27 giugno 2017

Vaghe stelle dell'Orsa... (L. Visconti, 1965)

Vaghe stelle dell'Orsa...
di Luchino Visconti – Italia 1965
con Claudia Cardinale, Jean Sorel
**1/2

Visto in divx.

La bella Sandra (Claudia Cardinale), in compagnia del marito americano Andrew (Michael Craig), torna nella sua casa di famiglia a Volterra per l'inaugurazione di un parco pubblico dedicato alla memoria del padre (morto nei campi di concentramento durante la guerra). Il suo ritorno dopo diversi anni e l'incontro con i personaggi del passato, ma soprattutto con il fratello Gianni (Jean Sorel), giovane e scapestrato aspirante scrittore, riaccende turbolente tensioni e rievoca ricordi e segreti all'insegna dell'ambiguità: sui due fratelli gira(va)no infatti voci di un rapporto fin troppo stretto, che Gianni intende rinfocolare raccontando in un romanzo autobiografico gli anni della propria adolescenza... Il tutto mentre la madre (Marie Bell) è ricoverata in preda alla follia, e il secondo marito di lei, l'avvocato Gilardini (Renzo Ricci), ha un rapporto a dir poco conflittuale con i due fratelli. Torbido dramma familiare, dalle atmosfere cupe e morbose, curiosamente uscito nello stesso anno in cui Bellocchio realizzava il suo "I pugni in tasca" (con cui ha diverse similarità, anche se il milieu sociale qui è ovviamente diverso). La regia elegante e la buona prova degli attori sono sovrastate da una sceneggiatura (scritta dal regista insieme a Suso Cecchi D'Amico ed Enrico Medioli) ambiziosa ma poco ariosa, che gioca a fondere il passato con il presente (la scelta di Volterra come ambientazione, con la sua eredità "etrusca", non è casuale) per esprimere quei temi della decadenza e della morte che caratterizzano gran parte del cinema di Visconti. Il titolo, naturalmente, è ispirato alle "Ricordanze" di Leopardi. Come colonna sonora c'è il Preludio, corale e fuga per pianoforte di César Franck. Leone d'Oro a Venezia, forse per compensare la precedente mancata attribuzione a "Rocco e i suoi fratelli".

26 giugno 2017

Cannes e dintorni 2017 - conclusioni

Una rassegna di basso livello e con pochi guizzi, quella che si è appena conclusa. Si salvano, com'era prevedibile, i lavori di Zvyagintsev (forse il migliore) e Haneke, peraltro accomunati dal tema del disagio e dagli echi "politici" e pessimisti. Note di merito anche a "The rider", "Patty Cake$", "Nothingwood" e "Le Redoutable" (ebbene sì, sono uno dei pochi a cui il film su Godard non è dispiaciuto: forse perché non mi sono fatto problemi a vedere dissacrata e presa in giro l'icona della Nouvelle Vague). Per il resto, poche novità e tanta pretenziosità, soprattutto (come al solito) da parte dei francesi. Visto l'andazzo degli ultimi tempi, ho evitato accuratamente i film italiani. La palma di film peggiore fra quelli visti se la giocano "Bushwick" e "Les fantômes d'Ismaël": ma date le ambizioni del film di Desplechin (quello di Netflix non è nulla più che un thriller d'azione), la affibbierei senza alcun dubbio a quest'ultimo. Fra i temi ricorrenti, il mondo dello spettacolo (ben tre titoli con registi come protagonisti: "Le Redoutable", "Nothingwood" e "Les fantômes d'Ismaël"; due sulla musica: "How to talk to girls at parties" e "Patty Cake$"; e uno sul rodeo: "The rider") e le famiglie separate o in frantumi (da "Happy end" a "Loveless", passando per "L'amant d'un jour" e "Patty Cake$"). E poi la malattia ("The rider" e "120 battements per minute" su tutti).

24 giugno 2017

Loveless (Andrey Zvyagintsev, 2017)

Loveless (Nelyubov)
di Andrey Zvyagintsev – Russia 2017
con Maryana Spivak, Aleksey Rozin
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Paola, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Resosi conto che i genitori Boris e Zhenya (che stanno per divorziare) non lo amano e che nessuno dei due vorrebbe tenerlo con sé, il dodicenne Alyosha fugge di casa. È il 21 dicembre 2012, il giorno della "fine del mondo" secondo il calendario Maya. Zhenya e Boris, immersi nei loro litigi e distratti dalle relazioni con i nuovi compagni, se ne accorgono solo dopo più di 24 ore, quando sta per scatenarsi una tempesta di neve. E le lunghe ricerche, effettuate con l'aiuto di un'organizzazione di volontari (la polizia, convinta che basti attendere che il bambino torni da solo, se ne lava le mani), non porteranno a nulla. La tragedia non servirà a riavvicinare i due coniugi, ma se non altro li farà rendere conto che un po' a quel figlio forse ci tenevano. Tuttavia l'epilogo, ambientato qualche anno più tardi, li mostrerà nella stessa situazione di prima. Nonostante le nuove famiglie e le nuove relazioni, gli egoismi continuano a imperare: lui ha bisogno di una famiglia solo per opportunismo lavorativo, non ama davvero la nuova moglie e il nuovo figlio (così come non amava quelli vecchi); lei, fredda, sola e indipendente, ha bisogno di avere al fianco un uomo che la soddisfi ma che lei non ama a sua volta. Casi non rari in una società ossessionata dai selfie, dall'edonismo, dalla mancanza di empatia e dalla chiusura in sé stessi. Ancora più che in passato, Zvyagintsev lancia uno sguardo desolato e pessimista sul vuoto presente e sull'incerto futuro della nostra società, attraverso una pellicola intensa e "apocalittica", ma girata in maniera elegante e controllata. Per una volta i fari non sono puntati soltanto sulla Russia (se l'avesse realizzato Haneke, il film avrebbe potuto essere ambientato in Austria, in Francia o in qualsiasi altro paese occidentale), se non per le suggestioni politiche, una lettura suggerita dalle ultime sequenze (con i telegiornali che parlano della crisi e della guerra con l'Ucraina). D'altronde, il segreto di questo tipo di film (vale anche per il citato Haneke: ma ci si ritrovano echi de "L'avventura" di Antonioni – anche in questo caso la sparizione acquisisce un significato metafisico – e di "Scene da un matrimonio" di Bergman) è il rispecchiamento fra pubblico e privato, il disagio e l'infelicità degli individui e la disfunzionalità della famiglia che riflettono quelli dell'intera società. E ogni elemento, per quanto piccolo (dalle abitudini integraliste del datore di lavoro di Boris, che licenzia gli impiegati che divorziano, alla scostante chiusura della madre di Zhenya, che vive da sola e in guerra con il mondo), rappresenta una tessera dell'inquietante mosaico. La spettrale colonna sonora di Evgeni Galperin comprende brani di Arvo Pärt ("Silouans Song").

23 giugno 2017

Les fantômes d'Ismaël (A. Desplechin, 2017)

Les fantômes d'Ismaël
di Arnaud Desplechin – Francia 2017
con Mathieu Amalric, Marion Cotillard
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La stabilità emotiva di Ismaël (Amalric), regista che sta tentando di scrivere un film di spionaggio sulla vita di un fantomatico fratello diplomatico, è messa a dura prova quando Carlotta (Cotillard), la moglie che misteriosamente era sparita più di vent'anni prima e che ormai era stata dichiarata morta, ricompare all'improvviso nella sua vita, mettendo a soqquadro anche la sua relazione con la nuova compagna Sylvia (Charlotte Gainsbourg). A questo si aggiungono gli incubi che lo tormentano con regolarità, al punto che l'uomo preferirebbe smettere del tutto di dormire (una cosa che ha in comune con il fratello/alter ego, protagonista della sua pellicola). Nonostante il cast di primo livello (i personaggi del "film nel film", il fratello Ivan e la sua fidanzata Arielle, sono interpretati rispettivamente da Louis Garrel e Alba Rohrwacher) e la potenzialità del tema trattato, quello dei "fantasmi" del passato (che si tratti di amori, di parenti, di ricordi o di emozioni), il nuovo lavoro del pretenzioso Desplechin è un vero pasticcio. Non si salva praticamente nulla: dialoghi atrocemente melodrammatici, personaggi odiosi (la più stronza è senza dubbio Carlotta), confusione stilistica, macchinosità narrativa (con l'alternanza fra la storia di Ismaël e quella raccontata nel suo film), situazioni irrisolte e finale inconcludente. Il regista francese, che mette decisamente troppa carne al fuoco, continua anche a scomodare Joyce (oltre a un personaggio chiamato Dedalus, nome ricorrente nei suoi film, c'è pure un Bloom) ma provoca nello spettatore solo fastidio (perlomeno non indifferenza, visto che non mancano momenti in cui si vorrebbe entrare nello schermo per prendere a calci i personaggi).

22 giugno 2017

120 battements par minute (R. Campillo, 2017)

120 battements par minute
di Robin Campillo – Francia 2017
con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois
**

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nella Francia di Mitterrand (siamo nei primi anni novanta), gli attivisti di Act-Up Paris – un gruppo che si batte per i diritti dei malati di AIDS, molti dei quali sieropositivi a loro volta – si esibiscono in spettacolari azioni dimostrative affinché aumenti la consapevolezza della malattia (siamo in un periodo in cui l'AIDS, nella percezione pubblica, era ancora ignorato, rimosso o collegato esclusivamente alle comunità di omosessuali e tossicodipendenti). E così, fanno pressioni sul governo affinché realizzi campagne informative più efficaci e su ampia scala; irrompono nelle scuole per distribuire opuscoli sull'educazione sessuale e chiedere che vengano installati distributori di preservativi; partecipano alle sfilate del Gay Pride con slogan e volantini sul tema della malattia; ma soprattutto, attaccano le multinazionali farmaceutiche che procedono troppo a rilento nella ricerca e nella distribuzione dei primi farmaci antiretrovirali. Un film corale nella stessa vena de "La classe" (alla cui sceneggiatura Campillo, frequente collaboratore di Cantet, aveva partecipato), anche se da un certo punto in poi si comincia a focalizzare su uno dei personaggi, il franco-cileno Sean (Nahuel Pérez Biscayart), che viene seguito nell'avanzare della sua malattia e fino alla morte. Intensa e ben recitata da un cast di attori giovani e poco noti (fra i quali Arnaud Valois, Antoine Reinartz e Adèle Haenel), la pellicola ha il classico limite di quelle opere che sono sovrastate dal loro stesso messaggio: a tratti sembra un film di propaganda, se non un vero e proprio pamphlet, con i personaggi che anziché discutere fra loro stanno in realtà parlando allo spettatore, e una sceneggiatura che si premura di toccare prima o poi tutti i punti chiave relativi all'argomento. Non aiuta un'eccessiva lunghezza e il fatto che, in un certo senso, il film giunga in ritardo: i tempi in cui l'informazione sull'AIDS era carente o costellata di pregiudizi sono infatti passati (anche se di recente l'allarme sulla malattia è passato in secondo piano) e sarebbe stato forse meglio un approccio più documentaristico o storicizzato. Alla fine, l'aspetto più interessante della pellicola è quello di mostrare, dall'interno e da vicino, come funzionano le dinamiche di un movimento attivista (politico o antagonista che sia, a prescindere dall'argomento trattato), portando in primo piano le discussioni fra i membri, le ideologie più o meno radicali, la divisione pratica dei compiti, l'organizzazione delle azioni dimostrative, le amicizie e le rivalità all'interno del gruppo.

21 giugno 2017

Patty Cake$ (Geremy Jasper, 2017)

Patty Cake$
di Geremy Jasper – USA 2017
con Danielle Macdonald, Bridget Everett
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Patricia Dumbrowski (Danielle Macdonald), ragazza sovrappeso che lavora part-time in un bar di periferia nel New Jersey, ha un sogno segreto: quello di diventare una ricca e affermata superstar del rap, proprio come il suo idolo OZ (Sahr Ngaujah). Insieme all'amico indiano Jheri (Siddharth Dhananjay), e grazie alle basi musicali dell'outcast satanista Basterd (Mamoudou Athie) e alla complicità dell'amata nonna (Cathy Moriarty), metterà insieme una band e realizzerà un demo. Nonostante il suo talento, dovrà scontrarsi con la dura realtà: ma saprà conquistare l'autostima (al suo lamento "Non sarò mai qualcuno", la nonna le risponde: "Tu sei già qualcuno"), oltre a trovare il coraggio di esprimere sé stessa (anche passando dall'identità "aggressiva" di Killa P. a quella, più in pace con il mondo e le persone che la circondano, di Patty Cake$) e recuperare il rapporto con la madre Barb (Bridget Everett), che in gioventù aveva aspirato a un'analoga carriera di cantante. Su un canovaccio forse poco originale, fra losers e sogni di riscatto, un tipico film da Sundance Festival che ha le sue carte migliori in una protagonista ottimamente caratterizzata (interpretata con energia e passione dalla brillante Macdonald), che si barcamena in un ambiente fatto di irrisioni, frustrazioni, rapporti famigliari più o meno solidi e lavori precari. Il regista e sceneggiatore, esordiente, è anche autore della musica e delle canzoni. Mitiche le scene in cui Patty e il suo gruppo (compresa la nonna sulla sedia a rotelle!) attraversano le "porte dell'inferno" per andare ad incidere i loro brani. Pur non amando il rap, i film che ho visto finora sull'argomento (penso anche a "8 mile") mi sono decisamente piaciuti.

20 giugno 2017

Happy end (Michael Haneke, 2017)

Happy end
di Michael Haneke – Francia/Austria/Germania 2017
con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La quasi tredicenne Eve (Fantine Harduin), dopo aver "avvelenato" la madre divorziata con un'overdose delle sue stesse pasticche per la depressione, viene accolta dal padre Thomas (Mathieu Kassovitz) a vivere con lui e la sua nuova moglie Anaïs nella villa di famiglia a Calais. Nella grande casa abitano anche la sorella di Thomas, Anne (Isabelle Huppert), che guida con il pugno di ferro l'impresa di costruzioni fondata dal padre Georges e gestisce le relazioni sentimentali come se si trattasse di rapporti d'affari; il figlio di questa, l'inetto Pierre (Franz Rogowski), che la madre continua a trattare con condiscendenza nonostante sia direttore dei lavori dell'azienda; e lo stesso Georges (Jean-Louis Trintignant), anziano e malato, che tenta più volte e inutilmente il suicidio. Raccontando le dinamiche di una famiglia disfunzionale, anche attraverso una serie di metafore (le mura del cantiere che crollano senza preavviso, proprio come gli argini che dovrebbero tenere insieme la famiglia; il cane che azzanna la figlia dei domestici, emblema dell'aggressività interna al nucleo casalingo), Haneke presenta allo spettatore un'allegoria dell'Europa: l'ambientazione a Calais non è certo casuale, e la scena in cui Pierre invita dei migranti al banchetto per il fidanzamento della madre è emblematica (vengono collocati in un tavolo a margine: non sono loro il vero problema, ci dice il regista), così come il modo in cui le diverse generazioni reagiscono ai sintomi e alle avvisaglie della crisi: c'è chi ne è consapevole (in particolare i due "estremi": la piccola Eve e l'anziano Georges) e chi no, chi si attende da un momento all'altro che la situazione esploda e chi continua con la vita di prima, fra noncuranza, insensibilità o egoismo (Anne che "sacrifica" il figlio pur di ottenere un prestito, lo stesso Pierre che si rifugia nel bere e nell'autocommiserazione, Thomas che prosegue la sua tresca segreta con l'amante virtuale, protetto da una nuova password). Poco importa dunque se il regista sembra ripetersi e tornare su argomenti che aveva già affrontato abbondantemente in passato, al punto che la pellicola riecheggia numerosi suoi lavori precedenti. Il tema del suicidio e dell'eutanasia ricorda naturalmente "Amour", dal quale fra l'altro proviene il personaggio di Trintignant (si tratta idealmente di un sequel). Il fatto che la bambina registri video con il suo cellulare per documentare la realtà che la circonda ci fa pensare a "Benny's video" e a "Niente da nascondere". Le chat erotiche e i desideri di trasgressione di Thomas riportano ovviamente a "La pianista". La lettura politica e la presenza sullo sfondo di migranti e rifugiati che vivono quasi in parallelo con l'esistenza borghese dei protagonisti (si pensi anche ai domestici di casa) rimanda a "Storie" e ancora a "Niente da nascondere". E in generale, la freddezza, il malessere e il disagio esistenziale, anche e soprattutto all'interno di una famiglia apparentemente agiata e benestante, sono ubiqui in tutto il cinema del regista austriaco sin dal suo bel film d'esordio, "Il settimo continente". La pellicola è diretta con la consueta maestria, ma lo spettatore forse fa un po' di fatica, soprattutto all'inizio, nel collegare i vari fili del racconto. In ogni caso, al giorno d'oggi quello di Haneke è un cinema indispensabile e necessario per come sa mettere in scena la crisi dei rapporti umani e sociali nel panorama europeo: se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.

19 giugno 2017

Bushwick (C. Murnion, J. Milott, 2017)

Bushwick
di Cary Murnion, Jonathan Milott – USA 2017
con Brittany Snow, Dave Bautista
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La studentessa Lucy (Snow) esce dalla metropolitana a Bushwick, quartiere di Brooklyn a New York, per trovarsi di fronte a immagini apocalittiche: le strade sono messe a ferro e fuoco da un misterioso esercito, fra esplosioni, proiettili vaganti, cecchini e distruzione. Con l'aiuto dell'ex marine Stupe (Bautista), lei e sua sorella Belinda cercheranno di sopravvivere e di raggiungere una zona sicura. Prodotto da Netflix e girato tutto in lunghi piani sequenza come se fossimo in tempo reale (con abilità, certo, ma è il tipico sfoggio di tecnica fine a sé stessa: per di più, non è affatto difficile individuare i punti di "cesura" digitale fra le diverse sequenze), non è un film ma un lungo videoclip colmo di scene di generica guerriglia urbana che fanno il verso a videogiochi tipo "Doom" o "Call of Duty". Anche se a metà pellicola veniamo a conoscenza del perché sta accadendo tutto questo (una nuova guerra civile, innescata dalla volontà secessionista del Texas e di altri stati del Sud), le ragioni del conflitto e le sue conseguenze non vengono poi approfondite. E pur accettandone le (scarse) premesse, svolte e sviluppi sono senza senso, per non parlare del comportamento e delle decisioni di personaggi con caratterizzazione assente, incoerente (Lucy) o tardiva (Stupe). Che cosa ci facesse un film del genere a Cannes, a parte la "celebrazione" di nuove forme distributive, giustamente criticate da alcuni addetti ai lavori (la pellicola non uscirà in sala ma sarà disponibile solo in tv on demand), resta un mistero.

How to talk to girls at parties (J. C. Mitchell, 2017)

How to talk to girls at parties
di John Cameron Mitchell – GB/USA 2017
con Alex Sharp, Elle Fanning
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nell'Inghilterra del 1977, il giovane Enn (Alex Sharp) e i suoi amici Vic e John sono grandi appassionati di musica punk, ribelli anticonformisti ma senza successo con le ragazze. Per conquistarne qualcuna si imbucano a una festa, ignorando che le persone lì presenti sono in realtà misteriosi alieni in gita turistica sulla Terra. L'ingenuo Enn si innamorerà dell'eccentrica Zan (Elle Fanning) e trascorrerà con lei le successive 48 ore... Tratta da un racconto breve di Neil Gaiman, un'insolita commedia che mescola due universi all'apparenza inconciliabili, quello scatenato e anarchico del punk e quello new age ispirato alla fantascienza e alle religioni orientali. Ma proprio dal confronto fra i due opposti, all'insegna del motto "evoluzione o morte" (se i giovani punk celebrano l'autodeterminazione e l'uccisione metaforica dei padri, la società degli alieni prevede al contrario che i genitori divorino letteralmente i propri figli per dare vita a un ciclo identico al precedente), può nascere qualcosa di nuovo, un elemento inedito che permetta a ciascuna delle parti di superare l'immaturità e progredire nel proprio percorso. Bizzarro e ricco d'inventiva (a tratti può ricordare altre commistioni britanniche come "La fine del mondo" o "FAQ about time travel"), se nella prima parte il film è carico di energia folle e dissacrante, nel finale si fa più scontato, e nonostante l'eccentricità dei personaggi e delle situazioni, il messaggio in fondo è banalotto: non è certo un nuovo "Rocky Horror Picture Show", e anche come omaggio al punk non raggiunge i livelli di "We are the best!". Assai interessante, comunque la rappresentazione degli alieni, divisi in sei colonie (che originalmente erano sei razze distinte) caratterizzate da nomi, colori e funzioni psicologiche, biologiche o sociali ben determinati (e che corrispondono in tutto e per tutto ai chakra principali della medicina ayurvedica: dall'incontro fra Enn e Zan nascerà il settimo chakra, quello del cuore, in precedenza mancante). Nicole Kidman interpreta la "regina del punk" Boadicea.

Nothingwood (Sonia Kronlund, 2017)

Nothingwood
di Sonia Kronlund – Francia 2017
con Salim Shaheen, Qurban Ali Afzali
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

In Afghanistan (la cui quasi inesistente industria cinematografica è da lui ribattezzata Nothingwood, perché a differenza di Hollywood o di Bollywood non ci sono soldi, né risorse, né professionisti), Salim Shaheen è un popolarissimo attore, regista e produttore, idolo delle folle ed eroe di giovani ed anziani. Protagonista di oltre cento film, per lo più scalcinati B-movie d'azione con evidenti influenze del cinema indiano (a partire dai balli e dalle canzoni in playback), è un misto fra Jackie Chan (o meglio Sammo Hung, vista la stazza!) e Bud Spencer, e realizza i suoi film in giro per il paese, incurante dei pericoli e della guerra (col sorriso sulle labbra, si dichiara più volte pronto anche a morire in nome dell'arte). In questo documentario, la regista francese Sonia Kronlund segue lui e la sua troupe (costituita da pochi amici e parenti) mentre è impegnato nelle riprese di una pellicola autobiografica per raccontarne l'esuberante personalità, l'entusiasmo stakanovista, la comica rozzezza cinematografica ma anche lo sconfinato e contagioso amore per il cinema. Salim Shaheen è un personaggio larger-than-life, che in un paese martoriato da decenni di conflitti di ogni tipo (dall'invasione sovietica al regime dei talebani, dagli attacchi terroristici alla guerra civile) porta avanti quel sogno di recitare e di cantare che aveva sin da bambino e dona così gioia e ispirazione al suo popolo. Ben più di una semplice curiosità, l'interessante documentario della Kronlund (che da quindici anni fa la reporter in Afghanistan) mostra en passant allo spettatore gli spettacolari scenari delle zone più remote del paese (compresa una visita ai Buddha di Bamiyan distrutti dai talebani), presenta alcune testimonianze del recente passato e mette in luce le contraddizioni di una società fortemente maschilista. Le poche attrici non sono certo ben considerate, al punto che nella troupe di Shaheen c'è persino un attore effemminato, Qurban Ali Afzali, per interpretare all'occorrenza le parti femminili (anche Qurban è un personaggio eccentrico e provocatorio, che indossa il burqa in trasmissioni televisive che parlano dei diritti delle donne). La stessa Kronlund è accettata da Shaheem e dal suo entourage non soltanto perché straniera ma anche perché, come le dice lui stesso scherzando, "tu non sei una donna, sei un uomo!". E a proposito di contraddizioni: impagabile l'intervista all'ex combattente che rivela come persino fra i talebani, nonostante il divieto di guardare film, ci fossero numerosi fan di Salim.

18 giugno 2017

Le redoutable (M. Hazanavicius, 2017)

Le Redoutable
di Michel Hazanavicius – Francia 2017
con Louis Garrel, Stacy Martin
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo il successo di "The Artist", Hazanavicius ci riprova con un'altra pellicola a sfondo metacinematografico. Stavolta sceglie di raccontare un periodo della vita di Jean-Luc Godard, focalizzandosi sugli anni del suo periodo "maoista" (dal 1967 al 1969, caratterizzati da un crescente impegno politico e rivoluzionario) e ispirandosi alle memorie di Anne Wiazemsky ("Un anno cruciale"), l'attrice che il regista conobbe sul set de "La cinese" e che sposò quasi immediatamente. Il tono scelto è quello della comemdia, con forti dosi di ironia: a parte le numerose gag (come il tormentone degli occhiali rotti), Godard è ritratto come un uomo arrogante, confuso, ai limiti del sociopatico, e l'impressione è quella che Hazanavicius, schierandosi con il punto di vista di Anne (osservatrice spesso silenziosa degli eccessi del suo uomo), intenda volutamente prenderlo in giro. In effetti il mito di Godard non ne esce bene: incapace di scindere il proprio mondo fra cinema e politica, in preda al fervore rivoluzionario di quegli anni (di cui sono rievocati tanti episodi chiave: dalle proteste studentesche del 1968 al boicottaggio che fece annullare il festival di Cannes), Godard appare come un pesce fuor d'acqua che non si trova a proprio agio con nessuno e finisce per bisticciare con tutti, dai suoi spettatori e ammiratori ai giornalisti, dai colleghi (come Bernardo Bertolucci) agli studenti che protestano nelle strade e nelle università. E presto anche il suo rapporto con Anne va in crisi, quando lei accetta di recitare ne "Il seme dell'uomo" di Ferreri contro il suo volere. Hazanavicius gira con uno stile che scimmiotta quello di Godard stesso e della Nouvelle Vague: dai titoletti che dividono il film in capitoli (parodiando i titoli di svariati film di JLG) alle lunghe carrellate, dai momenti in cui i personaggi guardano in macchina per recitare celebri aforismi godardiani sull'arte e la politica, a trovate come quella dei sottotitoli che rivelano cosa pensano realmente i protagonisti durante un dialogo insignificante o quella che volge in negativo l'inquadratura. Altre gag sono invece chiaramente metacinematografiche: Garrel che dice "Io non sono Godard, ma un attore che interpreta Godard", o i due protagonisti, completamente nudi, che criticano quei registi che inseriscono nei loro film scene di nudo del tutto ingiustificate dal contesto. Molti anche i riferimenti culturali: JLG porta Anne al cinema a vedere film di ogni tipo: musical americani, western italiani (si ode un famoso scambio di battute da "Il buono, il brutto, il cattivo") e capolavori del muto (splendida la scena in cui i due, sussurrando fra loro, di fatto "doppiano" una scena de "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer). Naturalmente in Francia non hanno gradito questa dissacrazione di un mito ("Ma Godard non è Dio. Godard è come il capo di una setta, e io sono agnostico", ha commentato Hazanavicius), e in effetti la pellicola in parte fallisce nel rappresentare la complessità dell'autore, rendendolo una macchietta li cui estremismo lo mette in balia di sé stesso e degli eventi (a volte sembra quasi di trovarsi in un film di Nanni Moretti!). Ma comunque è assai divertente, ricca di spunti nonché ben recitata da due attori simpatici (e belli), e con una colonna sonora dove spicca "Azzurro" di Celentano (!), oltre a Strauss ("Im Abendrot") e Carosone. Il titolo originale (che significa "Il formidabile") è il nome di un sottomarino nucleare che simboleggia il microcosmo isolato in cui si richiude il protagonista ("Così va la vita a bordo del Redoutable").

The rider (Chloé Zhao, 2017)

The rider
di Chloé Zhao – USA 2017
con Brady Jandreau, Tim Jandreau
***

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

In convalescenza dopo una grave ferita alla testa in seguito a una caduta durante un rodeo, il giovane Brady, cowboy del Sud Dakota, teme di non poter più tornare a fare quello che gli sta maggiormente a cuore: cavalcare. Opera seconda di una regista di origine cinese (ma trapiantata ormai stabilmente negli Stati Uniti: il suo film, girato con evidente maestria, appare americano al cento per cento, a partire dall'argomento trattato), un toccante western contemporaneo sui sogni infranti e il desiderio di tornare a galla. A mettere un freno alla volontà e alle illusioni di Brady di esibirsi nuovamente nei rodei non ci sono solo i responsi medici, i problemi fisici (ha una mano semiparalizzata) e le pressioni familiari (vive con il padre, in perenni guai finanziari, e la sorella minore, autistica ma piena di gioia di vivere), ma anche il riflesso di sé stesso che vede nel suo miglior amico, Lane Scott, che un incidente simile al suo ha reso una larva umana e che va spesso a trovare in ospedale. E l'amore per la natura e per i cavalli selvaggi (con i quali ha un'affinità indescrivibile) gli farà comprendere di essere diventato ormai come quei puledri che, rimasti azzoppati, devono essere abbattuti, perché non possono più fare quello per cui sono nati: cavalcare liberi nella prateria. Un film che forse parte lento ma che poi si rivela coinvolgente, drammatico e al tempo stesso antidrammatico nelle sue scelte stilistiche, che al tempo stesso omaggiano il genere western (si pensi alle cavalcate di Brady in solitaria) e rievocano il cinema d'autore indipendente, e che si focalizza su un ambiente tratteggiato con evidente affetto e su un personaggio a suo modo indimenticabile. Ad aggiungere valore, il fatto che quasi tutti gli attori, non professionisti ma bravissimi, hanno in effetti interpretato sé stessi: Brady Jandreau è un vero cowboy (il film si basa sulla sua storia), suo padre e sua sorella sono i suoi veri famigliari, così come sono autentici gli altri partecipanti ai rodeo (compreso Scott), il che dona al film un tono semidocumentaristico. Non a caso è piaciuto molto a Werner Herzog. A Cannes ha vinto la sezione "Quinzaine des Réalisateurs".

L'amant d'un jour (Philippe Garrel, 2017)

L'amant d'un jour
di Philippe Garrel – Francia 2017
con Esther Garrel, Louise Chevillotte
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Gilles (Éric Caravaca), professore universitario di filosofia, ha una tresca con Ariane, una delle sue studentesse. Quando sua figlia Jeanne, mollata dal fidanzato, si presenta a casa sua in cerca di ospitalità, fra le due ragazze – che sono coetanee – nasce un'amicizia che porta a confidenze e segreti repiproci... Philippe Garrel, come sempre, gira come se fossimo ancora negli anni sessanta e in piena Nouvelle Vague: bianco e nero, voce narrante fuori campo (femminile e letteraria), attenzione al mondo degli adolescenti ribelli. Negli ultimi tempi, se non altro, sembra avere imparato a fare film corti, meno ambiziosi e meno noiosi per lo spettatore. Questo, pur gradevole, è però esilissimo e innocuo, infila una serie di banalità (dette da personaggi banali) sull'amore e l'infedeltà e, nonostante l'interessante spunto iniziale, non va da nessuna parte e lascia il tempo che trova. Lo salvano l'atmosfera retrò e la freschezza del volto di Louise Chevillotte, che interpreta la lentigginosa Ariane. Anziché il figlio Louis, questa volta Garrel fa recitare la figlia Esther (nel ruolo di Jeanne).

17 giugno 2017

Cannes e dintorni 2017

Oggi parte qui a Milano la rassegna dei film presentati all'ultimo Festival di Cannes. Naturalmente intendo vederne il più possibile, ma purtroppo quest'anno il programma è ridotto e molto deludente: ci sono soltanto quattro dei film che erano in concorso (quelli di Haneke, Hazanavicius, Zvyagintsev e Campillo), mancano dunque la Palma d'Oro ("The Square" di Ruben Östlund) ma anche pellicole che mi sarebbero interessate molto come quelle di Ozon, Lanthimos (questa addirittura era stata annunciata ma poi tolta dal programma!), Akin, Bong, Coppola. Fra i titoli fuori concorso spiccano i lavori di Mitchell e Desplechin, più numerosi altri film provenienti dalla "Quinzaine des Réalisateurs".

16 giugno 2017

Fanfan la Tulipe (Christian-Jaque, 1952)

Fanfan la Tulipe (id.)
di Christian-Jaque – Francia/Italia 1952
con Gérard Philipe, Gina Lollobrigida
**1/2

Visto in divx.

Nella Francia del Settecento, il giovane, audace e scapestrato Fanfan (Gérard Philipe, doppiato da Nino Manfredi nell'edizione italiana) si arruola dell'esercito del re Luigi XV per sfuggire al matrimonio con una contadina, adescato anche da Adeline (Gina Lollobrigida), che sotto i falsi panni di una zingara gli ha predetto che farà fortuna, si coprirà di gloria e sposerà nientemeno che la figlia del re. Intenzionato a far avverare la profezia, Fanfan non tarderà a mettersi nei guai, anche se le sue prodezze gli guadagneranno i favori della marchesa di Pompadour (che gli affibbierà il soprannome "La Tulipe"). E fra duelli, amori, fughe, rapimenti, scaramucce e intrighi di corte, e grazie alla sua abilità di provetto spadaccino, vincerà praticamente da solo la guerra dei sette anni contro i prussiani e conquisterà l'amore non della principessa Henriette ma della stessa Adeline. Scanzonata (sin dalla voce narrante) avventura di cappa e spada, ispirata a un personaggio nato da una canzone popolare del 1819 e poi protagonista di opere teatrali, feuilleton e film (il primo è del 1925, un altro remake – "Il tulipano d'oro" – è uscito nel 2003; questa comunque, premiata anche a Cannes per la miglior regia, è la versione più famosa). I toni sono leggeri, la storia non è mai presa sul serio (nemmeno quando c'è di mezzo la guerra), e se la pellicola può apparire oggi un po' datata (ma all'epoca fu un enorme successo di pubblico), nondimeno è da apprezzare per la densità delle vicende narrate, per l'elogio dell'amicizia e per la simpatia dello sfrontato protagonista, che si prende gioco di tutto e di tutti (autorità comprese). Marcel Herrand è Luigi XV, Geneviève Page la marchesa di Pompadour, Olivier Hussenot l'amico Tranche-Montagne ("Spaccamonti"), Noël Roquevert l'infido Fortebraccio.

14 giugno 2017

Arrietty (Hiromasa Yonebayashi, 2010)

Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento
(Karigurashi no Arrietty)
di Hiromasa Yonebayashi – Giappone 2010
animazione tradizionale
***

Visto in TV.

La piccola Arrietty (piccola per davvero: è alta pochi centimetri!) è una "Prendinprestito", un esserino che vive con i genitori sotto il pavimento e dietro le intercapedini di una vecchia villa di campagna, sottraendo di nascosto piccoli oggetti agli esseri umani che vi abitano. I tre Prendinprestito si sono così allestiti una vera e propria dimora in miniatura, con tutte le comodità. Quando nella villa giunge Sho, un ragazzo malato e in attesa di essere operato al cuore, la curiosa Arrietty non può fare a meno di essere vista da lui: una grave imprudenza, perché quando i Prendinprestito si fanno scoprire dagli umani sono costretti ad abbandonare la casa in cui vivono e a trasferirsi altrove. Sho, tuttavia, si mostra amichevole con la ragazzina, aiutando persino lei e la sua famiglia a sfuggire alla cattura da parte della signora Haru, la governante della casa, ostinata cacciatrice di "gnomi". Tratto dai racconti di Mary Norton che avevano già ispirato "I rubacchiotti" di Peter Hewitt, un film gradevole, leggero, avventuroso e malinconico, che Hayao Miyazaki ha soltanto sceneggiato, lasciando la regia all'esordiente Yonebayashi, uno dei più promettenti fra i giovani autori dello Studio Ghibli. Esemplare nella sua commistione fra favola moderna (gli esserini che vivono in segreto nelle case degli umani, sottraendo gli oggetti, ricordano tante creature del folklore di ogni epoca), critica al consumismo (il "riciclo" di cose che non servono più), coming-of-age (per la quattordicenne Arrietty si tratta delle prime escursioni nel mondo esterno) e invito alla convivenza pacifica (un invito raccolto non solo dai due protagonisti ma, per esempio, anche dal gatto di casa), il film è graziato come al solito da atmosfere, disegni e animazioni di ottima qualità. Non scontato nemmeno il finale. Pur essendo ambientata in Giappone, l'anima della pellicola è decisamente europea: non soltanto per il materiale di partenza, ma anche per la colonna sonora "celtica", opera della cantante francese Cécile Corbel.

12 giugno 2017

Heart of the sea (Ron Howard, 2015)

Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick
(In the Heart of the Sea)
di Ron Howard – USA 2015
con Chris Hemsworth, Benjamin Walker
*1/2

Visto in TV.

Nel 1850, in cerca di ispirazione per il suo nuovo libro, Herman Melville (Ben Whishaw) si reca al porto di Nantucket per parlare con l'anziano Thomas Nickerson (Brendan Gleeson), che trent'anni prima era stato uno dei pochi sopravvissuti al naufragio della baleniera Essex. Inizialmente riluttante, Nickerson finisce col raccontare allo scrittore tutta l'avventura: di come la nave su cui si era imbarcato come mozzo – guidata dal capitano George Pollard (Walker) e dal primo ufficiale Owen Chase (Hemsworth) – fu distrutta da una gigantesca balena bianca e di come l'equipaggio, a bordo delle scialuppe di salvataggio, dovette ricorrere al cannibalismo pur di sopravvivere in mare aperto. Non è la storia di Moby Dick, ma quella (realmente accaduta: fu raccontata nelle memorie, fra gli altri, degli stessi Chase e Nickerson) cui Melville si ispirò in parte per il suo capolavoro. Howard la trasforma in un action movie hollywoodiano (c'è addirittura un'esplosione!) senza particolare spessore, che sfiora soltanto marginalmente temi chiave come la sfida dell'uomo a sé stesso o alla natura. La sceneggiatura affastella luoghi comuni e la caratterizzazione dei personaggi è piatta: gli unici con un po' di spessore sono i due arroganti ufficiali Pollard e Chase, in perenne rivalità fra loro, il primo un novellino proveniente da una famiglia di grande tradizione marinaresca, il secondo un esperto navigatore bollato da tutti come "campagnolo". Regia senza qualità, incapace di rendere avvincenti persino le scene di caccia in mare aperto (anche perché quasi tutto è girato in studio o in CGI). Si salva la seconda parte, quella successiva al naufragio, che mostra le privazioni dell'equipaggio e la lotta per la sopravvivenza. Nel cast anche Cillian Murphy (il secondo ufficiale) e Tom Holland (Nickerson da giovane).

11 giugno 2017

Rullo di tamburi (Delmer Daves, 1954)

Rullo di tamburi (Drum Beat)
di Delmer Daves – USA 1954
con Alan Ladd, Charles Bronson
**

Visto in TV.

Da quando gli indiani hanno sterminato la sua famiglia, Johnny MacKay (Alan Ladd) è diventato un acerrimo cacciatore di pellerossa. Ma il presidente Grant in persona lo incarica di condurre le trattative di pace con i ribelli Modoc che, guidati dall'arrogante Capitan Jack (Charles Bronson), sono usciti dalla riserva e richiedono più terra, minacciando la sicurezza dei coloni. Pur riluttante, Johnny accetta l'incarico e promette che porterà la pace senza far uso delle armi. Ma nonostante le sue buone intenzioni, un incidente scatenerà la guerra e sarà necessario l'intervento dell'esercito. Ispirato a personaggi e fatti reali (il conflitto contro i Modoc del 1872-1873 in Oregon e California), un western storico, solido ma senza particolari guizzi, con cui Daves prosegue il suo tentativo (iniziato nel 1950 con "L'amante indiana") di "umanizzare" i nativi americani facendoli uscire, almeno in parte e per quanto gli era concesso, dagli stereotipi di selvaggi. Qui, a parte il complesso e riuscito personaggio di Jack, ci sono indiani cattivi ma anche indiani buoni, come i fratelli Manok e Toby (Anthony Caruso e Marisa Pavan), capi tribù che sostengono Johnny nelle sue trattative. Toby, addirittura, contende l'amore del protagonista alla bianca Nancy (Audrey Dalton). Quello di Jack fu uno dei primi ruoli di rilievo per Charles Bronson, che aveva appena assunto il suo nome d'arte. Nel cast anche Robert Keith (il postiglione), Elisha Cook Jr (il commerciante rinnegato) e Richard Gaines (il medico pacifista). Bellissimi gli scenari in esterni, che donano al film epicità e un ampio respiro.

10 giugno 2017

L'intervallo (Leonardo Di Costanzo, 2012)

L'intervallo
di Leonardo Di Costanzo – Italia 2012
con Alessio Gallo, Francesca Riso
*1/2

Visto in divx.

Il diciassettenne Salvatore, venditore ambulante di granite alla periferia di Napoli, viene incaricato dai camorristi locali di sorvegliare la quindicenne Veronica, rinchiusa all'interno di un edificio fatiscente e abbandonato. La giovane ha evidentemente commesso uno sgarbo verso qualcuno, ma Salvatore ignora di cosa si tratti. Costretti a condividere lo stesso spazio per un'intera giornata, fra i due ragazzi – dopo l'iniziale ostilità – si stabilisce un legame empatico. Opera prima del documentarista Di Costanzo, un "piccolo film" esile e banalotto, girato praticamente con due soli personaggi (se si eccettuano le brevi comparsate del padre di Salvatore e dei camorristi all'inizio e alla fine), che vorrebbe offrire una riflessione poetica sulla gioventù, sui rapporti sociali e sulle costrizioni in territorio criminale, fra metafore sulla "natura" (gli uccellini in gabbia che non vogliono fuggire nemmeno con la porta aperta, la cagna che va a partorire i cuccioli da sola) e suggestioni quasi fiabesche (la cantina allagata, le storie di fantasmi, la magia della pioggia), mantenendo al tempo stesso un appiglio sulla realtà e la quotidianità (ma l'uso del dialetto napoletano stretto rende quasi incomprensibile la visione senza sottotitoli). La sceneggiatura appare forzata in più punti nelle dinamiche di interazione fra i personaggi, e con i suoi dialoghi banalmente ingenui non riesce mai a far salire l'interesse per la vicenda. Anche la regia non "respira", con la macchina da presa sempre attaccata ai personaggi. Ne risulta un film tutt'altro che scorrevole, la cui visione (nonostante la brevità) è quasi estenuante: siamo ben lontani dalla grazia e dalla leggerezza, per esempio, de "La schivata" di Kechiche, o dagli approfondimenti psicologici e culturali di "Io e te" di Bertolucci (uscito nello stesso anno). Deludente anche il finale, che non dona una risoluzione adeguata al senso di attesa che aveva permeato tutto il film.

8 giugno 2017

Uomini veri (Philip Kaufman, 1983)

Uomini veri (The right stuff)
di Philip Kaufman – USA 1983
con Sam Shepard, Ed Harris
**1/2

Visto in TV.

Tratto da un saggio di Tom Wolfe, il film racconta la storia dei primi sette astronauti americani, i piloti collaudatori delle missioni Mercury con cui la NASA, dal 1959 al 1963, inviò per la prima volta delle capsule nello spazio, dapprima senza equipaggio (o con uno scimpanzé) e poi con un uomo a bordo, nel tentativo di reggere il passo dei sovietici che nel frattempo, aveva mandato in orbita il primo satellite artificiale (lo Sputnik nel 1957) e poi il primo uomo (Yuri Gagarin nel 1961). La pellicola prende l'avvio nel 1949, quando il pilota dell'aeronautica Chuck Yeager (Sam Shepard), volando sopra il deserto della California, superò per la prima volta il muro del suono; e si conclude nel 1963, quando Gordon Cooper (Dennis Quaid), stabilendo il record di 22 orbite attorno alla Terra, fu l'ultimo astronauta ad andare nello spazio da solo (le successive missioni Gemini e Apollo prevederanno tutti equipaggi di almeno due membri). Pur caratterizzata da toni epici e agiografici nel celebrare il coraggio di questi moderni eroi americani (ancor più che i successi tecnologici della NASA), la lunga pellicola (oltre tre ore di durata, senza peraltro risultare mai noiosa) non è una semplice ricostruzione documentaristica dei voli Mercury ma si prende il suo tempo per caratterizzare i vari astronauti fra pregi e difetti, testosterone e spirito di squadra, orgoglio e spacconate, così come il supporto delle loro famiglie (essenzialmente mogli e compagne), le rivalità interne (fra piloti dell'aeronautica, della marina o semplici collaudatori), gli screzi con gli scienziati e i politici (rappresentati a volte in maniera irridente: particolarmente negativo è il ritratto di Lyndon Johnson, allora vicepresidente) e naturalmente il rapporto con la stampa (un elemento fondamentale delle missioni, anche in chiave di guerra fredda, fu infatti quello mediatico). Anche se manca un vero protagonista (il film è corale), fra le figure che risaltano di più ci sono quelle di Cooper, di John Glenn (Ed Harris), di Alan Shepard (Scott Glenn) e di Virgil "Gus" Grissom (Fred Ward). Gli altri astronauti sono Wally Schirra (Lance Henriksen), Kent Slayton (Scott Paulin) e Scott Carpenter (Charles Frank). Fra mogli e fidanzate figurano Barbara Hershey, Mary Jo Deschanel, Veronica Cartwright e Pamela Reed. Harry Shearer e Jeff Goldblum sono i due reclutatori della NASA. Dal punto di vista dell'accuratezza storica, alcuni passaggi hanno sollevato qualche perplessità (in particolare l'episodio dell'ammaraggio di un Gus Grissom in preda al panico), ma la potenza e il significato degli eventi restano intatti, veicolati in maniera efficace da una regia che pur mantenendo una certa ambizione va dritta al sodo, senza perdersi in svolazzi e divagazioni. Quattro premi Oscar (colonna sonora, montaggio, sonoro e montaggio sonoro) più altre quattro nomination (fra cui miglior film).

6 giugno 2017

L'uomo con la macchina da presa (D. Vertov, 1929)

L'uomo con la macchina da presa (Chelovek s kino-apparatom)
di Dziga Vertov – URSS 1929
senza attori professionisti
***1/2

Visto su YouTube.

Figura atipica di teorico del cinema sovietico, Vertov propugnava l'importanza di ritrarre sullo schermo "la vita per come è", aborriva i film di finzione (in favore dei documentari) e aspirava a rinnovare il linguaggio cinematografico, separandolo completamente da quello del teatro e della letteratura. "L'uomo con la macchina da presa" è senza dubbio il suo capolavoro: girato a Kiev, Kharkov, Mosca e Odessa, mostra un'intera giornata (dall'alba al tramonto) durante la quale un cameraman (Mikhail Kaufman, fratello minore di Vertov e direttore della fotografia) riprende la brulicante vita delle persone che gli stanno intorno: passanti, operai, lavoratori di ogni genere, impegnati nelle loro frenetiche attività. Siamo in una città moderna, dove si muovono fiumane di persone, mezzi pubblici (tram soprattutto), automobili, navi, e dove a fianco del lavoro c'è spazio anche per lo sport (numerose le sequenze di atleti in movimento), lo svago e il divertimento (bagnanti sulla spiaggia, spettatori al cinema, giocatori di scacchi, una serata in birreria) e persino per frivolezze e vanità (ragazze che si truccano o vanno dal parrucchiere). Il montaggio rapidissimo (opera della moglie del regista, Elizaveta Svilova) dona alla pellicola un ritmo indiavolato e rende quasi obbligatorio vederla accompagnata da una bella colonna sonora ritmata (come quella dela Cinematic Orchestra nel link a YouTube che riporto sopra). Alla vena realista e documentarista se ne affianca una sperimentale (la didascalia introduttiva, l'unica di tutto il film, ribadisce come Vertov sia "alla ricerca di un nuovo linguaggio"), in chiave sia tecnica che – soprattutto – creativa, e una qualità surreale, anche attraverso effetti ottici e animazioni (celebri quelle che riguardano proprio la macchina da presa: all'inizio il cameraman diventa minuscolo e si posiziona sopra un'altra cinepresa, mentre nel finale si staglia gigantesco sull'intera città; in un'altra sequenza, la stessa cinepresa si anima e si muove da sola, come un robottino).

Ricco di idee e di inventiva, il film è importante anche come documento della vita di tutti i giorni in una grande città dell'URSS alla fine degli anni Venti, di cui mostra la crescente industrializzazione (fabbriche, macchinari, ingranaggi in movimento) ma anche i lavori tradizionali (barbieri, filatrici, tipografi, centraliniste, minatori, addetti agli imballaggi che confezionano scatole di sigarette in una sequenza che ricorda "Tempi moderni" di Chaplin). Il cameraman, che trasporta la sua macchina da presa un po' ovunque (spesso a sprezzo del pericolo, come quando si avvicina a riprendere i lavori di una diga o segue un'auto in corsa a bordo di un'altra auto), cattura ambienti e scorci cittadini, oggetti e dettagli, persone e animali, veicoli e mezzi pubblici, contadini e grandi folle in movimento, fabbriche e luoghi di lavoro. Ci mostra piccoli episodi (la ragazza che si sveglia e si veste prima di uscire: una sequenza chiaramente inscenata, a dimostrazione che Vertov non era contro l'allestimento in sé, purché si conservasse l'effetto del realismo), scene di massa (navi che salpano, cortei e ritrovi), emergenze quotidiane (vigili del fuoco o ambulanze in corsa), storie umane ed emozioni (matrimoni, divorzi, nascite, funerali). E ancora: bambini alle giostre, una lunga sequenza di vari atleti (lanciatori, saltatori, fantini, piloti, tuffatori, nuotatori, ginnasti, pesisti, giocatori di calcio o di basket) mostrati al rallentatore, come negli studi del movimento dei pionieri del cinema. Nel circolo dei lavoratori (in quella che un tempo era una chiesa) ora si legge il giornale o si gioca a scacchi e a dama. Al luna park si tira a segno su sagome di "fascisti". Si ascolta la radio, si balla o si suona con strumenti improvvisati. Si ride. Il ritmo è frenetico, la vista scorre rapida e senza sosta. Nel finale, ambientato in un cinema dove viene proiettata la pellicola ripresa dal nostro cameraman, tutto si mescola e si fonde insieme, con effetti ottici di sovrimpressione e split screen. La regia contribuisce con soggettive, carrelli, inquadrature ardite, indugia sui volti interessati e divertiti degli spettatori, in un montaggio alternato con le immagini di vari mezzi in rapido movimento.

Contenuto e stile vanno dunque di pari passo. Vertov non si limita a riprendere e a documentare la realtà, ma vi si tuffa dentro, la "manipola" attraverso la scelta delle inquadrature (da varie posizioni e angolazioni, soggettive e prospettiche, dal di sotto e dal di sopra), le tecniche di ripresa (camera fissa, carrelli, panoramiche, effetti ottici e visivi), ma soprattutto il montaggio, rapido e alternato, ricorrendo alle tecniche più disparate: slow motion, velocizzazioni, dissezioni, sovrimpressioni, fermi immagine (che "bloccano" per un attimo il movimento mentre la montatrice è impegnata nel taglio e nella giunzione della pellicola fisica) e primissimi piani (celebre l'occhio umano che si fonde con la macchina da presa stessa, a suggerire un'unione fra l'uomo e il suo strumento che permette di godere del meglio di entrambi). "L'elogio dell'occhio meccanico – scrive Pietro Montani – non è, come nel futurismo italiano, pura e semplice apologia della macchina, ma si giustifica a partire da un principio conoscitivo: il Kinoglaz (cineocchio) può far vedere l'invisibile, può mettere in forma la rete di rapporti che collega le cose nel loro movimento e dunque fornisce un'immagine della realtà più completa proprio perché non la rispecchia ma la ricostruisce, la riorganizza". E a proposito di fusioni, come detto il film si conclude proprio "fondendo" insieme le immagini riprese dal nostro cameraman, i volti dello spettatori, la montatrice stessa al lavoro, e l'occhio del cineasta nella cinepresa. Tutto assume un nuovo significato. Dopo aver toccato l'apice con questo lavoro, le fortune di Vertov comincieranno a declinare e il regista verrà progressivamente marginalizzato nel suo stesso paese. Il cinema stava ormai prendendo strade diverse (e quello di finzione diventerà la sua forma dominante, come testimoniava nell'URSS stessa il successo della "Corazzata Potemkin" di Ejsenstein), ma l'eredità di Vertov non andrà perduta: ne ritroveremo frammenti nei cineasti più disparati, sperimentali o meno (si pensi a Buñuel, Godard, Marker, Greenaway o Herzog).

4 giugno 2017

Lars e una ragazza tutta sua (C. Gillespie, 2007)

Lars e una ragazza tutta sua (Lars and the Real Girl)
di Craig Gillespie – USA/Canada 2007
con Ryan Gosling, Emily Mortimer
***

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa, Monica e Sabrina.

Lars (Gosling) ha seri problemi di socializzazione, nonostante i tentativi di amici e parenti (in particolare della cognata Karin, moglie di suo fratello Gus) di farlo uscire dal suo guscio. Tutti si stupiscono, dunque, quando annuncia di essersi trovato una fidanzata. Lo stupore aumenta quando scoprono che Bianca non è altro che... una bambola a grandezza naturale. Preoccupati per la sua salute mentale, Gus e Karin lo fanno visitare da una psicologa, che suggerisce a tutti di assecondarlo. E l'intero villaggio si mobilita così per dare il benvenuto a Bianca e integrarla nella vita della comunità. Sarà poi lo stesso Lars, quando si sentirà finalmente pronto a dare il via a una relazione con una ragazza vera, a "concludere" la messinscena... Commedia insolita e originale, garbatissima e (a suo modo) romantica, che tratta il tema della solitudine e del disagio psichico in maniera leggera ma senza banalizzare l'argomento e senza ricorrere ad esasperazioni melodrammatiche o scontati cliché. Merito anche della recitazione, mai sopra le righe, di un Gosling timido e baffuto e di un brillante cast di contorno (Paul Schneider è il fratello, Emily Mortimer la cognata, Patricia Clarkson la psicologa e Kelli Garner la collega di lavoro). Anche se il film è di produzione americana (la storia si svolge in un paesino del Wisconsin), i nomi dei personaggi (il protagonista si chiama Lars Lindstrom) e l'ambientazione "nordica" (tutta la vicenda è collocata durante un nevoso inverno, con il disgelo finale che assume ovviamente una valenza metaforica) fanno pensare a una sceneggiatura di origine o influenza scandinava. La sceneggiatrice Nancy Oliver, al debutto, ha ricevuto una nomination agli Oscar.

2 giugno 2017

Ritratto di famiglia con tempesta (H. Koreeda, 2016)

Ritratto di famiglia con tempesta (Umi yori mo mada fukaku)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2016
con Hiroshi Abe, Kirin Kiki
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina.

Il quarantenne Ryota Shinoda (Hiroshi Abe), scrittore con un solo libro alle spalle (uscito quindici anni prima) e fanatico del gioco d'azzardo, ha deluso tutte le aspettative che erano state fatte su di lui, in particolare quelle della madre Yoshiko (Kirin Kiki), ora vedova, e dell'ex moglie Kyoko (Yoko Maki). Per pagare a questa gli alimenti per mantenere il figlio Shingo, si barcamena lavorando per un'agenzia di investigazioni private, non esitando a tradire o ricattare i suoi stessi clienti. Ma il denaro, che finisce spesso in scommesse, non sembra bastare mai: e Ryota sfrutta il proprio lavoro anche per spiare il nuovo fidanzato dell'ex moglie, che tuttora ama gelosamente. A tenere ancora unita la famiglia, almeno in parte, è proprio l'anziana Yoshiko, cui Shingo è molto affezionato. Proprio a casa sua, in una sera di tempesta, il bambino e i genitori si ritrovano a cena mentre sta per arrivare un tifone che li costringerà a passare la notte ancora una volta tutti insieme. E l'esperienza, se non altro, riporterà un po' di pace, comprensione e serenità nel loro legame, accrescendo fra l'altro il senso di responsabilità paterna di Ryota e la capacità di perdonare di Kyoko. Il film più – dichiaratamente – autobiografico di Koreeda, regista da sempre attento a descrivere le dinamiche famigliari e i rapporti fra padri e figli o fra mariti e mogli (e in questo è il degno erede di Ozu), sconta forse alcuni difetti, a partire dalla lentezza e da una certa banalità di fondo, risultando paradossalmente meno incisivo proprio perché troppo naturalistico, attento a rispecchiare la realtà e i ricordi, e a caratterizzare i personaggi (il protagonista in particolare) con un'eccessiva ridondanza. Se il rapporto con la madre è vivacizzato dalla brillante prova di Kirin Kiki, quelli con la moglie e con il figlio seguono un certo schematismo e prevedibilità. Meglio invece gli episodi marginali, gli incontri di Ryota con i suoi clienti, il rapporto con l'amico/collega, le puntate alle corse di ciclismo: è qui (come nel contesto ambientale, fatto di luoghi ordinari e case popolari) che si ritrova il cinema giapponese (e di Koreeda) che preferisco, quello minimalista e delle piccole cose, dove il messaggio vien fuori in modo naturale e si instilla in uno spettatore pronto ad accoglierlo o ad immedesimarsi (cosa in fondo non difficile). La famiglia di Ryota è infatti una come tante altre, fra amore, rancori, rimpianti e piccoli screzi, tenuta insieme dai ricordi e da un presente in comune. Nel cast anche Satomi Kobayashi (la sorella), Sosuke Ikematsu (il collega) e Lily Franky (il boss). Un film senza dubbio gentile e piacevole, ben diretto e recitato: ma sugli stessi temi, a parer mio, Koreeda ha fatto di meglio in passato, e in particolare in "Still walking", dove peraltro erano presenti molti degli stessi attori.

1 giugno 2017

Gli uomini della terra selvaggia (D. Daves, 1958)

Gli uomini della terra selvaggia (The Badlanders)
di Delmer Daves – USA 1958
con Alan Ladd, Ernest Borgnine
**

Visto in TV.

Appena uscito dalla prigione di Yuma dopo aver scontato un'ingiusta condanna per rapina, lo scaltro ingegnere minerario Peter Van Hoek, detto "L'Olandese" (Alan Ladd), progetta di vendicarsi rubando per davvero un'ingente quantità di oro grezzo dalla miniera dove un tempo lavorava. Coinvolgerà nel suo piano due complici: l'ex allevatore John McBain (Ernest Borgnine), uomo impulsivo ma di buon cuore che ha conosciuto in carcere, e l'artificiere messicano Vincente (Nehemiah Persoff). Il colpo, nonostante le molte difficoltà logistiche, andrà bene: i guai cominceranno quando il ricettatore al quale i tre si sono rivolti cercherà di ingannarli per tenere il bottino per sé... Rilettura di "Giungla d'asfalto" in chiave western, ispirata allo stesso romanzo di W.R. Burnett al quale si era rifatto John Huston e ambientata nei distretti minerari dell'Arizona alla fine dell'ottocento. Nonostante il buon cast e la solida regia di Daves, non tutto però funziona al meglio. Il meccanismo della rapina nei tunnel della miniera (anche se avvincente) è implausibile, ma soprattutto il lieto fine rende la vicenda molto più ordinaria e ne cancella completamente il valore di apologo morale sull'avidità e il riscatto. Katy Jurado è la prostituta messicana di cui si innamora McBain (al termine delle riprese, lei e Borgnine si sposarono veramente).

30 maggio 2017

Barry Lyndon (Stanley Kubrick, 1975)

Barry Lyndon (id.)
di Stanley Kubrick – GB/USA 1975
con Ryan O'Neal, Marisa Berenson
***

Rivisto in DVD.

Nell'Irlanda di metà Settecento, il giovane e impetuoso Redmond Barry (Ryan O'Neal) è costretto alla fuga dopo aver ferito in duello un ufficiale inglese, promesso sposo di sua cugina (di cui era innamorato). I casi della vita lo porteranno ad arruolarsi nell'esercito di re Giorgio, allora impegnato nella Guerra dei Sette Anni contro la Francia, per poi disertare e finire invece nell'esercito prussiano, alleato degli inglesi. Terminata la guerra, in compagnia dell'avventuriero Chevalier de Balibari (Patrick Magee), Barry farà fortuna dapprima con il gioco d'azzardo, e poi sposando la bella e ricchissima Contessa di Lyndon (Marisa Berenson), il cui nome aggiungerà al suo. Ma l'insano desiderio di ottenere a propria volta un titolo nobiliare inglese, e l'inimicizia del figlio di primo letto della Contessa, Lord Bullingdon (Leon Vitali), gli faranno perdere tutto. Da un romanzo ottocentesco di William M. Thackeray (l'autore del "Falò delle vanità"), adattato con qualche libertà, uno dei film di Stanley Kubrick più ambiziosi e celebrati (almeno dal punto di vista tecnico). Stupefacente la ricostruzione storica: non solo per quanto riguarda scenografie e costumi (giustamente premiati con l'Oscar), ma soprattutto per la cinematografia. La fotografia di John Alcott dona una qualità pittorica alla pellicola, tanto nelle scene in esterni (dove vengono valorizzati i paesaggi e i cieli nuvolosi) quanto in quelle in interni (che sembrano uscire da dipinti d'epoca). Celebre fu la scelta di girare soltanto con luce naturale: per poter catturare la fioca illuminazione delle candele o delle lampade ad olio, per esempio, Kubrick dovette ricorrere a speciali macchine da presa con lenti ultra-veloci, messe a punto dalla Zeiss per la NASA. Il regista, naturalmente, ci aggiunge del suo: il film è graziato dal consueto talento per la composizione della scena, dalla cura di ogni dettaglio, dalle lente carrellate in funzione narrativa (splendida, per esempio, la sequenza del primo bacio fra Barry e Lady Lyndon sulla veranda), che donano all'intera pellicola un senso di perfezione formale senza pari. Lungo (tre ore), lento, ma di certo esteticamente bellissimo!

Un narratore velatamente ironico ci accompagna durante tutto il racconto della vita di Barry, una storia di ascesa e caduta punteggiata dai duelli (con la spada ma soprattutto con la pistola), alcuni dei quali – da quello iniziale con il capitano inglese a quello finale con il figliastro – restano fra i momenti più memorabili del film. Le accuse di freddezza e di eccessivo formalismo che alcuni hanno rivolto alla pellicola cadono di fronte ad episodi ad alta intensità emotiva (la breve storia d'amore con la contadina tedesca, il dramma della morte del figlio Bryan), all'attenzione verso figure tragiche come la Contessa di Lyndon, o quasi comiche come lo Chevalier (uno dei diversi "mentori" che accompagnano la crescita di Barry: prima di lui ci sono l'amico ufficiale Grogan e poi il capitano prussiano Potzdorf). Barry stesso, nel corso della sua esistenza, ricopre diversi ruoli (soldato, disertore, eroe di guerra, spia e controspia, giocatore d'azzardo, arrampicatore sociale, affermato nobiluomo, e infine alcolizzato in disgrazia), così come evolve il suo rapporto con gli altri, che si tratti di onore (certe volte ci appare meschino e codardo, altre volte onesto e coraggioso) o di amore (passa da giovane romantico e idealista a vuoto e disilluso). La colonna sonora di Leonard Rosenman riarrangia diversi brani di musica barocca e classica, in particolare la sarabanda dalla Suite n. 4 HWV 437 di Händel (anche sui titoli di coda) e l'andante con moto dal Trio n. 2 D.929 di Schubert. Il castello in Irlanda dove furono girate la maggior parte delle scene della seconda parte andò distrutto per un incendio pochi mesi dopo la fine delle riprese. Nel complesso, "Barry Lyndon" è il film di Kubrick dove l'immagine ha il maggior peso. Più che il destino dei suoi personaggi, ai quali comunque si affeziona e il cui comportamento non giudica mai, al regista sembra interessare soprattutto ritrarli come in un quadro d'epoca, e anche per questo la pellicola si sposa perfettamente con la sua ambientazione storica (c'è chi ha detto che si tratta della "più ampia e rigorosa rappresentazione del Settecento che il cinema abbia mai prodotto"). Con quattro Oscar vinti (costumi, scenografie, fotografia e colonna sonora), alla pari di "Spartacus", è stato il film di Kubrick che ha riscosso il maggior riscontro di critica alla sua uscita. E ha influenzato, fra gli altri, Ridley Scott ("I duellanti") e Martin Scorsese ("L'età dell'innocenza").

28 maggio 2017

Storia segreta del dopoguerra (Nagisa Oshima, 1970)

Storia segreta del dopoguerra: dopo la guerra di Tokyo
(Tokyo senso sengo hiwa)
di Nagisa Oshima – Giappone 1970
con Kazuo Goto, Emiko Iwasaki
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un gruppo di studenti di sinistra intende documentare su pellicola le proteste di strada contro il governo, perché "per spezzare l'oppressione serve l'immaginazione. Ecco perché facciamo film". Ma quando uno di loro si suicida gettandosi da un palazzo con la cinepresa in mano, il giovane Motoki si convince che l'amico abbia voluto lasciare nel film una sorta di testamento personale. E con l'aiuto della ragazza del defunto, Yasuko, cerca di dare un significato alle immagini apparentemente senza senso, scorci e riprese delle vie della città, e di ricostruirne il contenuto recandosi a filmare negli stessi luoghi... Girato durante la fase più ideologica e sperimentale della carriera di Oshima, e noto anche con il titolo inglese "The Man Who Left His Will On Film", questo strano film ondeggia fra l'autobiografico, il militante e il metafisico. Significativo che, quando gli studenti elencano i registi che potrebbero simpatizzare con loro, il primo della lista sia proprio Oshima. Fare cinema è un atto contraddittorio, così come la realtà e la finzione sono in contraddizione fra loro (e questo ricorda la querelle fra i teorici sovietici: non a caso si riconoscono echi de "L'uomo con la macchina da presa" di Dziga Vertov). Lo stesso cinema è uno strumento di lotta politica e al tempo stesso un mezzo per l'autodeterminazione individuale (convinto che non sia mai esistito, Motoki comincia a identificarsi nell'amico come a volerne prendere il posto, anche al fianco della compiacente Yasuko). "Catturare" su pellicola i paesaggi e gli scorci della città diventa equivalente a conquistare la ragazza (che infatti si pone spesso fra l'obiettivo e lo sfondo, come voler divenire una parte integrante del paesaggio; in una scena precedente, si spoglia davanti alla cinepresa per "fondersi" nel film proiettato), oltre a riportare dentro di sé quella parte che è fuggita (il misterioso amico scomparso). Girato con attori non professionisti e una bella colonna sonora di Toru Takemitsu, il film è però troppo enigmatico nella sovrapposizione dei piani narrativi e nello sviluppo "filosofico", con tanto di finale circolare, e pur essendo storicamente significativo non raggiunge l'intensità delle opere migliori del regista nipponico né il fascino dei suoi modelli di riferimento (su tutti gli autori della Nouvelle Vague francese, come Resnais e Godard).

26 maggio 2017

La notte brava del soldato Jonathan (Don Siegel, 1971)

La notte brava del soldato Jonathan (The Beguiled)
di Don Siegel – USA 1971
con Clint Eastwood, Geraldine Page
***

Visto in divx.

Durante la guerra civile americana, in territorio confederato, un soldato yankee ferito – il caporale McBurney (Clint Eastwood) – viene accolto e curato dalle ragazze di un collegio femminile isolato nei boschi, con l'intenzione di consegnarlo alle truppe sudiste una volta che si sarà ripreso. Ma la sua presenza accende la curiosità e i desideri di tutte le donne della casa: dall'anziana direttrice Miss Martha (Geraldine Page) alla giovane insegnante Edwina (Elizabeth Hartman), dalla serva di colore Hallie (Mae Mercer) alle sei alunne, che vanno dall'età di diciassette anni – l'intrigante Carol (Jo Ann Harris) – a quella di dodici – l'innocente Amy (Pamelyn Ferdin). A sua volta McBurney approfitta della situazione, compiacendo con bugie le varie donne e lasciandosi "sedurre" da loro... fino a quando il gioco gli sfuggirà di mano. Insolita pellicola, tratta da un romanzo di Thomas P. Cullinan appartenente al cosiddetto genere "Southern Gothic". Le atmosfere torbide, mescolate a quelle fiabesche (la bambina che si avventura nel bosco in cerca di funghi, la casa isolata), che a tratti sfociano nell'horror, lo rendono un film dai toni più europei che americani (e infatti piacque parecchio in Francia e fu un flop in patria). Ed è strano vedere Eastwood uscire dai suoi soliti ruoli per calarsi in quello di vittima, in balia di tante donne, per di più diretto dallo stesso regista con cui pochi mesi più tardi sfornerà il primo film dell'ispettore Callaghan (ma i due erano già alla terza collaborazione, dopo i western "L'uomo dalla cravatta di cuoio" e "Gli avvoltoi hanno fame"). Con una caratterizzazione psicologica più raffinata (soprattutto delle figure femminili), ne sarebbe potuto uscire un capolavoro. Secondo Siegel, il film parla del "desiderio latente delle donne di castrare gli uomini". Da notare la simbologia scoperta (il corvo con l'ala ferita, legato a una corda, che alla fine è trovato morto) e i sottotesti incestuosi (fin troppo espliciti) riguardo Miss Martha. Nel 2017 è in arrivo un remake a opera di Sofia Coppola, con Colin Farrell e Nicole Kidman.

24 maggio 2017

Chinatown (Roman Polanski, 1974)

Chinatown (id.)
di Roman Polanski – USA 1974
con Jack Nicholson, Faye Dunaway
***1/2

Rivisto in divx.

Los Angeles, anni trenta: il detective privato Jake Gittes (Jack Nicholson) è assunto per indagare sulle scappatelle extraconiugali di Hollis Mulwray, ingegnere capo del dipartimento delle acque della contea. Le fotografie vengono poi usate per screditare l'uomo sui giornali, portandolo al "suicidio". Ma quando Gittes scopre che la donna che l'aveva assunto non era la vera moglie dell'ingegnere ma qualcuno che si spacciava per lei, decide di indagare per proprio conto. Attraverso una ragnatela di indizi, porterà alla luce un intrigo di speculazioni territoriali, corruzione politica e – soprattutto – torbidi segreti familiari. L'ultimo film girato a Hollywood da Polanski è un celebrato noir che recupera in parte le atmosfere dei classici hard boiled alla Raymond Chandler, aggiornandole all'era della disillusione e dell'amarezza degli anni settanta (quelli dello scandalo Watergate e della Guerra del Vietnam). Scritto da Robert Towne e interpretato magistralmente da Nicholson (nei panni di un occhio privato cinico ma idealista, elegantemente impeccabile e pieno di risorse: memorabile la trovata degli orologi posizionati sotto le ruote delle auto pedinate), da Faye Dunaway (Evelyn, la vera moglie di Mulwray, personaggio ambiguo e dal passato pieno di ombre) e del grande John Huston (assai convincente nel ruolo del patriarca Noah Cross), il film si svolge durante un'estate assolata in una Los Angeles sconvolta dalla siccità. Polanski si ritaglia per sé stesso la piccola parte dell'uomo che sfregia Nicholson al naso con il coltello. Nonostante il titolo, soltanto gli ultimi minuti della pellicola sono ambientati effettivamente nel quartiere cinese della città: ma Chinatown (dove sia Jake che il tenente Lou Escobar, che conduce l'indagine ufficiale sulla morte di Mulwray, hanno lavorato quando erano colleghi) per l'intero film è una metafora, il simbolo dell'impotenza della legge, il territorio dove vigono regole del tutto particolari e dove è inutile anche solo pensare di poter fare giustizia. Celeberrima, a questo proposito, la frase che chiude la pellicola: "Lascia stare, Jake. È Chinatown". E infatti, anche se l'indagine di Gittes va a buon fine e tutto viene alla luce, la sua alla resa dei conti è una sconfitta (da notare che la conclusione fu cambiata da Polanski: lo script originale di Towne prevedeva un relativo lieto fine). Affascinante l'atmosfera d'epoca, già a partire dai titoli di testa in stile retrò, ricostruita grazie anche alla colonna sonora (a base di jazz nostalgico) di Jerry Goldsmith. Nel 1990 Nicholson stesso si dirigerà in un sequel, "Il grande inganno".

23 maggio 2017

Incubi (Donner, Holland, Zemeckis, 1992)

Incubi (Two-Fisted Tales)
di Richard Donner, Tom Holland e Robert Zemeckis – USA 1992
con Brad Pitt, Kirk Douglas
**

Visto in divx.

Tre episodi, di generi e ambientazioni diverse, per quello che avrebbe dovuto essere il pilota di una serie televisiva (in stile "I racconti della cripta", di cui sarebbe stato uno spin-off, o "Ai confini della realtà"). Il progetto, però, non si concretizzò mai, e gli episodi furono riciclati proprio all'interno de "I racconti della cripta". Il titolo originale è quello di una serie a fumetti pubblicata negli anni '50 dalla EC Comics, ma nessuno dei tre segmenti è un adattamento di storie apparse in quella testata (i primi due soggetti sono originali, scritti rispettivamente da Frank Darabont e da Randall Jahnson; il terzo – il migliore del lotto – è tratto da una storia di Al Feldstein apparsa su un differente albo della EC). Bill Sadler interpreta il personaggio rude e sarcastico che introduce le vicende, un pistolero sulla sedia a rotelle che irride e insulta ripetutamente gli spettatori. Il primo episodio (il western) è l'unico con venature horror e soprannaturali. Gli altri due (ambientati rispettivamente nel mondo delle corse clandestine su strada e durante la prima guerra mondiale) sono semplicemente thriller con un insolito tema comune, quello dello scontro fra generazioni.

Duello fantasma (Showdown), di Richard Donner (*1/2),
con Neil Giuntoli e David Morse
Nel west, un fuorilegge in fuga da un ranger che lo ha inseguito attraverso il deserto, lo sfida a duello e apparentemente ha la meglio. Non si rende però conto di essere già morto e di essere diventato un fantasma... Poco originale e significativo, a parte il colpo di scena, l'episodio si salva solo per la fotografia e l'atmosfera.

Corsa verso la morte (King of the Road), di Tom Holland (*1/2),
con Raymond J. Barry e Brad Pitt
Billy, giovane delinquente dalla testa calda, vuole sfidare Iceman, anziano asso del volante che ha abbandonato da anni le corse clandestine per diventare un poliziotto. Per convincerlo a tornare sulla strada, ne seduce e rapisce la figlia Carrie (Michelle Bronson). Inizio intrigante, ma conclusione deludente e scontata. Un Brad Pitt a inizio carriera è già carismatico nel ruolo del bad boy.

L'ultimo coraggio (Yellow), di Robert Zemeckis (**1/2),
con Kirk Douglas ed Eric Douglas
Sul fronte francese, durante la prima guerra mondiale, il generale Calthrob condanna alla fucilazione il proprio figlio Martin, macchiatosi di atti di codardia. Per consentirgli di redimersi, gli chiede di mostrarsi coraggioso davanti al plotone d'esecuzione, promettendogli che le armi saranno caricate a salve... Senza dubbio il migliore dei tre episodi, con un Douglas che – oltre a recitare insieme al suo vero figlio Eric, attore anch'egli ma meno noto del fratellastro Michael – torna su sentieri già battuti in "Orizzonti di gloria". Nel cast anche Lance Henriksen (il sergente) e Dan Aykroyd (il capitano).

21 maggio 2017

Closer (Mike Nichols, 2004)

Closer (id.)
di Mike Nichols – USA 2004
con Jude Law, Clive Owen, Natalie Portman, Julia Roberts
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Fra amori e segreti, tradimenti e confessioni, le vite di quattro personaggi si intrecciano a Londra nell'arco di alcuni anni. Dan (Jude Law) è un giornalista addetto ai necrologi, arrogante e manipolatore, con ambizioni frustrate da romanziere. Alice (Natalie Portman: ma a proposito del suo nome c'è un twist nel finale) è una giovane spogliarellista americana, enigmatica e apparentemente ingenua, in fuga da un burrascoso rapporto. Larry (Clive Owen) è un medico dermatologo, cinico e solitario, patologicamente ossessionato dal sesso. E infine Anna (Julia Roberts) è una fotografa professionista, fragile e perennemente infelice, i cui scatti vengono esibiti in importanti mostre. Il film è tratto dall'omonima opera teatrale di Patrick Marber (autore anche della sceneggiatura), e l'origine teatrale è evidente: in scena ci sono praticamente soltanto i quattro personaggi (e quasi sempre solo due di loro alla volta), impegnati in lunghi dialoghi (il vero punto di forza della pellicola) sull'amore e il sesso, mentre fra una sequenza e l'altra, temporalmente, passano diversi mesi, in modo da mettere sempre lo spettatore di fronte a nuove variazioni dello status quo. Le coppie, infatti, si smontano e rimontano in continuazione, in reazione all'attrazione sessuale o all'affinità sentimentale che varia di momento in momento. Nessuno dei personaggi è ritratto come moralmente esemplare, anche se paradossalmente a "tradire" non sono i due che sono stati presentati come sessualmente più discutibili (il medico erotomane e la spogliarellista) bensì quelli che dovrebbero essere più irreprensibili (lo scrittore e la fotografa). I loro legami sono al tempo stesso intensi e fragili, profondi e del tutto vacui, come se l'amore non fosse altro che un breve collante destinato ad evaporare alla prima occasione. “Chi ama a prima vista tradisce ad ogni sguardo”, recita la frase di lancio, suggerendo cinicamente che in amore l'eccessiva idealizzazione è solo un inganno o una maschera. E il tema della finzione e del suo rapporto con la realtà è ricorrente (Dan scrive il suo romanzo ispirandosi alla vita di Alice, Anna fotografa i volti di persone sconosciute senza però svelarne i veri sentimenti, le chat erotiche sono solo uno strumento di inganno, e Alice – mentre fa uno striptease indossando una parrucca – afferma: "Mentire è il più grande divertimento per una ragazza senza togliersi gli abiti di dosso"). La regia di Nichols è minimalista, lenta e avvolgente (a tratti quasi ipnotica), anche se per lo più si mette al servizio del provocatorio soggetto. Buono il cast, con elogi in particolare per Owen e la Portman (entrambi nominati all'Oscar e vincitori del Golden Globe). Owen aveva recitato anche nell'opera teatrale, che peraltro aveva un finale diverso e più tragico (Alice muore, Larry e Anna si separano), interpretando però la parte di Dan. Fra le fonti di ispirazione: il "Così fan tutte" di Mozart (alcuni brani del quale, come il quintetto "Di scrivermi ogni giorno" e il terzettino "Soave sia il vento", si possono udire in un paio di occasioni; ma nella colonna sonora c'è anche l'ouverture della "Cenerentola" di Rossini e le canzoni "The Blower's Daughter" e "Cold Water" di Damien Rice) e i drammi "Vite private" di Noël Coward e "Tradimenti" di Harold Pinter.

20 maggio 2017

Windows (Peter Greenaway, 1975)

Windows
di Peter Greenaway – GB 1975
***

Visto su YouTube.


Dei primi cortometraggi di Greenaway, questo – pur nella sua brevità (dura meno di 4 minuti) – è forse il più paradigmatico del suo stile e del suo modo di fare cinema. Ci si ritrova già il desiderio di descrivere il mondo attraverso correlazioni (spesso del tutto arbitrarie, se non addirittura inventate) fra immagini, eventi, parole e numeri, ma anche l'attenzione al paesaggio e l'ossessione per la morte. Girato nella stessa casa di campagna dove, trascorrendo l'estate con la propria famiglia, aveva realizzato il precedente "H is for House", il film presenta una serie di scene che mostrano il mondo esterno attraverso delle finestre (la bambina e la donna che si intravedono sono la figlia e la moglie del regista), mentre una voce fuori campo recita una serie di informazioni e di statistiche sulle 37 persone che sarebbero morte, cadendo appunto da finestre, nella parrocchia di W. [ossia Wardour] nel corso del 1973. Queste persone sono suddivise per età (7 bambini, 11 adolescenti e 19 adulti), per il tipo di finestre da cui sono cadute, per le cause del salto, e per svariati altri elementi. Come musica di sottofondo, c'è "La poule" di Jean-Philippe Rameau. L'idea venne al regista leggendo le statistiche sui prigionieri politici "defenestrati" in Sudafrica, con le scuse più varie per le loro "cadute accidentali". Può essere pertanto considerato un film politico. L'irrilevanza e l'ironia del testo, cui i numeri sembrano attribuire un'apparente importanza, si abbina poi in maniera straniante con la concretezza delle immagini, un vero e proprio studio sul rapporto fra il paesaggio interno (le stanze in penombra) e quello esterno (l'idilliaca campagna inglese), stimolando la curiosità di uno spettatore che morbosamente non può fare a meno di prestare attenzione a quel che recita la voce narrante (di Colin Cantlie). Greenaway svilupperà questo stile nei suoi futuri lungometraggi, a partire da "The Falls", che può essere quasi considerato una versione estesa e più elaborata di "Windows".

19 maggio 2017

H is for House (Peter Greenaway, 1973)

H is for House
di Peter Greenaway – GB 1973 (rieditato nel 1978)
con Hannah Greenaway
**1/2

Visto su YouTube.

Da poco sposato e con una figlia piccola, Greenaway trascorse l'estate del 1973 ospite di un amico in una bella casa ottocentesca nella romantica campagna inglese, a Wardour nel Wiltshire. Qui girò una serie di film (fra cui, oltre a questo, anche "Windows"). "H is for House" è ispirato ai sillabari per insegnare l'alfabeto ai bambini: la piccola Hannah stava cominciando a parlare, e il regista la interroga sui nomi delle cose che la circondano (la voce infantile che si sente nel film, errori e indecisioni comprese, è la sua). Se le immagini mostrano scene di vita famigliare (la moglie e la figlia che giocano sull'erba in una bella giornata di sole), l'audio – oltre all'immancabile musica di Vivaldi – racconta invece tutta un'altra storia. Ossessionato dalla lettera H, Greenaway elenca una lunghissima serie di oggetti e di concetti astratti i cui nomi iniziano con questa, mentre la pellicola si apre e si chiude con il racconto di tre storie bizzarre e surreali, ambientate forse in quella stessa dimora: un naturalista che rimane spiazzato dall'inversione della rotazione della terra, una donna che si preoccupa dell'arrivo della città fino alle soglie della sua casa, un uomo convinto che i suoi occhi siano come una batteria e che debbano essere ricaricati dal sole. Ne risulta uno studio sull'artificialità del modo in cui denominiamo le cose e sul rapporto confuso fra suoni e significati, mescolato a riflessioni nonsense sulla percezione del tempo, della geografia e del rapporto con il mondo che ci circonda.

Intervals (Peter Greenaway, 1969)

Intervals
di Peter Greenaway – GB 1969
**

Visto su YouTube.


Girato durante una vacanza a Venezia nell'inverno del 1968 (il sonoro sarà poi aggiunto nel 1973), questo cortometraggio sperimentale in bianco e nero mostra una serie di scenari in esterno (pareti, case, porte di negozi, manifesti pubblicitari, insegne e graffiti sui muri scrostati) davanti ai quali camminano delle persone. L'acqua non si scorge mai, ma si intravede un vaporetto. Ogni inquadratura dura al massimo 13 secondi. Il montaggio ripete le stesse sequenze più volte, accompagnandole però con differenti colonne sonore: inizialmente un metronomo scandisce il passaggio delle persone (con occasionali toni acuti quando una di queste "impalla" la telecamera); segue poi una voce fuori campo che (in italiano) recita prima l'alfabeto e poi alcuni esempi di pronuncia; infine irrompono brani musicali (di Vivaldi). Evidente l'intento di studiare il rapporto fra immagini, suoni, movimento e montaggio, all'insegna del ritmo e della ripetizione. Greenaway stesso lo descriverà così: "Molto astratto, un tentativo di fare un film senza narrativa usando il numero 13, la struttura armonica che Vivaldi ha utilizzato nelle Stagioni. Realizzato a Venezia, combina immagini dalla Biennale – che rappresenta la cultura alta dell'arte in Europa – e del Festival del Cinema, in gran parte attraverso graffiti sulle case della città".

17 maggio 2017

Tacchi a spillo (P. Almodóvar, 1991)

Tacchi a spillo (Tacones lejanos)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1991
con Victoria Abril, Marisa Paredes
**1/2

Visto in divx.

Rebeca (Victoria Abril), giovane annunciatrice televisiva che ha trascorso tutta la vita all'ombra della madre Becky (Marisa Paredes), celebre cantante ed attrice, ha sposato Manuel, giornalista e proprietario del network in cui lavora, ignorando che questi in gioventù è stato proprio una delle fiamme di Becky. Poco dopo che la madre è tornata in Spagna dopo una lunga assenza all'estero, riallacciando i rapporti con la figlia ma anche dando l'avvio a una nuova relazione con Manuel, l'uomo viene trovato ucciso con un colpo di pistola. Rebeca confessa in diretta tv di essere lei la colpevole, ma più tardi ritratta tutto... Con una struttura complessa che ricorre a flashback e "gioca" a ingannare lo spettatore, a metà fra il melodramma e il giallo, una delle pellicole di Almodóvar che riscosse maggior successo al botteghino nella prima parte della sua carriera. Pur meno anarchica dei film precedenti, contiene tutti gli elementi cari al regista spagnolo: torbidi rapporti famigliari, riflessioni sulle passioni e i sentimenti, trasgressioni sessuali, rimandi nostalgici al cinema hollywoodiano classico (anche se si cita "Sinfonia d'autunno" di Bergman, la vera ispirazione è "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk), il tutto in una struttura libera e accompagnata da una fotografia colorata e da una colonna sonora d'atmosfera. Indimenticabile Miguel Bosé, che recita in un triplo ruolo (fra cui il travestito Letal, che si esibisce nei locali cantando "Un año de amor" e "Piensa en mí" con la voce di Luz Casal). Da notare come Becky e Rebeca (madre e figlia) condividano in fondo lo stesso nome.

15 maggio 2017

I cancelli del cielo (M. Cimino, 1980)

I cancelli del cielo (Heaven's Gate)
di Michael Cimino – USA 1980
con Kris Kristofferson, Isabelle Huppert
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Wyoming, 1890: i potenti allevatori di bestiame della contea di Johnson, mal tollerando la presenza di coloni e agricoltori vicino alle loro terre, si coalizzano per dichiarare guerra ai poveri immigrati che accorrono in gran numero dall'Europa, accusandoli di furto. E assoldano una banda di mercenari per uccidere gli elementi più scomodi della comunità. Sulla death list figura anche la tenutaria del bordello locale, la francese Ella (Huppert), amata sia da James Averill (Kristofferson), ricco possidente divenuto il tutore della legge nella contea, sia da Nathan Champion (Christopher Walken), pistolero al servizio della stessa associazione di allevatori. Film fluviale (219 minuti nella versione originale, poi ridotti a 149), epico e "maledetto", passato alla storia più per il suo clamoroso insuccesso che per i suoi indubbi meriti. L'ambizioso Cimino, reduce dai fasti de "Il cacciatore", aveva ricevuto carta bianca dalla United Artists, ma sforò ampiamente il budget e i tempi di lavorazione. E il flop al botteghino (la pellicola incassò solo 3,5 milioni di dollari dopo esserne costata 44) compromise di fatto la sua carriera, oltre a causare il fallimento della leggendaria casa di produzione (che fu venduta alla MGM, di cui divenne una sussidiaria). Le conseguenze furono a lungo termine: dopo "I cancelli del cielo", i grandi studios di Hollywood decisero di non lasciare più mano libera ai registi ma di controllare più da vicino le varie fasi della lavorazione, ponendo termine alla fase (durata tutti gli anni settanta) in cui autori come Scorsese, Spielberg, Bogdanovich e lo stesso Cimino avevano potuto girare con una libertà mai vista prima (Spielberg dovrà fondare una sua personale casa di produzione, la DreamWorks, per continuare a fare i film che voleva). Anche il genere western ne risentì, sparendo di fatto dai radar delle grandi produzioni (e ricomparendovi solo sporadicamente, più di un decennio dopo, per esempio con "Balla coi lupi" o "Gli spietati").

Snobbato dal pubblico e rivalutato solo in seguito, il film ha certo i suoi difetti. La durata è effettivamente estenuante (sequenze come l'introduzione al college, ambientata vent'anni prima, potevano essere ridotte: ma si sa, Cimino è innamorato della lunghezza delle proprie scene), la sceneggiatura non è sempre convincente, la caratterizzazione dei personaggi lascia alquanto a desiderare (molti sembrano francamente inutili – come il locandiere John Bridges, interpretato dal quasi omonimo Jeff Bridges – o poco significativi – come l'ex amico Billy Irvine, simbolo della codardia, interpretato da John Hurt). Questo vale in particolare per i cattivi, le cui motivazioni sono schematiche e i comportamenti generici. Ma il motivo per cui la pellicola fu ferocemente attaccata dalla critica americana è probabilmente ideologico, visto che il film lancia "un attacco frontale al Sogno Americano", rappresentando in negativo i ricchi imprenditori e proprietari terrieri, forti per di più di elevati appoggi politici, e in positivo i miseri e gli umili che cercano solo di sopravvivere ("Sta diventando pericoloso essere poveri in questo paese", commenta uno di loro). La questione politica diventa esplicita nel momento in cui uno degli agricoltori accusa così i ricchi allevatori: "Si oppongono a qualsiasi iniziativa che migliori la situazione in questo paese, o che tenti di creare qualcosa di più del pascolo del bestiame a favore degli speculatori della costa orientale. Hanno portato avanti l'idea che i poveri non hanno voce in capitolo nelle questioni di questo paese". Cinematograficamente parlando, il film è sontuoso nell'idea e nella realizzazione, grazie anche alla fotografia di Vilmos Zsigmond (la polvere sollevata, che satura l'aria, è la caratteristica più evidente di molte scene, in particolare la battaglia finale). La colonna sonora di David Mansfield è integrata dal tema ricorrente del "Bel Danubio blu", dal valzer rapido e orgiastico nei cortili di Harvard, nell'incipit, alla versione lenta che si ode sul campo di battaglia. Nel cast anche Sam Waterston, Brad Dourif e Joseph Cotten. Walken e Bridges avevano già recitato per Cimino nei suoi due film precedenti.

13 maggio 2017

Alien: Covenant (Ridley Scott, 2017)

Alien: Covenant (id.)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michael Fassbender, Katherine Waterston
*1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

L'equipaggio della nave spaziale Covenant, in missione di colonizzazione verso il pianeta Origae-6, riceve un misterioso segnale di origine umana da un vicino pianeta e decide di sbarcare per verificarne la provenienza. Qui incontrerà l'androide David (Fassbender), unico sopravvissuto della missione Prometheus, che nei dieci anni da allora trascorsi ha lavorato per modificare geneticamente la razza di predatori alieni creata dagli "ingegneri", rendendole creature sempre più perfette e letali... Secondo – dopo "Prometheus", appunto – dei prequel pensati da Scott per svelare le origini degli alieni apparsi per la prima volta nel suo leggendario film del 1979. E come nel caso dei prequel di "Star Wars", forse non ce n'era bisogno. Il regista ha dichiarato di «essere rimasto stupito che nessuno, sviluppando i sequel di "Alien", avesse voluto rispondere a una domanda fondamentale: chi ha creato quei mostri, e perché». Evidentemente, la domanda non era così importante. Penso che nemmeno H.R. Giger, disegnatore degli xenomorfi originali, si fosse posto la questione, e a ben vedere: gli alieni fanno paura perché diversi, letali e mostruosi, e non perché dietro di loro c'erano degli esseri che giocavano a fare le divinità. Solo in parte meno pretenzioso del film precedente, "Covenant" si rivela dunque una pellicola sostanzialmente inutile, che ripropone un canovaccio molto simile a quello del leggendario prototipo (c'è persino il personaggio femminile cazzuto, che lotta in canottiera contro il mostro, e anche il computer di bordo chiamato Mother). Ma a mancare sono il mistero, la tensione e la paura: proprio perché ci si trova di fronte a situazioni già viste e già ampiamente sperimentate in passato, non scatta mai la sensazione di orrore o di claustrofobia che persino i sequel riuscivano a tratti a comunicare, e le scene d'azione si sviluppano con il pilota automatico. In più, abbiamo una serie di personaggi davvero stupidi, che fanno in continuazione le scelte più idiote possibili, e ai quali è francamente difficile affezionarsi. Il peggiore di tutti, anche come caratterizzazione, è il capitano "con la fede" interpretato da Billy Crudup. La battaglia di Fassbender con sé stesso (oltre a David, interpreta infatti anche Walter, il sintetico a bordo del Covenant) è il pezzo forte della pellicola, che per il resto è da ricordare solo per la scena iniziale (con Guy Pearce nei panni di Weyland, una sequenza che forse doveva andare in "Prometheus" e che è stata dirottata qui) e per il colpo di scena finale (peraltro telefonato). La sceneggiatura fa uscire di scena in maniera piuttosto brusca sia Elizabeth Shaw (il personaggio interpretato da Noomi Rapace in "Prometheus") che gli "ingegneri": ma pare che il prossimo capitolo della franchise, intitolato probabilmente "Alien: Awakening", fungerà proprio da raccordo fra il film precedente e questo. Infine, una considerazione: nel 2012 "Prometheus" aveva puntato molto sul 3D (con polemiche sulla scarsa quantità di copie diffuse in versione regolare), mentre "Covenant" vi rinuncia completamente. Un ulteriore conferma che il fenomeno delle tre dimensioni si è già sgonfiato, rimanendo confinato a una manciata di blockbuster fracassoni (in particolare le pellicole Disney e Marvel).