31 luglio 2015

Suicide club (Sion Sono, 2002)

Suicide club (Jisatsu sākuru, aka Suicide circle)
di Sion Sono – Giappone 2002
con Ryo Ishibashi, Masatoshi Nagase
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La prima scena è di quelle che non si dimenticano: una cinquantina di studentesse liceali, nel tipico abito alla marinaretta, che si prendono per mano e saltano sui binari della stazione di Shinjuku, appena prima che passi un treno. E il resto del film non è da meno, mettendo in scena una vera e propria "epidemia di suicidi", apparentemente scollegati gli uni dagli altri, che spingono persone di tutti i tipi – ma soprattutto giovanissimi, talvolta in gruppo – a togliersi la vita nelle maniere più efferate possibili (lo splatter e il gore non mancano). La polizia indaga, ma fra molte ipotesi (un'insolita setta religiosa? Un "club dei suicidi" che fa il verso ai circoli scolastici?) e vaghe tracce da seguire (un sito web che sembra "tenere il conto" dei morti; una sacca sportiva, rinvenuta sul luogo dei suicidi, contenente macabri rotoli di pelle umana; strane telefonate da misteriosi bambini), i risultati sono pochi. Almeno fino a quando una giovane hacker, che a sua volta indaga sul caso, non viene rapita da un pazzo megalomane che si attribuisce i delitti, affermando di aver usato internet per istigare le persone a uccidersi. Naturalmente la soluzione non è così semplice... Cruento horror indipendente e a basso costo, divenuto film di culto in Giappone, che ha contribuito a far decollare la fama dell'eccentrico e poliedrico Sion Sono come regista di lavori forti e "disturbanti" ma capaci di indagare a fondo il malessere e l'alienazione che permea, a più livelli, la società nipponica. Debitore in parte a pellicole come "Battle royale" o "Audition" (da cui torna l'attore Ryo Ishibashi), rappresenta infatti un mondo dove l'individualità e il proprio io (o la "connessione con sé stessi", per citare la pellicola) vengono messi a forza in secondo piano rispetto al lavoro, al "dovere" e al ruolo nella collettività, e dove la frattura fra le varie generazioni sembra ormai insanabile. Un mondo dove bambini, adolescenti e adulti conducono vite separate e parallele, dove manca il dialogo (o magari si sviluppa in luoghi virtuali, come internet) e dove anche il mercato crea "mostri" come il gruppo di giovanissime idol, le "Dessert" (ma il nome è scritto con numerose varianti), che sono il vero filo conduttore della pellicola con la loro canzone "Mail me". E se non tutto viene spiegato chiaramente alla fine, è evidente che Sono intende suggerire cause sociali e psicologiche prima ancora che criminali o soprannaturali. Il suicidio può persino diventare una "moda", come un gruppo rock o un giocattolo elettronico; e come tutte le mode, può invadere la società senza che alcune fasce di essa (gli adulti, i poliziotti) si rendano conto della sua esistenza. Gli eventi raccontati si svolgono nell'arco di una sola settimana (dal 26 maggio al 2 giugno), durante la quale la tensione sale sempre più alle stelle e nessuno può dirsi al sicuro. Nel 2006 il regista ha rivisitato il film, dandone di fatto una nuova interpretazione, attraverso una sorta di prequel, "Noriko's dinner table".

29 luglio 2015

Mood indigo (Michel Gondry, 2013)

Mood indigo - La schiuma dei giorni (L'écume des jours)
di Michel Gondry – Francia/Belgio 2013
con Romain Duris, Audrey Tautou
***

Visto in divx, alla Fogona, con Monica e Marisa.

Adattare per il grande schermo il romanzo di Boris Vian "La schiuma dei giorni" poteva sembrare un'impresa impossibile, visto che il libro è un surreale concentrato di bizzarria, follia, romanticismo, cinismo in stravagante forma letteraria. Per provarci, nessuno era dunque meglio di Michel Gondry, regista di pellicole visionarie e sopra le righe come "Se mi lasci ti cancello" e "L'arte del sogno" (le due, della sua filmografia, che più assomigliano a questa per soluzioni visive, effetti speciali e fusione fra realtà e sur-realtà). Se lo scheletro della trama potrebbe apparire ben calato nella quotidianità, con un finale tragico addirittura da opera ottocentesca (la morte di Chloè come quelle di Mimì o Violetta), tutto è però rivestito di trovate ingegnose, curiose, assurde, colorate e bizzarre, che nella versione cinematografica spaziano – come riferimento – dall'eccentricità di un Terry Gilliam alla stop motion di Jan Švankmajer fino all'estetica di un Jean-Pierre Jeunet (non a caso il personaggio femminile è interpretato da Audrey "Amelie" Tautou). Certo, la debordanza visiva finisce in parte col sovrastare i contenuti, ma era il prezzo da mettere in conto. Il protagonista, Colin (Duris), è un benestante gaudente e fannullone che trascorre le sue giornate senza lavorare, nutrito da Nicolas (Omar Sy), il suo cuoco e servitore tuttofare, spesso in compagnia dell'amico Chick (Gad Elmaleh), ammiratore fanatico dello scrittore e filosofo Jean-Sol Partre (evidente parodia di Sartre). Quando l'amico si fidanza con Alise (Aïssa Maïga), nipote di Nicolas, anche Colin – un po' per noia, un po' per invidia – "decide di innamorarsi". E l'incontro con Chloé, "reincarnazione" di una canzone di Duke Ellington, cambierà la sua vita. Dopo un breve fidanzamento, i due infatti si sposano. Ma presto la ragazza cade preda di un'atroce malattia: una ninfea cresce nei suoi polmoni, e per tenerla a bada sarà necessario circondarla continuamente di fiori. Tutto però è inutile: per pagare le cure alla moglie, Colin spende tutto il proprio denaro ed è costretto a lavorare. E mentre il mondo attorno perde progressivamente i suoi colori (e, in particolare, la casa di Colin si fa sempre più piccola, buia e claustrofobica), la vita di Chloé giunge al termine. Il film si conclude tragicamente in bianco e nero (quando era iniziato ricolmo di luce, gioia, colori ed allegria). Al di là della trama, che segue progressivamente il passaggio dalla gioia alla rovina (anche per quanto riguarda i personaggi secondari, come Chick e Alise), quello che colpisce (e che dà valore al film) è – come detto – la cornice in cui è collocata, fra pietanze prelibate, campanelli semoventi, topolini curiosi, pianoforti che mescolano cocktail, auto trasparenti, cabine-nuvole che vagano per la città, matrimoni competitivi, piogge dimezzate, balli che allungano le gambe, e mille altre trovate stravaganti, non fini a sé stesse ma utili a rappresentare gli stati d'animo dei personaggi attraverso il mondo che li circonda, e che decade in contemporanea al crollo d'animo dei suoi abitanti. Gondry fa ricorso a sequenze in animazione, magrittiane, surreali, a un misto fra natura e tecnologia, a soluzioni visive ed espressioniste (alcune delle quali mutuate dai videoclip di cui è stato regista), per realizzare una pellicola che possa essere un equivalente del testo di Vian (che all'interno del film, fra l'altro, si immagina essere prodotto da centinaia di dattilografi che si danno il cambio su file di macchine da scrivere in movimento). Alain Chabat è il cuoco Gouffé, che appare in video nel frigorifero e nel forno di Colin; Charlotte Le Bon è Isis, l'amante di Nicolas.

28 luglio 2015

I bostoniani (James Ivory, 1984)

I bostoniani (The Bostonians)
di James Ivory – USA/GB 1984
con Christopher Reeve, Vanessa Redgrave
**

Visto in divx, con Sabrina.

Dall'omonimo romanzo di Henry James (ma il titolo sarebbe stato tradotto meglio con "Le bostoniane"), la storia di un insolito triangolo sentimentale sullo sfondo degli Stati Uniti del 1876 e dei primi movimenti per i diritti e l'emancipazione delle donne. A Boston, la femminista Olive Chancellor (Redgrave), un'assidua frequentatrice di tali circoli, fa amicizia con la giovane Verena Tarrant (Madeleine Potter), spigliata oratrice che diventa in breve tempo la sua protetta e la sua convivente (in un cosiddetto "Boston marriage", termine che indicava due donne indipendenti che vivevano insieme, in affinità romantica e intellettuale). Ma anche il cugino di Olive, Basil Ransom (Reeve), avvocato e politico newyorkese, si innamora della ragazza. I due se la contenderanno, e così lo scontro fra le rispettive idee (Basil è decisamente di stampo conservatore) si trasferirà anche sul piano sentimentale. La buona ricostruzione storica e sociale, la regia raffinata, la fotografia suggestiva e luminosa, i costumi curatissimi e le prove attoriali di grande sottigliezza (soprattutto quella della Redgrave) sono purtroppo al servizio di una narrazione dallo sviluppo lento e tedioso, con personaggi incapsulati nei rispettivi ruoli e una storia che fatica a prendere il volo dopo le intriganti premesse. Resta l'interessante affresco di un momento storico in cui si muovevano i primi passi verso la libertà della donna, a tutti i livelli, nonostante il punto di vista del film (che rispecchia quello del romanzo originale di James) non sia sbilanciato da una parte o dall'altra (Ransom non è il cattivo della vicenda, tutt'altro). Nel cast, in ruoli minori, anche Jessica Tandy, Linda Hunt, Nancy Marchand, Wesley Addy e Barbara Bryne.

26 luglio 2015

The love eterne (Li Han-hsiang, 1963)

The Love Eterne (Liang Shan-bo yu Zhu Ying-tai)
di Li Han-hsiang – Hong Kong 1963
con Betty Loh Ti, Ivy Ling Po
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Prodotto dagli Shaw Brothers, uno dei più celebri musical hongkonghesi degli anni '60, ispirato alla leggenda tradizionale cinese degli "amanti farfalla" (dalla scena finale in cui i due, dopo la morte, si tramutano in farfalle). I protagonisti sono Zhu Ying-tai, ragazza sedicenne di famiglia nobile e ricca, che vuole testardamente studiare e istruirsi come fanno i suoi coetanei maschi, e per questo motivo si traveste da uomo; e Liang Shan-bo, suo compagno di studi, "fratello giurato" e amico per la pelle, del quale naturalmente si innamora. Per tre anni i due studiano insieme e sono inseparabili: quando Ying-tai rivelerà a Shan-bo di essere una ragazza, questi chiederà di sposarla. Ma Ying-tai è già stata promessa dal padre a un altro uomo. Non potendo essere uniti in vita, i due finiranno con l'esserlo nella morte. Enorme successo di pubblico all'epoca, nonché fenomeno sociale e culturale, la pellicola rappresenta il picco – cinematograficamente parlando – del filone musicale dell'opera Huangmei, una forma di spettacolo teatrale di origine popolare e considerata meno "elitaria" rispetto ad altri tipi di opera cinese, una sorta di operetta dunque, i cui drammi prevedono spesso pochi personaggi (in questo caso, di fatto, solo due), situazioni vivaci e melodie semplici e cantabili. L'origine teatrale è conservata nell'impostazione della pellicola anche grazie a una regia elegante e a scenografie volutamente artificiose, con i personaggi immersi in scenari naturali che riflettono i loro sentimenti (alberi fioriti e laghetti ridenti quando sono felici e innamorati, desolazione e tempeste quando sono tragicamente pronti alla morte). I numeri musicali sono lunghi ed elaborati, ma scorrono con piglio leggero e vivace (si pensi al lungo cammino di Ying-tai verso casa, accompagnata da Shan-bo, con la prima che lancia continue allusioni al fatto di essere una ragazza, allusioni che il secondo non coglie). L'ambientazione della leggenda originale durante la dinastia Jin (265–420 d.C.) contribuisce a donare alla vicenda un'astrattezza fuori dal tempo, cui non è estraneo anche il memorabile finale metafisico. Anche se il tema principale della storia, all'apparenza, è la libertà di amare e sposare chi si desidera (a Ying-tai viene detto più volte che le ragazze non hanno voce in capitolo, e che a scegliere il loro futuro marito devono essere i genitori), con non pochi accenni alla parità di genere e ai diritti delle donne, dietro le quinte c'è un forte connotato omosessuale: di fatto Shan-bo amava Ying-tai anche quando credeva che fosse un maschio, al punto che non si scompone più di tanto alla rivelazione che si tratta di una donna. L'iniziale affinità intellettuale si tramuta in modo del tutto naturale in affinità sentimentale. Come se non bastasse, se Ying-tai (Betty Loh Ti, ma il canto è quello di Tsin Ting) è una donna che si veste da uomo nella finzione, Shan-bo lo è nella realtà: il personaggio (maschile) è infatti interpretato da un'attrice, Ivy Ling Po, che divenne immediatamente una star in tutto il sud-est asiatico. La stessa storia è alla base dei film "The lovers" (1994) di Tsui Hark e "The butterfly lovers" (2008) di Jingle Ma.

24 luglio 2015

Monica e il desiderio (Ingmar Bergman, 1953)

Monica e il desiderio (Sommaren med Monika)
di Ingmar Bergman – Svezia 1953
con Harriet Andersson, Lars Ekborg
***

Visto in divx.

Il giovane Harry conosce per caso l'esuberante Monika: entrambi insofferenti ai lacci e alle costrizioni imposte dalla famiglia e dal lavoro, mollano tutto per trascorrere un'estate girando in barca lungo le coste della Svezia. Alla scoperta che lei è rimasta incinta, decidono di sposarsi e di tornare in città, dove Harry trova lavoro. Ma Monika, incapace di adattarsi a una vita di tipo comune, lo tradirà. In quello che può essere considerato il terzo film di un'ideale trilogia sulla donna (dopo "Un’estate d’amore" e "Donne in attesa", tutti girati fra il 1950 e il 1953), Bergman racconta con sensibilità e realismo una storia d'amore scandita dal ritmo delle stagioni, con il suo inizio (non a caso la pellicola si apre a primavera), il culmine della passione (l'estate trascorsa girovagando in libertà, con le "scandalose" – per l'epoca – scene della ragazza che fa il bagno nuda e che mostra a più riprese una "insolente sensualità") e la fine (l'autunno e l'inverno). il titolo originale del film, fra l'altro, significa proprio "Un'estate con Monika", esplicitando il rimando stagionale. I due giovanissimi personaggi (19 anni lui, "quasi 18" lei), ribelli e in lotta contro il mondo, che sognano la libertà e rifuggono le responsabilità, dovranno scoprire sulla loro pelle che cosa significa ritagliarsi un posto nella società. Lui ci riesce, lei – forse non ancora pronta – no. Considerato forse a torto un lavoro minore del regista svedese (che durante le riprese si innamorò della protagonista Harriet Andersson, tanto da volerla in altri suoi otto film), godette di una certa notorietà solo per il carattere scandaloso di alcuni temi e alcune inquadrature; fu invece amatissimo dagli autori della Nouvelle Vague, e soprattutto da Jean-Luc Godard, che in particolare apprezzò l'insolito e prolungato primo piano del volto di Monika nel finale, quando sembra rivolgersi direttamente allo spettatore per comunicare i suoi pensieri e la sua inquietudine: Godard la definì "l'inquadratura più triste di tutta la storia del cinema". In ogni caso Monika resta un personaggio indimenticabile, e i temi bergmaniani dell'ansia, dell'alienazione dalla realtà e della crisi d'identità sono presenti a piene mani.

22 luglio 2015

Human nature (Michel Gondry, 2001)

Human nature (id.)
di Michel Gondry – USA 2001
con Patricia Arquette, Tim Robbins, Rhys Ifans
**1/2

Visto in divx.

Il lungometraggio d'esordio di Gondry, scritto da Charlie Kaufman (i due avrebbero poi collaborato anche nel secondo film del regista, il magnifico "Se mi lasci ti cancello"), mette in scena il conflitto fra natura e civiltà attraverso la storia di tre bizzarri personaggi che raccontano la loro vicenda in flashback, a mo' di testimonianza-confessione, in tre distinti ambienti: uno in prigione, uno davanti al Congresso degli Stati Uniti, e uno... nell'aldilà. Lila (Patricia Arquette) è una donna affetta da una disfunzione ormonale che la rende pelosa come una scimmia, e per questo motivo sceglie di andare a vivere nella foresta. Nathan (Tim Robbins) è uno scienziato cresciuto in una famiglia ossessionata dall'educazione e dal galateo, tanto che anche da adulto i suoi studi si concentrano sull'insegnare il bon ton agli animali. Pugg (Rhys Ifans) è infine un uomo "selvaggio", allevato nei boschi come se fosse uno scimpanzé: trovato da Lila e Nathan, viene rinchiuso da quest'ultimo nel suo laboratorio e sottoposto a una serie di esperimenti per renderlo un essere umano colto e raffinato. Il contrasto fra la natura, con i suoi istinti animaleschi e i richiami sessuali, e il costrutto dell'educazione e delle consuetudini umane, a partire dal modo di comportarsi in pubblico, ritorna a più riprese, con i personaggi sballottati fra i due estremi, spesso indecisi da che parte stare. Rispetto a classici come "Il ragazzo selvaggio" di Truffaut o "L'enigma di Kaspar Hauser" di Herzog, qui non ci si prende decisamente mai sul serio, benché i temi affrontati siano di spessore (e lo spirito di Rousseau riecheggi a più riprese, per non parlare del testo di Guglielmo di Ockham sulla conoscenza intuitiva che si sente durante i titoli di coda!). L'umorismo – di volta in volta nero, surreale, slapstick, romantico o cinico – permea tutta la pellicola fino allo sberleffo finale. Ma l'andamento della narrazione e altalenante, e la sceneggiatura di Kaufman sembra a tratti poco equilibrata. Nell'ottimo cast ci sono anche Miranda Otto (la seducente assistente francese di Nathan), Rosie Perez (la "depilatrice"), Peter Dinklage (l'amico di Lila che l'aiuta a rapire Duff) e Hilary Duff (Lila da giovane). Gondry, fino ad allora noto soltanto come talentuoso regista di videoclip, cita a più riprese proprio uno dei video musicali da lui realizzati, quello per "Human Behavior" di Björk.

20 luglio 2015

L'uomo invisibile (James Whale, 1933)

L'uomo invisibile (The Invisible Man)
di James Whale – USA 1933
con Claude Rains, Gloria Stuart
**1/2

Visto in divx.

Un giovane scienziato, Jack Griffin (interpretato da un Claude Rains all'esordio in America, il cui volto non si vede mai sullo schermo a parte fugacemente nella scena finale), inventa un composto chimico che gli dona l'invisibilità, ma che mette anche a repentaglio la sua salute mentale. Afflitto da una folle megalomania e da istinti sempre più violenti e aggressivi, cerca di ritirarsi in campagna per mettere a punto un antidoto, ma il suo strano aspetto (deve rivestire completamente di bende il proprio corpo per acquisire "visibilità") attira la curiosità della gente, fino a quando la sua condizione non diventa di dominio pubblico. Sempre più folle e violento, non esiterà a commettere spietati omicidi, compreso quello di un suo collega, e diventerà l'oggetto di una serrata caccia all'uomo: nonostante i suoi poteri, alla fine la polizia avrà ragione di lui. Adattando un romanzo di H.G. Wells, James Whale (già regista due anni prima del "Frankenstein" con Boris Karloff) fa debuttare sullo schermo un altro dei celebri mostri della Universal degli anni trenta, forse dalla carriera cinematografica meno fortunata rispetto agli altri suoi colleghi ma comunque in grado di smuovere sufficientemente l'immaginario collettivo, riversando in una vicenda apparentemente di pura fantascienza, a base di scienziati pazzi e di pozioni magiche, la consueta dose di riferimenti sociali e politici. Come un novello Dottor Jekyll/Mister Hyde, il protagonista si vede trasformare dalla sua sostanza non solo nel corpo (gli effetti dell'invisibilità sono realizzati da John P. Fulton attraverso la combinazione di due riprese: una con l'attore ricoperto di una tuta nera su fondo nero, e una della scenografia senza di lui) ma anche e soprattutto nella mente, tramutandosi in un megalomane che parla di dominare il mondo, tenuto a freno soltanto nei brevi momenti in cui incontra la sua fidanzata (interpretata da Gloria Stuart, la futura interprete del "Titanic" di Cameron). Nelle scene con il poliziotto alla locanda ci sono tracce di comicità slapstick, che passano però rapidamente in secondo piano man mano che la storia prosegue. Il cast comprende caratteristi come Una O'Connor e Henry Travers, nonché brevi apparizioni di future star come John Carradine e Walter Brennan. L'uomo invisibile tornerà in altre pellicole Universal a partire dal 1940.

18 luglio 2015

Lo studente di Praga (Stellan Rye, 1913)

Lo studente di Praga (Der Student von Prag)
di Stellan Rye – Germania 1913
con Paul Wegener, John Gottowt
***

Visto in divx.

Per ottenere il denaro necessario a frequentare la contessa di cui si è invaghito, il povero studente Balduin (Baldovino) accetta di vendere a un misterioso individuo nientemeno che... la propria immagine riflessa nello specchio! Nasce così un suo "doppio", che incrocia spesso il suo cammino e gli mette regolarmente i bastoni fra le ruote, per esempio sostituendosi a lui in un duello. Antesignano e precursore del cinema espressionista e fantastico tedesco, ispirato ai racconti di Chamisso (in particolare la "Storia straordinaria di Peter Schlemihl", il cui protagonista vendeva la propria ombra) e di E.T.A. Hoffman (come "Avventure della notte di San Silvestro", che riprende proprio il personaggio del racconto di Chamisso), questo film innovativo fu pensato e fortemente voluto dall'attore Paul Wegener, grande visionario e futuro regista del "Golem", capace qui di sdoppiarsi sullo schermo grazie ad effetti ottici mirabilmente eseguiti e che appaiono ancor oggi efficaci. Ambientato nel 1820 in una città, quella praghese, ricca di suggestioni e superstizioni (zingare che predicono il futuro, mefistofeliche figure di maghi/alchimisti dal nome italiano, e naturalmente il celebre cimitero ebraico), e debitore – come tutto il filone cui appartiene – al Faust goethiano, così come al tema del doppio (affrontato in letteratura da Wilde e Dostoevskij), il film recupera quel senso di fantastico e di inquietante che aveva caratterizzato il cinema degli esordi (si pensi a Méliès, dove però il tutto era venato da una leggerezza quasi comica, qui sostituita da un'angoscia romantica tipicamente tedesca) e che stava passando un po' in secondo piano rispetto al realismo storico e documentaristico delle coeve produzioni italiane e francesi. Grazie a una fotografia palpabile e concreta, e a scenografie reali e avvolgenti, ne nasce una narrazione visiva e un tipo di linguaggio che darà vita non solo all'espressionismo tedesco vero e proprio (di cui lo stesso Wegener sarà un rappresentante fondamentale), ma in un certo senso a tutto l'odierno cinema fantastico d'intrattenimento. La modernità della pellicola è tale che, a tratti, sembra quasi incredibile che risalga al 1913, dunque prima delle grandi innovazioni cinematografiche di Griffith. Memorabili sequenze come quella in cui Balduin gioca a carte con sé stesso. La regia è attribuita al danese Stellan Rye, ma lo stesso Wegener ne fu in parte responsabile, così come lo sceneggiatore Hanns Heinz Ewers. Il successo di pubblico fu grande, tanto che la pellicola venne rapidamente esportata anche all'estero (in America, in particolare, fu ribattezzata "A Bargain with Satan", ovvero "Un patto con Satana"). Venne rifatto nel 1926, sempre muto, da Henrik Galeen con Conrad Veidt.

16 luglio 2015

Vittima degli eventi (Claudio Di Biagio, 2014)

Vittima degli eventi
di Claudio Di Biagio – Italia 2014
con Valerio Di Benedetto, Luca Vecchi
**

Visto in divx.

Se nel film "ufficiale" e americano di Dylan Dog, uscito nel 2011, il personaggio era quasi irriconoscibile rispetto al prototipo, diverso è il discorso per i film indipendenti realizzati da fan, spesso con scarse risorse ma molta passione, il più celebre dei quali è questo "Vittima degli eventi", mediometraggio di 50 minuti. Ambientato a Roma (dove, senza tante spiegazioni, risiedono Dylan e tutti i comprimari classici della serie), punta su una forte somiglianza con il fumetto (alcuni personaggi, come Groucho, sono incredibilmente identici al modello originale: ma d'altronde, già nel film "La guerra lampo dei fratelli Marx" era stato dimostrato che chiunque, con un paio di occhiali, di baffi e di sopracciglie finte, può assomigliare a Groucho) e su atmosfere sospese e suggestive, più che su una trama solida e coerente. Se la narrazione procede un po' a strappi, fra scene scollegate fra loro e dialoghi fumosi, in compenso i luoghi di Roma (in particolare il Ponte Sant'Angelo) e i miti della città eterna (la storia di Beatrice Cenci) si sposano in maniera convincente con il mondo di Dylan Dog, donando al risultato finale un'aura da giallo-horror italiano del passato, come certi lavori di Mario Bava ("La ragazza che sapeva troppo") o Dario Argento, autori che peraltro erano fra le fonti di ispirazione del primo Sclavi. La coppia Claudio Di Biagio (regista) e Luca Vecchi (sceneggiatore, nonché interprete nel ruolo di Groucho) fa tutto sommato un lavoro ottimo e professionale, soprattutto se si considera come l'operazione non abbia alle spalle colossi della produzione e sia stata portata a termine grazie al crowdfunding (la stessa Bonelli, avendo al momento ceduto i diritti cinematografici del personaggio, non ha potuto fiancheggiare in alcun modo i cineasti, benché alcuni suoi rappresentanti – Roberto Recchioni, lo stesso Tiziano Sclavi – abbiano dato il loro benestare alla realizzazione del film). Nel cast anche qualche volto noto, come Milena Vukotic (la medium Trelkovski), Alessandro Haber (un ispettore Bloch con la barba) e Massimo Bonetti (Hamlin di Safarà).

15 luglio 2015

Dylan Dog - Il film (Kevin Munroe, 2011)

Dylan Dog - Il film (Dylan Dog: Dead of Night)
di Kevin Munroe – USA 2011
con Brandon Routh, Sam Huntington
*1/2

Visto in divx.

Dal fumetto cult di Tiziano Sclavi, pubblicato da Sergio Bonelli Editore, una pellicola made in USA che ha poco o nulla a che vedere con l'opera originale, se non il nome del personaggio e il fatto che lavori come detective del paranormale. Ambientato a New Orleans (anziché a Londra), il film non è altro che un onesto horror che si iscrive nel filone di "Underworld" (o, se vogliamo, di "Buffy l'ammazzavampiri"). Il protagonista è un investigatore privato, uno dei pochi a sapere che fra la gente comune si nascondono creature come vampiri, licantropi e zombi. E non è detto che la divisione fra buoni e cattivi sia così netta, visto che la maggior parte di questi "non morti" cerca soltanto di condurre un'esistenza tranquilla e lontana dai riflettori. Spinto da un passato tragico, Dylan sembra però aver abbandonato il suo precedente lavoro per dedicarsi a casi più "tradizionali": sarà costretto a cambiare idea quando verrà coinvolto in una guerra fra non morti, causata da qualcuno che sta cercando un antico manufatto in grado di stravolgere equilibri secolari... Se il personaggio era stato ideato fisicamente da Sclavi pensando a Rupert Everett, qui è interpretato da un attore assai distante dal prototipo, Brandon "Superman" Routh, più adatto a un action movie che non a un horror introspettivo come il fumetto originale. E tutti i suoi elementi iconici (l'abito, l'automobile, il clarinetto, il galeone), se e quando sono presenti, non hanno alcuna esigenza narrativa: di fatto sembrano utilizzati solo per "camuffare" i muscoli e la figura di Routh, che più che Dylan Dog, dunque, interpreta qualcuno che si veste come lui. Altri elementi del fumetto (la casa con il campanello urlante, per esempio) sono invece assenti, così come tutti i soliti comprimari. In particolare l'assistente Groucho, per ragioni di diritti dovuti alla sua somiglianza con Groucho Marx, è sostituito da un altro personaggio, Marcus (interpretato da Sam Huntington, che aveva già recitato al fianco di Routh in "Superman Returns"), che per lo meno non sfigura nell'ambito della storia narrata e si ritaglia un buon ruolo di spalla comica, per quanto assai più tradizionale rispetto all'anarchia surreale del personaggio di cui fa le veci. Detto che gli autori della pellicola non si rifanno a nessun albo a fumetti in particolare, né riprendono temi, spunti o suggestioni della poetica di Sclavi (se non a livello superficiale), la maggiore delusione non nasce dal veder travisato il personaggio e le sue atmosfere (ogni trasposizione, in fondo, tradisce in parte l'originale), quanto dal fatto che si è preferito ignorare tutto ciò che fa di "Dylan Dog" un'opera unica per realizzare invece un film che non si differenzia da tanti altri prodotti simili, con personaggi stereotipati e situazioni poco accattivanti, che non trasmette mai paura o inquietudine e non lascia un particolare ricordo. Anche per colpa di una regia anonima, di effetti speciali al ribasso e di scene d'azione poco adrenaliniche. Alcune frasi celebri del personaggio ("Giuda Ballerino!", "Il mio quinto senso e mezzo") sono state aggiunte nel doppiaggio italiano. È comunque presente un omaggio a Sclavi: il suo nome è dato a un vampiro.

11 luglio 2015

C'era una volta (Carl Th. Dreyer, 1922)

C'era una volta (Der var engang)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1922
con Clara Pontoppidan, Svend Methling
**

Visto su YouTube.

Da un testo del drammaturgo danese Holger Drachmann, una "favola in cinque atti" a sfondo morale (di cui, purtroppo, diverse sequenze sono andate perdute e sono state sostituite, nella versione restaurata, da foto di scena con cartelli riassuntivi). La principessa del reame di Illyria, bellissima ma anche fredda, viziata e orgogliosa, rifiuta con sdegno ogni possibile pretendente. Il principe di Danimarca, intenzionato a conquistarla, si traveste da mendicante e, con l'inganno (nonché grazie a un magico bollitore di rame, donatogli da un folletto, che consente di vedere il proprio futuro), riesce a portarla con sé nella capanna dove finge di abitare e di lavorare come vasaio. La povertà, la fame e le fatiche, pian piano, "ammorbidiscono" la principessa, che giunge a comprendere i reali valori della vita e si innamora del principe: il quale, naturalmente, le rivelerà alla fine la sua vera identità. Se nella prima parte, quella ambientata alla corte di Illyria, la pellicola soffre per una messa in scena statica (con grande abbondanza di mascherini circolari) ravvivata a fatica dai toni da commedia farsesca (evidenti nei personaggi del re o del buffone che accompagna il principe), nella seconda, ambientata nella foresta danese, migliora e si fa decisamente più suggestiva anche a livello visivo. Ma resta un lavoro minore di Dreyer, di cui si apprezza soprattutto la buona direzione degli attori.

10 luglio 2015

Alan Partridge: Alpha Papa (D. Lowney, 2013)

Alan Partridge: Alpha Papa
di Declan Lowney – GB 2013
con Steve Coogan, Colm Meaney
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Monica, Roberto e Sabrina, in origitale con sottotitoli inglesi.

Alan Partridge, dj e speaker radiofonico di una stazione privata di Norfolk, convince i dirigenti dell'emittente – in crisi economica, e quindi costretti a "tagliare" qualche testa – a licenziare, al posto suo, il collega irlandese Pat Farrell (Colm Meaney). Questi, impazzito, si barrica nella sede della radio, prendendo come ostaggi tutti i componenti del board. Per negoziare, la polizia sceglie di inviare all'interno della stazione proprio Partridge, che Farrell considera suo amico perché non sa del ruolo che ha giocato nel suo licenziamento. Steve Coogan riprende un personaggio da lui già interpretato in numerosi sketch radiofonici e televisivi, e ci costruisce sopra un lungometraggio cinematografico colmo di humour cinico e tipicamente britannico. L'accoppiata con Meaney funziona, ma la pellicola sembra una puntata di uno show televisivo trascinata un po' troppo per le lunghe. Il punto di forza sono i dialoghi, mentre il personaggio pavido e approfittatore di Alan Partridge non risulta particolarmente originale o divertente. Il film non è mai uscito in Italia.

5 luglio 2015

Il feroce Saladino (Mario Bonnard, 1937)

Il feroce Saladino
di Mario Bonnard – Italia 1937
con Angelo Musco, Alida Valli
**

Visto in divx.

L'anziano attore di varietà e illusionista Pompeo Darli (Musco) sembra abbonato ai fallimenti: cacciato da tutti i teatri, non solo fatica a trovare una nuova scrittura ma viene anche abbandonato dalla corpulenta moglie Amalia (Rosina Anselmi), che preferisce diventare l'assistente di un altro saltimbanco, il mister muscolo Johnson (Mario Mazza). Per tirare avanti in qualche modo e permettere un avvenire anche alla sua giovane protetta, la cantante Dora (Valli), Pompeo mette da parte il proprio orgoglio e accetta un lavoro umiliante: vendere caramelle e cioccolatini in quello stesso teatro dove si esibisce la moglie con il suo nuovo compagno. Ma la fortuna gira: diversi spettatori trovano, nelle confezioni da lui vendute, la rarissima figurina del "feroce Saladino". Tanto basta perché Pompeo diventi popolarissimo fra il pubblico, al punto che l'impresario del teatro lo assumerà seduta stante come protagonista di un nuovo spettacolo, nei panni appunto del Saladino. Commedia satirica e di costume che fa riferimento a uno dei fenomeni sociali più noti dell'Italia di metà anni trenta, ovvero la raccolta delle figurine della Buitoni-Perugina (su modello di quelle della Liebig), disegnate da Angelo Bioletto e raffiguranti personaggi storici ed esotici, ispirati a popolari romanzi d'avventura. Chi completava la raccolta poteva vincere ricchi premi (addirittura una Fiat Topolino!). Pare che la carta con il feroce Saladino, stampata in un numero limitato di copie, fosse talmente rara da scatenare una vera e propria ossessione fra i collezionisti alla sua ricerca, al punto che il governo fascista dovette intervenire con leggi ad hoc (dapprima per imporre di stampare in ugual numero tutte le figurine, e poi addirittura per proibire altri concorsi di quel tipo). Se la prima parte del film, pur non mancando mai di un marcato umorismo da farsa o da avanspettacolo, assume a tratti toni realisti e melodrammatici (le difficoltà economiche di Pompeo; la scena in cui deve saltare il pranzo e cerca inutilmente di rimediare; il suo orgoglio e la sua integrità di fondo anche di fronte ai continui fallimenti e al disprezzo da parte di tutti, Dora a parte), la seconda sconfina nel grottesco e culmina nella lunga rappresentazione sul palco, dove lo spettacolo è continuamente messo a repentaglio dai litigi "dietro le quinte" fra Pompeo e il muscoloso amante di sua moglie. Alida Valli, giovanissima, era al suo secondo film. Non accreditato, come comparsa c'è anche Alberto Sordi (è l'attore travestito da leone).

3 luglio 2015

I wish (Hirokazu Koreeda, 2011)

I wish (Kiseki)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2011
con Koki Maeda, Oshiro Maeda
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In seguito alla separazione dei loro genitori, i fratellini Koichi e Ryunosuke si ritrovano a vivere in due città diverse del Giappone: il primo a Kagoshima con la madre e i nonni, il secondo a Fukuoka con il padre. I due bimbi, che si tengono spesso in contatto, sognano di riunire in qualche modo la famiglia. E la notizia che un nuovo treno superveloce (Shinkansen) collegherà le due città stimola la loro fantasia, convincendoli che esprimendo un desiderio nel punto esatto in cui i treni che viaggiano nelle due direzioni si incrociano sarà possibile vederlo esaudito. Insieme ad alcuni amici, dunque, progettano un viaggio fino al punto intermedio del tragitto che li separa... Dopo lo sconvolgente "Nobody knows", Koreeda torna a raccontare storie di bambini: stavolta ne esce un film dolce e delicato, riflessivo e minimalista, che gioca intorno al concetto dei desideri e dei "miracoli" (il titolo originale, "Kiseki", significa appunto miracolo). Non solo i due piccoli protagonisti, ma tutte le persone intorno a loro hanno infatti dei sogni e dei progetti da realizzare: il padre vuole sfondare come musicista, la madre vuole trovare un lavoro e la stabilità, il nonno riuscire a preparare dei particolari dolcetti tradizionali, e naturalmente i vari amici e compagni di scuola hanno desideri che vanno dal semplice (imparare a disegnare bene, correre più veloce) al complesso (diventare un'attrice o un giocatore di baseball professionista) all'impossibile (riportare in vita un cagnolino morto). C'è anche chi ha ormai rinunciato al proprio sogno (la madre di Megumi, che ha messo da parte l'aspirazione di diventare attrice e proprio per questo è scettica nelle possibilità che la figlia percorra la stessa strada), o chi lo vede avverarsi quando meno se lo aspetta (i due vecchietti che ospitano i bambini nella loro casa, e che ritrovano – anche se solo per una notte – la gioia di avere una famiglia). La semplicità di fondo, il ritmo compassato e l'attenzione al quotidiano e alle piccole cose ne fanno una pellicola estremamente "giapponese", in grado di catturare nel migliore dei modi, senza retorica o sovrastrutture, la "sofisticata ingenuità" dell'infanzia e i traumi dei figli di genitori separati. Alla fine, né Koichi né Ryunosuke esprimeranno il desiderio che si erano prefissati, ma il viaggio potrà comunque dirsi pienamente riuscito come tappa del loro percorso di crescita (e di accettazione della realtà). Molto belle le scene che mostrano il vulcano attivo Sakurajima che sovrasta la città di Kagoshima (la cui cenere, eruttata quotidianamente, turba in modo particolare i pensieri di Koichi). I giovani attori che interpretano i due protagonisti sono fratelli anche nella vita reale. Nel cast, in piccoli ruoli, anche Nene Otsuka, Joe Odagiri, Yui Natsukawa, Kirin Kiki e Hiroshi Abe.

30 giugno 2015

Il serpente e l'arcobaleno (Wes Craven, 1988)

Il serpente e l'arcobaleno (The serpent and the rainbow)
di Wes Craven – USA 1988
con Bill Pullman, Cathy Tyson
***

Visto in divx.

Dennis Allan (Pullman), giovane antropologo americano, viene inviato ad Haiti da un'azienda farmaceutica affinché scopra il segreto con cui i sacerdoti voodoo riportano in vita i morti. L'uomo, che era già entrato in contatto con il soprannaturale durante un precedente viaggio in Amazzonia (nel quale aveva incontrato il proprio animale totemico, il giaguaro), si ritroverà invischiato in una ragnatela di misteri, stregoneria e magia nera, sullo sfondo di un contesto sociale e politico ad alta tensione: siamo infatti negli ultimi giorni della dittatura di Jean-Claude Duvalier, e a mettere i bastoni fra le ruote ad Allan c'è Peytraud (Zakes Mokae), capo dei Tonton Macoutes (la polizia segreta del paese) e al tempo stesso potente stregone che usa la magia nera a fini politici, per impadronirsi delle anime dei suoi nemici, renderli schiavi o viaggiare nei loro sogni. Tratto da un libro (non di fiction!) dell'etno-botanico Wade Davis, uno dei film più interessanti e atipici di Craven, che unisce l'ingenuità dei b-movie horror degli anni ottanta (ci sono persino echi di Sam Raimi, tanti effettacci "artigianali" come teste mozzate o mani che si allungano, nonché una buona dose di seguenze oniriche e surreali che ricordano il "Nightmare" dello stesso Craven) ad affascinanti aspetti socio-antropologici che rendono alcune sequenze quasi documentaristiche (vedi per esempio le commistioni fra voodoo e cattolicesimo, come nella scena della processione, che non avrebbe sfigurato in "Demoni e cristiani nel Nuovo Mondo" di Werner Herzog). La carne al fuoco è molta: il filone degli zombi haitiani (popolare al cinema sin dai tempi di "Ho camminato con uno zombi" di Tourneur, e lontano anni luce dalle incarnazioni moderne e post-romeriane), il tentativo di darne una spiegazione scientifica (all'origine della morte apparente c'è una combinazione di tetrodotossina e allucinogeni, benché la preparazione della "polvere" usata dagli stregoni richieda un rito antico e complicato), i tumulti e le rivoluzioni nelle zone più povere dei Caraibi, le danze e le cerimonie, il misto di credenze e superstizioni: a tratti Craven sembra perdere il filo, e il finale forse è un po' di grana grossa, ma nel complesso la pellicola lascia un ottimo ricordo di sé. Cathy Tyson (Marielle), Paul Winfield (Celine) e Brent Jennings (Mozart) interpretano gli alleani haitiani di Allan. Fra le scene cult: la mano mummificata che esce dalla minestra, il protagonista seppellito vivo con una tarantula, la tortura con il chiodo da parte di Peytraud. Il titolo si riferisce alle leggende del voodoo: il serpente e l'arcobaleno sono rispettivamente il simbolo della terra e del cielo, e l'uomo che vi rimane imprigionato in mezzo – come uno zombi che non è né vivo né morto – è destinato a soffrire.

29 giugno 2015

Amleto si mette in affari (Aki Kaurismäki, 1987)

Amleto si mette in affari (Hamlet liikemaailmassa)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1987
con Pirkka-Pekka Petelius, Esko Salminen
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La vicenda di Amleto, ambientata ai giorni nostri e girata come se si trattasse di un film noir. Il protagonista (Petelius) è qui il figlio del presidente di una grande azienda, che viene assassinato dal socio in affari Klaus (Salminen), amante di sua moglie Gertrud (Elina Salo). Quando Amleto riceve dal fantasma del padre l'ordine di vendicarlo, ne seguirà un bagno di sangue. La trama si snoda fedelmente come nella tragedia di Shakespeare, di cui riprende anche diverse battute (nella lettera che Amleto scrive ad Ofelia, o nei suoi discorsi da "pazzo"; curiosamente, invece, è assente il monologo "Essere o non essere"): ma nel finale c'è un notevole colpo di scena, che cambia completamente il significato dell'opera originale, non senza una certa irriverenza. E dunque, più che i temi shakespeariani, ad emergere in primo piano sono il cinismo e l'ironia con cui Kaurismäki ritrae il mondo dell'industria e degli affari. In un certo senso il regista finlandese rifà quello che aveva fatto con "Delitto e castigo" di Dostoevsky, attualizzando un testo classico e adattandolo non solo al suo cinema (personaggi laconici, atmosfere da anni cinquanta) ma anche allo scenario contemporaneo, con la contrapposizione fra imprenditori capitalisti (la famiglia di Amleto) e lavoratori proletari (il suo autista, che lavora sotto copertura per il sindacato). L'atmosfera noir, che ben contestualizza la "resa dei conti" familiare a colpi di pistola, è resa dalla fotografia in bianco e nero, dall'illuminazione a bassa intensità (che mette in risalto alcuni particolari, come la camicia bianca del padre di Amleto che ne fa un fantasma ancora prima della morte), dalla colonna sonora (che fonde musica sinfonica – Shostakovich e Ciajkovskij – e blues – Elmore Jones), dai titoli di testa e dai cartelli che punteggiano la pellicola. Non mancano i consueti tocchi di straniante umorismo, con Klaus vorrebbe ridurre le attività diversificate del gruppo, chiudendo i cantieri navali e le segherie per tuffarsi nell'industria delle paperelle di gomma (!), e le battute sarcastiche sulle rivalità scandinave ("Direte che state viaggiando per divertimento" – "In Norvegia?"). Kati Outinen è un'Ofelia arrampicatrice sociale (bella la scena del suo suicidio nella vasca da bagno, con tanto di paperella di gomma), Kari Väänänen è un umiliato Lauri/Laerte, che muore con la testa dentro una radio; Puntti Valtonen e Mari Rantasila sono l'autista Simo e la cameriera Helena; per il fido Matti Pellonpää, invece, solo un cameo come guardiano notturno.

27 giugno 2015

Quelle due (William Wyler, 1961)

Quelle due (The children's hour, aka The loudest whisper)
di William Wyler – USA 1961
con Audrey Hepburn, Shirley MacLaine
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Le insegnanti Karen (Audrey Hepburn) e Martha (Shirley MacLaine), amiche per la pelle sin dai tempi dell'università, hanno aperto una scuola privata per bambine in una tranquilla cittadina di campagna. Ma una delle loro alunne, la perfida e bugiarda Mary (Karen Balkin), sparge la voce che le due siano amanti. Il pettegolezzo le rovina: tutte le famiglie della regione ritirano le loro figlie dalla scuola, e anche il promesso sposo di Karen, il medico Joe (James Garner) rischia di perdere il suo posto di lavoro in ospedale. Uno dei più potenti film sulla maldicenza e il "potere distruttivo di una menzogna", per usare le parole di Lillian Hellman, autrice della pièce teatrale da cui la pellicola è tratta. Wyler aveva già provato ad adattarla nel 1936 ("La calunnia"), ma allora era stato costretto dal codice Hays ad eliminare ogni riferimento al lesbismo, mentre nel 1961 potè permettersi una maggiore fedeltà al tema originario. Il che è un bene, perché l'omosessualità (vera o presunta) dei personaggi non è un semplice pretesto: tutto si muove in funzione della sua percezione da parte della gente (o di loro stessi: alla fine il suicidio di Martha avviene dopo che è stato svelato l'inganno della bambina, ovvero dopo che in teoria lei e Karen sono state "riabilitate" agli occhi della società; Martha non si uccide per la calunnia ma per la propria omofobia interiorizzata, perché lei stessa non riesce ad accettare o a giustificare i propri sentimenti). Da notare che in questo senso il film è ancora attuale: a emarginare le due donne non è tanto il fatto che siano lesbiche quanto il loro ruolo di insegnanti: "Quello che queste due sono è esclusivamente affare loro; ma diventa una cosa molto più grave quando coinvolge delle giovanette", commenta la nonna di una delle alunne, riecheggiando pensieri ancora oggi diffusi. Grande la prova delle due protagoniste, con una Hepburn più trattenuta e mai sopra le righe (rimangono impresse nella memoria le scene finali, con le sue camminate pensierose e silenziose) e una McLaine più emotiva e fragile. Ma la carne al fuoco è tanta: si mette sotto la lente d'ingrandimento, con estremo cinismo, la cattiveria "innata" dei bambini, che mentono o rubano senza pensare alle conseguenze e non mostrano mai un vero pentimento; la forza delle maldicenze e dei pettegolezzi, naturalmente; e, a un livello più intimo, la difficoltà nell'accettare e nell'essere consapevoli dei propri sentimenti, la sottile linea fra una relazione innocente o una peccaminosa (o percepita come tale) e il significato delle parole stesse (guarda caso la regia, nelle prime istanze in cui si affronta l'argomento, tiene doverosamente a distanza lo spettatore, impedendogli di udire cosa si dicono i personaggi). Miriam Hopkins, che nel film del 1936 aveva recitato nel ruolo di Martha, qui ne interpreta la zia Lily. Fay Bainter è Amelia, la nonna di Mary, mentre una giovanissima Veronica Cartwright è Rosalie, la bambina cleptomane.

25 giugno 2015

Quella sporca dozzina (R. Aldrich, 1967)

Quella sporca dozzina (The Dirty Dozen)
di Robert Aldrich – USA 1967
con Lee Marvin, Charles Bronson
***

Visto in TV.

Poche settimane prima dello sbarco in Normandia, il maggiore americano Reisman (Lee Marvin) viene incaricato di addestrare un gruppo di dodici soldati detenuti, condannati a morte o all'ergastolo per crimini vari, e di farne una squadra in grado di compiere una missione "impossibile": raggiungere un castello nella Francia occupata dai nazisti, all'interno del quale si radunano gli ufficiali nemici, e sterminarli tutti. Nonostante le iniziali difficoltà (Reisman, a sua volta refrattario alle regole e all'autorità, si troverà a gestire uomini indisciplinati, inaffidabili, incorreggibili o addirittura psicopatici), il gruppo imparerà pian piano a conoscersi e a dimostrare spirito di squadra. E saprà portare a termine la missione con coraggio, anche se la maggior parte ci rimetterà la pelle. Uno fra i più celebri film di guerra "non convenzionali", divertente, violento e fumettoso (non a caso è fra le fonti di ispirazione citate da Tarantino per "Bastardi senza gloria"), riscosse un enorme successo di pubblico proprio perché, alla vigilia del 1968, metteva in scena una serie di individualità che contestavano apertamente la catena di comando e le logiche della guerra (la pellicola si chiude addirittura con la frase "C'è una buona notizia: ammazzare generali può essere un lavoro!"). Solo l'ultimo quarto del film è dedicato alla missione vera e propria: in precedenza assistiamo al lungo processo di addestramento e soprattutto all'esercitazione in cui la "sporca dozzina" (chiamata così perché, per punizione, da un certo punto in poi agli uomini viene proibito di lavarsi o di radersi) dimostra il proprio valore contro i reparti organizzati e regolari dell'esercito alleato, guidati dallo sprezzante colonnello Breed (Robert Ryan). E non mancano altre scene in cui i protagonisti tendono a farsi beffe dell'autorità costituita (come quando uno di loro, spacciandosi per generale, passa in rassegna le truppe). A causa di tutto ciò, anche il finale in cui i nostri eroi si sacrificano durante la missione può essere visto più come un attaccamento ai propri compagni che non agli ideali patriottici o bellici, verso i quali c'è sospetto, diffidenza o totale distacco. La sceneggiatura, estremamente lineare e facilmente divisibile in "atti", è tratta da un romanzo del 1965 di E. M. Nathanson, ispirato a sua volta (pare) da personaggi reali, i "Filthy Thirteen". Ricco, ovviamente, il cast: fra i membri del gruppo spiccano Charles Bronson (Wladislaw, il leader silenzioso e imperturbabile, l'unico che parla tedesco), Telly Savalas (Maggott, il maniaco religioso, il più pazzo del gruppo), John Cassateves (Franco, il più indisciplinato ma anche il più carismatico), Donald Sutherland (Pinkley, il più giovane), Jim Brown, campione di football americano (Jefferson, l'immancabile nero) e Clint Walker (Posey, il "gigante buono"), mentre in altri ruoli troviamo Ernest Borgnine (li generale di divisione), Richard Jaeckel (il sergente di collegamento), Ralph Meeker e George Kennedy. Lee Marvin e Telly Savalas sostituirono all'ultimo minuto John Wayne e Jack Palance, che rifiutarono i ruoli. Uno dei dodici soldati (Jimenez) muore fuori scena perché l'attore che lo interpretava (Trini Lopez) abbandonò il set per divergenze con la produzione. La pellicola fu interamente girata in Inghilterra: il castello francese fu costruito appositamente dallo scenografo William Hutchinson e si rivelò talmente solido che, nella scena dell'esplosione, i cineasti furono costretti a utilizzare un modellino in sughero. Il successo del film, e soprattutto l'impatto che ebbe sul pubblico, portarono alla realizzazione di svariate imitazioni ma anche di tre sequel ufficiali e persino di una serie televisiva negli anni ottanta.

24 giugno 2015

L'amore dell'attrice Sumako (K. Mizoguchi, 1947)

L'amore dell'attrice Sumako (Joyū Sumako no koi)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1947
con Kinuyo Tanaka, So Yamamura
**

Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel Giappone di inizio novecento, l'insegnante e drammaturgo Hogetsu Shimamura è fra coloro che sostengono la necessità di un rinnovamento dell'arte teatrale: anziché ripiegarsi sul tradizionale kabuki, intende dare spazio allo shingeki (nuovo teatro), culturalmente aperto alle influenze europee (Ibsen su tutti) e a un modo di recitare più naturalista e psicologico. Trova la sua musa nella giovane attrice Sumako Matsui, di cui si innamora e per la quale lascia la famiglia. Insieme, i due gireranno per il Giappone con una propria compagnia, superando non poche difficoltà e mettendo in scena opere come "Casa di bambole", "Magda", "Resurrezione" (tutte, guarda caso, incentrate su figure femminili forti e indipendenti, proprio come Sumako stessa). Ma poco dopo la morte del suo mentore per una polmonite, anche l'attrice si suiciderà al termine di una rappresentazione di "Carmen". Ispirato a personaggi realmente esistiti, è il capitolo centrale di un'ideale trilogia mizoguchiana sulla liberazione della donna (dopo "La vittoria delle donne" del 1946 e prima de "Il mio amore brucia" del 1949). I temi sono quelli da sempre cari al regista: il teatro, l'indipendenza femminile, il dilemma fra la necessità di rimanere fedeli a sé stessi e le avversità imposte dalla vita (concetto espresso sin dalla scena iniziale, in cui Shimamura tiene una lezione ai suoi studenti sulle opere di Ibsen). La vicenda personale dei due protagonisti si fonde così con quella dei personaggi dei drammi che mettono in scena, e la vita si confonde con l'arte. Per una volta, caso raro in un film di Mizoguchi, a fianco della figura femminile c'è n'è anche una maschile altrettanto forte: Shimamura, soprattutto nella prima parte, è anzi il vero centro di gravità del film. E nel suo rapporto con la figlia Haruko (destinata a un matrimonio combinato, che va a monte quando il padre lascia la famiglia, e che lui avrebbe voluto invece sposa per amore), con la moglie e con la suocera, per esempio, sono evidenti le forti costrizioni sociali e il peso della cultura tradizionale contro cui si batte anche nelle scelte artistiche e teatrali. Nel complesso, forse non un film particolarmente avvincente, a tratti elegiaco e schematico, e nemmeno tanto vivace dal punto di vista stilistico (la regia di Mizoguchi è più statica del solito, anche se non rinuncia ai long take), ma comunque uno dei più significativi fra quelli girati nell'immediato dopoguerra, quando l'occupazione americana vagliava con estrema severità i soggetti dei cineasti giapponesi e imponeva loro di affrontare temi "democratici". Curiosità: nello stesso anno, il 1947, anche Teinosuke Kinugasa realizzò un film su Sumako Matsui, "The actress".

23 giugno 2015

L'orribile verità (Leo McCarey, 1937)

L'orribile verità (The awful truth)
di Leo McCarey – USA 1937
con Cary Grant, Irene Dunne
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

I ricchi coniugi Jerry e Lucy Warriner (Cary Grant e Irene Dunne), sospettandosi reciprocamente di infedeltà (e non è detto che non ci sia qualcosa di vero: la sceneggiatura "glissa" abilmente sull'argomento), decidono di divorziare. Nei novanta giorni di attesa prima che la sentenza diventi operativa, però, fanno di tutto per sabotare i rispettivi tentativi di imbastire nuove relazioni. E naturalmente, proprio allo scoccare della mezzanotte della fatidica data, torneranno insieme, riconoscendo di provare quell'amore che testardamente continuavano a negare. Classico della screwball comedy e del cosiddetto sottogenere del "rimatrimonio" (quello in cui i due protagonisti divorziano per poi risposarsi, in ossequio al codice Hays che proibiva ai cineasti di rappresentare sullo schermo l'adulterio, e dunque imponeva agli sceneggiatori di "separare" marito e moglie prima di esplorare eventuali scappatelle), un film che non si prende sul serio e che ha consentito a Grant di caratterizzare per la prima volta quel tipo di personaggio che interpreterà numerose altre volte in commedie leggere negli anni a venire. Le dinamiche sono quelle solite, fra controllati battibecchi verbali e imprevisti momenti slapstick, anche se, rispetto ad altri film del genere, questo risulta forse un po' datato. La prima parte è vivacizzata dal... cagnolino della coppia, Mr. Smith, conteso fra i due coniugi e protagonista di vivaci siparietti che mettono in crisi i tentativi di Lucy di barcamenarsi fra l'ex marito, il maestro di canto Armand Duvalle (Alexander D'Arcy), con cui Jerry sospetta che abbia una relazione, e il nuovo promesso sposo, il rozzo mandriano e petroliere dell'Oklahoma Dan Leeson (Ralph Bellamy). L'ultima mezz'ora, invece, è puro screwball, con la donna che – spacciandosi per la sboccata e svampita sorella del marito – manda a monte il fidanzamento di Jerry con l'ereditiera Barbara Vance (Molly Lamont), e poi demolisce l'auto per spingerlo a passare la notte con lei nel suo cottage di montagna. Cecil Cunningham è la zia Patsy, Esther Dale è la madre di Dan, Joyce Compton è la ballerina del night club, mentre il fox terrier che "interpreta" Mr. Smith, Skippy (poi ribattezzato Asta), era una celebrità dell'epoca, apparso in decine di film negli anni trenta (fra cui "Susanna" e la serie de "L'uomo ombra"). Il soggetto è tratto da una commedia teatrale già adattata per il cinema nel 1925 (muto) e nel 1929. McCarey, esperto di commedie (lo ricordiamo per aver diretto "Duck Soup", il capolavoro dei fratelli Marx), vinse l'Oscar come miglior regista.

21 giugno 2015

Cannes e dintorni 2015 - conclusioni

E anche questa rassegna è finita. Non sono rimasto insoddisfatto: ho potuto vedere almeno un capolavoro ("Son of Saul" dell'ungherese Nemes) e diversi film ottimi o comunque interessanti ("Mountains may depart", "Afterlife", "La tierra y la sombra", "The lobster", "Trois souvenirs de ma jeunesse"). Certo, non sono mancate le "sole": penso in particolare al micidiale "Peace to us in our dreams" di Sharunas Bartas, peggior film della rassegna. Ma nel complesso, è sempre un piacere farsi un viaggio in pochi giorni attraverso il cinema di tutto il mondo, ascoltando tante lingue diverse e vivendo, per brevi momenti, in paesi così distanti fra loro. È questa la vera magia del cinema (soprattutto se in lingua originale)! Fra i temi preponderanti della rassegna spiccano i legami famigliari, presenti in quasi tutti i film visti: fra fratelli ("Rams"), sorelle ("Our little sister"), figli e genitori ("Afterlife", "Mountains may depart", "Son of Saul") o a tutto tondo ("La tierra y la sombra", "The here after"). Inoltre, grande attenzione agli adolescenti ("La tête haute", "Diamante nero", "Trois souvenirs de ma jeunesse" e ancora "The here after") e persino agli animali ("Rams", "Afterlife", e ovviamente "The lobster"). Da segnalare l'alta qualità delle opere prime, come le due pellicole ungheresi di Nemes e Zomborácz e quella colombiana. La scelta della "Camera d'or" (il premio al miglior regista esordiente) non deve essere stata facile: per la cronaca, l'ha vinta Acevedo con "La tierra y la sombra".

19 giugno 2015

Trois souvenirs de ma jeunesse (A. Desplechin, 2015)

Trois souvenirs de ma jeunesse
di Arnaud Desplechin – Francia 2015
con Léonard Matton, Lou Roy-Lecollinet
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Quando l'antropologo Paul Dedalus si appresta a tornare in Francia dopo dieci anni di viaggi all'estero, viene fermato dalle autorità perché qualcosa non torna nel suo passato. L'uomo si ritrova così a raccontare a uno sconosciuto alcuni eventi della sua adolescenza che non aveva mai confidato a nessuno. Si tratta di un viaggio nei ricordi e nelle esperienze di gioventù, diviso in tre capitoli: l'infanzia (con il difficile rapporto con la madre, pazza e odiata, che morì quando lui aveva undici anni); un gita scolastica in Unione Sovietica, quando con un compagno di scuola si offrì di aiutare alcuni dissidenti a lasciare il paese (regalando loro il suo passaporto); e soprattutto il rapporto con Esther, irrequieta e bella ragazza di Roubaix, conosciuta negli ultimi anni del liceo e frequentata "a distanza", più tramite lettere e pensieri che non dal vivo, durante i primi anni di studi universitari a Parigi. Ne risulta un intenso e insolito romanzo di "coming-of-age" ambientato a cavallo fra la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta (in televisione si vedono il crollo del muro di Berlino e Gorbaciov), ritratto di un ragazzo diverso dagli altri, timido e inquieto e al tempo stesso estroverso e originale, capace di atti coraggiosi e istintivi così come di rinchiudersi nel proprio mondo di pensieri e di cultura, attorniato da amici e parenti (il fratello Ivan e le sue ossessioni religiose, la sorella Delphine, il cugino Bob) che col tempo abbandonerà perché destinato a rimanere solo. Un personaggio a suo modo unico, che il regista segue con precisione e attenzione come se si trattasse di un alter ego, e che la macchina da presa osserva con cura entomologica (ogni sequenza si apre e si chiude con il mascherino a iride, tipico dei film muti). Non mancano momenti romantici (l'idillio di Paul ed Esther a Parigi), di crescita culturale (gli studi di antropologia con un'insegnante che diventa per Paul una nuova madre; la scoperta del greco, lingua che ben si abbina al suo ingombrante cognome), di dinamiche affettive, famigliari (anche con il padre, assente o inadeguato) o di amicizia (tradita), per un affresco giovanile a tutto tondo che mi è parso più sincero e meno pretenzioso delle altre opere del regista che avevo visto in passato. Da notare comunque che il film, pur visibile a sé stante, è tecnicamente il prequel di un'altra pellicola di Desplechin, "Comment je me suis disputé... (ma vie sexuelle)" del 1996, visto che il protagonista Paul Dedalus (interpretato da adulto da Mathieu Amalric) è lo stesso.

La tête haute (Emmanuelle Bercot, 2015)

La tête haute
di Emmanuelle Bercot – Francia 2015
con Rod Paradot, Catherine Deneuve
**

Visto al cinema Plinius, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il giovane Malony è ribelle, violento, indisciplinato, una testa calda: refrattario alle regole, insofferente a scuola, vigilato dagli assistenti sociali sin da quando era un bambino (anche perché la madre, cui pure è legato da un profondo affetto, è a sua volta alquanto problematica), si mette nei guai quando, sedicenne, comincia a rubare automobili per scorrazzare con gli amici. Seguito con cura e fatica dagli educatori (Benoît Magimel) e da una giudice che si è occupata del suo caso per dieci anni (Catherine Deneuve), finirà prima in un istituto di recupero giovanile, e poi addirittura in carcere. Nulla sembra riuscire a fargli cambiare atteggiamento, e i tanti tentativi di "rieducazione" si succedono con continui fallimenti: ma la maturità giungerà all'improvviso, a diciassette anni, quando Malony si scoprirà padre. Un film intenso, sgradevole, che non fa sconti allo spettatore, almeno fino a un finale inaspettatamente positivo e ottimista. Qualcuno lo ha paragonato a "Mommy" di Xavier Dolan, ma a parte certe analogie nel contenuto il tono è completamente diverso. Questo, purtroppo, soffre per le caratterizzazioni esagerate ed estremizzate, per l'esasperazione dei toni, e per l'abbondanza di retorica, tanto in un senso (quello violento e punitivo) quanto nell'altro (quello della comprensione). E il finale stona quasi con tutto il resto, per come arriva all'improvviso e inatteso. Ne risulta una pellicola assai faticosa da seguire, decisamente a tema e "tutta costruita sul messaggio", il che non la rende certo più coinvolgente ma almeno le dona una certa coerenza stilistica. La regia punta tutto sugli attori, decisamente bravi (in particolare il giovane Paradot, ma anche la Deneuve è misurata e in parte), mentre la sceneggiatura è assai semplicistica e ripetitiva: mostra, accumula, reitera, ma non indaga mai nella mente dei personaggi e si limita a ritrarli da fuori.

18 giugno 2015

Son of Saul (László Nemes, 2015)

Son of Saul (Saul fia)
di László Nemes – Ungheria 2015
con Géza Röhrig, Levente Molnár
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Rinchiuso in un campo di concentramento nazista, l'ebreo ungherese Saul fa parte dei "Sonderkommando", ovvero quei prigionieri – scelti fra i più forti e robusti – cui venivano affidati i compiti di manovalanza e di "gestione" del campo: divisi in gruppi comandati dai Kapo, si occupavano fra le altre cose di far "pulizia" dei tanti corpi dopo le docce a gas. Come i suoi compagni, Saul sembra ormai anestetizzato agli orrori di cui è testimone. Ma quando riconosce fra i morti il cadavere di un ragazzino, fa di tutto per sottrarlo di nascosto ai forni crematori e per trovare un rabbino fra gli altri prigionieri in modo da poterlo seppellire nel migliore dei modi: si tratta infatti di suo figlio, afferma. Angosciante e claustrofobico, eppure diverso da ogni altra pellicola sull'Olocausto girata finora, sembra incredibile che si tratti di un film d'esordio. Pochi registi, anche in passato (viene da pensare addirittura a Orson Welles), hanno dimostrato già al debutto una tale padronanza tecnica, una tale originalità nella messa in scena, una tale coerenza stilistica e una tale fiducia nei propri mezzi. La macchina da presa rimane costantemente attaccata al protagonista, senza allontanarsi mai da lui di più di mezzo metro, e rinuncia alla profondità di campo, al punto che tutto l'ambiente sullo sfondo (e dunque anche gli orrori che circondano Saul) appare spesso fuori fuoco, come per proteggere il protagonista (e lo spettatore stesso) dall'inferno in cui si trova. Il tutto rappresenta alla perfezione la chiusura di Saul in sé stesso e la focalizzazione sul suo unico obiettivo (quello di dare un degno funerale al figlio), che gli impedisce di mescolarsi con chi gli sta attorno, che si tratti dei tedeschi aguzzini, dei Kapo collaborazionisti, o persino degli altri prigionieri che stanno progettando una rivolta e una fuga (cui Saul non sembra particolarmente interessato). Manca del tutto il voeyurismo, o il senso di realismo documentaristico che di solito accompagna le pellicole girate con la camera a mano, i lunghi piani sequenza o l'inquadratura che segue il protagonista. Qui la forma (dimenticavo: c'è anche il formato in 4:3 ad accrescere la sensazione di intima claustrofobicità) si sposa mirabilmente con i contenuti, senza che l'una possa essere distinta dagli altri. Ne risulta un film potente, rigoroso, austero (non c'è colonna sonora), carico di tensione, che descrive un'odissea personale prima ancora che un dramma universale, dove il contesto è lasciato abilmente sullo sfondo e dove il punto di vista "chiuso" amplifica l'esperienza emotiva dello spettatore, trascinato insieme a Saul in un inferno senza significato e senza via di scampo. I dettagli della vita nel campo di concentramento (dall'appello fatto con i numeri anziché con i nomi, alle dinamiche di interazione fra deportati che parlano diverse lingue; dai segni di riconoscimento come le croci rosse sugli abiti dei "Sonderkommando", alla consapevolezza della morte imminente, visto che anche loro vengono perdiodicamente giustiziati e sostituiti perché a conoscenza di troppi "segreti", tanto che c'è sempre qualcuno che si premura di far sì che le testimonianze – tramite scritte o fotografie "clandestine" – non vadano perdute) fanno da gelido contorno agli orrori dello sterminio, cui si può far fronte solo rimuovendo apparentemente ogni emozione e mettendo "fuori fuoco" le immagini più cruente. Meritato Grand Prix a Cannes.

An (Naomi Kawase, 2015)

An
di Naomi Kawase – Giappone 2015
con Masatoshi Nagase, Kirin Kiki, Kyara Uchida
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina, Daniela e Alessandro, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il quarantenne Sentaro, che gestisce un piccolo negozietto di dorayaki (dolci tradizionali formati da due pancake con un ripieno di marmellata di fagioli dolci), assume come assistente Tokue, un'anziana e timida signora ultrasettantenne, perché è in grado di preparare un'an (la suddetta marmellata) considerevolmente più buona di quella, industriale, che lui usa di solito. Ma come lui, anche la donna ha un passato misterioso e doloroso: ammalatasi di lebbra da giovane, fu rinchiusa subito dopo la guerra in una struttura di quarantena dove ha trascorso tutta la vita. A parte questo spunto interessante, il film della Kawase ha ben poco di originale: e mescola tanti ingredienti tipici del cinema giapponese (l'arte del cibo; l'amore per la natura, con gli immancabili ciliegi in fiore; il confronto fra le generazioni, qui rappresentate da Sentaro, da Tokue e dalla giovane studentessa Wakana; il minimalismo del quotidiano) per creare un film poetico, umanista e gradevole, ma fin troppo esile e manierista, tanto dal punto di vista narrativo che da quello cinematografico. Alla fine, il vero fulcro non sono i personaggi (la cui caratterizzazione non è particolarmente profonda) ma il negozio di dorayaki e i dolci stessi: il primo, un microcosmo che diventa la vera casa e il punto d'incontro di personaggi in fuga dal passato (Sentaro e Tokue) o dal futuro (Wakana); i secondi, un simbolo della tradizione culinaria e della semplicità, quasi una protezione dai ricordi e dai dolori della vita.

17 giugno 2015

La tierra y la sombra (C. A. Acevedo, 2015)

La tierra y la sombra
di César Augusto Acevedo – Colombia 2015
con Haimer Leal, Hilda Ruiz
***

Visto al cinema Ducale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo essere fuggito anni prima, l'anziano Alfonso fa ritorno a casa quando viene a sapere che il figlio Gerardo è gravemente malato ai polmoni. La famiglia (composta dalla moglie di Gerardo, Alicia; dal loro figlioletto Manuel; e dalla nonna Esperanza, che nutre ancora rancore verso Alfonso per averla abbandonata) vive in mezzo agli sterminati campi di canne da zucchero che danno loro sostentamento come lavoranti: e proprio i frequenti incendi appiccati ai campi (per bruciare le foglie delle canne, dopo che queste sono state tagliate), che producono una grande quantità di cenere, sono la fonte della malattia di Gerardo. La pellicola, asciutta e realista, indaga con acutezza e intensità non solo i rapporti fra i vari membri della famiglia, costantemente preoccupati per le condizioni di Gerardo, ma anche la vita dura e difficile che conducono i lavoratori nei campi, soggetti a turni massacranti e pagati pochissimo da caporali sempre pronti ad approfittarsi di loro (tanto che, a un certo punto, i lavoranti minacciano uno sciopero). Tutto attorno, radure e sentieri circondati da file e file di canne da zucchero, la cenere che piomba da un cielo plumbeo, l'oscurità in cui è immerso Gerardo (che, per le sue condizioni di salute, è costretto a restare chiuso in casa con tutte le finestre e le persiane sbarrate) danno l'impressione di trovarsi in un limbo da cui la fuga è l'unica via di uscita (e infatti Alicia vorrebbe trasferirsi da qualche altra parte con tutta la famiglia, ma la nonna è troppo legata alla casa in cui ha sempre vissuto per abbandonarla: e chissà che proprio una dicotomia di questo tipo non abbia portato Alonso, a suo tempo, ad abbandonare quella terra verso cui sente comunque un forte legame). Proprio l'ambientazione che circonda i personaggi eleva di tono la narrazione, fungendo da sfondo perfetto per le loro dinamiche famigliari. La sofferenza, la dignità, la memoria, la speranza in un futuro diverso e la tragica accettazione dei fatti si fondono così con messaggi di natura politica e sociale, senza che uno degli aspetti soffochi l'altro: un miracoloso equilibrio che sembra il punto di forza del regista, ventottenne e all'esordio.

Rams (Grímur Hákonarson, 2015)

Rams (Hrútar)
di Grímur Hákonarson – Islanda 2015
con Sigurður Sigurjónsson, Theodór Júlíusson
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Gli anziani fratelli Gummi e Kiddi, entrambi allevatori di pecore in una remota valle islandese, non si parlano da quarant'anni, pur vivendo (da soli) in due fattorie confinanti. La situazione sembra precipitare quando un'epidemia di scrapie, una pericolosa infezione ovina, costringe tutti gli allevatori della valle ad abbattere il proprio bestiame. Ma quando scopre che il fratello ha nascosto nella propria cantina una piccolo gregge di pecore, Kiddi decide di aiutarlo a salvare gli animali, gli ultimi della loro razza rimasti in tutta la regione. Dramma famigliare ambientato in scenari desolati e ostili, il film di Hákonarson – che ha vinto il premio Un Certain Regard a Cannes – è solido, rigoroso e senza fronzoli, e non disdegna una certa ironia. Più che il rapporto umano che lega i due fratelli, mai veramente indagato con profondità (anche se è evidente da numerose scene che i due si vogliono bene, e che ciò che li divide è solo un rancore costruito negli anni e portato avanti con ostinazione), a trainare la narrazione è il legame dell'uomo con la natura, il mondo contadino e i preziosi animali. Finale in sospeso, ma bello. Da ricordare il cane con cui i due si scambiano messaggi, essendo ostinatamente decisi a non comunicare in altro modo.

16 giugno 2015

The lobster (Yorgos Lanthimos, 2015)

The lobster
di Yorgos Lanthimos – Grecia/Fra/Ola/GB/Irl 2015
con Colin Farrell, Rachel Weisz
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Primo film in lingua inglese del regista greco Yorgos Lanthimos, questa bizzarra pellicola descrive un mondo distopico in cui le persone sono obbligate per legge a vivere in coppie. Chi è o rimane single (come il protagonista David, lasciato dalla moglie dopo undici anni di matrimonio) viene trasferito in apposite strutture alberghiere, dove avrà 45 giorni di tempo per trovarsi una compagna ideale (o un compagno: l'omosessualità è consentita). Se non ci riuscirà, sarà trasformato in un animale (David afferma che, nel caso, vorrebbe diventare un'aragosta: da qui il titolo del film). Naturalmente in una società del genere esistono anche dei ribelli: gruppi di "solitari" che vivono in clandestinità nei boschi e che hanno a loro volta regole molto severe: le relazioni sentimentali o sessuali sono assolutamente proibite. Da un estremo all'altro, insomma. Se lo spunto sembra degno di uno sketch di Buñuel (ed è difficile non pensare al regista spagnolo quando, nel finale, una lama si avvicina a un occhio), lo sviluppo è del tutto originale, pur se cupo, allegorico e stravagante, nel raccontare un mondo dove ogni relazione è utilitaristica (essendo finalizzata alla sopravvivenza) e dunque anaffettiva, e dove l'unico requisito per vivere insieme non è tanto l'amore quanto il poter vantare una caratteristica in comune, che si tratti di un difetto fisico (la zoppia, la miopia, un naso che sanguina), di una capacità (parlare una lingua straniera, suonare il pianoforte) o persino di una mancanza (quella di provare emozioni, per esempio). Per non parlare delle "battute di caccia" ai solitari (con tanto di fucili che sparano dardi narcotizzanti) da parte degli ospiti dell'albergo, cacce all'uomo che riecheggiano "La pericolosa partita". Cast internazionale, dicevamo: un eclettico Colin Farrell è il protagonista, Rachel Weisz la donna di cui si innamora, Léa Seydoux la leader del solitari; e ancora, Ben Whishaw, John C. Reilly, Jessica Barden, Ariane Labed e Angeliki Papoulia. Per tutta la prima parte il film è accompagnato da una narrazione, come se si trattasse di un romanzo: scopriremo soltanto più avanti che si tratta di un diario, e chi è la narratrice. A livello di satira sociale, non è però ben chiaro quali siano i bersagli (i rapporti sentimentali? l'orgoglio dei single? o semplicemente i modelli tradizionali delle relazioni, o le sovrastrutture comportamentali imposte dalla società?). In fondo, anche nel mondo reale molte coppie si formano solo perché si ha paura di restare soli, e non necessariamente per amore, così come al contrario chi reprime i propri sentimenti lo fa per costrizione e non per libera scelta. Il film di Lanthimos fa riflettere su tutto questo con una certa ridondanza, accompagnata da toni freddi che si sciolgono nella commedia assurdista e surreale, distaccandosi se non altro da tante convenzioni del cinema contemporaneo e ricordando certi lungometraggi stranianti degli anni settanta (il citato Buñuel, ma anche Ferreri).

Our little sister (Hirokazu Koreeda, 2015)

Our little sister (Umimachi diary)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2015
con Haruka Ayase, Suzu Hirose
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alla morte del padre, che aveva lasciato la famiglia quando loro erano piccole, le tre sorelle Koda (Sachi, Yoshino e Chika) accolgono con sé la figlia di secondo letto dell'uomo, Suzu, nella vecchia ma grande casa in cui vivono insieme. L'arrivo della ragazzina (che ha quindici anni, mentre le tre sorelle maggiori sono sui vent'anni) riattiva ricordi e legami famigliari sopiti da tempo... Ambientato a Kamakura, città costiera nei dintorni di Tokyo, un film – se possibile – ancora più delicato e minimalista della media dei lavori di Koreeda. È tratto da un manga di Akimi Yoshida, il cui titolo originale significa "Diario di una città di mare", e l'andamento è proprio quello di un diario, ricco di episodi all'apparenza insignificanti (una cena insieme, la raccolta delle prugne, le amicizie a scuola, i cambiamenti sul lavoro, i piccoli bisticci in famiglia, i fuochi d'artificio estivi, le commemorazioni degli antenati...). Ma per quanto garbato e gradevole, alla lunga questo minimalismo sfocia in un'assoluta mancanza di tensione drammatica, anche quando alcuni spunti (i rapporti irrisolti con la madre, i dilemmi al lavoro o sentimentali, la malattia di una cara amica) suggerirebbero un'evoluzione della storia che, invece, di fatto non c'è mai. Con un occhio a Ozu (i rapporti famigliari, la casa, il cibo) e uno a "Mangiare, bere, uomo, donna" di Ang Lee (le tre sorelle e i loro fidanzamenti), resta comunque un film piacevole, intimo e gentile, che conferma le qualità del regista quando si tratta di raccontare la vita quotidiana e lavorare di sottrazione (è capace persino di mostrare solo i riflessi dei fuochi d'artificio!). Haruka Ayase è Sachi, la sorella maggiore e quella con la testa sulle spalle, che lavora in un ospedale dove si prende cura dei malati terminali; Masami Nagasawa è Yoshino, impiegata di banca, che passa da un uomo all'altro; Kaho è Chika, la più eccentrica, commessa in un negozio di articoli sportivi; Suzu Hirose è la piccola Suzu, che gioca a calcio nella squadra della scuola e si sente in colpa perché sua madre ha causato la rovina della famiglia delle tre sorelle. Ma a dispetto del titolo internazionale, il vero centro della pellicola non è il rapporto fra le sorelle ma quello con i genitori: assenti, ricordati, rimpianti o verso i quali si prova un rancore mai sopito.

15 giugno 2015

Afterlife (Virág Zomborácz, 2014)

Afterlife (Utóélet)
di Virág Zomborácz – Ungheria 2014
con Márton Kristóf, László Gálffi
***

Visto al cinema Palestrina, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Bergamo).

Il giovane Mózes, appena uscito da un istituto psichiatrico, torna in famiglia poco prima dell'improvvisa morte del padre. Peccato che il ragazzo continui a vedere il genitore, sempre accanto a lui, anche dopo la morte. Come liberarsi dell'ingombrante fantasma? Ci proverà portando a termine tutte le questioni lasciate irrisolte dall'uomo... Girato con ironia e leggerezza, un film insolito sull'elaborazione del lutto, sul rapporto fra padre e figlio, ma soprattutto sulla crescita e la maturazione, mai retorico o banale ma, al contrario, sempre acuto e sorprendente. Le atmosfere da cinema realista sono stemperate da un umorismo sottile e onnipresente, che coinvolge a 360 gradi non solo il protagonista ma anche gli altri membri della sua famiglia (la sorellina che ha il sospetto di essere adottata, la zia che corteggia il locale pastore protestante, la mamma depressa che si barcamena fra tanti problemi fingendo di non vederli). Il risultato è una black comedy surreale con inconfondibile retrogusto est-europeo. Fra i molti ingredienti: un meccanico spiritista, un pesce fortunato, una colomba ostinata, una recita scolastica a dir poco fallimentare, e tanti riferimenti non proprio ortodossi alla religione e all'aldilà. E naturalmente il finale sulla barca, quanto mai simbolico. La regista, trentenne e al primo lungometraggio dopo diversi corti, è anche sceneggiatrice (ed è in questo comparto che brilla particolarmente). Il film ha vinto il primo premio al Bergamo Film Meeting.

14 giugno 2015

Mountains may depart (Jia Zhang-ke, 2015)

Mountains may depart (Shan he gu ren)
di Jia Zhang-ke – Cina/Giappone/Francia 2015
con Zhao Tao, Sylvia Chang
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Jia Zhang-ke torna a raccontare le trasformazioni e i cambiamenti della Cina in un film allegorico e tripartito, diviso in tre sezioni distinte e ambientate in differenti epoche (vale a dire: ieri, oggi e domani). Nel 1999, all'alba del nuovo secolo, gli abitanti di Fenyang (nella provincia di Shanxi) si lasciano prendere dai sogni di prosperità e ricchezza. L'insegnante Tao (Zhao Tao) è contesa fra il povero minatore Liangzi (Liang Jing-dong) e il ricco imprenditore Jinsheng (Zhang Yi), che proprio a causa sua rompono la loro amicizia. La donna finirà per sposare il secondo, mentre il primo preferirà emigrare. Nel 2014 Liangzi è costretto a tornare al paese per curarsi da un tumore al polmone. E scopre che nel frattempo Tao e Jinsheng hanno divorziato, e che l'uomo si è trasferito a Shanghai portando con sé il figlio Dollar. Quando il padre di Tao muore, il bambino (che ora ha 7 anni) fa ritorno in paese per il funerale del nonno, e ha modo di trascorrere qualche giorno con la madre. Nel 2025, Jisheng e Dollar vivono ora in Australia, e il ragazzo (Dong Zi-jian) ha dimenticato – almeno apparentemente – del tutto la sua vera madre. Ma l'incontro con Mia, un'insegnante di Hong Kong (Sylvia Chang) con cui ha una relazione, gliela farà tornare in mente. La trama è solo un pretesto per mettere in scena, in maniera inedita, i soliti temi del conflitto fra la Cina tradizionale – rappresentata qui dalle canzoni popolari (come quella di Sally Yeh che si ascolta ripetutamente) o dalla cucina di Tao (i ravioli al vapore) – e la globalizzazione (la canzone "Go West" intonata a ogni capodanno, il nome Dollar che Jinsheng impone al figlio, l'incapacità di quest'ultimo di non parlare inglese, mentre invece il padre parla solo cinese, tanto che per comunicare c'è bisogno di un traduttore), fra la propria identità (e la coesione sociale) e la sua perdita o snaturazione, che in fondo scaturisce dal contrasto iniziale fra ricchezza e povertà. Temi forse già visti e rivisti, dicevamo, ma che Jia stavolta affronta da un curioso punto di vista "temporale" (che ricorda in parte un classico del cinema sovietico, "Mosca non crede alle lacrime"), incrociando sentimenti personali e mutamenti collettivi, e che comunque è sempre in grado di raffigurare visivamente in maniera incisiva (si pensi alle panoramiche sulle dighe, i ponti, le città). L'infatuazione del giovane Dollar per l'anziana Mia, nel terzo episodio, è significativa e rappresenta l'attrazione che il ragazzo, pur trapiantato e cresciuto all'estero, prova per la "vecchia" madrepatria. Naturalmente non mancano piccoli e continui rimandi intertestuali fra i vari segmenti, come a indicare che anche se il tempo passa certe cose non cambiano (oppure, che il passato ha sempre conseguenze sul presente): l'uomo con la sciabola da kung fu, il cane della protagonista, i riferimenti agli incidenti aerei (compreso quello del volo della Malaysia Airlines). Un film ricchissimo di dettagli, dunque, che pure nella sua vasta ambizione non perde mai di vista il focus centrale. A tratti amaro, a tratti nostalgico, ma con un finale tutto sommato pacificato. Curiosità: il titolo del film e il nome del regista compaiono soltanto dopo cinquanta minuti di pellicola, ovvero a cavallo fra il primo e il secondo segmento, quando il formato dello schermo passa da 4:3 al widescreen.

The here after (Magnus von Horn, 2015)

The here after (Efterskalv)
di Magnus von Horn – Svezia/Polonia 2015
con Ulrik Munther, Mats Blomgren
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo aver trascorso due anni in riformatorio per aver ucciso la sua ragazza, il giovane John fa ritorno a casa. Ma il reinserimento in famiglia, nella scuola e nella società si rivelerà assai problematico, vista l'ostilità che è costretto ad affrontare. Un soggetto interessante, non sfruttato nel migliore dei modi a causa di un protagonista inespressivo (anche se si tratta di una scelta voluta) e di una generale scontatezza dello sviluppo, che non supera mai il rigido schematismo. I personaggi attorno a John recitano dei ruoli prefissati (il padre premuroso, il fratellino ribelle, gli insegnanti menefreghisti, i compagni cattivi, la ragazza empatica) e l'unico motivo di interesse sta nel venire a conoscenza dei dettagli della vicenda, che all'inizio non è presentata allo spettatore e che viene svelata poco a poco. La sceneggiatura non indaga mai le motivazioni, né di John (e dell'atto che ha compiuto) né di coloro che gli stanno attorno. E il confronto con film simili sulle difficoltà del "ritorno a casa" è impietoso. Il regista, all'esordio, punta tutto su toni freddi e realistici.

Peace to us in our dreams (S. Bartas, 2015)

Peace to us in our dreams
di Sharunas Bartas – Lituania/Fra/Rus 2015
con Sharunas Bartas, Lora Kmieliauskaite
*

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Un uomo (lo stesso regista), sua figlia (Ina Marija Bartaité) e la sua giovane fidanzata (Lora Kmieliauskaite), violinista in crisi, si recano nella casa di campagna per trascorrere un week-end in isolamento. Qui entreranno in contatto con la natura, con vicini problematici (un ragazzo scappato di casa e che si aggira per i boschi, due vecchi litigiosi) e con sé stessi. Difficile parlare di un film dove a lunghi tratti non solo non succede nulla, ma che fa di tutto per impedire allo spettatore di trovare un appiglio di qualsiasi tipo, tanto che è facilissimo che durante la visione la mente vaghi pensando ad altro. Silenzi infiniti, rotti solo da dialoghi di banalità assurda o di filosofia spicciola e saccente; personaggi enigmatici, il cui ruolo nella storia – se mai ce n'è uno – è rivelato solo alla fine; un utilizzo del paesaggio quanto mai distante ed evanescente, che anziché avvolgere lo spettatore pare tenerlo lontano; piccoli episodi che non si collegano l'uno all'altro, e che non sembrano avere alcun significato nel grande schema delle cose. Per me, che pure amo autori come Tarkovsky o Tsai Ming-Liang, questo film è il vuoto assoluto. Ero stato avvisato su Bartas e sul suo cinema micidiale, ho voluto provare lo stesso, ma difficilmente le nostre strade si rincroceranno di nuovo.

Diamante nero (Céline Sciamma, 2014)

Diamante nero (Bande de filles)
di Céline Sciamma – Francia 2014
con Karidja Touré, Assa Sylla
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La sedicenne Marieme vive con la famiglia a Montreuil, alla periferia di Parigi, barcamenandosi fra il cattivo rendimento a scuola, la cotta per un ragazzo che non può frequentare, e soprattutto un insopprimibile desiderio di indipendenza e di libertà, spesso frustrato da coloro che le vivono attorno (come la "legge dei maschi": vedi il fratello che le impedisce, per esempio, di giocare a calcio con i videogiochi). Timida ma dall'istinto ribelle, trova una via di sfogo quando comincia a frequentare la gang femminile guidata dalla carismatica Lady, di cui diventa uno dei membri più scatenati con il "nome di battaglia" di Vic. Al punto che quando Lady sarà sconfitta in combattimento da una ragazza di una banda rivale, sarà proprio lei a "vendicarla". Ma se per quasi tutte le sue compagne la ribellione è una fase adolescenziale destinata a chiudersi al momento di mettere su famiglia (si pensi alla scena in cui Vic incontra la ragazza di cui ha preso il posto, che la lasciato la gang quando ha avuto un bambino), per lei non è così: e infatti, pur di acquisire maggiore autonomia, passa al passo successivo: affiliarsi a una banda locale di spacciatori. La regista di "Naissance des pieuvres" e di "Tomboy" prosegue nel raccontare storie di adolescenti alla scoperta di sé stessi e in cerca di autodeterminazione. Ma se per lungo tempo il film funziona, grazie a protagoniste (in gran parte prese dalla strada) ricche di energia e di vitalità, dopo due terzi comincia a sfilacciarsi e nel finale si trascina stancamente (anche se non manca una sequenza fondamentale, quella in cui Vic rifiuta la proposta di matrimonio del suo ragazzo perché non vuole "diventare una persona perbene"). Ritratto di un microcosmo in cerca di indipendenza e di libertà dalle costrizioni sociali, sullo sfondo di periferie come quelle di pellicole quali "L'odio" o "La schivata", il film è comunque empatico e sincero, con diverse sequenze da incorniciare (quella in cui Vic e le amiche ballano in albergo sulle note di "Diamonds" di Rihanna, per esempio, da cui il titolo italiano della pellicola). La scena iniziale, che mostra le ragazze impegnate in un incontro di football americano, è al tempo stesso metaforica e programmatica.

13 giugno 2015

A perfect day (Fernando León de Aranoa, 2015)

A perfect day
di Fernando León de Aranoa – Spagna 2015
con Benicio del Toro, Tim Robbins
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Siamo in Bosnia nel 1995, verso la fine della guerra nei balcani. Alcuni membri di un'organizzazione umanitaria sono impegnati nella bonifica di un pozzo, dentro il quale è stato gettato il cadavere di un ciccione: se non verrà rimosso al più presto, le acque si contamineranno irrimediabilmente. Ma fra la ricerca di una corda (l'unica disponibile si è spezzata), le infinite pastoie della burocrazia delle Nazioni Unite, il boicottaggio da parte degli stessi abitanti del luogo, e difficoltà logistiche di ogni tipo – dalle mucche minate (!) ai bisticci personali o sentimentali fra i membri del gruppo – si scoprirà che in tempo di guerra anche i piccoli problemi possono diventare insormontabili. Diretta da un regista spagnolo (e girata in Spagna, nonostante il setting balcanico) e con un cast internazionale (Benicio del Toro, Tim Robbins, Mélanie Thierry, Olga Kurylenko), una black comedy grottesca e surreale nella vena di "No man's land" (anche se decisamente meno autentica e più radical chic), che ironizza sulla futilità e l'impotenza dei volontari delle ONG, senza trascurare di mostrare gli orrori della guerra, davanti ai quali a volte si perde un po' il senso delle cose. Buon ritmo, battute e dialoghi: a tratti ci si diverte, e gli interpreti sono convincenti. Ma nel complesso il film gira in tondo come i suoi personaggi, fallisce nel voler ergere il conflitto in Bosnia a scenario universale, e in fondo dice cose ovvie per non dire niente di nuovo.

12 giugno 2015

Cannes e dintorni 2015

Anche quest'anno non mancherò all'appuntamento con la rassegna milanese dei film dal Festival di Cannes, in programma da oggi fino al 18 giugno. La selezione, premetto, non sembra il massimo: mancano la Palma d'Oro ("Dheepan" di Jacques Audiard) e pellicole acclamate come quelle di Todd Haynes ("Carol") e Hou Hsiao-Hsien ("The assassin"), per non parlare di altri film che mi interessavano (quelli di Villeneuve, Porumboiu, Miike, Minervini). Mi rifarò guardando nei prossimi giorni, fra gli altri, i lavori di Jia Zhang-ke ("Mountains may depart"), Yorgos Lanthimos ("The lobster") e László Nemes ("Son of Saul"), per citare tre fra i titoli più elogiati sulla croisette. Più Koreeda, Sciamma, Desplechin, Bartas e altri ancora... Stay tuned!

10 giugno 2015

Les amours imaginaires (Xavier Dolan, 2010)

Les amours imaginaires (aka Heartbeats)
di Xavier Dolan – Canada 2010
con Xavier Dolan, Monia Chokri, Niels Schneider
***

Visto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli.

Il secondo lungometraggio del giovanissimo Xavier Dolan (anche interprete, sceneggiatore, montatore e costumista!), più elaborato, stilizzato e pretenzioso del precedente (con tutti i rischi che questo comporta), ne conferma comunque il talento e, anzi, ne mette in risalto ancora di più le enormi capacità tecniche e artistiche. Al servizio dei temi a lui cari (i sentimenti, l'omosessualità, il complesso di Edipo) c'è infatti una regia in stile videoclip e fortemente visiva che quasi sommerge con le sue immagini, i suoi colori e le sue inquadrature una storia semplice ma coinvolgente, e che pure non nasconde i suoi debiti verso alcuni mostri sacri del passato e del presente (Cocteau, Godard, Bertolucci, Wong, Araki). A Montreal, il gay Francis (Dolan stesso) e la sofisticata Marie (Chokri), amici per la pelle, incontrano ad una festa e si innamorano del bel Nicolas (Schneider), che con i suoi modi affabili e la sua apparente disponibilità seduce entrambi in breve tempo, più o meno inconsapevolmente. Pur avendo una propria vita, e i rispettivi amanti, sia Francis che Marie non pensano più ad altro che a Nico, tanto che in un rapporto di amicizia fino ad allora perfetto cominciano a sorgere sospetti e gelosie. Il loro amore per Nicolas, però, è solo "immaginario": in realtà l'efebico ragazzo (una sorta di angelo che sfiora la terra ma non ne è toccato) non è interessato a nessuno dei due. Se il soggetto è quello di un triangolo atipico, fatto di illusioni, speranze, sogni e sentimenti inconfessati (ma il tono del racconto è sempre leggero e a tratti quasi ironico), lo stile folgorante si basa su diverse tecniche di ripresa – con macchina a mano, camera fissa con zoom (durante le "interviste" ad altri ragazzi che raccontano allo spettatore, a loro volta, storie di amori a senso unico), carrelli, panoramiche, campi lunghi, primissimi piani, transizioni in nero – e su una fotografia che pone in risalto i colori primari, accesi e vivaci, oltre che su una colonna sonora particolarmente studiata per portare su un altro livello le immagini cui si abbina: la canzone "Bang Bang" di Sonny Bono, nella versione in italiano cantata da Dalida, accompagna a mo' di commento le transizioni con i protagonisti che si muovono al ralenti per le strade (scene che ricordano assai da vicino le sequenze di "In the mood for love"); ma c'è anche Bach (le suite per violoncello) e Wagner (il prelusio del "Parsifal"), così come non mancano riferimenti culturali di vario genere (i disegni di Jean Cocteau, le poesie di Rimbaud e di Gaston Miron, i film con Audrey Hepburn). Anne Dorval, che interpreta la madre di Nicolas, era già stata coprotagonista del primo film di Dolan, "J'ai tué ma mère", e tornerà nei successivi "Laurence Anyways" e "Mommy". Nel finale, comparsata per Louis Garrel.