26 settembre 2016

King of the Belgians (Brosens, Woodworth, 2016)

King of the Belgians
di Peter Brosens, Jessica Woodworth – Belgio 2016
con Peter Van den Begin, Lucie Debay
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Mentre si trova a Istanbul in visita ufficiale, il re del Belgio Nicolas III (Van den Begin) viene a sapere che la Vallonia ha dichiarato indipendenza dalle Fiandre, dividendo il paese in due. Un'inopportuna tempesta solare mette fuori uso le comunicazioni e i voli: e al sovrano, accompagnato dal suo entourage (il valletto Carlos, il direttore del protocollo Ludovic e la responsabile delle pr Louise), non resta che tentare un avventuroso ritorno in patria via terra, attraverso i Balcani, per di più sotto falso nome per sfuggire ai servizi segreti turchi che non intendono fargli lasciare il paese e causare così un incidente diplomatico. Il tutto viene ripreso dalla videocamera di un documentarista, che intende mostrare il lato umano del re. Simpatico e stralunato road movie che parte da uno spunto di fantapolitica per riflettere sul futuro dell'Europa, sul ruolo della monarchia, sull'autodeterminazione dei popoli, sul distacco fra la gente e le istituzioni, ma anche sulla scoperta di sé stessi. Ma se le peripezie del sovrano sono divertenti, e lui stesso si ritrova cambiato grazie al contatto con la gente comune mentre attraversa la Bulgaria, la Serbia e l'Albania, alla resa dei conti il film non riesce a graffiare in profondità, con una satira all'acqua di rose che si sposa con la comicità "sospesa" tipica del Nord Europa. Al terzo loro film che vedo, non riesco ancora a farmi un'idea chiara del cinema della coppia Brosens-Woodworth: di pellicola in pellicola (e a volte anche all'interno di uno stesso film) i registri cambiano in continuazione, passando dal realismo al surreale, dal comico al drammatico, dal simbolico al documentario. Qui, complice anche un attore che fisicamente gli assomiglia, mi è venuto da pensare a Pif e ai suoi viaggi (nel programma "Il testimone") alla scoperta di mondi e persone lontane.

Les Ogres (Léa Fehner, 2016)

Les Ogres
di Léa Fehner – Francia 2016
con Marion Bouvarel, Marc Barbé
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Viaggiando di paese in paese con la loro carovana di roulotte, una compagnia itinerante di attori teatrali mette in scena uno spettacolo circense ispirato alle opere di Cechov, in particolare a "L'orso". Ma amori, litigi, rancori, problemi familiari e sentimentali generano in continuazione ostacoli e difficoltà da superare . Vivace e turbolento film corale ispirato a esperienze personali e autobiografiche (la regista proviene da una famiglia di teatranti, e nella pellicola recitano anche i suoi genitori e la sorella Inès), costruito per accumulo su una serie di episodi che si susseguono (e non tutti trovano risoluzione): un'attrice si infortuna in un incidente e deve essere sostituita da Lola (Lola Dueñas), ex amante del capo della compagnia, François (François Fehner). La scelta manda in crisi la relazione fra François e la moglie Marion (Marion Bouvarel), oltre che quella con la figlia Inès (Inès Fehner), che abbandona la tournée in collera con lui. Nel frattempo il problematico Déloyal (Marc Barbé) è depresso e devastato per aver perso un figlio, anni prima, per leucemia: e non lo consola nemmeno il fatto che la sua attuale compagna, Mona (Adèle Haenel) sta per dargli un altro bambino. Il connubio fra arte e vita, dove il caos degli spettacoli si confonde con quello dietro le quinte, è l'humus per una pellicola ricca e disordinata, pantagruelica e sfaccettata, che per lunghi tratti gira a casaccio (come la vita vera, in fondo), lasciando che i personaggi attraversino numerose crisi, prima di concludersi con una nuova nascita che ricompatta finalmente il gruppo. Come gli "Orchi" del titolo, i teatranti sono affamati di molte cose: cibo, sesso, amore, arte, vendetta, emozioni ed esperienze di ogni genere. Girato nel 2014 ma uscito solo due anni dopo, il film (il secondo della Fehner) non proviene dal festival di Venezia ma da quello di Pesaro, dove ha vinto i premi della critica e del pubblico.

Paradise (Andrei Konchalovsky, 2016)

Paradise
di Andrei Konchalovsky – Russia/Germania 2016
con Christian Clauss, Yuliya Vysotskaya
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Folgorato dai discorsi di Hitler, il giovane e idealista aristocratico tedesco Helmut (Clauss) vende tutte le sue proprietà e si arruola nelle SS. Divenuto ufficiale, in un campo di concentramento ritroverà Olga (Vysotskaya), la contessa russa di cui si era innamorato anni prima, ora imprigionata per aver tentato di salvare due bambini ebrei. I personaggi rievocano la propria storia – e di riflesso quella della guerra, del nazismo e dell'olocausto – attraverso una serie di interviste nell'aldilà, dopo la loro morte, di fronte a un giudice invisibile (collocato dal nostro lato della macchina da presa, proprio come in "Rashomon"). Oltre a Helmut e Olga, a raccontarci le vicende c'è anche Jules (Philippe Duquesne), il poliziotto francese collaborazionista che ha arrestato la donna. Intenso, commovente ma anche ruffianamente russofilo, il film di Konchalovsky ha il pregio di mostrare l'orrore da diversi punti di vista e per mezzo di figure che si trovavano sui lati opposti della barricata, illustrandone aspirazioni, prospettive, timori, incertezze, pregi e difetti, superando la semplicistica divisione fra buoni e cattivi e mostrandoli per quello che sono: esseri umani (Olga che cede alle avances del suo aguzzino, per esempio, oppure Helmut che mette in crisi le basi su cui poggia la teoria del Superuomo). Se alla fine le porte del paradiso (quello "vero") si aprono ovviamente solo per Olga, il personaggio costruito meglio e più a tutto tondo è quello di Helmut, con il suo desiderio di vedere costruire dal nazismo "un paradiso per i tedeschi, un paradiso tedesco in terra", e poco importa se per molti altri questo significa invece l'inferno (una delle prigioniere nel campo di concentramento recita i versi dell'Inferno di Dante prima di morire). Il film, che ha vinto a Venezia il premio per la regia, è girato in bianco e nero, in formato 4:3 e ovviamente in più lingue (tedesco, russo, francese: ma c'è anche un breve flashback in Italia, con la canzone "Parlami d'amore Mariù" come sottofondo nostalgico). Il tutto contribuisce a evocare tanto cinema del passato (per dirne una, Olga con la testa rasata assomiglia alla Giovanna d'Arco di Dreyer).

25 settembre 2016

Animali notturni (Tom Ford, 2016)

Animali notturni (Nocturnal Animals)
di Tom Ford – USA 2016
con Jake Gyllenhaal, Amy Adams
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Susan (Amy Adams), gallerista in carriera, paga con l'infelicità e l'insonnia le scelte del passato: anni prima aveva sacrificato l'amore vero e romantico in favore del successo e della volgarità. Ora, in piena crisi esistenziale e personale, riceve inaspettatamente dall'ex marito Edward (Jake Gyllenhaal), da lei abbandonato e di cui non aveva notizie da vent'anni, le bozze di un romanzo, "Nocturnal animals", dedicato proprio a lei. Si tratta all'apparenza di un thriller, che racconta l'odissea di un uomo in cerca di vendetta dopo che un gruppo di sbandati gli ha stuprato e ucciso la moglie e la figlia. Ma fra le righe è una rilettura del rapporto fra i due ex coniugi. Di ritorno al cinema a sette anni di distanza dal suo primo film ("A single man"), lo stilista Tom Ford adatta un romanzo di Austin Wright e realizza una pellicola stratificata e intrisa di significati, di emozioni e di pathos, con cui indaga il malessere dell'America mettendo in scena due mondi che sembrerebbero distanti anni luce: quello di finzione, ambientato nelle desolate e desertiche pianure del Texas, dove i cellulari non prendono e la densità urbana e quasi inesistente; e quello di Los Angeles, la città dove vive e lavora Susan, che fra feste, kermesse e inaugurazioni non dorme mai, dove tutti conoscono tutti e i cellulari seguono in ogni istante la vita delle persone (c'è chi lo usa per tenere sott'occhio i bambini 24 ore su 24). A legarli c'è lo stesso senso di angoscia, di impotenza, di solitudine, oltre a tanti piccoli particolari (il protagonista del romanzo è un uomo "debole", o comunque accusato di essere tale, proprio come Edward nel mondo reale). Ma che il vero fil rouge sia quello della vendetta (reale o simbolica che sia) è suggerito, ben prima delle due scene finali (quella del romanzo e quella della "realtà"), da piccoli segnali (come il quadro nella galleria d'arte, acquistato da Susan senza nemmeno ricordarsene, che riporta a caratteri cubitali proprio la parola "Revenge"). O forse, più che vendicarsi, Edward cerca solo un modo per comunicare tutto il suo dolore. Regia e fotografia impeccabili, con atmosfere a tratti lynchiane. Nell'ottimo cast anche Michael Shannon (il detective Andes), Aaron Taylor-Johnson, Isla Fisher, Armie Hammer e Laura Linney, più un Martin Sheen che spiega a Susan: "il nostro mondo è molto meno doloroso del mondo reale".

Pets - Vita da animali (Renaud, Chene, 2016)

Pets - Vita da animali (The secret life of pets)
di Chris Renaud, Yarrow Chene – USA 2016
animazione digitale
**

Visto al cinema Ducale, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Cosa fanno gli animali domestici mentre i loro padroni sono fuori di casa? Aspettano fedelmente il loro ritorno, certo. Ma bazzicano anche con gli amici, organizzano feste con gli altri animali del circondario e vivono straordinarie avventure come quella raccontata in questo film. Il jack russel Max è costretto a dividere il suo appartamento con il nuovo – e "ingombrante" – arrivato Duke, metticio appena giunto dal canile. I continui battibecchi fra i due li portano a smarrirsi per le strade di New York: e per sfuggire agli accalappiacani, finiscono con l'incrociare la strada di un bizzarro gruppo di animali – guidati dal coniglietto Nevosetto (Snowball in originale) – che vivono clandestinamente nelle fogne e progettano una "rivoluzione armata" contro la razza umana. Al loro salvataggio si lanciano gli amici del condominio di Max, a partire dalla pomerania bianca Gidget, di lui segretamente innamorata. Trama e dinamiche fra i personaggi (la dicotomia fra animali domestici e selvatici, i due rivali che finiscono poi col diventare amici, lo smarrimento e il lungo viaggio per tornare a casa, lo stesso rapporto fra pets e padroni) sono tutt'altro che originali, anzi sono stati visti e rivisti mille volte in altri film (da "Lilli e il Vagabondo" agli "Aristogatti", per restare sul classici dell'animazione; ma innegabili sono i paralleli anche con "Toy Story"). Gli studi Illumination, diventati celebri per la serie "Cattivissimo Me" (e il fortunato spin-off "Minions"), non vi aggiungono seconde letture come avrebbe probabilmente fatto la Pixar, ma solo inseguimenti, capitomboli e comicità slapstick: il target è decisamente infantile, ma il roller-coaster (a volte nonsense) garantisce il divertimento. A condire il tutto, la simpatia e la caratterizzazione (basilare pure questa) dei tantissimi personaggi di contorno: dal gruppo di amici di Max (che comprende anche una gatta cinica e pigra, un bassotto, un carlino, e persino un parrocchetto, una cavia e un falco!) agli improbabili membri della gang di Nevosetto (un maiale tatuato, capace anche di guidare l'automobile, un alligatore, un bulldog con museruola e una vipera, fra gli altri), per non contare quelli meno coinvolti nell'azione (mitico Leonardo, il barbone che – all'insaputa del suo raffinato proprietario – ama la musica heavy metal). Scena cult: la visita alla fabbrica di wurstel.

Stefan Zweig: A farewell to Europe (M. Schrader, 2016)

Stefan Zweig: A Farewell to Europe (Vor der Morgenröte)
di Maria Schrader – Germania/Francia/Austria 2016
con Josef Hader, Barbara Sukowa
**

Visto al cinema Apollo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Attraverso sei capitoli, girati per lo più in piano sequenza, il film racconta gli anni dell'esilio di Stefan Zweig in Sudamerica. Dal congresso internazionale del PEN Club a Buenos Aires nel 1936, alle visite nelle piantagioni di canna da zucchero in Brasile; da una breve permanenza a New York durante un rigido inverno, al trasferimento a Petrópolis, ancora in Brasile, nel 1941; fino al suicidio, insieme alla moglie, nel febbraio del 1942. Ne esce un fedele ritratto dello scrittore austriaco di origine ebrea, costretto a lasciare la patria per le persecuzioni naziste, e che, pur innamorandosi del Brasile (descritto come "il paese del futuro") e tentando a suo modo di abbracciare il cambiamento (una nuova moglie, una nuova casa, nuovi amici, persino un nuovo cane), non riuscì a sopravvivere alla perdita del proprio mondo e di quella vecchia Europa cui apparteneva e alla cui cultura era immensamente legato (tanto da evocare un'era in cui il continente avrebbe vissuto in pace, "senza più confini o passaporti"). Ben girato e interpretato, il film si limita ad accostare fatti (per quanto relativi a piccoli episodi, a volte triviali, come ricevimenti, incontri con amici o parenti, visite, riflessioni), lasciando che la figura dello scrittore emerga dalla quotidianità e non dai grandi eventi, senza dare interpretazioni o giudizi morali. Anche se è evidente la simpatia verso il personaggio, di cui si rappresentano anche le convinte idee sul ruolo dell'intellettuale nella società, a partire dalla riluttanza di lasciarsi coinvolgere in crociate populiste o politiche. Il suo limite, forse, è di essere una pellicola fine a sé stessa, più interessante per chi conosca già la figura di Zweig che non per uno spettatore casuale.

24 settembre 2016

Godless (Ralitza Petrova, 2016)

Godless (Bezbog)
di Ralitza Petrova – Bulgaria 2016
con Irena Ivanova, Ivan Nalbantov
***

Visto al cinema Apollo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

L'infermiera Gana accudisce a domicilio anziani infermi e ne approfitta per derubarli dei loro documenti d'identità, che poi smercia sul mercato nero grazie a un complice e a un ufficiale di polizia corrotto. La sua vita è triste, senza amore, degradata e degradante. Ma la sua coscienza comincia a vacillare quando il complice uccide per un "incidente" una delle vecchiette. "Voglio amare", afferma Gana, "ma non posso", rendendosi conto che i propri sentimenti e la propria empatia non sono del tutto scomparsi ma soltanto anestetizzati dalle avversità della vita e dallo squallore che la circonda. Per un breve istante sembra che possa trovare una sorta di redenzione attraverso la musica: entra infatti a far parte di un coro che intona canti sacri sotto la direzione di uno dei suoi pazienti, un insegnante di musica in pensione che era stato un perseguitato politico durante gli anni del comunismo. In questo mondo cupo e disperato, però, non c'è possibilità di fuga. Il titolo, Bezbog ("Senza Dio"), è il nome di una montagna locale, quella su cui sono ambientate la scena iniziale del film (che va collocata in realtà nel finale, e che mostra che per Gana ormai non c'è più scampo) e quella conclusiva (che invece rivela come anche per il cattivo, ovvero il poliziotto corrotto, sia in serbo una vendetta divina...). Come molti film dell'est europeo (si pensa subito a "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni" di Mungiu), la regista mette in scena un spaccato di vita durissimo e intenso, girando nel formato 4:3 per aumentare il senso di chiusura e di claustrofobia e trascinando lo spesttatore a forza, volente o nolente, nel degrado che circonda personaggi che hanno il gelo nel cuore (la storia si svolge d'inverno, e non poteva essere altrimenti). Ottima l'attrice protagonista. Il film ha vinto il Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

23 settembre 2016

The Lure (Agnieszka Smoczyńska, 2015)

The Lure (Córki dancingu)
di Agnieszka Smoczyńska – Polonia 2015
con Marta Mazurek, Michalina Olszańska
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tre musicisti di un night club incontrano sulla spiaggia due giovani sirene che li affascinano con la loro voce. Portate a terra, le due sorelle diventano ben presto gli idoli del cabaret grazie a numeri di canto e ballo estremamente provocanti. Quando sono sulla terraferma, Oro e Argento (questo il loro nome) hanno l'apparenza di due normali ragazze (anche se prive di vagina!): non appena vengono bagnate con l'acqua, però, si ritrasformano in sirene. Quando Argento si innamora del giovane chitarrista Mietek, Oro la mette in guardia: se il ragazzo dovesse tradirla, lei si trasformerà in schiuma del mare, a meno che non lo divori prima dell'alba (le sirene sono infatti cannibali). Curiosa rilettura della fiaba della "Sirenetta" di Andersen in chiave horror-musicale, dove però il kitsch e il grottesco (pur presenti) non sovrastano mai lo spessore psicologico e i sentimenti dei personaggi. Soprattutto la caratterizzazione delle due sirene è da manuale: tanto Oro è una seduttrice/predatrice seriale, che si "nutre" (letteralmente) degli uomini e delle donne che le cadono ai piedi, tanto Argento è invece sinceramente innamorata di Mietek, al punto da scegliere di cambiare sé stessa per lui (si fa trapiantare da un chirurgo la parte inferiore di un corpo umano) e infine di sacrificarsi pur di non fargli del male. Il contesto del locale notturno, con spettacoli musicali e di strip tease (in stile anni ottanta), aggiunge colore alla pellicola, graziata anche da numeri musicali e da coreografie quanto mai surreali, acide e sopra le righe. Un film insolito, bizzarro, assolutamente metaforico (le sirene sono un'astrazione, o magari un'allegoria: la perdita dell'innocenza, la scoperta del sesso e del vizio, la trasformazione del corpo con l'arrivo dell'età adulta). La regista l'ha definito "una storia di coming-of-age, parzialmente autobiografica", visto che sua madre lavorava proprio in un night club.

Les beaux jours d'Aranjuez (W. Wenders, 2016)

Les beaux jours d'Aranjuez
di Wim Wenders – Francia/Germania 2016
con Reda Kateb, Sophie Semin
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Per portare sullo schermo un testo teatrale dell'amico Peter Handke (che fa un breve cameo durante il film, così come il cantante Nick Cave), Wenders sceglie di ricorrere al 3D, di cui evidentemente è ormai innamorato: scelta alquanto bizzarra, visto che la pellicola essenzialmente mostra soltanto due persone intente in una conversazione attorno a un tavolo e la terza dimensione sembra dunque superflua. Nel contesto, il regista immagina che uno scrittore (Jens Harzer), nella sua casa di campagna, al tempo stesso crei ed assista al dialogo fra i due personaggi, un uomo (Kateb) e una donna (Semin) che parlano di amore, sesso, vita e morte mentre siedono sulla veranda della villa, immersi nella natura e nel vento dell'estate. I due sono senza nome, simboleggiano forse gli uomini e le donne di tutto il mondo e di tutti i tempi: ma l'analogia principale è quella con Adamo ed Eva e il giardino dell'Eden (non a caso sul tavolo spicca, in bella vista, una mela rossa). Se la cornice ha il suo fascino, difficile è però rimanere concentrati e seguire con interesse il dialogo filosofico ed esistenzialista che si sviluppa fra i due personaggi di finzione, che fra domande e risposte, osservazioni e ricordi, accompagnano lo spettatore in un viaggio che – a parte alcuni passaggi più o meno indovinati – lascia alla fine il tempo che trova e dà l'impressione di non essere andato da nessuna parte. Nel frattempo il cagnolino della coppia si fa i fatti suoi, dal jukebox dello scrittore risuonano canzoni e ballate (fra cui "Into my arms", del citato Cave), la malinconia legata alla fine dell'estate (o del mondo?) sovrasta tutti. Alquanto esile, come se Wenders avesse avuto fra le mani il testo da portare in scena, abbia pensato giusto a un contesto e abbia voluto aggiungere il 3D per dare almeno un po' di "spessore". L'Aranjuez del titolo è la località spagnola dove il re iberico aveva una residenza estiva, con vasti giardini e ricchi orti, e di cui si rimpiange la perdita: un altro giardino dell'Eden, a suo modo.

22 settembre 2016

Une vie (Stéphane Brizé, 2016)

Une vie
di Stéphane Brizé – Francia/Belgio 2016
con Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin
**1/2

Visto al cinema Ariosto, con Sabrina e Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Fedele adattamento de "Una vita", il primo romanzo di Guy de Maupassant (di cui cerca di riprodurre il realismo amaro ma anche la profonda sensibilità), il film segue la storia di Jeanne, giovane aristocratica, dalla fine dell'adolescenza alla vecchiaia. La ragazza, che all'inizio dell'ottocento abita con i genitori nel castello di famiglia in Normandia, va in sposa al giovane Julien, che però – dopo i primi momenti di platonico romanticismo – la tradirà più volte: dapprima con la domestica Rosalie, e poi con una vicina di casa. Ucciso dal marito di quest'ultima, Julien non lascia a Jeanne che un figlio, Paul, sul quale la donna trasferisce morbosamente tutti i suoi affetti, rendendolo viziato e inconcludente. A causa dei continui debiti di Paul, che nel frattempo si è trasferito in Inghilterra, Jeanne finisce col perdere tutti i suoi averi. Ma proprio quando la depressione e la follia sembrano avere la meglio su di lei, trascinata in una spirale di eventi sempre più negativi, l'inatteso arrivo di una nipotina consente di concludere la vicenda su una nota più lieta. Come spiega la rediviva Rosalie, tornata in tarda età ad accudire la sua padrona, "la vita non è mai tutta buona o tutta cattiva come si dice". Girato in formato 4:3 con macchina a mano e inquadrature quasi sempre strette, angosciante e dal ritmo lento (ma proprio il continuo senso di angoscia, figlio della disillusione e della decadenza, lo salva dall'essere tedioso), il film non è di facile visione e a volte sintetizza in pochi istanti interi anni di vita, per lasciare invece spazio in altri momenti ai ricordi e alle illusioni. E proprio come la vita di Jeanne, una volta concluso e ripensandolo nel suo insieme, ci si accorge del suo autentico valore, anche come ritratto di un personaggio femminile costretto a barcamenarsi in un mondo che sta cambiando, vittima di persone e soprattutto di meccanismi sociali contro i quali non ha armi a disposizione. Fra i momenti per diversi motivi più memorabili, il dialogo di Jeanne con il parroco che vorrebbe convincerla a rivelare la verità sul tradimento del marito, e l'istante in cui la ragazza legge le lettere della madre dopo la sua morte. Da sottolineare inoltre il tema della terra, dalle cure verso l'orto che la ragazza apprende dal padre ad accudire, al prezioso valore delle fattorie di famiglia, che le danno sostentamento e la cui perdita rappresenta il punto di non ritorno. La colonna sonora si appoggia su alcune composizioni del clavicembalista settecentesco Jacques Duphly.

21 settembre 2016

I magnifici sette (Antoine Fuqua, 2016)

I magnifici sette (The magnificent seven)
di Antoine Fuqua – USA 2016
con Denzel Washington, Chris Pratt
**

Visto al cinema Orfeo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Remake del classico western di John Sturges del 1960, che a sua volta era una rilettura de "I sette samurai" di Akira Kurosawa: ma sembra che ad ogni passaggio la materia trattata perda di spessore e di significato. Ciò che resta in questa versione è soltanto lo spettacolo, che pure soddisfa e non manca a tratti di epica: ma i personaggi hanno una caratterizzazione basilare, quando non monodimensionale (si pensi al cattivo, cattivissimo), spariscono i temi sociali, la struttura monolitica non dà più spazio agli episodi marginali (dai quali proveniva gran parte della caratterizzazione dei personaggi secondari, i contadini in primis), e si finisce con lo stravolgere anche il concetto di fondo, quello dei guerrieri che combattono per una causa non loro. Qui il leader dei sette ha invece un conto in sospeso con il capo dei nemici, e dunque si batte per la propria vendetta e non per semplice senso di giustizia. Come nella più recente tradizione hollywoodiana "ecumenica" (o, se vogliamo, improntata al politically correct), i sette protagonisti sono quanto mai diversi etnicamente: abbiamo un nero (influenze tarantiniane?), il cacciatore di taglie Sam Chisolm (Denzel Washington), ex soldato nordista; l'irlandese alcolizzato, estroverso e giocatore d'azzardo Josh Faraday (Chris Pratt); l'ex cecchino sudista e cajun Goodnight Robicheaux (Ethan Hawke), in preda ai fantasmi del passato; il sicario asiatico Billy Rocks (Lee Byung-hun), abile con le lame; il fuorilegge messicano Vasquez (Manuel Garcia-Rulfo); il trapper di montagna e cacciatore di orsi Jack Horne (Vincent D'Onofrio); il guerriero comanche Red Harvest (Martin Sensmeier). Che persone come queste, nonostante i tanti dissidi storici e sociali che li dovrebbero separare (il nordista e il sudista, il texano e il messicano, l'indiano e il cacciatore), si mettano insieme così facilmente e si fidino l'uno dell'altro quasi senza conoscersi è alquanto improbabile: il comanche è addirittura un pellerossa incontrato letteralmente per caso! Le caratteristiche che identificano i personaggi sono appena abbozzate, si rivelano dei non sequitur (l'alcolismo di Faraday) o vengono usate in maniera esclusivamente funzionale (la crisi di Robicheaux), quando non servono semplicemente ad aiutare lo spettatore a distinguere un personaggio dall'altro (l'indiano, l'orientale, il trapper...: poco più che caratteristi). Gli unici altri personaggi con un ruolo chiave sono il cattivo Bartholomew Bogue (Peter Sarsgaard), spietato uomo d'affari che intende impadronirsi della miniera d'oro che si trova sotto il terreno dei contadini (ed è ironico come nei "Magnifici sette" originale si scherzasse proprio sul fatto che nel villaggio ci fosse un giacimento d'oro, cosa naturalmente non vera), ed Emma (Haley Bennett), la ragazza che arruola i sette eroi (ma lo fa di propria iniziativa, non su decisione della comunità: e naturalmente sarà lei a sparare il colpo decisivo contro il nemico). È invece completamente assente la "scheggia impazzita", il personaggio di rottura che nel film di Kurosawa era Toshiro Mifune e in quello di Sturges era (in versione già attenuata) Horst Buchholz. Nel complesso il cast non deve sprecarsi troppo, visto che la sceneggiatura non lo richiede e la regia pare attenta solo a rendere al meglio le scene d'azione. D'altronde, a questo siamo di fronte: un film d'azione, che su questo piano alza pure la posta (i nemici da affrontare sono cinque volte tanti rispetto al 1960), e ciò nonostante fatica a far percepire l'eroismo o il dramma del sacrificio. In ogni caso, l'intrattenimento per due ore non manca, e chi è in astinenza di cinema western potrà anche dichiararsi soddisfatto. Da segnalare il ripescaggio di due o tre frasi del film originale ("Spesso mi hanno offerto molto, ma mai tutto", "Se Dio non avesse voluto che li tosassimo, non ne avrebbe fatto delle pecore", "Fino a qui tutto bene") nonché del celebre tema musicale, relegato però ad aprire i titoli di coda come una sorta di omaggio nostalgico.

20 settembre 2016

Frantz (François Ozon, 2016)

Frantz (id.)
di François Ozon – Francia/Germania 2016
con Paula Beer, Pierre Niney
***

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina, Marisa, Daniela e Federica, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Siamo nel 1919: la prima guerra mondiale si è conclusa da poco, lasciando profonde ferite in tutta Europa. In un villaggio della Germania giunge il giovane francese Adrien per posare fiori sulla tomba di Frantz, soldato tedesco rimasto ucciso al fronte. Anna, l'inconsolabile promessa sposa di Frantz, e i genitori di questi lo accolgono in casa propria, dove Adrien racconta di essere stato amico del ragazzo durante il suo soggiorno a Parigi. E la sua sola presenza riesce a rasserenare gli animi, quasi sostituendo Frantz nel cuore dei suoi cari, tanto che i genitori cominciano a considerarlo come un figlio, e ad auspicare un suo matrimonio con Anna. Ma la verità è ben diversa, e solo Anna ne viene a conoscenza... Fotografato in un elegante bianco e nero (il colore irrompe solo nei momenti dei ricordi – veri o fasulli che siano – e in quei brevi istanti dove la gioia di vivere e la felicità tornano ad avere la meglio sul dolore e il tormento), Ozon rilegge "L'uomo che ho ucciso" (Broken Lullaby), film di Ernst Lubitsch del 1932 (a sua volta tratto da una pièce di Maurice Rostand), costruendo un melodramma antibellico che, gira e rigira, torna sui temi a lui cari dell'ambiguità e del rapporto fra realtà e finzione (con la scrittura, in questo caso le lettere di Anna ai genitori, che contribuisce alla creazione di una realtà immaginaria), con echi talvolta di "Jules e Jim", de "Il nastro bianco" e di "Heimat". Il personaggio di Frantz (a proposito: il nome stesso è un ponte fra i due mondi, quello tedesco e quello francese), sensibile, pacifista, amante dell'arte, torna a rivivere in Adrien, di cui anche Anna non può che innamorarsi, nonostante nasconda un terribile segreto. E proprio l'arte (la musica di Chopin, le poesie di Verlaine, i quadri di Manet), oltre all'amore, fornisce ai personaggi un appiglio per tenerli ancorati al mondo, nonostante gli impulsi di morte. Lo sfondo storico mostra le conseguenze della guerra su entrambi i fronti, il dolore per i caduti, il cieco risentimento verso il "nemico": interessanti a questo proposito le situazioni simmetriche che Adrien e Anna si trovano a vivere quando visitano l'uno il paese dell'altra (vengono visti con sospetto, o con malcelato odio, e sono testimoni del risentimento e dei rigurigiti nazionalisti del "nemico", come nelle scene in cui assistono a inni e canti nelle osterie). Intenso a livello psicologico, forse nella seconda parte il film concede un po' troppo al melodramma, per riprendersi però nel finale. Bravi i due giovani interpreti (Niney sembra un Adrien Brody giovane, e il suo personaggio ha pure lo stesso nome; la Beer ha vinto a Venezia il premio Mastroianni per la miglior attrice emergente). La scena dell'incontro fra Adrien e Frantz nella trincea riporta alla mente la canzone di Fabrizio De Andrè "La guerra di Piero".

19 settembre 2016

Venezia e Locarno 2016

Si apre oggi a Milano la consueta rassegna dei film di Venezia (e Locarno). Oltre al titolo che ha vinto il Leone d'Oro, il fluviale "The woman who left" del filippino Lav Diaz (del quale avevo già apprezzato due anni fa l'ancora più lungo "From what is before"), prevedo di guardare i lavori di François Ozon, Wim Wenders, Andrei Konchalovsky, Tom Ford, la coppia Brosens-Woodworth (che aspetto al varco dopo "La quinta stagione"), più altri spiluccicati qua e là, sperando in gradite sorprese. Fra i titoli più interessanti che erano in concorso ma che mancano in questa rassegna, si segnalano invece i film di Larraín, Kusturica, Villeneuve e l'acclamato musical "La La Land": pazienza, alcuni di questi usciranno sicuramente in sala nei prossimi mesi.

17 settembre 2016

Il tempo si è fermato (John Farrow, 1948)

Il tempo si è fermato (The big clock)
di John Farrow – USA 1948
con Ray Milland, Charles Laughton
***

Visto in divx.

Il giornalista George Stroud (Ray Milland), direttore della rivista di criminologia pubblicata dal magnate della stampa Earl Janoth (Charles Laughton), viene incaricato da quest'ultimo di rintracciare l'uomo sconosciuto che ha trascorso la sera precedente in giro per la città con la sua amante Pauline (Rita Johnson). Quello che Janoth non sa, è che l'uomo che cerca è lo stesso Stroud. Ma quello che Stroud non sa, è che Janoth ha ucciso Pauline e intende far ricadere la colpa sul misterioso individuo... Da un romanzo di Kenneth Fearing – che sarà poi adattato, cambiandone il contesto, anche nel 1976 ("Police Python 357" di Corneau) e nel 1987 ("Senza via di scampo" di Donaldson) – un thriller ad altissima tensione, soprattutto nella seconda parte che si svolge interamente nell'edificio che ospita la casa editrice di Janoth. Costui, pignolo, esigente e ossessionato dal tempo e dagli orologi, è interpretato da un grandissimo – come al solito – Laughton (con i baffi!): e proprio in un gigantesco orologio, quello che dà il titolo originale alla pellicola, si svolge una delle scene chiavi della vicenda. La sceneggiatura a incastro presenta numerosi elementi ed indizi che acquisteranno importanza solo in seguito (il fazzoletto, il quadro, la meridiana, l'attore). Accanto a classici temi del noir (la caccia all'uomo, la dark lady perditrice, l'innocente accusato ingiustamente) c'è spazio per una (pur vaga) analisi e satira del mondo moderno (i mass media, l'importanza del tempo). Attorno ai protagonisti si muove tutta una serie di comprimari caratterizzati alla perfezione da attori memorabili: dai vari testimoni che quella sera hanno visto George in compagnia di Pauline (l'antiquario, i baristi... e su tutti l'eccezionale Elsa Lanchester nei panni della svampita pittrice Louise Patterson, in grado di donare tocchi di comicità anche alle scene di maggior suspence) ai colleghi di Stroud che lo aiutano a indagare su sé stesso, fra cui il critico d'arte Klausmeyer (Harold Vermilyea). Maureen O'Sullivan è la moglie di George; George Macready è Hagen, il braccio destro di Janoth; Harry Morgan è la sua silenziosa e inquietante guarda del corpo.

16 settembre 2016

If only (Gil Junger, 2004)

If only (id.)
di Gil Junger – GB 2004
con Paul Nicholls, Jennifer Love Hewitt
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dopo aver assistito alla morte della fidanzata Samantha (Hewitt) in un incidente stradale, il giovane manager londinese Ian (Nicholls) scopre, al risveglio, di avere la possibilità di rivivere l'intera giornata. Ne approfitterà per compiere scelte diverse, nella speranza di cambiare le cose, trascorrendo momenti preziosi insieme alla ragazza e imparando finalmente il vero significato dell'amore. Da uno spunto a metà strada fra "Ricomincio da capo" e i film di Frank Capra, una pellicola che – idea iniziale a parte – non sfugge dai cliché del genere romantico, caratterizzazione dei protagonisti compresa. Almeno fino al finale, che giunge in un certo senso inaspettato: peccato che tanto la sceneggiatura quanto la regia sprechino l'occasione senza chiudere adeguatamente il cerchio o mostrare consapevolezza da parte di Ian, vanificando di fatto l'elemento soprannaturale e riducendolo a un semplice gimmick. Gradevole a tratti, soprattutto nella prima parte, ma incapace di decollare e, alla resa dei conti, del tutto dimenticabile. Tom Wilkinson è il tassista misterioso. La canzone di Samantha è stata composta e cantata dalla stessa Hewitt.

14 settembre 2016

Bullet in the head (John Woo, 1990)

Bullet in the head (Die xue jie tou)
di John Woo – Hong Kong 1990
con Tony Leung Chiu-wai, Jackie Cheung, Waise Lee
***1/2

Rivisto in DVD.

1967: i tre amici Ben (Leung), Frankie (Cheung) e Paul (Lee), costretti a fuggire da Hong Kong dopo una bravata di troppo, si rifugiano nel Vietnam sconvolto dalla guerra, dove sperano di fare fortuna con il contrabbando. Ma gli orrori cui assisteranno li cambieranno profondamente e faranno perdere loro l'innocenza. Pur di impadronirsi di una cassa piena d'oro, infatti, Paul non esiterà a sparare a Frankie, lasciandogli una pallottola nel cranio che lo renderà un reietto: e Ben, sopravvissuto a modo suo alla guerra, si vendicherà. Da uno script inizialmente pensato per "A better tomorrow 3" (i dissidi fra il regista e il produttore Tsui Hark ne arrestarono però la lavorazione, e Hark dirigerà poi il prequel per proprio conto), forse il capolavoro di John Woo: meno iconico di "The killer" o dello stesso "A better tomorrow", ma ad altissimo impatto emotivo e sicuramente il suo film più personale, faticoso ("È il mio Apocalypse Now!", ha dichiarato il regista) oltre che – strano ma vero – parzialmente autobiografico. Spettacolare e adrenalinico, melodrammatico come nella miglior tradizione del cinema hongkonghese, ma anche assai duro e a tratti terribile, nonostante l'intensità e la lunghezza delle scene d'azione (da ricordare l'irruzione nella casa del boss vietnamita; la fuga dal campo di prigionia dei Vietcong; e naturalmente la sanguinosa resa dei conti finale in auto al porto di Hong Kong) il film non perde mai di vista i suoi elementi più umani: parla essenzialmente di amicizia, illusioni e tradimento, temi peraltro da sempre al centro delle opere di Woo. Al fianco di tre attori uno più bravo dell'altro, perfettamente a loro agio nel ritrarre le tre figure tragiche al centro della storia (Ben, il più gentile e sensibile; Frankie, il più avventato e giocoso; Paul, il più materialista e senza scrupoli), c'è anche un carismatico Simon Yam nei panni nel killer franco-cinese Luc, che aiuta i nostri eroi a barcamenarsi a Saigon. Yolinda Yam è la cantante Sally, mentre Woo si concede un cameo nel ruolo del poliziotto che va a cercare Ben per arrestarlo. Sia Cheung che Lee avevano già lavorato con il regista, rispettivamente in "The killer" e in "A better tomorrow", mentre per Leung (che tornerà in "Hard boiled") e Yam era la prima volta. Importante la collocazione temporale: la discesa all'inferno dei tre protagonisti parte da lontano, da quando crescono insieme nella Hong Kong degli anni sessanta, fra amori, risse, cronici problemi di soldi e sogni di fuga. Erano anni difficili, con la colonia britannica sconvolta da proteste, scioperi e guerriglia urbana (significativo il parallelo, nella mente di Ben, con la guerra in Vietnam). Quando l'azione si trasferisce a Saigon, la musica non cambia, anzi peggiora. E il culmine della tensione si raggiunge nella scena del campo di prigionia (con evidenti echi de "Il cacciatore"), dove i prigionieri sono costretti a uccidersi fra loro. Grande lo sforzo produttivo, almeno per gli standard hongkonghesi (all'epoca si trattò del film più costoso mai girato nella colonia), anche per via della ricostruzione storica. Le scene ambientate in Vietnam sono state girate in Thailandia, e Woo aggiunse alcune sequenze che richiamano le proteste di piazza Tienanmen. Del lungometraggio esistono varie versioni, di durata differente: in particolare quella con un finale alternativo, più secco e immediato, nel quale Ben uccide Paul nella sala riunioni (viene a mancare così il sanguinoso inseguimento in auto, una delle scene più spettacolari del cinema di Woo, con Paul che si rivolge al cranio di Frank come una sorta di Amleto folle, mentre il montaggio richiama le struggenti immagini del passato e della spensierata amicizia di un tempo).

13 settembre 2016

Le colline blu (Monte Hellman, 1966)

Le colline blu (Ride in the whirlwind)
di Monte Hellman – USA 1966
con Jack Nicholson, Cameron Mitchell
*1/2

Visto in TV.

"Visto che dovete girare un film, perché non ne girate due?": queste le parole che il finanziatore Roger Corman disse al regista Monte Hellman, che si apprestava a cominciare le riprese del cult western "La sparatoria". Seguendo il suo consiglio, Hellman approfittò della disponibilità di attori e location per realizzare di seguito anche "Le colline blu". Tre mandriani (fra i quali spicca un giovane Jack Nicholson, anche sceneggiatore) vengono scambiati per i banditi che hanno assaltato una diligenza, e come tali inseguiti e braccati da uno sceriffo e dai suoi vigilantes. Solo uno riuscirà a sopravvivere. Rispetto al film gemello si tratta di un western meno atipico, anche se comunque più duro e realistico della media, dove la distinzione fra il bene e il male è praticamente inesistente. I protagonisti, pur essendo innocenti, sono costretti a compiere nefandezze – prendere una famiglia di coloni in ostaggio, rubarne i cavalli e ucciderne il patriarca – pur di scampare alla caccia da parte di tutori della legge intenzionati prima a impiccarli e poi a chiedere spiegazioni. Peccato che il basso budget e l'improvvisazione generale si vedano tutti. Poco dopo la fine delle riprese, i luoghi dove il film fu girato vennero ricoperti da un lago artificiale. Millie Perkins è la figlia del colono ucciso, Harry Dean Stanton (con benda sull'occhio) è il capo dei banditi.

11 settembre 2016

La sparatoria (Monte Hellman, 1966)

La sparatoria (The shooting)
di Monte Hellman – USA 1966
con Warren Oates, Millie Perkins
**1/2

Visto in divx.

Due minatori, l'ex cacciatore di taglie Willet Gashade (Warren Oates) e il sempliciotto Coley (Will Hutchins), vengono ingaggiati da una donna misteriosa (Millie Perkins) affinché le facciano da guida attraverso il deserto. Ai tre si aggiungerà Billy Spear (Jack Nicholson), uno spietato pistolero, assoldato anch'esso dalla donna. Ben presto diventa chiaro che lo scopo del viaggio è quello di raggiungere un uomo in fuga, e che la donna ha qualcosa da vendicare... Prodotto dal leggendario Roger Corman e girato nell'arco di tre sole settimane, un western enigmatico e non convenzionale, diventato presto un film di culto pur non avendo mai avuto una regolare distribuzione in sala, almeno in patria (apparve invece in televisione). Gran parte del suo fascino dipende dal mistero e dal non detto della situazione, dai paesaggi lunari e desertici e dal finale rapido e spiazzante. Nonostante il basso budget a disposizione (si tratta a tutti gli effetti di un B-movie), Hellman riesce a costruire tensione e spessore in un mondo autoreferenziale e fuori dall'ordinario, spoglio ed essenziale (i critici l'hanno paragonato al teatro di Beckett), potendo contare su un montaggio disorientante (opera dello stesso regista) e sulle musiche spettrali di Richard Markowitz. Su suggerimento di Corman, approfittando di attori e location a disposizione, Hellman e Nicholson girarono in contemporanea anche un secondo western, "Le colline blu".

9 settembre 2016

Swimming pool (François Ozon, 2003)

Swimming Pool (id.)
di François Ozon – Francia/GB 2003
con Charlotte Rampling, Ludivine Sagnier
**1/2

Rivisto in divx.

La scrittrice inglese Sarah Morton (Rampling), scostante e solitaria, si reca in Francia per trascorrere qualche giorno da sola nella villa di campagna del suo editore John (Charles Dance), nella speranza di ritrovare l'ispirazione. Qui è però raggiunta all'improvviso dalla figlia di John, la spigliata e disinibita Julie (Sagnier), che sconvolge la sua vita con una ventata di giovinezza e sensualità (fa il bagno nuda nella piscina della villa, porta a casa ogni notte un uomo diverso). Sarah è disturbata e attratta al tempo stesso dall'ingombrante presenza della ragazza, e all'ostilità iniziale si sostituisce una morbosa curiosità: non può fare a meno di spiarla, ne copia le pagine del diario e ben presto la trasforma nella protagonista del nuovo libro che sta scrivendo. Ma è tutta realtà oppure, come l'improvvisa (e improbabile) svolta "gialla" suggerisce, soltanto frutto della sua fantasia? Il finale spiazzante dà la risposta e rivela la reale portata dell'immaginazione della scrittrice (già intravista in precedenza nei suoi sogni, nei quali coinvolge – oltre a Julie – anche un aitante cameriere del vicino villaggio e il vecchio giardiniere della villa). Da uno spunto esile, Ozon trae un thriller ambiguo e sofisticato che non lascia indifferente lo spettatore, grazie alla suspense e alla consueta attenzione alla psicologia dei personaggi. Il tema, evidentemente caro al regista francese (visto che tornerà nei successivi "Angel" e "Nella casa"), è quello del labile confine fra realtà e finzione, e in particolare dello scrittore che si ispira alla realtà, inglobandola nei propri libri e sostituendo l'immaginazione alla vita vera. Entrambe le interpreti avevano già lavorato con Ozon: la Rampling in "Sotto la sabbia", Ludivine in "Gocce d'acqua su pietre roventi" (anche lì a seno nudo) e "8 donne e un mistero".

7 settembre 2016

Getaway! (Sam Peckinpah, 1972)

Getaway! (The getaway)
di Sam Peckinpah – USA 1972
con Steve McQueen, Ali MacGraw
**1/2

Rivisto in DVD.

Il rapinatore di banche Carter "Doc" McCoy (McQueen) esce in prigione grazie agli auspici del potente e corrotto uomo d'affari Jack Benyon (Ben Johnson), che lo incarica di effettuare un nuovo colpo per conto suo. Quando però scopre che l'intenzione è quella di eliminarlo, Doc fugge con il bottino insieme alla moglie Carol (MacGraw), cercando di attraversare il Texas e di raggiungere il confine con il Messico, inseguito dall'ex complice Rudy (Al Lettieri), dagli uomini di Benyon e dalla polizia, che lo ritiene l'unico responsabile della rapina. Una sceneggiatura di un giovane Walter Hill (da un romanzo di Jim Thompson) per un thriller on the road con la coppia Steve McQueen-Ali MacGraw protagonista assoluta, due coniugi che nonostante le molte difficoltà, i tranelli della caccia all'uomo e i tradimenti incrociati (il ruolo di Rudy è particolarmente ambiguo: lavora per Benyon o per proprio conto?) riescono a restare uniti fino al termine. Il lieto fine è insolito per una pellicola di Peckinpah e forse anticlimatico, ma per una volta ci può stare (il romanzo di Jim Thompson prevedeva un'ultima scena surreale e allegorica che McQueen volle eliminare). Fra i tanti momenti di tensione, da ricordare la fuga con il fucile e la sparatoria finale nell'albergo di El Paso. Resta impresso anche il personaggio di Rudy, un cattivo con un volto da poliziottesco italiano e venature sadiche (evidente nel rapporto con la coppia di veterinari che prende in ostaggio, interpretati da Jack Dodson e Sally Struthers). Roy Jenson è il fratello di Benyon, Richard Bright il ladro alla stazione dei bus, Slim Pickens il vecchio cowboy che aiuta Doc e Carol ad attraversare il confine. Il film fu fortemente voluto dallo stesso McQueen, che dopo aver scelto inizialmente Peter Bogdanovich come regista, virò su Peckinpah in seguito alla felice esperienza de "L'ultimo buscadero". Pur se la pellicola divenne il maggior successo al botteghino per il vecchio Sam fino ad allora, la lavorazione non fu senza contrasti (anche perché McQueen volle avere l'ultima parola sul montaggio e la colonna sonora) e sul set i problemi con l'alcool di Peckinpah si intensificarono. Nel 1994 ne è stato realizzato un remake con Alec Baldwin e Kim Basinger.

5 settembre 2016

Uno, due, tre! (Billy Wilder, 1961)

Uno, due, tre! (One, Two, Three)
di Billy Wilder – USA 1961
con James Cagney, Horst Buchholz
***

Visto in DVD, con Daniela e Sabrina.

C.R. MacNamara (Cagney), direttore dello stabilimento di Berlino Ovest della Coca-Cola, viene incaricato dal presidente della società di tenere d'occhio Scarlett (Rossella nella versione italiana, per mantenere il riferimento a "Via col vento"), la sua scapestrata figlia diciassettenne, che sta visitando l'Europa e ha la tendenza a trovarsi fidanzati ovunque. Ovviamente la ragazza (Pamela Tiffin), sfuggita al controllo dell'uomo, si innamora di Otto (Horst Buchholz), giovane comunista della Germania Est, e non solo lo sposa ma si ritrova anche subito incinta. Come spiegarlo al padre? Scatenata farsa che piega le dinamiche della guerra fredda ai ritmi e alle gag dalla commedia slapstick. Cagney (al suo penultimo film: l'ultimo sarà "Ragtime", vent'anni dopo), protagonista assoluto e straordinario, manovra dietro le quinte la "trasformazione" di Otto da rivoluzionario socialista a perfetto gentiluomo capitalista, per renderlo più "accettabile" agli occhi del futuro suocero, organizzando una pantomina non dissimile da quelle dei classici film di Capra "Signora per un giorno" (1933) e "Angeli con la pistola" (uscito nello stesso 1961), anche se il cinismo di Wilder – per non parlare del ritmo frenetico della pellicola – rende il tutto molto più divertente. Fra i tormentoni, da ricordare l'orologio a cucù "patriottico" di McNamara, con lo zio Sam che esce a ogni rintocco per scandire le ore che mancano all'arrivo del padre di Rossella. Molti, e azzeccati, i personaggi di contorno: dalla bella segretaria svampita Ingeborg (Liselotte Pulver, in un ruolo che sembrava scritto apposta per Marilyn Monroe) ai tre agenti russi con i quali McNamara discute l'espansione della Coca-Cola oltre la cortina di ferro; dall'efficiente segretario Schlemmer (Hanns Lothar), con un passato nelle SS e che batte i tacchi ogni volta che riceve un ordine, alla moglie del protagonista, Phyllis (Arlene Francis), che minaccia di lasciarlo dietro le quinte (ma ci sarà un relativo lieto fine). Il soggetto è liberamente tratto da una commedia teatrale di Ferenc Molnár (anche se gli elementi di satira politica sul comunismo ricordano in parte "Ninotchka", film co-sceneggiato dallo stesso Wilder). Le gag, in ogni caso, colpiscono in ogni direzione (gli slogan del bolscevismo e le strategie delle multinazionali, il patriottismo americano e il razzismo della Georgia, le infedeltà extraconiugali e la corruzione degli impiegati statali, l'ipocrisia dell'alta società e i favoritismi sul posto di lavoro). Nella colonna sonora spicca la "Danza delle sciabole" di Kachaturian, un perfetto commento musicale alle scene più concitate (come l'inseguimento e la fuga in auto da Berlino Est). Curiosità: il film fu girato appena prima che venisse eretto il muro di Berlino, che dunque non appare sullo schermo (il passaggio fra le due parti della città è nei pressi della porta di Brandeburgo). Quando la pellicola uscì nelle sale, la costruzione del muro aveva fatto salire la tensione alle stelle e pertanto il suo tono leggero fu considerato poco appropriato da pubblico e critica.

4 settembre 2016

Futuro impedito (Werner Herzog, 1971)

Futuro impedito (Behinderte Zukunft)
di Werner Herzog – Germania 1971
documentario
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Breve documentario sul tema dei bambini disabili o nati con handicap fisici, come arti mancanti o più corti del normale. Attraverso interviste ai bambini stessi, ma anche a genitori, insegnanti e compagni di scuola, il film racconta di persone che la società tende a rimuovere (l'obiettivo è quello di accrescere la consapevolezza del pubblico sull'esistenza di queste patologie) o a guardare con sospetto, pietà o compassione, benché esistano comunque strutture o scuole speciali dove si cerca di aiutarli a crescere in modo da potersi inserire da adulti nella vita "normale". Nel finale, Herzog fa un paragone con l'America, dove i disabili fisici sono maggiormente accettati e integrati nella società: per la mancanza di barriere architettoniche, certo, ma anche per un atteggiamento in generale più oggettivo nei loro confronti. In Germania, è la pessimistica conclusione (sintetizzata nel titolo), c'è invece ancora molta strada da fare: non è questione di mezzi ma di mentalità. Documentario sincero, interessante, diretto, che Herzog girò dietro input di un amico disabile, e che ha i suoi punti più alti quando la parola è data direttamente ai bambini, decisamente consapevoli di sé stessi, del proprio stato e del mondo che li circonda.

3 settembre 2016

Kingsman: Secret Service (M. Vaughn, 2014)

Kingsman - Secret Service (Kingsman: The Secret Service)
di Matthew Vaughn – GB 2014
con Colin Firth, Taron Egerton
**

Visto in divx alla Fogona, con Monica, Roberto e Marisa.

La Kingsman è un'organizzazione segretissima di agenti speciali britannici, nata dopo la Prima Guerra Mondiale, quando molti ricchi aristocratici si ritrovarono senza eredi e decisero di impiegare le proprie fortune per il mantenimento della pace e della sicurezza del paese. Il gruppo si nasconde dietro le vetrine di un negozio di alta sartoria di Londra e i suoi membri hanno nomi in codice che richiamano quelli dei cavalieri della Tavola Rotonda. Alla morte di uno di questi, Lancillotto, l'organizzazione si adopera a trovare un sostituto. Harry Hart/Galahad (Colin Firth) propone il giovane "Eggsy" Unwin (Taron Egerton), il cui padre gli aveva salvato la vita anni prima. Dopo un lungo addestramento, Eggsy si troverà a dover sventare i piani di Richmond Valentine (Samuel L. Jackson), megalomane guru delle telecomunicazioni che intende sterminare l'umanità per porre fine al riscaldamento globale. Tratto da un fumetto di Mark Millar e Dave Gibbons (è la seconda volta, dopo "Kick-Ass", che il regista Matthew Vaughn adatta un lavoro di Millar), un film di spionaggio scanzonato e leggero che si propone di ringiovanire i cliché delle pellicole di James Bond (gli stessi personaggi li citano e ci scherzano sopra) abbinando l'azione e le assurde tecnologie a un'ironia britannica tongue-in-cheek. Esagerazioni e scene sopra le righe abbondano (lo stesso piano del cattivo non ha senso, così come tante altre cose: troppe per prenderle sul serio), le questioni morali sono fastidiosamente inesistenti (anche i "buoni" non si fanno scrupoli ad ammazzare centinaia di persone) e la forma prevale sulla sostanza (a partire dall'abbigliamento impeccabile degli angenti della Kingsman: dopotutto sono dei sarti!), ma il divertimento procede di pari passo con la suspence, grazie anche a un cast di supporto di tutto rispetto. Oltre a Colin Firth, infatti, fra gli agenti veterani della Kingsman troviamo Michael Caine (Artù) e Mark Strong (Merlino), mentre fra i giovani compagni di addestramento di Eggsy c'è Roxy (Sophie Cookson). Mark Hamill è il professor Arnold. Sofia Boutella è Gazelle, l'assistente di Valentine, che usa come armi delle protesi affilate come rasoi. Già in cantiere un sequel.

2 settembre 2016

Il castello (Michael Haneke, 1997)

Il castello (Das Schloss)
di Michael Haneke – Austria/Germania 1997
con Ulrich Mühe, Susanne Lothar
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Adattamento del romanzo di Kafka, girato per la televisione austriaca ma uscito in alcuni paesi – non in Italia – anche nelle sale cinematografiche. Ambientato ai giorni nostri, o comunque in un'epoca più moderna rispetto a quella originale, racconta la storia di K., un uomo che giunge in un villaggio sormontato da un misterioso e inaccessibile castello, dal cui padrone è stato assunto come agrimensore per censire i terreni circostanti. Ma ogni tentativo di svolgere il proprio compito si rivela vano (gli vengono anche assegnati due assistenti, giovani e immaturi, che gli sono per di più di intralcio): il sindaco del villaggio gli riferisce addirittura che la sua assunzione è frutto di un errore, e che in realtà non c'è lavoro per lui. I tentativi di parlare con Klamm, il funzionario preposto al suo incarico, vengono continuamente frustrati da pastoie burocratiche e da una lunga serie di personaggi, intermediari, figure di disturbo e regolamenti inutilmente complicati che gestiscono i locali rapporti sociali, lavorativi e persino sentimentali o sessuali. Il tutto in un'atmosfera sempre più "confusa e insolubile", durante un freddo inverno, nel corso del quale K. deve anche fronteggiare l'ostilità della maggior parte degli abitanti e dei notabili del villaggio (a tratti sembra quasi che ruoli e lavori siano intercambiabili, e che non dipendano affatto dalle competenze ma dai capricci dei potenti o del fato). Proprio come il romanzo, lasciato incompiuto dall'autore, il film si interrompe a metà di una frase, lasciandoci incerti sul destino finale di K. E in un certo senso l'interruzione si confà al tema generale della vicenda (l'impossibilità per l'uomo comune di ottenere una risposta sul proprio destino dalle autorità, siano queste – a seconda della lettura che ne si voglia dare – religiose, politiche o burocratiche) e funziona addirittura meglio di quanto avrebbe fatto una conclusione definitiva. Ulrich Mühe, l'enigmatico protagonista, era già in "Benny's video" e lo ritroveremo (insieme a Susanne Lothar, qui nei panni di Frieda) in "Funny games" dello stesso Haneke, oltre che nel capolavoro "Le vite degli altri" di Florian Henckel von Donnersmarck. Regia e confezione, pur con pochi guizzi, sono solide e claustrofobiche.

30 agosto 2016

Arancia meccanica (Stanley Kubrick, 1971)

Arancia meccanica (A Clockwork Orange)
di Stanley Kubrick – GB/USA 1971
con Malcolm McDowell, Patrick Magee
****

Rivisto in DVD.

Il giovane Alex (Malcolm McDowell) è a capo di una banda di teppisti che trascorrono le serate a bere "latte più" (ovvero "potenziato" con droghe) e a praticare quella che chiamano "ultra-violenza": pestare barboni, battersi con altre bande e compiere irruzioni in case isolate – come quella dello scrittore Frank (Patrick Magee) – per distruggere ogni cosa, picchiare gli inquilini e stuprarne le donne. Incurante delle proprie azioni, trascurato dai genitori e seguito inutilmente dai servizi sociali, Alex viene arrestato e portato in prigione quando sarà tradito dai suoi stessi compagni dopo aver provocato la morte di una delle sue vittime. Qui sarà scelto dal governo – che intende svuotare le carceri dai criminali comuni per riservarle invece a quelli politici – come cavia per un trattamento sperimentale che mira a riabilitare forzatamente i detenuti: la “cura Lodovico”, un condizionamento psicologico che lo spingerà ad associare nausea e malessere fisico ad ogni atto di violenza, impedendogli così di commettere del male... Da un romanzo di Anthony Burgess (che Kubrick, come suo solito, adatta molto liberamente, omettendo per esempio il capitolo finale in cui Alex si redimeva, capitolo peraltro eliminato anche nell'edizione americana del libro; ma manca anche ogni riferimento al significato del titolo), un capolavoro sui temi della violenza, dell'etica e del libero arbitrio. Dopo la cura, Alex diventa “buono” per costrizione, non per scelta, e non perde mai veramente la pulsione verso il male. Una volta liberato e reinserito nella società, inoltre, il ragazzo si ritrova vittima di tutti coloro che aveva incontrato nella vita precedente, come in una sorta di contrappasso (il barbone, i genitori, i suoi ex compagni, lo scrittore). Il finale, sardonico, rimette le cose a posto.

Ambientato in Inghilterra e in un futuro prossimo, il film appartiene a quel genere distopico così popolare nella fiction britannica sin dai tempi di Orwell e Wells, ma affronta temi di attualità come la delinquenza minorile e l'efficacia del sistema punitivo ed educativo. La rappresentazione della violenza, degli stupri e del sadismo dei vari personaggi (non soltanto Alex e compagni, ma anche le autorità, a partire dalla polizia) fu alquanto controversa all'epoca, ma la collocazione in un mondo alternativo (evidente nelle architetture, nell'arredamento, nelle vetture e negli abiti) contribuisce a renderla – almeno in parte – astratta, trasformando l'intera vicenda in una riflessione morale sul significato del bene e del male. In certi momenti, la società in cui si svolge il film sembra immorale e anestetizzata alla violenza tanto quanto Alex: si pensi ai suoi genitori, praticamente impassibili di fronte alle vicende del figlio, al sadismo della polizia o al diffuso erotismo quasi pornografico nella vita di tutti i giorni (l'arredamento del Korova Milk Bar o quello della clinica per dimagrire in cui vive la “donna dei gatti”). A contribuire al world building, uno degli aspetti più interessanti del film (nonché quello che colpì maggiormente Kubrick quando lesse il romanzo) è il linguaggio utilizzato da Alex e dai suoi compagni: un misto di neologismi, slang (“drughi”, “gulliver”), costrutti lessicali (“ultra-violenza”, “il dolce su-e-giù”), formule (“right-right”) e termini di origine russa (“karasho”, “devochka”), ottimamente reso nell'adattamento italiano di Riccardo Aragno e nel doppiaggio diretto da Mario Maldesi (supervisionati dallo stesso Kubrick). Nelle loro scorribande, Alex e i suoi drughi (“compagni”) indossano una sorta di uniforme – un abito bianco con sospensori che ricorda una divisa da cricket, bombette o cilindri neri, ciglia finte, ed eventualmente maschere durante le irruzioni – che identifica la loro banda (quella rivale di Billy Boy, per esempio, veste in abiti militari), come ad anticipare “I guerrieri della notte”.

L'aspetto satirico, già presente in altre opere kubrickiane (come “Il dottor Stranamore”), oltre che nella natura della cura stessa ("Lei si sente male perché comincia a stare meglio", dice l'infermiera ad Alex), risalta qui in personaggi come l'assistente sociale, il signor Deltoid (Aubrey Morris), o il direttore della prigione (Michael Bates), per non parlare dell'ipocrisia del ministro (Anthony Sharp), rappresentante di un governo con tendenze totalitariste (non che gli oppositori, come Frank e i suoi seguaci, siano descritti con maggior indulgenza: entrambe le parti intendono usare Alex a fini politici). Gli ambienti sono valorizzati dalle geometrie e dalle carrellate che caratterizzano la regia attenta e precisa di Kubrick: ricordiamo lo zoom all'indietro che apre la pellicola e che dal primo piano di Alex finisce a mostrare gli interni del Korova Milk Bar, ma anche i due momenti identici in cui Alex suona alla porta di Frank (la prima volta, la macchina da presa si sposta verso destra mostrando la moglie dello scrittore; la seconda volta, c'è invece una guardia del corpo). Fra i momenti memorabili di regia, anche quello in cui Alex ascolta in casa sua “La gran Nona del Ludovico Van”, con le inquadrature che staccano sui vari dettagli dell'arredamento della sua stanza (dal poster sul muro alle quattro statuette di Cristo: il tema tornerà più avanti, quando – in prigione – Alex si immagina di partecipare alla flagellazione di Gesù). Per non parlare della scena accelerata in cui Alex si intrattiene in camera propria con due ragazze abbordate in un negozio di dischi, che si rispecchia in quella invece rallentata in cui il giovane si vendica dei due “drughi” che avevano messo in dubbio la sua autorità (entrambe le scene sono accompagnate dalla musica di Rossini).

E proprio la colonna sonora gioca un ruolo fondamentale. Alla musica elettronica di Walter (non ancora Wendy) Carlos, che ingloba motivi classici come il "Funeral of the Queen Mary" di Purcell o un tema della “Sinfonia Fantastica” di Berlioz (lo stesso che sarà riutilizzato da Kubrick anche in “Shining”), si affiancano le ouverture de “La gazza ladra” e del “Guglielmo Tell” di Rossini (spesso utilizzate come commento musicale alle “imprese” di Alex e dei suoi drughi), le “Pomp and Circumstances” di Elgar, ma soprattutto – in chiave diegetica – la nona sinfonia di Beethoven. Come già detto, Alex è un grande fan del compositore tedesco. E quando viene sottoposto al condizionamento artificiale, che consiste nell'assistere alla proiezione non-stop di film violenti (gli occhi vengono mantenuti spalancati da un “fissapalpebre”, mentre un addetto provvede a versare gocce di collirio), per coincidenza proprio la nona di Beethoven fa da commento musicale a un video su Hitler e l'olocausto, cosicché Alex si ritrova condizionato ad associare il proprio malessere anche a quella musica che tanto amava. A proposito di Beethoven, il film accatasta tanti riferimenti incrociati: il trattamento cui Alex viene sottoposto si chiama “Cura Lodovico”, il campanello in casa dello scrittore fa risuonare le prima quattro note della quinta sinfonia, un piccolo busto dello scrittore si intravede – fra i tanti dipinti e le sculture erotiche – in casa della donna dei gatti. La musica ha infine un altro ruolo chiave nella trama: la canzone “Singin' in the rain”, che Alex canta al momento dell'irruzione in casa di Frank, lo tradirà quando la intonerà nuovamente dopo essere stato accolto da lui, che non lo aveva riconosciuto. Ultimo riferimento musicale: nel negozio di dischi è in bella mostra un album con la colonna sonora di “2001: Odissea nello spazio”.

29 agosto 2016

Whity (Rainer Werner Fassbinder, 1971)

Whity (id.)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1971
con Günther Kaufmann, Hanna Schygulla
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Siamo nel 1878, in una cittadina di frontiera negli Stati Uniti. Il mulatto Whity (Kaufmann) lavora come maggiordomo nella tenuta del potente proprietario terriero Ben Nicholson (Ron Randell), di cui peraltro è il figlio illegittimo ("l'unico che ha ereditato qualcosa del mio carattere", riconosce lo stesso patriarca). Il suo senso di fedeltà e di appartenenza al nucleo famigliare, anche in un ruolo subalterno (di fatto è uno schiavo), sono superiori all'orgoglio e al desiderio di diventare un uomo libero: ma quando si rende conto di come la famiglia Nicholson sia ormai corrotta e decadente (tanto la giovane moglie di Ben, la ninfomane Katherine, quanto il suo primo figlio, l'effemminato Frank, gli chiedono di uccidere il padrone di casa, che a sua volta si finge malato per mettere alla prova l'avidità della moglie), sarà lui stesso a sterminare tutti, non risparmiando nemmeno l'altro figlio Davie, minorato mentale, per poi fuggire nel deserto con Hanna (Schygulla), la cantante e prostituta del saloon di cui è innamorato. La sua ribellione, comunque, si rivelerà vana e senza futuro. Se i temi sono quelli, cari a Fassbinder, del ruolo dell'individuo nella società, sullo sfondo di una torbida ragnatela di intrighi e di rapporti distorti in una famiglia disfunzionale, l'insolita ambientazione western (il film è stato girato in Spagna, negli stessi luoghi dove aveva lavorato Sergio Leone) si rivela soltanto un pretesto, anche se consente al regista stesso un'apparizione vestito da cowboy, con tanto di cappello e cinturone, nei panni di un mandriano razzista che bazzica nel saloon dove Hanna canta le sue canzoni da cabaret. Il film – uno dei primi esperimenti di Fassbinder con il colore e l'unico dai lui realizzato in Cinemascope (ma paradossalmente mai distribuito in sala) – segna la prima collaborazione del regista con il grande direttore della fotografia Michael Ballhaus, che lavorerà per lui in una dozzina di lungometraggi successivi (fra cui "Le lacrime amare di Petra von Kant", "Il matrimonio di Maria Braun" e "Lili Marleen"). E proprio la qualità pittorica delle immagini resta particolarmente impressa: dal rosso accesso dell'uniforme di Whity, al bianco pallido e cadaverico (quasi verdognolo) dei volti dei membri della famiglia Nicholson, che ne sottolineano la decadenza fisica ancor prima che morale.

27 agosto 2016

Bolero (Claude Lelouch, 1981)

Bolero (Les uns et les autres)
di Claude Lelouch – Francia 1981
con Robert Hossein, Nicole Garcia
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Un grande affresco sul destino e sul potere della musica, raccontato attraverso le vicende di quattro famiglie di diversa nazionalità (francese, americana, russa, tedesca) ma accomunate dalla passione per la musica e il balletto, che si dipanano dalla metà degli anni trenta all'inizio degli anni ottanta (attraversando così i grandi eventi della storia, a cominciare dalla seconda guerra mondiale). Le storie dei personaggi scorrono in parallelo, sfiorandosi e incrociandosi più volte, fino a quando il fato li farà convergere tutti in un unico punto: un concerto sotto la Torre Eiffel in cui viene eseguito il "Bolero" di Ravel con la celebre coreografia "circolare" di Maurice Béjart (in cui un solo ballerino danza all'interno di un cerchio rosso, con altri che gli ruotano intorno). E circolare è anche l'andamento della pellicola, che nonostante la lunga durata (tre ore) scorre rapidamente e senza tempi morti. Si comincia nel 1936, con la presentazione di quattro coppie: Tatiana (Rita Poelvoorde), danzatrice del Bolshoi, che sposa il suo impresario Boris Itovitch (Jorge Donn); gli ebrei francesi Anne (Nicole Garcia) e Simon Meyer (Robert Hossein), che suonano nelle orchestre dei cabaret di Parigi; il giovane pianista tedesco Karl Kremer (Daniel Olbrychski), apprezzato anche da Hitler, e sua moglie Magda (Macha Méril); il compositore americano di canzonette Jack Glenn (James Caan), leader di un'orchestrina jazz, e sua moglie Suzanne (Geraldine Chaplin). Lo scoppio del conflitto mescola le carte: Boris muore al fronte, lasciando sola Tatiana con il figlio Sergei; Anne e Simon vengono deportati (e sono costretti ad abbandonare il loro neonato, che Anne cercherà poi di rintracciare per tutta la vita); Karl viene inviato con le truppe di occupazione a Parigi, dove avrà una fugace relazione con la chanteuse Évelyne (Évelyne Bouix), dalla quale a sua insaputa nasce Édith; Jack suona con la sua banda in Europa ed è presente a Parigi il giorno della liberazione, mentre in patria lo attendono la moglie e i figli Jason e Sarah. Negli anni successivi, mentre Karl diventa un celebrato direttore d'orchestra (ma i legami con il nazismo continueranno a gettare un'ombra su di lui), l'attenzione si sposta sulla generazione successiva: Robert (sempre Hossein), il figlio di Anne, nel frattempo adottato da un parroco, combatterà la guerra in Algeria, diventerà un avvocato e avrà un figlio, Patrick (Manuel Gélin), che eredita la passione per la musica dalla nonna; Sarah (sempre la Chaplin) avrà successo come cantante pop, assistita dal fratello manager Jason (sempre Caan); Sergei (sempre Donn), celebre ballerino, fuggirà dall'Unione Sovietica per stabilirsi in occidente; Édith (sempre la Bouix), dopo alterne fortune, diventa un'annunciatrice televisiva e contribuirà a organizzare il concerto che vedrà riuniti tutti i personaggi.

Il succedersi delle generazioni ne mette in mostra gli elementi in comune (la musica in primo luogo, autentico filo conduttore del destino dei personaggi) ma anche le differenze: nonostante le difficoltà, i drammi e gli orrori della guerra, le coppie originali mantengono quella visione e quell'ottimismo che le spingono a non arrendersi mai e a cercare di sopravvivere a ogni costo, a portare aventi i propri sogni e poi quelli dei propri figli. La generazione intermedia, invece, sembra molto meno felice: si succedono malattie (Sarah), divorzi (Robert), tentati suicidi (Jason, uno degli amici di Robert). I più giovani, infine, rappresentati da Patrick, sono una pagina ancora bianca, il cui destino è tutto da scrivere. Ma è bello come, nel concerto finale, a contribuire al risultato comune ci siano rappresentanti di tutte e tre le generazioni (Karl dirige l'orchestra, Sergei danza il "Bolero", Sarah e Patrick cantano). Se la sceneggiatura (dello stesso Lelouch) cerca di dare il sufficiente spazio sotto i riflettori a tutti i personaggi (compresi quelli minori o di contorno: si pensi a Évelyne, o agli amici di Robert, compagni d'arme in Algeria), la regia è ariosa, fra movimenti circolari che seguono gli attori con il grandangolo (per esempio quando salgono o scendono le scale), lunghi piani sequenza (memorabile quello alla stazione di Parigi, alla fine della guerra, che mostra il ritorno di Anne dal campo di concentramento e, contemporaneamente, la partenza di Karl per la Germania). Bello anche, nel finale, il momento dell'incontro fra Robert (cresciuto ignaro dell'identità dei propri genitori) e sua madre Anne nell'istituto psichiatrico, accompagnato dalle prime note di quel "Bolero" che proseguirà poi sulle immagini del ballo di Sergei. La ricca colonna sonora (che naturalmente comprende molti brani di vari generi: dalla musica classica a quella leggera) è opera, fra gli altri, di Michel Legrand. I personaggi sono immaginari, ma non è difficile riconoscere le ispirazioni a celebri musicisti o figure iconiche del ventesimo secolo (Karajan, Nureyev, Edith Piaf, Glenn Miller, ecc.). Nel cast, in ruoli minori, anche Jean-Claude Brialy, Fanny Ardant, Jacques Villeret, Richard Bohringer, Alexandra Stewart, Jean-Claude Bouttier, Francis Huster e persino, non accreditata, una giovanissima Sharon Stone. I titoli di testa sono parlati. Il film vinse il Grand Prix tecnico al Festival di Cannes.

26 agosto 2016

Five dedicated to Ozu (A. Kiarostami, 2003)

Five, aka Five dedicated to Ozu
(5 Long Takes dedicated to Yasujiro Ozu)
di Abbas Kiarostami – Iran/Fra/Gia 2003
**1/2

Visto in divx.

Come da titolo, il film è composto da cinque sequenze, girate nel novembre del 2003 sulla costa del Mar Caspio (tranne la seconda, che pare sia stata ripresa in Spagna) con inquadratura fissa (solo nella prima la macchina da presa si muove leggermente) e di durata variabile (da una decina di minuti a quasi mezz'ora). Le onde del mare trascinano un tronchetto sul bagnasciuga. Dei passanti camminano sulla banchina lungo il mare. Un gruppo di cani è seduto sulla spiaggia. Papere in processione corrono avanti e indietro. Infine, di notte, uno specchio d'acqua riflette la luna che entra ed esce dalle nuvole, prima di un temporale e dell'arrivo dell'alba. Senza dialoghi né trama, un documentario di pura contemplazione della natura, con l'acqua del mare come tema conduttore. Quasi un esercizio alla Warhol o un esperimento da installazione videoartistica per un museo, anche se Kiarostami – anche nelle sue pellicole di finzione – ci ha abituato al modo acuto e preciso con cui ritrae l'ambiente che circonda i suoi personaggi. Qui, semplicemente, c'è solo l'ambiente e i personaggi mancano: o forse lo siamo noi, gli spettatori. Oltre alle immagini, grande importanza hanno i suoni: lo sciabordio delle onde, i versi degli animali, il rumore della pioggia. Fra una sequenza e l'altra, mentre lo schermo sfuma in nero (o in bianco), si odono brevi brani musicali. Curiosa la dedica a Ozu (il regista giapponese, anche se girava sempre con la camera fissa, non ha mai realizzato cose del genere). In ogni caso, un esempio originale, ipnotico e affascinante di cinema non narrativo: decisamente un'esperienza da ricordare per chi riesce a seguirla fino in fondo.

24 agosto 2016

La madre (Vsevolod Pudovkin, 1926)

La madre (Mat)
di Vsevolod Pudovkin – URSS 1926
con Vera Baranovskaya, Nikolai Batalov
***

Visto su YouTube, con cartelli sottotitolati in inglese.

Quando il figlio Pavel, che lavora come operaio, viene arrestato per aver partecipato a uno sciopero (nel corso del quale il marito, al soldo dei padroni della fabbrica, rimane ucciso negli scontri con i rivoltosi), pur di salvargli la vita la madre lo consegna alle autorità. Questo non risparmia a Pavel un processo farsa che lo condanna ai lavori forzati. Pentitasi di averlo tradito, la donna si unirà ai rivoluzionari in marcia il Primo Maggio verso la prigione per liberare il figlio e gli altri operai incarcerati, sfidando anche i colpi dell'esercito dello zar. Dal romanzo di Maksim Gorkij ambientato durante la rivoluzione russa del 1905, il primo capolavoro muto di Pudovkin, capitolo iniziale di una trilogia sul tema dello sviluppo di coscienza sociale da parte del popolo (i film successivi saranno "La fine di San Pietroburgo" e "Tempeste sull'Asia"). Pudovkin era allievo di Lev Kuleshov, teorico che vedeva nel montaggio l'elemento fondamentale del linguaggio cinematografico, in contrapposizione a coloro (come Dziga Vertov) che invece ritenevano che il cinema dovesse mantenere una visione naturale e documentaristica, senza manipolare le immagini o il flusso della narrazione. Qui la scelta e l'abbinamento delle inquadrature, l'espressività degli attori, le suggestioni e le metafore (si pensi alla marcia dei rivoltosi, alternata con immagini della banchina ghiacciata che si scioglie o va in frantumi, simbolo della "primavera" che avanza) concorrono nel portare avanti una comunicazione diretta con lo spettatore. Memorabile, in generale, tutto il finale, con la cavalcata dei soldati dello zar che travolge la folla e la bandiera rossa che, agli occhi della madre, sventola in cima al palazzo. Si trattava soltanto del secondo film di Pudovkin, ma tecnicamente è già ad altissimi livelli. Restaurato dalla Mosfilm nel 1968, con l'aggiunta di una colonna sonora di Tikhon Khrennikov.

22 agosto 2016

Una calibro 20 per lo specialista (M. Cimino, 1974)

Una calibro 20 per lo specialista (Thunderbolt and Lightfoot)
di Michael Cimino – USA 1974
con Clint Eastwood, Jeff Bridges
**1/2

Visto in divx.

Un giovane vagabondo che si fa chiamare Caribù (Bridges), forse in omaggio agli indiani d'America, fa la conoscenza occasionale dell'Artigliere (Eastwood), rapinatore di banche e veterano della guerra di Corea, in fuga dai suoi complici che lo sospettano di aver sottratto il bottino di un precedente colpo. I due diventano presto amici, e decidono di provare un nuovo "lavoro" insieme, con l'aiuto dei due uomini che davano la caccia all'Artigliere (George Kennedy e Geoffrey Lewis) e che si sono finalmente convinti della sua innocenza. Ma la rapina a una banca del Montana (l'intero film è girato nello stato nord-occidentale degli Usa, fra canyon, natura e spazi sterminati) non andrà come previsto... Al suo primo film, anche sceneggiatore, Michael Cimino mette in scena molti degli elementi che gli staranno a cuore fino alla fine: l'America rurale e dei grandi spazi incontaminati, il desiderio di libertà, l'amicizia maschile e il conflitto. Nella prima metà, la pellicola si poggia sul rapporto fra i due protagonisti, assai diversi fra loro (Bridges è giovane, esuberante e dongiovanni, agisce senza riflettere ed è aperto a ogni nuova esperienza, mentre Eastwood è più anziano, cauto e riservato), all'insegna dell'irriverenza e dell'anarchia (si pensi a incontri comico-surreali come il cacciatore pazzo che dà loro un passaggio), mentre la seconda mostra la preparazione e lo svolgimento della rapina in banca (anche qui non mancano tocchi ironici, come i lavoretti che i quattro uomini accettano per finanziarsi la rapina – da gelatai a operai – e la scena in cui Caribù si veste da donna per "distrarre" un addetto alla sorveglianza). Fra il buddy movie e l'on the road, una pellicola un po' incerta e sconclusionata ma non priva di un suo fascino, dove il carisma degli attori e gli scenari dell'America più profonda si combinano con efficacia. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerla lo stesso Eastwood, ma l'attore fu colpito dall'entusiasmo del giovane Cimino, fino ad allora soltanto sceneggiatore, gli affidò la macchina da presa. Grande successo di pubblico (il secondo più grande nella carriera del regista, dopo "Il cacciatore") e nomination all'Oscar per Bridges. Cimino ha dichiarato di essersi ispirato a un film degli anni '50, "Il ribelle d'Irlanda" (in originale, "Captain Lightfoot") con Rock Hudson. Il titolo italiano, completamente fuori registro (quello originale sarebbe stato da tradurre in "L'Artigliere e Caribù", dai soprannomi dei due personaggi), fa pensare a un poliziesco e probabilmente venne scelto per richiamare i fan di Eastwood (solo l'anno prima era uscito "Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan", co-sceneggiato fra l'altro dallo stesso Cimino). Temi e panorami simili si rivedranno nell'ultimo film del regista americano, "Verso il sole".

21 agosto 2016

Per favore, non mordermi sul collo! (R. Polanski, 1967)

Per favore, non mordermi sul collo!
(The Fearless Vampire Killers)
di Roman Polanski – GB/USA 1967
con Roman Polanski, Jack MacGowran
**

Rivisto in DVD.

Il professore Abronsius (MacGowran) e il suo assistente Alfred (lo stesso Polanski, non accreditato) giungono in Transilvania a caccia di vampiri. Sara (Sharon Tate), la figlia del proprietario della locanda dove i due alloggiano, viene rapita durante la notte dal Conte von Krolock (Ferdy Mayne). Per salvarla, Abronsius e Alfred si introducono nel castello del Conte, scoprendo che si tratta di un vampiro: ma riusciranno a sfuggire alla sua sete di sangue? Al suo primo film ad alto budget, Polanski scrive (con Gérard Brach), dirige e interpreta una parodia del filone horror dei vampiri, prendendo spunto sorpattutto dai tanti cliché delle pellicole inglesi della Hammer. Peccato che proprio le gag non siano particolarmente divertenti: in generale non ho mai amato i film di genere o comico-avventurosi del regista polacco (credo che questo e "Pirati" siano i suoi due lavori peggiori). Fra le cose migliori, sicuramente la fotografia (di Douglas Slocombe) e in generale la confezione (i costumi, le scenografie). Girato, non senza difficoltà produttive, a Ortisei e nelle Dolomiti. Per molti versi sembra un fumetto alla "Alan Ford", con personaggi pasticcioni, pavidi, straccioni e pezzenti (il professore, l'assistente, il locandiere che viene vampirizzato a sua volta, il figlio gay del Conte) e un umorismo di grana grossa, amplificato dalle scelte del distributore americano che aggiunse un'introduzione animata e fece ridoppiare alcuni personaggi con una voce più goffa e da cartoon (il professor Abronsius su tutti). Il titolo di lavorazione (mantenuto nel musical che dal film fu tratto) era "Dance of the Vampires". Sharon Tate, che indossa una parrucca rossa, sostituì all'ultimo momento la prima scelta Jill St. John e divenne poco dopo la moglie di Polanski.

19 agosto 2016

Erbe fluttuanti (Yasujiro Ozu, 1959)

Erbe fluttuanti (Ukigusa)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1959
con Ganjiro Nakamura, Machiko Kyo
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Una compagnia itinerante di attori teatrali giunge in un villaggio sulla costa meridionale del Giappone. Qui, all'insaputa di tutti, il capo della compagnia Komajuro (Ganjiro Nakamura) ha un'ex amante (Haruko Sugimura) e soprattutto un figlio che non vede da dodici anni, Kiyoshi (Hiroshi Kawaguchi). Quando lo viene a sapere, l'attrice Sumiko (Machiko Kyo), attuale compagna di Komajuro, istiga gelosamente la collega più giovane Kayo (Ayako Wakao) a sedurre il ragazzo. Kayo e Kiyoshi finiranno con l'innamorarsi davvero, suscitando l'ira di Komajuro che non vuole che il figlio si mescoli con la gente di teatro. Al secondo film girato nel 1959 (era dal 1936 che non sfornava due pellicole nello stesso anno), Ozu realizza un fedele remake di un suo lavoro precedente, "Storie di erbe fluttuanti" (1934), questa volta sonoro e a colori, mantenendo identica la trama ma spostandone l'ambientazione da una località di montagna a una di mare ed enfatizzando il tema del contrasto fra le generazioni che evidentemente gli stava particolarmente a cuore negli anni del dopoguerra (nelle frasi di Komajuro sul "pubblico che non apprezza più i bei spettacoli di un tempo" potrebbe nascondersi la frustrazione dello stesso Ozu nel vedere bollato il proprio stile come vecchio e datato: persino Kiyoshi accusa il padre di essere troppo legato al passato e di portare in scena personaggi non realistici o al passo con i tempi). Proprio Komajuro, parlando con la madre del ragazzo, è costretto ad ammettere che "niente resta costante sotto il sole, tutto cambia: è così che va il mondo". In generale, la dimensione nostalgica è enfatizzata non solo dallo stile del regista (e dalla natura di remake del film) ma anche dai rapporti fra i personaggi. Già il concetto di una compagnia itinerante di kabuki pare del tutto anacronistico negli anni dopo la guerra, e infatti la tournée va progressivamente peggio, gli spettatori languono, l'impresario teatrale (Chishu Ryu) non si fa più vedere e il denaro comincia a scarseggiare, fino all'inevitabile scioglimento della compagnia.

Ecco dunque che il tema della vita nomade degli attori (suggerito dal titolo della pellicola e già centrale nel film del 1934), destinati a farsi trascinare dalla corrente senza mettere mai radici da nessuna parte, sfuma in quello legato al passare del tempo e alla nostalgia. Il senso di precarietà è evidente persino nelle sequenze comiche con l'attore Kinnosuke (Hiroshi Mitsui) e i suoi due colleghi che cercano inutilmente di conquistare le ragazze locali (diverente, in particolare, la scenetta di Kinnosuke alle prede con la figlia e... la moglie del barbiere). La frase di Komajuro rivolta agli attori che stanno meditando sul da farsi, "Coloro che possono lasciare il teatro lo facciano", rivela che gli uomini di spettacolo sono i primi a non valutare più di tanto la propria professione. Un concetto rafforzato da Kayo, che non si sente degna di Kiyoshi, e ancora da Komajuro nella lite con Sumiko (alla quale grida "Mio figlio è diverso da te, appartiene a una razza superiore"). Anziché dalla Shochiku, sua abituale casa di produzione, Ozu girò il film con la Daiei, lo studio dell'amico e collega Kenji Mizoguchi (morto tre anni prima, e al quale aveva promesso di lavorare insieme). Questo spiega l'assenza di alcuni dei suoi collaboratori abituali (a partire dall'operatore e direttore della fotografia Yuharu Atsuta, sostituito da Kazuo Miyagawa). Stilisticamente prosgue l'utilizzo consapevole del colore da parte del regista, forse mai in maniera così astratta. Predominano il bianco, il nero e il rosso: i primi due negli abiti e nei kimono di tutti i personaggi, il terzo per appuntare singoli oggetti all'attenzione dello spettatore (come l'ombrello rosso di Sumiko nella scenata di gelosia sotto la pioggia). L'inquadratura di apertura della pellicola è indicativa, mettendo in contrapposizione il faro bianco all'ingresso del porto e una bottiglia nera appoggiata sul molo. Lo stesso faro torna poi in numerose inquadrature da punti di vista differenti, come un oggetto che calamita lo sguardo dello spettatore. Da sottolineare infine l'insolita intensità di alcune scene (la resa dei conti finale fra Komajuro, Kiyoshi e Kayo, dove volano schiaffi e insulti; ma anche la sensualità esplicita negli incontri fra Kiyoshi e Kayo).

17 agosto 2016

The village (M. Night Shyamalan, 2004)

The village (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2004
con Bryce Dallas Howard, Joaquin Phoenix
**1/2

Rivisto in TV, con Daniela.

Pennsylvania, fine Ottocento: per sfuggire ai mali e alle violenze del mondo, una comunità religiosa si è ritirata a vivere in un villaggio isolato all'interno di una radura, circondata da una foresta che si dice abitata da misteriose e malvagie creature soprannaturali. Ma l'illusione che il male possa venire solo dall'esterno si rivela fallace: quando Lucius (Joaquin Phoenix), il ragazzo che ama, viene ferito gravemente dal folle e geloso Noah (Adrien Brody), la coraggiosa Ivy (Bryce Dallas Howard) chiede al padre Edward (William Hurt) e agli altri anziani del villaggio il permesso di attraversare la foresta per raggiungere la città, alla quale tutti avevano giurato di non fare mai più ritorno, per procurarsi le medicine necessarie a salvarlo. Dopo "Il sesto senso" e "Unbreakable", Shyamalan (come sempre anche sceneggiatore e produttore) sforna un altro film con il finale a sorpresa, questa volta sotto forma di fiaba gotica. Visto che il pubblico sapeva ormai cosa aspettarsi dal regista indo-americano, questi lo spiazza lasciando intendere per lunghi tratti che il colpo di scena sia legato alla natura delle misteriose creature, prima di ribaltare nel finale il background stesso della storia. Forse il twist ending è meno efficace rispetto ai film precedenti, e anche le premesse non sono del tutto plausibili, ma il significato del film (una riflessione sulla paura e sull'isolazionismo: non a caso la pellicola è stata realizzata negli anni successivi agli attentati dell'11 settembre) va oltre il semplice fattore sorpresa. Il ricco cast (ci sono anche Sigourney Weaver, Brendan Gleeson, Michael Pitt e Jesse Eisenberg) e la buona sceneggiatura (che gioca con le menzogne e i segreti, seminando indizi apparentemente innocui che invece assumono rilevanza solo più tardi) sono serviti da una regia d'atmosfera che mantiene la suspense grazie anche alla colonna sonora di James Newton Howard e a una fotografia interessante per l'uso "narrativo" dei colori: il rosso, il colore del male, è quello associato alle creature (e come tale è bandito dal villaggio), mentre il giallo le tiene lontane (ed ecco che Ivy, quando si avventura nel bosco, indossa una mantella di questa tinta, diventando un vero e proprio "Cappuccetto giallo"). Come in ogni fiaba che si rispetti, inoltre, l'eroina deve avere un handicap: in questo caso è la cecità, che da un lato le impedisce di vedere i pericoli e come stanno realmente le cose, ma dall'altro le permette di leggere in maniera diretta l'anima delle persone, riconoscendone le qualità e i sentimenti.

16 agosto 2016

Salomè (Pedro Almodóvar, 1978)

Salomè (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1978
con Isabel Mestres, Fernando Hilbeck, Agustín Almodóvar
**1/2

Visto su YouTube, in lingua originale.

I primi passi del giovane Almodóvar nel mondo del cinema consistono in una serie di cortometraggi amatoriali in Super 8, che il regista stesso proiettava nei locali notturni e nei circuiti della movida di Madrid e Barcellona, con una colonna sonora improvvisata a base di audiocassette e musica dal vivo. A questi seguirono un lungometraggio mai distribuito ("Folle... folle... fólleme, Tim!") e infine questo corto di ispirazione biblica, il suo primo lavoro in pellicola da 16 millimetri, prima di debuttare nelle sale cinematografiche vere e proprie nel 1980 con "Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio". Il corto mescola in maniera provocatoria due distinti episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Arrampicandosi fra colline brulle e spoglie, Abramo (interpretato da Agustín Almodóvar, il padre di Pedro) e suo figlio Isacco si imbattono in Salomè, che si presenta come "una danzatrice del palazzo reale". Affascinato dalla ragazza, Abramo le chiede di ballare per lui, promettendole in cambio qualsiasi cosa ella vorrà. Dopo aver eseguito la danza dei sette veli (accompagnata da una musica da corrida), Salomè gli ordina di sacrificare il figlio. Mentre sta per adempiere al proprio giuramento, Abramo è interrotto dalla voce di Dio, proveniente da un falò: aveva soltanto voluto mettere alla prova la sua fede. Salomè non era che una delle molte forme in cui la divinità può presentarsi, e ammirarne la bellezza significa dunque adorare il Signore. Un messaggio chiaro per ribadire come il sesso faccia parte integrante della vita e della natura, concetto reso ancor più evidente da una messa in scena scarna ed essenziale, che suggerisce una dimensione mitologica e ancestrale.

14 agosto 2016

Insomnia (Christopher Nolan, 2002)

Insomnia (id.)
di Christopher Nolan – USA 2002
con Al Pacino, Robin Williams
**

Rivisto in divx.

Due poliziotti di Los Angeles vengono inviati in uno sperduto villaggio dell'Alaska per indagare sull'omicidio di una ragazza. Uno dei due è Will Dormer (Al Pacino), autentica celebrità del mondo investigativo, ammirato come un eroe dalla giovane detective locale Ellie Burr (Hilary Swank), che ha addirittura scritto la sua tesi su di lui. Dormer sta però attraversando un brutto momento: sotto pressione perché inquisito dagli affari interni che lo sospettano di aver manomesso le prove in alcune indagini, teme che il collega Hap Eckhart (Martin Donovan) possa deporre contro di lui. Nel corso di un appostamento per catturare l'assassino della ragazza, Dormer uccide senza volerlo proprio Eckhart, e in preda ai sensi di colpa simula che il proiettile sia stato sparato dall'uomo cui stanno dando la caccia. Ma questi, lo scrittore Walter Finch (Robin Williams), ha visto tutto e ne approfitta per ricattare il detective, chiedendo il suo aiuto per essere scagionato e far ricadere le accuse su qualcun altro... Remake di un omonimo film norvegese del 1997, il terzo lungometraggio di Nolan è anche l'unico per il quale il regista non figura come scrittore (anche se pare abbia comunque contribuito alla versione finale della sceneggiatura). Più che sulla trama poliziesca, con forti venature noir, la pellicola si concentra nella progressiva discesa del protagonista in un inferno personale, fra rabbia repressa, sensi di colpa e dubbi morali, il tutto accompagnato da uno stato di salute (mentale e fisica) messo a dura prova dall'incapacità di dormire, non essendo abituato al fatto che a latitudini elevate il sole non tramonta quasi mai, e dunque il cielo è luminoso anche di notte. Dormer si ritrova così a lottare non solo con la tentazione e la corruzione, ma anche contro le proprie allucinazioni e i propri fantasmi. Più lineare degli altri lavori di Nolan, il thriller è caratterizzato da un andamento lento, da musica d'atmosfera e dai paesaggi freddi e spettrali di un Artico inospitale, anche se l'originale componente dostoevskiana del prototipo norvegese risulta attenuata da uno script un po' macchinoso e dall'ingombrante presenza delle star hollywoodiane. Al fianco di un ottimo Pacino che mostra nel volto la progressiva stanchezza fisica e morale, non convince fino in fondo Robin Williams nell'insolito ruolo del cattivo.