20 ottobre 2019

Juliet in love (Wilson Yip, 2000)

Juliet in love (Chu Lai Yip yu Leung San Pak)
di Wilson Yip – Hong Kong 2000
con Francis Ng, Sandra Ng
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Per ripagare un grosso debito di gioco a un boss della triade (Simon Yam), lo scalcinato scommettitore Jordan (Francis Ng) accetta di prendersi cura per qualche giorno di un neonato, figlio dell'amante del boss, la cui esistenza deve essere nascosta alla legittima consorte. Ad aiutarlo ad accudire il bimbo ci sarà Judy (Sandra Ng), hostess di un ristorante che è stata lasciata dal marito dopo aver subito l'asportazione del seno in seguito a un tumore. Insieme, i due scopriranno di essere anime gemelle e di potersi aggrappare l'uno all'altra per rimanere a galla in un mare di solitudine. Come nel precedente "Bullets over summer", Wilson Yip esplora il concetto di famiglia da un punto di vista del tutto originale e relativo. Sia Judy che Jordan hanno perso, per motivi vari, i loro veri congiunti e vivono da soli (a parte le sporadiche amicizie o l'ambiente lavorativo): ma entrambi, durante i pochi giorni di convivenza, scoprono di non desiderare altro che far parte ancora di un nucleo familiare, al di là delle difficoltà e delle pressioni sociali. Per la donna, privata del seno e dunque della sua femminilità (anche la voce si è fatta decisamente maschile), accudire il bambino è anche un modo per esaudire un desiderio intimo di maternità. Se il film sembra a tratti sfilacciato, la sua anima è sincera e toccante, grazie anche a due ottimi interpreti. Il finale è inevitabilmente tragico, ma venato di poetica surrealtà (le chiavi di casa, simbolo della convivenza domestica, che si materializzano nella toppa della porta). Tats Lau è l'amico di Jordan, Heung Hoi il padre di Judy (che beve solo Coca-Cola: "No Coke, no hope" è il suo motto), Lam Suet lo sgherro del boss, Eric Kot l'istruttore di guida innamorato di Judy.

19 ottobre 2019

1492 - La conquista del paradiso (R. Scott, 1992)

1492 - La conquista del paradiso (1492: Conquest of Paradise)
di Ridley Scott – Francia/Spagna/USA/GB 1992
con Gérard Depardieu, Sigourney Weaver
*1/2

Rivisto in DVD.

Realizzato per il 500° anniversario della scoperta dell'America, un biopic su Cristoforo Colombo che racconta i suoi viaggi, l'approdo su quelle che credeva essere le coste orientali dell'India e il tentativo di stabilire le prime colonie d'oltremare. Semplicistico, lineare e mai emozionante (anche perché privo di qualsiasi sottigliezza), il film è un polpettone informe e senza guizzi, con una sceneggiatura scolastica, una ricostruzione storica romanzata e stereotipata e una regia di maniera. Inoltre, pur sfiorando il tema del "paradiso perduto" (l'arrivo degli spagnoli in America porta ben presto la morte, la violenza e la barbarie, insanguinando quello che sembrava un luogo idilliaco), i fari della vicenda restano sempre puntati sulla figura – in fondo non così interessante – di Colombo, ritratto in modo vago come idealista e ambizioso al tempo stesso: e manca una seria e sincera riflessione su quelle che saranno davvero le conseguenze del suo viaggio, soprattutto per le popolazioni indigene (ma questa è un'altra storia). Realizzato come co-produzione internazionale (e si vede dal cast: oltre a Gérard Depardieu come protagonista e Sigourney Weaver come regina Isabella, ci sono anche Tchéky Karyo, Armand Assante, Fernando Rey, Michael Wincott e Ángela Molina), il film rappresenta l'inizio del periodo meno ispirato e brillante della carriera di Ridley Scott, che, messosi alle spalle i suoi capolavori, di fatto non tornerà mai più ai livelli precedenti (pur firmando ancora alcuni occasionali successi di pubblico – vedi "Il gladiatore" – e di critica – vedi "Sopravvissuto - The martian"). La cosa migliore del film, oltre alle interpretazioni e alla splendida fotografia "pubblicitaria" di Adrian Biddle (le navi che veleggiano al tramonto, o la luce del sole che si riflette sulle onde), rimane senza dubbio la colonna sonora di Vangelis (alla seconda collaborazione con Scott dopo "Blade runner"), con il suo tema enfatico e corale ispirato alla "Follia" medievale. Anche la Weaver aveva già lavorato con il regista (in "Alien").

17 ottobre 2019

Le verità (Hirokazu Koreeda, 2019)

Le verità (La vérité)
di Hirokazu Koreeda – Francia 2019
con Catherine Deneuve, Juliette Binoche
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Lumir (Juliette Binoche), sceneggiatrice francese trapiantata a Hollywood dove ha sposato un attore televisivo (Ethan Hawke), torna a Parigi per far visita alla madre Fabienne (Catherine Deneuve), celebre attrice che ha appena pubblicato un libro di memorie in cui racconta a modo suo – cioè inventandosene la gran parte – le proprie verità. Il rapporto fra madre e figlia è sempre stato difficile, ostacolato da incomprensioni di ogni tipo: prima fra tutte la convinzione, da parte di Fabienne, che il mestiere di attrice debba avere la prevalenza su tutto ("Meglio essere una cattiva madre e una buona attrice"). Ma sul set di un film di fantascienza in cui Fabienne interpreta proprio una figlia che deve confrontarsi con la propria madre, rimasta giovane perché vissuta nello spazio mentre lei invecchiava sulla Terra, l'attrice e la figlia riusciranno in qualche modo a ricucire le proprie divergenze. Dopo la Palma d'Oro con "Affari di famiglia", Koreeda gira il suo primo film fuori dal Giappone, affidandosi a un gruppo di interpreti eccezionali (una sicurezza, specie poi se alla Deneuve tocca un ruolo quasi autobiografico, pieno di frecciatine verso le attrici sue coetanee) e scrivendo una sceneggiatura che, ancora una volta, mette sotto i riflettori i legami familiari. L'ambiente cinematografico, con un mestiere (l'attore) che ha fra le sue caratteristiche quella di dover imitare o falsificare le emozioni e i sentimenti a beneficio del pubblico, fa da sfondo al tentativo di recupero di un rapporto messo a repentaglio da anni di finzioni e dissimulazioni (non solo da parte di Fabienne ma anche di Lumir, che, in quanto sceneggiatrice, scrive dialoghi e scene madri che i vari personaggi rappresentano poi nella realtà). Manon Clavel è la giovane attrice che recita con Fabienne sul set, e che ricorda a tutti una vecchia amica suicidatasi forse proprio per colpa della donna. Clémentine Grenier è Charlotte, figlia di Lumir e nipote di Fabienne. Piccoli ruoli anche per Ludivine Sagnier, Christian Crahay, Roger Van Hool e Alain Libolt. Il film in cui Fabienne recita, "Ricordi di mia madre", si ispira a un racconto di Ken Liu.

15 ottobre 2019

Profondo rosso (Dario Argento, 1975)

Profondo rosso
di Dario Argento – Italia 1975
con David Hemmings, Daria Nicolodi
***1/2

Rivisto in divx.

Marc Daly (David Hemmings), pianista jazz britannico di stanza a Roma, assiste casualmente all'omicidio della sua vicina di casa, la sensitiva tedesca Helga Ulmann (Macha Méril). Convinto che gli sia sfuggito un particolare fondamentale per individuare l'assassino, decide di indagare insieme alla giornalista Gianna (Daria Nicolodi): e scoprirà che il delitto è forse legato a inquietanti eventi che sono accaduti venticinque anni prima in una villa gotica fuori città, ora abbandonata... Forse il film più famoso di Dario Argento, nonché il suo primo vero capolavoro, "Profondo rosso" è un punto di passaggio nella filmografia del regista romano, prima di virare definitivamente verso l'horror soprannaturale con il successivo "Suspiria". Qui il modello è ancora quello del giallo investigativo, come nelle precedenti pellicole della "trilogia degli animali", dalle quali recupera stilemi e ingredienti (tanto che in un primo momento il film avrebbe dovuto intitolarsi "La tigre dai denti a sciabola", esplicitando la sua appartenenza al medesimo genere), pur con una spruzzatina di paranormale (la sensitiva tedesca aveva percepito le intenzioni malvagie del suo assassino, presente fra il pubblico, durante un convegno di parapsicologia). Ma la storia – scritta insieme a Bernardino Zapponi – è decisamente più accattivante e coerente rispetto ai lavori precedenti (con un finale che giunge a sorpresa, ma anticipato da numerosi indizi), ed è arricchita da molte sequenze ad effetto e da momenti ricchi di tensione, a tratti terrorizzanti e comunque difficili da dimenticare: non solo i delitti e le morti macabre e violente, anche piuttosto esplicite visivamente, ma pure la scena dello specchio che rivela il volto dell'assassino, e in generale l'atmosfera che lega i delitti ai traumi infantili (anche grazie all'inquietante canzoncina che funge da motivo conduttore e svolge un ruolo di primo piano nella risoluzione della vicenda). Quanto allo stile di regia e fotografia, prosegue il percorso di Argento sulla strada dell'espressionismo e della stilizzazione barocca, enfatizzando le angolazioni delle inquadrature, i movimenti di camera, i colori accesi (in particolare, ovviamente, il rosso del sangue, talmente acceso da risultare innaturale). Fra gli elementi iconici che più di altri hanno contribuito al successo del film va infine ricordata la colonna sonora di Giorgio Gaslini e dei Goblin, ricca di insolite sonorità elettroniche.

E allora è facile passare sopra ai difetti, alcuni dei quali forse congeniti al suo genere, come l'evidente meccanicità della trama, lo scarso approfondimento dei personaggi, e il fatto che la storia si trascini un po' nella parte centrale, tirando per le lunghe la tensione. Forse per questo, nelle versioni per il mercato internazionale sono state eliminate le sequenze relative alle "schermaglie" amorose fra Marc e Gianna, alcune delle quali ricordano le battaglie fra i sessi delle commedie slapstick degli anni quaranta: in effetti tutto il personaggio della giornalista, con la sua sigaretta e i suoi abiti, sembra uscire da una pellicola di quell'epoca, magari da un noir. E sempre al passato, o forse a un periodo fuori dal tempo, guardano le scenografie con l'uso di set e location meticolosamente studiate (la villa abbandonata, ovviamente, ma anche la casa di Helga con la galleria di dipinti inquietanti e le strade di Roma notturne e vuote). A questo proposito, è da notare che in realtà gran parte del film è stato girato a Torino: qui si trovano la villa e anche la piazza in cui Marc e Carlo sentono l'urlo di Helga (è la piazza CLN, con la statua del fiume Po, dove ha sede il Blue Bar che Argento fece costruire appositamente, ispirandosi al celebre dipinto "Nighthawks" di Edward Hopper). David Hemmings era noto in Italia per aver girato nel 1966 "Blow-up" di Antonioni. La Nicolodi, al suo primo film con Argento, divenne la compagna del regista (e la madre di sua figlia Asia, nata proprio nel 1975). Il resto del cast comprende Gabriele Lavia (Carlo, l'amico e collega alcolizzato di Marc), Eros Pagni (il commissario di polizia, ispirato forse al Volonté di "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto"), Glauco Mauri (il professor Giordani) e Clara Calamai, attrice popolare negli anni trenta e quaranta (qui alla sua ultima apparizione sul grande schermo), che Argento volle per il ruolo della madre di Carlo: la casa e le foto che si vedono nel film sono davvero le sue. Altre curiosità: il travestito omosessuale è interpretato da una donna, Geraldine Hooper. Olga, la figlia del custode, è Nicoletta Elmi, nipote della conduttrice televisiva Maria Giovanna Elmi. Agli effetti speciali ha collaborato Carlo Rambaldi. Il film ispirerà fra gli altri John Carpenter (che per il suo "Halloween" gli si dichiarerà debitore) e Quentin Tarantino.

14 ottobre 2019

Snatch - Lo strappo (Guy Ritchie, 2000)

Snatch - Lo strappo (Snatch)
di Guy Ritchie – GB/USA 2000
con Jason Statham, Brad Pitt
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il rapinatore di banche Franky "Quattro dita" (Benicio del Toro) ha messo le mani su un diamante di grande dimensioni ed è a Londra per cercare di venderlo. La gemma attira le attenzioni dell'ex agente del KGB Boris "Lametta" (Rade Šerbedžija) che, approfittando della passione di Franky per il gioco d'azzardo, lo attira in una bisca clandestina e incarica uno scalcinato trio di piccoli delinquenti di rapinarlo. E mentre i commercianti di gioielli Doug "La zucca" (Mike Reid) e il "Cugino Avi" (Dennis Farina), ai quali Franky doveva rivolgersi, ingaggiano il sicario "Pallottola al dente" Tony (Vinnie Jones) per aiutarli a rintracciare il diamante, la vicenda finisce per coinvolgere anche il gangster "Testarossa" Polford (Alan Ford), che gestisce un lucroso giro di scommesse sulla boxe clandestina e che ha un conto aperto con il promoter "Turco" (Jason Statham) e il suo assistente Tommy (Stephen Graham), il cui pugile Mickey (Brad Pitt), uno "zingaro" di etnia irlandese (pavee), rifiuta di farsi battere come previsto... Il secondo film di Ritchie, dopo "Lock & Stock - Pazzi scatenati", corre sugli stessi binari del precedente: storie di piccoli e grandi delinquenti, raccontate con verve, umorismo, toni spigliati e grotteschi. Peccato che il grande numero di personaggi e il ritmo concitato, che prosegue ininterrotto e pressoché identico per tutto il film, non offrano mai allo spettatore un'occasione per rifiatare o per riflettere su quello che sta vedendo. Con il risultato che spesso la pellicola, più che divertire, finisce con l'annoiare. È il problema di gran parte del cinema post-moderno e post-tarantiniano, che punta sull'eccesso e sull'abbondanza di elementi gettati nel calderone, anziché fermarsi a cesellare o a riflettere sull'utilità di ciascuno di essi. Troppi personaggi, troppi twist e troppe trame incrociate (la vicenda coinvolge anche un cane che ingoia il diamante, e diversi stereotipi sui cosiddetti "irish travellers") non sono sempre una buona cosa, soprattutto se l'andamento è monocorde. Nell'ampio cast (ci sono anche Jason Flemyng ed Ewen Bremner) spicca Pitt, dal temperamento imprevedibile e dal linguaggio incomprensibile. Prodotto (come "Lock & Stock") dal futuro regista Matthew Vaughn.

12 ottobre 2019

La recita (Theo Angelopoulos, 1975)

La recita (O thiassos)
di Theo Angelopoulos – Grecia 1975
con Eva Kotamanidou, Stratos Pahis
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una compagna ambulante di attori teatrali gira per la Grecia, di villaggio in villaggio, allestendo il dramma a sfondo bucolico "Golfo la pastorella", mentre attorno a loro si dipana la storia del paese dal 1939 al 1952: dall'occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale alle lotte di resistenza partigiana, dalla liberazione alla successiva guerra civile. Il tutto non sempre in sequenza lineare: si termina nel 1939 come si era iniziato (e senza un cartello che indichi la fine: tutto è circolare), e a volte i personaggi incrociano i comizi del maresciallo Papagos che diventerà primo ministro nel 1952. La durata fluviale (quasi quattro ore), l'estrema lentezza, l'atmosfera sospesa, gli sparsi dialoghi, l'uso prolungato dei piani sequenza possono rendere faticosa la visione della pellicola tutta d'un fiato, specie se non si colgono di primo acchito i tanti riferimenti storici e i precisi rimandi letterari. Se gli eventi reali e politici possono essere compresi dal contesto, le vicende interne del gruppo di teatranti, a conduzione familiare, riecheggiano infatti quelle della "Orestea" di Eschilo. Clitemnestra (Aliki Georgouli), la moglie di Agamennone (Stratos Pahis, il capo della compagnia), ha una relazione con Egisto (Vangelis Kazan), che collabora con gli occupanti tedeschi. Tradito da loro, Agamennone è giustiziato dai tedeschi, ma sarà vendicato dal figlio Oreste (Petros Zarkadis), che si è unito ai partigiani e che, con l'aiuto della sorella Elettra (Eva Kotamanidou, che intepreta la pastorella Golfo sulla scena) uccide i due amanti mentre recitano sul palco. Elettra, che ha una relazione con il partigiano comunista Pilade (Kyriakos Katrivanos), continuerà ad aiutare i ribelli e contemporaneamente a guidare la troupe, mentre Oreste sarà arrestato dalla polizia, incarcerato e infine giustiziato nel 1951. Nel frattempo Crisotemi (Maria Vassiliou), sorella minore di Elettra, passa con disinvoltura dai nazisti agli inglesi, prostituendosi durante la guerra e sposando un soldato americano quando questa è finita. Alla fine suo figlio (Ghiorgos Kutiris) prenderà il posto dello zio Oreste come Tassos, il protagonista maschile di "Golfo". Come detto, però, queste vicende quasi si perdono in mezzo al quadro più grande, quello storico, politico e sociale, anche perché la macchina da presa si mantiene spesso a distanza dai personaggi (più di loro sembrano importanti gli scenari: le strade, i villaggi, gli edifici, i campi, le isole, le montagne e le spiagge della Grecia). Non ci sono praticamente mai primi piani, se si eccettuano tre sequenze in cui Agamennone, Elettra e Pilade, rispettivamente, si rivolgono allo spettatore per raccontare in un monologo le vicissitudini personali in tre momenti della guerra e delle tensioni successive. La mancata riconciliazione post-bellica e le storture del nazionalismo, con il potere e le ideologie che soffocano prepotentemente le libertà del popolo e anche l'arte (quante volte i teatranti sono costretti da eventi esterni a interrompere il loro spettacolo?), vengono denunciate con chiarezza e lucidità, mentre l'intera pellicola è punteggiata di canti di ogni tipo, dalle canzoni patriottiche e ideologiche ai canti e ai balli popolari, fino a quelli intonati dai teatranti – sempre accompagnati dalla fisarmonica – nel tempo libero o per invitare il pubblico dei villaggi ad assistere alle loro rappresentazioni. Fra le scene più interessanti, c'è proprio il "duello" a base di canti fra i gruppi di fascisti monarchici e di partigiani comunisti nel locale da ballo (che ricorda, naturalmente, "Casablanca"). Il governo greco vietò al film di essere iscritto in concorso al festival di Cannes, dove pure vinse il premio internazionale della critica.

10 ottobre 2019

Joker (Todd Phillips, 2019)

Joker (id.)
di Todd Phillips – USA 2019
con Joaquin Phoenix, Robert De Niro
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

Aspirante comico e cabarettista dalla salute mentale cagionevole, Arthur Fleck (Phoenix) lavora come clown per negozi e ospedali e ha ricevuto soltanto calci dalla vita. In un mondo senza empatia, sottoposto a frustrazioni e pressioni sociali di ogni tipo, finirà con l'esplodere, trovando nella violenza una valvola di sfogo e trasformando ogni tragedia in una ragione di riso. Origin story per lo psicopatico e acerrimo nemico di Batman: ma chi pensasse di trovarsi di fronte a un cinecomic come tanti altri, tutto azione, battutine ed effetti speciali, si sbaglia di grosso. Pur ambientato a Gotham City, e con apparizioni di personaggi quali Thomas Wayne (il padre di Bruce) nonché – fugacemente – del suo figlioletto e del maggiordomo Alfred, non c'è quasi nulla che rimandi al colorato universo dei supereroi in calzamaglia. Siamo più dalle parti di pellicole scorsesiane come "Taxi driver", con la sua analisi del disagio sociale e dei meccanismi della violenza, e di "Re per una notte", fonti di ispirazione talmente evidenti da essere rese esplicite anche dalla presenza di Robert De Niro nel ruolo di un anchorman televisivo che ricorda moltissimo proprio il secondo dei film citati. Qualche (ottusa) polemica in patria, con l'accusa di aver voluto far empatizzare il pubblico con un criminale e giustificare le ragioni delle sue azioni, che peraltro si dipanano in un contesto dai toni esasperati ma realistici, in una città sconvolta dalle tensioni sociali: tanto che le imprese del Joker hanno una forte risonanza fra le classi più disagiate, fomentando un movimento di rabbia e di protesta i cui membri indossano maschere da pagliaccio che sembrano alludere a quelle di Guy Fawkes dei vari Anonymous od Occupy Wall Street. Il classico accostamento fra l'apparente leggerezza e ilarità della figura del clown con la tristezza e la violenza è, ancora una volta, quanto mai efficace. E accettando la propria identità di Joker (quello di Arthur Fleck, come scopre il protagonista, in fondo non è mai stato il suo vero nome), il personaggio rinasce a una nuova vita che saprà sollevarlo dalle umiliazioni, sia pure provocando morte e violenza, in cui sguazza ridendo e ballando. In mezzo al caos e alla distruzione, assistiamo fugacemente anche alle origini di Batman (con l'assassinio dei genitori di Bruce Wayne). Phillips, anche sceneggiatore (insieme a Scott Silver), si è forse ispirato a storie a fumetti come "The killing joke" di Alan Moore: prima di questa pellicola, la sua carriera di regista era stata assolutamente mediocre (i suoi lavori più famosi sono le commedie come "Una notte da leoni" e similari). Stratosferica la prova di Phoenix, che per interpretare la parte è dimagrito di 24 chili (un tour de force che ricorda quello di De Niro in un'altra pellicola di Scorsese, "Toro scatenato"): forse quest'anno l'Oscar per il miglior attore è già prenotato. Nel frattempo il film, che potrebbe diventare il primo di una serie di lungometraggi dark e a sé stanti sui personaggi più tenebrosi dell'Universo DC, ha vinto a sorpresa il Leone d'Oro a Venezia. E pur essendo stato girato a basso budget (relativamente parlando, s'intende), ha riscosso un ottimo successo di pubblico. Dopo le delusioni al botteghino e le stroncature della critica per molte pellicole che scimmiottavano quelle della concorrente Marvel, la Warner sembra aver compreso che è meglio ridimensionare la natura interconnessa del DC Extended Universe e realizzare invece film che abbiano una propria identità autonoma: anche per questo motivo si è scelto di non ricorrere a Jared Leto, che aveva interpretato il Joker in "Suicide Squad" (il personaggio, in passato, ha avuto naturalmente anche i volti – fra gli altri – di Jack Nicholson e di Heath Ledger). Da notare come la copia vista al cinema avesse molte scene "localizzate" in italiano (lettere, giornali e biglietti da visita).

9 ottobre 2019

La foresta dei sogni (Gus Van Sant, 2015)

La foresta dei sogni (The sea of trees)
di Gus Van Sant – USA 2015
con Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe
*1/2

Visto in TV.

Dopo la morte della moglie (Naomi Watts), un professore universitario americano (Matthew McConaughey) si reca in Giappone con l'intenzione di suicidarsi nella foresta di Aokigahara, leggendaria zona boscosa sul fianco del Monte Fuji, che si dice popolata da spiriti e dove appunto centinaia di persone scelgono ogni anno di porre fine alla propria vita. Qui incontrerà un uomo giapponese (Ken Watanabe) con il suo stesso progetto: insieme, cambiata idea, i due cercheranno inutilmente di uscire dalla foresta... Scritto da Chris Sparling, un film che vorrebbe proporsi come profondo e ricco di significati nell'affrontare i temi del lutto, della morte e del significato della vita: ma lo fa in modo generico e pedestre, con toni new age, allegorici e metafisici (specie nel finale) talmente forzati da lasciare il tempo che trovano. L'incontro fra due culture (l'americano e il giapponese) è presentato in maniera quanto mai stereotipata (così come il rapporto dello scienziato ateo con il mistero). E nella seconda metà la pellicola si premura di spiegare per bene tutto quello che già si era ampiamente capito nella prima (anche attraverso una serie di flashback sulla vita coniugale e il passato del protagonista, che si alternano alle scene da survival movie ambientate nel bosco), terminando infine su una nota metafisica davvero semplicistica e stucchevole. A poco servono allora le suggestioni visive, con la foresta avvolgente e misteriosa, rappresentata come un luogo sovrannaturale, una "selva oscura" piena di insidie e di trappole che sembra leggere le intenzioni delle persone che vi entrano (come la "Zona" di Tarkovskij) e da cui non è possibile uscire in maniera semplice (come i boschi delle fiabe, si pensi a quella di Pollicino o, citata esplicitamente, di Hansel e Gretel). "Questo posto è quello che tu chiami Purgatorio", dice Watanabe a McConaughey. Peccato che lo sia anche per lo spettatore.

7 ottobre 2019

Yesterday (Danny Boyle, 2019)

Yesterday (id.)
di Danny Boyle – GB 2019
con Himesh Patel, Lily James
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

In seguito a un misterioso blackout su scala globale (con annesso incidente stradale), l'aspirante cantautore Jack Malik (Himesh Patel) scopre che i Beatles sono stati cancellati dall'esistenza e dalla memoria di tutti gli abitanti del pianeta. L'unico che ancora si ricorda di loro e delle loro canzoni è lui, che "spacciandole" per proprie riesce così a diventare una stella della musica. Peccato che, strada facendo, oltre ai sensi di colpa nel sentirsi osannare per qualcosa che non è farina del suo sacco, si accorga anche che il successo gli sta facendo perdere la felicità e l'amore di quella che a lungo tempo era stata la sua unica vera fan, la manager Ellie (Lily James). Da uno spunto semplice ma accattivante, una simpatica commedia musicale (scritta da Richard Curtis) che mantiene quello che promette, senza appesantirsi con troppi fronzoli o divagazioni. Del fenomeno fantastico che mette in moto la vicenda non vengono spiegate le cause (oltre a Jack, solo un paio di persone su tutta la faccia della Terra ricordano ancora l'esistenza dei "Fab Four") né le sue conseguenze sono esplorate in maniera seria (come si sarebbe evoluto il mondo della musica, o della cultura in generale, senza i Beatles? A parte l'assenza anche degli Oasis, il film non accenna a nessuna analisi di questo tipo). Oltre a una storia romantica senza molta originalità (e che ricorda tante di quelle già viste nei film di Curtis) e a un ritratto acido ma un po' banale dei meccanismi di marketing dietro all'industria musicale di massa, la pellicola offre comunque l'occasione per (ri)ascoltare tante belle canzoni del gruppo di Liverpool, a partire da quella che le dà il titolo. Memorabili, fra gli altri, il momento in cui Jack tenta di suonare per la prima volta "Let it be" davanti ai genitori che lo interrompono in continuazione, o quello in cui cerca di ricordarsi le esatte parole di "Eleanor Rigby". Da notare che, anche se si tratta di un aspetto marginale rispetto alla trama (dopotutto Jack è un cantante, e gli altri argomenti non gli interessano), i Beatles non sono l'unica cosa scomparsa nel nulla in seguito al blackout. Joel Fry è Rocky, l'amico fricchettone; Kate McKinnon è la spregiudicata manager americana; il cantautore Ed Sheeran compare nei panni di sé stesso; Robert Carlyle interpreta, nel finale, un John Lennon invecchiato.

5 ottobre 2019

Sbatti il mostro in prima pagina (M. Bellocchio, 1972)

Sbatti il mostro in prima pagina
di Marco Bellocchio – Italia/Francia 1972
con Gian Maria Volonté, Laura Betti
**1/2

Visto in divx.

In una Milano scossa dai cortei e dalle tensioni fra i manifestanti di fazioni politiche contrapposte, lo spregiudicato caporedattore (Volonté) di un quotidiano di destra ("Il Giornale": ma il film è stato girato due anni prima che il quotidiano con questo stesso nome venisse fondato), finanziato da un ricco industriale (John Steiner) e ammanicato con la polizia, manipola a proprio piacimento le informazioni per influenzare l'opinione pubblica in vista delle elezioni. In particolare, con una precisa campagna mediatica, strumentalizza a fini politici una vicenda di cronaca nera: dopo aver pompato l'indignazione popolare insistendo per diversi giorni sugli aspetti più intimi e commoventi del brutale omicidio di una studentessa, cavalca l'indiscrezione che il colpevole sia un attivista di sinistra (Corrado Solari), indirizzando in questo senso anche le indagini della polizia. E quando, grazie agli scrupoli di coscienza del suo reporter Roveda (Fabio Garriba), verrà a conoscenza dell'identità del vero assassino, preferirà mettere a tacere la cosa, "almeno a fino dopo le elezioni". Un giallo con un taglio molto particolare, che mette in luce il "quarto potere" della stampa nell'indirizzare (o nell'addormentare) le coscienze, anche soltanto con la semplice scelta delle parole da usare nei titoli, e i suoi intrecci (non sempre occulti) con la politica e gli interessi economici. Per molti versi profetico, e ancora incredibilmente attuale (basterebbe sostituire i social media ai quotidiani), nonostante sia ovviamente calato nell'infuocato contesto di quegli anni (si citano stragi ed eventi recenti, Valpreda e Feltrinelli). Anche l'omicidio di Maria Grazia si ispira a un reale fatto di cronaca. Fra gli attivisti che appaiono nel montaggio iniziale spicca Ignazio La Russa. Il progetto era di Sergio Donati, che lo aveva pensato con un taglio più "popolare", ma per motivi di salute dovette rinunciare. Bellocchio, subentrato, fece riscrivere la sceneggiatura a Goffredo Fofi. Nel cast anche Laura Betti (l'insegnante sciroccata che per gelosia denuncia lo studente), Carla Tatò e Jacques Herlin. Le musiche sono di Nicola Piovani, le scenografie di Dante Ferretti (che ha usato la redazione de "L'Unità" per le scene ambientate al "Giornale").

4 ottobre 2019

I tartassati (Steno, 1959)

I tartassati (aka Fripouillard et Cie)
di Steno – Italia/Francia 1959
con Totò, Aldo Fabrizi
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Il cavalier Pezzella (Totò), proprietario di un avviato negozio di abbigliamento nel centro di Roma, evade le tasse. Quando riceve la visita fiscale del maresciallo tributario Topponi (Aldo Fabrizi), cerca in ogni modo di evitare di pagare l'inevitabile multa. Seguendo i suggerimenti del suo disonesto e imbranato "consulente fiscale" (Louis de Funès), Pezzella prova così a "ingraziarsi" l'integerrimo Topponi, fra eccessivo servilismo e maldestri tentativi di corruzione che non andranno mai a buon fine, spesso ritorcendosi contro di lui ma comunque rendendo difficile la vita ad entrambi: e nel frattempo i due uomini si scopriranno legati l'uno all'altro perché i rispettivi rampolli (il figlio del commerciante e la figlia del maresciallo) finiranno con l'innamorarsi... Un soggetto esile e di facile appiglio, con situazioni da barzelletta (la battuta di caccia...) e una regia anonima, ravvivato però dall'estro dei due protagonisti, che avevano già recitato insieme (con ruoli simili) in "Guardie e ladri". Totò, "furbo" finto e maldestro che rende impossibile la vita del "retto" e disciplinato Fabrizi, sembra quasi voler invertire con l'amico/nemico i ruoli di perseguitato e di persecutore (o di "vittima" e carnefice), dando vita a scenette e situazioni comiche innegabilmente divertenti, soprattutto se ci si mette nei panni dello sfortunato Fabrizi. La lieve satira sociale (le tasse, il consumismo, l'antifascismo) completa il tutto. Il produttore Mario Cecchi Gori interpreta un passante. Nota: nella versione francese si dà maggiore risalto al personaggio interpretato da Louis de Funès (e meno a quello di Fabrizi), con alcune scene non presenti nell'edizione italiana.

3 ottobre 2019

Baby driver (Edgar Wright, 2017)

Baby Driver - Il genio della fuga (Baby Driver)
di Edgar Wright – GB/USA 2017
con Ansel Elgort, Lily James
**1/2

Visto in TV.

Il giovane Baby (Ansel Elgort) è un abilissimo pilota che lavora come autista per bande di rapinatori di banche. Lo fa per ripagare un debito al gangster Doc (Kevin Spacey), organizzatore di queste rapine. Ma quando il debito è finalmente saldato e il ragazzo vorrebbe rifarsi una vita onesta con Debora (Lily James), cameriera di un diner della quale si è innamorato, viene costretto a partecipare a un ultimo colpo... La trama è già vista e risaputa (da "Driver l'imprendibile" di Walter Hill a "Drive" di Nicolas Winding Refn, passando per "Transporter" e mille altri film del genere), ma la confezione è accattivante e ricca di stile, grazie a una regia che fa un uso variegato e consapevole del montaggio e dei piani sequenza (rendendo spettacolari le scene d'azione), rinunciando per quanto è possibile agli effetti speciali digitali, ma soprattutto al modo con cui la ricca colonna sonora è integrata diegeticamente nel racconto. Baby, infatti, soffre di acufene per via di un incidente stradale in cui è rimasto coinvolto da piccolo, e per coprire il suono ascolta continuamente musica con le cuffie nelle orecchie: le varie canzoni fanno così da sottofondo a tutti i suoi spostamenti e, naturalmente, alle fughe e agli inseguimenti in auto. Quasi ogni sequenza è perciò coreografata a ritmo di musica (tanto le scene d'azione quanto i momenti più tranquilli, come i bei titoli di testa), come se fossimo in un musical. In più, Baby ha l'abitudine di registrare i dialoghi delle persone attorno a sé, per poi campionarli, mixarli e produrre dei brani personalizzati: assai interessante. Nel complesso, un buon film d'intrattenimento con un fascino al contempo retrò e post-moderno, che ricama sul binomio romantico di "strada e musica", con diverse citazioni pop (da "Monsters & Co." ad "Austin Powers"), che scade un po' nella sezione centrale ma con un incipit e una parte conclusiva adrenalinica e soddisfacente. Peccato per un attore protagonista non sempre all'altezza e poco espressivo, un giovane cantante e DJ cui è difficile prevedere un futuro da star. Meglio, decisamente, i comprimari: non solo Spacey e la Evans, ma anche i numerosi complici delle rapine (Doc ama cambiare uomini a ogni colpo), tutti caratterizzati con qualche tratto curioso – il "pazzo" Jamie Foxx, la coppia sexy formata da Jon Hamm e Eiza González, il rude Jon Bernthal – e giostrati a rotazione in modo da rendere difficile allo spettatore prevedere in anticipo chi sarà il "boss finale", ovvero l'avversario da sconfiggere per ultimo (che infatti non è quello atteso). C.J. Jones interpreta il padre adottivo di Baby, sordo e paralitico, un personaggio francamente superfluo. La vicenda è ambientata ad Atlanta. Fra le ispirazioni evidenti (e ammesse da Wright), anche "Punto zero", "Point break" e "Le iene". Il successo della pellicola ha spinto il regista a progettare un possibile sequel (che deve ancora essere girato).

1 ottobre 2019

Ad astra (James Gray, 2019)

Ad astra (id.)
di James Gray – USA 2019
con Brad Pitt, Tommy Lee Jones
**

Visto al cinema Colosseo.

L'astronauta Roy McBride (Pitt) – figlio di una "leggenda" dell'esplorazione spaziale, Clifford McBride (Jones), che scomparve anni prima mentre era diretto con una navicella verso il sistema solare esterno alla ricerca di vita aliena – viene informato che il padre potrebbe essere ancora vivo. I motori ad antimateria della sua astronave, infatti, sarebbero all'origine dei misteriosi impulsi di energia che, provenienti da Nettuno, stanno sconvolgendo la Terra. Roy partirà così alla sua ricerca, intenzionato non solo a salvare il pianeta ma anche a recuperare il rapporto con il genitore... Primo film di fantascienza per James Gray: una fantascienza intimista e "filosofica", incentrata sulla scoperta di sé e sul confronto fra un padre (distante, in tutti i sensi) e un figlio che è cresciuto nel suo mito ma senza mai conoscerlo veramente. Peccato che prima di giungere al confronto finale fra i due, ci si debba sorbire tutto un viaggio lungo e inconsistente, diviso in varie tappe che sembrano soltanto messe lì per allungare il brodo e punteggiato di ingenuità (con "ostacoli" da action movie un po' inutili e fini a sé stessi: i "pirati" sulla superficie della Luna, la navicella norvegese con le scimmie spaziali nel tragitto verso Marte). Un ripensamento o un miglior lavoro di scrittura della parte centrale avrebbe giovato. Anche perché, alla fin fine, la storia non ha molto di originale o di particolarmente profondo, battendo strade già viste, con suggestioni di "Apocalypse Now" (o meglio, di "Cuore di tenebra") e, naturalmente e inevitabilmente, di "Interstellar", "Gravity" e "2001" (ma con minor complessità e profondità filosofica) per l'ambientazione da hard science fiction. Apprezzabile l'accuratezza nella descrizione dello spazio e buono il tour de force attoriale di Pitt. In parti minori, Donald Sutherland (il colonnello Pruitt, che accompagna Roy sulla Luna) e Liv Tyler (la sua ex moglie, vista solo in ricordi e flashback).

28 settembre 2019

Venezia e Locarno 2019 - conclusioni

Cosa ci rimarrà di questa edizione della rassegna? Forse ben poco. Intanto, come purtroppo capita da qualche anno, non c'è stato nessun vero capolavoro. Quello che ci è andato piu vicino è stato "Atlantis" dell'ucraino Valentyn Vasyanovych, seguito nella mia personale classifica da "Ema" di Pablo Larraín, "All this victory" di Ahmad Gossein e "Les enfants d'Isadora" di Damien Manivel. Nella media il resto, con poche sorprese e qualche delusione. I film peggiori sono stati il giapponese "A girl missing" e il cinese "Saturday fiction". Fra i temi ricorrenti delle pellicole viste, come l'anno scorso, spicca l'ispirazione alla realtà: tanti i lavori che portavano sul grande schermo storie veramente accadute, in chiave di ricostruzione storica o di docu-fiction ("Adults in the room", "Camille", "C'era una volta a... Hollywood", "Les enfants d'Isadora"), e in particolare occupandosi di guerre più o meno attuali ("All this victory", "Atlantis", "Nafi's father", "Saturday fiction") o di emergenze umanitarie (compresa la crisi del lavoro, vista in "Gloria mundi").

27 settembre 2019

Saturday fiction (Lou Ye, 2019)

Saturday fiction (Lan xin da ju yuan), aka Teatro Lyceum
di Lou Ye – Cina 2019
con Gong Li, Mark Chao
*1/2

Visto al cinema CityLife Anteo, con Viviana, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Nel dicembre del 1941, l'attrice Jean Yu (Gong Li) torna nella Shanghai occupata dai giapponesi (con l'eccezione delle poche zone sotto il controllo delle potenze europee), ufficialmente per prendere parte a una rappresentazione teatrale diretta da Tan Ma (Mark Chao), suo amante di un tempo, e ufficiosamente per perorare la causa dell'ex marito, dissidente prigioniero dei nipponici. In realtà la donna è una spia al servizio degli alleati, e il suo compito è quello di estorcere ad un alto ufficiale giapponese (Joe Odagiri) quale sarà il luogo dell'imminente attacco del paese del Sol Levante nel Pacifico. Un confuso film di spionaggio, incredibilmente noioso, con personaggi dalla caratterizzazione inesistente o ballerina, svolte poco chiare o implausibili, una regia mediocre che cerca di costruire l'atmosfera attraverso una fotografia in bianco e nero cupa e livida, e una fastidiosissima camera a mano sempre in movimento. Sprecata l'ottima Gong Li, costretta a un certo punto a trasformarsi in Rambo, prima di un finale prolungato che sembra non voler terminare più. Mai si percepisce l'afflato della storia, immersi come siamo in una ragnatela di intrighi spionistici di quart'ordine, in balia di personaggi con cui è difficile empatizzare (e di cui in fondo ci importa ben poco), anche per via di una forma stilistica pretenziosa (vedi la patina noir) e ammiccante alla Nouvelle Vague. Nel cast anche Huang Xiangli e Pascal Greggory.

No. 7 Cherry Lane (Yonfan, 2019)

No. 7 Cherry Lane (Ji yuan tai qi hao)
di Yonfan – Hong Kong/Cina 2019
animazione tradizionale
**1/2

Visto al cinema CityLife Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nella Hong Kong del 1969, scossa da fermenti politici, lo studente di letteratura straniera Fan Ziming si innamora della signora Yu, madre della ragazza cui dà lezioni private di inglese. Caledoiscopico film d'animazione, caratterizzato da toni nostalgici (non solo per l'ambientazione: Ziming porta la signora Yu al cinema a vedere vecchi film stranieri, come quelli interpretati da Simone Signoret con cui la donna finisce per identificarsi), estrema lentezza ed eleganza (in senso proustiano: "Alla ricerca del tempo perduto", il libro preferito di Ziming, è un po' il filo conduttore), ma anche da occasionali momenti onirici e surreali che donano alla vicenda una patina di ambiguità (la signora Yu trasfigura la propria "liberazione" in una serie di sogni bizzarri). La storia, intima e personale (anche se sullo sfondo ci sono le contestazioni studentesche e la società che cambia, con l'avvento del materialismo e della moda), è raccontata attraverso il mutare delle stagioni, accompagnate da una colonna sonora assai ricca e soprattutto da parecchie citazioni cinematografiche (a partire da "Blow up": all'inizio vediamo Ziming e un suo compagno impegnati in una partita a tennis senza pallina). Interessanti anche alcuni bizzarri personaggi di contorno, come la signora May, diva dell'opera di Pechino che abita al piano di sopra della palazzina (al numero 7 di Cherry Lane, appunto) dove risiedono Yu e la figlia Meiling, fuggite da Taiwan per scappare dalle persecuzioni politiche. Fra i doppiatori: Sylvia Chang, Zhao Wei e Alex Lam.

26 settembre 2019

Ema (Pablo Larraín, 2019)

Ema
di Pablo Larraín – Cile 2019
con Mariana Di Girolamo, Gael García Bernal
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo aver perso il figlio adottivo Polo in circostanze non del tutto chiare (il bambino, in seguito a gravi intemperanze, è stato riconsegnato all'orfanotrofio e quindi adottato da una nuova coppia), la ballerina Ema (Mariana di Girolamo) fa di tutto per riprenderselo. In particolare, dopo aver lasciato Gastón (Gael García Bernal), suo marito nonché regista e coreografo dello spettacolo di danza cui partecipa, seduce (separatamente) i nuovi genitori di Polo (Santiago Cabrera e Paola Giannini). La cosa più interessante del film – oltre alla protagonista sopra le righe, iperattiva e manipolatrice, che tira le (multiple) fila della vicenda barcamenandosi fra i vari personaggi – è lo stile con cui è girato: estetizzante, seducente, ondivago, ipnotico, pieno di energia, sorprendente a ogni svolta. Che per lunghi tratti sembra procedere in modo casuale, per poi stupire lo spettatore in maniera inaspettata. Proprio come Ema, in fondo, personaggio multiforme e a lungo difficile da decifrare, che passa dai rapporti familiari all'amore per la danza (esibendosi per le strade in uno scatenato reggaeton in compagnia del suo "branco" di amiche), dalle feste notturne al lavoro (come insegnante di ballo nelle scuole), mentre la pellicola fonde in un modo del tutto suo il realismo sociale alla Ken Loach (periferie urbane, temi sociali) a un colorato mondo del sesso e dello spettacolo quasi almodovariano. Difficile inquadrare un film (ambientato nella città portuale di Valparaiso, di cui sfrutta molte suggestive location) e un personaggio così, che in una scena vediamo armata di lanciafiamme per dare fuoco agli arredi urbani (un rimando a una delle "colpe" di Polo, quella di aver giocato con i fiammiferi dando fuoco ai capelli di una zia), in un'altra sperimentare il sesso in maniera disinibita con le sue amiche, in un'altra ancora implorare un'assistente sociale affinché le faccia rivedere il figlio, e in un'altra ancora provare sul palcoscenico una coreografia di danza moderna, espressiva ed energetica. Il tutto mentre è divisa fra i sensi di colpa e il desiderio di rivalsa, il piacere del presente e sogno di un futuro migliore, all'insegna della libertà, dell'espressione di sé, della forza di volontà e della famiglia allargata.

You will die at 20 (Amjad Abu Alala, 2019)

You will die at 20
di Amjad Abu Alala – Sudan/Francia 2019
con Mustafa Shehata, Islam Mubark
**

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Un santone itinerante, dal quale Sakina aveva portato il figlio neonato Muzamil per essere benedetto, profetizza che il bambino morirà all'età di vent'anni. La previsione sconvolge la comunità, che pure la accetta senza metterla in discussione. Abbandonata dal marito, Sakina è costretta a crescere il figlio tutta da sola, cercando di proteggerlo in ogni maniera. Il piccolo, che viene dileggiato e chiamato "Il figlio della morte" dai suoi coetanei, non esce mai dal suo villaggio. Ciò nonostante, crescendo, comincia a sviluppare sempre più curiosità e sete di conoscenza. Iscritto alla scuola coranica, ne diventa uno degli alunni più promettenti. E contemporaneamente frequenta la casa di uno "straniero" ai margini della comunità, che gli insegna la matematica e l'amore per le culture occidentali, e dal quale apprenderà anche a "peccare". Nel frattempo, però, man mano che il suo ventesimo compleanno si avvicina, tutto il villaggio comincia a fare i preparativi per il suo funerale. E la ragazza di cui è innamorato viene data in sposa a un altro, visto che il legame con lui non avrebbe prospettive... Uno spunto interessante, legato alla fede assoluta nella religione e alle superstizioni fondate sul nulla, per un film pittoresco che però alla resa dei conti mantiene forse meno di quello che promette. Se il contesto è interessante, i temi morali e quelli della predestinazione sono svolti con una certa pretestuosità. Deludente in particolare il finale, anticlimatico e incapace di tirare adeguatamente le fila della vicenda.

25 settembre 2019

Gloria mundi (Robert Guédiguian, 2019)

Gloria mundi
di Robert Guédiguian – Francia 2019
con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela, Federica e Viviana, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Alla nascita della nipotina Gloria, Sylvie (Ariane Ascaride) contatta dopo anni il suo ex marito Daniel (Gérard Meylan) per informarlo che è diventato nonno. Appena uscito di prigione, l'uomo torna dunque a Marsiglia per stringere nuovamente i contatti con i membri della famiglia, trovandoli tutti in una forte crisi dovuta al lavoro. La neomamma, Mathilda (Anaïs Demoustier), è commessa in prova in un atelier dove è vessata dalla padrona; suo marito Nicolas (Robinson Stévenin), autista di vetture a noleggio con conducente, è vittima di un agguato da parte di colleghi tassisti; il secondo marito di Sylvie, Richard (Jean-Pierre Darroussin) viene sospeso dal suo lavoro come autista di bus; la stessa Sylvie, impiegata di un'impresa di pulizie, deve fare i conti con gli scioperi selvaggi organizzati dai suoi colleghi; gli unici cui apparentemente le cose vanno bene sono la sorella di Mathilda, Aurore (Lola Naymark), e il suo compagno Bruno (Grégoire Leprince-Ringuet), che gestiscono un negozietto di compravendita di oggetti usati, senza troppi scrupoli e senza guardare in faccia nessuno, nemmeno i propri familiari in difficoltà. Guédiguian ha sempre affrontato i temi del lavoro e della famiglia in un mondo in continuo cambiamento, ma mai con tale pessimismo. Le occasioni e le opportunità si riducono a vista d'occhio, mentre il gap generazionale si allarga: le nuove generazioni non solo hanno meno prospettive di quelle che le hanno precedute, ma sono anche dominate dall'egoismo e dalla mancanza di quella solidarietà che, in qualche modo, un tempo aiutava ad andare avanti. Al ritratto simpatetico dei personaggi più anziani fa così da contraltare il cinismo e l'egocentrismo di quelli più giovani, che dividono l'universo fra vincenti e perdenti e capiscono che l'unico modo per restare a galla è quello di vivere sulla pelle degli altri. "Parafrasando Marx", ha detto il regista, "ovunque regni, il neocapitalismo ha schiacciato relazioni fraterne, amichevoli e solidali, e non ha lasciato altro legame tra le persone se non il freddo interesse e il denaro, annegando tutti i nostri sogni nelle gelide acque del calcolo egoistico". Chissà che mondo erediterà la piccola Gloria, rappresentante della generazione ancora successiva, e se quando sarà grande le cose cambieranno di nuovo... Pur con alcune svolte melodrammatiche, un film attuale, realistico e intenso, dai contenuti quasi sgradevoli in certi passaggi, che fonde molto bene le sue due anime, quella sociale e quella familiare. E ci sono anche alcuni sprazzi di poesia (gli haiku estemporanei composti da Daniel). Bella la colonna sonora di Michel Petrossian. Un po' inspiegabile la Coppa Volpi assegnata alla pur brava Ascaride per una prova in fondo normale all'interno di un film corale.

24 settembre 2019

Babyteeth (Shannon Murphy, 2019)

Babyteeth
di Shannon Murphy – Australia 2019
con Eliza Scanlen, Toby Wallace
**1/2

Visto al cinema CityLife Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La sedicenne Milla (Eliza Scanlen), figlia di uno psichiatra (Ben Mendelsohn) e di un'ex pianista (Essie Davis), è gravemente malata di tumore allo stadio terminale. Ma i suoi ultimi mesi sono caratterizzati da una "botta di vita" con l'infatuamento per il ventitreenne Moses (Toby Wallace), delinquentello di strada e piccolo spacciatore: una relazione che i genitori dapprima osteggiano e poi cercheranno invece di favorire, pur di rendere felice la ragazza. Opera prima di una regista che in precedenza ha diretto cortometraggi ed episodi di serie televisive, la pellicola ha un'origine teatrale (da una commedia di Rita Kalnejais, che ha adattato la sceneggiatura) ma non ci se ne accorge, per come è girata in maniera vivace e sbarazzina, anche visivamente, con una leggerezza che stupisce visto il tema trattato. Diviso in micro-capitoletti (ciascuno con un proprio titolo, spesso ironico o pretestuoso, che appare sullo schermo), il film accatasta situazioni di vita familiare, ribellione adolescenziale, problematiche legate all'uso (e all'abuso) di farmaci (che coinvolgono un po' tutti i personaggi: il padre li prescrive, la madre li utilizza per i propri problemi di depressione, la figlia ne è dipendente per la malattia, il fidanzato perché li ruba e li spaccia), ma anche il legame con la natura e soprattutto con la musica (il primo amore della madre, pianista classica, che spinge anche la figlia a imparare a suonare il violino). Peccato che, man mano che procede, la storia si sfilacci un po'. In ogni caso, una visione simpatica e piacevole. Eugene Gilfedder è l'insegnante di musica (e vecchio partner della madre di Milla), Emily Barclay la vicina di casa incinta (con cui il padre ha la tentazione di una scappatella extraconiugale).

23 settembre 2019

Atlantis (Valentyn Vasyanovych, 2019)

Atlantis
di Valentyn Vasyanovych – Ucraina 2019
con Andriy Rymaruk, Liudmyla Bileka
***

Visto al cinema Anteo, con Viviana, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

L'Ucraina del 2025, "un anno dopo la fine della guerra" (siamo dunque sei anni nel futuro), è un paese ormai devastato e senza speranza: la terra e l'acqua sono irrimediabilmente inquinate, le strade sono inutilizzabili perché imbottite di mine antiuomo, e ogni possibilità di tornare a una vita normale sembra preclusa. Dopo aver assistito al suicidio di un suo ex commilitone, sofferente per la sindrome da stress post-traumatico, il reduce Sergiy (Rymaruk), operaio di una fabbrica siderurgica in via di chiusura, conosce una ragazza (Bileka) che lavora come volontaria per recuperare i cadaveri dei soldati – ucraini e russi – rimasti abbandonati durante il conflitto. Un film lento, pesante, cupo e angosciante, a tratti difficile da guardare (si pensi alle sequenze delle autopsie dei cadaveri ormai putrefatti o in decomposizione), del tutto privo di colonna sonora e composto da lunghe sequenze con la macchina da presa in posizione fissa. Eppure è di rara intensità e potenza espressiva, capace di restare con lo spettatore per molto tempo dopo la visione, con un suo fascino e una sua ragion d'essere nel denunciare le (possibili) conseguenze di un conflitto fratricida dove la prima a pagare a caro prezzo è la terra stessa, ridotta a un ammasso di strade desolate e di fanghiglia grigia. Vasyanovych dirige con mano ferma e consapevole, e ogni inquadratura è accuratamente studiata, quasi un quadro (di videoarte) a sé stante, dalle riprese di una sepoltura vista attraverso una telecamera a infrarossi, a un fugace incontro amoroso in un camion rimasto fermo sotto una pioggia sferzante e battente. Il titolo fa riferimento a un'altra "terra perduta" e andata ormai distrutta (Atlantide): vogliamo che la storia si ripeta? Un'Atlantide, si badi bene, sommersa da quell'acqua che qui, onnipresente in molte scene, ha un ruolo invece protettivo e salvifico.

Estasi (Gustav Machatý, 1933)

Estasi (Extase, aka Symphonie der Liebe)
di Gustav Machatý – Cecoslovacchia 1933
con Hedy Lamarr, Aribert Mog
***

Visto al cinema Beltrade, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Trascurata dal noioso marito (Zvonimir Rogoz) sin dalla prima notte di nozze, la giovane sposa Eva chiede il divorzio. E nel frattempo ha una fugace storia d'amore con un aitante ingegnere che lavora alla costruzione di una strada. Girato nel 1933 in tre versioni (rispettivamente in ceco, in francese e in tedesco), presentato alla Mostra di Venezia nel 1934 e ora restaurato (nella versione in lingua ceca) per l'edizione del 2019, questo film è passato alla storia per quello che viene considerato il primo nudo integrale di un'attrice protagonista sul grande schermo: quello di Hedy Lamarr, che ai tempi era diciottenne e si firmava ancora col suo vero nome (Hedy Kiesler). Si dice che suo marito Fritz Mandl, spinto dalla gelosia, cercò di acquistare tutte le copie della pellicola per distruggerle, ma inutilmente. Pur sonorizzato (e musicato: la colonna sonora è pressoché ininterrotta), stilisticamente il film è praticamente un muto, visto come ricorre quasi esclusivamente alle immagini per raccontare la sua storia. E in ogni inquadratura abbondano allusioni e metafore di ogni tipo (la natura che si risveglia di pari passo ai sensi della protagonista, fra campi di grano e cavalli selvaggi, per esempio). Se l'incipit può ricordare certe commedie di ambito domestico come quelle di Lubitsch, la parte centrale è pervasa da un erotismo assai spinto e suggestivo, grazie alla bellezza della Lamarr e, naturalmente, alla celebre e succitata scena, quella in cui la ragazza, mentre fa il bagno in un fiume, rimane nuda perché il suo cavallo è scappato portandosi via i suoi vestiti, e viene soccorsa da Adam (Aribert Mog). La regia elegante, la fotografia avvolgente e la leggerezza con cui scorrono le situazioni lo rendono estremamente gradevole ancora oggi: peccato solo per il finale spurio e "sovietico", con l'esaltazione del lavoro, che c'entra poco con tutto il resto. Naturalmente il soggetto "scandaloso" suscitò tentativi di censura in diversi paesi (anche perché, contrariamente alla morale e alle consuetudini dell'epoca, l'adulterio di Eva non è punito né rappresentato come riprovevole in alcun modo: si tratta semplicemente del naturale sfogo di una ragazza rimasta senza amore), ma diede grande fama internazionale al regista (già noto per un precedente film muto su temi simili, "Erotikon" del 1929) e soprattutto alla bella (e geniale) attrice, che qualche anno più tardi si trasferirà a Hollywood in fuga dalla Germania nazista.

22 settembre 2019

Il sindaco del rione sanità (M. Martone, 2019)

Il sindaco del rione sanità
di Mario Martone – Italia 2019
con Francesco Di Leva, Massimiliano Gallo
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Florian e Sabine
(rassegna di Venezia).

Don Antonio Barracano, "uomo d'onore" temuto e rispettato da tutti, elargisce consigli e dispensa a modo suo la giustizia nel sottobosco criminale di Napoli, agendo fuori dalla legge e in favore di coloro che alla legge dello stato non possono fare ricorso, con l'intenzione di ridurre la spirale di odio e di violenza. Ma quando si troverà a dirimere un contrasto insanabile fra un padre e un figlio, la situazione gli sfuggirà di mano. Dopo averla diretta anche sul palcoscenico (da cui provengono praticamente tutti gli interpreti), Martone firma un adattamento cinematografico dell'omonima opera teatrale di Eduardo De Filippo, dandole un taglio moderno con scenografie e attori i cui volti ricordano la serie tv "Gomorra". E proprio la recitazione così caricata, con smorfie e atteggiamenti intimidatori, è il punto debole dell'operazione: non serve a rendere più realistica la vicenda, visto che la struttura dei dialoghi e l'impianto della storia rimangono comunque inequivocabilmente teatrali, e anzi disorienta lo spettatore, che si ritrova continuamente a fare i conti con lo "scarto" fra quello che vede e quello che sente. L'aspetto visivo così "serio" e l'impostazione così aggressiva non rendono peraltro giustizia alle mille sfumature del testo, dove non manca un certo sarcasmo e una sottile ironia dell'assurdo. Anche perché Martone esplicita e mostra sullo schermo molte scene e antefatti che nel testo originale erano soltanto raccontati a parole (una scelta giustificata dall'esigenza di "movimentare" cinematograficamente una storia che a teatro non aveva bisogno di cambi di scena), togliendo un po' di stupore e lasciando meno suggestione all'immaginazione del pubblico. Eliminando l'ultimissima scena del dramma, infine, il film ne capovolge di fatto il messaggio. Impari, naturalmente, anche il confronto espressivo fra Francesco Di Leva e lo stesso Eduardo nella sua versione televisiva del 1964: più che una guida di alta caratura o un'autorità riconosciuta dal popolo che va a chiedergli consiglio, qui il "sindaco" sembra un boss aggressivo e distante, che impone dall'alto la sua legge. Complessivamente inutile: la potenza e la bellezza dell'originale si intravede soltanto nelle occasionali scene dei lunghi monologhi. Nel cast anche Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco e Salvatore Presutto. Cameo di Ernesto Mahieux.

21 settembre 2019

All this victory (Ahmad Gossein, 2019)

All this victory (Jeedar el sot)
di Ahmad Gossein – Libano 2019
con Karam Ghossein, Adel Chahine
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Durante il conflitto fra Libano e Israele del luglio 2006, approfittando di una momentanea tregua, Marwan si reca nel villaggio del padre, in piena zona di guerra nel sud del paese, con l'intenzione di riportarlo a Beirut. Ma non lo trova, rimane bloccato dai bombardamenti e si rifugia in una casa diroccata, in compagnia di altre quattro civili (due anziani commilitoni del padre e una coppia in fuga), impossibilitati a uscire anche perché un drappello di soldati nemici si è insediato al piano superiore. La guerra vista da una stanza: tutt'attorno i rumori degli spari e delle esplosioni, da sopra i passi e le comunicazioni dei nemici, e all'interno angoscia e paura. Dieci anni fa, un film israeliano chiamato "Lebanon" aveva raccontato un altro conflitto fra i due paesi (quello del 1982) tutto dall'interno di un carro armato. Questa pellicola è in un certo senso la sua controparte, dato che mostra lo scontro dal punto di vista opposto (quello dei civili libanesi), ma ne condivide l'impostazione ristretta e claustrofobica, portando allo scoperto in maniera assai efficace le emozioni, i sentimenti e le paure di chi ne resta coinvolto. Opera prima di un regista che in precedenza ha realizzato alcuni cortometraggi, il film è girato con mano ferma e una particolare attenzione ai rumori e al montaggio sonoro. Quasi tutti gli eventi e gli orrori della guerra, infatti, non si vedono – se non di sfuggita – ma si sentono: fa eccezione la sequenza finale nella quale Marwan si aggira in mezzo alle rovine della città distrutta. Anche delle ragioni e del contesto specifico del conflitto si parla poco, tanto che il film potrebbe essere spostato o ambientato durante una qualsiasi guerra (appena fuori dalla nostra finestra) in ogni parte del mondo.

20 settembre 2019

Love me tender (Klaudia Reynicke, 2019)

Love me tender
di Klaudia Reynicke – Svizzera 2019
con Barbara Giordano, Antonio Bannò
**

Visto al cinema Colosseo, con Daniela e Marisa (rassegna di Locarno). Erano presenti la regista e l'interprete.

Terrorizzata dal mondo esterno e iperprotetta dai genitori, Seconda (così chiamata perché nata dopo una sorella scomparsa a 5 anni) si rifiuta di uscire dal proprio appartamento. Dopo l'improvvisa morte della madre e l'inattesa fuga del padre, la giovane sarà costretta a cavarsela da sola. Tragicommedia dai toni un po' surreali, sui temi della pazzia e del superamento dei limiti autoimposti: lo spunto non può che ricordare il bel film coreano "Castaway on the moon", ma se in quel caso gli sviluppi della vicenda, per quando assurdi e sopra le righe, apparivano comunque naturali e permettevano allo spettatore di empatizzare con i protagonisti, in questo caso molti aspetti risultano troppo astratti o del tutto random o gratuiti. Certo, si (sor)ride di fronte alle peripezie della ragazza, alla sua difficoltà di rapportarsi con il mondo esterno, ai maldestri tentativi di suicidio, alle vicissitudini che coinvolgono – fra gli altri – Santo, il malcapitato ragazzo al quale chiede aiuto, ed Henry, l'insistente agente di riscossione dei debiti; e a vivacizzare il tutto ci sono gli incontri di Seconda con sé stessa da bambina. Ma l'impressione è che si proceda a casaccio, un po' in tutte le direzioni, senza un vero traguardo in mente (tanto che il finale astratto è tutt'altro che memorabile). Pretestuosa la lettura femminista e anti-patriarcale avanzata da alcune critiche. Molto buona comunque la prova della Giordano, che si esprime attraverso una recitazione assai "fisica". La regista, di origine peruviana, è anche sceneggiatrice e co-autrice delle musiche.

Camille (Boris Lojkine, 2019)

Camille
di Boris Lojkine – Francia 2019
con Nina Meurisse, Fiacre Bindala
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Biopic su Camille Lepage, giovane fotoreporter francese che rimase uccisa nel 2014 nella Repubblica Centrafricana, dove si trovava per documentare con i suoi scatti le violenze della guerra civile e gli scontri fra i ribelli mussulmani (i Séléka) e le milizie cristiane (gli anti-Balaka). Alternando il ritratto simpatetico di una protagonista giovane e idealista alla rappresentazione di una tragedia umanitaria della quale ai paesi occidentali importa davvero poco (a parte forse ai francesi, per via del loro passato coloniale), ma di cui in realtà non approfondisce particolarmente i retroscena, il film colpisce per la cura tecnica con cui ricostruisce sullo schermo scenari ed eventi anche molto recenti (la guerra è tuttora in corso) e per la potenza dell'intepretazione di Nina Meurisse. Ma gli manca quel "quid" che c'era nei reportage di Kapuściński (come "Ancora un giorno", ambientato in Angola, dal quale è stato tratto recentemente un bel film in animazione rotoscope) o persino in pellicole hollywoodiane come "Sotto tiro" con Nick Nolte, dove la situazione contingente non impediva di allargare lo sguardo al di là della tragica realtà. In questo caso siamo invece di fronte a poco più di un documentario, incapace di uscire dai limiti ristretti del suo argomento e che si limita a ribadire concetti generici sull'assurdità della guerra e della violenza.

Les enfants d'Isadora (Damien Manivel, 2019)

Les enfants d'Isadora
di Damien Manivel – Francia/Corea del Sud 2019
con Agathe Bonitzer, Manon Carpentier
***

Visto al cinema Colosseo, con Eleonora e Paola, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Nel 1913 la celebre Isadora Duncan, la fondatrice della danza moderna, perse i due figli di 7 e 3 anni, annegati nella Senna dopo esservi caduti a bordo di un'automobile. Per elaborare il lutto la Duncan creò un assolo, "La mère", con il quale dava spiritualmente l'addio ai suoi bambini e li lasciava andare via. Cento anni dopo, alcune donne scoprono questa danza e ciascuna la interpreta alla sua maniera. Vediamo infatti una ragazza (Agathe Bonitzer) studiare accuratamente la coreografia del pezzo per replicarne con precisione i movimenti (e questo film mi ha fatto scoprire che esistono "partiture" della danza, con simboli che identificano ogni posizione e ogni movimento sul palco); una bambina con sindrome di down (Manon Carpentier) che si prepara insieme alla sua istruttrice (Marika Rizzi) per mettere in scena l'assolo, con la seconda che le spiega come per Isadora "ciascuno deve trovare il proprio gesto, il proprio modo di danzare"; e infine un'anziana spettatrice fra il pubblico (Elsa Wolliaston), che rimane emotivamente colpita dalla performance, forse perché – a differenza delle due ragazze – probabilmente anche lei ha vissuto davvero quel dolore (ed essendo nera, è anche una sorta di "grande madre" di tutti). Tre modi diversi – o quattro, se contiamo l'insegnante – di rivivere la danza della Duncan (su una musica di Scriabin), tutti a loro modo validi, che rendono le protagoniste in fondo figlie (spirituali) anch'esse di Isadora, della quale sullo schermo non si vedono che un paio di fugaci fotografie. Il film è lento, fatto quasi solo di silenzi e di corpi in movimento, impegnati sì nella danza ma anche in momenti della vita quotidiana. La consapevolezza di sé e del proprio corpo e l'espressione dei sentimenti rinchiusi al proprio interno può aiutare non solo ad elaborare il lutto ma anche a trasmettere queste emozioni agli altri, facilitando la comprensione e annullando le distanze (di spazio, di tempo, di cultura) che separano gli esseri umani. Ottime le protagoniste e la regia, premiata a Locarno.

19 settembre 2019

Adults in the room (Costa-Gavras, 2019)

Adults in the room
di Costa-Gavras – Grecia/Francia 2019
con Christos Loulis, Alexandros Bourdoumis
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Un resoconto dei primi sei mesi del governo Tsipras in Grecia (da gennaio a luglio 2015), raccontati in una docu-fiction che si concentra soprattutto sulla figura del combattivo ministro delle finanze Yanis Varoufakis (Christos Loulis) e sulle sue estenuanti trattative con i suoi omologhi europei, i membri dell'Eurogruppo e le istituzioni economiche del Vecchio Continente (la cosiddetta "Troika": Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), nel tentativo di rinegoziare il debito ellenico e uscire dall'austerità. Comincia con la sera delle elezioni e termina con le dimissioni del ministro dopo che Tsipras accettò di firmare il memorandum d'intesa con l'Europa messo a punto dal precedente governo, nonostante il popolo greco avesse manifestato la propria opposizione con un referendum. Ma la parte principale del film illustra le negoziazioni, le trattative e gli scontri dialettici che avvengono all'interno delle stanze segrete dell'Eurogruppo, mostrando con sarcasmo e cinismo tutto il lato "nascosto" della politica, dove le dichiarazioni in privato contraddicono totalmente quelle in pubblico, dove gruppi di alleanze e di rivalità si formano e si disfano dietro le quinte, dove si dibatte per ore (se non per giorni) su una singola parola o un particolare aggettivo da inserire in un comunicato ufficiale, dove smuovere qualcuno dai propri principi ideologici sembra impossibile, dove le esigenze reali delle persone e dei popoli perdono di significato rispetto a teorie economiche senza base concreta. E nel finale, la pellicola si fa surreale con il "balletto" che viene imposto a Tsipras dai suoi colleghi: adeguarsi o morire. Era difficile rendere appetibile o accattivante un argomento di questo tipo: c'era riuscito Adam McKay con "La grande scommessa", e tutto sommato ci riesce anche Costa-Gavras (anche se in questo caso, più che di economia, si parla di politica, e più specificatamente dell'arte della contrattazione), sfornando un political thriller coinvolgente e moderno, sia pure dalla struttura un po' ripetitiva al suo interno. La regia si sofferma soprattutto sulle grandi stanze, gli enormi palazzi, i corridoi vuoti, dentro i quali si decidono le sorti dell'Europa e di popoli che spesso non hanno alcuna voce in capitolo. Il film è tratto da un libro dello stesso Varoufakis ("Adulti nella stanza. La mia battaglia contro l'establishment dell'Europa"), il cui cognome non è peraltro mai pronunciato durante la pellicola, così come quello di quasi tutti i personaggi, che vengono chiamati soltanto per nome. Compreso il "cattivo", Wolfgang (Ulrich Tukur), che naturalmente è tedesco: si trattava del ministro Wolfgang Schäuble. Alexandros Bourdoumis è Alexis Tsipras. Particina per Valeria Golino (la moglie di Varoufakis). Il titolo proviene da una frase detta da Christine (Lagarde), direttrice del FMI, durante un battibecco fra i ministri: "Servirebbero degli adulti in questa stanza".

A girl missing (Koji Fukada, 2019)

A girl missing (Yokogao)
di Koji Fukada – Giappone 2019
con Mariko Tsutsui, Mikako Ichikawa
*1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Ichiko, premurosa infermiera che fornisce assistenza a domicilio agli anziani, stringe un forte rapporto d'amicizia con Saki e Motoko, nipoti di una sua cliente. Ma quando Saki scompare nel nulla per una settimana, e soprattutto dopo che il colpevole, arrestato, si rivela essere suo nipote Tatsuo, la vita di Ichiko cambia improvvisamente: assediata dai media e dalle riviste scandalistiche, che l'accusano di essere complice del rapimento, la donna finisce col perdere il lavoro e il fidanzato. La scoperta che dietro molte delle sue disavventure c'è Motoko, patologicamente invaghita di lei, la spingeranno a meditare vendetta... Costruito in maniera non lineare, alternando cioè scene ambientate nel passato (che raccontano i retroscena della vicenda) e nel presente (che mostrano la azioni di Ichiko), un thriller che parte bene, stimolando la curiosità dello spettatore per cercare di mettere insieme i vari pezzi a incastro. Ma si sfalda progressivamente, anche per la mancanza di sottigliezza con cui rappresenta le azioni dei personaggi, che pure sono spesso incapaci di cogliere quei segnali così evidenti allo spettatore (come la bisessualità di Motoko). E nel finale parte quasi per la tangente (anche per via di alcune scene oniriche), lasciando peraltro un paio di punti, se non irrisolti, quantomeno ambigui. Tante rimangono anche le ellissi, di certo volute, come il pochissimo spazio dedicato ad alcuni personaggi chiave (compresa la ragazza rapita e il suo rapitore!). Non certo una visione piacevole, per via di una sceneggiatura non troppo riuscita, tutta costruita su un gioco pretestuoso di ingenuità, fiducia tradita, ripicche amorose e vendette, anche se sono da apprezzare le interpretazioni, la regia elegante e precisa, e la freddezza dell'ambientazione.

Nafi's father (Mamadou Dia, 2019)

Nafi's father (Baamum Nafi)
di Mamadou Dia – Senegal 2019
con Alassane Sy, Saikou Lô
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

In un villaggio nel nord-est del Senegal dove l'Islam convive con le antiche tradizioni e alcune credenze animiste, il Tierno (l'imam locale) disapprova il fidanzamento della propria figlia Nafi con il cugino Tokara, figlio del suo fratello maggiore Ousmane. La questione, però, non è solo familiare ma anche religiosa e politica: Ousmane è infatti legato a un gruppo di integralisti islamici, finanziati da uno sceicco fondamentalista che vorrebbe prendere il potere nella zona e imporre la sharia. La rivalità fra i due fratelli divide pian piano la comunità: e per screditare Ousmane, il Tierno suggerisce ai due ragazzi di mettere in scena una "fuga d'amore"... Il primo lungometraggio del regista senegalese Mamadou Dia mette in scena lo scontro (fratricida) fra una concezione gentile e moderata dell'autorità religiosa (quella dell'imam protagonista) e una invece rigida, oppressiva e imposta con il potere della forza e dei soldi (grazie ai quali Ousmane si compra pian piano il favore e l'approvazione degli abitanti del villaggio). Efficace nel mettere in scena drammi, dubbi e aspirazioni personali all'interno di un contesto sociale (Nafi sogna di andare a studiare all'università, e in effetti il suo fidanzamento con il cugino fa parte di una strategia per poter trasferirsi nella capitale Dakar, dove anche il ragazzo vorrebbe studiare la danza), la pellicola ha come suo centro nevralgico un personaggio di forte integrità, coerente e deciso nell'opporsi (anche se passivamente) alle ingiustizie e alla barbarie che avanza, ma al tempo stesso diviso fra i suoi doveri di padre, di fratello, di autorità religiosa e di guida spirituale per i membri della comunità (oltre che sofferente per una malattia terminale che lentamente lo sta devastando).

18 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood (Q. Tarantino, 2019)

C'era una volta a... Hollywood (Once upon a time in... Hollywood)
di Quentin Tarantino – USA 2019
con Leonardo DiCaprio, Brad Pitt
**1/2

Visto al cinema Orfeo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Rick Dalton (DiCaprio) è un ex attore di western televisivi, la cui carriera sta rapidamente calando a picco: dopo una serie di pellicole di serie B, si ritrova a fare piccole parti da cattivo in episodi pilota di nuovi telefilm, mentre il suo agente cerca di convincerlo ad andare a girare spaghetti western in Italia. Cliff Booth (Pitt) è il suo stuntman, nonché miglior amico, autista ed aiutante tuttofare. La loro vicenda, nella Hollywood del 1969, si intreccia con quella di Sharon Tate (Margot Robbie), giovane moglie del regista Roman Polanski. Per una volta Tarantino sforna una pellicola dai toni per lo più compassati, ricolma sì di spunti citazionistici ma anche assai più intima e misurata del suo solito. La violenza estrema e grottesca fa capolino soltanto nel finale, peraltro ampiamente preannunciata, almeno per chi conosce bene i retroscena dei delitti della "famiglia" di Charles Manson. Saranno proprio questi spettatori, dotati delle necessarie "conoscenze enciclopediche" (ovvero al corrente dei dettagli della morte di Sharon Tate, o che capiscono che il "Charlie" citato dagli hippie al ranch è Manson) a rimanere particolarmente colpiti e sorpresi dal finale catartico che gioca a stravolgere la storia. Già, perché come aveva già fatto in "Bastardi senza gloria", Tarantino si diverte a modificare il corso degli eventi reali. La villa di Rick si trova in Cielo Drive, proprio a fianco di quella dei Polanski: ed è da lui, anziché dai vicini di casa, che i membri della Manson Family fanno irruzione, con esiti inaspettati. Il che giustifica anche il titolo "fiabesco", al di là dell'evidente omaggio a Sergio Leone (a proposito: nei manifesti e nel materiale in rete il titolo è scritto con l'ellisse – i tre puntini... – immediatamente prima della parola "Hollywood", ma quando compare sullo schermo, proprio prima dei titoli di coda, i puntini sono anticipati: "C'era una volta... a Hollywood"). Pervaso da un'atmosfera nostalgica, appropriata per quello che è un sincero omaggio alla Hollywood e al mondo dell'intrattenimento di fine anni sessanta (particolarmente curata la ricostruzione storica, dalle scenografie che riportano in vita celebri locali e drive-in, agli spezzoni di pellicole e telefilm di quell'epoca: esilaranti, in particolare, i finti "film italiani" – uno dei quali di Sergio Corbucci! – che Dalton si trova a interpretare), il film è però dispersivo (sembra procedere a casaccio, guidato soltanto dall'evidente finale cui si tende), inutilmente lungo e dilatato (le quasi tre ore di durata non sono giustificate). Se non mancano dialoghi, scene e situazioni memorabili (il confronto fra Rick e la bambina attrice; la Tate che va al cinema a rivedersi in un filmetto da lei interpretato; l'irriverente scontro fra Cliff e Bruce Lee), resta comunque l'impressione che molte parti avrebbero potuto tranquillamente essere sforbiciate: tutto il personaggio di Cliff, per esempio, è in fondo quasi superfluo, nonostante un buon tentativo di caratterizzazione (ma la scena in cui lavora sul tetto a torso nudo è soltanto un fan service), privo com'è di autentico conflitto in relazione al vero protagonista del film, Rick Dalton. Ottimo DiCaprio, che si conferma un grande attore. Nel cast, in ruoli minori, anche Margaret Qualley, Emile Hirsch, Dakota Fanning e Al Pacino. Lorenza Izzo è la moglie italiana di Rick, Rafał Zawierucha è Roman Polanski, Damian Lewis è Steve McQueen, Mike Moh è Bruce Lee. Camei di Bruce Dern, Kurt Russell, Zoë Bell e Michael Madsen. Bravo anche il pitbull Sayuri (Brandy), che a Cannes (dove il film era stato presentato in anteprima) ha vinto la Palm Dog.

17 settembre 2019

Venezia e Locarno 2019

Con l'anteprima in lingua originale di "Once upon a time in... Hollywood" di Quentin Tarantino, comincia oggi la rassegna annuale dei film provenienti dalla Mostra del Cinema di Venezia (più una manciata di titoli in arrivo da Locarno e altri festival minori). Conto di vedere diverse pellicole, fra cui quelle di Pablo Larraín, Mario Martone, Robert Guédiguian, Shannon Murphy, Lou Ye, Yonfan e Costa-Gavras. Purtroppo mancano sia il Leone d'Oro ("Joker" di Todd Phillips) che quello d'Argento ("J'accuse" di Roman Polanski), che dovrebbero uscire in sala fra ottobre e novembre, e anche altri lavori che mi interessavano, come quelli di Assayas, Gray, Egoyan e Koreeda. In programma invece un recupero d'altri tempi ("Extase" di Gustav Machatý, del 1933) e svariati lavori di registi a me sconosciuti. Speriamo bene. Stay tuned!

16 settembre 2019

In nome del popolo italiano (Dino Risi, 1971)

In nome del popolo italiano
di Dino Risi – Italia 1971
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman
***

Visto in divx alla Fogona.

Il giudice istruttore Mariano Bonifazi (Tognazzi) vede nell'imprenditore Lorenzo Santenocito (Gassman) tutto quello che combatte con severità e solerzia: l'arroganza del potere, l'arricchimento ai danni della comunità, la disonestà, la corruzione, la spregiudicatezza nel commettere abusi edilizi e nell'inquinare l'ambiente, le mani in pasta in mille affari di grande e piccolo calibro. Come se non bastasse, Santenocito è un ex fascista (mentre Bonifazi è di sinistra), e questo ne fa un avversario anche dal punto di vista ideologico. Tanto basta per concentrare su di lui le indagini sulla morte di una giovane prostituta d'alto bordo (Ely Galleani) che Santenocito non solo frequentava, ma di cui si serviva per “ammorbidire” le trattative d'affari durante cene e festini. L'alibi dell'uomo per la sera in questione non regge: ma sarà davvero colpevole? Nonostante qualche personaggio minore un po' caricaturale (il medico legale, l'archivista del tribunale che cita Belli, il cameriere gay), i toni non sono quelli della commedia o della satira: strutturato come un giallo (soltanto nel finale scopriremo la verità sulla morte della ragazza) e basato sullo scontro fra due personalità contrapposte, il film fa riflettere su come il boom economico abbia prodotto una categoria di imprenditori che sfruttano ogni occasione, legale o meno, per arricchirsi (come i palazzinari de “Le mani sulla città”), nell'indifferenza se non con la complicità della società civile. Tanto che Bonifazi si trova a riflettere amaramente se quel “popolo italiano” in nome del quale la giustizia emette le sue sentenze – e che sembra trovare una propria unità soltanto di fronte alle vittorie calcistiche, per di più non senza manifestazioni di teppismo e volgarità – meriti davvero di essere tutelato e protetto. Di fatto Santenocito è un Berlusconi prima di Berlusconi (manca soltanto la discesa in politica, per il resto c'è tutto: dagli appoggi altolocati alle “cene eleganti”). Soggetto e sceneggiatura sono di Age e Scarpelli, la musica è di Carlo Rustichelli.

15 settembre 2019

Non si uccidono così anche i cavalli? (S. Pollack, 1969)

Non si uccidono così anche i cavalli? (They shoot horses, don't they?)
di Sydney Pollack – USA 1969
con Jane Fonda, Michael Sarrazin
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nell'America colpita della grande depressione (siamo nel 1932), un locale organizza una maratona di ballo che richiede alle coppie partecipanti di danzare ininterrottamente per giorni e giorni (anzi, addirittura settimane), con appena dieci minuti di sosta ogni due ore. A partecipare sono soprattutto disperati e disoccupati, attratti non solo dal premio di 1500 dollari in palio ma soprattutto dal vitto offerto gratuitamente ai concorrenti. Fra di loro troviamo la coppia estemporanea formata dalla scostante Gloria (Fonda), che dalla vita ha già ricevuto una nutrita dose di sconfitte e disillusioni, e dall'ingenuo Robert (Sarrazin), un ragazzo che vagabonda senza meta e “che non sa dire di no”. Tratto dal romanzo del 1935 di Horace McCoy, il film segue il progredire della gara, sempre più estenuante man mano che passano i giorni, resa ancora più difficile (ma più spettacolare per il pubblico che si affolla a seguirla) dalle occasionali e massacranti “prove” supplementari, come le corse a eliminazione. E naturalmente, spogliato da tutto il piacere e il divertimento (almeno per i contendenti), il ballo diventa una metafora della vita (con tanto di coppie che si formano, si rompono e si ricongiungono, di nascite – una delle partecipanti è incinta – e di morti). Susannah York è la platinata inglese Alice, che spera inutilmente che fra il pubblico ci sia qualche pezzo grosso di Hollywood a notarla (il fascino del cinema e del suo mondo dorato, specie in California dove si svolge la storia, è onnipresente), Red Buttons è l'anziano marinaio, Gig Young (premiato con l'Oscar al miglior attore non protagonista: la pellicola ebbe in totale nove nomination) è l'ambiguo proprietario del locale e organizzatore della gara. La struttura del film alterna le scene del ballo a quelli che sembrerebbero alcuni flashback del passato di Robert (ma solo nel finale scopriremo che sono invece flashforward).

13 settembre 2019

Un uomo per tutte le stagioni (F. Zinnemann, 1966)

Un uomo per tutte le stagioni (A man for all seasons)
di Fred Zinnemann – GB 1966
con Paul Scofield, Robert Shaw
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa.

Inghilterra, 1529: l'integerrimo sir Thomas More, avvocato e Lord Cancelliere del regno, non nasconde la propria disapprovazione di fronte al desiderio del re Enrico VIII di divorziare dalla sua prima moglie per risposarsi con Anna Bolena. In seguito, rifiutandosi – in quanto cattolico – di accettare il sovrano come capo supremo della nuova chiesa anglicana, verrà rinchiuso nella Torre di Londra e condannato a morte per tradimento. Da un testo teatrale di Robert Bolt, che ha adattato personalmente la sceneggiatura per il grande schermo, un apologo sul tema dell'integrità morale, sacrificando ogni cosa (compresa la vita) pur di non tradire i propri principi e la propria coscienza: speculare a quella di More è infatti la parabola del giovane Richard Rich (John Hurt), che si lascia invece corrompere dalla sete di ricchezza e di potere, tradendo e spergiurando pur di fare carriera. L'ottimo cast vede Robert Shaw nei panni di Enrico VIII, Leo McKern in quelli di Thomas Cromwell, rivale e successore di More, e Orson Welles in una breve comparsata in quelli del cardinale Wolsey, suo predecessore. Wendy Hiller e Susannah York sono rispettivamente la moglie e la figlia di More, Nigel Davemport è il duca di Norfolk, Vanessa Redgrave appare brevemente come Anna Bolena. L'attore shakesperiano Paul Scofield aveva interpretato il ruolo di More anche a teatro: i produttori avrebbero voluto dare la parte a Richard Burton o Laurence Oliver, ma Zinnemann si impuntò. Ottima la ricostruzione storica, anche se non c'è bisogno di scene sontuose, epiche o spettacolari: il film riflette su politica e teologia con toni intimi e meditativi. Il titolo proviene da una definizione di Thomas More da parte di un suo contemporaneo. Grande successo di critica, con otto nomination agli Oscar e sei statuette vinte: quelle per il miglior film, la regia, il protagonista, la sceneggiatura, la fotografia (con i colori vibranti di Ted Moore) e i costumi. Nel 1988 Charlton Heston diresse e interpretò un rifacimento televisivo del dramma teatrale.

11 settembre 2019

I migliori anni della nostra vita (W. Wyler, 1946)

I migliori anni della nostra vita (The best years of our lives)
di William Wyler – USA 1946
con Dana Andrews, Fredric March, Harold Russell
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Alla conclusione della seconda guerra mondiale, tre soldati americani appena tornati a casa – il capitano dell'aeronautica Fred Derry (Andrews), il sergente di fanteria Al Stephenson (March) e il marinaio Homer Parrish (Russell) – cercano, non senza difficoltà, di riadattarsi alla vita civile. Fred, eroe pluridecorato in battaglia, fatica a trovare un lavoro decente e questo mette a repentaglio il suo fresco matrimonio con la bionda ed esigente soubrette Marie (Virginia Mayo). Il veterano Al, che ritrova ad attenderlo la paziente moglie Milly (Myrna Loy) e i figli Peggy e Rob, riprende a lavorare in banca, dove si occupa di concedere prestiti ad altri reduci privi di garanzie finanziarie. Homer, rimasto mutilato in guerra, teme che la sua fidanzata Wilma (Cathy O'Donnell) non voglia più stare al suo fianco ora che ha delle protesi meccaniche al posto delle mani. Stupisce pensare che già nel 1946 (la lavorazione del film iniziò solo sette mesi dopo la fine del conflitto) si portassero sullo schermo le problematiche del reinserimento dei reduci nella società, con tanto di riflessioni sulla sindrome di stress post-traumatico (Fred ha continui incubi relativi alle sue missioni e alla morte dei suoi commilitoni), sulle difficoltà nei rapporti familiari e sui problemi economici. Della guerra si parla molto (e anche dei timori sul futuro, ora che l'energia nucleare è stata liberata), ma non la si vede mai: priva di flashback, la pellicola (lunga quasi tre ore) si concentra con grande realismo sulla descrizione dell'America post-bellica (è ambientata a Boone City, fittizia città di provincia ispirata a Cincinnati), sulle relazioni umane dei personaggi, sui loro sogni e sulle loro paure. Fra le sottotrame che collegano le vicende dei tre protagonisti, spicca quella “romantica” fra Fred e la figlia di Hal, Peggy (Teresa Wright). Memorabile la scena finale, girata in un “cimitero” di aeroplani da combattimento da demolire. Russell non era un attore professionista, ma un autentico veterano di guerra (le sue protesi non sono finte). La sceneggiatura di Robert E. Sherwood è tratta da un racconto (“Glory for Me”) dell'ex corrispondente di guerra MacKinlay Kantor. Ottime le interpretazioni, la regia di Wyler e la fotografia di Gregg Toland, che aiutarono la pellicola a riscuotere un enorme successo di pubblico e critica: vinse ben sette premi Oscar – quelli per il miglior film, regista, attore protagonista (March), non protagonista (Russell), montaggio, sceneggiatura e colonna sonora – più altre due statuette onorarie (a Russell e al produttore Samuel Goldwyn). Esiste un remake televisivo del 1975, con Tom Selleck. Nessun legame, invece, con l'omonima canzone di Renato Zero e con il film del 2019 di Claude Lelouch.

10 settembre 2019

La ragazza con la valigia (V. Zurlini, 1961)

La ragazza con la valigia
di Valerio Zurlini – Italia/Francia 1961
con Jacques Perrin, Claudia Cardinale
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il sedicenne Lorenzo Fainardi (Jacques Perrin) si innamora di Aida (una Cardinale giovane e bellissima), ballerina spiantata che suo fratello maggiore Marcello aveva sedotto (sotto falso nome, millantando di poterle procurare una scrittura) e poi abbandonato. Forse il film più famoso di Zurlini, è una classica storia di educazione sentimentale: Lorenzo, puro e ingenuo anche perché sempre vissuto nella bambagia, si affeziona alla ragazza dapprima per compassione, come per voler rimediare alla colpa del fratello, e poi per amore sincero, senza rendersi conto che lei, più grande e avvezza alle cose della vita, appartiene a un mondo diverso. Se infatti lui è di famiglia facoltosa, lei ha imparato a battersi per ogni cosa, sfruttando eventualmente anche la propria bellezza e i favori degli uomini, col rischio sempre concreto di rimanere vittima di qualche mascalzone. Ambientato fra una Parma raffinata (dove abitano i Fainardi) e una volgare Riccione (dove Aida si esibiva nei locali sulla riviera e dove torna nel finale, nella speranza di farsi riassumere nella sua vecchia orchestra), il film è delicato e ottimamente interpretato dai suoi giovani attori: per la Cardinale, in particolare, la parte fu significativa perché anche l'attrice – come il suo personaggio – aveva avuto da giovanissima un figlio che doveva tenere nascosto alla società. Certe dinamiche familiari (oltre che il volto da “bravo ragazzo” di Lorenzo) sembrano quasi anticipare “I pugni in tasca”. La Cardinale è doppiata da Adriana Asti. Nel cast anche Corrado Pani (il fratello Marcello), Romolo Valli (il prete) e Gian Maria Volonté (Piero, l'ex di Aida). La colonna sonora è ricca di hit e canzonette dell'epoca (“Il cielo in una stanza”, “Tintarella di luna”), ma c'è anche l'aria “Celeste Aida” cantata da Beniamino Gigli, che Lorenzo fa ascoltare ad Aida sul giradischi.

9 settembre 2019

Il cameraman e l'assassino (R. Belvaux et al, 1992)

Il cameraman e l'assassino (C'est arrivé près de chez vous)
di Rémy Belvaux, André Bonzel, Benoît Poelvoorde – Belgio 1992
con Benoît Poelvoorde, Rémy Belvaux
**

Visto in divx.

Una troupe cinematografica (composta dal reporter Rémy, dal fonico Patrick e dall'operatore André, con quest'ultimo che non si vede mai sullo schermo perché appunto è lui che impugna la macchina da presa) accompagna un serial killer, Benoît, nel corso del suo "lavoro", riprendendone le imprese mentre l'uomo stesso spiega i propri metodi e i trucchi del mestiere. Originale e spiazzante black comedy del tutto sui generis, difficile da prendere sul serio per come "normalizza" in maniera quasi amorale o nichilista la professione dell'assassino seriale, che viene seguito costantemente dalla cinepresa non solo durante i delitti ma anche nel tempo libero (per esempio mentre mangia, o quando fa visita ai genitori o agli amici). L'uomo è estroverso, arrogante, a tratti volgare e comunque sempre sicuro di sé e ben disposto a raccontare con un certo compiacimento tutti i segreti della sua professione (come scegliere le vittime o come sbarazzarsi dei cadaveri, per esempio), finendo col coinvolgere la troupe di cineasti in alcune delle sue imprese, ma anche ad esporre le proprie opinioni sulll'arte, sul mondo, sulla società, sulla violenza stessa. E non mancano livelli di assurdità surreale, come quando l'uomo si "scontra" con un collega assassino, anche lui seguito dalla propria troupe di operatori (televisivi, in questo caso). Girato in bianco e nero, a basso costo (e ovviamente con la camera a mano), il film è nato come progetto amatoriale di quattro studenti di cinema (Belvaux, Bonzel e Poelvoorde, che firmano anche la regia, e il co-sceneggiatore Vincent Tavier) e pur risultando controverso per alcune scene ritenute eccessivamente violente (come quella in cui Benoît uccide un bambino), ha riscosso il plauso e l'attenzione della critica, finendo col diventare un cult movie. Per certi versi (anche per il tema metacinematografico, il cinismo ipocrita e l'aspetto vouyeuristico della violenza), può essere paragonato a "Funny games" di Michael Haneke. Dei quattro autori, l'unico che farà carriera nel mondo del cinema è Poelvoorde, che qui interpreta il killer protagonista ed è sempre al centro della scena.

7 settembre 2019

Mademoiselle (Park Chan-wook, 2016)

Mademoiselle (Agassi, aka The handmaiden)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2016
con Kim Tae-ri, Kim Min-hee
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Nella Corea occupata dai giapponesi, la giovane orfana Sook-hee (Kim Tae-ri) viene assunta come dama di compagnia per Hideko (Kim Min-hee), nipote di un ricchissimo collezionista di libri erotici (Cho Jin-woong). In realtà Sook-hee è una truffatrice e una borseggiatrice, introdottasi nella casa con l'obiettivo di convincere Hideko ad accettare il corteggiamento di un suo complice (Ha Jung-woo) che finge di essere un conte giapponese, con l'intenzione di appropriarsi delle ricchezze della ragazza, sposandola e facendola poi ricoverare in un ospedale psichiatrico. Ma Sook-hee finisce prima con l'affezionarsi e poi con l'innamorarsi di Hideko. E se fosse lei a essere ingannata? Da un romanzo di Sarah Waters ("Ladra"), che però era ambientato nell'Inghilterra vittoriana, un film ambiguo ed elegante, raffinato nella regia (dell'autore di "Old boy" e "Lady Vendetta") e ricco di colpi di scena, i primi dei quali giungono alquanto inaspettati e ribaltano le prospettive dell'intera vicenda. Più avanti, però, lo schema tende a farsi più prevedibile. La pellicola è infatti divisa in tre parti, ciascuna caratterizzata da una differente ripartizione dei ruoli dei tre personaggi principali (due, coalizzati, che complottano contro il terzo, a rotazione). E in tema di inganni e di finzioni, è da notare come numerose frasi dette dai personaggi sono in realtà "prese in prestito" da qualcun altro che le ha dette prima di loro. C'è forse un eccesso di voyeurismo e di compiacimento nel mostrare le scene lesbiche, ma i sottotesti sessuali sono fondamentali ai fini della trama (vedi anche le letture pubbliche dei preziosi libri erotici collezionati dallo zio di Hideko), così come i temi del sadomasochismo, della dominanza e della sottomissione. Molto belle le scenografie e i costumi. Moon So-ri, in un piccolo ruolo, è la zia di Hideko, il cui suicidio tormenta la ragazza.