27 aprile 2015

Avengers: Age of Ultron (Joss Whedon, 2015)

Avengers: Age of Ultron (id.)
di Joss Whedon – USA 2015
con Robert Downey Jr., Chris Evans
**

Visto al cinema Uci Bicocca.

La seconda pellicola dedicata al gruppo dei più potenti supereroi Marvel (quasi tutti già protagonisti di film personali, da cui tornano fra l'altro anche numerosi comprimari come War Machine, Falcon, Erik Selvig, ecc.) prende spunto da una delle tante storyline epocali dei tardi anni sessanta. Ultron, robotica intelligenza artificiale creata dai nostri stessi eroi (Hank Pym nei fumetti, Tony Stark e Bruce Banner nel film) per "assicurare la pace nel mondo", decide che il miglior modo di realizzare questo obiettivo è quello di sterminare l'intera razza umana e di sostituirla con una versione evoluta (e naturalmente metallica). Ma contro di lui, oltre ai Vendicatori, ci sarà anche la sua stessa creazione, la Visione, che si schiererà al fianco dei nostri eroi insieme ai gemelli mutanti Quicksilver e Scarlet Witch. Come nei comics, infatti, la pellicola si conclude con il momentaneo abbandono dei membri fondatori del gruppo (Iron Man, Thor, Hulk) e l'ingresso di una seconda generazione di nuove leve al fianco di Captain America (il cambio di roster è sempre stato una costante della serie a fumetti). Fracassone ed esuberante quanto il film precedente, e ancora più "incastonato" nell'universo cinematografico Marvel, questo "Age of Ultron" riesce a intrattenere lo spettatore solo fino a un certo punto. La regia, disordinata e confusa, rende quasi inguardabili le lunghe scene d'azione (fra le poche a salvarsi, la monumentale scazzottata fra Hulk e Iron Man per le strade della capitale del Wakanda); gli intermezzi lasciano il tempo che trovano; e le soddisfazioni si riducono a quelle dei fan di vecchia data nel veder prendere vita sullo schermo i tanti personaggi che hanno amato nei fumetti. Oltre a Visione (Paul Bettany), Wanda/Scarlet (Elizabeth Olsen), Pietro/Quicksilver (Aaron Taylor-Johnson, in una versione differente da quella vista in "X-Men: Giorni di un futuro passato") e Ultron (in originale doppiato da James Spader, che gli dona affabilità e senso dell'umorismo: spesso intona persino una canzone del Pinocchio disneyano, "Io non ho fili eppur sto in piè..."), c'è una breve apparizione anche per Klaw (trafficante di Vibranio e non ancora "perfido signore del suono"), interpretato da un brillante Andy Serkis. Buone le dinamiche di gruppo: tutti i vari Avengers hanno il loro momento di caratterizzazione, con Natasha che flirta con Hulk, Iron Man e Captain America che mettono ancora una volta a confronto le rispettive ideologie, Occhio di Falco che rivela di avere una moglie e una famiglia "normale" cui fare ritorno. Come al solito, è Thor quello più bidimensionale. Si cominciano anche a tirare le fila della macro-trama, con una nuova comparsata di Thanos nel finale e numerose citazioni alle "gemme dell'infinito", in previsione della grande saga cosmica che riempirà i successivi film degli Avengers ("Infinity War", appunto). Curiosa la reticenza degli sceneggiatori a usare i nomi di battaglia dei nostri eroi : i vari "Iron Man", "Captain America", "Occhio di Falco" si odono al massimo una sola volta in tutto il film, e spesso con intenti ironici; idem per "Quicksilver" e "Scarlet Witch" ("saetta" e "streghetta" nel contesto del doppiaggio italiano!). Claudia Kim è la biologa coreana Helen Cho, Julie Delpy l'istruttrice della Vedova Nera, Stan Lee appare come uno dei veterani di guerra alla festa dei Vendicatori, Samuel L. Jackson ritorna nei panni di Nick Fury (con benda sull'occhio). Le scene del fittizio paese europeo di Sokovia sono state girate in Valle d'Aosta (la fortezza del barone Strucker è il realtà il Forte di Bard).

25 aprile 2015

Achtung! Banditi! (Carlo Lizzani, 1951)

Achtung! Banditi!
di Carlo Lizzani – Italia 1951
con Andrea Checchi, Gina Lollobrigida
***

Visto in divx.

Verso la fine della seconda guerra mondiale, un piccolo gruppo di partigiani stanziato sulle montagne riceve l'incarico di impadronirsi di un carico d'armi custodito in una fabbrica a Genova, mentre la città è controllata dai tedeschi. Ci riusciranno grazie all'appoggio degli operai stessi, che a loro volta aiuteranno a smantellare e a mettere in salvo i macchinari della fabbrica che i nazisti vorrebbero trasportare in Germania. Primo film di Carlo Lizzani, critico cinematografico e militante comunista, prodotto grazie a una "sottoscrizione" popolare, mette in scena con estremo realismo e una bella fotografia in bianco e nero – i rimandi al neorealismo sono evidenti – un episodio di lotta partigiana nell'entroterra ligure (per la precisione, la fabbrica è a Pontedecimo), senza l'eccessiva drammatizzazione o spettacolarizzazione tipica dei film bellici visti fino ad allora. D'altronde gli eventi erano recenti: e pur dipingendo di un'aura mitica ed epica la resistenza e celebrando lo spirito di sacrificio e l'eroismo dei suoi protagonisti, questi sono descritti come persone comuni e non come eroi calati da chissà dove. Benché non manchino molti elementi "classici" del genere e la dimensione corale, con un numero di personaggi forse eccessivo per consentire una profonda caratterizzazione di ciascuno di loro (Bruno Berellini, Giuliano Montaldo, Lamberto Maggiorani, Vittorio Duse, Giuseppe Taffarel, Franco Bologna), il film rifugge dagli stereotipi e si ispira a fatti realmente avvenuti per dare alla storia un'aura quasi documentaristica. Le poche concessioni alla commedia riguardano le scene nella casa in cui la brigata si rifugia, e i personaggi del diplomatico Ignazio (Pietro Tordi) e della sua amante (Maria Laura Rocca); quelle al melodramma, la figura di Anna (Gina Lollobrigida), assistente dell'ingegnere della fabbrica, sospettata di essere una spia dei fascisti perché ha un fratello alpino, che peraltro nel finale si unirà con i suoi compagni ai ribelli (un riferimento alla Divisione Monterosa). Memorabile proprio il personaggio dell'ingegnere, interpretato da un intenso Andrea Checchi, inizialmente solo simpatizzante della resistenza, che poi sacrifica la vita per la salvezza della sua fabbrica e degli operai. Per il resto, la sceneggiatura (a più mani) ben rappresenta i dubbi e i sentimenti di lavoratori, contadini e studenti, costretti dagli eventi a diventare combattenti: il capitano che si interroga sulle responsabilità del comando, i dubbi sull'efficacia della lotta e su ordini che non si comprendono, la confusione e la paura di soldati ragazzini o appena diventati padri (vedi la sottotrama di Napoleone, che si allontana dal gruppo per andare a vedere il figlio appena nato), i rapporti fugaci con le ragazze che danno loro rifugio o protezione, la reciproca solidarietà con gli operai (gli eventi si svolgono mentre a Genova è in corso uno sciopero). La colonna sonora ingloba il tema di "Fischia il vento". Il titolo, che si riferisce ai cartelli collocati dai tedeschi nell'entroterra genovese e che indicano i partigiani appunto come "banditi", prefigura quello di un altro celebre film di Lizzani, di argomento del tutto diverso: "Banditi a Milano".

23 aprile 2015

Comizi d'amore (Pier Paolo Pasolini, 1965)

Comizi d'amore
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1965
con Alberto Moravia, Cesare Musatti
***

Visto in divx.

Mentre girava per l'Italia alla ricerca delle location per "Il vangelo secondo Matteo", Pasolini decise di realizzare una serie di interviste per scoprire cosa pensassero gli italiani del sesso. Ne risulta un prezioso documentario d'inchiesta che fotografa le paure, la confusione, l'arretratezza e il conformismo dell'Italia dei primi anni sessanta a proposito della sessualità, argomento che in generale si rifiuta di indagare, nonché di questioni sociali quali la prostituzione, l'omosessualità, il matrimonio e il divorzio (all'epoca non ancora legale nel nostro paese). Oltre ad amici intellettuali (Alberto Moravia, Cesare Musatti, Oriana Fallaci, Camilla Cederna, Adele Cambria, Ignazio Buttitta, Giuseppe Ungaretti...) e ad alcuni divi (Peppino Di Capri, i calciatori del Bologna), Pasolini – sullo schermo doppiato da Lello Bersani – intervista contadini, operai, studenti, soldati, bagnanti sulle spiagge. Il quadro che ne esce è sconcertante: ignoranza, chiusura, ritrosia a parlare di sesso e ad uscire dai binari della morale cattolica o borghese, a seconda dei casi. Al Nord pare esserci più libertà, soprattutto per i giovani, ma le idee sul sesso sono parecchio confuse; al Sud c'è maggiore chiarezza e integrità, ma sopravvivono tradizioni che vedono la donna prigioniera di uno stato di inferiorità, fra l'elogio della gelosia maschile (il delitto d'onore) e il valore della verginità femminile. Peggio ancora si va quando si toccano temi come l'omosessualità o le devianze, condannate e disprezzate senza nemmeno il tentativo di riflettere sull'argomento, come se tutto ciò che è diverso venisse considerato una minaccia diretta per sé stessi. Molti si esprimono a favore di una legge sul divorzio, soprattutto i giovani. Dove invece quasi tutti sembrano essere d'accordo è nell'attaccare la legge Merlin, che pochi anni prima aveva chiuso le case di tolleranza (l'argomento sembra uno dei pochi in cui gli intervistati ammettono senza remore di essere soggetti ad istinti di natura sessuale). In generale l'Italia del miracolo economico mostra di aver trovato il benessere materiale ma di essere ancora arretrata sessualmente (e spiritualmente). Pasolini è abile a porre domande che provocano una reazione senza lasciar trasparire le proprie idee, anzi a volte fingendo accondiscendenza verso gli intervistati: l'intera pellicola è attraversata da un'amara ironia, evidente nei titoli e nelle didascalie che la dividono in capitoli (come quello che annuncia la fine del primo tempo, consigliando allo spettatore di approfittare dell'intervallo per "pensare a tutt'altro" per qualche minuto), ma anche nei brevi momenti di "autocensura" in cui la voce degli intervistati viene zittita perché evidentemente il discorso si fa troppo esplicito.

22 aprile 2015

Captain America: The Winter Soldier (A. e J. Russo, 2014)

Captain America: The Winter Soldier (id.)
di Anthony e Joe Russo – USA 2014
con Chris Evans, Scarlett Johansson
**1/2

Visto in divx.

Risvegliato dopo qualche decennio trascorso in ibernazione, Steve Rogers/Capitan America fatica a adeguarsi a un mondo che è cambiato (in una delle scene iniziali, lo vediamo prendere appunti riguardo alle cose più importanti che si è perso in tutti questi anni: il suo taccuino è stato "localizzato" nelle varie edizioni della pellicola, in modo da mostrare titoli di film, canzoni ed eventi diversi a seconda del paese). L'eroe della seconda guerra mondiale è ora un uomo del passato, il simbolo di una nazione che non riconosce più. Ma dovrà tornare in azione quando scopre che l'Hydra, ex organizzazione nazista, si è introdotta all'interno dello S.H.I.E.L.D. (i servizi segreti dell'universo Marvel) e minaccia di costruire un nuovo ordine mondiale, eliminando preventivamente tutti i potenziali nemici grazie a una flotta di Helicarrier (giganteschi velivoli) e a un algoritmo elaborato da una sua vecchia conoscenza: lo scienziato Arnim Zola, la cui mente è stata conservata in un computer. Se il primo film del vendicatore a stelle e strisce aveva l'impronta della pellicola bellica, questo secondo ricorda i film di spionaggio e di complotto politico degli anni settanta, come "I tre giorni del condor" e "Tutti gli uomini del presidente": non a caso, a interpretare il cattivo che manovra ogni cosa dietro le quinte è Robert Redford, volto per eccellenza di quel filone. In confronto, il "Soldato d'Inverno" del titolo è quasi marginale: la rivelazione che si tratta nientemeno che di Bucky (Sebastian Stan), il sidekick di Capitan America negli anni quaranta, giunge con una certa sorpresa (non per i Marvel fan, naturalmente) ma è poco rilevante ai fini della trama. Nella sua lotta contro uno S.H.I.E.L.D. ormai corrotto e compromesso dall'interno, il protagonista può contare su pochi (ma buoni) alleati: la Vedova Nera (Johansson), già sua compagna negli Avengers; Sam Wilson/Falcon (Anthony Mackie), al suo debutto cinematografico; e un Nick Fury (Samuel L. Jackson) più caratterizzato che in passato, che nel finale sembra uscire di scena, almeno per il momento, fingendo la propria morte (e dando addio alla classica benda sull'occhio, sostituita da più tradizionali occhiali). Fra gli avversari, compaiono il mercenario Batroc e Brock Rumlow (che tornerà probabilmente come Crossbones nei film successivi). Pur tesa e ben sceneggiata, la pellicola è a tratti noiosa, soprattutto nelle lunghe scene d'azione. Stan Lee fa il suo consueto cameo nei panni del custode dello Smithsonian. Il design dei titoli di coda ricorda lo stile di Jim Steranko. Nel controfinale, vediamo il Barone Strucker e soprattutto i gemelli Pietro e Wanda Maximoff: un antipasto della partecipazione di Quicksilver e Scarlet Witch al prossimo film degli Avengers, "Age of Ultron". Scadenti adattamento e doppiaggio italiano, anche per l'abuso di termini lasciati in inglese (compreso il nome del protagonista, "Captain America" in ossequio al marketing, anche se poi gli amici lo chiamano quasi sempre solo "Capitano").

20 aprile 2015

Il grande Lebowski (Joel Coen, 1998)

Il grande Lebowski (The Big Lebowski)
di Joel Coen – USA 1998
con Jeff Bridges, John Goodman
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Los Angeles: un uomo viene incaricato da un miliardario paraplegico di indagare su una scomparsa e un ricatto relativo a una giovane donna della sua famiglia. Le indagini porteranno alla luce una complicata ragnatela di complotti e intrighi, coinvolgendo numerose altre persone, alcune delle quali legate al mercato della pornografia. Stiamo parlando de "Il grande sonno" di Raymond Chandler? No, di una sua grottesca parodia, al tempo stesso omaggio e distorsione (sin dal titolo), che rappresenta non solo il miglior film dei fratelli Coen (e fin qui ci voleva poco: chi mi segue, sa bene che non li amo) ma anche una delle pellicole più significative del cinema americano degli anni novanta (nonostante fu un flop al botteghino: all'epoca i Coen non erano ancora i beniamini di critica e pubblico). E questo grazie soprattutto a un protagonista indimenticabile, a una serie di comprimari sopra le righe (al punto da sfiorare la macchietta) e a una sceneggiatura a modo suo quasi perfetta, che accatasta dialoghi e situazioni ricche di un'ironia surreale e grottesca, all'insegna della stravaganza ma anche dell'understatement, della controcultura retrò e di un superficiale esistenzialismo. Ambientato all'inizio del decennio, ai tempi in cui gli Stati Uniti erano coinvolti nella prima Guerra del Golfo (c'è anche una comparsata onirica per Saddam), il film segue le vicende dell'ex hippy Jeffrey Lebowski, detto "Drugo" ("The dude" in originale): personaggio pigro, indolente, rinunciatario, fuori dagli schemi e libero dalle preoccupazioni, che fra uno spinello, un white russian e una partita a bowling con gli amici (Walter, iracondo reduce del Vietnam, e Donny, sempliciotto e clueless) si ritrova coinvolto negli affari di un suo omonimo – il miliardario di cui sopra – quando due sconosciuti entrano in casa sua, avendolo scambiato con "l'altro" Lebowski, e urinano sul suo tappeto. Recatosi nella villa del riccone per chiedere un improbabile risarcimento ("Quel tappeto dava un tono all'ambiente"), Drugo viene convinto da Lebowski a fare da "corriere" per consegnare il riscatto ai presunti rapitori della sua giovane moglie Bunnie. Il maldestro intervento di Walter (convinto che la ragazza si sia "rapita da sola") complicherà le cose, e la vicenda finirà con coinvolgere anche Maude, figlia di prime nozze del miliardario, femminista nonché stravagante artista concettuale; Jackie Treehorn, il re della pornografia di Los Angeles; e un trio di bizzarri "nichilisti tedeschi".

Lontano anni luce dalla figura dell'investigatore privato alla Marlowe, ovvero cinico e scaltro (le poche volte che prova a fare qualcosa di "intelligente", come nelle scene in cui vuole inchiodare la porta o recuperare un'informazione da un taccuino di appunti, ne escono risultati comici), Drugo (interpretato da un fenomenale Jeff Bridges) è un personaggio marginale e rassegnato, pacato e anarchico, fondamentalmente buono, refrattario a ogni tentazione (alle fascinazioni del denaro, del potere, dell'autorità, delle convenzioni sociali), e con la mente spesso troppo annebbiata dalle droghe o dall'alcol per poter riflettere adeguatamente sulla confusa situazione in cui si trova, tanto da ritrovarsi perennemente in balia degli eventi (frase mitica: "Ci sono un sacco di input e di output... Ma fortunatamente io rispetto un rigido regime di droghe per mantenere la mente flessibile"). Disoccupato e senza ambizioni, l'unico suo vero interesse sembra essere quello di giocare a bowling con gli amici; e proprio il bowling diventa spesso una metafora dell'intera esistenza, tanto da venire rappresentato anche nei sogni e nelle visioni del Drugo nei brevi momenti in cui perde conoscenza (qui la regia dei Coen raggiunge vette surreali). L'amico Walter (John Goodman) lo compensa e lo completa; opposto, istintivo, schizzato, bipolare, a volte ostenta un eccessivo rispetto delle leggi ("Questo non è il Vietnam, è il bowling, ci sono delle regole!") e in altre parte per la tangente. Il ricchissimo cast è completato da Steve Buscemi (Donny: "Obladì, Obladà..." "Non Lennon, Lenin!"), protagonista involontario di una delle scene più celebri, lo spargimento delle ceneri nel finale; David Huddleston (il Lebowski miliardario); Julianne Moore (Maude); John Turturro (Jesus, il giocatore rivale di bowling: vista la sua introduzione, avrebbe meritato decisamente più spazio); Philip Seymour Hoffman (il segretario); Tara Reid (Bunnie); Ben Gazzara (Treehorn); Peter Stormare (uno dei nichilisti). Ma ci sono anche David Thewlis (il video-artista Knox Harrington) e Sam Elliot (il cowboy narratore, figura che francamente lascia il tempo che trova e che ben rappresenta quello che non mi piace dei due fratelli). Fra le tante citazioni, da segnalare quelle da "La Bella e la Bestia" ("Il signor Lebowski si è chiuso nell'ala ovest") e da "Full Metal Jacket" (lo sceriffo di Malibu). Alcuni personaggi e situazioni (come il compito di scuola del quindicenne ritrovato nell'auto rubata) sono stati ispirati ai Coen da eventi realmente accaduti a loro amici.

18 aprile 2015

Krull (Peter Yates, 1983)

Krull (id.)
di Peter Yates – GB/USA 1983
con Ken Marshall, Lysette Anthony
*1/2

Visto in divx.

Una creatura aliena, il "mostro", invade con i suoi "massacratori" il mondo medievale di Krull e rapisce la principessa Lysa, con l'intenzione di farne la sua regina. Il suo palazzo, la fortezza nera, si sposta ogni giorno in un luogo diverso: ma a individuarlo e a sconfiggerlo ci penserà il giovane guerriero (e re) Colwyn, con un pugno di seguaci (Ynyr, il vecchio saggio della montagna; Ergo, un giovane e buffo mago mutaforma; un gruppo di ex galeotti ed ex schiavi; un ciclope veggente; uno stregone e un bambino). Pellicola fantasy con venature di fantascienza, "Krull" è un tipico prodotto dei primi anni ottanta, messo in cantiere sulle orme del successo di "Guerre stellari", con elementi ispirati al "Signore degli Anelli", e ammiccante a un pubblico adolescente (diede origine anche a un videogioco e ad un adattamento a fumetti della Marvel). Lungo, lento e con un protagonista (ahimé) insipido, attorniato da compagni "sacrificabili", ripropone – in maniera nemmeno troppo originale – tanti cliché delle favole (la principessa rapita, il giovane guerriero, l'arma magica, le trappole, la quest) ma non riesce a donare loro un secondo significato e soprattutto li accatasta con un ritmo piatto e noioso, in cui gli episodi e le avventure si succedono linearmente uno dietro l'altro senza mai raggiungere un climax prima della battaglia finale. Se l'avessi visto all'epoca, forse oggi ne avrei un ricordo nostalgico: purtroppo non è stato così. Nonostante il budget elevato, col metro odierno il film appare decisamente povero a livello di effetti speciali. Ed è girato in gran parte in esterni (soprattutto in Italia, negli scenari delle dolomiti di Cortina d'Ampezzo e dell'altopiano appenninico di Campo Imperatore). L'incessante colonna sonora che accompagna ogni scena d'azione in stile sinfonico (con evidenti rimandi a John Williams) è di James Horner, che a tratti sembra riciclare le musiche da lui stesso composte l'anno prima per "Star Trek II: L'ira di Khan". Nel cast, piccoli ruoli per attori allora a inizio carriera come Liam Neeson e Robbie Coltrane (due dei banditi). Freddie Jones è il vecchio delle montagne, Francesca Annis la vedova della ragnatela.

16 aprile 2015

Il padre (Fatih Akin, 2014)

Il padre (The cut)
di Fatih Akin – Germania/Francia/Canada 2014
con Tahar Rahim, Makram Khoury
**

Visto al cinema Arcobaleno.

L'odissea personale di Nazaret Manoogian (Tahar Rahim), fabbro della comunità armena di Mardil (città oggi nel nord dell'Iran, allora nell'Impero Ottomano) e giovane padre di due gemelle che nel 1915, quando la Turchia entra nella prima guerra mondiale, è costretto ad abbandonare la propria casa e la propria famiglia. Sopravvissuto al genocidio del suo popolo da parte dei soldati ottomani, e dopo aver perso la voce (per via di una ferita alla gola) e la fede in Dio (per aver assistito a troppi orrori), al termine della guerra troverà una nuova ragione di vita nella ricerca delle sue figlie, scampate allo sterminio di cui è rimasto vittima il resto della famiglia. Le loro tracce lo porteranno sempre più lontano: dapprima a Cuba e poi negli Stati Uniti. Il primo film di Akin ambientato nel passato è anche il suo lavoro finora più ambizioso, una coproduzione internazionale che il regista sceglie di dedicare al suo "maestro Martin Scorsese". Attraverso la rappresentazione di un dramma privato (il punto di vista è sempre quello del protagonista, che peraltro, essendo muto, non può condividere con lo spettatore i propri pensieri), illustra quello di un intero popolo (le comunità armene cristiane che abitavano nelle regioni dell'Anatolia orientale), soggetto alla deportazione, all'eliminazione e – per i sopravvissuti – all'esilio e alla diaspora. Dedicare un film a quel massacro, di cui proprio quest'anno cade il centenario e che il cinema in passato ha solo sfiorato (vedi "Il ribelle dell'Anatolia" di Elia Kazan), è sicuramente giusto e importante. Ma artisticamente non tutto funziona al meglio: schiacciata dal peso delle sue (buone) intenzioni, la pellicola scorre sui binari di una sceneggiatura fin troppo lineare, che alterna scene memorabili (da segnalare quella nel campo profughi, in cui Nazaret ritrova la cognata che gli chiede di porre fine alle sue sofferenze, e quella in cui assiste ad Aleppo a una comica di Charlie Chaplin, "Il monello", sequenza che ricorda il finale de "I dimenticati" di Sturges) ad altre più didascaliche o melodrammatiche, all'insegna di un'epica prolissa e retorica da kolossal vecchio stile. Per raccontare gli orrori della crudeltà umana, il regista sceglie la via più facile: li mostra sullo schermo direttamente e senza filtri. E se stragi e massacri colpiscono allo stomaco per il loro realismo, i momenti onirici (in cui la moglie e le figlie di Nazar giungono a dargli conforto) risultano forzati e fuori luogo. Il lungo viaggio di Nazar è punteggiato da una serie di incontri decisivi, a seconda dei casi buoni o cattivi: i tagliagole, il soldato che lo risparmia, i disertori, i beduini, il mercante di sapone (una sorta di Schindler siriano, che ospita i rifugiati nella sua fabbrica), il barbiere cubano, gli operai delle ferrovie, e così via. In positivo, oltre agli scenari di mezzo mondo (dai deserti del medio oriente alle nevi del North Dakota, passando per le strade di Cuba e le paludi della Florida), da segnalare la suggestiva colonna sonora di Alexander Hacke, che fonde musica elettronica e brani popolari della cultura armena. Il titolo originale, che recita "Il taglio", non si riferisce solo alla ferita che rende muto il protagonista, alla sua forzata separazione dalla famiglia e dalla patria, o alla "rottura" con Dio (concetti, questi, che pure "Il padre" potrebbe esprimere), ma anche direttamente al genocidio armeno, una profonda ferita inflitta all'umanità intera. L'attore protagonista si era già visto ne "Il profeta" di Audiard. Alla sceneggiatura c'è anche Mardik Martin, già collaboratore del citato Scorsese. Pur essendo di origine turca, Akin lavora in Germania: altrimenti non avrebbe avuto modo di realizzare un film del genere, visto che la Turchia non riconosce tuttora la reale portata dello sterminio.

14 aprile 2015

Ombre nel paradiso (Aki Kaurismäki, 1986)

Ombre nel paradiso (Varjoja paratiisissa)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1986
con Matti Pellonpää, Kati Outinen
***

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

Nikander, autista di camion della nettezza urbana, e Ilona, commessa in un supermercato, sono due anime solitarie che si incontrano per caso e cercano conforto l'uno nell'altra. Con questa pellicola Kaurismäki inaugura una serie di film sul proletariato (seguiranno "Ariel", "La fiammiferaia", "Nuvole in viaggio" e altri) dai toni nostalgici, esistenziali o fatalisti, dove i personaggi devono far fronte non solo alle difficoltà dei sentimenti ma anche, più pragmanticamente, a quelle economiche o lavorative. La trama semplicissima è al servizio di una storia romantica raccontata con stile sobrio, un'ambientazione iperrealista (con le vite dei personaggi immerse in una banalità che va persino oltre quella del quotidiano), una fotografia dove spiccano i colori primari e le atmosfere urbane e notturne, e le intense interpretazioni dei due protagonisti (i cui volti trasmettono tutte quelle emozioni che le parole o i dialoghi sembrano esitare a voler veicolare), attori feticcio che ritorneranno in quasi tutti i film successivi del regista. Molto azzeccata la colonna sonora a base di jazz e di blues (con brani, fra gli altri, di John Lee Hooker ed Elmore James). Fra le scene da ricordare: il primo appuntamento di Nikander e Ilona, con lui che la porta al bingo, e quella in cui vanno al cinema a vedere "Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone. Il titolo (reso in italiano anche come "Ombre in paradiso") è lo stesso di un romanzo di Remarque.

13 aprile 2015

Calamari union (Aki Kaurismäki, 1985)

Calamari union (id.)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1985
con Timo Eränkö, Kari Heiskanen
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un gruppo di sedici uomini, tutti chiamati Frank (ispirati, pare, allo scrittore finnico Frank Armoton), attraversa Helsinki con l'intenzione di raggiungere il quartiere benestante di Eira, fuggendo così dalle zone tristi e povere in cui vivono. Privi di soldi o di mezzi, si arrabattano come possono, fra incontri, separazioni e avventure di ogni tipo (che spesso simboleggiano gli eventi o le difficoltà della vita: il lavoro, il matrimonio, la morte). Il secondo lungometraggio di Kaurismäki è un road movie surreale e assurdista, con un contenuto di satira sociale (il desiderio di abbandonare un quartiere operaio e proletario per raggiungere le zone più ricche ed esclusive della città) e una forma a forte rischio di noia, anche perché i dialoghi secchi e laconici – tipici del regista finlandese – risultano spesso scollegati da quello che si vede sullo schermo, e per tutto il film lo spettatore rimane all'oscuro di chi siano i singoli personaggi e di cosa li leghi (a parte il nome e la meta comune). Nella realtà i due quartieri non sono poi così distanti, e dunque la proporzione epica che il viaggio assume (molti ci lasciano addirittura la pelle) è decisamente ironica e grottesca, mentre Eira assume connotati quasi mitici, da "terra promessa". La fotografia in bianco e nero ricorda Jarmusch ed è funzionale a creare un'atmosfera urbana notturna e datata, vagamente ispirata al cinema americano noir o di gangster. Nella colonna sonora spiccano brani della quinta sinfonia di Ciaikovskij. Nel complesso, un "esperimento" artistico che Kaurismäki si lascerà alle spalle con i lavori successivi, anche se diversi elementi si riaffacceranno nei film sui Leningrad Cowboys (alcuni personaggi sono musicisti, molti indossano occhiali da soli anche di notte o quando si trovano al chiuso, ricordando in questo anche i Blues Brothers). Fra i vari attori si riconoscono Sakari Kuosmanen e Matti Pellonpää.

12 aprile 2015

Un sacco bello (Carlo Verdone, 1980)

Un sacco bello
di Carlo Verdone – Italia 1980
con Carlo Verdone, Mario Brega
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Nel suo film d'esordio come regista, il comico Carlo Verdone interpreta tre personaggi le cui storie sono ambientate a Roma nell'arco di una giornata, un caldo e assolato Ferragosto. Il coatto Enzo progetta un viaggio in auto fino in Polonia, meta idealizzata del "sesso facile": ma l'amico con cui dovrebbe partire (Renato Scarpa) ha un malore dopo pochi chilometri ed è costretto a rinunciare. Il fricchettone Ruggero, entrato a far parte di una comunità hippie che vive nelle campagne di Città della Pieve, incontra per caso suo padre (Mario Brega) mentre fa volantinaggio a un incrocio. L'uomo cercherà di fargli mettere la testa a posto, lasciandolo parlare con una serie di personaggi bizzarri (tutti interpretati dallo stesso Verdone) – un prete, il cugino "integrato", un autoritario professore – ma senza successo. Il timido e represso Leo abita a Trastevere nell'appartamento della madre, che lo aspetta al mare per le vacanze: non riuscirà a partire perché trascorrerà il pomeriggio con una giovane turista spagnola, Marisol (Veronica Miriel), accompagnandola al giardino zoologico e ospitandola la sera in casa sua; ma sul più bello arriverà il fidanzato a riprendersela. Escludendo gli incipit, in cui ogni storia sembra mettere in moto la successiva, e il pre-finale, quando un'esplosione (eravamo agli sgoccioli degli "anni di piombo") sembra brevemente ricordare allo spettatore che i tre episodi avvengono in contemporanea, le vicende scorrono in parallelo, montate alternativamente, senza alcun punto in comune se non quello di rappresentare tre esempi di fallimento (le mete e gli obiettivi si rivelano irraggiungibili) e di mettere in luce le capacità comico-attoriali di Verdone, in grado di calarsi in figure diversissime fra loro, decisamente caricaturali, patetiche e perdenti (vedi la scena in cui Enzo sfoglia le pagine semivuote della sua rubrica di numeri telefonici), spesso caratterizzate dal modo di parlare, dal gergo, dai tic e dai difetti in genere. Alcuni di questi personaggi provenivano dalla precedenti esperienze televisive di Verdone, che nei film immediatamente successivi (già a partire da "Bianco, rosso e Verdone", del 1981) proseguirà sulla stessa strada. Fra i comprimari, un grande Mario Brega ("Non sono comunista così..." [mostrando un pugno chiuso] "Sono comunista così!" [mostrando due pugni chiusi]), il cui personaggio si chiama – nome e cognome – come lui. Evidenti citazioni e riferimenti al cinema italiano precedente: da "I vitelloni" a "La dolce vita" (il tuffo di Marisol nella vasca dei pinguini come il bagno di Anita Ekberg nella fontana di Trevi), fino – naturalmente – a "Il sorpasso". Prodotto da Sergio Leone, il film è musicato da Ennio Morricone.

10 aprile 2015

Il presidente (Carl Th. Dreyer, 1919)

Il presidente (Præsidenten)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1919
con Halvard Hoff, Olga Raphael Linden
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Visto su YouTube.

Karl Victor von Sendlingen, integerrimo presidente della corte di giustizia della sua città natale, è chiamato ad avallare la condanna a morte di una giovane accusata di aver ucciso il proprio neonato. Peccato però che la ragazza, all'insaputa di tutti (anche di lei stessa), sia la sua figlia illegittima. Non potendo concederle la grazia, il giudice decide di farla evadere e di fuggire con lei... Il film d'esordio del grande Dreyer, da lui sceneggiato a partire da un romanzo di fine ottocento dell'austriaco Karl Emil Franzos, è un drammone generalmente sottovalutato, persino dallo stesso regista, che ebbe a dire: "Ho fatto questo film un po’ come studio ed esperienza. [...] Era piuttosto mediocre, un po’ melodrammatico". In realtà si capisce bene perché Dreyer scelse quel soggetto, che in lui doveva avere indubbiamente una risonanza: anche il regista era nato come figlio illegittimo, tanto che il cognome Dreyer è in realtà quello del suo padre adottivo e non del vero genitore. Questo tema all'interno del film si sussegue più volte, generazione dopo generazione, ed è mostrato in una serie di tre flashback che suggeriscono come le colpe e i peccati si ripetano nel corso degli anni, sia pure con sviluppi ed esiti differenti. La pellicola si apre infatti con il padre del protagonista che, fra le rovine del castello un tempo appartenuto alla loro famiglia, gli racconta di come in gioventù fu costretto a sposare la serva dalla quale aveva avuto un figlio, e come da questo ne conseguì il decadimento del casato. Anni dopo, è lo stesso Karl Victor a narrare a un amico la storia del suo amore per un'istitutrice (la madre di Victorine, appunto) che poi, per motivi di opportunità e di carriera, aveva dovuto abbandonare. E infine, al processo di Victorine, il suo avvocato racconta ai giudici la triste storia della ragazza, che riecheggia in tutto e per tutto le due precedenti (è stata sedotta e poi abbandonata da un giovane nobile). I forti temi etici, con il conflitto fra le leggi della società e la morale individuale, si intrecciano in una trama decisamente interessante, anche se la sceneggiatura si dilunga un po' troppo nella seconda parte (anche attraverso una serie di scenette "leggere", con i servitori e i cagnolini, fondamentalmente inutili). La regia invece è sorprendentemente dinamica, sfrutta il montaggio per alternare con frequenza piani medi e lunghi, e punta su uno stile pittorico per far sì che "gli interni riflettano i caratteri" dei personaggi, con set che ricordano i dipinti di Vilhelm Hammershøi, e molte scene notturne, in penombra o nella quasi totale oscurità. Da segnalare un paio di inquadrature particolarmente suggestive, come quella dei due innamorati che si baciano sopra un ponte, e di cui è mostrato solo il riflesso nell'acqua sottostante.

9 aprile 2015

Il cacciatore di giganti (Bryan Singer, 2013)

Il cacciatore di giganti (Jack the Giant Slayer)
di Bryan Singer – USA 2013
con Nicholas Hoult, Eleanor Tomlinson
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Visto in TV.

Adattamento delle favole "Jack e la pianta di fagioli" e "Jack l'uccisore di giganti" (più note nel mondo anglosassone, a dire il vero, che da noi), fuse insieme come se si trattasse di un'unica vicenda. Il protagonista (Hoult) è un giovane contadino che entra in possesso per caso di un pugno di fagioli magici, dai quali nasce una pianta che collega la terra con il mondo dei giganti, fluttuante nel cielo. Si arrampicherà sulla pianta per salvare la principessa Isabel (Tomlinson), fuggita dal castello in cerca di avventure. Ma oltre che con i mostri, che a loro volta intendono scendere sulla Terra, dovrà vedersela con l'infido consigliere del re, Lord Roderick (Stanley Tucci), deciso a controllare i giganti per mezzo di una corona magica e usarli per conquistare il mondo. Tecnicamente ben fatto e a tratti divertente, il film sconta una trama semplicistica e uno sviluppo piatto (se non inesistente) dei personaggi principali, risultando essenzialmente monodimensionale. Può intrattenere durante la visione, anche perché Singer è abile a mantenere la tensione e a non infantilizzare più di tanto la storia avventurosa che racconta (niente spalle comiche, grazie al cielo!), ma non lascia molto da ricordare allo spettatore. Il controfinale "moderno", ambientato nella Londra dei giorni nostri, rischia poi di danneggiare la sospensione dell'incredulità, oltre a favorire un'interpretazione "alla lettera" della fiaba, priva dunque del suo significato simbolico. Buoni gli effetti digitali e le scene di battaglia, nonché la ricostruzione "realistica" del mondo fiabesco-medievale. Flop al botteghino. Nel cast anche Ewan McGregor (il capo delle guardie), Ian McShane (il re) e Bill Nighy (una delle due facce del capo dei giganti).

8 aprile 2015

Homefront (Gary Fleder, 2013)

Homefront (id.)
di Gary Fleder – USA 2013
con Jason Statham, James Franco
*1/2

Visto in TV.

Dopo la morte della moglie, l'ex soldato ed agente federale Phil Broker (Statham) si ritira a vita privata con la figlioletta Maddy in una cittadina della Louisiana. Ma la sua pace è di breve durata: un incidente "scolastico" fra la bambina e un bullo scatena una piccola faida con i genitori di quest'ultimo, la cui madre chiede aiuto al fratello "Gator" Bodine (Franco) per vendicarsi. Questi, un balordo e piccolo trafficante di droga, scopre la vera identità di Phil, che un tempo aveva contribuito alla cattura di un potente boss della droga lavorando sotto copertura, e decide di approfittarne. Phil dovrà così tornare a battersi per proteggere la figlia e la propria tranquillità... Da un romanzo di Chuck Logan (che fa parte di una serie sullo stesso personaggio), sceneggiato nientemeno che da Sylvester Stallone (credo che si tratti dell'unico film da lui scritto in cui non reciti personalmente), un action thriller francamente poco originale, che non aggiunge nulla al genere e che risulta pieno di luoghi comuni, in alcuni momenti – vedi i siparietti fra il padre e la bambina – anche stucchevoli. Si salvano l'ambientazione e la prova degli interpreti (nel cast ci sono anche una rediviva Winona Ryder e una buona Kate Bosworth), ma è un po' poco per renderlo interessante a chi non è fan di Statham (o di James Franco, qui nei panni del cattivo).

6 aprile 2015

The Lego Movie (P. Lord, C. Miller, 2014)

The Lego Movie (id.)
di Phil Lord, Christopher Miller – USA/Danimarca 2014
animazione digitale
***

Visto in TV, con Sabrina.

Il malvagio Lord Business è entrato in possesso del Kragle, l'arma segreta che gli consentirà di governare e distruggere tutti i regni che compongono il multiverso. A contrapporsi a lui, secondo una profezia, può essere solo lo "speciale", ovvero colui che troverà il "pezzo forte" ("piece of resistance" nella versione originale), l'unico oggetto capace di fermare i piani del cattivo. A sorpresa, l'eletto risulta essere Emmet, un semplice operaio della città di Bricksburg, "uomo medio" ordinario in tutto e per tutto e apparentemente privo di spirito di iniziativa e intraprendenza: è infatti del tutto integrato nella società creata da Business, che si regge sull'omologazione e sulla soppressione di qualsiasi forma di creatività (e dove anche l'intrattenimento popolare concesso alle masse segue schemi fissi e imposti dall'alto, come si nota nei tormentoni della canzone "È meraviglioso" e dello show televisivo "Dove sono i miei pantaloni?"). Business è infatti ossessionato dall'ordine, dal rispetto delle regole e dalla ricerca della "perfezione": anche per questo motivo ha separato i mondi l'uno dall'altro, per impedire a cose e personaggi diversi di interagire fra loro. Emmet si unirà a un gruppo di ribelli di diversa provenienza che si oppongono al dittatore: ma per avere la meglio su di lui, dovrà uscire dalla propria dimensione e incontrare, metafisicamente, il proprio demiurgo, "l'uomo che sta in alto"... Originale pellicola (che segna il ritorno della Warner Bros al cinema di animazione a oltre dieci anni di distanza dall'ultimo tentativo) ispirata ai celebri mattoncini da costruzione, "The Lego Movie" è un film che funziona su molteplici livelli, di cui la storia è soltanto il primo e il più superficiale (anche perché, a ben vedere, è una trama inventata sul momento da un ragazzino che gioca con i suoi Lego: si spiegano così i crossover e la comparsata di personaggi di franchise differenti – i supereroi della DC Comics, Star Wars, il Signore degli Anelli, Harry Potter, i giocatori della NBA... – o i tanti luoghi comuni dei film di avventura; il bambino gioca con i pezzi a sua disposizione e non si fa scrupolo di mescolare personaggi che non hanno nulla a che fare gli uni con gli altri, o di sovracaratterizzarli in maniera ridicola, come nel caso di Batman). C'è poi il gioco delle citazioni cinematografiche: la profezia su Emmet ne fa una sorta di eletto come il Neo di "Matrix" (con Vitruvius nei panni di Morpheus e Wyldstyle in quelli di Trinity); la fuga dalla città di Bricksburg ricorda quella di "The Truman Show"; il poliziotto Poliduro, dal doppio volto, fa venire in mente il sindaco di "Nightmare before Christmas"; in generale, il concetto dei vari mondi (il West, il medioevo, i pirati...) riecheggia "Il mondo dei robot" di Michael Crichton; e così via. L'ironia e le battute tongue in cheek (Batman che usa solo pezzi neri...) fanno parte del concetto di divertimento infantile, sregolato, che dà libero spazio alla fantasia e all'immaginazione.

Ma dove il film sale davvero di livello è con la scena in live action, che da un lato ammanta di toni metafisici, appunto, la storia "interna" (Emmet incontra Dio padre e figlio, e ha una sorta di "illuminazione" buddista, tanto che diventa finalmente un "maestro costruttore", ossia un individuo capace di "vedere" i codici numerici dei vari pezzi di Lego e dunque di usarli per costruire qualcosa di nuovo), e dall'altro esplicita il vero significato del lungometraggio stesso: nel mondo reale il cattivo è il padre, che si è impossessato dei giochi destinati al figlio, gli impedisce di toccare quello che ha costruito e addirittura utilizza la colla (il "Kragle" non è altro che un tubetto di "Krazy Glue", con il quale l'uomo è solito fissare irrimediabilmente i mattoncini affinché non vengano più staccati, mentre il "pezzo forte" è il tappo del tubetto) per andare contro quella che è l'autentica filosofia del Lego: la creatività senza regole, con la libertà di ignorare – se si vuole – le istruzioni di montaggio fornite insieme alle scatole per costruire invece tutto ciò che la fantasia suggerisce, utilizzando i pezzi a disposizione (e spesso "riciclandoli" da altre cose: mitica la scena in cui Batman ruba un pezzo dal Millenium Falcon di "Guerre stellari", o il pirata che ha sostituito il proprio corpo con un robot formato da mattonicini presi qua e là), anche se provengono da set diversi e distanti nel tempo e nello spazio (il bambino usa come personaggio anche un astronauta di un vecchia confezione degli anni ottanta). Il film diventa dunque anche una sorta di critica sociale (agli adulti che giocano con i giochi dei bambini, impedendo ai figli di divertirsi, anche perché – a differenza di loro – intendono seguire sempre alla lettera le istruzioni accluse) e supera, anzi decostruisce con una certa irriverenza, i limiti intrinseci di tante pellicole di animazione recenti, avvicinandosi semmai a vette metanarrative come quelle della serie di "Toy Story" della Pixar, dove però giocattoli e bambini convivevano nello stesso mondo e non in due piani diversi. Ecco perché il finale a sorpresa è forse apprezzato più dagli spettatori adulti che non dai bambini, dal cui punto di vista, invece, la scena nel mondo reale in un certo senso può distruggere la "magia" del film. A tratti, nella descrizione di Bricksburg e della società voluta da Lord Business, ci si avvicina alla parodia del fascismo o del totalitarismo (con echi dell'orwelliano "1984", oltre che dei già citati "The Truman Show" e "Matrix"), ma anche della società dei consumi. Chi l'avrebbe detto che un film sul Lego avrebbe parlato in questo modo dei "mattoncini integrati nel sistema"? I registi, anche sceneggiatori, sono quelli di "Piovono polpette". Gli attori del segmento dal vivo sono Will Ferrell (il padre, che in originale dà anche la voce a Lord Business) e Jadon Sand (il figlio). L'animazione è digitale, e non in stop motion (lo sforzo richiesto sarebbe stato immane!), ma il risultato è di tutto rispetto. Visto il grande successo, sia di critica che di pubblico, sono stati messi in cantiere sequel e spin-off.

3 aprile 2015

L'altra Heimat (Edgar Reitz, 2013)

L'altra Heimat - Cronaca di un sogno
(Die andere Heimat - Chronik einer Sehnsucht)
di Edgar Reitz – Germania 2013
***1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, in originale con sottotitoli.

Con Jan Dieter Schneider (Jakob), Antonia Bill (Jettchen), Maximilian Scheidt (Gustav), Marita Breuer (Margarethe), Rüdiger Kriese (Johann), Philine Lembeck (Florinchen), Mélanie Fouché (Lena), Eva Zeidler (la nonna Mathilda), Reinhard Paulus (lo zio), Martin Haberscheidt (Fürchtegott Niem), Barbara Philipp (Frau Niem), Christoph Luser (Franz Olm), Rainer Kühn (Dr. Zwirner), Konstantin Buchholz (il giovane Barone), Andreas Külzer (il reverendo Wiegand), Julia Prochnow (Sophie), Werner Herzog (Alexander von Humboldt), Jeroen Perceval (l'agente della compagnia Delrue).

Oggi in Germania abbiamo molta difficoltà ad immaginare cosa significhi davvero “emigrazione”, perché conosciamo solo l’altro lato del problema: siamo diventati noi stessi un paese di immigrazione. È possibile che una storia che descrive il modo in cui la gente lasciava la propria patria non contribuisca a capire meglio gli immigranti di oggi? Che cosa significava un addio allora? Per quanto tempo le persone si portavano addosso, nelle loro nuove case, il dolore di questa partenza?
(Edgar Reitz)

Dopo aver esplorato in lungo in largo, nelle tre saghe precedenti, il concetto di patria e la storia della Germania nel corso del ventesimo secolo, con questo film di quattro ore (tante per una pellicola cinematografica, ma un'inezia rispetto ai primi tre "Heimat"), primo episodio della serie realizzato specificatamente per il cinema e non per la televisione, Edgar Reitz fa un balzo indietro nel tempo e ci porta nel 1842, un periodo di grande difficoltà sociali ed economiche, in cui molti abitanti della Renania (allora parte della Prussia) e di tutta l'Europa prendevano in considerazione l'ipotesi di emigrare nel Nuovo Mondo in cerca di miglior fortuna. Una sorta di prequel, dunque, o di viaggio alla ricerca delle "radici": ritorniamo nell'Hunsrück, e precisamente nel villaggio di Schabbach (di cui riconosciamo case e luoghi, a partire dalla dimora dei Simon, con annessa la bottega del fabbro, che sembra attraversare i secoli quasi immutata), a seguire le vicende del giovane Jakob Adam Simon. Già, perché la caratteristica della saga di "Heimat" è sempre stata quella di fondere i grandi temi sociali e storici con le vicende personali e intime dei suoi personaggi. Jakob è un sognatore ("è sempre stato diverso, fin da bambino", dicono di lui), poco interessato al lavoro nei campi o a portare avanti l'attività di famiglia – quella di fabbro del villaggio, appunto. E il suo sogno (quello di cui il sottotitolo del film ci preannuncia la "cronaca") è di viaggiare. Se altri emigrano per necessità, per sfuggire alla povertà o alle disgrazie, lui invece vuole farlo per espandere i propri orizzonti, per esplorare il mondo (non solo con l'immaginazione e la fantasia), in poche parole per spiccare il volo come un uccello e non rimanere imprigionato "da chi mantiene i piedi per terra" (e la terra la lavora, ovvero praticamente l'intera comunità contadina e artigiana cui appartiene). A differenza di chi lo circonda (a cominciare dal padre Johann, il cui mondo è irrimediabilmente ristretto, e che considera il figlio soltanto come un pigrone), Jakob è colto e curioso: studia le lingue e le usanze delle popolazioni indios del Brasile (tanto che il suo soprannome nel villaggio diventa presto "l'indiano"), e affida quotidianamente al suo diario i pensieri più intimi e i propositi di cambiamento. Schabbach e l'Hunsrück gli stanno stretti, non sente un legame con la Heimat (il luogo natio): per paradosso, invece, alla fine sarà proprio lui l'unico membro della famiglia a non partire, a rimanere nella casa dove è nato, e a tramandare il nome Simon alle prossime generazioni (è probabilmente il bisnonno del Paul Simon con cui si apriva il primo "Heimat"). Innamorato della giovane Henriette (detta Jettchen), figlia degli abitanti del "mulino che leviga le gemme", la perderà quando questa sposerà giocoforza suo fratello maggiore Gustav Simon, da poco tornato da soldato, in un "matrimonio riparatore". Gustav finirà con l'impadronirsi involontariamente di tutti i sogni di Jakob: non soltanto la ragazza, ma anche il viaggio nelle Americhe, dove si trasferirà per sfuggire alla miseria e alle tragedie come la morte della primogenita Mathildche (ironicamente, proprio la bimba il cui concepimento era stato la causa delle nozze). Jakob deve invece rimanere in patria per fungere da sostegno ai suoi genitori, sempre più vecchi e malati. Ma questo è un pretesto: Jakob è come quegli intellettuali che si aprono mentalmente al mondo ma non lasciano mai fisicamente il proprio luogo di origine, è l'alter ego dello stesso Edgar Reitz, posto ironicamente in contrapposizione con un altro grande regista tedesco suo coetaneo (e con il quale ha condiviso la stagione del Nuovo Cinema Tedesco negli anni settanta), ovvero Werner Herzog: se Herzog è andato in giro per il mondo, a realizzare film e documentari in ogni angolo della Terra (e segnatamente proprio in Brasile: chi non ricorda, fra gli altri, "Fitzcarraldo"?), Reitz è rimasto in patria, a raccontare la "Heimat". Non è certo un caso che proprio Herzog sia stato scelto per interpretare il grande scienziato, esploratore e naturalista Alexander Von Humboldt, con il quale Jakob è in corrispondenza. E chi è il contadino al quale Humboldt chiede indicazioni su dove si trovi Schabbach?: lo stesso Reitz, che si concede un auto-cameo dal forte valore simbolico.

"Ogni cosa a suo tempo", dice Mathilda, la nonna di Jakob (ben nove generazioni prima di Lukas, il figlio di Lulu!). Il film si conclude con l'arrivo di una lettera dal Brasile, nella quale Gustav e Jettchen comunicano di essersi insediati in quel paese, che le cose cominciano ad andare bene, e che la famiglia Simon sta mettendo radici anche lì (senza dubbio i "cugini brasiliani" della famiglia Simon, citati più volte nel primo "Heimat" e che nel 1982 torneranno in patria per il funerale di Maria, non sono altro che i discendenti di Gustav o forse addirittura dello stesso Jakob, visto che Jettchen concede a questi una notte d'amore prima della partenza). La nascita di una figlia brasiliana chiude su una nota di speranza una pellicola che ha mostrato o narrato spesso di bambini che muoiono poco dopo la nascita: Margarethe, la madre di Jakob e Gustav (e dell'altra sorella Lena), afferma di aver dovuto seppellire altri sei figli; una delle scene più tremende è quella del funerale dei tanti piccoli non sopravvissuti al rigido inverno del 1843. Il contesto sociale e storico che fa da sfondo al film, in momenti come questo, sorge in primo piano e diventa uno dei punti di forza della narrazione di Reitz, che è sempre abile a inserire in maniera naturale tanti piccoli accenni e dettagli, frutto indubbiamente di ricerca e documentazione, nelle storie private e personali dei suoi personaggi. I rappresentanti della compagnia commerciale Delrue, che reclutano artigiani e contadini da mandare in Brasile, ne sono solo un esempio. Un altro è dato dalla sottotrama del Barone di Gemünden e dei suoi privilegi feudali (come il "diritto di mescita"), che scatenano la rabbia degli abitanti del villaggio durante la Sagra della Composta. "È sempre stato così", si difendono gli uomini del Barone, proteggendosi dall'ira rivoluzionaria dietro una facciata di immobilismo. Naturalmente Jakob non può che mettersi dalla parte di chi invoca il cambiamento e la liberté, come il giovane incisore Franz Olm con cui condividerà un breve periodo in prigione (uscirà di galera proprio nel giorno in cui si celebrano le nozze di Jettchen e Gustav). E ancora: la breve citazione di un missionario sul Rio Grande, tale Paulino Reitz, realmente esistito e magari – chissà – antenato dello stesso Edgar. Al tempo stesso è fondamentale il momento storico, un periodo di passaggio in cui la modernità era ancora da venire (Gustav e il padre provano a costruire, nella loro bottega, un prototipo di motore a vapore, sotto gli occhi curiosi degli compaesani) e in cui la vita, il lavoro e la sopravvivenza dipendevano ancora quasi esclusivamente dai favori della natura e dal clima: una natura che poteva rivelarsi crudele e tremendamente ostile (numerose sono le scene in cui il forte vento, le piogge o le nevicate si accaniscono contro gli uomini e i raccolti), e in cui il susseguirsi delle stagioni scandisce le attività della comunità (la vendemmia, la semina, la raccolta del lino...). Spesso si cita il Brasile come il luogo dove "non c'è mai l'inverno", perché è questo in fondo che allora contava di più. L'emigrazione diventa una via di fuga da un contesto di difficoltà e una speranza per un mondo migliore ma anche e soprattutto diverso (la scena nel finale in cui i lunghi convogli di carri, carichi di persone e oggetti, attraversano il paesaggio rurale dell'Hunsrück per recarsi verso il porto per imbarcarsi, è forse una delle immagini che rimangono più impresse durante la visione). Nel corso delle quattro ore della pellicola, le nascite, le morti, le tragedie della vita si susseguono senza sosta con un ritmo quasi accelerato. A uscire arricchiti sono anche i tanti personaggi minori, per la cui caratterizzazione spesso bastano a Reitz pochissime scene o linee di dialogo: dai genitori di Jakob agli altri parenti (la saggia nonna, il simpatetico zio); la sorella Lena, che ha sposato un cattolico e per questo motivo è stata ripudiata da Johann ("Le religioni le ha inventate il diavolo. Portano solo discordie", commenta il marito), anche se nel finale ci sarà spazio per la riconciliazione; i bizzarri genitori di Jettchen, in particolare il padre Fürchtegott che non parla da 12 anni (e si suicida il giorno delle nozze della figlia, "l'unica che lo capiva"); e ovviamente Florinchen, l'inseparabile amica di Jettchen, piena di ottimismo e di vitalità, che finirà col diventare la moglie di Jakob (e dunque la bisnonna di Paul), mentre i suoi combattivi fratelli emigreranno a loro volta in Brasile.

Non mancano qua e là echi e riflessi delle saghe precedenti (ma cronologicamente successive). L'irrequietezza di Jakob, il suo desiderio di partire e di cercare una nuova "patria" lontano da Schabbach, ricordano naturalmente personaggi come Paul e Hermann Simon. Il ritorno di Gustav da soldato, dopo due anni di servizio militare nei dragoni, riecheggia quelli dello stesso Paul (dopo la prima guerra mondiale) e di Anton (dopo la seconda). Margot, la bimba zoppa, fa venire in mente Hans, il bimbo privo di un occhio. La scena della cometa del 1843 suscita un parallelo con l'eclissi di sole del 1999. L'ingegnosità della famiglia Simon, che qui traspare dalla costruzione del motore a vapore da parte di Gustav, Johann e poi Jakob, prefigura quella dei membri successivi della famiglia (Paul e Eduard con la radio e la fotografia, Anton con la Simon Optik). La scena dei rilevamenti topografici ci ricorda Otto Wohlleben e il suo assistente Pieritz. E anche il viaggio di Humboldt da Parigi a Berlino, con tanto di sosta a Schabbach (l'esatto punto intermedio del tragitto), ci fa tornare in mente la cavallerizza francese del primo "Heimat". A tutto questo, aggiungiamo l'effetto che fa il vedere i luoghi tante volte apparsi nelle saghe successive, filtrati stavolta da una lente deformante che li mostra proiettati di cento e più anni nel passato: come le strade di Schabbach, la casa dei Simon, il sentiero nei campi, la collina boscosa, la torre di Baldenau in rovina; e l'udire nomi più o meno famigliari (il prete del villaggio si chiama Wiegand: probabilmente è un antenato di Maria). La ricostruzione storica è affascinante e funzionale nel rendere così reale e tangibile il diciannovesimo secolo. Da segnalare che lo scenografo Anton "Toni" Gerg è morto durante le riprese, ed è stato omaggiato in un paio di scene: nel cimitero di Schabbach si vede una croce con il suo nome; e Margarethe, ricordando uno dei figli defunti, lo chiama "Toni, che è morto nel suo letto". L'utilizzo del colore all'interno di una fotografia essenzialmente in bianco e nero (e dai toni plumbei) è sfruttato, grazie al digitale, in maniera più sottile rispetto alla semplice alternanza sfoggiata nei lavori precedenti. Qui appaiono a colori soltanto piccoli particolari e oggetti (i fiori, una lastra di agata, un ferro di cavallo incandescente), che proiettano la loro cromia sul resto del mondo, illuminando per un attimo l'esistenza dei nostri personaggi. La bellezza delle immagini e l'espressività dei volti è accompagnata da una colonna sonora ricca di ritmo e di tonalità basse, decisamente azzeccata. Il compositore è Michael Riessler. Oltre al co-sceneggiatore Gert Heidenreich, ad affiancare l'ormai ottantenne Reitz nella lavorazione del film – e non poteva essere altrimenti – c'è la sua famiglia: il figlio Christian, che ha curato la produzione; e la moglie Salome Kammer (sì, proprio l'interprete di Clarissa in "Heimat 2" e "Heimat 3"), accreditata come aiuto regista. La pellicola è dedicata alla memoria del fratello di Edgar, Guido Reitz, scomparso nel 2008. Nel cast, oltre a tanti giovani esordienti, ci sono alcuni volti già apparsi nelle saghe precedenti: in particolare a interpretare Margarethe, la madre di Jakob, è stata chiamata Marita Breuer, che del primo "Heimat" era la protagonista Maria. Andreas Külzer, nel ruolo del reverendo Wiegand, era Dieter Simon in "Heimat 3". E Julia Prochnow, qui l'ostetrica Sophie, era Moni, sempre in "Heimat 3".

2 aprile 2015

Pallottole cinesi (Tom Dey, 2000)

Pallottole cinesi (Shanghai Noon)
di Tom Dey – USA 2000
con Jackie Chan, Owen Wilson
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Rivisto in TV.

Per salvare la principessa cinese Pei Pei (Lucy Liu), rapita dalla Città Proibita e portata negli Stati Uniti, la guardia imperiale Chon Wang (Jackie) giunge nel Far West dove si allea con il bandito Roy O'Bannon (Owen Wilson). Insolita commistione fra arti marziali e western che permette a Jackie di vivere tutta una serie di avventure negli scenari e nelle situazioni tipiche del genere: dall'assalto al treno all'incontro con gli indiani (dopo il quale, manco a dirlo, si ritrova sposato con una squaw), dal duello nella main street allo scontro finale nella missione, il tutto con una coloritura che guarda più al filone degli spaghetti western che non ai classici di Ford e Sturges. Questi però sono omaggiati da citazioni come i nomi dei personaggi (Chon Wang si pronuncia quasi come John Wayne, Roy si chiama in realtà Wyatt Earp: entrambi giudicati "nomi inaccettabili per un cowboy"). La progressione della storia è sostenuta dal crescere dell'amicizia fra i due protagonisti, che dopo le iniziali divergenze apprendono a rispettarsi l'un l'altro e a smussare i difetti del proprio carattere (in particolare Jackie dovrà superare il suo eccessivo senso del dovere e di riverenza verso l'imperatore, che gli impedisce di avere mano libera anche a migliaia di chilometri di distanza, mentre Wilson paserà naturalmente dalla parte della legge, aiutato in questo dal fatto che lo sceriffo che gli dà la caccia è in combutta con il villain): in questo senso, la pellicola funziona meglio dell'altro team-up di successo di Jackie in occidente, ovvero la serie di "Rush Hour". Come in quel caso, anche questo film avrà un sequel, "Due cavalieri a Londra", che vedrà Chon e Roy trasferirsi nell'Inghilterra vittoriana. Da segnalare accenni di impegno sociale, come quando la principessa decide di non tornare in patria per prendersi a cura delle sorti dei suoi compatrioti che lavorano come operai (ma di fatto come schiavi) nella costruzione della ferrovia. Fra le gag, quelle del cavallo che comunica con Jackie come se fossimo in un "Lucky Luke" (o "Trinità"). Ma scene d'azione o combattimenti di arti marziali memorabili non ce ne sono (nemmeno lo scontro finale): il Jackie degli anni ottanta è ormai lontano. Il titolo originale è ovviamente una parodia di "High Noon" (da noi "Mezzogiorno di fuoco"): in realtà Chon Wang non viene da Shanghai, come commenta lui stesso quando scopre di essere stato ribattezzato "Shanghai Kid". Nota finale: non si tratta del primo crossover fra western e cinema orientale. Basti ricordare "Sole rosso", con il samurai Toshiro Mifune in trasferta nel West, dalla trama peraltro molto simile a questo, al punto da sospettare che gli sceneggiatori abbiano voluto farne un omaggio o un remake.

31 marzo 2015

Amleto (Grigori Kozintsev, 1964)

Amleto (Hamlet)
di Grigori Kozintsev – URSS 1964
con Innokenti Smoktunovski, Anastasija Vertinskaya
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Al fianco delle versioni dirette e interpretate da Laurence Olivier e Kenneth Branagh, quello di Kozintsev è forse il più celebrato adattamento cinematografico dell'Amleto di Shakespeare. Epico e solenne, impreziosito da una regia ariosa e panoramica e da una cupa fotografia in bianco e nero, può contare su diversi punti di forza, a partire dalla suggestiva colonna sonora di Dmitri Shostakovich che accompagna le parole e le immagini. La traduzione del testo in russo è quella di Boris Pasternak, ma Kozintsev ne ha tagliato alcune scene, accorciando la tragedia (che in originale dura quattro ore) a circa due ore e venti. A differenza di Olivier, che aveva preferito concentrarsi sui dilemmi personali, morali e filosofici di Amleto, il regista sovietico (che aveva già curato un allestimento teatrale della tragedia a Leningrado dieci anni prima) ne mantiene invece tutto il contenuto "politico", lasciando al centro dell'azione i complotti e le manovre del re e di Amleto stesso. La messinscena è classica, con personaggi in costumi d'epoca che si muovono in un castello di Elsinor (ricostruto in Estonia) vero e proprio protagonista dell'azione, il cui ruolo come "prigione" è enfatizzato e i cui spazi e i cui cortili sono esplorati da una macchina da presa in frequente movimento e attraverso riprese lunghe ed estese delle sale ampie ed affrescate, le robuste mura, il terrapieno, le brughiere circostanti e il mare (la fortezza sorge infatti nei pressi di una scogliera: il monologo "Essere o non essere" è recitato da Amleto proprio sulla spiaggia, fra gli scogli sferzati dalle onde). Numerose le scene da antologia: su tutte, citerei l'inquietante apparizione del fantasma del padre di Amleto sulle mura del castello (a tratti sembra uno dei cavalieri neri de "Il signore degli anelli"!), con tanto di cavalli spaventati; la rappresentazione teatrale degli attori al cospetto del re e della regina, all'esterno, davanti alle porte del castello; e tutta la scena della pazzia di Ofelia, che danza come una bambola (e che poi ritroviamo immersa nell'acqua, come nel quadro di John Everett Millais). Se l'aspetto visivo della pellicola è preponderante, non meno importanti sono i contenuti, che la narrazione mantiene in profonda coerenza con lo stile. I numerosissimi pensieri interni di Amleto sono veicolati attraverso una voce in sovraimpressione, alla Resnais, sul volto impenetrabile di Innokenti Smoktunovski, che fonde riservatezza e intensità nervosa, mentre gli altri personaggi gli ruotano attorno, interagendo con lui in una serie di entrate/uscite tipiche del palcoscenico. Molti degli attori (a partire dal protagonista) provenivano dal teatro anziché dal cinema. Oltre ai nobili abitanti del castello, sullo sfondo si intravedono a tratti contadini e paesani, che occasionalmente salgono in primo piano (come nella scena dello scavafossi e del teschio di Yorick, preludio al funerale di Ofelia). Grazie anche a queste punte di "neorealismo sovietico", ne risulta un dramma concreto e filosofico al tempo stesso, perfetta fusione fra le due anime – il realismo storico del fatto di sangue e la metafora psicanalitica che ne sottende – della tragedia shakespeariana.

29 marzo 2015

Europa Report (Sebastián Cordero, 2013)

Europa Report (id.)
di Sebastián Cordero – USA 2013
con Anamaria Marinca, Michael Nyqvist
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Girata con la tecnica del found footage (ovvero fingendo che il materiale mostrato sia il montaggio di registrazioni video ritrovate dopo gli eventi, come in "Cannibal Holocaust" e "The Blair Witch Project", per intenderci), una pellicola di fantascienza indipendente che racconta la prima missione spaziale a inviare esseri umani verso Europa, la luna di Giove, alla ricerca di possibili forme di vita. Durante il viaggio, una tempesta solare danneggia i sistemi di comunicazione della navicella (a bordo della quale si trovano in tutto sei membri dell'equipaggio: quattro uomini e due donne). E così soltanto al termine della missione, quando i video ripresi dalle numerose camere a bordo della nave saranno trasmessi tutti insieme alla Terra, si saprà cosa è accaduto. Le videocamere sono fisse, dunque non c'è una vera e propria "regia", se non attraverso il montaggio: che non è cronologico, in modo da aumentare la suspence mentre vengono mostrati i vari eventi in cui incorrono gli astronauti, fra incidenti, primi segni di squilibri, segnali di misteriose "presenze". Pur essendo una produzione indipendente e a basso costo (nessun attore di grido, dunque), il film è molto curato nei dettagli, soprattutto dal punto di vista tecnico-scientifico: la sensazione di assistere a un vero documento sui viaggi spaziali è alta. Lo stile narrativo, a metà fra il documentario e la testimonianza in diretta, consente di passare sopra a certi cliché dei film horror (il gruppo di persone in un ambito ristretto, eliminate a uno a uno nel corso degli eventi), e alcune immagini, come quelle della superficie ghiacciata di Europa, rimangono impresse nella memoria dello spettatore. Forse non originalissimo, dunque, ma meritevole di visione: insieme a "Moon", dimostra che la fantascienza di qualità può ancora prescindere da budget elevati, effetti speciali e spropositate dosi di azione.

28 marzo 2015

Cuore fedele (Jean Epstein, 1923)

Cuore fedele (Cœur fidèle)
di Jean Epstein – Francia 1923
con Gina Manès, Léon Mathot, Edmond Van Daële
**1/2

Visto su YouTube.

La trovatella Marie è stata cresciuta dai proprietari di una bettola nel porto di Marsiglia, che la sfruttano come cameriera. La ragazza è innamorata di Jean, marinaio povero ma onesto, ma i suoi "genitori" preferiscono darla in sposa al poco di buono Petit Paul. Jean cercherà di riprendersela, affrontando Paul a mani nude, ma finirà in prigione: e quando ne uscirà, un anno dopo, scoprirà che nel frattempo Marie – che ora vive con Paul, sempre più violento e perennemente ubriaco – ha avuto un figlio... Passato alla storia come uno dei primi teorici del cinema, Jean Epstein realizzava film soprattutto per mettere in pratica le proprie idee: così si può spiegare l'apparente banalità del soggetto, un melodramma convenzionale come tanti, sul tema degli amanti separati dalle avversità (il suo intento era quello di "conquistare la fiducia di coloro, ancora così numerosi, che credono che soltanto i melodrammi più bassi possano interessare al pubblico", scrisse; ma anche creare qualcosa di "così sobrio e semplice da potersi avvicinare alla nobilità e all'eccellenza della tragedia"), cui si contrappone uno stile moderno e consapevole. Ispirato dai lavori di Abel Gance, di cui era un ammiratore, Epstein si concentra sulle inquadrature (si spazia dai primissimi piani, a volte addirittura dai più piccoli dettagli di oggetti, mani e volti, ai campi medi e lunghi che permettono di inserire il personaggio nel paesaggio) e sul montaggio, che a volte diventa rapidissimo e ritmico. Da un soggetto scritto, pare, nell'arco di una sola notte, il film è stato sceneggiato da Epstein insieme alla sorella Marie, sua consueta collaboratrice (e guarda caso, i due protagonisti si chiamano proprio come loro: Jean e Marie), la quale – accreditata come "Mile Marice" – recita anche una parte non trascurabile, quella della vicina zoppa che favorisce gli incontri dei due amanti. Peccato però che l'eccessiva povertà dei contenuti finisca per annacquare la potenza espressiva delle immagini. I personaggi sono bidimensionali, definiti solo dai rispettivi ruoli nella storia, e gli elementi della trama non necessitano approfondimento (questo vale anche per i comprimari: i padroni dell'osteria, il bambino di Marie, la donna pettegola...). Fra i momenti da ricordare: l'incipit, con gli sguardi intensi dei protagonisti che si perdono sul mare davanti a loro (con le onde spesso "soprapposte" ai volti); la sequenza delle giostre, quasi ipnotica e dionisiaca, con un montaggio rapidissimo e frammentato, dove i sentimenti e le emozioni contrapposte dei personaggi emergono con rara efficacia (Paul su di giri, Marie triste e con la morte nel cuore; curiosamente, nel finale, la stessa ambientazione è utilizzata per mostrarci il "lieto fine": stavolta lei è serena, mentre Jean sembra turbato e pensieroso); la suspense quasi hitchcockiana della scena in cui Petit Paul sta tornando a casa, salendo lentamente le scale, mentre Marie è in compagnia di Jean; in generale l'attenzione all'ambiente, che anticipa il filone del "realismo poetico", di cui si ricorda per esempio l'osteria sulle cui pareti spicca la scritta in inglese "For ever", che allude al destino dei due protagonisti.

27 marzo 2015

La prigione (Ingmar Bergman, 1949)

La prigione (Fängelse)
di Ingmar Bergman – Svezia 1949
con Birger Malmsten, Doris Svedlund
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il sesto film di Bergman è anche il primo in cui risultano evidenti in maniera significativa le sue idee e le sue tematiche (anche dal punto di vista stilistico, per esempio nell'attenzione ai volti e nella fusione fra realismo e surrealismo). Incastonata fra un prologo e un epilogo (in cui Martin, un giovane regista, riceve sul set la visita del suo vecchio professore di matematica, il quale gli propone l'idea di girare un film sul Diavolo nel quale si rende esplicito che l'inferno è la Terra attuale), la trama principale ha come protagonisti Thomas, giornalista alcolizzato e in crisi con la moglie, e Birgitta Carolina, una giovane ragazza costretta a prostituirsi dal suo compagno. I due si incontreranno e si innamoreranno, convivendo per breve tempo nella soffitta di un pensionato. Ma la loro "evasione" dai tormenti e dalle miserie della vita (vale a dire la "prigione" del titolo) sarà di breve durata: Birgitta Carolina, che ha dovuto subire il trauma di vedersi sottrarre la bambina cui aveva dato la luce, verrà sottoposta a nuovi tormenti da un "cliente" violento e sceglierà di togliersi la vita; mentre Thomas, rimasto solo, proverà a tornare dalla moglie, nel tentativo di iniziare con lei una nuova relazione. Anche se non mancano momenti interessanti (i titoli di testa recitati da una voce fuori campo; la visione di una vecchia comica muta, nella quale compaiono fra gli altri anche il Diavolo e la Morte, da parte di Thomas e Carolina nella soffitta; e soprattutto la sequenza del sogno di Carolina, nella quale vengono esplicitate sia le sue paure ed angosce sia i suoi desideri e i suoi veri sentimenti, con la dichiarazione d'amore a Thomas), nel complesso il film è un po' appesantito dai dialoghi verbosi, da una scansione narrativa poco equilibrata e da un tono esistenzialista decisamente cupo e non ancora raffinato, per non parlare della confusa commistione di stili fra surrealismo (i suddetti sogni), espressionismo (gli ambienti), critica sociale (per lo più antiborghese) e pessimismo cosmico di fondo. Ma la ricerca bergmaniana sugli interrogativi dell'esistenza, sugli specchi dell'anima, e sul confronto fra i sogni e la realtà, comincia qui a tutti gli effetti.

25 marzo 2015

Una nuova amica (François Ozon, 2014)

Una nuova amica (Une nouvelle amie)
di François Ozon – Francia 2014
con Anaïs Demoustier, Romain Duris
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Alla prematura morte di Laura, di cui era amica del cuore sin da quando erano bambine, Claire (Demoustier) promette che si prenderà cura del marito di lei, David (Duris), e della loro figlia nata da poco, Lucy. Quando scopre che l'uomo ama vestirsi da donna, dopo qualche reticenza accoglierà "Virginia" come la sua "nuova amica". E insieme, i due andranno alla scoperta delle rispettive pulsioni e identità sessuali: la disforia di genere per lui, che prenderà finalmente coscienza del proprio desiderio di essere una donna, e l'omosessualità repressa di lei, che aveva nascosto dietro un matrimonio di facciata l'amore da sempre nutrito per l'amica. Scritto da Ozon a partire dal romanzo "The New Girlfriend" di Ruth Rendell, una pellicola di respiro almodóvariano (si pensi alla scena in cui Claire e Virginia assistono all'esibizione della cantante nel locale notturno, così come a una certa teatralità e ad atmosfere da anni '50, elementi peraltro spesso presenti nei lavori di Ozon) ma lontana dai toni grotteschi del regista spagnolo. È un film che non esita a ricorrere ad alcuni snodi apparentemente forzati e poco originali (vedi il finale) per raccontare con essenzialità e sorprendente leggerezza una storia dove la protagonista, attraverso l'incontro e la frequentazione con Virginia, finisce invece con lo scoprire molte più cose di sé. Il controfinale ambientato sette anni più tardi lascia volutamente qualche dubbio allo spettatore (Claire sta ancora con il marito? È incinta di lui oppure di David? Può essere che Virginia continui a essere per lei solo una "amica", così come può invece essere che Claire abbia ormai accettato la propria omosessualità) ma è necessario per chiudere alcuni punti lasciati in sospeso, rivelandoci fra l'altro come David sia ormai felicemente "integrato" nel suo nuovo ruolo femminile, e che i suoi timori di vedersi privato della figlia nel caso avesse fatto "coming out" fossero del tutto infondati. D'altronde non è un film sull'intolleranza o l'accettazione delle diversità sessuali da parte della società o dei parenti (come potevano essere "Boys don't cry" o "La mia vita in rosa"), bensì sulla scoperta e sulla presa di coscienza della propria identità. In quanto tale, si allontana da Almodóvar (dove queste fasi vengono spesso date come per scontate o già acquisite) e si avvicina di più all'analisi delle ambiguità e delle pulsioni che ha da sempre caratterizzato il cinema del regista francese.

24 marzo 2015

Heimat-Fragmente – Die Frauen (E. Reitz, 2006)

Heimat-Fragmente – Die Frauen
di Edgar Reitz – Germania 2006
con Nicola Schössler, Henry Arnold
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

È un atto d’addio in forma cinematografica. Il cinema funziona come i ricordi. Da un certo punto in poi è il personaggio stesso a riflettere sulla sua propria esistenza, chiedendosi se esiste davvero o se è nato solo all’interno di un film. E verso la fine Lulu si catapulta in una situazione simile a quella in cui mi sono trovato io stesso: nell’ansia e nell’angoscia di dover lasciare un mondo che non riuscivo quasi più a distinguere da quello reale. Perciò le sue ultime parole nel film sono: “Voglio vivere e sono libera”.
(Edgar Reitz)

Sulla soglia dei trent'anni ("La giovinezza finisce quando cominciano i ricordi"), Lulu Simon è in cerca di memorie e forse di un'identità. Con una pala in mano, come per "scavare" nel tempo e nel passato della propria famiglia, la figlia di Hermann si sposta per Schabbach, la casa sul Reno e Monaco di Baviera (ovvero nei luoghi dei primi tre "Heimat") per mettere insieme "frammenti" di storie, vicende ed emozioni. "A volte ho la sensazione che tutto sia già accaduto", commenta: e in effetti siamo di fronte essenzialmente a un film di montaggio, con cui Edgar Reitz (con la collaborazione del figlio Christian, accreditato come operatore delle sequenze di raccordo nonché appunto come montatore) recupera una miriade di spezzoni che era stato costretto a tagliare durante la lavorazione delle prime tre saghe e che ha ritrovato durante un trasloco del suo magazzino. Rivediamo così, in tanti brevi momenti più o meno significativi, tutti i personaggi cui eravamo affezionati, con un focus particolare (come suggerisce il sottotitolo) sulle donne: da Maria a Clarissa, da Helga a Schnüsschen, da Olga a Evelyne, passando per Lucie, Martha, Klärchen, Renate, Galina, Esther, Marianne, Dorli e tante altre (il che ci fa rendere conto ancora una volta di come Reitz abbia saputo rendere unici e memorabili anche personaggi che sono apparsi solo per brevi istanti all'interno della saga). "Sono una figlia con molte madri", pensa Lulu a un certo punto, riconoscendo l'importanza e la molteplicità delle figure femminili che l'hanno preceduta. Fra salti avanti e indietro nel tempo (i collegamenti, spesso per associazioni di idee, riguardano più i luoghi in cui Lulu si trova che non la reale sequenza cronologica degli eventi), i frammenti portano alla luce eventi e situazioni che i film precedenti raccontavano "fra le righe", quando addirittura non avevano omesso. Il lavoro quotidiano di Schnüsschen come guida turistica a Monaco (bella la scena del suo incontro con Olga, in compagnia dell'autista del bus); l'arrivo di Pauline e Marie-Goot a casa Cerphal per il matrimonio di Hermann; Evelyne che presenta a Clarissa il suo nuovo fidanzato africano; Galina che confessa a Lulu e Delveau il progetto di aprire un ristorante a San Pietroburgo; Dorli che fa visita a Helga in Baviera; inediti "dietro le quinte" della vita a Schabbach o a Monaco (la festa per i settant'anni di Maria; il viaggio di Hermann a Dülmen; il requiem per la Tana della Volpe; Reinhard e amici al lavoro sul set; i tormenti di Helga; il fugace ritorno di Evelyne a Regensburg; e ancora, momenti con Ernst, Glasisch, Juan, Volker, Ansgar, Alex...). Le scene di raccordo con Lulu sono girate in digitale, e spesso gli spezzoni del passato spuntano dall'inquadratura in maniera surreale (come quando Lulu perfora pareti e superfici con un trapano: "l’archeologia del futuro che scava nel presente"). Il tutto, oltre che un album di ricordi e di frammenti (appunto), assume dunque a tratti un tono metacinematografico, come se fosse Reitz stesso a parlare attraverso i pensieri della protagonista: l'accenno di Lulu al fatto che suo padre "a volte cambia faccia", per esempio, è un riferimento al fatto che l'attore che aveva impersonato Hermann quarantenne nell'ultimo episodio del primo "Heimat" ha un volto del tutto differente da quello di Henry Arnold, interprete dello stesso personaggio nei due seguiti. Nel complesso il film è un'interessante appendice alla saga, da considerare come un piccolo e nostalgico regalo per tutti coloro che l'hanno seguita (i neofiti si astengano) o una sorta di "contenuto extra" come quelli dei dvd, che rivela dettagli e momenti che in alcuni casi (si pensi alle scene con Schnüsschen, Olga o Evelyne) è stato un peccato aver dovuto eliminare dagli episodi veri e propri. Ma anche una riflessione sul tempo, sulla famiglia, sui sogni e le paure, oltre che sulla memoria, il cinema e l'immortalità.

22 marzo 2015

Nove anni

Nono compleanno per questo blog! Ancora uno e festeggeremo il decennale, grazie anche a tutti i lettori più o meno regolari... Nell'attesa di contanto evento, ecco le consuete statistiche sull'anno appena trascorso: negli ultimi dodici mesi sono qui apparse le recensioni di 208 film (contando "Nymphomaniac" di Lars von Trier come un film solo), superando dunque quota 200 a distanza di quattro anni dall'ultima volta. Il totale dei film recensiti sale così a 2142: per la cronaca, il duemillesimo è stato il film muto "C'era un uomo" di Victor Sjöström. Le pellicole viste al cinema sono state 51 (di cui 28 nelle rassegne di Cannes e di Venezia), quelle oggetto di una seconda visione 53. I registi più gettonati nel corso dell'anno sono stati Martin Scorsese con 6 film (anche se 3 erano cortometraggi), Alfred Hitchcock e Kenji Mizoguchi con 5, Sidney Lumet con 4. Seguono, con 3 ciascuno, Robert Aldrich, Roy Andersson, Ernst Lubitsch, Yasujiro Ozu, Ettore Scola e Zhang Yimou.

20 marzo 2015

Sogni (Akira Kurosawa, 1990)

Sogni (Yume, aka Dreams)
di Akira Kurosawa – Giappone 1990
con Akira Terao, Martin Scorsese
***

Rivisto in divx.

Dopo il successo ottenuto in patria e all'estero con i grandi kolossal storici "Kagemusha" e "Ran", nel 1990 l'ottantenne Kurosawa soprese tutti con un lavoro molto diverso dai precedenti, intimo, personale e onirico: come definire altrimenti una pellicola che mette in scena dei "sogni"? Il film presenta infatti otto episodi, ordinati cronologicamente secondo l'età del protagonista (bambino nei primi due, giovane e via via più adulto nei seguenti, interpretato quasi sempre dall'attore Akira Terao), che pescano dalle paure, dalle speranze, dalle angosce e dalle aspirazioni del regista; curiosamente nessuno di questi è legato direttamente al mondo del cinema, anche se il quinto episodio (quello di Van Gogh) mostra il suo amore per l'arte (come è noto, l'Imperatore inizialmente voleva diventare un pittore, e ripiegò sul cinema solo in un secondo momento). La variopinta e luminosa fotografia di Takao Saito (che trasferisce sullo schermo una serie di disegni e di bozzetti dello stesso Kurosawa), la regia classica e austera del nostro Akira (con la collaborazione di Ishiro "Godzilla" Honda), l'atmosfera da "realismo magico" che permea ogni segmento, gli effetti speciali dell'Industrial Light & Magic di George Lucas (che ha sostenuto la realizzazione della pellicola insieme a Francis Ford Coppola e Steven Spielberg, tutti grandi estimatori del regista nipponico) sono al servizio di otto episodi di diverso tono, significato e valore, ma che nel loro insieme concorrono a creare un mondo interiore complesso e suggestivo. Alla sua uscita, ovviamente, molti critici interpretarono il film come il testamento spirituale del grande regista, l'ultimo tassello di una carriera leggendaria e considerata ormai al termine: Kurosawa smentì tutti sfornando, nel giro di tre anni (cosa insolita per lui, che da un trentennio girava solo un film ogni cinque anni) altre due pellicole, differenti da questa ma altrettanto "intime" e personali: "Rapsodia in agosto" e "Madadayo".
Come già detto, non tutti gli episodi sono belli allo stesso modo, così come le atmosfere variano parecchio (e si fanno via via più cupe man mano che il personaggio invecchia, salvo risollevarsi nel segmento conclusivo). I miei preferiti sono i primi due ("Raggi di sole nella pioggia" e "Il pescheto"), ma per diversi motivi meritano una menzione particolare anche "Il tunnel", "Corvi" e "Il villaggio dei mulini".

"Raggi di sole nella pioggia" - Da bambino, il protagonista (ovvero Kurosawa stesso, anche se il suo nome non viene mai pronunciato in tutto il film) esce di casa nonostante il divieto della madre e si inoltra nella foresta durante un giorno in cui piove e contemporaneamente splende il sole. È in giornate come questa che le volpi (animali "magici" secondo le superstizioni giapponesi) celebrano i loro matrimoni. Avendo spiato una di queste cerimonie, il bambino scatena l'ira delle volpi: e dovrà raggiungere la loro dimora ai piedi dell'arcobaleno per chiedere perdono. Il film si apre con un episodio magico e fiabesco, dominato dalle paure dell'infanzia ma anche dalla curiosità e dalla scoperta.

"Il pescheto" - K. ha ora qualche anno di più. È il giorno della "festa delle bambole" (hina matsuri), che tradizionalmente cade il 3 marzo, quando gli alberi di pesco sono in fiore. Il bambino esce di casa seguendo una misteriosa ragazzina dai vestiti rosa, che lo conduce fino ai campi dove sorgeva il pescheto di famiglia. Qui incontra gli spiriti degli alberi, che lo rimproverano perché le piante sono state tagliate. Ma quando si accorgono che il bambino è sinceramente addolorato per l'accaduto, gli spiriti eseguono una danza e gli permettono di ammirare ancora una volta gli alberi in fiore. Personalmente il mio episodio preferito.

"La tormenta" - Durante il servizio militare, K. e altri scalatori rimangono intrappolati in alta quota, dove sono sorpresi da una tormenta di neve. A uno a uno, i suoi compagni si addormentano in preda alla fatica e al freddo: anche lui viene visitato da uno spirito della montagna sotto le sembianze di una fanciulla, ma riesce a resistere alla sua seduzione ("Soldato, la neve è tiepida") e al suo abbraccio gelido e mortale. Poco più tardi, il sole torna a splendere e le tende del campo base si rivelano essere a pochi passi di distanza. L'episodio forse si ispira alla leggenda giapponese della yuki-onna, la principessa delle nevi.

"Il tunnel" - Terminata la guerra, K. sta tornando a casa lungo una strada fangosa e deserta. Dopo aver attraversato un lungo tunnel, a cui faceva da guardia un cane infernale, K. è raggiunto dai fantasmi dei suoi compagni caduti in battaglia. Dovrà convincerli a tornare indietro, non prima di aver chiesto perdono per essere sopravvissuto mentre loro sono morti. Un segmento inquietante ma di grande suggestione (con il rimbombo dei passi dei soldati in marcia che risuona nel tunnel buio), che mette in scena non solo l'orrore e le conseguenze dell'esperienza bellica ("La guerra è follia!"), ma anche i sensi di colpa dei superstiti.

"Corvi" - Mentre ammira i quadri di Van Gogh esposti in una galleria d'arte, K. – che evidentemente è ora uno studente d'arte – "entra" magicamente nei dipinti e vaga alla ricerca del pittore olandese (interpretato da Martin Scorsese: uno dei rari casi in cui il regista italo-americano appare in un film non diretto da lui), di cui è un grande ammiratore. Questi gli spiega che non può fare a meno di dipingere, come in preda a una "febbre", e di essersi tagliato un orecchio perché non gli veniva bene in un autoritratto. Il viaggio di K. nei vibranti colori di Van Gogh termina in un campo di grano da cui improvvisamente si alzano i corvi in volo (metafora del suicidio dell'artista). Oltre che dalle pennellate dei quadri, l'episodio è graziato dal preludio n. 15 di Chopin nella colonna sonora.

"Fuji in rosso" - Con questo e il successivo episodio, le paure e le angoscie dell'era atomica si materializzano sullo schermo attraverso due sogni che sono veri e propri incubi (da notare che Kurosawa negli anni cinquanta aveva dedicato un intero film all'argomento, "Testimonianza di un essere vivente"). Il vulcano Fujiyama sta eruttando, e la popolazione fugge in preda al panico, ma non c'è modo di scampare al disastro. Anche perché la centrale nucleare sul fianco della montagna è esplosa, e le sostanze radioattive si stanno spargendo ovunque (colorate per distinguerle meglio: "Abbiamo sviluppato una tecnologia per rendere visibile il rischio; e ora abbiamo il vantaggio di sapere che cosa ti ha ucciso", spiega all'interdetto K. uno degli uomini che hanno contribuito al disastro).

"Il demone che piange" - Quasi un seguito dell'episodio precedente, di cui riprende i toni catastrofici e pessimisti, immersi stavolta in un'atmosfera da bolgia infernale. La terra è stata devastata dalle radiazioni, e tutto quello che resta sono pendii brulli e anneriti, sui quali crescono giganteschi fiori (denti di leone alti tre metri) e piante mutanti. Il mondo è ora popolato da demoni cornuti e deformi, che un tempo erano esseri umani e che ora sopravvivono sbranandosi l'un l'altro. Uno di questi demoni conduce K. fino all'orlo di un cratere, da dove spiano i suoi compagni che piangono, si torcono e ululano al cielo per il dolore procuratogli dalle loro stesse corna.

"Il villaggio dei mulini" - Nel segmento finale si torna a uno scenario positivo, colmo di luce e di speranza. Il viandante K. giunge in un villaggio i cui abitanti vivono in completa armonia con la natura, fra ruscelli, fiori e mulini. Un vecchio contadino (Chishu Ryu, l'attore feticcio di Ozu) spiega al protagonista che in quel villaggio i funerali sono un'occasione per festeggiare e per "congratularsi" con il defunto per la vita che ha condotto. Tra una critica alla modernità e un elogio alle tradizioni, l'episodio conclude la pellicola su toni di ottimismo: "Si dice spesso che la vita è difficile, dura...", commenta il vecchio. "Questa è solamente una posa dell'essere umano. La verità è una sola: la vita è bella. Più che bella: entusiasmante".

18 marzo 2015

La strada verso casa (Zhang Yimou, 1999)

La strada verso casa (Wode fuqin muqin)
di Zhang Yimou – Cina 1999
con Zhang Ziyi, Honglei Sun
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Marta, Beatrice, Giulia, Costanza, Elisa, Gioia.

Alla morte del padre, Yusheng (Honglei) torna nel villaggio natale, fra le montagne nel nord della Cina, per organizzare il funerale. La madre vorrebbe che le esequie seguissero l'antica usanza di trasportare il corpo a piedi dal luogo in cui è morto fino al cimitero, in modo che il defunto non dimentichi qual è "la strada verso casa". Ma c'è un problema: nel villaggio sono rimasti ormai solo bambini e anziani, i giovani sono tutti andati a lavorare in città, e dunque non ci sono uomini a sufficienza per svolgere il compito. Per onorare il grande amore che ha unito i suoi genitori, tuttavia, il figlio troverà una soluzione. Questa cornice, in bianco e nero, fa da introduzione ed epilogo al lungo segmento centrale del film, fotografato invece a colori, che narra il primo incontro fra il padre e la madre di Yusheng, avvenuto quarant'anni prima: lei giovane contadina (interpretata da una radiosa Zhang Ziyi, al suo debutto sullo schermo, che ruba la scena in ogni inquadratura) e lui insegnante inviato da Shanghai nella piccola scuola locale. Semplice e toccante, lineare e commovente, il film porta in scena i sentimenti della fanciulla (vera e propria protagonista, visto che ogni evento è filtrato dal suo punto di vista) in maniera diretta e trasparente, senza appesantirli con dialoghi o complicazioni narrative (persino la sottotrama dei problemi dell'insegnante con il partito, negli anni in cui molti intellettuali venivano perseguitati, non è approfondita più di tanto perché si colloca al di fuori del "raggio di pensieri" della ragazza, preoccupata soltanto del fatto di non poter rivedere il suo amato). A parte la voce narrante di Yusheng, la pellicola si sofferma quasi solo sul volto di Zhao Di, a seconda dei casi curiosa, trepidante, paziente, ostinata, preoccupata, felice... Lo scenario naturale, che lo scorrere delle stagioni colora di tinte differenti, fa da perfetto sfondo alla vicenda. Tratto da un romanzo ("Remembrance") di Bao Shi, autore anche dell'adattamento, e realizzato subito dopo "Non uno di meno", il film appartiene al filone più intimo e realista del cinema di Zhang, caratterizzato da buoni sentimenti e, tra le righe, dall'elegia verso il passato, le tradizioni e le usanze (destinate a scomparire) dei villaggi delle regioni più ai margini delle grandi città. Indicativa, al riguardo, la curiosa presenza di una locandina di "Titanic" in una delle case del villaggio.

17 marzo 2015

Luciano Serra pilota (G. Alessandrini, 1938)

Luciano Serra pilota
di Goffredo Alessandrini – Italia 1938
con Amedeo Nazzari, Mario Ferrari
**

Visto in divx.

Fra i maggiori successi cinematografici italiani del ventennio fascista e in particolare dell'epoca – iniziata nel 1935 – in cui era necessario "celebrare" le imprese e le conquiste coloniali in Africa, "Luciano Serra pilota" è una pellicola importante per una serie di motivi, extrafilmici e non. Innanzitutto è uno dei due film (l'altro è "Scipione l'Africano" di Carmine Gallone) con cui vennero inaugurati gli stabilimenti di Cinecittà, costruiti nel 1937 per promuovere l'industria cinematografica nazionale; poi, vinse la Coppa Mussolini (antesignana del Leone d'Oro) come miglior film italiano alla Mostra di Venezia del 1938; infine, c'è la presenza di un giovane Roberto Rossellini (agli esordi nel mondo del cinema, e non ancora regista) alla sceneggiatura, che coadiuva Alessandrini – già autore di alcune pellicole del filone dei "telefoni bianchi" con lo stesso Nazzari – e Fulvio Palmieri. La vicenda è figlia del suo tempo, e celebra una concezione ingenua e idealistica dell'eroismo. Eppure, nonostante la supervisione di Vittorio Mussolini (secondogenito di Benito e grande appassionato di cinema), non si tratta solo di propaganda fascista: il protagonista mostra anche tratti romantici e fortemente individuali (è mosso dal desiderio di gloria personale e dall'amore per il proprio figlio). E forse questo spiega come mai piacque così tanto al pubblico, che in lui riusciva a identificarsi più facilmente che non con i personaggi di altre pellicole di propaganda uscite in quegli anni e oggi, oltre che dimenticate, praticamente inguardabili per l'alto tasso di retorica e di "amor di patria". In effetti Luciano sembra più l'eroe ribelle di un film d'avventura hollywoodiano che non un soldato fascista inquadrato e ubbidiente. La storia si apre nel 1921. Luciano Serra, aviatore durante la Grande Guerra, vive di sogni e di passione per il volo, rifiutando di mettere i piedi a terra: piuttosto che farsi assumere nell'azienda del suocero, preferisce sbarcare il lunario portando in volo i turisti sul Lago Maggiore. Ma le difficoltà economiche gli impediscono di prendersi cura della moglie e, soprattutto, del figlioletto Aldo: questi tornano dal padre di lei, mentre Luciano – considerato da tutti un fallito – decide di tentare la fortuna in America. Dieci anni dopo lo ritroviamo in Brasile, dove la sua "degradazione" prosegue, visto che gli unici lavori che trova sono in ambito circense o pubblicitario (l'episodio in cui trasporta "Simba, il leone volante", è significativo). Intenzionato a cimentarsi in un'impresa che dovrebbe procurargli la gloria necessaria a tornare in Italia a testa alta, decolla per una trasvolata atlantica in solitaria e senza scali. Ma viene colto di sorpresa da una tempesta: il suo aereo sprofonda in mare e tutti lo credono morto, compreso il figlio che, nel frattempo, ha deciso di seguirne le orme e si è iscritto all'accademia aerea. Scoppia la guerra in Africa orientale: Aldo è lì in servizio con l'aviazione. Nel corso di una tremenda battaglia, a salvare la vita a lui e a tutto il reparto sarà proprio il padre Luciano, che nel frattempo è sopravvissuto e si è arruolato fra i legionari sotto falso nome. L'atto eroico gli costa la vita, ma gli vale finalmente anche il riconoscimento e il rispetto di tutti (nonché una medaglia d'oro al valor militare). Scolastico nei dialoghi e nella sceneggiatura, ma efficace nella rappresentazione del protagonista, degli ambienti e delle situazioni, il film si lascia apprezzare per la recitazione dell'ottimo Nazzari e per il notevole sforzo produttivo, in particolare nelle scene di battaglia, quantomai realistiche e dinamiche (l'assalto al treno, il bombardamento aereo). La pellicola ebbe anche un adattamento a fumetti, opera di Walter Molino.