21 novembre 2017

Preferisco l'ascensore (Newmeyer, Taylor, 1923)

Preferisco l'ascensore (Safety last!)
di Fred C. Newmeyer, Sam Taylor – USA 1923
con Harold Lloyd, Mildred Davis
***1/2

Visto su YouTube.

Una delle immagini più iconiche nella storia del cinema, in particolare del cinema muto, è quella che mostra Harold Lloyd aggrappato alle lancette di un orologio e sospeso nel vuoto. È stata ripresa e omaggiata più volte, per esempio in "Ritorno al futuro" (con un altro Lloyd, Christopher, nella stessa situazione), in "Hugo Cabret", e da Jackie Chan in "Project A" (il funambolo cinese ha sempre indicato in Lloyd uno dei suoi modelli di riferimento). L'attore americano, noto per il suo "personaggio con gli occhiali" (chiamato semplicemente "The boy" nei titoli dei suoi film) è da considerare il terzo grande comico dell'epoca del muto insieme a Charlie Chaplin e Buster Keaton, con i quali negli anni venti rivaleggiava in popolarità, anche se oggi è assai meno conosciuto di loro. Questo film, per via della scena dell'orologio (e in generale di tutta la sequenza conclusiva) ma non solo, è senza dubbio il suo lavoro più famoso. La trama vede il protagonista lasciare il suo paesino di provincia per andare in cerca di fortuna a New York, dove non troverà che un modesto impiego da commesso nel reparto tessuti di un grande magazzino. Quando sente che il proprietario intende elargire una lauta ricompensa a chi troverà il modo di attirare più clienti, decide di organizzare un grande evento pubblicitario: il suo coinquilino, un agile operaio edile abituato a lavorare a grandi altezze (interpretato dallo stuntman Bill Strother, celebre all'epoca come "mosca umana"), dovrà scalare a mani nude la facciata del palazzo di fronte al negozio. Per una serie di sfortunati eventi, però, al posto dell'amico sarà proprio lui a dover eseguire l'arrampicata! L'impresa, già difficile di suo, sarà resa ancora più ardua da (comicissime) disavventure che si succederanno piano dopo piano. L'eccezionale sequenza, girata in maniera magistrale, è davvero da brividi, e combina l'umorismo con la suspence e le vertigini, grazie anche agli "effetti ottici" che sfruttano la profondità di campo nelle varie inquadrature, mostrando le strade, i passanti e il traffico sotto lo sventurato ragazzo. Ma il resto del film non è da meno, pieno zeppo di gag slapstick in cui il protagonista – ambizioso e intraprendente – si mette nei guai e cerca ingegnosamente di uscirne, realizzate con un perfetto uso dei tempi e gestione degli spazi. Mildred Davis è la fidanzata alla quale Harold fa credere di essere il direttore del negozio. Prodotto da Hal Roach (co-autore anche del soggetto).

20 novembre 2017

Commando (Mark L. Lester, 1985)

Commando (id.)
di Mark L. Lester – USA 1985
con Arnold Schwarzenegger, Vernon Wells
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Sabrina.

L'ex colonnello delle forze armate John Matrix (Schwarzy) vive con la figlioletta Jenny (Alyssa Milano) in uno chalet di montagna. Quando i cattivi gli rapiscono la bambina per convincerlo a deporre il presidente di una nazione sudamericana, lui decide invece di farli fuori tutti. La trama è tutta qui: il resto lo fanno i muscoli di Schwarzy, le esplosioni e le sparatorie, un body count di proporzioni epiche, e tanta, tanta ironia (con battute del tipo: "Ricordi quando ti ho detto che ti avrei ammazzato per ultimo?" - "Sì, l'hai detto, l'hai detto!" - "Ti ho mentito"). Quasi una risposta al "Rambo" di Sylvester Stallone, ma con un pregio: non si prende affatto sul serio. Le esagerazioni, i buchi logici e la caratterizzazione inesistente dei personaggi (buoni e cattivi sono tagliati con l'accetta) in questo caso non sono difetti, ma caratteristiche strutturali della pellicola, che concorrono al divertimento di uno spettatore disposto, con una buona dose di ingenuità, ad accettarne le regole. Piccolo cult, che ha contribuito a cementare la popolarità di Schwarzy (già reduce da "Conan il barbaro" e dal primo "Terminator"), mettendone in luce per la prima volta quel lato comico che lo contraddistinguerà dal "rivale" Stallone e che tornerà spesso in futuro (si pensi in particolare a "Last Action Hero", una parodia delle pellicole d'azione di cui questo "Commando" sembra quasi un antipasto: manca soltanto l'esplicitazione del fatto che si tratta di una satira). La sceneggiatura (lo so, in questo caso è una parola grossa) è di Steven E. de Souza, ma fra i soggettisti figura anche il futuro fumettista Jeph Loeb, a inizio carriera. Al momento di imbarcarsi sull'aereo, Schwarzy cita per la prima volta sé stesso con la frase "I'll be back" (già detta in "Terminator"), che il doppiaggio italiano rende con "Ti ripagherò molto bene". Rae Dawn Chong è l'hostess Cindy, che aiuta suo malgrado il protagonista, mentre Dan Hedaya (il boss sudamericano) e Vernon Wells (l'ex commilitone Bennett) sono i cattivi.

19 novembre 2017

Venere nera (A. Kechiche, 2010)

Venere nera (Vénus noire)
di Abdellatif Kechiche – Francia/Belgio 2010
con Yahima Torres, Andre Jacobs
**

Visto in divx.

Il film racconta la storia vera di Saartjie "Sarah" Baartman, la "Venere ottentotta", donna di etnia khoi (popolazione africana affine ai boscimani) vissuta all'inizio dell'Ottocento, che fu esibita in Europa (prima a Londra e poi a Parigi) come "fenomeno da baraccone" per via delle sue fattezze insolite per il pubblico europeo, segnatamente il grande sedere sporgente e il cosiddetto "grembiule delle ottentotte", un abnorme sviluppo delle labbra vaginali. Via via sempre più degradata e umiliata dalle esibizioni in pubblico cui era sottoposta, Saartjie attirò anche l'interesse di scienziati e naturalisti, che la ritrassero in una serie di bozzetti e che dopo la sua morte ne acquistarono il corpo per farne un calco in gesso e conservarne i genitali in formalina. Soltanto quasi due secoli dopo, alla fine del Novecento, i suoi resti furono restituiti al Sudafrica affinché le fosse data sepoltura (come mostrano le immagini durante i titoli di cosa). Una storia vera ma poco conosciuta, indicativa del grado di razzismo di stampo coloniale che permeava la società europea anche in un'epoca in cui la scienza cominciava a interessarsi delle popolazioni aborigene. Ma se l'argomento è senza dubbio intenso e interessante, i difetti congeniti al pretenzioso regista Abdellatif Kechiche – dalla tendenza ad allungare a dismisura ogni scena all'assoluta mancanza di sottigliezza – rendono il film lento, didascalico, ripetitivo e appunto troppo lungo. Per non parlare di una certa retorica, evidente soprattutto nella costruzione dei personaggi minori. La protagonista, che per molti versi può ricordare "Elephant Man" (anche se non si tratta di un caso altrettanto estremo), rimane tuttavia nella memoria. Nel cast anche Olivier Gourmet ed Elina Löwensohn. François Marthouret è il naturalista Georges Cuvier.

18 novembre 2017

Il boss (Fernando Di Leo, 1973)

Il boss
di Fernando Di Leo – Italia 1973
con Henry Silva, Richard Conte
**1/2

Visto in divx, per ricordare Luis Bacalov.

Nick Lanzetta (Henry Silva, doppiato da Sergio Rossi) è un sicario della mafia, al servizio del potente boss palermitano Don Corrasco (Richard Conte), la cui "famiglia" è minacciata dalla ambizioni del "calabrese" Cocchi (Pier Paolo Capponi). Questi rapisce Rina (Antonia Santilli), figlia del braccio destro di Carrasco, Don Giuseppe Daniello (Claudio Nicastro). E Lanzetta è incaricato non solo di salvarla, ma anche di eliminare lo stesso Daniello. In effetti, nonostante i molti discorsi sull'onore e sul rispetto, all'interno delle famiglie mafiose ci sono continui tradimenti, doppi giochi e cambi di campo. E la corruzione coinvolge anche la polizia, con il commissario Torri (Gianni Garko) che passa informazioni a Don Carrasco perché convinto che sia l'unico in grado di "mantenere l'ordine" in Sicilia, e soprattutto la politica, con i boss che vengono di fatto manovrati a distanza dai parlamentari di Roma attraverso l'infido avvocato Rizzo (Corrado Gaipa). Non a caso regista e produttore subirono una querela per diffamazione da parte dell'allora ministro Giovanni Gioia, palermitano, che si sentì chiamato in causa. Al termine dei tanti ribaltoni, tradimenti incrociati e regolamenti di conti, anziché con la parola "Fine" il film si conclude con un inquietante "Continua". Nel cast anche Marino Masé, Hoard Ross, Gianni Musy, Mario Pisu e Vittorio Caprioli (il questore). Molte le scene memorabili: dalla sparatoria iniziale nella piccola saletta cinematografica, a quelle che mostrano il rapporto fra Lanzetta e Nina (ninfomane e drogata, che dopo essere stata liberata da Nick se ne innamora). Tratto dal romanzo "Il mafioso" di Peter McCurtin (che però era ambientato a New York), il film è particolarmente violento, cinico e nichilista, anche se confrontato ad altri titoli del genere noir-poliziottesco cui appartiene. La regia di Di Leo è solida e intensa, uno dei suoi lavori migliori, aiutato dalla fotografia cupa e notturna e dalla colonna sonora di Luis Bacalov. È considerato il terzo capitolo della "trilogia del milieu" (dopo "Milano calibro 9" e "La mala ordina"), ma a parte i temi del tradimento, della vendetta e della violenza, ha poco a vedere con gli altri due, che si svolgevano a Milano ed erano tratti da racconti di Scerbanenco.

16 novembre 2017

The square (Ruben Östlund, 2017)

The square (id.)
di Ruben Östlund – Svezia 2017
con Claes Bang, Elisabeth Moss
***

Visto al cinema Arlecchino.

Christian è il curatore di un museo d'arte contemporanea, la cui prossima installazione ("The square", appunto) dovrebbe invitare i visitatori a mettere in mostra il proprio lato più altruista. Ma lui stesso scoprirà com'è difficile dare fiducia al prossimo e rimanere fedele a quelli che, in fondo, sono soltanto ideali un po' ipocriti e superficiali. In una pellicola surreale e provocatoria, che gli è valsa la Palma d'Oro al Festival di Cannes, Östlund porta sullo schermo una Stoccolma invasa da mendicanti cui nessuno presta attenzione, dove dare aiuto al prossimo non passa nemmeno per la testa (e quando viene fatto, ci sono spiacevoli conseguenze), dove arte e realtà si confondono (le installazioni e le "performance" organizzate dal museo sono bizzarre e fuori controllo tanto quanto le conferenze stampa di presentazione delle stesse), dove la pubblicità e le PR varcano la soglia del buon gusto, suscitando reazioni se possibile ancor più fasulle e ipocrite, dove non si pensa alle conseguenze delle proprie azioni (anche se a fin di bene), dove si possono sfruttare i bambini o gli immigrati per un'aggressiva campagna di comunicazione ma gli si sbatte la porta in faccia quando questi si presentano a chiedere aiuto. I temi sono affrontati con un tono leggero e velatamente ironico (con gli scandinavi, a dire il vero, è sempre difficile capire se si deve ridere o meno), episodico e surreale (la scimmia nell'appartamento), con una regia geometrica che ripropone in numerose inquadrature la forma del quadrato (ma "the square" può tradursi anche con "la piazza": una cornice che separa l'interno dall'esterno, il chiuso dall'aperto), dalla palestra dove si esibiscono le figlie del protagonista alla tromba delle scale del palazzo dove vive chi gli ha rubato il cellulare. Fra contraddizioni, individualismi, paure, pregiudizi, provocazioni artistiche o intellettuali che si parlano addosso (e che vengono giustamente insultati o messi alla berlina), la vita sembra arte (moderna) e viceversa, dunque fasulla anche nei suoi momenti più preziosi (come il sesso o la solidarietà). Lo dimostra anche il fatto che numerosi episodi (la messinscena per rubare il cellulare, l'uomo con la sindrome di Tourette, la performance dell'uomo-bestia interpretato dallo stuntman Terry Notary), per quanto strani, sono capitati davvero a Östlund o ne è stato testimone. Il risultato, a tratti divertente, a tratti artificioso, inquietante o persino sgradevole, colpisce nel segno quando mette in luce la "cattiva coscienza" delle elite culturali e un po' di tutti noi, o – come l'ha definita Pedro Almodóvar, presidente di giuria a Cannes – la "dittatura del politicamente corretto", prima ancora che la decadenza dell'arte o della comunicazione (come faceva invece "La grande bellezza"). Il sospetto è che dietro gli ideali, le apparenze e gli atteggiamenti di Christian e di tutti quelli come lui, non ci sia nulla ("You have nothing", recita la scritta al neon in una delle sale del museo). Nella colonna sonora impazza l'Ave Maria di Gounod nella versione di Yo-Yo Ma e Bobby McFerrin.

15 novembre 2017

Le forze del destino (T. Vinterberg, 2003)

Le forze del destino (It's All About Love)
di Thomas Vinterberg – Danimarca/USA 2003
con Joaquin Phoenix, Claire Danes
*1/2

Visto in divx.

Siamo nel 2021, e il pianeta Terra è soggetto a un "disordine cosmico" che provoca strani fenomeni: a New York la gente muore per le strade nell'indifferenza generale, vittima di una malattia che colpisce chi è solo e depresso; in Uganda, per qualche mistero gravitazionale, le persone "volano"; e ovunque incombe una nuova glaciazione (con l'abbassamento improvviso delle temperature e la caduta della neve a luglio). L'insegnante universitario John (Joaquin Phoenix), diretto in Canada, si ferma a New York per far firmare alla moglie Helena (da cui è separato da oltre un anno) la domanda di divorzio. Ma la donna (Claire Danes), campionessa di pattinaggio di origine polacca, gli chiede aiuto, perché si sente vittima di un inquietante complotto: il suo entourage, guidato dal manager-patriarca (Alun Armstrong) e di cui fa parte anche l'ambiguo fratello Michael (Douglas Henshall), progetta di sostituirla con tre cloni, copie senza memoria che vengono addestrate per prenderne il posto quando lei si ritirerà dalle scene. E mentre John ed Helena vanno alla riscoperta del proprio amore mai sopito, scoprono che è stato anche assoldato un killer, il signor Morrison (Geoffrey Hutchings), per sbarazzarsi di lei. Realizzato in cinque anni di lavorazione, dopo il successo di "Festen", un film ambizioso e bizzarro, che ricorda qualcosa di Wenders ("Fino alla fine del mondo") e sembra anticipare il surrealismo di Lanthimos (e pure, se vogliamo, "La quinta stagione"), ma che risulta anche fumoso e pasticciato (come nelle sequenze che vedono in scena il fratello di John, interpretato da Sean Penn, che sorvola dal suo aereo un pianeta sempre più ricoperto da ghiacci e neve, impegnato a redigere un rapporto sullo "stato del mondo") ed enigmatico in modo quasi indisponente. "Il caos nel mondo si riflette nell'animo di tutti gli esseri umani", spiega Morrison: o forse è il contrario? Che il disordine esterno dipenda dall'angoscia è in fondo tutta una metafora sull'amore (e o la sua mancanza) e la solitudine, come già rivelava il titolo originale. Un po' banale. Cast sprecato.

13 novembre 2017

Addio fottuti musi verdi (F. Ebbasta, 2017)

AFMV - Addio fottuti musi verdi
di Francesco Ebbasta – Italia 2017
con Ciro Priello, Fabio Balsamo
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca, con Monica, Roberto ed Elena.

Il napoletano Ciro (Priello), grafico pubblicitario e laureato in comunicazione, fatica a trovare un lavoro fisso e si barcamena come può fra incarichi saltuari e malpagati per committenti arroganti, lavoretti in friggitoria per sbarcare il lunario, e l'inevitabile dipendenza dalla madre. Ciò nonostante non intende seguire il consiglio di Matilda (Beatrice Arnera), quello di lasciare il paese per andare a lavorare all'estero. Per assecondare l'amico Fabio (Balsamo), nerd e grande appassionato della serie fantascientifica "Addio fottuti musi verdi", Ciro partecipa a un concorso e invia il suo curriculum "nella spazio": con sua grande sorpresa verrà contattato da un'astronave aliena, che orbita intorno alla Terra, e assunto dagli extraterrestri per rinnovare il loro logo... Il primo film cinematografico del collettivo di youtubers The Jackal è al tempo stesso una pellicola di fantascienza comica e una satira sulla "fuga dei cervelli". Il divertimento non manca di certo, con gag demenziali e situazioni ricolme di italianità che non si limitano a scimmiottare quelle dei prodotti anglosassoni equivalenti ma le reinventano con ironia e attenzione al vissuto sociale (soprattutto sul mondo del lavoro, ma anche sui tanti cliché dell'ambientazione napoletana, dalla pizza al caffé, dai parcheggiatori abusivi ai video sui matrimoni): un'operazione simile, se vogliamo, al romano "Lo chiamavano Jeeg Robot" di Gabriele Mainetti, anche se questo è più grezzo ma fa decisamente più ridere. Al di là della satira sociale, gli appassionati di SF troveranno di che divertirsi, con scene d'azione e strizzatine d'occhio a opere come "La guida galattica per autostoppisti" di Douglas Adams (gli alieni intendono distruggere La Terra se i suoi abitanti non pagheranno le bollette arretrate per l'uso di energia solare) e non solo. Cameo a sorpresa per Gigi D'Alessio, che rivela di essere sempre stato un alieno. Roberto Zibetti è Brandon, il capo degli extraterrestri. Il regista all'anagrafe si chiama Francesco Capaldo.

12 novembre 2017

Vizi privati, pubbliche virtù (M. Jancsó, 1976)

Vizi privati, pubbliche virtù (Magánbűnök, közerkölcsök)
di Miklós Jancsó – Italia/Jugoslavia 1976
con Lajos Balázsovits, Teresa Ann Savoy
**

Visto in divx.

Rodolfo (Lajos Balázsovits), principe ereditario dell'impero austro-ungarico, trascorre le giornate nella sua tenuta da caccia a Mayerling banchettando con gli amici, rotolandosi nudo nella paglia, amoreggiando con la nutrice Teresa (Laura Betti) e le cameriere, e soprattutto complottando con i suoi due fratellastri/amanti, Sofia (Pamela Villoresi) e il duca (Franco Branciaroli), figli del primo ministro. Tanta dissolutezza e licenziosità, con la sua vena folle e infantile (giochi e canzoncine, il mostrarsi sempre nudo anche di fronte ai messi imperiali per "scandalizzarli"), è in realtà una forma di ribellione nei confronti del padre, l'imperatore Francesco Giuseppe, contro il quale trama anche politicamente. Dopo una festa orgiastica alla quale partecipano i figli dei più importanti aristocratici dell'impero (nei cui bicchieri Rodolfo e compagni hanno versato un potente afrodisiaco), lo scandalo rischia di diventare pubblico: l'autorità metterà tutto a tacere, facendo uccidere Rodolfo e i suoi amici e simulando un suo suicidio per amore. Girato in Croazia e sceneggiato dalla sua compagna Giovanna Gagliardo, è il più celebre (anche internazionalmente) dei film "italiani" di Jancsó, che rilegge gli eventi di Mayerling in un'atmosfera sospesa fra sogno e fantasia (vedi anche la fotografia e il tono alla Resnais) e senza troppa fedeltà storica (nella realtà, la morte del principe avvenne in pieno inverno). Il tema del sesso come forma di ribellione al potere arriva un po' tardi (il decennio della controcultura hippie era quello precedente) e, nonostante le abbondanti nudità, il film è poco erotico e anzi un po' noioso. Ciò non ha impedito ai solerti magistrati dell'epoca di sequestrare la pellicola e di condannare regista e sceneggiatrice per oscenità (ma solo in primo grado). In un certo senso, siamo di fronte a un "Salò" più leggero e ideologicamente capovolto. In ogni caso, come detto, la nudità e il comportamento scandaloso e folle di Rodolfo non sono fini a sé stessi, ma hanno lo scopo di dileggiare l'autorità del "nostro santo imperatore", come chiama sempre il padre, e con lui la famiglia, il potere, la religione: nei giochi di gruppo, fra fanciulle nude, veli bianchi, piume e bolle di sapone, compaiono anche maschere con le fattezze del Kaiser. E tutti sputano su un ritratto di quest'ultimo, mentre un'orchestrina suona ripetutamente musica istituzionale (compreso l'inno austriaco). Altri momenti di scherno sono quelli in cui il gruppo si accanisce contro un generale, rappresentante dell'autorità imperiale. Alla festa sono invitati anche gli artisti di un circo: e fra questi c'è Mary (Teresa Ann Savoy), sedicente baronessa del Galles (nonché ermafrodita, un altro fattore di scandalo), che il principe nominerà per scherzo sua sposa (all'interno di una pantomima sulla nascita di un nuovo regime), e che sarà poi fatta passare per l'amante per la quale si è suicidato (ovvero Maria Vetsera). Fra le molte comparse, nel ruolo di una delle ragazze alla festa, c'è una giovanissima Ilona Staller.

11 novembre 2017

Mayerling (Terence Young, 1968)

Mayerling (id.)
di Terence Young – Francia/GB 1968
con Omar Sharif, Catherine Deneuve
*1/2

Visto in divx.

L'arciduca Rodolfo d'Asburgo, erede al trono dell'impero austriaco, si innamora della giovane baronessa Maria Vetsera. L'amore è per lui l'unica via di fuga dai contrasti con il padre e da un matrimonio infelice: ma quando l'imperatore gli imporrà di troncare la relazione con Maria, sceglierà di suicidarsi insieme a lei nella tenuta da caccia di Mayerling. Praticamente un remake a colori del film del 1936 di Anatole Litvak (anche perché basato, proprio come quello, sul romanzo di Claude Anet che rilegge l'enigmatica vicenda in chiave prettamente romantica), con numerose scene quasi identiche, ma senza la stessa concisione o la stessa finezza nei dialoghi. Quello che nella versione di Litvak era un empatico ritratto dell'infelicità di un principe diventa qui un drammone storico-sentimentale molto meno accattivante. La confezione è più patinata (ottimi i costumi e le scenografie: il film fu girato in gran parte nei luoghi reali, ossia a Vienna e a Mayerling), la storia d'amore si fa più convenzionale e a poco serve dare maggior spazio al contesto storico e politico (con Rodolfo, di idee liberali, tentato di appoggiare le spinte autonomiste dell'Ungheria, anche a costo di andare contro il padre: benché, a dire il vero, lo faccia soprattutto per ritagliarsi uno spazio di libertà per sé stesso e per Maria). Nel calderone si accenna anche a un sottotesto edipico (il rapporto con la madre Elisabetta) e alla pazzia che scorre nella famiglia reale (con riferimenti al "cugino Luigi", ovvero Ludwig di Baviera). Sontuoso il cast: a Sharif e alla Deneuve (con gli occhiali) si affiancano James Mason (l'imperatore Francesco Giuseppe), Ava Gardner (l'imperatrice Elisabetta), Geneviève Page (la contessa Larisch), Ivan Desny (il conte Hoyos) e James Robertson Justice (il principe di Galles).

10 novembre 2017

Mayerling (Anatole Litvak, 1936)

Mayerling (id.)
di Anatole Litvak – Francia 1936
con Charles Boyer, Danielle Darrieux
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nell'impero austriaco di fine Ottocento, l'arciduca Rodolfo d'Asburgo, infelice ed irrequieto erede al trono, si innamora della diciassettenne baronessina Maria Vetsera. In lei vede l'occasione per fuggire dalle pressioni e dagli obblighi di stato che lo tormentano (e che, fra le altre cose, gli avevano imposto il matrimonio con la principessa Stefania). Ma quando il padre, l'imperatore Francesco Giuseppe, si dichiara contrario alla relazione, ordinando loro di separarsi, Rodolfo e Maria preferiranno morire insieme, uccidendosi nella tenuta da caccia di Mayerling. Da un celebre fatto di cronaca che colpì profondamente la fantasia e l'opinione pubblica (anche perché le vere circostanze della fine dei due amanti non furono mai chiarite del tutto), un film elegante e romantico che, nonostante una certa ingenuità, coinvolge lo spettatore grazie alla caratterizzazione dei suoi protagonisti, spersi nell'ambiente della corte asburgica. Rodolfo, in particolare, è ritratto come sincero e sensibile, alla disperata ricerca di un'ancora di salvezza in un mondo che lo schiaccia con le pressioni sociali legate al suo ruolo (anche perché in contrapposizione al padre su più punti). Suzy Prim è la contessa Larisch, che facilita gli incontri clandestini dei due amanti. Gabrielle Dorziat è l'imperatrice Elisabetta, che dimostra un'anima affine a quella del figlio. Conoscendo già l'epilogo della vicenda, si può notare come parecchi dialoghi prefigurino la morte dei due protagonisti. Notevole anche la premonizione al matrimonio (quando Rodolfo dice alla madre: "Pregate che non incontri mai la donna della mia vita"). I fatti di Mayerling sono stati oggetto di numerosi film, di cui questo – tratto da un romanzo di Claude Anet – è soltanto uno dei primi. Lo stesso Litvak (qui al suo ultimo lavoro in Europa, prima di trasferirsi a Hollywood) ritornerà sull'argomento nel 1957 con un tv movie interpretato da Mel Ferrer e Audrey Hepburn. Da segnalare anche le versioni di Terence Young ("Mayerling" del 1968, praticamente un remake, con Omar Sharif e Catherine Deneuve) e quella "scandalosa" di Miklós Jancsó ("Vizi privati, pubbliche virtù" del 1976).

8 novembre 2017

Black rain (Ridley Scott, 1989)

Black rain - Pioggia sporca (Black Rain)
di Ridley Scott – USA 1989
con Michael Douglas, Ken Takakura
**1/2

Rivisto in DVD.

Nick Conklin (Michael Douglas), detective della polizia di New York con un passato da eroe ma sotto inchiesta perché accusato di essersi appropriato di denaro proveniente da una refurtiva, viene inviato in Giappone insieme al giovane collega Charlie (Andy Garcia) per consegnare alle autorità nipponiche un pericoloso ricercato, Sato (Yusaku Matsuda), un membro della yakuza. Costui, una volta atterrati in Giappone, riesce però a fuggire. E Nick, che vorrebbe riacciuffarlo, si troverà a lavorare in un ambiente pieno di diffidenza e incomprensioni. Ma grazie all'aiuto della bella escort Joyce (Kate Capshaw) e soprattutto alla collaborazione del suo collega nipponico Matsumoto (Ken Takakura), che di fatto prende il posto di Charlie come sua spalla dopo che questi è stato ucciso dagli uomini di Sato, riuscirà a rintracciare il gangster, impegnato in una guerra fra bande e in un'audace ascesa fra i ranghi della yakuza. Da una sceneggiatura di Craig Bolotin, un solidissimo thriller poliziesco altamente atmosferico (come tutti i primi film di Ridley Scott). La qualità visiva è esaltata dalla fotografia iperfiltrata di Jan De Bont, che dà vita a una Osaka luminosa e oscura, labirintica e futuristica, rappresentata quasi sempre di notte o in interni, e che fra insegne e luci al neon, i fumi per le strade, le scintille nella fonderia, e naturalmente la pioggia, ricorda spessissimo la città di "Blade Runner". Il vero tema centrale del film è però lo scontro fra culture. La collaborazione fra Nick e Matsumoto porta in luce tante differenze: l'individualità contro il lavoro di gruppo, l'agire fuori dagli schemi contro lo stare dentro le regole. E il mondo giapponese, per l'agente newyorkese, si rivela impenetrabile non soltanto per via di codici millenari, ma anche per il risentimento che tutti (buoni e cattivi) provano verso gli americani, a causa della politica e della guerra (la "pioggia sporca" del titolo è un riferimento al fallout radioattivo) o anche per l'imposizione del valori occidentali. Bella colonna sonora di Hans Zimmer (con la canzone "I'll be holding on"), alla prima di numerose e fortunate collaborazioni con Ridley Scott. Il ruolo di Sato era stato inizialmente proposto a Jackie Chan, che rifiutò perché non voleva interpretare la parte di un cattivo. Curiosità: nello stesso anno (1989) uscì anche un film giapponese con lo stesso titolo ("Kuroi ame", ovvero "Pioggia nera", di Shohei Imamura), sul tema del bombardamento atomico.

6 novembre 2017

Pranzo alle otto (George Cukor, 1933)

Pranzo alle otto (Dinner at Eight)
di George Cukor – USA 1933
con Lionel Barrymore, Jean Harlow
***1/2

Visto in divx.

In occasione della visita a New York di Lord e Lady Ferncliffe, una coppia di ricchi nobili britannici, i coniugi Jordan decidono di dare una cena in loro onore, invitando un ristretto gruppo di amici e conoscenti strettamente selezionati. Ma problemi di varia natura (economici, professionali, sentimentali e morali) si intrecceranno in maniera inaspettata...
I riti della mondanità al tempo della crisi finanziaria (gli effetti della Grande Depressione si facevano ancora sentire e restano palpapili sullo sfondo di tutto il film, nonostante l'ambientazione altolocata): da una commedia teatrale di George S. Kaufman ed Edna Ferber, uno dei capolavori di Cukor e del cinema hollywoodiano pre-codice Hays, ricco di stile e di incredibili finezze nella scrittura e non solo. Più che la cena (non certo un pranzo come dicono il titolo e i dialoghi italiani!), la pellicola – di impostazione corale – racconta i preparativi e tutti gli eventi che la precedono (il film si conclude proprio al momento di sedersi a tavola). E più che una commedia, a dire il vero sembra quasi un dramma, con una sceneggiatura che porta in primo piano senza remore temi come l'adulterio, il suicidio e l'alcolismo, e che nell'incastrare magistralmente le storie dei vari personaggi ne mette in luce le virtù ma soprattutto i vizi e i difetti (le ipocrisie, la cura delle apparenze, i tradimenti, la leggerezza). Tutti sono ottimamente caratterizzati (con un riuscito mix di umorismo, cinismo, empatia e pathos), anche grazie a un cast di interpreti in gran forma, fra i quali alcuni dei migliori attori e caratteristi dell'epoca: si va dal mite Oliver Jordan (Lionel Barrymore), armatore in crisi finanziaria e con problemi di salute (che tiene nascosti alla moglie), alla sua vacua consorte Millicent (Billie Burke), preoccupata soltanto della buona riuscita del suo pranzo (tanto da non accorgersi dei problemi delle persone attorno a lei). C'è poi la figlia ribelle Paula (Madge Evans), prossima al matrimonio ma che ha segretamente un amante; questi è il quarantacinquenne Larry Renault (John Barrymore), attore alcolizzato e ormai in declino, che cerca inutilmente di risollevare la propria carriera. Alla cena sono invitati anche i coniugi Packard: lui (Wallace Beery) è un grezzo uomo d'affari del Montana, volgare e arrivista, che complotta alle spalle di Jordan per togliergli il controllo della sua stessa società; lei (Jean Harlow) è la sua giovane moglie frivola, annoiata e capricciosa. Ci sono poi il dottor Talbot (Edmund Lowe), aitante e donnaiolo, che fra le sue numerose amanti conta proprio la signora Packard; e sua moglie, la rassegnata Lucy (Karen Morley), al corrente delle scappatelle del marito. Infine, l'ultima invitata è Carlotta Vance (Marie Dressler), anziana attrice di teatro, primo amore del signor Jordan e grande gaffeur, anche lei in perenni difficoltà economiche.

Naturalmente, dopo tanta attesa e tanti preparativi, la cena rischia di essere un disastro: a parte i problemi personali degli invitati e quelli della servitù, la sua stessa ragion d'essere viene a mancare quando Lord e Lady Ferncliffe fanno sapere all'ultimo momento che non si presenteranno (e simbolicamente, prima di loro sparisce il piatto forte, quel grottesco leone di gelatina che avrebbe dovuto essere la "nota di classe" del pranzo). Tutta la fragile impalcatura che regge la società sembra crollare (la salute e il lavoro di Oliver, il fidanzamento di Paula, le finanze di Carlotta, il matrimonio dei Packard e quello dei Talbot, l'autostima di Larry), le verità rimosse vengono a galla, e lo script non si arresta nemmeno per un attimo nel distruggere con cinismo le certezze dei personaggi. Ma in tutto questo, un pizzico di ottimismo all'insegna dell'ironia è sempre dietro l'angolo: a Oliver che confida alla moglie "Siamo rovinati", Millicent risponde candidamente "Ma tutti sono rovinati, caro!". La cura e l'attenzione allo studio dei personaggi è evidente anche in quelli minori: dalla cugina di Millicent, Hattie (Louise Closser Hale), invitata all'ultimo minuto alla festa al posto dei Ferncliffe, a suo marito Ed (Grant Mitchell), cinefilo recalcitrante; dal manager di Larry, Max Kane (Lee Tracy), che si dà inutilmente da fare per trovargli una nuova scrittura, ai vari domestici fra cui Tina (Hilda Vaughn), svagata e insofferente cameriera di Kitty. Ma fra i tanti interpreti (con note di merito per il tragico John Barrymore e la multiforme Marie Dressler), la più memorabile è proprio Jean Harlow, bionda platino luminosissima e deliziosa nel ruolo della superficiale Kitty Packard, vestita capricciosamentye di bianco (e qui merita di essere citato il grande Adrian, costumista e fashion designer per tanti capolavori della MGM: suoi anche gli abiti di "Scandalo a Filadelfia", per esempio) o con la schiena scoperta alla festa ("La mia pelle è estremamente delicata e ho tanta paura di esporla", commenta senza rendersi conto dell'ironia), indimenticabile nella sua camera da letto decadente e arredata in stile Art Deco (gli scenografi Hobe Erwin e Frederic Hope dichiararono di aver utilizzato undici diverse "sfumature di bianco"). Celebre la battuta finale (a Kitty che afferma di aver letto un libro che sostiene che "le macchine prenderanno il posto di tutte le professioni", Carlotta replica, dopo averla squadrata: "Mia cara, di questo pericolo lei non deve spaventarsi"). Della regia di un giovane Cukor, raffinata e brillante oltre che perfetta nei tempi e nella direzione degli attori, è persino inutile parlare. Il film è stato rifatto per la tv nel 1989, diretto da Ron Lagomarsino con Lauren Bacall, Marsha Mason e Charles Durning.

5 novembre 2017

Uomini e cobra (J. L. Mankiewicz, 1970)

Uomini e cobra (There was a crooked man...)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1970
con Kirk Douglas, Henry Fonda
***

Visto in TV.

Autore di un colpo che gli ha fruttato mezzo milione di dollari, il rapinatore Paris Pitman Jr. (Kirk Douglas) viene arrestato e rinchiuso in una prigione nel deserto dell'Arizona: non prima, però, di aver nascosto il bottino in un anfratto pieno di serpenti velenosi, di cui è l'unico a conoscere l'ubicazione. In carcere, Paris non perde tempo a escogitare un modo di evadere. E grazie al suo carisma, coinvolge nel piano i suoi compagni di cella, anche se deve vedersela con l'occhio vigile dello sceriffo Woodward W. Lopeman (Henry Fonda), inflessibile tutore della legge, che si è fatto nominare direttore della prigione anche nella speranza di migliorare le condizioni di vita dei detenuti... L'unico western mai girato da Mankiewicz, su una sceneggiatura di David Newman e Robert Benton (reduci dal successo di "Gangster story"), è naturalmente un western atipico, cinico e divertente, ambientato quasi tutto in una prigione a cielo aperto, della quale mostra le dinamiche e i rapporti fra i prigionieri, le guardie e la direzione (prima quella inflessibile e corrotta del primo direttore, poi quella "illuminata", più rilassata e dialogante di Lopeman). Al centro di tutto questo domina l'ambigua figura del protagonista, memorabile anche visivamente con i capelli rossi e gli occhialini rotondi: carismatico, pieno di iniziativa, leader naturale, ma in realtà un "serpente" pronto a tradire e a ingannare chiunque pur di raggiungere i propri obiettivi. Lo vediamo sin dalla scena iniziale, quella della rapina, in cui non esita a sacrificare i propri compagni per tenersi il bottino tutto per sé, e poi naturalmente nel resto del film, dove piega ai propri piani ogni altro valore (l'amicizia, la solidarietà, la redenzione). I serpenti a sonagli che affollano la grotta dove ha nascosto il denaro (e che il titolo italiano, pur trasformandoli in cobra, mette in primo piano) ne sono un'ovvia metafora (e faranno giustizia poetica). A lui si contrappone un personaggio altrettanto complesso come lo sceriffo, intransigente quando si parla di sesso o di alcol, ma sinceramente disposto a dare una seconda possibilità anche ai più gaglioffi (e la cosa rischia di costargli più volte la pelle). In mezzo, tanti personaggi come in ogni prison movie che si rispetti (a tratti la pellicola ricorda "La grande fuga"): il giovane Coy Cavendish (Michael Blodgett), testa calda finito in carcere per un incidente; la coppia formata dal truffatore Cyrus (John Randolph) e dal pittore Whinner (Hume Cronyn), verso i quali gli impliciti sottotesti gay si sprecano; il violento ladruncolo Floyd (Warren Oates); il gigantesco cinese Ah-Ping (C.K. Yang); e l'anziano rapinatore di treni Missouri Kid (Burgess Meredith), veterano della prigione, che sopravvive "sognando" una fattoria e che gli intrighi di Paris finiranno per corrompere (come tutto e come tutti). Mankiewicz gestisce il cast corale con mano ferma e ottimo ritmo, senza rinunciare a un acido sense of humour: la pellicola, grazie anche alla colonna sonora di Charles Strouse, è spigliata e ha a tratti un tono sbarazzino e leggero, sin dai titoli di testa con illustrazioni in stile fiabesco (il titolo originale è l'incipit di una celebre filastrocca per bambini).

4 novembre 2017

Quartet (Dustin Hoffman, 2012)

Quartet (id.)
di Dustin Hoffman – GB 2012
con Maggie Smith, Tom Courtenay
**

Visto in divx.

Esordio (a 75 anni!) per Dustin Hoffman alla regia, con l'adattamento di una pièce teatrale di Ronald Harwood (anche sceneggiatore). Gli ospiti di una casa di riposo per musicisti in Gran Bretagna (ispirata a quella istituita a Milano da Giuseppe Verdi) stanno preparandosi per il galà annuale, un concerto aperto al pubblico i cui preventi devono finanziare la casa stessa, perennemente sull'orlo della chiusura. Fra i degenti si trovano l'eccentrico baritono Wilf (Billy Connolly), la svampita mezzosoprano Cissy (Pauline Collins) e l'orgoglioso tenore Reginald (Tom Courtenay), protagonisti anni prima di un "Rigoletto" il cui successo ancora non è stato dimenticato. Quando nell'istituto giunge, a sorpresa, anche l'altezzoso soprano Jean (Maggie Smith), ex moglie di Reginald e interprete a sua volta di quell'opera, i quattro decidono di tornare a esibirsi, proponendo al galà una nuova versione del loro pezzo forte, il quartetto "Bella figlia dell'amore" dal "Rigoletto", appunto. Occorrerà superare però incertezze, vecchi rancori, paure e ritrosie, soprattutto per convincere la recalcitrante Jean: nel farlo, lei e Reginald ammetteranno anche a sé stessi di amarsi ancora. Una commedia leggera e garbata, benché semplice e prevedibile: un omaggio al mondo della musica attraverso l'affettuosa lente della vecchiaia, e al suo potere che consente di superare antichi rancori e di riallacciare i rapporti anche ad anni di distanza. A parte i quattro attori principali e il dispotico organizzatore del concerto, Cedric (Michael Gambon), tutti gli ospiti dell'istituto sono veri musicisti britannici in pensione. La scena in cui i quattro cantanti si esibivano nel quartetto del "Rigoletto" è stata girata ma poi tagliata in sede di montaggio: il brano si ode solo sui titoli di coda, anche se la melodia si intreccia nella colonna sonora a numerosi altri brani di musica classica e operistica (Verdi, Rossini, Puccini, Bach).

3 novembre 2017

Salam cinema (Mohsen Makhmalbaf, 1995)

Salam cinema (Salaam cinema)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1995
con Mohsen Makhmalbaf, Shaghayeh Djodat
***

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"), in originale con sottotitoli.

Per realizzare un film che celebri i cent'anni di storia del cinema (nel 1995 ricorreva infatti il centenario della prima proiezione in pubblico dei fratelli Lumière), il regista Mohsen Makhmalbaf pubblica un annuncio sul giornale in cerca di attori esordienti che ne saranno i protagonisti. Ai provini si presentano in migliaia, spinti dalla passione per la settima arte (assai popolare in Iran e per la quale molti sono disposti a fare follie, come avevamo già visto in "Close Up" di Kiarostami) e dai sogni di fama e di ricchezza (come in "Bellissima" di Visconti o nell'episodio iniziale di "Siamo donne"). Makhmalbaf e i suoi assistenti (fra i quali si riconosce Moharram Zaynalzadeh, che era stato il protagonista del suo film "Il ciclista") ne intervistano parecchi, uomini e donne, prima di rivelare loro che proprio i provini che hanno sostenuto faranno parte del film, e che il loro ruolo consisteva nel recitare la parte di sé stessi. In un insolito mix fra documentario e cinema verità, Makhmalbaf interroga i suoi aspiranti attori ("Cos'è il cinema?", "Perché lo amiamo?", "Qual è la differenza fra verità e finzione?"), li stuzzica e li stimola per tirare fuori qualcosa, vero o falso che sia. Ne nascono storie interessanti (il falso cieco, la ragazza che vorrebbe recitare solo per essere invitata a Cannes – dove i lavori di Makhmalbaf e Kiarostami erano regolarmente presentati – e ottenere così un visto per uscire dal paese e riunirsi con il fidanzato), buffe (i candidati che sostengono di assomigliare ad Alain Delon, Arnold Schwarzenegger, Marilyn Monroe o Paul Newman...) e intense. Il regista ordina ai candidati di piangere a comando, di ridere, di morire; li mette alla prova psicologicamente ("Cosa siete disposti a fare per diventare attori? Rinuncereste alla vostra umanità?"), anche con crudeltà ("Nel cinema non c'è posto per tutti"), ondeggiando fra le promozioni e le bocciature, prima di rivelare che, in fondo, tutti loro fanno già parte del film. "Insomma, siamo attrici o no?", si chiedono le due ragazze (Maryam Keyhan e Shaghayeh Djodat) protagoniste della sezione più lunga della pellicola, quella conclusiva. Sì, perché fra i pregi del film – oltre a mostrare senza filtri quanto sia davvero grande il potere e il fascino del cinema – c'è anche quello di dare la parola alle donne, elementi spesso "invisibili" e inascoltati nell'ambito della socità iraniana, lasciando che raccontino a viso aperto i propri sogni, le aspirazioni e i desideri.

2 novembre 2017

R100 (Hitoshi Matsumoto, 2013)

R100 (id.)
di Hitoshi Matsumoto – Giappone 2013
con Nao Omori, Shinobu Terajima
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Takafumi Katayama (Nao Omori), commesso in un negozio di arredamento, firma un contratto con un'agenzia sadomaso che gli invierà, per un anno intero, "dominatrici" in abiti succinti che faranno irruzione nella sua vita quotidiana nei momenti più inaspettati, infliggendogli dolore o umiliazione. E così l'uomo viene di volta in volta picchiato, preso a calci in strada o buttato giù per le scale, messo in imbarazzo al ristorante (con la dominatrix che gli schiaccia il sushi) o sul posto di lavoro: un particolare effetto visivo sullo schermo mostra che tutto ciò gli procura "ondate" di piacere. Quando però le visite cominciano a farsi sempre più eccessive, invadenti e sgradite, anche perché rischiano di coinvolgere i suoi famigliari (il figlioletto in primis), Takafumi cercherà di tirarsi indietro. Non ci riuscirà, e scatenerà l'ira del potente CEO dell'organizzazione (la wrestler Lindsay Kay Hayward). Il cinema di Hitoshi Matsumoto è sempre stato folle e spiazzante, e di solito questo è un fattore positivo. Qui, però, il tentativo di partire da un contesto "serio" (la solitudine e la disperazione di Takafumi, la cui moglie è in coma da tre anni; uno spunto che ricorda quello di "The game"; le riflessioni sociali sull'umiliazione e il piacere; i riferimenti all'Inno alla Gioia di Beethoven come tema portante) e di renderlo via via più surreale e grottesco, funziona a corrente alternata. E quando la storia parte completamente per la tangente (l'agenzia sadomaso diventa una pittoresca organizzazione criminale da film di spionaggio, con tanto di esercito di pseudo-ninja), cessa anche di divertire: anzi, si perde interesse nella vicenda e si rimane soltanto ad attendere che il film finisca. Il bello è che la stessa pellicola, a un certo punto, riconosce di aver abbandonato ogni parvenza di qualità o di buon gusto, e cerca di "rimediare" attraverso alcuni inserti metacinematografici in cui rivela che quello cui stiamo assistendo è un film girato da un regista centenario, pensato per un pubblico che abbia anch'esso almeno cento anni. Il misterioso titolo "R100", dunque, si riferisce al rating: significa che il film è sconsigliato (o addirittura vietato) ai minori di 100 anni. Mah!

1 novembre 2017

Rapsodia satanica (Nino Oxilia, 1917)

Rapsodia satanica
di Nino Oxilia – Italia 1917
con Lyda Borelli, Ugo Bazzini
**1/2

Visto su YouTube.

La ricca e anziana Alba d'Oltrevita (Lyda Borelli) stringe un patto con il diavolo (Ugo Bazzini) per riacquistare la giovinezza, promettendo in cambio di rinunciare per sempre alle lusinghe dell'amore. Naturalmente il destino vorrà diversamente. Ispirato – anche esplicitamente – al "Faust" di Goethe, di cui è una rilettura al femminile, questo seminale film muto è opera di Nino Oxilia, scrittore e poeta crepuscolare, nonché fra i pionieri del cinema italiano, che morì quello stesso anno durante la prima guerra mondiale. Sceneggiato da Alberto Fassini ("Alfa"), che era il direttore generale della casa di produzione Cines, a partire da un poema di Fausto Maria Martini, il film è colorato a mano sulla pellicola ed è diviso in un prologo di un rullo (che mostra il patto con Mefisto) e due parti di due rulli ciascuna: la prima mette in scena la spensierata inebriatezza di Alba, fra feste, giochi e danze, in cui fa innamorare di sé i due fratelli Sergio e Tristano (Giovanni Cini e Andrea Habay), con il primo, vedendosi non ricambiato, che sceglierà di uccidersi; la seconda, il punto più alto del film, la vede vagare triste e disperata da sola per le stanze e i giardini del suo "castello dell'Illusione", struggendosi d'amore per Tristano. Nel frattempo Mefisto fa capolino ogni tanto per ridacchiare alle sue spalle. L'ispirazione tardo-romantica è evidente, così come gli influssi dannunziani, che si esplicitano nella descrizione della nobiltà decadente e nello stile liberty, oltre che nelle didascalie dai toni poetici e aulici. La regia è dinamica e moderna, e mette in risalto gli attori (e il loro stato d'animo) senza sacrificare le scenografie e le atmosfere: una vera sorpresa. La Borelli è stata una delle prime "star" del cinema muto italiano. Di notevole interesse anche la colonna sonora originale, composta nientemeno che da Pietro Mascagni, l'autore della "Cavalleria rusticana": si tratta di uno dei primi casi in cui un compositore già noto si dedicò a "musicare" appositamente una pellicola cinematografica, sincronizzando la partitura con le scene già girate, con tanto di leitmotiv associati ai vari personaggi (un lavoro che lo stesso Mascagni definì "lungo, improbo e difficilissimo"). Il film era stato in effetti girato nel 1914 e completato nel 1915, ma venne distribuito soltanto nel 1917, non solo per via della guerra ma anche per dare a Mascagni il tempo di realizzare la colonna sonora. Pare addirittura che la parte finale della pellicola fu modificata (e alcune scene rigirate) proprio per venire incontro alle richieste del compositore, che riteneva il finale originale poco coerente con la sua visione musicale.

30 ottobre 2017

Toro scatenato (Martin Scorsese, 1980)

Toro scatenato (Raging Bull)
di Martin Scorsese – USA 1980
con Robert De Niro, Joe Pesci
***

Rivisto in DVD.

Biopic sull'ascesa e la caduta del pugile italo-americano Jake LaMotta, soprannominato "il toro del Bronx", che fu campione del mondo dei pesi medi alla fine degli anni quaranta, prima che il suo carattere difficile e i tanti eccessi lo portassero dalle stelle alle stalle, facendogli perdere tutto ciò che aveva conquistato: fama, denaro, affetti. La pellicola, girata interamente in bianco e nero (se si eccettuano brevissimi inserti a colori, quasi dei filmini d'epoca, che rappresentano lo scorrere del tempo), segue il protagonista negli anni dei trionfi sul ring (memorabili i numerosi incontri con il suo rivale di sempre, Sugar Ray Robinson, con il quale infine perse il titolo) e in quelli successivi del declino fisico ed economico, quando negli anni sessanta (dopo il tentativo di gestire un night club con il suo nome, per colpa del quale finirà anche in galera), si ridusse a diventare un cabarettista in locali di terz'ordine. Degli otto film realizzati finora insieme da Scorsese e De Niro, al fianco di "Taxi driver" è forse il più celebrato. Sceneggiato da Paul Schrader e Mardik Martin (che hanno adattato l'autobiografia dello stesso LaMotta), ambientato più nel mondo di Little Italy (con le sue dinamiche di potere e di amicizie, già raccontate nei precedenti lavori del regista, in particolare "Mean streets") che in quello del pugilato (ma Scorsese è bravissimo nel ricostruire match leggendari come quelli contro Robinson, Cerdan e Fox), il film – tutt'altro che un'agiografia, nonostante il coinvolgimento diretto del vero Jake LaMotta come consulente – è soprattutto un ritratto, intriso di crudo realismo e amarezza, di un personaggio complesso e difficile, forte e tenace (memorabile, dopo la sua sconfitta finale con Robinson, il grido d'orgoglio per essere rimasto in piedi: "Non mi hai fatto andare giù") ma anche violento, paranoico, testardo e ostinato (è una "testa dura" in tutti i sensi), pieno di rabbia e di gelosia, autentico artefice della propria autodistruzione. Non solo perché in perenne lotta con sé stesso e con il proprio peso, ma anche per l'incontrollata gelosia che lo porterà a perdere la moglie, il fratello e tutti coloro che aveva attorno a sé.

Se il cast di contorno è eccellente (Joe Pesci, che interpreta Joey, il fratello/manager di Jake, tornerà a collaborare con Scorsese in "Quei bravi ragazzi" e "Casinò"; la diciannovenne Cathy Moriarty, al debutto sul grande schermo, è Vicki, la seconda moglie del protagonista), il film è passato alla storia anche e soprattutto per la straordinaria performance di De Niro (giustamente premiata con l'Oscar), capace di acquistare oltre 30 chili di peso per interpretare Jake negli anni del suo declino. Si tratta senza dubbio di una delle più incredibili trasformazioni della storia del cinema (da giovane asciutto e muscoloso a vecchio pesante e flaccido), "un esempio lampante di un metodo di recitazione estremo, mirato alla riproduzione più fedele possibile della realtà". "Io non ci riesco proprio a fingere di recitare. Ho bisogno di far mie tutte le caratteristiche del personaggio", disse l'attore. Era stato proprio De Niro, che aveva letto l'autobiografia di LaMotta, a proporre anni prima il soggetto a Scorsese, inizialmente non interessato perché non amava il pugilato. Ma l'entusiasmo dell'attore finì per convincere anche il regista che all'epoca, in crisi psicologica e fisica (alcune scene, per via dei suoi attacchi d'asma, furono in realtà dirette da suo padre Charles), era convinto che questo sarebbe stato il suo ultimo film: il grande successo di critica – peraltro non immediato – volle diversamente. La scelta di girare in bianco e nero fu presa da Scorsese e dal direttore della fotografia Michael Chapman per restare il più fedeli possibile alle documentazioni iconografiche del vero Jake LaMotta (ovvero le foto e i filmati degli anni quaranta). Oltre alle sequenze degli incontri di boxe (che il regista, l'operatore e la montatrice Thelma Schoonmaker vollero riprendere con una cinepresa sempre sul ring insieme a loro, mostrandone così da vicino tutta la violenza e il dolore: fino ad allora, nei film sul pugilato, la consuetudine era quella di mostrare il punto di vista degli spettatori), fra i momenti più memorabili della pellicola c'è la scena in prigione (quella in cui Jake, come in un confessionale, prende finalmente coscienza delle proprie colpe) e naturalmente il magnifico incipit: LaMotta che saltella da solo sul ring, al ralenti, accompagnato dalle note dell'intermezzo della "Cavalleria rusticana" di Mascagni. Il film è dedicato da Scorsese (con una citazione dal vangelo di Giovanni) ad Haig Manoogian, suo insegnante di cinema.

28 ottobre 2017

Festen (Thomas Vinterberg, 1998)

Festen - Festa in famiglia (Dogme #1 - Festen)
di Thomas Vinterberg – Danimarca 1998
con Ulrich Thomsen, Henning Moritzen
***1/2

Rivisto in divx.

Alla festa per il sessantesimo compleanno del padre Helge, ricco e potente patriarca della famiglia Klingenfeldt, il figlio maggiore Christian – durante il suo discorso davanti a numerosi ospiti e parenti – fa scoppiare una "bomba", affermando che quando erano piccoli il genitore abusava sessualmente di lui e della sorella gemella Linda (che di recente si è suicidata). Ne segue un momento di imbarazzo da parte di tutti, e inizialmente Christian non viene creduto: ma le cose cambiano quando l'altra sorella Helene legge la lettera che Linda ha nascosto prima di uccidersi, e che conferma le accuse. Il primo film ufficialmente certificato dal movimento "Dogme 95" (e come tale, nel titolo originale, reca il prefisso Dogme #1) è un tesissimo e originale dramma famigliare che indaga nell'indicibile e negli orrori nascosti dietro le ipocrisie e le buone apparenze borghesi. Con un tono che oscilla fra il drammatico e la commedia (tanto che per lunghi tratti non sappiamo se Christian stia dicendo la verità o se si stia inventando tutto) e una grande attenzione alle caratterizzazioni dei personaggi (il comportamento del protagonista rispecchia in maniera realistica le insicurezze e i traumi che abusi di questo tipo possono provocare anche nella vita adulta), il film avvolge lo spettatore nella sua ragnatela, costringendolo a partecipare alla "festa" e ad osservare le reazioni dei presenti: dall'indifferenza di gran parte degli ospiti (che, pur imbarazzati, continuano con le infantili celebrazioni del compleanno del loro ospite, fra canzonzine, brindisi e girotondi) all'ira del collerico e violento fratello Michael, la pecora nera della casata, che pure è fortemente attaccato al senso di famiglia (e, in quanto tale, sarà uno dei più delusi e feriti quando la verità verrà a galla), per non parlare dei vari dipendenti dell'albergo (il capocuoco, il receptionist, le cameriere) che in qualche modo sono solidali con Christian. Come detto, il film segnò l'esordio ufficiale del manifesto di intenti "Dogme 95" fondato (non è chiaro quanto seriamente e quanto come pura provocazione) da Vinterberg e da Lars Von Trier in risposta ai gigantismi e alle esagerazioni produttive dei grandi studi di Hollywood. In ossequio ai suoi rigidi comandamenti (denominati "voti di castità"), il film è stato girato seguendo estreme costrizioni e con un approccio minimalista: formato 4:3, camera a mano, nessuna illuminazione artificiale, niente musica extradiegetica (tranne che sui titoli di coda), scene e costumi realistici, sviluppo della narrazione in tempo reale (ma l'abilissimo montaggio riesce tuttavia a tenere alta la tensione), oltre al mancato accreditamento del regista. Vinterberg è stato uno dei pochi a sfruttare queste limitazioni a proprio vantaggio: la forma povera esalta infatti la tesissima sceneggiatura e le doti recitative degli interpreti. E probabilmente si tratta anche del risultato più alto mai raggiunto dal movimento stesso. Premio della giuria a Cannes. Il cast comprende Ulrich Thomsen (Christian), Thomas Bo Larsen (Michael), Paprika Steen (Helene), Henning Moritzen (il padre), Birthe Neumann (la madre) e Trine Dyrholm (la cameriera Pia). Dalla pellicola, viste le sue caratteristiche, sono stati tratti diversi drammi teatrali.

27 ottobre 2017

Come un tuono (Derek Cianfrance, 2012)

Come un tuono (The place beyond the pines)
di Derek Cianfrance – USA 2012
con Ryan Gosling, Bradley Cooper
**

Visto in TV.

Quando scopre che una vecchia fiamma (Eva Mendes) ha dato alla luce suo figlio, il motociclista vagabondo Luke "il bello" (Ryan Gosling), che si guadagna da vivere come stuntman in un circo, cerca di mettere la testa a posto per garantire un futuro a lei e al bambino. Ma non ci riuscirà: si dedicherà alle rapine in banca e farà una brutta fine, ucciso da un poliziotto in servizio. Questi, Avery (Bradley Cooper), sarà scosso dai sensi di colpa, anche perché a sua volta ha un figlio di appena un anno. La sua inclinazione per la legalità lo porterà a far piazza pulita della corruzione imperante nel suo distretto, tanto che farà carriera come procuratore. Quindici anni dopo, i figli del ladro e del poliziotto, Jason (Dane DeHaan) ed A.J. (Emory Cohen), ormai adolescenti, si conosceranno a scuola e faranno amicizia, senza sapere cosa legava i rispettivi padri. Una lunga saga generazionale, divisa in tre tronconi (dedicati rispettivamente a Luke, ad Avery e ai loro figli), ambientata nella cittadina di Schenectady (il cui nome, in lingua mohawk, significa "il posto al di là dei pini", che è il titolo originale della pellicola), una contea nello stato di New York. Se è apprezzabile per la caratterizzazione dei personaggi e per la confezione (merito soprattutto della fotografia di Sean Bobbitt, satura di colori), per il resto si fa fatica a comprendere quale sia il senso del film, al di là di generiche riflessioni sulla famiglia, sulla corruzione, sulle colpe dei padri e sulla loro eredità, che alla fine lasciano il tempo che trovano. L'impressione è che ci sia molta forma ma poca sostanza. Ray Liotta è uno dei poliziotti corrotti, Ben Mendelsohn è il proprietario dell'officina per cui lavora Mike (e da una sua frase, improvvisata sul set, proviene il titolo italiano: "Se guidi come un fulmine, ti schianti come un tuono").

26 ottobre 2017

Drag me to hell (Sam Raimi, 2009)

Drag me to hell (id.)
di Sam Raimi – USA 2009
con Alison Lohman, Justin Long
**1/2

Visto in TV.

Per ingraziarsi il suo capo nella speranza di ricevere una promozione, l'impiegata di banca Christine (Lohman) rifiuta un prestito a una vecchia zingara, e viene da questa maledetta: sarà tormentata per tre giorni da uno spirito maligno, la Lamia, che minaccia di portarla con sé all'inferno. Scritto da Raimi insieme al fratello Ivan, un horror spigliato, divertente e vecchia maniera, con un plot assai semplice e un finale a suo modo sorprendente. Senza troppe pretese, il film ci mostra un crescendo di situazioni legate alla maledizione che la povera Christine cerca di togliersi di dosso, anche con l'aiuto di un veggente indiano che cita Jung (Dileep Rao) e una sensitiva messicana (Adriana Barraza), il tutto mentre tenta di barcamenarsi fra il lavoro (con un collega sleale che prova a farle le scarpe) e l'amore (la prima cena a casa dei futuri suoceri si trasforma in un disastro). Si passa così dalle prime inquietanti manifestazioni dello spirito maligno (allucinazioni, ombre, oggetti che si muovono) ad altre sempre più esplicite e pericolose, fino al tentativo di sbarazzarsene "regalando" a qualcun altro l'oggetto che ha scatenato la maledizione (con echi de "Il diavolo nella bottiglia" di Stevenson). Dopo oltre un decennio, Raimi torna al genere che lo ha reso famoso e dimostra di non aver perso la mano: il film regge fino alla fine senza cali di ritmo o di tensione, concedendosi non pochi tocchi ironici ma senza mai tradire il pubblico (è un vero horror, per quanto leggero e ingenuo, e non una sua parodia). Justin Long è il fidanzato "scettico" di Christine, Lorna Raver è la vecchia strega zingara. L'automobile di quest'ultima, una Oldsmobile Delta 88 gialla del 1973, è apparsa in quasi tutti i film del regista.

24 ottobre 2017

Once (John Carney, 2006)

Once - Una volta (Once)
di John Carney – Irlanda 2006
con Glen Hansard, Markéta Irglová
***

Visto in divx.

Un aspirante cantautore (Hansard), che di giorno ripara aspirapolvere nel negozio del padre e di sera suona la sua chitarra per le strade di Dublino, incontra una giovane immigrata della Repubblica Ceca (Irglova), che lo incoraggerà a perseguire il suo sogno, quello di incidere le proprie canzoni. Ad avvicinarli, unirli e farli innamorare è proprio il potere e la bellezza della musica. Un piccolo film, realizzato con un budget estremamente ridotto (parte del quale messo di tasca propria dal regista) e girato senza autorizzazione per le strade di Dublino e nelle case degli stessi cineasti e dei loro amici: il setting proletario, i personaggi quanto mai umani (e universali, come rivela il fatto che i due protagonisti non abbiano un nome) e le belle canzoni (alle quali sono dedicate lunghe e toccanti sequenze: stupenda quella notturna con la ragazza per le strade in pigiama) scaldano il cuore e trascinano lo spettatore in un mondo fatto di emozioni autentiche, fra sogni e malinconia. E si noti bene, non si tratta di un film minimalista o incentrato solo sul lato romantico: fra le righe, c'è spazio per mille cose, dalla crisi economica e sociale (la scena iniziale con il tentativo di furto, i problemi economici dei personaggi) al processo di ispirazione artistica (tutta la sequenza nella sala di incisione è magistrale), i ricordi del passato (i vecchi filmini di Hansard con la sua ex compagna), le difficoltà del presente (lo status di ragazza madre di Irglova), le aspirazioni per il futuro (cosa riserverà il destino ai due personaggi? Come nella trilogia di "Prima dell'alba", fra qualche anno sarebbe interessante un nuovo film che ce lo rivelasse). La pellicola riscosse un grande successo di pubblico e di critica, lanciando la carriera di Carney, che nei lavori successivi (come "Tutto può cambiare" e "Sing Street") continuerà a usare la musica come tema principale e filo conduttore. Tutte le canzoni (una delle quali, "Falling Slowly", vinse addirittura l'Oscar) sono scritte e interpretate dagli stessi attori. Inizialmente Glen Hansard, frontman del gruppo rock irlandese The Frames, avrebbe dovuto solo comporre la colonna sonora, ma finì col sostituire il previsto protagonista Cillian Murphy prima dell'inizio delle riprese. In precedenza, aveva avuto solo una piccola parte da attore in "The Commitments". Hansard e Irglova, per alcuni anni, hanno continuato a suonare e cantare insieme, dando vita al duo The Swell Season.

23 ottobre 2017

Lo sbirro, il boss e la bionda (J. McNaughton, 1993)

Lo sbirro, il boss e la bionda (Mad Dog and Glory)
di John McNaughton – USA 1993
con Robert De Niro, Uma Thurman, Bill Murray
**

Rivisto in TV.

Il poliziotto Wayne Dobie (De Niro), soprannominato ironicamente dai suoi colleghi "Mastino" ("Mad Dog" nell'originale) per la sua eccessiva mitezza (tutto il contrario del suo compagno di pattuglia, che invece è un "duro"), salva la vita al gangster Frank Milo (Murray) durante una rapina in una drogheria. E questi, per ricompensarlo, gli manda a casa una bella ragazza, Glory (Thurman), affinché resti con lui per un'intera settimana. Naturalmente i due si innamoreranno, e Wayne cercherà di convincere Frank a lasciargliela per sempre... Il cast è la cosa più interessante di un film confuso e privo di focus (forse perché la sceneggiatura – opera di Richard Price – vuole giocare su troppi campi nello stesso tempo: la commedia brillante, quella romantica, la pellicola di gangster, il racconto formativo ed esistenziale...), che inizia con uno spunto interessante (con l'insolita amicizia fra il poliziotto e il gangster, basata sul fatto che entrambi in fondo vorrebbero uscire dai propri ruoli e hanno un'anima creativa: il primo come fotografo, il secondo come cabarettista), perde smalto nella prevedibile parte centrale (quella sull'innamoramento fra Wayne e Glory) e cerca inutilmente di recuperarlo nella problematica sequenza conclusiva (che fu girata più volte, con varie modifiche, in risposta a screen test negativi da parte del pubblico). A un De Niro impacciato e timido, che prova senza troppo successo a fare l'eroe (in virtù del motto "Niente fegato, niente gloria", che gioca con il nome della ragazza) fa da contraltare un Murray sardonico come sempre, ma forse un pelino fuori ruolo. Della Thurman, poco da dire: giovanissima e già bella. David Caruso è il collega di Wayne, Mike Starr la guardia del corpo di Frank, Kathy Baker la vicina di casa.

21 ottobre 2017

Roma a mano armata (Umberto Lenzi, 1976)

Roma a mano armata
di Umberto Lenzi – Italia 1976
con Maurizio Merli, Tomas Milian
**1/2

Rivisto in divx, per ricordare Umberto Lenzi.

Il commissario Tanzi della squadra mobile di Roma, un duro dai modi spicci e che mal digerisce le attenuanti sociali e i cavilli legali che riportano in libertà i criminali che arresta (paradossalmente, o forse non tanto, la sua compagna Anna (Maria Rosaria Omaggio) fa la consulente psicologica per il tribunale dei minori, e proprio le sue perizie svolgono un ruolo chiave nel rimettere in liberta i giovani delinquenti), dà disperatamente la caccia al gangster "marsigliese" Ferrender. Per rintracciarlo, tiene d'occhio alcuni dei suoi complici, come il rapinatore Savelli (Biagio Pelligra) e soprattutto il "gobbo" Moretto (Tomas Milian), che si rivelerà essere l'avversario più pericoloso. Ispirato a "Roma violenta" di Marino Girolami, uscito l'anno prima e di cui riprende lo schema e i temi (oltre che il protagonista, il commissario interpretato da Maurizio Merli, anche se qui si chiama Tanzi e non Betti), è il film che ha lanciato Lenzi come uno dei maestri del poliziottesco all'italiana (anche se il regista aveva già girato thriller e noir urbani come "Milano odia: la polizia non può sparare" e "Il giustiziere sfida la città"), nonché la summa di tutto il genere: un film violento e dall'atmosfera tesa, ben girato (sin dalla sequenza di apertura, una soggettiva in auto per le strade di Roma, con la macchina da presa che si sofferma sulle insegne delle banche e gli istituti di credito, per proseguire con scene d'azione e inseguimenti spettacolari), che sfrutta ampiamente l'ambientazione capitolina (di cui mostra vari scorci e quartieri periferici), un buon cast (Giampiero Albertini è Caputo, il vice di Tanzi; Arthur Kennedy è il questore; Luciano Catenacci è il faccendiere Gerace; e ci sono anche Ivan Rassimov e Gabriella Lepori). Il plot a tratti pare sfilacciarsi, con diversi episodi – molti dei quali ispirati a fatti di cronaca reali – e sottotrame non strettamente legate fra loro (Tanzi, che a un certo punto per via dei suoi metodi viene "retrocesso" dai superiori all'ufficio licenze, continua a ritrovarsi "per caso" sempre in mezzo all'azione, opposto a giovani delinquenti, bande di violentatori, pazzi drogati o spietati rapinatori), anche se il finale riesce poi a tirare le fila di tutto. Fondamentale la presenza di Tomas Milian (che con Lenzi, quello stesso anno, creerà il personaggio di "Er Monnezza"), indimenticabile criminale proletario e deforme, dissacrante e carismatico, che lavora al mattatoio e ha sempre la battuta pronta, anche per merito del doppiaggio di Ferruccio Amendola. Per gran parte del pubblico, nel vederlo contrapposto a un commissario inflessibile e giustizialista, veniva spontaneo fare il tifo per lui (forse anche per questo fra Merli e Milian, sul set, c'era una forte rivalità). Nonostante qui muoia, il personaggio ricomparirà nel successivo "La banda del gobbo", dove si rivelerà essere il fratello der Monnezza. Il commissario Tanzi, invece, tornerà ne "Il cinico, l'infame, il violento" (sempre insieme a Milian). Belle le musiche di Franco Micalizzi. Il nome del marsigliese Ferrender è ispirato a quello di un vero gangster dell'epoca, Jacques Berenguer.

20 ottobre 2017

L'intendente Sansho (K. Mizoguchi, 1954)

L'intendente Sansho (Sansho dayu)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1954
con Yoshiaki Hanayagi, Kinuyo Tanaka
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli.

Nel corso di un lungo viaggio per ricongiungersi con il marito, ex governatore destituito e mandato in esilio perché aveva preso le difese dei contadini della sua provincia, Tamaki (Kinuyo Tanaka) e i suoi figli Zushio (Yoshiaki Hanayagi) e Anju (Kyoko Kagawa) sono catturati dai briganti e crudelmente separati: la madre viene venduta in un bordello nell'isola di Sado, i due ragazzi finiscono a lavorare come schiavi nei possedimenti di un nobile signore, gestiti con il pugno di ferro dall'inflessibile intendente Sansho (Eitaro Shindo): costui è talmente spietato che persino il suo stesso figlio, Taro (Akitake Kono), fuggirà da lui, in preda ai sensi di colpa, per diventare un monaco. Trascorreranno dieci lunghi anni prima che Zushio, grazie al sacrificio della sorella, riesca a fuggire. Dopo aver scoperto che nel frattempo il padre è morto, il ragazzo saprà vendicarsi del crudele intendente e ritrovare, infine, la madre. Da un racconto di Mori Ogai, ispirato a un'antica leggenda giapponese ambientata nell'epoca Heian (attorno all'anno Mille), in pieno feudalesimo, uno dei capolavori assoluti di Mizoguchi, con il quale il regista – per il terzo anno consecutivo, dopo "Vita di O-Haru, donna galante" e "I racconti della luna pallida d'agosto" – vinse il Leone d'Argento a Venezia. Il tema è quello della libertà e della schiavitù, per una volta non ristretto solo alla condizione femminile (filo conduttore di tutta la filmografia di Mizoguchi), anche se proprio la madre e la sorella di Zushio compiono i sacrifici più estremi in favore del ragazzo. La pellicola ha tutti i crismi del grande affresco storico e di costume, con una trama che volge al melodrammatico e protagonisti che passano attraverso numerose prove e sofferenze prima di riconquistare la libertà e la pace finale (non dissimile, in questo, da alcuni feuilletton occidentali come "Il conte di Montecristo"). Tipicamente giapponesi sono invece i temi del sacrificio, della dignità e dell'accettazione del proprio destino, che hanno modo di imporsi sullo schermo grazie a uno stile mai sopra le righe, austero e controllato. Anche perché la regia e lo sguardo di Mizoguchi sono, come al solito, caratterizzati da una profonda eleganza che sfiora ripetutamente la più sublime poesia: impossibile trattenere la commozione di fronte a sequenze come quella del canto disperato e accorato della madre che giunge fino alle orecchie dei figli, pur trovandosi questi a migliaia di chilometri di distanza, o esteticamente eccelse come quella dell'annegamento volontario di Anju (che cammina dolcemente nell'acqua, fino a che non rimangono solo i cerchi concentrici delle onde), per non parlare della scena finale in cui madre e figlio si riabbracciano finalmente dopo tanti anni, sulla spiaggia dell'isola di Sado, un ottimo esempio dei piani sequenza con lenti movimenti di macchina (opera del cameraman Kazuo Miyagawa) che caratterizzano lo stile del cineasta nipponico. Da sottolineare anche un tema di solito poco frequentato nei film di Mizoguchi, il rapporto fra padri e figli (maschi), che qui si ritrova in due casi, quelli di Zushio e di Taro. Per Zushio, l'insegnamento paterno (che predica la libertà e l'uguaglianza fra tutti gli uomini) è una guida morale fino alla fine; l'animo nobile di Taro è invece in contrapposizione al padre Sansho, il cui esempio è opposto e spregevole. La nobiltà d'animo può dunque svilupparsi in modi diversi, da un esempio positivo oppure negativo. Da notare che, per un breve periodo, Zushio sembra essere “corrotto” e , di fatto, sostituisce Taro come figlio di Sansho: quando marchia a fuoco l'anziano schiavo che aveva tentato la fuga, il compiaciuto intendente sembra fiero di aver trovato nel giovane “Mutsu” un nuovo erede che possa sostituire quello fuggito: e sarà dunque ancora più sorpreso e amareggiato alla notizia che anche questo nuovo figlio lo ha abbandonato. Proprio la sorella Anju, con la presenza salvifica, impedirà a Zushio la definitiva discesa nelle tenebre, ricordandogli gli insegnamenti del padre e favorendo la sua fuga. Curiosamente il titolo è dedicato al "cattivo" della storia, il crudele intendente Sansho: pare che inizialmente Mizoguchi intendesse farne la figura centrale del film, salvo poi cambiare idea e raccontare la storia dal punto di vista dei due ragazzi.

18 ottobre 2017

Dellamorte Dellamore (Michele Soavi, 1994)

Dellamorte Dellamore
di Michele Soavi – Italia 1994
con Rupert Everett, Anna Falchi
***

Visto in divx.

Francesco Dellamorte (Everett), custode del cimitero di Buffalora, deve fare i conti con il fatto che i suoi "ospiti", sette giorni dopo la sepoltura, tornano regolarmente in vita sotto forma di zombie (che lui chiama "ritornanti"). Insieme al suo aiutante Gnaghi (François Hadji-Lazaro), un ritardato semi-muto e deforme ("Segni particolari: tutti"), ha dunque il compito di riportarli nelle loro tombe, senza che nessuno lo venga a sapere. Non che la cosa lo turbi più di tanto, visto che si trova più a suo agio con i morti che con i vivi. Ma la sua solitudine sarà messa a dura prova quando si innamorerà di una giovane vedova (Anna Falchi)... Da un romanzo di Tiziano Sclavi, il creatore di "Dylan Dog" (personaggio il cui volto è ispirato proprio a quello di Rupert Everett: il che, per diversi motivi, fa di questo film una pellicola molto più affine alle atmosfere del fumetto di quanto non sarà l'adattamento ufficiale made in USA realizzato qualche anno più tardi), una surreale black comedy, originale e piena di idee, che dietro l'aspetto da B-movie anni ottanta (fra le influenze: Sam Raimi, George Romero, Terry Gilliam) mescola in modo unico la filosofia esistenzialista del suo autore e le atmosfere dei classici horror all'italiana (Soavi, non dimentichiamolo, è stato assistente di Joe D'Amato e di Dario Argento), inglobando i generi e superandone i limiti. Genuinamente divertente, offre di tutto, e per tutti i gusti: riflessioni sulla vita e la morte ("Fra morti viventi e vivi morenti, siamo tutti uguali"), sull'amore e il destino, sulla politica e la burocrazia, sull'ipocrisia e il conformismo; ma anche horror, splatter, gore (spesso sopra le righe e senza sprezzo del ridicolo: vedi lo zombie in motocicletta o la testa volante con il velo da sposa che si rifugia in un televisore rotto), tanto umorismo macabro e ironia tongue-in-cheek, una spruzzata di sesso (la Falchi mostra generosamente le sue forme), incursioni nella commedia pecoreccia (la sottotrama sull'impotenza), nel grottesco e nel surreale, gag demenziali (con l'inetto commissario Straniero che non sospetta di Francesco nemmeno di fronte all'evidenza) e momenti toccanti (la love story di Gnaghi con Valentina, la figlia del sindaco, e in generale il rapporto di amicizia fra Francesco e il suo aiutante). Tutti questi ingredienti, anche grazie alla struttura semi-episodica della pellicola (e al fatto che si fa progressivamente astratta e surreale, da non prendere mai sul serio dunque, fra dialoghi con la morte e sogni premonitori), si amalgamano senza annullarsi, rafforzandosi semmai a vicenda. E la malinconica vena esistenzialista (l'ambientazione nel paesino italiano di provincia è quanto mai indovinata) è decisamente un valore aggiunto. Le musiche sono di Manuel De Sica, gli effetti speciali (artigianali e vecchio stile) di Sergio Stivaletti. Anna Falchi interpreta tre ruoli, tutti senza nome (forse l'uno la reincarnazione dell'altro, o forse è Francesco che continua a rivedere il volto della donna che ha amato nelle altre che incontra). Una mosca bianca nel panorama del cinema italiano (anche di genere) degli anni novanta, da vedere e da recuperare: meritata la fama di cult movie, e non solo per i fan di Sclavi o di "Dylan Dog", che pure ci ritroveranno tante caratteristiche (il volto, la giacca, il maggiolino, l'aiutante/spalla comica, il campo d'azione, l'attitudine filosofica... c'è persino la celebre filastrocca sulla morte di "Attraverso lo specchio").

17 ottobre 2017

La corsa più pazza d'America 2 (Hal Needham, 1984)

La corsa più pazza d'America n. 2 (Cannonball Run II)
di Hal Needham – USA/HK 1984
con Burt Reynolds, Dom DeLuise
*1/2

Rivisto in divx.

Non avendo vinto la corsa precedente, lo sceicco Abdul Ben Falafel (Jaime Farr) organizza una nuova edizione della "Cannonball Run" e mette in palio un milione di dollari per il vincitore che completerà il percorso dalla California al Connecticut. A partecipare si ripresentano quasi tutti gli equipaggi già visti nel primo film, con piccole variazioni. J.J. McClure (Burt Reynolds) e l'amico Victor/Capitan Chaos (Dom DeLuise), anziché un'ambulanza, guidano stavolta un mezzo militare, travestiti da un generale dell'esercito e dal suo attendente. E imbarcano pure un paio di suore (finte anch'esse, benché inizialmente i due piloti non lo sappiano: Shirley MacLaine e Marilu Henner). Sammy Davis Jr. e Dean Martin si camuffano da poliziotti. Jackie Chan, in una Mitsubishi ancora più accessoriata della precedente Subaru (può andare pure sott'acqua!), ha come co-pilota il gigantesco Arnold (Richard Kiel). Le supersexy Susan Anton e Catherine Bach passano da una vettura all'altra. I giovani Mel Tillis e Tony Danza guidano una speciale limousine in compagnia di un orangotango (che finge di esserne il pilota). E infine lo stesso sceicco corre insieme al suo schiavo biondo (Doug McClure) e al dottor Van Helsing (Jack Elam), già visto nel precedente film. L'interferenza di alcuni gangster italo-americani (fra i quali Henry Silva e Michael V. Gazzo), che intendono rapire lo sceicco per conto del loro boss Don Don Cannelloni (Charles Nelson Reilly), mette a repentaglio la corsa. Ma grazie all'aiuto di Frank Sinatra (che interpreta sé stesso), i "cannonballisti" si coalizzano e riusciranno a salvare il loro amico. Solito cast all star (ci sono anche Terry Savalas, Ricardo Montalbán, Jim Nabors) per una replica senza troppa fantasia del film precedente, leggermente migliore come caratterizzazione dei personaggi ma, se possibile, ancora più stupida e cartoonistica (le gag sono ripetitive e infantili: vedi i trucchi alla Dick Dastardly – ganci, trappole, calamite – che i mafiosi mettono in atto per tentare di rapire lo sceicco). Triste pensare che si tratti dell'ultima apparizione sul grande schermo per Dean Martin e Frank Sinatra. In ogni caso, è un film innocuo: se ci si accontenta di poco, ci si può pure divertire. I nomi delle due finte suore, Betty e Veronica, sono un omaggio al fumetto "Archie", assai popolare negli USA.

16 ottobre 2017

La corsa più pazza d'America (Hal Needham, 1981)

La corsa più pazza d'America (The Cannonball Run)
di Hal Needham – USA/HK 1981
con Burt Reynolds, Dom DeLuise
*1/2

Rivisto in divx.

La "Cannonball Run" è una corsa automobilistica clandestina che vede improbabili equipaggi attraversare gli Stati Uniti, dalla costa est a quella ovest, sfrecciando sulle strade ben oltre i limiti di velocità consentiti (e utilizzando ogni sorta di trucchi e di travestimenti per eludere controlli e sanzioni). Ispirato a una competizione realmente esistente (alla quale Burt Reynolds e il regista Hal Needham si erano già rifatti per realizzare il precedente "Il bandito e la Madama" e il suo seguito "Una canaglia a tutto gas", con grande successo di pubblico) e prodotto dalla Golden Harvest di Hong Kong (che intendeva espandersi oltre i propri confini, e che approfittò dell'occasione per presentare al pubblico americano il suo divo di punta, Jackie Chan), il film è quasi una versione dal vivo del cartone animato "Wacky Races" (che a sua volta si rifaceva al classico "La grande corsa" di Blake Edwards), anche se indubbiamente meno divertente e con parecchio meno fantasia. Il cast, vasto e corale, comprende numerosi nomi noti, che in diversi casi si divertono a ironizzare su sé stessi e sugli stereotipi del genere. Seguiamo così i meccanici J.J. McClure (Burt Reynolds) e Victor Prinzin (Dom DeLuise), che corrono a bordo di una finta ambulanza, con tanto di medico (il ributtante Jack Elam) e di paziente (la bella fotografa Farrah Fawcett). Il giocatore d'azzardo Sammy Davis Jr. e il dongiovanni incallito Dean Martin, in Ferrari, si travestono invece da preti cattolici; le vamp Adrienne Barbeau e Tara Buckman, in una Lamborghini nera, sfruttano il loro fascino femminile per far colpo sui tutori della legge; e così via. In gara, fra gli altri, anche uno sceicco arabo (Jamie Farr) in Rolls Royce, due sempliciotti texani (Terry Bradshaw e Mel Tillis) su una Chevrolet truccata, i cinesi Jackie Chan (appunto) e Michael Hui (identificati nei dialoghi come giapponesi) in una Subaru high tech e computerizzata, e Roger Moore (o qualcuno che si fa passare per lui), che fa il verso a sé stesso e sul suo ruolo di James Bond, naturalmente in una Aston Martin super-accessoriata. Arthur J. Foyt è il membro del comitato per la sicurezza sulle strade che cerca ripetutamente e senza successo di interrompere la corsa, Bianca Jagger la sorella dello sceicco, Peter Fonda il capo dei teppisti in moto che scatenano una rissa cui prendono parte tutti i concorrenti (e dove Jackie Chan ha brevemente modo di dare sfoggio delle sue arti marziali). Demenziale e sgangherato (il titolo italiano lo accomuna alle tante pellicole del filone "...più pazzo del mondo"), con una comicità infantile e scontata (l'unico vero colpo di genio sono le dirompenti apparizioni di "Capitan Chaos", l'alter ego supereroistico dello squilibrato Dom DeLuise), il film riscosse comunque un buon successo al botteghino, il che portò alla realizzazione di due sequel. Nota finale: fu proprio da questa pellicola che Chan prese l'idea di inserire, durante i titoli di coda dei suoi film successivi, i blooper e le scene sbagliate.

13 ottobre 2017

Blade Runner 2049 (D. Villeneuve, 2017)

Blade Runner 2049 (id.)
di Denis Villeneuve – USA 2017
con Ryan Gosling, Harrison Ford
**

Visto al cinema Colosseo.

L'agente KD9-3.7 (chiamato in breve solo "K"), cacciatore di replicanti (ovvero androidi) nella Los Angeles del 2049, è egli stesso un replicante di ultima generazione. La Wallace Corporation, che nel corso degli anni è subentrata alla Tyrell nella loro costruzione, ha infatti messo a punto nuovi modelli Nexus ben più affidabili, obbedienti e incapaci di ribellarsi, rispetto a quelli precedenti, i cui ultimi superstiti rimasti in circolazione vivono in clandestinità e vengono ricercati e "ritirati" dalle unità Blade Runner. Nel corso del suo lavoro, K trova casualmente le prove di un vero e proprio "miracolo": una replicante, ventotto anni prima, avrebbe dato alla luce un figlio! La ricerca del bambino interessa diversi gruppi per motivi diversi (le autorità vorrebbero eliminarlo, nel timore che la notizia sconvolga l'ordine sociale; i replicanti clandestini ne vorrebbero fare il simbolo della loro rivoluzione e delle loro rivendicazioni; e l'ambizioso e megalomane scienziato Wallace vorrebbe studiarlo per riuscire a creare finalmente un'autentica vita artificiale) e porterà l'agente K a scoprire che la madre di questi era l'androide Rachael, e il padre nientemeno che l'agente che lo aveva preceduto, ossia Rick Deckard (Harrison Ford). Non solo: si convincerà di essere proprio lui quel bambino, e dunque il figlio (non spiritualmente, ma letteralmente!) di Deckard... A trentacinque anni dall'uscita del suo film più famoso (ma nella finzione ne sono passati solo 30: probabilmente il 2054 era una data meno "marketable" da mettere nel titolo!), Ridley Scott – qui solo produttore esecutivo – lascia nelle mani del canadese Villeneuve le redini del tanto atteso e agognato seguito di una pellicola leggendaria. L'impresa, naturalmente, era di quelle da far tremare i polsi: era assai probabile, infatti, che il risultato non si rivelasse all'altezza del prototipo. E purtroppo è proprio quanto è accaduto, dando vita a una pellicola fredda e imbalsamata, nonostante il tentativo, da un lato, di creare qualcosa di nuovo e di non derivativo, e dall'altro di replicare sfacciatamente l'atmosfera e rievocare le situazioni del primo lungometraggio.

Il "Blade Runner" del 1982 lasciava nel dubbio se Deckard fosse a sua volta un replicante, dubbi che questo sequel si guarda bene dal chiarire o dissipare (anche perché, in fondo, di quale delle tante versioni del primo film stiamo parlando? L'assenza della voce fuori campo lascerebbe intendere che si tratti della director's cut, ma tutte le porte sono aperte). Per quanto riguarda il protagonista, comunque, si taglia subito la testa al toro: K è in effetti un replicante, e sa benissimo di esserlo. Che poi sia (o possa essere) il figlio di Deckard, è uno dei punti su cui la sceneggiatura lancia suggestioni allo spettatore, prima di risolverle nel finale. I riferimenti al primo film sono numerosi, e vengono "scimmiottate" molte scene e sequenze, offrendoci momenti simili: la tecnologia (le auto volanti, le pubblicità e i neon in città, gli ingrandimenti fotografici), la vita nella città bassa (la visita al mercato nero), i test di personalità per i replicanti (il Voight-Kampff sembrava però avere più senso), i surrogati degli animali (e al posto degli origami di carta ci sono le statuette di legno: ma al vecchio Gaff – Edward James Olmos – è concessa una comparsata), le suggestioni retrò e noir (nelle architetture, negli abiti, nella musica: la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch richiama Vangelis, nel finale persino esplicitamente, e comprende oldies di Elvis Presley e Frank Sinatra). Ciò nonostante, il mood è parecchio diverso, e i parallelismi sono estetici e non concettuali. Non si respira aria di Philip K. Dick, la commistione fra fantascienza e noir che rendeva così "unico" il vecchio lungometraggio è imperfetta, e il risultato è meno filosofico e cyberpunk per virare maggiormente sul thriller d'azione/avventura, anche per via di un plot che richiama semmai "Children of Men". Ritrovare la propria umanità, per K, sembra equivalente a ritrovare i propri genitori (il tema della genitorialità ossessiona da sempre Villeneuve, da "La donna che canta" ad "Arrival"). A tratti si ha la sensazione di guardare un action fantascientico come tanti, giusto un po' più ambizioso. E naturalmente mancano (perché quelli non li si costruisce certo a tavolino) momenti memorabili come l'iconico confronto fra Deckard e Roy Batty nel primo film. Qui l'antagonista di K, la replicante Luv (Sylvia Hoeks), semplicemente non è la stessa cosa.

Soprattutto, il film è troppo lungo: e se all'inizio coinvolge, grazie anche ad alcune trovate interessanti (su tutte Joi, la fidanzata-ologramma di K, interpretata da Ana de Armas, che lo ribattezza Joe e lo segue ovunque come un cellulare, con la sua suoneria tratta da "Pierino e il lupo": è uno dei pochi elementi prettamente dickiani), strada facendo si sfilaccia e si trascina in modo estenuante fino a uno stanco finale. L'effetto è lo stesso che dava "Blues Brothers 2000" (persino la struttura del titolo è simile!): preso a sé stante il film ha anche i suoi pregi, ma il confronto con l'originale è impietoso. Colpa, in gran parte, della sceneggiatura di Hampton Fancher (che era stato l'autore della prima versione dello script anche del vecchio film, prima che disaccordi con Ridley Scott portasseo a farla riscrivere da David W. Peoples): a parte l'implausibilità dello spunto di base, risulta vuota e fumosa nelle scene con Wallace (Jared Leto), e presenta anche buchi logici nello sviluppo (per dirne due: perché K non prende subito in considerazione che i suoi ricordi possano essere innesti di una persona vera? in fondo, già nel 2019 Deckard diceva a Rachael che i suoi erano forse "della nipote di Tyrell"; e come può Deckard aver dato alla figlia il cavallo di legno se l'aveva abbandonata prima della nascita? ricordiamo che il legno proviene da Las Vegas, infatti è grazie a quello che l'uomo viene rintracciato da K). Per non parlare di trovate di comodo come il blackout che nel 2022 ha distrutto le documentazioni elettroniche e i database della Tyrell: sembra fatto su misura per far funzionare la trama e impedire a K di scoprire subito la verità su sé stesso. Ryan Gosling, come al solito, è parecchio inespressivo, anche se essendo un replicante lo si può accettare. Quanto al resto del cast, Robin Wright è "Madame" (Joshi nella versione originale), il tenente di polizia; Mackenzie Davis è la prostituta Mariette, in realtà membro del movimento clandestino dei replicanti; Carla Juri è Ana Stelline, la "fabbricante di ricordi"; Dave Bautista è il replicante Sapper Morton. Il finale lascia alcuni punti in sospeso (manca un confronto finale con Wallace, per esempio): già si parla di ulteriori sequel, anche se per ora al botteghino il film sta facendo tutt'altro che sfracelli. La Warner ha anche realizzato tre brevi corti promozionali che fanno da cerniera fra il primo e il secondo film (ambientati nel 2022, nel 2036 e nel 2048).

12 ottobre 2017

Non drammatizziamo... è solo questione di corna (F. Truffaut, 1970)

Non drammatizziamo... è solo questione di corna
(Domicile conjugal)
di François Truffaut – Francia 1970
con Jean-Pierre Léaud, Claude Jade
***

Visto in divx.

Infelicissimo titolo italiano (più adatto semmai a una commedia pecoreccia!) per il quarto capitolo delle avventure di Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud), "alter ego" cinematografico di Truffaut. Come ben illustrava invece il titolo originale, siamo di fronte al racconto dei primi anni di vita coniugale del nostro personaggio, che il regista descrive con garbata levità e finezza psicologica. Dopo aver sposato Christine (Claude Jade) nel precedente "Baci rubati", infatti, Antoine si è stabilito in un grande caseggiato popolare. Lui – che nel tempo libero cerca di scrivere un romanzo autobiografico – colora artificialmente fiori (!) nel cortile, per rivenderli ai fiorai, mentre lei dà lezioni di violino nel suo appartamento. La loro è una vita semplice, costellata di saltuarie visite ai genitori di lei, di incontri con gli amici (si rivedono l'ex collega della ditta di riparazioni e lo scroccone che chiede continuamente prestiti), e soprattutto dai rapporti con i vicini di casa. Il palazzo sede del loro "domicilio coniugale" è quasi un microcosmo dell'intero paese (il doppiaggio italiano esagera un po' con gli accenti e le inflessioni dialettali), i cui abitanti passano il tempo a lavorare o a bighellonare, a spettegolare e a interagire in vari modi (da ricordare il misterioso vicino che tutti, ignorandone la professione, soprannominano "Lo strangolatore", e che si rivelerà essere un attore televisivo). Lentamente, ci sono piccoli (l'arrivo del telefono in casa) e grandi cambiamenti (la nascita di un figlio, Alphonse, che la madre avrebbe voluto chiamare Ghislain, e il trasloco in un appartamento più grande). A un certo punto, ad Antoine capita l'occasione di cambiare lavoro: e per una fortuita coincidenza (il direttore crede che la lettera di raccomandazione di un altro candidato si riferisca a lui) viene assunto in un'azienda americana che si occupa di costruzioni idrauliche. Poco più tardi si lascerà tentare da un'avventura extraconiugale con una ragazza giapponese, Kyoko (Hiroko Berghauer): non perché non ami più Christine, ma semplicemente per il fascino dell'ignoto ("Kyoko non è un'altra donna... è un altro continente"). La scappatella verrà rapidamente alla luce, marito e moglie litigheranno, e lui andrà a vivere fuori di casa per qualche tempo. Ma progressivamente faranno pace, anche perché il rapporto con Kyoko si rivelerà più noioso del previsto. E nel finale, un anno più tardi, nel vedere Antoine e Christine impegnati nelle più scontate scaramucce tipiche delle coppie di vecchia data, del tutto identiche alle proprie, i vicini di pianerottolo commenteranno: "Ora si amano veramente".

Costruita come una serie di tranche de vie, la pellicola racconta le vite dei suoi personaggi senza far loro la morale e ne descrive il mondo con estrema leggerezza ma anche attenzione e profondità attraverso i più piccoli dettagli. Celebre, per esempio, la scena in cui i due coniugi, a letto, sono impegnati in letture che ne svelano il desiderio di tradimento: una biografia di Nurejev per lei (che lo ritiene l'uomo più bello del mondo), un saggio sulle donne giapponesi per lui (per comprendere meglio l'enigmatica Kyoko). Nel mettere in scena il microcosmo del caseggiato, fra piccoli episodi e bizzarre interazioni, ma anche il contrasto con la modernità che avanza e i momenti surreali del nuovo lavoro di Antoine (che passa le giornate a pilotare modelli di nave radiocomandati nella grande vasca del parco), la pellicola può invece ricordare a tratti le commedie di Jacques Tati, che Truffaut ammirava: e proprio Monsieur Hulot (anche se interpretato da una controfigura) fa in effetti un'apparizione a sorpresa in una breve scena, nella stazione della metropolitana. Ma è anche un film fatto su misura per i fan di Truffaut, che vi ritrovano temi, toni e situazioni familiari perché riecheggiano (a volte esplicitamente: non mancano citazioni e rimandi) molti dei suoi lavori precedenti. Si rivedono infatti volti (Daniel Boulanger) e si riascoltano frasi che provengono da quasi tutti i film girati in passato dal regista francese. Nel complesso, il lungometraggio rappresenta un ulteriore e fondamentale passo nella "crescita" di Antoine Doinel, che le circostanze dirigono sempre più verso un'esistenza borghese come mille altre (anche se deve sempre fare i conti con la sua innata irrequietezza, la spinta alla curiosità e alla ribellione e il rifiuto delle ipocrisie). Pur se "inquadrato", Antoine rimane una figura unica, un pesce fuor d'acqua, che non ha paura di commettere errori e di pagarne le conseguenze: è come l'unico fiore rimasto bianco, circondato da quelli colorati di rosso, che si vede in una delle prime scene. La sua "saga" si concluderà nel 1978 con il quinto film, "L'amore fugge". Interessante la colonna sonora di Antoine Duhamel.