30 gennaio 2015

The Blues Brothers (John Landis, 1980)

The Blues Brothers (id.)
di John Landis – USA 1980
con John Belushi, Dan Aykroyd
****

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele ed Alessandro.

I fratelli Elwood e Jake "Joliet" Blues (quest'ultimo appena uscito di prigione dopo tre anni), interpretati rispettivamente da Dan Aykroyd e John Belushi, decidono di rimettere insieme il loro vecchio gruppo musicale ("La bbanda!") per raggranellare il denaro necessario a salvare l'orfanotrofio cattolico in cui sono cresciuti da un forte debito con il fisco ("Siamo in missione per conto di Dio", affermano, riferendosi al fatto che l'ispirazione a buttarsi nell'impresa gli è giunta durante una funzione religiosa, sia pur non del tutto ortodossa). I due dovranno rintracciare gli altri membri del gruppo e convincerli a rimettersi insieme (e non sarà facile, visto che ora "hanno tutti lavori rispettabili"), procurarsi gli strumenti, un contratto e un locale sufficientemente grande, attirare un pubblico cospicuo e infine, dopo il concerto, portare il denaro all'ufficio delle tasse della contea entro la scadenza fissata, evitando al contempo non solo tutta la polizia dell'Illinois che dà loro la caccia (per tutta una serie di infrazioni al codice stradale) ma anche altri ostacoli di varia natura. Uno dei capolavori del cinema comico-musicale di tutti i tempi, con una colonna sonora eccezionale (che può contare su una lista di guest star di prim'ordine) e una sequenza ininterrotta di scene esilaranti, da vedere e rivedere infinite volte con immutato godimento: degno testamento cinematografico di John Belushi, scomparso purtroppo due anni più tardi. E dire che alla sua prima uscita, soprattutto in patria, il film non fu accolto benissimo dalla critica, forse per via della comicità percepita come "bassa" e demenziale (figlia dello show televisivo "Saturday Night Fever", da cui provenivano i due protagonisti nonché diversi comprimari): soltanto con il passare del tempo la pellicola ha acquisito l'attuale status di cult movie, trasformando fra le altre cose i suoi protagonisti (vestiti interamente di nero, con tanto di occhiali scuri che indossano anche di notte e persino quando dormono!) in due delle icone più riconoscibili del cinema.

La band dei Blues Brothers era nata proprio in uno sketch realizzato da Aykroyd e Belushi per lo show televisivo, nel 1978, e da allora si era esibita realmente in diversi occasioni, incidendo anche un album (la vita della band proseguirà poi in seguito, anche senza i due leader, fra concerti, dischi ed esibizioni di vario genere). Alle voci di Belushi e Aykroyd (quest'ultimo anche all'armonica) si aggiungono i vari strumentisti: Matt "Guitar" Murphy, Steve "The Colonel" Cropper, Donald "Duck" Dunn, Murphy "Murph" Dunne, Willie "Too Big" Hall, Tom "Bones" Malone, Lou "Blue" Marini e Alan "Mr. Fabulous" Rubin. Memorabili le sequenze in cui tutti questi vengono "riarruolati" dai due fratelli: Murph e la sezione ritmica mentre si esibiscono in scialbe cover di canzoni italiane ("Quando quando quando"), Fabulous mentre è maître in un sofisticato ristorante francese (in una scena che ricorda quella analoga con Bud Spencer e Terence Hill in "Continuavano a chiamarlo Trinità"), e infine il chitarrista Matt Murphy e il sassofonista Lou Marini nella tavola calda gestita dalla moglie del primo dei due (Aretha Franklin), riluttante a lasciarli andare. A proposito della Franklin: il suo brano "Think!" è solo uno dei tanti momenti in cui grandi nomi della musica soul e rhythm and blues apportano il proprio contributo all'esaltante colonna sonora: ci sono anche Ray Charles (nei panni del venditore di strumenti musicali) con "Shake Your Tailfeather", James Brown (nel ruolo di un insolito reverendo) con "The Old Landmark", John Lee Hooker ("Boom Boom") e Cab Calloway ("Minnie the moocher"). Quanto ai Blues Brothers veri e propri, nel corso del film si esibiscono in classici come "Gimme Some Lovin'", "Everybody Needs Somebody to Love" (la loro canzone più famosa), "Sweet Home Chicago", "Jailhouse Rock" (nel finale, in prigione), nonché – nel locale country – il tema della serie tv "Rawhide" (quella che lanciò un giovane Clint Eastwood) e "Stand by Your Man". Extradiegeticamente parlando, la ricchissima e trascinante colonna sonora è infine completata da canzoni come "She Caught the Katy" (di fatto l'incipit del film) e da brani strumentali come il "Peter Gunn theme" di Henry Mancini o "Can't Turn You Loose".

Se dal lato musicale la pellicola è senza pari, da quello comico e cinematografico non è certo da meno. Landis (che a causa di difficoltà varie superò di parecchio il budget previsto) trasforma la scalcinata vicenda (basata su una sceneggiatura scritta da Aykroyd e rimaneggiata poi dallo stesso regista) in una vera epopea: innanzitutto frapponendo fra i suoi eroi e il loro obiettivo una serie davvero esagerata di ostacoli, in un crescendo irresistibile che nelle scene finali raggiunge vette di tale implausibilità (i due sono inseguiti letteralmente da un esercito di auto della polizia, militari, truppe speciali di ogni genere) da rendere assolutamente indispensabile la sospensione dell'incredulità. Non che nelle scene precedenti ci fosse il rischio di scambiare le loro vicissitudini per "realistiche": che si trattasse di saltare da un estremo all'altro di un ponte mobile mentre è aperto, di sfasciare un centro commerciale durante un inseguimento in macchina, o di sopravvivere ad attentati di varia natura (missili terra-aria che distruggono il loro albergo, lanciafiamme che fanno saltare in aria la cabina telefonica in cui si trovano, e così via). Le leggi della fisica non sembrano avere valore per i due fratelli o per la loro "bluesmobile" (una Dodge Monaco del 1974, truccatissima e usata in precedenza dalla polizia locale), così come per altri personaggi (la "Pinguina", ovvero la suora a capo dell'orfanotrofio, le cui porte si aprono e chiudono magicamente, senza bisogno di toccarle), come se ci trovassimo in un cartone animato (la scena in cui un auto precipita da un'altezza stratosferca, scavando un buco nell'asfalto, sembra provenire direttamente da un cartoon di Wile E. Coyote!). E naturalmente in tutto questo i due protagonisti si pongono poche domande e vanno dritti alla meta, quasi indifferenti a coloro che si frappongono sul loro cammino. Fra questi: i membri del partito nazista dell'Illinois, che vogliono vendicarsi di un'umiliazione ("Io li odio, i nazisti dell'Illinois", commenta Jake); il gruppo country "The Good Ole Boys", ai quali hanno soffiato un contratto; una misteriosa ragazza (interpretata da Carrie Fischer, la principessa Leila di "Guerre Stellari", all'epoca fidanzata con Dan Aykroyd) che organizza attentati su attentati contro di loro, e solo nel finale si scoprirà il perché. A lei è legata la scena forse più celebre e divertente del film (per quanto sia difficile individuarne una sola, in un lungometraggio così ricco di momenti esilaranti), quella in cui Jake si scusa così: "Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione!! Le cavallette!! Non è stata colpa mia!!!".

L'inseguimento finale della polizia alla bluesmobile (nel corso del quale vengono distrutte un numero elevatissimo di vetture: all'epoca il film deteneva il record di "maggior numero di auto distrutte in una sola pellicola", prima di essere superato nel 1998 dal suo stesso sequel, "Blues Brothers 2000") è solo il vertice spettacolare di un lungometraggio di cui non si contano i momenti comici e le battute da citare ma pure le trovate registiche (a partire dall'inquadratura del sole che sorge attraverso il cancello della prigione, quando Jake esce). Dietro le risate, la musica e il divertimento, comunque, si toccano tanti temi sociali e impegnati: l'urbanizzazione con i relativi effetti della crisi economica (la prima inquadratura è quella della zona industriale di Chicago, fra fabbriche, ciminiere e zone disagiate), la religione, la società multirazziale (l'universo dei Blues Brothers – viste anche le loro radici musicali – è abitato in gran parte da neri; e non a caso fra i nemici ci sono nazisti e poliziotti), l'intolleranza (anche culturale: vedi i pregiudizi della comunità country contro il blues e il soul), la prepotenza della legge (che come sempre si scatena contro i più deboli). Nel cast anche John Candy (il paffuto comandante della polizia, da ricordare per battute come "Un'aranciata? Un'aranciata? Tre aranciate!" o "Siamo a cavallo!"), la modella Twiggy (la donna che Elwood corteggia alla pompa di benzina), Charles Napier (il leader dei Good Ole Boys) e Henry Gibson (il capo dei nazisti dell'Illinois). Fra i cameo sono da ricordare quelli dei registi Frank Oz (l'addetto del carcere che restituisce a Jake i suoi effetti personali: "Un profilattico non usato... Uno usato..."), Steven Spielberg (l'impiegato dell'ufficio delle imposte) e lo stesso Landis (il poliziotto che, alla testa dell'esercito, chiede informazioni alla guardia del grattacielo). L'enorme successo arriso alla pellicola nel corso degli anni successivi, anche in seguito alla morte di John Belushi (che durante le riprese, almeno così si dice, nascondeva dietro gli occhiali neri i segni del consumo di droga e di alcol), ha portato quasi vent'anni dopo – come già accennato – alla realizzazione di un sequel, sempre per opera di Landis e Aykroyd e con John Goodman al posto di Belushi: di buona qualità tecnica, certo, ma senza l'anima e lo spirito che fanno di questo film uno dei massimi capolavori del cinema comico americano.

28 gennaio 2015

The imitation game (Morten Tyldum, 2014)

The imitation game (id.)
di Morten Tyldum – GB/USA 2014
con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley
**

Visto al cinema Eliseo, con Paola e Marta.

Biopic su Alan Turing, genio della matematica e della crittografia, nonché inventore e pioniere del calcolo elettronico, delle intelligenze artificiali e dei computer. Gran parte della pellicola si sofferma sul suo lavoro durante la seconda guerra mondiale, in un centro di ricerca segreto, allo scopo di decrittare i codici della macchina "Enigma" con cui i tedeschi cifravano tutte le loro comunicazioni. In alternanza, qualche flashback sugli anni della sua gioventù (in cui scopre di essere gay) e qualche flashforward sui primi anni cinquanta (quando, in seguito a una rapina in casa sua, la sua omosessualità viene alla luce e il governo lo costringe a una terapia ormonale, a seguito della quale si suiciderà). La sua morte, tuttavia, è narrata fuori scena, con una didascalia: ed è un peccato, visto che le circostanze bizzarre ed iconiche dell'evento (Turing mangiò una mela avvelenata: e proprio da questo "simbolo della conoscenza" morsicato nacque poi il logo della Apple) avrebbero aggiunto strati e riferimenti simbolici a quella che, così narrata, rimane soltanto una storia di spionaggio, sia pure avvincente e – soprattutto – reale. Adattato da una biografia di Turing scritta da Andrew Hodges, il film offre francamente poco dal punto di vista puramente cinematografico: oltre alla sceneggiatura (a lungo rimasta nel limbo, in attesa di un interessamento delle case di produzione) e alla recitazione degli attori c'è ben poco. E soprattutto, a parte il personaggio di Turing stesso (introverso, arrogante, antisociale, privo di sense of humour, quasi una sorta di Sheldon Cooper), tutto il resto – compresi i character che lo affiancano, interpretati fra gli altri da Keira Knightley, Matthew Goode e Mark Strong – è accessorio e fondamentalmente inutile, al punto che la rimozione di tali personaggi dal film (o la loro sostituzione con figure di origine o caratteristiche completamente diverse) non danneggerebbe in alcun modo la storia raccontata. Un difetto, ahimè, di parecchi film britannici di ambito storico-biografico (come "Il discorso del re", qui citato in apertura quando si odono proprio le parole che Giorgio VI pronunciava alla radio in quell'occasione): non spaziano al di là del loro monotematico argomento. In questo caso particolare, sarebbe stato francamente preferibile dedicare maggior spazio ai tormenti cui Turing fu sottoposto negli anni cinquanta, che invece sullo schermo scivolano via in un attimo. Nonostante i limiti e le eccessive semplificazioni, tuttavia, a tratti la pellicola riesce ad emozionare, soprattutto nel finale quando comprendiamo l'importanza che il ricordo del primo amico dello scienziato, il compagno di scuola Christopher, ha avuto nel prosieguo del suo lavoro, nonché il vero messaggio del film: l'elogio della diversità. Il titolo si riferisce naturalmente al celebre "test di Turing", quello che si propone di distinguere fra un essere umano e un'intelligenza artificiale: peccato che l'argomento abbia ben poco a che vedere con gli esperimenti di decrittazione tramite computer che occupano quasi la totalità della pellicola.

26 gennaio 2015

I'm a cyborg, but that's OK (Park Chan-wook, 2006)

I'm a cyborg, but that's OK (Saibogujiman kwenchana)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2006
con Im Soo-jung, Rain [Jung Hi-hoon]
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Young-goon, rinchiusa in un istituto di igiene mentale dopo aver tentato il suicidio, è convinta di essere un cyborg e di avere l'incarico di uccidere tutti i "camici bianchi" (ovvero i medici) perché anni prima avevano portato via sua nonna, cui era tanto affezionata e che a sua volta mostrava segni di pazzia. In manicomio chiederà l'aiuto di un altro ricoverato, il ladruncolo Il-soon, affinché le sottragga la compassione che le impedisce di portare a termine il proprio compito. Fra i due scatterà l'amore, e Il-soon si darà da fare per spingere la ragazza (convinta che il cibo normale possa danneggiare il proprio corpo cibernetico) a nutrirsi, fingendo di innestarle nel corpo un convertitore di riso in energia. Dopo la "trilogia della vendetta", Park realizza una pellicola bizzarra e surreale, a suo modo romantica, che privilegia il punto di vista di personaggi eccentrici e schizofrenici. Sontuoso come sempre nella regia e nella messa in scena (dagli interessanti titoli di testa, alle sequenze che mostrano le fantasie dei vari degenti dell'istituto come se fossero reali), si trascina forse un po' stancamente nella parte centrale, per risollevarsi in un finale in fondo pieno di speranza e ottimismo (con tanto di arcobaleno alla fine della tempesta). A tratti esuberante e umoristico nel presentare le varie ossessioni e illusioni dei personaggi ricoverati nell'istituto, nonostante alcune sfumature inquietanti il film ha toni nel complesso leggeri: non c'è traccia della drammaticità o della denuncia di pellicole come "Qualcuno volò sul nido del cuculo" o "Ragazze interrotte"; siamo semmai dalle parti della folle poesia di "Big fish", del surrealismo di Michel Gondry o di certi film dell'estremo oriente che fondono temi esistenziali con l'assurdità del mondo che circonda i personaggi (e che qui li permea anche dall'interno). L'ironia e la leggerezza con cui viene raccontata la loro storia finiscono col farci affezionare ai personaggi e alle loro ingenue ossessioni, tanto che alla fine pare del tutto coerente e naturale poter raggiungere la felicità attraverso la follia e l'immaginazione.

24 gennaio 2015

Il postino suona sempre due volte (Tay Garnett, 1946)

Il postino suona sempre due volte (The Postman Always Rings Twice)
di Tay Garnett – USA 1946
con John Garfield, Lana Turner
***

Visto in divx.

Da un romanzo di James M. Cain (lo stesso che tre anni prima era stato alla base di "Ossessione" di Visconti), uno dei più celebri noir degli anni quaranta. Garfield è Frank Chambers, autostoppista irrequieto e giramondo, che viene assunto per lavorare presso un locale (tavola calda e stazione di servizio lungo la strada) gestito da Nick (Cecil Kellaway) e Cora Smith (una Turner forse nel suo ruolo più celebre). Lei, giovane e bella, sposata con un marito più anziano di lei e che non ama, fa ben presto perdere la testa a Frank: e insieme i due progettano di uccidere Nick, mascherando l'omicidio come un incidente. Ma il procuratore distrettuale sospetta di loro e fa in modo di metterli l'uno contro l'altro: anche se riescono a evitare la prigione, grazie ai maneggi di un astuto avvocato, i due sono costretti a una convivenza piena di tensioni, dubbi e rancori, incatenati l'uno all'altra da un rapporto di amore/odio che, unito ai sensi di colpa per l'omicidio commesso, non li lascerà per un attimo. Il titolo, spiegato nel finale, si riferisce al destino al quale non si può sfuggire, e alle conseguenze delle proprie azioni, che prima o poi bisogna pagare. I due sono personaggi reali e patetici, non veramente cattivi ma naturalmente nemmeno buoni: al di là del bene e del male, riflettono nel migliore dei modi le inquietudini e le contraddizioni di un'America che, dopo la seconda guerra mondiale, era ormai priva di ideali e di linee guida (il "sogno americano" era ormai tramontato da più di un decennio). Produttivamente parlando, la pellicola ebbe una lunga gestazione: appena dopo l'uscita del romanzo, nel 1934, a Hollywood entrò infatti in vigore il codice Hays di autocensura, che fece desistere i produttori dal realizzare una storia così incentrata su temi quali l'adulterio e l'omicidio. L'uscita, nel 1945, de "La fiamma del peccato" di Billy Wilder (con cui ha diversi spunti in comune, a partire dalla femme fatale che chiede a un uomo di uccidere il proprio marito) convinse infine la MGM che era giunto il momento per un adattamento del libro. Hume Cronyn è l'avvocato Keats, Leon Ames il procuratore Sackett. Nel cast anche Audrey Totter (la ragazza con cui Frank trascorre alcuni giorni in Messico) e Alan Reed (l'aiutante di Keats). Remake a colori nel 1981, con Jack Nicholson e Jessica Lange.

22 gennaio 2015

School of Rock (Richard Linklater, 2003)

School of Rock (id.)
di Richard Linklater – USA 2003
con Jack Black, Joan Cusack
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Dewey (Black), rockettaro fallito, per rimediare qualche soldo si sostituisce all'amico Ned (Mike White, anche sceneggiatore del film) e si fa assumere come supplente di una classe in una prestigiosa scuola elementare privata. Qui, resosi conto del talento dei piccoli alunni, li spinge a creare una rock band – all'insaputa di preside (Cusack), genitori e altri insegnanti – e li iscrive alla "guerra delle bande", competizione cittadina fra gruppi rock con un ricco premio in denaro. Scatenata commedia scritta e costruita su misura per l'estroso Jack Black, affiancato da una serie di sorprendenti piccoli attori (alcuni dei quali, come Miranda Cosgrove, che intepreta la capoclasse – e band manager – Summer, faranno carriera). Per una volta il regista Linklater mette da parte le velleità autoriali e si pone al servizio di una pellicola commerciale sì, ma con un certo appeal underground e fuori dagli schemi. Lasciando da parte la verosimiglianza e il lieto fine, il film funziona come una sorta di "Attimo fuggente" paradossale e ribelle, con un professore egocentrico, imbroglione e monomaniaco che pure riesce a stimolare e a tirar fuori la creatività, l'autostima e lo spirito anticonformista dai propri alunni. Che questi abbiano solo dieci anni, aggiunge divertimento e (stranamente) non appiattisce il target: non siamo dalle parti di pellicole per bambini come quelle con Macaulay Culkin, per fortuna. Innumerevoli i gruppi citati e le canzoni celebri presenti nella colonna sonora, dai Led Zeppelin (è uno dei rari casi in cui hanno concesso il permesso di usare un loro brano in un film) ai Pink Floyd, dagli AC/DC (di cui i bambini interpretano "It's a Long Way to the Top (If You Wanna Rock 'n' Roll)") ai Ramones. Esilarante e indovinata la tagline dei manifesti del film: "We don't need no education".

21 gennaio 2015

Battleship (Peter Berg, 2012)

Battleship (id.)
di Peter Berg – USA 2012
con Taylor Kitsch, Tadanobu Asano
*1/2

Visto in TV.

Mentre una flotta congiunta di navi militari (americane e giapponesi, fra le altre) sta effettuando un'esercitazione al largo delle isole Hawaii, nella zona ammarano alcune astronavi aliene che intendono invadere la Terra. Inevitabile che scoppi una guerra senza esclusione di colpi. Nella vena fracassona e belligerante di "Independence Day" e "Transformers", un film che si ispira nientemeno che a... Battaglia Navale (sì, proprio il gioco da tavolo, quello con la griglia e i vari "C3, mancato", "D5, affondato"!). Gli sceneggiatori avranno fatto i salti mortali per inventarsi una trama che giustificasse, sia pure in misura minima, il meccanismo del gioco: e tutto sommato non me la sento di dire che abbiano fatto un cattivo lavoro. Se la caratterizzazione dei personaggi è risibile e dei buchi logici o scientifici nella trama è meglio non parlarne nemmeno, è anche vero che l'improbabile setting sci-fi (fra ufo rotanti, lucertoloni umanoidi in armatura, botti ed esplosioni) contribuisce, con la necessaria sospensione dell'incredulità, a derubricare il tutto al livello del puro intrattenimento, senza secondi fini o messaggi nascosti. O meglio, il messaggio politico se vogliamo c'è, e rappresenta il solito approccio americano nei rapporti con il resto del mondo: mandiamo avanti i marines, e che sparino a tutto quello che si muove! Nel comparto attoriale, a fianco del poco interessante protagonista Taylor Kitsch (l'indisciplinato e giovane tenente che si ritrova al comando della flotta nel momento sbagliato) troviamo il collaudato Tadanobu Asano (il suo "rivale" giapponese), alcuni volti noti nei ruoli di supporto (Alexander Skarsgård, Liam Neeson) e soprattutto la modella Brooklyn Decker (che da sola giustifica la visione del film) e la cantante Rihanna (all'esordio come attrice). Gregory D. Gadson, che interpreta il soldato con le gambe amputate, è un vero veterano dell'esercito americano. Una pellicola che non passerà alla storia, ma che in fondo non si prende sul serio e non promette più di quello che poi effettivamente offre.

20 gennaio 2015

Prestami la tua mano (Eric Lartigau, 2006)

Prestami la tua mano (Prête-moi ta main)
di Eric Lartigau – Francia 2006
con Alain Chabat, Charlotte Gainsbourg
**

Visto in divx, con Sabrina.

Unico maschio di una famiglia tutta al femminile, il quarantatreenne Luis (Alain Chabat), ideatore di profumi, è stressato dalla madre (Bernadette Lafont) e dalle cinque sorelle affinché si decida a prendere moglie. Per metterle a tacere una volta per tutte, decide di organizzare un finto fidanzamento con Emma (Charlotte Gainsbourg), sorella di un collega di lavoro: nelle intenzioni la donna dovrà abbandonarlo davanti all'altare, ma naturalmente la finzione non reggerà e i due finiranno con l'innamorarsi davvero... Un canovaccio che ricorda tanti altri film del genere (da "Green Card" a "Il banchetto di nozze"), ravvivato da due intepreti sopra le righe – il comico dei "Les Nuls" e la musa di Lars von Trier – che formano una coppia insolita ma affiatata. Proprio il comparto attoriale è la ragione per cui ho deciso di vedere il film, nonché l'unico reale motivo di interesse. Divertenti comunque le scene in cui Emma, alternativamente a seconda dei momenti, deve cercare di ingraziarsi oppure di alienarsi i favori della famiglia di Luis.

17 gennaio 2015

Exodus – Dei e re (Ridley Scott, 2014)

Exodus - Dei e re (Exodus: Gods and Kings)
di Ridley Scott – USA 2014
con Christian Bale, Joel Edgerton
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Il filone del kolossal biblico, che sembrava tramontato dopo il periodo d'oro degli anni cinquanta, pare essere tornato in auge a Hollywood. A differenza del "Noah" di Darren Aronofsky, uscito pochi mesi prima, questo "Exodus" di Ridley Scott (che torna a calcare la strada del peplum-storico dopo i fasti de "Il gladiatore") sceglie però un approccio meno fantasy e assai più realistico, lasciando in secondo piano (per quanto è possibile) l'elemento soprannaturale e concentrandosi sulla coerenza interna e la verosimiglianza storica (libertà artistiche a parte, ovviamente). Certo, il soggetto resta quello dell'Esodo, il libro della Bibbia che racconta della fuga degli schiavi ebrei dall'Egitto, guidati da Mosé: ma la sceneggiatura rinuncia a una lettura pedissequa del testo sacro, e più che sul popolo ebraico si concentra (in un certo senso anche tradendo il titolo) sulla figura di Mosé stesso, ritratto come un uomo pieno di contraddizioni (è al tempo stesso un energico eroe d'azione e un pacifista; un miscredente e un devoto; un padre di famiglia e un avventuriero). Figlio adottivo del faraone Seti, si vede mandato in esilio quando sul trono sale Ramses, che nel frattempo è venuto a conoscenza della sua origine ebrea. L'incontro con Dio sul monte Sinai lo spingerà a mettersi alla testa del suo popolo, a liberarlo dalle catene e a condurlo fino alla terra di Canaan. Se non manca quasi nulla del racconto biblico tradizionale (le dieci piaghe d'Egitto, le acque del Mar Rosso che si aprono, per finire con la dettatura dei dieci comandamenti), per ogni intervento soprannaturale è però suggerita una spiegazione – per quanto eccezionale o improbabile – anche perfettamente naturale: i dialoghi di Mosè con Dio (che gli appare sotto forma di un bambino) come il frutto di una botta in testa (!); le piaghe come rari eventi catastrofici ambientali; l'apertura del Mar Rosso come conseguenza delle forze della natura; e così via. La teologia è del tutto assente, e lo spazio alla dimensione simbolico-religiosa è molto sacrificato: ma forse è meglio questo approccio (che peraltro consente di superare alcune ingenuità dei vecchi film di Cecil B. De Mille) che non il kitsch del suddetto "Noah". In ogni caso lo spettacolo è garantito, e Scott e lo sceneggiatore Steven Zaillian riescono a tenere desta l'attenzione dello spettatore con sequenze (su tutte quelle delle piaghe d'Egitto) non prive di tensione ed emozione. Pensavo decisamente peggio. Anche il rischio di una lettura all'insegna dell'integralismo religioso è prudentemente evitato (Mosé si trova talvolta in disaccordo con Dio, mentre il bene e il male non vengono divisi nettamente in due parti): il che non ha impedito – anzi, forse ne è stato la causa – che il film venisse messo al bando in diversi paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Bale svetta nel cast, Edgerton è un Ramses con luci e ombre, mentre in ruoli minori si riconoscono John Turturro, Sigourney Weaver, Ben Kingsley, Aaron Paul e Golshifteh Farahani. Il film è dedicato da Ridley "a mio fratello, Tony Scott", suicidatosi nel 2012: e forse non a caso mi è parso il più "sentito" (o, se vogliamo, il meno svogliato) fra gli ultimi lavori del regista.

15 gennaio 2015

L'amore bugiardo (David Fincher, 2014)

L'amore bugiardo - Gone girl (Gone girl)
di David Fincher – USA 2014
con Ben Affleck, Rosamund Pike
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Nel giorno del loro quinto anniversario di matrimonio, Nick Dunne (Affleck) scopre che la moglie Amy (Pike) è misteriosamente scomparsa di casa. Segni di un'effrazione e tracce di sangue fanno pensare al peggio, e proprio il marito appare come il principale indiziato, quantomeno davanti all'opinione pubblica: soprattutto quando si scopre che il matrimonio non era felice, che l'uomo aveva una relazione con una studentessa, che la donna era incinta e che lui era spesso violento nei suoi confronti. Peccato che si tratti solo di una messiscena, abilmente studiata da Amy per incastrare il marito, e che dietro l'aspetto angelico e "perfetto" (sin dall'infanzia, fra l'altro, la ragazza è stata il modello di una serie di libri scritti dai suoi genitori, "Mitica Amy", e come tale ha stuoli di fan e di ammiratori che ne seguono le vicende con il fiato sospeso) la donna sia una subdola manipolatrice, come ben sa chi l'aveva già incontrata sulla sua strada... Da un romanzo di Gillian Flynn, adattato dalla stessa autrice, Fincher trae un thriller "glaciale" e ambiguo, che scava con cinismo nel rapporto malato fra i due protagonisti e demolisce pezzo dopo pezzo il loro "matrimonio felice", cambiando più volte le carte in tavola. La prima metà del film sembra seminare dubbi anche nello spettatore riguardo la possibile colpevolezza di Nick, a tratti ritratto come un sociopatico, mentre il colpo di scena a metà pellicola inverte del tutto la prospettiva, a costo di alcune svolte narrative inverosimili. Poco più che un contorno l'ambientazione nella provincia del profondo sud degli Stati Uniti (siamo in Missouri), mentre prominente è il contesto mediatico, con talk show e opinione pubblica a dare giudizi e a fare processi in base a "sensazioni" e simpatie, ancor prima che agisca la polizia. Il risultato è una pellicola non guidata dai personaggi (quanto mai irreali o improbabili, nel loro lucido cinismo e nella mancanza di empatia) ma dalle loro storie: e dunque il meccanismo della sceneggiatura – come spesso capita nel cinema di Fincher – risulta a posteriori fin troppo evidente allo spettatore. Gli attori fanno quello che possono (meglio la Pike di Affleck, comunque) nel dare vita a caratteri che non hanno scopo né altra esistenza al di fuori della vicenda in cui sono intrappolati. Pessimo il doppiaggio italiano, a livelli di serie tv.

12 gennaio 2015

Le mani sulla città (Francesco Rosi, 1963)

Le mani sulla città
di Francesco Rosi – Italia 1963
con Rod Steiger, Carlo Fermariello
***

Visto in divx, per ricordare Francesco Rosi.

Il crollo di una palazzina in un quartiere povero di una grande città del Sud (siamo a Napoli, anche se non viene quasi mai citata espressamente) è la scintilla che fa scoppiare uno scandalo edilizio di grandi proporzioni, in cui costruttori senza scrupoli approfittano dei loro appoggi politici per far cambiare i piani regolatori, acquistare a poco presso terreni pubblici destinati ad altri usi, e spingere l'urbanizzazione del territorio nelle direzioni a loro più favorevoli. Uno dei primi e dei più famosi lungometraggi di denuncia sociale del cosiddetto "cinema impegnato" italiano: come recita la didascalia finale, "i personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari; è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce". Nel corso della pellicola vediamo come una commissione d'inchiesta, istituita senza troppa convinzione dal consiglio comunale su richiesta delle opposizioni (e solo perché siamo sotto elezioni), porti alla luce – nonostante i molti tentativi di insabbiamento – una rete di complicità e interessi fra costruttori edili, rappresentanti politici e istituzioni. Ma il "palazzinaro" in questione, Edoardo Nottola (uno Steiger al suo primo film italiano, doppiato da Aldo Giuffré), saprà tirarsi fuori dallo scandalo addirittura presentandosi alle elezioni e facendosi eleggere come assessore (dopo aver cambiato partito e aver "sacrificato" persino il figlio). Il film si conclude con l'inaugurazione dei nuovi appalti edilizi di cui si era parlato all'inizio della pellicola: i "cattivi" hanno vinto. A parte un pugno di attori professionisti (Salvo Randone, Guido Alberti, Angelo D'Alessandro), la maggior parte degli interpreti è costituita da veri giornalisti o sindacalisti dell'epoca (compreso Carlo Fermariello, in seguito senatore, nei panni dell'agguerrito consigliere di sinistra De Vita). Forse un po' demagogico, e con i limiti del film a tesi che non nasconde da che parte politica vuole stare, ma anche coraggioso per l'epoca nel denunciare una classe imprenditoriale interessata solo ai soldi ("Questo è l’oro, oggi", spiega Nottola parlando dell'edilizia) e una classe politica che pone la conquista del potere al di sopra di ogni questione morale ("In politica l'indignazione non serve a niente. L'unico grave peccato è quello di essere sconfitti alle elezioni"). Leone d'Oro al Festival di Venezia, nonostante le inevitabili polemiche.

10 gennaio 2015

Detour (Edgar G. Ulmer, 1945)

Detour - Deviazione per l'inferno (Detour)
di Edgar G. Ulmer – USA 1945
con Tom Neal, Ann Savage
***1/2

Rivisto in divx.

Il viaggio in autostop da New York a Los Angeles dello squattrinato pianista Albert (Tom Neal) si trasforma in un incubo quando l'automobilista che lo ha preso a bordo, l'allibratore Charles Haskell Jr., muore all'improvviso per una tragica fatalità. Nel timore di essere accusato di omicidio, Al nasconde il cadavere dell'uomo e ne assume temporaneamente l'identità, ma questo non farà altro che ficcarlo in guai sempre più grossi... Girato in pochi giorni (secondo alcune fonti, solo 6; in realtà almeno una ventina), con un budget irrisorio e con mezzi di fortuna, questo thriller ad alta tensione ha acquisito nel corso degli anni una fama da cult movie, tanto che alcuni critici lo hanno definito come "il B-movie più famoso di sempre". Per Wim Wenders, addirittura, si tratta di una pellicola in anticipo di quindici anni sui suoi tempi, grazie alla cinica e fatalista riflessione sul caso e sul destino. "Qualcosa si frappose sul mio cammino, mi spinse in una direzione che non era quella che volevo", commenta la voce off del protagonista, che rievoca l'intera vicenda in un flashback a uso degli spettatori (e chissà che gli eventi raccontati non siano stati deformati dallo stesso narratore, che spesso commenta "Non mi aspetto che mi crediate"). L'atmosfera di ineluttabilità, l'impossibilità di scampare al proprio fato, si esplica attraverso una serie di eventi improbabili che si accaniscono in maniera quasi surreale sul personaggio principale (celebre, per esempio, la scena in cui Al strangola involontariamente Vera, la donna che minacciava di denunciarlo alla polizia, tirando il cavo del telefono che le si attorciglia attorno al collo). La regia stilizzata di Ulmer (esule dalla Cecoslovacchia e già assistente di Murnau), così come la fotografia, la scenografia (pochi set senza particolari, più alcune scarne scene girate in esterni) e in generale tutto il comparto tecnico non nascondono la povertà dei mezzi a disposizione, che tuttavia non è un limite ma un punto di forza; così come la prova dei due attori (l'ex pugile Neal e l'ex modella Savage), dalla carriera anonima e oscura ma decisamente vivi ed espressivi. Anche per questo, mentre tante altre pellicole della cosiddetta "poverty row" (gli studi più piccoli e indipendenti di Hollywood) – girate per sopravvivere non più di qualche settimana nelle sale cinematografiche – sono ormai finite del dimenticatoio, "Detour" si è ritagliato uno spazio come uno dei modelli più significativi del cinema noir degli anni quaranta. D'altronde gli ingredienti ci sono tutti: il peccato, la colpa, la sconfitta, il viaggio senza speranza e la torbida figura della femme fatale.

8 gennaio 2015

Pensavo fosse amore... invece era un calesse (M. Troisi, 1991)

Pensavo fosse amore... invece era un calesse
di Massimo Troisi – Italia 1991
con Massimo Troisi, Francesca Neri
**

Visto in divx, con Sabrina.

Alla vigilia del matrimonio con Cecilia (Neri), dopo due anni di fidanzamento, Tommaso (Troisi) viene improvvisamente lasciato dalla capricciosa ragazza. Non se ne farà una ragione e cercherà in ogni modo di riconquistarne l'amore, anche ricorrendo a una "fattucchiera". Alla fine Cecilia, che nel frattempo si era messa con l'esuberante Enea (Marco Messeri), tornerà da lui e sarà pronta a sposarlo. Ma a questo punto sarà Tommaso ad accorgersi di non amarla più come una volta... Il quarto e ultimo film diretto e interpretato da Troisi (quinto se contiamo anche "Non ci resta che piangere", realizzato in coppia con Roberto Benigni) ruota tutto intorno all'amore, sentimento difficile da definire e da comprendere. Amedeo (Angelo Orlando), l'amico libraio ultrareligioso di Tommaso, ha addirittura il compito di scrivere una breve "dispensa" sull'argomento, trovando non poche difficoltà, mentre attorno alla vicenda principale si dipanano diverse trame secondarie relative ad amici che si lasciano (Giorgio e Flora), che cominciano nuove relazioni (lo stesso Amedeo, proprio con Flora), che si fidanzano (il giovane pescatore, consigliato da Tommaso di ispirarsi a Shakespeare per convincere il riottoso padre di lei), che sperimentano (l'adolescente Chiara, sorella di Amedeo, che ricorre addirittura al veleno o al voodoo pur di legare a sé i vari uomini di cui si innamora),che ignorano le differenze di età (oltre a Chiara, c'è la madre di Cecilia, che si fidanza sempre con uomini più giovani di lei). Non a caso, visto il tema, il ristorante gestito da Tommaso si chiama "Giulietta e Romeo". E l'amore, lungi dall'essere descritto come uno stato idilliaco, mette in mostra anche le sue altre facce: i bisticci, le gelosie, le incomprensioni, i ricatti, i tradimenti... Ma di fronte a un argomento tanto vasto, il film non riesce ad andare oltre la banalità e nel complesso è il meno bello e memorabile fra tutti i lavori di Troisi, quello che fa meno ridere (le gag o semplicemente le frasi da ricordare si contano sulle dita di una mano: "Perché siete tutti così sinceri con me? Che cosa vi ho fatto di male?") o riflettere. Preziosa, come sempre, l'ambientazione napoletana (qui, in particolare, siamo nel Borgo Marinari, accanto a Castel dell'Ovo). Musiche (con la canzone "Quando") di Pino Daniele. Metaforico l'incipit (la rottura della statua che rappresenta uno sposo) come il finale (con il bar pieno di coppie felici, oltre a Tommaso che siede a un tavolo da solo). Quanto al significato di quel "calesse" nel titolo, lo stesso Troisi lo ha spiegato in un'intervista: «Perché calesse?... Per spiegare al meglio la delusione di un qualcosa le cui aspettative non sono state mantenute poteva essere usato un qualsiasi altro oggetto, una sedia o un tavolo, che si contrappone come oggetto materiale all'amore spirituale che non c'è più. Mi piaceva e poi si possono trovare tante cose con il calesse: si va piano, si va in uno, si va in due, ci sta pure il cavallo... Quando non è più amore ma "calesse", bisogna avere il coraggio della fine, piano piano, con dolcezza, senza fare male... Ci vuole lo stesso impegno e la stessa intensità dell'inizio. Le storie d'amore non mancano mai nei film, quindi farne un'altra mi sembrava una cosa né stupida, né eccezionale ma raccontata in questi termini mi incuriosiva».

6 gennaio 2015

Il diritto di uccidere (Nicholas Ray, 1950)

Il diritto di uccidere, aka Paura senza perché (In a Lonely Place)
di Nicholas Ray – USA 1950
con Humphrey Bogart, Gloria Grahame
***

Visto in divx.

Il cinico Dixon Steele (Bogart), sceneggiatore cinematografico di scarso successo, è sospettato di essere l'assassino di una giovane guardarobiera che la sera prima di morire aveva trascorso qualche ora a casa sua per raccontargli la trama di un possibile copione. L'uomo viene scagionato grazie all'alibi che gli fornisce una vicina di casa, Laurel Gray (Grahame), che aveva visto la ragazza uscire dall'appartamento e allontanarsi da sola; ma la polizia non è del tutto convinta e prosegue le indagini su di lui. Nel frattempo Laurel e Dixon cominciano a frequentarsi, e fra i due scoppia l'amore. Ma lentamente, a causa del carattere impulsivo e violento dell'uomo, soggetto a frequenti sbalzi d'umore e ad improvvisi scoppi d'ira con tanto di istinti omicidi, Laurel inizia a essere colta da dubbi e sospetti: e se l'assassino fosse davvero lui? Un Bogey mai così borderline, ambiguo e "negativo", è protagonista di un noir anti-romantico ambientato nel sottobosco di Hollywood e che un Nicholas Ray a inizio carriera diresse per conto della casa di produzione indipendente dello stesso Bogart (Santana Productions). L'attore avrebbe voluto come partner sullo schermo Lauren Bacall, ma l'attrice era sotto contratto con la Warner Bros. e così si ripiegò su Gloria Grahame, all'epoca moglie del regista (ma i due stavano già trattando il divorzio). Alla fine, la trama gialla corre quasi sullo sfondo del tema principale, quello della relazione fra i due protagonisti, che da idilliaca si riempie man mano di sospetti, angoscie e paranoie. Pur nelle ristrettezze del budget, tipiche dei noir degli anni cinquanta, il film è ottimo da tutti i punti di vista: regia, recitazione, sceneggiatura (da un romanzo di Dorothy B. Hughes) e fotografia. Fra i comprimari si riconoscono Frank Lovejoy (il detective Nicolai, vecchio amico di Dixon), Art Smith (il manager) e Martha Stewart (Mildred, la guardarobiera).

5 gennaio 2015

Il solitario di Rio Grande (H. Hathaway, 1971)

Il solitario di Rio Grande (Shoot Out)
di Henry Hathaway – USA 1971
con Gregory Peck, Robert F. Lyons
*1/2

Visto in TV.

Appena uscito di prigione, l'ex rapinatore di banche Clay Lomax (Peck) intende vendicarsi dell'amico che durante il colpo lo tradì sparandogli alle spalle per poi fuggirsene con il bottino. Costui, per controllarne le mosse, gli mette alle calcagne tre giovani mercenari, guidati dalla "testa calda" Bobby Jay Jones (Lyons). Ma Lomax ha anche altro cui pensare: si ritrova infatti fra i piedi una bambina di sei anni, Decky, rimasta orfana e che potrebbe essere sua figlia. Il team de "Il grinta" (il regista Hathaway al suo penultimo film, la sceneggiatrice Marguerite Roberts e il produttore Hal B. Wallis) si riunisce per dar vita a un altro western di stampo classico ma dagli intenti revisionisti. Però fallisce: la storia non decolla mai, i personaggi (il cui passato non è approfondito) non risultano interessanti, gli sviluppi della vicenda seguono binari prevedibili, e lo scontro finale è decisamente anticlimatico. Ne risulta un western di pura routine se non sotto la media, che giunge in ritardo anche sui suoi tempi. Peck voleva rilanciare la propria carriera con un successo, ma non ebbe fortuna. Patricia Quinn è la donna che offre ospitalità a Lomax e alla bambina, mentre la piccola Decky è interpretata da Dawn Lyn.

3 gennaio 2015

La sindrome del lago Saimaa (A. e M. Kaurismäki, 1981)

La sindrome del lago Saimaa (Saimaa-ilmiö)
di Aki e Mika Kaurismäki – Finlandia 1981
documentario
**

Visto in divx, in lingua originale.

Il film d'esordio dei fratelli Kaurismäki (anche se Mika, il maggiore, aveva già girato l'anno prima un film studentesco, "Il bugiardo") è un documentario che segue il viaggio e le esibizioni di alcuni musicisti rock presso il Saimaa, il più grande lago della Finlandia, nel corso di un tour tenutosi nella prima settimana di giugno di quell'anno. Senza voce narrante, le immagini mostrano i musicisti (appartenenti a tre gruppi diversi: Eppu Normaali, Hassisen Kone e Juice Leskinen Slam) che navigano sul lago a bordo di un battello a vapore, che scherzano e interagiscono fra loro (quasi sempre davanti a una o più bottiglie di birra), che provano le varie canzoni e infine che si esibiscono davanti al pubblico. Look e musica degli interpreti sono indiscutibilmente anni ottanta e tipicamente scandinavi: capelli lunghi, torso nudo, rock duro. La mano dei registi non è invadente, e lascia che i protagonisti siano soltanto i musicisti e il mondo che recano con sé. Il titolo del documentario fa riferimento ironico al thriller "La sindrome cinese" (in finlandese "Kiina-ilmiö"). Aki debutterà nel film di finzione solo due anni dopo, con "Delitto e castigo" (prodotto da Mika), ma non abbandonerà mai l'amore per il rock (come dimostreranno i numerosi video musicali – per non parlare dei due lungometraggi e del film-concerto "Total Balalaika Show" – girati per la band dei Leningrad Cowboys).

31 dicembre 2014

Viale del tramonto (Billy Wilder, 1950)

Viale del tramonto (Sunset Boulevard)
di Billy Wilder – USA 1950
con William Holden, Gloria Swanson
****

Rivisto in DVD, con Paola, Marta, Esther, Beatrice, Giovanni, Rachele e Sabrina.

Joe Gillis (Holden), sceneggiatore cinematografico in bolletta, capita per caso nella lussuosa ma fatiscente villa di Norma Desmond (Swanson), nel Sunset Boulevard di Hollywood. Un tempo celebre diva del muto, Norma vive ora come una reclusa in un ambiente funereo e decadente, in compagnia del fedele maggiordomo Max, immersa nei ricordi del passato ("Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo!") e nei sogni di tornare a essere di nuovo una star del grande schermo. La donna (alla quale Max manda finte lettere di ammiratori per sostenere le sue illusioni di non essere stata dimenticata) assume Gillis per aiutarla a redigere il copione di quello che dovrebbe essere il suo ritorno sulle scene: un'ambiziosa e colossale "Salomè" da far dirigere al grande regista Cecil B. De Mille. Il disperato bisogno di denaro porta l'uomo ad accettare di trasferirsi nella villa, dove diviene il mantenuto e poi l'amante della stagionata diva. Ma il crollo delle illusioni sarà fatale ad entrambi. Dal folgorante incipit (con la voce narrante fuori campo che si rivelerà essere quella di un morto) all'esposizione dell'intera vicenda in flashback, dalle affascinanti e tetre scenografie della villa di Norma (che sembrano uscite da "Dracula") al cinico ritratto dello star system e di una Hollywood che procede a passo spedito, dimenticando le proprie fondamenta (da brividi la scena della partita a bridge, fra i cui giocatori si riconoscono celebri star del muto come Buster Keaton), dalla regia di un Billy Wilder a suo agio anche nel noir (come d'altronde aveva già dimostrato con "La fiamma del peccato"), peraltro contaminato da tocchi di horror e di commedia, alla fotografia impietosa di John F. Seitz, dalla sceneggiatura (dello stesso Wilder con Charles Brackett – fu la loro ultima collaborazione – e D. M. Marshman, Jr.) alle musiche di Franz Waxman, tutto concorre a rendere questo film uno dei capolavori (autoreferenziali o meno) della settima arte.

Dramma della follia, della vecchiaia e delle illusioni di grandezza, ma anche e soprattutto un potente e crudele omaggio al cinema stesso: non (solo) alla sua capacità di far sognare (si pensi alla giovane Betty, ma anche allo stesso Gillis, che si tuffano con entusiasmo e ingenuità nel tentativo di intraprendere una carriera dorata nella "fabbrica dei sogni") ma anche a quello di fissare e "imbalsamare" su pellicola le esistenze di attori e persone che invece, nel mondo reale, sono destinati a invecchiare e a svanire per sempre (la scena in cui Norma riguarda i suoi vecchi film, girati quando era ancora giovane, fa sorgere alla mente un inevitabile parallelo con "Il ritratto di Dorian Gray"). Gloria Swanson era stata un'autentica attrice del muto (gli spezzoni che vengono proiettati, così come le sue foto da giovane, appartengono davvero a quell'epoca), diretta in un occasione proprio da quell'Erich von Stroheim che qui dà vita all'inquietante figura del maggiordomo Max (suo "scopritore", regista e primo marito, che ha scelto di restare per tutta la vita al suo fianco come servitore). Nei panni di sé stessi compaiono anche la giornalista scandalistica Hedda Hopper ma soprattutto De Mille, all'epoca il regista più influente di Hollywood, ritratto mentre è impegnato a dirigere l'ennesimo kolossal biblico negli studi della Paramount ed evocato pure nella battuta conclusiva ("Mr. De Mille, sono pronta per il mio primo piano!"). La scelta dei due attori protagonisti non fu facile: per il ruolo di Norma Desmond (il personaggio, anche nel nome, è ispirato a Mabel Normand), i produttori pensarono a Mae West, Mary Pickford, Norma Shearer e Pola Negri; per quello di Gillis furono considerati Montgomery Clift (che rifiutò per timore di essere bollato come gerontofilo, anche se all'epoca frequentava proprio una donna più vecchia di lui), Fred MacMurray, Marlon Brando e Gene Kelly, prima di ripiegare su Holden (che con Wilder lavorerà poi in altre tre occasioni). Il film fu candidato a 11 premi Oscar, vincendo quelli per la sceneggiatura, la scenografia e la colonna sonora.

29 dicembre 2014

Love Actually (Richard Curtis, 2003)

Love Actually - L'amore davvero (Love Actually)
di Richard Curtis – GB 2003
con Hugh Grant, Colin Firth
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dalla penna di Richard Curtis (già sceneggiatore di successi come "Quattro matrimoni e un funerale" e "Notting Hill", qui alla sua prima regia), una pellicola corale a sfondo romantico-natalizio che segue in parallelo una decina di love story di vario genere che si dipanano a Londra sotto Natale: il film comincia infatti quando mancano cinque settimane alle festività e si conclude proprio la notte di Natale (con un'appendice collocata un mese più tardi, che tira le fila e mostra le conseguenze di tutte le vicende). Girato con un cast di stelle britanniche, il film ricorda certe pellicole corali di Robert Altman (e infatti Curtis ha dichiarato a più riprese come i riferimenti siano "Nashville" e "America Oggi"), anche se i collegamenti fra le varie storie sono molto tenui e di poca importanza per lo sviluppo delle singole vicende. Hugh Grant è il primo ministro inglese, appena eletto, che si scopre attratto della sua assistente Natalie (Martine McCutcheon). Colin Firth è uno scrittore divorziato che si trasferisce a lavorare in Francia, dove si innamora della domestica portoghese Aurelia (Lúcia Moniz), nonostante nessuno dei due conosca la lingua dell'altro. Bill Nighy è Billy, un attempato cantante rock che cerca di tornare sulla cresta dell'onda grazie a una melensa cover di una canzone natalizia. Harry (Alan Rickman), direttore di un'azienda di design, è sposato con Karen (Emma Thompson) ma ha la tentazione di una scappatella extraconiugale con una sua provocante dipendente (Heike Makatsch). La sua impiegata Sarah (Laura Linney) è attratta dal bel collega Karl (Rodrigo Santoro), ma deve anche badare al fratello ricoverato in un istituto psichiatrico. Mark (Andrew Lincoln) è innamorato della fresca sposina (Keira Knightley) del suo miglior amico. Daniel (Liam Neeson), che ha appena perso la moglie, aiuta il figlio undicenne a dichiararsi a una coetanea. Il giovane fattorino Colin (Kris Marshall) intende viaggiare in America perché è convinto che laggiù le ragazze siano più disinibite. I timidi John (Martin Freeman) e Judy (Joanna Page) si conoscono mentre lavorano come controfigure per le scene di sesso in un set cinematografico.

L'amore descritto da Curtis assume vari aspetti e varie facce, e non sempre si tratta di quello romantico: ci sono anche i valori dell'amicizia (Billy, che sceglie di trascorrere il Natale in compagnia del suo unico vero amico, ovvero il grasso manager che gli è sempre stato vicino) o degli affetti familiari (Sarah per il fratello, Daniel per il figlio). E se la maggior parte delle storie si concludono con l'inevitabile lieto fine (matrimoni, dichiarazioni, nascita di nuovi amori), altre lasciano il finale aperto o prevedono una rinuncia (Mark) o addirittura una separazione (Harry e Karen). Naturalmente, come in ogni pellicola corale, non tutte le storie sono interessanti in egual maniera: se alcuni segmenti sono davvero originali (quello con Martin Freeman e Joanna Page, per esempio), altri risultano più banali (quelli di Laura Linney o di Colin Firth). A restare più impressi sono comunque gli episodi con Hugh Grant (davvero azzeccato nel ruolo di un premier impacciato ma battagliero) e con Bill Nighy (il cantante che provoca scandalo in tv con le sue dichiarazioni senza peli sulla lingua), ma anche quello con Keira Knightley (forse il segmento scritto meglio, e di cui vanno ricordate almeno due sequenze: quando la ragazza scopre che Mark è innamorato di lei guardando il video delle nozze, un montaggio di primi piani del suo volto; e la "dichiarazione" finale dello stesso Mark, attraverso una serie di cartelli scritti a mano). Numerosi e onnipresenti i riferimenti pop, com'è consuetudine per Curtis, in campo musicale ma non solo: c'è persino un inserto da "Titanic". Nel cast anche Billy Bob Thornton (il presidente degli Stati Uniti, in visita a Downing Street: chissà che la scena in cui viene messo in riga da Grant non sia il motivo per cui il film non è particolarmente amato in America), Rowan Atkinson (il commesso della gioielleria: Curtis aveva lavorato proprio alla serie "Mr. Bean") e brevi cameo di Claudia Schiffer e Denise Richards. Il titolo è la contrazione della frase "Love Actually Is All Around", ossia "L'amore è veramente ovunque", in riferimento alla canzone "Love Is All Around" (già presente in "Quattro matrimoni e un funerale" e qui parodiata da Bill Nighy che nella sua cover la trasforma in "Christmas Is All Around").

27 dicembre 2014

Big Hero 6 (D. Hall, C. Williams, 2014)

Big Hero 6 (id.)
di Don Hall, Chris Williams – USA 2014
animazione digitale
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Dopo l'acquisizione della Marvel da parte della Disney, prima o poi doveva succedere: un "classico" d'animazione disneyano tratto dai fumetti supereroistici della Casa delle Idee. Oggetto della pellicola sono un gruppo di personaggi molto marginali dell'universo Marvel, peraltro rivisitati a tal punto da dipartire notevolmente dal concetto originario. Ambientato in una futuristica "San Fransokyo" (una bizzarra fusione delle due metropoli ai lati del Pacifico: vediamo per esempio un Golden Gate con i tetti a pagoda o file di ciliegi che costeggiano le celebri salite percorse dai tram), il film ha come protagonista Hiro, quattordicenne genio della robotica, che riprogramma Beymax (robot-infermiere creato dal fratello maggiore Tadashi) come robot da combattimento per scoprire chi è il misterioso super-villain mascherato che ha provocato la morte di Tadashi. A Hiro e Beymax si uniscono quattro giovani ricercatori (Gogo, Wasabi, Honey Lemon e Fred) che assumono colorate identità da supereroi. La trama d'azione, che oltre ai comics si ispira ai manga e agli anime robotici del Sol Levante (l'ambientazione è dunque quanto mai appropriata) con echi di Osamu Tezuka, è addolcita dalla caratterizzazione dei personaggi e in particolare da quella di Beymax, tenero e pacioccone robot gonfiabile, la cui programmazione originale è rivolta soltanto alla cura e all'assistenza sanitaria, che vede Hiro prima di tutto come un suo "paziente" e che fa di tutto per assicurarne il benessere psico-fisico. Senza di lui, il film avrebbe sinceramente poco di originale o di memorabile da offrire agli spettatori, anche dal punto del coinvolgimento emotivo, nonostante l'ottima tecnica di animazione digitale (il "gap" fra Disney e Pixar è stato orami colmato da tempo, e d'altronde John Lasseter figura come produttore esecutivo anche dei lavori della casa di Burbank: questo, per di più, è già il secondo lungometraggio disneyano – dopo "Ralph Spaccatutto" – che uno spettatore distratto potrebbe facilmente scambiare con un prodotto Pixar anche dal punto di vista contenutistico). Naturalmente, trattandosi di una pellicola ispirata a personaggi Marvel (anche se la produzione è interamente Disney, senza coinvolgimento dei Marvel Studios), era inevitabile un cameo di Stan Lee: la sua versione digitale compare nella scena dopo i titoli di coda, nei panni del padre di Fred. Al film è abbinato un simpatico cortometraggio in animazione 2D, "Winston", su un cagnolino e il suo rapporto con il cibo.

24 dicembre 2014

Il miracolo della 34ª strada (G. Seaton, 1947)

Il miracolo della 34ª strada (Miracle on 34th Street)
di George Seaton – USA 1947
con Maureen O'Hara, Edmund Gwenn
***

Rivisto in divx.

In vista delle festività natalizie, Doris Walker (Maureen O'Hara), addetta alle pubbliche relazioni di un grande magazzino di New York, assume come Babbo Natale un arzillo vecchietto (Edmund Gwenn) che afferma di chiamarsi Kris Kringle e di essere l'unico, autentico, Santa Claus. Il suo bizzarro modo di interpretare il proprio lavoro (suggerendo ai clienti dove possono trovare i giocattoli che il negozio non ha a disposizione, ovvero rivolgendosi alla concorrenza) fa sensazione presso l'opinione pubblica e rende estremamente popolare il grande magazzino, tanto che l'iniziativa contagia presto altri negozianti, in una corsa (non del tutto disinteressata, sia chiaro) alla bontà e all'altruismo. Ma quando uno psichiatra lo denuncia, la sua sanità mentale diventa oggetto di un processo in tribunale. L'uomo sarà difeso da un giovane avvocato (John Payne) che intende far riconoscere ufficialmente con una sentenza l'esistenza di Babbo Natale. Uno dei primi e più celebri film "natalizi" hollywoodiani, rifatto più volte in seguito (in particolare nel 1994, con Richard Attenbourogh nei panni di Kris Kringle), è una commedia che ha fra i suoi molti pregi quello dell'ambiguità: la pellicola funziona ed è godibile allo stesso modo se si crede che Kris sia davvero Babbo Natale o, viceversa, se si interpreta la sua storia come quella di un folle vaneggiamento. Il "miracolo" del titolo, infatti, si riferisce allo spirito natalizio, all'altruismo e alla generosità che finiscono col permeare tutti i personaggi, dai proprietari dei grandi magazzini fino alla divorziata Doris, inizialmente scettica e contraria a tutto ciò che non è "realistico", al punto da rifiutarsi di leggere fiabe alla propria figlia, una giovanissima Natalie Wood: "altrimenti perderà il senso della realtà e aspetterà che un giorno si presenti il principe azzurro", afferma, dimostrando che il suo atteggiamento è frutto delle proprie delusioni sentimentali. La presenza di Kringle riporterà anche lei a sognare e a "credere, anche quando il buon senso afferma il contrario": ma il film non è mai retorico, lascia che ognuno si faccia la propria idea sulla reale natura di Babbo Natale, e fra le altre cose fa anche riflettere sul rapporto fra la festività e il consumismo, il commercio e la pubblicità, la giustizia e la politica (impagabili i personaggi del giudice, in estremo imbarazzo nel doversi esporre dichiarando davanti all'opinione pubblica che per la legge Babbo Natale non esiste; o del procuratore distrettuale, messo in difficoltà dal suo stesso figlioletto durante l'udienza). L'intera sequenza in tribunale richiama alcune celebri sequenze del fumetto americano, come quelle del processo a Poopdeck Pappy (il padre di Braccio di Ferro) o a Eta Beta, in cui le istituzioni tentano in qualche modo di mettere "fuori gioco" personaggi fuori dagli schemi e dalle regole, naturalmente finendo con il riconoscere che non sempre follia e sanità mentale sono facilmente delimitabili. In questo caso, al termine del film, l'identità di Kris Kringle come Babbo Natale sarà pardossalmente "provata" dal fatto che le Poste americane, diretta emanazione del governo degli Stati Uniti, lo riconoscono come tale perché consegnano a lui le missive che i bambini indirizzano a Santa Claus! Seaton, anche sceneggiatore, si ispirò a un racconto di Valentine Davies. Curiosamente, i produttori decisero di fare uscire il film a maggio (perché d'estate i cinema erano più affollati), addirittura celandone l'ambientazione natalizia nei trailer e nelle locandine. Nel cast anche Porter Hall (lo psichiatra) e Gene Lockhart (il giudice). Quattro premi Oscar, fra cui Gwenn come miglior attore non protagonista.

20 dicembre 2014

Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate (P. Jackson, 2014)

Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate
(The Hobbit: The Battle of the Five Armies)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2014
con Martin Freeman, Richard Armitage
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Risvegliato alla fine della pellicola precedente, il drago Smaug scatena la propria furia sulla città di Pontelagolungo, ma Bard l'arciere lo trafigge con una freccia, uccidendolo. I nani possono così prendere possesso della montagna di Erebor e del tesoro in esso contenuto, con Thorin Scudodiquercia che rifiuta però di spartirlo con gli uomini di Esgaroth e con gli elfi del Reame Boscoso. Quando una guerra fra le tre fazioni sembra imminente (in aiuto dei nani è giunto Dàin Piediferro, cugino di Thorin, dai Colli Ferrosi), ecco che gli orchi guidati da Azog e da Bolg affiorano nella vallata, costringendo uomini, nani ed elfi a unire le forze contro il nemico comune in una colossale battaglia (denominata "delle cinque armate" perché, sul finire, si aggiungono anche le aquile delle Montagne Nebbiose, condotte fin lì da Radagast; a proposito, perché non mantenere la denominazione classica, quella cui eravamo abituati grazie alla traduzione italiana del libro, ovvero “battaglia dei cinque eserciti”?). Il terzo e ultimo capitolo della trilogia de "Lo Hobbit" è dunque occupato quasi per intero da combattimenti. Smaug, che tanto timore incuteva e che era la cosa migliore del deludente secondo film, viene fatto fuori in pochi minuti, prima ancora che sullo schermo appaia il titolo dell'episodio (non era meglio a questo punto che morisse alla fine del capitolo precedente?); assistiamo poi al progredire dell'avidità di Thorin, che lo rende cieco e sordo di fronte alle richieste altrui, spingendo i nani sul ciglio della catastrofe e costringendo l'hobbit Bilbo a sottrargli l'Archengemma, la "pietra del re", per consegnarla a Bard e Thranduil affinché possano trattare con lui da una posizione più adeguata; e infine, battaglie, scontri e mazzate a tutto spiano, per quello che è un vero e proprio film bellico (sia pur fantasy), con il ritorno di Gandalf (fuggito da Dol Guldur grazie allo spettacolare intervento degli altri membri del "bianco consiglio": Elrond, Saruman e soprattutto una Galadriel potente come non mai, in grado di "esorcizzare" letteralmente il Negromante e i suoi Nazgul), le solite imprese da scavezzacollo di Legolas, e l'esplicitazione di alcuni eventi che nel libro venivano solo accennati (la morte di Kili e Fili, per esempio).

Pachidermico, ripetitivo e con diversi difetti di sceneggiatura (non tutti i fili vengono tirati – ma aspettiamo l'edizione estesa – e continuo a pensare che sussistano problemi di continuità con la trilogia del "Signore degli Anelli"), il capitolo conclusivo della trilogia non è certo esaltante ma comunque soddisfacente. I danni, purtroppo, erano stati fatti in precedenza: con la scelta di dilatare la storia su tre pellicole (ne sarebbe bastata una, o al massimo due se proprio si voleva dedicare tanto spazio alla battaglia finale), con l'introduzione di sottotrame spurie come quella di Tauriel (che quantomeno si conclude decentemente, dando maggior spessore anche al personaggio di Thranduil) e, diciamolo, con un casting non eccezionale. Nonostante il titolo "Lo Hobbit", nel terzo capitolo Bilbo Baggins rimane quasi un personaggio marginale, sicuramente meno al centro della storia rispetto a Thorin ma anche a Bard, per non parlare degli stessi Legolas o Tauriel. Qualcuno ha criticato il personaggio comico di Alfrid, lacché del governatore di Esgaroth: ma si tratta di una figura innocua, per quando banale e infantile, che ben si sposa con i toni più leggeri e fiabeschi che questa trilogia ha (o dovrebbe avere) rispetto alla sua sorella maggiore. Spettacolari le scene di battaglia e la resa di armi e armature, così come le varie creature e cavalcature (dal cinghiale di Dàin al cervo di Thranduil, dai "mangiaterra" degli orchi – sorta di vermoni in stile "Dune" – ai pipistrelli giganti), per non parlare del climax con il doppio scontro fra Thorin e Azog da un lato e fra Legolas (un Orlando Bloom un po' imbolsito rispetto a dieci anni prima) e Bolg dall'altro. Solo fugaci apparizioni per Beorn (che giunge insieme alle aquile) e lo stesso Radagast, mentre molti dei nani sono parecchio sacrificati (con le eccezioni, ancora una volta, di Balin, Dwalin, Kili e Fili). Il finale si ricollega alla scena iniziale de "La compagnia dell'anello", con l'arrivo di Gandalf a Casa Baggins per il centoundicesimo compleanno di Bilbo. Quando il progetto era quello di dividere "Lo Hobbit" in due soli film, il titolo di lavorazione dell'episodio conclusivo era "There and Back Again" ("Laggiù e di nuovo indietro"). La canzone finale è di Billy Boyd. Il film segna il probabile addio di uno stanco Peter Jackson (e, nell'imminente, del cinema hollywoodiano) alla Terra di Mezzo: a meno che, prima o poi, non si decida di realizzare nuove pellicole su alcune delle numerosissime storie contenute negli altri testi tolkieniani (per esempio a quelle del "Silmarillion": io punto sulle vicende di Beren e Lúthien o su quella di Túrin Turambar).

19 dicembre 2014

Come uccidere vostra moglie (R. Quine, 1965)

Come uccidere vostra moglie (How to Murder Your Wife)
di Richard Quine – USA 1965
con Jack Lemmon, Virna Lisi
***

Rivisto in divx, per ricordare Virna Lisi.

Il titolo può far pensare a una black comedy: in realtà la pellicola dell'esordio di Virna Lisi a Hollywood (dove fu chiamata con l'intento di farne la nuova Marilyn Monroe) è una spigliata commedia satirica, apparentemente sessista e misogina, ma che in realtà prende di mira tanto l'istituzione del matrimonio quanto un certo tipo di sciovinismo maschilista. Certo, la vicenda va contestualizzata per godersela al meglio, e non è assolutamente da prendere sul serio (era politically uncorrect già negli anni sessanta, ben prima dell'avvento del femminismo!). Lemmon interpreta Stanley Ford, agiato disegnatore di fumetti refrattario al matrimonio, il cui personaggio (Brash Brannigan, agente segreto) viene pubblicato su "463 quotidiani, da Bangor nel Maine fino ad Honolulu". Il mattino dopo una colossale sbronza, scopre di essersi incredibilmente sposato con una sexy bionda italiana (la Lisi, greca nella versione doppiata nel nostro paese) che non parla una parola di inglese ma che si trasferisce immediatamente a casa sua, cambiandone radicalmente la quotidianità e lo stile di vita: per cominciare, fa scappare via il suo fedele valletto (uno straordinario Terry-Thomas), che non tollera di lavorare per "gentiluomini sposati"; in secondo luogo, scombussola la sua routine e il suo equilibrio psico-fisico, trasformandolo da single atletico e metodico in un marito sovrappeso e frustrato; e questo si ripercuote anche sul personaggio delle sue strisce, che da spia ardita e avventurosa diventa a sua volta protagonista di comiche scenette quotidiane di vita coniugale. Al culmine dell'esasperazione, Ford decide di sopprimere la propria moglie... non nella realtà, naturalmente, ma solo nel fumetto. Ma quando la donna scompare anche nella vita reale, l'uomo è accusato di averla uccisa con le stesse modalità che ha riprodotto nelle vignette. Al processo, tuttavia, saprà cavarsela con un'arringa inaspettata e... "liberatoria". Scatenata farsa sul rapporto fra i sessi, o meglio fra mariti e mogli, dai toni surrealmente paradossali, che tuttavia è utile per comprendere come fossero percepiti i ruoli dei coniugi dell'alta borghesia nell'America di metà secolo. Memorabile la prova di una Lisi che a tratti sembra davvero una versione aggiornata di Marilyn Monroe (e del cui personaggio, curiosamente, in tutto il film non viene mai detto il nome), con scene cult come la fuoriuscita dalla torta nuziale (quando incontra per la prima volta Lemmon) o l'incursione nel "circolo" dove i mariti si rifugiano per stare lontani dalle proprie mogli. Nel cast anche gli ottimi caratteristi Eddie Mayehoff (l'amico avvocato di Ford) e Claire Trevor (la tirannica moglie del suddetto). Molto azzeccata anche la colonna sonora di Neal Hefti, che fornisce un impareggiabile commento musicale a tutte le scene, ma in particolare a quelle in cui Ford, nei panni di Brash Brannigan, impersona dal vivo le sequenze d'azione che riprodurrà poi nelle sue strisce a fumetti, debitamente fotografate a distanza dal valletto Charles. Indimenticabile "la macchina che fa gloppita gloppita", ovvero l'impastatrice di cemento con la quale Ford porta a termine il suo piano "omicida". L'imborghesimento di Brash Brannigan nei fumetti può ricordare quello che è effettivamente accaduto, nel dopoguerra, a tanti eroi delle comic strip avventurose (uno su tutti: Topolino!).

18 dicembre 2014

Primer (Shane Carruth, 2004)

Primer
di Shane Carruth – USA 2004
con Shane Carruth, David Sullivan
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Due giovani ingegneri, lavorando nel loro garage a un macchinario che riduca la gravità, costruiscono invece per caso una bizzarra macchina del tempo. Il suo funzionamento è particolare: al suo interno il tempo può scorrere al contrario, ma solo dal momento in cui la macchina viene attivata. Se viene accesa alle otto (ora A), per esempio, permette a chi vi entrasse alle dodici (ora B), e vi rimanesse per quattro ore (B-A), di uscire alle otto, ossia quando la macchina era stata accesa. I due inventori ne approfittano per rivivere interamente alcune giornate, stando naturalmente attenti a non incontrare mai i loro "doppi" che in quei momenti coesistono con loro: all'inizio lo fanno allo scopo di arricchirsi, giocando in borsa o alle scommesse sportive; poi, per rimediare ai propri errori o per rifarsi un'altra vita, creando però paradossi e futuri alternativi. Girato fra amici, senza effetti speciali e con un budget di soli 7000 dollari, questo piccolo lungometraggio indipendente ha fatto furore al Sundance Film Festival del 2004, vincendo il premio della giuria per il miglior film drammatico. Originale nell'impianto, un po' confuso nella sceneggiatura (a tratti cervellotica, visti i dialoghi tecnici e le implicazioni filosofiche), e decisamente poco lineare nello sviluppo: se non lo si segue con attenzione, è facile perdere il filo (e a dire il vero, la confusione può permanere anche dopo ripetute visioni). Ha però il pregio di non enfatizzare o iper-drammatizzare l'aspetto fantascientifico o quello della scoperta scientifica, grazie a un approccio quanto mai realistico e down-to-earth: probabilmente, se venisse davvero inventata una macchina del tempo, il contesto sarebbe più simile a questo che non a qualsiasi altro film sull'argomento. L'idea del funzionamento della macchina proviene dai diagrammi di Feynman che mostrano interazioni in cui la direzione in cui il tempo scorre è indifferente. Mai doppiato in italiano, a quanto ne so. Carruth, oltre che regista e protagonista, è anche sceneggiatore, produttore, montatore e autore della colonna sonora.

16 dicembre 2014

Nanuk l'eschimese (Robert J. Flaherty, 1922)

Nanuk l'eschimese (Nanook of the North)
di Robert J. Flaherty – USA 1922
con Allakariallak, Nyla, Cunayou
***

Visto su YouTube, con Sabrina.

Definito come il primo documentario di lunga durata della storia del cinema (escludendo dunque quanto prodotto nei primissimi anni della settima arte, quando di fatto ogni pellicola era da considerarsi un documentario!), questo film seminale mostra la difficile vita di una famiglia di eschimesi (o, per la precisione, di inuit) fra le distese di ghiaccio del Canada artico. Sin dagli anni dieci Flaherty compì diversi viaggi attorno alla Baia di Hudson, alla ricerca di un buon soggetto per un film, finché non decise di unirsi alla famiglia in questione per riprenderne su pellicola gli spostamenti, le battute di caccia (alle foche, ai trichechi, ai pesci, alle volpi), le usanze tradizionali e le tecniche di sopravvivenza (celebre è la scena della costruzione dell'igloo). Protagonista è Nanuk (il cui vero nome era Allakariallak), capo di una numerosa famiglia che comprende la moglie Nyla e diversi figli. Il film fece scalpore, e contribuì a fondare un filone – quello del documentario antropologico – che lo stesso Flaherty continuò a frequentare con i suoi lavori successivi (tra cui "Moana", "L'uomo di Aran" e "Tabù"). E pazienza se alcune sequenze (come la visita all'emporio dell'uomo bianco, dove Nanuk finge stupore davanti a un grammofono) furono in realtà "messe in scena" dal regista a beneficio degli spettatori: erano tempi pionieristici, e il concetto di "cinema-verità" non era ancora stato inventato. Anche altri dettagli, se è per questo, sono stati piegati alle esigenze filmiche: Nanuk e i suoi, per esempio, conoscevano anche le armi da fuoco, eppure davanti all'obiettivo utilizzano soltanto i metodi tradizionali di caccia e di pesca con gli arpioni. Tutto ciò non va comunque a scapito del senso di autenticità, soprattutto se il lungometraggio è paragonato ai contemporanei film di finzione: e la pellicola resta un documento prezioso nel mostrare la dura vita nell'artico, i costumi, gli spostamenti e le arti necessarie per sopravvivere in luoghi così freddi e ostili. Nanuk – che in fondo è il progenitore di personaggi come Dersu Uzala – è stato definito dal critico Roger Ebert come "uno degli esseri umani più vitali e memorabili mai registrato su pellicola".

15 dicembre 2014

Astro Boy (David Bowers, 2009)

Astro Boy (id.)
di David Bowers – USA/HK/Cina 2009
animazione digitale
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dal celebre fumetto "Tetsuwan Atom" di Osamu Tezuka, una pellicola in animazione digitale di produzione statunitense (ma realizzata a Hong Kong) che, pur riprendendone lo stile grafico e l'ambientazione fantascientifica naïf, fallisce nel costruire una storia interessante e nel dare un'anima ai personaggi. Dopo la sequenza iniziale, quella che mostra le origini del protagonista (un bambino-robot che il professor Tenma, brillante scienziato della futuristica Metro City, ha costruito con le fattezze del defunto figlio Tobio), la vicenda assume pieghe poco accattivanti ma soprattutto poco originali, con l'esilio di Astro dall'utopica città volante fino alla superficie della Terra, dove si unisce a una banda di orfani che vivono fra i rottami dei robot abbandonati dagli abitanti di Metro City (si percepiscono echi di "Wall-e", ma senza la poesia del film Pixar, oltre che di "Robots" o del bel "Il gigante di ferro"). Il tutto sfocia nell'inevitabile scontro finale con il robottone cattivo, che ha assorbito dentro di sé il malvagio sindaco della città. Senza infamia e senza lode il comparto tecnico: a livello di character design, è da apprezzare la scelta di aver mantenuto i "personaggi stock" di Osamu Tezuka (Mustachio/Ban, Elefun/Ochanomizu, Hamegg; come assistente di Tenma compare lo stesso Tezuka!), così come gli accenni alle leggi asimoviane della robotica. Meno piacevoli sono i continui riferimenti culturali agli Stati Uniti (la bambina che cita il 4 luglio, per esempio) e poco memorabili i personaggi di contorno (tranne forse le "spalle comiche", come il cane robotico/pattumiera o i tre robot rivoluzionari comunisti). La pellicola è stata praticamente snobbata in Giappone, nonostante la grande popolarità del personaggio.

14 dicembre 2014

La prova (Jean-Claude Van Damme, 1996)

La prova (The quest)
di Jean-Claude Van Damme – USA 1996
con Jean-Claude Van Damme, Roger Moore
**

Rivisto in TV.

Negli anni venti, in una città segreta nel cuore del Tibet, viene organizzato un grande torneo di arti marziali al quale partecipano sedici campioni provenienti da ogni parte del mondo. In sostituzione del rappresentante americano, il pugile Maxie Devine (James Remar), si presenta Christopher Dubois (Van Damme), saltimbanco di strada reduce da mille peripezie (fuggito dalla propria patria perché nei guai con i gangster e la polizia, viene imprigionato dai pirati e poi venduto come schiavo su un'isola del sud-est asiatico, dove è addestrato all'arte del muay thai). Il premio per il vincitore è un'enorma statua d'oro che rappresenta un drago: ma per conquistarla, Dubois dovrà sconfiggere numerosi avversari, ciascuno in rappresentanza di una diversa nazione e dotato di una tecnica differente (il cinese usa il wushu, il giapponese il sumo, il francese il savate, il russo il sambo, il brasiliano la capoeira, il greco il pancrazio, ecc.). L'esordio di Van Damme alla regia può ricordare in parte il suo primo successo da attore, "Senza esclusione di colpi", anch'esso incentrato su un torneo di combattimenti a tecnica libera, e può contare su una buona confezione (ottima la fotografia, suggestivi gli scenari esotici). Prima che cominci il torneo, c'è una parte (forse troppo lunga) che introduce il personaggio nel setting della Grande Depressione e ci mostra come arriva in Tibet, in compagnia del trafficante-contrabbandiere Lord Dobbs (Roger Moore) e della bella giornalista Carrie Newton (Janet Gunn). Ma è solo dall'inizio dei vari scontri che la pellicola decolla, ricordando a tratti videogiochi come "Street Fighter" (per la caratterizzazione dei diversi personaggi) o il torneo Tenkaichi di "Dragon Ball" (assistiamo qui a tutti gli incontri, non solo a quelli che coinvolgono in protagonista: gli ottavi di finale, i quarti, le due semifinali e la finale contro il campione mongolo). Per i fan di Van Damme, ma non solo.

13 dicembre 2014

Porgi l'altra guancia (Franco Rossi, 1974)

Porgi l'altra guancia
di Franco Rossi – Italia 1974
con Bud Spencer, Terence Hill
*1/2

Rivisto in TV.

Padre Pedro (Bud Spencer) e Padre G. (Terence Hill, in realtà un ex galeotto) sono due preti missionari che alla fine dell'ottocento difendono gli indigeni di una piccola località dell'America Latina dalle prepotenze del mercanti occidentali. Invisi al principale proprietario terriero della zona di Maracaibo, il marchese spagnolo Gonzaga (discendente dei conquistador!) perché si oppongono alle sue politiche di sfruttamento della popolazione, ma anche alle alte sfere della chiesa cattolica, perché tollerano le credenze locali e predicano l'uguaglianza, i due daranno vita a una comunità clandestina che vive sugli alberi e che si batte contro i colonialisti. Girato subito dopo il grande successo di "...Altrimenti ci arrabbiamo", ma più nello stile e nell'impronta di "Più forte ragazzi" (di cui recupera l'ambientazione sudamericana), è uno fra i film meno riusciti e meno popolari della coppia. A lungo, probabilmente a causa dell'attacco alla chiesa cattolica, è stato anche tra quelli trasmessi con meno frequenza in televisione. Naturalmente non mancano i classici marchi di fabbrica dei due attori (botte e sganassoni, grandi mangiate, l'immancabile sequenza davanti alla roulette), ma proprio per questo la sensazione è che l'ambientazione e gli insoliti panni che i nostri eroi si trovano a vestire non siano che un pretesto per mettere in scena, sotto diversa forma ma con molta meno verve ed efficacia, cose già viste e ripetute. Poche anche le battute e le gag da ricordare. Bud e Terence avevano già vestito (false) tonache in "Continuavano a chiamarlo Trinità". Fra i "cattivi" spiccano Jean-Pierre Aumont (monsignor Delgado) e Robert Loggia (il marchese Gonzaga).

11 dicembre 2014

Ombre malesi (William Wyler, 1940)

Ombre malesi (The letter)
di William Wyler – USA 1940
con Bette Davis, James Stephenson
***

Visto in TV.

A Singapore, la moglie inglese (Bette Davis) del proprietario di una piantagione di caucciù (Herbert Marshall) uccide a colpi di pistola un suo compatriota, accusandolo di essersi introdotto in casa mentre il marito era assente ed averle tentato violenza. L'avvocato che la difende (James Stephenson) è convinto di farla facilmente assolvere per legittima difesa; ma tutto cambia quando viene a conoscenza di una lettera, scritta quella sera stessa dalla donna all'uomo ucciso, con cui lo invitava a raggiungerlo in casa e che implica come i due fossero amanti. Da un dramma di William Somerset Maugham ("The letter", già trasposto al cinema nel 1929), un noir torbido e melodrammatico, che può contare sulla magistrale prova della Davis e su un'affascinante e morbosa atmosfera sinistra, esotica e coloniale, impreziosita dalla fotografia di Tony Gaudio ("tutta giocata di taglio sulla bianca luce diffusa dalla luna piena", commenta Mereghetti). Che la versione dei fatti fornita dalla Davis non sia veritiera è evidente da subito allo spettatore, eppure il film riesce a costruirci sopra una vicenda carica di ambiguità e di tensione, fra dilemmi morali e difficili scelte da compiere, che si sviluppa inesorabile fino al finale con la reale confessione della donna al marito. Peccato soltanto per il controfinale "punitivo" imposto dal codice Hays, che non poteva tollerare di lasciare in vita un'adultera omicida. È il secondo dei tre film girati da Wyler con la Davis nel giro di pochi anni (dopo "La figlia del vento" del 1938 e prima di "Piccole volpi" del 1941): ai tempi i due avevano una relazione, il che non impediva loro di litigare accanitamente su come rendere al meglio alcune scene. Marshall, che qui interpreta il marito, compariva anche nella versione del 1929, ma nei panni dell'uomo ucciso. Gale Sondergaard è la misteriosa vedova asiatica, Victor Sen Yung è l'ambiguo segretario dell'avvocato. Nominato a sette premi Oscar, fra cui quelli per il miglior film, la miglior regia e la miglior attrice.

10 dicembre 2014

La congiuntura (Ettore Scola, 1965)

La congiuntura
di Ettore Scola – Italia 1965
con Vittorio Gassman, Joan Collins
**1/2

Visto in divx.

Il principe Giuliano Maria Niccolai Burgos (Gassman) appartiene a una delle più nobili famiglie di Roma, ammanicata con il Vaticano e assistente presso la Santa Sede. A differenza del nonno e degli altri membri della famiglia, però, è più interessato a fare la corte (senza successo) alle ragazze nei locali notturni della città che a presenziare al soglio pontificio. Quando incontra l'affascinante inglesina Jane (Collins), accetta di buon grado di accompagnarla fino in Svizzera per "andare a trovare la zia": ma ignora che la ragazza è una truffatrice, che intende servirsi della sua auto (dotata di targa CD, ovvero Corpo Diplomatico) per varcare indisturbata la dogana e portare così a Lugano un milione di dollari da depositare nelle banche svizzere per conto di un misterioso evasore fiscale. Durante il tragitto vivranno numerose avventure (compreso il furto dell'auto, poi ritrovata, a Rapallo) e anche Jane comincerà a provare affetto per lui. Il secondo lungometraggio di Scola (come sempre scritto in coppia con Ruggero Maccari), è una spigliata commedia on the road che abbina una trama dichiaratamente da fumetto a fugaci riflessioni sulla società dell'epoca (con le prime avvisaglie di una crisi economica che si riflette non soltanto nelle grande fughe di capitali all'estero, ma anche più semplicemente nella scena che mostra gli italiani che vanno a comprare la benzina in Svizzera). Non particolarmente memorabile, nel complesso: ma è salvata dalla verve dei due protagonisti, un Gassmann che aggiorna il suo personaggio ruspante e donnaiolo con una certa dose di ingenuità e di buone maniere (è pur sempre un principe!) e lo rende protagonista nel finale di sequenze d'azione e di inseguimento che sembrano uscire da un film americano (sia pur "italianizzate"), e una Joan Collins (doppiata da Maria Pia Di Meo) pulita e sbarazzina. In una delle scene iniziali, Gassman canta nel night club la canzone "Ritornerai" di Bruno Lauzi.

9 dicembre 2014

The adventures of Dollie (D. W. Griffith, 1908)

The adventures of Dollie
di David Wark Griffith [e Billy Bitzer] – USA 1908
con Gladys Egan, Linda Arvidson
**

Visto su YouTube.

Durante una gita in campagna insieme a papà e mamma, la piccola Dollie viene rapita da una coppia di zingari. Ma il barile di legno in cui l'hanno rinchiusa cade nel fiume mentre il carro lo sta guadando; e la bambina, trasportata dalla corrente, riesce così a tornare dai suoi genitori. L'interesse per questo cortometraggio di dodici minuti sta tutto nel fatto che si tratta dell'esordio alla regia di David Wark Griffith, l'uomo che di lì a poco (con il colossale e controverso "Nascita di una nazione", nel 1915) inventerà il linguaggio del cinema moderno. Qui lo stile è ancora quello dei primordi, con inquadrature statiche e riprese in campo medio, anche se si può apprezzare una prima idea di montaggio e il senso dell'inquadratura. Il film fu girato tutto in esterni, nell'arco di due giorni d'estate. Griffith, fino ad allora attore e sceneggiatore, era stato assunto dalla Biograph solo da pochi mesi: gli venne chiesto di cimentarsi alla regia in seguito a una grave malattia che aveva colpito Wallace McCutcheon, il regista di punta della compagnia. In questo primo film fu affiancato da G. W. "Billy" Bitzer (non accreditato), suo futuro direttore della fotografia, col quale continuerà a collaborare fino al 1929 condividendo molte innovazioni tecnologiche. La piccola protagonista Gladys Egan, che non aveva nemmeno tre anni, divenne una "baby diva" e apparve in un centinaio di film (di cui 92 diretti dallo stesso Griffith). Linda Arvidson, che interpreta la madre, era invece la moglie del regista. Le condizioni della copia esistente non sono il massimo, ma almeno è stata conservata, come peraltro la maggior parte degli oltre 500 (!) film girati da Griffith in 24 anni di carriera (oltre 450 dei quali per la Biograph, con cui rimase fino al 1913): notevole, per un'era pionieristica in cui la gran parte dei film sono andati perduti.

6 dicembre 2014

Il ritorno dello Jedi (Richard Marquand, 1983)

Star Wars Episodio VI: Il ritorno dello Jedi
(Star Wars Episode VI: The return of the Jedi)
di Richard Marquand – USA 1983
con Mark Hamill, Harrison Ford, Carrie Fisher
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

L'impero galattico sta costruendo una seconda "Morte Nera", la stazione spaziale in grado di distruggere interi pianeti, ancora più potente della prima: potrebbe essere l'arma risolutiva nel conflitto contro l'alleanza ribelle. Dopo aver salvato l'amico Ian Solo (che al termine del film precedente era stato "congelato" in un blocco di grafite e consegnato dal cacciatore di taglia Boba Fett al suo creditore, il mostruoso Jabba the Hutt) e essersi brevemente recato su Dagobah per dare l'ultimo saluto al maestro Yoda (che in punto di morte gli rivela come anche la principessa Leila sia con lui imparentata: si tratta infatti di sua sorella gemella), Luke Skywalker – divenuto ormai un cavaliere Jedi ma ancora scosso per la rivelazione che il malvagio Dart Fener è in realtà suo padre – si riunisce ai compagni per sferrare l'attacco decisivo contro il nemico. Mentre Ian, Leila, Chewbacca e gli androidi – aiutati dagli Ewok, una razza di orsetti combattenti che popolano la luna boscosa di Endor – hanno il compito di disattivare gli scudi che proteggono la Morte Nera, e Lando Calrissian guida l'attacco dei ribelli contro la stazione spaziale, Luke si troverà a confrontarsi direttamente con l'Imperatore, che tenterà di portare anche lui – come suo padre – dal "lato oscuro della Forza". La trilogia "classica" di Guerre Stellari (composta dagli Episodi IV, V e VI) si conclude con lo scontro finale fra il bene e il male. L'ago nella bilancia nel confronto fra Luke e l'Imperatore, a sorpresa (ma non troppo), è Dart Fener, ossia Anakin Skywalker (è qui che viene rivelato per la prima volta il suo vero nome), che all'ultimo istante utile ritorna improvvisamente dalla parte del figlio, rinnegando così il suo tradimento. In un certo senso, il titolo della pellicola si riferisce proprio ad Anakin e non a Luke: è lui che "torna" ad essere un Jedi. E la successiva trilogia dei "prequel" (Episodi I, II, III), che George Lucas realizzerà una ventina di anni più tardi, lo cementerà come il personaggio centrale, il vero protagonista della saga di "Star Wars", che racconta di fatto, come lo stesso Lucas l'ha denominata, la "tragedia di Anakin Skywalker" (almeno fino ad ora: quello che la Disney farà con i capitoli che usciranno dal 2015 in poi è ancora tutto da vedere).

Se le prime due pellicole avevano ricevuto un'accoglienza unanimamente positiva, il terzo film della serie ha sempre diviso fan e critici ed è stato spesso considerato come il più debole della trilogia. Da un lato l'epico confronto finale fra Luke, Fener e l'Imperatore rappresenta di certo uno dei momenti chiave della saga; dall'altro è però indubbio che molto di ciò che lo precede, soprattutto a livello di sceneggiatura, è discutibile o manca di quel pathos e di quell'atmosfera che rendevano così speciali e "reali" le ambientazioni fantascientifiche e i rapporti fra i personaggi. Incentrare gran parte della trama sulla costruzione di una seconda Morte Nera (con tanto di attacco delle navi ribelli al suo punto critico), per cominciare, non fa altro che riproporre situazioni già viste nel primo film, mentre la trovata di rendere Leila la sorella di Luke non sembra servire alcuna reale necessità narrativa (se non quella, puramente extrafilmica, di dare il "via libera" alla sua love story con Ian Solo), visto che non sfocia in alcuno sviluppo concreto e, anzi, complica inutilmente l'albero genealogico degli Skywalker (in Episodio III bisognerà fare i salti mortali per spiegare come mai Fener ignorasse l'esistenza di una seconda figlia). Certo, si doveva giustificare in qualche modo la sibillina frase di Yoda nell'episodio precedente, quando rispondendo ad Obi-Wan ("Il ragazzo è la nostra ultima speranza") diceva "No, ce n'è un'altra": ma siamo sicuri che non ci fosse altro modo? Ulteriori lamentele sono dovute all'eccessivo spazio riservato agli Ewok, piccole e buffe creaturine che sembrano fatte apposta per catturare l'attenzione dei più piccoli. La serie di "Star Wars", è vero, ha sempre goduto di un certo appeal presso i bambini: ma i fan della prima ora erano ormai cresciuti, mentre i toni sembrano invece a tratti essere regrediti rispetto alle prime due pellicole. Lo stesso si può dire per la lunga sequenza iniziale ambientata nella fortezza di Jabba, che è tutto un proliferare di pupazzi, mostriciattoli e muppet di varia natura, molti dei quali dall'aria più ridicola che minacciosa (non a caso, la sequenza è oggi ricordata più per il costumino succinto di Leila in versione "schiava" che non per il senso di pericolo trasmesso dai suddetti mostri). E anche a livello di scenografie il film è meno ricco e aggiunge poco al vasto universo della saga (si torna su Tattoine e Dagobah, e si va sul satellite boscoso di Endor: le riprese furono effettuate nel parco nazionale di Redwood).

Molto di questi difetti sono dovuti ai mutamenti d'idee dello stesso Lucas nel periodo intercorso fra "L'impero colpisce ancora" (1980) e questo film. Problemi personali e famigliari, stanchezza e depressione lo portarono a voler concludere in fretta la saga e a fare un passo indietro rispetto alle atmosfere più cupe del capitolo precedente. Lo script (a un certo punto il titolo era "La vendetta dello Jedi", prima che fosse cambiato perché "gli Jedi non si vendicano") attraversò diverse fasi di sviluppo, sin quando Lucas non impose al co-sceneggiatore Lawrence Kasdan il finale in cui Fener si redime completamente (nelle prime versioni si assisteva a uno scontro fra Fener e l'Imperatore, entrambi malvagi, per il possesso di Luke). Altri cambiamenti furono l'introduzione degli Ewok (in origine gli abitanti della luna erano i Wookie), il salvataggio di Ian (non avendo Harrison Ford sotto contratto, si pensava di farlo morire subito) e il ritorno su Dagobah (per consentire a Yoda di confermare a Luke che Fener era suo padre: "altrimenti i bambini avrebbero pensato che il cattivo mentiva"). Per la regia, dopo aver inutilmente contattato gli allora giovani talenti David Lynch e David Cronenberg (e chissà che film ne potevano venire fuori!), Lucas scelse Richard Marquand, regista britannico reduce da "La cruna dell'ago" (1981) e che sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1987, a soli 40 anni. La presenza sul set di Lucas (che comunque diresse la seconda unità) fu comunque costante, tanto che Marquand commentò così la propria esperienza con "Star Wars": "È come tentare di dirigere il Re Lear con Shakespeare nella stanza accanto!". La relativa inesperienza di Marquand con gli effetti speciali non gli impedì di realizzare comunque sequenze memorabili come quella del Sarlacc che fuoriesce dalla buca nel deserto (ispirata forse ai vermi di "Dune", che proprio David Lynch stava portando sullo schermo in quegli anni), la battaglia spaziale davanti alla Morte Nera, e soprattutto le scene di inseguimento con le moto volanti fra gli alberi della luna di Endor, girate con la Steadicam. Dal lato tecnico, è da segnalare che si tratta del primo film ad aver utilizzato la tecnologia audio THX. Cast e troupe sono in gran parte gli stessi dei capitoli precedenti: fra i nuovi ingressi spicca quello di Ian McDiarmid nei panni dell'Imperatore, mentre Sebastian Shaw dona le sue fattezze ad Anakin (nell'edizione uscita in dvd, però, il suo volto nella scena in cui appare a Luke come fantasma è stato sostituito con quello di Hayden Christensen, che interpreta il personaggio da giovane nei prequel).

5 dicembre 2014

Il papavero (Kenji Mizoguchi, 1935)

Il papavero (Gubijinsō)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1935
con Ichiro Tsukida, Daijiro Natsukawa
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Rivisto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Ono, orfano ma brillante studente, è stato cresciuto come un figlio a Kyoto dall'anziano professor Inoue. Questi spera che il ragazzo, una volta laureato, sposi sua figlia Sayoko: e per questo motivo i due lo raggiungono a Tokyo, dove sta studiando per il dottorato. Ma Ono, nel frattempo, si sta lasciando tentare dalla prospettiva di sposare invece Fujio, ragazza ricca e di buona famiglia, alla quale dà lezioni private. Da un romanzo di Natsume Soseki, un melodramma sentimentale piuttosto didascalico e non troppo interessante, anche dal punto di vista stilistico. Come capita spesso nei film di Mizoguchi, la figura maschile risulta debole e indecisa, e a farne le spese sono le donne. Ma qui, contrariamente ad altre pellicole del regista, c'è spazio per un ravvedimento e per un lieto fine (più per merito di Hajime, compagno di studi che lo spinge a guardare dentro sé stesso e a capire qual è la cosa giusta da fare, che non dello stesso Ono, perennemente in crisi e combattutto fra la gratidudine verso il professore, l'amore per Sayoko e l'interesse per Fujio). Il contrasto fra Sayoko e Fujio non è solo quello fra povertà e ricchezza, ma anche fra tradizione (la prima, pudica e suonatrice di koto) e modernità (la seconda, alla moda e spregiudicata): quest'ultima, addirittura, ha la "pretesa" di scegliere da sé l'uomo che sarà suo marito (donandogli il suo orologio d'oro), anziché farselo imporre dal padre (che aveva scelto Hajime). Registicamente sono da segnalare giusto le prime inquadrature (con Inoue che cancella dai muri della via le scritte di apprezzamento nei confronti della bellezza della figlia) e le ultime (con il confronto fra Fujio e Hajime di fronte al mare). Nella colonna sonora si riconoscono temi di Puccini (da "La Boheme"), Liszt ("Liebestraum") e Chopin.