20 agosto 2014

Crepuscolo di Tokyo (Yasujiro Ozu, 1957)

Crepuscolo di Tokyo (Tokyo boshoku)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1957
con Chishu Ryu, Setsuko Hara, Ineko Arima
***

Rivisto in DVD, alla Fogona, in originale con sottotitoli.

L'anziano banchiere Shukichi (Chishu Ryu) vive con le due figlie Takako (Setsuko Hara) e Akiko (Ineko Arima). La prima, sposata e con una bambina, ha lasciato il marito per tornare nella casa del padre; la seconda, all'insaputa di tutti, è stata messa incinta da uno studente scapestrato che ora la evita. Le due ragazze scoprono che la madre (Isuzu Yamada), che aveva abbandonato la famiglia quando loro erano ancora piccole, è tornata in città e gestisce una sala da mahjong in periferia. Dopo aver abortito senza dirlo a nessuno, l'angosciata Akiko viene investita da un treno e muore. Takako, dopo aver accusato la madre di essere la responsabile della tragedia, decide allora di tornare dal marito affinché sua figlia possa crescere con l'amore di entrambi i genitori. Ambientato durante un inverno freddo e rigido, l'ultimo film in bianco e nero di Ozu mette in scena la dissoluzione della famiglia nella maniera più drammatica possibile: non più a causa di dinamiche inevitabili come l'invecchiamento o il cambiamento dovuto allo scorrere del tempo (si pensi a "Viaggio a Tokyo" o "Tarda primavera", tanto per citare due dei tanti lungometraggi precedenti), ma attraverso tragedie, incomprensioni e colpe ben precise. Insieme al precedente "Inizio d'estate" (guarda caso le due pellicole più lunghe di tutta la filmografia del regista) forma un dittico con cui Ozu e lo sceneggiatore Kogo Noda cercarono in qualche modo di adeguarsi, anche su insistenza dei produttori, alle novità portate – in termini di temi trattati e caratterizzazioni dei personaggi – dalle nuove generazioni di cineasti giapponesi, prodromo di quella nuberu bagu (nouvelle vague) che sarebbe sfociata nei lavori di Oshima, Imamura e compagni. Ed ecco che si affrontano temi "forti" come l'aborto, l'abbandono, il tradimento, la separazione, e si allude anche alla prostituzione, anche attraverso la cronaca (vedi il personaggio che legge il giornale, commentando la notizia sull'abolizione di una legge in materia) sia pure mantenendosi nella cornice dello shomingeki (il cinema sulla "classe media") e dello stile sobrio e controllato cui Ozu ci ha sempre abituato. Dopo questo esperimento, tuttavia, il regista e il suo fido sceneggiatore torneranno sui binari a loro consoni, anche col rischio di veder bollati i film successivi come antiquati e fuori dal tempo.

In generale la pellicola mette in scena nella maniera più diretta la frattura fra generazioni: pur amandosi, fra il padre e le due figlie c'è assoluta incomunicabilità, incomprensione, persino mancanza di fiducia reciproca, il che sfocia in sensi di colpa, rancore e rimpianti. Il primo (così come la zia) è ancora legato a ideali vecchi e superati quali l'usanza delle nozze combinate (che hanno prodotto il matrimonio infelice di Takako), e non si rende conto delle condizioni in cui si trova Akiko. Le due figlie, d'altro canto, non si confidano con lui: Takako non gli parla apertamente dei problemi che ha con il marito, mentre Akiko preferisce chiedere un prestito a parenti e conoscenti pur di non rivelargli che è incinta, ed entrambe gli tengono nascosto il ritorno della madre in città (anche se nel finale Shukichi mostra di esserne al corrente, quando invita Takako ad andare a salutarla alla stazione). Il mondo dei giovani, soprattutto quello di Akiko e dei suoi compagni, è sregolato e incerto, e corre su binari quasi paralleli a quelli vecchi e ordinati dei genitori: tema consueto per Ozu, certo, ma che mai come in questo caso può essere letto come un'allusione ai cambiamenti in atto non soltanto nella società giapponese ma anche nel mondo del cinema, dove i registi più giovani esprimevano apertamente il proprio dissenso verso la realtà contemporanea. In effetti, a livello di umanità c'è poco da salvare: i giovani trascorrono le giornate in locali equivoci o squallide sale da gioco, all'insegna dell'incertezza per il futuro, mentre i rapporti sessuali sono sì liberi ma anche freddi e irresponsabili. Altrettanta irresponsabilità è però veicolata dalla generazione precedente, talmente impegnata dal proprio lavoro da trascurare del tutto i figli e i loro problemi. E se nel finale Takako sceglie di tornare dal marito, non è certo per amore ma solo per il bene superiore della sua bambina (anche se l'amore che riceverà da entrambi i genitori sarà probabilmente solo apparente). Stilisticamente, il film è interessante per il montaggio: fenomenali alcune transizioni, come quella che mostra – subito dopo la scena di Akiko che va ad abortire in clinica – la piccola figlia di Takako, anticipando la sequenza successiva in cui la ragazza, guardando la bambina, avrà finalmente piena consapevolezza di quello che ha fatto; oppure, nel finale, il soffermarsi sui volti di Kenji (nella scena in cui Akiko viene investita dal treno) o della madre (dopo che Takako le ha comunicato della morte di Akiko), seguiti da inquadrature sugli ambienti circostanti che, seppur vuoti, danno l'impressione di essere pieni delle emozioni dei personaggi. Pregio di un cineasta che, come sempre, racconta molto più di quello che mostra.

18 agosto 2014

Riflessi in un occhio d'oro (J. Huston, 1967)

Riflessi in un occhio d'oro (Reflections in a Golden Eye)
di John Huston – USA 1967
con Marlon Brando, Elizabeth Taylor
**

Visto in divx, alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

In un campo militare in Georgia, il maggiore Weldon Penderton (Brando) sospetta che la moglie Lenora (Taylor), appassionata cavallerizza, abbia una relazione con l'addetto al maneggio, il soldato Williams (Robert Forster, al suo debutto). In realtà l'amante della donna è un altro ufficiale, il colonnello Langdon (Brian Keith), la cui moglie Alison (Julie Harris) – nevrotica dopo la recente perdita di un figlio – è affidata alle cure del cameriere filippino effemminato Anacleto (Zorro David). Tratto da un romanzo di Carson McCullers, un film ambiguo e patinato, che più che dell'omosessualità repressa (come erroneamente affermano molte critiche) è una metafora – finanche troppo esplicita – dell'impotenza: esemplare la scena in cui il personaggio interpretato da Brando, incapace di cavalcare lo stallone Firebird, dopo essere stato gettato a terra dall'animale si sfoga su di lui frustandolo a sangue, per poi subire una sorte simile – essere colpito con il frustino – dalla moglie nel corso di una festa. Di contro, Williams (che cavalca nudo nella foresta, è maggiormente in sintonia con gli animali che con gli uomini, si introduce nottetempo nella camera di Lenora per guardarla dormire) rappresenta gli istinti animaleschi, il richiamo della natura, la libertà sessuale: tutto ciò che a Weldon è ormai precluso, di cui è invidioso o da cui è attratto. Altri riferimenti all'impotenza sono nelle figure di Anacleto, cui Langdon affida la moglie come alle cure di un eunuco, e del capitano Weincheck, costretto a un congedo precoce perché giudicato inadatto a esercitare l'autorità del comando. Peccato che il film, al di là della lettura psicologica, risulti piuttosto noioso e privo di ritmo e si faccia ricordare più per le caratteristiche tecniche (in una prima versione, la fotografia era stata iper-filtrata per rendere tutte le immagini di un color oro diffuso) che non per i contenuti. In quegli anni (fine '60 e inizio '70) il cinema hollywoodiano cercava una nuova strada dopo il crollo del sistema degli studios, rivolgendosi al cinema d'autore europeo, di cui provava a recuperare la profondità e gli intenti autoriali, con il rischio di sfornare pellicole pretenziose come questa. Solo l'avvento dei "movie brats" (Scorsese, Coppola, Lucas, Spielberg, ecc.), di lì a poco, avrebbe restituito al cinema americano una propria identità e una direzione da seguire. Il ruolo di Brando era stato inizialmente affidato a Montgomery Clift, che però morì poco prima dell'inizio delle riprese. Il titolo del libro piacque tanto a Ian Fleming da ispirargli un'avventura di James Bord ("GoldenEye", appunto).

15 agosto 2014

La fuga (Delmer Daves, 1947)

La fuga (Dark passage)
di Delmer Daves – USA 1947
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***

Rivisto in divx, per ricordare Lauren Bacall.

Vincent Parry (Bogart) fugge dal carcere di San Quentin, dov'era rinchiuso per uxoricidio, intenzionato a dimostrare la propria innocenza. Con l'aiuto di Irene (Bacall), una misteriosa ragazza che sembra interessata al suo caso, si rifugia a San Francisco, dove un chirurgo plastico senza licenza (Houseley Stevenson) gli cambia i connotati. Ma anche in questo modo sarà difficile sfuggire alla polizia, che lo ritiene implicato anche in un secondo omicidio, e scoprire chi è invece il vero colpevole. Serrato noir ad alta tensione, tratto da un romanzo di David Goodis, con l'insolita particolarità di mostrare la prima mezz'ora quasi tutta in soggettiva (vediamo cioè quello che vede il protagonista, il cui volto non appare mai sullo schermo: una tecnica già usata l'anno prima da Robert Montgomery ne "Una donna nel lago"); segue un'altra mezz'ora in cui Bogart, in seguito all'operazione, ha la testa completamente fasciata e non parla mai; e soltanto nei quaranta minuti finali il divo – all'epoca il più pagato di Hollywood – si mostra finalmente in volto (quello prima della plastica compare soltanto sotto forma di una foto sul giornale). La trovata aumenta la tensione e la curiosità su una vicenda che, per il resto, è più incentrata sulla fuga disperata di Parry e sul rapporto con la misteriosa Irene che non sulla risoluzione del giallo, che giunge nel finale senza particolare sorprese. In ogni caso, il film vale la visione per le atmosfere ambigue quanto basta, il forte senso di accerchiamento e una certa malinconia di fondo. Apprezzabili piccoli spunti di commento sociale, come la scena alla stazione in cui un uomo e una donna discorrono della "solitudine di chi attende un autobus" (e proprio le loro parole spingono Parry a telefonare a Irene per chiederle di seguirlo nella fuga). A tratti Bogart sembra un po' a disagio (ma è il suo personaggio, non il solito "duro", a richiederlo), mentre la Bacall è elegante, ardita e luminosa quanto mai. L'energia e la chimica della coppia, per la terza volta insieme sullo schermo (dopo "Acque del sud" e "Il grande sonno"), è innegabile: e infatti gran parte della promozione pubblicitaria della pellicola ci giocò ampiamente. Nel cast anche Agnes Moorehead, Bruce Bennett e Clifton Young. Girato quasi tutto in esterni, con la fotografia di Sidney Hickox che esalta le strade, le colline, i ponti e i luoghi di San Francisco, rendendoli vivi e inquietanti.

13 agosto 2014

L'attimo fuggente (Peter Weir, 1989)

L'attimo fuggente (Dead Poets Society)
di Peter Weir – USA 1989
con Robin Williams, Robert Sean Leonard
****

Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Robin Williams (scomparso ieri).

Nel 1959, in un rigido college del Vermont dove i rampolli delle famiglie più agiate vengono preparati per l'Università all'insegna dei "quattro pilastri" (tradizione, onore, disciplina ed eccellenza) e sono destinati a seguire una strada già tracciata per loro dai genitori o dalla società, il nuovo professore di letteratura John Keating (Robin Williams) cerca invece di portare i suoi studenti a scoprire la propria via in maniera indipendente. Attraverso l'insegnamento della poesia (o meglio, dell'amore per la poesia), l'eccentrico docente – che si fa chiamare "O capitano, mio capitano", da un verso di Walt Whitman – li spinge a pensare con la propria testa, a guardare le cose da differenti punti di vista, e soprattutto a "cogliere l'attimo" ("carpe diem", per usare una citazione da una poesia di Orazio) in modo da non sprecare le proprie potenzialità, "rendere straordinaria la propria vita" e "non accorgersi, in punto di morte, di non avere vissuto" (Thoreau). Affascinati dal suo approccio libero e aperto, i ragazzi riportano in vita la "Società dei Poeti Estinti" (Dead Poets Society, da cui il titolo originale del film: ma quello italiano – sia pur completamente cambiato – per una volta è azzeccato e assai più evocativo), gruppo clandestino di letture notturne; e ciascuno a modo suo sfrutterà l'esperienza per migliorarsi. Non tutti saranno però in grado di seguire la strada fino in fondo; se ci sarà chi recupererà la propria autostima, saprà lottare per le proprie passioni o compiere gesti coraggiosi e ricompensanti, per alcuni affrancarsi dall'autorità paterna si rivelerà di contro impossibile, e ne conseguirà una tragedia. Capolavoro di Peter Weir (se così si può definire un film di un regista che di capolavori in realtà ne ha girati almeno tre o quattro), nonché uno dei film più ispirazionali e emozionanti di tutti i tempi, non solo sul tema dell'insegnamento (dovrebbe essere visto da tutti i professori, prima ancora che dai loro studenti!) ma in generale su quello dell'approccio alla vita. Un film che parla direttamente allo spettatore e che resta dentro a lungo, forse per sempre: la parola "indimenticabile", in casi come questi, non è un modo di dire. All'epoca stupì per l'interpretazione intensa di Robin Williams, fino ad allora bollato come semplice attore comico, che qui dà vita a un personaggio straordinario e carismatico, di quelli che si vorrebbe conoscere nella vita reale. Eppure il focus non è solo su di lui, ma anche sugli studenti, interpretati in maniera quanto mai efficace da un nutrito gruppo di giovani attori, molti al debutto, alcuni dei quali faranno carriera.

Robert Sean Leonard è Neil Perry, sensibile e diligente, che il padre (Kurtwood Smith) ha già indirizzato verso un avvenire come medico ma che preferirebbe seguire altre passioni, come quella per il teatro (reciterà il ruolo di Puck, da "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, in una recita scolastica). Ethan Hawke è Todd Anderson, timido e introverso (anche perché costretto a confrontarsi in continuazione con un fratello di successo), che grazie a Keating saprà uscire dal proprio guscio e, nel finale, sarà il primo a manifestargli apertamente il proprio ringraziamento. Abbiamo poi Knox Overstreet (Josh Charles), che diverrà abbastanza ardito da conquistare la ragazza che gli piace contro ogni avversità; e il "ribelle" Charlie Dalton, alias "Nuwanda" (Gale Hansen), quello più a suo agio nella lotta all'autorità e al conformismo, pur senza troppo pensare alle conseguenze; e ancora Steven Meeks (Allelon Ruggiero), Gerard Pitts (James Waterston), per finire con l'"inquadrato" Richard Cameron (Dylan Kussman), che preferirà tradire il gruppo e ritornare nel comodo e confortante alveo della disciplina piuttosto che cercare una strada non battuta. Il cast si completa con Norman Lloyd nei panni del severo direttore del college, professor Nolan. La regia di Weir è solida, precisa, attenta a cogliere ogni espressione e ogni emozione veicolata dagli attori, ma anche a integrare le loro vicende nel paesaggio autunnale-invernale del Vermont, fra boschi, laghi e radure che circondano il college (la scena iniziale di uno stormo di uccelli migratori che si solleva dal lago è praticamente una metafora degli studenti stessi). La fotografia di John Seale esalta le scorribande notturne dei boschi da parte dei ragazzi della Setta dei Poeti Estinti, i loro incontri nell'angusta grotta, l'atmosfera irreale e al tempo stesso concretissima palpabile della scena del suicidio e la corsa disperata di Todd sul lago ghiacciato. Ma non sono di meno le scene girate all'interno della scuola, alcune delle quali (Keating che incita i ragazzi a strappare dal libro di testo la pagina introduttiva, che pretenderebbe di misurare la "grandezza" di una poesia con un grafico, per esempio) sono diventate decisamente iconiche. Ad alto rischio di retorica il finale, con i ragazzi che salgono sui banchi per dimostrare la propria solidarietà al professore cacciato: eppure ci si commuove ogni volta (e poi, in fondo, non tutti gli studenti si alzano). La pellicola valse un Oscar per la migliore sceneggiatura a Tom Schulman (oltre a conquistarsi nomination per il film, per Weir e per Williams). La colonna sonora d'atmosfera di Maurice Jarre è integrata da brani di Haendel ("Musica sull'acqua"), Beethoven (l'Inno alla Gioia, l'Adagio dal quinto concerto per piano) e – fischiettato da Keating – il motivo dell'Ouverture 1812 di Ciaikovsky.

11 agosto 2014

Onora il padre e la madre (S. Lumet, 2007)

Onora il padre e la madre (Before the devil knows you're dead)
di Sidney Lumet – USA 2007
con Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke
***

Visto in TV, con Sabrina.

L'ultimo film di Lumet (girato quando il regista aveva 83 anni) è un noir post-moderno che dà parecchi punti alle pellicole simili cui viene solitamente paragonato (a partire da quelle dei fratelli Coen). Caratterizzata da una narrazione destrutturata (gli eventi non vengono mostrati in ordine cronologico ma attraverso balzi avanti e indietro nel tempo, con alcune scene che sono mostrate più volte da diversi punti di vista, inizialmente incomplete e solo in seguito integrate con il resto), la pellicola è al contempo un dramma a tinte forti su una famiglia disfunzionale e un thriller tesissimo su un'impresa criminale votata al fallimento a causa dell'improvvisazione e dell'inettitudine dei suoi stessi protagonisti, nella più pura tradizione dei grandi heist movie del passato. Proprio questa commistione lo rende un perfetto trait d'union fra i melodrammi familiari del cinema moderno e i classici noir degli anni cinquanta. Spinti da un impellente bisogno di denaro, i fratelli Andy (Seymour Hoffman) e Hank (Ethan Hawke) progettano di rapinare la piccola gioielleria gestita dai propri genitori: il primo, contabile in un'agenzia immobiliare, deve coprire gli "ammanchi" causati dalla sua dipendenza dalla droga; il secondo, divorziato e perennemente al verde, è alle prese con gli alimenti e le rate scolastiche della figlia. Ma la rapina, anziché andare liscia come previsto, finisce in tragedia: la madre muore e il padre giura vendetta. Il meccanismo narrativo a flashback e anticipazioni amplifica costantemente la tensione, mentre la regia dell'anziano maestro mantiene sempre il controllo sulla materia e scava in profondità nel psicologia e nella morale dei personaggi senza lasciarsi andare a sberleffi e sbracature (i Coen, e qui torniamo ai paragoni irriverenti, avrebbero sicuramente "mancato" il climax o annacquato la tragedia con tocchi di humour nero a sproposito). Al servizio della sceneggiatura dell'esordiente Kelly Masterson abbiamo poi un gruppo di attori di razza, che oltre ai due protagonisti comprende un intenso Albert Finney (il padre) e una sempre sensualissima Marisa Tomei (la moglie di Andy), protagonista di diverse scene hot, fra cui quella che apre il film. Il titolo originale (con cui quello italiano non ha nulla a che vedere) è la seconda parte di un antico detto irlandese: "May you be in heaven half an hour before the devil knows you're dead" ("Che tu possa arrivare in paradiso mezz'ora prima che il diavolo si accorga che sei morto").

10 agosto 2014

North Country - Storia di Josey (N. Caro, 2005)

North Country - Storia di Josey (North Country)
di Niki Caro – USA 2005
con Charlize Theron, Woody Harrelson
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In fuga da un marito violento e con due figli a carico, Josey è costretta a tornare nel paese di origine, in Minnesota, dove trova lavoro in una miniera. Ma si tratta di un ambiente tradizionalmente maschile, in cui le poche donne sono soggette a ostilità, intimidazioni, maltrattamenti, offese e abusi di ogni tipo da parte dei colleghi. Ispirato a una storia vera, il film ripercorre la vicenda della prima class action americana contro le molestie sessuali sul luogo di lavoro, un caso giudiziario che fece scalpore e portò alla nascita delle prime leggi in materia. Purtroppo la pellicola, che presenta una versione romanzata degli eventi, non è scevra dalla retorica (in questo caso femminista) e dall'eccesso di semplicità che caratterizzano spesso questo tipo di opere, ingessate dalle loro stesse ambizioni e in cui i buoni propositi di denuncia sociale hanno spesso il sopravvento sull'equilibrio narrativo e cinematografico. Buona la descrizione dell'ambiente, ovvero la provincia americana arretrata, becera e maschilista (di cui anche l'hockey fa parte integrante), mentre risultano francamente ridicole alcune scene del processo, con particolare imbarazzo per il momento in cui l'avvocato della protagonista (Woody Harrelson) provoca il caporione Bobby Sharp (Jeremy Renner) per spingerlo a raccontare la verità sull'abuso subito da Josey. Poco credibile anche il repentino cambiamento del padre, sin dall'inizio ostile alla figlia e che di punto in bianco ne prende invece le difese, prodromo per l'inevitabile lieto fine. La Theron, nominata all'Oscar, cerca in ogni modo di elevare il personaggio oltre i limiti di una sceneggiatura scolastica, mentre nel resto del cast fanno buona figura Frances McDormand, Michelle Monaghan e Sean Benn. Richard Jenkins e Sissy Spacek sono i genitori di Josey.

08 agosto 2014

Fuga per la vittoria (John Huston, 1981)

Fuga per la vittoria (Escape to victory, aka Victory)
di John Huston – USA 1981
con Sylvester Stallone, Michael Caine
**1/2

Rivisto in TV.

Nel 1941, nella Parigi occupata dai nazisti, viene organizzata una partita di calcio a scopi propagandistici fra una squadra di soldati tedeschi e una composta da prigionieri di guerra alleati, in gran parte ex giocatori. La resistenza francese progetta di far fuggire i prigionieri durante l'intervallo fra il primo e il secondo tempo, attraverso un tunnel che sfocia negli spogliatori, ma i giocatori preferiranno tornare in campo per cercare di vincere l'incontro. Liberamente ispirato a un fatto realmente accaduto (la cosiddetta "partita della morte", giocata a Kiev nel 1942 fra soldati della Luftwaffe e prigionieri ucraini) già raccontato sullo schermo nel 1962 da due lungometraggi ungheresi e russi, un film dai toni epici e ingenui ma coinvolgente e trascinante, raro caso di incursione del cinema americano sul tema del "soccer". Come spesso accade in questo tipo di pellicole, il cast è nutrito e internazionale: si va da Max von Sydow (il maggiore tedesco Von Steiner, che in passato aveva fatto parte della nazionale tedesca e che si dà da fare per organizzare la partita: sarà l'unico fra i nazisti ad applaudire le prodezze degli avversari) a Michael Caine (il capitano Colby, allenatore e giocatore – nonostante la pancia, improbabile tanto per un atleta quanto per un prigioniero di guerra – della squadra degli alleati), da Sylvester Stallone (il portiere e l'unico giocatore statunitense, con tanto di scarsa conoscenza delle regole del gioco e diffidenze iniziali per uno sport che non consente il placcaggio!) a tutta una serie di fuoriclasse internazionali che interpretano i vari giocatori sul campo (in particolare il brasiliano Pelè, la cui rovesciata per il 4-4 finale è uno dei momenti più memorabili della pellicola; ma anche l'inglese Bobby Moore, l'argentino Osvaldo Ardiles, il polacco Kazimierz Deyna, il belga Paul Van Himst, l'olandese Co Prins, il danese Søren Lindsted e molti altri: ben tre di questi – Pelè, Moore e Ardiles – erano stati campioni del mondo). Se la prima parte del film, con evidenti echi di pellicole belliche tipo "La grande fuga", è puramente introduttiva (ma non mancano spunti interessanti, come la riflessione sulla disparità di trattamento che i nazisti riservavano ai prigionieri dell'Europa dell'est rispetto agli anglosassoni e agli occidentali), la partita di calcio vera e propria, che occupa tutta la parte finale della pellicola, è girata da Huston con stile realistico e una discreta attenzione alle regole dell'epoca (che, per esempio, non contemplavano le sostituzioni: il che spiega come mai Pelé esca dal campo per poi rientrarvi a pochi minuti dallo scadere). Celebre il finale in cui Stallone (che per il ruolo venne allenato dal portiere inglese Gordon Banks) para il rigore decisivo tirato dal capitano della squadra tedesca Baumann (Werner Roth),scatenando l'entusiasmo e l'invasione del pubblico. La gara, che si immagina giocata al leggendario stadio Colombes di Parigi (lo stesso in cui si svolse il mondiale del 1938) ma le cui riprese sono state in realtà effettuate a Budapest, è da gustarsi con uno sguardo incantato e un po' infantile, animati da un tifo viscerale che porta a sostenere la squadra degli alleati, a soffrire o indignarsi per il gioco duro degli avversari o per l'arbitraggio di parte, e ad esultare per ogni gol segnato, con una progressione inarrestabile fino all'apoteosi finale. Anche per questo motivo, nonostante gli stereotipi nelle caratterizzazioni dei personaggi e le ingenuità della trama, il film può essere considerato uno dei più significativi mai realizzati sul calcio.

07 agosto 2014

Alex l'ariete (Damiano Damiani, 2000)

Alex l'ariete
di Damiano Damiani – Italia 2000
con Alberto Tomba, Michelle Hunziker
*

Visto in TV.

Il carabiniere Alex Corso (detto "l'ariete") è incaricato di scortare una ragazza implicata in un processo. Durante il tragitto, la salverà a più riprese da malintenzionati che la vogliono uccidere, e finirà col prenderne le parti per dimostrare la sua innocenza e incastrare i veri cattivi. Terminata la sua brillantissima carriera sugli sci, Alberto Tomba si lasciò convincere a intraprendere quella di attore... che però durò lo spazio di una sola pellicola, questa. E si capisce perché: "Alex l'ariete" è probabilmente il peggior film che abbia mai visto in vita mia. E non soltanto per colpa di Albertone (che pure ce la mette tutta: ma la sua recitazione è per forza di cose inespressiva, dilettantesca, costantemente a disagio. Che cosa si pretendeva, d'altronde? Fossimo stati negli anni settanta, forse il doppiaggio avrebbe potuto almeno rimediare alla parlata romagnola monocorde). Al suo fianco persino la Hunziker non sfigura, benché la sua bellezza sia di parecchi ordini di grandezza superiore alle qualità recitative. Ma questi difetti, che possono anche strappare un sorriso, sono ben poca cosa in confronto a quelli strutturali: un soggetto visto mille volte e privo di qualsiasi guizzo o appeal, una sceneggiatura che più piatta non si può e che inanella parecchie vette di ridicolo involontario, una carenza generale nel comparto tecnico (regia – che pure è di un veterano del cinema italiano come Damiani – svagata o assente, fotografia e montaggio sotto il livello di guardia), la cui sciatteria fa rimpiangere i ben più professionali poliziotteschi a basso budget di una volta. Il progetto era stato messo inizialmente in cantiere come fiction per la tv, e in effetti il livello è quello; in corso d'opera fu sciauguratamente trasformato in un film per le sale cinematografiche, ed è inutile dire che ne risultò un meritato flop. E pensare che Tomba era un carabiniere anche nella realtà... Fra i comprimari, vanno ricordati almeno Orso Maria Guerrini e Corinne Cléry. Per gli amanti del trash, ma forse nemmeno per loro.

05 agosto 2014

Boys don't cry (Kimberly Peirce, 1999)

Boys don't cry (id.)
di Kimberly Peirce – USA 1999
con Hilary Swank, Chloë Sevigny
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

Nato biologicamente come donna, il ventunenne Teena Brandon si percepisce come un maschio: e dunque va in giro per il Nebraska vestito e acconciato da uomo, con il nome di Brandon Teena. Dopo aver fatto conoscenza con un gruppo di ragazzi alquanto problematici e distruttivi, si innamora di Lana e progetta di fuggire con lei lontano da un'esistenza vuota e senza prospettive: ma quando il suo segreto verrà alla luce, scoppierà la tragedia. Ambientato nell'America più profonda, arretrata e intollerante, un film tratto da un fatto reale di cronaca che sfiora temi ad ampio spettro come l'identità, l'autodeterminazione e l'accettazione (di sé e degli altri). È anche una delle rare pellicole a denunciare le problematiche dei transgender in un ambiente ostile che, nel migliore dei casi, non li distingue dai gay o dalle lesbiche. L'approccio realistico nella narrazione culmina, nel finale, in una serie di scene di forte impatto emotivo che rappresentano un vero e proprio pugno nello stomaco, anche per merito della fotografia di Jim Denault (che coinvolge lo spettatore nel girovagare notturno di Brandon e compagni, catturandone al contempo la solitudine, l'isolamento e la disperata ricerca di libertà: non a caso un critico ha parlato di una versione transgender di "Gioventù bruciata"). Ma c'è anche un'eccellente recitazione e una regia solida che non si concede divagazioni o distrazioni. Primo film della regista Kimberly Peirce (la cui carriera successiva, almeno per ora, non ha prodotto granché), è valso alla Swank il premio Oscar come miglior attrice: se pensiamo che era stata protagonista del quarto capitolo di "Karate Kid" (la scena in cui Brandon, in auto con i suoi amici, si ferma davanti a una scuola di karate potrebbe essere una strizzatina d'occhio a quella pellicola) e che successivamente ha ripetuto l'exploit come pugile nel "Million Dollar Baby" di Clint Eastwood, risulta evidente la prevalenza di ruoli mascolini nella sua filmografia. Il titolo proviene da una canzone dei The Cure, una cover della quale è presente nella colonna sonora.

03 agosto 2014

Un posto al sole (George Stevens, 1951)

Un posto al sole (A place in the sun)
di George Stevens – USA 1951
con Montgomery Clift, Elizabeth Taylor, Shelley Winters
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Eva e Marisa.

Quando George Eastman (Clift), giovane di bassa estrazione che lavora nella fabbrica di un ricco zio, si innamora (ricambiato) della bella ereditiera Angela Vickers (Taylor), si rende conto di avere a portata di mano una formidabile scorciatoia verso la ricchezza e l'alta società. Pur di non perdere l'occasione, progetta di uccidere l'operaia Alice, che ha malauguratamente messo incinta e che pretende un matrimonio riparatore. Non ne avrà il coraggio, ma Alice morirà lo stesso cadendo accidentalmente nel lago durante una gita in barca. Accusato di omicidio, George ammetterà dentro di sé la propria colpevolezza e accetterà la condanna alla sedia elettrica. Da un romanzo di Theodore Dreiser, già portato sullo schermo nel 1931 da Josef von Sterberg ("Una tragedia americana"), una delle pellicole più celebrate e significative sul sogno americano e sulla corruzione che esso può recare con sé (Charles Chaplin, dopo averlo visto, lo definì "Il più grande film sull'America mai girato"). E questo nonostante la sceneggiatura privilegi, almeno a un livello superficiale, l'analisi psicologica a quella sociale, cercando di mostrare le ragioni di tutti. Montgomery Clift, con la sua recitazione interiore e sotto le righe (frutto del "metodo Stanislavskij"), fece scalpore e divenne – insieme a James Dean e Marlon Brando – uno degli attori simbolo della Hollywood degli anni cinquanta. Qui tratteggia alla perfezione un personaggio più "normale" che cattivo: un ragazzo semplice, sensibile, educato, che però cade vittima di una tentazione diabolica e irresistibile per liberarsi di un ostacolo che gli "tarperebbe le ali". La regia di Stevens sottolinea ogni passaggio della vicenda, e in particolare gli stati d'animo dei personaggi, attraverso la forza delle immagini più che quella delle parole: si pensi ai primi piani prolungati, in particolare quello sul volto di George quando comincia a concepire il suo piano, sottolineato soltanto dalla musica della colonna sonora. Interessanti anche le sovrimpressioni, anch'esse con lo scopo di illustrare sentimenti e motivazioni (a volte addirittura inconscie) dei personaggi, come nel caso in cui l'immagine della madre (con cui ha appena parlato al telefono) permane sulle scene della festa alla quale George sta partecipando. Proprio il background del protagonista non è di poco conto nell'economia della sua personalità: la famiglia metodista e ultrareligiosa, che lo ha portato con sé nelle sue missioni sin da quando era un bambino, ha creato una sorta di "tappo" che l'improvviso contatto con un mondo fatto di ricchezza, di lusso e di feste ha fatto saltare. Da notare che persino i ricchi parenti di George lo tengono a distanza, trattandolo con una certa snobberia, cosa che non gli impedisce di provare attrazione per quella vita. Il film vinse sei premi Oscar, fra cui quelli per la regia e la sceneggiatura. Curiosità: ben prima di diventare famoso come Perry Mason, Raymond Burr interpreta qui il procuratore distrettuale.

31 luglio 2014

Una pagina di follia (T. Kinugasa, 1926)

Una pagina di follia (Kurutta ippeiji)
di Teinosuke Kinugasa – Giappone 1926
con Masao Inoue, Eiko Minami
***

Visto su YouTube.

All'inizio degli anni '20 Teinosuke Kinugasa vide la sua carriera di onnagata (attore specializzato in ruoli femminili) messa in pericolo dall'avvento delle prime attrici donne nel cinema giapponese, di cui era inizialmente uno strenuo oppositore, e fu dunque costretto a riciclarsi come regista. Questo film, a lungo ritenuto perduto e di cui l'autore stesso ritrovò per caso una copia nel suo magazzino nel 1971, è forse il più celebre e significativo del suo periodo muto, un magnifico esempio di pellicola sperimentale e d'avanguardia, con evidenti influenze dell'impressionismo francese (come i lavori di Abel Gance e Marcel L'Herbier). Priva di cartelli e di intertitoli (la storia veniva raccontata agli spettatori dai benshi, narratori fisicamente presenti in sala, un'usanza tipica del cinema muto nipponico), la vicenda può essere inizialmente ostica da seguire; ma la potenza delle immagini, il montaggio rapidissimo e l'intervento di alcuni flashback chiarificatori consentono anche a uno spettatore odierno di immergervisi a 360 gradi, superando ogni ambiguità e anzi inglobandole nell'esperienza complessiva. Ambientato in un istituto psichiatrico per malati di mente, il film ci mostra un anziano inserviente che sembra avere particolarmente a cuore le sorti di una paziente: si tratta di sua moglie, impazzita dopo aver tentato di affogare il proprio figlio. Fra gli altri ricoverati spicca invece una giovane ballerina, la cui danza incessante e frenetica fa da filo conduttore all'intera vicenda. Visivamente impressionante (con ampio uso di sovrimpressioni, distorsioni e altri effetti ottici per rendere sullo schermo la percezione deformata del mondo da parte dei pazienti psichiatrici), con una fotografia che gioca con luci e ombre, una macchina da presa estremamente mobile (l'operatore, Kōhei Sugiyama, rimarrà un collaboratore abituale di Kinugasa) e un mood che oscilla in continuazione fra percezioni oggettive e soggettive, fra il surreale-onirico (la follia e le allucinazioni dei pazienti) e la realtà tragica e concreta (i ricordi del protagonista, l'ambiente dell'ospedale), il film reca con sé un'impronta di incredibile modernità e rappresenta un'esperienza visiva senza pari, una sorta di "Caligari" orientale, se possibile ancora più sofferto ed espressivo: a tratti pare addirittura un precursore delle correnti sperimentali degli anni '60 e '70. Memorabile l'incipit notturno con la pioggia (e le illusioni della ballerina), la "rivolta" dei pazienti in preda all'entusiasmo per la performance della danzatrice, e naturalmente la scena altamente metaforica delle maschere nel finale. Impressionante la recitazione degli attori che interpretano i pazienti. La copia oggi esistente (60') è più breve di quella originale, tagliata forse dallo stesso regista. Al soggetto e alla sceneggiatura avrebbe collaborato Yasunari Kawabata, premio Nobel per la letteratura, a quei tempi figura di spicco del movimento letterario Shinkankaku ("Neo-sensazionalismo").

30 luglio 2014

The story of the Kelly Gang (Charles Tait, 1906)

The story of the Kelly Gang
di Charles Tait – Australia 1906
con Frank Mills?, John Forde
**1/2

Visto su YouTube.

In un'epoca pioneristica in cui la maggior parte dei film consisteva in un unico rullo di pellicola (e dunque aveva una durata massima di 10-12 minuti), con i suoi 60 minuti "The story of the Kelly Gang" è considerato il primo lungometraggio di finzione della storia del cinema ("di finzione" perché la palma di primo lungometraggio tout court spetterebbe a una ripresa del 1897 di un incontro di pugilato). Ai giorni nostri ne sono sopravvissuti però soltanto alcuni frammenti (alcuni dei quali parecchio rovinati), per un totale di circa 15 minuti, oltre che foto di scena, intertitoli e altro materiale che – integrato nella versione restaurata dal National Film and Sound Archive australiano – permette, se non altro, di seguire compiutamente la storia. Come da titolo, il film ripercorre le imprese del leggendario fuorilegge australiano di origine irlandese Ned Kelly e della sua gang di briganti ("bushrangers"), composta dal fratello Dan e da altri due uomini. Ucciso nel 1880 a soli 25 anni e considerato quasi un eroe da una parte della popolazione australiana (all'epoca il paese era ancora sotto il dominio britannico), Kelly è rimasto una figura chiave nell'immaginario collettivo e la sua vita è stata oggetto di diverse altre pellicole (fra cui "I fratelli Kelly" del 1970 con Mick Jagger e "Ned Kelly" del 2003 con Heath Ledger). Il film di Tait è diviso in sei sequenze, ciascuna con camera quasi sempre fissa, ripresa in campo largo e praticamente senza montaggio interno. Se la recitazione è difficile da giudicare secondo gli standard odierni e in generale la pellicola non presenta (lunghezza a parte) nessuna vera innovazione tecnica, è da apprezzare la "messa in scena" quasi documentaristica che fa buon uso dei set in esterni, grazie anche alla lunga durata che permette di variare a sufficienza gli ambienti. Gli eventi mostrati sullo schermo si rifanno in maniera piuttosto fedele alla realtà storica (compresa la cattura di Ned mentre indossava un rudimentale elmo per proteggersi dai proiettili della polizia). Ma che non si tratti di una cronaca fredda e impersonale è dimostrato dallo sguardo simpatetico con cui sono ritratti i banditi, "gentiluomini" che non rapinano le donne (davanti alle quali si tolgono il cappello) o i bambini: al loro confronto i poliziotti e le forze dell'ordine sono messi costantemente in cattiva luce (nella prima scena, un agente maltratta la madre e la sorella dei Kelly; in un'altra, un poliziotto codardo si fa scudo con una donna; in seguito, pur di catturare la banda gli agenti non si fanno scrupolo di dare fuoco a un albergo che ospita anche persone innocenti). Quasi tutti i nomi degli attori coinvolti nella pellicola (compreso il protagonista) rimangono incerti o sconosciuti: ma pare che del cast abbiano fatto parte diversi membri della famiglia del regista, a partire da sua moglie Elizabeth come controfigura di Kate, la sorella di Ned.

29 luglio 2014

Se permettete parliamo di donne (E. Scola, 1964)

Se permettete parliamo di donne
di Ettore Scola – Italia 1964
con Vittorio Gassman, Sylva Koscina
**

Visto in divx, con Sabrina.

Già sceneggiatore di commedie all'italiana e di spettacoli di varietà sia televisivi che radiofonici, il trentatreenne Ettore Scola esordisce alla regia con un film a episodi, scritto insieme al fido Ruggero Maccari, che consiste in una serie di nove sketch (o di "barzellette", come le definì Tullio Kezich in una stroncatura dell'epoca) sul tema del sesso o del rapporto fra uomo e donna. Protagonista di tutti i segmenti è sempre Vittorio Gassman, che cerca di diversificare i personaggi cambiando di volta in volta accento, modo di muoversi, capigliatura e quant'altro. Il risultato però è modesto, e solo due o tre degli episodi strappano più di un sorriso. Per salvare il marito che ritiene in pericolo, una donna si concede allo straniero che è giunto a casa sua con un fucile: ma l'uomo voleva soltanto restituire l'arma che aveva avuto in prestito. Un impiegato gioca e scherza in continuazione con i colleghi di lavoro, ma quando torna a casa si mostra serio e scontroso con la moglie e il figlioletto. Un barista scopre che la prostituta con cui è appena stato è la moglie di un suo vecchio compagno di scuola, il quale è consenziente. Un giovane timido e moralista fa amicizia con il seduttore che ha "disonorato" sua sorella e va a donne insieme a lui. Una ragazza mette fretta al suo amante perché quella stessa mattina si deve sposare. Un cliente "scrocca" un passaggio fino a casa alla prostituta che ha abbordato. Un carcerato ottiene una licenza premio di due giorni per stare insieme alla moglie, che però ha un amante e ha architettato tutto per rendere plausibile al marito la propria gravidanza. Una ricca e annoiata aristocratica adesca e fa salire in casa uno stracciaiolo, che rimane deluso quando la donna non ha stracci da vendergli. Un uomo gira per tutto il giorno in auto con la fidanzata alla ricerca di un posto discreto dove appartarsi, ma la ragazza non approva nessun luogo, e l'uomo finirà col soddisfare le proprie voglie con la donna delle pulizie di un motel. Da notare che in quest'ultimo episodio, Gassman cita sé stesso ne "Il sorpasso" (il clacson dell'auto è identico a quello del film di Risi). Fra le attrici che recitano al suo fianco ci sono Sylva Koscina, Giovanna Ralli, Eleonora Rossi Drago, Antonella Lualdi, Jeanne Valérie e Maria Fiore; fra i pochi comprimari maschili, Gigi Proietti e Walter Chiari.

27 luglio 2014

Fog (John Carpenter, 1980)

Fog (The Fog)
di John Carpenter – USA 1980
con Adrienne Barbeau, Tom Atkins
**1/2

Visto in TV.

Nel centenario della sua fondazione, la cittadina costiera di Antonio Bay è sconvolta dall'arrivo di una "nebbia assassina" e irreale, dentro la quale si nascondono i fantasmi dell'equipaggio di una nave naufragata cento anni prima, intenzionati a vendicarsi dei discendenti di coloro che provocarono la loro morte. Ispirato in parte dal film inglese "I mostri delle rocce atomiche", un classico dell'horror a basso costo (ma girato in cinemascope per dare l'impressione che il budget fosse più elevato: ne risultano ottimi scorci paesaggistici e una tensione palpabile nelle scene notturne) che innesta gli stilemi dello slasher e del gore sulla struttura della ghost story di impostazione gotica. Col tempo è diventato un piccolo classico, forse anche al di là dei suoi meriti, benché Carpenter ci sappia fare e le scene ad effetto non manchino. Da segnalare la presenza contemporanea nel cast di Jamie Lee Curtis (alla sua seconda collaborazione con il regista dopo il successo di "Halloween") e di sua madre Janet Leigh (che nel campo dell'horror aveva già dato con "Psyco"), rispettivamente nei ruoli di una giovane autostoppista e dell'organizzatrice delle celebrazioni per il centenario della città. Il roster di personaggi alle prese con la nebbia e i fantasmi si completa con Adrienne Barbeau, all'epoca moglie di Carpenter (la speaker della locale stazione radiofonica), Tom Atkins (il marinaio che dà il passaggio alla Curtis) e Hal Holbrook (padre Malone, il prete). Ci sono piccoli ruoli anche per lo stesso regista (il sacrestano, nella sequenza iniziale) e l'addetto ai trucchi Rob Bottin (Blake, il capitano fantasma), mentre alcuni personaggi hanno i nomi di collaboratori storici di Carpenter (Dan O'Bannon, Nick Castle e Tommy Lee Wallace). Abbondano inoltre citazioni e riferimenti a scrittori e film dell'orrore (Lovecraft, Machen, Price). Nel 2005 è uscito un remake.

26 luglio 2014

Ultimo minuto (Pupi Avati, 1987)

Ultimo minuto
di Pupi Avati – Italia 1987
con Ugo Tognazzi, Elena Sofia Ricci
**

Visto in divx, con Sabrina.

Walter Ferroni (Ugo Tognazzi), da molti anni general manager e factotum di una squadra di calcio di provincia (mai nominata: ma il modello, i colori e lo stadio sono quelli del Vicenza), viene messo da parte dal nuovo presidente (Lino Capolicchio), imprenditore giovane e rampante che intende gestire la società in maniera moderna e "trasparente". Vista la carenza di risultati, però, il presidente sarà costretto a richiamarlo a bordo per salvare la squadra dalla retrocessione. Una pellicola sul calcio visto non dal campo da gioco ma dal lato manageriale, "dietro le quinte" se vogliamo. Benché poco memorabile e priva di particolari guizzi (la sceneggiatura è scritta a sei mani da Pupi Avati, dal fratello Antonio e dal giornalista sportivo Italo Cucci), è da apprezzare per il tentativo di raccontare il mondo dello sport da una prospettiva cinica e realistica, senza toni da commedia o esagerazioni sopra le righe: Ferroni, che ama alla follia la sua squadra ed è disposto a sacrificare ogni cosa per essa (persino la propria famiglia), è un "maneggione" che non lascia nulla al caso: detta le tattiche all'allenatore-fantoccio, controlla lo stile di vita dei giocatori, cura i contatti con i giornalisti e la tifoseria, "aggiusta" fraudolentemente i bilanci e non esita a ricorrere ad accordi sottobanco con gli scommettitori o con altre squadre quando c'è bisogno del punticino decisivo per evitare la Serie B... ma dimostra anche di intendersi parecchio di pallone, quando lancia in prima squadra, nella partita decisiva, una giovane promessa diciassettenne al posto del bomber veterano e corrotto (Massimo Bonetti) che pure è fidanzato con sua figlia Marta (Elena Sofia Ricci). Non manca, come in ogni film di Avati, un retrogusto amaro e nostalgico ("Il vero calcio era quello degli anni '50...", afferma un personaggio). Diego Abatantuono interpreta, in una manciata di scene, il talent scout. Camei per Aldo Biscardi, Enrico Ameri, Enrico Mentana e Ferruccio Gard. Il protagonista del film è dichiaratamente ispirato a figure come Italo Allodi o Luciano Moggi.

22 luglio 2014

2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968)

2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1968
con Keir Dullea, Gary Lockwood
****

Rivisto in Blu-ray, con Sabrina.

"L'alba dell'uomo": in una Terra ancora primitiva e inospitale, un gruppo di scimmie antropoidi sopravvive a fatica, fino a quando l'improvvisa comparsa di un misterioso monolito nero sconvolge la loro esistenza. Sotto il suo influsso, una delle scimmie scopre di poter usare un osso come arma per procurarsi il cibo o per sconfiggere i rivali. Con uno dei salti logici e temporali più celebri della storia del cinema (l'osso, scagliato in aria dalla scimmia, rotea nel cielo e si trasforma in un modulo orbitante attorno al pianeta), passiamo all'inizio del ventunesimo secolo, quando l'uomo ha costruito stazioni spaziali intorno alla Terra: un monolito del tutto identico al precedente (o forse lo stesso), di evidente origine extraterrestre, viene rinvenuto sulla Luna, sepolto da quattro milioni di anni.
"Diciotto mesi dopo - In missione verso Giove": per svelare il mistero del monolito, che emette un messaggio radio in direzione di Giove, un'astronave (la "Discovery") viene inviata verso quel pianeta. A bordo ci sono cinque uomini (di cui tre ibernati) e il supercomputer senziente HAL 9000, che però nel corso del viaggio impazzisce e tenta di sterminare l'equipaggio. Sopravvive soltanto David Bowman, che riesce a disattivare il computer.
"Giove e oltre l'infinito": dopo essere passato attraverso una strana dimensione, Bowman vive incredibili esperienze: in particolare vede sé stesso invecchiare, morire e rinascere come "Bambino delle Stelle", una sorta di feto spaziale, nuovo stadio dell'evoluzione.

Pietra miliare della storia del cinema e chiave di volta nella carriera di Kubrick (che con essa acquisisce definitivamente anche agli occhi della critica lo status di "autore" in tutto e per tutto: nonostante nella sua filmografia non fossero mancati i successi – "Spartacus", "Lolita", "Il dottor Stranamore" – il regista era infatti percepito quasi come una figura di secondo piano rispetto agli interpreti o ai soggettisti di quelle opere), "2001" rappresenta un'esperienza sensoriale senza precedenti nel campo della settima arte. È considerato da molti il film di fantascienza più importante di tutti i tempi (diciamo che si gioca il podio con "Metropolis" e "Guerre stellari": pellicole diversissime fra loro, ma che hanno avuto un'influenza profonda e duratura non solo sul genere della SF ma sul cinema in generale), e questo nonostante l'impostazione dichiaratamente filosofica e antinarrativa che lo rende un kolossal sperimentale, a tratti ai limiti della videoarte. "Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film", ha dichiarato il regista. "Io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio". Puntando sulle suggestioni simboliche (e quasi mistiche), sulla qualità delle immagini, sulla musica e sugli effetti visivi, Kubrick compie scelte volutamente criptiche che vanno a discapito di elementi del cinema tradizionale, come la recitazione (nessuno degli attori è passato alla storia per la sua interpretazione) o la struttura narrativa (che giusto nell'episodio di HAL 9000 "monta" a un certo livello di tensione). L'ultimo dei quattro "atti" in cui tradizionalmente si divide la pellicola, ovvero quello del viaggio psichedelico di Bowman, è emblematico: una sorta di "cancello stellare", al cui passaggio si dischiudono luoghi spazio-temporali mai visti e mai sperimentati prima dall'uomo, in una catena di immagini dove le normali dimensioni non hanno più senso (anche se diverse riprese sono evidentemente quelli di luoghi o paesaggi terrestri con filtri o viraggi di colore per renderli alieni o esotici). Prodotto da uno studio statunitense (la Metro Goldwyn Mayer), il film fu realizzato interamente in Inghilterra, dove Kubrick aveva girato anche i suoi due lavori precedenti.

Sceneggiato insieme allo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke (che si ispirò ad alcuni suoi racconti e che quasi contemporaneamente pubblicò l'omonimo romanzo), il film affronta temi ad ampio spettro come quelli dell'evoluzione umana, del rapporto con possibili entità extraterrestri, del viaggio attraverso il tempo e lo spazio, della percezione relativistica di essi, oltre che lo sviluppo della tecnologia, dell'intelligenza artificiale e dell'esplorazione dello spazio. Ma il contesto non è certo quello avventuroso o da space opera che permeava la fantascienza vista fino ad allora al cinema o in televisione ("Star Trek", "Il pianeta proibito", i tanti B-movie): per la prima volta forse dopo l'epoca delle sperimentazioni a tutto campo del cinema muto, la fantascienza assurge al rango di cinema di serie A, inaugurando una breve e fortunata stagione che si sarebbe conclusa dopo una decina d'anni con l'avvento di Lucas e Spielberg e la nascita del blockbuster fantascientifico di intrattenimento rivolto a un pubblico adolescenziale. Molte le caratteristiche che concorrono a renderlo un film unico e memorabile. La pellicola si apre con una lunga introduzione con lo schermo nero, riempito solo dalle sonorità inquietanti della musica di Ligeti: una sorta di "ouverture" come quella che Kubrick aveva utilizzato in "Spartacus" (e che si usava talvolta all'epoca in pochissimi lungometraggi particolarmente lunghi o epici: altri casi celebri sono quelli di "Lawrence d'Arabia" e "Il dottor Zivago"). Allo stesso modo, a metà film c'è una "intermissione", e al termine un prolungato schermo nero finale (tutte sequenze che vengono abitualmente tagliate quando il film passa in televisione, e dunque visionabili soltanto al cinema o in home video). A tratti lo stile del regista sembra sovrastare il contenuto: dal punto di vista visivo, è evidente la ricerca di geometrie nella composizione delle immagini, nella messa in scena degli ambienti e nella collocazione dei personaggi all'interno di essi (basti pensare alla hostess che si muove nello shuttle, o a Bowman che si esercita correndo nel modulo circolare dell'astronave, o ancora a tutte le sequenze che mostrano l'occhio circolare e inquietante di HAL 9000; e naturalmente allo stesso monolito nero, forma geometrica perfetta, le cui dimensioni sarebbero proporzionali a 1:4:9, ossia i quadrati dei primi tre numeri interi).

Le scenografie sono realistiche e particolarmente curate. Gli shuttle, la stazione orbitale, l'interno del "Discovery" (l'astronave che viaggia verso Giove) sono bianchi, asettici, finalizzati non soltanto a trasmettere l'idea di un immaginario futuro ma anche a mettere in risalto le figure degli uomini al loro interno. A questi scenari "futuribili" fa da impressionante contrasto il senso di "passato" (sarebbe forse meglio dire che ci troviamo "fuori dal tempo") comunicato dalla camera da letto settecentesca in cui si ritrova Bowman nel finale, arredata con mobili d'antan ma anche con un pavimentazione all'avanguardia, e comunque impregnata da una luce soffusa di chiara origine artificiale. La sequenza è inquietante quasi soltanto per le scelte di art direction (lo scenografo Anthony Masters fu nominato agli Oscar, così come Kubrick per la regia e, insieme a Clarke, per la sceneggiatura: l'unica statuetta vinta fu però quella per gli effetti speciali visivi). D'altronde, che il regista intendesse il film come una "esperienza primariamente non verbale" è evidente da tutte le sue scelte: le immagini e le musiche contano assai più dei dialoghi, che sia nell'incipit (con le scimmie) sia nel finale (il viaggio di Bowman) sono del tutto assenti. Tuttavia non mancano momenti (le scene con HAL su tutte) dove "le parole sono importanti" (cit. morettiana). Ma lo stesso HAL non ha bisogno di udire le parole degli astronauti per comprenderne le intenzioni: il computer ha infatti l'incredibile capacità di leggere le loro labbra! Dicevamo della colonna sonora, che svolge un ruolo davvero essenziale nell'economia della pellicola: inizialmente Kubrick aveva incaricato i compositori Alex North (con cui aveva lavorato in "Spartacus" e "Stranamore") e Frank Cordell di realizzare musica originale per il film, di impronta pare mahleriana. Ma alla fine scelse invece di ricorrere ad alcuni brani di musica classica: oltre al citato Ligeti ("Atmospheres"), è diventato ormai iconico l'utilizzo dell'incipit di "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss (ormai indelebilmente associato a questo film, e pluri-ricorrente in innumerevoli parodie e citazioni) e del valzer "Sul bel Danubio blu" di Johann Strauss figlio, abbinato a uno strepitoso "balletto" nello spazio fra lo shuttle e la stazione orbitale. Infine, la soundtrack è completata dall'Adagio dal "Gayane" di Aram Khachaturian (nelle sequenze che mostrano la routine di Bowman e Poole a bordo della missione verso Giove): un brano molto emozionale, ripreso fra l'altro molti anni dopo da Jerry Goldsmith in "Aliens".

Dunque, "2001" è tutto forma e niente contenuti? Per nulla. I temi, come già detto, sono tanti e pure "di spessore": l'evoluzione umana (compresa la deriva sull'intelligenza artificiale), l'esplorazione dello spazio, il contatto con un altra civiltà. E ancora: la nascita della violenza e della guerra, ma pure il suo superamento attraverso la cooperazione internazionale (mitica la scena dei russi sulla stazione orbitante, ancor più significativa se si pensa che nel 1968 si era in piena Guerra Fredda: ma già nel precedente "Stranamore" Kubrick aveva dimostrato di auspicare, a modo suo, un dialogo fra le due superpotenze). C'è chi dice che il film non abbia un vero protagonista. Anche in questo caso, è errato: i protagonisti sono essenzialmente tre, ovvero Bowman (l'eroe finale, paladino di tutta l'umanità e novello Ulisse alla scoperta dell'inesplorato: nel titolo la parola "Odissea" non è certo casuale), HAL 9000 (la figura che rimane più impressa nella mente dello spettatore) e naturalmente il monolito nero (icona, collante e catalizzatore dell'intera pellicola). Ci sono poi tre figure minori ma fondamentali per l'economia della trama: la scimmia Guarda-la-Luna che scopre la "tecnologia", il dottor Heywood R. Floyd (interpretato da William Sylvester) e Frank Poole, il secondo membro dell'equipaggio del "Discovery". Molta curiosità ha destato il fatto che il nome di HAL, il computer senziente che scopre di essere fallibile e per questo motivo impazzisce, sembra derivare dalle lettere che precedono di una, nell'ordine alfabetico, quelle di IBM (sigla che a quei tempi era quasi sinonimo di computer). In realtà, come spiegò lo stesso Clarke, si tratta solo di una coincidenza: la sigla HAL starebbe per "Heuristically ALgoritmic". In ogni caso, il suo sensore visivo (l'occhio rosso che scruta minaccioso ogni cosa) e la toccante scena della sua disattivazione (man mano che vengono estratti i moduli di memoria e di logica, il computer decade a un livello infantile, fino a spegnersi mentre intona la canzoncina "Giro Girotondo"; nella versione originale, il brano era "Daisy Bell") lo rendono indimenticabile. La voce italiana di HAL è di Gianfranco Bellini (in inglese era di Douglas Rain).

Nel 1968 l'anno 2001, in fondo non troppo distante, sembrava tuttavia ancora molto lontano: una sensazione accentuata dal fatto che si trattava dell'alba di un nuovo millennio. Ora che l'abbiamo superato da un po', può essere divertente andare a vedere se la tecnologia presente nella pellicola risulta ancora credibile, e in generale se le sue previsioni si sono avverate. Indubbiamente sono più le cose azzeccate che quelle errate, almeno per la media dei film di fantascienza. Per dirne una, già l'anno seguente l'uomo arrivò sulla Luna (e le scene girate nello spazio appaiono quanto mai realistiche: non c'è traccia di suoni o di esplosioni nel vuoto come invece le saghe action-avventurose da "Flash Gordon" in poi ci hanno abituato, e tanto i movimenti a gravità zero quanto quelli all'interno delle astronavi, dove la gravità è invece prodotta dalla rotazione dei moduli, sono del tutto attendibili). Certo, non abbiamo ancora voli di linea (targati Pan Am!) fra la Terra e la Stazione Spaziale Internazionale, ma di contro gli schermi piatti sono ormai diffusi ovunque, effettuamo abitualmente videotelefonate (anche se non dallo spazio: a proposito, la bambina che interpreta la figlia del dottor Floyd è Vivian Kubrick, figlia dello stesso Stanley) e in generale il design di molte tecnologie sembra davvero essersi rifatto a quello del film. Che la realtà possa essersi ispirata alla fantasia è testimoniato anche dalle teorie di complotto secondo cui Kubrick sarebbe stato il regista, per conto della NASA, delle presunte false immagini dell'allunaggio dell'Apollo 11. Anche la sequenza in cui Bowman rientra nell'astroname rimanendo per un breve istante immerso nel vuoto dello spazio, unico momento che parrebbe un'esagerazione cinematografica, è in realtà stato considerato verosimile da parte degli esperti. Tuttavia la previsione su cui molti nel 1968 avrebbero scommesso come attendibile, che invece non si è avverata, è quella della nascita di supercomputer senzienti. Lo sviluppo di un'intelligenza artificiale era un obiettivo che molti ritenevano ormai prossimo, ma che è rimasto sempre ben lontano dall'essere raggiunto, forse anche per un errata intepretazione del termine "intelligenza". Da notare che l'argomento affascinava molto Kubrick, tanto da fargli mettere in cantiere un altro film intitolato appunto "A.I." ("Artificial Intelligence"), che non riuscì a girare prima della morte e il cui progetto passò poi nelle mani di Steven Spielberg.

In realtà il film non si svolge interamente nel 2001: a parte ovviamente l'incipit con le scimmie ("L'alba dell'uomo", appunto), e probabilmente la sequenza finale con Bowman (dove il tempo non pare aver più significato), fra le due sezioni centrali (quella del dottor Floyd e quella del viaggio del "Discovery") ci sono diciotto mesi di differenza: almeno una delle due, dunque, è ambientata nel 2000 o nel 2002. Fra le tante eredità lasciate dalla pellicola c'è purtroppo la "moda", diffusasi negli anni seguenti soprattutto in Italia (e anche nei casi in cui nel titolo originale non ce n'era traccia), di premettere un anno futuribile nei titoli di film di fantascienza, forse per far capire immediatamente allo spettatore a quale genere appartenesse la pellicola che stava per vedere: alcuni esempi fra i tanti sono "1997: Fuga da New York" (che in originale era semplicemente "Escape from New York"), "2022: I sopravvissuti" (in originale "Soylent Green"), "1999 - Conquista della Terra" ("Conquest of the Planet of the Apes"), "2013 - La fortezza" ("The fortress"), per non parlare di "2002: La seconda Odissea" ("Silent Running") che il titolo addirittura spacciava come sequel del film di Kubrick. Un autentico seguito, in effetti, fu però realizzato dopo qualche anno: si tratta di "2010 - L'anno del contatto" di Peter Hyams, tratto dal primo dei tre romanzi che Clarke scrisse come seguiti ufficiali. Kubrick però non ci ebbe nulla a che fare (il regista addirittura aveva distrutto set, modellini e costumi nel timore che qualcun altro avesse voluto riutilizzarli). Pochi film hanno comunque avuto un'eredità consistente come "2001: Odissea nello spazio", non solo nel cinema ma in tanti altri campi. Jack Kirby ne disegnò un adattamento a fumetti passato alla storia (pubblicato anche in Italia in un'impressionante edizione di formato gigante). Di certo, in campo cinematografico, il film ha rappresentato uno spartiacque (non fu più possibile realizzare pellicole di fantascienza nello stile dei B-movie da drive in come in precedenza) e pose le basi per una rappresentazione realistica della tecnologia che sarebbe permasa per almeno un decennio. A modo loro, e pur andando poi in direzioni diverse, gli sono debitori Spielberg ("Incontri ravvicinati del terzo tipo"), Scott ("Alien") e Zemeckis ("Contact"), per non parlare di autori non anglosassoni come Tarkovskij (il cui "Solaris" fu pubblicizzato come "la risposta sovietica a 2001").

19 luglio 2014

C'era un uomo (Victor Sjöström, 1917)

Nota: se non ho fatto male i conti, questo è il 2000° film di cui scrivo su questo blog!

C'era un uomo (Terje Vigen)
di Victor Sjöström – Svezia 1917
con Victor Sjöström, Bergliot Husberg
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Terje Vigen è un pescatore che vive con la famiglia in una piccola isola vicino alle coste della Norvegia. Nel 1809, durante le guerre napoleoniche, la flotta inglese occupa i mari, impedendo il passaggio a chiunque: pur di procurare del cibo alla moglie e alla figlia, Terje cerca di forzare il blocco con la sua piccola barca a remi, ma viene catturato e chiuso in prigione per cinque anni. Quando torna a casa, scopre che i suoi cari sono morti di fame e povertà. Passa diverso tempo, che Terje trascorre da solo covando rabbia e rancore, finché una notte uno yacht inglese si trova in difficoltà per la tempesta nelle acque che circondano l'isola. Terje si lancia al salvataggio dei suoi occupanti, ma scopre che il lord a bordo dello yacht non è altri che il capitano inglese che anni prima lo aveva catturato e che non aveva avuto pietà di lui: coglierà l'occasione per vendicarsi oppure prevarranno la ragione e il perdono? Da un poema di Henryk Ibsen (i cui versi donano un tono letterario ed elevato alle didascalie della pellicola), un film che sposa una drammatica vicenda a sfondo morale con una tecnica cinematografica moderna e all'avanguardia, non solo dal punto di vista formale (il montaggio, la fotografia) ma anche strutturale (la costruzione narrativa non lineare e l'uso dei flashback). All'epoca fu il lungometraggio più costoso mai prodotto in Svezia e per molti critici rappresenta l'inizio del "periodo d'oro" del cinema muto svedese, di cui lo stesso Sjöström fu una delle figure di spicco con lavori come "Il carretto fantasma". Qui colpiscono il grande uso dei paesaggi e degli ambienti, resi magistralmente attraverso la profondità di campo (quella di girare in esterni rimarrà una caratteristica – peculiare per quei tempi – del regista scandinavo). Impressionanti, in particolare, le scene in mare aperto, con il contrasto fra le onde burrascose della tempesta (come l'animo del protagonista) e le acque calme e quiete del finale. Fra le sequenze più belle: l'inseguimento (con montaggio alternato) della scialuppa inglese alla barca di Terje in fuga; la bufera notturna che mette in pericolo lo yacht; e il confronto finale presso lo scoglio. Il dramma di Ibsen, al di là della dimensione indiviuale, si ammanta di toni lirici e universali e può essere letto anche in chiave politica, auspicando una riconciliazione dopo la guerra (proprio nel 1814, Svezia e Norvegia posero fine alle ostilità unendosi in una sola nazione). Sjöström, anche protagonista, ricorre a un ottimo trucco che lo mostra in vari gradi di invecchiamento.

17 luglio 2014

Babylon A.D. (Mathieu Kassovitz, 2008)

Babylon A.D. (id.)
di Mathieu Kassovitz – Francia/GB/USA 2008
con Vin Diesel, Michelle Yeoh, Mélanie Thierry
*1/2

Visto in TV.

In un futuro cupo e disastrato, che vede il pianeta diviso nettamente in due parti (un'Eurasia allo sbando, semidistrutta da guerre e radiazioni e sommersa di profughi, e un Nord America ricco e scintillante), il mercenario Toorop (Vin Diesel) viene incaricato da un boss della mafia russa di scortare una misteriosa ragazza, Aurora (Mélanie Thierry), da un convento in Mongolia fino a New York, attraversando clandestinamente lo stretto di Bering. Durante il viaggio, effettuato in compagnia di una monaca (Michelle Yeoh), l'uomo si affezionerà alla ragazza, al punto da non volerla lasciare nelle grinfie di una setta religiosa che intende farne il simbolo di un nuovo avvento. Scialbo e pasticciato film d'azione fantascientifica, dove il plot (quanto mai banale, se passiamo sopra gli echi di "Children of men") è molto meno curato dell'ambientazione, la caratterizzazione dei personaggi è superficiale, le scene d'azione sono confuse (che spreco la Yeoh!) e la regia non riesce a fare da collante, anche perché la trama, che sembra strutturata ad episodi, non decolla mai: e il finale è la parte peggiore. Non funziona nemmeno come pellicola fracassona e di puro intrattenimento, visto che non manca l'ambizione di volare alto (ma ne risulta un calderone nel quale ci si può infilare di tutto – denuncia sociale, metafore religiose, capacità precognitive – senza approfondire nulla). Cast decisamente sprecato (ci sono anche Mark Strong e Lambert Wilson, ma soprattutto Charlotte Rampling nei panni della sacerdotessa della setta e Gérard Depardieu in quelli del boss russo Gorski) e meritato flop al botteghino. Il regista ha lamentato continue ingerenze da parte della produzione durante le riprese.

15 luglio 2014

Sugar Man (Malik Bendjelloul, 2012)

Sugar Man (Searching for Sugar Man)
di Malik Bendjelloul – Svezia/GB 2012
documentario
***

Visto al Conservatorio (rassegna Arianteo), in originale con sottotitoli, con Sabrina, Marisa, Eleonora, Costanza.

All'inizio degli anni settanta, il cantante folk Sixto Rodriguez incise a Detroit due dischi che non ebbero alcun successo e misero fine precocemente alla sua carriera musicale. In qualche modo, però, le sue canzoni giunsero in Sudafrica (a quei tempi isolato dal resto del mondo a causa dell'Apartheid e dei boicottaggi) dove fecero furore e divennero celebri, anche per i testi anti-establishment, ispirando un'intera generazione che crebbe convinta che in America Rodriguez fosse una star di prim'ordine, ai livelli di Bob Dylan se non di più. I suoi fan si stupirono quando, nei decenni seguenti, scoprirono che non solo negli Stati Uniti nessuno ne aveva mai sentito parlare, ma addirittura che non ci fossero notizie certe sulla sua identità. Intenzionati a svelare il mistero attorno all'artista, e in particolare le dicerie sulla sua morte (di cui circolavano diverse versioni, tutte spettacolari e inverosimili, come quella secondo cui si sarebbe dato fuoco sul palco durante un concerto), due musicologi di Cape Town cominciano un'indagine che li porterà a rintracciare il cantante, ancora vivo negli Stati Uniti e del tutto all'oscuro della sua fama in un paese così lontano. Una storia tanto vera quanto incredibile, conosciuta da pochi e portata alla ribalta internazionale da questo documentario che, fra le altre cose, ha vinto il Premio Oscar nella sua categoria. Costruito come un avvincente giallo a lieto fine, con una regia e una fotografia degne di un film di finzione, la pellicola fa riflettere sul rapporto fra gli artisti e i loro fan (cosa sarebbero stati i più grandi musicisti rock se non avessero avuto successo di pubblico?) e guida lo spettatore con le sue testimonianze attraverso una vicenda talmente insolita da far persino sospettare a tratti di trovarsi di fronte a un mockumentary alla "Forgotten Silver". Oltre ai suoi pregi cinematografici, il film ha ovviamente il merito di aver (ri)portato Rodriguez sotto i riflettori anche in patria, visto che le sue canzoni (ampiamente presenti nella colonna sonora) sono state finalmente rieditate e diffuse. Inquietante parallelo, il documentario risulta essere l'unico film diretto dal giornalista svedese Malik Bendjelloul, che si sarebbe suicidato due anni dopo (ovvero due mesi fa) per depressione.

13 luglio 2014

Una pura formalità (G. Tornatore, 1994)

Una pura formalità
di Giuseppe Tornatore – Italia 1994
con Gérard Depardieu, Roman Polanski
***

Visto in TV.

È notte, piove, e un uomo (Depardieu) viene portato in una cadente e isolata stazione di polizia di campagna, in mezzo al bosco, per essere interrogato dal commissario locale (Polanski) a proposito di un delitto che si è svolto in un casolare vicino. L'uomo afferma di essere un famoso scrittore, Onoff, che da anni vive isolato dal resto del mondo e delle cui opere – guarda caso – il commissario è un fervente lettore. La pioggia all'esterno è incessante, la corrente elettrica va e viene, le linee telefoniche sono interrotte, i dintorni sono disseminati di trappole e le penne non scrivono. Fra reticenze, vuoti di memoria, amare confessioni e vani tentativi di fuga, l'interrogatorio si protrarrà tutta la notte, fino a quando la verità verrà a galla. Da una sceneggiatura dello stesso Tornatore che pare scritta per il teatro (e infatti, negli anni a venire, sarà rappresentata più volte sul palco), una pellicola decisamente atipica per il cinema italiano (non a caso è interpretata da due "star" straniere, peraltro frutto di un casting altrettanto atipico: Polanski, in particolare, raramente recita da protagonista in pellicole non sue). L'atmosfera, più che ricordare un thriller poliziesco, oscilla fra il claustrofobico e il kafkiano, fino a sfociare nel metafisico (il finale può far venire in mente, per associazione d'idee, "After life" di Hirokazu Koreeda). Ma soprannaturale a parte, se l'avesse diretto lo stesso Polanski non ci sarebbe stato da stupirsene, visti i tanti elementi che ricordano le sue pellicole, soprattutto quelle degli esordi. In ogni caso, prova d'autore per il regista (con senno di poi, il titolo può essere letto anche come "Solo una questione di forma") e d'attore per i due protagonisti, che hanno recitato in francese e sono stati doppiati nella versione italiana da Corrado Pani (Depardieu) e Leo Gullotta (Polanski). Colonna sonora di Ennio Morricone, in collaborazione con il figlio Andrea: la canzone "Ricordare", intonata da vari personaggi durante il film e con testo dello stesso Tornatore, è cantata in italiano da Depardieu sui titoli di coda.

11 luglio 2014

Small soldiers (Joe Dante, 1998)

Small soldiers (id.)
di Joe Dante – USA 1998
con Gregory Smith, Kirsten Dunst
**1/2

Rivisto in TV.

Acquistata dalla Globotech, potente multinazionale che fra le altre cose di occupa di tecnologie militari, una casa produttrice di giocattoli immette sul mercato due serie di action figures dotate di un avanzato microchip che le rende "vive", ovvero in grado di parlare, di muoversi e soprattutto di imparare: si tratta dei Gorgonauti, alieni mostruosi ma pacifici, e del Commando Elite, soldati dell'esercito americano che danno loro la caccia. Il giovane Alan (Smith), figlio del proprietario di un negozio di giocattoli, la sua vicina di casa Christy (una Kirsten Dunst sedicenne!) e le rispettive famiglie rimangono così coinvolti in quella che è una vera e propria guerra in formato mignon fra le due fazioni. Atmosfere da anni ottanta (il regista cita a più riprese il suo precedente maggior successo, "Gremlins") per un'onesta pellicola d'intrattenimento che per molti versi anticipa la saga pixariana di "Toy Story". I toni sono da commedia d'azione, sia pure su scala "ridotta", e naturalmente abbondano strizzatine d'occhio e parodie: si va da "2001: Odissea nello spazio" (nel commercial in tv dei soldatini) a frasi, situazioni e temi di tante classiche pellicole di genere bellico (compresa, ovviamente, la Cavalcata delle Valchirie di "Apocalypse Now"). Da sottolineare l'inquietante scena in cui le bambole Gwendy (il nome Barbie, evidentemente, era protetto dai diritti) vengono deformate e trasformate in soldati, con tanto di attacco a Christy a mo' di Gulliver. Cast da brivido per quanto riguarda i doppiatori originali: Tommy Lee Jones è il maggiore Chip Hazard, il capo dei soldati, mentre Frank Langella è Archer, il leader dei Gorgonauti; le voci degli altri membri del Commando Elite sono quelle di "Quella sporca dozzina" (George Kennedy, Ernest Borgnine, Jim Brown, Clint Walker), più Bruce Dern, mentre per gli alieni si è fatto ricorso al cast di "This is the Spinal Tap" (Michael McKean, Harry Shearer e Christopher Guest), più Jim Cummings. Infine, Sarah Michelle Gellar e Christina Ricci danno voce alle Gwendy. Scena cult: la "guerra psicologica" con la canzone "Wannabe" delle Spice Girls sparata a tutto volume.

09 luglio 2014

Sin City (R. Rodriguez, F. Miller, 2005)

Sin City (id.)
di Robert Rodriguez, Frank Miller – USA 2005
con Mickey Rourke, Bruce Willis, Clive Owen
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Dalla serie a fumetti noir di Frank Miller, tre violente storie ambientante nell'immaginaria Basin City (rinominata da tutti Sin City, ovvero la "città del peccato", perché vizio e corruzione vi imperano ad ogni livello). Il rude Marv (Mickey Rourke) intende scoprire chi ha ucciso la prostituta Goldie, l'unica donna che lo abbia mai amato. Il detective Hartigan (Bruce Willis) salva la giovane Nancy (Jessica Alba) da uno stupratore pedofilo, figlio di un potente senatore che gli giura vendetta. L'avventuriero Dwight (Clive Owen) è alle prese con l'omicidio di un poliziotto (Benicio Del Toro) che potrebbe far saltare la "tregua" fra le prostitute della città bassa e le forze dell'ordine. Gli elementi sono quelli classici della narrativa hard boiled: uomini duri e tutti d'un pezzo, donne fatali, gangster psicopatici, politici corrotti, in un mondo senza sfumature di grigio (in tutti i sensi). L'onnipresente voce fuori campo veicola pensieri ed emozioni di personaggi che si rifanno alla tradizione degli eroi di Raymond Chandler o Dashiell Hammett, condita con la violenza eccessiva e grottesca dei film di exploitation o dei loro eredi tarantiniani. E proprio nell'ombra di Tarantino si dipana questa versione cinematografica, e non solo perché il buon Quentin (accreditato come "special guest director") ne ha girato una breve sequenza – quella del surreale dialogo in auto fra Dwight e il defunto Jackie-boy – ma soprattutto perché al timone dell'intera operazione c'è il suo amico e sodale Robert Rodriguez. L'approccio del regista messicano è quello di un'estrema fedeltà al materiale di partenza ("Non volevo fare Sin City di Robert Rodriguez, volevo fare Sin City di Frank Miller"), e per questo motivo ha fatto salire a bordo lo stesso fumettista nelle vesti di co-sceneggiatore e co-regista (per Miller è l'esordio dietro la macchina da presa). Grazie a un massiccio uso delle tecnologie digitali, le vignette degli albi originali sono state trasposte sullo schermo in maniera stupefacente, conservandone tutto il fascino e riproponendone la grafica stilizzata e le soluzioni espressive: le immagini sono in un contrastatissimo bianco e nero, tranne piccoli particolari (le labbra rosse, gli occhi blu, i capelli biondi delle ragazze, i colori di automobili od oggetti da far risaltare al momento opportuno), le scene d'azione sono dinamiche e irreali, le inquadrature sono prospettiche o deformate, così come le fattezze fisiche di alcuni personaggi (vedi Mickey Rourke o Nick Stahl, il "bastardo giallo"). L'aspetto visivo è pertanto il punto di forza di un film che per il resto si appoggia sulle convenzioni di genere, ovvero una violenza esasperata e grottesca (da non prendere sul serio, dunque), personaggi monodimensionali e stereotipati (in particolare le donne, tutte prostitute o spogliarelliste, a seconda dei casi da proteggere o da temere), colpi di scena improvvisi e spiazzanti. Avendo fuso insieme vicende provenienti da volumi diversi, la struttura del film risulta simile a quella di "Pulp Fiction", con storie separate ma che si incrociano occasionalmente fra loro e dalla cronologia sfasata (a un certo punto ritroviamo in vita personaggi morti in sequenze precedenti). Di contro, rispetto al fumetto, la visione del film "impone" il proprio ritmo (chi legge può scegliere di soffermarsi più o meno a lungo su una vignetta o una pagina in particolare) e non è detto che ciò che si perde nella cadenza si guadagni sempre in dinamicità. Nel ricchissimo cast, da segnalare anche Elijah Wood (il cannibale Kevin), Josh Hartnett (il giovane killer del prologo), Michael Madsen (il collega che tradisce Hartigan), Rutger Hauer (il cardinale), Jaime King (Goldie), Michael Clarke Duncan (Manute) e, fra le prostitute, Rosario Dawson (Gail), Devon Aoki (la letale Miho) e Alexis Bledel (la protagonista del telefilm "Una mamma per amica", cui si allude scherzosamente). Per la sequenza che ha diretto, Tarantino si è fatto pagare solo un dollaro: un modo per rendere il favore a Rodriguez, che aveva voluto la stessa cifra per il suo contributo alla colonna sonora di "Kill Bill". Due anni più tardi, nello stesso stile grafico, Zack Snyder porterà sullo schermo un altro fumetto di Miller, "300", mentre quest'ultimo si riunirà con Rodriguez per l'imminente sequel di "Sin City" in uscita fra pochi mesi.

07 luglio 2014

Gli occhi della mummia (E. Lubitsch, 1918)

Gli occhi della mummia (Die Augen der Mumie Ma)
di Ernst Lubitsch – Germania 1918
con Pola Negri, Emil Jannings
**

Visto su YouTube.

In Egitto per una breve vacanza, il giovane pittore Wendland (Harry Liedtke) si innamora della bella Ma (Pola Negri) e la salva dalle grinfie del sacerdote Radu (Emil Jannings), che l'aveva rapita e la sfruttava (come "mummia" vivente) per terrorizzare e depredare i turisti che visitavano un'antica tomba nelle vicinanze del Cairo. Wendland sposa la ragazza e la porta con sé in Europa, dove diventa la sua musa e modella, oltre che una celebrità come danzatrice orientale. Ma nella stessa città, al servizio di un principe benestante, è giunto anche Radu, deciso a rintracciare Ma e a vendicarsi del suo tradimento. Non un horror tradizionale, come le premesse (e il titolo) suggerivano, ma un thriller sul tema dello stalking, che può contare su belle atmosfere, un buon cast (Pola Negri era specializzata nel ruolo della bellezza esotica e un po' selvaggia; Jannings stupisce in ogni film in cui appare) e la solida regia di un Lubitsch per la prima volta alle prese con un film drammatico (i lavori precedenti erano tutte commedie). Parecchie le ingenuità nella trama, compensate però da sequenze sottilmente inquietanti (quelle con Jannings, ça va sans dire) e da un finale drammatico e in climax. Interessanti anche le scene in cui Ma, sottoposta a una "educazione europea", si sente a disagio nel contesto sociale in cui il novello marito vorrebbe collocarla, finendo per diventare una danzatrice di varietà. Si tratta della prima collaborazione fra Lubitsch e la Negri, cui seguiranno successi come "Carmen" e "Madame DuBarry".

05 luglio 2014

L'imperatore del nord (R. Aldrich, 1973)

L'imperatore del nord (Emperor of the North)
di Robert Aldrich – USA 1973
con Lee Marvin, Ernest Borgnine
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Nel 1933, al culmine della grande depressione, molti senzatetto si spostavano attraverso gli Stati Uniti nascondendosi a bordo dei treni merci. Shack (Ernest Borgnine), violento e brutale capotreno del convoglio numero 19 delle ferrovie dell'Oregon, è celebre per non aver mai permesso a nessuno di viaggiare clandestinamente sui propri vagoni: verrà sfidato da quello che tutti chiamano "il Numero 1" (Lee Marvin) e che si fregia del titolo di imperatore dei vagabondi. Nella loro lotta senza esclusione di colpi tenterà di inserirsi anche il giovane Cigaret (Keith Carradine), hobo fanfarone e alle prime armi, al quale il Numero 1 cercherà inutilmente di fare da maestro di vita. Pellicola d'azione ispirata ai racconti e alle memorie di viaggio di Jack London, tutta costruita sul confronto fra personaggi che rappresentano rispettivamente la legalità fine a sé stessa (l'odio di Shack verso i vagabondi è una pura questione d'orgoglio) e la vita da nomade e senza catene (l'imperatore non ha una vera meta da raggiungere: il traguardo di Portland rappresenta per lui soltanto una sfida all'avversario, così come non auspica per sé un futuro migliore o la fine della crisi economica). Col procedere della trama, la violenza sale di tono fino al sanguinoso scontro finale. Il personaggio di Keith Carradine è quasi un terzo incomodo, introdotto soltanto per movimentare la trama e aggiungere qualche linea di dialogo nei momenti in cui i due contendenti non si trovano faccia a faccia. Molte le scene da ricordare: a parte i combattimenti sui treni in corsa, anche il battesimo nel fiume e il furto del tacchino. Il titolo originale avrebbe dovuto essere "L'imperatore del Polo Nord", ma il film fu poi rieditato con il nome attuale. Naturalmente sia Marvin che Borgnine avevano già lavorato insieme (e con Aldrich) in "Quella sporca dozzina". Il progetto era originariamente di Sam Peckinpah, che cinque anni dopo riciclò l'idea in "Convoy", dove la sfida è fra un camionista ribelle e un poliziotto intransigente (quest'ultimo interpretato sempre da Borgnine).

04 luglio 2014

Mistery (Bob Swaim, 1986)

Mistery (Half Moon Street)
di Bob Swaim – GB/USA 1986
con Sigourney Weaver, Michael Caine
*

Visto in TV.

Per arrotondare il magro stipendio, la dottoressa americana Lauren Slaughter (Weaver) – consulente presso l'istituto per le relazioni con i paesi del Medio Oriente a Londra – comincia a lavorare come accompagnatrice per un'agenzia di escort di lusso. E finirà per innamorarsi di uno dei suoi clienti, Lord Bulbeck (Caine), diplomatico nel mirino dei terroristi perché sta negoziando un trattato fra arabi e israeliani. Un incrocio fra "Bella di giorno" e un film di spionaggio alla James Bond? Macché! La trama implausibile e la protagonista improbabile (femminista, salutista, colta e sessualmente disinibita) lo rendono un thriller piatto e privo di ritmo, diretto da un regista senza un briciolo di talento. Il contesto fantapolitico è risibile, fra complotti fumosi e stereotipi al limite del razzismo, mentre la trovata di rendere la scienziata una squillo è puramente pretestuosa (ma almeno fa sì che la Weaver si conceda diverse scene a seno nudo). Cast sprecato per un filmetto senza qualità, con dialoghi e confezione da tv movie.

30 giugno 2014

Decalogo (Krzysztof Kieslowski, 1989)

Decalogo (Dekalog)
di Krzysztof Kieslowski – Polonia 1989
serie tv in dieci episodi
***1/2

Visto in DVD.

Girata per la televisione polacca, una serie di brevi film (poco meno di un'ora ciascuno) ispirati ai dieci comandamenti della religione cattolica. "Caso" cinematografico che fece scoprire il talento di Kieslowski anche al di fuori della Polonia (ai tempi ancora dietro la cortina di ferro, ma anche il paese più "credente" dell'Europa dell'Est, quello che aveva dato i natali all'allora papa Giovanni Paolo II), non ha tuttavia un'impostazione confessionale: lo sguardo di Kieslowski è filosofico più che religioso, indaga nell'animo umano per portarne allo scoperto i dubbi, i dilemmi e le ambiguità, e stimola profonde riflessioni sulla morale e l'etica, sulla legge, sul caos e l'ordine e soprattutto sulle contraddizioni della natura umana. Spesso i dieci comandamenti sono semplici spunti per raccontare una vicenda che può avere differenti intepretazioni o diversi punti di vista: a volte affrontando i temi in maniera diretta (come nel caso di "Non uccidere"), a volte in modo più vago o non lineare, o con un certo senso del paradosso. Sceneggiati da Kieslowski insieme al fido Krzysztof Piesiewicz, i vari episodi possono essere considerati come minifilm indipendenti l'uno dall'altro (e dunque visionabili, volendo, in qualsiasi ordine): ciascuno ha i propri interpreti e un proprio direttore della fotografia (l'unico che si ripete è Piotr Sobociński, che ha curato i capitoli 3 e 9). Tutti però condividono la medesima ambientazione e prendono l'avvio in un complesso residenziale di Varsavia, un tipico "casermone" dell'epoca sovietica, gigantesco, grigio e formato da tanti appartamenti tutti uguali: è qui che vivono praticamente tutti i personaggi dei vari episodi, molti dei quali si conoscono, si incontrano fra loro o semplicemente hanno sentito in giro le storie l'uno dell'altro. I rimandi interni, pur sottili (in alcuni casi si tratta di semplici strizzatine d'occhio per gli spettatori che hanno seguito l'intera serie), d'altronde non mancano: e non parliamo solo di personaggi minori che ricorrono in più di un capitolo; a volte un particolare episodio getta nuova luce su un altro (nell'ottavo, "Non dire falsa testimonianza", si discute per esempio della storia del secondo, "Non nominare il nome di Dio invano", e i personaggi ne danno una loro interpretazione). Detto ciò, non è necessario – come hanno fatto invece molti critici – sforzarsi di trovare temi ricorrenti nei vari episodi, visto che ogni film può essere visto, valutato e apprezzato come un'opera a sé stante: l'unico filo conduttore è quello suggerito dal titolo stesso, ossia i dieci comandamenti, e dal tema presente in tutti i lavori del regista polacco: il rapporto fra l'uomo e il destino. In effetti, non è nemmeno necessario presumere l'esistenza di un Dio per dare significato alle diverse storie. Kieslowski non vuole catechizzare né impartire lezioni morali (anche perché non sempre è immediatamente chiaro a quale dei personaggi dell'episodio – spesso i protagonisti sono due – è diretto il comandamento di turno, o se si tratta di una punizione, di un avvertimento o di un insegnamento): il suo approccio è quello di un osservatore, proprio come la figura interpretata da Artur Barciś che compare – in situazioni sempre diverse – in ciascuno degli episodi (il barbone nel primo, l'infermiere nel secondo, l'autista di tram nel terzo, ecc.) e che fa da testimone muto alle vicende. Le musiche sono di Zbigniew Preisner, che nel nono film ("Non desiderare la donna d'altri") dà vita all'immaginario compositore settecentesco Van den Budenmayer che ritornerà a più riprese nelle successive opere di Kieslowski (in particolare ne "La doppia vita di Veronica", in "Film blu" e in "Film rosso"). Il regista polacco realizzerà anche delle "versioni estese" di due episodi (il quinto e il sesto) che saranno distribuiti come film a sé stanti nelle sale cinematografiche ("Breve film sull'uccidere", tratto da "Non uccidere", e "Non desiderare la donna d'altri", che – nonostante il titolo italiano che certifica una volta di più l'incompetenza o la malafede dei nostri distributori – si rifà all'episodio "Non commettere atti impuri").

1, "Non avrai altro Dio all'infuori di me"
Un professore universitario rigetta l'idea di divinità ma a suo modo ha anche lui una fede: quella nella logica matematica, impersonata dal personal computer cui si affida per ogni decisione, convinto che tutta la vita possa essere descritta in termini meccanicistici. Quando si azzarderà a calcolare lo spessore del ghiaccio prima di lasciar andare il figlioletto a pattinare sul lago, il destino lo punirà. Davanti al suo straziante dolore per la morte del bambino, anche una Madonna piangerà lacrime di cera. Oltre a presentare il setting di tutta la serie, è anche uno degli episodi più espliciti e diretti nel mettere in scena il proprio comandamento.

2, "Non nominare il nome di Dio invano"
Una donna incinta si rivolge al primario della clinica dove il marito è ricoverato per sapere se l'uomo, colpito da una grave malattia, sopravviverà. Dal responso dipenderà la sua scelta se portare a termine o meno la gravidanza, frutto di una relazione clandestina con un amante. Ma il medico, solitario e scostante, non è in grado di darle una risposta, o forse le mente per non prendersi la responsabilità di decidere del suo destino. Ambiguo ed enigmatico: Dio è il medico cui la donna si rivolge? O l'intervento divino è decisivo per la guarigione del marito quando tutto faceva sembrare che la sua malattia fosse progressiva?. Più tardi, nell'ottavo capitolo, si azzarderà una possibile interpretazione: il medico, che è credente, non può rispondere perché equivarrebbe ad emettere una sentenza, ovvero a sostituirsi a Dio.

3, "Ricordati di santificare le feste"
La sera della vigilia di Natale, una donna chiede all'ex amante (che non vedeva da tre anni) di aiutarla a rintracciare il marito, misteriosamente scomparso. Dopo aver girato insieme tutta la notte per le strade di una Varsavia fredda e ostile, tra ospedali e stazioni, la donna gli rivela che si è trattato di una disperata menzogna per non trascorrere la notte da sola: se lui non fosse rimasto con lei fino al mattino, si sarebbe uccisa. Alla cupezza dell'ambientazione fa da contrasto una certa ironia nel modo di interpretare il terzo comandamento (l'uomo non trascorre la festività con la propria famiglia ma con l'amante: eppure, così facendo, salva la vita a quest'ultima).

4, "Onora il padre e la madre"
Una ragazza trova una lettera che la madre le aveva scritto poco prima di morire, subito dopo la sua nascita, in cui le rivela che l’uomo che l’ha cresciuta potrebbe non essere il suo vero padre. La rivelazione giunge quasi come un sollievo, visto che è sempre stata attratta da lui (sentimento peraltro reciproco): ma sarà vera? Uno degli episodi più ambigui e scabrosi, ma anche fra i più lucidi e compatti per sceneggiatura e messa in scena, considerato da alcuni critici come il migliore dei dieci film. Verità e menzogne, desideri e paure si alternano fino alla fine, aiutati dal fatto che la protagonista sia una studentessa di arte drammatica, e dunque abituata a “recitare”.

5, "Non uccidere"
Un ragazzo inquieto, forse in cerca di autodistruzione, vaga per la città in attesa dell'occasione giusta per compiere un atto violento: alla fine decide di uccidere brutalmente e a sangue freddo, senza apparente motivo, un tassista. Al processo verrà inutilmente difeso da un giovane avvocato che ha appena superato l'esame da procuratore e che si prodiga in una sentita arringa contro la pena di morte, da lui ritenuta ingiusta e inutile come deterrente. I due si rincontreranno in prigione, al momento dell'esecuzione, alla quale l'avvocato dovrà assistere poche ore dopo aver avuto un figlio. Un episodio dai toni cupi e scuri, come testimonia la fotografia ricca di filtri e di viraggi in color seppia, quasi si trattasse di una vecchia fotografia (come quella della sorellina morta, che il giovane assassino porta a restaurare).

6, "Non commettere atti impuri"
Tomek, giovane impiegato alle poste che vive da solo con la madre, spia di nascosto una conturbante e disinibita vicina di casa, il cui appartamento è situato proprio di fronte alla sua finestra. Non solo: le fa telefonate mute, si fa assumere per consegnare il latte nel suo palazzo e, pur di vederla più spesso, le spedisce falsi avvisi di vaglia postali per spingerla a recarsi allo sportello. Quando viene a conoscenza di tutto, la donna si prenderà gioco di lui, umiliandolo. Ma di fronte al tentato suicidio del ragazzo, e rendendosi conto della sua sensibilità, cambierà atteggiamento. Forse l'episodio che parla maggiormente di sentimenti e sensibilità: e per nulla scabroso, nonostante il tema trattato.

7, "Non rubare"
"Si può rubare quello che è già nostro?". A porsi la domanda è Maika, che rapisce quella che tutti credono essere la sua sorellina minore, Anka, con l'intenzione di fuggire all'estero portandola con sé. In realtà la bambina è sua figlia, nata quando lei aveva solo 16 anni, di cui la nonna si è "impossessata" come se fosse sua, inizialmente per mettere a tacere lo scandalo (Maika era solo una studentessa, e il padre della bimba era il suo insegnante) ma anche perché la donna, dopo la nascita della primogenita, non poteva avere altri figli. Anche per questo Maika odia la madre, capace di mostrare verso Anka tutto quell'affetto e quella tenerezza che per lei non ha mai avuto. Un episodio melodrammatico e particolarmente ambiguo, come sempre originale nell'interpretare il comandamento che gli dà il nome.

8, "Non dire falsa testimonianza"
Zofia, anziana insegnante di filosofia ed etica all'università, si ritrova faccia a faccia con Elzbieta, che nel 1943 – quando era solo una bambina di sei anni – aveva rifiutato di proteggere dai nazisti. Elzbieta avrebbe dovuto infatti essere accolta da una famiglia purché fosse battezzata; ma Zofia e suo marito, che avrebbero dovuto fare da padrini al finto battesimo, avevano rifiutato all'ultimo momento l'aiuto promesso per non mentire di fronte al Dio in cui credevano, "quel Dio che chiede di essere misericordiosi ma che non permette di dare falsa testimonianza". Ma fu davvero quella l'unica ragione? Non è consentito mentire per una giusta causa? A distanza di quarant'anni il mistero viene svelato, ed Elzbieta scopre che quello che Zofia e il marito invece fecero fu proprio mentire per una giusta causa...

9, "Non desiderare la donna d'altri"
Roman, chirurgo cardiologo, si scopre all'improvviso impotente e suggerisce alla bella moglie Hanka, con cui è sposato da dieci anni (senza figli), di trovarsi un amante. Non sa però che la donna ne ha già uno, un giovane studente di fisica: e quando lo scopre, in preda alla gelosia o alla disperazione, tenta il suicidio... Questa volta il comandamento non sembra rivolto a uno dei due protagonisti ma al comprimario, lo studente che introducendosi nella vita della coppia rischia di provocare il disastro. Episodio particolarmente sofferto, attento ai piccoli dettagli e alle sfumature. Da ricordare la giovane cantante che Roman deve operare al cuore per consentirle di proseguire la sua carriera, ma che preferirebbe farne a meno (le basta vivere, non cantare: simbolo di chi si accontenta, in contrapposizione a chi vuole quello che non ha).

10, "Non desiderare la roba d'altri"
Due fratelli ereditano la collezione di francobolli del padre, che avevano sempre disprezzato ("Com'è possibile che un uomo possa avere tanta voglia di possedere qualcosa?"). Ma quando ne scoprono il valore, lentamente cominciano a diventare come lui, al punto che il maggiore venderà addirittura un rene pur di mettere le mani su un pezzo particolarmente raro. E quando un ladro ruberà l'intera collezione, sospetteranno l'uno dell'altro. Apologo sull'avidità e sul collezionismo, con due personaggi diversi fra loro (il fratello maggiore è un lavoratore inquadrato, il minore è un cantante rock anticonformista) che si scoprono uguali a quel padre che li aveva abbandonati e viveva segregato nel proprio appartamento per timore dei furti. Nulla diventa per loro più importante dei francobolli ("Ho la sensazione che i miei problemi non esistano più", confessa uno dei fratelli), e solo la loro perdita, dopo il primo senso di smarrimento, farà comprendere ai protagonisti la loro stupidità.