2 settembre 2015

Taxi Teheran (Jafar Panahi, 2014)

Taxi Teheran (Taxi)
di Jafar Panahi – Iran 2014
con Jafar Panahi, Hana Saeidi
***

Visto al cinema Eliseo, con Marisa.

Nonostante i divieti impostigli dal governo iraniano (dal 2010 gli è proibito di fare film e di espatriare), Panahi continua a sfornare nuove pellicole, sempre girate in modo "clandestino" e spesso con sé stesso come protagonista, alle prese con i modi più inventivi di aggirare le censure e i divieti. Questa volta si improvvisa tassista, montando una videocamera a bordo della propria vettura e viaggiando per le strade di Teheran in cerca di storie e di personaggi interessanti. Il cinema iraniano, sin dai tempi di Kiarostami (si pensi per esempio a "Il sapore della ciliegia"), ha una lunga tradizione di film girati interamente o in gran parte dall'interno di un'automobile: e lo stesso vale per i temi metacinematografici. Passandosi il testimone l'un l'altro, i passeggeri di Panahi (che a volte lo riconoscono e citano i suoi film precedenti: "Lo specchio", "Oro rosso", "Offside"...) danno vita a scene di volta in volta bizzarre, drammatiche, quotidiane, realistiche o di denuncia. Ne risulta un affresco di umanità multiforme, al tempo stesso realistico e "costruito" (è evidente che siamo di fronte a una messa in scena, con tanto di sceneggiatura, e non a un documentario!): le due vecchiette convinte che liberare dei pesci rossi nell'acqua le manterrà in vita per un altro anno; la moglie di un uomo rimasto vittima di un incidente stradale che si premura di recuperare il video-testamento del marito, ripreso da Panahi con il suo cellulare; il trafficante di film occidentali, che smercia i propri dvd pirata a uno studente di cinema; un bambino di strada che trova del denaro perso da una coppia di sposi ed è riluttante a restituirlo; un'avvocatessa che si batte per i diritti civili di una ragazza condannata per aver tentato di assistere a una partita di pallavolo maschile. Alcuni di questi personaggi sono attori (non professionisti o comunque non citati nei titoli di coda, fra l'altro assenti), ma la maggior parte interpretano sé stessi: fra questi c'è la nipote di Panahi, Hana Saeidi, che lo interroga sulla censura e su cosa rende, secondo le autorità, un film "distribuibile" o meno. Proprio Hana ha ritirato per conto dello zio l'Orso d'Oro vinto dalla pellicola al Festival di Berlino. Fra i temi ricorrenti, spicca quello della criminalità: prendendo spunto da un fatto di cronaca (due scippatori condannati alla pena capitale), il film si apre con due passeggeri che discutono sull'efficacia di tale deterrente (e paradossalmente quello più convinto che la pena di morte possa essere "un esempio" per i ladri si rivela essere a sua volta un borseggiatore!). Il tema torna nell'incontro di Panahi con il suo ex vicino di casa, che è stato derubato e ha anche individuato il colpevole, ma preferisce non denunciarlo perché ne comprende le ragioni; e consente di concludere il film in maniera improvvisa quando la portiera della vettura, lasciata per un attimo incustodita, viene forzata e la preziosa videocamera che finora aveva ripreso tutto viene rubata, lasciando lo schermo nero (per fortuna la memory card non segue la stessa sorte, altrimenti – nella finzione scenica, ovviamente – non avremmo potuto vedere il film!).

Beethoven (Brian Levant, 1992)

Beethoven (id.)
di Brian Levant – USA 1992
con Charles Grodin, Bonnie Hunt
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Beethoven è un grosso San Bernardo combinaguai, adottato quando era solo un cucciolo dalla famiglia Newton con gran gioia di tutti (la madre e i tre figli) tranne che del padre George. Ma anche lui finirà con affezionarsi al cane, tanto che l'intera famiglia si mobiliterà per salvarlo dalle grinfie di un crudele veterinario che intende usarlo per i suoi esperimenti... Tipico film per famiglie, pieno di luoghi comuni, ma graziato dal fatto che i cani almeno non parlano e si comportano da animali (anche se a tratti sono comunque "umanizzati": Beethoven, per esempio, aiuta spesso i tre bambini a scuola e in casa, rendendosi perfettamente conto delle varie situazioni). La coppia di ladri imbranati (quelli che all'inizio rapiscono Beethoven e altri cani dal negozio in cui si trovavano, e che alla fine lavorano per il veterinario cattivo) è interpretata da Stanley Tucci e Oliver Platt, mentre fra i truffatori che vorrebbero rilevare l'azienda di famiglia si riconosce David Duchovny. Gran successo di pubblico, e numerosi seguiti (ma quasi tutti direct-to-video).

31 agosto 2015

Jules e Jim (François Truffaut, 1962)

Jules e Jim (Jules et Jim)
di François Truffaut – Francia 1962
con Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre
****

Rivisto in DVD, con Sabrina.

L'amicizia (e il triangolo amoroso) più famosi della storia del cinema, ambientata negli anni che precedono e che seguono la prima guerra mondiale. Il francese Jim (Henri Serre) e l'austriaco Jules (Oskar Werner), giovani scrittori squattrinati e innamorati della vita, si conoscono per caso nella Parigi del 1912 e si scoprono uniti da una notevole affinità sotto tutti i punti di vista. La loro amicizia attraverserà gli anni della grande guerra (che li vedrà combattere su fronti opposti, nel continuo timore di uccidersi a vicenda) e non sarà scalfitta nemmeno dalla passione che entrambi proveranno per la stessa donna, Catherine (Jeanne Moreau), inafferabile, inquieta e dallo spirito libero. Questa si concederà ora all'uno e ora all'altro (dapprima sposando Jules e poi diventando, con l'approvazione del primo, l'amante di Jim), dando vita a un insolito e scandaloso ménage à trois. "Scandaloso" non tanto nell'ambito della pellicola, che al contrario affronta l'argomento con una leggerezza più innocente che irriverente, quanto per gli spettatori e la società dei primi anni sessanta, fortemente scossa da un film che mostra un amore che andava oltre gli stereotipi e gli stretti confini convenzionali. Oggi è considerato uno dei capisaldi della filmografia di Truffaut così come dell'intera Nouvelle Vague, un movimento che fra le altre cose si proponeva proprio di infrangere il conformismo cinematografico e di esplorare nuove direzioni. Merito di una sceneggiatura dinamica e spigliata, tratta dal romanzo semi-autobiografico di Henri-Pierre Roché, che sin dalle prime battute accompagna le immagini sullo schermo con una narrazione fuori campo "letteraria", schietta e ironica (in grado di condensare in pochi secondi intere sequenze che avrebbero comportato difficoltà o richiesto troppi compromessi per essere girate); della regia fluida e multiforme di un Truffaut che occasionalmente sperimenta con riquadri, fermo immagine, panoramiche, carrelli e spezzoni di cinegiornali; e dell'interpretazione, su tutti, di una Jeanne Moreau indimenticabile, enigmatica e solare al tempo stesso, sfuggente e sensuale, oggetto del desiderio ma anche motore primo della vicenda. La quale è raccontata sì con linearità ma anche punteggiata da cruciali snodi narrativi che sembrano quasi delle sliding doors (il mancato appuntamento al caffé, lo scambio di lettere "sfasato", la gita nel bosco). Ma non bisogna dimenticare la lunga ed elaborata colonna sonora di Georges Delerue, impreziosita dalla canzone "Le tourbillon", che la stessa Moreau canta in una delle scene più celebri, accompagnata alla chitarra dall'autore Serge Rezvani (alias Cyrus Bassiak).

La pellicola si apre con i versi "M’hai detto 'ti amo', ti dissi 'aspetta'. Stavo per dirti 'eccomi', tu m’hai detto 'vattene'...", che mettono subito in chiaro come non si tratterà di una storia d'amore tradizionale, e prosegue illustrando l'amicizia fra Jules e Jim, rappresentanti di due grandi paesi europei che a breve si sarebbero rivolti l'uno contro l'altro con le armi. I due giovani, invece, si scoprono in piena sintonia (la comparsa a più riprese, in seguito, del libro di Goethe "Le affinità elettive" sottolinea il concetto, includendo anche Catherine nel rapporto). Uniti dall'amore per la letteratura e la musica, e "dall'avversione per il denaro", ma anche diversi fra loro sotto molti punti di vista, a partire dai rapporti con le donne (e le contraddizioni, paraddossalmente, non fanno altro che esaltarne l'armonia), fra una partita a domino e un incontro di boxe francese discutono di amore, arte, amicizia, guerra e morte. La comparsa di Catherine non mette a repentaglio la loro amicizia, anzi la allarga. Sin dalla prima uscita in tre, ci si accorge che insieme possono dar vita a momenti memorabili (la sequenza in cui la ragazza si "traveste" da uomo, con coppola e baffi finti, prima di sfidare i due amici a una gara di corsa sulla passerella; e poi, quella dell'improvviso tuffo nella Senna, che naturalmente preannuncia l'altro tuffo, nel finale). Se il titolo del film rende omaggio ai due uomini, è in realtà Catherine il centro nevralgico della pellicola. Non a caso, proprio dalla bocca della ragazza escono le frasi che illustrano la filosofia e l'evoluzione del loro rapporto: dapprima afferma che "in una coppia in fondo basta che solo uno dei due sia fedele", e più tardi addirittura che "in amore la coppia non è affatto l'ideale". Una filosofia di cui il film celebra la libertà ma anche il fallimento, visto come ogni momento di felicità è destinato a durare per poco. Catherine è infatti perennemente insoddisfatta, incapace di fermarsi e di godersi quello che ha. Forse a ragione: man mano che gli anni passano, se l'amicizia fra Jules e Jim non ha cedimenti, quella fra i paesi che rappresentano comincia a vacillare: nei cinegiornali si mostrano i primi roghi di libri, e si comincia a respirare l'odore di una nuova guerra. E allora, meglio farla finita prima che cominci un nuovo e più pesante conflitto. Il finale tragico, che può sembrare improvviso, era in fondo inevitabile, oltre che prefigurato più volte (oltre al primo tuffo, si pensi anche alla scena con la pistola). Nonostante gli scandali, la pellicola riscosse grande successo e cementò la fama dell'allora giovane cineasta (Truffaut era solo al terzo film) e della protagonista femminile.

29 agosto 2015

Ghost World (Terry Zwigoff, 2001)

Ghost World (id.)
di Terry Zwigoff – USA 2001
con Thora Birch, Steve Buscemi
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Appena diplomata, la liceale Enid (Thora Birch) non sa cosa fare del proprio futuro. Annoiata dalla "normalità" dei coetanei e insofferente all'ipocrisia degli adulti che la circondano, non intende andare al college né trovarsi un lavoro. Mentre progetta di trasferirsi in un appartamento con l'amica del cuore Rebecca (Scarlett Johansson), sarcastica e misantropa come lei, sfoga le proprie tendenze creative disegnando fumetti sul suo diario (contemporaneamente è costretta a frequentare un corso di recupero estivo in educazione artistica) e si prende gioco, insieme a Rebecca, degli "sfigati" che incontra sulla sua strada, dal compagno di scuola Josh (Brad Renfro), per il quale peraltro ha una cotta mai dichiarata, al bizzarro Seymour (Steve Buscemi), patetico collezionista di vinili. Pian piano, però, la solitudine e l'inadeguatezza di quest'ultimo cominciano a colpirla: e senza volerlo riconosce in lui una persona fuori posto e diversa dagli altri, dunque un'anima gemella da prendere a cuore... Da un fumetto underground di Daniel Clowes, un piccolo gioiellino cinematografico dall'atmosfera sospesa e dalla narrazione episodica, capace di scavare con intelligenza e circospezione dentro personaggi tridimensionali, originali e credibili, che dietro un atteggiamento "alternativo" e cinicamente antisociale nascondono la propria fondamentale infelicità. La storia di Enid è quella di una fase di passaggio e di crescita, dall'adolescenza all'età adulta: pervasa dal "bisogno di altrove" e alla continua ricerca di sé stessa, saprà farsi ispirare da Norman, il bizzarro vecchietto che aspetta continuamente un autobus a una fermata soppressa, incurante del fatto che tutti gli dicono che il mezzo non passerà mai. L'intreccio fra il reale/quotidiano e il surreale/immaginario si snoda con delicata sensibilità. E nella bellissima scena finale, aperta fra l'altro a diverse interpretazioni, proprio Norman mostrerà a Enid, come un novello Virgilio, la giusta direzione per andare oltre. Ottimo il cast, così come la colonna sonora.

28 agosto 2015

Sabotaggio (Alfred Hitchcock, 1936)

Sabotaggio (Sabotage, aka The woman alone)
di Alfred Hitchcock – GB 1936
con Sylvia Sidney, Oskar Homolka
**1/2

Visto in divx.

Il signor Verloc (Oscar Homolka), proprietario di un cinema di Londra, all'insaputa della giovane moglie (Sylvia Sidney) lavora per agenti stranieri che intendono scuotere la città con atti di sabotaggio e di terrorismo, destabilizzando l'opinione pubblica e distogliendo così l'attenzione della Gran Bretagna dalla situazione politica internazionale. Dopo che un primo tentativo di spegnere la centrale elettrica si risolve senza grandi conseguenze, Verloc viene incaricato dai suoi mandanti di far esplodere una bomba nel bel mezzo di Piccadilly Circus. Sospettato dalla polizia – che gli ha messo alle calcagne un detective in borghese, il tenente Spencer (John Loder), il quale si finge commesso nella drogheria accanto al cinema – Verloc affida il compito di portare la bomba fino in stazione al fratellino della moglie, l'adolescente Stevie (Desmond Tester). Ma questi si attarda durante il tragitto... e l'ora in cui l'ordigno deve esplodere si avvicina pericolosamente. Ispirato da un racconto di Joseph Conrad, "The secret agent" (che ironicamente era il titolo del suo film precedente, con cui però non aveva niente a che fare), Hitchcock realizza un altro thriller di spionaggio ed intrigo, ormai il suo marchio di fabbrica. In questo sottovalutato lungometraggio, con cui sembra davvero fare le prove generali per alcuni capolavori successivi, la suspense sale a livelli altissimi, soprattutto nella sequenza in cui il ragazzino, con il pacco con la bomba sotto il braccio, viaggia a bordo dell'autobus: noi spettatori sappiamo che l'esplosivo è destinato a scoppiare alle 13.45 precise, e man mano che l'ora si avvicina la tensione cresce inesorabilmente. Altri temi chiave sono rappresentati dalla figura della moglie, a tratti l'autentica protagonista della pellicola, che scopre che l'amato marito che l'ha condotta in quel paese non è altro che una spia, e il fatto che i "cattivi" possano nascondersi fra la gente comune e i normali cittadini (anche colui che assembla la bomba e la consegna a Verloc è apparentemente un innocuo commerciante, proprietario di un negozio di animali: per recapitarla al complice la nasconde nella gabbietta di un canarino!). Non mancano, infine, sequenze oniriche e visionarie, come quella ambientata nell'acquario londinese dove Verloc si incontra con il suo mandante (e ha una visione della distruzione di Piccadilly in una delle vasche), o i volti di Stevie che si sovrappongono a quelli degli altri ragazzi tra la folla nell'immaginazione di Sylvia Sidney.

26 agosto 2015

Star Wars Episodio III: La vendetta dei Sith (G. Lucas, 2005)

Star Wars Episodio III: La vendetta dei Sith
(Star Wars Episode III: Revenge of the Sith)
di George Lucas – USA 2005
con Ewan McGregor, Hayden Christensen
**

Rivisto in DVD.

Ci sono voluti tre film (nell'arco di sei anni) per raccontare le origini di Darth Vader: forse troppi, visto che le sorprese in fondo sono state ben poche e che i momenti migliori dell'intera operazione sono quelli, come nel finale di questa pellicola, in cui si chiude la transizione con la trilogia classica e si comincia a respirare la stessa aria della saga originale. Eppure, per questi motivi ma non solo, "Episodio III" è sicuramente il capitolo più soddisfacente della trilogia di prequel, nonché il più intenso e il più cupo (forse il più cupo di tutti e sei: è stato l'unico a essere vietato ai minori di 13 anni in alcuni paesi!), seppur non sia privo di ingenuità e di sbavature, alcune delle quali già riscontrate nei due film precedenti. Terminata la sua lavorazione, Lucas ha dichiarato che non tornerà più dietro la macchina da presa, forse scottato dalle molte critiche ricevute (cui però è sempre corrisposto un cospicuo successo di pubblico). E qualche anno dopo, ha addirittura venduto la sua franchise alla Disney, che provvederà a proseguirla con nuovi film che esploreranno, si spera in direzioni differenti, il destino di questa "galassia lontana, lontana" che tanto ha affascinato l'immaginario degli spettatori cinematografici negli ultimi trent'anni. Nel frattempo, non si può negare che anche zio George sappia correggere i propri errori: in "Episodio III" mancano, o sono ridotti al minimo, molti degli elementi che più erano stati contestati nei primi due episodi: personaggi eccessivamente caricaturali o infantili (Jar Jar su tutti, virtualmente scomparso tranne che per un breve cameo nel finale), trovate revisioniste (i Midichlorian, anch'essi solo accennati in un dialogo), inopportune sdolcinature romantiche (benché il ruolo di Padme sia fondamentale, il suo spazio sullo schermo risulta ridotto). Rimangono, ahimé, altri difetti, in particolare a livello di caratterizzazione dei personaggi e di snodi narrativi forzati, come vedremo.

Il film inizia maluccio: la scena d'azione iniziale, soffocata da un eccesso di grafica computerizzata, è priva di tensione e sembra uscire da un videogioco. Anakin e Obi-Wan sono impegnati nel salvataggio del cancelliere Palpatine, rapito fuori scena e custodito a bordo dell'astronave del Conte Dooku, il malvagio leader dei separatisti (quando vidi il film al cinema, non ricordavo nemmeno più di chi si trattasse, nonostante l'interpretazione di una leggenda come Christopher Lee: segno di quanto poco avesse fatto presa su di me il precedente "Episodio II"). In pochi minuti Dooku è tolto di mezzo, lasciando il comando dei ribelli "cattivi" al generale Grievous: un generale robotico, si badi bene, visto che prosegue l'andazzo nel far combattere le guerre quasi soltanto a droidi e a cloni, minimizzando così gli spargimenti di sangue per non impressionare troppo gli spettatori. Ma per fortuna, almeno da questo lato, qualcosa sta per cambiare: dopo l'infelice incipit, la pellicola non lesinerà momenti ben più forti (seppure – come lo sterminio dei Sabbipodi nel film precedente – rigorosamente fuori inquadratura). Che il cancelliere Palpatine stia accentrando su di sé troppi poteri è ormai evidente anche al consiglio dei Jedi: ciò che questi non prevedono è che il futuro imperatore riesca a mettere contro di loro proprio il giovane Anakin Skywalker, il guerriero più promettente nonché "l'eletto" che dovrebbe riportare pace e ordine nella galassia. Spinto dall'ambizione, dal rancore, dalla rabbia, ma soprattutto dalla volontà di salvare l'amata Padme (che nel frattempo è rimasta incinta), della quale sogna la morte in una serie di oscure visioni premonitrici, Anakin si lascia lentamente irretire e corrompere dal lato oscuro della Forza. Palpatine, intuendo quali sono i suoi punti deboli, gli ha infatti rivelato che i Sith più potenti sono in grado di sconfiggere anche la morte.

Mentre Obi-Wan è in missione contro il generale Grievous (e Yoda a sua volta si reca sul pianeta dei Wookie, dove incontra Chewbacca: ma la scelta di introdurre anzitempo i personaggi della trilogia classica non serve altro scopo che strizzare l'occhio ai fan, vedi anche il ruolo inutile dei due droidi R2D2 e C3P0, al quale dovrà infine essere cancellata la memoria per evitare incongruenze con ciò che è già stato narrato), Anakin scivola sempre di più nelle mani di Palpatine: al punto da tradire definitivamente i Jedi, mettendosi dalla parte del cancelliere quando la natura di questi come signore dei Sith viene rivelata. Nonostante fosse in preparazione da ben due film, la conversione al male di Anakin appare comunque affrettata, improvvisa e francamente immotivata, e questo – che dovrebbe rappresentare il momento cruciale della trilogia, o se vogliamo dell'intera saga – è il vero punto debole della pellicola. Comunque sia, il giovane non solo accetta di tradire i propri amici, ma ubbidisce anche all'ordine di Palpatine di uccidere tutti gli apprendisti Jedi, bambini compresi, che si trovano a Coruscant. Contemporaneamente Palpatine ordina ai cloni sparsi nella galassia di eliminare i cavalieri restanti, dimostrando loro quanto fosse stata folle la scelta di affidarsi a un esercito di cui non si conosceva l'origine. A salvarsi dall'eccidio sono solamente Obi-Wan e Yoda: il primo affronterà il suo ex pupillo, in un'anticipazione del loro scontro di "Episode IV"; il secondo sfiderà l'autoproclamatosi imperatore, che durante la battaglia (conclusa senza vincitori né vinti) distruggerà simbolicamente il Senato stesso, ultima vestigia della Repubblica. Da notare che il film, che in origine avrebbe dovuto intitolarsi "Rise of the Empire", è stato poi chiamato "Revenge of the Sith" per omaggiare quello che avrebbe dovuto essere il titolo originale dell'Episodio VI, "La vendetta dello Jedi" (poi modificato in "Il ritorno dello Jedi").

Sconfitto e menomato da Obi-Wan, Anakin completerà la propria trasformazione in Darth Vader indossando la caratteristica armatura nera, vero e proprio sistema artificiale per tenerlo in vita. E il suo tuffo nel lato oscuro si concluderà con la tragica consapevolezza di aver causato personalmente la morte della moglie Padme. Ignora però che la ragazza ha dato vita, prima di morire, a due gemelli, Luke e Leia, che vengono alla luce in contemporanea al primo "respiro" artificiale dello stesso Vader. Anche qui, meglio passar sopra a certe debolezze intrinsiche di una trama che deve, per forza di cosa, far "quadrare i conti" con ciò che avevamo già visto nei film originali: come è possibile, in un mondo dotato di tante apparecchiature fantascientifiche oltre che di percezioni extrasensoriali, che fino al momento del parto nessuno sapesse che Padme aspettava due gemelli? E anche la fatidica transizione dalla democrazia della Repubblica alla dittatura dell'Impero è tirata via con ingenua semplicità (la scena in cui Padme commenta "È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi", che nelle intenzioni vorrebbe rievocare l'ascesa di Hitler, risulta retorica e anticlimatica). Dove il film funziona meglio è nell'intensità dello scontro finale fra Anakin e Obi-Wan, davanti alle colate di lava rossa del pianeta Mustafar, per non parlare del finale multiplo in cui, gratificandoci al livello più elementare, mostra il passaggio verso la situazione che troveremo all'inizio della trilogia classica: Yoda in esilio, Luke e Leia affidati a famiglie adottive su Tattoine e Alderaan (con Obi-Wan che veglia da lontano sul primo), l'imperatore e Darth Vader che sovrintendono alla costruzione della Morte Nera. Se aggiungiamo l'apparizione di tecnologia e uniformi "classiche", più essenziali e povere di quelle viste fino ad ora, ecco che l'effetto nostalgia fornito dalle ultime sequenze veicola finalmente le emozioni tanto attese e che erano mancate nelle precedenti sei ore.

24 agosto 2015

Il fabbricante di gattini (R. W. Fassbinder, 1969)

Il fabbricante di gattini (Katzelmacher)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1969
con Hanna Schygulla, Rainer W. Fassbinder
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

In un quartiere alla periferia di Monaco, un gruppo di amici perdigiorno e inconcludenti trascorre le giornate fra chiacchiere, progetti, litigi, amori (anche a pagamento) e soprattutto pettegolezzi (ogni episodio, che li riguardi o meno, viene alterato o gonfiato a dismisura). La routine viene rotta dall'arrivo di uno straniero, un immigrato greco (interpretato dallo stesso Fassbinder), che affitta una stanza nell'appartamento di Elisabeth. Naturalmente la sua venuta scatena l'immaginazione e le chiacchiere di tutti. Se Maria (Schygulla) se ne innamora, conquistata dalla sua gentilezza e dal suo sguardo, gli altri non perdono tempo ad attribuirgli ogni possibile nefandezza: di volta in volta Yorgos è considerato un approfittatore, un violentatore, un comunista... Episodico, in bianco e nero, adattato da un lavoro teatrale dello stesso Fassbinder risalente all'anno precedente, di cui riprende l'impostazione scenica (quasi sempre i personaggi sono seduti e immobili, con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, mentre la macchina da presa è immobile tranne che nelle brevi carrellate che li mostrano, a turno, camminare a braccetto per la via: sono le uniche scene, fra l'altro, accompagnate da un commento musicale), il film mostra la “banalità del male”, figlio della noia e dell'improvvisazione: la xenofobia nasce quasi dal nulla e si nutre del nulla, come suggerisce Peter che, nel finale, spiega di aver partecipato al pestaggio del greco “senza volerlo”. Il titolo originale ("Katzelmacher") è un termine spregiativo, usato in Austria e in Baviera, per i Gastarbeiter ("lavoratori ospiti") e gli immigrati dell'Europa del Sud, segnatamente italiani, la cui etimologia in realtà non ha nulla a che vedere con i felini (anche se c'è chi l'ha giustificato, dicendo che tali emigranti... figliavano come gatti!) ma si riferisce alle "cazze", ovvero utensili per cucina in legno o rame che venivano prodotti da artigiani italiani, per esempio dalla Val Gardena.

22 agosto 2015

La costola di Adamo (George Cukor, 1949)

La costola di Adamo (Adam's rib)
di George Cukor – USA 1949
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn
***

Visto in divx, alla Fogona.

I coniugi Adam (Tracy) e Amanda Bonner (Hepburn), entrambi avvocati newyorkesi, si scoprono avversari in tribunale quando si ritrovano a dibattere una causa sui lati opposti della barricata. Lui, procuratore distrettuale, è incaricato dell'accusa di una donna (Judy Holliday) che ha tentato di uccidere il marito fedifrago (Tom Ewell); lei, legale di parte e fervente femminista, intende difenderla in nome della parità dei diritti per le donne, sostenendo che a parti invertite un uomo che avesse tentato di vendicare il proprio onore riceverebbe molta più comprensione dalla giuria. I bisticci fra i due coniugi in tribunale, ampliati dalla crescente risonanza mediatica del caso, rischiano di trasferirsi anche in ambito domestico, mettendo a repentaglio quel matrimonio che all'inizio li vedeva filare d'amore e d'accordo. E come se non bastasse ci si mette anche un vicino di casa, giovane cantante di successo, che approfitta dell'occasione per fare la corte alla donna (dedicandole persino una canzone, “Farewell, Amanda”, scritta in realtà da Cole Porter). Cukor e la coppia Tracy-Hepburn (al sesto film insieme) fanno ciò che sanno fare meglio, ovvero la commedia romantica all'insegna della battaglia fra i sessi, arricchendo la ricetta con un pizzico di courtroom drama e accese discussioni sul femminismo e l'ugliaglianza davanti alla legge (memorabile la sequenza in cui i tre protagonisti del fatto di cronaca – Holliday, Ewell e l'amante di quest'ultimo – appaiono davanti alla giuria “trasformati” ciascuno in un membro del sesso opposto). Ne nasce un “teatrino” (come suggeriscono gli interludi che separano la giornata in tribunale dalle serate casalinghe) di battibecchi ed equivoci. E se a turno si vince e si perde, non manca naturalmente il lieto fine. Come spesso capita con i film di quegli anni, il doppiaggio “italianizza” tutti i nomi propri di persona (a partire da Adam = Adamo).

20 agosto 2015

Riusciranno i nostri eroi... (Ettore Scola, 1968)

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?
di Ettore Scola – Italia 1968
con Alberto Sordi, Nino Manfredi
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Per rintracciare il cognato Oreste “Titino” Sabatini (Manfredi), del quale si sono perse le tracce in Angola da oltre un anno, il ricco editore romano Fausto Di Salvio (Sordi), stufo degli eccessi del consumismo e in cerca di una personale libertà, decide di recarsi di persona nel continente nero, accompagnato da un recalcitrante assistente, il ragionier Ubaldo (Bernard Blier). La ricerca sarà lunga e difficile, visto che Titino sembra aver seminato indizi e false piste di ogni tipo, che lo ritraggono in maniera sfuggente e multiforme (di volta in volta camionista, prete, trafficante d'armi o ingegnere edile). E durante il viaggio, com'è ovvio, Di Salvio arriverà a conoscere meglio non solo quel continente che – spinto dai romanzi d'avventura (vedi il titolo fiume della pellicola!) e dalle dispense a puntate da lui pubblicate – immaginava ben diverso, ma anche sé stesso e il suo rapporto con il mondo. Ispirato, in particolare nel finale, da una storia a fumetti di Romano Scarpa (“Topolino e il Pippotarzan”), il film rappresentò il primo grande successo del giovane Scola, che lo sceneggiò insieme alla coppia Age & Scarpelli. I toni scanzonati della commedia all'italiana, comunque diffusamente presenti, si stemperano a tratti su riflessioni più ampie – per quanto non originalissime – sul colonialismo e sul contrasto fra civiltà e natura (per non parlare dei luoghi comuni sugli italiani all'estero). Magnifici comunque gli scenari angolani, integrati con evidenti immagini di repertorio. Inizialmente la parte del protagonista era riservata a Manfredi, mentre Sordi avrebbe dovuto interpretare l'oggetto della ricerca: furono gli stessi attori a suggerire l'inversione dei ruoli. Musiche di Armando Trovajoli. Fra le ispirazioni c'è anche "Cuore di tenebra" di Conrad, citato a un certo punto espressamente da Sordi.

19 agosto 2015

I bambini ci guardano (Vittorio De Sica, 1944)

I bambini ci guardano
di Vittorio De Sica – Italia 1944
con Luciano De Ambrosis, Emilio Cigoli
***

Visto in divx, alla Fogona.

Il piccolo Pricò è testimone silenzioso ma attento delle vicissitudini familiari che si svolgono attorno a lui: la madre (Isa Pola) fugge di casa con l'amante, costringendo il padre (Emilio Cigoli) ad affidarlo dapprima alla zia e poi alla nonna; alla fine la donna torna dal marito, e per un breve periodo sembra che la frattura si possa sanare; ma poi, durante una vacanza ad Alassio, ogni cosa si riapre, e finirà in tragedia. Da un romanzo di Cesare Giulio Viola (che lo ha adattato insieme allo stesso De Sica e a Cesare Zavattini, fra gli altri), un film che filtra attraverso gli occhi e la sensibilità del piccolo protagonista tutti quei piccoli “scandali” borghesi e familiari di cui gli adulti cercano di non parlare in presenza dei figli o dei bambini (o lo fanno solo con accenni o con giri di parole), ma che questi ultimi comprendono benissimo (come mostra la celebre scena finale, in cui Pricò rifiuta di abbracciare la madre). Visto oggi risulta forse un po' moralista, ma per l'epoca fu una boccata d'aria fresca, tanto da essere considerato – insieme a "Ossessione" di Visconti – uno dei principali precursori del Neorealismo e della nuova stagione del cinema italiano che sarebbe esplosa nel dopoguerra: nella sua attenzione ai personaggi, agli ambienti e ai problemi sociali, per esempio, precede e anticipa "Sciuscià" e "Ladri di biciclette" dello stesso De Sica. Inoltre è impreziosito da una regia che dona un indiscusso fascino a diverse sequenze (il viaggio in treno con il bambino febbricitante, con un montaggio di immagini quasi horror; la scena in cui Pricò, chiuso in camera sua, ascolta attraverso le pareti il dialogo fra la madre e l'amante; e la fuga notturna per il lungomare di Alassio). All'inizio, un teatrino di marionette in piazza sembra prefigurare la tragedia che sta per abbattersi sulla famiglia: e non a caso sono più i bambini spaventati dallo spettacolo che quelli divertiti. Adriano Rimoldi è l'amante Roberto, Giovanna Cigoli la governante Agnese. Musiche di Renzo Rossellini. L'attore bambino Luciano De Ambrosis, di soli sei anni, aveva perso la madre poco prima dell'inizio delle riprese. Continuerà a lavorare nel mondo del cinema come doppiatore.

17 agosto 2015

Into the woods (Rob Marshall, 2014)

Into the woods (id.)
di Rob Marshall – USA 2014
con Meryl Streep, James Corden
**

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Il bosco è il luogo dell'inconscio, dei desideri e delle magie. E nel bosco si intrecciano le vicende di tante celebri fiabe, i cui personaggi (Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo – qui con il nome inglese, come nella versione disneyana, di “Rapunzel” – e Jack della pianta di fagioli) si incontrano e interagiscono fra loro. Filo conduttore è la storia di una coppia di fornai (James Corden ed Emily Blunt) ai quali una strega (Meryl Streep), per sollevare la maledizione che impedisce loro di avere bambini, ha chiesto di trovare i quattro ingredienti che le servono per riottenere la giovinezza perduta: una mucca bianca come il latte, una mantella rossa come il sangue, una scarpetta pura come l'oro e una ciocca di capelli biondi come il grano. Da un musical di Broadway (di Stephen Sondheim e James Lapine), il regista Rob Marhsall – che nel genere aveva già dato con “Chicago” – trae un film che “gioca” con le fiabe: non solo, come detto, intrecciandole fra di loro (di fatto si immagina che le vicende siano contemporanee e avvengano tutte nella stessa regione, fra due regni separati dal bosco, tanto che anche i vari “principi azzurri” – quello di Cenerentola e quello di Rapunzel – sono fra di loro fratelli), o parodizzandone certi elementi (una Cappuccetto Rosso ingorda, che si mangia i dolci destinati alla nonna, per esempio), ma anche andando ad esplorare cosa accade ai personaggi dopo il fatidico “e vissero felici e contenti”. Le loro vicende proseguono infatti ben oltre il finale tradizionale, spesso prendendo brutte pieghe: e così scopriamo che Cenerentola non resterà a lungo con il suo principe, che Jack avrà ancora a che fare con i giganti, e così via. All'inizio divertente, man mano che prosegue il film diventa però sempre più pasticciato e, peggio ancora, noioso. Oltre che senza particolare spessore, colmo com'è di morale hollywoodiana. Colpa anche di canzoni musicalmente monotone ma soprattutto con testi didascalici e retorici. Nel cast Anna Kendrick, Chris Pine, MacKenzie Mauzy e Billy Magnussen. Piccola parte per Johnny Depp nei panni del lupo cattivo.

15 agosto 2015

Popeye (Robert Altman, 1980)

Popeye - Braccio di Ferro (Popeye)
di Robert Altman – USA 1980
con Robin Williams, Shelley Duvall
*1/2

Rivisto in divx, alla Fogona.

Dai fumetti di E.C. Segar (di cui cerca di recuperare l'irriverente anarchia, l'umorismo nonsense e la commistione di generi, caratteristiche che nelle strisce originali erano molto più marcate rispetto alle successive versioni a cartoni animati), una pellicola su uno dei più popolari personaggi dell'immaginario americano degli anni trenta: Braccio di Ferro, il marinaio guercio, qui interpretato da un Robin Williams agli esordi e incredibilmente in parte. E proprio il cast è forse il punto di forza di una pellicola che a livello di trama, imvece, fatica a decollare, non aiutata da canzoni poco ispirate e da una sceneggiatura (del cartoonist satirico Jules Feiffer) che unisce tanti fili e spunti senza un vero collante. Al fianco di Williams, Shelley Duvall è una Olivia perfetta, mentre gli sgraziati Paul Dooley (Wimpy/Poldo), Paul L. Smith (Bluto/Brutus) e Ray Walston (Braccio di Legno) sembrano a tratti essere davvero usciti dalle tavole disegnate. Per non parlare di personaggi da tempo dimenticati, come i genitori di Olivia, suo fratello Castor Oyl (che fu addirittura il protagonista della strip prima dell'arrivo di Popeye, quando questa si chiamava ancora "Thimble Theatre"), Geezil/Barbaspina, Roughhouse, Ham Gravy, eccetera. Se il lungometraggio ha dunque come riferimento le strisce di Segar, rende comunque omaggio ai cartoon Fleischer (il ruolo ampliato di Bruto, il suo scontro finale con Braccio di Ferro, gli spinaci – che peraltro il protagonista mangia solo nel finale, dopo averli rifiutati per tutto il film, ignorando il potere che essi hanno su di lui), mentre ignora del tutto i fumetti “apocrifi” made in Italy (che modificavano sensibilmente la caratterizzazione di molti personaggi, Braccio di Legno/Trinchetto in primis, trasformato da cinico e “cattivo” lupo di mare in inguaribile ubriacone). Il pittoresco villaggio di Sweethaven, dove Popeye giunge in cerca del padre e dove incontra per la prima volta Olivia, è stato ricostruito a Malta. Gli episodi raccontati (il fidanzamento di Olivia con Bruto, il ritrovamento di Pisellino, la capacità di quest'ultimo di predire il futuro, il “misterioso” Commodoro che tartassa di tasse il villaggio, ecc.) sono tenuti insieme, più che da autentici temi narrativi, da un tono cartoonesco (danze, botti e capitomboli, violenza alla Bud Spencer, parlata sgrammaticata) che funziona poco nella trasposizione in live action. Ma il vero punto debole è dato dalle tante canzoni, davvero niente di che: dopotutto il film venne co-prodotto dalla Disney, che evidentemente era troppo legata alla formula del musical per rinunciarvi a cuor leggero. E Altman, di cui si notano caratteristiche come l'impostazione corale e confusamente anarchica, non riesce ad essere un valore aggiunto.

14 agosto 2015

L'ombra del vampiro (E. Elias Merhige, 2000)

L'ombra del vampiro (Shadow of the Vampire)
di E. Elias Merhige – USA/GB/Lux 2000
con John Malkovich, Willem Dafoe
**

Rivisto in divx, alla Fogona.

Per recitare nel ruolo del conte Orlock, protagonista del suo nuovo film “Nosferatu”, il regista tedesco Friedrich W. Murnau assolda – all'insaputa dei produttori e della troupe – un autentico vampiro, promettendogli in cambio dei suoi servigi il sangue della prima attrice, Greta Schröder. Giocando sul mistero che ha sempre circondato Max Schreck, interprete del capolavoro dell'espressionismo tedesco del 1922, il regista Merhige e lo sceneggiatore Steven Katz realizzano un immaginario making of che – visto il tema, è la parola giusta – “vampirizza” lo stesso film di cui intende narrare la lavorazione. Un grande Dafoe dona brividi e spessore alla figura di Schreck, mentre Malkovich abbozza un Murnau schiavo delle proprie ossessioni ma con pochi legami con la realtà: ma nel complesso la pellicola gira a vuoto e dice poco di nuovo sul rapporto che da sempre lega il mondo del cinema al tema del vampirismo, un cinema che si nutre della linfa vitale dei suoi interpreti e dei suoi autori, e che può donare loro l'immortalità a scapito dell'anima. Ne risulta un lungometraggio più interessante per cinefili e storici del cinema (nonostante anacronismi e incongruenze) che non per gli spettatori comuni, magari in cerca di un horror dall'ambientazione insolita.

12 agosto 2015

Madadayo (Akira Kurosawa, 1993)

Madadayo - Il compleanno (Madadayo)
di Akira Kurosawa – Giappone 1993
con Tatsuo Matsumura, Kyoko Kagawa
***

Rivisto in divx, con Marisa.

Il professor Uchida, scrittore e docente di tedesco, va in pensione nel 1943: illuminato e anticonvenzionale, stravagante e fuori dagli schemi, nel corso della sua carriera si è conquistato l'affetto e il rispetto di decine di studenti che non cesseranno mai di fargli visita e recargli omaggio. Ogni anno, in occasione del suo compleanno, lo festeggeranno in particolare con un'insolita cerimonia, durante la quale gli viene provocatoriamente chiesto se è finalmente disposto ad abbandonare questo mondo: "Mādakai?" ("Sei pronto?"), è la domanda che gli rivolgono. E la sua risposta, immancabilmente, è "Mādadayo" ("Non ancora"). L'ultimo film di Akira Kurosawa (il regista nipponico sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1998) non è il suo testamento spirituale: di quelli, "l'imperatore" ne aveva già lasciati fin troppi con i lungometraggi precedenti (a ben vedere è almeno dal 1965, l'anno di "Dodes'ka-den", che ciascuno dei suoi film veniva considerato da critici e spettatori – per temi, importanza o contenuto – come se fosse l'ultimo di una carriera che sembrava non terminare mai). È invece semplicemente un omaggio verso un personaggio realmente esistito (Hyakken Uchida visse dal 1889 al 1971) e nel quale forse Kurosawa si identificava, o che quantomeno ammirava per aver sempre saputo mantenere un animo giovane e limpido ("d'oro zecchino", dicono i suoi studenti) come quello di un bambino: solo così si spiegano le forti emozioni che suscitano in lui eventi semplici e "piccole" tragedie personali come la perdita del gatto di casa (un episodio che occupa quasi metà del film), oppure i sogni che continua a fare anche in età avanzata, nei quali si rivede da ragazzo a giocare a nascondino con i suoi amici e a contemplare le luci dorate del tramonto che creano strane forme e colori nel cielo. Ed è su queste immagini oniriche, accompagnate dalla musica di Vivaldi, che si concludono sia il cinema di Kurosawa sia un film che, insieme agli immediatamente precedenti "Sogni" e "Rapsodia in agosto", compone un ideale trittico intimo e minimalista, apparentemente distante dai grandi affreschi storici e sociali realizzati dal regista in precedenza ma in realtà incentrato, come quelli, sulla psicologia umana e sulla grande sensibilità dell'artista. Anche prima di questo finale, in ogni caso, la pellicola ha parecchio da offrire a uno spettatore disposto ad adeguarsi al ritmo rilassato della narrazione: divertenti aneddoti e momenti di grande pathos (giocando un po' con la cronologia – nella realtà Uchida smise di insegnare nel 1949 – Kurosawa racconta anche gli ultimi anni della guerra e quelli dell'immediato dopoguerra: ma il tono è sempre ilare e rilassato, mai drammatico), festeggiamenti di gruppo e recitazione di poesie, la contemplazione della luna e il trascorrere delle stagioni, canti popolari e insegnamenti spirituali quasi zen. Fra gli attori che interpretano gli allievi di Uchida, si riconoscono Hisashi Higawa e Akira Terao, già visti in "Ran" e "Sogni".

9 agosto 2015

Rapsodia in agosto (Akira Kurosawa, 1991)

Rapsodia in agosto (Hachigatsu no kyōshikyoku)
di Akira Kurosawa – Giappone 1991
con Sachiko Murase, Richard Gere
***1/2

Rivisto in DVD.

Il penultimo film di Kurosawa è un toccante e intenso racconto sulle conseguenze del bombardamento atomico e su come differenti generazioni di giapponesi si rapportano con quell'evento. Al centro della storia c'è l'anziana Kane (Sachiko Murase), che vive fra le montagne presso Nagazaki e che il 9 agosto 1945 vide morire suo marito quando gli americani sganciarono la bomba sulla città. Ospiti da lei per l'estate sono i suoi quattro nipoti, Tami, Tateo, Minako e Shinjiro, che apprendono dalla nonna la reale portata di quello che è accaduto e che visitano con commozione e orrore i monumenti e i luoghi che ancora oggi, nella città, ricordano quello che è accaduto (in particolare lo scheletro di metallo aggrovigliato che è stato conservato nel piazzale della scuola dove morì il loro nonno, al tempo insegnante). Quando la vecchia Kane riceve un invito da Suzujiro, suo fratello da tempo trasferitosi alle Hawaii e diventato cittadino statunitense, che vorrebbe rivederla prima di morire, nicchia prima di accettare. Nel frattempo a giungere in Giappone è il figlio americano di Suzujiro, Clark (Richard Gere), che ha così l'occasione di conoscere i suoi parenti giapponesi e fare i conti con il passato che ha diviso le due nazioni. Le barriere generazionali (come sempre, in Giappone, c'è un distacco non indifferente: nonni e nipoti sembrano legati da una sensibilità che è assente nella generazione intermedia, più materalista e concreta, anche perché cresciuta dopo la guerra e negli anni del boom economico) e quelle geografiche (Giappone e America, separate non solo dall'Oceano ma anche dai ricordi di una guerra ormai conclusa da anni e che ha portato tanti lutti: "La guerra è finita ma la bomba continua a uccidere", dice Kane) dominano le dinamiche di una pellicola molto più complessa e stratificata di quanto non sembri all'apparenza con il suo tono intimo e l'incedere episodico, e che ha mandato fuori strada anche qualche critico che l'ha accusata di anti-americanismo, o di sottacere le responsabilità giapponesi durante il conflitto (nel primo caso, è la stessa Kone a spiegare come la colpa non sia dei popoli, ma della guerra in sé; nel secondo, il tono umanista e antibellico del film e la mancanza assoluta di glorificazione di quei giorni mi sembrano prove sufficenti per confutare la critica, a meno di non voler condurre la sceneggiatura verso altre direzioni, estranee e fuori tema).

Al toccante ricordo della tragedia atomica (con sequenze, come quella in cui i quattro nipoti visitano la città e i suoi monumenti, che riportano alla mente "Hiroshima mon amour"), presentato con sincera commemorazione e senza retorica (ma accompagnato da immagini visivamente inquietanti, come l'enorme e malvagio occhio che si apre nel cielo), si affianca il motivo dei rapporti con l'ex nemico e ora alleato, gli Stati Uniti, impersonificati dalla figura di un Richard Gere (la seconda star americana, dopo il Martin Scorsese di "Sogni", ad apparire come ospite nel cinema di Kurosawa) cui il doppiaggio italiano regala un marcato accento per simulare quello che sfoggiava nella versione originale (in cui l'attore, ovviamente, parlava in giapponese, avendo memorizzato foneticamente le sue battute). Rapporti che sono ancora più stretti se si pensa ai tanti giapponesi trasferitisi là e naturalizzati, come i membri della famiglia di Suzujiro, i cui nipoti sono biondi e "americani al cento per cento". La straordinaria figura della nonna, ostinata e testarda, vivace e spiritosa, che racconta ai nipoti ricordi e testimonianze, ma anche curiose storie di spiriti e folletti (come il Kappa che vive nella vicina cascate) e buffi aneddoti sui suoi tanti fratelli (così tanti che non se li ricorda nemmeno tutti), guida l'intera pellicola. E ciò nonostante il punto di vista rimane sempre quello dei giovani ragazzi, che in certo senso simboleggiano una riconciliazione con il passato ormai già avvenuta (pur essendo giapponesi, indossano jeans e magliette di università americane, parlano inglese e sono più che lieti di conoscere i parenti d'oltreoceano). Al contrario, i loro genitori vengono nei ricchi congiunti hawaiiani solo un'occasione di guadagno, e si rapportano a loro con una certa ipocrisia, addirittura tacendo inizialmente il fatto che il nonno sia morto nell'esplosione di Nagasaki ("Gli americani si offendono se qualcuno gli ricorda la bomba atomica"). Dopo tante sequenze di quotidianità estiva (le cene, le gite alla cascata, i giochi fra i bambini, il tentativo di Tateo di riparare un vecchio organo), resta memorabile il finale in cui, forse rivivendo quel terribile giorno del 1945, la vecchia Kane "sfida" il vento, la pioggia e la tempesta avanzando con il proprio ombrellino in mezzo alla tormenta, vanamente inseguita da figli e nipoti: un'immagine divenuta iconica e una sequenza di poesia e potenza su cui il film, sulle note del bellissimo "Stabat mater" di Vivaldi, si conclude lasciando lo spettatore in balia delle proprie emozioni.

7 agosto 2015

Ondine - Il segreto del mare (Neil Jordan, 2009)

Ondine - Il segreto del mare (Ondine)
di Neil Jordan – Irlanda 2009
con Colin Farrell, Alicja Bachleda
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa, Sabrina e Marco, in originale con sottotitoli.

Un pescatore irlandese (Farrell), uscito in mare, trova nella sua rete una ragazza: che si tratti di una creatura acquatica, magicamente trasformata in essere umano? Mescolando concretezza e suggestione, Jordan racconta una fiaba moderna con echi delle leggende irlandesi che si sovrappongono alle tragedie e ai problemi quotidiani (il protagonista, Syracuse – che tutti chiamano “Circus” per prendersi gioco di lui – è un ex alcolizzato, la sua bambina è gravemente malata, e sullo sfondo si affrontano questioni come l'immigrazione clandestina, il traffico di droga, le famiglie disfunzionali...). In tutto questo, suggestionati dai magnifici scenari costieri dell'isola (fotografati da Christopher Doyle), si può accettare la spiegazione razionale che giunge nel finale, oppure fingere che tutto sia come nell'immaginazione infantile della figlia del protagonista, ovvero che Ondine, la ragazza pescata dal padre, sia una "selkie", una donna-pesce che ha nascosto la propria “pelle di foca” e si è innamorata di un uomo. Certo, strane cose accadono in sua presenza: con il suo canto magico (in realtà, una canzone dei Sigur Rós) sembra attirare i pesci, consentendo al pescatore di catturare quelle prede che solitamente gli sfuggono; per non parlare dei desideri che, da lei espressi, si avverano nel giro di poco tempo... L'attrice Alicja Bachleda, ai tempi delle riprese, era la compagna di Colin Farrell. Nel cast, nei panni del prete da cui si confessa Syracuse, si riconosce Stephen Rea, il protagonista del maggior successo di Jordan, “La moglie del soldato”.

5 agosto 2015

L'Atlantide (Jacques Feyder, 1921)

L'Atlantide
di Jacques Feyder – Francia 1921
con Jean Angelo, Georges Melchior
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con sottotitoli in italiano.

Nel 1911, due ufficiali dell'esercito francese (Angelo e Melchior), inoltratisi nel deserto del Sahara, si imbattono in una misteriosa oasi circondata dalle montagne, ultimo avamposto della perduta isola di Atlantide. Qui rimangono soggiogati dal fascino della regina Antinea (Stacia Napierkowska), di cui si scoprono prigionieri. Soltanto uno di loro riuscirà a tornare alla civiltà, e non senza conseguenze. Da un romanzo di Pierre Benoit, best-seller dell'epoca con echi di Haggard (“She”), Verne e Kipling, un filmone d'avventura di quasi tre ore su uno dei più celebri luoghi dell'immaginario fantastico. Costato ben due milioni di franchi, ottenne un successo di pubblico tale da ripagare pienamente i suoi finanziatori. La regia solida e senza guizzi del belga Feyder si mette fedelmente al servizio della storia, mentre la narrazione (quasi tutta in flashback) si prende i suoi tempi per immergere lo spettatore – al pari dei personaggi – nel mistero di un mondo fuori dal tempo, sia pure circondato da un contesto storico ben preciso (si tratta di uno dei primi film a ritrarre la presenza coloniale dei francesi in Africa). Di grande fascino gli scenari del deserto (la pellicola venne girata in Algeria nel corso di una lavorazione durata otto mesi) e la sontuosità del palazzo di Antinea, dove vestigia di antiche civiltà convivono con la cultura moderna (come nella biblioteca dove si ritrovano le opere di Shakespeare, Voltaire e Cervantes, ma anche contemporanee riviste di attualità e di moda; o la cripta in cui la regina conserva i corpi mummificati dei suoi numerosi amanti).Vista l'epoca cui risale il film, si possono perdonare certe ingenuità nelle caratterizzazioni dei protagonisti e un'eccessiva prolissità nel modo in cui si dipana il racconto (tutta la parte introduttiva, per esempio, è forse troppo lunga). Sfrondato dai luoghi comuni dell'avventura di inizio novecento (molti dei quali saranno riscoperti e recuperati in seguito, per esempio nella serie di Indiana Jones), rimane una sincera celebrazione dell'attrazione e del fascino che l'uomo prova per il mistero, qui incarnato dalla femminea figura di Antinea, al cui confronto persino le guerre fra i popoli e i governi sembrano perdere qualsiasi importanza.

2 agosto 2015

Noriko's dinner table (Sion Sono, 2006)

Noriko's Dinner Table (Noriko no shokutaku)
di Sion Sono – Giappone 2006
con Kazue Fukiishi, Yuriko Yoshitaka
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La diciassettenne Noriko si sente soffocare dalla vita tranquilla e limitata della cittadina (Toyokawa) in cui vive, all'interno di una famiglia che non la comprende e con un padre con cui non ha un vero rapporto. Aspira a essere adulta, indipendente, ribelle, magari come l'amica d'infanzia Mikan-chan, che alla sua stessa età ha smesso di studiare e già lavora. Poco prima del Natale del 2001, la ragazza coglie l'occasione e fugge di casa, andandosene a Tokyo dall'amica Kumiko, conosciuta virtualmente sul web. Qualche mese più tardi, sua sorella minore Yuka farà lo stesso. Entrambe finiranno a lavorare per il "circolo" di cui Kumiko fa parte, un'organizzazione che fornisce "famiglie in affitto" a persone sole e disperate, recitando di volta in volta la parte delle loro figlie o parenti e ricreando quelle "famiglie perfette" che nella realtà non esistono. In seguito il loro padre Tetsuzo, giornalista locale che non si era mai interessato a nulla al di fuori del suo piccolo microcosmo, scosso dall'improvviso suicidio della moglie deciderà di partire alla loro ricerca... Come nel film precedente, Sono continua ad affrontare il tema dell'alienazione, del distacco e del malessere nella società giapponese, ma stavolta lo fa con un approccio più riflessivo e stratificato, meno horror e sopra le righe (anche se non mancano sequenze eccessive e surrealmente gore, che infatti stonano un po' rispetto al tono generale). Narrato come se fosse un romanzo, con tanto di divisione in capitoli, e con la voce narrante dei vari personaggi che raccontano le rispettive storie in prima persona come in un diario, il film si intreccia e si sovrappone a più riprese con un altro lavoro di Sion Sono, l'inquietante horror "Suicide club", di cui ripropone alcune sequenze e di cui, di fatto, riscrive il significato: il circolo dei suicidi di quella pellicola e l'organizzazione di cui Noriko e Yuka entrano a far parte (con i nomi d'arte di Mitsuko e Yoko) sono la stessa cosa, ma il suicidio non è la sua vera finalità. "Il club del suicidio è il mondo. Sfiorare la morte fa dare più valore alla vita", spiega un suo rappresentante. Le persone si suicidano solo se la parte che esse devono recitare lo richiede, proprio come in natura alcuni animali sono destinati al ruolo di vittima e altri a quello di predatore: è il "circolo della vita" (chi non ricorda la canzone de "Il re leone"?). In più, ci sono riflessioni sui temi dell'identità e della finzione (Kumiko si crea falsi ricordi per compensare il fatto di essere stata abbandonata da piccola in un armadietto a gettoni della stazione di Ueno; Noriko e Yuka cessano di essere sé stesse per diventare Mitsuko e Yoko; e proprio i ruoli da recitare all'interno dell'organizzazioe diventano un veicolo di conoscenza di sé: "Se fate un buon lavoro, avrete accesso al vostro vero io", spiega Kumiko alle due sorelle) ma soprattutto un atto d'accusa sul ruolo stesso della famiglia, al cui interno i membri sono destinati alla solitudine per via della reciproca incomunicabilità. E da cui l'unica via d'uscita è la fuga, la rottura di quel cordone ombelicale simboleggiato dal filo rosso che penzola dal cappotto di Noriko e che la ragazza strappa con consapevolezza.

31 luglio 2015

Suicide club (Sion Sono, 2002)

Suicide club (Jisatsu sākuru, aka Suicide circle)
di Sion Sono – Giappone 2002
con Ryo Ishibashi, Masatoshi Nagase
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La prima scena è di quelle che non si dimenticano: una cinquantina di studentesse liceali, nel tipico abito alla marinaretta, che si prendono per mano e saltano sui binari della stazione di Shinjuku, appena prima che passi un treno. E il resto del film non è da meno, mettendo in scena una vera e propria "epidemia di suicidi", apparentemente scollegati gli uni dagli altri, che spingono persone di tutti i tipi – ma soprattutto giovanissimi, talvolta in gruppo – a togliersi la vita nelle maniere più efferate possibili (lo splatter e il gore non mancano). La polizia indaga, ma fra molte ipotesi (un'insolita setta religiosa? Un "club dei suicidi" che fa il verso ai circoli scolastici?) e vaghe tracce da seguire (un sito web che sembra "tenere il conto" dei morti; una sacca sportiva, rinvenuta sul luogo dei suicidi, contenente macabri rotoli di pelle umana; strane telefonate da misteriosi bambini), i risultati sono pochi. Almeno fino a quando una giovane hacker, che a sua volta indaga sul caso, non viene rapita da un pazzo megalomane che si attribuisce i delitti, affermando di aver usato internet per istigare le persone a uccidersi. Naturalmente la soluzione non è così semplice... Cruento horror indipendente e a basso costo, divenuto film di culto in Giappone, che ha contribuito a far decollare la fama dell'eccentrico e poliedrico Sion Sono come regista di lavori forti e "disturbanti" ma capaci di indagare a fondo il malessere e l'alienazione che permea, a più livelli, la società nipponica. Debitore in parte a pellicole come "Battle royale" o "Audition" (da cui torna l'attore Ryo Ishibashi), rappresenta infatti un mondo dove l'individualità e il proprio io (o la "connessione con sé stessi", per citare la pellicola) vengono messi a forza in secondo piano rispetto al lavoro, al "dovere" e al ruolo nella collettività, e dove la frattura fra le varie generazioni sembra ormai insanabile. Un mondo dove bambini, adolescenti e adulti conducono vite separate e parallele, dove manca il dialogo (o magari si sviluppa in luoghi virtuali, come internet) e dove anche il mercato crea "mostri" come il gruppo di giovanissime idol, le "Dessert" (ma il nome è scritto con numerose varianti), che sono il vero filo conduttore della pellicola con la loro canzone "Mail me". E se non tutto viene spiegato chiaramente alla fine, è evidente che Sono intende suggerire cause sociali e psicologiche prima ancora che criminali o soprannaturali. Il suicidio può persino diventare una "moda", come un gruppo rock o un giocattolo elettronico; e come tutte le mode, può invadere la società senza che alcune fasce di essa (gli adulti, i poliziotti) si rendano conto della sua esistenza. Gli eventi raccontati si svolgono nell'arco di una sola settimana (dal 26 maggio al 2 giugno), durante la quale la tensione sale sempre più alle stelle e nessuno può dirsi al sicuro. Nel 2006 il regista ha rivisitato il film, dandone di fatto una nuova interpretazione, attraverso una sorta di prequel, "Noriko's dinner table".

29 luglio 2015

Mood indigo (Michel Gondry, 2013)

Mood indigo - La schiuma dei giorni (L'écume des jours)
di Michel Gondry – Francia/Belgio 2013
con Romain Duris, Audrey Tautou
***

Visto in divx, alla Fogona, con Monica e Marisa.

Adattare per il grande schermo il romanzo di Boris Vian "La schiuma dei giorni" poteva sembrare un'impresa impossibile, visto che il libro è un surreale concentrato di bizzarria, follia, romanticismo, cinismo in stravagante forma letteraria. Per provarci, nessuno era dunque meglio di Michel Gondry, regista di pellicole visionarie e sopra le righe come "Se mi lasci ti cancello" e "L'arte del sogno" (le due, della sua filmografia, che più assomigliano a questa per soluzioni visive, effetti speciali e fusione fra realtà e sur-realtà). Se lo scheletro della trama potrebbe apparire ben calato nella quotidianità, con un finale tragico addirittura da opera ottocentesca (la morte di Chloè come quelle di Mimì o Violetta), tutto è però rivestito di trovate ingegnose, curiose, assurde, colorate e bizzarre, che nella versione cinematografica spaziano – come riferimento – dall'eccentricità di un Terry Gilliam alla stop motion di Jan Švankmajer fino all'estetica di un Jean-Pierre Jeunet (non a caso il personaggio femminile è interpretato da Audrey "Amelie" Tautou). Certo, la debordanza visiva finisce in parte col sovrastare i contenuti, ma era il prezzo da mettere in conto. Il protagonista, Colin (Duris), è un benestante gaudente e fannullone che trascorre le sue giornate senza lavorare, nutrito da Nicolas (Omar Sy), il suo cuoco e servitore tuttofare, spesso in compagnia dell'amico Chick (Gad Elmaleh), ammiratore fanatico dello scrittore e filosofo Jean-Sol Partre (evidente parodia di Sartre). Quando l'amico si fidanza con Alise (Aïssa Maïga), nipote di Nicolas, anche Colin – un po' per noia, un po' per invidia – "decide di innamorarsi". E l'incontro con Chloé, "reincarnazione" di una canzone di Duke Ellington, cambierà la sua vita. Dopo un breve fidanzamento, i due infatti si sposano. Ma presto la ragazza cade preda di un'atroce malattia: una ninfea cresce nei suoi polmoni, e per tenerla a bada sarà necessario circondarla continuamente di fiori. Tutto però è inutile: per pagare le cure alla moglie, Colin spende tutto il proprio denaro ed è costretto a lavorare. E mentre il mondo attorno perde progressivamente i suoi colori (e, in particolare, la casa di Colin si fa sempre più piccola, buia e claustrofobica), la vita di Chloé giunge al termine. Il film si conclude tragicamente in bianco e nero (quando era iniziato ricolmo di luce, gioia, colori ed allegria). Al di là della trama, che segue progressivamente il passaggio dalla gioia alla rovina (anche per quanto riguarda i personaggi secondari, come Chick e Alise), quello che colpisce (e che dà valore al film) è – come detto – la cornice in cui è collocata, fra pietanze prelibate, campanelli semoventi, topolini curiosi, pianoforti che mescolano cocktail, auto trasparenti, cabine-nuvole che vagano per la città, matrimoni competitivi, piogge dimezzate, balli che allungano le gambe, e mille altre trovate stravaganti, non fini a sé stesse ma utili a rappresentare gli stati d'animo dei personaggi attraverso il mondo che li circonda, e che decade in contemporanea al crollo d'animo dei suoi abitanti. Gondry fa ricorso a sequenze in animazione, magrittiane, surreali, a un misto fra natura e tecnologia, a soluzioni visive ed espressioniste (alcune delle quali mutuate dai videoclip di cui è stato regista), per realizzare una pellicola che possa essere un equivalente del testo di Vian (che all'interno del film, fra l'altro, si immagina essere prodotto da centinaia di dattilografi che si danno il cambio su file di macchine da scrivere in movimento). Alain Chabat è il cuoco Gouffé, che appare in video nel frigorifero e nel forno di Colin; Charlotte Le Bon è Isis, l'amante di Nicolas.

28 luglio 2015

I bostoniani (James Ivory, 1984)

I bostoniani (The Bostonians)
di James Ivory – USA/GB 1984
con Christopher Reeve, Vanessa Redgrave
*1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Dall'omonimo romanzo di Henry James (ma il titolo sarebbe stato tradotto meglio con "Le bostoniane"), la storia di un insolito triangolo sentimentale sullo sfondo degli Stati Uniti del 1876 e dei primi movimenti per i diritti e l'emancipazione delle donne. A Boston, la femminista Olive Chancellor (Redgrave), un'assidua frequentatrice di tali circoli, fa amicizia con la giovane Verena Tarrant (Madeleine Potter), spigliata oratrice che diventa in breve tempo la sua protetta e la sua convivente (in un cosiddetto "Boston marriage", termine che indicava due donne indipendenti che vivevano insieme, in affinità romantica e intellettuale). Ma anche il cugino di Olive, Basil Ransom (Reeve), avvocato e politico newyorkese, si innamora della ragazza. I due se la contenderanno, e così lo scontro fra le rispettive idee (Basil è decisamente di stampo conservatore) si trasferirà anche sul piano sentimentale. La buona ricostruzione storica e sociale, la regia raffinata, la fotografia suggestiva e luminosa, i costumi curatissimi e le prove attoriali di grande sottigliezza (soprattutto quella della Redgrave) sono purtroppo al servizio di una narrazione dallo sviluppo lento e tedioso, con personaggi incapsulati nei rispettivi ruoli e una storia che fatica a prendere il volo dopo le intriganti premesse. Resta l'interessante affresco di un momento storico in cui si muovevano i primi passi verso la libertà della donna, a tutti i livelli, nonostante il punto di vista del film (che rispecchia quello del romanzo originale di James) non sia sbilanciato da una parte o dall'altra (Ransom non è il cattivo della vicenda, tutt'altro). Nel cast, in ruoli minori, anche Jessica Tandy, Linda Hunt, Nancy Marchand, Wesley Addy e Barbara Bryne.

26 luglio 2015

The love eterne (Li Han-hsiang, 1963)

The Love Eterne (Liang Shan-bo yu Zhu Ying-tai)
di Li Han-hsiang – Hong Kong 1963
con Betty Loh Ti, Ivy Ling Po
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Prodotto dagli Shaw Brothers, uno dei più celebri musical hongkonghesi degli anni '60, ispirato alla leggenda tradizionale cinese degli "amanti farfalla" (dalla scena finale in cui i due, dopo la morte, si tramutano in farfalle). I protagonisti sono Zhu Ying-tai, ragazza sedicenne di famiglia nobile e ricca, che vuole testardamente studiare e istruirsi come fanno i suoi coetanei maschi, e per questo motivo si traveste da uomo; e Liang Shan-bo, suo compagno di studi, "fratello giurato" e amico per la pelle, del quale naturalmente si innamora. Per tre anni i due studiano insieme e sono inseparabili: quando Ying-tai rivelerà a Shan-bo di essere una ragazza, questi chiederà di sposarla. Ma Ying-tai è già stata promessa dal padre a un altro uomo. Non potendo essere uniti in vita, i due finiranno con l'esserlo nella morte. Enorme successo di pubblico all'epoca, nonché fenomeno sociale e culturale, la pellicola rappresenta il picco – cinematograficamente parlando – del filone musicale dell'opera Huangmei, una forma di spettacolo teatrale di origine popolare e considerata meno "elitaria" rispetto ad altri tipi di opera cinese, una sorta di operetta dunque, i cui drammi prevedono spesso pochi personaggi (in questo caso, di fatto, solo due), situazioni vivaci e melodie semplici e cantabili. L'origine teatrale è conservata nell'impostazione della pellicola anche grazie a una regia elegante e a scenografie volutamente artificiose, con i personaggi immersi in scenari naturali che riflettono i loro sentimenti (alberi fioriti e laghetti ridenti quando sono felici e innamorati, desolazione e tempeste quando sono tragicamente pronti alla morte). I numeri musicali sono lunghi ed elaborati, ma scorrono con piglio leggero e vivace (si pensi al lungo cammino di Ying-tai verso casa, accompagnata da Shan-bo, con la prima che lancia continue allusioni al fatto di essere una ragazza, allusioni che il secondo non coglie). L'ambientazione della leggenda originale durante la dinastia Jin (265–420 d.C.) contribuisce a donare alla vicenda un'astrattezza fuori dal tempo, cui non è estraneo anche il memorabile finale metafisico. Anche se il tema principale della storia, all'apparenza, è la libertà di amare e sposare chi si desidera (a Ying-tai viene detto più volte che le ragazze non hanno voce in capitolo, e che a scegliere il loro futuro marito devono essere i genitori), con non pochi accenni alla parità di genere e ai diritti delle donne, dietro le quinte c'è un forte connotato omosessuale: di fatto Shan-bo amava Ying-tai anche quando credeva che fosse un maschio, al punto che non si scompone più di tanto alla rivelazione che si tratta di una donna. L'iniziale affinità intellettuale si tramuta in modo del tutto naturale in affinità sentimentale. Come se non bastasse, se Ying-tai (Betty Loh Ti, ma il canto è quello di Tsin Ting) è una donna che si veste da uomo nella finzione, Shan-bo lo è nella realtà: il personaggio (maschile) è infatti interpretato da un'attrice, Ivy Ling Po, che divenne immediatamente una star in tutto il sud-est asiatico. La stessa storia è alla base dei film "The lovers" (1994) di Tsui Hark e "The butterfly lovers" (2008) di Jingle Ma.

24 luglio 2015

Monica e il desiderio (Ingmar Bergman, 1953)

Monica e il desiderio (Sommaren med Monika)
di Ingmar Bergman – Svezia 1953
con Harriet Andersson, Lars Ekborg
***

Visto in divx.

Il giovane Harry conosce per caso l'esuberante Monika: entrambi insofferenti ai lacci e alle costrizioni imposte dalla famiglia e dal lavoro, mollano tutto per trascorrere un'estate girando in barca lungo le coste della Svezia. Alla scoperta che lei è rimasta incinta, decidono di sposarsi e di tornare in città, dove Harry trova lavoro. Ma Monika, incapace di adattarsi a una vita di tipo comune, lo tradirà. In quello che può essere considerato il terzo film di un'ideale trilogia sulla donna (dopo "Un’estate d’amore" e "Donne in attesa", tutti girati fra il 1950 e il 1953), Bergman racconta con sensibilità e realismo una storia d'amore scandita dal ritmo delle stagioni, con il suo inizio (non a caso la pellicola si apre a primavera), il culmine della passione (l'estate trascorsa girovagando in libertà, con le "scandalose" – per l'epoca – scene della ragazza che fa il bagno nuda e che mostra a più riprese una "insolente sensualità") e la fine (l'autunno e l'inverno). il titolo originale del film, fra l'altro, significa proprio "Un'estate con Monika", esplicitando il rimando stagionale. I due giovanissimi personaggi (19 anni lui, "quasi 18" lei), ribelli e in lotta contro il mondo, che sognano la libertà e rifuggono le responsabilità, dovranno scoprire sulla loro pelle che cosa significa ritagliarsi un posto nella società. Lui ci riesce, lei – forse non ancora pronta – no. Considerato forse a torto un lavoro minore del regista svedese (che durante le riprese si innamorò della protagonista Harriet Andersson, tanto da volerla in altri suoi otto film), godette di una certa notorietà solo per il carattere scandaloso di alcuni temi e alcune inquadrature; fu invece amatissimo dagli autori della Nouvelle Vague, e soprattutto da Jean-Luc Godard, che in particolare apprezzò l'insolito e prolungato primo piano del volto di Monika nel finale, quando sembra rivolgersi direttamente allo spettatore per comunicare i suoi pensieri e la sua inquietudine: Godard la definì "l'inquadratura più triste di tutta la storia del cinema". In ogni caso Monika resta un personaggio indimenticabile, e i temi bergmaniani dell'ansia, dell'alienazione dalla realtà e della crisi d'identità sono presenti a piene mani.

22 luglio 2015

Human nature (Michel Gondry, 2001)

Human nature (id.)
di Michel Gondry – USA 2001
con Patricia Arquette, Tim Robbins, Rhys Ifans
**1/2

Visto in divx.

Il lungometraggio d'esordio di Gondry, scritto da Charlie Kaufman (i due avrebbero poi collaborato anche nel secondo film del regista, il magnifico "Se mi lasci ti cancello"), mette in scena il conflitto fra natura e civiltà attraverso la storia di tre bizzarri personaggi che raccontano la loro vicenda in flashback, a mo' di testimonianza-confessione, in tre distinti ambienti: uno in prigione, uno davanti al Congresso degli Stati Uniti, e uno... nell'aldilà. Lila (Patricia Arquette) è una donna affetta da una disfunzione ormonale che la rende pelosa come una scimmia, e per questo motivo sceglie di andare a vivere nella foresta. Nathan (Tim Robbins) è uno scienziato cresciuto in una famiglia ossessionata dall'educazione e dal galateo, tanto che anche da adulto i suoi studi si concentrano sull'insegnare il bon ton agli animali. Pugg (Rhys Ifans) è infine un uomo "selvaggio", allevato nei boschi come se fosse uno scimpanzé: trovato da Lila e Nathan, viene rinchiuso da quest'ultimo nel suo laboratorio e sottoposto a una serie di esperimenti per renderlo un essere umano colto e raffinato. Il contrasto fra la natura, con i suoi istinti animaleschi e i richiami sessuali, e il costrutto dell'educazione e delle consuetudini umane, a partire dal modo di comportarsi in pubblico, ritorna a più riprese, con i personaggi sballottati fra i due estremi, spesso indecisi da che parte stare. Rispetto a classici come "Il ragazzo selvaggio" di Truffaut o "L'enigma di Kaspar Hauser" di Herzog, qui non ci si prende decisamente mai sul serio, benché i temi affrontati siano di spessore (e lo spirito di Rousseau riecheggi a più riprese, per non parlare del testo di Guglielmo di Ockham sulla conoscenza intuitiva che si sente durante i titoli di coda!). L'umorismo – di volta in volta nero, surreale, slapstick, romantico o cinico – permea tutta la pellicola fino allo sberleffo finale. Ma l'andamento della narrazione e altalenante, e la sceneggiatura di Kaufman sembra a tratti poco equilibrata. Nell'ottimo cast ci sono anche Miranda Otto (la seducente assistente francese di Nathan), Rosie Perez (la "depilatrice"), Peter Dinklage (l'amico di Lila che l'aiuta a rapire Duff) e Hilary Duff (Lila da giovane). Gondry, fino ad allora noto soltanto come talentuoso regista di videoclip, cita a più riprese proprio uno dei video musicali da lui realizzati, quello per "Human Behavior" di Björk.

20 luglio 2015

L'uomo invisibile (James Whale, 1933)

L'uomo invisibile (The Invisible Man)
di James Whale – USA 1933
con Claude Rains, Gloria Stuart
**1/2

Visto in divx.

Un giovane scienziato, Jack Griffin (interpretato da un Claude Rains all'esordio in America, il cui volto non si vede mai sullo schermo a parte fugacemente nella scena finale), inventa un composto chimico che gli dona l'invisibilità, ma che mette anche a repentaglio la sua salute mentale. Afflitto da una folle megalomania e da istinti sempre più violenti e aggressivi, cerca di ritirarsi in campagna per mettere a punto un antidoto, ma il suo strano aspetto (deve rivestire completamente di bende il proprio corpo per acquisire "visibilità") attira la curiosità della gente, fino a quando la sua condizione non diventa di dominio pubblico. Sempre più folle e violento, non esiterà a commettere spietati omicidi, compreso quello di un suo collega, e diventerà l'oggetto di una serrata caccia all'uomo: nonostante i suoi poteri, alla fine la polizia avrà ragione di lui. Adattando un romanzo di H.G. Wells, James Whale (già regista due anni prima del "Frankenstein" con Boris Karloff) fa debuttare sullo schermo un altro dei celebri mostri della Universal degli anni trenta, forse dalla carriera cinematografica meno fortunata rispetto agli altri suoi colleghi ma comunque in grado di smuovere sufficientemente l'immaginario collettivo, riversando in una vicenda apparentemente di pura fantascienza, a base di scienziati pazzi e di pozioni magiche, la consueta dose di riferimenti sociali e politici. Come un novello Dottor Jekyll/Mister Hyde, il protagonista si vede trasformare dalla sua sostanza non solo nel corpo (gli effetti dell'invisibilità sono realizzati da John P. Fulton attraverso la combinazione di due riprese: una con l'attore ricoperto di una tuta nera su fondo nero, e una della scenografia senza di lui) ma anche e soprattutto nella mente, tramutandosi in un megalomane che parla di dominare il mondo, tenuto a freno soltanto nei brevi momenti in cui incontra la sua fidanzata (interpretata da Gloria Stuart, la futura interprete del "Titanic" di Cameron). Nelle scene con il poliziotto alla locanda ci sono tracce di comicità slapstick, che passano però rapidamente in secondo piano man mano che la storia prosegue. Il cast comprende caratteristi come Una O'Connor e Henry Travers, nonché brevi apparizioni di future star come John Carradine e Walter Brennan. L'uomo invisibile tornerà in altre pellicole Universal a partire dal 1940.

18 luglio 2015

Lo studente di Praga (Stellan Rye, 1913)

Lo studente di Praga (Der Student von Prag)
di Stellan Rye – Germania 1913
con Paul Wegener, John Gottowt
***

Visto in divx.

Per ottenere il denaro necessario a frequentare la contessa di cui si è invaghito, il povero studente Balduin (Baldovino) accetta di vendere a un misterioso individuo nientemeno che... la propria immagine riflessa nello specchio! Nasce così un suo "doppio", che incrocia spesso il suo cammino e gli mette regolarmente i bastoni fra le ruote, per esempio sostituendosi a lui in un duello. Antesignano e precursore del cinema espressionista e fantastico tedesco, ispirato ai racconti di Chamisso (in particolare la "Storia straordinaria di Peter Schlemihl", il cui protagonista vendeva la propria ombra) e di E.T.A. Hoffman (come "Avventure della notte di San Silvestro", che riprende proprio il personaggio del racconto di Chamisso), questo film innovativo fu pensato e fortemente voluto dall'attore Paul Wegener, grande visionario e futuro regista del "Golem", capace qui di sdoppiarsi sullo schermo grazie ad effetti ottici mirabilmente eseguiti e che appaiono ancor oggi efficaci. Ambientato nel 1820 in una città, quella praghese, ricca di suggestioni e superstizioni (zingare che predicono il futuro, mefistofeliche figure di maghi/alchimisti dal nome italiano, e naturalmente il celebre cimitero ebraico), e debitore – come tutto il filone cui appartiene – al Faust goethiano, così come al tema del doppio (affrontato in letteratura da Wilde e Dostoevskij), il film recupera quel senso di fantastico e di inquietante che aveva caratterizzato il cinema degli esordi (si pensi a Méliès, dove però il tutto era venato da una leggerezza quasi comica, qui sostituita da un'angoscia romantica tipicamente tedesca) e che stava passando un po' in secondo piano rispetto al realismo storico e documentaristico delle coeve produzioni italiane e francesi. Grazie a una fotografia palpabile e concreta, e a scenografie reali e avvolgenti, ne nasce una narrazione visiva e un tipo di linguaggio che darà vita non solo all'espressionismo tedesco vero e proprio (di cui lo stesso Wegener sarà un rappresentante fondamentale), ma in un certo senso a tutto l'odierno cinema fantastico d'intrattenimento. La modernità della pellicola è tale che, a tratti, sembra quasi incredibile che risalga al 1913, dunque prima delle grandi innovazioni cinematografiche di Griffith. Memorabili sequenze come quella in cui Balduin gioca a carte con sé stesso. La regia è attribuita al danese Stellan Rye, ma lo stesso Wegener ne fu in parte responsabile, così come lo sceneggiatore Hanns Heinz Ewers. Il successo di pubblico fu grande, tanto che la pellicola venne rapidamente esportata anche all'estero (in America, in particolare, fu ribattezzata "A Bargain with Satan", ovvero "Un patto con Satana"). Venne rifatto nel 1926, sempre muto, da Henrik Galeen con Conrad Veidt.

16 luglio 2015

Vittima degli eventi (Claudio Di Biagio, 2014)

Vittima degli eventi
di Claudio Di Biagio – Italia 2014
con Valerio Di Benedetto, Luca Vecchi
**

Visto in divx.

Se nel film "ufficiale" e americano di Dylan Dog, uscito nel 2011, il personaggio era quasi irriconoscibile rispetto al prototipo, diverso è il discorso per i film indipendenti realizzati da fan, spesso con scarse risorse ma molta passione, il più celebre dei quali è questo "Vittima degli eventi", mediometraggio di 50 minuti. Ambientato a Roma (dove, senza tante spiegazioni, risiedono Dylan e tutti i comprimari classici della serie), punta su una forte somiglianza con il fumetto (alcuni personaggi, come Groucho, sono incredibilmente identici al modello originale: ma d'altronde, già nel film "La guerra lampo dei fratelli Marx" era stato dimostrato che chiunque, con un paio di occhiali, di baffi e di sopracciglie finte, può assomigliare a Groucho) e su atmosfere sospese e suggestive, più che su una trama solida e coerente. Se la narrazione procede un po' a strappi, fra scene scollegate fra loro e dialoghi fumosi, in compenso i luoghi di Roma (in particolare il Ponte Sant'Angelo) e i miti della città eterna (la storia di Beatrice Cenci) si sposano in maniera convincente con il mondo di Dylan Dog, donando al risultato finale un'aura da giallo-horror italiano del passato, come certi lavori di Mario Bava ("La ragazza che sapeva troppo") o Dario Argento, autori che peraltro erano fra le fonti di ispirazione del primo Sclavi. La coppia Claudio Di Biagio (regista) e Luca Vecchi (sceneggiatore, nonché interprete nel ruolo di Groucho) fa tutto sommato un lavoro ottimo e professionale, soprattutto se si considera come l'operazione non abbia alle spalle colossi della produzione e sia stata portata a termine grazie al crowdfunding (la stessa Bonelli, avendo al momento ceduto i diritti cinematografici del personaggio, non ha potuto fiancheggiare in alcun modo i cineasti, benché alcuni suoi rappresentanti – Roberto Recchioni, lo stesso Tiziano Sclavi – abbiano dato il loro benestare alla realizzazione del film). Nel cast anche qualche volto noto, come Milena Vukotic (la medium Trelkovski), Alessandro Haber (un ispettore Bloch con la barba) e Massimo Bonetti (Hamlin di Safarà).

15 luglio 2015

Dylan Dog - Il film (Kevin Munroe, 2011)

Dylan Dog - Il film (Dylan Dog: Dead of Night)
di Kevin Munroe – USA 2011
con Brandon Routh, Sam Huntington
*1/2

Visto in divx.

Dal fumetto cult di Tiziano Sclavi, pubblicato da Sergio Bonelli Editore, una pellicola made in USA che ha poco o nulla a che vedere con l'opera originale, se non il nome del personaggio e il fatto che lavori come detective del paranormale. Ambientato a New Orleans (anziché a Londra), il film non è altro che un onesto horror che si iscrive nel filone di "Underworld" (o, se vogliamo, di "Buffy l'ammazzavampiri"). Il protagonista è un investigatore privato, uno dei pochi a sapere che fra la gente comune si nascondono creature come vampiri, licantropi e zombi. E non è detto che la divisione fra buoni e cattivi sia così netta, visto che la maggior parte di questi "non morti" cerca soltanto di condurre un'esistenza tranquilla e lontana dai riflettori. Spinto da un passato tragico, Dylan sembra però aver abbandonato il suo precedente lavoro per dedicarsi a casi più "tradizionali": sarà costretto a cambiare idea quando verrà coinvolto in una guerra fra non morti, causata da qualcuno che sta cercando un antico manufatto in grado di stravolgere equilibri secolari... Se il personaggio era stato ideato fisicamente da Sclavi pensando a Rupert Everett, qui è interpretato da un attore assai distante dal prototipo, Brandon "Superman" Routh, più adatto a un action movie che non a un horror introspettivo come il fumetto originale. E tutti i suoi elementi iconici (l'abito, l'automobile, il clarinetto, il galeone), se e quando sono presenti, non hanno alcuna esigenza narrativa: di fatto sembrano utilizzati solo per "camuffare" i muscoli e la figura di Routh, che più che Dylan Dog, dunque, interpreta qualcuno che si veste come lui. Altri elementi del fumetto (la casa con il campanello urlante, per esempio) sono invece assenti, così come tutti i soliti comprimari. In particolare l'assistente Groucho, per ragioni di diritti dovuti alla sua somiglianza con Groucho Marx, è sostituito da un altro personaggio, Marcus (interpretato da Sam Huntington, che aveva già recitato al fianco di Routh in "Superman Returns"), che per lo meno non sfigura nell'ambito della storia narrata e si ritaglia un buon ruolo di spalla comica, per quanto assai più tradizionale rispetto all'anarchia surreale del personaggio di cui fa le veci. Detto che gli autori della pellicola non si rifanno a nessun albo a fumetti in particolare, né riprendono temi, spunti o suggestioni della poetica di Sclavi (se non a livello superficiale), la maggiore delusione non nasce dal veder travisato il personaggio e le sue atmosfere (ogni trasposizione, in fondo, tradisce in parte l'originale), quanto dal fatto che si è preferito ignorare tutto ciò che fa di "Dylan Dog" un'opera unica per realizzare invece un film che non si differenzia da tanti altri prodotti simili, con personaggi stereotipati e situazioni poco accattivanti, che non trasmette mai paura o inquietudine e non lascia un particolare ricordo. Anche per colpa di una regia anonima, di effetti speciali al ribasso e di scene d'azione poco adrenaliniche. Alcune frasi celebri del personaggio ("Giuda Ballerino!", "Il mio quinto senso e mezzo") sono state aggiunte nel doppiaggio italiano. È comunque presente un omaggio a Sclavi: il suo nome è dato a un vampiro.

11 luglio 2015

C'era una volta (Carl Th. Dreyer, 1922)

C'era una volta (Der var engang)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1922
con Clara Pontoppidan, Svend Methling
**

Visto su YouTube.

Da un testo del drammaturgo danese Holger Drachmann, una "favola in cinque atti" a sfondo morale (di cui, purtroppo, diverse sequenze sono andate perdute e sono state sostituite, nella versione restaurata, da foto di scena con cartelli riassuntivi). La principessa del reame di Illyria, bellissima ma anche fredda, viziata e orgogliosa, rifiuta con sdegno ogni possibile pretendente. Il principe di Danimarca, intenzionato a conquistarla, si traveste da mendicante e, con l'inganno (nonché grazie a un magico bollitore di rame, donatogli da un folletto, che consente di vedere il proprio futuro), riesce a portarla con sé nella capanna dove finge di abitare e di lavorare come vasaio. La povertà, la fame e le fatiche, pian piano, "ammorbidiscono" la principessa, che giunge a comprendere i reali valori della vita e si innamora del principe: il quale, naturalmente, le rivelerà alla fine la sua vera identità. Se nella prima parte, quella ambientata alla corte di Illyria, la pellicola soffre per una messa in scena statica (con grande abbondanza di mascherini circolari) ravvivata a fatica dai toni da commedia farsesca (evidenti nei personaggi del re o del buffone che accompagna il principe), nella seconda, ambientata nella foresta danese, migliora e si fa decisamente più suggestiva anche a livello visivo. Ma resta un lavoro minore di Dreyer, di cui si apprezza soprattutto la buona direzione degli attori.

10 luglio 2015

Alan Partridge: Alpha Papa (D. Lowney, 2013)

Alan Partridge: Alpha Papa
di Declan Lowney – GB 2013
con Steve Coogan, Colm Meaney
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Monica, Roberto e Sabrina, in origitale con sottotitoli inglesi.

Alan Partridge, dj e speaker radiofonico di una stazione privata di Norfolk, convince i dirigenti dell'emittente – in crisi economica, e quindi costretti a "tagliare" qualche testa – a licenziare, al posto suo, il collega irlandese Pat Farrell (Colm Meaney). Questi, impazzito, si barrica nella sede della radio, prendendo come ostaggi tutti i componenti del board. Per negoziare, la polizia sceglie di inviare all'interno della stazione proprio Partridge, che Farrell considera suo amico perché non sa del ruolo che ha giocato nel suo licenziamento. Steve Coogan riprende un personaggio da lui già interpretato in numerosi sketch radiofonici e televisivi, e ci costruisce sopra un lungometraggio cinematografico colmo di humour cinico e tipicamente britannico. L'accoppiata con Meaney funziona, ma la pellicola sembra una puntata di uno show televisivo trascinata un po' troppo per le lunghe. Il punto di forza sono i dialoghi, mentre il personaggio pavido e approfittatore di Alan Partridge non risulta particolarmente originale o divertente. Il film non è mai uscito in Italia.

5 luglio 2015

Il feroce Saladino (Mario Bonnard, 1937)

Il feroce Saladino
di Mario Bonnard – Italia 1937
con Angelo Musco, Alida Valli
**

Visto in divx.

L'anziano attore di varietà e illusionista Pompeo Darli (Musco) sembra abbonato ai fallimenti: cacciato da tutti i teatri, non solo fatica a trovare una nuova scrittura ma viene anche abbandonato dalla corpulenta moglie Amalia (Rosina Anselmi), che preferisce diventare l'assistente di un altro saltimbanco, il mister muscolo Johnson (Mario Mazza). Per tirare avanti in qualche modo e permettere un avvenire anche alla sua giovane protetta, la cantante Dora (Valli), Pompeo mette da parte il proprio orgoglio e accetta un lavoro umiliante: vendere caramelle e cioccolatini in quello stesso teatro dove si esibisce la moglie con il suo nuovo compagno. Ma la fortuna gira: diversi spettatori trovano, nelle confezioni da lui vendute, la rarissima figurina del "feroce Saladino". Tanto basta perché Pompeo diventi popolarissimo fra il pubblico, al punto che l'impresario del teatro lo assumerà seduta stante come protagonista di un nuovo spettacolo, nei panni appunto del Saladino. Commedia satirica e di costume che fa riferimento a uno dei fenomeni sociali più noti dell'Italia di metà anni trenta, ovvero la raccolta delle figurine della Buitoni-Perugina (su modello di quelle della Liebig), disegnate da Angelo Bioletto e raffiguranti personaggi storici ed esotici, ispirati a popolari romanzi d'avventura. Chi completava la raccolta poteva vincere ricchi premi (addirittura una Fiat Topolino!). Pare che la carta con il feroce Saladino, stampata in un numero limitato di copie, fosse talmente rara da scatenare una vera e propria ossessione fra i collezionisti alla sua ricerca, al punto che il governo fascista dovette intervenire con leggi ad hoc (dapprima per imporre di stampare in ugual numero tutte le figurine, e poi addirittura per proibire altri concorsi di quel tipo). Se la prima parte del film, pur non mancando mai di un marcato umorismo da farsa o da avanspettacolo, assume a tratti toni realisti e melodrammatici (le difficoltà economiche di Pompeo; la scena in cui deve saltare il pranzo e cerca inutilmente di rimediare; il suo orgoglio e la sua integrità di fondo anche di fronte ai continui fallimenti e al disprezzo da parte di tutti, Dora a parte), la seconda sconfina nel grottesco e culmina nella lunga rappresentazione sul palco, dove lo spettacolo è continuamente messo a repentaglio dai litigi "dietro le quinte" fra Pompeo e il muscoloso amante di sua moglie. Alida Valli, giovanissima, era al suo secondo film. Non accreditato, come comparsa c'è anche Alberto Sordi (è l'attore travestito da leone).

3 luglio 2015

I wish (Hirokazu Koreeda, 2011)

I wish (Kiseki)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2011
con Koki Maeda, Oshiro Maeda
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In seguito alla separazione dei loro genitori, i fratellini Koichi e Ryunosuke si ritrovano a vivere in due città diverse del Giappone: il primo a Kagoshima con la madre e i nonni, il secondo a Fukuoka con il padre. I due bimbi, che si tengono spesso in contatto, sognano di riunire in qualche modo la famiglia. E la notizia che un nuovo treno superveloce (Shinkansen) collegherà le due città stimola la loro fantasia, convincendoli che esprimendo un desiderio nel punto esatto in cui i treni che viaggiano nelle due direzioni si incrociano sarà possibile vederlo esaudito. Insieme ad alcuni amici, dunque, progettano un viaggio fino al punto intermedio del tragitto che li separa... Dopo lo sconvolgente "Nobody knows", Koreeda torna a raccontare storie di bambini: stavolta ne esce un film dolce e delicato, riflessivo e minimalista, che gioca intorno al concetto dei desideri e dei "miracoli" (il titolo originale, "Kiseki", significa appunto miracolo). Non solo i due piccoli protagonisti, ma tutte le persone intorno a loro hanno infatti dei sogni e dei progetti da realizzare: il padre vuole sfondare come musicista, la madre vuole trovare un lavoro e la stabilità, il nonno riuscire a preparare dei particolari dolcetti tradizionali, e naturalmente i vari amici e compagni di scuola hanno desideri che vanno dal semplice (imparare a disegnare bene, correre più veloce) al complesso (diventare un'attrice o un giocatore di baseball professionista) all'impossibile (riportare in vita un cagnolino morto). C'è anche chi ha ormai rinunciato al proprio sogno (la madre di Megumi, che ha messo da parte l'aspirazione di diventare attrice e proprio per questo è scettica nelle possibilità che la figlia percorra la stessa strada), o chi lo vede avverarsi quando meno se lo aspetta (i due vecchietti che ospitano i bambini nella loro casa, e che ritrovano – anche se solo per una notte – la gioia di avere una famiglia). La semplicità di fondo, il ritmo compassato e l'attenzione al quotidiano e alle piccole cose ne fanno una pellicola estremamente "giapponese", in grado di catturare nel migliore dei modi, senza retorica o sovrastrutture, la "sofisticata ingenuità" dell'infanzia e i traumi dei figli di genitori separati. Alla fine, né Koichi né Ryunosuke esprimeranno il desiderio che si erano prefissati, ma il viaggio potrà comunque dirsi pienamente riuscito come tappa del loro percorso di crescita (e di accettazione della realtà). Molto belle le scene che mostrano il vulcano attivo Sakurajima che sovrasta la città di Kagoshima (la cui cenere, eruttata quotidianamente, turba in modo particolare i pensieri di Koichi). I giovani attori che interpretano i due protagonisti sono fratelli anche nella vita reale. Nel cast, in piccoli ruoli, anche Nene Otsuka, Joe Odagiri, Yui Natsukawa, Kirin Kiki e Hiroshi Abe.

30 giugno 2015

Il serpente e l'arcobaleno (Wes Craven, 1988)

Il serpente e l'arcobaleno (The serpent and the rainbow)
di Wes Craven – USA 1988
con Bill Pullman, Cathy Tyson
***

Visto in divx.

Dennis Allan (Pullman), giovane antropologo americano, viene inviato ad Haiti da un'azienda farmaceutica affinché scopra il segreto con cui i sacerdoti voodoo riportano in vita i morti. L'uomo, che era già entrato in contatto con il soprannaturale durante un precedente viaggio in Amazzonia (nel quale aveva incontrato il proprio animale totemico, il giaguaro), si ritroverà invischiato in una ragnatela di misteri, stregoneria e magia nera, sullo sfondo di un contesto sociale e politico ad alta tensione: siamo infatti negli ultimi giorni della dittatura di Jean-Claude Duvalier, e a mettere i bastoni fra le ruote ad Allan c'è Peytraud (Zakes Mokae), capo dei Tonton Macoutes (la polizia segreta del paese) e al tempo stesso potente stregone che usa la magia nera a fini politici, per impadronirsi delle anime dei suoi nemici, renderli schiavi o viaggiare nei loro sogni. Tratto da un libro (non di fiction!) dell'etno-botanico Wade Davis, uno dei film più interessanti e atipici di Craven, che unisce l'ingenuità dei b-movie horror degli anni ottanta (ci sono persino echi di Sam Raimi, tanti effettacci "artigianali" come teste mozzate o mani che si allungano, nonché una buona dose di seguenze oniriche e surreali che ricordano il "Nightmare" dello stesso Craven) ad affascinanti aspetti socio-antropologici che rendono alcune sequenze quasi documentaristiche (vedi per esempio le commistioni fra voodoo e cattolicesimo, come nella scena della processione, che non avrebbe sfigurato in "Demoni e cristiani nel Nuovo Mondo" di Werner Herzog). La carne al fuoco è molta: il filone degli zombi haitiani (popolare al cinema sin dai tempi di "Ho camminato con uno zombi" di Tourneur, e lontano anni luce dalle incarnazioni moderne e post-romeriane), il tentativo di darne una spiegazione scientifica (all'origine della morte apparente c'è una combinazione di tetrodotossina e allucinogeni, benché la preparazione della "polvere" usata dagli stregoni richieda un rito antico e complicato), i tumulti e le rivoluzioni nelle zone più povere dei Caraibi, le danze e le cerimonie, il misto di credenze e superstizioni: a tratti Craven sembra perdere il filo, e il finale forse è un po' di grana grossa, ma nel complesso la pellicola lascia un ottimo ricordo di sé. Cathy Tyson (Marielle), Paul Winfield (Celine) e Brent Jennings (Mozart) interpretano gli alleani haitiani di Allan. Fra le scene cult: la mano mummificata che esce dalla minestra, il protagonista seppellito vivo con una tarantula, la tortura con il chiodo da parte di Peytraud. Il titolo si riferisce alle leggende del voodoo: il serpente e l'arcobaleno sono rispettivamente il simbolo della terra e del cielo, e l'uomo che vi rimane imprigionato in mezzo – come uno zombi che non è né vivo né morto – è destinato a soffrire.