19 novembre 2009

Piano... piano, dolce Carlotta (R. Aldrich, 1964)

Piano... piano, dolce Carlotta (Hush... Hush, Sweet Charlotte)
di Robert Aldrich – USA 1964
con Bette Davis, Olivia de Havilland
***

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Ossessionata da un delitto commesso quarant'anni prima, quando era stata accusata di aver ucciso (e decapitato!) il suo amante nel corso di un sontuoso party, l'anziana, folle e scorbutica Charlotte Hollis vive ormai come una reclusa nella fatiscente dimora di famiglia. E la visita dell'unica parente rimastale, la "premurosa" cugina Miriam, contribuisce a risvegliare ricordi e incubi nella sua mente. Due anni dopo "Che fine ha fatto Baby Jane?", Aldrich sforna un altro thriller psicologico dai toni forti che ha molto in comune con il precedente: lo sceneggiatore (Lukas Heller), l'autore del romanzo dal quale è tratta la storia (Henry Farrell), l'interprete principale (la straordinaria Bette Davis; Joan Craword, a lei invisa, fu invece sostituita dopo pochi giorni di riprese dalla più "malleabile" Olivia de Havilland, che comunque è perfetta nella parte di un personaggio ambiguo come Miriam), alcuni comprimari (Victor Buono, che nel film precedente faceva il pianista e qui è il padre di Charlotte) e soprattutto i temi (faide familiari, incubi e follia), le atmosfere tese e gli spaventosi colpi di scena di una pellicola crudele, "a metà tra l'horror gotico e il melodramma granguignolesco". Uno degli spunti centrali è il forte complesso di padre della protagonista, che le impedisce di abbandonare la casa natale e di staccarsi dal trauma vissuto in gioventù, condizionandole di fatto l'intera esistenza. Il cast è arricchito da Joseph Cotten nei panni di Drew Bayliss, il subdolo medico di famiglia, e Agnes Moorehead in quelli di Velma, la cameriera impicciona. E ci sono anche Cecil Kellaway (il bonario agente delle assicurazioni di Londra che indaga pervicacemente sull'antico delitto) e Mary Astor (la vedova dell'amante di Charlotte). Indimenticabile la canzone-tormentone – intitolata come il film – che si sente ripetutamente nel corso della pellicola, e splendida la fotografia in bianco e nero, capace di accrescere l'angoscia e la suspence così come di rendere irreale e onirica la sequenza dell'allucinazione di Charlotte. Con sette nomination agli Oscar, il lungometraggio fece segnare un record per quanto riguardava il cinema horror (poi superato da "L'esorcista", con 10 nomination, nove anni più tardi).

18 novembre 2009

L'insaziabile (Antonia Bird, 1999)

L'insaziabile (Ravenous)
di Antonia Bird – USA 1999
con Guy Pearce, Robert Carlyle
***

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Trasferito in uno sperduto avamposto sulle montagne della Sierra Nevada per essersi comportato da codardo durante la guerra fra Messico e Stati Uniti (siamo nel 1846), il giovane capitano John Boyd si ritrova ad affrontare un misterioso individuo che attira in trappola tutti i soldati del fortino: l'uomo, che si rivela essere uno spietato cannibale, sembra inoltre capace di rigenerare le proprie ferite e nasconde un incredibile segreto. La lotta fra i due diventa uno scontro fra paranoia e intelligenza, istinto di sopravvivenza e residui di umanità, sullo sfondo di una natura selvaggia e ostile. "L'insaziabile" è un film curioso e ingiustamente sottovalutato, che fonde scenari western (seppure sui generis: non siamo nel deserto, ma nei territori del nord-ovest) con una trama horror e che affronta in maniera originale e sorprendente il tema del cannibalismo, mescolandolo con i miti indiani del Wendigo (una creatura che divora i propri nemici assorbendone così le forze e le energie vitali). La sceneggiatura, impreziosita da numerosi colpi di scena, dà vita a un antagonista che, se da un lato rimane un essere umano in tutto e per tutto (con un'intelligenza superiore e dotato di una forte capacità di adattamento alle circostanze), dall'altro presenta caratteristiche proprie dei vampiri (il nutrirsi di energie altrui per sopravvivere e addirittura per migliorare il proprio stato di salute) e degli zombie (il "contagio": chiunque provi a mangiare carne umana, ne diventa poi dipendente). L'ispirazione storica viene probabilmente dalla vicenda (accaduta realmente nel 1846) della carovana Donner, un gruppo di coloni che rimase bloccato dalla neve sulla Sierra Nevada e che per sopravvivere si risolse a divorare le carni dei compagni morti (l'episodio è anche alla base di una storia di Ken Parker, "La carovana Donovan"). La lavorazione della pellicola fu problematica: avrebbe dovuto dirigerla Milko Manchevski, ma il regista macedone venne licenziato dopo due settimane e sostituito dalla Bird, che a mio parere si è dimostrata all'altezza. Buono il cast: oltre ai due personaggi principali (con nota di merito soprattutto per il mefistofelico e sardonico Carlyle), ci sono anche Jeffrey Jones (il comandante del fortino), David Arquette e Jeremy Davies. I toni ironici e grotteschi stemperano solo parzialmente le atmosfere da thriller sanguigno e gore: non è certo un film per stomaci deboli. Interessante e suggestiva anche la colonna sonora di Michael Nyman e Damon Albarn. La storia avrebbe potuto benissimo essere ambientata ai giorni nostri, ma l'averla collocata temporalmente durante la conquista del West, oltre a fornire un collegamento con la vicenda dei Donner, la rende una metafora dello sviluppo degli stessi Stati Uniti, che hanno "divorato" i territori e le risorse altrui per sopravvivere ed espandersi.

15 novembre 2009

Opera Omnia


Cari amici, oggi nasce ufficialmente un nuovo blog da me curato, che avrà come argomento nientemeno che l'opera lirica.
No, non sono impazzito! Ho semplicemente deciso di dare sfogo in qualche modo a un'altra delle mie grandi passioni, sperando magari di riuscire a far avvicinare al mondo dell'opera chi finora se fosse tenuto lontano per un ingiustificato timore reverenziale o semplicemente per la mancanza di spunti o di occasioni di contatto. Oltre a recensioni varie, su "Opera Omnia" (bel titolo, eh?) pubblicherò infatti una serie di "guide all'ascolto" che analizzeranno celebri opere brano per brano – grazie anche ai video di YouTube – a beneficio dei neofiti.
Dateci un'occhiata, vi aspetto lì!

14 novembre 2009

Belli e dannati (Gus Van Sant, 1991)

Belli e dannati (My own private Idaho)
di Gus Van Sant – USA 1991
con River Phoenix, Keanu Reeves
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni, Eleonora e Ginevra.

Mike (Phoenix) e Scott (Reeves) sono due ragazzi di strada, che vendono il proprio corpo e vivono alla giornata. Il primo è narcolettico (dunque lo vediamo spesso dormire sulle strade o all'aperto), ossessionato dai ricordi d'infanzia e soprattutto da quelli della madre che lo ha abbandonato poco dopo la nascita; il secondo è il rampollo di un ricco e potente uomo politico (il sindaco di Portland) che ha scelto di rinunciare a un'esistenza agiata per vivere ai margini della società. Per aiutare l'amico a rintracciare la madre, Scott lo accompagna nel suo viaggio da Seattle all'Oregon, dall'Idaho ("lo stato delle patate") all'Italia. Le loro storie personali si intrecciano: se la ricerca di Mike fa da filo conduttore alla pellicola, la vicenda di Scott è invece ispirata – con tanto di dialoghi "aulici" ripresi pari pari dal dramma originale – all'Enrico IV di Shakespeare. William Richert è il Falstaff della situazione, l'anziano e gaudente "maestro di vita" adorato (e sbeffeggiato allo stesso tempo) dai ragazzi, che viene poi rinnegato da Scott una volta che questi ha ripreso il proprio posto nella società. Film folgorante, insolito, ricco di squarci surreali (le copertine delle riviste gay che si animano e parlano fra loro) o iperreali (i paesaggi, le case), con una bella fotografia dai colori vivaci e dipinti. Come dice Mereghetti, "Van Sant è singolarmente pudico nell'affrontare il tema della prostituzione maschile e dell'amore omosessuale". Il lungometraggio, infatti, non mira a suscitare scandalo ma semplicemente a rappresentare le inquietudini, le pulsioni, gli amori e la solidarietà di personaggi anarchici e "diversi". Manca forse un po' di compattezza e coerenza, con la sceneggiatura che alterna scene intense a sequenze meno riuscite e svolte narrative consapevoli ad altre che sembrano improvvisate: ma anche questo fa parte del suo DNA. Ottima comunque la regia, che rivela già tutte le capacità multiformi del talentuoso Van Sant (il film è così diverso dal precedente "Drugstore cowboy"!). Il titolo originale si riferisce probabilmente al desiderio di Mike di trovare un proprio posto nel mondo dove vivere felicemente: se possibile il luogo delle sue origini, che infatti sogna più volte nel corso del suo viaggio. Le comunità dei "ragazzi di vita" di Portland e di Roma – e qui il pensiero corre a Pasolini – sono incredibilmente simili. Forse si tratta dell'interpretazione più celebre di River Phoenix, che vinse la Coppa Volpi come miglior attore a Venezia due anni prima della sua tragica scomparsa. Nel cast anche Chiara Caselli (la ragazza italiana di cui si innamora Scott) e Udo Kier (l'ambiguo tedesco Hans).

13 novembre 2009

Lady Oscar (Jacques Demy, 1979)

Lady Oscar (id.)
di Jacques Demy – Francia/Giappone 1979
con Catriona MacColl, Barry Stokes
**

Visto in divx.

Oscar François de Jarjayes, allevata come un maschio dall'inflessibile genitore, è il comandante delle guardie della regina Maria Antonietta alla raffinata corte di Versailles alla fine del diciottesimo secolo. Combattuta fra la fedeltà alla sovrana e l'amore che prova segretamente per il conte Fersen (l'amante svedese della regina), chiede il trasferimento nelle guardie francesi: qui entrerà in contatto con il mondo esterno e con gli ideali della rivoluzione, rendendosi conto delle sofferenze del popolo e partecipando – a fianco dell'amico d'infanzia André, che l'ha sempre amata – alla presa della Bastiglia. Tratto dal manga "Versailles no bara" di Ryoko Ikeda, che ha ispirato anche la celebre serie a cartoni animati, questa coproduzione franco-nipponica (girata in inglese) è una pellicola su commissione e poco ispirata, opera di un Demy già in fase calante. Comunque non è del tutto disprezzabile, almeno per le buone scenografie, i costumi e la cura dei lati più "frivoli" e romantici della storia. Se la sceneggiatura presta infatti una certa attenzione alle vicende personali e sentimentali di Oscar (ritratta come un personaggio molto fragile e insicuro, che nasconde a fatica la propria femminilità dietro le apparenze mascoline; l'elemento dominante nella coppia Oscar-André, a differenza che nel manga, è senza dubbio il secondo), meno approfondite e decisamente più superficiali sono invece quelle storico-politiche (gli eventi della rivoluzione francese sono per lo più riassunti da una voce fuori campo). D'altronde da un autore come Demy, da sempre più interessato alle tribolazioni intime e sentimentali dei suoi personaggi che al contesto sociale in cui essi vivono, c'era anche da aspettarselo: se si fosse voluto un respiro più epico e tragico, bisognava cercare altrove. Il cambiamento di Oscar, con la sua decisione di schierarsi dalla parte del popolo, seppur ampiamente anticipato, è raccontato in maniera un po' sbrigativa. E personaggi come la regina, il re e Fersen non sono che macchiette che scompaiono presto dalla storia, abbandonati prima del finale senza che ne venga mostrato il destino. Parimenti, anche figure come Jeanne (l'ambiziosa lavandaia che diventa un'arrampicatrice sociale) e sua sorella Rosalie fanno poco più che una comparsa. Il film, comunque, bene o male resta a galla per merito del tocco leggero del regista. Il finale è sicuramente la parte più debole, anche perché irrisolto: dopo l'assalto alla Bastiglia, che si compie in pochi secondi, Oscar sopravvive (a differenza che nel manga) perché la conclusione originale sembrava troppo tragica agli sceneggiatori. L'attrice che interpreta la protagonista, l'inglese Catriona MacColl, era al suo debutto (ma fu criticata perché "non abbastanza androgina"), mentre Oscar da bambina è una undicenne Patsy Kensit. Fra le scene più curiose, quella in cui Maria Antonietta vorrebbe inscenare una rappresentazione del "Barbiere di Siviglia" di Beaumarchais; fra quelle più "scandalose", la sequenza in cui Oscar si mostra a seno nudo e quella in cui – con l'intenzione di allontanare un suo pretendente (che peraltro si rivela invece più che interessato alle perversioni... non per nulla afferma di leggere Sade) – bacia sulla bocca una dama a corte, esplicitando così il sottotesto lesbico del personaggio.

10 novembre 2009

L'ultima tentazione di Cristo (M. Scorsese, 1988)

L'ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ)
di Martin Scorsese – USA 1988
con Willem Dafoe, Harvey Keitel
***1/2

Visto in DVD, con Giovanni.

Mentre sta per morire sulla croce, dopo un'esistenza trascorsa dapprima nel tentativo di ignorare il richiamo di Dio (suscitando l'ira del suo amico d'infanzia Giuda, che lo voleva più attivo nella resistenza contro i romani) e poi a diffonderne la parola attraverso predicazioni e miracoli, Gesù viene sottoposto a un'ultima tentazione da parte di Satana: spacciandosi per un angelo custode, il diavolo gli rivela infatti che il suo sacrificio non è più necessario. Gesù può così scendere dal Golgota e vivere finalmente come ha sempre desiderato, ovvero come un uomo normale, senza doversi fare carico della salvezza dell'umanità: può sposarsi (con Maddalena), avere figli e raggiungere una serena vecchiaia. Tratto dal libro-scandalo di Nikos Kazantzakis (autore anche di "Zorba il greco"), è una delle opere più controverse e sottovalutate di Scorsese, circondato com'è da un'aura da "film maledetto" che, a ben vedere, non ha in realtà alcuna ragion d'essere. Il Cristo ritratto dal cattolicissimo regista italo-americano (e interpretato da uno straordinario Willem Dafoe) è forse – è vero – il più "umano" mai visto sullo schermo (ha desideri carnali, incertezze, dubbi e timori), ma proprio per questo il suo sacrificio finale (quando si rende conto di aver "tradito" la propria missione, supplica Dio di riportarlo sulla croce) finisce con l'avere ancora maggior valore. Dopo aver inserito nei suoi lavori precedenti tante figure cristologiche e aver abbondantemente affrontato temi come la colpa e la redenzione, con questo film Scorsese va direttamente "alle fonti" e si occupa dell'argomento senza più metafore o giri di parole. All'uscita della pellicola ci furono picchetti di integralisti cristiani fuori dalle sale cinematografiche(*), la Commissione Episcopale Italiana invitò i periodici cattolici a non recensirlo, e tuttora alcuni ottusi bigotti lo considerano un film blasfemo: ma viene il dubbio che chi lo critica non lo abbia nemmeno visto, o lo abbia fatto molto distrattamente. Molto interessante, in particolare, la lettura che la sceneggiatura di Paul Schrader fa della figura di Giuda (Harvey Keitel), che si rivela in realtà il discepolo più fedele e devoto a Gesù, e che accetta malvolentieri l'ingrato compito di tradirlo pur di servire un bene più grande. Curiosamente, a un certo punto è proprio Giuda ad accusare Cristo di essere un traditore. Altra ironia, all'inizio, sta nel fatto che proprio il falegname Gesù è colui che fabbrica le croci che i romani usano per i condannati a morte (e le trasporta sulle proprio spalle, per autopunirsi di questa collaborazione e per tentare di scacciare la voce di Dio). Notevole, infine, la scena in cui l'anziano Gesù incontra Paolo (Harry Dean Stanton) che sta predicando la sua nuova religione, quella che diventerà il cristianesimo e in cui il Cristo non si riconosce affatto. Ottimo il cast, dove brilla Barbara Hershey nella parte di una sensuale Maria Maddalena, mentre David Bowie è Ponzio Pilato. La confezione è superba sotto ogni aspetto: la regia ipnotica ed elegante, la fotografia dominata dal rosso e dai colori caldi, le scenografie bellissime e minimaliste (il film venne girato in Marocco), la musica "africana" di Peter Gabriel. L'unico grave difetto che mi sento di segnalare non è dovuto al film stesso ma dipende dai maledetti Monty Python: da quando ho visto "Brian di Nazareth" non riesco a evitare di sghignazzare (e ad immaginarmi uomini vestiti da donna che chiedono "un cartoccio di ghiaia per il ragazzo") durante scene come quella della lapidazione. Una curiosità: l'ultima inquadratura, con la pellicola che diventa bianca, è dovuta a un guasto della macchina da presa che provocò una sovraesposizione che Scorsese decise di lasciare nel film.

(*) In Italia il film venne anche denunciato per vilipendio alla religione: ma fu assolto dal tribunale di Venezia con questa magnifica sentenza, che è quasi meglio di ogni recensione cinematografica.

09 novembre 2009

Fra le tue braccia (E. Lubitsch, 1946)

Fra le tue braccia (Cluny Brown)
di Ernst Lubitsch – USA 1946
con Jennifer Jones, Charles Boyer
***

Visto in DVD.

Inghilterra, 1938. Alla giovane Cluny Brown è sempre stato insegnato che deve "saper stare al suo posto": già, ma qual è il suo posto? Nipote di uno stagnino, ingenua, allegra ed esuberante, ha un debole per i lavori di idraulica e sogna di viaggiare in luoghi lontani. Viene però assunta come cameriera a servizio in una grande casa di campagna e cerca in tutti i modi di adeguarsi al suo nuovo ruolo, a costo di accettare la corte del farmacista del villaggio e di rassegnarsi a una vita grigia e senza prospettive. A salvarla sarà l'eccentrico professor Belinski, spiantato esule boemo e aspirante scrittore di gialli, l'unico disposto ad assecondare le sue aspirazioni. Il penultimo film di Lubitsch, in realtà l'ultimo che il grande regista ha completato (morì infatti durante le riprese del successivo "La signora in ermellino", nel 1947), è una sarcastica commedia sul tema delle classi sociali. Belinski e Cluny Brown portano una ventata di freschezza e di ribellione in un mondo miope, conservatore e chiuso in sé stesso, dove le divisioni fra l'alta società e i servitori sono ormai irrigidite da regole immutate da secoli: gli ingessati padroni di casa e i domestici snob, infatti, sono talmente calati nelle proprie parti da non riuscire a comprenderne i limiti. Si tratta naturalmente di un mondo destinato a scomparire da lì a poco con lo scoppio della seconda guerra mondiale, continuamente evocato con una certa inquietudine che serpeggia nascosta per tutta la pellicola. Brillanti come sempre i dialoghi e ottime le caratterizzazioni dei personaggi, compresi quelli di contorno: dall'impettito Hilary Ames (Reginald Gardiner), l'organizzatore del party dove i due protagonisti si incontrano per la prima volta, al farmacista piccolo-borghese Wilson (Richard Haydn) con tanto di madre (Una O'Connor) che si esprime soltanto con colpi di tosse; dall'altezzosa baronessina Betty Cream (Helen Walker), il prototipo della ragazza che "se la tira", al suo spasimante Andrew (Peter Lawford), ossessionato dai venti di guerra e convinto a torto che Belinski sia un attivista antinazista e un perseguitato politico. Bravissimi i due interpreti principali e meraviglioso il finale, senza parole, ambientato a New York davanti alla vetrina di una libreria.

07 novembre 2009

Wanted (T. Bekmambetov, 2008)

Wanted - Scegli il tuo destino (Wanted)
di Timur Bekmambetov – USA 2008
con James McAvoy, Angelina Jolie
**

Visto in DVD, con Martin.

Sbarcato negli Stati Uniti dopo il successo della saga de "I guardiani della notte", il russo Bekmambetov si dedica a un adattamento (molto libero, a quanto pare) di una serie a fumetti di Mark Millar. Il protagonista Wesley (McAvoy), una vera nullità nella vita e nel lavoro, scopre che suo padre – che non ha mai conosciuto – apparteneva a una millenaria "confraternita" di assassini che governa segretamente i destini del mondo intero, e soprattutto di averne ereditato gli stupefacenti poteri, che gli consentono – fra le altre cose – di curvare i proiettili in volo. Dopo un faticoso addestramento a opera dell'affascinante Fox (Jolie), Wesley entra a far parte della setta, che si nasconde in uno stabilimento tessile dove riceve gli ordini sugli obiettivi da eliminare da un fantomatico "telaio del destino". Il ragazzo è così in grado di mettersi sulle tracce di colui che ha ucciso suo padre, un misterioso traditore che sta cercando di minare le basi stesse della confraternita: ma non tutto è come sembra... Lo stile grafico del regista russo si mette perfettamente al servizio di un blockbuster hollywoodiano, e ne risulta una pellicola fracassona, con scene d'azione quanto mai implausibili, da seguire "a cervello spento" ma comunque superiore alla media del genere. Numerosi i paralleli con "Matrix": non solo nello stile (ralenti, bullet time, inseguimenti ipercinetici, ecc.) ma anche nei contenuti (un normale impiegato che scopre l'esistenza di un mondo ben più vasto e parallelo al suo, governato da leggi metafisiche e nel quale è destinato ad eccellere come eroe d'azione). Il cast è completato da nomi come Morgan Freeman, Terence Stamp, Thomas Kretschmann e persino il Konstantin Khabenskiy dei precedenti film russi di Bekmambetov.

06 novembre 2009

Shaolin wooden men (Chen Chi-Hwa, 1976)

Shaolin wooden men (Shao Lin mu ren xiang, aka Shaolin chamber of death)
di Chen Chi-Hwa – Hong Kong 1976
con Jackie Chan, Kam Kong
**

Rivisto in VHS, in inglese.

Il giovane Jackie è un discepolo muto del tempio di Shaolin: vorrebbe apprendere le arti marziali per vendicare suo padre, alla cui morte – a opera di un guerriero mascherato – aveva assistito da bambino, ma è costretto invece a svolgere compiti umili e faticosi (come quello di trasportare pesanti secchi d'acqua lungo una scala dal fiume al monastero, indossando calzature di ferro!). Viene infine addestrato al kung fu, oltre che da una suora buddista, anche da un misterioso prigioniero che gli altri monaci hanno incatenato in una grotta sotterranea e del quale diventa un fedele seguace e allievo. Si dimostra così in grado di superare la più difficile prova del tempio, vale a dire sconfiggere i terribili automi di legno che danno il titolo alla pellicola. Ma poi scoprirà che il responsabile della morte del padre è proprio il suo nuovo maestro, in realtà a capo di una banda di malviventi. Probabilmente il miglior film di Jackie pre-1978 (ovvero prima della sua "esplosione" definitiva con i due lungometraggi diretti da Yuen Woo-Ping, "Snake in the eagle's shadow" e "Drunken master"), questo gongfupian ha diversi spunti interessanti, a partire dalla relazione di rispetto/odio fra il protagonista e il maestro. Se la sequenza dei pupazzi di legno non è in fondo nulla di speciale, decisamente apprezzabile è invece il combattimento finale, probabilmente coreografato dallo stesso Jackie (al quale il regista Chen Chi-Hwa concede maggior margine di improvvisazione di quanto non facesse Lo Wei, qui accreditato solo come supervisore). Curiosa la scelta di rendere muto il personaggio principale: forse c'erano ancora dubbi sulle capacità recitative del giovane attore.

05 novembre 2009

New fist of fury (Lo Wei, 1976)

Il ritorno di palma d'acciaio (Xin jing wu men, aka New fist of fury)
di Lo Wei – Hong Kong 1976
con Jackie Chan, Nora Miao
*1/2

Visto in VHS, in inglese.

Negli anni immediatamente successivi alla tragica morte di Bruce Lee, il cinema di Hong Kong – rimasto orfano di colui che per la prima volta lo aveva reso popolare in tutto il mondo – si lanciò alla disperata ricerca di qualcuno che potesse raccoglierne il testimone. Nacquero così centinaia di pellicole con sosia e imitatori che ne scimmiottavano lo stile, e spesso con titoli che non avevano altro scopo che quello di ingannare lo spettatore, facendogli credere che si trattasse di film inediti del grande Bruce. Ma ci fu anche chi, come Lo Wei (mediocre regista ma attivissimo produttore), provò effettivamente a battere nuove strade in cerca del "vero" erede di Bruce. Fu proprio Lo a dare una chance al giovane Jackie Chan – fino ad allora relegato in ruoli minori all'interno di pellicole tutt'altro che memorabili – e a renderlo per la prima volta(*) protagonista di un film, fra l'altro il primo vero sequel ufficiale del lungometraggio che aveva dato l'avvio alla fama imperitura di Bruce Lee, quel "Fist of fury" (da noi "Dalla Cina con furore") diretto dallo stesso Lo Wei nel 1972. La pellicola comincia infatti con alcuni personaggi del primo film (tra cui Le-er, la ragazza amata da Chen) che lasciano Shanghai dopo la morte dell'amico per trasferirsi a Taiwan e fondare lì una nuova scuola di arti marziali. Anche nell'isola, però, le forze d'occupazione giapponesi la fanno da padrone; e Okimura, uno spietato maestro nipponico (Chan Sing), intende portare tutte le scuole cinesi sotto il proprio controllo. La "testa calda" Jackie, inizialmente un semplice ladruncolo di strada, guiderà la ribellione contro gli oppressori, in maniera non dissimile da come aveva fatto il personaggio di Bruce Lee nel film precedente. Anche il finale è praticamente identico, il che rende la pellicola più un remake che un sequel. La qualità, però, non è il massimo, soprattutto a livello di sceneggiatura: per la maggior parte del film Jackie Chan sembra entrare e uscire in continuazione dalla storia, mentre il tema del patriottismo (l'unità dei cinesi contro le prepotenze dei giapponesi) è reso in maniera banale e stereotipata, e i personaggi sono poco approfonditi. Da sottolineare comunque le figure femminili, che brillano per la poca convenzionalità: oltre alla coraggiosa Le-er (interpretata ancora da Nora Miao, vero anello di congiunzione con "Dalla Cina con furore", che a un certo punto ripensa con nostalgia a Bruce Lee mentre sullo schermo scorrono alcuni fermo-immagine dei suoi film precedenti), c'è la madre del protagonista, che lavora come prostituta per gli ufficiali giapponesi (una sottotrama interessante ma poi non sfruttata a dovere), e soprattutto la figlia del "cattivo" (Cheng Siu-Siu), un'abile e crudele karateka che combatte alla pari contro gli uomini (e non solo contro Nora Miao, come ci si sarebbe aspettato). In ogni caso, il film rappresenta soprattutto un'occasione mancata: sin dalle prime scene in cui appare sullo schermo, è evidente come Jackie – se lasciato a sé stesso – tendesse già a muoversi in direzione di un kung fu comico e disordinato; eppure Lo Wei lo costringe a "irrigidirsi" nella speranza di farne un alter ego di Chen, con risultati poco soddisfacenti. Scegliendo Jackie Chan come potenziale erede di Bruce Lee, il regista aveva avuto l'intuizione giusta: ma l'ha sprecata, non comprendendo quali fossero le vere peculiarità del giovane attore, che dovette attendere ancora un paio d'anni prima di esplodere nel firmamento delle stelle del cinema d'azione.

(*) C'era già stato in realtà un ruolo di protagonista per Jackie: "Little Tiger of Canton", nel 1971. Ma il film non arrivò mai nelle sale cinematografiche, se non in una distribuzione limitata nel 1973, e venne infine rimontato per uscire nel 1979 con il titolo "Master with cracked fingers".

03 novembre 2009

Fuga da Los Angeles (J. Carpenter, 1996)

Fuga da Los Angeles (Escape from L.A.)
di John Carpenter – USA 1996
con Kurt Russell, Steve Buscemi
**1/2

Visto in DVD.

Dopo che un devastante terremoto ha separato la città di Los Angeles dal resto della California, il regime integralista instauratosi negli Stati Uniti ha trasformato la neonata "isola dei dannati" in una terra di nessuno, dove deportare gli indesiderati e tutti coloro che trasgrediscono le rigide leggi morali del paese. Ma Utopia, figlia ribelle del presidente americano (nel frattempo sull'orlo di una guerra mondiale contro i paesi oppressi del terzo mondo), ha portato laggiù un pericoloso dispositivo che consente di spegnere "a distanza", per mezzo di satelliti artificiali, ogni fonte di energia sulla Terra. L'inossidabile eroe anarchico "Iena" Plissken viene così incaricato di recuperare la preziosa arma, caduta nel frattempo nelle mani di Cuervo Jones, un guerrigliero sudamericano. Più che un sequel (è ambientato nel 2013), è quasi un remake – anzi, una copia 1:1, almeno all'inizio – del classico "1997: Fuga di New York", del quale riprende la maggior parte degli spunti e delle situazioni in un'operazione-nostalgia che oltre all'autocitazione sfiora il plagio. Ma è soprattutto un film autoironico, realizzato dichiaratamente per divertirsi e divertire: sarebbe un peccato mortale prenderlo sul serio o giudicarlo secondo canoni estranei al cinema carpenteriano, fumettistico e con le radici ancora ben salde negli anni '80. Come testimoniano il sottotesto politico e il finale nichilista, però, Carpenter pigia anche (e in maniera ben più radicale che nel prototipo) sul pedale della satira anti-imperialista, criticando la possibile deriva militare e teocratica degli Stati Uniti. Non che gli antagonisti rappresentino un'alternativa migliore: il "cattivo" è un improbabile clone di Che Guevara, mentre fra i comprimari spiccano i buffi personaggi interpretati da Steve Buscemi (il venditore di mappe delle abitazioni dei vip) e Bruce Campbell (il chirurgo folle). Nel cast ci sono anche Valeria Golino, Pam Grier, Peter Fonda e Cliff Robertson. L'ambientazione a Los Angeles consente al regista di presentare luoghi celebri (da Disneyland a Hollywood, passando per Beverly Hills) in versione devastata e apocalittica, e soprattutto di farsi beffe, come in un grottesco specchio deformante, delle ossessioni dei californiani (da quella per lo sport a quella per la bellezza, con la sequenza ambientata nella clinica di chirurgia estetica). Fra le scene clou, l'inseguimento a un'automobile a bordo di una tavola da surf e la sfida sul campo da basket (che si conclude, come l'incontro di lotta nel film precedente, con la folla – inizialmente ostile – che acclama il protagonista).

31 ottobre 2009

1997: Fuga da New York (J. Carpenter, 1981)

1997: Fuga da New York (Escape from New York)
di John Carpenter – USA 1981
con Kurt Russell, Lee Van Cleef
***1/2

Rivisto in DVD, con Monica, Marisa, Eleonora e Ginevra.

Tratto da una sceneggiatura scritta da Carpenter nel 1974, è uno dei film che hanno maggiormente segnato l’immaginario fantascientifico e le modalità del cinema d’azione/avventura degli anni ottanta, persino al di là dei suoi effettivi meriti. Sulle note del celeberrimo tema musicale composto dallo stesso Carpenter, vieniamo informati che l’aumento fuori controllo della criminalità(*) ha costretto gli Stati Uniti a trasformare l’intera isola di Manhattan in un’enorme prigione a cielo aperto, circondata da mura invalicabili e da ponti minati. Chi vi entra, non ne esce più: e al suo interno, i detenuti creano una propria società, governata da leggi e regole indipendenti. “Iena” Plissken (in originale “Snake”), ex eroe di guerra refrattario all’autorità e convertitosi in rapinatore di banche, viene convinto dal direttore del carcere Bob Hawk (un ritrovato Lee Van Cleef) a introdursi nella prigione per cercare di riportarne fuori il Presidente degli Stati Uniti (Donald Pleasence), il cui aereo è stato fatto precipitare a Manhattan da un gruppo di terroristi. Se ci riuscirà entro ventiquattr’ore, termine ultimo perché il Presidente possa partecipare a un fondamentale vertice con Cina e Unione Sovietica dal cui esito dipendono le sorti del mondo, “Iena” otterrà la grazia; in caso contrario, sarà ucciso dalle capsule di veleno che gli sono state iniettate nelle arterie. Gli ingredienti per un film teso e avvincente non mancano: una missione impossibile in un ambiente ostile e una corsa contro il tempo, comprimari e antagonisti indimenticabili (il tassista bonaccione interpretato da Ernest Borgnine; il subdolo “Mente”, nei cui panni c’è Harry Dean Stanton; la sua donna Maggie, la dura Adrienne Barbeau; il pittoresco “Duca” di New York, Isaac Hayes; e il suo inquietante braccio destro Romero, Frank Doubleday), scene e situazioni che da allora sono state imitate così tanto da sembrare ormai stereotipate (il combattimento sul ring fra i detenuti; la fuga sul ponte minato); tormentoni e gag sotterranee che riaffiorano di continuo (“Iena Plissken? Ti credevo morto!”); e una vena anarchica e sardonica che esplode nell’immancabile sberleffo finale (il nastro del presidente che viene sostituito). Ma il vero punto di forza della pellicola sta naturalmente nel personaggio protagonista, interpretato da un flemmatico Russell nel suo ruolo più celebre, capace di vivere di vita propria e le cui battute sono un fiorilegio di frasi a effetto (“Chiamami Iena”; “Presidente di che?”; “Fate un altro presidente”; “Nessuna umana pietà!”). Gran parte della pellicola, realizzata con un budget relativamente basso, è ambientata di notte, mentre gli effetti speciali sono ridotti al minimo e si limitano all’uso di un modellino della città di New York (il film è stato poi girato altrove, prevalentemente a Saint Louis) e ad alcune schermate di CGI vettoriale. Quindici anni dopo, Carpenter ne ha fatto un sequel/remake, “Fuga da Los Angeles”.

(*) “Nel 1988 l’indice di criminalità negli Stati Uniti raggiunge il quattrocento per cento”, recita il voice over in italiano, sbagliando completamente la traduzione (in originale era “rises”, “cresce” del 400%, ovviamente).

30 ottobre 2009

I guardiani del giorno (T. Bekmambetov, 2006)

I guardiani del giorno (Dnevnoy dozor)
di Timur Bekmambetov – Russia 2006
con Konstantin Khabensky, Mariya Poroshina
**1/2

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

È il seguito de "I guardiani della notte", tratto come il film precedente dal ciclo di romanzi urban fantasy di Sergei Lukyanenko (per la precisione, entrambe le pellicole sono ispirate al primo libro, nonostante questa prenda il titolo del secondo). Anton Gorodetsky, ormai guardiano della notte a tempo pieno, non ha ancora accettato il fatto che suo figlio Yegor, ritrovato dopo dodici anni, abbia scelto di passare dalla parte del male. I guerrieri della Luce e delle Tenebre continuano a fronteggiarsi per le strade di Mosca, vigilando gli uni sugli altri affinché la tregua millenaria venga rispettata. Quando alcuni seguaci dell'Oscurità vengono misteriosamente uccisi, la guardiana del giorno Alicia si mette a indagare e giunge alla conclusione che il colpevole sia proprio Anton. Si tratta in realtà di un complotto ordito dal malvagio Zavulon allo scopo di trovare un pretesto per rompere la tregua e scatenare la guerra finale fra le due fazioni. Nel frattempo Anton cerca di rintracciare il mitico "gessetto del destino", appartenuto al leggendario Tamerlano e in grado di cancellare gli errori del passato: intende usarlo per correggere le proprie scelte che hanno causato l'attuale conflitto con Yegor. Se le invenzioni visive di Bekmambetov sono persino più audaci che nel film precedente (sorrette da numerosi e ipercinetici effetti speciali) e la commistione tra fantastico e quotidianità è sempre affascinante, con uno strano mix di azione e burocrazia russa (per non parlare degli insoliti rapporti fra "buoni" e "cattivi", le cui differenze sono spesso molto sottili), la pellicola sconta un sovraccarico di stimoli che la rende forse, nel complesso, meno riuscita della precedente. Si esce dalla visione quasi frastornati per la densità di avvenimenti e il numero di personaggi (alcuni dei quali avrebbero meritato un maggiore o migliore approfondimento), e anche un po' delusi dal finale che – di fatto – cancella con un colpo di spugna tutto ciò che si è visto in questi primi due film, al punto che Bekmambetov sarà del tutto libero di girare il terzo capitolo (come si sussurra in giro) direttamente in inglese e negli Stati Uniti, senza un vero legame con i primi due. Anche stavolta molti spunti e poteri "bizzarri" sembrano usciti direttamente dalle pagine di "JoJo" (dal concetto di cancellare il tempo alle evoluzioni di Alicia con l'automobile), mentre gli occasionali tentativi di umorismo lasciano freddini.

29 ottobre 2009

Parnassus (Terry Gilliam, 2009)

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo
(The Imaginarium of Doctor Parnassus)
di Terry Gilliam – Gran Bretagna 2009
con Heath Ledger, Christopher Plummer
**1/2

Visto al cinema Orfeo, con Albertino e altra gente.

L'anziano Dottor Parnassus, che ha ricevuto l'immortalità dal diavolo e vi ha poi rinunciato per amore, si aggira nella Londra contemporanea imbastendo con una scalcinata troupe itinerante uno spettacolo da baraccone per convertire la gente al potere dell'immaginazione: attraverso lo specchio finto che si trova sul palco, infatti, si accede a mondi fantastici dove è possibile essere purificati dai propri vizi e dai propri difetti. Ma gli "affari" vanno male: e pur di salvare la propria figlia Valentina, che il mefistofelico Mr. Nick verrà a prendersi nel giorno del suo sedicesimo compleanno, Parnassus accetta di fare una nuova scommessa con il demonio. Ad aiutarlo interverrà un misterioso giovane, Tony, coinvolto in loschi traffici finanziari e (forse) sovrannaturali. Caotico, visionario, irreale, grottesco, confuso e sovraccarico, "The Imaginarium of Doctor Parnassus" (ma quanto è più bello e appropriato il titolo originale?) è indubbiamente un film con più difetti che pregi. Chi cerca una narrazione tradizionale, un minimo equilibrio fra storia e personaggi, uno sviluppo soddisfacente delle premesse, rimarrà deluso. Chi si accontenta invece della grandiosità visiva, di scenari surreali e onirici, del gusto retrò e ottocentesco tipico del regista, troverà pane per i suoi denti. Personalmente, conoscendo Gilliam e sapendo già cosa aspettarmi, sono riuscito a godermi abbastanza questo virtuosistico e immaginifico esercizio di stile, il cui tema ultimo può essere individuato nell'elogio della narrazione per immagini (Parnassus è un chiaro alter ego di Gilliam stesso). Non si tratta certamente di uno dei suoi lavori migliori, ma rispecchia al proprio interno quasi ogni altra cosa che l'autore ha fatto in passato, dalla fusione fra vita e teatro e dal personaggio che racconta storie e crea mondi de "Le avventure del barone di Münchhausen" all'anima perduta in cerca di identità e all'irruzione di antiche fantasie in un mondo moderno e contemporaneo de "La leggenda del re pescatore", dal gusto per l'animazione e per le invenzioni visive degli esordi (qui sorrette dalla computer grafica più che dai disegni e dai collage) fino alle scenette comiche e trasgressive – sì, ci sono persino quelle! – degli sketch con i Monty Python (il balletto dei poliziotti è uno dei momenti migliori del film). E anche dal lato extra-filmico la pellicola può essere vista come un paradigma dell'intera carriera del regista, funestata spesso da intoppi e impedimenti di lavorazione. La morte improvvisa di Heath Ledger, avvenuta durante le riprese e qui alla sua ultima apparizione sul grande schermo (aveva già vinto un Oscar postumo con "Il cavaliere oscuro"), ha costretto probabilmente Gilliam a modificare in parte la sceneggiatura (e la pellicola ne risente: la seconda metà è decisamente inferiore alla prima). Per poter completare il film, nel ruolo di Tony si sono succeduti anche Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell (quest'ultimo con il maggiore tempo sullo schermo, compreso tutto il finale), e non a caso la pellicola si chiude con la didascalia "Un film di Heath Ledger e amici". Il resto del cast, comunque, è all'altezza. Su tutti spiccano Tom Waits nei panni di Mr. Nick, diavolo con bombetta e sigaro, e la modella Lily Cole (con un corpo e un volto fuori dal comune, un po' alla Devon Aoki) in quelli di Valentina. Ma vanno ricordati anche Christopher Plummer (il dottor Parnassus), Andrew Garfield (il suo giovane assistente Anton) e Verne Troyer (lo gnomo Percy).

28 ottobre 2009

Io, Don Giovanni (Carlos Saura, 2009)

Io, Don Giovanni (id.)
di Carlos Saura – Italia/Spagna 2009
con Lorenzo Balducci, Emilia Verginelli
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Poeta, libertino, prete, massone, avventuriero, ebreo convertito, giramondo: Lorenzo Da Ponte ha avuto una vita movimentata e ricca di avvenimenti, e questa pellicola si sofferma soprattutto sugli anni da lui trascorsi a Vienna (dopo l'esilio da Venezia) e sulla celebre collaborazione con Wolfgang Amadeus Mozart, per il quale scrisse i libretti di tre opere fra cui appunto il "Don Giovanni", di cui il film è una sorta di making of. Il lungometraggio racconta infatti la nascita e la lavorazione dell'opera, immaginando che Da Ponte abbia scritto il libretto su suggerimento e istigazione nientemeno che del suo mentore Giacomo Casanova. Il personaggio universale di Don Giovanni è visto dunque come un alter ego di Casanova ma anche e soprattutto dello stesso Da Ponte, che ne segue le medesime orme fino a quando non si innamora di Annetta, giovane allieva del musicista salisburghese. La ragazza diventa presto la sua musa e fonte di ispirazione, al punto che (forse in maniera un po' semplicistica) numerosi eventi e situazioni della sua vita reale si ritrovano poi tradotti e trasfigurati nelle scene dell'opera lirica. Durante la visione del film, soprattutto quando sullo schermo c'è Mozart, è difficile non correre con la mente all'"Amadeus" di Milos Forman: non tanto per una somiglianza stilistica fra le due pellicole, che hanno toni e intenzioni ben diverse (quella di Saura è più leggera e teatrale, grazie anche a una messa in scena più attenta alle suggestioni estetiche che alla ricostruzione d'epoca, come testimoniano le scenografie e i fondali dipinti che ricordano "La nobildonna e il duca" di Eric Rohmer o la fotografia onirica ed elegante di Vittorio Storaro; e anche il carattere di alcuni personaggi è differente: Salieri, per esempio, è probabilmente ritratto qui con maggiore fedeltà storica, senza il substrato di malvagità e di gelosia che caratterizzava l'interpretazione di F. Murray Abraham), quanto perché sembra quasi che i due film siano complementari e si integrino a vicenda, come se le scene girate da Saura si svolgessero dietro le quinte di quelle di Forman (dove in effetti il personaggio di Da Ponte brillava per la sua assenza), inframmezzandole e dandone una lettura alternativa che sposta l'attenzione – e il "peso" della creazione artistica – dal solo musicista alla coppia compositore-librettista, di cui è ben descritto il rapporto professionale che evolve rapidamente in amicizia. A rafforzare la pellicola e una sceneggiatura un po' esile (e che riesce a catturare solo in parte la grandezza del lavoro mozartiano) non mancano, naturalmente, ampi estratti dall'opera: in particolare sono rappresentati quasi per intero l'incipit, l'aria del catalogo di Leporello, quella di Donna Elvira Mi tradì quell'alma ingrata, il duetto Là ci darem la mano, e naturalmente il finale con la statua del Commendatore che trascina Don Giovanni fra le fiamme dell'inferno. A fare da filo conduttore all'amore fra Lorenzo e Annetta è invece la canzone Voi che sapete, da "Le nozze di Figaro". Buono il cast, quasi tutto italiano: Lorenzo Balducci è Da Ponte, l'esordiente Emilia Verginelli è Annetta, Lino Guanciale è Mozart, Tobias Moretti è Casanova, Ennio Fantastichini è Salieri. Volti in gran parte giovani, quasi "mocciani", in grado di alleggerire la materia e rinnovarne la vitalità. Fra i momenti più curiosi e divertenti, il primo incontro fra Da Ponte e Mozart, con il compositore che suona la "Toccata e Fuga" di Bach su un organo in chiesa, e i continui battibecchi fra le due prime donne Cavalieri e Ferrarese (Cristina Giannelli e Ketevan Kemoklidze).

27 ottobre 2009

Storia dell'ultimo crisantemo (K. Mizoguchi, 1939)

Storia dell'ultimo crisantemo (Zangiku monogatari)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1939
con Shotaro Hanayagi, Kakuko Mori
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli in inglese.

Tokyo, fine diciannovesimo secolo: Kikunosuke, giovane attore del teatro kabuki e figlio adottivo del grande Kikugoro V, è destinato a prenderne il posto sulle scene come successore designato. Ma la sua recitazione è mediocre e la sua tecnica è carente, anche se nessuno fra i ruffiani e gli adulatori che lo circondano osa dirglielo in faccia. L'unica che ha il coraggio di parlargli con sincerità è la giovane domestica Otoku: e Kikunosuke le è grato al punto di innamorarsi di lei, nonostante l'ostilità della famiglia. Decide così di abbandonare la compagnia per fare esperienza da solo e affinare la propria arte in teatri minori e spettacoli di provincia. Negli anni successivi attraverserà stenti e difficoltà, anche come membro di una troupe intinerante, sempre sostenuto e incoraggiato da Otoku che lo segue fedelmente in ogni spostamento. I due sono costretti a vivere in povertà, ma la ragazza – ormai convinta che il giovane sia finalmente diventato degno del nome che porta – convince il padre a offrirgli una nuova possibilità e a riprenderlo con sé. Kikugoro accetta a due condizioni: Kikunosuke dovrà dimostrare di essere ormai un grande attore e Otoku dovrà abbandonarlo per sempre. Una recita trionfale testimonia che il ragazzo è ormai maturato: ma quando Kikunosuke si appresta a fare ritorno a casa in compagnia di Otoku, scopre che la donna – che nel frattempo si è gravemente ammalata – non partirà con lui. Nel tragico finale, Otoku morirà proprio mentre Kikunosuke viene portato in trionfo in una parata sulle barche a Osaka, poco dopo che i due si sono rincontrati per l'ultima volta.

Straordinario affresco sul mondo del teatro tradizionale nell'epoca Meiji, dominato dalle grandi dinastie di attori che si tramandano ruoli e nomi di padre in figlio. Costretto dalla censura e dal mutato clima politico in Giappone ad abbandonare la rappresentazione della realtà contemporanea per rivolgersi al passato, Mizoguchi sceglie di dedicarsi ai film sulle vite di artisti, un sottogenere particolarmente popolare in patria, ma resta comunque fedele ai temi che più gli stanno cari (Otoku è la tipica eroina mizoguchiana che si sacrifica per il successo dell'uomo che ama), pur introducendone altri (la dedizione all'arte, al cui confronto ogni altra cosa passa in secondo piano). Con "Zangiku monogatari" realizza forse il suo film più bello fra tutti quelli dell'anteguerra, compatto e corente in ogni sua parte, sia narrativamente sia stilisticamente, nonostante la lunghezza (quasi due ore e mezza). La messa in scena è dinamica e intensa, mentre i lunghi piani sequenza e il montaggio alternato di scene parallele sostengono magistralmente l'emotività di alcuni momenti (come nello splendido finale). Il "crisantemo" del titolo si riferisce allo stemma della famiglia cui appartiene il protagonista Kikunosuke, interpretato da Shotaro Hayanagi, uno onnagata (cioè specializzato in ruoli femminili) che aveva già vestito i panni del personaggio in un popolare adattamento teatrale del romanzo dal quale è tratta anche la pellicola di Mizoguchi (e dal quale vennero realizzati, successivamente, altri due film: nel 1956 e nel 1963).

26 ottobre 2009

I dannati dell'oceano (J. von Sternberg, 1928)

I dannati dell'oceano (The docks of New York)
di Josef von Sternberg – USA 1928
con George Bancroft, Betty Compson
***1/2

Visto in divx, con cartelli in inglese.

Il rude fuochista Bill Roberts, la cui nave è appena giunta nel porto di New York, ha solo una notte da trascorrere a terra prima di imbarcarsi nuovamente. Dopo aver salvato una donna che aveva tentato il suicidio buttandosi in acqua dalla banchina, prova a confortarla e si offre addirittura di sposarla seduta stante. Il matrimonio, celebrato in maniera improvvisata e quasi per gioco all’interno di un’affollata bettola dei bassifondi, frequentata da marinai e prostitute, rappresenta per la ragazza – un’anima persa in cerca di redenzione – l’opportunità per cominciare una nuova vita; ma Bill ha tutte le intenzioni di abbandonarla il mattino seguente per riprendere il suo lavoro sul mare. Non appena partito, però, cambia idea e si tuffa in acqua per tornare da lei...
Nonostante la semplicità della trama, che si svolge nel giro di poche ore, il film è stilisticamente uno dei migliori di Sternberg, nonché una pietra miliare del cinema muto drammatico. Le scenografie, la fotografia e la regia sono ad altissimi livelli: sorprendono, in particolare, il dinamismo delle scene di massa nel locale (fra balli e risse) e l’utilizzo della profondità di campo, per non parlare del grande realismo dell’ambientazione e della messa in scena che sembra anticipare Renoir o Welles (e anche il Carné del “Porto delle nebbie” gli deve parecchio). Molti critici hanno sottolineato la complementarietà dei due protagonisti: lui proviene dal fuoco (le caldaie), lei dall’acqua (il tentato suicidio); lui è un duro concentrato di mascolinità, lei appare fragile ed estremamente femminile; lui ha un passato ricco e variopinto (i tatuaggi testimoniano di molte storie sentimentali e di numerosi viaggi da un porto all’altro), lei ne è quasi priva (per quasi l’intera pellicola non sappiamo nemmeno il suo nome, Mae), anche se entrambi sono senza radici e incapaci di immaginarsi un futuro stabile (“Chi mai sposerebbe uno/una come me?”, si chiedono reciprocamente). Completano il tutto frasi e dialoghi memorabili (“Ti concederò una chance, faccio sempre in tempo a fare un altro buco nell'acqua”; “Non ho mai perso una nave in vita mia”) e scene commoventi (come quella in cui Mae, che deve ricucire la tasca della camicia di Bill, non riesce a infilare il filo nell’ago per colpa delle lacrime che le bagnano gli occhi). Anche i personaggi minori, come il parroco che accetta di sposarli senza licenza o la moglie fedifraga del capo dei fuochisti (interpretata dall’ottima Olga Baclanova), sono estremamente vivi e danno il loro contributo alla riuscita di un sublime affresco melodrammatico.

24 ottobre 2009

Wilde (Brian Gilbert, 1997)

Wilde (id.)
di Brian Gilbert – GB 1997
con Stephen Fry, Jude Law
**1/2

Rivisto in DVD con Marisa e altra gente.

Raffinato biopic sulla vita di Oscar Wilde che, più che sulle sue opere, si sofferma sul personaggio (una vera e propria celebrità dell'epoca, non solo per i suoi lavori letterari ma anche per i modi da dandy e gli eccentrici giudizi sulla società contemporanea: di lui si disse che faceva della conversazione un'arte) e in particolare sulla sua relazione tumultuosa con il giovane Lord Alfred Douglas, detto Bosey (un ambiguo e affascinante Jude Law). Se vengono comunque citati "Il ritratto di Dorian Gray", "Il ventaglio di Lady Windermere", "L'importanza di chiamarsi Ernesto", "Salomè" e il "De profundis", per non parlare dei numerosi aforismi e delle battute paradossali provenienti da questo o quel testo, il filo conduttore della pellicola è rappresentato dalla fiaba del "gigante egoista", una metafora contro l'ipocrisia e il perbenismo di chi vorrebbe imporre regole agli altri e impedire loro di godersi i piaceri della vita. Il tono del film, che segue Wilde dagli anni del suo matrimonio e della scoperta della propria omosessualità fino al processo per "indecenza" e alla successiva condanna a due anni di lavori forzati (scontati i quali abbandonerà per sempre la Gran Bretagna), è vivace e quasi agiografico, e lo scrittore ne esce glorificato per la coerenza dei propri comportamenti e la purezza dei sentimenti. La sceneggiatura è classica e letteraria, la regia si mette completamente al suo servizio e la ricostruzione storica è esemplare, ma il vero punto di forza sono gli interpreti (Vanessa Redgrave è la madre, Jennifer Ehle è la moglie Constance, Michael Sheen è l'amico Robbie) e in particolare il fenomenale Stephen Fry, che a Wilde somiglia anche fisicamente in modo impressionante. Da segnalare una breve apparizione (pochi secondi in tutto) di Orlando Bloom, la prima della sua carriera cinematografica, nel ruolo di un giovane postiglione.

23 ottobre 2009

Killing me softly (Chen Kaige, 2002)

Killing me softly - Uccidimi dolcemente (Killing me softly)
di Chen Kaige – USA/GB 2002
con Heather Graham, Joseph Fiennes
*1/2

Visto in divx.

L'americana Alice, che vive a Londra con il suo ragazzo, conosce per caso un affascinante sconosciuto (l'alpinista e scalatore Adam Tallis) e si lascia trascinare da lui in una relazione passionale estrema ed esagerata. Nel giro di pochi giorni, ignorando alcune lettere anonime che la mettono in guardia, lo sposa. Ma ben presto inizia a scoprire i lati più oscuri del suo carattere e a sospettare che in passato abbia ucciso altre sue compagne. Al suo primo film in occidente, il regista di "Addio mia concubina" si impantana in un debole thriller psicologico (a metà strada fra "Rebecca" di Hitchcock e la fiaba di Barbablù), goffo e artificioso, che non sembra proprio essere nelle sue corde e che c'entra anche poco con la sua precedente filmografia. C'è da dire, però, che più che la regia e la confezione (forse troppo patinata) sono la sceneggiatura e gli interpreti a lasciare i maggiori dubbi. La tensione è sostenuta soprattutto dalla colonna sonora, gli sviluppi e il finale sono ampiamente prevedibili, Fiennes non cambia mai espressione in tutta la pellicola e la povera Graham fa quello che può per attirarsi le simpatie e stimolare la partecipazione del pubblico, sottoponendosi anche a torride scene di sesso con venature sadomasochistiche. Natascha McElhone è l'ambigua sorella di Adam.

21 ottobre 2009

Il fiume (Tsai Ming-Liang, 1997)

Il fiume (He liu)
di Tsai Ming-Liang – Taiwan 1997
con Lee Kang-Sheng, Miao Tien
**1/2

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli.

Hsiao-Kang e i suoi genitori vivono sotto lo stesso tetto, ma si parlano a malapena e conducono esistenze separate: la madre lavora fuori casa e ha un amante che traffica in video porno; il padre si preoccupa soprattutto per una costante infiltrazione d'acqua dal soffitto e nel frattempo si dedica a incontri gay clandestini negli alberghi; il figlio comincia a soffrire di un misterioso e incessante dolore al collo (forse dovuto all'immersione in un fiume inquinato, alla quale si era sottoposto per fare la comparsa – nel ruolo di un cadavere che galleggia! – in un film che viene girato a Taipei dalla regista Ann Hui) e a nulla serve l'intervento di massaggiatori e chiropratici vari. Il padre conduce infine Hsiao-Kang fuori città per farlo visitare da uno spiritista: in serata, genitore e figlio avranno un rapporto omosessuale, senza riconoscersi, nel buio di una sauna. Un film alienante e disturbante, che presenta – in maniera quasi lancinante – emozioni anestetizzate e pulsioni incomunicabili. Anche se probabilmente è la pellicola di Tsai che mi è piaciuta di meno, non si può non apprezzare come sempre il suo tentativo di fare un cinema anti-hollywoodiano, con ritmi lenti e dilatati, un profondo studio dei personaggi, una grande cura nelle inquadrature, una sceneggiatura scarna ed essenziale che punta – più che sui dialoghi, quasi inesistenti – su silenzi, gesti, sguardi. Senza contare l'utilizzo di quelli che per altri registi sarebbero "tempi morti", da eliminare immediatamente, e che Tsai invece mette sempre al centro delle sue pellicole. L'ottimo Miao Tien interpretava il padre di Hsiao-Kang anche nel precedente "Rebels of the neon god", con il quale questo film ha diversi punti di contatto, tanto che potrebbe benissimo costituirne il sequel. Ann Hui recita nella parte di sé stessa. Curiosamente, nella prima scena del film l'attore Lee Kang-Sheng viene chiamato con il suo vero nome: me ne sfugge il motivo.

18 ottobre 2009

Up (Pete Docter, 2009)

Up (id.)
di Pete Docter [e Bob Peterson] – USA 2009
animazione al computer
***

Visto al cinema Uci Bicocca, con Albertino e altra gente.

Ancora un ottimo film della Pixar (parlare di capolavoro ogni volta comincia a sembrarmi ridondante), particolarmente gradevole per la simpatia dei personaggi e la visionarietà di molte scene: la sospensione dell'incredulità è più che mai necessaria per godersi la pellicola fino in fondo. L'incipit, meravigliosamente commovente e con lunghe sequenze mute (come in "Wall-E", gli sceneggiatori della casa di John Lasseter dimostrano che – se lo volessero – potrebbero benissimo fare a meno delle parole per tutto un film), concentra in pochi minuti l'intera vita del protagonista, Carl Fredricksen, da bambino ingenuo e appassionato di avventura a vecchietto solo e burbero – dopo la scomparsa della moglie Ellie – che vive in una fatiscente dimora circondata dai minacciosi grattacieli. È a questo punto che prende la decisione di trasferirsi in Sudamerica, presso le leggendarie e misteriose Cascate Paradiso, per adempire a una promessa che aveva fatto a Ellie e realizzare il sogno di tutta una vita: e lo fa nella maniera più incredibile e spettacolare, lasciando sollevare la propria dimora da migliaia di palloncini colorati. Nel suo viaggio lo seguirà – suo malgrado – Russell, un piccolo boyscout grassottello e dai tratti asiatici: e una volta giunti alla meta, in una vallata sperduta, ai due si uniranno anche Kevin, invadente "struzzo in technicolor" (in realtà un raro volatile preistorico), e Dug, affettuoso cane che qualcuno, per mezzo della tecnologia, ha dotato di parola... Se la sequenza della casa che vola tra i grattacieli, trascinata dai palloncini colorati, è magicamente visionaria ed evoca Miyazaki ("Il castello errante di Howl") e Gilliam ("Il senso della vita"), anche il resto del film – pur "volando" più basso – continua a sorprendere lo spettatore con incontri bizzarri, sano divertimento, sense of wonder, mirabili sequenze d'azione (gli inseguimenti sono dinamicissimi) e implausibili duelli fra vecchietti (protagonisti di acrobazie aeree alla Indiana Jones). Intrattenimento di alta qualità, sia pure con qualche sviluppo prevedibile, e senza bisogno di appesantire la storia con il solito contorno di citazioni e strizzatine d'occhio che ormai soffocano le produzioni di altre major dell'animazione. L'ispirazione miyazakiana ritorna anche nelle scene con il dirigibile (che ricordano "Laputa"), mentre l'elogio dell'amicizia si riconferma il tema principale delle pellicole Pixar (è così sin dai tempi del primo "Toy Story"), affiancato qui dall'importanza di mantenere la parola data.

Nota: Sono volutamente andato a vederlo in un cinema che lo proiettava in due dimensioni, per evitare che gli effetti 3D (che non amo) mi distraessero dalla storia e dai personaggi. Le uniche scene in cui ho avuto l'impressione che la tridimensionalità potesse davvero aggiungere qualcosa sono quelle in cui i protagonisti vengono inseguiti dai cani sui dirupi presso la cascata.

17 ottobre 2009

Lola Montès (Max Ophüls, 1955)

Lola Montès (id.)
di Max Ophüls – Francia/Germania 1955
con Martine Carol, Peter Ustinov
**1/2

Visto in DVD.

Ispirato alla vita di un personaggio ottocentesco realmente esistito (la contessa, cortigiana e ballerina Lola Montez), l'ultimo film di Ophüls – nonché il suo unico film a colori – è un melodramma a tinte vivaci che racconta le turbolente vicende e i numerosi amori della protagonista (fra i quali il compositore Franz Liszt e il sovrano Ludwig I di Baviera) filtrandoli attraverso un'insolita cornice: uno spettacolo circense. Dopo aver viaggiato per tutta l'Europa, suscitando scandali e accumulando amanti fra gli artisti, i politici, i militari, i principi e i sovrani dell'epoca, alla fine – sola e malata – Lola diventa infatti l'attrazione di un circo americano che mette in scena la storia della sua vita per mezzo di pantomime, quadri viventi e spettacoli di equilibrismo, mostrandola come un fenomeno da baraccone a un pubblico che può guardarla da vicino per "la modica cifra di un dollaro". Sontuose la regia, la fotografia e la scenografia (è un film che si dovrebbe vedere assolutamente sul grande schermo e se possibile nella versione restaurata, non in quella funestata dai tagli dell'epoca): le parti ambientate sotto il tendone del circo, in particolare, brillano per raffinatezza e crudeltà anche più dei flashback che mostrano direttamente sullo schermo i ricordi di Lola. Nel cast, oltre a Ustinov nei panni dell'impresario, spiccano Anton Walbrook (che interpreta il re di Baviera) e Oskar Werner (un giovane studente di Monaco). Alla protagonista Carol, invece, manca forse un po' di carisma.

15 ottobre 2009

Motel Woodstock (Ang Lee, 2009)

Motel Woodstock (Taking Woodstock)
di Ang Lee – USA 2009
con Demetri Martin, Imelda Staunton
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Per festeggiare il quarantesimo anniversario della celebre "tre giorni di pace e musica" del 1969, Ang Lee ha realizzato una pellicola nella quale il famoso concerto rimane sempre sullo sfondo (si ode la musica e si vede il palco solo da lontano), preferendo concentrarsi dapprima sui preparativi e sull'organizzazione dell'evento, e poi sull'atmosfera di "controcultura" che gli gravitava intorno. Il protagonista è il giovane Elliot Tiber, che per salvare dal pignoramento lo scalcinato motel gestito dagli anziani genitori offre la disponibilità della propria cittadina rurale a ospitare il gigantesco festival musicale, già rifiutato da altri paesi della zona. L'invasione di pacifisti e capelloni mette a soqquadro la regione, cambiando l'esistenza dei suoi abitanti – molti dei quali ostili all'happening – ma soprattutto quella dello stesso Elliot, che finalmente riesce a fare i conti con la propria omosessualità e a chiarire il difficile rapporto con i genitori (due temi cari al regista taiwanese sin dai tempi de "Il banchetto di nozze"). A parte la cura con cui vengono descritte le vicende familiari di Elliot (il film è tratto da un libro scritto dal "vero" Tiber), la pellicola fatica però a decollare e a emozionare fino in fondo: soprattutto la seconda parte – quella in cui l'obiettivo di Ang Lee (che torna a usare lo split screen già sperimentato in "Hulk") si aggira in mezzo all'orda dei giovani hippie giunti in massa per il concerto, fra trip lisergici e danze nel fango, estemporanee rappresentazioni teatrali ed euforistiche manifestazioni di pace – punta su un eccessivo accumulo di elementi esteriori e "folcloristici" (va anche detto che solo negli anni successivi si cominciò a comprendere il significato e la vera portata dell'evento) e sceglie di ignorare sia il contesto storico-politico di quegli anni (a parte gli immancabili accenni al Vietnam e squarci di storia – come la conquista della Luna – che fanno capolino da un televisore in bianco e nero) sia l'impatto che Woodstock ebbe sull'intera società americana. E alla fine si resta con l'impressione di aver solo sfiorato la superficie dell'evento, proprio come lo stesso Elliot non riesce ad avvicinarsi al palco o ad assistere al tanto celebrato concerto. Fra i variopinti personaggi che popolano la pellicola, sono da ricordare soprattutto Emile Hirsch nei panni di uno sciroccato (e stereotipato) reduce dal Vietnam e Liev Schreiber in quelli della drag queen Vilma, guardia del corpo e confidente di Elliot. Ottima la Staunton, la burbera madre del protagonista: ma è bravo anche Henry Goodman nei panni del padre.

14 ottobre 2009

Slok (John Landis, 1973)

Slok (Schlock)
di John Landis – USA 1973
con Saul Kahan, Eliza Roberts
*1/2

Visto in DVD.

Un misterioso assassino semina il panico in una cittadina della California. La polizia, guidata da un capitano inetto, si dimostra incapace di arrestare le azioni del "killer mangiabanane", come viene soprannominato dai media per la presenza di bucce di banana sui luoghi dei delitti. Si tratta in realtà di uno scimmione preistorico, appena risvegliatosi dall'ibernazione e poco a suo agio nel mondo moderno: si innamorerà di una ragazza appena guarita dalla cecità e farà la fine di King Kong (citato esplicitamente). Il primo film di Landis, girato in un paio di settimane quando il regista aveva appena 21 anni, è una sgangherata parodia dei b-movie horror realizzata con vena anarchica e demenziale. Ma l'umorismo funziona solo a tratti, e il low budget si vede tutto. La scena migliore è quella in cui lo scimmione si reca in un cinema dove proiettano "Blob": sullo schermo scorrono le immagini della sequenza ambientata a sua volta in una sala cinematografica, e così ci si trova di fronte a un film nel film nel film: meta-meta-cinema! Fra le citazioni, anche "2001: Odissea nello spazio" (con tanto di Richard Strauss). Il mostro, che secondo il bizzarro scienziato Clara Sliwowitz è uno "Schlockthropus", è interpretato dallo stesso Landis in un costume ideato da Rick Baker.

13 ottobre 2009

Ricky (François Ozon, 2009)

Ricky - Una storia d'amore e libertà (Ricky)
di François Ozon – Francia 2009
con Alexandra Lamy, Sergi López
***

Visto al cinema Eliseo.

Comincia come un film dei Dardenne, intimista e realistico, che narra di problemi familiari in una cornice proletaria. Ma poi il sempre imprevedibile Ozon, con magnifica leggerezza, ci infila un elemento fantastico (preannunciato da numerosi segnali) e spariglia le carte in tavola, passando arditamente – ma in maniera quasi invisibile – dal registro quotidiano a quello favolistico e trasformando la pellicola in un'ovvia ma deliziosa metafora sull'amore, la libertà e la felicità.
A una coppia che sta cercando faticosamente di costruirsi una vita insieme (lei madre single con una figlia di sette anni, lui immigrato spagnolo, entrambi operai in una fabbrica di prodotti chimici) nasce un figlio al quale spuntano misteriosamente un paio di ali... Tenendosi solo apparentemente lontano dal suo mondo di ambiguità e crudeltà, Ozon evita di lasciarsi prendere la mano dal sensazionalismo o dalla tentazione di andare sul trascendente (Ricky potrebbe benissimo essere un angelo, o magari un mutante come gli X-Men!) e mostra come i protagonisti, in contrapposizione alla frenetica curiosità e invadenza dei mass media, accettino l'incredibile condizione del bambino con amore e semplicità. Ricky entra ed esce dalle loro vita cambiandone il corso e facilitando l'amalgama familiare: con la sua fuga, in effetti, apre anche la gabbia in cui erano rinchiusi tutti gli altri. E il messaggio finale è chiaro: se si ama qualcuno, bisogna anche saperlo lasciare andar via. Da apprezzare come quello che in mano a un altro regista (italiano, magari) sarebbe potuto diventare un film zuccheroso o retorico si tenga invece lontano dal pistolotto morale sulla diversità o sulla normalità. Ottimi gli attori (López era già apparso ne "Il labirinto del fauno"), davvero splendidi i due bambini.

The killer meteors (Lo Wei, 1976)

The killer meteors (Feng yu shuang liu xin)
di Lo Wei – Hong Kong 1976
con Jimmy Wang Yu, Jackie Chan
*1/2

Rivisto in VHS, in inglese.

Il prode Killer Meteor (Wang Yu), chiamato così per via della sua misteriosa arma (che sguaina soltanto quando deve uccidere qualcuno), è talmente temuto dai criminali locali che questi gli offrono tributi perché egli permetta loro di vivere per un altro anno, purché promettano di non compiere misfatti. Quando viene incaricato da un ricco e potente signorotto (Jackie Chan) di recuperare un antidoto al veleno che la sua stessa moglie, Lady Tempest, gli sta propinando segretamente da mesi, scoprirà un intrigo che non risparmierà colpi di scena fino alla fine. Ma il film è un discreto pasticcio, con nuovi e variopinti personaggi che saltano fuori ogni cinque minuti (fingendo di essere quello che non sono o ritornando dalla morte) e combattimenti scarsi sia per quantità che per qualità. Jackie, nei panni del cattivo, compare sullo schermo per pochi minuti e praticamente senza mai esibirsi nei numeri di arti marziali che lo avrebbero reso famoso negli anni successivi.

12 ottobre 2009

Lo scrigno delle sette perle (aavv, 1948)

Lo scrigno delle sette perle (Melody Time)
di Jack Kinney, Clyde Geronimi, Ham Luske, Wilfred Jackson – USA 1948
animazione tradizionale
**

Visto in DVD, con Elena, Alberto e Marisa.

I sei lungometraggi disneyani usciti tra il 1942 ("Saludos Amigos") e il 1949 ("Le avventure di Ichabod e Mr. Toad"), pur essendo inseriti regolarmente nella lista ufficiale dei "classici" della casa di Burbank, in realtà non sono altro che antologie di spezzoni indipendenti, legati tra loro da una cornice più o meno pretestuosa. Anche questo "Melody Time" non sfugge alla regola e presenta – come suggerisce il titolo italiano – sette brevi episodi che avrebbero potuto benissimo far parte della serie di cortometraggi musicali "Silly Symphonies", se questa non fosse stata conclusa nel 1939. Visto il ruolo importante svolto dalla colonna sonora (che domina in almeno sei episodi su sette), il film è stato descritto da alcuni critici come una versione di "Fantasia" con brani contemporanei anziché musica classica. I segmenti in cui è divisa la pellicola vogliono rendere omaggio al continente americano, a volte per il tema trattato e a volte per gli interpreti e gli artisti coinvolti, molti dei quali erano piuttosto noti all'epoca (mentre oggi sono quasi dimenticati).

1. Once upon a wintertime ("C'era una volta"): sulle note di una canzone di Frances Langford, seguiamo due innamorati che vanno a pattinare sul lago gelato. Il ghiaccio si rompe, ma la ragazza viene salvata grazie anche all'intervento degli animaletti della foresta.
2. Bumble Boogie ("Il boogie del calabrone"): l'orchestra di Freddy Martin reinterpreta nel proprio stile Il volo del calabrone. Le immagini sono astratte, surreali e oniriche, simili a quelle della Toccata e fuga in "Fantasia".
3. The Legend of Johnny Appleseed ("La leggenda di Johnny Seme di mela"): l'attore Dennis Day racconta la storia di John Chapman, celebre personaggio del folklore statunitense, un pioniere che ha contribuito in modo incruento alla conquista del West piantando ovunque alberi di mela. Fra tutti gli episodi, è quello dove la musica ha il ruolo minore.
4. Little Toot: ispirata da un racconto di Hardie Gramatky e cantata dalle Andrews Sisters, è la storia di un piccolo rimorchiatore combinaguai che dimostra tutto il proprio eroismo salvando dal naufragio una gigantesca portaerei.
5. Trees ("Alberi"): Fred Waring intona il testo del celebre poema di Joyce Kilmer. È l'episodio più breve. Belle le immagini, stilizzate, che mostrano il paesaggio variare attraverso le stagioni.
6. Blame it on the Samba ("Tutta colpa della samba"): Paperino e José Carioca vengono trascinati nel variopinto e allegro mondo della samba dall'uccello Aracuan (già apparso in "Saludos Amigos") e da una "vulcanica senhorita", vale a dire la musicista Ethel Smith (che compare in carne e ossa, rendendo l'episodio un misto di animazione e riprese dal vivo).
7. Pecos Bill: la vita, esagerata e sopra le righe, del più celebre cowboy di tutti i tempi. Vengono descritte tutte le sue favolose imprese: da quando, bambino, è allevato dagli sciacalli nel deserto, fino al suo incontro con la bella Sue, della quale si innamora perdutamente. L'episodio, il più lungo e sicuramente anche il più divertente del film, è introdotto da un breve segmento dal vivo in cui il narratore (Roy Rogers) e altri interpreti intonano una bella ballata country, "Blue shadows on the trail".

Purtroppo il film manca di coesione e soffre per la qualità altalenante, oltre che per lo stile un po' datato, di alcuni segmenti. L'episodio migliore, a mio parere, è quello di Pecos Bill; i meno interessanti, i primi due. Quattro episodi (1, 3, 4 e 7) raccontano una storia, mentre gli altri tre (2, 5 e 6) si affidano soltanto alla suggestione delle immagini e della musica. Curiosamente, stando al doppiaggio, l'edizione italiana all'epoca dell'uscita in sala aveva invertito l'ordine dei primi due episodi. Nel dvd, comunque, l'ordine è tornato quello normale, ma la voce presenta ancora Once upon a wintertime come "la seconda perla", e Bumble boogie come "la prima perla".

10 ottobre 2009

Vive l'amour (Tsai Ming-Liang, 1994)

Vive l'amour (Ai qing wan sui)
di Tsai Ming-Liang – Taiwan 1994
con Yang Kuei-Mei, Lee Kang-Sheng
***1/2

Rivisto in DVD, con Martin (registrato da "Fuori Orario").

Un appartamento vasto e disabitato diventa lo spazio inconsapevolmente condiviso da tre personaggi alla disperata ricerca di amore: Hsiao-Kang (Lee), rappresentante di urne cinerarie dalle tendenze gay e suicide, che si impossessa delle chiavi quando le trova infilate fuori dalla porta; May Lin (Yang), giovane agente immobiliare dall'esistenza desolatamente vuota, che vi conduce un suo amante occasionale; e quest'ultimo, Ah-jung (Chen Chao-Jung), venditore ambulante dal giubbotto di pelle, che vive alla giornata e senza prospettive. La solitudine e l'incomunicabilità nella moderna e popolosa Taipei, temi comuni a tutti i film di Tsai Ming-Liang, vengono portate sullo schermo senza alcuno sconto, in maniera diretta e devastante. La pellicola, forse il suo capolavoro, è dominata dai silenzi e dai rumori ambientali: i pochi dialoghi sembrano riservati a momenti di lavoro e di vita quotidiana del tutto secondari rispetto ai veri problemi emotivi ed esistenziali dei personaggi, anche se curiosamente proprio le sequenze più parlate del film (quando May Lin presenta alcuni appartamenti ai potenziali acquirenti e quando un venditore di loculi illustra i propri prodotti ai suoi clienti) permettono di tracciare un inquietante parallelo fra le dimore dei vivi e quelle dei morti, entrambe in attesa di qualcuno che le vada ad occupare. Ottima la regia, che rinuncia del tutto al commento musicale (ancora presente invece nella precedente pellicola di Tsai, "Rebels of the neon god") per puntare solo su immagini e inquadrature fisse, soffermandosi con lunghi piani sequenza sulle strane e disperate abitudini dei personaggi (l'appartamento diventa il teatro di bizzarri "rituali privati", come li definisce Mereghetti). La sequenza di Hsiao-Kang con il cocomero anticipa "Il gusto dell'anguria", mentre la formidabile scena conclusiva – forse la più celebre di tutto il cinema di TML – mostra coraggiosamente per quasi una decina di minuti il volto di May Lin, seduta su una panchina, che piange per l'acquisita consapevolezza della propria solitudine. Un film sincero e non ricattatorio: impossibile non provare empatia. Meritatissimo il Leone d'Oro al Festival di Venezia (ex aequo con "Prima della pioggia" di Milko Manchevski), che è valso al regista malese l'appellativo di "Antonioni di Taiwan". La brava Yang Kuei-Mei, al suo primo film con Tsai, era stata una delle tre sorelle in "Mangiare, bere, uomo, donna" di Ang Lee.

09 ottobre 2009

Il mio vicino Totoro (H. Miyazaki, 1988)

Il mio vicino Totoro (Tonari no Totoro)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1988
animazione tradizionale
****

Rivisto al cinema Uci Bicocca, con Monica ed Elena.

Con ben 21 anni di ritardo (complimenti, distributori!), finalmente questo capolavoro arriva anche nei cinema italiani. Mi rendo conto che è difficile dire quale sia il miglior film di Hayao Miyazaki, uno dei più grandi artisti nel campo dell'animazione, ma personalmente ho sempre avuto un debole proprio per questa stupenda pellicola, poetica e affascinante, colma di suggestioni legate in particolare all'innocenza e alla scoperta della natura. La trama vede come protagoniste due bambine, Satsuki (di 11 anni) e Mei (di 4 anni), che si trasferiscono con il padre in una casa di campagna in modo da stare più vicine alla madre, ricoverata in una clinica nei dintorni. Qui le sorelle entrano in contatto con un mondo finora sconosciuto e fanno una serie di strani incontri: dai piccoli spiriti della fuliggine, che occupano le case rimaste abbandonate a lungo, ad alcune bizzarre creature pelose e tondeggianti che sembrano legate agli alberi e al verde. Il maggiore di questi spiriti, che le bambine chiamano Totoro, è il protettore e custode della foresta, e in particolare del gigantesco albero di canfora che sovrasta la loro nuova casa. Quando Satsuki e Mei avranno bisogno di aiuto, Totoro interverrà inviando in loro soccorso il suo magico Gatto-bus. L'animismo di stampo shintoista, l'ambientazione nel Giappone rurale degli anni cinquanta (le risaie, i viottoli, i ruscelli), i valori dell'amicizia e della famiglia, una riuscita fusione fra realtà e immaginazione si combinano con grandi momenti di cinema (imperdibile la scena in cui Satsuki, sotto la pioggia, offre il proprio ombrello a Totoro, il quale scoppia di entusiasmo quando si rende conto della sua utilità; o quella notturna in cui gli spiriti aiutano le bambine a far crescere i semi che hanno piantato) per dar vita a un film che praticamente non ha difetti. Anche l'apparente mancanza di tensione drammatica, infatti, non è affatto tale, come dimostra la seconda parte della pellicola in cui si arriva a temere tanto per la sorte di Mei quanto per quella della madre. Magnifica anche la colonna sonora di Joe Hisaishi, e buona – tutto sommato – l'edizione italiana, con dialoghi particolarmente fedeli a quelli giapponesi (al punto da lasciare inalterata la consuetudine nipponica di far parlare i personaggi in terza persona).

Note: Nel paese del Sol Levante la pellicola era uscita in abbinamento con un altro lungometraggio dello Studio Ghibli, "La tomba delle lucciole" di Isao Takahata. Da allora Totoro è diventato il simbolo dello Studio Ghibli, che produce tutte le opere di Hayao Miyazaki, e come tale si ritrova nel logo che precede ogni sua pellicola. In Giappone, naturalmente, il personaggio è popolarissimo: ci sono interi negozi che ne vendono peluche di ogni dimensione!

08 ottobre 2009

Exotica (Atom Egoyan, 1994)

Exotica (id.)
di Atom Egoyan – Canada 1994
con Bruce Greenwood, Mia Kirshner
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Ginevra e Marisa.

Francis (Greenwood), un agente delle tasse, non si è mai ripreso dalla morte della figlia, assassinata da un maniaco qualche anno prima. I ricordi lo tormentano e lo ossessionano, e per esorcizzarli si reca ogni sera all'Exotica, sofisticato locale notturno dove fa danzare al proprio tavolo Christina (Mia Kirshner), una giovane spogliarellista che si esibisce vestita da studentessa. Ma le sue attenzioni per la ragazza scatenano la gelosia di Eric (Elias Koteas), il deejay del nightclub, che in qualche modo lo convince a infrangere la regola principale del locale, quella che proibisce ai clienti di toccare le danzatrici, dandogli così una scusa per buttarlo fuori. Per vendicarsi, Francis chiede l'aiuto di Thomas (Don McKellar), proprietario di un negozio di animali esotici, gay represso e contrabbandiere di uova di pappagallo... La vicenda non è narrata linearmente ma viene fuori poco a poco, dettaglio dopo dettaglio, attraverso lunghe sequenze in cui i personaggi ripetono più volte le stesse azioni come parte di una routine che nasconde qualcosa di doloroso e di inespresso. Egoyan è bravo a costruire un'atmosfera carica di mistero e ambiguità (vengono accennati temi come quelli della pedofilia e dell'incesto, di cui lo spettatore è portato a sospettare Francis a più riprese, per non parlare delle tendenze omosessuali di Thomas che lo portano a bizzarri approcci con gli spettatori del teatro), senza mai sfociare nella volgarità. Tutti i personaggi sono alla ricerca di qualche tipo di contatto emotivo e umano, ma barriere di natura fisica (come le regole dell'Exotica) o psicologica sembrano continuamente frapporsi fra loro. La magnifica fotografia, le interessanti scenografie, i rimandi interni (gli specchi falsi alla dogana precorrono quelli nel nightclub; le uova nell'incubatrice si riflettono nello stato di gravidanza di Zoe, la proprietaria del locale), la sceneggiatura che svela i dettagli lentamente (con flashback, ricordi e immagini – anche filtrate dalla tecnologia – che solo nel finale svelano il loro reale significato), le buone prove degli interpreti, la musica di sottofondo (Christina danza sulle note di Leonard Cohen) e l'atmosfera avvolgente e ipnotica concorrono alla riuscita di una pellicola fredda e complessa ma anche coinvolgente. Il personaggio di Zoe è interpretato dalla moglie del regista, Arsinée Khanjian. Egoyan tornerà a riflettere sui temi dell'incomunicabilità, del dolore e della perdita nel suo film successivo, "Il dolce domani".

04 ottobre 2009

Bastardi senza gloria (Q. Tarantino, 2009)

Bastardi senza gloria (Inglourious basterds)
di Quentin Tarantino – USA/Germania 2009
con Brad Pitt, Mélanie Laurent
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella Francia occupata dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, un manipolo di soldati americani che si fanno chiamare "i bastardi" agisce clandestinamente con azioni di guerriglia, massacrando più soldati tedeschi possibile e spargendo il terrore fra le linee nemiche. Sono guidati dal tenente Aldo Raine (Pitt), detto "l'Apache" per la sua caratteristica di togliere lo scalpo alle sue vittime e l'abitudine di incidere una svastica sulla fronte di coloro che lascia in vita, per non correre il richio che – una volta finita la guerra – possano togliersi l'uniforme e dimenticare di essere stati nazisti. Quando vengono a sapere che l'intero stato maggiore del Reich, compreso Hitler, sarà presente a Parigi alla première di un film di propaganda voluto da Goebbels, i "bastardi" progettano di far saltare in aria il cinema con l'aiuto di un ufficiale inglese e di un'attrice tedesca infiltrata. Ma non sanno che anche la proprietaria del cinema, una ragazza ebrea sfuggita qualche anno prima al massacro della sua famiglia, ha in mente di dar fuoco alla sala...

Dopo il deludente "A prova di morte", Tarantino torna a fare ciò che gli riesce meglio: un pastiche fumettoso, esagerato e sopra le righe, ricolmo di personaggi psicopatici e non certo per tutti i gusti, che alterna momenti e situazioni esaltanti a clamorose cadute di stile, ma purtroppo anche senza i dialoghi brillanti di un tempo e con alcune caratterizzazioni discutibili o semplicemente superficiali (a cominciare dai "bastardi": forse in futuro una versione director's cut dedicherà maggior spazio ai singoli membri del gruppo?). L'intera vicenda è avvolta da un manto di irrealtà, che parte dall'incipit fiabesco ("C'era una volta...", titolo che fa il verso ad alcune delle pellicole più idolatrate dal regista, da Sergio Leone a Tsui Hark) e giunge all'inaspettata conclusione in cui – paradossalmente e catarticamente – l'attentato contro Hitler ha successo e il Führer viene ucciso nel cinema, ponendo fine in anticipo alla guerra. Messa dunque da parte la verosimiglianza storica e ogni parvenza di analisi sociale (i tedeschi, agli occhi dei protagonisti, sono tutti cattivi per definizione, dal primo gerarca all'ultimo soldato semplice), il film si snoda attraverso una serie di vicende – divise in capitoli – che scorrono in parallelo, governate più dal caso che da necessità narrative: fra crudeltà ed efferatezze, tutti uccidono tutti e tutti possono morire, spesso in maniera gratuita e aleatoria (perché viene uccisa l'attrice, per esempio?), sorprendendo lo spettatore in ogni momento con svolte inattese e colpi di scena imprevisti. Non nego di aver provato anche un senso di fastidio per la generalizzata mancanza di umanità, questo insistere sulla vendetta e sulle atrocità, l'impossibilità di stabilire un legame empatico con quelli che dovrebbero essere i "buoni" e che invece sono più crudeli e spietati dei "cattivi" (al punto che, paradossalmente, gli unici a mostrare qualche sentimento positivo e non violento si ritrovano proprio fra i nazisti: dal soldato che vorrebbe riabbracciare la madre a quello che festeggia la nascita del primogenito, oltre ovviamente al giovane attore che si innamora della proprietaria del cinema: desideri che, nel mondo di Tarantino, non hanno la minima speranza di essere ricambiati o esauditi). Fra le scene migliori, sicuramente vanno citate quelle "attorno ai tavoli", costruite per creare tensione: la sequenza iniziale in cui il colonnello Landa irrompe nella casa del contadino francese che nasconde una famiglia di ebrei e quella ambientata nella locanda dove alcuni soldati tedeschi stanno giocando a indovinare i nomi dei personaggi che hanno scritti sulla fronte.

Il titolo originale del film è una versione storpiata di quello americano di "Quel maledetto treno blindato", b-movie bellico di Enzo G. Castellari che ha fornito giusto l'ispirazione e qualche spunto (non siamo certo di fronte a un remake). L'intero lungometraggio, comunque, è un omaggio al cinema di genere italiano degli anni '70, e anche nella colonna sonora non mancano riferimenti a quelle pellicole, con una forte presenza di temi in particolare di Ennio Morricone. La scena d'apertura sembra uscire pari pari da un western (con il capofamiglia che dice alle donne di chiudersi in casa: stanno arrivando gli indiani!). Fra gli interpreti svetta Christoph Waltz (premiato come miglior attore a Cannes) nei panni del colonnello Hans Landa, il personaggio più riuscito del film, ostinato "cacciatore di ebrei" e investigatore abile e poliglotta: il che ci porta al problema del doppiaggio. Nel film si parlano numerose lingue, e la versione italiana ha scelto di doppiare l'inglese (e in parte il francese), lasciando il tedesco (e in parte il francese) in originale con sottotitoli. Ma riesce lo stesso a far danni: innanzitutto per il fastidioso effetto di sentire i personaggi cambiare voce quando passano da un idioma all'altro, e poi rovinando completamente la buffa scena in cui Pitt e compari si fanno passare per siciliani e tentano maldestramente di spiccicare qualche parola in dialetto di fronte al colonnello Landa che, invece, parla benissimo l'italiano...

Notevoli e numerose – come sempre – le citazioni cinematografiche, anche queste spesso gratuite: ma stavolta abbondano anche quelle metacinematografiche. A parte la scelta di ambientare il momento clou in un cinema e di dare ampio spazio all'apparato propagandistico di Goebbels, vengono nominati diffusamente G.W. Pabst e Leni Riefenstahl, si accenna a Henri-Georges Clouzot (il cui "Il corvo" era in programmazione in quegli anni proprio nella Francia occupata) e compare persino Emil Jannings. Senza contare gli innumerevoli riferimenti ad altre pellicole, diretti (da "Il monello" a "King Kong", da "La regina Cristina" al "Sergente York") o indiretti (da "Fight Club", quando Brad Pitt spiega che non ama combattere in uno scantinato, a "Sentieri selvaggi", citato da Tarantino nella scena in cui Shosanna fugge dalla casa dove si nascondeva). Infine, alcune curiosità: un ruolo era stato previsto (e le scene già girate) anche per Maggie Cheung. Ma nel montaggio finale le sequenze con l'attrice cinese sono state eliminate per motivi di lunghezza: che peccato! Il film si conclude poi con le parole "Credo proprio che questo sarà il mio capolavoro": è il tenente Reina a parlare, o – immodestamente – lo stesso Tarantino? Se fosse così, mi dispiace Quentin, ma hai torto: "Pulp Fiction", "Le iene" e "Kill Bill" restano superiori.

03 ottobre 2009

Storia di fantasmi cinesi (Ching Siu-Tung, 1987)

Storia di fantasmi cinesi (Sien nui yau wan, aka A chinese ghost story)
di Ching Siu-Tung – Hong Kong 1987
con Leslie Cheung, Joey Wong
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Chiara.

Presso un antico tempio disabitato, nella foresta, il fantasma di una fanciulla è costretto a sedurre i malcapitati viandanti per consegnarli a un terribile demone-albero che ne risucchia le energie vitali. Ma la ragazza si innamora di un giovane e ingenuo esattore delle tasse, che combatterà strenuamente contro gli spiriti maligni per liberarla dalla sua schiavitù e salvare la sua anima, aiutato da un bizzarro monaco taoista. Folgorante horror-fantasy romantico, dal titolo programmatico e dal soggetto ispirato a un classico racconto soprannaturale della dinastia Qing, che mescola lo stile artigianale del Sam Raimi de “La casa” (l'ambientazione nel bosco, le soggettive rasoterra delle “presenze” malvage, i mostri animati a passo uno, una certa dose di ironia e di umorismo) con quello dei classici wuxiapian cinesi (combattimenti in volo e a colpi di arti marziali, monaci e spadaccini guerrieri, la lotta epica fra il bene e il male, sentimentalismo struggente, veli e tessuti fluttuanti), in un mix riuscitissimo che ha fatto da apripista a tutto un genere (quello dei racconti sul folklore e il soprannaturale) all'interno della new wave di Hong Kong, di cui è stato forse il primo prodotto a giungere con successo in occidente. In Asia, Giappone e Corea compresi, la pellicola fu una grande hit, consolidando la fama di star di Leslie Cheung (già noto come cantante e per le sue apparizioni in “A better tomorrow” e “Rouge”) e lanciando la carriera di Joey Wong, perfetta nel ruolo dello spirito irrequieto e innamorato di un mortale, e indimenticabile con i campanellini attorno alla caviglia. Al loro fianco c'è il veterano Wu Ma nei panni del monaco guerriero, forse – come per Joey Wong – il ruolo più celebre della sua carriera. Prodotto dalla factory del geniale Tsui Hark, il film vede alla regia il dotatissimo coreografo Ching Siu-Tung che si sbizzarrisce in una serie di scene e di sequenze visivamente splendide. Fondamentale il ruolo della fotografia nel dare vita a un'atmosfera eterea e onirica, sospesa fra il mondo degli esseri umani (abitato da guardie inette e da funzionari corrotti) e quello degli spiriti e dei demoni (governato peraltro da ferree leggi naturali). Magnifica anche la colonna sonora, nella quale spiccano le canzoni interpretate dallo stesso Leslie Cheung (sui titoli di testa) e da Sally Yeh: ma è da ricordare pure il balletto notturno di Wu Ma, una sorta di rap danzato e coreografato. Il film ha dato origine a ben due sequel, diretti dallo stesso Ching, più una serie televisiva e un lungometraggio d'animazione prodotto sempre da Tsui Hark.

30 settembre 2009

District 9 (Neill Blomkamp, 2009)

District 9 (id.)
di Neill Blomkamp – Sudafrica/USA/NZ 2009
con Sharlto Copley, David James
**1/2

Visto al cinema Plinius.

Una gigantesca nave extraterrestre si ferma "in panne" nel cielo sopra Johannesburg. Lo scafo è colmo di alieni-crostacei, denutriti e in condizioni pietose, che vengono evacuati in un campo di permanenza temporaneo. Ma questo in breve tempo si trasforma in una squallida baraccopoli ai margini della città, con tutto il corollario di criminalità e illegalità che ne segue: vent'anni dopo è sorto un nuovo apartheid e l'ostilità fra umani e alieni è alle stelle, con i primi che non tollerano più la presenza dei secondi. Una potente organizzazione militare privata organizza quindi lo sgombero dello slum, ma durante le operazioni uno degli addetti viene contaminato dai fluidi extraterrestri e il suo dna comincia a mutare: di colpo il suo organismo diventa preziosissimo, anche perché è l'unico essere umano in grado di usare le tecnologie (e soprattutto le armi) degli alieni, che funzionano soltanto se a impugnarle sono loro. Prodotta da Peter Jackson, l'opera prima di Blomkamp colpisce subito per l'originalità della messinscena e la lettura in chiave fantascientifica di questioni sociali e politiche come lo sbarco dei clandestini e il modo in cui vengono accolti nei paesi più avanzati. Peccato solo che dopo una prima mezz'ora accattivante, caratterizzata da toni satirici e grotteschi (financo esagerati), le idee si esauriscano e la pellicola si trasformi in un action movie hollywoodiano come tanti, che punta tutto su confuse scene d'azione (gli effetti speciali, soprattutto per quanto riguarda i mecha, si fanno invadenti e ricordano "Transformers") e su sviluppi e caratterizzazioni straviste e improbabili (il protagonista, da sempliciotto e razzista, stringe amicizia con uno dei "gamberoni" e diventa eroico e disinteressato). Inoltre, oltre ad abbandonare completamente il parallelo con i profughi (non si fa accenno al motivo del viaggio degli extraterrestri, e tutto lascia intendere che la loro nave si sia fermata sulla Terra soltanto per una banale mancanza di carburante) viene meno anche l'impostazione da mockumentary con le finte interviste e i reportage televisivi che avevano dominato la prima parte, che lascia spazio a una narrazione più convenzionale, al cui servizio c'è per di più una regia fastidiosa e moderna (camera a mano, montaggio frenetico). In fin dei conti, dunque, nonostante gli indubbi pregi della pellicola, si resta soprattutto amareggiati per l'occasione sprecata e per la mancanza di coerenza e di coraggio nel portare fino in fondo le scelte stilistiche iniziali.

29 settembre 2009

Re Lear (J.L. Godard, 1987)

Re Lear (King Lear)
di Jean-Luc Godard – USA 1987
con Peter Sellars, Molly Ringwald
*

Visto in DVD, con Marisa.

Ispirandosi soltanto superficialmente alla tragedia di Shakespeare e lasciandosi guidare da un ostico intellettualismo, Godard realizza un film che – come suo solito – rinuncia da subito alla coerenza e all'impostazione narrativa per presentarsi come un flusso casuale di concetti, scritte e immagini, rendendo alquanto difficile il coinvolgimento dello spettatore: e infatti, mentre lo vedevo, i miei pensieri vagavano spesso altrove e ho perduto quasi subito il contatto emozionale con la pellicola. Dopo un incipit nel quale agiscono in prima persona lo sceneggiatore Norman Mailer e sua figlia Kate, l'attenzione del regista si sposta su un discendente del bardo inglese, William Shakespeare Junior Quinto (Sellars, autore in parte anche della sceneggiatura), incaricato di recuperare le opere del suo antenato che sono andate perdute dopo il disastro di Chernobyl, in seguito al quale tutta l'arte e la cultura del mondo è scomparsa. Il giovane si reca a Nyon, in Svizzera, dove incontra il gangster mafioso Don Learo (Burgess Meredith) e la figlia Cordelia (l'ottima Ringwald), oltre ad altri bizzarri personaggi. Da qui la vicenda si fa confusa e sfilacciata, e a chiarirla o a risollevarla non bastano le apparizioni (tutte rigorosamente non accreditate) di attori del calibro di Julie Delpy, Leos Carax e persino Woody Allen (in un brevissimo cameo). Godard stesso recita nel ruolo dell'eccentrico professor Pluggy.

28 settembre 2009

Disastro a Hollywood (B. Levinson, 2008)

Disastro a Hollywood (What Just Happened)
di Barry Levinson – USA 2008
con Robert De Niro, Robin Wright Penn
*1/2

Visto in DVD, con Albertino, Ghirmawi ed Enzo.

Non funziona quasi niente in questa commedia satirica che fa parte del ricco filone in cui Hollywood ironizza su sé stessa. De Niro è un produttore che attraversa un momento di difficoltà: non solo nella vita familiare (sta cercando di riallacciare i rapporti con la seconda ex moglie) ma soprattutto sul lavoro, con contrattempi piccoli e grandi che vanno dal dover spingere un bizzoso regista europeo a tagliare alcune scene dalla sua ultima pellicola prima che questa venga inviata al festival di Cannes (in particolare la scena in cui i cattivi ammazzano sullo schermo il cane del protagonista, pesantemente contestata durante gli "screen test" con il pubblico) al convincere il riottoso Bruce Willis a tagliarsi la folta barba, invisa ai finanziatori, prima dell'inizio delle riprese del suo nuovo blockbuster. Il "povero" produttore viene raffigurato come l'anello debole della filiera cinematografica, quello che deve mediare fra tutte le parti e che viene considerato responsabile di ogni possibile intoppo. Ma risulta poco convincente che a dipingerne il ritratto, puntando il dito sulle distorsioni, le ipocrisie e i difetti del sistema, dove l'unica cosa che conta sono gli incassi e i film (e gli autori) vengono definiti letteralmente "bestie da domare", non sia una pellicola indipendente ma proprio un lungometraggio hollywoodiano, mainstream e ricco di star (alcune delle quali, come Bruce Willis e Sean Penn, interpretano sé stesse, mentre altre, come De Niro, John Turturro, Catherine Keener o Stanley Tucci, recitano il ruolo di personaggi fittizi, con una distonia e un'arbitrarietà che si fa fatica ad accettare). La riflessione sulla caducità del potere, infine, è quanto mai risaputa e deboluccia. De Niro, comunque, si impegna e sforna una delle sue migliori performance recenti.

24 settembre 2009

Venezia e Locarno 2009 – conclusioni

Dopo 32 film visti in 8 giorni, e dopo aver riveduto e corretto alcuni giudizi scritti forse troppo in fretta e a caldo, è giunto il momento di riflettere sulla rassegna appena conclusa, che si è rivelata soddisfacente sotto molti punti di vista. Fra i film che ho gradito di più citerei "Lourdes" (forse il migliore della panoramica), le divertenti commedie multietniche "Soul Kitchen" e "Akadimia Platonos" e il tragicomico russo "Kakraki". Anche il cinema di genere ha dimostrato grande vitalità, sparando ottime cartucce come il prison movie spagnolo "Celda 211", l'horror francese "La horde", il thriller hongkonghese "Accident", il giallo franco-svizzero "Complices" e in fondo anche il Leone d'Oro "Lebanon", che resta pur sempre un film di guerra. Le delusioni maggiori vengono invece dal cinema italiano.

La cosa più bella è stata comunque la varietà delle pellicole proiettate, sia per temi e generi sia per provenienza geografica: ho potuto vedere film russi, cinesi, giapponesi, mongoli, egiziani, iraniani, israeliani, serbi, albanesi, slovacchi, greci, tedeschi, danesi, spagnoli, francesi, argentini, peruviani, colombiani, il tutto nello splendore delle lingue originali. Che differenza con il desolante panorama attuale della distribuzione nelle sale, dove ormai si vedono solo film italiani e americani, questi ultimi perdipiù doppiati sempre peggio.

22 settembre 2009

Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans (W. Herzog, 2009)

Il cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans
(Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans)
di Werner Herzog – USA 2009
con Nicolas Cage, Eva Mendes
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Remake, più nominale che di sostanza, del capolavoro di Abel Ferrara con Harvey Keitel: ma sarebbe ingiusto fare confronti fra le due pellicole (che andrebbero probabilmente a svantaggio di Herzog, poco a suo agio con i lavori su commissione), visto che in realtà si tratta di film piuttosto diversi e con minimi punti in comune, giusto quello di un poliziotto corrotto e alla deriva come protagonista. Già lo spostamento dell'azione da New York a New Orleans, città con un'identità forte e differente da quella della Grande Mela, contribuisce a dare a questo film una caratterizzazione del tutto autonoma. Cage (decisamente convincente, soprattutto in lingua originale: magnifica la scena in cui si scatena contro due vecchiette) è un tenente di polizia incaricato di indagare sul massacro di una famiglia di immigrati clandestini da parte di alcuni trafficanti di droga. Diventato a sua volta tossicodipendente e cocainomane per problemi di salute, non esita a compiere ogni sorta di nefandezza per procurarsi illegalmente la droga per sé e per la sua amante, la prostituta di lusso Frankie, e per tirarsi fuori dai numerosi guai che lo affliggono: debiti di gioco (un altro tratto in comune con il vecchio film), vendette di potenti a cui ha pestato i piedi, piccoli e grandi problemi familiari, l'impossibilità di arrestare i malviventi su cui sta indagando. Ambientato in una New Orleans appena sopravvissuta alla furia dell'uragano Katrina, con serpenti che nuotano nell'acqua e coccodrilli che invadono le strade provocando incidenti stradali, la pellicola è permeata da un'atmosfera malsana e allucinata (memorabile la scena dell'iguana e quella dell'"anima danzante") che si sposa molto bene con la discesa all'inferno e la successiva risalita del protagonista. Rispetto al film di Ferrara sono del tutto assenti gli elementi religiosi e quindi manca il tema della redenzione: la riabilitazione del protagonista non è spirituale bensì materiale, il che rende forse meno efficace il finale di un film che comunque ho gradito parecchio: non sarà certo da annoverare fra i maggiori capolavori di Herzog, ma il regista tedesco dimostra di saper realizzare un lavoro professionale anche a Hollywood, aggiungendo un tocco personale a una sceneggiatura non sua e a un genere che di solito non frequenta.

Cosmonauta (S. Nicchiarelli, 2009)

Cosmonauta
di Susanna Nicchiarelli – Italia 2009
con Marianna Raschillà, Pietro Del Giudice
**

Visto al cinema Eliseo (rassegna di Venezia)

Primi anni sessanta: la giovane Luciana, cresciuta sin da bambina nel mito del comunismo ma affascinata – come il fratello maggiore Arturo – più dai successi sovietici nella conquista dello spazio che dalle tematiche sociali, si barcamena in un quartiere alla periferia di Roma fra i primi turbamenti amorosi, le tensioni familiari e l'impegno politico a livello giovanile. Pur con diversi difetti (una regia ordinaria, una sceneggiatura che cerca sempre la soluzione più facile, una colonna sonora ruffiana), resta il migliore dei quattro film italiani che ho visto alla rassegna di Venezia. La militanza politica e il fascino per le conquiste spaziali si riducono ben presto a far solo da sfondo a disagi e turbamenti del tutto personali e comuni a ogni adolescente: amori, amicizie, risentimenti, frustrazioni, conflitti familiari. E il fatto che ci siano episodi e situazioni non risolte (come il rapporto con il patrigno, interpretato da Sergio Rubini) non va a discapito di un film che ha i suoi pregi nella leggerezza e nella naturalezza con cui viene seguito il personaggio principale e il suo rapporto con il mondo che la circonda. Bravi i giovani attori, mentre fra gli adulti spicca Claudia Pandolfi nel ruolo della madre di Luciana. La regista, al suo esordio, interpreta invece il ruolo della sensibile militante Marisa. Una nota: "cosmonauta" è il termine che designa i viaggiatori spaziali russi; il termine "astronauta" è invece riservato agli americani. Il film è preceduto da un breve corto d'animazione a passo uno dedicato alla prima missione spaziale (la Sputnik 5, del 1960) che ha mandato nello spazio e poi riportato vivi a terra degli esseri viventi (topi, cagnolini e insetti).

La horde (Y. Dahan, B. Rocher, 2009)

La horde
di Yannick Dahan, Benjamin Rocher – Francia 2009
con Jean-Pierre Martins, Claude Perron
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Quattro poliziotti penetrano nottetempo in un palazzo di periferia per eliminare una banda di criminali che si nasconde al suo interno: si tratta di una spedizione non autorizzata e a scopo vendicativo, visto che i malviventi avevano ammazzato uno di loro, "uno di famiglia". Ma la sanguinosa resa dei conti è interrotta improvvisamente dal violento attacco di un'orda di zombi che hanno circondato l'edificio e messo a ferro a fuoco l'intera città. Poliziotti e criminali saranno dunque costretti a un'indesiderata alleanza per cercare di aprirsi una via di fuga fino al piano terra. Zombie movie sporco e violento che sfrutta tutti i luoghi comuni del genere e che, come spesso capita, non fornisce spiegazioni sull'origine dell'epidemia, limitandosi a mostrare il massacro e la lotta continua fra i sopravvissuti e gli infettati. A differenza delle creature di Romero, qui i mostri sono forti, veloci e quasi indistruttibili, mentre fra i protagonisti le differenze fra buoni e cattivi cadono da subito. Un film girato con potenza ed energia, con buone interpretazioni e una sceneggiatura senza sbavature, anche se di sorprese ce ne sono poche.

21 settembre 2009

Accident (Soi Cheang, 2009)

Accident (Yi ngoi)
di Soi Cheang – Hong Kong 2009
con Louis Koo, Richie Ren
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Bel thriller psicologico prodotto dalla Milkyway di Johnnie To e diretto con freddezza ed eleganza dal regista di "Love battefield", già suo assistente. "Mente", "Trippa", "Zio" e "Donna" sono quattro killer professionisti che portano a termine i propri incarichi facendo passare gli omicidi per elaboratissimi incidenti, inscenati senza lasciare mai nulla al caso. Le loro vittime sembrano soccombere a fatalità bizzarre e casuali, ma in realtà dietro ogni sciagura si nasconde un'accurata regia. Dopo aver concluso l'ennesimo lavoro su commissione, però, uno dei suoi uomini viene ucciso da un autobus impazzito e "Mente" si convince che qualcuno li abbia presi di mira usando i loro stessi metodi. In un crescendo di paranoia e di tensione, il film si dipana fino al colpo di scena finale, fra ossessioni e inganni, giochi di specchi e una follia autodistruttiva che porta a caricare di significati particolari anche gli eventi più banali. I lunghi appostamenti e le indagini del protagonista con microfoni e registrazioni possono far pensare addirittura a "La conversazione" di Coppola, mentre un ruolo particolare lo giocano gli ambienti: dalle strade (illuminate dai neon, affollate di passanti, percorse dal traffico o battute dalla pioggia) agli interni (appartamenti vuoti, uffici asettici, vasti capannoni, parcheggi deserti).