29 luglio 2016

Buon giorno (Yasujiro Ozu, 1959)

Buon giorno (Ohayo)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1959
con Koji Shitara, Masahiko Shimazu
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina e Daniela, in originale con sottotitoli.

Il secondo film a colori di Ozu, tutto ambientato in un piccolo quartiere alla periferia di Tokyo che è un vero e proprio microcosmo dominato dai rapporti di vicinato, è uno dei suoi lavori più leggeri, almeno fra quelli del dopoguerra. Privo di reali elementi drammatici, in un certo senso riprende temi e situazioni delle sue commedie degli anni trenta, e in particolare è quasi un remake di "Sono nato, ma...", con l'identico focus sui bambini e sulla loro "ribellione" verso le regole che governano il mondo degli adulti, da essi considerate assurde e prive di senso. Segno evidente di come il regista, dopo il tentativo di adeguarsi alle correnti del nuovo cinema giapponese che aveva caratterizzato alcuni suoi film degli anni cinquanta (come "Inizio di primavera" e "Crepuscolo di Tokyo"), abbia deciso di fare un passo indietro e di tornare a osservare la realtà con lo stile sobrio e controllato (e considerato da molti datato) che lo aveva sempre contraddistinto. Naturalmente, anche quando sembra guardare al passato, Ozu è in realtà assai attento a illustrare i cambiamenti sociali del Giappone e il contrasto fra tradizione e modernità, rappresentata qui dal consumismo e dall'arrivo nelle case dei primi elettrodomestici (da acquistare a rate), con tutto ciò che ne consegue: dalle gelosie delle donne sull'amica che ha comprato una lavatrice (con il sospetto che abbia usato il denaro della locale associazione di quartiere), alla chiacchiere sui nuovi vicini (giovani e disinvolti: si aggirano addirittura in casa in pigiama!) che hanno installato per primi un televisore. Proprio l'apparecchio televisivo catalizza l'attenzione di tutti i bambini della zona, che anziché studiare si recano a casa della coppia per guardare gli incontri di sumo. E quando i fratellini Minoru e Isamu, sgridati dal padre (Chishu Ryu), gli chiedono di acquistare a sua volta un televisore, ricevendone un secco rifiuto (c'è persino chi già prevede che "La televisione trasformerà i giapponesi in cento milioni di idioti"), i due decidono per ripicca di chiudersi in un ostinato mutismo. Tanto, spiegano, la maggior parte delle parole degli adulti sono comunque inutili: formule di saluto, espressioni e convenevoli formali, discorsi che parlano di tutto fuorché delle cose importanti. Come dimostra, in effetti, la side story della giovane zia dei due ragazzi, Setsuko (Yoshiki Kuga), e del loro insegnante di inglese Fukui (Keiji Sada), che pur essendo innamorati l'uno dell'altra non riescono mai ad affrontare l'argomento e parlano soltanto di lavoro, del tempo o di altre sciocchezze.

Il tema del linguaggio e della comunicazione è centrale nell'intero film: dai bambini stessi che hanno imparato a fare le puzzette a comando, ispirati dal padre di uno di loro (la cui moglie, a casa, ogni volta che sente una scorreggia, crede che il marito l'abbia chiamata!), al linguaggio "non verbale" del venditore ambulante, che si porta dietro un coltello per intimidire le casalinghe (ma riceverà pan per focaccia quando si trova davanti alla vecchia ostetrica, con un coltello più grande del suo, in una scena che sembra anticipare quella celebre di "Mr. Crocodile Dundee"). La ribellione dei bambini, come in "Sono nato, ma...", è dunque un'occasione per guardare al mondo degli adulti e alle sue regole sociali con un occhio disincantato, mostrandone le assurdità e i paradossi: una provocazione contro la standardizzazione del linguaggio che finisce col svuotarlo del suo vero fine, la trasmissione di contenuti. A questo punto, tanto vale sostituire le parole con le scorreggie. Un altro esempio di "svuotamento" di significato delle parole è quando il piccolo Isamu non prende sul serio i rimproveri del padre ("Non è veramente arrabbiato, si vede che sta ridendo!"), in una scena che evoca un altro tema caro a Ozu, la perdita dell'autorità paterna. Nonostante la leggerezza, il film non si limita ad accatastare gag (i bambini che per imparare a far meglio le puzzette si mangiano la pietra pomice, il venditore ambulante che smercia sistemi d'allarme contro i venditori stessi), ma sfiora anche temi sociali, come il problema del lavoro (il giovane Fukui, disoccupato, che vive facendo traduzioni e dando lezioni private; l'anziano Tomizawa, cui non basta la pensione, che si ricicla a sua volta come venditore porta a porta di elettrodomestici). Nel cast corale, è fenomenale il piccolo Isamu (Masahiko Shimazu), degno erede di "Tokkan Kozo", che segue il fratello maggiore in ogni sua bravata, saluta gli adulti in inglese ("I love you!") e si compiace quando riesce a dimostrarsi all'altezza dei bambini più grandi di lui. Se la regia di Ozu è come al solito curatissima nella gestione degli spazi, nel montaggio, nelle inquadrature e nelle geometrie, anche l'utilizzo dei colori è magistrale, con piccoli squarci di rosso acceso che suggeriscono la modernità o l'eccentricità della coppia giovane, mentre le dimore delle famiglie più tradizionali mostrano solo tinte più tenui e colori più smorti. Anche la colonna sonora è insolita, con temi che ricordano il cinema europeo (le commedie di Jacques Tati, in particolare: l'intero film è in fondo parente nelle atmosfere di "Mio zio": che ci sia stata una qualche influenza?) o il teatro d'opera (l'aria di Rodolfo da "La Bohème").

28 luglio 2016

La vittoria delle donne (K. Mizoguchi, 1946)

La vittoria delle donne (Josei no shori)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1946
con Kinuyo Tanaka, Michiko Kuwano
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

L'avvocatessa Hiroko (Kinuyo Tanaka) è in forte conflitto con il procuratore Kohno (Kappei Matsumoto), che pure è suo cognato (ha sposato sua sorella Michiko) nonché l'uomo che l'ha sostenuta finanziariamente durante gli studi. Tanto Hiroko è progressista e femminista, infatti, tanto Kohno è ancora legato al sistema di valori feudali, che vedono le donne sottomesse agli uomini e confinate al ruolo di madri e di mogli. L'uomo inoltre propugna una lettura assoluta della legge, non accettando che venga piegata a interpretazioni ("La democrazia rende le leggi impure"), al punto che cinque anni prima, sotto il governo militare, non aveva esitato a mandare in prigione il fidanzato di Hiroko, un intellettuale di idee liberali, ora rilasciato e gravemente malato. I due si scontreranno in aula quando Hiroko viene incaricata di difendere una madre accusata di aver ucciso il proprio figlioletto. E lei ne approfitta per pronunciare una sentita arringa contro l'oppressione e in favore dei diritti delle donne. Girato nell'immediato dopoguerra, quando i nuovi occupanti americani esigevano dai produttori giapponesi storie che rinnegassero i valori feudali ed esaltassero la democrazia, il film ha tutti i limiti della pellicola a tesi, con la scena del discorso di Hiroko in tribunale che sembra un vero e proprio pamphlet. A salvarla, almeno in parte, sono il contesto storico e il substrato di conflitti che i personaggi si portano con sé (il rapporto fra le due sorelle, il contrasto fra i sentimenti personali, gli obblighi sociali e gli ideali universali). Non un capolavoro, ma comunque in linea con i temi cari al regista giapponese (anche se mai erano stati espressi in maniera così esplicita e schematica). Con "L'amore dell'attrice Sumako" (1947) e "Il mio amore brucia" (1949) forma un'ideale trilogia sulla lotta per l'indipendenza e la liberazione delle donne.

26 luglio 2016

Star Trek Beyond (Justin Lin, 2016)

Star Trek Beyond (id.)
di Justin Lin – USA 2016
con Chris Pine, Zachary Quinto
**

Visto al cinema Uci Lissone, con Sabrina.

Dalla stazione stellare di Yorktown, dove ha fatto sosta nel corso della sua missione quinquiennale di esplorazione nello spazio, l'astronave Enterprise riceve una misteriosa richiesta di soccorso, proveniente da una nebulosa vicina. Naturalmente si tratta di una trappola: il responsabile è Krall (Idris Elba), bellicoso guerriero che sembra avere un conto in sospeso con la Federazione dei Pianeti e con la flotta stellare stessa... Al terzo film del reboot cinematografico di "Star Trek", forse per merito del cambio di nomi alla regia (Justin Lin, finora noto per le pellicole della serie action "Fast & Furious", al posto di J.J. Abrams, impegnato a rilanciare "Star Wars") e alla sceneggiatura (Simon Pegg e Doug Jung), si comincia a respirare un'aria simile a quella della serie classica. Ma se i temi, le atmosfere e le dinamiche fra i personaggi si distaccano finalmente dalle storture giovanilistiche dei primi due film, nel complesso la pellicola non mostra un sostanziale miglioramento qualitativo. La trama è poco convincente e con diverse forzature, il cattivo tutt'altro che memorabile, così come la nuova comprimaria (la guerriera aliena Jaylah, interpretata da Sofia Boutella). E l'eccesso di scene d'azione (spesso troppo lunghe e confuse, come in tutta la prima parte della pellicola) e di effetti speciali continua a soverchiare lo spettatore, senza lasciargli un attimo di tregua. I blockbuster hollywoodiani sono ormai così: spettacoli fracassoni che danno più l'idea di trovarsi sulle montagne russe o davanti a un videogioco che non in una sala cinematografica. Fra le cose positive, la coralità: tutti i membri principali dell'equipaggio dell'Enterprise hanno il loro spazio sotto i riflettori e il loro momento di gloria (mentre nei primi due film l'equilibrio era troppo sbilanciato verso Kirk e Spock). Ritroviamo così i battibecchi fra Spock e McCoy e le caratterizzazioni – per quanto basilari – dei vari Sulu (novità: è gay!), Chekov, Uhura e Scotty. Leonard Nimoy, lo Spock storico, morto prima dell'inizio delle riprese, è ricordato e omaggiato di frequente (a un certo punto viene anche mostrata una foto dell'equipaggio classico dell'Enterprise). Prima dell'uscita del film, in un incidente domestico, è venuto a mancare anche Anton Yelchin, il nuovo Chekov: chissà se il personaggio sparirà o se nelle pellicole seguenti ci sarà un altro attore.

24 luglio 2016

Il ventaglio bianco (Jackie Chan, 1980)

Il ventaglio bianco (Shi di chu ma, aka The Young Master)
di Jackie Chan – Hong Kong 1980
con Jackie Chan, Yuen Biao
***

Rivisto in DVD, in orginale con sottotitoli inglesi.

Alla ricerca del fratello Tiger (Wei Pai), espulso dalla scuola di arti marziali dopo aver tradito la fiducia del maestro e aver gareggiato per una scuola rivale, l'orfano Dragon (Jackie Chan) viene scambiato per lui, che nel frattempo è diventato un criminale noto come "Ventaglio bianco". Dovrà così vedersela con il capo della polizia (Shih Kien), sua figlia (Lily Li) e suo figlio (Yuen Biao), prima di dimostrare la propria innocenza e ottenere la grazia per il fratello sconfiggendo Kam (Wong In-shik), il leader della gang di banditi. Alla sua seconda regia (dopo "Fearless Hyena"), Jackie continua il suo percorso di ibridazione del gongfupian con la commedia slapstick. Se l'incipit è ancora abbastanza tradizionale (il solito setting con le scuole rivali, i temi del tradimento e della vendetta), pur abbellito dall'insolita sequenza del combattimento fra i due leoni che danzano, dopo una quarantina di minuti la pellicola cambia decisamente registro, dimenticando persino momentaneamente la trama principale per virare su una serie di sequenze comiche che garantiscono un divertimento senza freni. Il mutamento, forse non a caso, avviene nel momento in cui Dragon incontra il personaggio interpretato da Yuen Biao: questi, compagno di allenamento di Jackie all'Opera di Pechino sin dall'infanzia, e fino ad allora confinato a ruoli marginali o come stuntman e controfigura (anche per Bruce Lee!), appare qui per la prima volta in una parte degna di nota a fianco dell'amico, con il quale continuerà a collaborare per tutti gli anni ottanta (e quando ai due si unirà anche Sammo Hung, avremo un terzetto che entrerà nella storia del cinema di arti marziali). Alle tante gag, più o meno sconclusionate (le sabbie mobili, la scena della doccia, quella del pesce rosso), si alternano combattimenti pieni di inventiva, con i personaggi che utilizzano le armi più particolari: il ventaglio per Jackie, la panchetta per Yuen Biao, la gonna (!) per Lily Li, che sarà imitata dallo stesso protagonista nella scena al mercato (con tanto di musica spagnoleggiante). Si nota sempre di più la propensione dell'attore a sfruttare gli ambienti e gli oggetti a portata di mano per dar vita a coreografie originali e sorprendenti. Memorabile il finale, quando Dragon riesce ad avere la meglio sul rivale (più forte di lui) soltanto dopo aver bevuto per sbaglio dell'olio combustibile, che gli dona momentaneamente una super resistenza. Insieme al suo pseudo-seguito "I due cugini" (ovvero "Dragon Lord"), il film rappresenta il canto del cigno del periodo "classico" di Jackie, prima di spostare l'ambientazione delle sue pellicole in epoca contemporanea e moderna. Segna inoltre l'inizio della sua collaborazione con la casa di produzione Golden Harvest di Raymond Chow e Leonard Ho, per la quale usciranno tutti i suoi lavori successivi.

22 luglio 2016

Perché il signor R. è diventato matto? (Fengler, Fassbinder, 1970)

Perché il signor R. è diventato matto? (Warum läuft Herr R. Amok?)
di Michael Fengler, Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Kurt Raab, Lilith Ungerer
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Kurt Raab conduce una vita del tutto normale: è impiegato come disegnatore tecnico in uno studio di ingegneria a Monaco di Baviera, con una promozione in vista, un buon tenore di vita, una bella moglie (che non lavora), un figlioletto con qualche problema a scuola. Attraverso lunghe sequenze quasi random, apparentemente slegate le une dalle altre, e con dialoghi mondani e realistici (in gran parte improvvisati dagli attori), lo seguiamo in momenti della vita di tutti i giorni: al lavoro con i colleghi, in compagnia della moglie, in un negozio di dischi in cerca di una canzone sentita alla radio... E ancora: una visita dei suoceri, un colloquio con l'insegnante del figlio, qualche chiacchiera con gli amici. È spesso silenzioso, immerso nei suoi pensieri, quasi imperscrutabile: l'atto di violenza, nel finale, esplode all'improvviso, tanto da chiedersi (come fa in fondo il titolo del film, meglio tradotto con "Perché il signor R. è colto da follia improvvisa?", una domanda che i cineasti rivolgono a sé stessi oltre che al pubblico) se la pazzia covasse già dentro di lui oppure se è la conseguenza di qualcosa. Non che manchino i segnali premonitori: la visita dal medico a causa di un'emicrania, o la scena iniziale in cui i colleghi, uscendo dall'ufficio, si scambiano stupide barzellette – una delle quali comincia proprio con "Un uomo uccide la moglie..." – mentre lui resta ad ascoltare in silenzio. Personaggio triste e tragico, boia e vittima al tempo stesso, il signor R. non pare mai davvero felice: con la moglie non ha un autentico rapporto (spesso a parlare, quando ci sono altre persone, è solo uno dei coniugi, mentre l'altro rimane in silenzio e annoiato) e l'ambiente circostante non lo vede mai integrato appieno. Il meccanismo di mostrare lunghe scene di banalissima quotidianità, prima di un colpo di scena finale tanto violento e agghiacciante quanto inspiegabile, ricorda quello che farà in seguito Michael Haneke nei suoi lavori (da "Il settimo continente" a "71 frammenti di una cronologia del caso"). Da notare che i personaggi hanno gli stessi nomi dei loro attori (fra quelli che compaiono in una sola scena c'è anche Hanna Schygulla), come quasi sempre nei film girati da Fassbinder nella prima parte della sua carriera, con il gruppo dell'Action-Theater. Tecnicamente si tratta del primo film a colori del regista tedesco, ma in realtà quasi tutte le scene sono state girate dal produttore Michael Fengler, al quale va dunque attribuita la regia, con Fassbinder che a malapena si faceva vedere sul set.

21 luglio 2016

La mala ordina (Fernando Di Leo, 1972)

La mala ordina
di Fernando Di Leo – Italia 1972
con Mario Adorf, Adolfo Celi
**

Visto in TV.

Due sicari newyorkesi (Henry Silva e Woody Stroode) giungono a Milano con l'incarico di eliminare Luca Canali (Mario Adorf), un magnaccia siciliano che gestisce la prostituzione al Parco Lambro. Luca, delinquente di piccolo calibro che ha sempre badato a non pestare i piedi a nessuno, si interroga sul perché gli americani lo vogliano morto. E quando il boss locale, don Vito Tressoldi (Adolfo Celi), gli fa uccidere la moglie e la figlioletta per spingerlo ad uscire dal suo nascondiglio, scatenerà la propria vendetta. Dopo l'ottimo "Milano calibro 9", Di Leo ricorre nuovamente ai racconti di Giorgio Scerbanenco per girare un altro poliziottesco – anche se di poliziotti non ce ne sono – ambientato nella capitale lombarda, di cui però a stento si riconoscono un paio di location (la Darsena, la Stazione Centrale). Fra dialoghi didascalici, personaggi tagliati con l'accetta e tante donnine seminude (fra cui Femi Benussi e Francesca Romana Coluzzi), il film fatica a uscire dai limiti del suo genere e risulta decisamente meno interessante del lavoro precedente, di cui riprende l'ambientazione ma non i personaggi. Da salvare la prova energetica di Adorf (doppiato da Stefano Satta Flores) e l'intensità di un paio di scene d'azione (la morte dei famigliari di Luca, con successivo inseguimento al loro killer lungo i Navigli; e lo scontro finale con i due americani nel cimitero delle auto, con il gattino bianco che simboleggia tutti gli innocenti – e sono tanti! – vittime collaterali dei gangster). Luciana Paluzzi è l'hostess dei due sicari, Sylva Koscina la moglie di Luca, mentre Renato Zero fa un breve cameo. Musiche di Armando Trovajoli. Quentin Tarantino ha dichiarato di essersi ispirato alla coppia formata da Henry Silva e Woody Stroode per i due protagonisti di "Pulp Fiction". La cosiddetta "Trilogia del milieu" sarà completata da Di Leo l'anno seguente con "Il boss".

19 luglio 2016

La sposa in nero (François Truffaut, 1968)

La sposa in nero (La mariée était en noir)
di François Truffaut – Francia 1968
con Jeanne Moreau, Jean-Claude Brialy
***

Rivisto in DVD.

Per vendicarsi dei cinque uomini responsabili della morte del marito, colpito per disgrazia da un colpo di fucile sulle scale della chiesa nel giorno del loro matrimonio, una giovane donna (Moreau) li rintraccia e li uccide uno a uno. Da un romanzo di Cornell Woolrich (che si firma come William Irish), un thriller nerissimo e atipico nella filmografia di Truffaut, che pure – come Godard e gli altri colleghi della Nouvelle Vague – non ha mai nascosto l'amore per la narrativa e il cinema di genere americano. Attraverso alcuni elementi ricorrenti (l'anello, il disco), la pellicola svela le sue carte poco a poco: dopo ogni delitto, lo spettatore viene a conoscenza di un pezzo in più del background e delle motivazioni del personaggio. Narrativamente il film può essere diviso in cinque parti, più un prologo e un epilogo, in ciascuna dei quali Julie rintraccia, avvicina e infine elimina (in modi sempre diversi e fantasiosi) i suoi bersagli, quasi sempre affascinandoli con il proprio charme e giocando con il fatto che loro non la conoscono. E infine si farà arrestare volontariamente, pur di raggiungere il quinto uomo che si trova chiuso in prigione. Secondo film a colori di Truffaut, ma il primo girato in Francia e con il suo direttore della fotografia di fiducia (Raoul Coutard): eppure nella memoria dello spettatore resta un film in bianco e nero, non solo per gli abiti della protagonista (che indossa quasi sempre il bianco nuziale – o virginale, quando si veste da Diana cacciatrice – o il nero della vedovanza) ma per i toni della vicenda, dove apparentemente non c'è spazio per il grigio o le sfumature cromatiche. Le "vittime" sono interpretate da Claude Rich (il rubacuori), Michel Bouquet (il solitario), Michel Lonsdale (il politico), Daniel Boulanger (il pregiudicato) e Charles Denner (il pittore). Per la colonna sonora, che ingloba una versione "drammatica" della classica marcia nuziale di Mendelssohn, Truffaut ricorre per la seconda volta di fila (dopo "Fahrenheit 451") a Bernard Herrmann, il compositore di fiducia di Hitchcock, quando mai adatto alle atmosfere della pellicola. Quentin Tarantino ha negato l'ispirazione, ma le similitudini con "Kill Bill" sono numerose ed evidenti (dalla struttura generale fino a piccoli particolari, come la scena in cui la sposa, dopo ogni vendetta, cancella con una riga il nome della vittima dal suo taccuino).

17 luglio 2016

Le notti bianche (Luchino Visconti, 1957)

Le notti bianche
di Luchino Visconti – Italia 1957
con Marcello Mastroianni, Maria Schell
**1/2

Visto in divx.

Passeggiando di notte senza meta, Mario (Mastroianni) incontra Natalia (Schnell), una ragazza che da un anno attende inutilmente notizie dell'uomo (Jean Marais) di cui è innamorata. Infatuato del suo candore e della sua semplicità, Mario cerca di scuoterla dalle sue illusioni e di convincerla che l'uomo non tornerà più: ma proprio quando sembra che fra i due possa nascere un idillio, il misterioso straniero si rifà vivo per portargliela via. Dall'omonimo racconto di Dostoevskij, di cui trasferisce l'azione da San Pietroburgo a una Livorno tutta ricostruita in studio, un film dalle atmosfere irreali e oniriche, alle quali contribuiscono la regia elegante di Visconti, l'evocativa fotografia di Giuseppe Rotunno e le musiche spettrali di Nino Rota. Mario accusa Natalia di essere "innamorata di un fantasma": e il modo in cui i personaggi si materializzano all'improvviso, o scompaiono come ombre dai ponti e dai vicoli della città, fa sembrare in effetti che la storia si svolga in una sorta di limbo soprannaturale, popolato da anime perse (vedi anche la prolungata sequenza del ballo, dove il tempo pare perdere di significato, o l'inizio del racconto della ragazza, con l'ambientazione che muta senza alcuno stacco dell'inquadratura). Come sempre nel cinema di Visconti, sono da sottolineare i meta-riferimenti operistici: nel flashback, Natalia e il suo innamorato vanno a teatro ad assistere al "Barbiere di Siviglia": e alcuni elementi (la nonna tutrice che la sorveglia, la lettera allo spasimante "già scritta" e affidata all'amico affinché gliela consegni) sembrano uscire direttamente dal libretto dell'opera di Rossini. Non mancano comunque suggestioni e simboli più universali, quasi "magici": dal cane che segue Mario all'inizio e alla fine del film, come per condividere la sua solitudine, all'insolita nevicata che imbianca le strade e i tetti della città nel finale, un evento fuori dall'ordinario proprio come l'incontro con Natalia è stata una parentesi straordinaria nella vita del protagonista. Alla fine, colui che ha vissuto un'illusione d'amore si rivelerà essere lui, mentre il sogno puro e fedele della ragazza (messo giusto un poco alla prova dall'insistenza di Mario) sarà ricompensato, come in una fiaba. Clara Calamai è la prostituta. Contrariamente alle pratiche dell'epoca, la Schell non è stata ridoppiata in italiano. Nel 1971 anche Bresson adatterà il racconto di Dostoevskij in "Quattro notti di un sognatore".

15 luglio 2016

Tokyo Fist (Shinya Tsukamoto, 1995)

Tokyo Fist (id.)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1995
con Shinya Tsukamoto, Koji Tsukamoto, Kahori Fujii
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Tsuda, modesto impiegato di una ditta di assicurazioni, conduce una vita piatta e noiosa: anche il rapporto con la sua compagna, Hizuru, è ormai scivolato nella fredda routine. Ma l'incontro con un vecchio compagno di scuola, Kojima, scuote tutto questo. Kojima, infatti, provoca ripetutamente il pavido Tsuda per risvegliare il suo spirito combattivo e insidia Hizuru, che finisce con l'abbandonare il compagno per trasferirsi a casa del rivale. Pur di riconquistarla, Tsuda comincia a sua volta a frequentare la palestra. Dopo i due "Tetsuo", Tsukamoto racconta un'altra vicenda di trasformazione: stavolta non c'è di mezzo il metallo, ma solo la carne e i corpi. La rabbia repressa, l'ossessione e il desiderio di vendetta spingono infatti i personaggi all'estremo, e il cambiamento psicologico si riflette in quello fisico, con i volti massacrati dai pugni in una spirale di autodistruzione che finisce con il coinvolgere anche la donna. Contemporaneamente ai due uomini, infatti, anche Hizuru abbraccia il proprio lato più masochista, fra tatuaggi e piercing. Il dolore e il combattimento diventano per tutti e tre l'unico modo per esprimersi e per sentirsi vivi. Come nei precedenti lavori sperimentali di Tsukamoto, il film rappresenta sullo schermo la violenza in maniera stilizzata ed espressionista, con una regia che ricorre ad angoli e inquadrature insolite, nervosi movimenti di camera, una fotografia ipersatura e persino a brevi animazioni a passo uno. Fedele al suo titolo (dove non c'è solo la parola "Fist", ma anche "Tokyo"), il film rende inoltre protagonisti gli scenari cittadini (i grandi palazzi, le strade, i ponti, i corridoi) mostrandoli come un labirinto urbano in cui i personaggi vagano nell'indifferenza altrui. E poi, naturalmente, tanto gore e tanto sangue, sul ring e fuori. Cinema estremo, non per tutti, ma vivo e pulsante: forse la vetta espressiva di Tsukamoto. I due rivali, Tsuda e Kojima, sono interpretati dallo stesso regista e da suo fratello Koji.

13 luglio 2016

L'ultimo buscadero (Sam Peckinpah, 1972)

L'ultimo buscadero (Junior Bonner)
di Sam Peckinpah – USA 1972
con Steve McQueen, Robert Preston
***

Rivisto in DVD.

Junior Bonner (McQueen), un cowboy che si guadagna da vivere girando di paese in paese per partecipare ai rodei, è in un momento di crisi quando torna nella sua città natale, Prescott, dove è in programma una grande fiera in occasione della parata del 4 luglio. Il fratello Curly (Joe Don Baker), invece, non potrebbe essere più diverso: affarista pragmatico, ha distrutto il ranch di famiglia per costruirvi sopra un centro residenziale e sta facendo fortuna con il commercio e l'edilizia. Curly disapprova la vita romantica e itinerante del fratello, e vorrebbe che mettesse "la testa a posto" come lui. Ma Junior non può rinunciare al proprio modo di essere, e in questo è come il padre Ace (Robert Preston), che nonostante gli acciacchi e la tarda età – e per la disperazione della moglie Elvira (Ida Lupino) – insegue ancora sogni e illusioni, non ultima la pazza idea di trasferirsi in Australia alla ricerca dell'oro. Nonostante l'ambientazione contemporanea, il settimo film di Peckinpah è ancora una volta – poteva essere altrimenti? – un western. E naturalmente un western crepuscolare e malinconico, che mette in scena la cronaca di un fallimento e la fine di un'epoca, dove i pochi cowboy rimasti sono residui del passato, che si esibiscono per divertire i turisti mentre intorno a loro il progresso fa letteralmente piazza pulita dei vecchi scenari e del vecchio modo di vivere. "Se questo mondo è tutto per i vincitori, che cosa resta ai vinti?" si chiede il protagonista, prima di buttarsi testardamente in una nuova lotta contro il terribile toro Sunshine, l'ostacolo da superare per dimostrare a tutti (e soprattutto a sé stesso) di non essere ancora finito. La vittoria gli arriderà (e con essa, la conquista di una bella ragazza), ma sarà tutto effimero: tanto la ragazza che il denaro (donato al padre per consentirgli di esaudire il suo ultimo sogno) dureranno lo spazio di una giornata, prima di ripartire con una vettura infangata e sulle strade polverose verso nuovi rodei in altre cittadine ai margini della civiltà che avanza. Girato con stile classico (ma il montaggio rapido e frammentato, marchio di fabbrica del regista, è ben presente nelle scene della parata e soprattutto in quelle del rodeo), con una sceneggiatura assai attenta alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, "L'ultimo buscadero" è uno dei film più lineari e meno violenti del regista americano (al punto da deludere coloro che si attendevano una pellicola d'azione, vista anche la presenza di McQueen): eppure non tradisce i temi tipici della sua filmografia e mostra grande cura nel descrivere un microcosmo (la famiglia, la città, l'ambiente del rodeo) che simboleggia un intero mondo. Ottimi gli attori (oltre ai già citati, Ben Johnson è l'organizzatore del rodeo e Barbara Leigh è la ragazza conquistata da Junior). McQueen tornerà a collaborare con Peckinpah in "Getaway".

12 luglio 2016

Le massaggiatrici (Lucio Fulci, 1962)

Le massaggiatrici
di Lucio Fulci – Italia/Francia 1962
con Sylva Koscina, Philippe Noiret
**

Visto in TV.

Tre intraprendenti ragazze (Sylva Koscina, Valeria Fabrizi e Cristina Gaioni) aprono una "casa di massaggi" in un appartamento di Roma. Due imprenditori (Ernesto Calindri e Luigi Pavese) si servono delle loro grazie per firmare un lucroso contratto con il presidente (Louis Seigner) della "Casa per la protezione della giovane". Ma quando questi muore proprio mentre si trova in casa delle fanciulle, dovranno nasconderne il cadavere per evitare uno scandalo. Antesignano della commedia sexy e "scollacciata" all'italiana che furoreggierà nel decennio successivo, il film fa esplicito riferimento alla legge Merlin, da poco approvata e ancora al centro del dibattico sociale e politico, e non si fa scrupolo a prendere di mira l'ipocrisia e la "doppia morale" di parte della società e di una certa classe politica. Il sottotitolo della pellicola, "Pochade in un tempo... moderno", chiarisce bene il tono della narrazione: una comicità farsesca e sopra le righe, fra equivoci, doppi sensi, scambi di persona, cadaveri che scompaiono e riappaiono, situazioni pruriginose che regolarmente non portano mai a nulla. Nel complesso, un divertimento innocuo ma interessante come specchio dei tempi, e in ogni caso più spigliato dei tanti film che ne seguiranno. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia hanno una parte piccola ma importante nel finale (i guardiani notturni). Philippe Noiret (che interpreta il viscido segretario del presidente), al suo primo film italiano, è doppiato da Elio Pandolfi. Musica del jazzista Nini Rosso.

10 luglio 2016

A girl walks home alone at night (Ana Lily Amirpour, 2014)

A girl walks home alone at night (id.)
di Ana Lily Amirpour – USA 2014
con Sheila Vand, Arash Marandi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Per le strade notturne e desolate di Bad City, una città fittizia e spettrale (l'ambientazione è volutamente lasciata nel vago: il film è stato girato negli Stati Uniti, ma tutti i personaggi parlano persiano), si aggira una misteriosa ragazza in chador, assetata di sangue umano. Ignorando la sua natura di vampiro, di lei si innamora il giovane Arash: ma l'amore basterà a cambiare il destino di entrambi? Sorprendente commistione fra noir, western, horror ed esistenzialismo, opera prima di una regista anglo-iraniana che ha ampliato un suo precedente cortometraggio. Esile nella trama e nella caratterizzazione dei personaggi, il film ha i suoi punti di forza nell'ambientazione ricca di atmosfera e nella costruzione di un mondo che richiama tanto cinema del passato (da James Dean a Jodorowsky, da Lynch a Jim Jarmusch, forse l'influenza più evidente): l'uso del bianco e nero, l'attenzione al paesaggio (le periferie, le strade, i campi affiancati dal movimento incessante delle pompe di petrolio, i canali disseminati di cadaveri, che rendono Bad City una specie di città fantasma) e i personaggi emarginati e disadattati (la prostituta, il bambino, lo spacciatore-magnaccia, il padre drogato) sono tutti tasselli di un affresco originale e dall'andamento lento e ipnotico. A renderlo ancora più suggestivo c'è una colonna sonora che a sua volta è una commistione di generi: si va dalla musica elettronica alle influenze western di Ennio Morricone. Nel complesso, forse un film più di forma che di sostanza, ma comunque interessante, rapidamente diventato un piccolo oggetto di culto fra gli appassionati di cinema indie.

8 luglio 2016

Il viaggiatore (Abbas Kiarostami, 1974)

Il viaggiatore (Mosafer)
di Abbas Kiarostami – Iran 1974
con Hassan Darabi, Masud Zandbegleh
***1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), in originale con sottotitoli.

Il piccolo Ghassem, figlio di un falegname che vive in una città di provincia, non ha in testa che il calcio. Già bocciato una volta, anziché studiare preferisce trascorrere le sue giornate a giocare a pallone con gli amici, incurante dei rimproveri della madre e delle punizioni che il padre o gli insegnanti gli impartiscono in continuazione. Quando viene a sapere che la nazionale iraniana giocherà una partita a Teheran, progetta di andarla a vedere. Per procurarsi i soldi necessari per il viaggio in autobus e il biglietto dello stadio non esita a rubare, a mentire e a ingannare: sottrae del denaro alla madre, prova a vendere la macchina fotografica dello zio, utilizza quest'ultima per fingere di scattare foto – dietro pagamento – agli alunni di una scuola elementare, e infine vende addirittura le porte con cui gioca la squadra del quartiere. Arrivato finalmente nella capitale, giunge allo stadio con tre ore di anticipo, bighellona un po' in giro, si addormenta e si risveglierà soltanto quando la partita è già terminata. Il primo vero lungometraggio di Kiarostami (il precedente "L'esperienza", oltre che più corto, si basava su un soggetto non suo) è incentrato sul tema del desiderio, assolutamente centrale nel suo cinema, e amplia i contenuti già presenti nel suo secondo cortomentraggio, "La ricreazione". Le azioni di Ghassem, personaggio indimenticabile e pieno di energia anche se tutt'altro che un ragazzo modello, sono rivolte esclusivamente alla realizzazione del suo obiettivo, incurante dei disagi, dei danni o delle delusioni che arreca agli altri: ma che in realtà il ragazzo abbia sensi di colpa è dimostrato nel finale, quando dorme sul prato mentre si sta giocando la partita, e sogna le conseguenze delle sue malefatte (il fallimento all'esame in classe per cui non ha studiato, l'essere inseguito dai ragazzini furibondi ai quali aveva promesso le fotografie). Al suo fianco c'è il fedele amico Akbar, quasi una voce della coscienza: pur coinvolto nelle sue bravate (un po' controvoglia, e in fondo in maniera disinteressata, anche se segretamente invidia l'amico), continuerà a ricordargli gli impegni e gli obblighi (i compiti da fare) e a interrogarsi al posto suo sulle conseguenze di ogni sua azione. Indicativa la scena in cui Akbar, intento a studiare, chiede al protagonista il significato di alcune parole, forse non scelte a caso: "ribelle" e "ambizione".

Quello de "Il viaggiatore" è un ritratto straordinario della fanciullezza, della noncuranza con cui si inseguono i propri obiettivi, con un protagonista esuberante e intraprendente, che appare quanto mai vivo e reale sullo schermo anche grazie alla rappresentazione del suo rapporto con l'ambiente che lo circonda. Il mondo di Ghassem – ma alla sua età come può essere altrimenti? – è egocentrico e autoreferenziale, senza punti di contatto con quello degli adulti (la madre e l'insegnante pensano solo a rimpallarsi le responsabilità della sua mancata educazione) e dunque con la sfera della maturità, che raggiungerà senza dubbio attraverso esperienze e delusioni come quella che conclude la pellicola, primo momento in cui il protagonista entra in contatto con una realtà più ampia (la grande città) di quella in cui finora ha vissuto. Il film mette dunque in scena un passaggio fondamentale della crescita: non sappiamo cosa ne sarà di Ghassem dopo la conclusione della vicenda, se sarà severamente punito e se imparerà dai suoi errori. Probabilmente, però, il viaggio e il suo infausto esito, anche se possono sembrare un semplice episodio di intemperanza, costituiranno un punto di passaggio e di svolta nella sua vita e nella sua crescita. Sotto forma di parabola, la storia illustra come desiderare qualcosa a tutti i costi possa portare infine anche a perderla nel più banale dei modi. Ma come nei migliori film prodotti dai registi iraniani per conto dell'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, le vicende morali e minimaliste dei ragazzini possono assumere significati che vanno ben al di là di una lettura superficiale. Regia e fotografia sono ottimi esempi di quel realismo poetico, qui ancora in fase embrionale, che farà la fortuna del nuovo cinema iraniano. Da sottolinare l'uso delle ellissi (la più evidente è proprio la partita di calcio, così centrale nell'economia della pellicola eppure mai mostrata) e, per la prima volta in un lungometraggio iraniano, del sonoro in presa diretta (un elemento che diventerà distintivo di un'intera cinematografia, spesso usato in maniera creativa e artistica).

7 luglio 2016

L'esperienza (Abbas Kiarostami, 1973)

L'esperienza (Tajrebeh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1973
con Hossein Yarmohammadi, Parviz Naderi
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il quattordicenne Mahmad lavora come garzone in uno studio fotografico, all'interno del quale trascorre anche le notti. Trattato male o con sufficienza dal padrone del negozio, che non perde occasione per rimproverarlo, il ragazzo passa le giornate facendo le pulizie e servendo il tè, e le sere ascoltando la radio e osservando il mondo introno a lui. Invaghito di una studentessa sua coetanea ma dei quartieri alti, sottrae le scarpe e la giacca del proprietario del negozio per presentarsi a lei tutto in ghingheri. Quando decide di licenziarsi per chiedere alla famiglia della ragazza di essere assunto a servizio nella sua casa, ne ottiene però un rifiuto. Il titolo del primo mediometraggio di Kiarostami (dopo due corti) si riferisce sia all'esperienza lavorativa che a quella sentimentale del protagonista, un giovane ai suoi primi passi nel mondo della vita "adulta". Solo (il fratello si è sposato da poco), taciturno, senza punti di riferimento, Mahmad si getta a capofitto nella vita con un misto di ribellione, intrapendenza e cautela. Alcuni critici hanno paragonato il film ad "Antoine e Colette" di Truffaut, visto che entrambi mettono in scena una "educazione sentimentale" destinata a scontrarsi con la dura realtà e l'inevitabile delusione che spesso incornicia i primi, timidi tentativi di approccio amoroso degli adolescenti. Quello di Mahmad è un mondo fatto di solitudine, precarietà e ingiustizie, dove però basta il sorriso di una ragazza per illudersi di aver trovato una ragione di vita, e dove ogni difficoltà è destinata a essere superata e dimenticata nel giro di poche ore. La regia di Kiarostami esibisce una grande attenzione al dettaglio, ai piccoli gesti quotidiani, agli oggetti e agli ambienti. Il soggetto del film è di Amir Naderi, che l'ha ceduto all'amico essendo impegnato nelle riprese di un'altra pellicola.

6 luglio 2016

La ricreazione (Abbas Kiarostami, 1972)

La ricreazione, aka Intervallo (Zang-e tafrih)
di Abbas Kiarostami – Iran 1972
con Seyrouss Hassanpour
***

Visto su YouTube.

Dopo essere stato punito a scuola dall'insegnante perché, come ci spiega una scritta in sovrimpressione, durante l'intervallo ha rotto una finestra con una pallonata, il piccolo Dara si accinge a tornare a casa con la sua palla sotto il braccio. La sua attenzione è attirata da un gruppo di ragazzini che giocano a calcio per la strada, e Dara non resiste alla tentazione di calciargli lontano il pallone non appena questo si dirige verso di lui. Inseguito da uno dei ragazzi, è costretto prima a nascondersi e poi a prendere una lunga e pericolosa deviazione, attraversando pascoli, colline e campi innevati e strade piene di automobili. Il secondo cortometraggio di Kiarostami racconta, come il primo, la vicenda minimalista di un bambino obbligato ad affrontare un'improvvisa difficoltà. Ma rispetto al lavoro precedente, aggiunge complessità e significato a quella che è prima di tutto una storia simbolica e fiabesca (addirittura senza una vera conclusione: lo schermo sfuma in bianco mentre il ragazzo cammina al fianco della strada trafficata, impossibilitato ad attraversarla), costruita su due concetti in contrapposizione: il desiderio (quello del bambino di calciare la palla) e la solitudine (Dara si ritrova solo prima, durante e dopo il calcio fatidico). La regia comincia a mostrare soluzioni inventive, sfruttando l'ambientazione stessa come strumento di montaggio interno (si pensi all'inquadratura nel corridoio, con la messa a fuoco che passa dal vetro rotto al primo piano del ragazzo, o il campo lungo nel finale, quando il bambino scende per il pendio mentre in primo piano scorrono le automobili). Come "Il pane e il vicolo", anche questo è muto e stavolta pure senza musica: la vicenda è raccontata soltanto attraverso i rumori ambientali e le espressioni del piccolo protagonista.

5 luglio 2016

Il pane e il vicolo (Abbas Kiarostami, 1970)

Il pane e il vicolo (Nan va koucheh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1970
con Reza Hashemi, Mehdi Shirvanfar
***

Visto su YouTube, per ricordare Abbas Kiarostami.

Un bambino sta tornando a casa, reggendo sottobraccio una forma di pane e divertendosi a calciare per la strada un barattolo accartocciato. Giunto in uno stretto vicolo, è intimorito da un cane che gli sbarra il passaggio. Esita sul da farsi, prova a incamminarsi al fianco di un anziano signore che però presto devia per una strada secondaria. Alla fine trova il coraggio di lanciare al cane un pezzo di pane, facendoselo amico. L'animale, scodinzolando, lo accompagnerà fino a casa, dove però la madre del protagonista gli impedirà di entrare. Al cane non resterà che adagiarsi fuori dalla porta, proprio mentre un altro ragazzino sta avvicinandosi a sua volta, e tutto ricomincerà da capo... Nel cortometraggio di debutto del più grande regista iraniano di sempre (nonché uno dei miei registi preferiti in assoluto), c'è già tutto il Kiarostami che verrà: l'attenzione al mondo dei bambini, lo studio del paesaggio, la cura nella messa in scena, nelle inquadrature e nel montaggio, la proposizione di piccoli dilemmi morali e di un microcosmo come specchio di una realtà più grande. Costretto a lavorare entro gli stretti margini della censura, ma potendo godere di una certa libertà e autonomia al servizio dell'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti (l'ente culturale e statale del quale proprio Kiarostami, fino ad allora grafico e creativo pubblicitario, contribuisce con questo film a fondare la sezione cinematografica), il regista saprà far emergere la propria poetica in maniera pura e stratificata al tempo stesso, dando vita a una stagione senza eguali per il cinema iraniano. Praticamente muto, il cortometraggio è arricchito dai rumori ambientali e da un'interessante colonna sonora: una versione strumentale di "Obladì Obladà" dei Beatles accompagna il piccolo protagonista fino a quando la musica non si arresta al momento dell'incontro con il cane; altri brani di varia natura sottolineano il suo passo a fianco del vecchio con l'apparecchio acustico (un pezzo assai ritmato) e del cane ormai diventato amico (un brano di musica barocca); infine, a sottolineare la ripetizione della situazione conclusiva, c'è un tema jazzato.

4 luglio 2016

Senso (Luchino Visconti, 1954)

Senso
di Luchino Visconti – Italia 1954
con Alida Valli, Farley Granger
***1/2

Visto in divx.

1866: nel Veneto occupato dagli Austriaci, alla vigilia della terza guerra di indipendenza, la contessa Livia Serpieri (Valli) – patriota e nazionalista – si innamora di un giovane ufficiale delle forze imperiali, il tenente Franz Mahler (Granger). Per lui arriverà a tradire la famiglia e i propri ideali: ma quando si renderà conto che l'uomo ha soltanto approfittato di lei, si vendicherà denunciandolo per diserzione. Da un racconto di Camillo Boito (fratello di Arrigo), rielaborato e adattato insieme a Susi Cecchi D'Amico, Visconti realizza il suo primo film a colori nonché la prima pellicola in cui mette da parte i temi del neorealismo per tuffarsi a piene mani nella descrizione di un ambiente a lui assai più congeniale, quello di un'aristocrazia in crisi perché ormai avviata al declino e alla decadenza ("Un intero mondo sparirà, quello cui apparteniamo tu e io. E il nuovo mondo non ha alcun interesse per me", afferma Franz in una delle scene chiave del film). Le sontuose scenografie, la grande cura nei costumi e nella ricostruzione storica, la qualità pittorica della fotografia (ispirata, pare, ai dipinti di Francesco Hayez: la scena in cui Livia e Franz si baciano nella villa di Aldeno ricorda in particolare proprio "Il bacio"), la colonna sonora (con brani della settima sinfonia di Bruckner) e la raffinata interpretazione della Valli contribuiscono a definire una nuova cifra stilistica per Visconti, che manterrà per il resto della sua filmografia e che lo porterà a capolavori come "Ludwig", "Il gattopardo" e "Morte a Venezia". Accolto da un grande successo di pubblico, e destinato a ritagliarsi un posto importante nella storia del cinema italiano, il film fu ferocemente osteggiato dalla censura e dal governo (il titolo originale, "Custoza", fu considerato "disfattista" da parte del ministero della difesa, mentre il sottosegretariato allo spettacolo impose il taglio di numerose scene d'amore ritenute "immorali" nonché il cambiamento del finale), anche per il rifiuto della retorica patriottistica con cui fino ad allora si era sempre raccontato il risorgimento, qui visto invece come "la fine di un'era", appunto, un momento di passaggio che reca con sé anche tragedia e disillusione. La descrizione della folle passione di Livia per Franz, che da donna idealista e pragmatica la trasforma in romantica e perduta, è raccontata in prima persona dalla stessa protagonista, con una voce narrante bassa e suadente (lo stesso tenente, a più riprese, la rimprovera di parlare troppo piano!). Se Livia, al momento del suo primo incontro con Franz, afferma "Non mi piace l'opera quando si svolge fuori scena", la vicenda di cui è protagonista è invece in tutto e per tutto degna di un melodramma. La pellicola si apre proprio in un teatro lirico, la Fenice di Venezia, mentre sulle note del "Trovatore" va in scena una manifestazione patriottica che aiuta subito a collocare la vicenda nel suo contesto storico. E gli sviluppi successivi ricordano a tratti opere come la "Tosca". L'impegno della produzione, oltre che dallo sforzo finanziario evidente nella ricostruzione d'epoca e nelle scene di battaglia, risalta anche dai collaboratori assoldati per l'edizione internazionale: alla sceneggiatura della versione inglese hanno collaborato anche Paul Bowles e Tennessee Williams. Come assistenti alla regia figurano Francesco Rosi e Franco Zeffirelli, entrambi a inizio carriera. L'operatore Giuseppe Rotunno diventerà il direttore della fotografia di fiducia di Visconti. Per il ruolo dei protagonisti, il regista milanese aveva pensato inizialmente a Ingrid Bergman e Marlon Brando. Quanto al resto del cast, Heinz Moog è il marito di Livia, Massimo Girotti è il cugino rivoluzionario Roberto, Rina Morelli è la governante, Marcella Mariani (che morirà l'anno seguente, in un incidente aereo, a soli 19 anni) è la giovane prostituta.

3 luglio 2016

La mafia uccide solo d'estate (Pif, 2013)

La mafia uccide solo d'estate
di Pif [Pierfrancesco Diliberto] – Italia 2013
con Pif, Cristiana Capotondi
***

Visto in TV, con Sabrina.

Vent'anni di delitti e di vittime della mafia, visti attraverso gli occhi di un bambino (e poi ragazzo), che cresce nella Palermo degli anni ottanta e novanta. L'ex "Iena" televisiva Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, è co-sceneggiatore, regista e protagonista (almeno nella seconda metà del film: nella prima c'è Alex Bisconti, somigliantissimo, che lo interpreta da piccolo) di un'insolita commedia semi-autobiografica che mescola il paradosso e l'ironia con la ricostruzione – anche per mezzo di materiali di repertorio – delle stragi, dei funerali, dei processi legati a Cosa Nostra. Ogni momento della vita di Arturo (sin da quello del concepimento!) sembra incrociarsi con le vicende della criminalità organizzata: cresce fra l'omertà e le reticenze degli adulti che lo circondano (il titolo del film è una frase che gli dice il padre per rassicurarlo), sviluppa idee confuse sui boss e sui magistrati, individua ingenuamente il suo "eroe" in Giulio Andreotti (al punto di travestirsi da lui in una festa in costume e di appendere un suo poster in camera), ma il forte desiderio di comprendere la realtà e di raccontare la propria città lo porterà a diventare giornalista (è lui l'ultimo ad intervistare Carlo Alberto Dalla Chiesa). Il vero filo conduttore è però quello del suo amore per Flora, la compagna di classe di cui si invaghisce ma alla quale non ha mai il coraggio di dichiararsi. Dopo molti alti e bassi la ritroverà adulta, divenuta l'assistente personale di Salvo Lima (!) durante la campagna elettorale in Sicilia. A unirli sarà infine proprio la consapevolezza della reale portata della mafia e dei suoi delitti, la stessa che scuote i cittadini palermitani dopo le stragi di Capaci e di via d'Amelio di cui rimangono vittima i giudici Falcone e Borsellino. In un certo senso, dunque, Arturo e Flora rappresentano tutta la gente comune, coloro che dopo anni passati a fingere di non vedere e di non sentire si decidono finalmente a opporsi al potere della mafia. La pellicola si conclude con un omaggio alle tante vittime di Cosa Nostra. Il rischio di trovarsi di fronte a un pamphlet retorico è scongiurato non solo dai toni da commedia (il registro è lo stesso dei lavori televisivi dell'autore: ironico e documentaristico al tempo stesso) ma anche dalla sincerità e schiettezza con cui Pif affronta l'argomento, senza peraltro mai commettere l'errore opposto, quello di celebrare l'argomento e ammantare la criminalità organizzata di un'aura mistica e cool (al contrario, i boss sono esposti alla berlina e ridicolizzati: vedi Totò Riina che non sa usare il condizionatore d'aria). Il risultato è quasi una versione comica de "I cento passi", film nel quale un Pif alle prime armi era stato assistente alla regia.

2 luglio 2016

Per fortuna che ci sei (James Huth, 2002)

Per fortuna che ci sei (Un bonheur n'arrive jamais seul)
di James Huth – Francia 2002
con Gad Elmaleh, Sophie Marceau
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il musicista jazz Sasha (Gad Elmaleh) vive alla giornata, libero dai legami sentimentali e professionali e prigioniero dell'ombra ingombrante del padre, che fu un celebre compositore. Quando incontra la bella ma sbadata Charlotte (Sophie Marceau), però, se ne innamora subito, ricambiato. La passione fra i due sembra funzionare, nonostante gli ambiti sociali ben differenti (quello artistico di Montmartre per lui, i quartieri alti di Parigi per lei). Peccato che si tratti dell'ex moglie del ricco imprenditore Alain Porsche (François Berléand), che farà tutto per mettere loro i bastoni fra le ruote, e soprattutto che abbia tre scatenati figli di primo letto: e Sasha, che ha sempre affermato di odiare i bambini, scoprirà di dover "conquistare" anche loro. Love story di produzione francese ma chiaramente debitrice al cinema americano, colma di riferimenti ai classici hollywoodiani (entrambi i protagonisti adorano "Casablanca") e ai musical di Broadway (nell'appartamento di Sasha campeggiano locandine di "West Side Story", "Hair", "JSC", "Cantando sotto la pioggia"...), ma in particolare a "Gli aristogatti" della Walt Disney (citato esplicitamente più di una volta), di cui è di fatto una rilettura con esseri umani al posto dei felini. I bravi protagonisti (simpatico lui, affascinante come sempre lei), l'ambientazione accattivante, le numerose gag slapstick e un'interessante colonna sonora (che rilegge in chiave jazz tanti classici: Chopin, Mozart, Gounod, Bach...) non bastano però a elevarla oltre lo schematismo del genere.

29 giugno 2016

...altrimenti ci arrabbiamo! (M. Fondato, 1974)

...altrimenti ci arrabbiamo!
di Marcello Fondato – Italia/Spagna 1974
con Bud Spencer, Terence Hill
***1/2

Rivisto in divx, per ricordare Bud Spencer.

Uno dei film che più volte ho visto da bambino, perfetto esempio di quell'universo di comicità, avventura, ingenuità e innocua violenza con cui Bud (e Terence) mi hanno divertito e accompagnato per tanti anni: inevitabile per me dargli un voto così alto, al di là degli effettivi meriti cinematografici.

Il garagista Ben (Bud Spencer) e il giramondo Kid (Terence Hill), amici e rivali, partecipano a una gara di rallycross e tagliano insieme il traguardo: il problema di come dividersi il primo premio, una dune buggy rossa fiammante ("con la capottina gialla"), passa in secondo piano quando la vettura viene distrutta dai gangster al soldo di un "cattivissimo" boss (John Sharp), che su suggerimento del suo psicologo (Donald Pleasence) intende far chiudere il Luna Park adiacente al garage di Ben per edificarvi un grattacielo. Ben e Kid si presentano dal capo, intenzionati a ottenere da lui una nuova "carriola" ("Altrimenti?" "Altrimenti ci arrabbiamo"): ma il boss, istigato dal dottore, non vuole accontentare la loro richiesta... Primo film della coppia ambientato in Europa (per la precisione in Spagna: è stato girato nelle calle e nelle periferie di Madrid), è probabilmente la loro pellicola più celebre e citata (insieme a "Lo chiamavano Trinità", ma al primo posto fra quelle di ambientazione contemporanea), una vera miniera di risate e di situazioni iconiche, a partire dalle leggendarie scazzottate (che rispetto ai film precedenti crescono in durata e in importanza): dalla sfida a "birra e salsicce" per aggiudicarsi la dune buggy (interrotta dai gangster che distruggono il locale in cui i due si trovano, nella loro totale indifferenza) alla rissa nella palestra (dove si possono apprezzare i fenomenali effetti sonori che accompagnano pugni e schiaffoni), dalla sfida con la gang dei motociclisti (con tanto di radiocronaca trasmessa al boss) all'irruzione finale in macchina alla festa dei cattivi, in una sala colma di palloncini. Ma la scena più mitica è senza dubbio quella del coro dei pompieri ("Bom bom bom bom... La la la la la la..."), con Bud Spencer che passa dalla sezione maschile a quella femminile nel tentativo di sfuggire al mirino del glaciale killer Paganini ("Lo chiamano così perché non replica mai!"), scena resa ancora più memorabile dalla colonna sonora, con un brano che chiunque avrà provato a cantare una volta nella vita, e che in certi momenti ingloba persino il tema legato al killer. Al fianco di Bud e Terence, comunque protagonisti assoluti, per una volta si muovono una serie di personaggi che, pur secondari, restano impressi nella memoria collettiva, interpretati da caratteristici italiani o spagnoli o persino da attori di un certo livello: John Sharp è il capo, infantile e facilmente manipolabile da chi gli sta attorno, che vorrebbe essere cattivo solo perché glielo ha ordinato il dottore; questi, psicologo con l'accento tedesco, è interpretato dal grande Donald Pleasance, paradossalmente in uno dei suoi ruoli più memorabili. Ci sono poi il vecchio Geremia (Luis Barbero), assistente di Ben nel suo garage, lo scagnozzo baffuto Attila (Deogratias Huerta) e la bella Liza (Patty Shepard), la ragazza del circo di cui Kid si innamora. Manuel de Blas è Paganini, un evidente spoof di Alain Delon. Fra i caratteristi, infine, è da citare almeno il direttore del coro (Emilio Laguna), frustrato dalle continue "improvvisazioni" di Ben. Fra le tante battute, la frase più celebre è quella che dà il titolo al film (e il suo reprise, più avanti: "Siamo già arrabbiati"). Degna di menzione, infine, la canzone (in inglese) "Dune Buggy" degli Oliver Onions (ovvero i fratelli Guido e Maurizio De Angelis).

27 giugno 2016

Grazie di tutto, Bud


26 giugno 2016

New York, New York (M. Scorsese, 1977)

New York, New York (id.)
di Martin Scorsese – USA 1977
con Robert De Niro, Liza Minnelli
**

Visto in DVD.

Subito dopo "Taxi Driver", Scorsese gira ancora un film su New York, con Robert De Niro nei panni di un reduce di guerra dalla personalità "difficile"... eppure le due pellicole non potrebbero essere più diverse, così come diversa è stata l'accoglienza da parte di pubblico e critica. Se il film precedente era cupo, realistico e assolutamente figlio dei suoi tempi, sin dai titoli di testa "New York, New York" è invece uno spensierato omaggio ai musical degli anni '40, agli spettacoli di varietà, al jazz e al cabaret. Si apre il 2 settembre 1945, il giorno della resa del Giappone: fra la folla che festeggia la fine della guerra nelle strade e nei locali di New York c'è il sassofonista Jimmy Doyle (De Niro), in cerca di ragazze da abbordare. Quando incontra Francine Evans (Minnelli), nonostante lei cerchi di tenerlo a distanza, capisce che è la donna che fa per lui: ancora di più quando scopre che è una cantante, peraltro molto dotata. La pellicola segue la loro tormentata storia d'amore, fra alti e bassi: dalle tournée in giro per il paese (nonostante il titolo, non tutto il film si svolge nella Grande Mela) al matrimonio, fra momenti di tensione e di gelosia (il successo della band di cui i due fanno parte è dovuto principalmente alla voce di Francine, e Jimmy non prende bene la decisione di lei di smettere di cantare quando rimane incinta) fino all'inevitabile separazione. Sei anni più tardi, li ritroveremo entrambi ormai affermati: lei è diventata una diva di Hollywood, lui possiede un locale dove si suona jazz ed è un apprezzato scrittore di canzoni: proprio uno dei suoi successi, quello che dà il titolo al film, sarà eseguito da Francine in occasione del loro reincontro. Sono ormai riappacificati, ma non abbastanza da rimettersi insieme. Considerato da molti come l'unico vero passo falso della carriera di Scorsese, "New York, New York" è un film lungo, poco convincente, volutamente immerso in un'atmosfera retrò che – anche per voler omaggiare le pellicole e i musical dell'epoca – appare decisamente artificiale per scenografie, luci e colori, tanto che anche le (poche) scene in esterni sembrano girate in studio. La trama non è particolarmente interessante, così come i due personaggi (in particolare Francine: Jimmy si salva grazie all'interpretazione di De Niro). E delle tante canzoni, poche sono quelle rimaste memorabili: giusto "But the World Goes Round" e naturalmente quella principale, "New York, New York" appunto, che però diventerà una vera hit soltanto quando sarà riproposta, l'anno successivo, da Frank Sinatra (quando uscì il film non fu nemmeno nominata all'Oscar come miglior canzone!).

24 giugno 2016

Dark Star (John Carpenter, 1974)

Dark Star (id.)
di John Carpenter – USA 1974
con Dan O'Bannon, Brian Narelle
**1/2

Rivisto in DVD.

Scritto e realizzato insieme al suo compagno di studi Dan O'Bannon, il film d'esordio di John Carpenter è una pellicola di fantascienza a bassissimo costo, che non fa nulla per nascondere la povertà del budget e anzi la sfrutta a suo favore: che l'astronave nella quale viaggiano i protagonisti sia una vecchia carretta, in preda a continui guasti e malfunzionamenti, è uno dei punti cardine della storia. I quattro membri dell'equipaggio hanno il compito di individuare e distruggere "pianeti instabili" (a rischio cioè di uscire dalle proprie orbite, mettendo a repentaglio interi sistemi solari) per mezzo di sofisticate bombe termonucleari. Queste bombe sono senzienti, in grado di comunicare sia con il computer di bordo che con gli astronauti stessi. Ne consegue una delle scene più memorabili del film, quella in cui gli uomini cercano di convincere a disinnescarsi una bomba che vuole esplodere pur non essendosi sganciata, attraverso un dialogo filosofico che tocca temi esistenzialisti come la percezione della realtà. Pur trattandosi di un film povero per regia, effetti speciali e scenografie (particolarmente debole è la sequenza dell'alieno che uno degli astronauti ha portato a bordo come mascotte, un vero e proprio "pallone gonfiato"), e che non si prende assolutamente sul serio, risuonano dunque echi kubrickiani: impossibile non pensare a "2001: Odissea nello spazio" (i computer senzienti, lo scenario spaziale, le comunicazioni) e al "Dottor Stranamore" (le bombe, la satira militare, il finale in cui uno degli astronauti cavalca il portellone della nave come una tavola da surf). Il tono dismesso è enfatizzato dalle scenografie, ma anche dall'aspetto dei membri dell'equipaggio, barboni e capelloni, oltre che dalla loro natura di sociopatici e solitari (uno di essi risiede pernnemente nella torretta di guardia, senza mai unirsi agli altri), che trascorrono il tempo litigando, leggendo fumetti o suonando bizzarri strumenti musicali. Uno di loro, addirittura, non è nemmeno un vero astronauta ma un operaio finito lì per caso. Commentando sull'assurdità delle situazioni e dei dialoghi, Carpenter ha descritto la pellicola come "Aspettando Godot nello spazio". Costato solo 60.000 dollari, il film è stato in pratica realizzato interamente da Carpenter e O'Bannon. Il primo, oltre a dirigerlo, ha anche curato le scenografie e scritto la colonna sonora (a base di musica elettronica, oltre alla canzone country "Benson, Arizona"), mentre il secondo recita nei panni di uno degli astronauti e si occupa anche degli effetti speciali (molto artigianali ma rozzamente efficaci, tanto che Lucas lo assolderà per collaborare al primo "Guerre stellari": a lui è dovuta l'idea grafica di mostrare le stelle in rapido movimento quando la nave viaggia nell'iperspazio, vista per la prima volta proprio in questa occasione). O'Bannon scriverà in seguito la sceneggiatura di "Alien", nella quale trasferirà diversi elementi qui presenti, virandoli però dalla commedia all'horror: l'astronave vecchia e sporca, l'alieno che si nasconde nei corridoi, il gioco del coltello fra le dita delle mani. Nato come progetto studentesco, il film ha finito col diventare un oggetto di culto, più però per la carriera futura dei nomi coinvolti che non per i suoi reali pregi.

23 giugno 2016

Vita da bohème (Aki Kaurismäki, 1992)

Vita da bohème (La vie de bohème)
di Aki Kaurismäki – Francia/Finlandia 1992
con Matti Pellonpää, Evelyne Didi, André Wilms
***

Rivisto in divx.

Alla sua seconda coproduzione internazionale dopo "Ho affittato un killer", Kaurismäki sceglie di adattare la stessa raccolta di racconti (e poi dramma teatrale) di Henri Murger da cui Giacomo Puccini ha tratto l'opera "La Bohème", senza però rinnegare il proprio stile asciutto e la propria poetica (e portando a bordo alcuni dei suoi attori preferiti, come Matti Pellonpää e Kari Väänänen, al fianco di interpreti francesi). In fondo i temi sono quelli a lui consoni (storie di emarginati e di disadattati), così come l'alternanza fra momenti di ironia più o meno sottotraccia ed episodi malinconici e drammatici. Pur ambientato in una Parigi quasi contemporanea, il film sembra ignorare la modernità e guardare al passato: è girato in bianco e nero, presenta protagonisti avanti con l'età (quelli originari erano invece giovani, e proprio la fine della gioventù era uno dei fili conduttori dell'opera) e scenari decadenti e desolati. Il film racconta le vicende di tre artisti spiantati e falliti, il pittore albanese Rodolfo (Pellonpää), lo scrittore Marcel Marx (Wilms) e il compositore Schaunard (Väänänen), sempre a corto di denaro e alle prese con minacce di sfratto, problemi con le autorità (Rodolfo non ha il permesso di soggiorno) e frequenti visite al banco dei pegni. I tre diventano amici e condividono lavoretti, appartamenti e le proprie miserie. A un certo punto Rodolfo conosce Mimì, giunta in città dalla campagna in cerca di lavoro, e se ne innamora, ma la ragazza finirà con il morire a primavera, dopo una breve malattia. Il canovaccio della "Boheme" è rispettato (con qualche variazione: Rodolfo e Marcel si scambiano i campi di attività, e manca il quarto membro del gruppo di amici, il filosofo Colline), così come – almeno in parte – i significati tematici del testo originale (la disinvoltura nella vita, il senso di perdita e di dolore), ma Kaurismäki li interpreta a modo suo, fedele alla propria poetica di celebrazione degli emarginati che mostrano contegno e rispetto per sé stessi anche nelle avversità. Piccole parti per uno stralunato Jean-Pierre Léaud (l'industriale che commissiona un ritratto a Rodolfo) e per i registi Samuel Fuller (l'editore di Marcel) e Louis Malle (l'uomo che offre la cena al pittore quando questi viene derubato del portafoglio), mentre il cane di Rodolfo, Baudelaire, è interpretato da Laika, cagna dello stesso Kaurismäki che rivedremo (e con lei, i suoi discendenti) in tantissimi film dell'autore finlandese. Nella colonna sonora manca volutamente Puccini, come a sottolineare che non si tratta di un melodramma: quando Mimì e Musette vanno all'opera, ascoltano invece "Le nozze di Figaro" di Mozart. E sul funerale di Mimì, oltre che sui titoli di coda, c'è una canzone popolare giapponese, "Yuki no furu machi wo", interpretata da Toshitake Shinohara.

22 giugno 2016

Cannes e dintorni 2016 - conclusioni

Mi aspettavo francamente qualcosa di più da questa rassegna, che non ha certo mostrato film che passeranno alla storia del cinema. La pellicola che più mi ha soddisfatto è stata "Bacalaureat" di Cristian Mungiu, complesso dramma ricco di conflitti morali, mentre sul podio ci metterei anche "Neruda" di Pablo Larrain e "Juste la fin du monde" di Xavier Dolan. Tutto il resto è stato abbastanza dimenticabile. Da salvare comunque il film d'animazione a passo uno "Ma vie de courgette" (anche se i giorni successivi alla visione qualche dubbio me l'hanno fatto venire), la divertente commedia franco-islandese "L'effet aquatique", gli iraniani "The salesman" (un Farhadi minore rispetto ai lavori precedenti) e "Nahid", e il vincitore della Palma d'Oro "I, Daniel Blake" di Ken Loach (che però tutto fa fuorché stupire lo spettatore). Ho trovato decisamente sopravvalutato "Sieranevada" di Cristi Puiu, mentre il film peggiore della rassegna è stato l'italiano "Fiore". Fra i temi più frequentati: il rapporto tra genitori e figli ("Bacalaureat", "Fiore", "Nahid", ma anche "Sieranevada", "Ma vie de courgette" e "Juste la fin du monde") e la violenza contro le donne (ancora "Bacalaureat", "The salesman", "Nahid" e volendo "Tokyo love hotel"). Curiosità: in ben due pellicole ("Sieranevada" e "Fiore") si è sentita la canzone "Maledetta primavera".

21 giugno 2016

Juste la fin du monde (Xavier Dolan, 2016)

Juste la fin du monde
di Xavier Dolan – Canada/Francia 2016
con Gaspard Ulliel, Marion Cotillard
***

Visto al cinema Orfeo, con Sabrina e Daniela,
in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Dopo dodici anni di assenza, il trentasettenne Louis (Gaspard Ulliel), drammaturgo gay, torna nella casa di famiglia con l'intenzione di comunicare ai parenti la notizia della sua morte imminente. Ma l'incontro con la madre (Nathalie Baye), il fratello maggiore (Vincent Cassel), la sorella minore (Léa Seydoux) e la cognata (Marion Cotillard) si rivela più difficile di quanto avesse immaginato. Tratto da un dramma teatrale di Jean-Luc Lagarce, a metà fra le tensioni famigliari di un Tennessee Williams e il teatro dell'assurdo di Samuel Beckett, un film diverso rispetto agli altri lavori di Dolan, pieno di dialoghi che girano intorno all'argomento senza riuscire ad esprimerlo. Fra chiacchiere e banalità, incertezze, imbarazzi e silenzi, Louis si scopre incapace di comunicare quello che aveva intenzione di dire, e nel frattempo è sovrastato dai parenti, che proiettano su di lui rimpianti, conflitti, sfoghi e frustrazioni: i ricordi e i rimorsi della madre, le speranze della sorella, il rancore e l'invidia del fratello, la curiosità della cognata (l'unica con cui riesce a stabilire un contatto, anche perché è una nuova conoscenza). E tutto gira intorno al "non detto", al tentativo doloroso di Louis di riempire un vuoto (quello del tempo perduto, o quello che verrà dopo la sua morte), attendendo un momento giusto che naturalmente non arriverà mai. La regia si concentra sui primissimi piani dei volti dei personaggi (il cast è di primissimo livello), salvo occasionalmente concedersi sequenze più ariose, quelle dei ricordi e dei flashback, accompagnate da una colonna sonora non particolarmente raffinata (con brani come "Dragostea din tei", "Natural blues" e "I Miss You": ma sono pochi a saper mescolare bene musica e immagini come Dolan). È il secondo film del regista canadese a essere tratto da un lavoro teatrale, dopo "Tom à la ferme", con il quale infatti ha più punti in comune. Poco amato dai critici a Cannes, dove peraltro ha vinto il Gran Premio della Giuria.

20 giugno 2016

Tokyo love hotel (Ryuichi Hiroki, 2014)

Tokyo love hotel (Sayonara Kabukicho)
di Ryuichi Hiroki – Giappone 2014
con Shota Sometani, Atsuko Maeda
**

Visto al cinema Ducale, con Sabrina (rassegna di Cannes).

Le vicende di diversi personaggi si intrecciano nell'arco di 24 ore nelle stanze di un "love hotel" (albergo a ore) a Kabukicho, il più celebre quartiere a luci rosse di Tokyo. Toru (Shota Sometani), il giovane gestore, lavorava un tempo alla reception di un grande hotel di lusso, da cui è stato licenziato senza dirlo alla fidanzata Saya (Atsuko Maeda). Questa è un'aspirante cantante che pur di firmare un contratto discografico accetta di passare la notte con un produttore proprio nell'albergo gestito da Toru: l'incontro fra i due sarà imbarazzante (anche perché poco prima il ragazzo si era imbattuto anche nella sorella Miyu, impegnata nelle riprese di un film porno). Heya (Lee Eun-woo) è una escort coreana al suo ultimo giorno di lavoro, prima di tornare in patria con l'intenzione di aprire un negozio. Masaya (Shugo Oshinari) è un giovane yakuza che abborda studentesse per trasformarle in ragazze squillo: ma l'innocenza e la sincerità di Hinako (Miwako Wagatsuma), la sua ultima vittima, gli faranno cambiare idea. Satomi (Kaho Minami), infine, lavora come donna delle pulizie nell'albergo, dove si imbatte in una poliziotta, giunta lì clandestinamente insieme al suo amante, che potrebbe incriminarla per un reato non ancora caduto in prescrizione. Se il pregio maggiore della pellicola è la sua coralità, con l'ìntreccio di tanti fili e tante storie (alcune delle quali, però, si trascinano un po' troppo a lungo), per il resto il film non riesce mai a fare il salto di qualità, e in certi momenti esibisce persino un pizzico di moralismo che non ci si attenderebbe in un lungometraggio giapponese (vedi per esempio la scena della vasca da bagno, quando una Heya piangente chiede al fidanzato Chong-su di "lavarle via tutto lo sporco"). Il regista si è fatto le ossa con il cinema erotico, per poi passare alle commedie sentimentali: qui sembra voler combinare i due generi, ma l'equilibrio non è del tutto soddisfacente. In generale i personaggi mi sono parsi poco focalizzati, a partire dal protagonista Toru, spettatore troppo impassibile di gran parte delle vicende che gli capitano attorno (compresa la propria!). Il titolo internazionale è "Kabukicho Love Hotel".

19 giugno 2016

L'effetto acquatico (Sólveig Anspach, 2016)

L'effetto acquatico (L'effet aquatique)
di Sólveig Anspach – Francia/Islanda 2016
con Samir Guesmi, Florence Loiret Caille
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Innamorato dell'istruttrice Agathe, l'operaio Samir si iscrive alla piscina comunale di Montreuil e finge di non saper nuotare per poter prendere lezioni da lei. Le cose si complicheranno quando Agathe si reca in Islanda per partecipare a un congresso internazionale, e Samir la segue spacciandosi per il delegato israeliano. Simpatica commedia romantica franco-islandese, con personaggi bizzarri (i custodi della piscina; i due islandesi che ospitano Agathe e Samir, consiglieri municipali a giorni alterni; in generale, tutti i personaggi di contorno), situazioni esilaranti (il discorso improvvisato di Samir al convegno) e tanti momenti divertenti, nonostante una sceneggiatura un po' improvvisata, che passa da una situazione all'altra saltando di palo in frasca e senza preavviso (a un certo punto Samir perde la memoria, e sarà Agathe, che nel frattempo ha capito di ricambiare il suo affetto, a cercare di conquistarlo). Il suo maggior pregio è quello di fondere bene lo spirito caldo e romantico del cinema francese con l'ambientazione nordica, fredda e surreale. È purtroppo l'ultimo film della regista, morta di tumore alla fine delle riprese.

Nahid (Ida Panahandeh, 2015)

Nahid (id.)
di Ida Panahandeh – Iran 2015
con Sareh Bayat, Pejman Bazeghi
**1/2

Visto al cinema Ariosto, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Nahid, divorziata e con un figlio a carico, si barcamena come può con un umile lavoro di dattilografa e cronici problemi di soldi per pagare l'affitto di casa e gli studi di un figlio che sembra invece più interessato a bighellonare per strade e locali, seguendo così le orme di un padre scapestrato e nullafacente, ex tossicodipendente che vive di scommesse clandestine. La donna avrebbe la possibilità di rifarsi una vita con un Masood, benestante proprietario di un albergo sulla spiaggia (la vicenda si svolge in una città nel nord del paese, sulle rive del Mar Caspio), che le chiede di sposarlo. Ma se la notizia della loro relazione giungesse alle orecchie del primo marito, lei perderebbe l'affidamento del figlio: e dunque è costretta a tenerla nascosta anche al bambino. Ennesimo film iraniano sulla condizione della donna, con una protagonista messa di fronte a una difficile scelta: continuare a sacrificarsi per il figlio o pensare alla propria felicità? Intenso ed equilibrato, il film finisce però per girare in cerchio e un po' a vuoto, anche se è interessante per come mette in scena alcune dinamiche sociali dell'Iran moderno (come il meccanismo dei "matrimoni temporanei", da rinnovare di mese in mese, al quale ricorrono Nahid e Mansoor), dove il desiderio di indipendenza e di autodeterminazione della donna è ancora tenuto a freno dai legami familiari e sociali.

Fiore (Claudio Giovannesi, 2016)

Fiore
di Claudio Giovannesi – Italia 2016
con Daphne Scoccia, Josciua Algeri
*1/2

Visto al cinema Ariosto (rassegna di Cannes).

Daphne, giovane ladruncola che vive di rapine e di espedienti, viene arrestata e rinchiusa in un carcere minorile. Qui conosce Josh e se ne innamora. Ma portare avanti la loro relazione sarà difficile, visto che in prigione i maschi e le femmine sono tenuti separati e non si possono incontrare se non in brevi e fugaci momenti. Fra luoghi comuni (gli adolescenti ribelli e problematici, l'amore come forza per restare a galla in un mondo duro e incomprensivo, il rapporto con i genitori) e un'ambientazione claustrofobica e opprimente, un film non brutto ma sicuramente poco interessante, così come poco interessanti sono i suoi personaggi. Con pellicole così, purtroppo, il cinema italiano non va da nessuna parte. Ah, dimenticavo: almeno metà dei dialoghi sono inintellegibili, per via di una pessima dizione o di una scarsa qualità del sonoro in presa diretta. Come ho già scritto in più occasioni, bisognerebbe tornare alla sana abitudine di doppiare anche certi film italiani, come si faceva una volta. Valerio Mastandrea è il padre di Daphne.

18 giugno 2016

Neruda (Pablo Larraín, 2016)

Neruda
di Pablo Larraín – Cile/Argentina 2016
con Gael García Bernal, Luis Gnecco
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Visionario biopic su Pablo Neruda (interpretato da un somigliantissimo Luis Gnecco), concentrato sui mesi fra il 1948 e il 1949, quando il poeta cileno – a quei tempi anche impegnato in politica ed eletto come senatore – fu costretto a darsi alla clandestinità per sfuggire alla persecuzione e all'arresto da parte del governo autoritario del presidente Videla. Il film rappresenta Neruda come un personaggio a tutto tondo, senza nasconderne le tante contraddizioni: le idee comuniste, l'esuberanza artistica, ma anche il carattere narcisistico e soprattutto l'edonismo (la scena in cui una militante gli chiede se, quando finalmente arriverà il comunismo e saranno tutti uguali, "saranno tutti come me o come lei?" è magistrale). Il vero colpo di genio è però quello di rendere narratore dell'intera vicenda – grazie alla sua voce fuori campo – il poliziotto che gli dà ossessivamente la caccia, l'ispettore Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), che man mano che passa il tempo si rivela essere una proiezione dello stesso Neruda, un personaggio tragico con cui il poeta ammanta di romanticismo (come nei romanzi polizieschi che ama tanto leggere) il proprio esilio e la propria fuga. Lo stesso Peluchoneau si rende conto, a un certo punto, di essere una figura di finzione, creata dall'immaginazione stessa dell'uomo di cui è alla ricerca. E tutto ciò raggiunge il culmine nelle sequenze dell'avventurosa fuga del poeta attraverso la cordigliera delle Ande per raggiungere prima l'Argentina e poi l'Europa (a Parigi, dove lo aspettava l'amico Picasso), fra montagne e distese innevate, con momenti che sembrano uscire da un western di frontiera. Intenso, lirico e strabordante, il film intreccia i temi dell'arte, della vita e della politica rendendoli indistricabili, e sfrutta nel migliore dei modi una fotografia retrò, calda e avvolgente, spesso sovraesposta o controluce. Il presidente Videla è interpretato da Alfredo Castro, l'attore feticcio di Larraín. La colonna sonora fa ampio uso di musica classica (Penderecki, Grieg, Ives e Mendelssohn).

17 giugno 2016

The salesman (Asghar Farhadi, 2016)

The salesman (Forushande)
di Asghar Farhadi – Iran/Francia 2016
con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Costretti ad abbandonare all'improvviso la loro casa perché l'edificio è a rischio di crollo, i coniugi Emad e Rana si trasferiscono in un altro appartamento, messo a loro disposizione da un amico. Ma una sera, mentre la donna è sola in casa, viene aggredita da un intruso. L'incidente comincia a minare il rapporto fra marito e moglie, anche perché Emad, più che a comprendere il trauma subito da Rana e a starle vicino, sembra deciso soltanto a rintracciare il responsabile e vendicarsi, forse per vincere i sensi di colpa per non essere stato presente e non aver saputo difendere la moglie. Lei, invece, preferirebbe perdonare e dimenticare. Come nei suoi film precedenti, Farhadi mette in scena il dramma di una coppia che scopre che il proprio matrimonio – proprio come le mura della casa in cui viveva – è a rischio di crollo per via di crepe che appaiono all'improvviso. L'intesa e la sintonia che sembrava legarli (appartengono entrambi a una classe culturalmente aperta ed elevata: Emad insegna letteratura al liceo, e tutti e due sono attori teatrali, impegnati in una rappresentazione di "Morte di un commesso viaggiatore" di Arthur Miller, da cui il titolo della pellicola) si rivela fragile di fronte alle avversità della vita reale (che viaggia in parallelo a quelle rappresentate sul palcoscenico) e ai differenti modi di reagirvi. Ancora una volta il regista iraniano si conferma attento alla psicologia dei suoi personaggi, che ritrae con sottigliezza e sensibilità, anche se nel complesso il film (che pure ha vinto a Cannes il premio per la miglior sceneggiatura ed è valso a Hosseini quello per il miglior attore) si rivela più esile dei precedenti e si ravviva soltanto nel finale, quando viene messo in scena il lungo e intenso confronto con il responsabile dell'aggressione a Rana.

Ma vie de courgette (Claude Barras, 2016)

Ma vie de courgette
di Claude Barras – Svizzera/Francia 2016
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Dopo aver provocato senza volerlo la morte della madre alcolizzata (il padre, invece, è fuggito di casa), il novenne Icare, detto "Zucchina", finisce in una struttura che ospita orfani o bambini abbandonati dai genitori, ciascuno con la sua triste storia. Ma tutti insieme, grazie a un'amicizia che si cementa con il passare del tempo, sapranno reagire alle avversità per garantirsi, almeno alcuni di loro, un futuro migliore. Dal romanzo "Autobiografia di una zucchina" di Gilles Paris, adattato da Céline Sciamma (la regista di "Tomboy"), un film d'animazione in stop motion che mostra sullo schermo, in maniera delicata e comprensibile agli stessi bambini, i traumi dell'abbandono o della separazione violenta dai genitori. Merito, prima ancora che dei dialoghi o della narrazione, dello stile visivo: dall'espressività dei personaggi, i cui occhi giganteschi e spalancati evidenziano la tristezza, la paura, la titubanza e le emozioni, al design generale di personaggi e ambienti, con immagini semplici e naif che intendono riproporre il punto di vista di un bambino (il romanzo originale era scritto in prima persona), filtrando attraverso gli occhi dell'innocenza anche i temi più scabrosi. Forse un tantino costruito a tavolino per commuovere, soprattutto nel finale: ma senza dubbio efficace e meritevole per come sa affrontare questioni difficili senza banalizzarle né scadere nel melodramma. Resto però convinto che per comunicare certi argomenti ai bambini sia meglio usare il linguaggio della fiaba o dei simboli che non spiattellare loro in faccia la realtà. Oltre alla simpatia del protagonista (e degli altri personaggi), nel cuore e nella memoria restano alcune trovate brillanti, come il "meteo dei bambini", tramite il quale i piccoli ospiti dell'istituto comunicano il loro umore.

16 giugno 2016

Bacalaureat (Cristian Mungiu, 2016)

Bacalaureat
di Cristian Mungiu – Romania 2016
con Adrian Titieni, Maria-Victoria Dragus
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alla vigilia della prima prova dell'esame di maturità, la giovane Eliza, studentessa modello, è vittima di un'aggressione con tentativo di stupro. Incolume ma sotto shock e con un polso lussato, la ragazza rischia di non rendere al meglio durante gli esami e di non raggiungere così la media necessaria per vincere una borsa di studio e trasferirsi in un college in Inghilterra, come – ancora più di lei – sogna il padre Romeo. L'uomo, un medico serio e stimato da tutti, decide così di mettere da parte la propria integrità, affidandosi a una rete di favori e di amicizie per "garantirsi" che i voti della figlia siano quelli sperati. Vincitore a Cannes del premio per la miglior regia, il film di Mungiu è un lucido e incisivo studio sull'onestà e i compromessi morali, tutto incentrato su un protagonista che vede, nel giro di pochi giorni, crollare il castello di certezze che si è costruito in un'intera vita. Convinto di avere il controllo su ogni cosa e di agire nel giusto, all'insegna del machiavellico "il fine giustifica i mezzi", Romeo sottopone sé stesso e la figlia a un profondo conflitto etico. Anche perché ha ormai perduto ogni illusione sul futuro del proprio paese: non vuole che la figlia rimanga in Romania e commetta i suoi stessi errori, e ha trasferito su di lei le proprie speranze di riscatto e di rivincita. Sarà invece proprio Eliza, con la sua determinazione, a costringerlo a cambiare e ad uscire dall'ipocrisia della sua vita (accettando la realtà degli altri e chiarendo finalmente le cose con la moglie e l'amante). Ricco di momenti significativi, il film ha una certa "vibrazione" alla Haneke, sin dalle scene iniziali del lancio di pietre che mandano in frantumi il vetro di casa e più tardi il parabrezza dell'automobile (che il responsabile sia il piccolo Matei, il figlio dell'amante di Romeo?), per proseguire con la sequenza del cane investito o del dialogo – in cima alla seggiovia – fra il medico e l'amico poliziotto, metafora del tempo che trascorre e cambia il modo di vedere le cose. Il finale, a suo modo liberatorio, è figlio di una – finalmente – serena accettazione.

15 giugno 2016

I, Daniel Blake (Ken Loach, 2016)

I, Daniel Blake
di Ken Loach – GB 2016
con Dave Johns, Hayley Squires
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo quarant'anni di lavoro come carpentiere in una segheria, Daniel Blake ha dovuto smettere a causa di un infarto. Ma per un cavillo gli viene negato l'assegno di invalidità: l'uomo è così costretto a una lunga trafila fra uffici e call center per cercare di far valere i propri diritti, vittima di una burocrazia ottusa e ridicola che sembra fare apposta a mettergli i bastoni fra le ruote. Intenzionato a non darsi per vinto e al tempo stesso a non perdere la propria dignità, Daniel le prova tutte, e nel frattempo stringe amicizia con Katie, madre single con due figli a carico, a sua volta disoccupata e alla disperata ricerca di una fonte di sostentamento. Ken Loach ha sempre fatto film "politici", e questo – premiato a Cannes con la Palma d'Oro, la seconda per il regista britannico dopo "Il vento che accarezza l'erba" nel 2006 – non solo non è da meno, ma è forse uno dei suoi lavori più esplicitamente di denuncia sociale. È un film cupo e pessimista, che mette al centro un vecchio lavoratore tagliato completamente fuori dal nuovo mondo "digitale" che si è formato intorno a lui, prigioniero di un meccanismo statale e burocratico che sembra aver perso di vista il proprio fine, in una società dove soltanto la solidarietà fra poveri, che si aiutano e sostengono a vicenda, può offrire qualche spiraglio di speranza e di fiducia per il futuro. Ma come tutti i film a tema, ha naturalmente i suoi limiti: nonostante la calda umanità del protagonista e la cura psicologica della sceneggiatura nel descrivere le tribolazioni di Katie, la Newcastle in cui si svolge la storia sembra troppo costruita per essere vera, e tutti i personaggi con cui interagisce Daniel non hanno personalità al di là del loro ruolo nelle sue vicende. Ma il brusco finale (con la lettera di Dan letta da Katie, quasi un manifesto per rivendicare la propria dignità di uomo e di lavoratore) è senza dubbio commovente.

Sieranevada (Cristi Puiu, 2016)

Sieranevada
di Cristi Puiu – Romania 2016
con Mimi Branescu, Bogdan Dumitrache
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In occasione della commemorazione della morte del padre Emil, tutta la famiglia di Lary (Branescu) si riunisce a casa della madre. Ma è il prete è in ritardo, e nell'attesa del suo arrivo (e di poter cominciare a mangiare) i commensali chiacchierano del più e del meno. Interminabile (dura quasi tre ore) dramma da camera che si svolge tutto in spazi angusti e limitati, con la macchina da presa collocata nell'ingresso del piccolo appartamento, sul quale si aprono e si chiudono le porte delle varie stanze, e che cattura le conversazioni (realistiche e forse improvvisate: sono pochissimi i momenti in cui si percepisce un lavoro di scrittura) attraverso lunghi piani sequenza, mentre una radio in cucina trasmette canzoni italiane (da De André a Loretta Goggi!). Se inizialmente si parla di politica (con l'inevitabile nostalgica del vecchio regime comunista), di complottismo (si discute ancora dell'attentato alle Torri Gemelle), di salute e di medicina, man mano che passa il tempo vengono alla luce i contrasti e gli altarini di famiglia. Una cugina porta a casa un'amica straniera ubriaca, mettendo scompiglio nell'appartamento; uno zio fedifrago scatena pianti e accuse incrociate; e il dramma va di pari passo con le risate soffocate di Lary. Raccontata quasi in tempo reale e con una regia assai precisa, a questa riunione di famiglia manca l'intensità (presente solo a tratti) che consentirebbe la partecipazione emotiva di uno spettatore che, nonostante la durata, non fa in tempo a conoscere e ad approfondire quasi nessun personaggio. Tutto sembra fine a sé stesso, e di davvero interessante c'è soltanto la commemorazione vera e propria, con la cerimonia cantata del prete ortodosso e il rituale dell'abito del morto, indossato in sua vece da un famigliare. Misterioso il titolo.

14 giugno 2016

Cannes e dintorni 2016

Da oggi si parte con la rassegna milanese dei film dell'ultimo Festival di Cannes, che durerà per una settimana. Fra le pellicole che vedrò ci sono la Palma d'Oro ("I, Daniel Blake" di Ken Loach) e i film di Xavier Dolan, Pablo Larrain, Asghar Farhadi e Cristian Mungiu. Quelli di Almodóvar e Winding Refn li ho già visti in sala nei giorni scorsi, mentre purtroppo mancano all'appello (fra gli altri) Verhoeven, Jarmusch, Assayas e Koreeda. Come ogni anno, la rassegna è integrata da pellicole provenienti da altri festival (fra cui il giapponese "Tokyo love hotel" di Hiroki Ryuichi dal Far East Film Festival di Udine).

13 giugno 2016

The neon demon (Nicolas Winding Refn, 2016)

The neon demon (id.)
di Nicolas Winding Refn – Danimarca/Francia/USA 2016
con Elle Fanning, Jena Malone
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Jesse (Elle Fanning), sedicenne proveniente da un paesino di provincia, si è trasferita a Los Angeles dove aspira fare la modella. Qui la sua bellezza – ma soprattutto la sua purezza e la sua luce interiore – conquistano subito tutti: viene così assunta da un'agenzia e scelta da un importante stilista come sua musa. Il rapido successo, però, le procura anche l'invidia di altre modelle già affermate e ossessionate dal desiderio di rimanere al centro dei riflettori... Thriller psicologico che nel finale si trasfigura, cambiando improvvisamente registro e assumendo venature horror, esplicitando in chiave estrema il concetto del "cannibalismo" della bellezza di cui si nutrono tutti coloro che fanno parte del mondo della moda (la dicotomia fra cibo e sesso, fra l'altro, è introdotta quasi subito, nel discorso a proposito dei colori dei rossetti). Con il suo candore e la sua innocenza, Jesse pare una vittima predestinata in un mondo che si nutre di giovani donne per masticarle e sputarle non appena non sono più all'altezza (oltre che preda ideale, indistintamente, di uomini e di animali feroci), mentre l'unico che sembra interessarsi a lei non solo per il suo aspetto, il giovane Dean (Karl Glusman), viene respinto dalla stessa ragazza una volta che comincia a "integrarsi" nel sistema. Ma la sua bellezza, ciò che le dà "potere" sugli altri, è anche estremamente pericolosa... Con atmosfere fra il Lynch di "Mulholland Drive" e l'Aronofsky de "Il cigno nero", il film scorre sul filo degli eccessi. Il regista danese (che nei titoli di testa si firma con la sigla "NWR", come un marchio di moda) si appoggia a un'estetica pop e da video-arte, fra luci, colori, musica elettronica (di Cliff Martinez) e movimenti di macchina che danno vita a sequenze oniriche e psichedeliche, e compensa con lo stile un soggetto in fondo più banale di quando non appaia a prima vista, perfetto per un mondo crudele ma artificiale, dove dietro la bellezza non c'è altro che vacuità e vanità. Jena Malone è Ruby, la truccatrice lesbica che dedica il suo lavoro (e le sue attenzioni) sia alle modelle che ai cadaveri dell'obitorio; Abbey Lee e Bella Heathcote sono le colleghe di Jesse. Nel cast anche Keanu Reeves (il gestore del motel), Christina Hendricks (la direttrice dell'agenzia), Desmond Harrington (il fotografo) e Alessandro Nivola (lo stilista).

11 giugno 2016

Fahrenheit 451 (François Truffaut, 1966)

Fahrenheit 451 (id.)
di François Truffaut – GB/USA/Francia 1966
con Oskar Werner, Julie Christie
***

Rivisto in DVD.

Considerato dallo stesso regista il suo lungometraggio dalla realizzazione più "faticosa", questo adattamento del romanzo di Ray Bradbury è un lavoro decisamente atipico nella carriera di Truffaut: si tratta del suo primo (e unico) film girato all'estero e in lingua inglese, del suo primo film a colori, e del primo (e unico) di genere fantascientifico, anche se sarebbe più preciso dire distopico. Il testo di Bradbury ha infatti contribuito, insieme a "1984" di Orwell, a fondare il filone, stabilendo tutti quei luoghi comuni che caratterizzeranno un genere che resterà particolarmente in voga negli anni sessanta e settanta (da "THX 1138" a "la fuga di Logan"). In una società futura in cui leggere è proibito (perché "i libri rendono la gente infelice e antisociale"), il protagonista Montag fa parte del corpo dei pompieri, ovvero di coloro che sono incaricati di bruciare i libri che la gente, ostinatamente, continua a tenere nascosti nelle proprie case. Montag non sembra aver dubbi, esegue ciecamente gli ordini e segue le regole che gli vengono imposte senza interrogarsi sul perché. Eppure è diverso dagli altri suoi colleghi: a un certo punto, spinto dalla curiosità instillatagli da una misteriosa ragazza, si azzarda a leggere uno dei volumi che sequestra e scopre che al suo interno ci sono vita, sentimenti, emozioni, ovvero tutto ciò che nel mondo attorno a lui è ormai assente, fra persone tenute nell'ignoranza, anestetizzate dal conformismo (è vietato anche avere capelli lunghi!), dai farmaci e dalla televisione (onnipresente in ogni casa, con schermi giganti a parete, da cui sono dipendenti soprattutto le donne: casalinghe che si illudono di far parte di una "grande famiglia" e che chiamano "cugine" le annunciatrici televisive). Insomma, un mondo popolato da automi, privi di emozioni e di veri rapporti umani, e paradossalmente pronti in ogni istante a denunciare il prossimo (e anche i propri familiari) per presunti comportamenti antisociali.

Pur essendo tecnicamente un film di fantascienza, sullo schermo c'è poco spazio per la tecnologia futuristica e gli effetti speciali (da citare i suddetti schermi televisivi, praticamente identici a quelli odierni, interattività compresa; i veicoli, fra cui spicca una metropolitana sospesa; e gli edifici, freddi, moderni e razionali), perché l'attenzione di Truffaut è rivolta agli aspetti sociali e ideologici della vicenda, alla rappresentazione di una società che ha volontariamente messo al bando la cultura scritta per poter meglio controllare i suoi cittadini. L'intuizione più geniale, non a caso, è quella della comunità di ribelli alla quale Montag finirà con l'unirsi: gli "uomini libro", che vivono clandestinamente in aperta campagna e ognuno dei quali ha imparato a memoria un libro, da tramandare di generazione in generazione, per evitare che scompaia per sempre. Il titolo "Fahrenheit 451" si riferisce alla temperatura alla quale bruciano i libri, corrispondendente a 232,7 gradi Celsius (in realtà pare che sia più bassa): il numero 451, insieme a una salamandra stilizzata, compare sulle caserme e sulle divise del corpo dei pompieri. Oskar Werner (Montag) aveva già recitato per Truffaut in "Jules e Jim". Julie Christie interpreta un doppio ruolo: Linda (la moglie di Montag) e Clarisse (la ribelle che instilla nel protagonista i primi germi della curiosità per la lettura), ovvero i due estremi del conformismo e dell'anticonformismo nella vita di Montag. Da notare che i titoli di testa sono letti a voce anziché essere scritti sullo schermo (come avevano fatto Orson Welles ne "L'orgoglio degli Amberson" e Jules Dassin ne "La città nuda", ma qui la trovata è molto più in contesto). La colonna sonora è di Bernard Herrman, il compositore preferito da Alfred Hitchcock, da sempre ammirato dal regista francese. Fra i tantissimi libri che si vedono bruciare sullo schermo (compreso il "Mein Kampf" di Hitler), c'è anche una copia dei "Cahiers du Cinéma", la rivista sulla quale scriveva lo stesso Truffaut. Anche Bradbury è citato esplicitamente (uno degli "uomini libro", infatti, è "Le cronache marziane").