insegnanti su di loro o addirittura sulle loro famiglie. E pur nella sua semplicità e schiettezza, il film lascia intravedere sprazzi di poesia (come nel finale, quando lo scolaro più impaurito di tutti recita una preghiera). Kiarostami aveva già abilmente raccontato di bambini e problemi scolastici in numerosi cortometraggi "educativi", oltre che nel classico (di due anni prima) "Dov'è la casa del mio amico?".

10 maggio 2019

I fratelli Sisters (Jacques Audiard, 2018)

I fratelli Sisters (The Sisters Brothers)
di Jacques Audiard – USA/Francia 2018
con John C. Reilly, Joaquin Phoenix
***

Visto al cinema Colosseo.

I fratelli Sisters – il più giovane, impulsivo e violento Charlie (Joaquin Phoenix) e il più maturo, riflessivo e sensibile Eli (John C. Reilly) – sono due bounty killer al servizio del ricco e potente Commodoro, nell'Oregon del 1851, che li utilizza per i lavori più sporchi e per mettere a tacere i suoi nemici. Feroci e spietati, preceduti dalla loro fama di assassini, i due vengono incaricati di rintracciare Warm (Riz Ahmed), un chimico che ha messo a punto una sostanza in grado di rilevare la presenza di oro nei giacimenti fluviali, in fuga insieme all'informatore John Morris (Jake Gyllenhaal). Dal romanzo di Patrick deWitt "Arrivano i Sister", un western d'autore (è il primo film di Audiard in lingua inglese) che gioca con le convenzioni del genere, divertendosi a sovvertirle sia dal lato formale (la fotografia così vivida, la musica dal timbro spiazzante, le sparatorie mostrate attraverso ellissi o fuori campo) che da quello dei contenuti (vedi l'inatteso finale, con la mancata resa dei conti col cattivo, ma anche la struttura a doppio buddy movie, con le due coppie di inseguitori e di inseguiti). Il tutto, vivaddio, prendendo sempre sul serio la materia trattata e senza mai eccedere sul piano post-moderno o parodistico. Personaggi e situazioni sono infatti quelli dei western classici, soltanto leggermente "traslati" o fuori posto: a partire dai due protagonisti, che in altre pellicole non sarebbero che personaggi minori, cioè gli sgherri del cattivo, e che qui invece (soprattutto nel caso del fratello maggiore, interpretato da un ottimo Reilly) vengono portati in primo piano, indagati nel profondo, mostrati nelle loro più intime debolezze (le insospettabili tenerezze di uno spietato sicario che si lava i denti o conserva lo scialle di una donna amata) o nelle incomprensioni del rapporto famigliare (evidenziato già dal titolo: "Siamo i fratelli Sisters. Sisters come sorelle"), lasciati in preda ai dubbi o ai rimorsi e infine, in qualche modo, ricompensati con un finale sereno. Rutger Hauer è il Commodoro, nell'unica breve scena in cui appare. Premio per la regia a Cannes.

9 maggio 2019

Una donna in gabbia (R. Walsh, 1937)

Una donna in gabbia (Hitting a New High)
di Raoul Walsh – USA 1937
con Lily Pons, Edward Everett Horton, Jack Oakie
**

Visto in TV.

Per convincere il ricco e bizzoso mecenate Lucius Blynn (Edward Everett Horton) a scritturarla, la cantante Suzette (Lily Pons) finge di essere una selvatica "donna uccello", riverita dagli indigeni africani, facendosi catturare dallo stesso Blynn durante un safari con la complicità del suo agente di pubblicità, lo scaltro Corny Davis (Jack Oakie). Condotta a New York per essere esibita davanti ai microfoni e in teatro, la ragazza avrà però il suo gran da fare nel gestire una doppia identità: quella appunto di Ooga-hunga, la donna uccello che Blynn vuole trasformare in una grande cantante d'opera, e quella di Suzette, stella dell'orchestra jazz diretta dal suo fidanzato (e in questa veste "scoperta" da un rivale di Blynn, il direttore del teatro locale). Buffa commedia degli equivoci costruita su una trovata francamente assurda, ma che si dipana in modo divertente, grazie soprattutto alla verve comica dei due protagonisti maschili (Horton e Oakie). La Pons era un celebre soprano di coloratura dell'epoca: questo è il terzo di tre film che girò per la RKO. Oltre alle canzoni "Let's Give Love Another Chance", "I Hit a New High" e "This Never Happened Before", canta brani da Mignon ("Je suis Titania") e Lucia di Lammermoor (la scena della pazzia).

8 maggio 2019

Tutta una vita (Claude Lelouch, 1974)

Tutta una vita (Toute une vie)
di Claude Lelouch – Francia/Italia 1974
con Marthe Keller, André Dussollier
**1/2

Visto in TV.

"Farò un film sul ventesimo secolo. Un film che inizierà nel 1900 con l'invenzione del cinema e finirà nel 2000 con l'invenzione della felicità. Mescolerò tutti gli argomenti, tutti gli stili... Sarà un film di tre ore per un solo secondo d'amore. Sarà l'anatomia di un colpo di fulmine. E per spiegarlo, andrò indietro di tre generazioni". Così esclama Simon (André Dussollier), praticamente l'alter ego di Lelouch nel suo stesso film: una dichiarazione programmatica forse troppo ambiziosa, anche perché poi la pellicola dura solo due ore (almeno la versione italiana: quella originale aveva mezz'ora in più), termina nel 1974 e non nel 2000 (ma vedi sotto), e gli stili non è che ci siano proprio tutti (anche se si comincia con didascalie scritte e toni di seppia, come nel cinema muto, per passare progressivamente al sonoro e ai colori). Parzialmente autobiografico, complesso e accattivante, il film segue le vite parallele di Simon, appunto, e di Sarah (Marthe Keller), cominciando dal primo incontro dei nonni di lei, proseguendo con frammenti della vita dei genitori, fino a terminare con il loro tanto atteso incontro, attraversando nel contempo tutti i grandi eventi storici (e di costume) del ventesimo secolo. Giovane ladruncolo il primo, che in prigione comincia ad appassionarsi di fotografia per diventare infine regista di film d'autore (passando attraverso il porno e la pubblicità); ricca rampolla di un industriale ebreo (ed ex deportato) la seconda, che cerca continuamente l'amore senza successo, all'inizio viziata e annoiata, poi sempre più consapevole (anche dei conflitti di classe) ma perpetuamente irrequieta. Con un montaggio che comprende spezzoni e documenti d'epoca, e un ampio ricorso ai piani sequenza, il lungometraggio accatasta episodi e situazioni senza pausa, con una marea di personaggi collaterali, fino a una conclusione preannunciata da tempo e che forse per questo rischia di deludere un po' (ma l'immagine delle valigie di lui e di lei affiancate sul nastro trasportatore dell'aeroporto è molto efficace). Nella versione francese era compresa anche una sequenza "futuristica" (raccontata da Simon), eliminata negli altri paesi. In ogni caso, il regista dimostra di trovarsi bene nel dipingere affreschi storico-generazionali a sfondo romantico, come poi farà (in maniera persino più compiuta) anche in "Bolero". Marthe Keller, oltre a Sarah, ne interpreta anche la madre e la nonna materna. Il cast comprende inoltre Charles Denner (il padre di Sarah), Carla Gravina (l'amica lesbica), Charles Gérard e Judith Magre. Il cantante Gilbert Bécaud (che canta "Et maintenant") compare nella parte di sé stesso. Per la versione internazionale, Lelouch ha rigirato tutte le scene in inglese anziché in francese.

6 maggio 2019

Camera con vista (James Ivory, 1985)

Camera con vista (A room with a view)
di James Ivory – GB 1985
con Helena Bonham Carter, Maggie Smith
***

Rivisto in divx.

All'inizio del novecento, la giovane inglese Lucy Honeychurch (Helena Bonham Carter) è in vacanza a Firenze insieme all'anziana cugina Charlotte (Maggie Smith). Desiderando una "camera con vista" sull'Arno, le due accettano di scambiare stanza con gli Emerson, padre (Denholm Elliott) e figlio (Julian Sands). Quest'ultimo, George, approfittando dell'atmosfera italiana e di un'opportunità, bacia Lucy. Tornata in patria, la ragazza cerca di dimenticare l'accaduto e organizza le proprie nozze con il compassato Cecilio (Daniel Day-Lewis): ma quando George si trasferirà ad abitare in una villetta vicina alla sua, la passione tornerà segretamente a riaffiorare... Primo di tre film di Ivory tratti da romanzi di E. M. Forster (gli altri saranno "Maurice" e "Casa Howard"), tutti di grande successo: è un delicato, raffinato ed elegante racconto sentimentale che, nemmeno tanto fra le righe, ironizza sulle ipocrisie delle classe agiate inglesi, così flemmatiche e manieristiche, attente alle apparenze, abituate a nascondere le proprie emozioni dietro le formalità e le cortesie, a controllare e reprimere i sentimenti, a mentire agli altri e a sé stessi. Ambientato per la prima metà in Italia (a Firenze, appunto, e dintorni: una destinazione tipica già allora per i turisti britannici nei loro viaggi all'estero in cerca di avventura, arte e "autenticità") e per la seconda metà nella campagna del Surrey, il film può vantare un cast davvero stellare: oltre all'eccellente Bonham Carter – allora soltanto diciannovenne – nei panni di una ragazza che dietro l'aspetto modesto da bambolina repressa nasconde una forte passione (che esprime soltanto quando suona Beethoven al pianoforte), all'esilarante Maggie Smith, e ai già citati Sands, Day-Lewis ed Elliott, ci sono anche Judi Dench (la scrittrice di romanzi rosa), Simon Callow (il parroco), Rosemary Leach (la madre) e Rupert Graves (il fratello Freddy). Fra le scene memorabili, il bagno di Freddy, George e del parroco, nudi nello stagno. Sui titoli di testa si sente "O mio babbino caro" di Giacomo Puccini. La sceneggiatura di Ruth Prawer Jhabvala, collaboratrice abituale di Ivory e del produttore Ismail Merchant, conserva la divisione in capitoli (indicati con titoletti) del romanzo originale. Candidato a otto premi Oscar (fra cui miglior film), ne vinse tre (sceneggiatura non originale, scenografie e costumi).

5 maggio 2019

The gift (Sam Raimi, 2000)

The Gift (id.)
di Sam Raimi – USA 2000
con Cate Blanchett, Keanu Reeves
**1/2

Rivisto in TV.

Annie Wilson (Cate Blanchett), giovane vedova che abita con i suoi tre bambini in una cittadina rurale nel profondo sud degli Stati Uniti, ha il "dono" di essere una sensitiva, e si guadagna da vivere leggendo le carte e facendo previsioni agli abitanti del villaggio. Quando una ragazza, figlia di un ricco imprenditore, svanisce misteriosamente, è proprio una sua visione a dirigere la polizia sulla giusta traccia: il corpo viene infatti ritrovato in uno stagno, nella proprietà di Donnie (Keanu Reeves), marito violento e razzista che in precedenza aveva minacciato di morte la stessa Annie. Donnie è incriminato e condannato, ma proprio Annie comincia a dubitare della sua colpevolezza, quando nuove visioni le suggeriscono di chiedere di riaprire il caso... Scritto da Billy Bob Thornton e Tom Epperson, un thriller soprannaturale che può vantare una discreta atmosfera e un cast davvero interessante: oltre all'ottima Blanchett e ad un Reeves sopra le righe, ci sono Giovanni Ribisi (Buddy, il meccanico vittima di abusi e con problemi psichiatrici), Katie Holmes (Jessica, la ragazza uccisa), Greg Kinnear (Wayne, il preside della scuola, fidanzato di Jessica), Hilary Swank (Valerie, la moglie di Donnie), Gary Cole (il procuratore) e J.K. Simmons (lo sceriffo scettico). Certo, qualche personaggio è un po' stereotipato o tagliato con l'accetta, e la risoluzione finale non sorprende più di tanto, ma la tensione non manca e la regia di Raimi costruisce una bella ambientazione di provincia ricca di tensioni e inquietudini.

4 maggio 2019

4 mosche di velluto grigio (D. Argento, 1971)

4 mosche di velluto grigio
di Dario Argento – Italia/Francia 1971
con Michael Brandon, Mimsy Farmer
**

Visto in divx.

Il musicista rock Roberto Tobias (Brandon) uccide un uomo senza volerlo – o almeno così crede – e inizia ad essere preso di mira e ricattato da qualcuno che ha fotografato tutto. Terzo capitolo, cupo e claustrofobico, della cosiddetta "trilogia degli animali" di Dario Argento, costruito su un canovaccio simile ai due lavori precedenti: un misterioso assassino seriale e psicopatico (la cui identità viene svelata solo nel finale), un'ambientazione urbana e quotidiana, la ricerca del gimmick, un protagonista senza particolari qualità, comprimari eccentrici e dalla caratterizzazione macchiettistica. Ma il cinema del regista comincia a tingersi di horror, e a farsi sempre più espressionistico: significativo l'omaggio a Fritz Lang, che dà il nome alla strada (fittizia) dove abita Roberto con la moglie Nina (Farmer), mentre la "Città" in cui risiede è un misto di Torino, Roma, Milano (la metropolitana), Spoleto (il teatro) e Tivoli (il parco). Compaiono anche i primi elementi soprannaturali, sotto forma dell'incubo ricorrente con la decapitazione in una piazza araba. Straniante vedere Bud Spencer in un ruolo "serio", quello di Dio(mede), il barbone consigliere. Jean-Pierre Marielle è Arrosio, l'investigatore gay. Francine Racette è Dalia, cugina di Nina e amante di Roberto, nella cui retina rimane impressa l'ultima immagine vista prima di essere uccisa, ovvero le quattro mosche del titolo, che porteranno all'identificazione dell'assassino. Nel cast anche Stefano Satta Flores, Marisa Fabbri, Oreste Lionello e Calisto Calisti. È rimasta celebre la sequenza finale, girata a 18.000 frame per secondo. Musica di Ennio Morricone, già autore di quella dei due film precedenti, ma che litigò con Argento e non lavorò più con lui fino al 1996 ("La sindrome di Stendhal"). Inizialmente il regista avrebbe voluto scritturare i Deep Purple, ma dovette rinunciarvi per questioni legate ai finanziamenti pubblici.

2 maggio 2019

Avengers: Endgame (A. e J. Russo, 2019)

Avengers: Endgame (id.)
di Anthony e Joe Russo – USA 2019
con Robert Downey Jr., Chris Evans
***

Visto al cinema Colosseo.

Nel precedente "Avengers: Infinity War" (di cui questo film è il seguito diretto), il folle extraterrestre Thanos aveva usato il potere delle sei gemme dell'infinito per spazzare via (con uno schiocco di dita!) metà degli esseri viventi di tutto l'universo. Fra questi, anche tantissimi supereroi (in particolare Spider-Man, il Dottor Strange, Black Panther, Falcon, Bucky, Scarlet, Wasp, Nick Fury e tutti i Guardiani della Galassia tranne Rocket), nonché molti loro amici e famigliari. I Vendicatori rimasti (Iron Man, "recuperato" nello spazio da Captain Marvel, oltre a Thor, Cap, Hulk e War Machine, con l'aggiunta di Nebula e Rocket) partono al contrattacco, ma la loro è una vittoria di Pirro: Thanos, ormai raggiunto il proprio scopo e ritiratosi "in pensione" su un lontano pianeta, si lascia uccidere senza opporre resistenza, consapevole che quello che ha fatto non potra più essere cancellato (l'ultimo suo atto con le sei gemme è stato quello di distruggerle). Tutto finito? No: cinque anni più tardi, Scott Lang fa ritorno dal regno quantico in cui lo avevamo lasciato alla fine di "Ant-Man and the Wasp" con una sconvolgente intuizione: le particelle Pym, le stesse che gli permettono di mutare le proprie dimensioni, potrebbero potenzialmente consentire di viaggiare nel tempo, e dunque di tornare nel passato per impadronirsi delle sei gemme. Non per cambiare il corso degli eventi (che – ci viene spiegato – non possono essere alterati) ma per riportare in vita tutti coloro che sono scomparsi. Ma nel frattempo gli eroi superstiti sono molto cambiati: se alcuni (Captain America, Vedova Nera, War Machine, Rocket, Nebula e un'ormai distante Captain Marvel) continuano la propria missione come sempre, altri si sono ritirati a vita privata. Tony Stark/Iron Man si è sposato con Pepper Potts ed è padre di una figlia); Bruce Banner/Hulk ha imparato a "fondere" le sue due personalità, dominando con il proprio cervello la parte più selvaggia (come nelle storie a fumetti scritte da Peter David); Thor si è lasciato andare alla depressione, e trascorre le giornate a bere birra e a guardare la tv (con tanto di panza!); e Clint Barton/Hawkeye è diventato un sanguinario vendicatore. Ma la possibilità di rimettere le cose a posto fa riunire il gruppo, che, diviso in vari team, torna indietro nel tempo a recuperare le varie gemme, rivisitando luoghi e scenari visti nelle precedenti pellicole (la New York del 2012, durante "The Avengers"; l'Asgard del 2013, durante "Thor: The Dark World"; e il pianeta Morag del 2014, durante "Guardians of the Galaxy"). Come nel citato "Ritorno al futuro", i nostri eroi agiranno "dietro le quinte" degli eventi già narrati, e qualcuno affronterà sé stesso. C'è anche una capatina nel 1970, che dà a Tony l'opportunità di incontrare suo padre Howard. La missione ha successo, ma con un indesiderato effetto collaterale: anche il Thanos del 2014 giunge nel presente, deciso a sottrarre le gemme agli eroi e ad utilizzarle nuovamente, questa volta per distruggere l'universo del tutto (e poi ricostruirlo da zero). Ne consegue una battaglia finale cui partecipano davvero tutti, anche i personaggi scomparsi ed ora redivivi: uno scontro campale che si conclude vittoriosamente soltanto grazie ad un estremo sacrificio...

"Questa è la battaglia della nostra vita", dice Steve Rogers/Cap ai compagni. E infatti il quarto film degli Avengers nonché il ventiduesimo film dell'Universo Cinematico Marvel (MCU) è il punto d'arrivo cui tendevano tutti i precedenti, gran finale di una "saga" (quella delle gemme dell'infinito, appunto) durata oltre dieci anni e iniziata con il primo "Iron Man" nel 2008. Non a caso nel finale – insieme a tantissimi personaggi e comprimari apparsi nelle altre pellicole – rivediamo proprio il regista di quel film, Jon Favreau, nei panni dell'autista e amico di Tony Stark, Happy Hogan. Kolossal epico, monumento all'immaginario fantastico dell'ultimo decennio, campione d'incassi in tutto il mondo (potrebbe superare "Avatar"!), atteso dai fan con trepidazione da un anno esatto (ovvero dal cliffhanger del precedente capitolo), il lungometraggio non delude di certo: le sue tre ore di durata (record per un film Marvel, giustificate anche dalla moltitudine di personaggi da giostrare e degli eventi di cui tirare le fila) sono assolutamente ben spese, senza mai provare la sensazione che gli sceneggiatori vogliano allungare il brodo. La prima parte, anzi, quella con i supereroi che devono affrontare le rispettive perdite, è a tratti toccante e coinvolgente, superando tutti i limiti dei film anteriori, a volte troppo fracassoni o di puro entertainment. Questo, a parte appunto la battaglia finale (comunque epica e spettacolare, entusiasmante soprattutto per chi ha visto tutti i capitoli precedenti), è invece più character-driven, e scava nelle psicologie dei vari eroi (con particolare attenzione per quelli che sono sempre stati le colonne portanti del MCU, ovvero Tony Stark e Steve Rogers), mostrandone le debolezze e sottolineandone le differenze (come la cialtroneria e i lati comici dei vari Thor, Ant-Man e Star-Lord). Spazio ridotto, invece, per il cattivo Thanos, più monodimensionale e stereotipato rispetto a "Infinity War". Grazie ai viaggi nel tempo, rivediamo anche molti personaggi e volti del passato, come Frigga, Loki, l'Antico. E ritornano, fra gli altri, la Valchiria, Okoye e Wong. Non tutti sono propriamente o formalmente reintrodotti, e dunque uno spettatore che si avvicinasse a questo film senza aver visto gran parte delle pellicole precedenti (o senza ricordarne ogni particolare) rischia di trovarsi spesso spiazzato, anche perché gli stessi protagonisti usano talvolta il nome proprio e talvolta quello di battaglia. Il lungometraggio, tuttavia, è decisamente ben equilibrato fra esigenze di trama, di approfondimento, di spettacolo e le immancabili strizzatine d'occhio per i fan dei comics (Cap che dice "Hail Hydra" o che solleva il martello di Thor, la figlia di Tony che si chiama Morgan, Clint armato di spada nei panni del Ronin: tutti riferimenti più o meno occulti a celebri storie a fumetti) o degli stessi film del MCU ("Io sono Iron Man"). E ci offre quella che è probabilmente l'ultima apparizione sullo schermo di Stan Lee, il creatore di quasi tutti questi personaggi (scomparso pochi mesi fa), in un cameo (insieme alla moglie) nei panni di un contestatore che sfreccia in auto davanti alla base militare negli anni '70).

Un punto d'arrivo, dicevamo: con "Endgame" (titolo traducibile con "finale di partita", dal gergo degli scacchi e di alcuni sport) si chiude un ciclo di ventidue film, e diamo l'addio ad alcuni personaggi (o meglio, a questa particolare incarnazione). Nell'Universo Marvel (fumettistico o cinematografico, non importa), lo sappiamo bene, la morte non è mai definitiva. L'impressione è che si sia voluto sfruttare l'occasione per mettere la parola fine alla collaborazione con alcuni attori che da un lato stanno invecchiando e dall'altro sono diventati ormai troppo costosi per una franchise che ha scoperto di poter riscuotere incassi record al box office anche con interpreti meno noti o alle prime armi (il nuovo Spider-Man docet). Addio, dunque, a Robert Downey Jr., a Chris Evans e (forse) a Scarlett Johansson: se mai rivedremo sul grande schermo Iron Man, Cap e la Vedova Nera (e non ci sono molti dubbi a proposito!), si tratterà di nuove versioni, magari più giovani e "aggiornate". D'altronde il tintinnio sul finire dei titoli di coda (niente scena post-credit, per la prima volta!) suggerisce che un nuovo Iron Man sia già in costruzione da qualche parte. Cap ha già individuato in Sam Wilson il proprio successore, e forse tornerà anche la Visione (d'altronde Gamora è già tornata, col trucco: la sua versione del 2014 ha preso il posto di quella defunta nei Guardiani della Galassia). E presto, nella successiva "fase" del MCU, all'ensemble dovrebbero unirsi anche tutti quei personaggi (come gli X-Men e i Fantastici Quattro) i cui diritti erano della 20th Century Fox, acquisita recentemente dalla Disney. Forse il futuro del MCU sarà meno Avengers-centrico e più basato su pellicole stand-alone (come consiglierebbe il successo di "Black Panther"), e la cosa non mi dispiacerebbe (la sensazione di assistere ad episodi di un telefilm è sempre stato l'aspetto che ho gradito meno di questi film), ma dubito che si rinuncerà del tutto a fidelizzare i fan con la continuity, croce e delizia nonché caratteristica fondante anche dei comics. Salutano il MCU (almeno temporaneamente) anche i fratelli Anthony e Joe Russo, registi mestieranti senza infamia e senza lode (comunque meglio loro di Joss Whedon): i meriti del film stanno tutti nella sceneggiatura (qualche buco logico a parte), nella recitazione e negli effetti speciali, ingredienti dosati a livello superiore rispetto ai precedenti capitoli. Ma il valore maggiore sta proprio nel costituire un degno finale di una saga lunghissima, nel portare a termine estese sottotrame e percorsi individuali senza tradire le aspettative (a vari livelli) e, cosa non da poco, senza annoiare, anzi coinvolgendo e a tratti divertendo parecchio. Meritato "l'onore della firma" per i principali interpreti sui titoli finali. Ah, un ultimo appunto semi-ironico (ma non troppo): mezzo punto in più per aver menzionato, in mezzo a tanti celebri film sui viaggi nel tempo, il semisconosciuto ma mio personal cult "Bill & Ted's Excellent Adventure" (di cui proprio la Marvel pubblicò un adattamento a fumetti).

30 aprile 2019

Tardo autunno (Yasujiro Ozu, 1960)

Tardo autunno (Akibiyori)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1960
con Yoko Tsukasa, Setsuko Hara
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Mamiya (Shin Saburi), Taguchi (Nobuo Nakamura) e Hirayama (Ryuji Kita), tre uomini di mezza età, si mettono in testa di trovare un buon marito ad Ayako (Yoko Tsukasa), figlia ventiquattrenne del loro defunto amico Miwa, della cui vedova Akiko (Setsuko Hara) erano tutti (e lo sono ancora) innamorati. La scelta ricade su Goto (Keiji Sada), un giovane promettente che lavora nella stessa ditta di Mamiya. Ma la ragazza, pur chiaramente attratta da lui, fa capire di non essere interessata al matrimonio per non lasciare da sola la madre. Allora i tre, stavolta con la complicità di Yuriko (Mariko Okada), agguerrita amica di Ayako, decidono di trovare prima uno sposo anche per Akiko... Il terzultimo film di Ozu (sceneggiato con il fido Kogo Noda da un soggetto di Satomi Ton) è praticamente un remake a colori di "Tarda primavera", nel quale Setsuko Hara (qui la madre) interpretava la figlia. Molti dei suoi temi saranno poi riproposti due anni più tardi nell'ultimo film del regista, "Il gusto del sakè". Rispetto al lungometraggio originale, i toni sono assai più distesi e a tratti quasi da commedia, soprattutto quando sono in scena i tre anziani amici con le loro dinamiche, gli scherzi e i battibecchi (fra di loro e anche con le rispettive mogli). Ma dietro l'apparenza leggera e le schermaglie, la pellicola affronta questioni ben profonde e in particolare ironizza sulle nuove generazioni e il loro modo più "diretto" di gestire l'amore e i sentimenti: significativi anche i pur brevi momenti in cui i tre uomini interagiscono con i rispettivi figli, e naturalmente la scena dell'incontro con Yuriko. L'ostinazione di Ayako a non sposarsi, oltre che richiamare quella di Noriko in "Tarda primavera", si può leggere come una paura dell'età adulta (Yuriko la accusa infatti di essere "infantile") e del cambiamento di vita simboleggiato dal treno che passa davanti al palazzo in cui lavora e che porta via la collega che si è appena sposata. Certo, c'è poco o nulla di nuovo rispetto ai lavori precedenti (dei quali può essere considerato un compendio), ma la regia e la messa in scena hanno ormai raggiunto livelli di assoluta perfezione, nel loro apparente immobilismo, nelle alternanze di campo e controcampo, nel montaggio con le brevi inquadrature degli ambienti (curiosità: sia la casa di Akiko e Ayako, sia l'ufficio di Mamiya – ovvero i due luoghi cardine della storia, assieme ai vari localini e ristorantini serali – si presentano con gli stessi colori azzurro/acquamarina nelle porte, negli infissi e nei corridoi esterni). Ed è molto bello rivedere tutto l'ensemble degli attori caratteristici di Ozu (anche Chishu Ryu, che in "Tarda primavera" era il padre, compare brevemente nel ruolo dello zio di campagna).

29 aprile 2019

Promised land (Gus Van Sant, 2012)

Promised Land (id.)
di Gus Van Sant – USA 2012
con Matt Damon, John Krasinski
**

Visto in TV.

Steve (Matt Damon), dirigente di una compagnia che effettua trivellazioni per estrarre gas naturale, giunge in una cittadina rurale con l'obiettivo di convincere gli abitanti a acconsentire allo sfruttamento dei loro terreni. Inizialmente sembra avere vita facile, dato lo stato di crisi economica in cui si trovano gli agricoltori: ma poi dovrà vedersela con Dustin (John Krasinski), un giovane e agguerrito rappresentante di un'organizzazione ambientalista, che inizia a mettere in guardia gli abitanti dai pericoli connessi. Il tema è quello della fratturazione idraulica, tecnica estrattiva con forti rischi ambientali, e il film cerca di mostrare il conflitto fra gli interessi delle multinazionali e quelli delle comunità che su quei terreni ci vivono (magari da molte generazioni), attraverso lo scontro fra due tipi di retorica, impersonati dai due contendenti. Ma nonostante la regia competente di Van Sant e il buon cast (ci sono anche Frances McDormand, Hal Holbrook e Rosemarie DeWitt), la pellicola non riesce davvero a "respirare", e la sceneggiatura si basa solo sul colpo di scena finale, con l'inevitabile (ma anche implausibile) scambio di ruolo dei due protagonisti. Un altro tema affrontato è quello della manipolazione e del controllo della coscienza ambientalista di una comunità (in effetti gli agricoltori e gli abitanti della cittadina, tranne pochissime eccezioni, sono presentati praticamente senza una voce propria o delle idee in merito, e seguono di volta in volta come banderuole le direzioni di Steve o di Dustin, che cercano di portarli dalla propria parte mostrandosi amichevoli, affabili e comprensivi). Damon e Krasinski sono anche sceneggiatori (il soggetto è di Dave Eggers). Curiosità: il film è stato co-finanziato da una casa di produzione legata al governo di Abu Dhabi, accusato di aver voluto in questo modo "sabotare" l'industria estrattiva americana (sua concorrente).

28 aprile 2019

My heart is that eternal rose (P. Tam, 1989)

My heart is that eternal rose (Sha shou hu die meng)
di Patrick Tam – Hong Kong 1989
con Kenny Bee, Joey Wong, Tony Leung Chiu-Wai
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Per aver fatto uno sgarbo a un potente gangster cinese, il giovane Rick (Kenny Bee) è costretto a lasciare Hong Kong e rifugiarsi nelle Filippine. Sei anni dopo, diventato un killer, tornerà per portare a termine un contratto. E scoprirà che la donna che ha sempre amato, Lap (Joey Wong), non l'aveva tradito come gli aveva fatto credere, ma era stata costretta a diventare l'amante del boss Shen (Chan Wai-Man) pur di salvare la vita al proprio padre. I due progettano di fuggire insieme, ma ci rinunceranno per salvare l'amico Cheung (Tony Leung Chiu-Wai), che li ha aiutati, dalla vendetta di Shen. Il capolavoro di Tam, mentore di Wong Kar-wai, è uno struggente melodramma a sfondo gangsteristico caratterizzato da lenti movimenti di macchina, dalla fotografia colorata e avvolgente di Christopher Doyle (che ricorda il cinema di Fassbinder) e da una bella colonna sonora (con il tema cantato dalla Wong): forse gli mancano situazioni o personaggi iconici come i contemporanei film di John Woo o dello stesso Wong Kar-wai, ma va considerato a pieno diritto come uno dei film più interessanti della new wave del cinema hongkonghese di fine anni '80 e inizio anni '90 e del filone dell'heroic bloodshed (si pensi alla violenta sparatoria nel finale, con un montaggio alla Peckinpah, in cui Rick che rimane in piedi e continua a sparare anche se già trafitto di colpi). In effetti, ha molti temi in comune con il più celebre (in occidente) "A better tomorrow": l'amicizia, il sacrificio, l'impossibilità di ricostruirsi una vita ("I tempi passati non possono più tornare", dice Lap a Rick); e in più ci aggiunge l'amore, rendendo il personaggio femminile l'autentico protagonista della vicenda (mentre i due maschili si danno quasi il cambio sotto i riflettori: all'inizio c'è Kenny Bee, ma alla distanza – anche per la maggior espressività come interprete – esce Tony Leung). Il titolo internazionale (quello originale significa "L'illusione di un killer") è una frase di Antonin Artaud. Nel cast anche Gordon Liu (lo sgherro "cattivo" di Shen) e Ng Man-tat (il poliziotto corrotto).

27 aprile 2019

Brutti e cattivi (Cosimo Gomez, 2017)

Brutti e cattivi
di Cosimo Gomez – Italia 2017
con Claudio Santamaria, Sara Serraiocco
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il "Papero" (Santamaria), mendicante senza gambe, organizza una rapina in banca insieme a un gruppo di altri freaks: la moglie priva di braccia, detta la "Ballerina" (Sara Serraiocco), un nano scassinatore (Simoncino Martucci), e un tossicodipendente (Marco D'Amore). Ma una volta fatto il colpo, fra i membri del gruppo scattano tradimenti incrociati per tenersi il bottino, che fa gola anche a un falso prete nigeriano (Narcisse Mame), a una prostituta (Aline Belibi) e alla mafia cinese. Ambientato fra Roma e Ostia, un bizzarro mix fra commedia politicamente scorretta (all'insegna di un cattivo gusto soltanto però di facciata) e action gangsteristico: ma i troppi colpi di scena, molti dei quali nemmeno giustificati dalle premesse, rovinano l'impasto, e il mood scivola spesso nell'innocua parodia o nella farsa fine a sé stessa, impedendo che personaggi e situazioni comunichino davvero qualcosa allo spettatore. Il regista, all'esordio, è uno scenografo che lavora da vent'anni in tv e al cinema.

26 aprile 2019

Sole rosso (Terence Young, 1971)

Sole rosso (Soleil rouge)
di Terence Young – Italia/Francia/Spagna 1971
con Charles Bronson, Toshiro Mifune
**

Rivisto in TV.

Per recuperare una preziosa spada, dono dell'imperatore del Giappone al presidente degli Stati Uniti, il samurai Kuroda (Mifune) si allea con il bandito Link (Bronson), tradito dai suoi stessi complici e in cerca di vendetta. Un samurai nel far west? È questa la caratteristica più insolita di questo western di produzione internazionale e con un cast davvero sui generis, che mette insieme il protagonista di tanti film di Akira Kurosawa con uno degli attori de "I magnifici sette", che era un remake proprio di un film dell'Imperatore, "I sette samurai". Aggiungiamoci poi Alain Delon nei panni del "cattivo" Gauche, e Ursula Andress in quelli della sua donna, e il piatto è servito. Interessante la collocazione storica: il film si svolge nel 1870, soltanto pochi anni dopo la restaurazione imperiale e la riapertura del Giappone al mondo, e proprio quando la casta dei samurai volgeva ormai al declino (cosa di cui Kuroda, rimasto fedele al codice del Bushido, è perfettamente consapevole). Peccato che da tutta questa commistione nasca una trama non particolarmente originale e senza troppe pretese, e che, nonostante il tono scanzonato (vedi i battibecchi fra i due protagonisti, così diversi per carattere e personalità, che pure con il tempo diventano amici e imparano a conoscersi e a rispettarsi, come nel più tipico dei buddy movie), si viaggi sul filo degli stereotipi (basti pensare al personaggio interpretato dalla Andress, o agli indiani Comanche che attaccano nel finale). Non aiuta la regia piuttosto scolastica di Young. Musica di Maurice Jarre. Nel cast anche Capucine (una prostituta) e Luc Merenda (uno dei banditi).

25 aprile 2019

Nelly e Mr. Arnaud (C. Sautet, 1995)

Nelly e Mr. Arnaud (Nelly et Monsieur Arnaud)
di Claude Sautet – Francia 1995
con Emmanuelle Béart, Michel Serrault
***

Visto in TV.

La giovane Nelly (una splendida Béart) ha lasciato il marito indolente e cerca lavoro. L'anziano e facoltoso Pierre Arnaud (un compassato Serrault), giudice in pensione, sta per traslocare e vorrebbe scrivere un libro di memorie. L'incontro e l'amicizia fra i due, con l'uomo che assume la ragazza per ribattere al computer il suo manoscritto, li aiuterà a rimettere in moto le rispettive vite. Un film delicato ed esistenziale, uno scavo psicologico nella rete di dubbi, fragilità, emozioni e sentimenti in cui sono intrappolati i personaggi, prigionieri della solitudine e di sentimenti inespressi. Nelly e Monsieur Arnaud sono, all'apparenza, antitetici: giovane lei e vecchio lui, la prima è proiettata verso un futuro incerto e pieno di dubbi (del suo passato, cognome compreso, non veniamo invece a sapere nulla), mentre il secondo vive soltanto di ciò che si è messo alle spalle (un matrimonio fallito, figli con cui non va d'accordo, le "avventurose" esperienze da magistrato nelle colonie francesi d'oltremare su cui vuole scrivere il suo libro). Eppure si comprendono alla perfezione, lui con la sua capacità di osservatore e il suo ruolo di confidente, lei con i suoi silenzi (sintomo di profonda irrequietezza) e la sua sensibilità. Ne nasce una relazione di amicizia che nasconde in fondo "una storia d'amore incompiuta, dove il sentimento e il rispetto reciproco prevalgono su tutto", e che Sautet racconta a sua volta con realismo: anziché spiattellare in scena tutto e subito, si rifugia nel non detto, nelle ellissi, negli accenni, e nei tempi lenti. Jean-Hugues Anglade è il giovane editore che deve pubblicare il libro di Arnaud e che si innamora di Nelly. Michael Lonsdale è il misterioso amico di Pierre. È l'ultimo film di Sautet: la Béart aveva già recitato nel precedente "Un cuore in inverno".

24 aprile 2019

Tempo di viaggio (T. Guerra, A. Tarkovskij, 1982)

Tempo di viaggio
di Tonino Guerra, Andrej Tarkovskij – Italia 1982
con Tonino Guerra, Andrej Tarkovskij
**1/2

Visto su YouTube.

In cerca di location e di ispirazione per girare "Nostalghia" (il suo primo film fuori dall'Unione Sovietica), il regista Andrej Tarkovskij viene condotto dallo sceneggiatore Tonino Guerra in giro per l'Italia. I due ammirano le bellezze architettoniche, parlano di cinema e di poesia, mettono a confronto le rispettive filosofie. Documentario assai interessante, non solo per la sua natura di "dietro le quinte" o per come mostra la genesi di "Nostalghia", appunto (si vedono Bagno Vignoni e la "Madonna del parto" di Monterchi, che affascinano subito il regista russo, poco convinto invece dall'eccessiva bellezza, "troppo turistica", della costiera amalfitana o del barocco leccese), ma anche perché ci mostra Tarkovskij in un momento particolare della sua vita: reduce da problemi di salute, aveva ottenuto dal governo sovietico l'autorizzazione a recarsi in Italia ma senza la sua famiglia, rimasta a Mosca. E in effetti sembra sempre un po' pensieroso e vulnerabile, un pesce fuor d'acqua, quasi "trascinato" controvoglia dall'affabile Guerra a vedere le meraviglie dell'Italia. "Mi sento in vacanza, non ci sono abituato", dice. Interessanti sono comunque i momenti in cui racconta il suo rapporto con il cinema, la sua idiosincrasia verso i film di genere (che trova limitanti: anche quando ha girato pellicole di fantascienza, ha sempre cercato di trascendere il genere), alcuni soggetti e progetti mai realizzati, e la sua ammirazione per registi come Dovženko, Bresson, Antonioni, Fellini, Mizoguchi, Vigo, Paradžanov e Bergman. Quanto a Tonino Guerra, oltre a fare da guida e anfitrione e ad ospitare l'amico a casa sua (ma ognuno parla la propria lingua), legge alcune sue poesie in dialetto romagnolo.

22 aprile 2019

Forza maggiore (Ruben Östlund, 2014)

Forza maggiore (Turist, aka Force majeure)
di Ruben Östlund – Svezia/Francia/Norvegia 2014
con Johannes Bah Kuhnke, Lisa Loven Kongsli
***

Visto in TV.

In vacanza per una settimana bianca in un comprensorio sciistico sulle Alpi, una famiglia svedese vede incrinarsi la fiducia e l'armonia al proprio interno quando il primo impulso del capofamiglia Tomas, di fronte a una valanga che sembra stare per abbattersi sulla terrazza del ristorante dove si trovano, è quello di fuggire precipitosamente, abbandonando la moglie e i figli. Scampato il pericolo, si ritroverà a dover fare i conti con sé stesso. Ambientato durante quella che avrebbe dovuta essere una settimana bianca idilliaca (il resort è modernissimo, le piste sono vuote e pulite, la famiglia appare all'inizio sin troppo perfetta), il film scava con ficcante lucidità e una punta di cinismo nella psicologia dei suoi personaggi: da Tomas, che inizialmente nega l'accaduto o cerca di rimuoverlo, perché incapace di accettare la parte di sé più debole o di cui si vergogna; a Ebba che non riesce a dimenticare quel che è successo e andare oltre (al punto da fare un "processo" al marito davanti agli amici). E si discute sul come reagire alla paura e alle situazioni di pericolo, sull'importanza degli affetti e dei legami famigliari, sui dubbi e le paranoie. Östlund, che aveva iniziato la propria carriera dirigendo proprio alcuni filmati e documentari a tema sciistico, ha affermato di essersi ispirato al caso del capitano Schettino e ad alcuni video su YouTube (come questo per la scena finale). Notevole l'utilizzo della musica di Vivaldi (l'estate dalle "Quattro stagioni"), abbinata alle immagini notturne delle piste vuote, scosse dalle esplosioni o battute dai gatti delle nevi, in un'atmosfera quasi irreale. Il film è stato girato in Francia (a Montchavin-La Plagne) e Italia (al Passo dello Stelvio).

21 aprile 2019

Ant-Man and the Wasp (P. Reed, 2018)

Ant-Man and the Wasp (id.)
di Peyton Reed – USA 2018
con Paul Rudd, Evangeline Lilly
**

Visto in divx.

Agli arresti domiciliari dopo gli eventi di "Captain America: Civil War", Scott Lang (Rudd) viene contattato nuovamente dallo scienziato Hank Pym (Michael Douglas) e dalla figlia Hope van Dyne (Evangeline Lilly), che chiedono il suo aiuto per recuperare la rispettiva moglie e madre Janet (Michelle Pfeiffer), prigioniera da trent'anni nel "mondo quantico" dopo essersi rimpicciolita a livello subatomico. Scott è così costretto a rivestire i (minuscoli) panni di Ant-Man, coadiuvato da Hope in quelli dell'eroina alata Wasp, per vedersela con il misterioso Fantasma, ovvero Ava Starr (Hannah John-Kamen), figlia di un ex collega di Pym, che vuole mettere le mani sulla sua tecnologia per stabilizzare il proprio corpo "fuori fase". Il secondo lungometraggio dedicato al meno popolare degli eroi Marvel creati da Stan Lee (che fa il suo consueto cameo, nel ruolo dell'uomo cui viene rimpicciolita la macchina) è sulla falsariga del precedente: leggero, infantile e incentrato sui temi del rapporto fra padri e figli (o meglio, figlie: quello fra Scott e la sua piccola Cassie, quello fra Pym e Hope, quello fra Ava e il padre Elihas Starr/Testa d'Uovo). Ma a parte qualche battuta divertente nei dialoghi ("Hai avuto una correlazione con lei!" - "Non lo farei mai, ti rispetto troppo!" - "Correlazione quantistica, Scott!"), l'umorismo slapstick è piuttosto blando, la sceneggiatura è colma di technobabble e le scene d'azione per le strade di San Francisco mai veramente innovative (basate soltanto sul continuo rimpicciolimento e ingrandimento di persone od oggetti). Manca persino un vero cattivo (se non consideriamo la banda di malviventi pasticcioni, guidata da Sonny Burch, che vogliono mettere le mani sul sofisticato laboratorio di Pym). E nonostante il titolo, Wasp resta una comprimaria. Ne risulta probabilmente il più insignificante di tutti i film dei Marvel Studios, per quanto sicuramente più divertente di alcuni film degli Avengers. Più che supereroi, le tute dei due protagonisti ricordano alcuni eroi giapponesi come Kamen Rider o Ultraman. Laurence Fishburne è Bill Foster (l'ex Golia), Randall Park è l'agente dell'FBI Jimmy Woo. Dal primo film tornano anche le spalle comiche, in particolare Michael Peña nel ruolo dell'amico Luis. Oltre ai tanti riferimenti nei dialoghi a "Civil War", il controfinale si collega ad "Avengers: Infinity War".

20 aprile 2019

Orbita 9 (Hatem Khraiche, 2017)

Orbita 9 (Órbita 9)
di Hatem Khraiche – Spagna/Colombia 2017
con Clara Lago, Álex González
**

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Helena (Clara Lago) è nata e ha trascorso tutta la vita su un'astronave, in viaggio da vent'anni verso un nuovo pianeta da colonizzare. Rimasta sola a bordo dopo la morte dei suoi genitori, incontra per la prima volta un altro essere umano quando il giovane ingegnere Alex (Álex González) attracca con una navetta per effettuare alcune riparazioni. O almeno questo è quello che crede... In realtà, Helena si trova in un simulatore, ancora sulla Terra: è uno dei dieci individui che vengono monitorati per studiare le reazioni dell'organismo umano a un viaggio spaziale di lunga durata, nell'attesa di abbandonare davvero un pianeta ormai irrimediabilmente inquinato. Un piccolo film di science fiction spagnolo, basato su un buono spunto di partenza (il colpo di scena viene rivelato dopo una ventina di minuti), che anche dopo aver abbandonato il setting spaziale in favore di quello urbano non è privo di alcune intuizioni interessanti (le psicoterapeute "virtuali" che vengono incontrate in una sorta di peep show), anche di natura etica: peccato però che si sfilacci progressivamente, con qualche forzatura di troppo nella trama (perché introdurre i cloni?) e che proceda verso un finale un po' così, non aiutato da una regia anonima e da interpreti poco espressivi.

19 aprile 2019

Puccini (Carmine Gallone, 1953)

Puccini
di Carmine Gallone – Italia/Francia 1953
con Gabriele Ferzetti, Märta Torén
*1/2

Visto in TV.

Una "libera e poetica interpretazione" – come recitano i titoli di testa – della vita del grande compositore lucchese, con particolare enfasi sui suoi rapporti con le donne, che sono il vero filo conduttore della pellicola, prima ancora che la sua musica. Anche se la colonna sonora accosta infatti molti brani celebri (e vengono ricostruite scene di opere come "Manon Lescaut", "La Bohème", "Madama Butterfly" e "Turandot", con la partecipazione di cantanti lirici quali Beniamino Gigli, Nelly Corradi e Gino Sinimberghi), né l'arte di Puccini né in generale la sua creatività vengono approfondite più di tanto. E persino gli elementi biografici sono accatastati senza particolare cura, prendendosi alcune libertà (anche se Puccini ebbe in effetti diverse amanti, il personaggio della soprano Cristina, per la quale quasi lascia la moglie Elvira, è del tutto inventato) e addirittura saltando ben vent'anni (dalla "Butterfly" si passa direttamente alla "Turandot", con il maestro già gravemente malato). Poco equilibrata anche la caratterizzazione dei personaggi, tutta sbilanciata sul versante femminile, mentre Puccini stesso è raramente il motore degli eventi. Ne risulta un polpettone melodrammatico, colorato (la fotografia è di Claude Renoir) e un po' superficiale. Bravi comunque gli attori, dal protagonista Gabriele Ferzetti a Märta Torén nei panni di Elvira, da Nadia Gray in quelli di Cristina (per la quale scrive le parti di Manon e di Mimì) a Paolo Stoppa che interpreta l'amico Giocondo. Sergio Tofano è Giulio Ricordi. Unico sprazzo di qualità ariosa nella regia è la scena del funerale in mare della servetta Delia (Myriam Bru), accompagnata dal coro a bocca chiusa. L'anno seguente Gallone realizzerà con lo stesso cast una versione alternativa della biografia di Puccini in un segmento di "Casa Ricordi".

17 aprile 2019

Buffalo Bill e gli indiani (R. Altman, 1976)

Buffalo Bill e gli indiani, ovvero: La lezione di storia di Toro Seduto (Buffalo Bill and the Indians, or Sitting Bull's History Lesson)
di Robert Altman – USA 1976
con Paul Newman, Geraldine Chaplin
***

Visto in TV.

Buffalo Bill, al secolo William F. Cody (Paul Newman), il cui mito di eroe della frontiera americana è dovuto ai romanzi d'avventura dello scrittore Ned Buntline (Burt Lancaster), ingaggia come guest star per gli spettacoli del suo circo itinerante nientemeno che il feroce capo indiano Toro Seduto (Frank Kaquitts), da poco sconfitto. Questi accetta di prestarsi a tali pagliacciate – che ricostruiscono le guerre indiane, fra comparse acrobatiche e bande musicali, a beneficio di un pubblico pagante – soltanto per raccontare i massacri perpetrati dai bianchi e per guadagnare migliori condizioni di vita per il suo popolo rinchiuso nelle riserve. L'incontro con la silenziosa dignità del pellerossa porterà Cody a confrontarsi con sé stesso, con la propria immagine di eroe fasulla e creata a beneficio dello show business (come la falsa capigliatura che sfoggia in testa: significativa la frase di Buntline al momento di accomiatarsi da lui: "Buffalo Bill, lieto di averti inventato") e con i propri fantasmi. Ispirandosi alla commedia teatrale "Indians" di Arthur Kopit (riscritta dal regista insieme ad Alan Rudolph), Altman demistifica e smaschera il mito dell'eroismo e del selvaggio west attraverso la figura della "stella" vanitosa di uno spettacolo fatto soltanto di finzione e pantomime. Non contento, il regista destruttura la narrazione (come aveva già fatto con "MASH") per dare vita a un film corale dalla struttura episodica e caotica, dove le tante figure storiche (tutte realmente esistite) appaiono nella loro completa e umana fragilità, rendendo ancora più netto il contrasto con l'orgoglio e la dirittura morale dei pellerossa sconfitti ma non piegati (ben diversi dai selvaggi sanguinosi raccontati dalla mitologia del tempo). Geraldine Chaplin è una Annie Oakley nevrotica, John Considine un pavido Frank Butler, Harvey Keitel è il nipote di Buffalo Bill che vive nel mito dello zio, Will Sampson il gigantesco interprete indiano di Toro Seduto. Nel cast anche Joel Grey, Kevin McCarthy, Pat McCormick e Shelley Duvall. Il film vinse l'Orso d'Oro a Berlino ma fu male accolto dal pubblico americano in un anno in cui gli Stati Uniti festeggiavano il loro bicentenario e non erano pronti a mettere in discussione alcuni dei loro miti fondanti. I titoli di testa non presentano i nomi dei personaggi, ma il loro ruolo nella storia ("La stella", "L'impresario", ecc.). L'edizione italiana dura quasi mezz'ora in meno rispetto a quella originale.

16 aprile 2019

Il ragazzo dai capelli verdi (J. Losey, 1948)

Il ragazzo dai capelli verdi (The Boy with Green Hair)
di Joseph Losey – USA 1948
con Dean Stockwell, Pat O'Brien
**1/2

Rivisto in TV.

Il dodicenne Peter ("Piero" nella versione italiana), orfano di guerra che abita con il nonno, si sveglia un giorno scoprendo che i capelli gli sono diventati completamente verdi. Dapprima a disagio per questa sua condizione di "diverso", li sfoggerà poi con orgoglio quando capirà che è l'occasione per lanciare un forte messaggio antibellico: il verde, "colore della speranza e della primavera", consente infatti di attrarre l'attenzione sugli orfani di tutte le guerre. Deriso dai compagni di scuola e visto con sospetto dagli adulti, però, sarà costretto a raderli. Originale e delicata allegoria pacifista (di un Losey all'esordio nel lungometraggio, che anche per questo tipo di film un paio d'anni più tardi fu inserito nella black list e costretto a lasciare Hollywood) ma anche riflessione sul tema dell'omologazione forzata e dell'intolleranza ("Lasceresti che tua sorella sposi uno con i capelli verdi?"). Da notare la sottigliezza con cui viene trattato l'elemento "fantastico" della pellicola: tutta la storia è infatti raccontata in flashback da Peter, con la testa rasata, a uno psicologo della polizia (Robert Ryan), e dunque non sappiamo con certezza se è vera oppure – in un tipico caso di "narratore inaffidabile" – se è soltanto il frutto della fantasia del ragazzo (il che non ne diminuisce il messaggio, sia chiaro). Forse il più celebre dei film interpretati da bambino da Dean Stockwell (che avrà poi una lunga carriera anche da adulto, sia al cinema che in televisione). Il veterano Pat O'Brien è il nonno, ex attore comico e di varietà (che canta "Gip gip bel cavallin"). Sui titoli di testa si sente la canzone "Nature boy" di Nat King Cole.

15 aprile 2019

Il gatto a nove code (D. Argento, 1971)

Il gatto a nove code
di Dario Argento – Italia 1971
con James Franciscus, Karl Malden
**

Visto in TV.

Con l'aiuto dell'enigmista cieco Franco Arnò (Malden), il giornalista Carlo Giordani (Franciscus) indaga su una serie di delitti incentrati attorno all'istituto di ricerce genetiche del professor Terzi (Tino Carraro). Gli scienziati del laboratorio hanno infatti scoperto un'alterazione cromosomica che porta a una predisposizione alla delinquenza, e l'assassino (che potrebbe anche essere uno di loro) intende impedire che la propria natura antisociale venga alla luce. Il secondo lungometraggio di Dario Argento (nonché secondo tassello della "trilogia degli animali") è ancora un giallo prima che un horror. Rispetto al precedente "L'uccello dalle piume di cristallo", però, l'atmosfera è più convenzionale e lo svolgimento meccanico, con sospetti su vari personaggi prima di una risoluzione in fondo abbastanza banale. Se la tensione non sempre è ai massimi livelli (tranne forse nella scena del cimitero), sono però da apprezzare alcune scelte stilistiche (le soggettive dell'assassino, l'inquadratura ravvicinata della sua iride colorata di rosso), mentre certi personaggi di contorno sembrano uscire da una commedia (il barbiere, lo scassinatore "Gigi Scalogna"). Il titolo è abbastanza pretestuoso (le "nove code" del gatto simboleggiano le tante piste da seguire durante l'indagine). La vicenda è ambientata a Torino. Musica di Ennio Morricone. Catherine Spaak è Anna, la bella figlia del professor Terzi, mentre Cinzia De Carolis è la piccola Lori, la nipotina di Arnò. Nel cast anche Horst Frank (il tedesco gay), Aldo Reggiani e Rada Rassimov. Gli attori protagonisti furono imposti ad Argento dai finanziatori americani giunti sulla scia del suo precedente film (che in effetti aveva riscosso più successo negli USA che in Italia).

13 aprile 2019

Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide! (J.P. Melville, 1966)

Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide! (Le deuxième souffle)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1966
con Lino Ventura, Paul Meurisse
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Evaso di prigione dopo dieci anni, l'esperto rapinatore Gustave "Gu" Minda (Lino Ventura) accetta di partecipare a un ultimo colpo per procurarsi il denaro necessario ad espatriare in Italia. Braccato dallo scaltro commissario Blot (Paul Meurisse), tradirà senza volerlo i propri complici e cercherà disperatamente di porvi rimedio... Da un romanzo di José Giovanni (co-sceneggiatore insieme al regista), uno dei più avvincenti polar di Melville (che lo considerava il suo film più personale), quello che segna il suo definitivo distacco dalle forme cinematografiche classiche, in favore di uno stile più asciutto e originale. Ambientato in un sottobosco criminale dove la reputazione e la lealtà contano quasi più della propria vita, è girato in un avvolgente bianco e nero che dona un'aura di universalità alle vicende (collocate fra Parigi e Marsiglia). I temi dell'onore, del tradimento e del riscatto dominano l'intera pellicola, assai lunga ma scorrevole, incalzante e ricca di sequenze memorabili: dall'evasione iniziale, quasi muta (che ricorda "Un condannato a morte è fuggito" di Robert Bresson), alle scene ad alta tensione della sanguinosa rapina al furgone portavalori sulle strade di montagna dell'entroterra, dalle dinamiche fra i vari gangster (amici e nemici, alleati e rivali, vecchi affidabili e giovani rampanti), al gioco di trappole e trabocchetti incrociati fra il poliziotto e il bandito, animati comunque da un rispetto reciproco. E proprio la costruzione dei molti personaggi (tutti hanno evidentemente un passato che ci è lasciato soltanto immaginare) è uno dei punti di forza della sceneggiatura, insieme alla stilizzazione e alla naturalezza con cui si dipana l'intricata vicenda. Pare che per molti di loro, Giovanni si sia ispirato a persone realmente conosciute durante l'occupazione tedesca o subito dopo la guerra. Ventura giganteggia (anche travestito con baffi e occhiali scuri), Meurisse è un avversario simpatetico, arguto e gigione, mentre nel cast ci sono anche Christine Fabréga (Manouche, l'ex amante – o "sorella", come viene detto ambiguamente in gergo – di Gu), Michel Constantin (il fido Alban), Pierre Zimmer (l'imperturbabile Orloff), Paul Frankeur e Raymond Pellegrin. L'elaborato titolo italiano (sulla scia di molte pellicole di genere – western o poliziotteschi – dell'epoca) tradisce un po' la sobrietà di quello originale, che significa "Il secondo respiro" (ovvero "La seconda possibilità"). Nel 2007 è uscito un remake di Alain Corneau con Daniel Auteuil, Michel Blanc e Monica Bellucci.

12 aprile 2019

Little Cheung (Fruit Chan, 1999)

Little Cheung (Xilu xiang)
di Fruit Chan – Hong Kong 1999
con Yiu Yuet-Ming, Mak Wai-Fan
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Il Piccolo Cheung – battezzato così in onore di un vecchio attore e cantante dell'opera cantonese, che tutti nel quartiere chiamano colloquialmente "Fratello Cheung" – trascorre le giornate della piovosa estate del 1997 correndo con la sua bici per i vicoli della città vecchia ed effettuando consegne per conto del ristorante di famiglia. Mentre il padre gestisce il locale e la madre gioca a mahjong, la nonna resta a casa, accudita da una badante filippina, immersa nei suoi ricordi e nei vecchi film che passano in televisione. Il terzo film di Fruit Chan sul passaggio di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina (dopo "Made in Hong Kong" e "The longest summer") racconta gli eventi e l'atmosfera di quei giorni attraverso gli occhi (e il microcosmo) di un bambino di nove anni. La vecchia colonia britannica, con il suo passato e la sua cultura (simboleggiata dalla nonna, che in gioventù fu cantante e attrice proprio al fianco di Fratello Cheung), è destinata a sparire con l'imminente handover, mentre alle nuove generazioni viene insegnato il mandarino e a fare l'alzabandiera salutando in maniera corretta il vessillo della Repubblica Popolare Cinese. Priva di una vera trama, la pellicola accosta con sensibilità molte situazioni ed episodi: le scorribande inarrestabili del piccolo protagonista per le strade del quartiere di Mongkok; il suo curioso approccio alle dinamiche e al sistema di valori dei "grandi" (dominato dalla ricerca del denaro); i giochi e gli scherzi (come fare la pipì nel thé che deve consegnare al delinquente locale); il desiderio di racimolare la mance necessarie per comprarsi un “tamagochi”; le severe punizioni del padre; la ricerca di un fratello maggiore che non sapeva di avere e che il padre ha ripudiato perché ha scelto di diventare un gangster; l'affetto per Armi, la domestica filippina, indice di un'apertura verso le culture diverse; e soprattutto l'amicizia con la coetanea Fan, immigrata clandestina dalla Cina continentale, da cui si fa aiutare nel lavoro (dividendo con lei le mance) e la cui deportazione da parte della polizia – proprio a poche ore dal fatidico cambio di bandiera – segnerà ufficialmente la fine dell'infanzia (del bambino come dell'intera Hong Kong). Come capita spesso nei film di questo regista, quasi tutti gli interpreti sono attori non professionisti. Il titolo originale è lo stesso di un film del 1950 che vedeva Bruce Lee (a soli 10 anni) in uno dei suoi primi ruoli da protagonista.

10 aprile 2019

Mr. Nobody (Jaco Van Dormael, 2009)

Mr. Nobody (id.)
di Jaco Van Dormael – Belgio/Canada/Fra/Ger 2009
con Jared Leto, Diane Kruger
**

Visto in TV.

Nel 2092, all'età di 118 anni, Nemo Nobody (Jared Leto) è l'ultimo mortale rimasto in un mondo in cui la scienza (attraverso il rinnovo infinito delle cellule) ha donato a tutti l'immortalità. Ma non ricorda nulla del proprio passato: e una seduta di ipnosi rivelerà una serie di fatti contraddittori e alternativi fra loro. A partire da quando aveva nove anni e fu costretto a scegliere se rimanere con il padre o con la madre che stavano divorziando, la vita di Nemo ha infatti seguito tutte le possibili biforcazioni, come se le diverse linee temporali coesistessero. E così, saltando da una possibilità all'altra (o anche avanti e indietro nel tempo), assistiamo alle tante possibili evoluzioni della sua esistenza, a seconda che abbia scelto (e/o sposato) una delle tre donne della sua vita, Anna (Diane Kruger), Elise (Sarah Polley) o Jeanne (Linh Dan Pham), che sia diventato ricco o rimasto povero, che sia morto da giovane oppure no... Pellicola ambiziosa, surreale e filosofico-esistenziale, che si sviluppa in mille rivoli e direzioni differenti. Ma proprio in questo sta il suo punto debole, visto che le tante varianti si succedono senza che alcuna di essa acquisti un valore o un significato particolare ai nostri occhi: una cosa vale l'altra e tutto vale tutto. Troppo denso e lungo, il film – che procede per accumulo con uno stile a metà fra "Il meraviglioso mondo di Amelie", il Gondry di "Se mi lasci ti cancello" e Wes Anderson – stufa ben presto anche lo spettatore che si chiede dove il regista (anche sceneggiatore) voglia andare a parare, saltando di palo in frasca: dal coming-of-age al film romantico, dal fantascientifico (il viaggio su Marte) all'onirico-surreale (il mondo esterno "costruito" come in "The Truman Show"), dall'esplorazione di teorie scientifiche o presunte tali (l'effetto farfalla, l'entropia e la freccia del tempo) ai sentimenti e alle paure innate (l'amore, la perdita, la depressione), dal potere dell'immaginazione (ovviamente di un bambino) alle riflessioni sul caso e la scelta (a un certo punto Nemo si affida a una moneta, come il Due Facce di Batman). E alla fine si rimane con ben poco di concreto in mano, visto che la relativizzazione impera: non a caso si cita una (per me brutta) frase di Tennessee Williams, "Ogni cosa avrebbe potuto essere un'altra e avrebbe avuto lo stesso profondo significato". Anche Resnais affrontava temi simili (si pensi a "Smoking"/"No smoking"), ma dal punto di vista del gioco intellettuale, senza rivestirli di tanta zavorra metafisica. Pure la colonna sonora è un guazzabuglio che mescola "Casta diva" e "Mr. Sandman", Satie e la "Pavane" di Fauré, Bach e Britten. In ogni caso il film è molto bello visivamente (la fotografia è di Christophe Beaucarne), e quello di Leto come attore è un autentico tour de force. Toby Regbo e Juno Temple sono Nemo e Anna a quindici anni.

9 aprile 2019

Il grande gioco (Robert Siodmak, 1954)

Il grande giuoco (Le grand jeu)
di Robert Siodmak – Francia/Italia 1954
con Jean-Claude Pascal, Gina Lollobrigida
**

Visto in TV.

Disposto a tutto pur di compiacere Silvia (Lollobrigida), la donna che ama, il ricco avvocato Pierre Martel (Pascal) dilapida per lei i propri averi. Finito in disgrazia, è costretto a fuggire da Parigi e a rifugiarsi in Algeria, dove attende inutilmente che Silvia lo raggiunga. Deluso, si arruola nella legione straniera. Ma quattro anni più tardi gli sembra di riconoscere le sembianze della donna in Elena, una prostituta incontrata per le strade di una città nel deserto... Remake di uno dei più celebri film di Jacques Feyder ("La donna dai due volti", 1934), fra i capostipiti del realismo poetico, con la Lollo in una doppia parte nel ruolo che nell'originale fu di Marie Bell. Ma vent'anni non sono trascorsi invano: e se i temi della pellicola tutto sommato valgono ancora la visione (l'amor fou, con Pierre innamorato più di un ideale che di una donna vera; anime perdute che si ritrovano in capo al mondo, ovvero in mezzo al deserto; il senso di fatalità, che porta i personaggi a lasciarsi trasportare dal destino, esemplificato dal gioco con le carte – il "grande gioco" del titolo, appunto – con cui Blanche (Arletty), la proprietaria del locale dove si radunano i soldati, prevede loro il futuro), tutto ora è più blando e sembra avere meno spessore e significato. Siodmak, dopo una serie di ottimi film noir, aveva lasciato Hollywood per tornare in Europa nel 1952: questo fu il suo unico film francese, prima di ristabilirsi definitivamente in Germania.

8 aprile 2019

La donna dai due volti (J. Feyder, 1934)

La donna dai due volti (Le grand jeu)
di Jacques Feyder – Francia 1934
con Pierre Richard-Willm, Marie Bell
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Scapestrato rampollo di una ricca famiglia parigina, Pierre Martel (Richard) deve lasciare il paese per via dei debiti contratti per mantenere nel lusso la viziata amante Florence (Bell). Abbandonato dalla donna, l'uomo si arruola nella legione straniera. Anni dopo, crede di riconoscerla in Irma (sempre Bell), ballerina in un locale in Marocco: in effetti le due ragazze sono identiche, a parte i capelli e la voce... Fra i film più apprezzati e importanti di Feyder, considerato il capostipite del "realismo poetico" (Marcel Carné, qui aiuto regista, ne prese ispirazione e ne subì l'influenza per i suoi film successivi), un melodramma permeato di romanticismo e fatalismo (il "grande gioco" del titolo originale è quello con le carte con cui Madame Blanche, la padrona del locale, prevede il futuro a Pierre). Se il titolo italiano sembra anticipare l'Hitchcock de "La donna che visse due volte", anche il tema è quello delle seconde possibilità, di cui il concetto stesso di legione straniera (che consentiva a chiunque di tirare una riga sugli errori del passato e di rifarsi una vita) è uno dei simboli più significativi. A pochi anni dall'invenzione del sonoro, la scelta di differenziare le due donne interpretate da Marie Bell attraverso la voce (Irma è "doppiata" da Claude Marcy: più volte Pierre le chiede di non parlare, per non rompere l'incantesimo che lo fa pensare a Florence) riscosse consensi e stupore. Françoise Rosay è Madame Blanche, Georges Pitoëff è l'amico russo Nicolas. Rifatto nel 1954 da Robert Siodmak ("Il grande gioco") con Gina Lollobrigida.

7 aprile 2019

Orgasmo (Umberto Lenzi, 1969)

Orgasmo (aka Paranoia)
di Umberto Lenzi – Italia 1969
con Carroll Baker, Lou Castel
*1/2

Visto in TV.

Katrine West (Carroll Baker, al primo di quattro film con Lenzi), ricca americana divenuta vedova da poco, giunge in Italia per trascorrere alcuni giorni in una villa isolata in campagna. Qui conosce il giovane e sfacciato musicista Peter Donovan (Lou Castel), che si trasferirà a vivere da lei, portando con sé anche la "sorella" minore Eva (Colette Descombes). Ne nascerà un ménage à trois a tinte sempre più forti: i due fratelli (che tali non sono) renderanno Katrine progressivamente succube, anche grazie all'uso di droghe e pillole varie, sequestrandola di fatto nella sua stessa villa e tormentandola (con sesso, whisky e rock'n'roll!) con l'intenzione di spingerla verso la follia e il suicidio. Una buona regia e una discreta atmosfera (che ricorda in parte "Angoscia" e "La piscina") non salvano il film da una sceneggiatura dozzinale, anche perché il montaggio e l'organizzazione della storia lasciano alquanto a desiderare, e tutto è pensato solo in funzione del doppio (o triplo?) colpo di scena nel finale. Tino Carraro è Brian, l'avvocato di Kate. La doppiatrice Tina Lattanzi è una delle due zie zitelle. Musiche di Piero Umiliani. Anche se è indicato nei titoli come assistente alla regia, non è chiaro se Bertrand Tavernier abbia davvero lavorato alla pellicola. Il film venne distribuito all'estero con il titolo "Paranoia", il che provocherà qualche confusione quando l'anno dopo Lenzi girerà con la Baker un altro film intitolato proprio "Paranoia".

6 aprile 2019

Dallas buyers club (J. M. Vallée, 2013)

Dallas Buyers Club (id.)
di Jean-Marc Vallée – USA 2013
con Matthew McConaughey, Jared Leto
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Visto in TV.

Nel 1985, il rude texano Ron Woodroof (uno straordinario Matthew McConaughey), elettricista e cowboy dalla vita sregolata, scopre di essere positivo all'HIV. Siamo in un epoca in cui la malattia è ancora associata esclusivamente all'omosessualità (tanto che Woodroof, pur non essendo gay, viene subito etichettato come tale dai suoi amici omofobi), e in cui la ricerca di una cura è appena allo stadio embrionale. Disperato, con una prognosi di soli 30 giorni di vita, Woodroof comincia a procurarsi farmaci illegali o non ancora approvati, molti dei quali (ottenuti dal Messico o da altri paesi stranieri) sembrano funzionare meglio di quelli che vengono sperimentati negli Stati Uniti. Insieme al travestito Rayon (Jared Leto), che diventa suo socio, organizza così un "club di compratori" per acquistare i medicinali e distribuirli fra i vari membri, nonostante le pressioni e le intimidazioni della comunità scientifica e delle autorità federali... Da una storia vera (Craig Borten, autore della sceneggiatura insieme a Melisa Wallack, aveva intervistato il vero Ron Woodroof nel 1992, un mese prima della sua morte), un'eccellente pellicola ambientata negli anni in cui l'AIDS cominciava a diventare una malattia globale e in cui ancora era circondato da ignoranza e pregiudizi. L'ottima sceneggiatura, spigliata e vivace, ha forse il solo difetto di appoggiarsi alle teorie di complotto sulle case farmaceutiche (che per i propri interessi promuoverebbero farmaci dannosi, mettendo i bastoni fra le ruote al diritto di curarsi come ciascuno crede), ma sa costruire mirabilmente il contesto e i personaggi, grazie anche ad attori capaci di un vero tour de force (McConaughey e Leto hanno perso parecchi chili fino ad acquisire un aspetto quasi scheletrico). Avvincente e appassionante, il film racconta senza retorica e in modo naturale la sofferenza della malattia e il percorso del protagonista verso il superamento dei propri limiti. Sei nomination e tre premi Oscar (ai due attori e al trucco). Nel cast anche Jennifer Garner (la dottoressa), Steve Zahn e Griffin Dunne.