24 giugno 2016

Dark Star (John Carpenter, 1974)

Dark Star (id.)
di John Carpenter – USA 1974
con Dan O'Bannon, Brian Narelle
**1/2

Rivisto in DVD.

Scritto e realizzato insieme al suo compagno di studi Dan O'Bannon, il film d'esordio di John Carpenter è una pellicola di fantascienza a bassissimo costo, che non fa nulla per nascondere la povertà del budget e anzi la sfrutta a suo favore: che l'astronave nella quale viaggiano i protagonisti sia una vecchia carretta, in preda a continui guasti e malfunzionamenti, è uno dei punti cardine della storia. I quattro membri dell'equipaggio hanno il compito di individuare e distruggere "pianeti instabili" (a rischio cioè di uscire dalle proprie orbite, mettendo a repentaglio interi sistemi solari) per mezzo di sofisticate bombe termonucleari. Queste bombe sono senzienti, in grado di comunicare sia con il computer di bordo che con gli astronauti stessi. Ne consegue una delle scene più memorabili del film, quella in cui gli uomini cercano di convincere a disinnescarsi una bomba che vuole esplodere pur non essendosi sganciata, attraverso un dialogo filosofico che tocca temi esistenzialisti come la percezione della realtà. Pur trattandosi di un film povero per regia, effetti speciali e scenografie (particolarmente debole è la sequenza dell'alieno che uno degli astronauti ha portato a bordo come mascotte, un vero e proprio "pallone gonfiato"), e che non si prende assolutamente sul serio, risuonano dunque echi kubrickiani: impossibile non pensare a "2001: Odissea nello spazio" (i computer senzienti, lo scenario spaziale, le comunicazioni) e al "Dottor Stranamore" (le bombe, la satira militare, il finale in cui uno degli astronauti cavalca il portellone della nave come una tavola da surf). Il tono dismesso è enfatizzato dalle scenografie, ma anche dall'aspetto dei membri dell'equipaggio, barboni e capelloni, oltre che dalla loro natura di sociopatici e solitari (uno di essi risiede pernnemente nella torretta di guardia, senza mai unirsi agli altri), che trascorrono il tempo litigando, leggendo fumetti o suonando bizzarri strumenti musicali. Uno di loro, addirittura, non è nemmeno un vero astronauta ma un operaio finito lì per caso. Commentando sull'assurdità delle situazioni e dei dialoghi, Carpenter ha descritto la pellicola come "Aspettando Godot nello spazio". Costato solo 60.000 dollari, il film è stato in pratica realizzato interamente da Carpenter e O'Bannon. Il primo, oltre a dirigerlo, ha anche curato le scenografie e scritto la colonna sonora (a base di musica elettronica, oltre alla canzone country "Benson, Arizona"), mentre il secondo recita nei panni di uno degli astronauti e si occupa anche degli effetti speciali (molto artigianali ma rozzamente efficaci, tanto che Lucas lo assolderà per collaborare al primo "Guerre stellari": a lui è dovuta l'idea grafica di mostrare le stelle in rapido movimento quando la nave viaggia nell'iperspazio, vista per la prima volta proprio in questa occasione). O'Bannon scriverà in seguito la sceneggiatura di "Alien", nella quale trasferirà diversi elementi qui presenti, virandoli però dalla commedia all'horror: l'astronave vecchia e sporca, l'alieno che si nasconde nei corridoi, il gioco del coltello fra le dita delle mani. Nato come progetto studentesco, il film ha finito col diventare un oggetto di culto, più però per la carriera futura dei nomi coinvolti che non per i suoi reali pregi.

23 giugno 2016

Vita da bohème (Aki Kaurismäki, 1992)

Vita da bohème (La vie de bohème)
di Aki Kaurismäki – Francia/Finlandia 1992
con Matti Pellonpää, Evelyne Didi, André Wilms
***

Rivisto in divx.

Alla sua seconda coproduzione internazionale dopo "Ho affittato un killer", Kaurismäki sceglie di adattare la stessa raccolta di racconti (e poi dramma teatrale) di Henri Murger da cui Giacomo Puccini ha tratto l'opera "La Bohème", senza però rinnegare il proprio stile asciutto e la propria poetica (e portando a bordo alcuni dei suoi attori preferiti, come Matti Pellonpää e Kari Väänänen, al fianco di interpreti francesi). In fondo i temi sono quelli a lui consoni (storie di emarginati e di disadattati), così come l'alternanza fra momenti di ironia più o meno sottotraccia ed episodi malinconici e drammatici. Pur ambientato in una Parigi quasi contemporanea, il film sembra ignorare la modernità e guardare al passato: è girato in bianco e nero, presenta protagonisti avanti con l'età (quelli originari erano invece giovani, e proprio la fine della gioventù era uno dei fili conduttori dell'opera) e scenari decadenti e desolati. Il film racconta le vicende di tre artisti spiantati e falliti, il pittore albanese Rodolfo (Pellonpää), lo scrittore Marcel Marx (Wilms) e il compositore Schaunard (Väänänen), sempre a corto di denaro e alle prese con minacce di sfratto, problemi con le autorità (Rodolfo non ha il permesso di soggiorno) e frequenti visite al banco dei pegni. I tre diventano amici e condividono lavoretti, appartamenti e le proprie miserie. A un certo punto Rodolfo conosce Mimì, giunta in città dalla campagna in cerca di lavoro, e se ne innamora, ma la ragazza finirà con il morire a primavera, dopo una breve malattia. Il canovaccio della "Boheme" è rispettato (con qualche variazione: Rodolfo e Marcel si scambiano i campi di attività, e manca il quarto membro del gruppo di amici, il filosofo Colline), così come – almeno in parte – i significati tematici del testo originale (la disinvoltura nella vita, il senso di perdita e di dolore), ma Kaurismäki li interpreta a modo suo, fedele alla propria poetica di celebrazione degli emarginati che mostrano contegno e rispetto per sé stessi anche nelle avversità. Piccole parti per uno stralunato Jean-Pierre Léaud (l'industriale che commissiona un ritratto a Rodolfo) e per i registi Samuel Fuller (l'editore di Marcel) e Louis Malle (l'uomo che offre la cena al pittore quando questi viene derubato del portafoglio), mentre il cane di Rodolfo, Baudelaire, è interpretato da Laika, cagna dello stesso Kaurismäki che rivedremo (e con lei, i suoi discendenti) in tantissimi film dell'autore finlandese. Nella colonna sonora manca volutamente Puccini, come a sottolineare che non si tratta di un melodramma: quando Mimì e Musette vanno all'opera, ascoltano invece "Le nozze di Figaro" di Mozart. E sul funerale di Mimì, oltre che sui titoli di coda, c'è una canzone popolare giapponese, "Yuki no furu machi wo", interpretata da Toshitake Shinohara.

22 giugno 2016

Cannes e dintorni 2016 - conclusioni

Mi aspettavo francamente qualcosa di più da questa rassegna, che non ha certo mostrato film che passeranno alla storia del cinema. La pellicola che più mi ha soddisfatto è stata "Bacalaureat" di Cristian Mungiu, complesso dramma ricco di conflitti morali, mentre sul podio ci metterei anche "Neruda" di Pablo Larrain e "Juste la fin du monde" di Xavier Dolan. Tutto il resto è stato abbastanza dimenticabile. Da salvare comunque il film d'animazione a passo uno "Ma vie de courgette" (anche se i giorni successivi alla visione qualche dubbio me l'hanno fatto venire), la divertente commedia franco-islandese "L'effet aquatique", gli iraniani "The salesman" (un Farhadi minore rispetto ai lavori precedenti) e "Nahid", e il vincitore della Palma d'Oro "I, Daniel Blake" di Ken Loach (che però tutto fa fuorché stupire lo spettatore). Ho trovato decisamente sopravvalutato "Sieranevada" di Cristi Puiu, mentre il film peggiore della rassegna è stato l'italiano "Fiore". Fra i temi più frequentati: il rapporto tra genitori e figli ("Bacalaureat", "Fiore", "Nahid", ma anche "Sieranevada", "Ma vie de courgette" e "Juste la fin du monde") e la violenza contro le donne (ancora "Bacalaureat", "The salesman", "Nahid" e volendo "Tokyo love hotel"). Curiosità: in ben due pellicole ("Sieranevada" e "Fiore") si è sentita la canzone "Maledetta primavera".

21 giugno 2016

Juste la fin du monde (Xavier Dolan, 2016)

Juste la fin du monde
di Xavier Dolan – Canada/Francia 2016
con Gaspard Ulliel, Marion Cotillard
***

Visto al cinema Orfeo, con Sabrina e Daniela,
in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Dopo dodici anni di assenza, il trentasettenne Louis (Gaspard Ulliel), drammaturgo gay, torna nella casa di famiglia con l'intenzione di comunicare ai parenti la notizia della sua morte imminente. Ma l'incontro con la madre (Nathalie Baye), il fratello maggiore (Vincent Cassel), la sorella minore (Léa Seydoux) e la cognata (Marion Cotillard) si rivela più difficile di quanto avesse immaginato. Tratto da un dramma teatrale di Jean-Luc Lagarce, a metà fra le tensioni famigliari di un Tennessee Williams e il teatro dell'assurdo di Samuel Beckett, un film diverso rispetto agli altri lavori di Dolan, pieno di dialoghi che girano intorno all'argomento senza riuscire ad esprimerlo. Fra chiacchiere e banalità, incertezze, imbarazzi e silenzi, Louis si scopre incapace di comunicare quello che aveva intenzione di dire, e nel frattempo è sovrastato dai parenti, che proiettano su di lui rimpianti, conflitti, sfoghi e frustrazioni: i ricordi e i rimorsi della madre, le speranze della sorella, il rancore e l'invidia del fratello, la curiosità della cognata (l'unica con cui riesce a stabilire un contatto, anche perché è una nuova conoscenza). E tutto gira intorno al "non detto", al tentativo doloroso di Louis di riempire un vuoto (quello del tempo perduto, o quello che verrà dopo la sua morte), attendendo un momento giusto che naturalmente non arriverà mai. La regia si concentra sui primissimi piani dei volti dei personaggi (il cast è di primissimo livello), salvo occasionalmente concedersi sequenze più ariose, quelle dei ricordi e dei flashback, accompagnate da una colonna sonora non particolarmente raffinata (con brani come "Dragostea din tei", "Natural blues" e "I Miss You": ma sono pochi a saper mescolare bene musica e immagini come Dolan). È il secondo film del regista canadese a essere tratto da un lavoro teatrale, dopo "Tom à la ferme", con il quale infatti ha più punti in comune. Poco amato dai critici a Cannes, dove peraltro ha vinto il Gran Premio della Giuria.

20 giugno 2016

Tokyo love hotel (Ryuichi Hiroki, 2014)

Tokyo love hotel (Sayonara Kabukicho)
di Ryuichi Hiroki – Giappone 2014
con Shota Sometani, Atsuko Maeda
**

Visto al cinema Ducale, con Sabrina (rassegna di Cannes).

Le vicende di diversi personaggi si intrecciano nell'arco di 24 ore nelle stanze di un "love hotel" (albergo a ore) a Kabukicho, il più celebre quartiere a luci rosse di Tokyo. Toru (Shota Sometani), il giovane gestore, lavorava un tempo alla reception di un grande hotel di lusso, da cui è stato licenziato senza dirlo alla fidanzata Saya (Atsuko Maeda). Questa è un'aspirante cantante che pur di firmare un contratto discografico accetta di passare la notte con un produttore proprio nell'albergo gestito da Toru: l'incontro fra i due sarà imbarazzante (anche perché poco prima il ragazzo si era imbattuto anche nella sorella Miyu, impegnata nelle riprese di un film porno). Heya (Lee Eun-woo) è una escort coreana al suo ultimo giorno di lavoro, prima di tornare in patria con l'intenzione di aprire un negozio. Masaya (Shugo Oshinari) è un giovane yakuza che abborda studentesse per trasformarle in ragazze squillo: ma l'innocenza e la sincerità di Hinako (Miwako Wagatsuma), la sua ultima vittima, gli faranno cambiare idea. Satomi (Kaho Minami), infine, lavora come donna delle pulizie nell'albergo, dove si imbatte in una poliziotta, giunta lì clandestinamente insieme al suo amante, che potrebbe incriminarla per un reato non ancora caduto in prescrizione. Se il pregio maggiore della pellicola è la sua coralità, con l'ìntreccio di tanti fili e tante storie (alcune delle quali, però, si trascinano un po' troppo a lungo), per il resto il film non riesce mai a fare il salto di qualità, e in certi momenti esibisce persino un pizzico di moralismo che non ci si attenderebbe in un lungometraggio giapponese (vedi per esempio la scena della vasca da bagno, quando una Heya piangente chiede al fidanzato Chong-su di "lavarle via tutto lo sporco"). Il regista si è fatto le ossa con il cinema erotico, per poi passare alle commedie sentimentali: qui sembra voler combinare i due generi, ma l'equilibrio non è del tutto soddisfacente. In generale i personaggi mi sono parsi poco focalizzati, a partire dal protagonista Toru, spettatore troppo impassibile di gran parte delle vicende che gli capitano attorno (compresa la propria!). Il titolo internazionale è "Kabukicho Love Hotel".

19 giugno 2016

L'effet aquatique (Sólveig Anspach, 2016)

L'effet aquatique
di Sólveig Anspach – Francia/Islanda 2016
con Samir Guesmi, Florence Loiret Caille
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Innamorato dell'istruttrice Agathe, l'operaio Samir si iscrive alla piscina comunale di Montreuil e finge di non saper nuotare per poter prendere lezioni da lei. Le cose si complicheranno quando Agathe si reca in Islanda per partecipare a un congresso internazionale, e Samir la segue spacciandosi per il delegato israeliano. Simpatica commedia romantica franco-islandese, con personaggi bizzarri (i custodi della piscina; i due islandesi che ospitano Agathe e Samir, consiglieri municipali a giorni alterni; in generale, tutti i personaggi di contorno), situazioni esilaranti (il discorso improvvisato di Samir al convegno) e tanti momenti divertenti, nonostante una sceneggiatura un po' improvvisata, che passa da una situazione all'altra saltando di palo in frasca e senza preavviso (a un certo punto Samir perde la memoria, e sarà Agathe, che nel frattempo ha capito di ricambiare il suo affetto, a cercare di conquistarlo). Il suo maggior pregio è quello di fondere bene lo spirito caldo e romantico del cinema francese con l'ambientazione nordica, fredda e surreale. È purtroppo l'ultimo film della regista, morta di tumore alla fine delle riprese.

Nahid (Ida Panahandeh, 2015)

Nahid (id.)
di Ida Panahandeh – Iran 2015
con Sareh Bayat, Pejman Bazeghi
**1/2

Visto al cinema Ariosto, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Nahid, divorziata e con un figlio a carico, si barcamena come può con un umile lavoro di dattilografa e cronici problemi di soldi per pagare l'affitto di casa e gli studi di un figlio che sembra invece più interessato a bighellonare per strade e locali, seguendo così le orme di un padre scapestrato e nullafacente, ex tossicodipendente che vive di scommesse clandestine. La donna avrebbe la possibilità di rifarsi una vita con un Masood, benestante proprietario di un albergo sulla spiaggia (la vicenda si svolge in una città nel nord del paese, sulle rive del Mar Caspio), che le chiede di sposarlo. Ma se la notizia della loro relazione giungesse alle orecchie del primo marito, lei perderebbe l'affidamento del figlio: e dunque è costretta a tenerla nascosta anche al bambino. Ennesimo film iraniano sulla condizione della donna, con una protagonista messa di fronte a una difficile scelta: continuare a sacrificarsi per il figlio o pensare alla propria felicità? Intenso ed equilibrato, il film finisce però per girare in cerchio e un po' a vuoto, anche se è interessante per come mette in scena alcune dinamiche sociali dell'Iran moderno (come il meccanismo dei "matrimoni temporanei", da rinnovare di mese in mese, al quale ricorrono Nahid e Mansoor), dove il desiderio di indipendenza e di autodeterminazione della donna è ancora tenuto a freno dai legami familiari e sociali.

Fiore (Claudio Giovannesi, 2016)

Fiore
di Claudio Giovannesi – Italia 2016
con Daphne Scoccia, Josciua Algeri
*1/2

Visto al cinema Ariosto (rassegna di Cannes).

Daphne, giovane ladruncola che vive di rapine e di espedienti, viene arrestata e rinchiusa in un carcere minorile. Qui conosce Josh e se ne innamora. Ma portare avanti la loro relazione sarà difficile, visto che in prigione i maschi e le femmine sono tenuti separati e non si possono incontrare se non in brevi e fugaci momenti. Fra luoghi comuni (gli adolescenti ribelli e problematici, l'amore come forza per restare a galla in un mondo duro e incomprensivo, il rapporto con i genitori) e un'ambientazione claustrofobica e opprimente, un film non brutto ma sicuramente poco interessante, così come poco interessanti sono i suoi personaggi. Con pellicole così, purtroppo, il cinema italiano non va da nessuna parte. Ah, dimenticavo: almeno metà dei dialoghi sono inintellegibili, per via di una pessima dizione o di una scarsa qualità del sonoro in presa diretta. Come ho già scritto in più occasioni, bisognerebbe tornare alla sana abitudine di doppiare anche certi film italiani, come si faceva una volta. Valerio Mastandrea è il padre di Daphne.

18 giugno 2016

Neruda (Pablo Larraín, 2016)

Neruda
di Pablo Larraín – Cile/Argentina 2016
con Gael García Bernal, Luis Gnecco
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Visionario biopic su Pablo Neruda (interpretato da un somigliantissimo Luis Gnecco), concentrato sui mesi fra il 1948 e il 1949, quando il poeta cileno – a quei tempi anche impegnato in politica ed eletto come senatore – fu costretto a darsi alla clandestinità per sfuggire alla persecuzione e all'arresto da parte del governo autoritario del presidente Videla. Il film rappresenta Neruda come un personaggio a tutto tondo, senza nasconderne le tante contraddizioni: le idee comuniste, l'esuberanza artistica, ma anche il carattere narcisistico e soprattutto l'edonismo (la scena in cui una militante gli chiede se, quando finalmente arriverà il comunismo e saranno tutti uguali, "saranno tutti come me o come lei?" è magistrale). Il vero colpo di genio è però quello di rendere narratore dell'intera vicenda – grazie alla sua voce fuori campo – il poliziotto che gli dà ossessivamente la caccia, l'ispettore Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), che man mano che passa il tempo si rivela essere una proiezione dello stesso Neruda, un personaggio tragico con cui il poeta ammanta di romanticismo (come nei romanzi polizieschi che ama tanto leggere) il proprio esilio e la propria fuga. Lo stesso Peluchoneau si rende conto, a un certo punto, di essere una figura di finzione, creata dall'immaginazione stessa dell'uomo di cui è alla ricerca. E tutto ciò raggiunge il culmine nelle sequenze dell'avventurosa fuga del poeta attraverso la cordigliera delle Ande per raggiungere prima l'Argentina e poi l'Europa (a Parigi, dove lo aspettava l'amico Picasso), fra montagne e distese innevate, con momenti che sembrano uscire da un western di frontiera. Intenso, lirico e strabordante, il film intreccia i temi dell'arte, della vita e della politica rendendoli indistricabili, e sfrutta nel migliore dei modi una fotografia retrò, calda e avvolgente, spesso sovraesposta o controluce. Il presidente Videla è interpretato da Alfredo Castro, l'attore feticcio di Larraín. La colonna sonora fa ampio uso di musica classica (Penderecki, Grieg, Ives e Mendelssohn).

17 giugno 2016

The salesman (Asghar Farhadi, 2016)

The salesman (Forushande)
di Asghar Farhadi – Iran/Francia 2016
con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Costretti ad abbandonare all'improvviso la loro casa perché l'edificio è a rischio di crollo, i coniugi Emad e Rana si trasferiscono in un altro appartamento, messo a loro disposizione da un amico. Ma una sera, mentre la donna è sola in casa, viene aggredita da un intruso. L'incidente comincia a minare il rapporto fra marito e moglie, anche perché Emad, più che a comprendere il trauma subito da Rana e a starle vicino, sembra deciso soltanto a rintracciare il responsabile e vendicarsi, forse per vincere i sensi di colpa per non essere stato presente e non aver saputo difendere la moglie. Lei, invece, preferirebbe perdonare e dimenticare. Come nei suoi film precedenti, Farhadi mette in scena il dramma di una coppia che scopre che il proprio matrimonio – proprio come le mura della casa in cui viveva – è a rischio di crollo per via di crepe che appaiono all'improvviso. L'intesa e la sintonia che sembrava legarli (appartengono entrambi a una classe culturalmente aperta ed elevata: Emad insegna letteratura al liceo, e tutti e due sono attori teatrali, impegnati in una rappresentazione di "Morte di un commesso viaggiatore" di Arthur Miller, da cui il titolo della pellicola) si rivela fragile di fronte alle avversità della vita reale (che viaggia in parallelo a quelle rappresentate sul palcoscenico) e ai differenti modi di reagirvi. Ancora una volta il regista iraniano si conferma attento alla psicologia dei suoi personaggi, che ritrae con sottigliezza e sensibilità, anche se nel complesso il film (che pure ha vinto a Cannes il premio per la miglior sceneggiatura ed è valso a Hosseini quello per il miglior attore) si rivela più esile dei precedenti e si ravviva soltanto nel finale, quando viene messo in scena il lungo e intenso confronto con il responsabile dell'aggressione a Rana.

Ma vie de courgette (Claude Barras, 2016)

Ma vie de courgette
di Claude Barras – Svizzera/Francia 2016
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Dopo aver provocato senza volerlo la morte della madre alcolizzata (il padre, invece, è fuggito di casa), il novenne Icare, detto "Zucchina", finisce in una struttura che ospita orfani o bambini abbandonati dai genitori, ciascuno con la sua triste storia. Ma tutti insieme, grazie a un'amicizia che si cementa con il passare del tempo, sapranno reagire alle avversità per garantirsi, almeno alcuni di loro, un futuro migliore. Dal romanzo "Autobiografia di una zucchina" di Gilles Paris, adattato da Céline Sciamma (la regista di "Tomboy"), un film d'animazione in stop motion che mostra sullo schermo, in maniera delicata e comprensibile agli stessi bambini, i traumi dell'abbandono o della separazione violenta dai genitori. Merito, prima ancora che dei dialoghi o della narrazione, dello stile visivo: dall'espressività dei personaggi, i cui occhi giganteschi e spalancati evidenziano la tristezza, la paura, la titubanza e le emozioni, al design generale di personaggi e ambienti, con immagini semplici e naif che intendono riproporre il punto di vista di un bambino (il romanzo originale era scritto in prima persona), filtrando attraverso gli occhi dell'innocenza anche i temi più scabrosi. Forse un tantino costruito a tavolino per commuovere, soprattutto nel finale: ma senza dubbio efficace e meritevole per come sa affrontare questioni difficili senza banalizzarle né scadere nel melodramma. Resto però convinto che per comunicare certi argomenti ai bambini sia meglio usare il linguaggio della fiaba o dei simboli che non spiattellare loro in faccia la realtà. Oltre alla simpatia del protagonista (e degli altri personaggi), nel cuore e nella memoria restano alcune trovate brillanti, come il "meteo dei bambini", tramite il quale i piccoli ospiti dell'istituto comunicano il loro umore.

16 giugno 2016

Bacalaureat (Cristian Mungiu, 2016)

Bacalaureat
di Cristian Mungiu – Romania 2016
con Adrian Titieni, Maria-Victoria Dragus
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alla vigilia della prima prova dell'esame di maturità, la giovane Eliza, studentessa modello, è vittima di un'aggressione con tentativo di stupro. Incolume ma sotto shock e con un polso lussato, la ragazza rischia di non rendere al meglio durante gli esami e di non raggiungere così la media necessaria per vincere una borsa di studio e trasferirsi in un college in Inghilterra, come – ancora più di lei – sogna il padre Romeo. L'uomo, un medico serio e stimato da tutti, decide così di mettere da parte la propria integrità, affidandosi a una rete di favori e di amicizie per "garantirsi" che i voti della figlia siano quelli sperati. Vincitore a Cannes del premio per la miglior regia, il film di Mungiu è un lucido e incisivo studio sull'onestà e i compromessi morali, tutto incentrato su un protagonista che vede, nel giro di pochi giorni, crollare il castello di certezze che si è costruito in un'intera vita. Convinto di avere il controllo su ogni cosa e di agire nel giusto, all'insegna del machiavellico "il fine giustifica i mezzi", Romeo sottopone sé stesso e la figlia a un profondo conflitto etico. Anche perché ha ormai perduto ogni illusione sul futuro del proprio paese: non vuole che la figlia rimanga in Romania e commetta i suoi stessi errori, e ha trasferito su di lei le proprie speranze di riscatto e di rivincita. Sarà invece proprio Eliza, con la sua determinazione, a costringerlo a cambiare e ad uscire dall'ipocrisia della sua vita (accettando la realtà degli altri e chiarendo finalmente le cose con la moglie e l'amante). Ricco di momenti significativi, il film ha una certa "vibrazione" alla Haneke, sin dalle scene iniziali del lancio di pietre che mandano in frantumi il vetro di casa e più tardi il parabrezza dell'automobile (che il responsabile sia il piccolo Matei, il figlio dell'amante di Romeo?), per proseguire con la sequenza del cane investito o del dialogo – in cima alla seggiovia – fra il medico e l'amico poliziotto, metafora del tempo che trascorre e cambia il modo di vedere le cose. Il finale, a suo modo liberatorio, è figlio di una – finalmente – serena accettazione.

15 giugno 2016

I, Daniel Blake (Ken Loach, 2016)

I, Daniel Blake
di Ken Loach – GB 2016
con Dave Johns, Hayley Squires
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo quarant'anni di lavoro come carpentiere in una segheria, Daniel Blake ha dovuto smettere a causa di un infarto. Ma per un cavillo gli viene negato l'assegno di invalidità: l'uomo è così costretto a una lunga trafila fra uffici e call center per cercare di far valere i propri diritti, vittima di una burocrazia ottusa e ridicola che sembra fare apposta a mettergli i bastoni fra le ruote. Intenzionato a non darsi per vinto e al tempo stesso a non perdere la propria dignità, Daniel le prova tutte, e nel frattempo stringe amicizia con Katie, madre single con due figli a carico, a sua volta disoccupata e alla disperata ricerca di una fonte di sostentamento. Ken Loach ha sempre fatto film "politici", e questo – premiato a Cannes con la Palma d'Oro, la seconda per il regista britannico dopo "Il vento che accarezza l'erba" nel 2006 – non solo non è da meno, ma è forse uno dei suoi lavori più esplicitamente di denuncia sociale. È un film cupo e pessimista, che mette al centro un vecchio lavoratore tagliato completamente fuori dal nuovo mondo "digitale" che si è formato intorno a lui, prigioniero di un meccanismo statale e burocratico che sembra aver perso di vista il proprio fine, in una società dove soltanto la solidarietà fra poveri, che si aiutano e sostengono a vicenda, può offrire qualche spiraglio di speranza e di fiducia per il futuro. Ma come tutti i film a tema, ha naturalmente i suoi limiti: nonostante la calda umanità del protagonista e la cura psicologica della sceneggiatura nel descrivere le tribolazioni di Katie, la Newcastle in cui si svolge la storia sembra troppo costruita per essere vera, e tutti i personaggi con cui interagisce Daniel non hanno personalità al di là del loro ruolo nelle sue vicende. Ma il brusco finale (con la lettera di Dan letta da Katie, quasi un manifesto per rivendicare la propria dignità di uomo e di lavoratore) è senza dubbio commovente.

Sieranevada (Cristi Puiu, 2016)

Sieranevada
di Cristi Puiu – Romania 2016
con Mimi Branescu, Bogdan Dumitrache
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In occasione della commemorazione della morte del padre Emil, tutta la famiglia di Lary (Branescu) si riunisce a casa della madre. Ma è il prete è in ritardo, e nell'attesa del suo arrivo (e di poter cominciare a mangiare) i commensali chiacchierano del più e del meno. Interminabile (dura quasi tre ore) dramma da camera che si svolge tutto in spazi angusti e limitati, con la macchina da presa collocata nell'ingresso del piccolo appartamento, sul quale si aprono e si chiudono le porte delle varie stanze, e che cattura le conversazioni (realistiche e forse improvvisate: sono pochissimi i momenti in cui si percepisce un lavoro di scrittura) attraverso lunghi piani sequenza, mentre una radio in cucina trasmette canzoni italiane (da De André a Loretta Goggi!). Se inizialmente si parla di politica (con l'inevitabile nostalgica del vecchio regime comunista), di complottismo (si discute ancora dell'attentato alle Torri Gemelle), di salute e di medicina, man mano che passa il tempo vengono alla luce i contrasti e gli altarini di famiglia. Una cugina porta a casa un'amica straniera ubriaca, mettendo scompiglio nell'appartamento; uno zio fedifrago scatena pianti e accuse incrociate; e il dramma va di pari passo con le risate soffocate di Lary. Raccontata quasi in tempo reale e con una regia assai precisa, a questa riunione di famiglia manca l'intensità (presente solo a tratti) che consentirebbe la partecipazione emotiva di uno spettatore che, nonostante la durata, non fa in tempo a conoscere e ad approfondire quasi nessun personaggio. Tutto sembra fine a sé stesso, e di davvero interessante c'è soltanto la commemorazione vera e propria, con la cerimonia cantata del prete ortodosso e il rituale dell'abito del morto, indossato in sua vece da un famigliare. Misterioso il titolo.

14 giugno 2016

Cannes e dintorni 2016

Da oggi si parte con la rassegna milanese dei film dell'ultimo Festival di Cannes, che durerà per una settimana. Fra le pellicole che vedrò ci sono la Palma d'Oro ("I, Daniel Blake" di Ken Loach) e i film di Xavier Dolan, Pablo Larrain, Asghar Farhadi e Cristian Mungiu. Quelli di Almodóvar e Winding Refn li ho già visti in sala nei giorni scorsi, mentre purtroppo mancano all'appello (fra gli altri) Verhoeven, Jarmusch, Assayas e Koreeda. Come ogni anno, la rassegna è integrata da pellicole provenienti da altri festival (fra cui il giapponese "Tokyo love hotel" di Hiroki Ryuichi dal Far East Film Festival di Udine).

13 giugno 2016

The neon demon (Nicolas Winding Refn, 2016)

The neon demon (id.)
di Nicolas Winding Refn – Danimarca/Francia/USA 2016
con Elle Fanning, Jena Malone
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Jesse (Elle Fanning), sedicenne proveniente da un paesino di provincia, si è trasferita a Los Angeles dove aspira fare la modella. Qui la sua bellezza – ma soprattutto la sua purezza e la sua luce interiore – conquistano subito tutti: viene così assunta da un'agenzia e scelta da un importante stilista come sua musa. Il rapido successo, però, le procura anche l'invidia di altre modelle già affermate e ossessionate dal desiderio di rimanere al centro dei riflettori... Thriller psicologico che nel finale si trasfigura, cambiando improvvisamente registro e assumendo venature horror, esplicitando in chiave estrema il concetto del "cannibalismo" della bellezza di cui si nutrono tutti coloro che fanno parte del mondo della moda (la dicotomia fra cibo e sesso, fra l'altro, è introdotta quasi subito, nel discorso a proposito dei colori dei rossetti). Con il suo candore e la sua innocenza, Jesse pare una vittima predestinata in un mondo che si nutre di giovani donne per masticarle e sputarle non appena non sono più all'altezza (oltre che preda ideale, indistintamente, di uomini e di animali feroci), mentre l'unico che sembra interessarsi a lei non solo per il suo aspetto, il giovane Dean (Karl Glusman), viene respinto dalla stessa ragazza una volta che comincia a "integrarsi" nel sistema. Ma la sua bellezza, ciò che le dà "potere" sugli altri, è anche estremamente pericolosa... Con atmosfere fra il Lynch di "Mulholland Drive" e l'Aronofsky de "Il cigno nero", il film scorre sul filo degli eccessi. Il regista danese (che nei titoli di testa si firma con la sigla "NWR", come un marchio di moda) si appoggia a un'estetica pop e da video-arte, fra luci, colori, musica elettronica (di Cliff Martinez) e movimenti di macchina che danno vita a sequenze oniriche e psichedeliche, e compensa con lo stile un soggetto in fondo più banale di quando non appaia a prima vista, perfetto per un mondo crudele ma artificiale, dove dietro la bellezza non c'è altro che vacuità e vanità. Jena Malone è Ruby, la truccatrice lesbica che dedica il suo lavoro (e le sue attenzioni) sia alle modelle che ai cadaveri dell'obitorio; Abbey Lee e Bella Heathcote sono le colleghe di Jesse. Nel cast anche Keanu Reeves (il gestore del motel), Christina Hendricks (la direttrice dell'agenzia), Desmond Harrington (il fotografo) e Alessandro Nivola (lo stilista).

11 giugno 2016

Fahrenheit 451 (François Truffaut, 1966)

Fahrenheit 451 (id.)
di François Truffaut – GB/USA/Francia 1966
con Oskar Werner, Julie Christie
***

Rivisto in DVD.

Considerato dallo stesso regista il suo lungometraggio dalla realizzazione più "faticosa", questo adattamento del romanzo di Ray Bradbury è un lavoro decisamente atipico nella carriera di Truffaut: si tratta del suo primo (e unico) film girato all'estero e in lingua inglese, del suo primo film a colori, e del primo (e unico) di genere fantascientifico, anche se sarebbe più preciso dire distopico. Il testo di Bradbury ha infatti contribuito, insieme a "1984" di Orwell, a fondare il filone, stabilendo tutti quei luoghi comuni che caratterizzeranno un genere che resterà particolarmente in voga negli anni sessanta e settanta (da "THX 1138" a "la fuga di Logan"). In una società futura in cui leggere è proibito (perché "i libri rendono la gente infelice e antisociale"), il protagonista Montag fa parte del corpo dei pompieri, ovvero di coloro che sono incaricati di bruciare i libri che la gente, ostinatamente, continua a tenere nascosti nelle proprie case. Montag non sembra aver dubbi, esegue ciecamente gli ordini e segue le regole che gli vengono imposte senza interrogarsi sul perché. Eppure è diverso dagli altri suoi colleghi: a un certo punto, spinto dalla curiosità instillatagli da una misteriosa ragazza, si azzarda a leggere uno dei volumi che sequestra e scopre che al suo interno ci sono vita, sentimenti, emozioni, ovvero tutto ciò che nel mondo attorno a lui è ormai assente, fra persone tenute nell'ignoranza, anestetizzate dal conformismo (è vietato anche avere capelli lunghi!), dai farmaci e dalla televisione (onnipresente in ogni casa, con schermi giganti a parete, da cui sono dipendenti soprattutto le donne: casalinghe che si illudono di far parte di una "grande famiglia" e che chiamano "cugine" le annunciatrici televisive). Insomma, un mondo popolato da automi, privi di emozioni e di veri rapporti umani, e paradossalmente pronti in ogni istante a denunciare il prossimo (e anche i propri familiari) per presunti comportamenti antisociali.

Pur essendo tecnicamente un film di fantascienza, sullo schermo c'è poco spazio per la tecnologia futuristica e gli effetti speciali (da citare i suddetti schermi televisivi, praticamente identici a quelli odierni, interattività compresa; i veicoli, fra cui spicca una metropolitana sospesa; e gli edifici, freddi, moderni e razionali), perché l'attenzione di Truffaut è rivolta agli aspetti sociali e ideologici della vicenda, alla rappresentazione di una società che ha volontariamente messo al bando la cultura scritta per poter meglio controllare i suoi cittadini. L'intuizione più geniale, non a caso, è quella della comunità di ribelli alla quale Montag finirà con l'unirsi: gli "uomini libro", che vivono clandestinamente in aperta campagna e ognuno dei quali ha imparato a memoria un libro, da tramandare di generazione in generazione, per evitare che scompaia per sempre. Il titolo "Fahrenheit 451" si riferisce alla temperatura alla quale bruciano i libri, corrispondendente a 232,7 gradi Celsius (in realtà pare che sia più bassa): il numero 451, insieme a una salamandra stilizzata, compare sulle caserme e sulle divise del corpo dei pompieri. Oskar Werner (Montag) aveva già recitato per Truffaut in "Jules e Jim". Julie Christie interpreta un doppio ruolo: Linda (la moglie di Montag) e Clarisse (la ribelle che instilla nel protagonista i primi germi della curiosità per la lettura), ovvero i due estremi del conformismo e dell'anticonformismo nella vita di Montag. Da notare che i titoli di testa sono letti a voce anziché essere scritti sullo schermo (come avevano fatto Orson Welles ne "L'orgoglio degli Amberson" e Jules Dassin ne "La città nuda", ma qui la trovata è molto più in contesto). La colonna sonora è di Bernard Herrman, il compositore preferito da Alfred Hitchcock, da sempre ammirato dal regista francese. Fra i tantissimi libri che si vedono bruciare sullo schermo (compreso il "Mein Kampf" di Hitler), c'è anche una copia dei "Cahiers du Cinéma", la rivista sulla quale scriveva lo stesso Truffaut. Anche Bradbury è citato esplicitamente (uno degli "uomini libro", infatti, è "Le cronache marziane").

9 giugno 2016

Julieta (Pedro Almodóvar, 2016)

Julieta (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2016
con Emma Suárez, Adriana Ugarte
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Quando riceve per via traverse notizie della figlia Antía, di cui non sapeva più nulla da dodici anni, la madrilena Julieta si tuffa nei ricordi, rievocando gli ultimi trent'anni della propria vita: dal primo incontro con Xoan, il pescatore di cui si innamora e che sarà il padre di Antía, alla vita trascorsa insieme prima della scomparsa dell'uomo in mare; dal periodo di depressione vissuto con la figlia adolescente, alla misteriosa partenza di quest'ultima e al tentativo di rifarsi una vita con un nuovo conoscente. Tratto da alcuni racconti di Alice Munro, un melodramma che parla di addii e di separazioni, di perdite e di sensi di colpa: a partire dal primo e fugace incontro con uno sconosciuto in treno, del cui suicidio la protagonista si sente responsabile e il cui ricordo resterà vivo nella sua mente, per proseguire con l'abbandono dei famigliari (il compagno, la figlia, i genitori: a volte Julieta è abbandonata, altre volte – come con il padre – è lei ad abbandonare). Altro tema ricorrente è quello della malattia e di come questa trasformi non tanto chi ne è colpito ma i cari che lo accudiscono: la moglie di Xoan (in coma da anni), la madre di Julieta (nella casa di campagna) e lei stessa (nella sua fase di depressione) hanno al loro fianco qualcuno che li sostiene ma che contemporaneamente pensa a sé stesso, al "dopo", a costruirsi un'altra vita senza il fardello che li opprime (Xoan e il padre di Julieta, una volta morte le rispettive mogli e anzi ancora prima, si trovano subito una nuova compagna; Antía pianifica la fuga e rinnega ogni cosa della vita precedente, persino l'amicizia con l'inseparabile Beatriz). La dimensione spirituale del personaggio principale, insegnante di letteratura classica, è accompagnata dalla mitologia: sembra quasi che ogni evento e ogni persona della sua vita si possa ricondurre a un mito greco, a partire dall'amato Xoan, inghiottito dal mare come un Ulisse che non può mettere radici sulla terra, mentre la stessa Julieta è una Penelope che attende invano il ritorno della figlia. La regia di Almodóvar è attenta ai dettagli e gioca come sempre con i colori (vedi l'abbigliamento di Julieta, che passa dall'azzurro al rosso e al bianco: ma i toni del passato perdono vivacità man mano che ci avviciniamo al presente), anche se la sceneggiatura manca un po' di focus e si perde in rivoli che non portano a nulla (ma così è la vita vera). Il risultato, paradossalmente, è un film stratificato ma senza particolare profondità, da ascrivere al filone più serio, realistico e meno "trasgressivo" del regista spagnolo (quello cui appartengono "Volver" e "Il fiore del mio segreto", per intenderci). Adriana Ugarte e Emma Suárez sono rispettivamente la Julieta giovane e invecchiata. Dopo alcuni film in cui mancava, si rivede Rossy de Palma (nei panni della governante Marian).

8 giugno 2016

71 frammenti di una cronologia del caso (M. Haneke, 1994)

71 frammenti di una cronologia del caso (71 Fragmente einer Chronologie des Zufalls)
di Michael Haneke – Austria/Germania 1994
con Gabriel Cosmin Urdes, Lukas Miko
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Prendendo spunto da un fatto di cronaca avvenuto a Vienna l'anno prima (uno studente diciannovenne fa fuoco nella filiale di una banca, alla vigilia di Natale, uccidendo tre persone prima di suicidarsi, apparentemente senza motivo), Haneke "costruisce" un film che racconta in parallelo, attraverso una serie di frammenti di durata diversa (da pochi secondi a svariati minuti) e separati l'uno dall'altro da uno stacco nero, le vite dei vari personaggi che si ritroveranno alla fine nella banca. Seguiamo così le esistenze dello studente in questione, fra studi, allenamenti di ping pong, giochi con gli amici, telefonate ai genitori e la decisione (di cui non viene spiegato il perché) di acquistare una pistola; di una coppia in cerca di un bambino da adottare; di un piccolo profugo rumeno che bighellona per il centro della città, prima di essere preso dalla polizia e affidato ai servizi sociali; dell'anziano padre di una delle impiegate di banca, che vive da solo e senza affetti; di una guardia portavalori e della sua famiglia... Il tutto inframmezzato da spezzoni di telegiornali che raccontano eventi dell'epoca (la guerra in Bosnia, scioperi, attentati). Come nei precedenti "Il settimo continente" e "Benny's video", Haneke è interessato a mostrare come il male, la follia e la tragedia possano sorgere o irrompere all'improvviso nelle vite quotidiane di persone comuni. Si spiegano così le lunghe sequenze di normale banalità (da ricordare, in particolare, il lungo allenamento a ping pong e la telefonata dell'anziano genitore con la figlia), l'apparente mancanza di collegamento fra i vari personaggi, l'insensatezza della violenza che esplode all'improvviso nel finale: un'assurda strage della follia che finisce col diventare solo una delle tante notizie del telegiornale, senza alcun approfondimento, fra un bollettino di guerra e una cronaca su Michael Jackson. I vari frammenti sono caratterizzati da dialoghi assenti o estremamente rarefatti, quasi a mettere in luce la solitudine delle persone e la fragilità dei legami sociali, familiari, di amicizia. I singoli individui sono a loro volta dei "frammenti" della società, con difficoltà a interagire e spesso lasciati a sé stessi e alla deriva ("La gente qui pensa ai fatti suoi", afferma il giovane profugo per spiegare come ha potuto sopravvivere per tanto tempo da solo, vivendo di furti e di espedienti). Temi che il regista austriaco tornerà ad affrontare, in particolare in "Storie - Code inconnu".

6 giugno 2016

Che ho fatto io per meritare questo? (P. Almodóvar, 1984)

Che ho fatto io per meritare questo? (Qué he hecho yo para merecer esto!!)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1984
con Carmen Maura, Verónica Forqué
**1/2

Visto in divx.

Le vicende di una famiglia disfunzionale, ambientate in un caseggiato nella periferia di Madrid, sono al centro di una pellicola quasi corale, ricca di personaggi eccentrici e di situazioni sopra le righe. Gloria (Carmen Maura) lavora come donna delle pulizia e conduce una vita miserabile, cercando a fatica di far quadrare i conti del bilancio familiare. Il marito Antonio (Ángel de Andrés López), tassista, vive nel ricordo della sua prima fiamma, la cantante tedesca Ingrid Muller. Il figlio maggiore Toni (Juan Martínez) vende marijuana ed è l'unico che sembra andare d'accordo con la nonna (Chus Lampreave), una vecchietta taccagna e sciroccata, mentre il figlio minore, Miguel (Miguel Ángel Herranz), è gay e si prostituisce nonostante la giovane età. Fra i personaggi che si muovo attorno a loro, e le cui strade si intrecciano in continuazione, ci sono le vicine di casa Cristal (Verónica Forqué), prostituta con la passione per i travestimenti, e Juani (Kiti Manver), che maltratta ripetutamente la figlia Vanessa (dotata, all'insaputa di tutti, di poteri telecinetici). Ma anche Lucas (Gonzalo Suárez) e Patricia, coppia di scrittori alcolizzati. E ancora: uno psicanalista depresso, un poliziotto impotente, un dentista pedofilo, un ramarro domestico... Fra falsi diari di Hitler e delitti in famiglia, il quarto film di Almodóvar, quello che lo fece uscire dai confini del cinema underground per consacrarlo a livello nazionale, nonostante una certa mancanza di focus (alcuni personaggi minori lasciano il tempo che trovano) risulta complessivamente coerente ed equilibrato, oltre in linea con la sua poetica kitsch, fantasiosa e alternativa, con particolare attenzione ai personaggi femminili e a quelli più disagiati ed emarginati. Anche se non dichiaratamente comico, il tono è leggero e non si prende mai sul serio, risultando surreale e divertente: e questo nonostante il regista abbia dichiarato di aver voluto rendere omaggio al neorealismo italiano, con un film che fosse un "ritratto pulsante della vita suburbana nelle grandi città". In ogni caso, a livello formale rappresenta un deciso passo in avanti rispetto ai lavori precedenti. Cecilia Roth è la ragazza dell'annuncio pubblicitario in tv, mentre lo stesso Almodóvar appare cantando (in playback) in un programma trasmesso in televisione.

4 giugno 2016

Blade: Trinity (David S. Goyer, 2004)

Blade: Trinity (id.)
di David S. Goyer – USA 2004
con Wesley Snipes, Jessica Biel
*1/2

Visto in DVD.

La trilogia del cacciatore di vampiri Blade si conclude con quello che senza dubbio è il più debole dei tre film. Questa volta lo sceneggiatore David S. Goyer si incarica anche della regia e sembra voler legare maggiormente la franchise alle sue origini fumettistiche (in una scena si intravede persino un numero di "Tomb of Dracula", la serie a fumetti Marvel da cui proviene il personaggio). Ecco dunque che il protagonista trova nuovi alleati nei Nightstalkers, un gruppo di giovani cacciatori di vampiri di cui fanno parte, fra gli altri, il sarcastico Hannibal King (Ryan Reynolds) e la coraggiosa Abigail Whistler (Jessica Biel), figlia del suo vecchio mentore (Kris Kristofferson) che in questa occasione, e stavolta per davvero, esce di scena. L'avversario, inoltre, è proprio Dracula (Dominic Purcell), il primo e più antico dei vampiri, risvegliato per l'occasione dal suo sonno centenario, che ora si fa chiamare Drake. Ma ogni spunto potenzialmente interessante (dai vampiri che "incastrano" Blade, mettendolo nel mirino della polizia e dell'FBI, che lo ricerca per omicidio; al tentativo di Nightstalkers di creare un virus che, combinato con il sangue di Dracula, distrugga all'istante tutti i vampiri del mondo) è neutralizzato da uno sviluppo piatto e da una regia fracassona e molto meno visionaria o inventiva di quella, per esempio, di Del Toro nel secondo capitolo. I siparietti comici affidati a Reynolds cadono nel vuoto (con la possibile eccezione della scena con i cani) e l'interazione fra i personaggi non convince (pare che Snipes sul set non andasse d'accordo né col regista né con gli altri attori). Piccole parti per Parker Posey, Natasha Lyonne e James Remar. La traduzione italiana altera alcuni termini rispetto ai due film precedenti (usando per esempio "familiare" al posto di "discepolo").

3 giugno 2016

Blade II (Guillermo del Toro, 2002)

Blade II (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2002
con Wesley Snipes, Kris Kristofferson
**

Rivisto in DVD.

Il secondo film di Blade è sicuramente migliore del primo per regia (Del Toro!), confezione, fotografia ed effetti speciali, e schiaccia maggiormente il pedale dell'azione e dell'horror. Peccato per una trama poco originale e per una sceneggiatura che nel finale, fra sorprese, tradimenti e colpi di scena, si rivela non priva di buchi logici. Questa volta Blade (Snipes) è costretto ad allearsi con i suoi nemici, i vampiri, che gli chiedono una tregua per affrontare insieme una minaccia comune: una nuova specie di succhiasangue, nati da da una variante del virus del vampirismo, dotati di capacità sovrumane, fattezze mostruose (la mandibola che si apre, l'aspetto malaticcio alla Nosferatu) e immuni all'argento e all'aglio (ma non alla luce del sole), che predano non solo gli esseri umani ma anche e soprattutto gli stessi vampiri. Blade si ritrova così a guidare l'Emobranco, unità d'èlite di combattenti fra i quali spiccano la bella Nyssa (Leonor Varela), figlia del capo supremo dei vampiri, e l'infido Reinhardt (Ron Perlman, l'attore feticcio di Del Toro). Oltre al protagonista, l'unico personaggio che ritorna dal film precedente è il vecchio mentore Whistler (Kristofferson), che si scopre non essere morto ma solo tenuto prigioniero dei vampiri per un paio di anni. Nel frattempo Blade si è procurato un nuovo assistente e armaiolo, più giovane: Scud (Norman Reedus). Nella prima parte del film è reso ancora più esplicito il parallelo fra vampiri e tossicodipendenti, che vanno in crisi d'astinenza quando non possono più bere sangue: peccato che la metafora si perda man mano che la pellicola procede e si trasforma in un action movie simile a tanti altri. Come spesso capita con Del Toro, al fascino di forma e immagini corrisponde poca sostanza dal lato dei contenuti. Il terzo e ultimo film della trilogia sarà diretto direttamente dallo sceneggiatore, David S. Goyer.

2 giugno 2016

Blade (Stephen Norrington, 1998)

Blade (id.)
di Stephen Norrington – USA 1998
con Wesley Snipes, Stephen Dorff
**

Rivisto in DVD.

Il cacciatore di vampiri Blade (Snipes) è un "diurno" (ovvero un dhampir, un uomo nato da una donna che era stata vampirizzata mentre era incinta), con caratteristiche tipiche delle creature della notte (forza, agilità e resistenza oltre la norma, ma anche sete di sangue, che tiene a bada con un particolare siero) ma senza le loro debolezze (non teme la luce del sole, per esempio). Con l'aiuto dell'anziano Whistler (Kris Kristofferson), suo mentore e armaiolo, vaga di città in città per stanare ed eliminare i vampiri che si nascondono fra la gente comune, usando armi come lame e proiettili d'argento. La sua strada si incrocia con quella del Diacono Frost (Dorff), un vampiro in ascesa nelle gerarchie della sua gente, che intende dominare il mondo risvegliando un'antica divinità. Liberamente ispirato a un personaggio minore dell'Universo Marvel, creato negli anni settanta da Marv Wolfman e Gene Colan per la serie a fumetti "Tomb of Dracula", uno dei primi film "belli", diciamo così, tratti dai comics della Casa delle Idee, anche se fa di tutto per nascondere la sua origine fumettistica. Nonostante un budget limitato e una sceneggiatura che nel finale parte un po' per la tangente, il buon ritmo, la regia attenta, l'atmosfera stilosa e il mood a tratti quasi carpenteriano giustificano il successo di pubblico, che porterà alla realizzazione di ben due sequel (il primo diretto da Guillermo del Toro e il secondo direttamente dallo sceneggiatore David S. Goyer). Apprezzabili anche gli effetti speciali, con uno dei primi esempi di bullet time. Da notare come, ben prima di "Twilight" e rimanendo comunque nei binari dell'action-horror, il film aggiorni la figura del vampiro mostrando succhiasangue giovani, modaioli e che indugiano in rave party a base di sangue. Buono il cast: oltre a Snipes, Dorff e l'inatteso Kristofferson, c'è N'Bushe Wright nei panni dell'ematologa che cerca una cura contro il vampirismo. Brevi parti, inoltre, per Udo Kier e Traci Lords.

30 maggio 2016

Taxi driver (Martin Scorsese, 1976)

Taxi Driver (id.)
di Martin Scorsese – USA 1976
con Robert De Niro, Jodie Foster
****

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Travis Bickle (De Niro), solitario e psicotico reduce dal Vietnam, soffre di insonnia cronica e decide quindi di farsi assumere come tassista notturno. Guidando incessamente per le strade di New York, entra in contatto con un mondo degradato che finisce per esacerbare la sua sociopatia e i suoi disturbi di personalità. La situazione peggiora quando, invaghitosi dell'avvenente Betsy (Cybill Shepherd), attivista che collabora alla campagna del candidato alle elezioni presidenziali Charles Palantine (Leonard Harris), viene da questa respinto. Ossessionato dall'idea di "ripulire la città", trasferisce tutto il suo odio sull'uomo politico, che vede come un simbolo del male imperante. Pianificherà di ucciderlo, ma non riuscendoci si getterà a testa bassa in un violento e sanguinoso scontro a fuoco per salvare una baby prostituta (Jodie Foster) dal suo sfruttatore (Harvey Keitel): e finirà con l'essere osannato dai mass media come un eroe. Uno dei più grandi film di tutti i tempi, capolavoro di Scorsese e dello sceneggiatore Paul Schrader, "Taxi Driver" coglie alla perfezione il malessere sociale ed esistenziale che permeava l'America a metà degli anni settanta, una nazione sconvolta dal trauma della guerra, dagli scandali politici e dalle rivolte sociali. Fu in effetti uno dei primi film a portare sullo schermo i disagi dei reduci del Vietnam, oltre che ad enfatizzare l'ambiguità della figura del "vigilante", mostrando quanto fosse sottile il confine fra bene e male (è solo per caso che Travis passa dall'essere un terrorista al diventare un eroe). Graziato dall'interpretazione di De Niro (cui Scorsese concesse ampio spazio di improvvisazione), il film lanciò definitivamente le carriere parallele dell'attore e del regista, che per lungo tempo continuarono a viaggiare di pari passo, e ha influenzato profondamente l'humus del cinema americano per molti anni a venire.

Schrader, che si ispirò alle memorie di Arthur Bremer (autore nel 1972 di un attentato contro un candidato alla presidenza) e alle "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskij, oltre che all'esistenzialismo di Sartre e Camus, descrive la città come un vero e proprio inferno popolato da anime irrequiete e disperate, fra sporcizia, delinquenza e prostituzione. Investita da un'insolita ondata di calore estivo e deturpata anche da uno sciopero della nettezza urbana, la New York in cui si muove Travis simboleggia in realtà tutte le metropoli del mondo (lo script iniziale era ambientato a Los Angeles, ma la location fu cambiata perché nella città californiana i taxi non sono così diffusi). L'ottima fotografia di Michael Chapman, iperrealista e colorata, esalta questa visione "infernale" di una città notturna, con le strade illuminate dai neon delle insegne e soffocate dal vapore che fuoriesce dai tombini. In generale, Scorsese volle che la consistenza delle immagini ondeggiasse fra la realtà e il sogno, "come se la pellicola fosse ambientata in un limbo dove la coscienza è annebbiata". La regia avvolgente e dinamica, piena di carrelli e di ralenti, supera sé stessa nella virtuosistica sequenza finale dello scontro a fuoco, con la macchina da presa che monitora dall'alto le azioni degli uomini, quasi a volerne prendere le distanze e infine distogliere lo sguardo. La scena, fra l'altro, presenta colori desaturati rispetto al resto del film perché la commissione di censura lamentò che fosse troppo cruenta. La bellissima colonna sonora, opera di Bernard Herrmann, fu l'ultima opera del compositore (che morì prima che il film giungesse nelle sale: la pellicola è dedicata alla sua memoria) e comprende un tema principale col sassofono, mellifuo e malinconico, mentre in sottofondo si odono suoni profondi e dissonanti che simboleggiano la città, i suoi rumori, le sue trappole e la sua decadenza. Il mood jazzistico ben si sposa con un personaggio che vaga alla ricerca di sé stesso.

Immerso in un mondo di vizio, violenza e degrado, il protagonista si illude di essere al di sopra di tutto questo, al punto da vedersi come un angelo vendicatore (la simbologia religiosa, come sempre, in Scorsese è onnipresente), destinato a purificare la città. In realtà Travis ne è parte indissolubile, ne accetta le regole e non ne è immune (come dimostra la sua dipendenza dalla pornografia: ne è talmente assuefatto che gli pare del tutto normale portare Betsy a guardare un film per adulti durante il loro primo appuntamento, perdendo così di colpo ogni possibilità di mantenere un legame con la donna, che pure in qualche modo era da lui attratta e affascinata). La sua psicosi paranoide procede attraverso varie fasi, e la sua trasformazione finale in vigilante è al tempo stesso inevitabile e casuale. Rifiutato non solo da Betsy ma dall'intera società (un rifiuto, questo, che sembra corrisposto, vista la sua escerbata solitudine), Travis cerca faticosamente una nuova ragione per esistere e per tenersi a galla in un mare di follia ed ipocrisia: prova a "riorganizzare la sua vita", acquista armi da fuoco per difendersi (ma gli capiterà ben presto di usarle in altro modo), giunge poi alla convinzione di avere un compito da svolgere (uccidere Palantine). E quando fallisce miseramente anche in questo, è con spirito suicida che corre in aiuto di Iris, finendo per diventare controvoglia un eroe. Non si tratta di un personaggio simpatetico: cineasti e spettatori ne vedono tutta la follia e la psicosi, eppure non si può fare a meno di partecipare alle sue vicende, di "tifare per lui" in alcune occasioni, di assistere con curiosità agli sviluppi della sua storia, quella in fondo di un personaggio anonimo in una metropoli che annulla ogni residuo di umanità (per Iris, la salvezza consisterà nel tornare nel paese di campagna dal quale proviene).

Durante le riprese del film, De Niro stava lavorando contemporaneamente a "Novecento" di Bertolucci e si spostava spesso in aereo da un continente all'altro. La sua interpretazione, una delle più celebri della sua carriera, deve molto anche all'improvvisazione. In particolare, il celebre monologo davanti allo specchio ("Ma dici a me? Dici a me? Non ci sono che io qui...") non era previsto nella sceneggiatura. La scena divenne così popolare che in seguito fu rifatta, citata, parodiata innumerevoli volte (persino dallo stesso De Niro, ne "Le avventure di Rocky e Bullwinkle"!). Certo, in italiano vanta anche il valore aggiunto della voce di Ferruccio Amendola, lo storico doppiatore di De Niro. Anche dialoghi come quello fra Travis e Betsy nel caffè furono improvvisati sul momento. Fra gli elementi del personaggio diventati iconici, da ricordare il taglio alla mohicana che Travis sfoggia al momento in cui tenta di assassinare Palantine: fu scelto perché si trattava di un tipo di acconciatura adottata da molti soldati americani mentre combattevano nella giungla in Vietnam. Quanto al resto del cast, l'allora tredicenne Jodie Foster (che aveva già recitato per Scorsese in "Alice non abita più qui") fu seguita da uno psicologo per assicurarsi che non fosse traumatizzata dall'ambiguità della sua parte. In ogni caso, venne sostituita da una controfigura (la sorella diciannovenne) nella scena in cui accenna a slacciare i pantaloni di Travis. Il ruolo la fece diventare una star, e le procurò anche un pericoloso stalker, John Hinckley Jr., che per attirare la sua attenzione qualche anno più tardi cercò di assassinare il presidente Reagan. Harvey Keitel, protagonista dei primissimi film di Scorsese, recita nel ruolo del magnaccia. Fra gli altri volti si riconoscono Peter Boyle, Albert Brooks e lo stesso Scorsese nei panni del passeggero tradito dalla moglie. Candidato a quattro premi Oscar, il film vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes.

28 maggio 2016

X-Men: Apocalisse (Bryan Singer, 2016)

X-Men: Apocalisse (X-Men: Apocalypse)
di Bryan Singer – USA 2016
con James McAvoy, Michael Fassbender
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

"Il terzo film è sempre il peggiore", afferma un personaggio mentre esce dal cinema dopo aver appena visto "Il ritorno dello jedi" (la storia si svolge infatti nel 1983). Probabilmente Singer intendeva lanciare un meta-commento al terzo capitolo della trilogia originale degli X-Men, "Conflitto finale", guarda caso l'unico non diretto da lui (ed effettivamente il più brutto dei tre). Ma la frase è valida anche se riferita a questa trilogia di prequel, di cui "Apocalisse" è appunto il terzo episodio dopo "X-Men: L'inizio" e "Giorni di un futuro passato". Non che manchi il divertimento: chi da un film di supereroi si attende spettacolari scene d'azione, variopinti poteri, e vivaci dinamiche fra i vari personaggi (particolarmente simpatici i siparietti con Quicksilver e Nightcrawler) non resterà troppo deluso. Ma rispetto ai suoi due predecessori, la storia è parecchio generica, le caratterizzazioni superficiali, le svolte prevedibili e stereotipate, sono assenti i sottotesti sociali e razziali (sostituiti da una vaga metafora religiosa) e si resta con l'impressione di aver assistito semplicemente a un unico, prolungato, artificio per ripristinare lo status quo della franchise, reintroducendo personaggi cardine (Ciclope, Tempesta, Nightcrawler), quasi tutti in versione teen, e formando la squadra che sarà protagonista delle future avventure (manca giusto Wolverine, che comunque si concede un'apparizione nei panni dell'Arma X). Certo, in mezzo ai tanti qualcuno risulta sacrificato: penso a Magneto (Michael Fassbender), ridotto quasi a una figura di contorno (se si eccettua la sequenza in cui perde la moglie e la figlia con cui aveva cercato di rifarsi una vita normale, tornando di conseguenza sulla strada del male); in confronto Mystica (Jennifer Lawrence) sembra invece divenuta un punto di riferimento centrale nella saga, tanto che molti giovani mutanti (a partire da Tempesta) la venerano come un'eroina e un modello da seguire. Eppure, come ho già avuto modo di dire, preferisco di gran lunga i film degli X-Men a quelli degli Avengers prodotti direttamente dai Marvel Studios: almeno "sembrano" vero cinema e non lunghi episodi di un telefilm.

Siamo negli anni ottanta, dunque: come le due pellicole precedenti sfruttavano lo scenario degli anni '60 e '70 per dare spessore all'ambientazione, anche in questo caso trovamo sullo sfondo le dinamiche socio-politiche dell'epoca (i materiali di repertorio comprendono filmati di Reagan e Andropov). Il cattivone è En Sabah Nur (Oscar Isaac), ossia Apocalisse, forse il primo mutante in assoluto, in giro da almeno cinquemila anni e in grado di accumulare nuovi poteri a ogni reincarnazione. Risvegliato da un sonno millenario e intenzionato a conquistare il mondo, comincia con lo "smantellare" gli arsenali nucleari delle superpotenze, aiutato dai quattro mutanti che ha scelto come suoi "cavalieri": Angelo (cui ha donato ali metalliche, come nei fumetti), Psylocke (entrambi in una versione differente da quella apparsa in passato), Tempesta (reclutata nelle strade del Cairo) e Magneto. A opporsi a loro ci sono il professor Xavier (James McAvoy) e i suoi studenti: i fedeli Bestia e Havok, la rediviva Mystica, la giovane Jean/Fenice e le nuove reclute Ciclope e Nightcrawler, ai quali si aggiunge Quicksilver (figlio di Magneto, all'insaputa di questi). Come si vede, tantissimi personaggi, e tutti più giovani rispetto alle incarnazioni successive (si completa così il ricambio generazionale degli interpreti: qui Tye Sheridan, Sophie Turner, Kodi Smit-McPhee e Alexandra Shipp vanno a sostituire James Marsden, Famke Janssen, Alan Cumming e Halle Berry rispettivamente nei panni di Ciclope, Jean, Nightcrawler e Tempesta). Fra le new entry, Olivia Munn è Psylocke, Ben Hardy è Angelo e Lana Condor è Jubilee (poco più di un cameo, visto che dal montaggio finale è stata tagliata tutta la parte al centro commerciale). Brevi apparizioni per Calibano e Blob. Nella colonna sonora spiccano i brani non originali, utilizzati in quelle che forse sono le scene più belle dell'intero film: l'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella sequenza della distruzione degli arsenali nucleari) e la canzone "Sweet Dreams (Are Made of This)" degli Eurythmics (quando Quicksilver salva gli studenti della scuola Xavier, mostrata tutta dal punto di vista "accelerato" del personaggio). Lo scontro mentale fra Xavier e Apocalisse nel finale potrebbe essere stato ispirato dal classico duello fra il professore e il Re delle Ombre nella serie a fumetti. Il consueto cameo di Stan Lee, per una volta, include anche sua moglie, Joanie. La scena post-credits, in cui la Essex Corporation recupera campioni di sangue dell'Arma X, sarà probabilmente sviluppata nei futuri film di Wolverine, di Gambit e degli stessi X-Men.

27 maggio 2016

Perfidia (Robert Bresson, 1945)

Perfidia (Les dames du Bois de Boulogne)
di Robert Bresson – Francia 1945
con María Casares, Paul Bernard
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Per vendicarsi di Jean (Paul Bernard), l'amante che l'ha lasciata, l'intrigante parigina Hélène (María Casares) lo spinge fra le braccia della giovane Agnès (Elina Labourdette), all'apparenza una semplice ragazza di campagna, in realtà con un torbido passato da prostituta. Soltanto dopo che i due si saranno sposati, Hélène rivelerà a Jean la verità. Nonostante il disonore, però, l'uomo continuerà ad amare la ragazza. Ispirandosi a un episodio contenuto nel romanzo "Jacques il fatalista" di Diderot, Bresson realizza un dramma che a tratti può ricordare gli intrighi de "Le relazioni pericolose" (anche se in questo caso la ragazza da sedurre è tutt'altro che innocente e il seduttore è la vera vittima del complotto), coadiuvato ai dialoghi da Jean Cocteau (che si ricorderà della Casares cinque anni più tardi, quando girerà il suo "Orfeo"). Al centro dell'intreccio c'è ovviamente la morale in fatto di costumi sessuali e il contrasto fra la povera Agnès, che le circostanze avverse della vita hanno trasformato suo malgrado in una donna non onorevole, ed Hélène, dama dell'alta società ma dall'animo contorto, manipolatrice e vendicativa nei confronti dell'ingenuo Jean. Pur ambientato in epoca contemporanea, sono assenti riferimenti alla situazione sociale e politica della Francia del dopoguerra. Al suo secondo film, Bresson ricorre qui ancora ad attori professionisti e ad una messa in scena piuttosto tradizionale: a partire dalla pellicola successiva, "Il diario di un curato di campagna", cambierà approccio e affinerà il suo stile essenziale e minimalista.

25 maggio 2016

Ho affittato un killer (Aki Kaurismäki, 1990)

Ho affittato un killer (I hired a contract killer)
di Aki Kaurismäki – GB/Fra/Fin/Ger/Sve 1990
con Jean-Pierre Léaud, Margi Clarke
**1/2

Rivisto in divx.

Henri (Léaud), francese in "esilio" a Londra dove è impiegato in un ufficio comunale, conduce una vita vuota, monotona e solitaria. Quando perde il lavoro, decide di suicidarsi: non riuscendo però a uccidersi con le proprie mani, commissiona l'incarico ad un killer (Kenneth Colley). L'incontro con una donna, Margaret (Clarke), gli farà però cambiare idea: a questo punto farà di tutto per sfuggire al sicario che lui stesso ha assoldato. Alla sua prima produzione internazionale (anche se non si tratta del suo primo film girato all'estero, visto che c'era stato "Leningrad Cowboys Go America"), Kaurismäki non rinuncia al proprio stile laconico ed essenziale, e sceglie un attore il cui volto impassibile si sposa alla perfezione con la sua poetica: Jean-Pierre Lèaud, icona della Nouvelle Vague e celebre per i film di Truffaut. Se la trama è alquanto inverosimile, ondeggiando tra la black comedy e la farsa (i vari tentativi di suicidio di Henri, che non vanno a buon fine per imperizia o per sfortuna) e con un meccanismo narrativo a tratti forzato (la rapina), l'atmosfera è invece quella di un perfetto noir. Gli ambienti (i quartieri più proletari e degradati della Londra thatcheriana; gli appartamenti spogli che riflettono il vuoto nelle vite dei personaggi; i pub e i locali dove si consumano whisky e sigarette senza pensare al futuro) e i personaggi di contorno (da Margaret, venditrice di rose, allo stesso killer, che si scopre malato terminale di cancro) contribuiscono al tono malinconico e fatalista tipico dei migliori esempi del genere. Nel finale c'è spazio per un po' di speranza, magari da andarsi a cercare altrove (tanto "la classe operaia non ha patria", dice Henri). Cameo di Joe Strummer (il chitarrista), di Serge Reggiani (il proprietario del chiosco di hamburger) e dello stesso Kaurismäki (il venditore di occhiali da sole).

24 maggio 2016

Siamo donne (Rossellini, Visconti, et al, 1953)

Siamo donne
di Alfredo Guarini, Gianni Franciolini, Roberto Rossellini, Luigi Zampa, Luchino Visconti – Italia 1953
con Alida Valli, Ingrid Bergman, Isa Miranda, Anna Magnani
**

Visto in divx.

Film in cinque episodi, ideato da Cesare Zavattini per "applicare la poetica del quotidiano a personaggi famosi". A parte il primo segmento, infatti, gli altri quattro presentano celebri attrici nei panni di sé stesse. Ogni episodio è aperto, sui titoli di testa, da una successione di locandine dei film più famosi di ciascuna interprete. I segmenti dedicati a Ingrid Bergman e Anna Magnani sono decisamente comici e farseschi, mentre quelli di Alida Valli e Isa Miranda sono più drammatici e si incentrano sul loro desiderio di vivere una vita normale. Nel complesso, una pellicola interessante ma – come sempre capita con i film a episodi – di livello diseguale.

"4 attrici, 1 speranza" di Alfredo Guarini (*1/2)
Decine di ragazze si accalcano a Cinecittà per partecipare a un concorso per aspiranti attrici. Una di loro, infatti, sarà scelta per partecipare al film che stiamo guardando. La selezione è narrata in prima persona da Anna Amendola, che alla fine sarà scelta insieme a Emma Danieli. È l'episodio meno interessante, anche perché la caratterizzazione delle candidate (protagonista compresa) è quasi inesistente. Un anno prima era uscito "Bellissima" di Visconti, molto più efficace (e spietato) nel mettere in scena l'illusione e l'attrazione per il dorato mondo del cinema. Amendola e Danieli, così come qualche altra delle aspiranti attrici che si vedono sullo schermo (fra cui Marcella Mariani), avranno una breve carriera cinematografica negli anni a venire.

"Alida Valli" di Gianni Franciolini (**1/2)
Alida Valli è sommersa da obblighi e impegni, e trova sempre più soffocante l'ambiente in cui lavora, senza poter mai essere sé stessa. Per sfuggire a un noioso ricevimento, una sera decide di recarsi invece alla festa di fidanzamento della propria cameriera Anna. Qui scopre di invidiare la vita semplice ma genuina della ragazza e assapora un breve istante di "normalità". Forse perché desidera di essere al posto di Anna, comincia involontariamente a flirtare con il suo fidanzato: quando se ne rende conto, vergognandosi di sé stessa, abbandona anche questa festa. In fondo anche lì stava solo recitando.

"Ingrid Bergman" di Roberto Rossellini (**)
Ingrid Bergman racconta un episodio accadutole quando si era appena trasferita ad abitare con Rossellini in una bella villa fuori Roma. L'attrice dà vita a una vera e propria faida con il pollo di una vicina di casa, che accusa di entrare nel giardino e di rovinarle il roseto che accudisce con tanta cura. L'incidente ha un epilogo imbarazzante quando la Bergman chiude il pollo in un armadio perché stanno arrivando degli ospiti in casa, solo per veder giungere la vicina che l'accusa davanti a tutti di essere una "ladra di polli". Episodio abbastanza sciocco, niente più di una barzelletta, anche se sono da apprezzare l'autoironia e il carattere documentaristico, tipicamente rosselliniano.

"Isa Miranda" di Luigi Zampa (**)
Isa Miranda vive per il lavoro e nel culto della propria personalità, ma rimpiange di aver sacrificato tutto alla carriera e di non aver mai avuto il tempo di farsi una famiglia. Diventerà madre per un giorno quando si prenderà cura di quattro bambini di periferia, rimasti soli in casa perché i genitori sono fuori a lavorare. Dopo aver infatti portato in ospedale un bimbo che era rimasto ferito giocando in strada, l'attrice lo riconduce a casa e trascorre tutto il pomeriggio accudendo lui, i suoi fratellini e sorelline, e "giocando" a fare la mamma fino al ritorno di quella vera.

"Anna Magnani" di Luchino Visconti (**1/2)
Anna Magnani ricorda un episodio di dieci anni prima, quando lavorava nel teatro di varietà. Mentre si sta recando al lavoro in taxi, ha una discussione con l'autista perché questi pretende di farle pagare una lira di supplemento per il suo cane, un piccolo bassotto: l'attrice sostiene invece di non essere obbligata a pagare, trattandosi di un "cane da grembo". Decisa per principio a non darla vinta al tassista, la Magnani lo trascina prima da un poliziotto e poi direttamente in caserma. Alla fine le autorità le daranno ragione, ma nel frattempo avrà perso tempo e speso molto più di quanto avrebbe dovuto pagare inizialmente. L'episodio – il migliore del film, perché sorretto dalla verve di una Magnani come sempre vitale ed esuberante – si conclude con l'attrice, a teatro, che intona lo stornello "Com'è bello fa' l'amore quann'è sera".

22 maggio 2016

The happiness of the Katakuris (T. Miike, 2001)

The happiness of the Katakuris (Katakuri-ke no kofuku)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Kenji Sawada, Naomi Nishida
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Monica, in originale con sottotitoli.

La famiglia Katakuri si è trasferita in campagna per gestire una piccola pensione in una zona poco frequentata da turisti e campeggiatori. Ma i loro clienti hanno una brutta abitudine: per volontà (suicidio) o per caso (incidente), finiscono tutti col morire mentre sono ospiti dell'albergo. Per evitare che la notizia dei decessi si propaghi e getti una cattiva luce sulla struttura, il capofamiglia Masao convince i parenti a seppellire i cadaveri presso il laghetto adiacente, senza dire nulla alla polizia... Remake della black comedy sudcoreana "The quiet family", che Miike trasforma in un musical demenziale e grottesco, un misto di commedia e horror a briglie sciolte: se la trama segue più o meno fedelmente quella del film originale, lo stile salta di palo in frasca, con sequenze animate a passo uno (sin dai titoli di testa) e inserti musicali che evidenziano con enfasi palesemente esagerata lo stato d'animo dei personaggi. Situazioni farsesche e paradossali, momenti splatter, comici o surreali (il nonno che colpisce al volo i corvi con tronchi di legno!), personaggi sopra le righe (il truffatore che millanta di essere parente dei reali d'Inghilterra) e coreografie trash e kitsch, per una pellicola che non si prende mai sul serio e che, se si riesce a stare al gioco, garantisce un divertimento sfrenato e contagioso, anche quando esalta – mettendoli in fondo alla berlina – i valori dell'unità della famiglia e dell'ottimismo che aiuta a superare ogni ostacolo. Come detto, il regista non si fa scrupolo a ricorrere in certe sezioni a una grottesca animazione in stop motion (nei titoli di testa e in alcune sequenze particolarmente “spettacolari” che, se fossero state girate in live action, avrebbero richiesto costosi effetti speciali) e persino a canzoni particolarmente sdolcinate che invitano il pubblico a cantarle insieme agli interpreti, con tanto di sovrimpressioni per il karaoke. A tratti esilarante, anche se come spesso capita Miike sembra non avere limiti nel buono o nel cattivo gusto. Dieci anni fa mi aveva entusiasmato e sorpreso per la sua anarchica follia nonsense. Devo però confessare che, rivisto una seconda volta, mi è parso un po' meno divertente.

20 maggio 2016

La notte del demonio (J. Tourneur, 1957)

La notte del demonio (Night of the demon, aka Curse of the demon)
di Jacques Tourneur – GB 1957
con Dana Andrews, Peggy Cummins
***

Visto in divx.

Dana Andrews said prunes
gave him the runes,
and passing them used lots of skills...

Lo psicologo americano John Holden (Dana Andrews), arrivato in Inghilterra per partecipare a un convegno sul soprannaturale, si ritrova ad indagare sulla misteriosa morte di un collega che aveva pubblicamente diffamato il capo di una setta satanica. Lo scettico Holden non crede alla magia nera o al demonio, e se la ride quando il suo rivale, il dottor Julian Karswell (Niall MacGinnis), gli scaglia contro una maledizione per mezzo di una pergamena con antichi caratteri runici, prevedendo la sua morte entro due giorni... Ma dovrà ricredersi. Fra inquietanti scene notturne e sequenze d'atmosfera nel cerchio di pietre di Stonehenge, uno dei più celebri horror britannici degli anni cinquanta, colmo di suspense e costantemente in bilico fra la realtà concreta e l'ambiguità del mondo arcano. Tourneur, che torna al genere dopo la trilogia girata in America per Val Lewton nei primi anni quaranta ("Il bacio della pantera", "Ho camminato con uno zombi" e "L'uomo leopardo") e lo sceneggiatore Charles Bennett (che adatta un romanzo del 1911, "Casting the runes " di M. R. James) ebbero contrasti con il produttore Hal E. Chester, che impose loro di mostrare apertamente sullo schermo il demone. Bennett e Tourneur avrebbero preferito lasciare nel dubbio lo spettatore sulla reale presenza o meno di una creatura soprannaturale, e sarebbe di certo stato meglio (anche perché gli effetti speciali sono alquanto imbarazzanti). Interessante la caratterizzazione del cattivo, intrigante e affabile al tempo stesso, che vive nel suo castello nella campagna inglese insieme all'anziana madre e nel tempo libero gioca a fare l'illusionista per i bambini del villaggio. Al fianco di Andrews c'è Joanna (Peggy Cummins), la nipote del suo collega morto. Fra le scene più memorabili, quella dell'interrogatorio sotto ipnosi di un adepto della setta (Brian Wilde), caduto in stato catatonico dopo essere stato accusato di aver commesso un altro omicidio, e quella della seduta spiritica in cui un medium evoca lo spirito dello zio della ragazza.

18 maggio 2016

La calda amante (François Truffaut, 1964)

La calda amante (La peau douce)
di François Truffaut – Francia 1964
con Jean Desailly, Françoise Dorléac
**1/2

Rivisto in DVD.

Pierre Lachenay (Desailly), affermato scrittore e studioso di letteratura, sposato da quindici anni e con una figlia piccola, durante un viaggio a Lisbona per una conferenza conosce una giovane hostess, Nicole (Dorléac), di cui si invaghisce. Comincia così a frequentarla a più riprese, finché non diventa la sua amante. Ma il tempo per gli incontri clandestini è sempre troppo poco, e la sua notorietà di accademico (oltre al timore di dare scandalo mostrandosi con lei in pubblico) mette di continuo i bastoni fra le ruote alla loro relazione. Quando la moglie scoprirà tutto, la situazione precipiterà. Dopo l'enorme successo di "Jules e Jim", che lo aveva proiettato nell'olimpo cinematografico come uno dei giovani registi più popolari della Nouvelle Vague, Truffaut sorprese tutti mettendo in scena una storia d'amore quasi agli antipodi del film precedente. Se quello celebrava l'amore libero, anarchico e fuori dalle regole, questo propone il più ordinario triangolo borghese (marito, moglie, amante); se quello manifestava un approccio rivoluzionario e poneva i sentimenti al di sopra di tutto, persino della vita e della patria, questo soffoca i suoi protagonisti nei lacci del conformismo e delle convenzioni sociali, raccontandone la vicenda in maniera fredda, quasi senza partecipazione. Il finale in particolare, nonostante la sua drammaticità, fatica a smuovere le emozioni dello spettatore. Lo stesso regista spiegò: «Ho voluto fare "La peau douce" proprio per dimostrare che l'amore è qualcosa di molto meno euforico ed esaltante. L'ho fatto quindi in risposta a "Jules e Jim": ci sono le menzogne, il lato sordido, la doppia vita. È un film da incubo». Tanto bastò per procurargli la disapprovazione di pubblico e di critica, che fischiarono il film al Festival di Cannes (anche se con il tempo, ovviamente, è stato rivalutato). Come se non bastasse, quando uscì nelle sale italiane fu pesantemente censurato (il che è un paradosso, se si pensa che il titolo nostrano ne enfatizza invece l'aspetto "scandalistico"): l'edizione in DVD ripristina le numerose scene tagliate, inserendole in originale con i sottotitoli. Eppure, nonostante la banalità del soggetto, Truffaut è abile come sempre a descrivere psicologicamente i suoi personaggi, e in particolare il protagonista maschile, di cui mostra tutte le debolezze e le insicurezze, l'aspirazione a una nuova gioventù attraverso una relazione "pura" e fresca, tenuta però a freno dalla paura di essere scoperto (tutta la lunga sequenza del viaggio a Reims, dove i due amanti sperano di trascorrere un week-end romantico lontano da Parigi ma che finisce per risolversi in un disastro, è magistrale, permeata da una comicità cinica che scorre sottotraccia: nel vedere frustrati i tentativi di Pierre di restare solo con Nicole, sembra di assistere a una commedia in stile "Quando la moglie è in vacanza"). Ne risulta quasi uno studio scientifico – venato di inevitabile pessimismo – sull'infedeltà e l'impossibilità di sfuggire ai lacci della vita che ci si è costruita con le proprie mani. La moglie di Lachenay è interpretata da Nelly Benedetti. La Dorléac, sorella di Catherine Deneuve, all'epoca aveva una relazione con lo stesso Truffaut.

17 maggio 2016

La signora di mezzanotte (M. Leisen, 1939)

La signora di mezzanotte (Midnight)
di Mitchell Leisen – USA 1939
con Claudette Colbert, Don Ameche
***

Visto in divx.

La cantante e ballerina americana Eve Peabody (Colbert), senza un soldo e senza bagaglio, giunge a Parigi allo scoccare della mezzanotte con il treno proveniente da Montecarlo, dove ha perso al casinò tutti i suoi averi. L'unica cosa che le è rimasta è il vestito elegante e dorato che indossa. In cerca di un lavoro, stringe amicizia con il tassista di origine ungherese Tibor Czerny (Ameche), che naturalmente se ne innamora, ricambiato, ma presto i due si perdono di vista. Introdottasi clandestinamente a una festa dell'alta società, Eve si spaccia per la “baronessa Czerny”, prendendo a prestito il nome del tassista, e conquista il cuore di Jacques Picot (Francis Lederer), un ricco gigolò. Il suo segreto è scoperto dall'aristocratico George Flammarion (John Barrymore), che però le copre il gioco perché ha tutto l'interesse che Picot – che è l'amante di sua moglie – metta la testa a posto. Le cose si complicano quando Czerny, avendo rintracciato Eve, si presenta nella lussuosa dimora dei Flammarion, dove Eve è ospite, fingendo a sua volta di essere un barone nonché il marito della ragazza... Sceneggiato da Charles Brackett e Billy Wilder, in uno dei loro primi lavori cinematografici, un classico della commedia screwball anteguerra, assai divertente e a tratti esilarante (come nella scena della finta telefonata fra i “coniugi” Czerny e la loro figlioletta, cui presta la voce l'anziano Flammarion). Sul canovaccio della commedia degli equivoci (personaggi che mentono e fingono di essere quello che non sono) e di quella romantica (il modello è ovviamente “Accadde una notte” di Capra) si appoggiano la satira dell'alta società, quella dell'arrivismo e dei conflitti di classe, e quella dei rapporti coniugali (memorabile il processo per il divorzio fra Eve e Tibor, che non sono nemmeno sposati!). Il ruolo della Colbert doveva andare inizialmente a Barbara Stanwyck, che vi rinunciò perché impegnata nelle riprese di un altro film. Insoddisfatto delle modifiche apportate alla sceneggiatura durante le riprese, Wilder decise di diventare a sua volta regista per avere il controllo completo sui propri copioni.

15 maggio 2016

A scanner darkly (R. Linklater, 2006)

A scanner darkly - Un oscuro scrutare (A scanner darkly)
di Richard Linklater – USA 2006
con Keanu Reeves, Robert Downey Jr.
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Sabrina, Monica e Marisa.

Al suo secondo film in animazione rotoscope (dopo “Waking life”), Linklater adatta un romanzo semi-autobiografico di Philip K. Dick e ricorre a un cast di attori celebri (quasi tutti perfettamente riconoscibili anche in versione “ricalcata”) che comprende Keanu Reeves, Winona Ryder, Robert Downey Jr., Woody Harrelson e Rory Cochrane. In un prossimo futuro in cui il 20% della popolazione è dipendente da una droga chiamata "Sostanza M" (che provoca allucinazioni, schizofrenia, e a lungo andare distrugge le capacità cerebrali), Reeves è Bob Arctor, un uomo che ha abbandonato la propria famiglia e ospita nella sua casa in California un piccolo gruppo di amici più o meno "sballati" con cui condivide la dipendenza dalla droga e indugia in conversazioni sconclusionate e deliranti. Ma Bob è anche un agente della narcotici in incognito, introdottosi nel gruppo all'insaputa dei suoi compagni per scoprire se vi si nascondono elementi sovversivi. L'intera dimora è tenuta sotto controllo da videocamere che riprendono segretamente ogni cosa ("l'oscuro scrutare" del titolo). La doppia vita di Bob, sempre più schizofrenico a causa della droga che è costretto ad assumere per svolgere il suo incarico e che causa progressivamente una separazione delle funzioni dei due emisferi cerebrali, raggiunge infine un punto di non ritorno. Fra paranoie e allucinazioni, perdita di identità e di memoria, la pellicola racconta in maniera efficace – grazie anche al particolare approccio visivo, sempre in bilico fra immagini realistiche e deviazioni per la tangente – la discesa negli inferi della tossicodipendenza, la perdita di controllo mentale e gli effetti delle sostanze psicotrope. A tratti visionario e fantascientifico (come dimenticare la “tuta disindividuante” che gli agenti in incognito indossano per celare la propria identità anche ai colleghi, attraverso la quale cambiano aspetto in continuazione, e il cui effetto mimetico è in fondo replicato dalla stessa tecnica digitale con cui è girato il film?), altre volte quanto mai tragico e concreto (come suggeriscono i toccanti titoli di coda, nei quali Dick ricorda tutti i suoi amici rimasti vittime di anfetamine e sostanze psicotrope), il film ambienta una vicenda di complotti autoritari (la potente corporazione che gestisce la disintossicazione dei dipendenti dalla droga è in realtà la sua prima produttrice) in un mondo allucinato e visionario che ricorda quello dei protagonisti di “Paura e delirio a Las Vegas”, con persone che si trasformano in insetti, ricevono la visita di strani alieni e perdono la percezione del tempo e dello spazio.

14 maggio 2016

Laurence Anyways (Xavier Dolan, 2012)

Laurence Anyways (id.)
di Xavier Dolan – Canada/Francia 2012
con Melvil Poupaud, Suzanne Clément
***

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Raccontati in un unico e lungo flashback (la durata del film sfiora le tre ore!), dieci anni della vita di Laurence Alia, insegnante di letteratura di Montreal che nel 1989, all'età di trent'anni, comunica alla fidanzata Frédérique e ai parenti la propria intenzione di diventare una donna. Se la famiglia e la scuola lo ostracizzano, Fred sceglie invece di rimanere al suo fianco: il percorso si rivelerà però difficile, e la loro relazione ne soffrirà le conseguenze. Al suo terzo film, il regista prodigio Xavier Dolan mette in scena l'odissea di un personaggio transgender che sceglie di andare per la propria strada, incurante di tutto e di tutti, fino a conquistare quell'identità di cui era in cerca da sempre. Al centro del racconto, prima ancora della trasformazione di Laurence (“Non sto mica diventando un unicorno!”), c'è però costantemente il suo rapporto con Fred, la donna che ama e che ancor più di lui attraversa crisi di ogni genere pur di stargli vicina. A un certo punto Fred prova ad allontanarsi da Laurence e a costruirsi una vita “normale”, con un marito e un figlio, ma le basi su cui poggia sono fragili perché manca quel legame di complicità e di scherzo che funzionava così bene con lui. La regia virtuosistica di Dolan fa respirare la vicenda con sprazzi di visionarietà e arricchisce alcune sequenze con uno stile da videoclip, un utilizzo mai banale (a tratti kubrickiano) della musica più disparata (Beethoven e Prokofiev, fra gli altri) e una cura delle immagini che, anche nei momenti più surreali (la farfalla che esce dalla bocca, la pioggia in casa, la nevicata di panni), non perdono mai il loro valore di metafora e di simbolo della liberazione dai ruoli sociali di genere. Ottimi gli interpreti, in particolare la Clément (favolosa nella scena in cui esplode di rabbia nella tavola calda). Nel cast anche Nathalie Baye (la madre di Laurence), Monia Chokri (la sorella di Fred) e Susan Almgren (la giornalista che intervista Laurence).

12 maggio 2016

Captain America: Civil War (A. e J. Russo, 2016)

Captain America: Civil War (id.)
di Anthony e Joe Russo – USA 2016
con Chris Evans, Robert Downey Jr.
**

Visto al cinema Colosseo.

Il terzo film di Captain America è in realtà più una pellicola degli Avengers al completo che del vendicatore a stelle e strisce, benché questi rimanga comunque al centro dei riflettori. Gli eroi più potenti della Terra (o almeno dell'Universo Marvel) sono infatti vittima di un complotto ordito da Helmut Zemo (Daniel Brühl) per dividerli in due fazioni, capeggiate rispettivamente da Tony Stark/Iron Man (Downey Jr.) e Steve Rogers/Captain America (Evans), e farli scontrare gli uni contro gli altri. Non che Zemo debba sforzarsi troppo, visto che – come si era già capito dalle pellicole precedenti – i due eroi hanno ideali e "filosofie" decisamente in contrasto. Le numerose vittime civili e collaterali durante le recenti missioni dei Vendicatori hanno spinto i governi del pianeta a riconsiderare lo status di libertà con cui gli eroi operano, e le Nazioni Uniti stipulano un trattato che li obbliga a subordinare le loro attività alle decisioni di un apposito comitato. Gli eroi si dividono fra quelli che trovano giusto adeguarsi a tale protocollo (Iron Man, Vedova Nera, Visione, War Machine) e quelli che invece temono che possa pregiudicare la necessaria libertà d'azione e di intervento (Cap, Falcon, Wanda, Occhio di Falco). La situazione precipita quando il Soldato d'Inverno (ovvero Bucky, l'antico compagno di Captain America) viene accusato di essere il responsabile di un attentato contro le stesse Nazioni Unite, nel quale perde la vita anche l'anziano re del Wakanda. Intenzionato a dare fiducia all'amico di un tempo, Cap aiuta Bucky a sfuggire alla cattura, e questo scatena la guerra fra le due fazioni di eroi, rimpolpate per l'occasione da alcune guest star (Pantera Nera e Spider-Man nel team di Stark, Ant-Man e lo stesso Winter Soldier in quello di Rogers). Alla fine si scoprirà che a incastrare Bucky è stato Zemo, ma la rivelazione non spegnerà il contrasto fra Cap e Iron Man, anzi lo esacerberà quando Tony scoprirà che proprio Bucky, pure se mentalmente controllato dall'Hydra, è il responsabile della morte dei suoi genitori.

Adattando una celebre saga dei comics (che però nella versione a fumetti aveva raggio e conseguenze ben più ampie), i fratelli Russo portano sullo schermo un nuovo tassello dell'Universo Cinematico Marvel, ormai un vero e proprio serial a puntate più che una successione di pellicole indipendenti. In particolare, il lungometraggio segna l'inizio della cosiddetta "Fase Tre" del MCU, che dovrebbe culminare con i due "Avengers: Infinity War" in uscita nel 2018 e 2019. In linea con i film precedenti, ovvero con un baricentro spostato sull'azione e le scazzottate fra eroi, caratterizzazioni basilari e dinamiche semplicistiche (il che non è necessariamente un difetto), "Civil War" prosegue le vicende di Bucky (Sebastian Stan) raccontate in "Winter Soldier", mette in scena l'atteso e inevitabile scontro fra Iron Man e Cap, ma introduce anche nuovi personaggi, a partire dallo Spider-Man "ufficiale" (Tom Holland) che prende il posto di quello del recente reboot di Marc Webb (da considerarsi dunque defunto dopo solo due film, peraltro assai mediocri), destinato a interagire con regolarità con gli altri eroi Marvel. Fra le caratteristiche del nuovo Uomo Ragno (di cui fortunatamente non vengono raccontate per l'ennesima volta le origini) sono da segnalare una zia May (Marisa Tomei) ben più giovane di quella canonica e un costume "tecnologico", opera di Tony Stark. Per il resto, assistiamo all'evoluzione di Ant-Man in Giant-Man (ovvero Golia), ai primi accenni di una relazione fra Visione e Wanda, e all'introduzione del wakandiano Pantera Nera (Chadwick Boseman), anch'egli – come Spider-Man – futuro protagonista di un film personale. Scarlett Johansson è la Vedova Nera, William Hurt è il generale "Thunderbolt" Ross, Emily VanCamp è Sharon Carter, mentre Stan Lee fa il suo cameo come postino. Gli elementi chiave del genere sono rispettati e l'intrattenimento non manca, e tanto è bastato a riscuotere l'approvazione di un pubblico e una critica ormai assuefatti. Ma l'altro blockbuster di stagione incentrato su scontri fra supereroi, il bistrattato "Batman v Superman", nonostante i difetti di sceneggiatura, mi era sembrato trattare con maggior spessore i dilemmi morali e i lati oscuri degli eroi.