20 settembre 2014

No one's child (Vuk Ršumovic, 2014)

No one's child (Ničije dete)
di Vuk Ršumovic – Serbia 2014
con Denis Murić, Pavle Čemerikić
***1/2

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Nella primavera del 1988, fra le montagne della Bosnia, alcuni cacciatori trovano un bambino abbandonato e cresciuto allo stato selvaggio insieme ai lupi. Portato in città e registrato col nome di Haris Pućurica, il ragazzo viene trasferito in un istituto per minori di Belgrado per tentarne un difficile reinserimento nella società. E in effetti, nel corso degli anni, impara con fatica a camminare, a parlare, a "socializzare" (almeno fino a un certo punto) con altri suoi coetanei. Ma nel 1992 la dissoluzione della Yugoslavia lo riporterà in Bosnia, dove finirà a combattere fra i boschi durante la guerra. E come in un cerchio che si chiude, dopo aver assistito alla follia e alla distruzione perpetrata dall'uomo, tornerà fra le sue montagne e con i suoi lupi. Film dalla una struttura episodica e ricco di silenzi (il protagonista praticamente non parla mai: anche quando impara a dire qualche parola, le spende con assoluta parsimonia), i cui toni sobri e (neo)realisti nascondono metafore e significati, soprattutto in relazione al conflitto balcanico, all'insensatezza della guerra e all'impotenza dell'uomo rispetto alle ineluttabili correnti del mondo esterno. Haris – chiamato da tutti con il nomignolo di "Pućke" – attraversa quasi con inerzia ogni fase della crescita e della vita sociale: l'apprendimento, la crescita, le amicizie (con Žika, ragazzo di poco più grande di lui, il primo che gli manifesta un po' di attenzione e di affetto), il desiderio sessuale e l'amore (per Alisa, ragazza cresciuta nell'istituto e poi ballerina in un night club), il lavoro, la discriminazione (quando scoppia la guerra nei Balcani, il suo nome musulmano ne fa immediatamente un "nemico"), l'emigrazione forzata, la guerriglia; è trascinato da una parte all'altra da vicende più grandi di lui, si attacca disperatamente al poco che ha (che si tratti di una biglia o di un singolo amico), assiste a grandi e piccole tragedie, vede morire amici e conoscenti, e alla fine è ricondotto dal destino nel luogo a lui più consono, in mezzo alla natura e lontano dal caos e dalla follia dell'uomo. Se lo spunto di partenza è dunque lo stesso del "Ragazzo selvaggio" di Truffaut o del "Kaspar Hauser" di Herzog, lo sviluppo va oltre: ma nel procedere, con una narrazione priva di retorica e di accondiscendenza, il protagonista – interpretato da un eccezionale Denis Murić, che dona al personaggio uno sguardo "selvaggio" sì ma anche tenero e impaurito, e soprattutto riesce a "trattenere" dentro di sé più emozioni di quelle che esprime – manifesta un'evoluzione tanto più notevole perché in fondo, pur dipendendo dagli altri, non perde mai di vista sé stesso. La trasformazione sociale di Pućke passa anche dal suo rapporto con un particolare capo di vestiario, ossia le scarpe: all'inizio vi è ovviamente refrattario (l'istruttore Ilke fatica non poco a fargliene indossare per la prima volta un paio); un importante traguardo è raggiunto quando impara a mettersele e ad allacciarsele da solo; il suo primo lavoro fuori dall'istituto è come apprendista da un ciabattino; un altro momento di passaggio è quello in cui indossa gli stivali che gli regala il soldato bosniaco che lo prende con sé nella sua pattuglia; e infine, nel momento del ritorno alla natura, sfilarsi quegli stivali è la prima cosa che fa. Il regista, esordiente, fa un lavoro impeccabile e si mette umilmente al servizio della storia e degli attori. Ottimi anche gli altri interpreti: Pavle Čemerikić è Žika, Isidora Janković è Alisa, Miloš Timotijević è Ilke.

19 settembre 2014

Burying the ex (Joe Dante, 2014)

Burying the ex
di Joe Dante – USA 2014
con Anton Yelchin, Ashley Greene
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

L'amore può durare per sempre? Sì, se la tua ex ragazza è uno zombie, decisa a non lasciarti nemmeno dopo la sua morte! Max (Yelchin), appassionato di film horror e commesso di un negozio a tema, vorrebbe rompere il fidanzamento con Evelyn (Greene), ambientalista e fanatica vegana, dopo essersi reso conto dell'insormontabile incompatibilità di fondo. Prima di essere scaricata, però, la ragazza muore in un incidente stradale. E per colpa di un artefatto "satanico" (davanti al quale i due si erano promessi di restare per sempre insieme), torna dalla tomba per continuare a stare vicino al suo amato, mettendo in seria difficoltà il tentativo di Max di imbastire una nuova relazione con la più affine a lui Olivia (Alexandra Daddario). Un Joe Dante in gran forma, come ai vecchi tempi, dirige una scatenata e surreale black comedy che è al contempo una parodia delle classiche pellicole di zombie e una satira dei rapporti romantici, con tanto di protagonista impacciato, fidanzate troppo attaccate e gelose, amici eccentrici e invadenti (un classico dei "chick flick": in questo caso c'è Travis – interpretato da Oliver Cooper – che sfrutta l'appartamento di Max e Evelyn per le sue frequenti scappatelle sessuali). Più che i luoghi comuni del cinema horror (ci sono comunque citazioni e riferimenti cinefili come se piovesse, in particolare cormaniani), l'ironia e il cinismo prendono dunque di mira tutti quelli del romanticismo portato all'eccesso. Si ride parecchio e si respira una piacevole aria di anni '80 (similmente, se vogliamo, al "Drag me to hell" di Sam Raimi). Curiosità: l'appartamento di Max è tappezzato di locandine di film horror d'antan, ma in italiano ("Sono d'importazione")!

Jackie & Ryan (Ami Canaan Mann, 2014)

Jackie & Ryan
di Ami Canaan Mann – USA 2014
con Ben Barnes, Katherine Heigl
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Ryan è un giovane musicista che vagabonda per il paese con la sua chitarra, viaggiando clandestinamente a bordo dei treni merci e suonando per le strade i classici del folk e del country. Jackie è una madre divorzianda, con figlioletta di nove anni a carico, fuggita da New York per tornare a vivere nella città dove è nata, Ogden (nello Utah), a sua volta con un passato di musicista, una carriera che ha messo da parte troppo presto. Il loro incontro sembra finalmente accendere qualcosa nelle rispettive vite: Ryan troverà lo stimolo e l'ispirazione per scrivere una propria canzone ed esprimere l'inquietudine della sua anima, mentre Ryan scoprirà in sé la forza per resistere alle prepotenze dell'ex marito che vorrebbe toglierle la bambina. Al suo terzo film, la figlia di Michael Mann dimostra di essere ormai una cineasta solida e consapevole dei propri mezzi. Anche sceneggiatrice, mette in scena una storia di persone vive e reali con la leggerezza dei migliori film romantici e musicali ma senza rinunciare a un setting talmente realistico da essere palpabile (magnifici i paesaggi innevati e gli scorci di una citta apparentemente fredda e inospitale ma che in realtà, a conoscerla bene, offre rifugi nei luoghi più segreti: squarci di una periferia americana sconvolta dalla crisi economica ma dove i cuori caldi delle persone battono ancora). Ne risulta un film gradevole, onesto, intimo, fuori dal tempo, compassato, privo di artificialità e di retorica. Certo, l'intreccio è poco originale e la storia in certi momenti (specialmente nel finale) si trascina forse un po' troppo a lungo: ma l'esibizione di Ryan nella sala di registrazione, quando finalmente può suonare la "sua" canzone, quella che gli è costata tanto tempo e fatica, ripaga ampiamente le attese.

17 settembre 2014

Melbourne (Nima Javidi, 2014)

Melbourne (id.)
di Nima Javidi – Iran 2014
con Payman Maadi, Negar Javaherian
***1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Amir e Sara sono in procinto di trasferirsi da Teheran a Melbourne, in Australia. In una stanza dell'appartamento che stanno per abbandonare, mentre fervono gli ultimi preparativi e si preparano i bagagli, dorme una neonata: è la figlia del vicino di casa, la cui babysitter – dovutasi assentare – ha momentaneamente affidato alle cure della giovane coppia. Fra parenti e amici che giungono a salutare, addetti al trasloco che portano via i mobili, cellulari e citofoni che squillano in continuazione, il sonno della bambina sembra stranamente non interrompersi mai... E presto Amir e Sara capiscono il perché: la neonata è morta nel sonno, silenziosamente e misteriosamente. La terribile scoperta li sconvolge, impedendo loro di compiere la scelta più ovvia, ovvero quella di chiamare i suoi genitori e avvertire la polizia; al contrario, i sensi di colpa, il terrore, l'ansia e l'incapacità di gestire un evento del genere li spingono a nascondere a tutti quello che è accaduto. Ambientata interamente fra le quattro mura della casa (a parte la prima scena, quella del censimento, e l'ultima, quella in automobile), l'opera prima del regista e sceneggiatore Javidi è una pellicola tesa e coinvolgente, caratterizzata da una suspence quasi hitchcockiana, da una sceneggiatura magistrale (che potrebbe benissimo essere adattata per il teatro) e da interpreti ottimi e intensi, e si iscrive perfettamente nel solco del moderno cinema iraniano, capace di affrontare difficili questioni morali in maniera profonda e originale (basti pensare al Farhadi de "Una separazione", film con cui condivide fra l'altro l'attore principale), senza voler giudicare le scelte di nessuno ma mettendo tutti di fronte alle proprie responsabilità. Ben dosata fra emozioni forti e colpi di scena che spostano progressivamente il focus della narrazione (il mistero della morte della bambina, le possibili responsabilità della babysitter, la crisi di coscienza dei due coniugi, la ricerca di eventuali scappatoie, la terribile risoluzione finale) pur mantenendo una costante coerenza di fondo, la drammatica vicenda assume venature esistenziali e si trasforma in un viaggio nel dolore e nell'incubo, tanto più terrorizzante perché permeato di quotidianità e di realismo. L'appartamento dei due coniugi, che si svuota man mano di oggetti e di ricordi, diventa così un luogo-simbolo, una sorta di purgatorio da cui si potrà partire per il paradiso oppure per l'inferno, a seconda delle scelte che si compiono o anche soltanto di quel che vorrà il caso/destino. E alla salvezza dal punto di vista formale o legale non coinciderà quella dal punto di vista morale. A Venezia il film era fuori concorso, proprio come "Locke" lo scorso anno: evidenti affinità tematiche a parte, il paragone non stona, visto che in entrambi i casi si trattava del titolo più interessante e forse più bello dell'intera mostra.

16 settembre 2014

Pasolini (Abel Ferrara, 2014)

Pasolini (id.)
di Abel Ferrara – Italia/Francia/Belgio 2014
con Willem Dafoe, Ninetto Davoli
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Girare un film su una figura sfaccettata e complessa come quella di Pier Paolo Pasolini, decisamente unica e per certi versi "inafferrabile", senza banalizzarne le idee, la poetica e il personaggio stesso, è un'impresa difficile a dir poco. Altri registi in passato (come Marco Tullio Giordana in "Pasolini, un delitto italiano") hanno preferito evitare le insidie focalizzandosi sul mistero della sua morte, scandagliando dunque la società intorno a lui più che PPP stesso. Ferrara invece vuole portare sullo schermo proprio lo scrittore, tanto nel vissuto quanto nelle sue visioni personali. La scelta, felice, è stata quella di concentrarsi sul suo ultimo giorno di vita (il primo novembre 1975) e di ricostruire sullo schermo, a fianco degli eventi quotidiani, frammenti delle sue ultime opere: il romanzo incompiuto "Petrolio" e il film mai realizzato "Porno-Teo-Kolossal", che sarebbe stato il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia della morte". Seguiamo così Pasolini (interpretato da un convincente Willem Dafoe), reduce da un viaggio a Stoccolma e in attesa del visto di censura per "Salò" (che avrebbe debuttato a breve nelle sale), trascorrere alcune ore con la famiglia e gli amici, dedicarsi al lavoro, concedere l'ultima intervista a Furio Colombo de "La Stampa", girare per Roma, raccontare i suoi futuri progetti, e infine trovare la morte sul Lido di Ostia (Ferrara dà qui credito alla "seconda versione" di Pelosi, secondo cui Pasolini sarebbe stato ucciso da tre teppisti di destra). Anche se non mancano qua e là accenni alla situazione socio-politico dell'epoca, il film non ha l'intenzione di contestualizzare eccessivamente la vita e la morte dello scrittore, quanto piuttosto quella di ritrarlo come un personaggio a tutto tondo, anche contraddittorio, ma altamente sensibile e creativo. Dove la pellicola fallisce è nell'assumere una forma o un aspetto coerente, sempre che questo fosse l'intento, visto che le singole parti prevalgono sull'insieme e sembra mancare un significato complessivo: a fianco di sequenze suggestive, anche perché derivate direttamente dagli scritti di Pasolini – l'intervista con Colombo, le immagini di "Porno-Teo-Kolossal" con le sue allegorie e la graditissima apparizione di Ninetto Davoli che interpreta Eduardo De Filippo (che avrebbe dovuto esserne il protagonista; il ruolo dello stesso Davoli nella finzione è invece affidato a Riccardo Scamarcio), i frammenti di "Petrolio" (Roberto Zibetti è Carlo, Andrea Bosca è Andrea Fago) – ci sono scelte non sempre felici (come l'utilizzo, completamente a sproposito, della cavatina di Rosina dal "Barbiere di Siviglia" nel finale, sulla morte del protagonista e sui titoli di coda: va bene che Maria Callas era grande amica di PPP, ma non si poteva scegliere un altro brano?). Straniante è anche, nella versione in lingua originale, l'utilizzo di più idiomi, con il passaggio dall'italiano all'inglese quando è in scena Dafoe: la versione doppiata, per una volta, sarà auspicabile. Nel cast anche Maria De Medeiros (Laura Betti), Adriana Asti (la madre di PPP), Giada Colagrande e Valerio Mastandrea.

15 settembre 2014

Venezia e Locarno 2014

Parte oggi a Milano la consueta rassegna che presenta una selezione dei film dell'ultimo festival di Venezia (e di quello di Locarno, con il suo vincitore filippino di 5 ore e 38 minuti!). Manca, purtroppo, il Leone d'Oro (il curioso "Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza" dello svedese Roy Andersson: magari nel frattempo cercherò di recuperare i suoi pochi film precedenti), così come altre pellicole che mi sarebbe piaciuto vedere (a partire dal remake di "Fuochi sulla pianura" di Shinya Tsukamoto). Mi accontenterò dei vari Ferrara, Dante, Makhmalbaf, Levinson e Niccol (purtroppo mi perderò "Birdman" di Iñárritu per via di altri impegni: ma tanto uscirà in sala...), anche se le aspettative non sono altissime. Quella di quest'anno, a quanto pare, è stata infatti un'edizione sottotono.

14 settembre 2014

Si alza il vento (Hayao Miyazaki, 2013)

Si alza il vento (Kaze tachinu)
di Hayao Miyazaki – Giappone 2013
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Il giovane Jiro Horikoshi, appassionato di aviazione nel Giappone di inizio secolo, sogna (letteralmente!) di diventare progettista di aeroplani. Grazie al sostegno morale del conte Caproni, pioniere dell'aviazione italiana che appare di frequente nei suoi sogni, riuscirà a realizzare il suo obiettivo: assunto presso le industrie Mitsubishi di Nagoya, progetterà per conto dell'esercito i rivoluzionari caccia Zero, i velivoli leggeri più usati dal Giappone durante la seconda guerra mondiale (celebri anche per essere stati, nelle fasi finali della guerra, gli aerei dei kamikaze). Biografia romanzata di un personaggio realmente esistito (così come sono esistiti altri personaggi che appaiono nella pellicola, a partire da Gianni Caproni e Hugo Junkers), di cui segue le vicende da quando era bambino alla fine degli anni '10 fino al termine della seconda guerra mondiale, l'ultimo poetico film di Hayao Miyazaki (l'autore ha annunciato che si ritirerà dalla regia, anche se a dire il vero aveva già fatto lo stesso annuncio più volte in precedenza) può essere considerato il suo "testamento spirituale", visto che torna su temi comuni a quasi tutte le pellicole del grande maestro dell'animazione, in primis il volo, che qui assume anche connotazioni metaforiche. Anche se il protagonista (maschile, cosa rara per Miyazaki) si limita a progettare aeroplani e non ne piloterà mai nessuno per via della sua miopia, il librarsi nei cieli (come fa di frequente nei suoi sogni in compagnia di Caproni) è un evidente modo per sfuggire alla pesantezza e alle difficoltà del mondo reale: la malattia della giovane moglie Nahoko, le difficoltà sul lavoro (con i tanti prototipi di aerei che falliscono durante il collaudo) e la frustrazione per le divisioni fra le nazioni, che conducono a una guerra insensata e senza speranza. Nonostante le vicende della vita di Jiro siano state in parte romanzate, notevole è la cura del setting storico, che rende il film il più "realistico" e adulto e forse il meno fiabesco (ma non il meno poetico, attenzione!) fra tutti i film di Miyazaki: memorabili, per esempio, le sequenze che mostrano il grande terremoto del Kanto (1923) con la susseguente distruzione di Tokyo, così come il soggiorno di Jiro e dell'amico Honjo in Germania per visitare le industrie Junkers di Dessau, o la permanenza all'albergo di campagna dove il protagonista ritrova Nahoko (proprio il vento favorirà la loro love story!) e fa la conoscenza di un dissidente tedesco. Toccante e commovente anche tutta la sottotrama sentimentale, con il matrimonio improvvisato fra Jiro e Nahoko quando lei è già malata di tubercolosi, per non parlare della morte della ragazza fuori scena. Il film è tratto da un manga dello stesso Miyazaki, pubblicato sulla rivista di modellismo "Model Graphix" (la stessa su cui apparve il manga di "Porco Rosso"), a sua volta ispirato da un racconto del 1937 di Tatsuo Hori. Peccato che l'edizione italiana sia in parte "rovinata" dalla traduzione e dal (non) adattamento di Gualtiero Cannarsi, che come suo solito, in nome di un'eccessiva fedeltà all'originale giapponese, riempie i dialoghi di termini formali o desueti e li rende ridicoli e astrusi. Il titolo proviene da un verso di Paul Valéry, recitato anche nel film: "Le vent s'elève, il faut tenter de vivre" ("Si alza il vento, bisogna provare a vivere").

13 settembre 2014

A fantastic fear of everything (C. Mills, 2012)

A Fantastic Fear of Everything
di Crispian Mills [e Chris Hopewell] – GB 2012
con Simon Pegg, Amara Karan
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Jack (Pegg), scrittore di libri per l'infanzia, vorrebbe cambiare genere e dare alle stampe un saggio sui serial killer londinesi. Documentandosi sui più efferati omicidi, sviluppa però una crescente e incontrollabile paranoia, un'irrazionale "paura di tutto", che lo spinge a rinchiudersi in casa nel timore di essere preso di mira a sua volta da un assassino seriale. A questo si somma la sua fobia, risalente all'infanzia, verso le lavanderie automatiche (fu proprio in una di queste che venne abbandonato dalla madre, quando era un bambino). Opera prima del cantautore e chitarrista Crispian Mills (anche autore della sceneggiatura), una black comedy claustrofobica e surreale che si appoggia soprattutto sulla recitazione esagitata di Pegg, chiuso in casa e terrorizzato da ogni cosa (ombre, movimenti, telefoni che squillano). La trama si vivacizza da metà pellicola in poi, quando Jack è costretto a uscire per recarsi a un appuntamento con un agente letterario, e prende una piega inaspettata nel finale, con il protagonista alle prese con un vero serial killer (pur con toni comici, questa parte di film sembra un incrocio tra "Fuori orario" di Scorsese, il segmento centrale di "Pulp Fiction" e diversi film horror, con tanto di citazioni da "Psycho"). C'è anche una breve sequenza in animazione (a passo uno), che illustra la storia del riccio Harold, l'animaletto protagonista dei libri per l'infanzia scritti da Jack. Non sempre le battute colpiscono nel segno, anche perché l'umorismo britannico non è per tutti i gusti, ma Pegg è comunque una garanzia. Mitica, comunque, la scena in cui Jack discute con il killer (che ama gli Europe) dei suoi gusti musicali. Il film, a quanto ne so, non è mai stato tradotto in italiano.

11 settembre 2014

Thrilling (Scola, Polidoro, Lizzani, 1965)

Thrilling
di Ettore Scola, Gian Luigi Polidoro, Carlo Lizzani – Italia 1965
con Nino Manfredi, Walter Chiari, Alberto Sordi
**1/2

Visto in divx.

Film diviso in tre episodi che fondono il giallo con la commedia all'italiana. Ci si diverte, grazie soprattutto ai tre interpreti e ad un tono da fumetto che non si prende mai sul serio e gioca con gli stereotipi del genere. L'episodio migliore mi è parso il primo, ma tutti valgono la visione per un motivo o per l'altro.

"Il vittimista", di Ettore Scola, con Nino Manfredi e Alexandra Stewart (***)
Un insegnante di latino (Manfredi) si convince che la sua bella moglie tedesca (Stewart) lo voglia uccidere. Paranoico, cerca in tutti i modi di evitare ogni contatto con la donna: ma alla fine scoprirà che avrebbe fatto meglio a guardarsi le spalle dall'amante tradita. Scola (alla sua seconda regia, anche sceneggiatore insieme a Ruggero Maccari) riempie l'esile storiella di dettagli inquietanti (le bambole parlanti di cui è piena la casa dei due coniugi, evidenti surrogati per i figli che non possono avere) e divertenti (lo psicanalista "ruspante" interpretato da Tino Buazzelli), di scene surreali (Manfredi che porta ad analizzare il minestrone in laboratorio) e allucinanti (le strisce pedonali che si sollevano dal selciato). Il finale, però, giunge un po' telefonato. Nella colonna sonora si ode ripetutamente "Ciao ciao", cover italiana di "Downtown" di Petula Clark.

"Sadik", di Gian Luigi Polidoro, con Walter Chiari e Dorian Gray (**1/2)
All'ingegner Bertazzi (Chiari), preoccupato per la sua difficile situazione finanziaria, la moglie Valeria (Gray) – appassionata di fumetti "neri" – propone di travestirsi da Sadik (protagonista di uno di suddetti fumetti) per ravvivare la loro stanca routine matrimoniale. Poco più che uno sketch, l'episodio più breve del film (dura solo una quindicina di minuti) fa ridere per il contrasto fra la goffaggine e la "normalità" del protagonista (a partire dal nome) e la scena criminal-esotica che si ritrova a interpretare.

"L'autostrada del sole", di Carlo Lizzani, con Alberto Sordi e Sylva Koscina (**1/2)
Un automobilista indisciplinato (Sordi), inseguendo un altro guidatore con cui ha avuto un alterco in autostrada, finisce a trascorrere la notte in un albergo isolato e gestito da una strana famiglia. Mentre cala la sera, comincia a sospettare che i gestori siano dei maniaci che uccidono i clienti per rapinarli. Costruito anche registicamente come un giallo televisivo, l'episodio punta le sue carte sul contrasto fra la cafonaggine del personaggio di Sordi e l'atmosfera da thriller all'inglese in cui si trova immerso. Peccato per il controfinale posticcio, evidentemente necessario per concludere il film con un tono lieto.

10 settembre 2014

In time (Andrew Niccol, 2011)

In time (id.)
di Andrew Niccol – USA 2011
con Justin Timberlake, Amanda Seyfried
*1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Dal regista di "Gattaca", un altro film di fantascienza distopica, ambientato stavolta in un mondo dove il tempo è denaro... letteralmente. Quando si raggiungono i 25 anni di età, infatti, si smette geneticamente di invecchiare, ma in compenso si ha a disposizione un solo anno prima di morire (con tanto di timer "tatuato" sul braccio che mostra un inesorabile conto alla rovescia), a meno che non si guadagni altro tempo-denaro, lavorando, vincendolo al gioco o sottraendolo ad altre persone. Allo stesso modo, il tempo è usato come moneta per gli acquisti di tutti i giorni. I ricchi, naturalmente, possiedono secoli o millenni (e sono di fatto potenzialmente immortali), mentre i poveri "vivono alla giornata" (anche in questo caso, letteralmente!). L'idea è intrigante, e si presterebbe a numerose possibilità (naturalmente attivando la necessaria sospensione dell'incredulità: teoricamente un'economia basata sul tempo non sarebbe sostenibile, perché alla lunga la "moneta" si esaurirebbe in modo naturale, anche se non venisse spesa), ma la sceneggiatura (dello stesso Niccol) non riesce o non vuole svilupparla oltre le conseguenze più immediate e banali. E dopo un incipit suggestivo la pellicola si tramuta nel classico action movie hollywoodiano con l'eroe in fuga e – in questo caso – sempre in balia degli eventi. La poco carismatica coppia di protagonisti (lui proveniente dal ghetto, lei dall'alta società) si trasforma in una sorta di Bonnie & Clyde (o sarebbe meglio dire Robin Hood), che va in giro a svaligiare le "banche del tempo" per poi distribuire tale ricchezza fra la popolazione. In più il film termina senza una vera risoluzione, come se la produzione avesse voluto tenere la porta aperta per un sequel. Cast, per forza di cose, di attori giovani (tutti devono avere l'aspetto di venticinquenni). Cillian Murphy è il poliziotto del tempo che dà la caccia ai due protagonisti, Olivia Wilde la madre di Timberlake, Rachel Roberts (moglie di Niccol e già protagonista di "S1m0ne") la bionda che viene rapinata sull'autostrada.

08 settembre 2014

I mercenari 3 (Patrick Hughes, 2014)

I mercenari 3 (The Expendables 3)
di Patrick Hughes – USA 2014
con Sylvester Stallone, Mel Gibson
**

Visto al cinema Plinius, con Monica e Sabrina.

Per avere la meglio su Conrad Stonebanks (Mel Gibson), commilitone da tempo creduto morto e invece riciclatosi come trafficante d'armi, il leader dei "Sacrificabili" Barney Ross (Sylvester Stallone) medita di mandare in pensione la sua vecchia squadra (Jason Statham, Dolph Lundgren, Randy Couture, Terry Crews) in favore di un nuovo team di giovanissimi (Kellan Lutz, Ronda Rousey, Glen Powell, Victor Ortiz). Ma alla resa dei conti avrà ancora bisogno dell'aiuto dei vecchi compagni, nonché dei redivivi Arnold Schwarzenegger e Jet Li. Per la terza volta Stallone riunisce attorno a sé un cast stellare di eroi d'azione, stagionati o meno, per mettere in scena una sequenza ininterrotta di combattimenti, sparatorie, esplosioni e battute ironiche sulla falsariga del cinema action degli anni '80. Come sempre la trama conta poco, e il divertimento nasce dall'interazione di tanti pezzi da novanta; ma questa volta il meccanismo non sembra del tutto oliato e molti character sono sacrificati oltre misura. Pur ravvivato da numerose new entry (in particolare Gibson nel ruolo del cattivo; ma ci sono anche Harrison Ford, che sostituisce Bruce Willis come collegamento fra la CIA e il gruppo; Antonio Banderas, che dà vita a un personaggio schizzato e logorroico; e Wesley Snipes, medico con la passione per i coltelli), il film risulta dunque inferiore ai due capitoli precedenti (e in particolare al secondo, che rimane per me il migliore). Le cose da ricordare sono il personaggio di Banderas, come già detto, e la battuta di Stallone al termine dello scontro con Gibson: "Io sono l'Aja!". Pierce Brosnan e Dwayne Johnson (The Rock) sarebbero già in trattative per apparire nel quarto capitolo.

07 settembre 2014

I proscritti (Victor Sjöström, 1918)

I proscritti (Berg-Ejvind och hans hustru)
di Victor Sjöström – Svezia 1918
con Victor Sjöström, Edith Erastoff
***

Visto su YouTube.

Il giovane Ejvind, costretto per disperazione a diventare un ladro per sfamare la propria famiglia, cerca di rifarsi una vita fuggendo al nord e trovando lavoro sotto falso nome nella fattoria della ricca vedova Harra. Scoperto, è costretto a darsi nuovamente alla fuga, ma questa volta non da solo: la donna, innamorata di lui, decide infatti di rinunciare a tutto per seguirlo sulle montagne, dove vivranno per anni in clandestinità, fra piccole gioie e grandi difficoltà, fino all'inesorabile morte durante una tormenta di neve. Tratto da un dramma teatrale di Jóhann Sigurjónsson di sette anni prima (ispirato, pare, a una storia vera) e ambientato suggestivamente in Islanda a metà del diciottesimo secolo, è uno dei caposaldi del cinema svedese muto: uscito nelle sale il 1° gennaio 1918, segna infatti l'inizio di un periodo caratterizzato da poche produzioni ad alto budget e di elevata qualità, un periodo dominato da nomi come lo stesso Sjöström, il regista Mauritz Stiller e l'attrice Greta Garbo. Come nel precedente "C'era un uomo", Sjöström gira quasi sempre in esterni e fonde meravigliosamente i personaggi con il paesaggio: le sequenze di vita fra le montagne, nella seconda parte, brillano per la concretezza e il realismo, mentre la natura spettacolare e selvaggia (fra picchi impervi, altopiani, ghiacciai, cascate e geyser) non si limita a fare da sfondo alle vicende umane ma assurge quasi al ruolo di protagonista: memorabili, in particolare, sequenze come il combattimento sul ciglio del burrone, il bagno nella cascata, la cavalcata sulla neve. Nonostante il soggetto sia di origine teatrale e l'impianto narrativo possa sembrare ottocentesco, siamo ormai lontani anni luce dal kammerspiel di matrice tedesca. E al di là dell'uso del paesaggio e della natura, non si può non notare una consapevolezza del linguaggio cinematografico che si fa sempre più matura e moderna (vedi il rapido montaggio, la luminosa fotografia di J. Julius, la recitazione misurata e funzionale alla melodrammaticità della vicenda, l'ottimo trucco che – come nel film precedente – invecchia il protagonista nel corso della storia). Ma anche sul fronte dei contenuti non sono pochi gli elementi che meritano una riflessione (la rigidità di leggi e società che spingono l'uomo a diventare fuorilegge e sono sordi ai suoi bisogni, tema fra l'altro ricorrente nel cinema del regista scandinavo sin dai tempi di "Ingeborg Holm"; il dilemma morale dell'amico ladro, che spinto dalla gelosia ha la tentazione di uccidere Ejvind ma poi ci ripensa; la terribile scena in cui Harra sacrifica la figlioletta pur di non farla cadere nelle mani dei nemici; ma soprattutto la sequenza finale, che mostra come l'amore possa essere messo a dura prova e finanche esaurirsi di fronte al freddo, alla povertà e alla vecchiaia). L'attrice che interpreta Harra, Edith Erastoff, era la vera moglie di Sjöström.

04 settembre 2014

One on one (Kim Ki-duk, 2014)

One on one (Il-dae-il)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2014
con Ma Dong-seok, Kim Young-min
***

Visto al cinema Eliseo.

Un gruppo di uomini uccide una studentessa in un vicolo. Mesi dopo, un altro gruppo rintraccia e rapisce uno a uno i componenti del primo, torturandoli per costringerli a scrivere una confessione e interrogandoli sui motivi della loro azione. Costruito su una sceneggiatura ad incastro che mostra alternativamente squarci di vita di coloro che hanno ucciso la ragazzina (su misterioso ordine delle "alte sfere": man mano che la pellicola procede, si sale sempre più nella gerarchia di comando, e dai semplici esecutori che "obbedivano agli ordini" si arriva ai mandanti, generali dell'esercito e potenti uomini politici) sia del gruppo improvvisato che ha preso nelle proprie mani la vendetta per i motivi più disparati (lotta a priori contro il sistema, desiderio di giustizia, sogno di rivalsa, necessità di incanalare le proprie energie, semplice gioco), il nuovo film di Kim Ki-duk scava nel malessere e nelle contraddizioni della società sudcoreana (si lanciano strali alla politica, al sistema educativo, ai rapporti familiari, a quelli lavorativi) per mettere in scena un dramma corale dove i tantissimi personaggi si muovono come pedine su una scacchiera. Che si tratti di una complessa metafora è suggerito dal nome della liceale uccisa (Min-ju, ovvero "Democrazia"). E che la finzione regni sovrana ("ognuno recita una parte sul palcoscenico", afferma il leader del gruppo che si è autoincaricato di punire i colpevoli, o meglio di renderli consapevoli delle proprie azioni) è chiaro anche dai travestimenti che i "vendicatori" indossano durante le loro missioni, come se si trattasse di un gioco di ruolo: di volta in volta soldati, gangster, poliziotti, netturbini, agenti segreti, come se una divisa li mettesse al riparo delle atrocità che devono commettere o consentisse loro di fuggire dalla povertà, dall'infelicità o dai drammi della loro vita privata. Non a caso si definiscono "Ombre", e di fronte a questo termine non può non venire in mente il "Kagemusha" di Kurosawa: come in quel film, i personaggi sono alla ricerca della propria identità ("Chi sono io?", recita la frase in coreano che apre i titoli di coda) e con il procedere della storia dovranno fare i conti con la propria coscienza, venire a patti con le proprie azioni, accettare la propria natura violenta o, al contrario, aborrirla. Lo stesso vale per le loro "vittime", naturalmente: qualcuno comprenderà finalmente sé stesso, mentre altri cederanno alla pressione e altri ancora non si porranno nemmeno la domanda. Film politico come "The coast guard" o "Address unknown" (ma imparentato anche con "Real fiction"), è stato accusato da alcuni critici di essere schematico o confuso: ma non lesina colpi di scena o rivelazioni appena accennate (quella foto nel finale...); e lascia parecchio da riflettere, oltre che sulle ingiustizie e la rabbia repressa nella società, sulla natura stessa dell'uomo.

03 settembre 2014

Quién sabe? (Damiano Damiani, 1966)

Quién sabe?, aka El Chuncho
di Damiano Damiani – Italia 1966
con Lou Castel, Gian Maria Volontè
**1/2

Visto in TV.

Nel Messico del 1917, durante la rivoluzione, un giovane americano (Lou Castel) si unisce a un gruppo di banditi, guidato dal carismatico Chuncho (Volontè), che rubano armi all'esercito regolare per venderle a un generale ribelle. In realtà il giovane è un mercenario, il cui scopo è proprio quello di uccidere il generale. Uno dei primi spaghetti western a trattare il tema della rivoluzione messicana (e dunque capostipite di quel filone che includerà i più celebri "Giù la testa", "Vamos a matar, compañeros" e "Tepepa"), è forse meno valido cinematograficamente rispetto ai lavori di Leone, Corbucci o Sollima, anche per una sceneggiatura che procede a scatti e non approfondisce più di tanto i personaggi (con l'eccezione del Chuncho, vero centro nevralgico del film), ma merita comunque un posto di rilievo nella storia del genere per aver cominciato a portare allo scoperto quei temi politici e sociali che spesso vi scorrevano sotterranei. Non ci sono infatti solo le sequenze che segnano lo sviluppo della coscienza politica del Chuncho (all'inizio interessato solo al denaro, e poi – pian piano – alle sorti della rivoluzione; significativa la sua frase finale, quando regala una borsa piena di monete d'oro a un lustrascarpe: "Non comprarti il pane con esto dinero, hombre! Compra dinamite!"). È soprattutto il personaggio interpretato da Lou Castel a rappresentare un'evidente metafora degli interventi degli Stati Uniti negli affari interni degli altri paesi: la CIA nell'America Latina in primis, ma anche il conflitto in Vietnam di quegli anni. Molto bello il finale, e in generale la costruzione della vicenda. Volontè ripropone la recitazione istrionica e vitale di cui aveva già dato prova nei film di Sergio Leone, anche se in questo caso il suo personaggio è decisamente più positivo. Castel, rivelatosi l'anno prima ne "I pugni in tasca" di Bellocchio, è freddo e controllato: reciterà successivamente in un altro western atipico, "Requiescant", al fianco di Pier Paolo Pasolini. Klaus Kinski interpreta il "Santo", prete-bandito che fa parte della gang del Chuncho, ma il suo ruolo (che ricorda un po' il Frate Tuck della banda di Robin Hood) è piuttosto limitato. Nel cast anche Martine Beswick (l'unica donna del gruppo di banditi), Andrea Checchi e Carla Gravina. Musica di Luis Bacalov (con "supervisione" di Ennio Morricone).

31 agosto 2014

Nosferatu (Friedrich W. Murnau, 1922)

Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1922
con Max Schreck, Gustav von Wangenheim
***1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane agente immobiliare Hutter si reca nei Carpazi per far visita all'elusivo conte Orlok, che intende acquistare una casa nella cittadina tedesca di Wisborg. Scoprirà che il conte è un nosferatu (un "non morto", ovvero un vampiro), intenzionato a seminare il male in città. E infatti il suo arrivo a bordo di una nave fantasma, che trasporta lui e le sue bare piene di terra, scatena un'epidemia di peste per le strade di Wisborg: solo il sacrificio della virginale Ellen (Greta Schröder), la fidanzata di Hutter che si consegna volontariamente al vampiro facendogli dimenticare che l'alba sta sorgendo, porrà fine al dominio del male. Caposaldo dell'horror e del cinema espressionista tedesco (anche se, a differenza di pellicole puramente espressioniste come "Il gabinetto del dottor Caligari", stilisticamente mostra l'inizio di una contaminazione con il realismo: si pensi alle numerose scene girate in esterni), il film è ovviamente un adattamento non autorizzato del romanzo "Dracula" di Bram Stoker, del quale i produttori cambiarono l'ambientazione e tutti i nomi dei personaggi. In seguito al successo della pellicola, nel 1925 gli eredi di Stoker fecero causa e un tribunale ordinò di distruggere tutte le copie del film. Per fortuna alcune sopravvissero (lo stesso Murnau ne mise in salvo una) fino ai nostri giorni: da queste provengono le attuali versioni restaurate. Non si tratta del primo adattamento cinematografico di "Dracula" (esisterebbero infatti due versioni, rispettivamente russa e ungherese, del 1920 e del 1921, andate perdute e chissà quanto fedeli) ma sicuramente del più influente, almeno fino alla versione hollywoodiana del 1931 con Bela Lugosi. Qui il nosferatu, più che un semplice vampiro, è un vero e proprio catalizzatore di malvagità, la cui sola presenza scatena l'inferno in terra: indimenticabile l'invasione di ratti che fuoriescono dalle bare, la processione di morti per le strade della città, la follia che si fa strada nelle menti di personaggi come Knock (Alexander Granach), che corrisponde al Renfield del romanzo originale. Murnau dona alle varie sequenze una palpabile "qualità cinematografica", rende l'orrore tangibile (ai tempi fu persino criticato per la "concretezza" del male e del vampiro, che diversi osservatori avrebbero voluto reso in maniera più eterea, per esempio soltanto attraverso ombre) e utilizza molti dei trucchi ottici che il cinema di allora gli metteva a disposizione: sequenze accelerate, la fotografia in negativo che rende spettrale il bosco attorno al castello, dissolvenze e animazioni a passo uno che permettono a Orlok di mettere in mostra i propri poteri. Eppure il fascino maggiore non è dato dagli effetti speciali ma, appunto, dalla presenza stessa del vampiro, le cui fattezze fisiche (testa calva, orecchie appuntite e sporgenti, denti pronunciati, e soprattutto le mani adunche la cui ombra si allunga), da vero pipistrello-umano, sono ancora terrorizzanti ai giorni nostri. A lungo si è speculato che il misterioso attore Max Schreck, di cui non si sapeva quasi niente (e il cui cognome, in tedesco, significa "spavento"), fosse lo stesso Murnau. Nel film "L'ombra del vampiro", uscito nel 2000, si azzarda addirittura l'ipotesi che fosse un vero vampiro! In realtà pare che si trattasse di un attore di teatro, fra l'altro apparso anche in altre pellicole minori negli anni venti. Nel 1979 Herzog ne ha fatto un remake con Klaus Kinski e Isabelle Adjani, girato in doppia versione (inglese e tedesco).

30 agosto 2014

I giovani leoni (Edward Dmytryk, 1958)

I giovani leoni (The Young Lions)
di Edward Dmytryk – USA 1958
con Marlon Brando, Montgomery Clift, Dean Martin
**

Visto in divx, alla Fogona, con Monica e Marisa.

Le tragedie della seconda guerra mondiale viste attraverso gli occhi e le esperienze di tre giovani militari: un ufficiale tedesco (Marlon Brando, biondo per l'occasione) e due soldati semplici americani (Dean Martin e Montgomery Clift). Tratta da un romanzo di Irvin Shaw e tutta incentrata sui personaggi anziché sulle vicende della guerra, la pellicola-monstre (quasi tre ore di durata) segue le loro storie in modo parallelo, senza farle mai incontrare se non nel finale, nello spazio di una breve scena. Pur celebrando l'eroismo e il coraggio (ma anche l'amicizia), la sceneggiatura è scevra di retorica militarista: anzi, non perde occasione per mettere in luce l'inutilità e gli orrori della guerra, di fronte alla quale tutti i tre protagonisti si trovano a disagio, e ha almeno il pregio di offrire anche il punto di vista di un tedesco (ossia un nemico), il maestro di sci bavarese interpretato da Brando, inizialmente entusiasta e colmo di speranza per il benessere promesso da Hitler ma ben presto a sua volta insofferente verso la guerra, fra superiori che gli ordinano di compiere massacri senza senso e l'amara scoperta dell'esistenza dei campi di concentramento. Insolito peraltro, in un film degli anni cinquanta, che si mostri come fra i tedeschi non tutti fossero "cattivi" (ma d'altronde, a un certo punto si prevede che a guerra finita, "entro dieci anni, saremo pappa e ciccia con tedeschi e giapponesi"). Ben realizzate le scene di combattimento, che Dmytryk (all'epora appena uscito dalla lista nera di Hollywood) gira con realismo e concretezza. Nella sequenza del bullismo cui è sottoposto l'ebreo Ackerman (Clift) in caserma, con il tacito consenso dei superiori, è possibile leggere fra le righe un'amara riflessione proprio sui difficili anni del maccartismo. Quanto a Martin, che interpreta un uomo di spettacolo costretto dalla guerra a dimostrare il coraggio che non pensava di avere, il film rappresentò il suo lancio come attore serio, all'indomani della "rottura" della coppia comica che formava con Jerry Lewis. Da notare che Brando non compare mai sullo schermo insieme ai due co-protagonisti. Nel cast anche Maximilian Schell (il capitano Hardenberg), Lee Van Cleef, e una pletora di donzelle (in mezzo all'orrore, le donne sono punto di riferimento continuo e ancora di salvataggio dei personaggi): Hope Lange (la moglie di Clift), Barbara Rush (la fidanzata di Martin), Liliane Montevecchi (la francese di cui si innamora Brando) e May Britt (la moglie di Schell, che condivide con il marito la tragica deriva verso il disastro).

28 agosto 2014

La mia vita in rosa (Alain Berliner, 1997)

La mia vita in rosa (Ma vie en rose)
di Alain Berliner – Belgio/Francia 1997
con Georges du Fresne, Jean-Philippe Ecoffey
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il piccolo Ludovic, un bambino di sette anni che si è appena trasferito con la famiglia in un nuovo quartiere, si veste da bambina, gioca con le bambole e sogna, una volta cresciuto, di diventare donna e di sposare il suo compagno di scuola Jérôme. La sua famiglia fatica ad accettarne la natura, al punto da mandarlo persino da uno psicologo: ma di fronte all'ostracismo e all'emarginazione da parte dei vicini e della comunità in cui vivono, serrerà le fila e arriverà a comprendere il bisogno di Ludovic di affermare la propria identità di genere. Una pellicola che affronta il tema della transessualità in maniera leggera e da un punto di vista infantile, come dimostrano anche le scelte formali (i colori vivaci o pastello della fotografia) e il tono fumettoso e surreale (con la ricorrente fantasia di Ludovic di far parte del "mondo di Pam", personaggio simil-Barbie di cui segue le vicende in tv, nella cui "casa di bambola" sogna di abitare, e che appare più volte come una sorta di "fata madrina" che lo protegge). Di fronte alle ipocrisie e alle proteste degli adulti, il piccolo protagonista fatica a comprendere perché tutti se la prendono con lui o complichino qualcosa che per lui è assolutamente semplice (esilarante la scena in cui cerca di immaginare come possa essere avvenuto l'errore che ha portato ad assegnargli i cromosomi sbagliati alla nascita). Significativo l'ambiente in cui si svolge la storia: un quartiere di periferia composto da villette a schiera tutte uguali, metafora di quell'omologazione che rifiuta ogni forma di diversità o di devianza (un escamotage simile a quello cui era ricorso Tim Burton nel suo "Edward Mani di Forbice", ambientato in un quartiere simile). Questa e altre caratteristiche donano alla pellicola – al di là della serietà del tema trattato – i toni di un "film giocattolo". Incredibilmente vietato ai minori negli Stati Uniti. Il titolo allude scherzosamente alla celebre canzone di Edith Piaf "La vie en rose".

26 agosto 2014

Riso amaro (Giuseppe De Santis, 1949)

Riso amaro
di Giuseppe De Santis – Italia 1949
con Silvana Mangano, Doris Dowling
***1/2

Visto in divx, alla Fogona.

In mezzo alle mondine (le donne addette al trapianto e alla raccolta del riso) che vengono assunte con un contratto stagionale per lavorare nelle risaie del Vercellese, si nasconde anche Francesca (Doris Dowling), cameriera in fuga dalla polizia per aver aiutato il suo fidanzato Walter (Vittorio Gassman) a rubare una preziosa collana da un albergo di lusso. Il monile in realtà è falso, ma attira l'attenzione di Silvana (Silvana Mangano, praticamente al suo esordio), esuberante e spregiudicata ragazza che sogna un futuro diverso (è appassionata lettrice di rotocalchi) e che si lascia ammaliare dal fascino tenebroso del mascalzone, finendo con il diventare sua complice nel progetto del furto di tutto il riso raccolto. Francesca, che d'altro canto aspira a una vita onesta e umile, sviluppa una coscienza sociale, impara ad apprezzare il lavoro nei campi e si innamora del saggio e concreto sergente in odor di congedo (Raf Vallone) che faceva la corte a Silvana. Oltre agli uomini, le due donne finiscono con lo scambiarsi dunque i sogni, gli ideali, i mondi. Ma finirà in tragedia. Insolita commistione fra neorealismo e thriller (più che melodramma), "Riso amaro" è uno dei film più celebri e significativi del cinema italiano, oltre che il primo film neorealista a riscuotere un cospicuo successo di pubblico: forse proprio a causa della suddetta commistione, che accanto ai temi sociali (le condizioni del lavoro nelle risaie, le differenze fra mondine "in regola" con i sindacati e "clandestine") imbastisce una trama "gialla" (il furto della collana, il drammatico e sanguinoso confronto finale nella macelleria). L'ambientazione insolita (l'idea di raccontare il lavoro delle mondine venne al regista quando, nel 1947, udì i canti delle mondine in partenza dalla stazione di Torino dove era in attesa di una coincidenza) consente di proporre scenari inediti e memorabili (le risaie del nord-ovest, gli argini, i campi dove si balla di sera, la cascina che funge da dormitorio per le ragazze – e che prima ancora era una caserma di fortuna per un battaglione di soldati) e di mescolare personaggi "veri" (le varie donne al lavoro) e da pellicola di suspense (su tutti il delinquente interpretato da Gassman). Il soggetto fu messo a punto da De Santis insieme a Carlo Lizzani e Gianni Puccini. Silvana Mangano, che in precedenza vantava solo qualche comparsata in un paio di pellicole, fu definita dal regista come la "Rita Hayworth italiana", e si capisce perché: forme esuberanti, presenza scenica, fisicità magnetica, sguardo fiero e deciso. Divenne un immediato sex symbol, anche per via dell'abbigliamento richiesto dal ruolo di mondina (camicia attillata, pantaloncini, calze nere a metà coscia). La voce, però, non è la sua ma quella di Lydia Simoneschi (già doppiatrice di tante dive americane, fra cui proprio la Hayworth). Sul set, la Mangano conobbe il suo futuro marito, il produttore Dino De Laurentiis. Anche Raf Vallone, ai tempi giornalista de "L'Unità", era al debutto.

24 agosto 2014

Sexmission (Juliusz Machulski, 1984)

Sexmission (Seksmisja)
di Juliusz Machulski – Polonia 1984
con Jerzy Stuhr, Olgierd Łukaszewicz
**1/2

Visto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

Due volontari per un esperimento di ibernazione, anziché risvegliarsi come previsto dopo tre anni, lo fanno dopo 53 anni e si ritrovano in un mondo popolato solo da donne: in seguito a una guerra, infatti, le radiazioni hanno eliminato i geni maschili dalla faccia del pianeta; e le donne, rifugiatesi sottoterra, hanno imparato a riprodursi in provetta, rendendo di fatto "inutili" gli uomini. Bizzarro film di fantascienza polacco diventato di culto in patria, girato a bassissimo budget e ricco di ironia, che è anche e soprattutto una satira su più livelli (politico, sociale e sessuale), dove l'oppressiva e totalitaria società femminista del futuro riecheggia, in maniera nemmeno troppo velata, quella comunista del presente (all'epoca in crisi e in predicato di crollare a breve termine). Il futuro claustrofobico in cui il biologo Albert (Łukaszewicz) e l'avventuriero Max (Stuhr) si ritrovano è iper-burocratizzato, i suoi membri sono privi di emozioni e sentimenti e senza memoria del passato, i leader non si fanno scrupolo di puntare sulla disinformazione (la verità stessa viene piegata alle esigenze: "Copernico e Einstein erano donne", si afferma a un certo punto!); eppure l'organizzazione statale funziona tutt'altro che bene (i macchinari cadono a pezzi, fra le diverse divisioni al governo ci sono rivalità interne) e, nonostante il vanto di aver eliminato guerre, malattie e povertà, la società è circondata da "sacche" di resistenza formate da gruppi di "degenerate" che vivono in clandestinità. Le donne, che assumono a intervalli regolari una pillola per tenere a freno gli impulsi sessuali, sono ormai convinte di poter fare a meno degli uomini, eppure basta un bacio rubato da Max a Lania (Beata Tyszkiewicz), la ricercatrice che indaga su di loro, per risvegliare in lei emozioni e curiosità. Al di là delle numerose battute e delle situazioni ironiche (la maggior parte delle quali prende di mira il conflitto fra sessi, fra eccessi di femminismo o – da parte di Max – di maschilismo), la pellicola fa parte a pieno diritto del più cupo genere distopico alla "THX 1138" o "La fuga di Logan" (e non sarà forse una coincidenza che sia stato prodotto nell'"orwelliano" 1984?). Memorabile la scena del processo in cui si discute di quale sarà il destino dei due uomini: essere "naturalizzati" (cioè trasformati in donne) oppure eliminati? Parecchi i colpi di scena nel finale. Lo spunto iniziale dell'ibernazione sarà replicato pari pari in "Idiocracy", film che condivide con questo l'approccio satirico. Non mancano fugaci (ma nemmeno troppo) scene di nudo, per non parlare dell'inquadratura sui titoli di coda.

22 agosto 2014

Addio alle armi (Frank Borzage, 1932)

Addio alle armi (A farewell to arms)
di Frank Borzage – USA 1932
con Gary Cooper, Helen Hayes
**1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Primo adattamento cinematografico del celebre romanzo di Ernest Hemingway, pubblicato solo tre anni prima (nel 1929) e ambientato sul fronte del Piave durante la prima guerra mondiale. Il tenente americano Frederic Henry (Cooper), che guida ambulanze per conto dell'esercito italiano, si innamora dell'infermiera inglese Catherine Barkley (Hayes). Ma gli eventi della guerra li separeranno: lei, incinta, si rifugerà in Svizzera per partorire, mentre lui, pur di raggiungerla, diserterà dopo la disastrosa battaglia di Caporetto. Ma sarà troppo tardi, e Catherine morirà di parto fra le sue braccia. Struggente love story che la sceneggiatura vena di ulteriore romanticismo rispetto al libro, sullo sfondo di un conflitto percepito come insensato: ma l'antimilitarismo è veicolato senza retorica, e le vicende della guerra lasciano sempre spazio in primo piano ai personaggi, simpatetici e tridimensionali (la caratterizzazione fornita da Hemingway, ai protagonisti come ai comprimari, è ovviamente favorita dalla natura semi-autobiografica del romanzo). Adolphe Menjou è il maggiore Rinaldi, il medico amico di Frederic che gli presenta Catherine. La differenza di statura fra i due protagonisti (uno e novanta lui, appena un metro e mezzo lei) è talmente evidente che, nella scena in cui passeggiano affiancati, fanno quasi fatica a baciarsi. La regia di Borzage rende memorabili alcune sequenze, come il bombardamento che interrompe i bagordi di Rinaldi e Frederic (che conversa con il piede di una prostituta), la soggettiva del ricovero di Frederic a Milano, il finale che fa coincidere la fine della guerra con la morte di Catherine e che dona la pellicola il tono di un vero e proprio melodramma romantico. Pur avendo edulcorato alcuni dei passaggi più cinici e pessimisti di Hemingway e avendo evitato di soffermarsi nei dettagli sulla sconfitta di Caporetto (presentata attraverso un montaggio un po' confuso di immagini dai toni quasi irreali, girate evidentemente in studio e non in esterni), il film fu proibito in Italia durante il fascismo. Degna di nota la fotografia di Charles Lang, premiata con l'Oscar. Rifatto (peggio) nel 1957 da Charles Vidor.

20 agosto 2014

Crepuscolo di Tokyo (Yasujiro Ozu, 1957)

Crepuscolo di Tokyo (Tokyo boshoku)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1957
con Chishu Ryu, Setsuko Hara, Ineko Arima
***

Rivisto in DVD, alla Fogona, in originale con sottotitoli.

L'anziano banchiere Shukichi (Chishu Ryu) vive con le due figlie Takako (Setsuko Hara) e Akiko (Ineko Arima). La prima, sposata e con una bambina, ha lasciato il marito per tornare nella casa del padre; la seconda, all'insaputa di tutti, è stata messa incinta da uno studente scapestrato che ora la evita. Le due ragazze scoprono che la madre (Isuzu Yamada), che aveva abbandonato la famiglia quando loro erano ancora piccole, è tornata in città e gestisce una sala da mahjong in periferia. Dopo aver abortito senza dirlo a nessuno, l'angosciata Akiko viene investita da un treno e muore. Takako, dopo aver accusato la madre di essere la responsabile della tragedia, decide allora di tornare dal marito affinché sua figlia possa crescere con l'amore di entrambi i genitori. Ambientato durante un inverno freddo e rigido, l'ultimo film in bianco e nero di Ozu mette in scena la dissoluzione della famiglia nella maniera più drammatica possibile: non più a causa di dinamiche inevitabili come l'invecchiamento o il cambiamento dovuto allo scorrere del tempo (si pensi a "Viaggio a Tokyo" o "Tarda primavera"), ma attraverso tragedie, incomprensioni e colpe ben precise. Insieme al precedente "Inizio d'estate" forma un dittico con cui Ozu e lo sceneggiatore Kogo Noda cercarono in qualche modo di adeguarsi, anche su insistenza dei produttori, alle novità portate – in termini di temi trattati e caratterizzazioni dei personaggi – dalle nuove generazioni di cineasti giapponesi, prodromo di quella nuberu bagu (nouvelle vague) che sarebbe sfociata nei lavori di Oshima, Imamura e compagni. Ed ecco che si affrontano temi "forti" come l'aborto, l'abbandono, il tradimento, la separazione, e si allude anche alla prostituzione, anche attraverso la cronaca (vedi il personaggio che legge il giornale, commentando la notizia sull'abolizione di una legge in materia) sia pure mantenendosi nella cornice dello shomingeki (il cinema sulla "classe media") e dello stile sobrio e controllato cui Ozu ci ha sempre abituato. Dopo questo esperimento, tuttavia, il regista e il suo fido sceneggiatore torneranno sui binari a loro consoni, anche col rischio di veder bollati i film successivi come antiquati e fuori dal tempo.

In generale la pellicola mette in scena nella maniera più diretta la frattura fra generazioni: pur amandosi, fra il padre e le due figlie c'è assoluta incomunicabilità, incomprensione, persino mancanza di fiducia reciproca, il che sfocia in sensi di colpa, rancore e rimpianti. Il primo (così come la zia) è ancora legato a ideali vecchi e superati quali l'usanza delle nozze combinate (che hanno prodotto il matrimonio infelice di Takako), e non si rende conto delle condizioni in cui si trova Akiko. Le due figlie, d'altro canto, non si confidano con lui: Takako non gli parla apertamente dei problemi che ha con il marito, mentre Akiko preferisce chiedere un prestito a parenti e conoscenti pur di non rivelargli che è incinta, ed entrambe gli tengono nascosto il ritorno della madre in città (anche se nel finale Shukichi mostra di esserne al corrente, quando invita Takako ad andare a salutarla alla stazione). Il mondo dei giovani, soprattutto quello di Akiko e dei suoi compagni, è sregolato e incerto, e corre su binari quasi paralleli a quelli vecchi e ordinati dei genitori: tema consueto per Ozu, certo, ma che mai come in questo caso può essere letto come un'allusione ai cambiamenti in atto non soltanto nella società giapponese ma anche nel mondo del cinema, dove i registi più giovani esprimevano apertamente il proprio dissenso verso la realtà contemporanea. In effetti, a livello di umanità c'è poco da salvare: i giovani trascorrono le giornate in locali equivoci o squallide sale da gioco, all'insegna dell'incertezza per il futuro, mentre i rapporti sessuali sono sì liberi ma anche freddi e irresponsabili. Altrettanta irresponsabilità è però veicolata dalla generazione precedente, talmente impegnata dal proprio lavoro da trascurare del tutto i figli e i loro problemi. E se nel finale Takako sceglie di tornare dal marito, non è certo per amore ma solo per il bene superiore della sua bambina (anche se l'amore che riceverà da entrambi i genitori sarà probabilmente solo apparente). Stilisticamente, il film è interessante per il montaggio: fenomenali alcune transizioni, come quella che mostra – subito dopo la scena di Akiko che va ad abortire in clinica – la piccola figlia di Takako, anticipando la sequenza successiva in cui la ragazza, guardando la bambina, avrà finalmente piena consapevolezza di quello che ha fatto; oppure, nel finale, il soffermarsi sui volti di Kenji (nella scena in cui Akiko viene investita dal treno) o della madre (dopo che Takako le ha comunicato della morte di Akiko), seguiti da inquadrature sugli ambienti circostanti che, seppur vuoti, danno l'impressione di essere pieni delle emozioni dei personaggi. Pregio di un cineasta che, come sempre, racconta molto più di quello che mostra.

18 agosto 2014

Riflessi in un occhio d'oro (J. Huston, 1967)

Riflessi in un occhio d'oro (Reflections in a Golden Eye)
di John Huston – USA 1967
con Marlon Brando, Elizabeth Taylor
**

Visto in divx, alla Fogona, con Sabrina e Marisa.

In un campo militare in Georgia, il maggiore Weldon Penderton (Brando) sospetta che la moglie Lenora (Taylor), appassionata cavallerizza, abbia una relazione con l'addetto al maneggio, il soldato Williams (Robert Forster, al suo debutto). In realtà l'amante della donna è un altro ufficiale, il colonnello Langdon (Brian Keith), la cui moglie Alison (Julie Harris) – nevrotica dopo la recente perdita di un figlio – è affidata alle cure del cameriere filippino effemminato Anacleto (Zorro David). Tratto da un romanzo di Carson McCullers, un film ambiguo e patinato, che più che dell'omosessualità repressa (come erroneamente affermano molte critiche) è una metafora – finanche troppo esplicita – dell'impotenza: esemplare la scena in cui il personaggio interpretato da Brando, incapace di cavalcare lo stallone Firebird, dopo essere stato gettato a terra dall'animale si sfoga su di lui frustandolo a sangue, per poi subire una sorte simile – essere colpito con il frustino – dalla moglie nel corso di una festa. Di contro, Williams (che cavalca nudo nella foresta, è maggiormente in sintonia con gli animali che con gli uomini, si introduce nottetempo nella camera di Lenora per guardarla dormire) rappresenta gli istinti animaleschi, il richiamo della natura, la libertà sessuale: tutto ciò che a Weldon è ormai precluso, di cui è invidioso o da cui è attratto. Altri riferimenti all'impotenza sono nelle figure di Anacleto, cui Langdon affida la moglie come alle cure di un eunuco, e del capitano Weincheck, costretto a un congedo precoce perché giudicato inadatto a esercitare l'autorità del comando. Peccato che il film, al di là della lettura psicologica, risulti piuttosto noioso e privo di ritmo e si faccia ricordare più per le caratteristiche tecniche (in una prima versione, la fotografia era stata iper-filtrata per rendere tutte le immagini di un color oro diffuso) che non per i contenuti. In quegli anni (fine '60 e inizio '70) il cinema hollywoodiano cercava una nuova strada dopo il crollo del sistema degli studios, rivolgendosi al cinema d'autore europeo, di cui provava a recuperare la profondità e gli intenti autoriali, con il rischio di sfornare pellicole pretenziose come questa. Solo l'avvento dei "movie brats" (Scorsese, Coppola, Lucas, Spielberg, ecc.), di lì a poco, avrebbe restituito al cinema americano una propria identità e una direzione da seguire. Il ruolo di Brando era stato inizialmente affidato a Montgomery Clift, che però morì poco prima dell'inizio delle riprese. Il titolo del libro piacque tanto a Ian Fleming da ispirargli un'avventura di James Bord ("GoldenEye", appunto).

15 agosto 2014

La fuga (Delmer Daves, 1947)

La fuga (Dark passage)
di Delmer Daves – USA 1947
con Humphrey Bogart, Lauren Bacall
***

Rivisto in divx, per ricordare Lauren Bacall.

Vincent Parry (Bogart) fugge dal carcere di San Quentin, dov'era rinchiuso per uxoricidio, intenzionato a dimostrare la propria innocenza. Con l'aiuto di Irene (Bacall), una misteriosa ragazza che sembra interessata al suo caso, si rifugia a San Francisco, dove un chirurgo plastico senza licenza (Houseley Stevenson) gli cambia i connotati. Ma anche in questo modo sarà difficile sfuggire alla polizia, che lo ritiene implicato anche in un secondo omicidio, e scoprire chi è invece il vero colpevole. Serrato noir ad alta tensione, tratto da un romanzo di David Goodis, con l'insolita particolarità di mostrare la prima mezz'ora quasi tutta in soggettiva (vediamo cioè quello che vede il protagonista, il cui volto non appare mai sullo schermo: una tecnica già usata l'anno prima da Robert Montgomery ne "Una donna nel lago"); segue un'altra mezz'ora in cui Bogart, in seguito all'operazione, ha la testa completamente fasciata e non parla mai; e soltanto nei quaranta minuti finali il divo – all'epoca il più pagato di Hollywood – si mostra finalmente in volto (quello prima della plastica compare soltanto sotto forma di una foto sul giornale). La trovata aumenta la tensione e la curiosità su una vicenda che, per il resto, è più incentrata sulla fuga disperata di Parry e sul rapporto con la misteriosa Irene che non sulla risoluzione del giallo, che giunge nel finale senza particolare sorprese. In ogni caso, il film vale la visione per le atmosfere ambigue quanto basta, il forte senso di accerchiamento e una certa malinconia di fondo. Apprezzabili piccoli spunti di commento sociale, come la scena alla stazione in cui un uomo e una donna discorrono della "solitudine di chi attende un autobus" (e proprio le loro parole spingono Parry a telefonare a Irene per chiederle di seguirlo nella fuga). A tratti Bogart sembra un po' a disagio (ma è il suo personaggio, non il solito "duro", a richiederlo), mentre la Bacall è elegante, ardita e luminosa quanto mai. L'energia e la chimica della coppia, per la terza volta insieme sullo schermo (dopo "Acque del sud" e "Il grande sonno"), è innegabile: e infatti gran parte della promozione pubblicitaria della pellicola ci giocò ampiamente. Nel cast anche Agnes Moorehead, Bruce Bennett e Clifton Young. Girato quasi tutto in esterni, con la fotografia di Sidney Hickox che esalta le strade, le colline, i ponti e i luoghi di San Francisco, rendendoli vivi e inquietanti.

13 agosto 2014

L'attimo fuggente (Peter Weir, 1989)

L'attimo fuggente (Dead Poets Society)
di Peter Weir – USA 1989
con Robin Williams, Robert Sean Leonard
****

Rivisto in divx, con Sabrina, per ricordare Robin Williams (scomparso ieri).

Nel 1959, in un rigido college del Vermont dove i rampolli delle famiglie più agiate vengono preparati per l'Università all'insegna dei "quattro pilastri" (tradizione, onore, disciplina ed eccellenza) e sono destinati a seguire una strada già tracciata per loro dai genitori o dalla società, il nuovo professore di letteratura John Keating (Robin Williams) cerca invece di portare i suoi studenti a scoprire la propria via in maniera indipendente. Attraverso l'insegnamento della poesia (o meglio, dell'amore per la poesia), l'eccentrico docente – che si fa chiamare "O capitano, mio capitano", da un verso di Walt Whitman – li spinge a pensare con la propria testa, a guardare le cose da differenti punti di vista, e soprattutto a "cogliere l'attimo" ("carpe diem", per usare una citazione da una poesia di Orazio) in modo da non sprecare le proprie potenzialità, "rendere straordinaria la propria vita" e "non accorgersi, in punto di morte, di non avere vissuto" (Thoreau). Affascinati dal suo approccio libero e aperto, i ragazzi riportano in vita la "Società dei Poeti Estinti" (Dead Poets Society, da cui il titolo originale del film: ma quello italiano – sia pur completamente cambiato – per una volta è azzeccato e assai più evocativo), gruppo clandestino di letture notturne; e ciascuno a modo suo sfrutterà l'esperienza per migliorarsi. Non tutti saranno però in grado di seguire la strada fino in fondo; se ci sarà chi recupererà la propria autostima, saprà lottare per le proprie passioni o compiere gesti coraggiosi e ricompensanti, per alcuni affrancarsi dall'autorità paterna si rivelerà di contro impossibile, e ne conseguirà una tragedia. Capolavoro di Peter Weir (se così si può definire un film di un regista che di capolavori in realtà ne ha girati almeno tre o quattro), nonché uno dei film più ispirazionali e emozionanti di tutti i tempi, non solo sul tema dell'insegnamento (dovrebbe essere visto da tutti i professori, prima ancora che dai loro studenti!) ma in generale su quello dell'approccio alla vita. Un film che parla direttamente allo spettatore e che resta dentro a lungo, forse per sempre: la parola "indimenticabile", in casi come questi, non è un modo di dire. All'epoca stupì per l'interpretazione intensa di Robin Williams, fino ad allora bollato come semplice attore comico, che qui dà vita a un personaggio straordinario e carismatico, di quelli che si vorrebbe conoscere nella vita reale. Eppure il focus non è solo su di lui, ma anche sugli studenti, interpretati in maniera quanto mai efficace da un nutrito gruppo di giovani attori, molti al debutto, alcuni dei quali faranno carriera.

Robert Sean Leonard è Neil Perry, sensibile e diligente, che il padre (Kurtwood Smith) ha già indirizzato verso un avvenire come medico ma che preferirebbe seguire altre passioni, come quella per il teatro (reciterà il ruolo di Puck, da "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, in una recita scolastica). Ethan Hawke è Todd Anderson, timido e introverso (anche perché costretto a confrontarsi in continuazione con un fratello di successo), che grazie a Keating saprà uscire dal proprio guscio e, nel finale, sarà il primo a manifestargli apertamente il proprio ringraziamento. Abbiamo poi Knox Overstreet (Josh Charles), che diverrà abbastanza ardito da conquistare la ragazza che gli piace contro ogni avversità; e il "ribelle" Charlie Dalton, alias "Nuwanda" (Gale Hansen), quello più a suo agio nella lotta all'autorità e al conformismo, pur senza troppo pensare alle conseguenze; e ancora Steven Meeks (Allelon Ruggiero), Gerard Pitts (James Waterston), per finire con l'"inquadrato" Richard Cameron (Dylan Kussman), che preferirà tradire il gruppo e ritornare nel comodo e confortante alveo della disciplina piuttosto che cercare una strada non battuta. Il cast si completa con Norman Lloyd nei panni del severo direttore del college, il professor Nolan. La regia di Weir è solida, precisa, attenta a cogliere ogni espressione e ogni emozione veicolata dagli attori, ma anche a integrare le loro vicende nel paesaggio autunnale-invernale del Vermont, fra boschi, laghi e radure che circondano il college (la scena iniziale di uno stormo di uccelli migratori che si solleva dal lago è praticamente una metafora degli studenti stessi). La fotografia di John Seale esalta le scorribande notturne dei boschi da parte dei ragazzi della Setta dei Poeti Estinti, i loro incontri nell'angusta grotta, l'atmosfera irreale e al tempo stesso concretissima e palpabile della scena del suicidio e la corsa disperata di Todd sul lago ghiacciato. Ma non sono di meno le scene girate all'interno della scuola, alcune delle quali (Keating che incita i ragazzi a strappare dal libro di testo la pagina introduttiva, che pretenderebbe di misurare la "grandezza" di una poesia con un grafico, per esempio) sono diventate decisamente iconiche. Ad alto rischio di retorica il finale, con i ragazzi che salgono sui banchi per dimostrare la propria solidarietà al professore cacciato: eppure ci si commuove ogni volta (e poi, in fondo, non tutti gli studenti si alzano). La pellicola valse un Oscar per la migliore sceneggiatura a Tom Schulman (oltre a conquistarsi nomination per il film, per Weir e per Williams). La colonna sonora d'atmosfera di Maurice Jarre è integrata da brani di Haendel ("Musica sull'acqua"), Beethoven (l'Inno alla Gioia, l'Adagio dal quinto concerto per piano) e – fischiettato da Keating – il tema dell'Ouverture "1812" di Ciaikovsky.

11 agosto 2014

Onora il padre e la madre (S. Lumet, 2007)

Onora il padre e la madre (Before the devil knows you're dead)
di Sidney Lumet – USA 2007
con Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke
***

Visto in TV, con Sabrina.

L'ultimo film di Lumet (girato quando il regista aveva 83 anni) è un noir post-moderno che dà parecchi punti alle pellicole simili cui viene solitamente paragonato (a partire da quelle dei fratelli Coen). Caratterizzata da una narrazione destrutturata (gli eventi non vengono mostrati in ordine cronologico ma attraverso balzi avanti e indietro nel tempo, con alcune scene che sono mostrate più volte da diversi punti di vista, inizialmente incomplete e solo in seguito integrate con il resto), la pellicola è al contempo un dramma a tinte forti su una famiglia disfunzionale e un thriller tesissimo su un'impresa criminale votata al fallimento a causa dell'improvvisazione e dell'inettitudine dei suoi stessi protagonisti, nella più pura tradizione dei grandi heist movie del passato. Proprio questa commistione lo rende un perfetto trait d'union fra i melodrammi familiari del cinema moderno e i classici noir degli anni cinquanta. Spinti da un impellente bisogno di denaro, i fratelli Andy (Seymour Hoffman) e Hank (Ethan Hawke) progettano di rapinare la piccola gioielleria gestita dai propri genitori: il primo, contabile in un'agenzia immobiliare, deve coprire gli "ammanchi" causati dalla sua dipendenza dalla droga; il secondo, divorziato e perennemente al verde, è alle prese con gli alimenti e le rate scolastiche della figlia. Ma la rapina, anziché andare liscia come previsto, finisce in tragedia: la madre muore e il padre giura vendetta. Il meccanismo narrativo a flashback e anticipazioni amplifica costantemente la tensione, mentre la regia dell'anziano maestro mantiene sempre il controllo sulla materia e scava in profondità nel psicologia e nella morale dei personaggi senza lasciarsi andare a sberleffi e sbracature (i Coen, e qui torniamo ai paragoni irriverenti, avrebbero sicuramente "mancato" il climax o annacquato la tragedia con tocchi di humour nero a sproposito). Al servizio della sceneggiatura dell'esordiente Kelly Masterson abbiamo poi un gruppo di attori di razza, che oltre ai due protagonisti comprende un intenso Albert Finney (il padre) e una sempre sensualissima Marisa Tomei (la moglie di Andy), protagonista di diverse scene hot, fra cui quella che apre il film. Il titolo originale (con cui quello italiano non ha nulla a che vedere) è la seconda parte di un antico detto irlandese: "May you be in heaven half an hour before the devil knows you're dead" ("Che tu possa arrivare in paradiso mezz'ora prima che il diavolo si accorga che sei morto").

10 agosto 2014

North Country - Storia di Josey (N. Caro, 2005)

North Country - Storia di Josey (North Country)
di Niki Caro – USA 2005
con Charlize Theron, Woody Harrelson
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In fuga da un marito violento e con due figli a carico, Josey è costretta a tornare nel paese di origine, in Minnesota, dove trova lavoro in una miniera. Ma si tratta di un ambiente tradizionalmente maschile, in cui le poche donne sono soggette a ostilità, intimidazioni, maltrattamenti, offese e abusi di ogni tipo da parte dei colleghi. Ispirato a una storia vera, il film ripercorre la vicenda della prima class action americana contro le molestie sessuali sul luogo di lavoro, un caso giudiziario che fece scalpore e portò alla nascita delle prime leggi in materia. Purtroppo la pellicola, che presenta una versione romanzata degli eventi, non è scevra dalla retorica (in questo caso femminista) e dall'eccesso di semplicità che caratterizzano spesso questo tipo di opere, ingessate dalle loro stesse ambizioni e in cui i buoni propositi di denuncia sociale hanno spesso il sopravvento sull'equilibrio narrativo e cinematografico. Buona la descrizione dell'ambiente, ovvero la provincia americana arretrata, becera e maschilista (di cui anche l'hockey fa parte integrante), mentre risultano francamente ridicole alcune scene del processo, con particolare imbarazzo per il momento in cui l'avvocato della protagonista (Woody Harrelson) provoca il caporione Bobby Sharp (Jeremy Renner) per spingerlo a raccontare la verità sull'abuso subito da Josey. Poco credibile anche il repentino cambiamento del padre, sin dall'inizio ostile alla figlia e che di punto in bianco ne prende invece le difese, prodromo per l'inevitabile lieto fine. La Theron, nominata all'Oscar, cerca in ogni modo di elevare il personaggio oltre i limiti di una sceneggiatura scolastica, mentre nel resto del cast fanno buona figura Frances McDormand, Michelle Monaghan e Sean Benn. Richard Jenkins e Sissy Spacek sono i genitori di Josey.

08 agosto 2014

Fuga per la vittoria (John Huston, 1981)

Fuga per la vittoria (Escape to victory, aka Victory)
di John Huston – USA 1981
con Sylvester Stallone, Michael Caine
**1/2

Rivisto in TV.

Nel 1941, nella Parigi occupata dai nazisti, viene organizzata una partita di calcio a scopi propagandistici fra una squadra di soldati tedeschi e una composta da prigionieri di guerra alleati, in gran parte ex giocatori. La resistenza francese progetta di far fuggire i prigionieri durante l'intervallo fra il primo e il secondo tempo, attraverso un tunnel che sfocia negli spogliatori, ma i giocatori preferiranno tornare in campo per cercare di vincere l'incontro. Liberamente ispirato a un fatto realmente accaduto (la cosiddetta "partita della morte", giocata a Kiev nel 1942 fra soldati della Luftwaffe e prigionieri ucraini) già raccontato sullo schermo nel 1962 da due lungometraggi ungheresi e russi, un film dai toni epici e ingenui ma coinvolgente e trascinante, raro caso di incursione del cinema americano sul tema del "soccer". Come spesso accade in questo tipo di pellicole, il cast è nutrito e internazionale: si va da Max von Sydow (il maggiore tedesco Von Steiner, che in passato aveva fatto parte della nazionale tedesca e che si dà da fare per organizzare la partita: sarà l'unico fra i nazisti ad applaudire le prodezze degli avversari) a Michael Caine (il capitano Colby, allenatore e giocatore – nonostante la pancia, improbabile tanto per un atleta quanto per un prigioniero di guerra – della squadra degli alleati), da Sylvester Stallone (il portiere e l'unico giocatore statunitense, con tanto di scarsa conoscenza delle regole del gioco e diffidenze iniziali per uno sport che non consente il placcaggio!) a tutta una serie di fuoriclasse internazionali che interpretano i vari giocatori sul campo (in particolare il brasiliano Pelè, la cui rovesciata per il 4-4 finale è uno dei momenti più memorabili della pellicola; ma anche l'inglese Bobby Moore, l'argentino Osvaldo Ardiles, il polacco Kazimierz Deyna, il belga Paul Van Himst, l'olandese Co Prins, il danese Søren Lindsted e molti altri: ben tre di questi – Pelè, Moore e Ardiles – erano stati campioni del mondo). Se la prima parte del film, con evidenti echi di pellicole belliche tipo "La grande fuga", è puramente introduttiva (ma non mancano spunti interessanti, come la riflessione sulla disparità di trattamento che i nazisti riservavano ai prigionieri dell'Europa dell'est rispetto agli anglosassoni e agli occidentali), la partita di calcio vera e propria, che occupa tutta la parte finale della pellicola, è girata da Huston con stile realistico e una discreta attenzione alle regole dell'epoca (che, per esempio, non contemplavano le sostituzioni: il che spiega come mai Pelé esca dal campo per poi rientrarvi a pochi minuti dallo scadere). Celebre il finale in cui Stallone (che per il ruolo venne allenato dal portiere inglese Gordon Banks) para il rigore decisivo tirato dal capitano della squadra tedesca Baumann (Werner Roth),scatenando l'entusiasmo e l'invasione del pubblico. La gara, che si immagina giocata al leggendario stadio Colombes di Parigi (lo stesso in cui si svolse il mondiale del 1938) ma le cui riprese sono state in realtà effettuate a Budapest, è da gustarsi con uno sguardo incantato e un po' infantile, animati da un tifo viscerale che porta a sostenere la squadra degli alleati, a soffrire o indignarsi per il gioco duro degli avversari o per l'arbitraggio di parte, e ad esultare per ogni gol segnato, con una progressione inarrestabile fino all'apoteosi finale. Anche per questo motivo, nonostante gli stereotipi nelle caratterizzazioni dei personaggi e le ingenuità della trama, il film può essere considerato uno dei più significativi mai realizzati sul calcio.

07 agosto 2014

Alex l'ariete (Damiano Damiani, 2000)

Alex l'ariete
di Damiano Damiani – Italia 2000
con Alberto Tomba, Michelle Hunziker
*

Visto in TV.

Il carabiniere Alex Corso (detto "l'ariete") è incaricato di scortare una ragazza implicata in un processo. Durante il tragitto, la salverà a più riprese da malintenzionati che la vogliono uccidere, e finirà col prenderne le parti per dimostrare la sua innocenza e incastrare i veri cattivi. Terminata la sua brillantissima carriera sugli sci, Alberto Tomba si lasciò convincere a intraprendere quella di attore... che però durò lo spazio di una sola pellicola, questa. E si capisce perché: "Alex l'ariete" è probabilmente il peggior film che abbia mai visto in vita mia. E non soltanto per colpa di Albertone (che pure ce la mette tutta: ma la sua recitazione è per forza di cose inespressiva, dilettantesca, costantemente a disagio. Che cosa si pretendeva, d'altronde? Fossimo stati negli anni settanta, forse il doppiaggio avrebbe potuto almeno rimediare alla parlata romagnola monocorde). Al suo fianco persino la Hunziker non sfigura, benché la sua bellezza sia di parecchi ordini di grandezza superiore alle qualità recitative. Ma questi difetti, che possono anche strappare un sorriso, sono ben poca cosa in confronto a quelli strutturali: un soggetto visto mille volte e privo di qualsiasi guizzo o appeal, una sceneggiatura che più piatta non si può e che inanella parecchie vette di ridicolo involontario, una carenza generale nel comparto tecnico (regia – che pure è di un veterano del cinema italiano come Damiani – svagata o assente, fotografia e montaggio sotto il livello di guardia), la cui sciatteria fa rimpiangere i ben più professionali poliziotteschi a basso budget di una volta. Il progetto era stato messo inizialmente in cantiere come fiction per la tv, e in effetti il livello è quello; in corso d'opera fu sciauguratamente trasformato in un film per le sale cinematografiche, ed è inutile dire che ne risultò un meritato flop. E pensare che Tomba era un carabiniere anche nella realtà... Fra i comprimari, vanno ricordati almeno Orso Maria Guerrini e Corinne Cléry. Per gli amanti del trash, ma forse nemmeno per loro.

05 agosto 2014

Boys don't cry (Kimberly Peirce, 1999)

Boys don't cry (id.)
di Kimberly Peirce – USA 1999
con Hilary Swank, Chloë Sevigny
***

Rivisto in divx, con Sabrina.

Nato biologicamente come donna, il ventunenne Teena Brandon si percepisce come un maschio: e dunque va in giro per il Nebraska vestito e acconciato da uomo, con il nome di Brandon Teena. Dopo aver fatto conoscenza con un gruppo di ragazzi alquanto problematici e distruttivi, si innamora di Lana e progetta di fuggire con lei lontano da un'esistenza vuota e senza prospettive: ma quando il suo segreto verrà alla luce, scoppierà la tragedia. Ambientato nell'America più profonda, arretrata e intollerante, un film tratto da un fatto reale di cronaca che sfiora temi ad ampio spettro come l'identità, l'autodeterminazione e l'accettazione (di sé e degli altri). È anche una delle rare pellicole a denunciare le problematiche dei transgender in un ambiente ostile che, nel migliore dei casi, non li distingue dai gay o dalle lesbiche. L'approccio realistico nella narrazione culmina, nel finale, in una serie di scene di forte impatto emotivo che rappresentano un vero e proprio pugno nello stomaco, anche per merito della fotografia di Jim Denault (che coinvolge lo spettatore nel girovagare notturno di Brandon e compagni, catturandone al contempo la solitudine, l'isolamento e la disperata ricerca di libertà: non a caso un critico ha parlato di una versione transgender di "Gioventù bruciata"). Ma c'è anche un'eccellente recitazione e una regia solida che non si concede divagazioni o distrazioni. Primo film della regista Kimberly Peirce (la cui carriera successiva, almeno per ora, non ha prodotto granché), è valso alla Swank il premio Oscar come miglior attrice: se pensiamo che era stata protagonista del quarto capitolo di "Karate Kid" (la scena in cui Brandon, in auto con i suoi amici, si ferma davanti a una scuola di karate potrebbe essere una strizzatina d'occhio a quella pellicola) e che successivamente ha ripetuto l'exploit come pugile nel "Million Dollar Baby" di Clint Eastwood, risulta evidente la prevalenza di ruoli mascolini nella sua filmografia. Il titolo proviene da una canzone dei The Cure, una cover della quale è presente nella colonna sonora.

03 agosto 2014

Un posto al sole (George Stevens, 1951)

Un posto al sole (A place in the sun)
di George Stevens – USA 1951
con Montgomery Clift, Elizabeth Taylor, Shelley Winters
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Eva e Marisa.

Quando George Eastman (Clift), giovane di bassa estrazione che lavora nella fabbrica di un ricco zio, si innamora (ricambiato) della bella ereditiera Angela Vickers (Taylor), si rende conto di avere a portata di mano una formidabile scorciatoia verso la ricchezza e l'alta società. Pur di non perdere l'occasione, progetta di uccidere l'operaia Alice, che ha malauguratamente messo incinta e che pretende un matrimonio riparatore. Non ne avrà il coraggio, ma Alice morirà lo stesso cadendo accidentalmente nel lago durante una gita in barca. Accusato di omicidio, George ammetterà dentro di sé la propria colpevolezza e accetterà la condanna alla sedia elettrica. Da un romanzo di Theodore Dreiser, già portato sullo schermo nel 1931 da Josef von Sterberg ("Una tragedia americana"), una delle pellicole più celebrate e significative sul sogno americano e sulla corruzione che esso può recare con sé (Charles Chaplin, dopo averlo visto, lo definì "Il più grande film sull'America mai girato"). E questo nonostante la sceneggiatura privilegi, almeno a un livello superficiale, l'analisi psicologica a quella sociale, cercando di mostrare le ragioni di tutti. Montgomery Clift, con la sua recitazione interiore e sotto le righe (frutto del "metodo Stanislavskij"), fece scalpore e divenne – insieme a James Dean e Marlon Brando – uno degli attori simbolo della Hollywood degli anni cinquanta. Qui tratteggia alla perfezione un personaggio più "normale" che cattivo: un ragazzo semplice, sensibile, educato, che però cade vittima di una tentazione diabolica e irresistibile per liberarsi di un ostacolo che gli "tarperebbe le ali". La regia di Stevens sottolinea ogni passaggio della vicenda, e in particolare gli stati d'animo dei personaggi, attraverso la forza delle immagini più che quella delle parole: si pensi ai primi piani prolungati, in particolare quello sul volto di George quando comincia a concepire il suo piano, sottolineato soltanto dalla musica della colonna sonora. Interessanti anche le sovrimpressioni, anch'esse con lo scopo di illustrare sentimenti e motivazioni (a volte addirittura inconscie) dei personaggi, come nel caso in cui l'immagine della madre (con cui ha appena parlato al telefono) permane sulle scene della festa alla quale George sta partecipando. Proprio il background del protagonista non è di poco conto nell'economia della sua personalità: la famiglia metodista e ultrareligiosa, che lo ha portato con sé nelle sue missioni sin da quando era un bambino, ha creato una sorta di "tappo" che l'improvviso contatto con un mondo fatto di ricchezza, di lusso e di feste ha fatto saltare. Da notare che persino i ricchi parenti di George lo tengono a distanza, trattandolo con una certa snobberia, cosa che non gli impedisce di provare attrazione per quella vita. Il film vinse sei premi Oscar, fra cui quelli per la regia e la sceneggiatura. Curiosità: ben prima di diventare famoso come Perry Mason, Raymond Burr interpreta qui il procuratore distrettuale.

31 luglio 2014

Una pagina di follia (T. Kinugasa, 1926)

Una pagina di follia (Kurutta ippeiji)
di Teinosuke Kinugasa – Giappone 1926
con Masao Inoue, Eiko Minami
***

Visto su YouTube.

All'inizio degli anni '20 Teinosuke Kinugasa vide la sua carriera di onnagata (attore specializzato in ruoli femminili) messa in pericolo dall'avvento delle prime attrici donne nel cinema giapponese, di cui era inizialmente uno strenuo oppositore, e fu dunque costretto a riciclarsi come regista. Questo film, a lungo ritenuto perduto e di cui l'autore stesso ritrovò per caso una copia nel suo magazzino nel 1971, è forse il più celebre e significativo del suo periodo muto, un magnifico esempio di pellicola sperimentale e d'avanguardia, con evidenti influenze dell'impressionismo francese (come i lavori di Abel Gance e Marcel L'Herbier). Priva di cartelli e di intertitoli (la storia veniva raccontata agli spettatori dai benshi, narratori fisicamente presenti in sala, un'usanza tipica del cinema muto nipponico), la vicenda può essere inizialmente ostica da seguire; ma la potenza delle immagini, il montaggio rapidissimo e l'intervento di alcuni flashback chiarificatori consentono anche a uno spettatore odierno di immergervisi a 360 gradi, superando ogni ambiguità e anzi inglobandole nell'esperienza complessiva. Ambientato in un istituto psichiatrico per malati di mente, il film ci mostra un anziano inserviente che sembra avere particolarmente a cuore le sorti di una paziente: si tratta di sua moglie, impazzita dopo aver tentato di affogare il proprio figlio. Fra gli altri ricoverati spicca invece una giovane ballerina, la cui danza incessante e frenetica fa da filo conduttore all'intera vicenda. Visivamente impressionante (con ampio uso di sovrimpressioni, distorsioni e altri effetti ottici per rendere sullo schermo la percezione deformata del mondo da parte dei pazienti psichiatrici), con una fotografia che gioca con luci e ombre, una macchina da presa estremamente mobile (l'operatore, Kōhei Sugiyama, rimarrà un collaboratore abituale di Kinugasa) e un mood che oscilla in continuazione fra percezioni oggettive e soggettive, fra il surreale-onirico (la follia e le allucinazioni dei pazienti) e la realtà tragica e concreta (i ricordi del protagonista, l'ambiente dell'ospedale), il film reca con sé un'impronta di incredibile modernità e rappresenta un'esperienza visiva senza pari, una sorta di "Caligari" orientale, se possibile ancora più sofferto ed espressivo: a tratti pare addirittura un precursore delle correnti sperimentali degli anni '60 e '70. Memorabile l'incipit notturno con la pioggia (e le illusioni della ballerina), la "rivolta" dei pazienti in preda all'entusiasmo per la performance della danzatrice, e naturalmente la scena altamente metaforica delle maschere nel finale. Impressionante la recitazione degli attori che interpretano i pazienti. La copia oggi esistente (60') è più breve di quella originale, tagliata forse dallo stesso regista. Al soggetto e alla sceneggiatura avrebbe collaborato Yasunari Kawabata, premio Nobel per la letteratura, a quei tempi figura di spicco del movimento letterario Shinkankaku ("Neo-sensazionalismo").

30 luglio 2014

The story of the Kelly Gang (Charles Tait, 1906)

The story of the Kelly Gang
di Charles Tait – Australia 1906
con Frank Mills?, John Forde
**1/2

Visto su YouTube.

In un'epoca pioneristica in cui la maggior parte dei film consisteva in un unico rullo di pellicola (e dunque aveva una durata massima di 10-12 minuti), con i suoi 60 minuti "The story of the Kelly Gang" è considerato il primo lungometraggio di finzione della storia del cinema ("di finzione" perché la palma di primo lungometraggio tout court spetterebbe a una ripresa del 1897 di un incontro di pugilato). Ai giorni nostri ne sono sopravvissuti però soltanto alcuni frammenti (alcuni dei quali parecchio rovinati), per un totale di circa 15 minuti, oltre che foto di scena, intertitoli e altro materiale che – integrato nella versione restaurata dal National Film and Sound Archive australiano – permette, se non altro, di seguire compiutamente la storia. Come da titolo, il film ripercorre le imprese del leggendario fuorilegge australiano di origine irlandese Ned Kelly e della sua gang di briganti ("bushrangers"), composta dal fratello Dan e da altri due uomini. Ucciso nel 1880 a soli 25 anni e considerato quasi un eroe da una parte della popolazione australiana (all'epoca il paese era ancora sotto il dominio britannico), Kelly è rimasto una figura chiave nell'immaginario collettivo e la sua vita è stata oggetto di diverse altre pellicole (fra cui "I fratelli Kelly" del 1970 con Mick Jagger e "Ned Kelly" del 2003 con Heath Ledger). Il film di Tait è diviso in sei sequenze, ciascuna con camera quasi sempre fissa, ripresa in campo largo e praticamente senza montaggio interno. Se la recitazione è difficile da giudicare secondo gli standard odierni e in generale la pellicola non presenta (lunghezza a parte) nessuna vera innovazione tecnica, è da apprezzare la "messa in scena" quasi documentaristica che fa buon uso dei set in esterni, grazie anche alla lunga durata che permette di variare a sufficienza gli ambienti. Gli eventi mostrati sullo schermo si rifanno in maniera piuttosto fedele alla realtà storica (compresa la cattura di Ned mentre indossava un rudimentale elmo per proteggersi dai proiettili della polizia). Ma che non si tratti di una cronaca fredda e impersonale è dimostrato dallo sguardo simpatetico con cui sono ritratti i banditi, "gentiluomini" che non rapinano le donne (davanti alle quali si tolgono il cappello) o i bambini: al loro confronto i poliziotti e le forze dell'ordine sono messi costantemente in cattiva luce (nella prima scena, un agente maltratta la madre e la sorella dei Kelly; in un'altra, un poliziotto codardo si fa scudo con una donna; in seguito, pur di catturare la banda gli agenti non si fanno scrupolo di dare fuoco a un albergo che ospita anche persone innocenti). Quasi tutti i nomi degli attori coinvolti nella pellicola (compreso il protagonista) rimangono incerti o sconosciuti: ma pare che del cast abbiano fatto parte diversi membri della famiglia del regista, a partire da sua moglie Elizabeth come controfigura di Kate, la sorella di Ned.

29 luglio 2014

Se permettete parliamo di donne (E. Scola, 1964)

Se permettete parliamo di donne
di Ettore Scola – Italia 1964
con Vittorio Gassman, Sylva Koscina
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Visto in divx, con Sabrina.

Già sceneggiatore di commedie all'italiana e di spettacoli di varietà sia televisivi che radiofonici, il trentatreenne Ettore Scola esordisce alla regia con un film a episodi, scritto insieme al fido Ruggero Maccari, che consiste in una serie di nove sketch (o di "barzellette", come le definì Tullio Kezich in una stroncatura dell'epoca) sul tema del sesso o del rapporto fra uomo e donna. Protagonista di tutti i segmenti è sempre Vittorio Gassman, che cerca di diversificare i personaggi cambiando di volta in volta accento, modo di muoversi, capigliatura e quant'altro. Il risultato però è modesto, e solo due o tre degli episodi strappano più di un sorriso. Per salvare il marito che ritiene in pericolo, una donna si concede allo straniero che è giunto a casa sua con un fucile: ma l'uomo voleva soltanto restituire l'arma che aveva avuto in prestito. Un impiegato gioca e scherza in continuazione con i colleghi di lavoro, ma quando torna a casa si mostra serio e scontroso con la moglie e il figlioletto. Un barista scopre che la prostituta con cui è appena stato è la moglie di un suo vecchio compagno di scuola, il quale è consenziente. Un giovane timido e moralista fa amicizia con il seduttore che ha "disonorato" sua sorella e va a donne insieme a lui. Una ragazza mette fretta al suo amante perché quella stessa mattina si deve sposare. Un cliente "scrocca" un passaggio fino a casa alla prostituta che ha abbordato. Un carcerato ottiene una licenza premio di due giorni per stare insieme alla moglie, che però ha un amante e ha architettato tutto per rendere plausibile al marito la propria gravidanza. Una ricca e annoiata aristocratica adesca e fa salire in casa uno stracciaiolo, che rimane deluso quando la donna non ha stracci da vendergli. Un uomo gira per tutto il giorno in auto con la fidanzata alla ricerca di un posto discreto dove appartarsi, ma la ragazza non approva nessun luogo, e l'uomo finirà col soddisfare le proprie voglie con la donna delle pulizie di un motel. Da notare che in quest'ultimo episodio, Gassman cita sé stesso ne "Il sorpasso" (il clacson dell'auto è identico a quello del film di Risi). Fra le attrici che recitano al suo fianco ci sono Sylva Koscina, Giovanna Ralli, Eleonora Rossi Drago, Antonella Lualdi, Jeanne Valérie e Maria Fiore; fra i pochi comprimari maschili, Gigi Proietti e Walter Chiari.