26 aprile 2017

La pazza gioia (Paolo Virzì, 2016)

La pazza gioia
di Paolo Virzì – Italia 2016
con Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Ospiti di una comunità per donne affette da disturbi mentali, Beatrice (Bruni Tedeschi) e Donatella (Ramazzotti) approfittano di un'occasione per "evadere" per qualche giorno, con l'idea di darsi alla "pazza gioia". Ma i traumi del passato torneranno a farsi vivi. Sorta di "Thelma & Louise" all'italiana, con il tema del disturbo psichico come filo conduttore (Virzì ha dichiarato di essersi ispirato a "Qualcuno volò sul nido del cuculo" e a "Un tram chiamato desiderio" per alcune battute di Beatrice), un ritratto di due donne fragili e malate anche se in maniera diversa, che pure riescono a confortarsi a vicenda e a superare finalmente alcuni dei problemi che le tormentano. Beatrice è la "matta aristocratica", bipolare, esuberante e piena di illusioni, incapace di controllarsi o di fare i conti con la realtà. Donatella è più cupa, fragile e insicura, tormentata dalla depressione e da un passato tragico, potenzialmente incline alla violenza ma anche a lasciarsi trascinare dagli eventi. Nel corso della loro fuga, man mano che anche lo spettatore viene a conoscenza dei retroscena delle loro storie, le due donne sapranno incredibilmente darsi forza l'un l'altra – inizialmente in modo caotico (con Beatrice come forza propulsiva) – e soprattutto accettare finalmente i propri problemi (la scena della confessione di Donatella sul lungomare, con Beatrice che si riconosce finalmente a sua volta nell'amica, commentando con una sequela di "Anch'io" il racconto della sua depressione, è senza dubbio toccante). Peccato che il film non sfugga alle solite trappole del cinema italiano, la retorica e il sentimentalismo in primis, ma anche un'eccessiva "densità" e quindi pesantezza, e lasci più di una volta il sospetto che sia stato scritto e girato sempre con lo spettatore in mente. Brave le due attrici, vero punto di forza della pellicola anche se alle prese con personaggi macchiettistici, mentre la regia è convenzionale e si affida in gran parte alla fotografia di Vladan Radovic. L'azione si svolge tutta in Toscana (Villa Biondi, la comunità terapeutica da cui fuggono le due ragazze, è in provincia di Pistoia: e le loro peregrinazioni le portano in particolare a Montecatini, Viareggio e Capannori). Un altro tema che torna a più riprese è quello della maternità e del rapporto con i genitori. A proposito, le mamme delle due ragazze sono interpretate da Anna Galiena e Marisa Borini (quest'ultima è madre della Bruni Tedeschi anche nella vita reale). Francesca Archibugi, co-sceneggiatrice insieme a Virzi, si autoinserisce come regista del film che viene girato nella villa un tempo appartenuta alla famiglia di Beatrice. Nella colonna sonora ritorna spesso "Senza fine" cantata da Gino Paoli.

24 aprile 2017

L'altro volto della speranza (Aki Kaurismäki, 2017)

L'altro volto della speranza (Toivon tuolla puolen)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 2017
con Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen
***

Visto al cinema Eliseo.

Da sempre intento a ritrarre il mondo degli umili e degli emarginati, già nel precedente "Miracolo a Le Havre" Kaurismäki aveva affrontato il tema, così d'attualità, dell'immigrazione e dei rifugiati che giungono in Europa per fuggire dalle guerre del Medio Oriente. Qui (in quello che dovrebbe essere, secondo il suo intento, il capitolo centrale di una "trilogia sui porti") ne fa il centro della pellicola, o almeno uno dei centri, visto che uno dei due protagonisti è Khaled Ali (Haji), profugo siriano che, per una serie di circostanze, si ritrova in Finlandia, separato dall'amata sorella di cui ha perso le tracce. Il suo tentativo di chiedere asilo alle autorità finlandesi viene frustrato, e Khaled si dà alla clandestinità: viene accolto e protetto da Waldemar Wikström (Kuosmanen), anziano proprietario di un ristorante, e dai suoi dipendenti, che lo aiuteranno anche a rintracciare la sorella. D'altronde, che il mondo venga portato avanti grazie alla solidarietà fra i singoli esseri umani, spesso proprio quelli degli strati sociali più bassi, è un tema costante delle pellicole del regista finlandese (qui evidente anche nell'amicizia fra il siriano Khaled e l'iraniano Mazdak; ma c'è anche l'operatrice del centro di accoglienza che lo aiuta a fuggire, il camionista che gli riporta la sorella, e altri esempi ancora). Lo stesso Wikström è un personaggio assolutamente kaurismäkiano, sin dalla scena che lo introduce, nel quale dà silenziosamente addio alla moglie alcolizzata e va via di casa. Impiegato come commesso viaggiatore ma deciso a cambaire vita, grazie a una cospicua vincita al gioco (una partita a poker sembra l'ideale per personaggi dalle facce sempre imperturbabili come quelli di Kaurismäki: ma per una volta, nel momento in cui svela la mano vincente, sul volto di Wikström si nota l'accenno di un sorriso!), ottiene il denaro necessario per acquistare il ristorante (come già in "Nuvole in viaggio", la ristorazione si rivela una risorsa vincente), ereditandone anche i tre bizzarri dipendenti (magistralmente interpretati da Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen e Nuppu Koivu). E se gli affari non vanno bene, si può sempre provare a trasformarlo in un sushi bar (in una sequenza esilarante, che oltre a far ridere fa anche riflettere: nel servire ai malcapitati turisti giapponesi delle aringhe salate con una dose abbondante di wasabi, i personaggi fanno quello che fa il film stesso: far incontrare insieme elementi che provengono da mondi diversi e che hanno poco in comune l'uno con l'altro). Per il resto, siamo dalle parti del "solito" Kaurismäki: personaggi senza casa, lunghi e rarefatti silenzi, momenti di sottile umorismo, una nostalgica malinconia (abiti e automobili guardano al passato, i prezzi del ristorante sono ancora in marchi, nonostante ormai sia in vigore l'euro), la retorica ai minimi livelli anche quando si parla dei drammi sociali di questi giorni, un grande uso degli spazi e del colore, e tanta musica diegetica (quasi tutte le canzoni che si sentono durante il film sono "eseguite" da artisti di strada o nei locali), fino a un finale (almeno in parte) riappacificatorio. E naturalmente non poteva mancare un cagnolino, in questo caso la simpatica Koistinen (lo stesso nome del protagonista de "Le luci della sera"). Breve cameo per Kati Outinen (la negoziante che progetta di emigrare in Messico). Il doppiaggio italiano, a differenza che in passato, mi è sembrato voler infondere a forza qualche emozione nelle voci dei personaggi, un effetto straniante se accoppiato all'impassibilità dei loro volti.

22 aprile 2017

The red spectacles (Mamoru Oshii, 1987)

The Red Spectacles (Akai megane)
di Mamoru Oshii – Giappone 1987
con Shigeru Chiba, Machiko Washio
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Siamo in un mondo parallelo, in un futuro cupo e non molto remoto (il film si svolge nel 1998). Tre anni dopo aver disertato dall'unità militare speciale Kerberos ("i cani da guardia dell'inferno") della Polizia Metropolitana ed essere fuggito dalla città per essersi ribellato alla dispotica autorità che la controlla, Koichi Todome (Chiba) vi fa ritorno in incognito, in cerca dei suoi compagni di un tempo, Midori Washio e Soichiro Toribe... Ma dovrà guardarsi dai "gatti" che gli danno la caccia, guidati dall'infido Bunmei. Le sue peregrinazioni nei bassifondi della città assumono ben presto contorni bizzarri, paranoici e claustrofobici: Koichi non sa di chi può fidarsi, nemmeno degli amici di una volta, e si ritrova imprigionato in situazioni kafkiane, grottesche e oniriche. Molto di ciò che sperimenta durante la notte si rivela in effetti una messinscena "cinematografica", il tutto mentre sembra perseguitato dal misterioso volto di una ragazza, esposto in manifesti affissi un po' ovunque. Distinguere fra sogno e realtà si fa sempre più difficile: e se fosse tutto frutto della sua immaginazione? Sceneggiato insieme a Kazunori Ito, si tratta del primo film in live action di Mamoru Oshii, che fino ad allora si era occupato soltanto di animazione (in particolare lavorando alla serie di "Lamù, la ragazza dello spazio"). E proprio da "Urusei Yatsura" proviene la maggior parte degli interpreti (Shigeru Chiba, Machiko Washio, Hideyuki Tanaka, Tessho Genda, Ichiro Nagai), che lì erano semplici doppiatori e qui invece recitano in carne e ossa. Superato il difficile impatto con i primi, imbarazzanti, minuti (dove sembrava di trovarsi di fronte a un film fanta-bellico di bassissima qualità), si scopre che si tratta in effetti di un noir distopico ed esistenzialista, ambientato tutto in una notte, che peraltro si dipana nel consueto (ma spesso spiazzante) mix di atmosfere inquietanti e comicità demenziale, pretenziosità avanguardistica e citazioni letterarie (Shakespeare, fiabe) cui Oshii ci aveva già abituato durante la serie di Lamù. Forse per via del basso budget ma anche per scelta artistica, l'estetica è volutamente povera, con una fotografia in bianco e nero o color seppia (a parte i primi e gli ultimi minuti) che ricorda certe pellicole dell'Europa dell'est, ma ha anche echi di Carroll ("Alice nel paese delle meraviglie") e Gilliam ("Brazil"). Memorabile Chiba (che doppiava Megane in "Urusei Yatsura"), sempre con occhiali da sole anche di notte, impermeabile e valigiona. E bellissimo (anche se da interpretare) il finale con Mako Hyodo, futura Ketsune "Croquette" O-Gin. Fra gli elementi più interessanti che vengono introdotti, il fatto che il governo abbia vietato le bancarelle che vendono cibo per la strada, costringendo alcuni gruppi di resistenza a frequentare ristoranti clandestini di soba e udon (si citano qui diversi "professionisti delle mangiate", o "maestri del fast food" che dir si voglia, pittoreschi personaggi addestrati ad abbuffarsi nei chioschi di strada senza pagare il conto, già apparsi in un episodio di Lamù e che torneranno in future opere di Oshii, come "Tachiguishi retsuden"). Già, perché "The Red Spectacles", insieme al radiodramma "While Waiting for the Red Spectacles", realizzato nello stesso anno, costituisce di fatto il primo capitolo di un lunghissimo corpus narrativo (la "Kerberos saga"), ambientato in una realtà parallela, che Oshii ha portato avanti per tutta la sua vita, attraverso diversi media (romanzi, film dal vivo e in animazione, radiodrammi, manga). I film immediatamente successivi (tecnicamente dei prequel di questo) saranno "Stray Dog: Kerberos Panzer Cops" (live action, 1991) e "Jin-Roh" (animazione, 1997). Da notare come una delle pietanze che si dicono essere state dichiarate illegali è "l'uovo dell'angelo", il titolo di un film d'animazione dello stesso regista ("Tenshi no tamago"). La musica di Kenji Kawai, frequente collaboratore di Oshii (lavorerà anche in "Patlabor" e "Ghost in the Shell"), presenta anch'essa momenti spiazzantemente buffi.

20 aprile 2017

Cacciatore bianco, cuore nero (C. Eastwood, 1990)

Cacciatore bianco, cuore nero (White Hunter, Black Heart)
di Clint Eastwood – USA 1990
con Clint Eastwood, Jeff Fahey
**

Visto in divx, alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

John Wilson (Eastwood), regista hollywoodiano anticonformista e poco incline ai compromessi ("Chi fa un film deve fregarsene altamente di chi va a vederlo"), accetta di dirigere un lungometraggio in Africa, ma solo perché intende approfittare dell'occasione per soddisfare un suo personale capriccio: quello di dare la caccia a un elefante. E infatti, una volta giunto in Kenya, trascura il lavoro e pensa soltanto a organizzare un safari, coinvolgendo anche lo sceneggiatore del film, Pete Verrill (Jeff Fahey), in quella che diventa una vera e propria ossessione. Girato in Zimbabwe e tratto da un romanzo (del 1953) di Peter Viertel, che romanzava le esperienze vissute durante la lavorazione de "La regina d'Africa" (il protagonista è evidentemente ispirato a John Huston, Verrill è l'alter ego dello stesso Viertel), un film non del tutto soddisfacente: il soggetto e soprattutto l'ambientazione avevano grandi potenzialità, ma la realizzazione manca della forza necessaria per elevare la vicenda su un piano larger-than-life, come forse autori come Peter Weir o Werner Herzog sarebbero riusciti a fare (per non parlare dello stesso Huston). Così com'è, l'ossessione di Wilson per la caccia all'elefante rimane qualcosa di elusivo e inspiegabile, un suo fatto personale – conseguenza forse della sua megalomania e delle sue insicurezze – che gli impedisce di connettersi non solo con gli altri personaggi ma anche con gli spettatori. E sequenze come quella in cui si dimostra intollerante al razzismo dei bianchi colonialisti in Africa sembrano quasi dei corpi estranei (curiosità: la scazzottata con Clive Mantle, secondo alcuni, è l'unico caso in cui Clint, sullo schermo, le busca in uno scontro alla pari).

18 aprile 2017

Enemy (Denis Villeneuve, 2013)

Enemy (id.)
di Denis Villeneuve – Canada/Spagna 2013
con Jake Gyllenhaal, Mélanie Laurent
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'insegnante di storia Adam Bell (Gyllenhaal) scopre per caso che esiste un suo sosia, l'attore Anthony Claire, uguale in lui in tutto e per tutto, persino nella voce. Non saprà resistere alla tentazione di incontrarlo... Dal romanzo "L'uomo duplicato" di José Saramago, uno pseudo-thriller psicologico e kafkiano che parla del subconscio e di una personalità dissociata. C'è chi lo ha paragonato a certe opere di Cronenberg o di Lynch (io citerei anche "Partner" di Bertolucci) nel mettere in scena l'angoscia e il disturbo mentale di un personaggio che si rispecchiano nel mondo che lo circonda. Tanti indizi disseminati qua e là (la conversazione con la madre, in particolare, è rivelatrice) ci fanno infatti capire che i due uomini sono davvero la stessa persona (o se vogliamo, la sovrapposizione quantistica di due identità diverse, con tracce dell'una che confluiscono nell'altra), mentre alcuni inserti onirici a base di donne-ragno (che sfociano nello strano e "scioccante" finale) suggeriscono che molti dei suoi problemi dipendono proprio dal rapporto con le donne. Peccato che il continuo tentativo di costruire la tensione vada spesso a vuoto: forse il film reggerebbe meglio a una seconda visione, dopo averlo già "inquadrato", visto che la prima volta si ha la forte sensazione che si tratti di molto fumo e poco arrosto. In ogni caso, la pellicola punta le sue carte migliori sull'interpretazione di un barbuto Gyllenhaal (Mélanie Laurent e Sarah Gadon, quest'ultima incinta, sono invece le donne di Adam/Anthony, rispettivamente l'amante e la moglie; Isabella Rossellini è la madre) e sull'atmosfera costruita attraverso la fotografia filtrata di Nicolas Bolduc e la colonna sonora incessante di Daniel Bensi e Saunder Jurriaans.

17 aprile 2017

Elling (Petter Næss, 2001)

Elling (id.)
di Petter Næss – Norvegia 2001
con Per Christian Ellefsen, Sven Nordin
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Al quarantenne Elling, che ha vissuto tutta la vita con la madre ed è pertanto incapace di socializzare o di cavarsela da solo nella vita, e al sempliciotto Kjell Bjarne, che pensa soltanto al cibo e alle donne e che ha conosciuto nella clinica psichiatrica dove è stato ricoverato alla morte della madre, viene assegnato un appartamento nel centro di Oslo, dove dovranno abitare e – seguiti da un assistente dei servizi sociali – tentare di (ri)adattarsi alla vita normale. Ma non sarà facile, vista la resistenza di entrambi persino per uscire di casa. Ci riusciranno grazie al reciproco sostegno, ad alcuni fortunati incontri (per Elling un anziano intellettuale che ne favorisce la naturale inclinazione per la poesia, per Kjell Bjarne la vicina del piano di sopra, incinta e abbandonata dal compagno). Pellicola indipendente di stampo "basagliano": il tema della riabilitazione dei pazienti psichiatrici e del loro ritorno a una vita normale è affrontato con leggerezza, garbo e umorismo, e il film è narrato tutto dal punto di vista dei due protagonisti, senza drammi o retorica. Il segreto del successo, come sempre, sta nei primi passi da compiere (i più difficili, certo) per uscire dal proprio guscio. Memorabile la scelta di Elling di diventare un misterioso "poeta in incognito", lasciando le sue composizioni (firmate "E.") nelle confezioni di crauti al supermercato. Candidato per la Norvegia all'Oscar per il miglior film straniero, è tratto da una serie di quattro romanzi con lo stesso protagonista (il regista ha girato anche un sequel, nel 2005).

15 aprile 2017

Oltre le nuvole, il luogo promessoci (M. Shinkai, 2004)

Oltre le nuvole, il luogo promessoci
(Kumo no muko, yakusoku no basho)
di Makoto Shinkai – Giappone 2004
animazione tradizionale
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Sergio.

In una realtà parallela in cui il Giappone, a partire dagli anni settanta, è diviso in due parti (l'Hokkaido, rinominato Ezo, è sotto il dominio di una fantomatica "Unione" – che si tratti dell'Unione Sovietica? l'adattamento italiano non lo conferma – mentre il resto del paese è ancora controllato militarmente dagli americani), due ragazzi – Hiroki e Takuya – progettano di costruire un velivolo per raggiungere l'enorme e affascinante torre eretta dai nemici nel centro del loro territorio. I due promettono alla compagna di classe Sayuri, di cui Hiroki è innamorato, di portarla con loro: ma gli eventi lo impediranno. Tre anni più tardi, mentre si addensano venti di guerra (e dopo che Sayuri è caduta in un misterioso coma), mantenere finalmente quella promessa potrebbe rivelarsi l'unico modo per salvare il mondo dalla distruzione... Il primo lungometraggio cinematografico di Makoto Shinkai, in precedenza autore di alcuni corti e di vari filmati per videogiochi, è anche il primo suo lavoro che vedo: francamente non mi ha fatto una grande impressione. Tanto ambizioso e stratificato (un presente alternativo, giovani scienziati in erba, un amore che supera le dimensioni, un'atmosfera di nostalgica malinconia) quanto distante e noioso, getta nel calderone molti temi e luoghi comuni del cinema d'animazione e del fumetto giapponese (gli amori scolastici, la guerra, la tecnologia), ammantandoli di un vuoto poeticismo e di un astratto romanticismo, e si trascina stancamente senza mai ravvivare l'interesse di uno spettatore lasciato alla deriva in una storia confusa, con protagonisti anonimi e dalla caratterizzazione poco originale (qui la colpa in parte è anche del character design). Sia il world building sia il rapporto fra i sogni e le realtà parallele non sfociano in nulla se non in una serie di banalità sull'amore e il destino, mentre gli elementi fantascientifici si rivelano un'inutile zavorra. Evidente, in ogni caso, una certa influenza da Miyazaki (a partire dal tema del volo). Nulla di eccezionale l'animazione. Pessimo il doppiaggio italiano.

13 aprile 2017

Libere, disobbedienti, innamorate (M. Hamoud, 2016)

Libere, disobbedienti, innamorate (In between, aka Bar Bahar)
di Maysaloun Hamoud – Israele 2016
con Sana Jammelieh, Mouna Hawa
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina e Sabine.

Tre ragazze palestinesi condividono un appartamento a Tel Aviv e cercano di mantenere la propria autonomia di fronte a una società maschilista che ne disapprova le scelte fuori dalle regole. L'emancipata Leila (Mouna Hawa) è un'avvocatessa che trascorre le serate tra feste con gli amici, alcol, fumo e droghe. Disincantata, sembra infine aver trovato l'amore: ma l'infatuazione finirà quando verrà alla luce l'ipocrisia del ragazzo nei confronti del suo stile di vita. La più giovane Nour (Shaden Kanboura), che invece è mussulmana praticante, sta terminando gli studi di informatica all'università, mentre la sua famiglia le ha già trovato un futuro marito: quando questi la violenterà, Nour troverà il coraggio di rompere il fidanzamento e di andare avanti per la sua strada da sola. L'anticonformista Salma (Sana Jammelieh) proviene invece da una famiglia cristiana, ama la musica (fa la DJ) e per mantenersi lavora come barista: quando i suoi genitori scopriranno che è lesbica, sarà costretta a fuggire. Le loro storie hanno in comune il desiderio di vivere, divertirsi, ma soprattutto autodeterminarsi come farebbe qualsiasi ragazza in altre parti del mondo. E si ritrovano dunque schiacciate ("In between", come recita il titolo internazionale) fra il peso di una tradizione che vuole le donne sottomesse e umiliate, e la spinta a ribellarsi, a evadere, o semplicemente a restare sé stesse, magari sostenendosi a vicenda con la solidarietà femminile. Opera prima di una giovane regista dallo stile ancora poco personale, il film ha il pregio di offrire uno sguardo non convenzionale sulla gioventù palestinese e, per una volta, di non soffermarsi sul conflitto fra arabi e israeliani (cui è dedicato, di sfuggita, solo un breve dialogo al ristorante). Anche se il tono è diverso, può ricordare i lavori della libanese Nadine Labaki (anche per l'incipit, che mostra una ceretta con il caramello, come in "Caramel"). Brave le attrici.

12 aprile 2017

I cinque volti dell'assassino (J. Huston, 1963)

I cinque volti dell'assassino (The list of Adrian Messenger)
di John Huston – USA 1963
con George C. Scott, Jacques Roux
**

Visto in divx.

Questo film è passato alla storia, più che per il suo reale valore (è un giallo vecchio stile, ambientato in Gran Bretagna, tratto da un romanzo di Philip MacDonald), per la trovata pubblicitaria di accreditare sulle locandine e nei titoli di testa cinque attori di punta (Tony Curtis, Burt Lancaster, Robert Mitchum, Kirk Douglas e Frank Sinatra) che recitano camuffati con maschere di gomma praticamente per l'intero film. Uno di essi, in effetti, è l'assassino, che alterna numerosi travestimenti per portare a termine i suoi loschi piani, mentre gli altri sono soltanto comprimari utilizzati per intorpidire le acque: ben sapendo che lo spettatore (visti i limiti del trucco dell'epoca) si sarebbe accorto quando il volto di un personaggio era finto, Huston e i produttori pensarono di aggiungere altri personaggi mascherati, che fossero sospettabili in ugual misura. La trama vede lo scrittore inglese Adrian Messenger (John Merivale) chiedere all'amico Anthony Gethryn (George C. Scott), agente segreto ora in pensione, di indagare su una lista di nomi: si tratta di persone di varia estrazione sociale, apparentemente senza legami fra loro, rimaste tutte vittima in tempi recenti di misteriose "morti accidentali", Quando lo stesso Adrian scompare in un incidente aereo, Anthony si convince che sia all'opera un misterioso assassino. Con l'aiuto del francese Raoul Le Borg (Jacques Roux), unico sopravvissuto allo stesso disastro aereo e innamorato della cugina di Adrian, Lady Jocelyn (Dana Wynter), il detective focalizzerà i sospetti su George Brougham, "pecora nera" di una famiglia ricca e aristocratica, che prima di ereditarne il patrimonio intende cancellare ogni traccia di un misfatto da lui compiuto durante la guerra, eliminando uno a uno i possibili testimoni... Per il regista si trattò di una pellicola di poco impegno, da girare mentre era in villeggiatura nella sua casa in Irlanda, e con lunghe sequenze incentrate su una delle sue passioni: la caccia alla volpe. E infatti, se la prima parte punta tutte le sue carte sui numerosi travestimenti dell'assassino, l'ultima mezz'ora si ravviva grazie al setting nel mondo dell'aristocrazia britannica. Piccole parti per "vecchie glorie" come Clive Brook, Gladys Cooper e Herbert Marshall.

11 aprile 2017

Lasciati andare (Francesco Amato, 2017)

Lasciati andare
di Francesco Amato – Italia 2017
con Toni Servillo, Veronica Echegui
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Elia Venezia (un Servillo per una volta prestato alla commedia), psicanalista ebreo di mezza età, è annoiato dalla vita, tiene tutto e tutti a distanza, e pare completamente indifferente a ciò che lo circonda. E questo si aggiunge agli altri tratti negativi che ormai lo caratterizzano: è infatti pigro, caustico, goloso, indolente, passivo, egoista, tirchio, incapace di smuovere un'esistenza che ruota ancora intorno alla (ex) moglie (Carla Signoris), che abita nell'appartamento a fianco e da cui continua a dipendere, anche sentimentalmente, senza però volerlo ammettere. Quando, per problemi di salute, viene convinto a frequentare una palestra, fa la conoscenza di Claudia (Echegui), giovane e spigliata personal trainer spagnola con un background avventuroso. E la reciproca frequentazione (la trainer dovrebbe allenare il corpo dell'uomo, lo psicanalista fare chiarezza nella mente della ragazza) non farà che del bene a entrambi. Lo spunto alla base del film è il più semplice che si può, ed evidentemente troppo esile (e stereotipato) per costruirci sopra un intero lungometraggio: ecco dunque che, nella seconda parte, deve essere "rimpolpato" con una trama più movimentata, che coinvolge uno degli ex di Claudia, Ettore (l'ottimo Luca Marinelli), uno scalcinato ladro di gioielli che vorrebbe sfruttare le doti di ipnotista di Elia per riuscire a ricordare dove ha nascosto il malloppo... Se l'originalità non è il suo forte, il film ha però il merito di non perdere mai la briosa vivacità che lo caratterizza, e tutto sommato riesce a divertire fino alla fine grazie al ritmo frenetico, a battute piacevoli (le migliori: quella su Winnicott, confuso da Claudia con Winny the Pooh, e quella di Ettore sul nome della bambina) e personaggi simpatici (Servillo è il mattatore, ma anche i comprimari fanno la loro parte). Piccoli ruoli per Giacomo Poretti (uno dei pazienti di Elia), Giulio Beranek (il calciatore gay) e Vincenzo Nemolato (il ladro ucraino). Nella colonna sonora, la mozartiana "Non più andrai, farfallone amoroso".

9 aprile 2017

Ryuzo and the seven henchmen (T. Kitano, 2015)

Ryuzo and the Seven Henchmen (Ryuzo to shichinin no kobuntachi)
di Takeshi Kitano – Giappone 2015
con Tatsuya Fuji, Masaomi Kondo
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Forse bisogna accettare finalmente il fatto che il Kitano degli anni novanta, quel cineasta poliedrico, sorprendente e innovatore che sfornava capolavori geniali e inarrivabili uno dopo l'altro, non tornerà più. Eppure il buon Takeshi ha ancora le sue cartucce da sparare, e ogni suo film non è mai da sottovalutare, nemmeno quando sembra soltanto l'ennesima parodia del filone sulla yakuza (la mafia giapponese), una pellicola che molti sarebbero tentati di bollare come un "film minore". Dopo i due capitoli di "Outrage", che affrontavano l'argomento con una certa serietà (per quanto a rischio di monotonia), il regista nipponico mescola le carte con questo "Ryuzo e i sette scagnozzi", passato completamente in sordina in quell'occidente che una volta lo idolatrava (non si è visto né al cinema – ma ormai non è una novità – né nei maggiori festival cinematografici, dove un tempo Beat Takeshi era una presenza obbligata): i paralleli con il suo protagonista, a ben vedere, sono notevoli e inquietanti. Anche il vecchio Ryuzo (Tatsuya Fuji), ex gangster in pensione, è infatti ormai deriso ed emarginato da quella stessa società che un tempo lo rispettava e lo temeva. Sia lui che i suoi sette eccentrici "fratelli" sono a malapena sopportati dai loro stessi figli e nipoti (i pochi che ne hanno: gli altri tirano a campare per la strada o in squallide case di riposo), mentre nuove bande di giovani delinquenti (che naturalmente non si definiscono "yakuza", nonostante siano gangster in tutto e per tutto) spadroneggiano nel loro territorio, prosperando in particolare proprio grazie alle truffe agli anziani (dalla classica telefonata per estorcere denaro fingendosi amici dei figli, alla vendita di futon o di filtri per l'acqua). Con un ultimo scatto di orgoglio, gli anziani banditi decideranno di tornare in campo, formando una nuova "famiglia" e dando battaglia ai giovani irrispettosi e privi di quel codice d'onore che ha sempre guidato le loro azioni. Kitano si ritaglia una parte marginale (il commissario di polizia) e lascia carta bianca a otto interpreti d'antan in un film che mescola comicità surreale a malinconiche riflessioni sul tempo che passa; un film che forse ha il fiato corto e poco da dire al di fuori del suo ristretto argomento, ma che pure a tratti riesce ancora ad attaccare lo spettatore allo schermo e a farlo partecipare al desiderio di riscossa di questi vecchi leoni feriti. Sequenze paradossali e momenti stupidi (le scommesse, i tentativi di riscuotere denaro fingendosi invalidi, la protesta sotto la sede della ditta dove lavora il figlio di Ryuzo) si alternano a scene d'azione (atipiche, trattandosi di Kitano: vedi l'inseguimento con il bus dirottato nel finale), senza mai perdere di vista i personaggi e la loro umanità, mentre brevi flashback delle loro imprese del passato (girate in bianco e nero e con la pellicola rovinata, come se si trattasse di un vecchio film) non sfociano per fortuna in un patetico rimpianto del tempo perduto: i nostri anziani eroi non si piangono addosso ma guardano sempre al futuro, con la schiena diritta e l'orgoglio di chi sa bene di essere migliore di tutti coloro che sono venuti dopo (e che tanto parlano e sentenziano senza rendersi conto di aver smarrito ogni sorta di etica, di poesia e di rispetto). Ryuzo e i suoi sette scagnozzi sono personaggi ai quali è lecito affezionarsi e volere bene, non meno che ai tanti altri "eroi sconfitti" del cinema di Kitano che li hanno preceduti (dai giovani pugili di "Kids return" ai gangster fatalisti di "Sonatine").

8 aprile 2017

La scoperta dell'alba (S. Nicchiarelli, 2013)

La scoperta dell'alba
di Susanna Nicchiarelli – Italia 2013
con Margherita Buy, Susanna Nicchiarelli
**

Visto in divx, con Sabrina.

Trent'anni dopo la misteriosa scomparsa del padre, docente e giurista che era finito nel mirino delle Brigate Rosse, Caterina (Buy) indaga sulla sua sparizione con l'aiuto di sé stessa da bambina: attraverso un vecchio telefono a disco, rimasto misteriosamente in funzione nella casa di famiglia al mare, scopre infatti di poter comunicare con il passato, nel 1981, quando aveva solo dodici anni... Le verità che scoprirà cambieranno le sue prospettive, ma le permetteranno di fare finalmente la pace con i propri sensi di colpa. Al secondo film dopo l'acclamato "Cosmonauta", Nicchiarelli (anche interprete, nel ruolo della sorella Barbara) adatta un romanzo di Walter Veltroni che non lesina certo la carne al fuoco: gli anni di piombo e il brigatismo (visti attraverso il ricordo di coloro che all'epoca erano bambini), la nostalgia per il passato (i primi anni ottanta sono rievocati anche dalla colonna sonora, con canzoni come "99 Luftballons" e "Video killed the radio star", e dai corsi di aerobica di Sydne Rome), i rapporti famigliari (come quelli con la sorella minore), i conflitti interiori e le crisi di mezza età (Caterina, da adulta, è tentata di tradire il fidanzato con cui sta per traslocare in una nuova casa). In mezzo a tutto questo, l'elemento fantascientico o soprannaturale che consente la comunicazione fra due epoche diverse – e che ricorda il film coreano "Il mare" e il suo remake hollywoodiano "La casa sul lago del tempo" – sembra soltanto un'escamotage narrativo, da non prendere troppo sul serio (i paradossi temporali sono sempre dietro l'angolo!) e da considerare come una semplice suggestione, magari psicanalitica. Anche l'eccessiva costruzione della trama – con numerosi red herring (l'impresario musicale che "potrebbe" essere il padre, il collega diventato preside), in attesa della rivelazione finale – e alcune gag estemporanee (la biblioteca che apre alle 8 in punto) sfociano in fondo in poca cosa, non essendo sorrette da un adeguato approfondimento dei personaggi. Nel cast anche Sergio Rubini, Lino Guanciale, Renato Carpentieri e Lina Sastri.

6 aprile 2017

L'uomo dai 7 capestri (John Huston, 1972)

L'uomo dai 7 capestri (The life and times of Judge Roy Bean)
di John Huston – USA 1972
con Paul Newman, Jacqueline Bisset
**1/2

Visto in TV.

Insieme a "L'uomo del west" (1940) di William Wyler, è il film più famoso sulla figura del giudice Roy Bean, ex bandito autoproclamatosi difensore della legge "a ovest del Pecos" (ovvero nelle terre del Texas dove la civiltà non era ancora arrivata). Bean amministrava la giustizia con il pugno di ferro, a proprio arbitrio e in totale autonomia, dal suo saloon "La bella Lily" (così chiamato in onore di Lily Langtry, attrice di teatro di cui era un fervente ammiratore). Uomo dai modi burberi e spicci (e dall'impiccagione facile), di lui si dice che "strappò la terra al demonio civilizzandola con una corda e una pistola". A differenza del film di Wyler, però, qui i toni sono del tutto fantasiosi, scanzonati e ironici. E a dire il vero, da questo punto di vista la pellicola è un po' un pastrocchio, sempre indecisa sul registro da prendere (lo sceneggiatore John Milius, che l'aveva pensata come un omaggio epico a una figura leggendaria del west, ossessionato dalla giustizia e dal progresso ma a suo modo visionario e incorruttibile, si lamentò per come il regista l'avesse "rovinata", trasformando il personaggio in una macchietta comica e svagata e il film stesso in un cartoon): si passa da sequenze violente e polverose (la sparatoria nell'incipit, in cui Bean esce dal deserto e giunge nel bordello di Vinegaroon, i cui abitanti cercano di rapinarlo e faranno una brutta fine) ad altre che rompono il "quarto muro" (diversi personaggi si rivolgono direttamente allo spettatore, anche subito prima di sparire dalla storia), da sezioni grottesche o surreali (il duello con Bad Bob l'albino, tutte le scene con "l'orso da guardia") all'elogio della convivialità (le partite a poker e le bevute sono per Roy e i suoi uomini dei riti da prendere assolutamente sul serio). E si conclude su toni crepuscolari e malinconici, quando Bean, dopo essersi inoltrato nel deserto ed essere così sparito dalla storia del west, vi fa ritorno nel 1919 sotto forma di leggenda (nella realtà il giudice morì nel 1903) per aiutare la figlia Rose (Bisset) a scacciare coloro che vorrebbero toglierle il saloon in cerca di petrolio (dimostrando così che i moderni farabutti, pur spalleggiati dalla legge, sono infinitamente peggiori dei banditi di un tempo). Un controfinale, ambientato dopo la morte del giudice, mostra finalmente l'attrice Lily (interpretata da Ava Gardner) giungere a visitare il saloon a lei dedicato, trasformato ormai in un museo. Anche se a tratti ci si diverte (l'approccio leggero ricorda "La ballata di Cable Hogue"), il film soffre alquanto per via della mancanza di focus e per un'ambientazione storica del tutto vaga. Ottimo Newman. Victoria Principal, al debutto sullo schermo, è Maria Elena, la donna di Roy. Anthony Perkins è il reverendo LaSalle, Ned Beatty il barista Tector. Huston in persona fa un cameo nei panni del trapper di montagna John "Grizzly" Adams, anche lui un personaggio realmente esistito.

4 aprile 2017

Lo sport preferito dall'uomo (H. Hawks, 1964)

Lo sport preferito dall'uomo (Man's Favorite Sport?)
di Howard Hawks – USA 1964
con Rock Hudson, Paula Prentiss
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

Impiegato ai grandi magazzini Abercrombie & Fitch nel reparto di articoli sportivi, Roger Willoughby (Rock Hudson) elargisce ai clienti preziosi consigli sulla pesca ed è considerato da tutti un vero esperto nel campo, avendo anche scritto un popolare libro sull'argomento. Ma in realtà non ha mai pescato in vita sua (e non solo: è totalmente inetto in qualsiasi sport, non sa nemmeno nuotare!). Quando il suo principale (John McGiver), per fare pubblicità al negozio, lo iscrive a un importante torneo di pesca che si terrà al lago Wakapoogie, l'imbarazzato Roger è costretto a confessare la verità alle due organizzatrici, Abigail Page (Paula Prentiss) ed "Easy" Muller (Maria Perschy), che se ne prendono a cuore le sorti, cercando di insegnargli a pescare prima che la gara cominci... La presenza delle due ragazze (e in particolare di Abigail, verso la quale nutre un vero e proprio amore-odio) si rivela una fonte di guai continui per Roger, che pure – per una serie incredibile di colpi di fortuna – in qualche modo riesce a vincere il torneo... Recuperando gli stilemi della commedia screwball, in particolare quella di pellicole come "Susanna" (che lui stesso aveva diretto nel 1938), Hawks torna su temi a lui cari come la lotta fra i sessi e l'irruzione devastatrice di una donna nel mondo ordinato (sia pure soltanto fittizio) di un uomo, il cui machismo viene crudelmente demolito. E per molti versi sembra di assistere a una commedia degli anni trenta, con un Hudson autoironico in un ruolo che allora sarebbe stato di Cary Grant: da "Susanna" tornano pure molte gag slapstick (una, quella del vestito strappato di Maria Perschy, è praticamente identica a quella del film con Katharine Hepburn), mentre altre (più deboli, come tutte quelle relative al finto capo indiano, o surreali, come quelle con l'orso) garantiscono comunque il divertimento. Charlene Holt è Tex Connors, la fidanzata di Roger, Norman Alden è John "Aquila Urlante". La canzone sui titoli di testa (che esplicita il doppio senso nel titolo, spiegando che "Man's favorite sport... is girls!") è di Henry Mancini.

2 aprile 2017

Ghost in the shell (R. Sanders, 2017)

Ghost in the shell (id.)
di Rupert Sanders – USA 2017
con Scarlett Johansson, Pilou Asbæk
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Sabine.

Versione in live action dell'iconico manga cyberpunk di Masamune Shirow, dal quale nel corso degli anni sono già stati tratti diversi film animati e serie televisive (da ricordare in particolare le due pellicole dirette da Mamoru Oshii). In una città futuristica, dove gran parte degli esseri umani è stata "potenziata" con innesti cibernetici, il Maggiore è invece un androide interamente artificiale tranne che per il cervello umano: il titolo fa infatti riferimento alla sua mente o psiche (il ghost) imprigionata in un corpo meccanico (lo shell). Assegnata alla speciale Sezione 9 delle forze di pubblica sicurezza, incaricata di dare la caccia ad hacker e terroristi cibernetici, il Maggiore ricorda pochissimo della sua vita precedente. E proprio il mistero della sua identità sarà la chiave della pellicola. Colorato e affascinante dal punto di vista visivo (con le strade e i palazzi di una Hong Kong futuristica, sovrastata da immensi ologrammi, comunque in parte derivativa da "Blade Runner" come già il manga originale) e con un cast tanto ricco quanto insolito (dove spiccano due "mostri sacri" come Takeshi Kitano – non doppiato, e che a Hollywood aveva già recitato in un altro film cyberpunk, "Johnny Mnemonic" – e Juliette Binoche, nei panni rispettivamente del capo della Sezione 9 e dello scienziato che ha creato il Maggiore; Michael Pitt è invece l'enigmatico terrorista Kuze), il film non raggiunge forse le complesse (e contorte) profondità del prototipo, che si interrogava sulla natura dell'essere umano, sul rapporto fra realtà e finzione, sull'autocoscienza e l'intelligenza artificiale, ma riesce comunque a fonderne alcuni temi (le riflessioni sull'identità, l'invadenza della tecnologia) con le esigenze del blockbuster d'azione, e complessivamente dà sfoggio di una propria anima, stratificata e multiculturale (l'atmosfera giapponese è ben presente, nonostante le critiche ricevute per il fatto che la protagonista non sia asiatica: ma avendo un corpo artificiale, la questione è in fondo priva di senso). Tutto sommato, mi aspettavo di peggio. Sui titoli di coda si può udire un brano dell'iconica colonna sonora scritta da Kenji Kawai per il primo film di Oshii.

31 marzo 2017

Elle (Paul Verhoeven, 2016)

Elle (id.)
di Paul Verhoeven – Francia/Germania 2016
con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Quando Michèle Leblanc viene aggredita e violentata in casa sua da uno sconosciuto con il passamontagna, anziché chiamare la polizia la donna preferisce andare avanti con la sua vita ordinata come se nulla fosse successo. Anche perché ha già vissuto la sua dose di orrore e di violenza in passato (il padre è da oltre trent'anni in carcere per una serie di delitti commessi quando lei era bambina), e per questo motivo vive ormai "al di là del bene e del male". Donna in carriera, presidente di una società di videogiochi che dirige con il pugno di ferro, odiata più o meno da tutti, cerca a fatica di tenere il suo intero mondo sotto controllo, senza guardare in faccia nessuno: che si tratti della famiglia (maltratta il figlio, di cui disprezza la nuova fidanzata; l'ex marito, nelle cui nuove relazioni mette i bastoni fra le ruote; e la madre, di cui disapprova i giovani amanti), delle amicizie (va a letto con il marito della sua miglior amica e collega Anna) e del lavoro (umilia in continuazione il più brillante dipendente della sua ditta di videogiochi). Ovvio che qualcuno ce l'abbia con lei: e infatti il misterioso assalitore si rifà vivo con messaggi osceni, minacciando di aggredirla di nuovo. Dopo aver ristretto il campo dei possibili colpevoli alle persone che conosce, Michèle scoprirà finalmente di chi si tratta: ma a questo punto, a differenza di un normale thriller, una volta svelata l'identità del responsabile il film non solo non termina ma prende una piega inaspettata... Soltanto quando avrà finalmente chiuso i conti con il proprio passato (e in particolare con il padre), la protagonista farà finalmente chiarezza su sé stessa e riuscirà a mettere in ordine i fili ingarbugliati della sua esistenza (e quelli dei rapporti con chi la circonda). Con una sceneggiatura densissima, tratta da un romanzo di Philippe Djian, Verhoeven – che torna al cinema a dieci anni di distanza da "Black Book", e con il suo primo lavoro in lingua francese (dopo aver inutilmente tentato di girarlo negli Stati Uniti con un'attrice americana) – sforna un film lucido e intenso, che parte come una pellicola di Haneke, si trasforma a metà strada in un giallo e si sviluppa infine sul piano del thriller erotico-psicologico, uscendo completamente dagli schemi prevedibili dei revenge movie convenzionali (con quella sfrontata audacità che è sempre stata il tratto migliore del regista olandese, e che fa spesso infuriare i suoi detrattori), senza rinunciare peraltro ad alcuni momenti di humour sottile. Circondata da tanti personaggi-satelliti, al centro rimane sempre la figura complessa di Michèle, interpretata da una straordinaria Huppert (maldestramente doppiata però nella versione italiana). In particolare, attorno a questa donna forte, le figure maschili tendono a mostrarsi impotenti, facilmente manipolabili e in preda a legami assai esili, fino a uscire quasi tutti di scena e svanire all'orizzonte.

30 marzo 2017

Il ragazzo selvaggio (F. Truffaut, 1970)

Il ragazzo selvaggio (L'enfant sauvage)
di François Truffaut – Francia 1970
con Jean-Pierre Cargol, François Truffaut
***1/2

Rivisto in DVD.

Alla fine del Settecento (il film inizia nel 1798), in una foresta nel sud della Francia, viene trovato un bambino di circa dieci anni che viveva come un selvaggio: nudo e incapace di parlare, si nutriva di ghiande e radici e si comportava come un animale. Catturato, è portato a Parigi per essere studiato e "curato": dapprima rinchiuso nell'Istituto per Sordomuti, viene poi ospitato personalmente dal dottor Jean Itard nella sua tenuta di campagna, dove lo scienziato cerca faticosamente di educarlo e istruirlo, in particolare insegnandogli a comprendere il linguaggio. Ispirato a una storia vera (il bambino divenne noto con il nome di "Victor dell'Aveyron") e ai diari e agli appunti del dottor Itard, che contribuirono allo sviluppo di una branca della psicologia, un film all'apparenza atipico rispetto al resto della produzione di Truffaut. Girato con uno stile quasi bressoniano, in un rigoroso (e formalmente elegantissimo) bianco e nero, con dissolvenze che fanno uso dei mascherini circolari tipici dell'era del muto, una progressione narrativa del tutto priva di drammaticità (la pellicola racconta una successione di episodi che ricordano proprio le pagine di un diario, con un approccio quasi didascalico e documentaristico), e con lo stesso Truffaut come attore protagonista (nei panni dello scienziato: il ragazzo selvaggio è invece interpretato – in maniera fisica ed animalesca – da un eccezionale Jean-Pierre Cargol, un bambino gitano incontrato per caso da un'assistente del regista in una strada di Montpellier e che in seguito non ha più proseguito la carriera d'attore). Eppure, a ben vedere, i collegamenti a livello di temi e contenuti con le altre opere del regista francese non mancano, a cominciare ovviamente da quelle con il suo film d'esordio, "I quattrocento colpi", che come questo presentava un giovanissimo protagonista emarginato, alle prese con un mondo che gli stava stretto e con le tappe della propria educazione (più o meno controvoglia). Da notare che "Il ragazzo selvaggio" è dedicato proprio a Jean-Pierre Léaud, l'attore che aveva intepretato Antoine Doinel. Qui la situazione è ancora più estrema, come scrisse in seguito lo stesso Truffaut: «Ne "I quattrocento colpi" ho mostrato un ragazzo che mancava di affetto, cresciuto senza tenerezza; in "Fahrenheit 451" ho parlato di un uomo cui vengono negati i libri, cioè la cultura. Quello che manca a Victor dell'Aveyron è ancora più radicale: si tratta del linguaggio». Un altro parallelo si può fare con "Jules e Jim": anche qui il protagonista è alle prese con una serie di norme impostegli dalla società, per sfuggire alle quali (come l'istinto di trasgressione impone) non c'è soluzione che la fuga (o la morte, reale o metaforica). Curiosa la scelta di Truffaut di interpretare lui stesso lo scienziato, come a voler sovrintendere personalmente all'educazione del suo personaggio. Françoise Seigner è madame Guérin, la governante di Itard (l'unica che dimostra affetto, quasi materno, verso Victor), Jean Dasté è il professor Pinel, il collega scettico.

Nella storia di Victor – che ricorda un altro caso celebre, quello di Kaspar Hauser, anch'esso portato al cinema pochi anni più tardi (nel 1974) da Werner Herzog – è evidente, anche a un livello superficiale, la contrapposizione fra natura (istintuale) e cultura (artificiale). I medici che per primi esaminano il ragazzo, e a ben vedere lo stesso Itard, si pongono unicamente l'obiettivo di "civilizzarlo", anche a forza se necessario: per loro il ragazzo è solo l'oggetto di un "esperimento di educazione". Eppure, nonostante i premi che gli vengono elargiti ogni volta che porta a termine con successo uno degli innumerevoli esercizi cui è sottoposto, le uniche volte che lo vediamo davvero felice sono quelle in cui può tornare ad aggirarsi nella natura, che si tratti di semplici passeggiate in campagna, di furiose scorribande notturne o di danze sotto la pioggia. A un certo punto, persino la governante di Itard spiega allo scienziato che tutto quello che è riuscito a fare per il ragazzo è stato "strapparlo a una vita innocente e felice". L'ambientazione a cavallo fra Settecento e Ottocento, in epoca post-rivoluzione e dunque in pieno illuminismo (uno dei cui tratti era proprio il compito pedagogico dell'intellettuale), non è certo un dettaglio da poco: l'idealista Itard è fermamente convinto che Victor sia un "selvaggio" solo per mancanza di educazione, e non per problemi psichici o per carenze affettive come invece suggerirebbero la moderna medicina o psicanalisi (oggi, restrospettivamente, si ritiene che Victor fosse autistico). La contrapposizione ottocentesca fra natura e cultura risalta magnificamente anche nella colonna sonora: se nei primi minuti, quelli in cui il ragazzo vive ancora nella foresta, il film è accompagnato solo dai rumori della natura, dalle frasche che si muovono, dai canti degli uccelli, dallo scorrere dell'acqua (e persino le voci dei paesani che catturano Victor non sono doppiate!), quando ci si trasferisce a Parigi e poi nella tenuta di Itard ecco che subentrano suoni "creati dall'uomo", vale a dire due brani di Antonio Vivaldi (il concerto per mandolino RV 425 e quello per flauto traverso RV 433), che accompagnano tutte le tappe dell'educazione del povero Victor, fino al suo ultimo tenativo di fuga, con annesso l'inevitabile ritorno a casa, dopo che lo scienziato, non contento dei soliti esercizi, ha voluto "mettere alla prova" persino la sua morale e il senso di giustizia, punendolo ingiustamente dopo un compito svolto in modo corretto. Proprio questa breve fuga e il successivo ritorno possono essere considerate come le ultime tappe del suo "percorso di crescita". Il film si interrompe quando Victor è ancora bambino: nella realtà, visse ancora una trentina d'anni (senza mai raggiungere un completo sviluppo intellettuale) prima di morire a Parigi nel 1828.

29 marzo 2017

All'inseguimento della pietra verde (R. Zemeckis, 1984)

All'inseguimento della pietra verde (Romancing the Stone)
di Robert Zemeckis – USA 1984
con Kathleen Turner, Michael Douglas
**

Rivisto in divx.

Joan Wilder (Kathleen Turner), solitaria scrittrice di romanzi rosa, si reca in Colombia per salvare la sorella Elaine, rapita da una maldestra coppia di contrabbandieri di reperti archeologici (Danny DeVito e Zack Norman) sulle tracce di un favoloso tesoro. Questo, che si rivelerà un gigantesco smeraldo (la "pietra verde" del titolo), è appetito anche dal crudele Zolo (Manuel Ojeda), ufficiale della polizia segreta colombiana. Ma la ragazza sarà aiutata – dapprima controvoglia e solo dietro compenso – dall'avventuriero Jack Colton (Michael Douglas), "simpatica canaglia" di cui finirà ovviamente per innamorarsi. Prodotto sull'onda lunga de "I predatori dell'arca perduta", che aveva riportato in auge il cinema d'avventura, un film leggero e vecchio stile che rappresentò per Zemeckis il primo successo al botteghino (in attesa del vero boom, l'anno successivo, con "Ritorno al futuro"). La trama fa acqua da tutte le parti (non si spiega, per esempio, chi avrebbe nascosto lo smeraldo e disegnato la mappa, o come i vari cattivi ne fossero a conoscenza), l'ambientazione e i personaggi sono stereotipati quanto e più di quelli dei romanzi scritti da Joan (uno su tutti: il trafficante di droga "simpatico" interpretato da Alfonso Arau), le situazioni di pericolo, le sequenze d'azione e il combattimento finale (dove Joan sconfigge il cattivo tutta da sola, senza l'aiuto di Jack) sono quasi da cartoon (la scena in cui l'alligatore divora lo smeraldo che Zolo tiene in mano fa pensare a Capitan Uncino!). Ma forse proprio in questo sta il fascino del film, da gustarsi in maniera totalmente disimpegnata, come uno di quei vecchi serial che ispirarono anche l'Indiana Jones di Lucas e Spielberg. L'anno successivo venne prodotto un sequel, "Il gioiello del Nilo", di minor successo (e senza Zemeckis). I tre protagonisti (Douglas, la Turner e DeVito) si ritroveranno insieme invece nel 1989 ne "La guerra dei Roses".

27 marzo 2017

La bicicletta verde (Haifaa al-Mansour, 2012)

La bicicletta verde (Wadjda)
di Haifaa al-Mansour – Arabia Saudita 2012
con Waad Mohammed, Reem Abdullah
**1/2

Visto in divx, con Daniela e Sabrina.

La piccola Wadjda, bambina di undici anni che frequenta una scuola femminile a Riyad, mette gli occhi su una bicicletta, arrivata nuova fiammante in negozio, che vorrebbe acquistare per competere con Abdullah, figlio dei vicini di casa e suo compagno di giochi. Ma la madre non intende comprargliela, anche perché per una ragazza è considerato sconveniente andare in bici. Quando scopre che la sua scuola ha organizzato una gara di recitazione del Corano, il cui primo premio consiste in una forte somma in denaro, la bambina decide di partecipare, anche se fino ad allora non era mai stata particolarmente portata per la religione (al contrario: la sua natura estroversa e intraprendente l'avevano condotta più volte a scontrarsi con il conformismo imposto dalla preside)... Primo film girato da una regista donna in Arabia Saudita (e c'è chi dice che si tratti in assoluto del primo lungometraggio realizzato interamente in quel paese, dove peraltro non esistono sale cinematografiche): nel suo mix di ingenua trasgressione (la piccola "rivoluzione" di Wadjida finirà per coinvolgere anche la madre) e poesia attraverso lo sguardo infantile, la pellicola è fortemente in debito col cinema iraniano degli anni settanta e ottanta, con echi di Panahi ("Il palloncino bianco") e Kiarostami ("Il viaggiatore"), anche se non raggiunge le vette artistiche di quelli. La regista, comunque, ha dichiarato di essersi ispirata anche a Truffaut ("I 400 colpi") e al neorealismo italiano. I pregi della pellicola, oltre al valore storico e simbolico, stanno nella simpatia della protagonista e nella sincerità con cui affronta il tema del ruolo delle donne in una società teocratica e maschilista, che le costringe a coprirsi con il velo, a non mostrare mai il volto ad estranei (o a stare da sole in loro presenza), a subire le decisioni degli uomini in tutti gli aspetti della vita. Se Wadjda, essendo una bambina, gode ancora di una certa libertà di movimento (entro una certa soglia: il desiderio di andare in bicicletta o semplicemente di giocare con l'amico Abdullah è comunque visto di cattivo occhio), sua madre è invece ancora limitata negli spostamenti (essendo una donna, non le è permesso guidare e deve affidarsi a uno sgarbato autista per recarsi al lavoro) e nella famiglia (il marito, poiché lei non gli ha saputo dare un figlio maschio, è in procinto di prendersi una seconda moglie). Significative anche le dinamiche a scuola, con le ragazze che si "abbelliscono" in segreto, sempre a rischio di punizione nel caso venissero scoperte.

26 marzo 2017

Imprint (Takashi Miike, 2006)

Imprint - Sulle tracce del terrore (Imprint)
di Takashi Miike – Giappone/USA 2006
con Billy Drago, Yuki Kudo
*

Visto in divx.

Alla fine dell'Ottocento, un viaggiatore americano in Giappone (Drago) giunge in un turpe bordello su un'isola, in cerca della donna un tempo amata, che vorrebbe sposare e portare con sé negli Stati Uniti. Gli viene detto che è morta, impiccatasi perché stufa di aspettarlo: ma i dettagli di cui verrà a conoscenza gli sveleranno una serie di verità sempre più angoscianti... Questo mediometraggio (dura circa un'ora) avrebbe dovuto essere trasmesso negli USA all'interno della serie televisiva "Masters of Horror", ma venne giudicato troppo "disturbante" dal produttore Mick Garris e dal canale televisivo Showtime per la sua violenza esplicita e per le immagini inquietanti, e dunque non andò mai in onda (fu inserito però nella raccolta in DVD). E in effetti le scene forti non mancano, su tutte quella della tortura con gli aghi (ma anche le continue immagini dei feti gettati via nel fiume). Anziché essere funzionali alla storia, però, c'è il forte sospetto che siano state inserite da Miike (e mostrate sullo schermo in maniera così esplicita) soltanto per scuotere e sconvolgere lo spettatore, che viene investito peraltro da nuove trovate sempre più inverosimili (la "sorellina"). Personalmente non ho provato che disgusto, e a questo si deve il mio voto minimo. Non aiutano, naturalmente, una recitazione decisamente scadente e un ritmo e un linguaggio più televisivo che cinematografico: si salva giusto la fotografia. Il soggetto è tratto da un racconto di Shimako Iwai, anche se il progressivo venire alla luce di versioni sempre più cupe e sconvolgenti della stessa storia può ricordare in parte il meccanismo di "Rashomon".

24 marzo 2017

Il trucido e lo sbirro (Umberto Lenzi, 1976)

Il trucido e lo sbirro
di Umberto Lenzi – Italia 1976
con Tomás Milián, Claudio Cassinelli
**

Rivisto in divx, per ricordare Tomas Milian.

Per rintracciare una bambina di dodici anni che è stata sequestrata, il commissario Antonio Sarti (Cassinelli) fa evadere di prigione il ladruncolo di borgata Sergio Marazzi detto "Er Monnezza" (Milian), che ben conosce l'ambiente della malavita romana. Insieme i due, con l'aiuto più o meno spontaneo di altri tre rapinatori e lavorando al di fuori delle regole, riusciranno a rintracciare il capo della banda, il pericoloso Brescianelli (Henry Silva), che si è fatto una plastica facciale per non essere riconosciuto, e a salvare la bambina. Il film con cui Milian ha dato vita a uno dei suoi personaggi più iconici nasce come uno dei tanti poliziotteschi all'italiana, pieno di azione e di violenza (sparatorie, pestaggi, inseguimenti, agguati, rapine) e di riferimenti ai fatti di cronaca dell'epoca (i sequestri di persona, il terrorismo, lo spaccio di droga), contaminandolo però con una dose di sarcasmo e di ironia che in seguito (proprio come era accaduto con gli spaghetti western) diventerà preponderante. Se la parte iniziale del film – a parte lo spiazzante incipit che per un attimo fa credere allo spettatore di assistere proprio a un western: ma è soltanto una pellicola proiettata nel cinema della prigione! – sembra imbastire le carte per un (in)solito buddy movie, con lo scontro di personalità fra lo "sbirro" (un commissario di polizia dai modi spicci e dall'attitudine "scomoda", tanto da essere stato trasferito dai suoi superiori in Sardegna e richiamato nella Capitale solo perché non sanno più quali pesci prendere) e il "trucido" (il delinquentello rozzo e volgare ma simpatico, pieno di risorse, di buon cuore e sempre con la battuta pronta), il prosieguo cambia leggermente le carte in tavola e fa lentamente emergere il personaggio del "Monnezza" come protagonista assoluto, mentre il poliziotto si rivela un character di poca originalità e spessore. Meglio di lui i comprimari, dai tre ambigui alleati della coppia – il Calabrese (Biagio Pelligra), il Cinico (Claudio Undari/Robert Hundar) e Vallelunga (Giuseppe Castellano) – ai vari cattivi (su tutti Henry Silva, naturalmente, il cui volto sembra davvero il frutto di una plastica facciale; ma ci sono anche una serie di caratteristi, come Ernesto Colli, Tano Cimarosa, Massimo Bonetti, e naturalmente Nicoletta Machiavelli nei panni di Mara, la donna di Brescianelli). Mediocre nel soggetto (la bambina rapita è pure malata!) e nella sceneggiatura (che si sviluppa attraverso una serie di episodi poco collegati fra loro, anche se il ritratto della malavita romana che ne esce – dove tutti i delinquenti hanno soprannomi coloriti, come "Il roscietto", "Il tunisino", ecc. – è comunque suggestivo), il film è riscattato dalla regia energetica di Lenzi (che aveva già diretto Milian nel seminale "Milano odia: la polizia non può sparare"), dalla solida confezione (compresa la colonna sonora di Bruno Canfora) e dal carisma dell'attore cubano. In ogni caso, alla popolarità del personaggio principale, che diventerà un'icona del cinema italiano di genere e tornerà in altri tre sequel (progressivamente meno gialli e più comici), dona un contributo non indifferente lo scoppiettante doppiaggio di Ferruccio Amendola.

22 marzo 2017

Undici anni

Oggi questo blog compie undici anni! Dopo aver festeggiato il decennale, l'anno scorso, siamo dunque entrati nella sua seconda decade di vita. E veniamo alle statistiche: negli ultimi dodici mesi il blog ha ospitato le recensioni di 226 film, una decina in meno dell'anno precedente. Di questi, 55 sono stati visti al cinema (25 nelle rassegne di Cannes e Venezia) e 171 in casa. 163 li ho visti per la prima volta, 63 erano il frutto di (almeno) una seconda visione. Il totale dei film recensiti nel blog sale dunque a 2604. Il regista più gettonato nell'ultimo anno, con 9 pellicole, è stato Sam Peckinpah, del quale ho completato la filmografia. Seguono Michael Haneke e Luchino Visconti con 8 titoli (ma 2, per il regista italiano, sono segmenti di film ad episodi); John Carpenter, Abbas Kiarostami, François Truffaut e Denis Villeneuve con 5; Rainer Werner Fassbinder con 4; Pedro Almodóvar, Aki Kaurismäki, François Ozon, Vsevolod Pudovkin, Martin Scorsese e Billy Wilder con 3.

21 marzo 2017

Gone baby gone (Ben Affleck, 2007)

Gone Baby Gone (id.)
di Ben Affleck – USA 2007
con Casey Affleck, Ed Harris
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Una coppia di giovani investigatori privati, Patrick Kenzie e Angie Gennaro (Casey Affleck e Michelle Monaghan), è assunta per indagare sul misterioso rapimento di una bambina di quattro anni dalla sua casa nel quartiere popolare di Dorchester, alla periferia di Boston. Affiancati dai detective della polizia Remy Bressant e Nick Poole (Ed Harris e John Ashton), i due scoprono, fra le altre cose, che la mamma della bambina è una cocainomane che ha recentemente sottratto una grossa somma di denaro al suo spacciatore: logico pensare che sia quest'ultimo, per vendetta o per ricatto, il responsabile del rapimento. E invece la verità sarà ben diversa, e non risparmierà sorprese. Al debutto dietro la macchina da presa, Ben Affleck (anche sceneggiatore) dirige il proprio fratello Casey nell'adattamento di un romanzo di Dennis Lehane, con un cast che comprende anche Morgan Freeman (il capitano della polizia) e Amy Ryan (la madre della bambina rapita). La tensione non manca, visto anche l'argomento trattato (quando ci sono di mezzo i bambini, si sta sempre con il fiato sospeso: in questo caso, poi, abbondano personaggi con traumi correlati, e più o meno tutti sono sospettabili), ma l'intreccio è troppo "costruito" per convincere fino in fondo, con tanti snodi fondamentali che si succedono a intervalli regolari. Il meccanismo giallo, insomma, per quanto oliato, va a lunghi tratti a scapito dei contenuti e del coinvolgimento. La parte più interessante è quella dei dilemmi morali del protagonista, in particolar modo nel finale, che riesce a far riflettere sulla relatività di torto e ragione e sulle possibili scelte da fare in una situazione simile (anche se regista e sceneggiatore prendono le parti di Patrick in maniera evidente). Buona la confezione, le interpretazioni e la descrizione dell'ambiente, un quartiere multietnico e degradato che funge quasi da co-protagonista dell'intera pellicola.

19 marzo 2017

Diario di un curato di campagna (R. Bresson, 1951)

Diario di un curato di campagna (Journal d'un curé de campagne)
di Robert Bresson – Francia 1951
con Claude Laydu, Nicole Ladmiral
***

Visto in divx.

Un giovane curato (Laydu), appena uscito dal seminario, viene assegnato alla parrocchia di Ambricourt, piccolo paese di campagna nel nord della Francia. Umile e ascetico, il giovane si sente a disagio nella sua missione, essendo fra l'altro poco interessato ai bisogni materiali (al punto da trascurare anche la propria salute, decisamente cagionevole) e semmai più incline al misticismo. Anche per questo motivo non è ben visto dai suoi parrocchiani: le bambine del catechismo lo sbeffeggiano e – poiché si nutre solo di pane e di vino – si sparge la voce che sia un alcolizzato. Come da titolo, il curato affida i suoi pensieri e le sue preoccupazioni alle pagine di un diario, che vengono lette dalla sua voce narrante nell'arco di tutta la pellicola: all'inizio è un modo per documentare i piccoli episodi della vita quotidiana, ma poi si traduce in un tentativo di fare chiarezza nei tormenti dello spirito. Ben diverso da lui è l'anziano e pragmatico curato del vicino villaggio di Torcy (Adrien Borel), che oltre a consigliargli di "pregare di più" gli suggerisce di stringere relazioni più strette con i suoi parrocchiani, in particolare con la nobiltà del luogo. Tutto ciò comporterà però ulteriori incomprensioni: mentre l'anziana contessa (Rachel Berendt) si strugge nel ricordo del figlio morto, il conte (Jean Riveyre) ha una relazione clandestina con l'istitutrice della figlia Chantal (Nicole Ladmiral), la quale è una ragazzina piena d'odio, che nutre sentimenti ambivalenti verso il giovane prete. Le parole del curato aiuteranno la contessa a ritrovare la pace, superando solitudine e rassegnazione, ma non ridurranno l'ostilità nei suoi confronti. Il tutto mentre la sua salute peggiora sempre di più... Il terzo film di Bresson – tratto dall'omonimo romanzo di Georges Bernanos – è considerato quello della sua svolta stilistica, in cui la qualità poetico-letteraria si accompagna a uno stile asciutto e minimalista che non concede alcunché al melodramma o allo spettacolo, a costo di risultare un po' pesante durante la prima visione (le visioni ripetute, però, sono quanto mai ripaganti!). Il regista francese comincia qui a usare attori non professionisti o comunque alle prime armi (per Laydu si tratta dell'esordio), la cui recitazione austera pare a volte quasi assente. Il suo diventa un cinema di sottrazione, che sullo schermo mostra solo l'indispensabile (e cela tantissimi dettagli: per esempio ignoriamo del tutto il nome del protagonista) e che pure crea forti suggestioni nella mente dello spettatore. A concorrere a questo risultato ci sono anche gli scenari e la fotografia contemplativa, che calano la vicenda in un mondo senza tempo, una specie di limbo al di fuori della modernità (se si eccettua la scena con la motocicletta, il film potrebbe svolgersi in qualsiasi epoca; per la cronaca, il romanzo originale è del 1936): un ambiente ideale per parlare di argomenti come le sofferenze dello spirito e del corpo, la felicità e la rassegnazione, l'amore e l'odio, il rancore e il perdono, il tormento e la pace ("La pace: quanto è meraviglioso che si possa donare quel che non si ha").

18 marzo 2017

Il piccolo garibaldino (F. Alberini?, 1909)

Il piccolo garibaldino
di regista sconosciuto [Filoteo Alberini?] – Italia 1909
con Mario Caserini, Gemma De Ferrari
*1/2

Visto su YouTube.

Quando un uomo parte volontario per unirsi alla spedizione dei Mille di Garibaldi, anche suo figlio, in preda al fervore patriottico, decide di seguirlo. Imbarcatosi come clandestino su un peschereccio diretto in Sicilia, il ragazzo raggiunge così il padre al campo militare e prende parte alla battaglia di Calatafimi, ma viene ferito a morte. Apparirà di fronte alla madre, che si strugge dal dolore, per consolarla e dirle di essere morto da eroe per la patria. Breve film (ne restano 12 minuti, ma l'originale non doveva essere molto più lungo) su una storia vera che l'anno successivo ispirerà anche il romanzo omonimo di Giuliano Masè. Né il regista (anche se diverse fonti lo identificano in Filoteo Alberini: la casa di produzione è la sua Cines) né l'attore protagonista sono noti con certezza. Qui il Risorgimento e gli eventi storici e politici, per nulla approfonditi (a differenza per esempio de "La presa di Roma" dello stesso Alberini), sono soltanto uno sfondo come un altro per un racconto melodrammatico e patriottico, dalle finalità evidentemente più educative e pedagogiche che strettamente documentaristiche. Cinematograficamente parlando, la pellicola non presenta particolari qualità: da segnalare però la sovrimpressione nelle scene dei sogni di gloria del ragazzo addormentato sullo scrittoio e soprattutto in quella finale della sua apparizione da morto davanti alla madre (significativo come sul pantheon, a differenza de "La presa di Roma", al fianco dell'Italia compaia ora il ragazzo stesso, un rappresentante del popolo, al posto dei padri fondatori Cavour, Vittorio Emanuele, Mazzini e Garibaldi), mentre le scene della battaglia sono concitate e un po' ridicole. Il film è stato restaurato nel 2007 per il bicentenario della nascita di Garibaldi (che a un certo punto compare, in groppa al suo cavallo bianco, giusto in tempo per far sì che il giovane eroe mossa morire vicino a lui).

La presa di Roma (Filoteo Alberini, 1905)

La presa di Roma, aka Bandiera bianca, aka La breccia di Porta Pia
di Filoteo Alberini – Italia 1905
con Ubaldo Maria Del Colle, Carlo Rosaspina
**

Visto su YouTube.

"La presa di Roma" (di cui sopravvivono oggi solo circa cinque dei 10-12 minuti originari) è considerato ufficialmente il primo film italiano a soggetto, o almeno il primo proiettato in pubblico. Secondo alcune fonti, la prima proiezione avvenne proprio davanti a Porta Pia, la sera del 20 settembre 1905, in occasione del 35° anniversario degli eventi narrati (che dunque non erano così lontani nei ricordi!). Altre fonti, invece, fanno risalire la "prima" al 16 settembre, a Livorno. Alberini è stato un vero e proprio pioniere del cinema in Italia: impiegato presso l'Istituto Geografico Militare di Firenze e affascinato dalle invenzioni di Edison e dei Lumière, nel 1899 aveva aperto nel capoluogo toscano la prima sala cinematografica del nostro paese; e cinque anni più tardi, trasferitosi a Roma, aveva fondato con un amico il primo studio di produzione italiano, la Alberini & Santoni, che nel 1906 diventerà la Cines. Attraverso una serie di quadri (il linguaggio è quello dei primordi: camera fissa, didascalie introduttive, assenza totale di montaggio e di primi piani), "La presa di Roma" mette in scena l'episodio conclusivo del Risorgimento e dell'Unità d'Italia. Assistiamo così all'arrivo del parlamentare Carchidio a Ponte Milvio, al rifiuto del generale pontificio Kanzler di firmare la resa, all'attacco dei Bersaglieri e all'apertura della breccia di Porta Pia, con conseguente ingresso dei soldati a Roma; e infine, alla resa di Pio IX e ai festeggiamenti delle truppe italiane (di tutto ciò, nei frammenti sopravvissuti e restaurati, rimangono solo l'arrivo di Carchidio, il rifiuto di Kanzler, e l'ingresso dei soldati attraverso la breccia; delle cannonate sulle mura c'è solo un fotogramma). Il film si conclude con la scena più celebre, addirittura a colori, la "Apoteosi", in cui le figure simbolo del Risorgimento (Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Mazzini) si ergono a fianco di una Italia incarnata come se si trattasse di una divinità, anche a sottolineare come il patriottismo, una sorta di religione laica, dovesse sostituire la religione cattolica. In ogni caso, al di là dell'importanza cronologica, rimane una pellicola di tutto rispetto per lo sforzo produttivo (il film costò 500 lire), per l'impegno nella messa in scena e per la ricostruzione storica (le scenografie si ispirarono a fotografie del 1870 e l'esercito fornì armi e uniformi), specie se consideriamo che si trattava di un'industria agli esordi. La scelta del tema trattato è significativa, volendo legare in maniera simbolica la nascita della nazione a quella della settima arte. E segnerà l'indirizzo che il cinema italiano continuerà a seguire nei suoi primi anni di vita: ovvero quello della ricostruzione di eventi storici, di ispirazione a volte patriottica e a volte letteraria. Nel giro di pochissimi anni si assisterà a una rapida crescita dell'industria italiana che, nel tentativo di "mettersi in pari" con quella francese e delle altre nazioni dove il cinema era già diffuso, arriverà a sfornare pellicole di grande successo.

16 marzo 2017

T2 Trainspotting (Danny Boyle, 2017)

T2 Trainspotting (id.)
di Danny Boyle – GB 2017
con Ewan McGregor, Ewen Bremner
**

Visto al cinema Uci Bicocca.

Dopo vent'anni, il regista Danny Boyle e lo sceneggiatore John Hodge si riuniscono con gli stessi attori per realizzare un sequel del film che per primo li aveva resi famosi, tratto anch'esso – come il precedente – da un romanzo ("Porno") di Irvine Welsh. Ritroviamo così i quattro personaggi sopravvissuti al primo "Trainspotting", e scopriamo che le cose per loro non sono molto cambiate, se non in peggio. Fuggito ad Amsterdam dopo aver sottratto sedicimila sterline ai suoi amici, Mark Renton (Ewan McGregor) torna ora ad Edimburgo per cominciare una nuova vita. Nel frattempo Daniel/Spud (Ewen Bremner) non ha fatto molti progressi nella vita, ed è ancora un tossico; Simon (Jonny Lee Miller) gestisce un pub e vive di piccoli ricatti grazie all'amicizia con una giovane prostituta bulgara, Veronica (Anjela Nedyalkova); e Francis Begbie (Robert Carlyle) è appena evaso di prigione. Se Simon – che sta progettando di ristrutturare il pub, trasformandolo in un bordello – fa presto a superare i vecchi rancori, e Spud cerca una nuova ragione di vita nella scrittura, Begbie non ha dimenticato il tradimento di Mark e vorrebbe vendicarsi, ma nel frattempo prova anche a ricucire i rapporti con il figlio Francis Jr., che non intende proseguire sulla strada paterna. Colorato, cinico, spigliato e malinconico al tempo stesso, il film rappresenta un'operazione-nostalgia tanto per lo spettatore (che vi ritrova situazioni identiche a quelle del film originale – del quale vengono inseriti persino alcuni fotogrammi, come fossero lampi di memoria – e persino accenni della stessa colonna sonora) quanto per i personaggi (l'unico character di rilievo introdotto ex novo, Veronica, li rimprovera infatti di "pensare sempre al passato"). E in effetti lascia la stessa sensazione che lasciava "Blues Brothers 2000", ossia quella di essere un seguito non brutto in sé e per sé, ma di cui non c'era probabilmente alcun bisogno. Il primo "Trainspotting" era autosufficiente: non serviva sapere che cosa avrebbero fatto i personaggi dopo la sua conclusione (anzi, sorprende che siano ancora tutti in vita!) e ciò che ci viene detto qui non cambia la nostra opinione di loro. In più, indugiando nel ripercorrere strade che aveva già battuto nel 1996, il film ci dimostra che ciò che allora era d'impatto, scioccante, sovversivo o dirompente (le pulsioni di morte, l'attacco ai valori sociali, il ritratto della tossicodipendenza, l'approccio cinico e svagato all'amicizia e all'amore) oggi, quando non assente, appare del tutto innocuo e ben "digerito": vent'anni di cinema post-moderno e tarantiniano non sono passati invano. Difficilmente "T2" diventerà un film di culto, anzi probabilmente l'unico motivo per cui non è passato nella totale indifferenza è l'appeal verso chi aveva amato il primo capitolo. Persino il finale, all'insegna del "tradimento" (tema forse conduttore, anche metacinematograficamente, dell'intera pellicola, a partire da un'Edimburgo dove l'accoglienza è gestita da hostess slovene), riecheggia quello di vent'anni prima. Detto questo, se si ragiona oltre questi limiti, il film ha i suoi pregi: buon ritmo, ottima regia e bella atmosfera, con tutto il piacere di una rimpatriata fra (ex) amici, che scopriamo però essere meno interessanti di quando erano giovani.

15 marzo 2017

Trainspotting (Danny Boyle, 1996)

Trainspotting (id.)
di Danny Boyle – GB 1996
con Ewan McGregor, Robert Carlyle
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Da un romanzo di Irvine Welsh, il cult movie che ha lanciato le carriere del regista inglese Danny Boyle (al suo secondo film) e dell'attore scozzese Ewan McGregor: la storia di un gruppo di amici che nella Edimburgo degli anni novanta trascorrono il tempo fra pub, calcio, donne e soprattutto eroina. La loro dipendenza dalla droga lascia talvolta il posto a brevi momenti in cui cercano di disintossicarsi, ma sempre senza successo. Fino a quando l'AIDS e altre vicissitudini non interverranno a cambiare le carte in tavola. Mark Renton (McGregor) è il protagonista, la cui voce fuori campo ci guida attraverso i vari episodi che compongono la storia; ci sono poi l'amorale Simon, detto "Sick Boy" (Jonny Lee Miller), grande fan di Sean Connery; il sempliciotto Spud (Ewen Bremner); il belloccio e salutista Tommy (Kevin McKidd); e l'aggressivo e psicopatico Francis Begbie (Robert Carlyle), l'unico del gruppo non dedito alla droga (ma in compenso è un vero criminale). Raccontata con toni colloquiali, cinici e surreali, la loro storia è permeata da una retorica anticonformista che non sfocia mai nell'ipocrisia: la ribellione di Mark e amici al sistema è mostrata per quello che è: confusa e autodistruttiva, una vera e propria pulsione di morte che alternativamente si oppone alla pulsione alla vita. In questo senso qualcosa del film, pur originale e influente, può a tratti ricordare "Arancia meccanica" (vedi i rapporti con i genitori, con le autorità e il sistema educativo) e fungerà a sua volta da ispirazione per "Fight Club" (la ribellione – attraverso il nichilismo, l'autodeterminazione e l'autodistruzione – al consumismo e a tutto ciò che la società considera una "vita rispettabile"). Basti pensare al celeberrimo incipit, con la voce di Mark che si rivolge direttamente agli spettatori: "Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo [...]. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l'eroina?". Da notare come tutto il monologo non sia che lo sviluppo (o la parodia) dello slogan di una celebre campagna antidroga dell'epoca.

Momenti comici, bizzarri o allucinati (da ricordare la scena della "peggior toilette della Scozia", che fa il paio con le disavventure scatologiche di Spud nel disgustare e divertire al tempo stesso lo spettatore) lasciano improvvisamente il posto a sequenze shock o esplicite (come la terribile scena della morte del bambino in culla). E la stessa esistenza dei personaggi sembra ondeggiare fra il disimpegno, all'insegna della libertà e dell'anarchia, a momenti in cui le tragedie della vita reale e il senso di responsabilità fanno capolino con tutta la loro pressione, magari per essere poi spazzati via da altre circostanze, cui solo la conclusione del film sembra mettere (almeno per il momento) la parola fine. Fondamentale è l'ambientazione scozzese (scozzesi sono anche praticamente tutti gli attori, oltre allo sceneggiatore John Hodge e ovviamente Irvine Welsh), uno scenario perfetto per personaggi ritratti come "perdenti consapevoli". Boyle ne mostra tutto lo squallore e la provincialità, sia attraverso le immagini (evidente il contrasto con gli scorci turistici di Londra nel breve montaggio che mostra il trasferimento di Mark!) che le parole dei personaggi. Un altro monologo entrato nella leggenda è infatti quello che Renton fa agli amici durante un'escursione nelle highland ("È una merda essere scozzesi! Siamo il peggio del peggio, la feccia di questa cazzo di terra, i più disgraziati, miserabili, servili, patetici avanzi che siano mai stati cagati nella civiltà. Ci sono quelli che odiano gli inglesi, io no! Sono solo delle mezze seghe! D'altra parte noi siamo stati colonizzati da mezze seghe. Non troviamo neanche una cultura decente da cui farci colonizzare"). Dirompente grazie anche alla regia energetica e virtuosistica di Boyle, al montaggio serrato, alle ottime interpretazioni (in particolare quelle di McGregor, Bremmer e Carlyle), il film scema un po' nella seconda parte, dal trasferimento di Mark a Londra alla vendita dell'eroina (il compratore, interpretato da Keith Allen, è probabilmente lo stesso personaggio che metteva in moto la trama nel primo film di Boyle, "Piccoli omicidi fra amici"), che pure apparecchia per il seguito ("T2") che sarà girato e ambientato vent'anni più tardi. Nel cast anche Peter Mullan (lo spacciatore del gruppo) e Kelly Macdonald (la minorenne Diane), al suo primo film. La ricchissima colonna sonora comprende, fra gli altri, brani di Iggy Pop ("Lust for life", "Nightclubbing"), Lou Reed ("Perfect Day"), Underworld ("Born Slippy"), Sleeper ("Atomic"), Brian Eno ("Deep Blue Day"). Il titolo fa riferimento a una scena del romanzo di Welsh che non è stata inserita nel film (ma ci sarà, come flashback, nel sequel): però i treni da osservare ci sono comunque, sulla carta da parati della camera di Mark.

14 marzo 2017

La signora Oyu (Kenji Mizoguchi, 1951)

La signora Oyu (Oyu-sama)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1951
con Yuji Hori, Kinuyo Tanaka, Nobuko Otowa
**1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

il giovane Shinnosuke si innamora di Oyu, donna elegante ed aristocratica, che però è vedova e con un figlioletto a carico. Poiché la famiglia del defunto marito le proibisce di risposarsi, pur di poterle stare vicino Shinnosuke accetta di unirsi in matrimonio con la sorella minore Shizu. Questa, consapevole dell'amore fra i due e intenzionata a sacrificarsi per il bene della sorella, chiede al giovane di non consumare il matrimonio, che dunque rimane solo di facciata. Ma dopo la morte del figlio, e quando dicerie e pettegolezzi sul loro rapporto cominciano a circolare, Oyu viene ripudiata dalla famiglia acquisita. E per lasciare liberi Shinnosuke e Shizu di pensare alla loro felicità, decide di risposarsi con un ricco mercante di spezie e di andare a vivere lontano... Da un romanzo di Tanizaki ("I canneti"), sceneggiato da Yoshikata Yoda, un melodramma struggente e delicato, incentrato su un insolito triangolo (basato sull'accordo e non sulla rivalità o la contrapposizione), dove i ruoli di marito e moglie e quelli di fratello e sorella si sovrappongono. Il soggetto è ben servito da una regia ariosa che colloca i personaggi all'interno degli ambienti naturali, rifiutando di lasciarsi intrappolare dai loro sentimenti segreti e repressi, o forse proprio in reazione a questi: si pensi alle scene della passeggiata serena primaverile al tempio, immersi nei fiori e nella natura; o degli aperti confronti sulla spiaggia, davanti agli scogli e al mare ondoso; o ancora, della sequenza del concerto di Oyu in onore della Luna nel giardino della villa del nuovo marito; e infine del girovagare di Shinnosuke nel canneto sulla riva del lago, nel finale, in omaggio al testo di Tanizaki. Interessante anche il contrasto fra la poetica Kyoto, dove si svolge la parte iniziale della storia (siamo nell'epoca Meiji), e la più prosaica Tokyo, dove Shinnosuke e Shizu vanno ad abitare dopo l'addio di Oyu.

13 marzo 2017

Warcraft - L'inizio (Duncan Jones, 2016)

Warcraft - L'inizio (Warcraft)
di Duncan Jones – USA 2016
con Travis Fimmel, Ben Schnetzer
**

Visto in TV.

Ispirato a una serie di videogame strategici (il più celebre della serie è "World of Warcraft"), una pellicola fantasy progettata con l'ambizione di dare vita a una franchise, che però ha diviso nettamente pubblico e critica. Dai primi (soprattutto dai videogiocatori) sono arrivati giudizi positivi, dalla seconda negativi. E in effetti il film presenta cose buone e altre meno. Vista come pellicola a sé stante, ignorando dunque il materiale di origine, lascia non poche perplessità: un'ambientazione generica e in cui si viene immersi senza molte spiegazioni (il mondo di Azeroth, popolato da razze differenti, che vivono fra loro in pace fino all'arrivo degli orchi, provenienti – attraverso un portale magico – da un altro pianeta ormai morente: la guerra con gli esseri umani sarà inevitabile), creature fantasy stereotipate (l'attenzione è rivolta soprattutto agli uomini e agli orchi: ma ci sono anche nani, elfi, stregoni, e così via, tutti con evidenti influenze tolkieniane o da "Dungeons & Dragons") e una trama che si dipana a velocità spaventosa e che più che il frutto di una sceneggiatura sembra nata durante una sessione di un gioco di ruolo. Aggiungiamoci un aspetto visivo da videogioco, con personaggi in CGI che si muovono rozzamente in un'ambientazione dalla geografia semplice e schematica (nella war room del sovrano spicca una mappa che sembra pronta per una partita a un gioco strategico da tavolo). Eppure, questi stessi difetti possono diventare punti di forza se li si guarda nell'ottica del lavoro di adattamento, ovvero del tentativo di rendere sullo schermo le dinamiche del gioco, con gli scontri fra eserciti, la distruzione delle città, l'utilizzo delle magie protettive, e così via. E l'impronta di Duncan Jones (che ha ottenuto dai produttori di rivedere in parte la sceneggiatura) si riconosce nella scelta di "umanizzare" i personaggi, evitando per esempio la trappola di mostrare gli uomini tutti buoni e gli orchi tutti cattivi. L'orco capoclan Durotan diventa così uno dei protagonisti positivi, mentre al contrario fra i difensori di Azeroth si nasconde il vero villain. In più c'è Garona, orchessa mezzosangue (e dunque mezzo umana), che funge da punto di contatto fra le due fazioni (è anche l'unica a saper parlare entrambe le lingue). In generale, proprio gli orchi e il modo in cui sono stati rappresentati sono la cosa migliore del film. Azione, scontri e battaglie non mancano, e – se si sta al gioco – nemmeno il divertimento, soprattutto per merito della regia di Jones, sempre consapevole di pregi e limiti di ciò che sta girando. Il cast è popolato di nomi poco noti: Travis Fimmel è l'eroico Anduin Lothar, capo dell'esercito umano; Ben Schnetzer è Khadgar, il giovane mago che per primo si accorge del pericolo; Dominic Cooper è il re Llane Wrynn, sovrano di Stormwind; Ben Foster è Medivh, il "Guardiano", saggio e misterioso protettore del regno; Toby Kebbell è Durotan, l'orco onorevole; Paula Patton è Garona, l'orchessa mezzosangue; Daniel Wu è Gul'dan, il malvagio stregone degli orchi, colui che apre il portale per il loro passaggio. Pur senza fare sfracelli al botteghino, il lungometraggio ha fatto segnare il maggior incasso di sempre per un film tratto da un videogame. La possibilità di un sequel (suggerita sia dal titolo del film stesso, che inizialmente anche in originale doveva avere il sottotitolo "The beginning", sia dai vari fili lasciati aperti nella trama) non è stata ancora confermata.

11 marzo 2017

La pianista (Michael Haneke, 2001)

La pianista (La pianiste)
di Michael Haneke – Francia/Austria/Germania 2001
con Isabelle Huppert, Benoît Magimel
***

Rivisto in divx.

Erika Kohut (Huppert), insegnante di piano al conservatorio di Vienna, vive con la madre (Annie Girardot) che la tratta ancora come una bambina. Forse per questo ha una personalità – e soprattutto una sessualità – repressa e disturbata. Severa e scostante con i suoi allievi, verso i quali non mostra alcuna empatia, ha tendenze voyeuristiche e sadomasochistiche, che mette in atto da sola, recandosi per esempio nelle cabine di un peep show, spiando le coppiette al drive in o tagliandosi con le lamette in bagno. Quando incontra il giovane Walter (Magimel), brillante studente di ingegneria che si dimostra talmente affascinato dal lei e dalla sua raffinatezza da iscriversi alle sue lezioni per corteggiarla, per la prima volta si apre a qualcuno, rivelandogli le proprie fantasie, sia pure in maniera fredda e autoritaria. Il risultato non sarà quello sperato. Da un romanzo di Elfriede Jelinek (scrittrice austriaca che vincerà il premio Nobel nel 2004), un film provocatorio e volutamente sgradevole, magistralmente diretto da Haneke e interpretato da una Huppert capace di dar vita a un personaggio difficile e complesso. Erika, patologicamente legata alla madre, è incapace di stabilire una relazione che non sia conflittuale. Esemplare il modo in cui tratta i suoi studenti, compreso Walter (i cui sentimenti sono inizialmente accolti con freddezza, per poi sfociare in una relazione che – da parte di lei – è all'insegna del degrado, della manipolazione e dell'umiliazione: in entrambe le direzioni, visto che Erika è sia sadica che masochista) e la timida Anna (alla quale gioca uno scherzo crudele, riempiendole le tasche del giaccone di schegge di vetro che le feriscono le mani: lo fa per un misto di sadismo, invidia o gelosia, dopo aver assistito a un momento di gentilezza di Walter nei suoi confronti). Come nei suoi film precedenti, Haneke non si tira indietro nel mostrare scene estreme sullo schermo (in questo caso immagini di porno espliciti: le perversioni di Erika sono invece fuori campo). E gli orrori e le devianze del quotidiano si rispecchiano nella banalità dei programmi che passano sulla televisione perennemente accesa della madre (soap opera, pubblicità, documentari, notizie dei telegiornali). La musica classica (in particolare quella di Schubert: nella pellicola si odono, fra le altre cose, brani del trio D. 929, della sonata per piano D. 959 e uno dei lieder di "Winterreise"), con la sua bellezza e raffinatezza, contrasta con lo squallore della pornografia, priva di gioia e pervasa solo dal dolore, di cui si nutre Erika. Che non a caso sembra attratta quasi solo da compositori con problemi psicologici o patologici a loro volta (parlando di Schumann e di Schubert, accenna al "crepuscolo dello spirito" e alla loro follia). Ben tre riconoscimenti a Cannes: gran premio della giuria, miglior attore e miglior attrice. Dall'edizione successiva del festival le regole vennero cambiate per impedire che un solo film ricevesse così tanti premi.

9 marzo 2017

Jackie (Pablo Larraín, 2016)

Jackie (id.)
di Pablo Larraín – USA/Cile/Francia 2016
con Natalie Portman, Peter Sarsgaard
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Una settimana dopo l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas, l'ex first lady Jaqueline (Natalie Portman), nella sua residenza di Hyannis Port, concede una lunga intervista a un giornalista (Billy Crudup) per raccontare gli ultimi giorni "dal suo punto di vista". Il suo vero scopo è quello di rendere il marito una figura mitica, affinché non venga dimenticato. Per lo stesso motivo – in una serie di scene mostrate in flashback che si alternano con le sequenze dell'intervista – ha organizzato il funerale ispirandosi a quello di Abraham Lincoln, nella speranza di associare il destino dei due presidenti anche dopo la morte. Più che sugli eventi di cronaca (la ricostruzione d'epoca è comunque eccellente), un film dunque sul ruolo dell'uomo nella storia e sulla considerazione dei posteri: sin dalle scene che ripropongono il tour televisivo di Jackie nella Casa Bianca, si fa avanti il tema della dimenticanza e del rischio che ogni nuovo presidente cancelli o porti via la memoria di quelli che l'hanno preceduto (proprio come ogni nuova first lady si preoccupa di modificare l'arredamento della casa stessa). Il funerale organizzato da Jackie, al pari dell'intervista che rilascia, come detto sono accuratamente studiati per trasformare JFK in un mito: non a caso, si fa strada il concetto di Camelot (anche attraverso un brano dell'omonimo musical), uno dei luoghi mitici per eccellenza, al quale legare – ammantandolo di nostalgia – il breve periodo della sua presidenza. Formalmente impeccabile, il ritratto di personaggio che ne esce è però a tratti un esercizio di stile un po' freddo e ingessato. Ottima la Portman, che la regia di Larraín (al primo film in lingua inglese) segue sempre da vicino, con abbondanza di primissimi piani e una macchina da presa che resta incollata alla protagonista mentre cammina fra le sale di Washington o sui prati del cimitero di Arlington, durante i suoi colloqui non solo con il giornalista (ispirato a Theodore H. White di "Life") ma anche con un prete (John Hurt), il cognato Bobby (Peter Sarsgaard) e l'assistente personale Nancy (Greta Gerwig). Il danese Caspar Phillipson è JFK, John Carroll Lynch è Lyndon Johnson, Max Casella è Jack Valenti, Richard E. Grant è William Walton. Da sottolineare anche la colonna sonora di Mica Levi, a base di sonorità per archi drammatiche e inquietanti. La sceneggiatura di Noah Oppenheim era stata inizialmente pensata per una breve serie televisiva.

8 marzo 2017

Ave, Cesare! (Joel ed Ethan Coen, 2016)

Ave, Cesare! (Hail, Caesar!)
di Joel ed Ethan Coen – USA 2016
con Josh Brolin, George Clooney
**

Visto in TV.

All'inizio degli anni cinquanta, fra film da portare a termine, divi da tirare fuori dai guai e giornalisti gossippari da tenere a bada, il produttore hollywoodiano Eddie Mannix (Josh Brolin) ha certo le sue gatte da pelare. Fra le varie cose, deve cercare rapidamente un marito per l'attrice di musical acquatici DeeAnna Moran (Scarlett Johansson), rimasta incinta; deve placare le ire del regista Laurence Laurentz (Ralph Fiennes), perché nella sua commedia sofisticata è stato imposto come protagonista un grezzo e impacciato attore western, Hobie Doyle (Alden Ehrenreich), che non sa spiccicare una frase; e soprattutto deve far fronte alla misteriosa sparizione della sua star di punta, Baird Whitlock (George Clooney), rapito da una cellula di sceneggiatori comunisti (!) dal set di "Ave, Cesare!", un kolossal sulla storia di Cristo narrata dal punto di vista di un centurione romano. Il tutto mentre è tentato di accettare una "proposta indecente", quella di abbandonare il mondo del cinema – che nonostante tutto, continua ad amare – per diventare dirigente della Lockheed. Con un'ambientazione nostalgica (l'ultimo "periodo d'oro" del cinema americano, quando le major hollywoodiane dominavano ancora il mercato e lo star system imperava, ma all'orizzonte cominciava a fare capolino la minaccia della televisione), una farsa che, come ogni opera dei fratelli Coen, mantiene molto meno di quel che promette. La satira prende di mira le tante pellicole disimpegnate – o fintamente "impegnate" – dell'epoca, dai western ai musical (e non è difficile riconoscere nei vari personaggi le loro fonti di ispirazione: Robert Taylor, Esther Williams, Kirby Grant, Gene Kelly, Ernst Lubitsch, Hedda Hopper, eccetera), per non parlare di temi sociali quali la minaccia comunista o il giornalismo sensazionalista: ma tutto è superficiale, all'acqua di rose, e soprattutto diluito all'inverosimile, con sequenze inutilmente lunghe (vedi la scena del balletto dei marinai, o quella – che pure sulla carta prometteva bene – della riunione con i rappresentanti delle varie religioni per stabilire se il film su Cristo è offensivo). Come sempre, poi, quello dei Coen è un mondo popolato quasi solo da stupidi, che fanno cose stupide e con conseguenze stupide. Non ne può risultare che un film sciocco, costellato di gag ripetitive, scontate e schematiche. È una comicità sterile, mai emozionante o incisiva, e che, se pure strappa qualche sorriso, risulta alla fine del tutto innocua. Per capire come prendere davvero in giro Hollywood, riguardarsi (per esempio) "Hollywood party". Nel ricco cast anche Frances McDormand (la montatrice C.C. Calhoun), Tilda Swinton (le due sorelle giornaliste), Christopher Lambert (il regista svedese) e Channing Tatum (l'attore ballerino/spia comunista).