26 febbraio 2012

Das wandernde Bild (Fritz Lang, 1920)

Das wandernde Bild (aka Madonna im Schnee)
di Fritz Lang – Germania 1920
con Mia May, Hans Marr
**

Visto su YouTube.

Perseguitata dal cognato John per una questione di eredità, la vedova Irmgard Vanderheit si rifugia in una località turistica montana. Ma l'uomo la rintraccia fin là: per sfuggirgli, la donna tenta di oltrepassare a piedi le montagne ma è costretta a ripararsi in un rifugio alpino in compagnia di un misterioso eremita che si rivelerà essere proprio suo marito Georg. Questi, partigiano dell'amore libero e convinto che le nozze siano la tomba dell'amore, aveva infatti finto il proprio suicidio dopo che Irmgard aveva inscenato un matrimonio fasullo con l'aiuto del fratello gemello. Ritiratosi fra i monti, ha giurato di non fare ritorno al mondo finché la statua della Madonna delle Nevi, situata ai piedi del picco, non camminerà fino a valle. Durante una tempesta, Irmgard porterà in salvo un bambino fino al villaggio: e scambiando la sua sagoma per quella della statua, Georg accetterà di riunirsi a lei. Romantico (nell'accezione "tedesca" e ottocentesca del termine), melodrammatico e macchinoso (la storia è poco equilibrata, e comincia a farsi interessante soltanto dopo il flashback chiarificatore a metà pellicola), il film segna la prima collaborazione fra Lang e la sceneggiatrice Thea von Harbou, che di lì a poco diventerà sua moglie. Ritenuto a lungo perduto, nel 1985 ne fu ritrovata una copia in Brasile, mancante di alcune parti e dei cartelli di testo (quelli della versione attualmente in circolazione sono stati ricostruiti a partire dal programma di sala distribuito in occasione della prima). La May recita in maniera estremamente melodrammatica, mentre più misurato e convincente è Marr nella doppia parte di Georg e del fratello malvagio John. Rudolf Klein-Rogge (accreditato come Klein-Rhoden), ex marito di Thea e futuro "Mabuse", è il cugino Wil Brand che salva i due coniugi dagli intrighi di John. Il titolo originale significa "La statua che cammina" (letteralmente, "L'immagine errante"), mentre quello di lavorazione recitava "La Madonna nella neve".

24 febbraio 2012

La scala a chiocciola (R. Siodmak, 1946)

La scala a chiocciola (The spiral staircase)
di Robert Siodmak – USA 1946
con Dorothy McGuire, George Brent
***

Rivisto in DVD.

A inizio secolo, una tranquilla cittadina del New England è scossa da una catena di delitti. Tutte le vittime sono giovani donne afflitte da un handicap o da un difetto fisico: e molte cose lasciano intendere che il prossimo bersaglio del serial killer sarà Helen (“Elena”, nel doppiaggio italiano d’epoca), una ragazza diventata muta in seguito a uno shock infantile, che lavora come domestica fuori città nella grande villa vittoriana della ricca famiglia Warren e che si sente in pericolo anche perché l’assassino potrebbe essere proprio uno degli abitanti di quella casa… Un piccolo gioiellino di suspence e inquietudine, vagamente hitchcockiano e capostipite di una lunga serie di thriller psicologici (nonché di horror/gialli all’italiana: evidenti sono infatti le influenze che il film ha avuto su Dario Argento e soci), che alterna sequenze da brivido ad altre oniriche e angoscianti, come l’immagine della protagonista che si riflette in un grande specchio senza la bocca, o l’inquadratura dell’occhio dell’assassino che scruta le sue vittime. Siodmak firma una regia elegante e precisa, che sfrutta alla perfezione gli spazi e gli ambienti della casa, aiutato anche dalla sontuosa fotografia in bianco e nero di Nicholas Musuraca. E pazienza se per uno spettatore moderno e smaliziato non è poi impossibile indovinare in anticipo l'identità del colpevole. La “scala a chiocciola” del titolo è quella che conduce alla cantina della villa, dove si verifica uno degli omicidi e dove avverrà la resa dei conti finale. Buona la prova della protagonista Dorothy McGuire, costretta a recitare e ad esprimere le proprie paure senza ricorrere alla parola (all’inizio del film la vediamo ironicamente assistere alla proiezione di un film muto), ma su tutti giganteggia Ethel Barrymore nei panni dell’anziana matrigna, malata ma lucida, che sembra sempre sapere qualcosa che gli altri ignorano. Il buon cast è completato da George Brent (il figlio maggiore), Gordon Oliver (il figlio minore), Kent Smith (il medico innamorato di Helen), Rhonda Fleming (la segretaria), Elsa Lanchester (la cuoca), Rhys Williams (il domestico) e Sara Allgood (l’infermiera).

23 febbraio 2012

.45 (Gary Lennon, 2006)

.45 (id.)
di Gary Lennon – USA 2006
con Milla Jovovich, Angus Macfadyen
*1/2

Visto in DVD.

La bella Kat (Milla) è talmente innamorata di “Big Al” (Angus Macfadyen), un buzzurro geloso e violento che traffica in merce rubata e pistole (da cui il pretestuoso titolo del film, che si riferisce alla calibro 45 di proprietà di Al), da non essere in grado di ribellarsi ai suoi maltrattamenti, nonostante l’invito a denunciarlo o a liberarsene che gli rivolgono (in maniera non certo disinteressata, visto che sono tutti invaghiti di lei) l’amica lesbica Vic (Sarah Strange), il giovane complice di Al, Reilly (Stephen Dorff), e l’assistente sociale Liz (Aisha Tyler). Con l’aiuto di uno di loro, però, Kat riuscirà a “incastrare” Al e a rifarsi una nuova vita. Ambientata nel sottobosco criminale di Hell’s Kitchen, la pellicola vorrebbe affrontare il delicato tema dei maltrattamenti alle donne e della loro dipendenza dai propri aguzzini, ma lo fa in maniera pedestre, risultando inutilmente cinica e volgare: le psicologie dei personaggi sono tagliate con l’accetta o presentano inspiegabili incongruenze, mentre il mediocre regista (esordiente e autore anche della sceneggiatura) riesce nell’incredibile impresa di annullare la carica sexy di Milla persino quando la mostra seminuda o impegnata in scene lesbiche. Inutili, e completamente avulse da tutto il resto, le “interviste” ai vari personaggi (fra cui le pietose madri di Al e Kat) che, come in un documentario, espongono direttamente allo spettatore i propri pensieri e le proprie opinioni.

20 febbraio 2012

A better tomorrow 3 (Tsui Hark, 1989)

A better tomorrow 3 (Ying hung boon sik III: Jik yeung ji gor)
di Tsui Hark – Hong Kong 1989
con Chow Yun-Fat, Anita Mui
***

Rivisto in DVD.

Vietnam, 1974: un giovane Mark Gor (Chow Yun-Fat) raggiunge a Saigon il cugino Michael (Tony Leung Ka-Fai) e lo zio Cheung. La città sta per cadere, e la guerra sta per invaderne le strade che nel frattempo sono sconvolte da proteste e disordini. Per racimolare il denaro necessario a far fuggire lo zio dal paese, Mark e Michael stringono un’alleanza con la misteriosa Kitty (Anita Mui), una donna coinvolta in traffici non sempre leciti e "immanicata" con gangster e soldati corrotti. Il rapporto fra Kitty e Mark si tramuta presto in amore, ma lui preferisce farsi da parte per non mettere a repentaglio l’amicizia con Michael. Quando però l’ex amante della donna, il gangster Sam (Saburo Tokito), si rifarà vivo, tutte le tensioni e le contraddizioni esploderanno. La saga più popolare del cinema hongkonghese degli anni ottanta si conclude con un prequel che racconta la giovinezza di quello che, sin dal primo episodio, ne era apparso come il personaggio più importante (cosa che qui viene ufficialmente sancita, trasformandolo in protagonista assoluto). Dopo le incomprensioni avvenute sul set del secondo film, Tsui Hark “esautora” John Woo (che riutilizzerà lo script che aveva originariamente pensato per dar vita a quello che forse è il suo capolavoro, “A bullet in the head”) e dirige personalmente la pellicola, scegliendo un registro melodrammatico e virando al femminile molti dei temi che caratterizzavano l’universo esclusivamente maschile del collega. Lo dimostra la rivelazione che è stata proprio una donna a insegnare al giovane Mark a sparare, a donargli gli occhiali e lo spolverino che ne caratterizzeranno il look, e a “formarne” il carattere: una rivoluzione di non poco conto, se si pensa che il primo “A better tomorrow” aveva a sua volta influenzato l’immaginario virile di milioni di spettatori (e persino di veri membri della triade) del sud-est asiatico e dell’estremo oriente. Struggente storia d’amore e d’amicizia sullo sfondo storico del conflitto in Vietnam, il film appassiona per l’epica drammaticità (“Non si può essere romantici: dobbiamo sopravvivere”, dice Mark) che sfocia in un finale memorabile, dove assistiamo – in un montaggio alternato – all’arrivo dei Vietcong a Saigon e alla contemporanea e disperata fuga dei protagonisti in elicottero. Certo, lo stacco con i primi due film è notevole: si tratta di tutt’altro genere, non più incentrato sulle scene d’azione (che pure non mancano, anche se Tsui le gira in maniera più estetizzante e decisamente meno dinamica rispetto a Woo) ma sulla nostalgia e sui sentimenti, come suggerisce anche il sottotitolo “Amore e morte a Saigon”. In ogni caso, un film appassionante e coinvolgente, con due degli attori più carismatici di tutta la cinematografia hongkonghese (CYF e la fascinosa Anita Mui, dalle labbra rosso fuoco), una fotografia calda e avvolgente e una splendida canzone retrò interpretata dalla stessa Mui.

17 febbraio 2012

Partner (Bernardo Bertolucci, 1968)

Partner (aka Il sosia)
di Bernardo Bertolucci – Italia 1968
con Pierre Clementi, Stefania Sandrelli
**

Visto in divx.

Giacobbe, timido e nevrotico insegnante di teatro che dalla vita riceve solo umiliazioni, incontra un sosia che si chiama come lui ma che, a differenza sua, è spregiudicato e trasgressivo. Ne diventa amico e lo ospita nella propria casa, a Roma: e questi comincia a sostituirlo nella vita reale, conquistando la ragazza che ama (la Sandrelli), commettendo misteriosi omicidi e progettando azioni sovversive con i ragazzi dell’accademia teatrale. Nel finale, il protagonista si rivolgerà in prima persona agli spettatori, invitandoli ad accogliere anch'essi la propria parte nascosta: “Ciascuno di voi ha il proprio sosia: cercatelo! E liberate la belva!”. Ispirato al tema del doppio e naturalmente a “Il sosia” di Dostoevskij, che rilegge all'insegna di una “esposizione teorica antirealistica”, il film “riflette su teatro, cinema, politica e vita, per dimostrare come nulla di tutto ciò sia vero e naturale ma solo rappresentazione”. Al suo terzo lungometraggio, Bertolucci sembra però ancora in cerca di una propria strada. Dopo le influenze pasoliniane (“La commare secca”), è ora succube di quelle godardiane, già evidenti in “Prima della rivoluzione” ma che qui esplodono in maniera netta: si veda la decostruzione narrativa, l’uso e abuso di cartelli e di slogan (“Vietato vietare”, “Buttiamo via le maschere”), lo studio della gioventù e dei suoi rapporti con il mondo esterno, i temi politici del momento (la bandiera del “Vietnam libero”, presente sin dai titoli di testa con lo schermo diviso in due metà, una rossa e una blu). Il risultato è altalenante, confuso e purtroppo assai datato, anche per le eccessive ambizioni (fra i numerosi temi affrontati ci sono attacchi al consumismo e alla pubblicità, riflessioni sull’arte e sul libero arbitrio, la descrizione dell’ambiguità esistenziale, e una percezione della crisi sociale e culturale dell’Italia alla vigilia delle rivolte del 1968). Stilisticamente non mancano comunque le scene notevoli (la lotta fra le ombre, per esempio), mentre la regia non prova nemmeno a fingere di nascondere i trucchi ottici necessari a far apparire due Pierre Clementi nella stessa inquadratura. Spudorate alcune citazioni cinematografiche (“Nosferatu”, “La corazzata Pokemkin”). Esordio di Stefania Sandrelli in un film di Bertolucci (la ritroveremo ne “Il conformista” e “Novecento”), mentre Tina Aumont è la giovane venditrice di detersivi con gli occhi dipinti sulle palpebre e Sergio Tofano è il “maggiordomo” Petrushka. Fra gli studenti di teatro si riconosce Ninetto Davoli. La colonna sonora è di Ennio Morricone, le scenografie di Altan.

15 febbraio 2012

Megane (Naoko Ogigami, 2007)

Megane
di Naoko Ogigami – Giappone 2007
con Satomi Kobayashi, Masako Motai
***

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Taeko, turista in fuga dalla città e in cerca di “un posto dove il cellulare non prenda”, giunge fuori stagione – siamo all’inizio di primavera – in un’isoletta nel sud del paese. Qui alloggia in un albergo isolato, popolato da eccentrici personaggi fra i quali spicca la misteriosa signora Sakura, vero centro carismatico della comunità, che vende (o meglio, offre) le sue granite in un baracchino sulla spiaggia, organizza esercizi di ginnastica mattutini, si muove su un rudimentale triciclo e cucina prelibati piatti a base di pesce. Dalla regista di "Kamome diner" ("La locanda del gabbiano"), con cui ha in comune alcune interpreti nonché lo stile surreale e stralunato a metà fra Kitano e Kaurismäki, un film lento e minimalista sull’importanza di “non avere fretta”, di riflettere su sé stessi e il passato, di imparare a “crepuscolare”. Impagabili le mappe assai essenziali che il gestore dell’albergo disegna per i propri clienti (“Quando comincerete a pensare di esservi persi, andate avanti ancora 80 metri e poi girate a destra”). Il titolo, che significa “occhiali”, si riferisce al fatto che tutti i personaggi li portano, anche se a volte è necessario toglierseli per guardare il mondo da un altro punto di vista. Molte le cose non dette e le domande lasciate senza risposta (da cosa fugge Taeko? da dove viene la signora Sakura?). Ma in fondo, vista la natura metafisica della pellicola, non è importante sapere tutto. Bellissimi i paesaggi e gli ambienti, le spiagge con la sabbia bianchissima, il colore del mare, il vento, la luna.

13 febbraio 2012

I ragazzi della 56a strada (F. Coppola, 1983)

I ragazzi della 56a strada (The Outsiders)
di Francis Ford Coppola – USA 1983
con C. Thomas Howell, Matt Dillon
**1/2

Visto in VHS, con Marisa.

Nella cittadina di Tulsa, in Oklahoma, l'odio e la rivalità dividono la banda dei "greasers" (i ragazzi dei bassifondi) e quella dei "social" (i rampolli di buona famiglia). Quando il quattordicenne Ponyboy (C. Thomas Howell) e il suo amico sedicenne Johnny (Ralph Macchio) uccidono un rivale che li aveva aggrediti, sono costretti a rifugiarsi per qualche giorno in una chiesa abbandonata in campagna. Dopo aver salvato eroicamente alcuni bambini da un edificio in fiamme, torneranno in città per uno scontro risolutore con la banda nemica: ma la morte di Johnny spingerà l'amico Dallas (Matt Dillon) verso l'autodistruzione. Tratto da un romanzo della scrittrice Susan E. Hinton e ambientato negli anni sessanta, è un film che a livello di trama non sembra aggiungere molto a quello che già altre pellicole (da "Gioventù bruciata" a "West Side Story") avevano detto sull'argomento, anche se Coppola ci innesta alcune sequenze poeticamente significative (come la scena in cui Ponyboy e Johnny ammirano il tramonto e la bellezza della natura, riflettendo sul valore della gioventù attraverso i versi di Robert Frost). Oltre che su una regia stilizzata, su una fotografia espressionista e dai colori accesi, su inquadrature e caratterizzazioni da teen movie (si veda tutta la prima parte, ambientata al drive in), può contare su un nutrito cast di giovani promesse (molte delle quali faranno carriera: Patrick Swayze, Tom Cruise, Emilio Estevez, Rob Lowe, Diane Lane) e di guest star (Tom Waits, la stessa Susan Hinton). Reduce dal flop del suo film precedente, "Un sogno lungo un giorno", Coppola decise di realizzare la pellicola su suggerimento degli studenti di una scuola media che lo avevano letto in classe. Durante la lavorazione, stese – insieme alla Hinton – la sceneggiatura di un altro film da girare negli stessi luoghi, con la stessa troupe e parte dello stesso cast: il più sperimentale e meno commerciale "Rusty il selvaggio", uscito nello stesso anno e che con questo forma un dittico sui temi del disagio esistenziale e della delinquenza giovanile. Nella colonna sonora di Carmine Coppola (padre del regista), spicca la canzone "Stay Gold", cantata da Stevie Wonder. Nella riedizione del 2005 (che presenta molte scene aggiunte o modificate), gran parte della musica è stata sostituita con canzoni degli anni sessanta (di Elvis Presley e altri). Senza senso il titolo italiano, che sembra collocare la vicenda a New York.

12 febbraio 2012

Super Size Me (M. Spurlock, 2004)

Super Size Me (id.)
di Morgan Spurlock – USA 2004
con Morgan Spurlock, Alexandra Jamieson
*1/2

Visto in TV.

L’obesità è ormai una vera e propria epidemia in molti paesi industrializzati, Stati Uniti in testa. Per dimostrare la dannosità dei cibi grassi e ricchi di zucchero, come quelli serviti dalle grandi catene di fast food, il regista e interprete di questo documentario ha provato a nutrirsi per 30 giorni esclusivamente da McDonald’s, mangiando hamburger e patatine a colazione, pranzo e cena (abbinando il tutto a una completa assenza di esercizio fisico, in modo da “riprodurre” lo stile di vita di molti americani). L’esperimento, condotto sotto stretto controllo medico, rivela quello che in fondo si sapeva già dal principio: mangiando così, si ingrassa e si sta male. C’era davvero bisogno di farci su un film? Realizzata nel periodo in cui alcuni gruppi di consumatori cominciavano a far causa a McDonald’s e soci perché non li avrebbero informati dei danni provocati dal loro cibo, la pellicola intende denunciare gli effetti di una dieta di scarsa qualità, accusare le compagnie alimentari di lanciare campagne pubblicitarie rivolte ai minori per fornire loro un “imprinting” sin dall’infanzia, dare voce agli esperti nutrizionisti che sconsigliano di ingurgitare cibo spazzatura. Ma se il messaggio è giusto e l’argomento importante, lo stile di Spurlock (sulle orme di Michael Moore) è paternalista, retorico, banale, sensazionalista. Non mancano comunque alcuni spunti interessanti (come le riflessioni sul fatto che, mentre negli Stati Uniti è ormai “socialmente accettato” criticare i fumatori, attaccare una scorretta alimentazione – tranne quando riguarda i bambini, con riferimento alle mense scolastiche – è ancora visto come una limitazione della libertà personale). Uno degli effetti della pellicola fu quello di spingere McDonald’s a eliminare il menù “Super Size” dai suoi ristoranti.

09 febbraio 2012

Hugo Cabret (M. Scorsese, 2011)

Hugo Cabret (Hugo)
di Martin Scorsese – USA 2011
con Asa Butterfield, Ben Kingsley
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Marisa.

Agli inizi degli anni trenta, il piccolo orfano Hugo Cabret vive clandestinamente nella stazione di Montparnasse di Parigi, dove – aggirandosi fra stanze segrete, meccanismi e ingranaggi – si preoccupa di far funzionare correttamente i numerosi orologi presenti nell'edificio. L'unico legame che gli resta con il padre, scomparso in un incendio, è un misterioso automa scrivano che l'uomo stava cercando di riparare prima di morire. Per renderlo di nuovo funzionante, Hugo ruba pezzi di ricambio dal negozio di giocattoli della stazione, il cui proprietario nasconde un segreto che il bambino cercherà di svelare con l'aiuto della coetanea Isabelle. Adattando il libro di Brian Selznick, Scorsese realizza il suo primo film per bambini, nonché il suo primo film in 3D: apparentemente una pellicola per famiglie come tante altre, man mano che la trama procede si rivela un esplicito omaggio al cinema degli albori, immergendo lo spettatore nella magia delle opere di George Méliès. Pioniere degli trucchi ottici e degli effetti speciali, Méliès fu il primo cineasta a usare il linguaggio della settima arte per descrivere mondi fantastici e raccontare sogni e mirabolanti avventure anziché riprodurre semplicemente la realtà, come avveniva invece nei primi esperimenti dei fratelli Lumière. Già illusionista e giocattolaio (i cenni biografici narrati nel film sono in gran parte autentici), fu autore di centinaia di film (spesso colorati direttamente sulla pellicola): il più celebre, pluricitato nella pellicola di Scorsese, è il "Viaggio nella luna" del 1902. E il regista italoamericano utilizza il 3D – oltre che per rendere vivo e avvolgente l’ambiente della stazione di Montparnasse (a un certo punto cita anche il celebre incidente ferroviario del 1895) – proprio per riprodurre in tre dimensioni gli stessi film di Méliès (e quelli dei Lumière: in particolare "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat", con gli spettatori che si spaventano credendo di essere travolti, che in versione stereoscopica acquista ancora maggior realismo): una “giunzione” fra i due estremi della storia – e della tecnica – del cinema che ha davvero del magico. Innumerevoli, comunque, le citazioni cinematografiche: Hugo e Isabelle assistono al cinema a "Preferisco l’ascensore" con Harold Lloyd (la famosa scena in cui l’attore rimane appeso alle lancette di un orologio sulla facciata di un palazzo, ripresa – oltre che in questo film, nella sequenza in cui lo stesso Hugo si appende alle lancette dell’orologio di Montparnasse – anche da Jackie Chan in "Project A"), mentre del montaggio fanno parte alcuni filmati d'epoca sulla guerra (che scorrono sulle note della “Gnossienne n. 1” di Erik Satie: ma la colonna sonora – per il resto di Howard Shore – comprende anche la “Danza macabra” di Saint-Saëns) e brevi flash con Louise Brooks, Buster Keaton, Charlie Chaplin, Rodolfo Valentino e mille altri protagonisti del cinema muto. Curioso, a questo proposito, come nello stesso anno – il 2011 – siano usciti due film che rendono omaggio al cinema degli esordi (l'altra è ovviamente "The Artist"), entrambi dati fra i favoriti agli Oscar: evidentemente ci troviamo in un periodo particolarmente nostalgico. E pensare che una è una pellicola francese che omaggia il cinema americano, l'altro è un film americano che omaggia il cinema francese. Scorsese, poi, è ancora più ammirevole perché è riuscito a rivolgere il suo appassionato grido d’amore per il cinema proprio ai più giovani (non dimentichiamo che il target della pellicola è comunque infantile). Accanto ai due protagonisti bambini (Asa Butterfield e Chloë Grace Moretz, il cui personaggio – entusiasta ed accanita divoratrice di libri – ricorda l'Hermione di "Harry Potter") si muove un interessante cast di adulti, a partire da Ben Kingsley nei panni di Méliès: Sacha Baron Cohen è l’ispettore ferroviario (i cui inseguimenti a Hugo lungo le banchine della stazione forniscono gli inevitabili momenti comici di questo tipo di film, di cui si poteva forse fare anche a meno), Jude Law è il padre di Hugo, Christopher Lee è il libraio, Helen McCrory è la moglie di Méliès, Emily Mortimer è la fioraia.

08 febbraio 2012

Cattivissimo me (Coffin, Renaud, 2010)

Cattivissimo me (Despicable Me)
di Pierre Coffin e Chris Renaud – USA/Francia 2010
animazione digitale
**

Visto in divx.

Dopo che un suo rivale è stato in grado di sottrarre la Piramide di Cheope, il supercriminale Gru progetta di rubare la Luna per dimostrare agli altri “cattivi” di essere il migliore di tutti. Per mettere in atto il suo piano è costretto ad adottare tre bambine provenienti da un orfanotrofio, alle quali finirà con l’affezionarsi. Divertente e innocua parodia dei “supervillain” di tanti fumetti e film sui supereroi (i “buoni”, curiosamente, sono del tutto assenti), che prende spunto – oltre che dagli albi Marvel occasionalmente dedicati a criminali come il Dottor Destino – da “Gli incredibili” della Pixar, dal dottor Male di “Austin Powers” e dalla serie “Spy versus Spy”. L’idea è carina, ma viene sviluppata senza particolari guizzi e senza offrire alcuna sorpresa allo spettatore: tutto è prevedibile e telefonato, dall’obbligata simpatia dei personaggi (fra i quali spiccano gli innumerevoli “minions”, gli sgherri al servizio del protagonista) al lieto fine sdolcinato, compresa la “normalizzazione” del supercriminale (la cui base segreta, piena di attrezzature tecnologiche, è inserita fra le villette a schiera della tipica periferia americana), che deve fare la spesa, chiedere prestiti in banca (naturalmente si tratta della Banca del Male, “già Lehman Brothers”), e con tanto di mamma a carico. Ben trattato, comunque, il tema dell’infanzia (si rivela che la Luna è sempre stata al centro dei sogni e dei desideri del protagonista fin da quando era bambino). Prodotto dalla Universal (è il primo film della neonata divisione Illumination Entertainment), è stato interamente realizzato dallo studio francese Mac Guff.

06 febbraio 2012

Furia (Fritz Lang, 1936)

Furia (Fury)
di Fritz Lang – USA 1936
con Spencer Tracy, Sylvia Sidney
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Costanza, Ginevra, Eleonora.

Il primo film americano di Lang – che era fuggito da poco dalla Germania nazista – è ispirato (pare) a un fatto di cronaca e soprattutto a un’inquietante statistica, citata nella stessa pellicola: nei 45 anni precedenti, negli Stati Uniti si erano verificati più di 6.000 casi di linciaggi di massa, nella maggior parte dei quali i responsabili non sono mai stati identificati né condannati. L’onesto garagista Joe (Tracy), proprio alla vigilia delle sue nozze con Kate (Sidney), viene scambiato per un rapitore di bambini e portato in carcere nella cittadina di Strand, in attesa di giudizio. La voce del suo arresto si sparge per il paese, e ben presto la folla assalta la prigione per farsi giustizia da sola. L’edificio viene dato alle fiamme, e soltanto dopo il suo crollo si scoprirà che l’uomo era innocente. Miracolosamente scampato all’incendio, e ritenuto morto da tutti, Joe medita una crudele vendetta, facendo in modo che ventidue dei cittadini di Strand vengano processati e condannati a morte per il suo omicidio. Il titolo “Furia” può dunque riferirsi tanto alla follia omicida della massa quanto all’ira vendicativa del protagonista. Cupo thriller che il lieto fine (imposto dai produttori, fra i quali figura Joseph L. Mankiewicz) non riesce completamente a edulcorare, il film è un impietoso ritratto della provincia americana, di cui descrive la brutalità e la violenza repressa (in contrasto con la visione ottimistica e la fiducia nel popolo che caratterizza da sempre la cultura degli Stati Uniti) e la consuetudine di farsi giustizia da soli (così diffusa allora del paese, soprattutto nelle regioni del Sud e del Midwest). Sfiorando temi già trattati nelle sue pellicole tedesche (in particolare “M, il mostro di Düsseldorf”), Lang approfondisce in particolare il concetto a lui caro del potenziale assassino nascosto in ciascun essere umano (impagabile la scena del barbiere che racconta di essere talvolta preso dall’impulso di tagliare la gola ai suoi clienti), che si tratti di un singolo o di una folla (e qui la mente corre alle celebre pagine manzoniane sulla massa che agisce senza pensare alle conseguenze delle proprie azioni), un tema che tornerà a più riprese anche nei lavori successivi, da “Sono innocente” a “La donna del ritratto”. Da notare che la cagnolina Rainbow è interpretata dalla stessa “attrice” (Terry) che tre anni dopo sarà Totò nel “Mago di Oz” di Victor Fleming. La scena in cui l’immigrato rivendica di conoscere la costituzione degli Stati Uniti meglio di coloro che in America ci sono nati, avendo dovuto studiarla per ottenere il visto d’ingresso, fa evidentemente riferimento all’esperienza dello stesso Lang.

04 febbraio 2012

Prima della rivoluzione (B. Bertolucci, 1964)

Prima della rivoluzione
di Bernardo Bertolucci – Italia 1964
con Francesco Barilli, Adriana Asti
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Ambientato a Parma all’inizio degli anni sessanta, il secondo lungometraggio di Bertolucci – all’epoca ventitrenne! – è il suo primo film veramente “personale” (la pellicola precedente, “La commare secca”, era ancora troppo pasoliniana): non solo perché si svolge nella sua terra, ma anche e soprattutto perché fonde e mescola – come accadrà in tutta la filmografia successiva del regista emiliano – il tema dell’impegno e dell’ideologia politica con quello dell’esistenzialismo, del cambiamento, dei sentimenti e delle relazioni personali e individuali. Il titolo proviene da una citazione di Tayllerand: “Chi non ha conosciuto la vita prima della rivoluzione non sa cos’è la dolcezza del vivere”. Il giovane Fabrizio (Francesco Barilli), di famiglia borghese ma di idee comuniste, vive la contraddizione di far parte di una comunità dove persino i proletari aspirano a integrarsi nel sistema anziché, come un tempo, a "rompere le catene". Scosso dalla morte improvvisa dell’amico Agostino, annegato nel Po, si innamora della sua giovane zia Gina (Adriana Asti), con la quale stringe un’intensa e segreta relazione. Anche la donna è in fuga (da sé stessa, da Milano) e in cerca di qualcosa che non riesce ad afferrare (scopriremo più avanti che è in cura da uno psicanalista, probabilmente Cesare Musatti, con cui proprio la Asti era in analisi: “lei ha la febbre dei nervi, io la febbre del presente”, dirà il ragazzo) ma la sua storia "rivoluzionaria" con il nipote non è destinata a durare. Quando Fabrizio si renderà conto che è impossibile conciliare le idee che gli stanno a cuore con il tessuto sociale in cui vive, abbandonerà l’impegno politico e tornerà nell’alveo della “normalità", accettando di sposare la ragazza cattolica e di buona famiglia che fin dall’inizio gli era stata predestinata (“Per me l'ideologia è stata una vacanza, una villeggiatura. Credevo di vivere gli anni della rivoluzione, e invece vivevo gli anni prima della rivoluzione”). Oltre che per i contenuti (che per certi versi sembrano anticipare le inquietudini de "I pugni in tasca" di Bellocchio), il film si differenzia da Pasolini anche per lo stile, chiaramente debitore verso i maestri della nouvelle vague: debito che viene riconosciuto nella scena in cui l’amico cinefilo di Fabrizio (interpretato da Gianni Amico, co-sceneggiatore del film) afferma – dopo aver visto “La donna è donna” di Godard – che “lo stile è un fatto morale” (e che “non si può vivere senza Rossellini”). Un altro omaggio metacinematografico è dato dalla sequenza della "camera ottica", dove il mondo esterno è osservato attraverso il riflesso in uno specchio, l'unica a colori in un film per il resto in bianco e nero. Da notare che i nomi dei personaggi sono gli stessi dei protagonisti de “La certosa di Parma” di Stendhal. La colonna sonora di Ennio Morricone è integrata dal jazz di Gato Barbieri, da un paio di canzoni di Gino Paoli e, nel finale, dal Macbeth di Verdi in scena al Teatro Regio, cui Fabrizio assiste dal palco di famiglia della sua fidanzata. Nel cast, diversi attori non professionisti: Cesare, l’ideologo comunista che fa anche il maestro elementare (e che nel finale legge ai suoi alunni “Moby Dick”, simbolo di una ricerca eterna e impossibile) è interpretato dal critico cinematografico Morando Morandini; Puck, il proprietario terriero che rimpiange i tempi andati, è Cecrope Barilli, curiosamente omonimo di un pittore parmense dell'ottocento di cui Francesco Barilli, il protagonista del film, è il nipote. Ma Puck è un nome shakespeariano, e Shakespeare fa subito venire in mente un parallelo fra Fabrizio ed Enrico V...

03 febbraio 2012

Sex and Zen III (Aman Chang, 1998)

Sex and Zen III (Yu pu tuan III: zhi guan ren wo yao)
di Aman Chang – Hong Kong 1998
con Karen Yeung, Timothy Zhao
*

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Ancora prodotto – come il secondo – da Wong Jing, il terzo film della serie è quello che meno tiene fede al proprio titolo: di "zen", ormai, non c'è proprio traccia! La pellicola si discosta dalle precedenti anche per il tono generale, che mette da parte l'ironia e gli elementi fantastici in favore di un impanto melodrammatico che a tratti sfocia addirittura nel torture movie. Tre ragazze povere – Susan (Karen Yeung), Fanny (Tung Yi) e Chinyun (Chung Chun) – vengono vendute dalle rispettive famiglie al bordello di madame Tall Kau (Chik King-Man), dove vengono addestrate per diventare esperte prostitute. Susan si innamora, ricambiata, dello studente Chu Chi-Ang (Timothy Zhao), scatenando la gelosia di Fanny, che la accusa di aver ucciso il mercante di cavalli Sir Lui (Elvis Tsui). Richiamato da Chinyun, sarà proprio il giovane Chu, che nel frattempo è diventato un magistrato (e ha appreso straordinarie tecniche sessuali da un misterioso giustiziere), a salvarla dalla terribile prigione in cui è stata rinchiusa. Rispetto ai due film precedenti mancano gli attori di spicco (se si eccettua il solito Elvis Tsui) e soprattutto l'umorismo demenziale. Se aggiungiamo che la trama è piatta e prevedibile, che la sceneggiatura è raffazzonata (i pochi spunti interessanti non vengono poi approfonditi), ma soprattutto che nessuna delle attrici ha il carisma o la carica erotica di Shu Qi, di Amy Yip o delle altre interpreti dei film precedenti, si capisce perché questo capitolo è decisamente il meno riuscito della saga.

02 febbraio 2012

Sex and Zen II (Chin Man Kei, 1996)

Sex and Zen II (Yu pu tuan II: yu nu xin jing)
di Chin Man Kei – Hong Kong 1996
con Loretta Lee, Shu Qi
**

Visto in divx.

La trama del secondo episodio di "Sex and zen" (prodotto da Wong Jing, prolifico filmmaker hongkonghese specializzato in pellicole trash e di exploitation) non ha legami con il precedente, anche se non mancano alcuni deboli riferimenti interni. Ispirato dalle imprese di Lawrence Ng nel primo film, infatti, il ricco e potente Sai Moon Kin (Elvis Tsui) fortifica la propria virilità e si pone l'obiettivo di conquistare più donne possibile, non esitando ad approfittare anche della giovane e bellissima moglie (Shu Qi) del suo figlio ritardato. Ma ignora che questa è in realtà una perfida strega, la "Signora del Miraggio", che ha il potere di risucchiare le energie di tutti coloro con cui fa l'amore, uomini o donne che siano. A sconfiggerla ci penserà l'altra figlia di Sai, Yiau (Loretta Lee), che si veste da ragazzo e indossa una cintura di castità, aiutata da un misterioso giustiziere, Uomo di Ferro, e da un giovane studente lascivo con il membro di metallo (alla "Tetsuo"). Dopo un inizio grezzo e grottesco, ricco di gag bizzarre e demenziali quanto e più quelle del primo film (la gara di eiaculazione ce la potevano risparmiare!), i toni della pellicola virano decisamente verso il fantasy/horror nello stile di "Storia di fantasmi cinesi", seppur con una robusta dose di sesso (ma sempre nei limiti del softcore). E non manca un certo fascino visivo, fra creature demoniache e spettrali, veli fluttuanti, una fotografia colorata ed eterea. Ingegnosa la trovata del veleno che condanna a morte chi lo ingerisce a meno che non faccia l'amore con una donna entro un'ora, e memorabile il duello finale all'ultimo orgasmo fra Loretta Lee e Shu Qi. In effetti, i fan di quest'ultima – come il sottoscritto – non resteranno delusi: la splendida interprete, a inizio carriera (si tratta praticamente del suo debutto), si concede allo spettatore con generosità ed è protagonista delle sequenze più hot. D'altronde, prima di diventare una diva mainstream, si è fatta le ossa proprio con pellicole come queste, e per lungo tempo ha faticato a togliersi di dosso la fama di attrice di film "Category III". Anche Elvis Tsui, che interpretava il mercante di seta nel film precedente, è uno dei volti (e corpi) maschili più noti del genere: sarà l'unico attore ad apparire in tutti e tre i capitoli della serie (pur interpretando personaggi sempre diversi).

01 febbraio 2012

Sex and Zen (Michael Mak, 1991)

Sex and Zen (Yu pu tuan zhi: tou qing bao jian)
di Michael Mak – Hong Kong 1991
con Lawrence Ng, Amy Yip
*1/2

Rivisto in divx.

Primo di una fortunata serie di "Category III" (le pellicole hongkonghesi vietate ai minori, di cui è il campione d'incassi di sempre) e ispirato da un classico romanzo erotico cinese del diciassettesimo secolo ("Il tappeto da preghiera di carne" di Li Yu, che è poi il sottotitolo della versione italiana), è un film che – com'è tipico del cinema di Hong Kong in generale – si caratterizza per una continua alternanza di registri, passando senza vergogna dalla farsa boccaccesca e demenziale al melodramma di ambientazione storica e dai toni tragici, un mix che può certamente lasciare perplesso uno spettatore occidentale. Proprio il diffuso sense of humour, in ogni caso, ne rende in parte interessante la visione. Il giovane Mei Yeung-Sheng, lascivo e donnaiolo, si fa trapiantare il membro di un cavallo per conquistare la moglie di un rozzo venditore di tessuti. Mentre però è lontano da casa, passando da un'avventura amorosa all'altra, la sua stessa consorte viene sedotta e abbandonata: la ritroverà in un bordello. Alternando scene spinte (ma mai completamente esplicite, anche se le nudità femminili abbondano, così come amplessi, masturbazioni, rapporti saffici e sadomaso) e altre decisamente comiche o grottesche (quando i due elementi non coesistono, come nelle sequenze del flauto o del pennello), il film procede fra alti e bassi con una struttura a episodi che si chiude nel finale all'insegna della morale "chi la fa l'aspetti", ovvero "ogni azione ha delle conseguenze". La pettoruta Amy Yip, già celebre per "Erotic Ghost Story", è la diva per eccellenza di questo genere cinematografico, mentre il protagonista Lawrence Ng è più noto come interprete di serie televisive. Nel cast figurano anche Kent Cheng (il chirurgo) e Carrie Ng (la proprietaria del bordello), oltre a Lo Lieh (il bandito), Elvis Tsui (il mercante di seta), Mari Ayukawa (sua moglie), Isabella Chow e Rena Murakami (le due dame cugine). Nel corso degli anni novanta sono usciti due seguiti (con storie in realtà indipendenti) e, di recente, anche una versione in 3D (naturalmente approdata subito nelle nostre sale, quando invece i film hongkonghesi d'autore sono ormai regolarmente trascurati dai distributori italiani).

30 gennaio 2012

J. Edgar (Clint Eastwood, 2011)

J. Edgar (id.)
di Clint Eastwood – USA 2011
con Leonardo DiCaprio, Armie Hammer
**

Visto al cinema Colosseo.

Biografia romanzata di J. Edgar Hoover, uno degli uomini più popolari, controversi e temuti d'America, fondatore e direttore per quasi cinquant'anni dell'FBI (Federal Bureau of Investigation). Il film – che ne racconta la vita attraverso una serie di flashback (si immagina infatti che lo stesso Hoover, ormai invecchiato, detti le sue memorie a una serie di scrittori per pubblicare un libro autobiografico) – lo ritrae come fermo, solitario, represso, omosessuale, ossessionato dalla lotta al comunismo e alla criminalità, ma anche cacciatore di gloria personale e fortemente attaccato al potere e alla propria poltrona: impagabili le scene in cui, alla nomina di ogni nuovo Presidente degli Stati Uniti (nel corso della sua carriera se ne sono succeduti ben otto), si reca alla Casa Bianca con un dossier “scomodo” su di lui, per poterlo ricattare e assicurarsi in questo modo il suo appoggio. L’intero film – dominato da un ottimo DiCaprio – si poggia sulla figura di Hoover: gli altri personaggi appaiono in scena soltanto in funzione del suo rapporto con lui (tant’è che, fra di loro, non interagiscono mai). Ma il ritratto che ne esce fuori è ambiguo e poco lucido, e alla fine ci si chiede che cosa volesse raccontare questo film. Si salta di palo in frasca, in maniera talvolta arbitraria e senza collegamento: dall’introduzione del metodo scientifico nelle indagini (impronte digitali, archivi, intercettazioni: “l’informazione è potere” era uno dei suoi motti) al racconto di alcuni episodi e “casi” celebri (il rapimento del figlio di Charles Lindbergh, la lettera di minacce inviata a Martin Luther King), dalla relazione con il suo braccio destro Clyde Tolson (Armie Hammer) al rapporto con la madre (Judi Dench). Non sempre convincente il trucco che invecchia i personaggi: ancora accettabile su DiCaprio, del tutto inadeguato per Hammer o per Naomi Watts (la segretaria). Alla fine si resta con la sensazione che Clint – qui autore anche delle musiche – negli ultimi anni stia sfornando un po’ troppi film: se dedicasse più tempo a “limare” i difetti di ciascuno di essi, per esempio curando meglio le sceneggiature (nulla da dire su regia e fotografia, invece), sarebbero potenzialmente tutti capolavori.

27 gennaio 2012

Arrivederci ragazzi (L. Malle, 1987)

Arrivederci ragazzi (Au revoir les enfants)
di Louis Malle – Francia/Germania 1987
con Gaspard Manesse, Raphaël Fejtö
***

Rivisto in divx, con Marisa.

Per il Giorno della Memoria, ho rivisto questo classico film di Louis Malle, vincitore fra l’altro del Leone d’Oro al Festival di Venezia. Nell’inverno del 1943, nella Francia occupata dai tedeschi, il piccolo Julien Quentin è inviato dalla sua famiglia a frequentare un collegio religioso. Qui stringe una profonda amicizia con il coetaneo Jean Bonnet, il cui vero nome è Jean Kippelstein: si tratta infatti di un ebreo, accolto sotto falso nome dal direttore del collegio per proteggerlo dalle persecuzioni naziste. Ma sarà tutto inutile, visto che una mattina di gennaio la Gestapo farà irruzione nell’istituto e porterà via Jean insieme ad altri due ragazzi e al direttore della scuola (che saluterà gli alunni con la frase che dà il titolo alla pellicola). Ispirato a un’esperienza vissuta in prima persona dal regista (che a 11 anni fu testimone di eventi del tutto simili a quelli descritti sullo schermo), attraverso i dispetti e l’amicizia dei bambini il film fa riflettere sull’insensatezza dell’odio degli adulti e delle tragedie della storia. La cura nella descrizione delle dinamiche e delle psicologie infantili (che fa accomunare il film a tante altre pellicole francesi ambientate in scuole o collegi, da “Zero in condotta” a “I quattrocento colpi”, da “Essere e avere” al recente “La classe”) si sposa con la descrizione dell’Olocausto da un punto di vista personale e individuale, rendendo la tragedia ancora più ingiusta, assurda e incomprensibile perché osservata con gli occhi di un bambino. Da notare che si tratta di una coproduzione franco-tedesca. Malle aveva già affrontato il periodo storico e il tema del collaborazionismo nel precedente "Cognome e nome: Lacombe Lucien".

26 gennaio 2012

Il passo sospeso della cicogna (T. Angelopoulos, 1991)

Il passo sospeso della cicogna (To meteoro vima tou pelargou)
di Theodoros Angelopoulos – Grecia/Francia/Italia 1991
con Gregory Karr, Marcello Mastroianni
**

Visto in divx, con Marisa.

La recente scomparsa del regista greco Theo Angelopoulos, di cui praticamente non ho mai visto nulla (tranne qualche cortometraggio all’interno di film a episodi), mi ha spinto a recuperare una delle sue pellicole meno note, una meditazione sul tema dell’identità, dei confini e dell’immigrazione (il film si apre con l’immagine di alcuni clandestini dispersi in mare). Il giornalista televisivo Alexandre, inviato a realizzare un servizio in una città innevata presso il confine fra Grecia e Albania dove si ammassano orde di profughi e di immigrati (albanesi, turchi, curdi, iraniani) in attesa dei documenti per entrare nel paese, crede di riconoscere in uno dei disperati un celebre uomo politico e scrittore (Mastroianni) la cui misteriosa e volontaria sparizione, anni prima, aveva suscitato scalpore. Per confermare la sua identificazione, farà giungere fin lì la moglie dell’uomo (Jeanne Moreau, che recita in inglese), ma il mistero rimarrà. In parte profetico (la guerra nei Balcani era ancora da venire, ma la paralisi e l'incapacità della politica di far fronte ai problemi sociali e all'immigrazione era già evidente), pericolosamente vicino alle atmosfere di Antonioni e Tarkovsky (la “colpa” è di Tonino Guerra, co-sceneggiatore), pieno di metafore e di simboli, il film indaga con estrema lentezza "le frontiere politiche e quelle dell’anima", ma il risultato è spesso poeticista, pretenzioso e confuso, soprattutto nelle scene parlate. Meglio, molto meglio, quelle mute, che sprigionano un fascino particolare: su tutte, la carrellata sulle carrozze del treno usato come rifugio dagli immigrati, il piano sequenza della sala da ballo e soprattutto la scena del matrimonio sulle sponde del fiume, con gli sposi che si trovano sulle rive opposte e sono separati dall'acqua e dalla frontiera. Fondamentale la colonna sonora di Eleni Karaindrou. Il titolo fa riferimento alla posizione che il protagonista assume, con un piede sollevato, sulla linea che delimita il confine.

24 gennaio 2012

Il buono, il brutto, il cattivo (S. Leone, 1966)

Il buono, il brutto, il cattivo
di Sergio Leone – Italia 1966
con Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef
****

Rivisto in Blu-ray con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra, Eleonora e Costanza.

Sullo sfondo della sanguinosa guerra di secessione americana, tre uomini che vivono ai margini della legge (un giustiziere senza nome soprannominato "il Biondo"; il fuorilegge messicano Tuco; e il killer a pagamento chiamato "Sentenza") si mettono sulle tracce di una cassa con duecentomila dollari in oro, sottratta all'esercito sudista e nascosta in un cimitero. La "trilogia del dollaro" di Sergio Leone, che ha dato il via alla stagione dei western all'italiana, si conclude con il film forse più celebre e importante dell'intero filone, una pellicola epica e avventurosa, ambiziosa e divertente, ironica e spettacolare. Se Clint Eastwood era stato il protagonista assoluto del primo film ("Per un pugno di dollari"), affiancato poi da Lee Van Cleef nel secondo ("Per qualche dollaro in più"), qui i personaggi centrali diventano tre (come indica già il titolo della pellicola, fra l'altro ben più azzeccato e significativo di quelli dei due film precedenti, che in fondo avrebbero potuto essere appioppati a qualsiasi spaghetti western): il terzo incomodo è il formidabile Eli Wallach, nel ruolo più celebre di una carriera che pure lo ha visto recitare in compagnia di divi come Marilyn Monroe ("Gli spostati") e in pellicole come "I magnifici sette" e "La conquista del west". Proprio il suo personaggio, "il brutto" Tuco, è il più simpatico e "umano" dei tre protagonisti, non solo perché gli sono riservati i momenti più tipicamente comici ma anche e soprattutto perché è quello meglio caratterizzato (basti pensare al background che gli forniscono sequenze come quella dell'incontro con il fratello prete). Clint Eastwood, che naturalmente è "il buono", interpreta ancora una volta il ruolo dell'eroe senza nome (il fatto che soltanto nel finale giunga a indossare il celebre poncho che vestiva nei film precedenti suggerisce che questo possa essere – almeno idealmente – il prequel degli altri due). Van Cleef, invece, stavolta è "il cattivo" (e per ringiovanirlo rispetto al colonnello Mortimer, Leone gli ha fatto tingere i baffi e i capelli di nero): al contrario degli antagonisti nevrotici e spietati interpretati in precedenza da Gian Maria Volontè, però, la sua non è una cattiveria pura, bensì sempre controllata e finalizzata a un obiettivo.

Nonostante la monumentale durata (quasi tre ore), la storia che il film racconta è piuttosto semplice e il canovaccio è quello della caccia al tesoro, con ciascuno dei tre personaggi in possesso di solo una parte delle informazioni che consentono di trovare il bottino, il che li costringe a dar vita ad alleanze forzate che si formano e si disfano a seconda degli eventi. Sullo sfondo, come detto, c’è uno scenario storico preciso, quello della guerra civile americana, che non solo dona a tutta la vicenda un maggior respiro epico e quell’universalità che mancavano nei film precedenti ma ne accentua il continuo senso di morte imminente (che accompagna i personaggi dalla prima all'ultima sequenza: non a caso il climax del film si svolge in un cimitero). E di fronte agli orrori di un conflitto insensato ("Non ho mai visto morire tanta gente, tanto male", commenta il Biondo osservando una battaglia), anche gli inganni e le violenze dei tre protagonisti si fanno più piccoli e passano quasi in secondo piano, lasciandoli impegnati a battersi fra loro nella più totale indifferenza del resto del mondo, comprese le autorità o la legge. Pare che quest’idea sia stata suggerita a Leone da "Monsieur Verdoux", in cui Chaplin si chiedeva quanto contino i delitti "artigianali" di un singolo di fronte ai massacri voluti dai potenti del mondo. Il lungo viaggio dei tre personaggi incrocia dunque più volte la guerra, dalla quale entrano ed escono in continuazione: sono costretti a vestire divise, a interagire con i soldati, a evitare cannonate e battaglie, a superare trincee e linee nemiche, a evadere dai campi di prigionia... Non prendono posizione: che indossino o meno una divisa, rimangono del tutto indifferenti alle ragioni e agli ideali della guerra e non parteggiano per una parte o per l'altra: ma d'altronde lo stesso sembra valere per i soldati e i loro comandanti, ritratti come disperati o fatalisti (esemplare al riguardo la toccante sequenza di Aldo Giuffrè, il capitano nordista che sogna di far saltare il ponte che è stato incaricato di proteggere), che reputano la guerra qualcosa di sporco e di inutile a prescindere dalle parti in causa. E non contiamo quanti di loro sono mutilati, senza arti o con cicatrici.

Girato come i precedenti in Almeria (la regione della Spagna che storicamente ha sempre fornito le ambientazioni per gli spaghetti western: un debito riconosciuto in pellicole-omaggio come "800 Bullets" di Alex de la Iglesia), con la partecipazione dell'esercito franchista (che ha fornito i soldati per le scene di massa) e prodotto ancora da Alberto Grimaldi (con un ricco finanziamento della United Artists, che lasciò però carta bianca agli italiani), il film è il primo western ad alto budget di Leone, visto che le due pellicole precedenti – soprattutto la prima – erano state girate in economia. Recitato in una babele di lingue (inglese per i tre protagonisti, italiano per gli attori secondari, spagnolo per le comparse), venne poi doppiato in occasione delle varie uscite in sala. Non esiste dunque una vera e propria versione originale: alcuni attori (come Al Mulock) sul set recitavano addirittura parole senza senso o sequenze di numeri, sapendo che comunque sarebbero stati doppiati. Troppe sono le scene significative per ricordarle tutte: si dovrebbe raccontare, sequenza per sequenza, l’intero film. Vorrei però sottolinearne un paio che sono legate agli oggetti più iconici del western, le pistole. Innanzitutto la sequenza in cui Tuco, appena uscito dall’inferno del deserto, si presenta nel negozio di un venditore di armi e si "assembla" una pistola personalizzata scegliendo gli elementi ideali di ciascun modello che il commesso gli propone (la scena si conclude poi con uno sberleffo, la rapina al negoziante); e poi quella in cui il Biondo, dopo aver sconfitto Sentenza, avrà cura di farlo raggiungere nella tomba proprio dalla pistola e dal cappello: come scrive Francesco Minnini, si tratta di "accessori simbiotici del cowboy, che neppure un nemico oserebbe separare dal padrone, anche se morto". Quanto al "triello" finale, un celebre enigma di logica basato sulla teoria dei giochi suggerisce che al più "scarso" dei tre tiratori convenga sparare a vuoto: qui per Tuco ci pensa il Biondo, scaricandogli la pistola prima dello scontro (il che gli consente di vincere il duello con Sentenza perché a differenza del rivale sa già in partenza di doversi concentrare su un solo avversario).

Tornando al titolo (che pare sia stato ideato da Luciano Vincenzoni, co-sceneggiatore del film), non manca in esso una punta di ironia. I tre soprannomi, "il buono", "il brutto" e "il cattivo" (che compaiono scritti sullo schermo – a fianco dei rispettivi personaggi – sia all'inizio che alla conclusione del film) sembrano etichettare i personaggi in maniera netta e manichea, il che è naturalmente fuorviante: il Biondo è sì "buono", nel senso che "salva la vita" a Tuco sparando alla corda che lo sta impiccando (i due sono in realtà d'accordo: il primo consegna il secondo alle autorità per riscuotere la taglia, e poi lo libera) e dimostra più volte una spiccata sensibilità nei confronti di chi soffre (esaudisce l'ultimo desiderio del capitano nordista, offre il proprio sigaro al soldato sudista morente, e così via), ma in fondo anche lui è mosso dal desiderio di mettere le mani sull'oro e non certo da nobili ideali come quelli degli eroi del western classico; Sentenza è sì "cattivo", nel senso che non sembra porsi alcuno scrupolo nel tradire e uccidere pur di raggiungere i propri scopi, ma segue comunque un proprio codice d'onore ("Quando uno mi paga gli porto sempre a termine il lavoro"), non uccide se non è davvero necessario (risparmia la prostituta Maria, nonché la moglie e il figlio minore dell'uomo che rintraccia all'inizio: ne uccide invece il figlio maggiore, ma solo perché questi aveva tentato di aggredirlo con un fucile; dona una bottiglia al soldato ferito nell'ospedale di campo, e due monete a quello menomato che gli fornisce informazioni) e anche nel duello finale si batte secondo le regole; e Tuco, "brutto" sì ma fino a un certo punto (i suoi rivali, come i bounty killer che gli danno la caccia a inizio film – uno dei quali, quello che lo rintraccerà più avanti a metà pellicola, è interpretato dallo stesso Al Mulock che rivedremo nell'incipit di "C'era una volta il west" – hanno volti molto più sgradevoli del suo!) è un character talmente vivo e stratificato da non poter essere facilmente inquadrato nello stereotipo della macchietta comica, nonostante il suo aspetto sia quello del messicano sporco, basso e grassottello, agli antipodi rispetto all'iconografia dell'eroe alto, bello e muscoloso.

Oltre a segnare un punto d'arrivo fondamentale nello stile di Sergio Leone (i tempi ampi e dilatati, i primissimi piani, l’attenzione ai dettagli, l’integrazione con il paesaggio, la cura nell’inquadratura e nel montaggio) – il film trascende il genere western e presenta molti chiavi di lettura: di quella della storia e della violenza abbiamo detto; abbiamo poi una connotazione fiabesca, evidente da scene come quella in cui Tuco segue – come Pollicino! – le tracce del Biondo che ha disseminato il suo cammino di sigari sempre più caldi (l’ultimo, infatti, è ancora acceso), o da elementi surreali come il vezzoso ombrellino rosa nel deserto; c’è il tema della religione: quello di Leone è un west senza Dio, dove un frate può essere meno misericordioso di un bandito (vedi ancora una volta l’incontro di Tuco e suo fratello) e un bounty killer è "l'angelo custode" di un fuorilegge, dove i riti religiosi sono caricaturizzati (il buffo segno della croce che si fa Tuco) e i valori cristiani distorti (Sentenza che divide la cena con l’uomo che sta per uccidere, e che in seguito fa lo stesso con Tuco prima di torturarlo); c’è poi il tema del gioco (la caccia al tesoro è una sorta di gioco dell’oca, con i tre personaggi come pedine e il cimitero finale – che Tuco percorre in una folle corsa circolare, fino a ritrovarsi nello spiazzo centrale – come tabellone; e come nel tiro dei dadi, è spesso il caso o il destino a decidere le sorti dei giocatori: si pensi alle cannonate che cadono dal cielo e che in un paio di occasioni, come veri deus ex machina, consentono ai personaggi di scampare alla morte o agli agguati). La natura ludica della vicenda è sottolineata anche dal diffuso sense of humour che sfocia in un autentico florilegio di frasi memorabili. Solo per citarne qualcuna:

– "La tua faccia somiglia a quella di uno che vale duemila dollari." – "Già, ma tu non somigli a quello che li incassa."
– "Quando si spara si spara, non si parla!"
– "Sei... il numero perfetto" – "Non era tre il numero perfetto?" – "Sì, ma io ho sei colpi qui dentro."
– "Dormirò tranquillo, perché so che il mio peggior nemico veglia su di me."
– "Dio è con noi, perché anche lui odia gli yankee!" – "No, Dio non è con noi, perché anche lui odia gli imbecilli."
– "Levati la pistola e mettiti le mutande."
– "Vado, l'ammazzo e torno."
– "Il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava. Tu scavi."
– "Ehi Biondo, lo sai di chi sei figlio tu? Sei figlio di una grandissima puttaaa-aaa-aaa..."
(da sfumare sul tema musicale di Ennio Morricone)

E a proposito di Morricone, raramente una colonna sonora (diretta da Bruno Nicolai) si è rivelata così fondamentale per la buona riuscita della pellicola (una delle poche accoppiate regista/compositore che mi sentirei di paragonare a quella formata da Leone e Morricone – per la qualità del risultato filmico – è quella di Takeshi Kitano e Joe Hisaishi). Oltre al celeberrimo e riconoscibilissimo tema principale (con gli "ululati dei coyote"), i brani indimenticabili comprendono la ballata "La storia di un soldato" (che a dire il vero è un po’ troppo lenta per risultare credibile con l'utilizzo che ne fa Sentenza nel film, ossia quello di "coprire" le grida dei prigionieri che sta torturando), la musica quasi spettrale che accompagna la traversata nel deserto, il tema trascinante che fa da sfondo alla folle corsa di Tuco nel cimitero ("L'estasi dell'oro") e naturalmente quello del "triello" finale (che in parte riecheggia il carillon di "Per qualche dollaro in più"). Quest’ultima scena è un capolavoro anche di regia e di montaggio, con i suoi tempi dilatati che sembrano prolungare all’infinito l’attesa e la tensione, prima che i personaggi mettano finalmente mano alle pistole (Leone spesso regolava la durata delle scene proprio in base a quella dei brani musicali che Morricone componeva in anticipo). Ma il merito dell'eccezionale resa visiva di quella e di altre sequenze è anche dello spettacolare widescreen (e pensare che un tempo il film veniva proposto in tv in versione pan & scan: un vero delitto!) e della superba fotografia di Tonino Delli Colli. Al di là ai tre protagonisti, il cast offre poco spazio ad altri personaggi, ma comprende comunque buone e intense prove di Aldo Giuffré (il capitano nordista di cui si è detto), Luigi Pistilli (padre Ramirez, il fratello di Tuco), Mario Brega (il caporale Wallace, con una vistosa cicatrice che passa da un occhio all’altro!). Spicca invece la quasi totale assenza di figure femminili (se ne ricordano essenzialmente due, la moglie di Stevens e la prostituta Maria, che compaiono soltanto in una manciata di inquadrature), mancanza cui Leone rimedierà nel film successivo, "C'era una volta il west", dove Claudia Cardinale avrà un ruolo centrale.

22 gennaio 2012

Ombre ammonitrici (A. Robison, 1923)

Ombre ammonitrici (Schatten - Eine nächtliche Halluzination)
di Arthur Robison – Germania 1923
con Fritz Kortner, Ruth Weyher
**1/2

Visto su YouTube.

Nella casa di un ricco gentiluomo e della sua bella moglie giungono alcuni ospiti per cena: ma il padrone di casa si strugge di gelosia perché è convinto che la donna lo tradisca con uno degli invitati. Attraverso il suo spettacolo di ombre cinesi, un misterioso artista ambulante mostrerà a tutti una visione di quelle che potrebbero essere le tragiche conseguenze delle loro azioni. Fra Dickens e "Caligari", un film muto che si iscrive nel solco dell'espressionismo tedesco con la sua commistione fra realtà e fantasia, e che affronta il tema delle "ombre" su più piani: quelle dell'inconscio e dell'animo umano (la gelosia, il tradimento, la vendetta), che la magia – o l'ipnotismo – del bizzaro teatrante lascia libere di scatenarsi fino alle più cruente conseguenze; e quelle del mondo reale, specchio o distorsione della realtà, con le quali la regia gioca in continuazione, proiettandole sui muri dietro i personaggi (che sono illuminati dal basso) e di volta in volta minacciose, allusive o ironiche (con finezze come le scene in cui gli ospiti si divertono ad "accarezzare" l'ombra della donna, mentre il marito crede che la stiano davvero toccando; quella in cui la luce della candela rivela la sua silhouette dietro i vestiti mentre balla; o ancora quella in cui il marito vede la propria testa "adornata" dalle corna appese al muro). Persino i "capitoli" in cui è diviso il film sono indicati dall'ombra di una mano con una, due o tre dita sollevate. L'impianto scenico della pellicola è molto teatrale, sin dai titoli di testa dove i personaggi sono presentati al pubblico sul palco di un teatrino, e le scenografie e i buffi costumi sono decisamente ottocenteschi; ma la resa cinematografica è garantita dagli effetti visivi (i giochi di ombre, appunto) che contribuiscono alla descrizione di un ambiente dove le convenzioni sociali e borghesi lasciano via via il posto alla decadenza, all'erotismo, alla violenza e al sadismo. Nel cast, anche Gustav von Wangenheim (già nel "Nosferatu" di Murnau; qui nei panni del giovane amante) e Alexander Granach (l'artista delle ombre). Da notare che in tutta la pellicola non c'è alcun cartello di dialogo. Il titolo originale recita "Ombre – Un'allucinazione notturna".

20 gennaio 2012

Rusty il selvaggio (Francis F. Coppola, 1983)

Rusty il selvaggio (Rumble Fish)
di Francis Ford Coppola – USA 1983
con Matt Dillon, Mickey Rourke
***

Visto in DVD, con Eleonora, Giovanni, Rachele, Paola e Costanza.

Girato subito dopo "I ragazzi della 56a strada", di cui è il "gemello" meno mainstream e più personale (la sceneggiatura fu scritta nei ritagli di tempo della lavorazione di quel film, e il cast e la troupe sono in gran parte gli stessi), è l'adattamento di un altro romanzo di Susan E. Hinton, basato – come "The Outsiders" – sui temi delle bande di strada e del disagio giovanile. Il protagonista, il giovane Rusty James (Matt Dillon), vive in Oklahoma in compagnia del padre alcolizzato (Dennis Hopper) e nel mito delle imprese del suo fratello maggiore (Mickey Rourke), un leggendario e carismatico capobanda soprannominato "quello della moto" ("motorcycle boy" in originale), che ritorna inaspettatamente in città dopo un periodo di assenza trascorso in California. Proprio la relazione fra i due fratelli – tanto fragile e confuso il minore quanto alienato e fatalista il maggiore – è il centro nevralgico di una pellicola caratterizzata da uno stile fortemente espressionista e dall'attenzione alle psicologie dei personaggi più che alle loro vicende. La fotografia in bianco e nero ed estremamente contrastata di Stephen H. Burum (gli unici elementi a colori sono i "pesci combattenti" nell'acquario del locale negozio di animali, che simboleggiano proprio i giovani protagonisti: attaccano i loro simili ma solo perché sono confinati in un ambiente ristretto; se avessero maggior spazio a disposizione, non lotterebbero fra loro), lo stile barocco e manieristico (grandangoli, inquadrature sghembe, carrellate, accelerazioni), l'atmosfera onirica e sospesa (con una certa insistenza su immagini e simboli come gli orologi, il tempo, le ombre, le nuvole, il fumo), i suoni attutiti e amplificati, la colonna sonora sperimentale di Stewart Copeland dei Police, sono tutti elementi che rispecchiano sullo schermo il modo di essere e di sentire dei personaggi ("quello della moto", per esempio, afferma di non vedere i colori – è daltonico – e di percepire i suoni come distanti). Francis Coppola vedeva nel rapporto fra i due fratelli una relazione simile alla propria con il fratello August. Nel cast, molti volti noti (o destinati a diventarlo): Diane Lane, Nicolas Cage, Chris Penn, Lawrence Fishburne, Vincent Spano, Tom Waits, Sofia Coppola.

19 gennaio 2012

The magnificent scoundrels (Lee Lik-Chi, 1991)

The magnificent scoundrels (Qing sheng)
di Lee Lik-Chi – Hong Kong 1991
con Stephen Chow, Teresa Mo
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Shen, goffo truffatore di piccolo cabotaggio, si fa coinvolgere da una incompetente ‘collega’ (Teresa Mo) – che deve ripagare un cospicuo debito alla Triade – in un raggiro ai danni del ricco proprietario di una villa; ma ignora che anche questi è un impostore (Wu Ma), che si è sostituito al vero milionario (in vacanza) per ingannare un socio d’affari in arrivo dall’America – che crede essere appunto Shen – coinvolgendo nella messinscena una finta moglie (Tien Niu) e una finta figlia (la strepitosa Amy Yip). Entrambi i gruppi cercano inutilmente di estorcersi denaro a vicenda con inganni e ricatti di ogni tipo, prima di scoprire la verità (e cioè che sono tutti truffatori) e di allearsi contro i mafiosi. Con la sua solita comicità demenziale e surreale, spesso sopra le righe e ben poco politically correct (i maltrattamenti alla ‘socia’ Teresa Mo, le gag su vomito e pipì, le assurde scene degli abitanti di Hong Kong che fanno a pugni per salire sul taxi, le sequenze in cui si finge cieco), Chow sa sempre trovare un modo per strappare sonore risate (esilarante, per esempio, la sequenza in cui per un equivoco crede che Teresa Mo abbia ucciso le due vittime di una loro truffa). Ed è qui attorniato da un cast alla sua altezza, a partire da Amy Yip – le cui tette fuori dal comune sono al centro di numerose gag – e dal veterano Wu Ma, che comprende anche lo scaltro Karl Maka (il mentore di Chow) e la coppia di gangster Roy Cheung (il crudele boss) e Yuen Wah (il suo inetto braccio destro).

17 gennaio 2012

Hunger (Steve McQueen, 2008)

Hunger
di Steve McQueen – GB/Irlanda 2008
con Michael Fassbender, Liam Cunningham
***

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

L'opera che segna l'esordio cinematografico del videoartista britannico Steve McQueen (e ogni scena suggerisce che ci troviamo di fronte a un grande talento, impressione che il successivo lungometraggio, “Shame”, non farà che confermare) racconta in maniera cruda, lucida e realista la storia vera di Bobby Sands e degli “scioperi della fame” che gli attivisti dell'IRA, rinchiusi nelle carceri britanniche dell'Irlanda del Nord, attuarono all'inizio degli anni ottanta per vedersi riconosciuto lo status di prigionieri politici (il governo di Margaret Thatcher, invece, insisteva nel considerarli come comuni criminali). Dopo essersi resi conto dell'inutilità di altre forme di protesta, come quella dello “sporco” (che consisteva nel rifiutare di lavarsi o di radersi), e messi di fronte all'inasprimento delle repressioni e al brutale maltrattamento da parte dei secondini, un gruppo di prigionieri – guidati dal carismatico Bobby Sands – decise di passare infatti a un metodo più radicale. Lo sciopero della fame che portò alla morte di Bobby e di una decina di altri suoi compagni scosse a tal punto l'opinione pubblica e il mondo intero da costringere il governo ad accogliere almeno in parte le richieste dei prigionieri (per esempio quella di poter indossare i propri abiti al posto dell'uniforme del carcere). Prima di giungere a concentrarsi sulla figura di Sands nella parte finale della pellicola, il film mostra anche le vite di altri prigionieri e secondini (come quello, interpretato da Stuart Graham, sulle cui nocche delle mani si leggono i pestaggi che effettua ai danni dei carcerati) in una serie di sequenze crude e lancinanti. Visivamente splendido, il lungometraggio racconta la sua storia attraverso la potenza delle immagini, l'intensità degli sguardi e i silenzi dei personaggi (è parlato pochissimo, con la notevole eccezione della straordinaria e lunga sequenza – quasi 17 minuti! – del colloquio in prigione fra Bobby e il prete, girata con camera fissa, in cui il primo mette al corrente il secondo della sua decisione di spingersi fino in fondo con lo sciopero della fame). Lo stupefacente Fassbender ha dovuto dimagrire di parecchi chili (sotto controllo medico) per sostenere la parte di Bobby Sands fino in fondo.

15 gennaio 2012

Lassù qualcuno è impazzito (J. Uys, 1989)

Lassù qualcuno è impazzito (The gods must be crazy II)
di Jamie Uys – Sudafrica/Botswana 1989
con N!xao, Lena Farugia
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Girato subito dopo “Ma che siamo tutti matti?”, ma distribuito nelle sale cinematografiche con un ritardo di qualche anno, è il seguito delle (dis)avventure del boscimano Xixo (chiamato soltanto Xi nel film precedente, e interpretato ancora una volta dall'attore non professionista N!xao). Rispetto al prototipo è forse meno interessante da un punto di vista cinematografico (e antropologico), ma è senza dubbio altrettanto divertente con la sua commistione di avventura, di comicità slapstick e di screwball in salsa africana. Questa volta i problemi per la tribù di Xixo nascono dal passaggio di un furgone di bracconieri a caccia di elefanti: quando i due giovani figli del boscimano, incuriositi, salgono a bordo dell'automezzo, questo riparte senza dar più loro la possibilità di saltare giù. Xixo si mette all'inseguimento attraverso il deserto del Kalahari, e durante il suo lungo cammino incontrerà anche stavolta diversi personaggi “civilizzati”: un'avvocatessa americana (Lena Farugia), perdutasi nel cuore dell'Africa insieme a uno zoologo (Hans Strydom, che assomiglia a Tom Selleck) dopo essere precipitata con un velivolo ultraleggero; e due soldati in guerra fra loro, un angolano e un cubano (!?). Oltre che una lunga serie di comiche vicissitudini (le difficoltà della giovane avvocatessa alle prese con le insidie dell'Africa; gli scontri fra i due soldati, che comunque finiranno con il diventare amici) e le toccanti peripezie dei due simpaticissimi bambini, la pellicola si lascia ricordare con piacere per le numerose scene con gli animali (su tutti, il divertentissimo e aggressivo “tasso del miele” che se la prende con gli stivali dello zoologo).

13 gennaio 2012

Le fantasie di una tredicenne (J. Jireš, 1970)

Le fantasie di una tredicenne (Valerie a týden divů)
di Jaromil Jireš – Cecoslovacchia 1970
con Jaroslava Schallerová, Helena Anýžová
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

La giovane Valerie vive con la nonna in un villaggio medievale. Nella stessa notte in cui passa dall’infanzia all’adolescenza (ovvero in cui ha le sue prime mestruazioni), riceve in sogno la visita di Orlik, un ragazzo che potrebbe essere il suo fratello da tempo perduto. La mattina dopo lo ritrova in compagnia di una creatura demoniaca e vampiresca, forse legata al passato della sua famiglia, alla quale la nonna si concede in cambio di una nuova giovinezza. Attraverso l'incontro con una serie di personaggi fiabeschi, bizzarri e inquietanti (streghe e vampiri, un gruppo di saltimbanchi, una congrega di missionari fra i quali si cela un parroco vizioso che cerca di insidiarla), Valerie va alla scoperta della sessualità, dell'amore e della morte, in un'atmosfera onirica e surreale, dominata dai temi del sangue e della crescita. Evidenti i rimandi a "Cappuccetto rosso", "Alice nel paese delle meraviglie" e "Nosferatu", in una inquietante commistione fra sogno, fiaba e horror. Ambienti e scenografie rimangono impressi anche grazie alla fotografia espressionista e alla cura nella messa in scena. Tratto dal romanzo gotico e surrealista di Vítězslav Nezval (noto anche con il titolo inglese, "Valerie and her week of wonders"), il film ha ispirato, fra gli altri, la scrittrice Angela Carter (e il film di Neil Jordan "In compagnia dei lupi", da lei sceneggiato).

10 gennaio 2012

Per qualche dollaro in più (S. Leone, 1965)

Per qualche dollaro in più
di Sergio Leone – Italia/Spa/Ger/USA 1965
con Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volonté
***1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra.

Il "monco" e il Colonnello Douglas Mortimer sono due bounty killer sulle tracce dell'Indio, un criminale infido e senza scrupoli, da poco evaso di prigione, che sta progettando di compiere una spettacolare rapina alla ricca banca di El Paso. Dopo le iniziali incomprensioni, i due decidono di allearsi per sgominare la banda dell'Indio: ma se il primo è mosso soltanto dal desiderio di mettere le mani sulle taglie dei banditi, il Colonnello ha motivazioni diverse e più profonde. Lo scontro finale avverrà nel villaggio di frontiera dove l'Indio e i suoi uomini si sono rifugiati dopo aver portato a termine la rapina. Tornato al western dopo l'inatteso e straordinario successo di "Per un pugno di dollari" (del cui titolo fa un ironico upgrade: stavolta i dollari sono ben di più di un "pugno"), Leone cambia produttori (si affida ad Alberto Grimaldi, ma nell'operazione vengono coinvolti anche gli americani della United Artists), assolda lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni (già collaboratore di Germi e Monicelli) e sforna quello che a posteriori sarà ricordato come il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia del dollaro": se nel primo film il protagonista unico e assoluto era Clint Eastwood, qui gli si affianca un secondo personaggio, il freddo cacciatore di taglie nerovestito e interpretato da Lee Van Cleef (scelto a pochi giorni dall'inizio delle riprese, dopo che Henry Fonda, Charles Bronson e Lee Marvin non si erano resi disponibili), che rimane impresso nella memoria dello spettatore persino più del compagno, anche perché – a differenza dell'"uomo senza nome" – possiede un background e ha dunque delle motivazioni più concrete per affrontare l'antagonista di turno (il cui ruolo, come nella pellicola precedente, è ricoperto dall'ottimo Gian Maria Volontè); nel terzo film della trilogia, "Il buono, il brutto, il cattivo", da due protagonisti si passerà a tre, con Eli Wallach che si affiancherà a Eastwood e a Van Cleef.

La trama è più complessa rispetto a quella – stilizzata e lineare – di "Per un pugno di dollari", con continui colpi di scena, capovolgimenti e cambi di situazione, e anche i legami fra i personaggi vengono analizzati con maggiore profondità: oltre al rapporto fra i due protagonisti/rivali, uno giovane e uno anziano, è da segnalare la marcata caratterizzazione del "cattivo", intelligente e calcolatore, traditore al punto da voler ingannare i suoi stessi uomini, ma anche tossicodipendente e a sua volta ossessionato da un delitto commesso in passato che torna di frequente a far capolino nei suoi sogni e nella sua memoria. Alcuni personaggi minori restano a livello di macchiette (la proprietaria dell'albergo dove alloggia Clint Eastwood, il bambino che gli dà informazioni, il vecchio "profeta"), mentre fra i membri della banda di Gian Maria Volontè spicca il "gobbo" interpretato da Klaus Kinski (d'altronde fra i coproduttori figurava anche una società tedesca). Meravigliose le location: dalla chiesa sconsacrata che funge da rifugio alla banda dell'Indio, agli scenari messicani (in realtà anche questo film venne girato in Spagna). Anche lo stile di Leone si affina, culminando in sequenze di grande impatto come quella della rapina alla banca e naturalmente nel duello finale fra Van Cleef e Volontè nel piazzale del pueblo, scandito dal suono del carillon dell'orologio da tasca che lega tragicamente il passato dei due personaggi (davvero memorabile, a questo proposito, la musica di Ennio Morricone, che parte proprio dal semplice campanello del carillon per ricamarci su un tema trascinante). Non mancano, infine, sequenze ciniche e umoristiche: su tutte la conta dei cadaveri nella scena finale.

09 gennaio 2012

Laundry (Junichi Mori, 2002)

Laundry (id.)
di Junichi Mori – Giappone 2002
con Yosuke Kubozuka, Koyuki
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Lo stralunato ventenne Teru, leggermente ritardato dopo che ha battuto la testa da piccolo, lavora nella lavanderia a gettoni di proprietà della nonna, preoccupandosi che nessuno rubi la biancheria lasciata incustodita. La bella fioraia Mizue, che in seguito a una delusione d’amore è diventata cleptomane e ha tentato il suicidio, cerca di ricostruirsi una vita tornando al paese di provincia dal quale proveniva. Entrambi emarginati dalla società, troveranno affetto e conforto l’uno nell’altra. La loro storia è raccontata in modo dolce e delicato, in un film minimalista e (leggermente) melodrammatico, il cui sviluppo “a strappi” (lo scenario cambia ogni venti-trenta minuti, come se si trattasse di tanti episodi di un telefilm divisi l’uno dall’altro da una breve schermata nera) fa quasi pensare che possa essere tratto da un manga: si tratta invece di una sceneggiatura originale dello stesso Mori, regista pubblicitario e televisivo, qui al suo esordio cinematografico. Fra momenti poetici, situazioni surreali e personaggi bizzarri (i clienti della lavanderia, l’addestratore di piccioni da cerimonia), il film si sviluppa in maniera semplice e quieta, evitando le trappole della leziosità e riuscendo a descrivere un amore platonico e armonioso, tenero e triste, al tempo stesso profondo e “fuori dal mondo”.

31 dicembre 2011

Scandalo a Filadelfia (G. Cukor, 1940)

Scandalo a Filadelfia (The Philadelphia Story)
di George Cukor – USA 1940
con Katharine Hepburn, Cary Grant, James Stewart
***1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora e Ginevra.

Due anni dopo il divorzio dal precedente marito C. K. Dexter Haven (Cary Grant), la bella e ricca ereditiera Tracy Lord (Katherine Hepburn) se lo ritrova in casa proprio alla vigilia delle sue seconde nozze con l'aspirante politico George Kittredge (John Howard). E con lui arriva anche il giornalista Mike Connor (James Stewart), incaricato di realizzare un servizio sulla cerimonia per una rivista scandalistica. Fra un risveglio di fiamma per Dexter, l'insorgere dei primi dubbi su George e la scoperta degli insospettati lati positivi di Mike, Tracy si ritroverà con i sentimenti parecchio confusi e in preda a una crisi personale (tutti la vedono come una "divinità" da adorare a distanza, mentre lei vorrebbe essere amata come un normale essere umano). Capolavoro della commedia sofisticata del periodo d'oro di Hollywood, di cui fonde gli elementi romantici, brillanti e screwball, il film valse a James Stewart il suo unico premio Oscar come miglior attore, oltre a conquistare quello per la sceneggiatura (di Donald Ogden Stewart, da una commedia teatrale di Philip Barry scritta appositamente per la Hepburn). Appartiene a un sottogenere che il filosofo Stanley Cavell, nel suo libro "Alla ricerca della felicità", ha battezzato la commedia del rimatrimonio, particolarmente frequentato dal cinema statunitense negli anni trenta e quaranta (si pensi, fra gli altri, ad "Accadde una notte" di Capra, "La signora del venerdì" di Hawks, "Lady Eva" di Sturges e "La costola di Adamo" dello stesso Cukor): poiché all'epoca il codice Hays proibiva categoricamente di affrontare il tema dell'adulterio, gli sceneggiatori erano obbligati a mettere in scena un divorzio per consentire ai protagonisti di vivere storie sentimentali con altre persone e, infine, di sposarsi nuovamente. Oltre alla regia elegante e alle grandi prove degli attori, proprio la sceneggiatura è il punto di forza della pellicola, perfetta nel caratterizzare i protagonisti (Tracy, altera ed altezzosa ma in realtà fragile e sensibile, punto di riferimento con cui si misurano tutti gli altri personaggi; Mike, che dietro l'atteggiamento cinico e disilluso nasconde un animo da poeta e da gentleman; Dexter, ex alcolizzato, un tempo incapace di venire incontro alle aspettative troppo elevate dell'intransigente Tracy ma ora pronto a ricominciare la relazione su basi nuove e paritarie), nel mettere alla berlina le eccentricità e i difetti dell'alta società, nell'accusare la stampa scandalistica di invadere con mezzi leciti e illeciti la privacy dei personaggi pubblici (settant'anni prima dei tabloid di Murdoch!), nel dare vita a situazioni esilaranti (a partire dal breve e impareggiabile incipit muto con la rottura della mazza da golf di Grant da parte della Hepburn, senza dimenticare l'ubriacatura alla festa e il tuffo notturno in piscina) e soprattutto a dialoghi brillanti e battute memorabili ("Tu sei di gran lunga la tua persona preferita"; "Avrei dovuto restare con te tutta la vita, ma poi il giudice mi ha fatto la grazia"; "Pensavo che gli scrittori bevessero tutti e picchiassero le mogli: una volta anch'io volevo fare lo scrittore"). Prodotto dal futuro regista Joseph L. Mankiewicz, il film rilanciò in particolare la carriera di Katharine Hepburn, reduce da diversi flop al botteghino: fu proprio l'attrice a scegliere come regista George Cukor, che l'aveva già diretta in "Febbre di vivere" e "Piccole donne". Per i ruoli maschili, Grant e Stewart rimpiazzarono all'ultimo momento quelli che erano le prime scelte, ovvero Clark Gable e Spencer Tracy. Da segnalare, nel meraviglioso cast, anche la fotografa Liz Imbrie (Ruth Hussey), i genitori di Tracy (John Halliday e Mary Nash), l'impicciona sorellina Dinah (Virginia Weidler) e il gaudente zio Willie (Roland Young). Rifatto in chiave di musical nel 1956 ("Alta società", con Bing Crosy, Grace Kelly e Frank Sinatra).

29 dicembre 2011

Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976)

Novecento
di Bernardo Bertolucci – Italia 1976
con Robert De Niro, Gérard Depardieu
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni e Rachele.

Alfredo Berlinghieri (De Niro), figlio dei proprietari di una grande azienda agricola, e Olmo Dalcò (Depardieu), figlio dei braccianti che ci lavorano, nascono lo stesso giorno, il 27 gennaio 1901 (la data della morte di Giuseppe Verdi: il film è ambientato proprio nei luoghi verdiani, in una fattoria nel comune di Busseto e nella "Bassa", fra le province di Parma, Cremona, Reggio Emilia e Mantova). Nonostante le differenze di classe sociale, i due ragazzi diventeranno grandi amici e cresceranno insieme. Ma il loro rapporto sarà messo a dura prova dagli eventi storici che segneranno l'Italia nella prima metà del secolo: dall'avvento del fascismo alle tragedie della seconda guerra mondiale (la pellicola si conclude – a parte un breve controfinale – proprio nel giorno della liberazione, il 25 aprile 1945). Per tutta la vita Olmo porterà avanti le proprie idee socialiste, mentre Alfredo – che pure in gioventù le guardava con una certa simpatia – lascerà che le prepotenze e la violenza dei fascisti si facciano strada anche nel microcosmo della tenuta di famiglia. Se non il capolavoro, di certo il film più celebre, ambizioso e personale di Bertolucci, una pellicola epica e lunghissima (dura oltre cinque ore, divise in due parti che uscirono separatamente al cinema – proprio come farà Marco Tullio Giordana con quello che può essere considerato un suo seguito ideale, "La meglio gioventù") che conquista lo spettatore per la sua natura di grande affresco corale, per la maestria tecnica (la fotografia è di Vittorio Storaro, il montaggio di Franco Arcalli, le scenografie di Ezio Frigerio e Gianni Quaranta, la musica di Ennio Morricone), per il realismo e l'attenzione ai particolari (nella messa in scena della vita contadina – dal lavoro nei campi ai riti e ai canti popolari – ma anche di quella borghese, come nelle sequenze che mostrano la vita "oziosa" di Alfredo in compagnia dello zio Ottavio) e soprattutto per l'ampio respiro storico della vicenda, abbinato però a uno sguardo che rimane sempre focalizzato su un piccolo territorio (i grandi eventi della storia del ventesimo secolo – da cui il titolo della pellicola – sono filtrati da una prospettiva intima e locale, in maniera non dissimile da quello che farà il tedesco Edgar Reitz nell'ancora più monumentale "Heimat").

Detto questo, il film è tutt'altro che equilibrato e ha anche i suoi bravi difetti: in particolare il manicheismo che – in nome dell'antifascismo e dell'apologia del socialismo – porta a idealizzare il popolo contadino e a demonizzare i borghesi e i "padroni", conducendo a sequenze un po' troppo sopra le righe (come quelle legate ai personaggi di Attila e di Regina, per esempio quando uccidono un bambino senza motivo). Poco convincente anche il trattamento riservato ai due protagonisti principali, Alfredo e Olmo, che man mano che la trama procede perdono importanza e restano sempre più ai margini degli eventi. Nella seconda metà del film, più che a narrare la loro storia, il regista sembra interessato soprattutto a mettere in scena una vicenda collettiva: significativa la lunghezza che viene riservata alla sequenza finale della liberazione nel cortile della fattoria. Grandioso il cast: erano anni in cui il nostro cinema poteva permettersi di ricorrere a grandi attori stranieri anche per i ruoli principali (e non per semplici comparsate), e poco importa se dovevano interpretare personaggi così permeati di italianità. Certo, nel 1976 De Niro e Depardieu – che appaiono anche in una scena di nudo frontale – erano giovani e a inizio carriera, ancora lontani dalla fama che avrebbero conquistato in seguito, ma tutto ciò non fa che valorizzare l'intuizione di Bertolucci e la sua decisione di scritturarli per il film. E comunque, anche il resto del cast non scherza: nei panni delle due donne amate da Olmo e Alfredo ci sono Stefania Sandrelli e Dominique Sanda (che avevano recitato già insieme ne "Il conformista"), in quelli dei nonni ci sono mostri sacri come Burt Lancaster e Sterling Hayden, per non parlare poi della coppia di cattivi formata da Donald Sutherland (Attila) e Laura Betti (Regina), di Romolo Valli (il padre di Alfredo), di Werner Bruhns (lo zio Ottavio), di Alida Valli (la vedova Pioppi) e dei tanti altri comprimari (fra cui vorrei ricordare Stefania Casini, la prostituta epilettica, e Pippo Campanini, il prete del paese). Nota di merito, infine, per i giovanissimi Roberto Maccanti e Paolo Pavesi che interpretano rispettivamente Olmo e Alfredo da bambini nella prima ora di film. Il film si apre con un'immagine de "Il quarto stato" di Pellizza da Volpedo, dipinto realizzato nel 1901 e dunque anch'esso un simbolo del ventesimo secolo: non a caso era stato collocato all'ingresso del Museo del Novecento recentemente inaugurato a Milano.

28 dicembre 2011

Sherlock Holmes: Gioco di ombre (Guy Ritchie, 2011)

Sherlock Holmes: Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows)
di Guy Ritchie – GB/USA 2011
con Robert Downey jr., Jude Law
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Secondo episodio della nuova franchise cinematografica che rilegge il personaggio creato da Conan Doyle in chiave action e post-moderna, ovvero con l'enfasi rivolta più all'azione e ai combattimenti che non al giallo e dell'indagine psicologica. Come risultato, sembra quasi di assistere a un'avventura dell'agente 007 ambientata a fine ottocento anziché a un tradizionale "caso" del più celebre detective vittoriano (non c'è nessun mistero da risolvere, per esempio: sappiamo già dall'inizio chi è il colpevole!). Come nella prima pellicola del ciclo, il punto di forza sono gli interpreti: la coppia Holmes-Watson sorregge tutto il film, fra bizze, frecciate e slanci di amicizia che adombrano una relazione omoerotica (basti vedere come l'investigatore reagisce al matrimonio del fedele compagno di mille avventure). Questa volta i due se la devono vedere apertamente con il loro avversario per eccellenza, il professor Moriarty, che – attraverso una serie di attentati attribuiti agli anarchici e il sabotaggio di una conferenza di pace – complotta per alterare gli equilibri del delicato scacchiere politico europeo e far scoppiare una “guerra mondiale”, allo scopo di arricchirsi attraverso il commercio di armi e di materie prime. Naturalmente fallirà: ma la guerra – come spiega nel finale lo stesso “Napoleone del crimine” – è soltanto rimandata, visto che prima o poi si scatenerà anche senza il suo intervento. A parte il bel finale, con il confronto e lo scontro fra Holmes e Moriarty in Svizzera, il film non fa segnare molti progressi rispetto al capitolo precedente, anzi ne è un'involuzione, catalogabile senza troppi rimorsi sotto la voce del puro intrattenimento. E a tratti addirittura annoia per via del ritmo senza respiro, della successione di botti e inseguimenti, e dell'eccesso di ralenti e di effetti speciali che lasciano poco spazio alla riflessione e all'approfondimento di trama e ambientazione. Di Conan Doyle stavolta non rimane granché, anche se lo scontro finale alle cascate di Reichenbach è ovviamente tratto dal celeberrimo racconto "L'ultima avventura", quello con cui lo scrittore cercò – senza successo – di disfarsi del suo personaggio più famoso. Quanto al resto del cast, da segnalare Stephen Fry (che con Jude Law aveva già avuto a che fare in “Wilde”) nei panni del fratello di Holmes, Mycroft, e Jared Harris in quelli di Moriarty. Di ritorno dal primo film, Rachel McAdams rimane in scena solo per pochi minuti prima che il suo personaggio venga inutilmente ucciso: nel principale ruolo femminile le subentra la “zingara” Noomi Rapace, ma nel cambio direi che ci si perde. L'anonima colonna sonora è nobilitata dalle note di Mozart (il finale del “Don Giovanni”) e Schubert (“La trota”).

27 dicembre 2011

Fandango (Kevin Reynolds, 1985)

Fandango (id.)
di Kevin Reynolds – USA 1985
con Kevin Costner, Judd Nelson
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ginevra e Costanza.

Texas, 1971. Cinque amici appena diplomati al college – due dei quali hanno da poco ricevuto la cartolina di leva e dovranno dunque partire per il Vietnam – intraprendono un ultimo e spensierato viaggio on the road verso il confine messicano, che comincia come un tuffo nei ricordi e nel disimpegno dei loro giorni di adolescenti, ma strada facendo si trasforma in una presa di coscienza dei doveri dell'età adulta. E così Kenneth (Sam Roberts) decide di sposare la sua ragazza Debbie prima di partire per la guerra, mentre Gardner (Kevin Costner) – dopo aver organizzato per l'amico una cerimonia improvvisata in un paese sul confine, nonostante proprio Debbie fosse stata la ragazza che aveva amato e che tuttora ritorna nei suoi sogni – preferisce farsi da parte (il finale non rivela se diserterà, attraversando il confine come aveva dichiarato di voler fare, oppure se andrà ad arruolarsi). Film d'esordio del giovane regista Kevin Reynolds, ispirato a un suo precedente lungometraggio e prodotto dalla Amblin Entertainment di Steven Spielberg (che però, insoddisfatto del risultato finale, volle togliere il proprio nome dalla pellicola), è un piccolo "cult" che – come molti road movie – si snoda attraverso una serie di sequenze slegate l'una dall'altra ma di grande impatto: la battaglia al cimitero con i fuochi artificiali (che nel giro di pochi istanti si trasforma da un gioco divertente a un inquietante presagio sugli orrori della guerra); il delirante salto dall'aereo di Phil (Judd Nelson), costretto dagli amici a prendere una lezione di paracadutismo dallo scalcinato istrutture hippie Truman (Marvin McIntyre); e infine il matrimonio, durante il quale Gardner ballerà con Debbie il fandango del titolo (un ballo spagnolo che, come dichiarano i titoli di testa, può essere usato come metafora per indicare "un gesto folle e bizzarro"). Il bizzarro roster di personaggi è completato dal massiccio e taciturno seminarista Dorman (Chuck Bush) e dal comatoso Lester (Brian Cesak), che dorme per quasi tutta la pellicola e si sveglierà solo nel finale, rivelando di lavorare alla Arthur Andersen di Dallas. Gli attori Sam Robards e Suzy Amis si sposarono lo stesso anno anche nella vita reale. Costner, amico di lunga data di Reynolds, ai tempi era ancora sconosciuto (proprio nel 1985 aveva recitato nel film che lo ha portato per la prima volta alla ribalta, "Silverado"): il regista lo dirigerà altre due volte, in "Robin Hood: principe dei ladri" e "Waterworld".

24 dicembre 2011

Una separazione (A. Farhadi, 2011)

Una separazione (Jodaeiye Nader az Simin)
di Asghar Farhadi – Iran 2011
con Peyman Maadi, Leila Hatami
***1/2

Visto al cinema Centrale.

Simin e Nader, sposati da quattordici anni e con una figlia di undici, sono una coppia dell'alta borghesia di Teheran. La donna ha ottenuto i visti per l'espatrio e vorrebbe lasciare il paese per garantire alla figlia un futuro migliore, mentre il marito intende restare in Iran per accudire l'anziano padre, malato di Alzheimer. Per spingerlo a seguirla, Nader minaccia di chiedere il divorzio e abbandona il tetto coniugale tornando dalla propria famiglia, mentre la figlia Termeh sceglie di rimanere con il padre, consapevole che si tratta dell'unico modo a sua disposizione per impedire la separazione definitiva. Nel frattempo Nader è costretto ad assumere una badante per l'anziano genitore: la scelta ricade su Razieh, una ragazza incinta e profondamente religiosa, il cui marito Houjat – che ignora che la moglie fa questo lavoro – è disoccupato e pieno di debiti. In seguito a un litigio (Razieh si assenta per andare dal ginecologo, e Nader la accusa di aver lasciato da solo il padre oltre che di aver rubato una somma di denaro da un cassetto), Nader spintona la ragazza, che cade dalle scale e perde il bambino. La questione finisce in tribunale, dove si rivela però assai più complessa di quanto sembra, fra menzogne (quelle di Nader, che afferma di non essere stato al corrente della gravidanza di Razieh) e insicurezze (Razieh potrebbe aver perso il figlio per un incidente avvenuto in precedenza), mentre alle colpe che devono essere stabilite dalla giustizia si sovrappongono quelle morali. E nemmeno il tentativo di Simin di porre fine alla diatriba offrendo un risarcimento alla famiglia di Razieh andrà a buon fine.

La cinematografia iraniana, più vivace che mai nonostante le difficoltà e le imposizioni del regime, continua a stupire. Questa eccellente pellicola, con cui Farhadi ha vinto l'Orso d'Oro all'ultimo Festival di Berlino, mette in scena – attraverso una complessa vicenda di drammi personali e familiari – il grande dilemma dell'Iran moderno, con le nuove generazioni (rappresentate qui dalla figlia dei due protagonisti) costrette a scegliere fra due stili di vita diametralmente opposti: quello filo-occidentale e votato al cambiamento (che molti vedono come una fuga dalle proprie responsabilità e dai propri diritti) e quello più tradizionale e legato a un passato (rappresentato dal nonno malato di Alzheimer) dal quale non ci si riesce a staccare. L'ottima sceneggiatura porta sullo schermo uno spaccato di società in cui tutti hanno i loro torti e le loro ragioni, e che tira in ballo, fra le varie cose, anche la religione, la morale, la giustizia e il senso di colpa. I personaggi sono caratterizzati in maniera esemplare: il diverso atteggiamento di moglie e marito davanti alle difficoltà della vita, per esempio, viene mostrato anche attraverso alcuni episodi minori, come quello in cui Simin accetta di pagare un extra di tasca propria ai traslocatori che stanno trasportando il pianoforte per le scale pur di non discutere ulteriormente, o quello in cui Nader intima alla figlia di farsi restituire la mancia dal benzinaio perché non aveva effettuato lui il rifornimento. La scelta che la figlia è costretta a prendere davanti al giudice, nel finale, non è dunque semplicemente fra i due genitori o fra l'espatriare e il rimanere (anche perché, come suggeriscono gli abiti dei personaggi, ormai è inverno e i visti – che avevano una durata di quaranta giorni – sono probabilmente già scaduti) ma, più simbolicamente, fra le due facce contrapposte di un paese giunto al bivio. Che tutto questo venga detto senza ricorrere – almeno apertamente – al solito cinema di denuncia politica (e infatti il regime non ha apprezzato, ma non ha nemmeno vietato la pellicola) è un ulteriore punto a favore del film. Un plauso a tutti gli interpreti, intensi e convincenti (in particolare mi è piaciuta Sarina Farhadi, che interpreta la figlia Termeh).