29 luglio 2014

Se permettete parliamo di donne (E. Scola, 1964)

Se permettete parliamo di donne
di Ettore Scola – Italia 1964
con Vittorio Gassman, Sylva Koscina
**

Visto in divx, con Sabrina.

Già sceneggiatore di commedie all'italiana e di spettacoli di varietà sia televisivi che radiofonici, il trentatreenne Ettore Scola esordisce alla regia con un film a episodi, scritto insieme al fido Ruggero Maccari, che consiste in una serie di nove sketch (o di "barzellette", come le definì Tullio Kezich in una stroncatura dell'epoca) sul tema del sesso o del rapporto fra uomo e donna. Protagonista di tutti i segmenti è sempre Vittorio Gassman, che cerca di diversificare i personaggi cambiando di volta in volta accento, modo di muoversi, capigliatura e quant'altro. Il risultato però è modesto, e solo due o tre degli episodi strappano più di un sorriso. Per salvare il marito che ritiene in pericolo, una donna si concede allo straniero che è giunto a casa sua con un fucile: ma l'uomo voleva soltanto restituire l'arma che aveva avuto in prestito. Un impiegato gioca e scherza in continuazione con i colleghi di lavoro, ma quando torna a casa si mostra serio e scontroso con la moglie e il figlioletto. Un barista scopre che la prostituta con cui è appena stato è la moglie di un suo vecchio compagno di scuola, il quale è consenziente. Un giovane timido e moralista fa amicizia con il seduttore che ha "disonorato" sua sorella e va a donne insieme a lui. Una ragazza mette fretta al suo amante perché quella stessa mattina si deve sposare. Un cliente "scrocca" un passaggio fino a casa alla prostituta che ha abbordato. Un carcerato ottiene una licenza premio di due giorni per stare insieme alla moglie, che però ha un amante e ha architettato tutto per rendere plausibile al marito la propria gravidanza. Una ricca e annoiata aristocratica adesca e fa salire in casa uno stracciaiolo, che rimane deluso quando la donna non ha stracci da vendergli. Un uomo gira per tutto il giorno in auto con la fidanzata alla ricerca di un posto discreto dove appartarsi, ma la ragazza non approva nessun luogo, e l'uomo finirà col soddisfare le proprie voglie con la donna delle pulizie di un motel. Da notare che in quest'ultimo episodio, Gassman cita sé stesso ne "Il sorpasso" (il clacson dell'auto è identico a quello del film di Risi). Fra le attrici che recitano al suo fianco ci sono Sylva Koscina, Giovanna Ralli, Eleonora Rossi Drago, Antonella Lualdi, Jeanne Valérie e Maria Fiore; fra i pochi comprimari maschili, Gigi Proietti e Walter Chiari.

27 luglio 2014

Fog (John Carpenter, 1980)

Fog (The Fog)
di John Carpenter – USA 1980
con Adrienne Barbeau, Tom Atkins
**1/2

Visto in TV.

Nel centenario della sua fondazione, la cittadina costiera di Antonio Bay è sconvolta dall'arrivo di una "nebbia assassina" e irreale, dentro la quale si nascondono i fantasmi dell'equipaggio di una nave naufragata cento anni prima, intenzionati a vendicarsi dei discendenti di coloro che provocarono la loro morte. Ispirato in parte dal film inglese "I mostri delle rocce atomiche", un classico dell'horror a basso costo (ma girato in cinemascope per dare l'impressione che il budget fosse più elevato: ne risultano ottimi scorci paesaggistici e una tensione palpabile nelle scene notturne) che innesta gli stilemi dello slasher e del gore sulla struttura della ghost story di impostazione gotica. Col tempo è diventato un piccolo classico, forse anche al di là dei suoi meriti, benché Carpenter ci sappia fare e le scene ad effetto non manchino. Da segnalare la presenza contemporanea nel cast di Jamie Lee Curtis (alla sua seconda collaborazione con il regista dopo il successo di "Halloween") e di sua madre Janet Leigh (che nel campo dell'horror aveva già dato con "Psyco"), rispettivamente nei ruoli di una giovane autostoppista e dell'organizzatrice delle celebrazioni per il centenario della città. Il roster di personaggi alle prese con la nebbia e i fantasmi si completa con Adrienne Barbeau, all'epoca moglie di Carpenter (la speaker della locale stazione radiofonica), Tom Atkins (il marinaio che dà il passaggio alla Curtis) e Hal Holbrook (padre Malone, il prete). Ci sono piccoli ruoli anche per lo stesso regista (il sacrestano, nella sequenza iniziale) e l'addetto ai trucchi Rob Bottin (Blake, il capitano fantasma), mentre alcuni personaggi hanno i nomi di collaboratori storici di Carpenter (Dan O'Bannon, Nick Castle e Tommy Lee Wallace). Abbondano inoltre citazioni e riferimenti a scrittori e film dell'orrore (Lovecraft, Machen, Price). Nel 2005 è uscito un remake.

26 luglio 2014

Ultimo minuto (Pupi Avati, 1987)

Ultimo minuto
di Pupi Avati – Italia 1987
con Ugo Tognazzi, Elena Sofia Ricci
**

Visto in divx, con Sabrina.

Walter Ferroni (Ugo Tognazzi), da molti anni general manager e factotum di una squadra di calcio di provincia (mai nominata: ma il modello, i colori e lo stadio sono quelli del Vicenza), viene messo da parte dal nuovo presidente (Lino Capolicchio), imprenditore giovane e rampante che intende gestire la società in maniera moderna e "trasparente". Vista la carenza di risultati, però, il presidente sarà costretto a richiamarlo a bordo per salvare la squadra dalla retrocessione. Una pellicola sul calcio visto non dal campo da gioco ma dal lato manageriale, "dietro le quinte" se vogliamo. Benché poco memorabile e priva di particolari guizzi (la sceneggiatura è scritta a sei mani da Pupi Avati, dal fratello Antonio e dal giornalista sportivo Italo Cucci), è da apprezzare per il tentativo di raccontare il mondo dello sport da una prospettiva cinica e realistica, senza toni da commedia o esagerazioni sopra le righe: Ferroni, che ama alla follia la sua squadra ed è disposto a sacrificare ogni cosa per essa (persino la propria famiglia), è un "maneggione" che non lascia nulla al caso: detta le tattiche all'allenatore-fantoccio, controlla lo stile di vita dei giocatori, cura i contatti con i giornalisti e la tifoseria, "aggiusta" fraudolentemente i bilanci e non esita a ricorrere ad accordi sottobanco con gli scommettitori o con altre squadre quando c'è bisogno del punticino decisivo per evitare la Serie B... ma dimostra anche di intendersi parecchio di pallone, quando lancia in prima squadra, nella partita decisiva, una giovane promessa diciassettenne al posto del bomber veterano e corrotto (Massimo Bonetti) che pure è fidanzato con sua figlia Marta (Elena Sofia Ricci). Non manca, come in ogni film di Avati, un retrogusto amaro e nostalgico ("Il vero calcio era quello degli anni '50...", afferma un personaggio). Diego Abatantuono interpreta, in una manciata di scene, il talent scout. Camei per Aldo Biscardi, Enrico Ameri, Enrico Mentana e Ferruccio Gard. Il protagonista del film è dichiaratamente ispirato a figure come Italo Allodi o Luciano Moggi.

22 luglio 2014

2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968)

2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1968
con Keir Dullea, Gary Lockwood
****

Rivisto in Blu-ray, con Sabrina.

"L'alba dell'uomo": in una Terra ancora primitiva e inospitale, un gruppo di scimmie antropoidi sopravvive a fatica, fino a quando l'improvvisa comparsa di un misterioso monolito nero sconvolge la loro esistenza. Sotto il suo influsso, una delle scimmie scopre di poter usare un osso come arma per procurarsi il cibo o per sconfiggere i rivali. Con uno dei salti logici e temporali più celebri della storia del cinema (l'osso, scagliato in aria dalla scimmia, rotea nel cielo e si trasforma in un modulo orbitante attorno al pianeta), passiamo all'inizio del ventunesimo secolo, quando l'uomo ha costruito stazioni spaziali intorno alla Terra: un monolito del tutto identico al precedente (o forse lo stesso), di evidente origine extraterrestre, viene rinvenuto sulla Luna, sepolto da quattro milioni di anni.
"Diciotto mesi dopo - In missione verso Giove": per svelare il mistero del monolito, che emette un messaggio radio in direzione di Giove, un'astronave (la "Discovery") viene inviata verso quel pianeta. A bordo ci sono cinque uomini (di cui tre ibernati) e il supercomputer senziente HAL 9000, che però nel corso del viaggio impazzisce e tenta di sterminare l'equipaggio. Sopravvive soltanto David Bowman, che riesce a disattivare il computer.
"Giove e oltre l'infinito": dopo essere passato attraverso una strana dimensione, Bowman vive incredibili esperienze: in particolare vede sé stesso invecchiare, morire e rinascere come "Bambino delle Stelle", una sorta di feto spaziale, nuovo stadio dell'evoluzione.

Pietra miliare della storia del cinema e chiave di volta nella carriera di Kubrick (che con essa acquisisce definitivamente anche agli occhi della critica lo status di "autore" in tutto e per tutto: nonostante nella sua filmografia non fossero mancati i successi – "Spartacus", "Lolita", "Il dottor Stranamore" – il regista era infatti percepito quasi come una figura di secondo piano rispetto agli interpreti o ai soggettisti di quelle opere), "2001" rappresenta un'esperienza sensoriale senza precedenti nel campo della settima arte. È considerato da molti il film di fantascienza più importante di tutti i tempi (diciamo che si gioca il podio con "Metropolis" e "Guerre stellari": pellicole diversissime fra loro, ma che hanno avuto un'influenza profonda e duratura non solo sul genere della SF ma sul cinema in generale), e questo nonostante l'impostazione dichiaratamente filosofica e antinarrativa che lo rende un kolossal sperimentale, a tratti ai limiti della videoarte. "Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film", ha dichiarato il regista. "Io ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio". Puntando sulle suggestioni simboliche (e quasi mistiche), sulla qualità delle immagini, sulla musica e sugli effetti visivi, Kubrick compie scelte volutamente criptiche che vanno a discapito di elementi del cinema tradizionale, come la recitazione (nessuno degli attori è passato alla storia per la sua interpretazione) o la struttura narrativa (che giusto nell'episodio di HAL 9000 "monta" a un certo livello di tensione). L'ultimo dei quattro "atti" in cui tradizionalmente si divide la pellicola, ovvero quello del viaggio psichedelico di Bowman, è emblematico: una sorta di "cancello stellare", al cui passaggio si dischiudono luoghi spazio-temporali mai visti e mai sperimentati prima dall'uomo, in una catena di immagini dove le normali dimensioni non hanno più senso (anche se diverse riprese sono evidentemente quelli di luoghi o paesaggi terrestri con filtri o viraggi di colore per renderli alieni o esotici). Prodotto da uno studio statunitense (la Metro Goldwyn Mayer), il film fu realizzato interamente in Inghilterra, dove Kubrick aveva girato anche i suoi due lavori precedenti.

Sceneggiato insieme allo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke (che si ispirò ad alcuni suoi racconti e che quasi contemporaneamente pubblicò l'omonimo romanzo), il film affronta temi ad ampio spettro come quelli dell'evoluzione umana, del rapporto con possibili entità extraterrestri, del viaggio attraverso il tempo e lo spazio, della percezione relativistica di essi, oltre che lo sviluppo della tecnologia, dell'intelligenza artificiale e dell'esplorazione dello spazio. Ma il contesto non è certo quello avventuroso o da space opera che permeava la fantascienza vista fino ad allora al cinema o in televisione ("Star Trek", "Il pianeta proibito", i tanti B-movie): per la prima volta forse dopo l'epoca delle sperimentazioni a tutto campo del cinema muto, la fantascienza assurge al rango di cinema di serie A, inaugurando una breve e fortunata stagione che si sarebbe conclusa dopo una decina d'anni con l'avvento di Lucas e Spielberg e la nascita del blockbuster fantascientifico di intrattenimento rivolto a un pubblico adolescenziale. Molte le caratteristiche che concorrono a renderlo un film unico e memorabile. La pellicola si apre con una lunga introduzione con lo schermo nero, riempito solo dalle sonorità inquietanti della musica di Ligeti: una sorta di "ouverture" come quella che Kubrick aveva utilizzato in "Spartacus" (e che si usava talvolta all'epoca in pochissimi lungometraggi particolarmente lunghi o epici: altri casi celebri sono quelli di "Lawrence d'Arabia" e "Il dottor Zivago"). Allo stesso modo, a metà film c'è una "intermissione", e al termine un prolungato schermo nero finale (tutte sequenze che vengono abitualmente tagliate quando il film passa in televisione, e dunque visionabili soltanto al cinema o in home video). A tratti lo stile del regista sembra sovrastare il contenuto: dal punto di vista visivo, è evidente la ricerca di geometrie nella composizione delle immagini, nella messa in scena degli ambienti e nella collocazione dei personaggi all'interno di essi (basti pensare alla hostess che si muove nello shuttle, o a Bowman che si esercita correndo nel modulo circolare dell'astronave, o ancora a tutte le sequenze che mostrano l'occhio circolare e inquietante di HAL 9000; e naturalmente allo stesso monolito nero, forma geometrica perfetta, le cui dimensioni sarebbero proporzionali a 1:4:9, ossia i quadrati dei primi tre numeri interi).

Le scenografie sono realistiche e particolarmente curate. Gli shuttle, la stazione orbitale, l'interno del "Discovery" (l'astronave che viaggia verso Giove) sono bianchi, asettici, finalizzati non soltanto a trasmettere l'idea di un immaginario futuro ma anche a mettere in risalto le figure degli uomini al loro interno. A questi scenari "futuribili" fa da impressionante contrasto il senso di "passato" (sarebbe forse meglio dire che ci troviamo "fuori dal tempo") comunicato dalla camera da letto settecentesca in cui si ritrova Bowman nel finale, arredata con mobili d'antan ma anche con un pavimentazione all'avanguardia, e comunque impregnata da una luce soffusa di chiara origine artificiale. La sequenza è inquietante quasi soltanto per le scelte di art direction (lo scenografo Anthony Masters fu nominato agli Oscar, così come Kubrick per la regia e, insieme a Clarke, per la sceneggiatura: l'unica statuetta vinta fu però quella per gli effetti speciali visivi). D'altronde, che il regista intendesse il film come una "esperienza primariamente non verbale" è evidente da tutte le sue scelte: le immagini e le musiche contano assai più dei dialoghi, che sia nell'incipit (con le scimmie) sia nel finale (il viaggio di Bowman) sono del tutto assenti. Tuttavia non mancano momenti (le scene con HAL su tutte) dove "le parole sono importanti" (cit. morettiana). Ma lo stesso HAL non ha bisogno di udire le parole degli astronauti per comprenderne le intenzioni: il computer ha infatti l'incredibile capacità di leggere le loro labbra! Dicevamo della colonna sonora, che svolge un ruolo davvero essenziale nell'economia della pellicola: inizialmente Kubrick aveva incaricato i compositori Alex North (con cui aveva lavorato in "Spartacus" e "Stranamore") e Frank Cordell di realizzare musica originale per il film, di impronta pare mahleriana. Ma alla fine scelse invece di ricorrere ad alcuni brani di musica classica: oltre al citato Ligeti ("Atmospheres"), è diventato ormai iconico l'utilizzo dell'incipit di "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss (ormai indelebilmente associato a questo film, e pluri-ricorrente in innumerevoli parodie e citazioni) e del valzer "Sul bel Danubio blu" di Johann Strauss figlio, abbinato a uno strepitoso "balletto" nello spazio fra lo shuttle e la stazione orbitale. Infine, la soundtrack è completata dall'Adagio dal "Gayane" di Aram Khachaturian (nelle sequenze che mostrano la routine di Bowman e Poole a bordo della missione verso Giove): un brano molto emozionale, ripreso fra l'altro molti anni dopo da Jerry Goldsmith in "Aliens".

Dunque, "2001" è tutto forma e niente contenuti? Per nulla. I temi, come già detto, sono tanti e pure "di spessore": l'evoluzione umana (compresa la deriva sull'intelligenza artificiale), l'esplorazione dello spazio, il contatto con un altra civiltà. E ancora: la nascita della violenza e della guerra, ma pure il suo superamento attraverso la cooperazione internazionale (mitica la scena dei russi sulla stazione orbitante, ancor più significativa se si pensa che nel 1968 si era in piena Guerra Fredda: ma già nel precedente "Stranamore" Kubrick aveva dimostrato di auspicare, a modo suo, un dialogo fra le due superpotenze). C'è chi dice che il film non abbia un vero protagonista. Anche in questo caso, è errato: i protagonisti sono essenzialmente tre, ovvero Bowman (l'eroe finale, paladino di tutta l'umanità e novello Ulisse alla scoperta dell'inesplorato: nel titolo la parola "Odissea" non è certo casuale), HAL 9000 (la figura che rimane più impressa nella mente dello spettatore) e naturalmente il monolito nero (icona, collante e catalizzatore dell'intera pellicola). Ci sono poi tre figure minori ma fondamentali per l'economia della trama: la scimmia Guarda-la-Luna che scopre la "tecnologia", il dottor Heywood R. Floyd (interpretato da William Sylvester) e Frank Poole, il secondo membro dell'equipaggio del "Discovery". Molta curiosità ha destato il fatto che il nome di HAL, il computer senziente che scopre di essere fallibile e per questo motivo impazzisce, sembra derivare dalle lettere che precedono di una, nell'ordine alfabetico, quelle di IBM (sigla che a quei tempi era quasi sinonimo di computer). In realtà, come spiegò lo stesso Clarke, si tratta solo di una coincidenza: la sigla HAL starebbe per "Heuristically ALgoritmic". In ogni caso, il suo sensore visivo (l'occhio rosso che scruta minaccioso ogni cosa) e la toccante scena della sua disattivazione (man mano che vengono estratti i moduli di memoria e di logica, il computer decade a un livello infantile, fino a spegnersi mentre intona la canzoncina "Giro Girotondo"; nella versione originale, il brano era "Daisy Bell") lo rendono indimenticabile. La voce italiana di HAL è di Gianfranco Bellini (in inglese era di Douglas Rain).

Nel 1968 l'anno 2001, in fondo non troppo distante, sembrava tuttavia ancora molto lontano: una sensazione accentuata dal fatto che si trattava dell'alba di un nuovo millennio. Ora che l'abbiamo superato da un po', può essere divertente andare a vedere se la tecnologia presente nella pellicola risulta ancora credibile, e in generale se le sue previsioni si sono avverate. Indubbiamente sono più le cose azzeccate che quelle errate, almeno per la media dei film di fantascienza. Per dirne una, già l'anno seguente l'uomo arrivò sulla Luna (e le scene girate nello spazio appaiono quanto mai realistiche: non c'è traccia di suoni o di esplosioni nel vuoto come invece le saghe action-avventurose da "Flash Gordon" in poi ci hanno abituato, e tanto i movimenti a gravità zero quanto quelli all'interno delle astronavi, dove la gravità è invece prodotta dalla rotazione dei moduli, sono del tutto attendibili). Certo, non abbiamo ancora voli di linea (targati Pan Am!) fra la Terra e la Stazione Spaziale Internazionale, ma di contro gli schermi piatti sono ormai diffusi ovunque, effettuamo abitualmente videotelefonate (anche se non dallo spazio: a proposito, la bambina che interpreta la figlia del dottor Floyd è Vivian Kubrick, figlia dello stesso Stanley) e in generale il design di molte tecnologie sembra davvero essersi rifatto a quello del film. Che la realtà possa essersi ispirata alla fantasia è testimoniato anche dalle teorie di complotto secondo cui Kubrick sarebbe stato il regista, per conto della NASA, delle presunte false immagini dell'allunaggio dell'Apollo 11. Anche la sequenza in cui Bowman rientra nell'astroname rimanendo per un breve istante immerso nel vuoto dello spazio, unico momento che parrebbe un'esagerazione cinematografica, è in realtà stato considerato verosimile da parte degli esperti. Tuttavia la previsione su cui molti nel 1968 avrebbero scommesso come attendibile, che invece non si è avverata, è quella della nascita di supercomputer senzienti. Lo sviluppo di un'intelligenza artificiale era un obiettivo che molti ritenevano ormai prossimo, ma che è rimasto sempre ben lontano dall'essere raggiunto, forse anche per un errata intepretazione del termine "intelligenza". Da notare che l'argomento affascinava molto Kubrick, tanto da fargli mettere in cantiere un altro film intitolato appunto "A.I." ("Artificial Intelligence"), che non riuscì a girare prima della morte e il cui progetto passò poi nelle mani di Steven Spielberg.

In realtà il film non si svolge interamente nel 2001: a parte ovviamente l'incipit con le scimmie ("L'alba dell'uomo", appunto), e probabilmente la sequenza finale con Bowman (dove il tempo non pare aver più significato), fra le due sezioni centrali (quella del dottor Floyd e quella del viaggio del "Discovery") ci sono diciotto mesi di differenza: almeno una delle due, dunque, è ambientata nel 2000 o nel 2002. Fra le tante eredità lasciate dalla pellicola c'è purtroppo la "moda", diffusasi negli anni seguenti soprattutto in Italia (e anche nei casi in cui nel titolo originale non ce n'era traccia), di premettere un anno futuribile nei titoli di film di fantascienza, forse per far capire immediatamente allo spettatore a quale genere appartenesse la pellicola che stava per vedere: alcuni esempi fra i tanti sono "1997: Fuga da New York" (che in originale era semplicemente "Escape from New York"), "2022: I sopravvissuti" (in originale "Soylent Green"), "1999 - Conquista della Terra" ("Conquest of the Planet of the Apes"), "2013 - La fortezza" ("The fortress"), per non parlare di "2002: La seconda Odissea" ("Silent Running") che il titolo addirittura spacciava come sequel del film di Kubrick. Un autentico seguito, in effetti, fu però realizzato dopo qualche anno: si tratta di "2010 - L'anno del contatto" di Peter Hyams, tratto dal primo dei tre romanzi che Clarke scrisse come seguiti ufficiali. Kubrick però non ci ebbe nulla a che fare (il regista addirittura aveva distrutto set, modellini e costumi nel timore che qualcun altro avesse voluto riutilizzarli). Pochi film hanno comunque avuto un'eredità consistente come "2001: Odissea nello spazio", non solo nel cinema ma in tanti altri campi. Jack Kirby ne disegnò un adattamento a fumetti passato alla storia (pubblicato anche in Italia in un'impressionante edizione di formato gigante). Di certo, in campo cinematografico, il film ha rappresentato uno spartiacque (non fu più possibile realizzare pellicole di fantascienza nello stile dei B-movie da drive in come in precedenza) e pose le basi per una rappresentazione realistica della tecnologia che sarebbe permasa per almeno un decennio. A modo loro, e pur andando poi in direzioni diverse, gli sono debitori Spielberg ("Incontri ravvicinati del terzo tipo"), Scott ("Alien") e Zemeckis ("Contact"), per non parlare di autori non anglosassoni come Tarkovskij (il cui "Solaris" fu pubblicizzato come "la risposta sovietica a 2001").

19 luglio 2014

C'era un uomo (Victor Sjöström, 1917)

Nota: se non ho fatto male i conti, questo è il 2000° film di cui scrivo su questo blog!

C'era un uomo (Terje Vigen)
di Victor Sjöström – Svezia 1917
con Victor Sjöström, Bergliot Husberg
***

Visto su YouTube.

Terje Vigen è un pescatore che vive con la famiglia in una piccola isola vicino alle coste della Norvegia. Nel 1809, durante le guerre napoleoniche, la flotta inglese occupa i mari, impedendo il passaggio a chiunque: pur di procurare del cibo alla moglie e alla figlia, Terje cerca di forzare il blocco con la sua piccola barca a remi, ma viene catturato e chiuso in prigione per cinque anni. Quando torna a casa, scopre che i suoi cari sono morti di fame e povertà. Passa diverso tempo, che Terje trascorre da solo covando rabbia e rancore, finché una notte uno yacht inglese si trova in difficoltà per la tempesta nelle acque che circondano l'isola. Terje si lancia al salvataggio dei suoi occupanti, ma scopre che il lord a bordo dello yacht non è altri che il capitano inglese che anni prima lo aveva catturato e che non aveva avuto pietà di lui: coglierà l'occasione per vendicarsi oppure prevarranno la ragione e il perdono? Da un poema di Henryk Ibsen (i cui versi donano un tono letterario ed elevato alle didascalie della pellicola), un film che sposa una drammatica vicenda a sfondo morale con una tecnica cinematografica moderna e all'avanguardia, non solo dal punto di vista formale (il montaggio, la fotografia) ma anche strutturale (la costruzione narrativa non lineare e l'uso dei flashback). All'epoca fu il lungometraggio più costoso mai prodotto in Svezia e per molti critici rappresenta l'inizio del "periodo d'oro" del cinema muto svedese, di cui lo stesso Sjöström fu una delle figure di spicco con lavori come "Il carretto fantasma". Qui colpiscono il grande uso dei paesaggi e degli ambienti, resi magistralmente attraverso la profondità di campo (quella di girare in esterni rimarrà una caratteristica – peculiare per quei tempi – del regista scandinavo). Impressionanti, in particolare, le scene in mare aperto, con il contrasto fra le onde burrascose della tempesta (come l'animo del protagonista) e le acque calme e quiete del finale. Fra le sequenze più belle: l'inseguimento (con montaggio alternato) della scialuppa inglese alla barca di Terje in fuga; la bufera notturna che mette in pericolo lo yacht; e il confronto finale presso lo scoglio. Il dramma di Ibsen, al di là della dimensione indiviuale, si ammanta di toni lirici e universali e può essere letto anche in chiave politica, auspicando una riconciliazione dopo la guerra (proprio nel 1814, Svezia e Norvegia posero fine alle ostilità unendosi in una sola nazione). Sjöström, anche protagonista, ricorre a un ottimo trucco che lo mostra in vari gradi di invecchiamento.

17 luglio 2014

Babylon A.D. (Mathieu Kassovitz, 2008)

Babylon A.D. (id.)
di Mathieu Kassovitz – Francia/GB/USA 2008
con Vin Diesel, Michelle Yeoh, Mélanie Thierry
*1/2

Visto in TV.

In un futuro cupo e disastrato, che vede il pianeta diviso nettamente in due parti (un'Eurasia allo sbando, semidistrutta da guerre e radiazioni e sommersa di profughi, e un Nord America ricco e scintillante), il mercenario Toorop (Vin Diesel) viene incaricato da un boss della mafia russa di scortare una misteriosa ragazza, Aurora (Mélanie Thierry), da un convento in Mongolia fino a New York, attraversando clandestinamente lo stretto di Bering. Durante il viaggio, effettuato in compagnia di una monaca (Michelle Yeoh), l'uomo si affezionerà alla ragazza, al punto da non volerla lasciare nelle grinfie di una setta religiosa che intende farne il simbolo di un nuovo avvento. Scialbo e pasticciato film d'azione fantascientifica, dove il plot (quanto mai banale, se passiamo sopra gli echi di "Children of men") è molto meno curato dell'ambientazione, la caratterizzazione dei personaggi è superficiale, le scene d'azione sono confuse (che spreco la Yeoh!) e la regia non riesce a fare da collante, anche perché la trama, che sembra strutturata ad episodi, non decolla mai: e il finale è la parte peggiore. Non funziona nemmeno come pellicola fracassona e di puro intrattenimento, visto che non manca l'ambizione di volare alto (ma ne risulta un calderone nel quale ci si può infilare di tutto – denuncia sociale, metafore religiose, capacità precognitive – senza approfondire nulla). Cast decisamente sprecato (ci sono anche Mark Strong e Lambert Wilson, ma soprattutto Charlotte Rampling nei panni della sacerdotessa della setta e Gérard Depardieu in quelli del boss russo Gorski) e meritato flop al botteghino. Il regista ha lamentato continue ingerenze da parte della produzione durante le riprese.

15 luglio 2014

Sugar Man (Malik Bendjelloul, 2012)

Sugar Man (Searching for Sugar Man)
di Malik Bendjelloul – Svezia/GB 2012
documentario
***

Visto al Conservatorio (rassegna Arianteo), in originale con sottotitoli, con Sabrina, Marisa, Eleonora, Costanza.

All'inizio degli anni settanta, il cantante folk Sixto Rodriguez incise a Detroit due dischi che non ebbero alcun successo e misero fine precocemente alla sua carriera musicale. In qualche modo, però, le sue canzoni giunsero in Sudafrica (a quei tempi isolato dal resto del mondo a causa dell'Apartheid e dei boicottaggi) dove fecero furore e divennero celebri, anche per i testi anti-establishment, ispirando un'intera generazione che crebbe convinta che in America Rodriguez fosse una star di prim'ordine, ai livelli di Bob Dylan se non di più. I suoi fan si stupirono quando, nei decenni seguenti, scoprirono che non solo negli Stati Uniti nessuno ne aveva mai sentito parlare, ma addirittura che non ci fossero notizie certe sulla sua identità. Intenzionati a svelare il mistero attorno all'artista, e in particolare le dicerie sulla sua morte (di cui circolavano diverse versioni, tutte spettacolari e inverosimili, come quella secondo cui si sarebbe dato fuoco sul palco durante un concerto), due musicologi di Cape Town cominciano un'indagine che li porterà a rintracciare il cantante, ancora vivo negli Stati Uniti e del tutto all'oscuro della sua fama in un paese così lontano. Una storia tanto vera quanto incredibile, conosciuta da pochi e portata alla ribalta internazionale da questo documentario che, fra le altre cose, ha vinto il Premio Oscar nella sua categoria. Costruito come un avvincente giallo a lieto fine, con una regia e una fotografia degne di un film di finzione, la pellicola fa riflettere sul rapporto fra gli artisti e i loro fan (cosa sarebbero stati i più grandi musicisti rock se non avessero avuto successo di pubblico?) e guida lo spettatore con le sue testimonianze attraverso una vicenda talmente insolita da far persino sospettare a tratti di trovarsi di fronte a un mockumentary alla "Forgotten Silver". Oltre ai suoi pregi cinematografici, il film ha ovviamente il merito di aver (ri)portato Rodriguez sotto i riflettori anche in patria, visto che le sue canzoni (ampiamente presenti nella colonna sonora) sono state finalmente rieditate e diffuse. Inquietante parallelo, il documentario risulta essere l'unico film diretto dal giornalista svedese Malik Bendjelloul, che si sarebbe suicidato due anni dopo (ovvero due mesi fa) per depressione.

13 luglio 2014

Una pura formalità (G. Tornatore, 1994)

Una pura formalità
di Giuseppe Tornatore – Italia 1994
con Gérard Depardieu, Roman Polanski
***

Visto in TV.

È notte, piove, e un uomo (Depardieu) viene portato in una cadente e isolata stazione di polizia di campagna, in mezzo al bosco, per essere interrogato dal commissario locale (Polanski) a proposito di un delitto che si è svolto in un casolare vicino. L'uomo afferma di essere un famoso scrittore, Onoff, che da anni vive isolato dal resto del mondo e delle cui opere – guarda caso – il commissario è un fervente lettore. La pioggia all'esterno è incessante, la corrente elettrica va e viene, le linee telefoniche sono interrotte, i dintorni sono disseminati di trappole e le penne non scrivono. Fra reticenze, vuoti di memoria, amare confessioni e vani tentativi di fuga, l'interrogatorio si protrarrà tutta la notte, fino a quando la verità verrà a galla. Da una sceneggiatura dello stesso Tornatore che pare scritta per il teatro (e infatti, negli anni a venire, sarà rappresentata più volte sul palco), una pellicola decisamente atipica per il cinema italiano (non a caso è interpretata da due "star" straniere, peraltro frutto di un casting altrettanto atipico: Polanski, in particolare, raramente recita da protagonista in pellicole non sue). L'atmosfera, più che ricordare un thriller poliziesco, oscilla fra il claustrofobico e il kafkiano, fino a sfociare nel metafisico (il finale può far venire in mente, per associazione d'idee, "After life" di Hirokazu Koreeda). Ma soprannaturale a parte, se l'avesse diretto lo stesso Polanski non ci sarebbe stato da stupirsene, visti i tanti elementi che ricordano le sue pellicole, soprattutto quelle degli esordi. In ogni caso, prova d'autore per il regista (con senno di poi, il titolo può essere letto anche come "Solo una questione di forma") e d'attore per i due protagonisti, che hanno recitato in francese e sono stati doppiati nella versione italiana da Corrado Pani (Depardieu) e Leo Gullotta (Polanski). Colonna sonora di Ennio Morricone, in collaborazione con il figlio Andrea: la canzone "Ricordare", intonata da vari personaggi durante il film e con testo dello stesso Tornatore, è cantata in italiano da Depardieu sui titoli di coda.

11 luglio 2014

Small soldiers (Joe Dante, 1998)

Small soldiers (id.)
di Joe Dante – USA 1998
con Gregory Smith, Kirsten Dunst
**1/2

Rivisto in TV.

Acquistata dalla Globotech, potente multinazionale che fra le altre cose di occupa di tecnologie militari, una casa produttrice di giocattoli immette sul mercato due serie di action figures dotate di un avanzato microchip che le rende "vive", ovvero in grado di parlare, di muoversi e soprattutto di imparare: si tratta dei Gorgonauti, alieni mostruosi ma pacifici, e del Commando Elite, soldati dell'esercito americano che danno loro la caccia. Il giovane Alan (Smith), figlio del proprietario di un negozio di giocattoli, la sua vicina di casa Christy (una Kirsten Dunst sedicenne!) e le rispettive famiglie rimangono così coinvolti in quella che è una vera e propria guerra in formato mignon fra le due fazioni. Atmosfere da anni ottanta (il regista cita a più riprese il suo precedente maggior successo, "Gremlins") per un'onesta pellicola d'intrattenimento che per molti versi anticipa la saga pixariana di "Toy Story". I toni sono da commedia d'azione, sia pure su scala "ridotta", e naturalmente abbondano strizzatine d'occhio e parodie: si va da "2001: Odissea nello spazio" (nel commercial in tv dei soldatini) a frasi, situazioni e temi di tante classiche pellicole di genere bellico (compresa, ovviamente, la Cavalcata delle Valchirie di "Apocalypse Now"). Da sottolineare l'inquietante scena in cui le bambole Gwendy (il nome Barbie, evidentemente, era protetto dai diritti) vengono deformate e trasformate in soldati, con tanto di attacco a Christy a mo' di Gulliver. Cast da brivido per quanto riguarda i doppiatori originali: Tommy Lee Jones è il maggiore Chip Hazard, il capo dei soldati, mentre Frank Langella è Archer, il leader dei Gorgonauti; le voci degli altri membri del Commando Elite sono quelle di "Quella sporca dozzina" (George Kennedy, Ernest Borgnine, Jim Brown, Clint Walker), più Bruce Dern, mentre per gli alieni si è fatto ricorso al cast di "This is the Spinal Tap" (Michael McKean, Harry Shearer e Christopher Guest), più Jim Cummings. Infine, Sarah Michelle Gellar e Christina Ricci danno voce alle Gwendy. Scena cult: la "guerra psicologica" con la canzone "Wannabe" delle Spice Girls sparata a tutto volume.

09 luglio 2014

Sin City (R. Rodriguez, F. Miller, 2005)

Sin City (id.)
di Robert Rodriguez, Frank Miller – USA 2005
con Mickey Rourke, Bruce Willis, Clive Owen
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Dalla serie a fumetti noir di Frank Miller, tre violente storie ambientante nell'immaginaria Basin City (rinominata da tutti Sin City, ovvero la "città del peccato", perché vizio e corruzione vi imperano ad ogni livello). Il rude Marv (Mickey Rourke) intende scoprire chi ha ucciso la prostituta Goldie, l'unica donna che lo abbia mai amato. Il detective Hartigan (Bruce Willis) salva la giovane Nancy (Jessica Alba) da uno stupratore pedofilo, figlio di un potente senatore che gli giura vendetta. L'avventuriero Dwight (Clive Owen) è alle prese con l'omicidio di un poliziotto (Benicio Del Toro) che potrebbe far saltare la "tregua" fra le prostitute della città bassa e le forze dell'ordine. Gli elementi sono quelli classici della narrativa hard boiled: uomini duri e tutti d'un pezzo, donne fatali, gangster psicopatici, politici corrotti, in un mondo senza sfumature di grigio (in tutti i sensi). L'onnipresente voce fuori campo veicola pensieri ed emozioni di personaggi che si rifanno alla tradizione degli eroi di Raymond Chandler o Dashiell Hammett, condita con la violenza eccessiva e grottesca dei film di exploitation o dei loro eredi tarantiniani. E proprio nell'ombra di Tarantino si dipana questa versione cinematografica, e non solo perché il buon Quentin (accreditato come "special guest director") ne ha girato una breve sequenza – quella del surreale dialogo in auto fra Dwight e il defunto Jackie-boy – ma soprattutto perché al timone dell'intera operazione c'è il suo amico e sodale Robert Rodriguez. L'approccio del regista messicano è quello di un'estrema fedeltà al materiale di partenza ("Non volevo fare Sin City di Robert Rodriguez, volevo fare Sin City di Frank Miller"), e per questo motivo ha fatto salire a bordo lo stesso fumettista nelle vesti di co-sceneggiatore e co-regista (per Miller è l'esordio dietro la macchina da presa). Grazie a un massiccio uso delle tecnologie digitali, le vignette degli albi originali sono state trasposte sullo schermo in maniera stupefacente, conservandone tutto il fascino e riproponendone la grafica stilizzata e le soluzioni espressive: le immagini sono in un contrastatissimo bianco e nero, tranne piccoli particolari (le labbra rosse, gli occhi blu, i capelli biondi delle ragazze, i colori di automobili od oggetti da far risaltare al momento opportuno), le scene d'azione sono dinamiche e irreali, le inquadrature sono prospettiche o deformate, così come le fattezze fisiche di alcuni personaggi (vedi Mickey Rourke o Nick Stahl, il "bastardo giallo"). L'aspetto visivo è pertanto il punto di forza di un film che per il resto si appoggia sulle convenzioni di genere, ovvero una violenza esasperata e grottesca (da non prendere sul serio, dunque), personaggi monodimensionali e stereotipati (in particolare le donne, tutte prostitute o spogliarelliste, a seconda dei casi da proteggere o da temere), colpi di scena improvvisi e spiazzanti. Avendo fuso insieme vicende provenienti da volumi diversi, la struttura del film risulta simile a quella di "Pulp Fiction", con storie separate ma che si incrociano occasionalmente fra loro e dalla cronologia sfasata (a un certo punto ritroviamo in vita personaggi morti in sequenze precedenti). Di contro, rispetto al fumetto, la visione del film "impone" il proprio ritmo (chi legge può scegliere di soffermarsi più o meno a lungo su una vignetta o una pagina in particolare) e non è detto che ciò che si perde nella cadenza si guadagni sempre in dinamicità. Nel ricchissimo cast, da segnalare anche Elijah Wood (il cannibale Kevin), Josh Hartnett (il giovane killer del prologo), Michael Madsen (il collega che tradisce Hartigan), Rutger Hauer (il cardinale), Jaime King (Goldie), Michael Clarke Duncan (Manute) e, fra le prostitute, Rosario Dawson (Gail), Devon Aoki (la letale Miho) e Alexis Bledel (la protagonista del telefilm "Una mamma per amica", cui si allude scherzosamente). Per la sequenza che ha diretto, Tarantino si è fatto pagare solo un dollaro: un modo per rendere il favore a Rodriguez, che aveva voluto la stessa cifra per il suo contributo alla colonna sonora di "Kill Bill". Due anni più tardi, nello stesso stile grafico, Zack Snyder porterà sullo schermo un altro fumetto di Miller, "300", mentre quest'ultimo si riunirà con Rodriguez per l'imminente sequel di "Sin City" in uscita fra pochi mesi.

07 luglio 2014

Gli occhi della mummia (E. Lubitsch, 1918)

Gli occhi della mummia (Die Augen der Mumie Ma)
di Ernst Lubitsch – Germania 1918
con Pola Negri, Emil Jannings
**

Visto su YouTube.

In Egitto per una breve vacanza, il giovane pittore Wendland (Harry Liedtke) si innamora della bella Ma (Pola Negri) e la salva dalle grinfie del sacerdote Radu (Emil Jannings), che l'aveva rapita e la sfruttava (come "mummia" vivente) per terrorizzare e depredare i turisti che visitavano un'antica tomba nelle vicinanze del Cairo. Wendland sposa la ragazza e la porta con sé in Europa, dove diventa la sua musa e modella, oltre che una celebrità come danzatrice orientale. Ma nella stessa città, al servizio di un principe benestante, è giunto anche Radu, deciso a rintracciare Ma e a vendicarsi del suo tradimento. Non un horror tradizionale, come le premesse (e il titolo) suggerivano, ma un thriller sul tema dello stalking, che può contare su belle atmosfere, un buon cast (Pola Negri era specializzata nel ruolo della bellezza esotica e un po' selvaggia; Jannings stupisce in ogni film in cui appare) e la solida regia di un Lubitsch per la prima volta alle prese con un film drammatico (i lavori precedenti erano tutte commedie). Parecchie le ingenuità nella trama, compensate però da sequenze sottilmente inquietanti (quelle con Jannings, ça va sans dire) e da un finale drammatico e in climax. Interessanti anche le scene in cui Ma, sottoposta a una "educazione europea", si sente a disagio nel contesto sociale in cui il novello marito vorrebbe collocarla, finendo per diventare una danzatrice di varietà. Si tratta della prima collaborazione fra Lubitsch e la Negri, cui seguiranno successi come "Carmen" e "Madame DuBarry".

05 luglio 2014

L'imperatore del nord (R. Aldrich, 1973)

L'imperatore del nord (Emperor of the North)
di Robert Aldrich – USA 1973
con Lee Marvin, Ernest Borgnine
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Nel 1933, al culmine della grande depressione, molti senzatetto si spostavano attraverso gli Stati Uniti nascondendosi a bordo dei treni merci. Shack (Ernest Borgnine), violento e brutale capotreno del convoglio numero 19 delle ferrovie dell'Oregon, è celebre per non aver mai permesso a nessuno di viaggiare clandestinamente sui propri vagoni: verrà sfidato da quello che tutti chiamano "il Numero 1" (Lee Marvin) e che si fregia del titolo di imperatore dei vagabondi. Nella loro lotta senza esclusione di colpi tenterà di inserirsi anche il giovane Cigaret (Keith Carradine), hobo fanfarone e alle prime armi, al quale il Numero 1 cercherà inutilmente di fare da maestro di vita. Pellicola d'azione ispirata ai racconti e alle memorie di viaggio di Jack London, tutta costruita sul confronto fra personaggi che rappresentano rispettivamente la legalità fine a sé stessa (l'odio di Shack verso i vagabondi è una pura questione d'orgoglio) e la vita da nomade e senza catene (l'imperatore non ha una vera meta da raggiungere: il traguardo di Portland rappresenta per lui soltanto una sfida all'avversario, così come non auspica per sé un futuro migliore o la fine della crisi economica). Col procedere della trama, la violenza sale di tono fino al sanguinoso scontro finale. Il personaggio di Keith Carradine è quasi un terzo incomodo, introdotto soltanto per movimentare la trama e aggiungere qualche linea di dialogo nei momenti in cui i due contendenti non si trovano faccia a faccia. Molte le scene da ricordare: a parte i combattimenti sui treni in corsa, anche il battesimo nel fiume e il furto del tacchino. Il titolo originale avrebbe dovuto essere "L'imperatore del Polo Nord", ma il film fu poi rieditato con il nome attuale. Naturalmente sia Marvin che Borgnine avevano già lavorato insieme (e con Aldrich) in "Quella sporca dozzina". Il progetto era originariamente di Sam Peckinpah, che cinque anni dopo riciclò l'idea in "Convoy", dove la sfida è fra un camionista ribelle e un poliziotto intransigente (quest'ultimo interpretato sempre da Borgnine).

04 luglio 2014

Mistery (Bob Swaim, 1986)

Mistery (Half Moon Street)
di Bob Swaim – GB/USA 1986
con Sigourney Weaver, Michael Caine
*

Visto in TV.

Per arrotondare il magro stipendio, la dottoressa americana Lauren Slaughter (Weaver) – consulente presso l'istituto per le relazioni con i paesi del Medio Oriente a Londra – comincia a lavorare come accompagnatrice per un'agenzia di escort di lusso. E finirà per innamorarsi di uno dei suoi clienti, Lord Bulbeck (Caine), diplomatico nel mirino dei terroristi perché sta negoziando un trattato fra arabi e israeliani. Un incrocio fra "Bella di giorno" e un film di spionaggio alla James Bond? Macché! La trama implausibile e la protagonista improbabile (femminista, salutista, colta e sessualmente disinibita) lo rendono un thriller piatto e privo di ritmo, diretto da un regista senza un briciolo di talento. Il contesto fantapolitico è risibile, fra complotti fumosi e stereotipi al limite del razzismo, mentre la trovata di rendere la scienziata una squillo è puramente pretestuosa (ma almeno fa sì che la Weaver si conceda diverse scene a seno nudo). Cast sprecato per un filmetto senza qualità, con dialoghi e confezione da tv movie.

30 giugno 2014

Decalogo (Krzysztof Kieslowski, 1989)

Decalogo (Dekalog)
di Krzysztof Kieslowski – Polonia 1989
serie tv in dieci episodi
***1/2

Visto in DVD.

Girata per la televisione polacca, una serie di brevi film (poco meno di un'ora ciascuno) ispirati ai dieci comandamenti della religione cattolica. "Caso" cinematografico che fece scoprire il talento di Kieslowski anche al di fuori della Polonia (ai tempi ancora dietro la cortina di ferro, ma anche il paese più "credente" dell'Europa dell'Est, quello che aveva dato i natali all'allora papa Giovanni Paolo II), non ha tuttavia un'impostazione confessionale: lo sguardo di Kieslowski è filosofico più che religioso, indaga nell'animo umano per portarne allo scoperto i dubbi, i dilemmi e le ambiguità, e stimola profonde riflessioni sulla morale e l'etica, sulla legge, sul caos e l'ordine e soprattutto sulle contraddizioni della natura umana. Spesso i dieci comandamenti sono semplici spunti per raccontare una vicenda che può avere differenti intepretazioni o diversi punti di vista: a volte affrontando i temi in maniera diretta (come nel caso di "Non uccidere"), a volte in modo più vago o non lineare, o con un certo senso del paradosso. Sceneggiati da Kieslowski insieme al fido Krzysztof Piesiewicz, i vari episodi possono essere considerati come minifilm indipendenti l'uno dall'altro (e dunque visionabili, volendo, in qualsiasi ordine): ciascuno ha i propri interpreti e un proprio direttore della fotografia (l'unico che si ripete è Piotr Sobociński, che ha curato i capitoli 3 e 9). Tutti però condividono la medesima ambientazione e prendono l'avvio in un complesso residenziale di Varsavia, un tipico "casermone" dell'epoca sovietica, gigantesco, grigio e formato da tanti appartamenti tutti uguali: è qui che vivono praticamente tutti i personaggi dei vari episodi, molti dei quali si conoscono, si incontrano fra loro o semplicemente hanno sentito in giro le storie l'uno dell'altro. I rimandi interni, pur sottili (in alcuni casi si tratta di semplici strizzatine d'occhio per gli spettatori che hanno seguito l'intera serie), d'altronde non mancano: e non parliamo solo di personaggi minori che ricorrono in più di un capitolo; a volte un particolare episodio getta nuova luce su un altro (nell'ottavo, "Non dire falsa testimonianza", si discute per esempio della storia del secondo, "Non nominare il nome di Dio invano", e i personaggi ne danno una loro interpretazione). Detto ciò, non è necessario – come hanno fatto invece molti critici – sforzarsi di trovare temi ricorrenti nei vari episodi, visto che ogni film può essere visto, valutato e apprezzato come un'opera a sé stante: l'unico filo conduttore è quello suggerito dal titolo stesso, ossia i dieci comandamenti, e dal tema presente in tutti i lavori del regista polacco: il rapporto fra l'uomo e il destino. In effetti, non è nemmeno necessario presumere l'esistenza di un Dio per dare significato alle diverse storie. Kieslowski non vuole catechizzare né impartire lezioni morali (anche perché non sempre è immediatamente chiaro a quale dei personaggi dell'episodio – spesso i protagonisti sono due – è diretto il comandamento di turno, o se si tratta di una punizione, di un avvertimento o di un insegnamento): il suo approccio è quello di un osservatore, proprio come la figura interpretata da Artur Barciś che compare – in situazioni sempre diverse – in ciascuno degli episodi (il barbone nel primo, l'infermiere nel secondo, l'autista di tram nel terzo, ecc.) e che fa da testimone muto alle vicende. Le musiche sono di Zbigniew Preisner, che nel nono film ("Non desiderare la donna d'altri") dà vita all'immaginario compositore settecentesco Van den Budenmayer che ritornerà a più riprese nelle successive opere di Kieslowski (in particolare ne "La doppia vita di Veronica", in "Film blu" e in "Film rosso"). Il regista polacco realizzerà anche delle "versioni estese" di due episodi (il quinto e il sesto) che saranno distribuiti come film a sé stanti nelle sale cinematografiche ("Breve film sull'uccidere", tratto da "Non uccidere", e "Non desiderare la donna d'altri", che – nonostante il titolo italiano che certifica una volta di più l'incompetenza o la malafede dei nostri distributori – si rifà all'episodio "Non commettere atti impuri").

1, "Non avrai altro Dio all'infuori di me"
Un professore universitario rigetta l'idea di divinità ma a suo modo ha anche lui una fede: quella nella logica matematica, impersonata dal personal computer cui si affida per ogni decisione, convinto che tutta la vita possa essere descritta in termini meccanicistici. Quando si azzarderà a calcolare lo spessore del ghiaccio prima di lasciar andare il figlioletto a pattinare sul lago, il destino lo punirà. Davanti al suo straziante dolore per la morte del bambino, anche una Madonna piangerà lacrime di cera. Oltre a presentare il setting di tutta la serie, è anche uno degli episodi più espliciti e diretti nel mettere in scena il proprio comandamento.

2, "Non nominare il nome di Dio invano"
Una donna incinta si rivolge al primario della clinica dove il marito è ricoverato per sapere se l'uomo, colpito da una grave malattia, sopravviverà. Dal responso dipenderà la sua scelta se portare a termine o meno la gravidanza, frutto di una relazione clandestina con un amante. Ma il medico, solitario e scostante, non è in grado di darle una risposta, o forse le mente per non prendersi la responsabilità di decidere del suo destino. Ambiguo ed enigmatico: Dio è il medico cui la donna si rivolge? O l'intervento divino è decisivo per la guarigione del marito quando tutto faceva sembrare che la sua malattia fosse progressiva?. Più tardi, nell'ottavo capitolo, si azzarderà una possibile interpretazione: il medico, che è credente, non può rispondere perché equivarrebbe ad emettere una sentenza, ovvero a sostituirsi a Dio.

3, "Ricordati di santificare le feste"
La sera della vigilia di Natale, una donna chiede all'ex amante (che non vedeva da tre anni) di aiutarla a rintracciare il marito, misteriosamente scomparso. Dopo aver girato insieme tutta la notte per le strade di una Varsavia fredda e ostile, tra ospedali e stazioni, la donna gli rivela che si è trattato di una disperata menzogna per non trascorrere la notte da sola: se lui non fosse rimasto con lei fino al mattino, si sarebbe uccisa. Alla cupezza dell'ambientazione fa da contrasto una certa ironia nel modo di interpretare il terzo comandamento (l'uomo non trascorre la festività con la propria famiglia ma con l'amante: eppure, così facendo, salva la vita a quest'ultima).

4, "Onora il padre e la madre"
Una ragazza trova una lettera che la madre le aveva scritto poco prima di morire, subito dopo la sua nascita, in cui le rivela che l’uomo che l’ha cresciuta potrebbe non essere il suo vero padre. La rivelazione giunge quasi come un sollievo, visto che è sempre stata attratta da lui (sentimento peraltro reciproco): ma sarà vera? Uno degli episodi più ambigui e scabrosi, ma anche fra i più lucidi e compatti per sceneggiatura e messa in scena, considerato da alcuni critici come il migliore dei dieci film. Verità e menzogne, desideri e paure si alternano fino alla fine, aiutati dal fatto che la protagonista sia una studentessa di arte drammatica, e dunque abituata a “recitare”.

5, "Non uccidere"
Un ragazzo inquieto, forse in cerca di autodistruzione, vaga per la città in attesa dell'occasione giusta per compiere un atto violento: alla fine decide di uccidere brutalmente e a sangue freddo, senza apparente motivo, un tassista. Al processo verrà inutilmente difeso da un giovane avvocato che ha appena superato l'esame da procuratore e che si prodiga in una sentita arringa contro la pena di morte, da lui ritenuta ingiusta e inutile come deterrente. I due si rincontreranno in prigione, al momento dell'esecuzione, alla quale l'avvocato dovrà assistere poche ore dopo aver avuto un figlio. Un episodio dai toni cupi e scuri, come testimonia la fotografia ricca di filtri e di viraggi in color seppia, quasi si trattasse di una vecchia fotografia (come quella della sorellina morta, che il giovane assassino porta a restaurare).

6, "Non commettere atti impuri"
Tomek, giovane impiegato alle poste che vive da solo con la madre, spia di nascosto una conturbante e disinibita vicina di casa, il cui appartamento è situato proprio di fronte alla sua finestra. Non solo: le fa telefonate mute, si fa assumere per consegnare il latte nel suo palazzo e, pur di vederla più spesso, le spedisce falsi avvisi di vaglia postali per spingerla a recarsi allo sportello. Quando viene a conoscenza di tutto, la donna si prenderà gioco di lui, umiliandolo. Ma di fronte al tentato suicidio del ragazzo, e rendendosi conto della sua sensibilità, cambierà atteggiamento. Forse l'episodio che parla maggiormente di sentimenti e sensibilità: e per nulla scabroso, nonostante il tema trattato.

7, "Non rubare"
"Si può rubare quello che è già nostro?". A porsi la domanda è Maika, che rapisce quella che tutti credono essere la sua sorellina minore, Anka, con l'intenzione di fuggire all'estero portandola con sé. In realtà la bambina è sua figlia, nata quando lei aveva solo 16 anni, di cui la nonna si è "impossessata" come se fosse sua, inizialmente per mettere a tacere lo scandalo (Maika era solo una studentessa, e il padre della bimba era il suo insegnante) ma anche perché la donna, dopo la nascita della primogenita, non poteva avere altri figli. Anche per questo Maika odia la madre, capace di mostrare verso Anka tutto quell'affetto e quella tenerezza che per lei non ha mai avuto. Un episodio melodrammatico e particolarmente ambiguo, come sempre originale nell'interpretare il comandamento che gli dà il nome.

8, "Non dire falsa testimonianza"
Zofia, anziana insegnante di filosofia ed etica all'università, si ritrova faccia a faccia con Elzbieta, che nel 1943 – quando era solo una bambina di sei anni – aveva rifiutato di proteggere dai nazisti. Elzbieta avrebbe dovuto infatti essere accolta da una famiglia purché fosse battezzata; ma Zofia e suo marito, che avrebbero dovuto fare da padrini al finto battesimo, avevano rifiutato all'ultimo momento l'aiuto promesso per non mentire di fronte al Dio in cui credevano, "quel Dio che chiede di essere misericordiosi ma che non permette di dare falsa testimonianza". Ma fu davvero quella l'unica ragione? Non è consentito mentire per una giusta causa? A distanza di quarant'anni il mistero viene svelato, ed Elzbieta scopre che quello che Zofia e il marito invece fecero fu proprio mentire per una giusta causa...

9, "Non desiderare la donna d'altri"
Roman, chirurgo cardiologo, si scopre all'improvviso impotente e suggerisce alla bella moglie Hanka, con cui è sposato da dieci anni (senza figli), di trovarsi un amante. Non sa però che la donna ne ha già uno, un giovane studente di fisica: e quando lo scopre, in preda alla gelosia o alla disperazione, tenta il suicidio... Questa volta il comandamento non sembra rivolto a uno dei due protagonisti ma al comprimario, lo studente che introducendosi nella vita della coppia rischia di provocare il disastro. Episodio particolarmente sofferto, attento ai piccoli dettagli e alle sfumature. Da ricordare la giovane cantante che Roman deve operare al cuore per consentirle di proseguire la sua carriera, ma che preferirebbe farne a meno (le basta vivere, non cantare: simbolo di chi si accontenta, in contrapposizione a chi vuole quello che non ha).

10, "Non desiderare la roba d'altri"
Due fratelli ereditano la collezione di francobolli del padre, che avevano sempre disprezzato ("Com'è possibile che un uomo possa avere tanta voglia di possedere qualcosa?"). Ma quando ne scoprono il valore, lentamente cominciano a diventare come lui, al punto che il maggiore venderà addirittura un rene pur di mettere le mani su un pezzo particolarmente raro. E quando un ladro ruberà l'intera collezione, sospetteranno l'uno dell'altro. Apologo sull'avidità e sul collezionismo, con due personaggi diversi fra loro (il fratello maggiore è un lavoratore inquadrato, il minore è un cantante rock anticonformista) che si scoprono uguali a quel padre che li aveva abbandonati e viveva segregato nel proprio appartamento per timore dei furti. Nulla diventa per loro più importante dei francobolli ("Ho la sensazione che i miei problemi non esistano più", confessa uno dei fratelli), e solo la loro perdita, dopo il primo senso di smarrimento, farà comprendere ai protagonisti la loro stupidità.

29 giugno 2014

Il testamento del mostro (Jean Renoir, 1959)

Il testamento del mostro (Le testament du Docteur Cordelier)
di Jean Renoir – Francia 1959
con Jean-Louis Barrault, Teddy Bilis
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Introdotto "hitchcockianamente" dallo stesso Renoir, ospite di uno studio televisivo, come se si trattasse di un episodio di una trasmissione da lui presentata (in effetti la pellicola fu realizzata proprio per la tv francese), il film è un adattamento de "Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mister Hyde", molto più fedele al romanzo di Robert Louis Stevenson – nonostante i nomi cambiati e l'ambientazione in una Parigi contemporanea – di quanto non fossero le versioni hollywoodiane, che tradizionalmente si appoggiano semmai alla versione teatrale di Thomas Russell Sullivan. Qui, invece, oltre a non intromettere elementi spuri (come la fidanzata di Jekyll/Cordelier), viene mantenuta la scansione cronologica dell'originale, con la storia che comincia "in media res" (e solo nel finale viene rivelata l'origine di Hyde/Opale), nonché il punto di vista privilegiato del notaio Utterson/Joly, vero protagonista della pellicola nonché testimone di tutti gli eventi. È da questi che il dottor Cordelier si reca, quando è già solito trasformarsi da tempo in Monsieur Opale per mezzo della pozione da lui inventata, allo scopo di modificare il proprio testamento e di nominare il suo malvagio alter ego come beneficiario (da cui il titolo del film) nel caso sparisse dalla circolazione per sempre. Le indagini di Joly, incuriosito dal testamento e preoccupato per l'amico (ancor più dopo aver assistito con i propri occhi a diversi atti di violenza perpetrati da Opale), lo porteranno nel finale a scoprire tutta la verità. Nelle doppie vesti di Cordelier e Opale c'è Jean-Louis Barrault, il mimo di "Les enfants du paradis", più a suo agio nei panni dinoccolati del mostro, mobile, danzante e saltellante (quando appare in scena è sempre accompagnato da un riconoscibile tema musicale, opera di Joseph Kosma), che non in quelli ingessati dello scienziato. Apprezzabile sul versante tecnico (regia e fotografia sono decisamente cinematografiche e non televisive), il film è invece carente – soprattutto se paragonato a versioni precedenti della stessa storia, come il capolavoro di Mamoulian del 1931 – nella rappresentazione del dilemma morale, della questione etica, della tensione sessuale: tutto assente e sostituito da sterili diatribe psichiatriche fra Cordelier e il collega-rivale Séverin (il sempliciotto Joly, dal canto suo, non si immischia in tali argomenti).

26 giugno 2014

Edge of tomorrow (Doug Liman, 2014)

Edge of tomorrow - Senza domani (Edge of tomorrow)
di Doug Liman – USA/Australia 2014
con Tom Cruise, Emily Blunt
***

Visto al cinema Uci Bicocca.

Una razza di alieni, i Mimic, ha invaso la Terra e conquistato quasi tutta l'Europa, ma in cinque anni gli esseri umani si sono organizzati e sono ormai pronti a sferrare la controffensiva vincente. Il maggiore Cage, ex agente pubblicitario che cura le relazioni pubbliche dell'unione delle forze di difesa, si ritrova suo malgrado in mezzo alle truppe d'assalto che devono sbarcare in Normandia (!): ma la missione si rivela un massacro, visto che gli extraterrestri ne erano al corrente. Ucciso da un nemico, Cage si risveglia ventiquattr'ore prima e scopre di aver acquisito la capacità di rivivere sempre lo stesso giorno... E a furia di provarci e riprovarci, da imboscato qual era diventerà un vero soldato, aiutando l'eroina Rita a sconfiggere gli alieni. Fra "Ricomincio da capo" (il nome del personaggio femminile è addirittura lo stesso) e "Source code", una bizzarra versione action-militare-fantascientifica del "giorno della marmotta": il meccanismo del time loop, con la battaglia che si ripete dall'inizio ogni qualvolta il protagonista viene ucciso, lungi dall'essere noioso o ripetitivo è perfettamente funzionale e integrato nella storia, consentendo anche un'evoluzione credibile del personaggio. E naturalmente non può non far venire in mente la dinamica di un videogioco, dove a ogni "game over" e a ogni successivo reset il giocatore mantiene la memoria e tutta l'esperienza dei tentativi precedenti. Ma ricorda anche "Another one bites the dust", uno dei poteri del villain Yoshikage Kira nella quarta serie del manga "Le bizzarre avventure di JoJo". Il tutto è condito da una regia solida, da scene di battaglia sporche e confuse ma assai efficaci, e persino da un Tom Cruise che più invecchia più sembra migliorare (ormai è in grado di sfoggiare più di una sola espressione!). Buona anche la chimica con la soldatessa tamarra Emily Blunt (che dopo "Looper" torna a farsi coinvolgere da insoliti viaggi nel tempo). Fosse uscito una ventina d'anni fa, sarebbe già un classico della fantascienza bellica. Peccato solo per il finale, che confonde e non convince su più fronti. Il soggetto è tratto da una light novel giapponese, "All you need is kill" di Hiroshi Sazurazaka, il cui titolo originale è stato modificato perché a Hollywood non piace più mettere la parola "uccidere" nel nome di un film per il grande pubblico.

24 giugno 2014

L'imbalsamatore (Matteo Garrone, 2002)

L'imbalsamatore
di Matteo Garrone – Italia 2002
con Ernesto Mahieux, Valerio Foglia Manzillo
***

Rivisto in DVD, con Eleonora, Marco, Paola, Costanza, Giovanni e Rachele.

Il tassidermista Peppino Profeta, nano e gay represso, assume come apprendista il prestante Valerio, verso il quale manifesta un'attrazione ossessiva. Lo prende sotto la propria ala protettiva, lo riempie di attenzioni e lo ospita persino in casa sua. Ma quando Valerio decide di fidanzarsi con Deborah, una ragazza conosciuta durante una trasferta a Cremona (dove Peppino si era recato per compiere un "lavoretto" per conto della Camorra), le cose si complicheranno. Ispirato a una vicenda di cronaca nera (avvenuta a Roma nel 1990), un thriller psicologico avvincente e inquietante, che si appoggia su un personaggio (quello di Peppino) sfaccettato e ottimamente caratterizzato, "al di là del bene e del male" con i suoi complessi, le sue pulsioni, i suoi tormenti. Basti pensare alle serate con le donnine che organizza pur di stare in compagnia di Valerio, verso il quale, nonostante la propria apparente schiettezza, non ha mai il coraggio di dichiarare i propri sentimenti. Lo stesso lavoro che svolge, quello appunto dell'imbalsamatore, può essere letto come una metafora: la conservazione (sotto formalina?) dei sentimenti e delle emozioni, in un sottile confine a metà fra la vita e la morte. L'atmosfera generale della pellicola (cui giova la fotografia di Marco Onorato) e la parlata napoletana, con il suo tono "normalizzante", donano un ulteriore strato di ambiguità e di inquietudine alla tensione che si respira senza un attimo di tregua. È anche il film con cui Garrone, dopo i primi lavori – peraltro non certo trascurabili: vedi "Estate romana" – raggiunse il successo di critica (vinse, fra le altre cose, il David di Donatello per la miglior sceneggiatura e quello per il miglior attore). Regia, ritmo e montaggio, d'altronde, mostrano dalle prime sequenze che si tratta di un prodotto di qualità superiore alla media del cinema italiano: e negli anni seguenti Garrone dimostrerà di essere, insieme con Paolo Sorrentino, il più promettente dei nuovi talenti nostrani. Girato a Castel Volturno (nella frazione abusiva del Villaggio Coppola) e a Cremona. Oltre all'eccezionale Ernesto Mahieux nei panni di Peppino, il trio di protagonisti è completato dall'esordiente ex-modello Valerio Foglia Manzillo e da Elisabetta Rocchetti. Musiche della Banda Osiris.

23 giugno 2014

Cannes e dintorni 2014 - conclusioni

Rassegna di livello medio-alto, forse senza grandi sorprese o rivelazioni ma anche senza cocenti delusioni. Su tutti hanno brillato due film, quello di Nuri Bilge Ceylan ("Winter sleep", vincitore della Palma d'Oro) e quello di Xavier Dolan ("Mommy", premio della giuria). Bene anche i lavori di Zhang Yimou ("Coming home") e Olivier Assayas ("Clouds of Sils Maria"). L'unico film sotto la sufficienza mi è parso "Catch me daddy" dell'esordiente Daniel Wolfe, malriuscita fusione di thriller on the road e denuncia sociale. A livello di contenuti, poche novità: come l'anno scorso, la famiglia continua a essere l'argomento più frequentato, insieme alla malattia. E comunque quasi tutti gli autori sembrano essere andati sul sicuro, affrontando temi già abbondantemente trattati in passato (i Dardenne, Ken Loach, John Boorman, gli stessi Ceylan e Dolan). Visto il gran caldo dei primi giorni della rassegna, per fortuna alcune pellicole ci hanno tenuti al "fresco" con le immagini di neve ("Winter sleep", "Coming home") o di montagne ("Sils Maria"). Di contro, c'erano anche l'afa estiva di "Tu dors Nicole", le terme di "Thermae Romae II" e il deserto di "Timbuktu".

21 giugno 2014

Leviathan (Andrey Zvyagintsev, 2014)

Leviathan
di Andrey Zvyagintsev – Russia 2014
con Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Per tener testa al corrotto sindaco locale che intende espropriargli il terreno dove ha sempre vissuto, Kolya, un agricoltore che abita in un villaggio di pescatori sulla costa del Mare di Barents, fa venire da Mosca un giovane avvocato che aveva conosciuto durante il servizio militare. Questi afferma di conoscere fatti assai compromettenti che il politico preferirebbe tener segreti, e dunque di poterlo ricattare, ma l'impresa non si rivelerà così facile. E nel frattempo l'avvocato inizia una relazione clandestina con Lilya, la giovane seconda moglie di Kolya, infelice e alla disperata ricerca di una via di fuga. Attraverso una vicenda contorta, che cambia focus più volte e lascia a lungo in dubbio lo spettatore su quale sia davvero il protagonista, Zvyagintsev lancia uno sguardo livido e impietoso al malessere e alle contraddizioni della società russa vista dal suo interno (seppur da una zona periferica), attraverso "una tragedia di bibliche proporzioni" e personaggi imprigionati, con la loro disperazione e solitudine, in un mondo troppo grande per poterlo tenere sotto controllo. La metafora, evidente sin dal titolo, è quella della storia di Giobbe, citata peraltro esplicitamente. In questo caso il leviatano, il mostro contro cui l'uomo lotta inutilmente, può essere il destino, l'ingiustizia, la burocrazia o la politica (impagabile la scena in cui i personaggi si dedicano al tiro al bersaglio contro i ritratti dei precedenti gerachi che hanno governato il paese; quelli più recenti – come Putin – dovranno però aspettare perché è ancora presto per parlarne con la necessaria "prospettiva storica"), rappresentato visivamente dalle balene che si tuffano nelle gelide acque circostanti (e lo scheletro di una delle quali fa bella mostra di sé adagiato sulla spiaggia), dal mostro di metallo che fa a pezzi la casa di Kolya, o semplicemente dal grasso e corrotto sindaco della cittadina. Le atmosfere cupe e disperate, allievate a tratti da brevissimi lampi di ironia (quanto bevono i russi!), sono servite attraverso una fotografia gelida e concretissima (e che fa un buon uso delle panoramiche), lunghe sequenze senza stacchi di montaggio, e una colonna sonora con robuste dosi di Philip Glass. Soltanto al termine della pellicola si comincia a cogliere la visione d'insieme e il film manifesta tutta la sua epicità, al di là dei singoli personaggi e della metaforica vicenda. Si ha l'impressione che la trama fosse solo un pretesto, una storia come un'altra per raccontare direttamente la condizione umana. Più importante delle vicende, dunque, sono le relazioni fra i personaggi e quelle con l'ambiente in cui vivono, il modo di reagire alle avversità e di rapportarsi con i propri errori e la propria infelicità. Una pellicola estremamente esistenziale, dunque, forse anche troppo ambiziosa, che in più cerca di riportare al centro del dibattito sociale e politico un po' di quella spiritualità che un tempo permeava la Russia e che nei decenni precedenti era stata lentamente messa da parte.

Next to her (Asaf Korman, 2014)

Next to her (At li Layla)
di Asaf Korman – Israele 2014
con Liron Ben-Shlush, Dana Ivgy, Jacob Daniel
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La ventisettenne Chelli vive insieme alla sorella minore Gabby, che soffre di ritardo mentale sin dalla nascita e della quale si prende cura con amore e pazienza. Nonostante le molte difficoltà quotidiane, Chelli non intende far ricoverare Gabby, anche se talvolta è costretta – pur di potersi recare al lavoro – a lasciarla per brevi periodi in un centro diurno di sostegno. Quando la ragazza si innamora di un collega, Zohar, e l'uomo si trasferisce nella loro casa, il legame simbiotico fra le due sorelle viene messo a dura prova. Un soggetto non certo nuovo (basti pensare – ma quella era una storia vera – al documentario "Elle s'appelle Sabine" di Sandrine Bonnaire) e a forte rischio di stereotipi: ma Korman è bravo a tenersi lontano dalla retorica e a mettere al centro della pellicola i contrasti che nascono nell'animo della protagonista, da un lato desiderosa d'affetto e con un forte bisogno di riprendersi la propria vita, ma dall'altro poco propensa a "condividere" il suo fardello con il resto del mondo (si veda la durezza con cui tratta gli operatori del centro di sostegno, o l'esitazione che prova nell'accogliere Zohar nella propria routine). Il tono è naturalista, a tratti claustrofobico, comunque sempre rigoroso e controllato. Eccellente la prova dei tre interpreti, che contribuiscono alla buona riuscita di un film in fondo semplice ma capace di raggiungere vette di notevole intensità, specialmente nel finale. La protagonista Liron Ben-Shlush, anche sceneggiatrice (il plot è ispirato a esperienze di vita reale), è la moglie del regista.

20 giugno 2014

Mommy (Xavier Dolan, 2014)

Mommy
di Xavier Dolan – Canada 2014
con Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

In un Canada distopico dove per legge i genitori possono abbandonare i figli problematici o con malattie psichiche, la quarantenne madre single Diane (detta "Die") sceglie invece di tenere con sé Steve, ragazzo borderline e incontrollabile che soffre della sindrome da deficit di attenzione e iperattività. La vita insieme non è facile, e i due si ritrovano spesso a combattere da soli contro il mondo, anche per la mancanza di un impiego fisso e di una figura maschile di riferimento (ci pensa Steve a tenere lontano i possibili uomini che si avvicinano a Diane); soltanto la vicina di casa Kyla, un'insegnante che ha dovuto prendersi un periodo sabbatico perché un disturbo del linguaggio le impedisce di lavorare, riuscirà in qualche modo a far breccia nelle loro barriere e a donargli un pizzico di speranza. Alla sua quinta regia (la prima senza tematiche gay, e solo la seconda in cui rinuncia a recitare nel ruolo del protagonista), il giovanissimo Dolan dimostra ancora una volta di essere un cineasta maturo, di grande talento, conscio dei propri mezzi, e soprattutto coraggioso: non si spiegherebbe altrimenti la scelta di girare quasi l'intero film in un formato di schermo così insolito, praticamente un quadrato 1:1, non un vezzo fine a sé stesso ma un modo assai efficace per indicare come le difficoltà della vita possano "restringere" le prospettive e lo sguardo che si getta sul resto del mondo. Solo in due brevi momenti di speranza e di felicità condivisa (uno dei quali frutto dell'immaginazione) l'inquadratura si allarga e lo schermo si apre a un'ampia panoramica che permette anche allo spettatore di "respirare" finalmente insieme ai personaggi. La potenza e il dinamismo della regia di Dolan non sono dunque solo formali, ma al servizio di una storia che commuove e di personaggi quanto mai vivi. Se il complesso di Edipo è sempre stato al centro del cinema del giovane cadadese (sin dal suo primo film, "J'ai tué ma mère"), in questo "Mommy" – che già dal titolo gira attorno al rapporto con la figura materna – la vera protagonista è la madre più che il figlio (con cui ha un rapporto diretto e senza filtri), il che rende la pellicola una sorta di personale "Mamma Roma". A Cannes ha vinto il premio della giuria (per molti era addirittura da Palma d'Oro), ex aequo – lui che era il regista più giovane del concorso – con Jean-Luc Godard, il più anziano. Ottimi i tre interpreti (La Dorval faceva già la madre nel primo film, Kyla è Suzanne Clément). Nella colonna sonora spiccano canzoni come "White flag" di Dido, "Wonderwall" degli Oasis e, cantata in italiano da Steve al karaoke, "Vivo per lei" di Andrea Bocelli.

19 giugno 2014

Due giorni, una notte (J. e L. Dardenne, 2014)

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio/F/I 2014
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Ritornata al lavoro dopo una lunga assenza per depressione, a Sandra – impiegata in una piccola azienda che produce pannelli solari – viene prospettato il licenziamento: sarà reintegrata soltanto se gli altri sedici operai rinunceranno al bonus di mille euro promesso loro a fine anno. La votazione, a scrutinio segreto, avverrà lunedì mattina: la ragazza ha dunque a disposizione tutto il weekend per recarsi da ciascuno dei colleghi e convincerli a rinunciare al prezioso bonus pur di salvare il suo posto di lavoro. Costruito su uno spunto piuttosto semplice, una nuova parabola anti-capitalista (con morale finale) da parte dei fratelli Dardenne sul tema della solidarietà fra lavoratori. Di fronte al "ricatto" dei loro capi, i vari dipendenti devono scegliere come comportarsi, cercando di mettersi l'uno nei panni dell'altro: per alcuni rinunciare al bonus, su cui tanto hanno contato, sarà impossibile; per altri è molto più importante aiutare un'amica e collega. Forse un po' schematico, e di certo trascinato ripetitivamente un po' troppo a lungo (per gran parte del film vediamo Sandra presentarsi dai colleghi uno a uno, mentre insieme a noi spettatori tiene il conteggio dei voti a lei favorevoli e contrari), ma in ogni caso d'impatto (c'è chi ha parlato di una variazione su "La parola ai giurati"): e la regia naturalistica dei Dardenne aiuta a mantenere la tensione fino alla fine e a rendere questo piccolo episodio quanto mai vivo ed umano.

Party girl (Amachoukeli, Burger, Theis, 2014)

Party girl
di Marie Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis – Francia 2014
con Angélique Litzenburger, Joseph Bour
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Angélique ha lavorato per tutta la vita come entreneuse in un night club situato sul confine fra Francia e Germania. Quando un cliente di vecchia data le propone di sposarlo, è l'occasione per cambiare vita, mettere finalmente la testa a posto e magari riallacciare i rapporti con i quattro figli (la più giovane dei quali è stata data in affido a un'altra famiglia). Ma i dubbi, le paure, il desiderio di proseguire con la sua vita "notturna" e soprattutto la consapevolezza di non essere innamorata del futuro marito torneranno a tormentarla. Spietato e profondo ritratto di una donna inquieta, troppo vecchia per continuare con la vita che ha sempre condotto (nel cabaret è ormai circondata solo da ragazze più giovani), e combattuta fra il desiderio di avere una casa e una famiglia normali (fare la nonna, essere amata e circondata da figli e nipoti) e l'impossibilità di stare vicino a qualcuno che non ama. I rimpianti, i sogni, il bilancio di una vita: temi impegnativi, e forse non troppo originali, che però vengono portati sullo schermo con grande naturalezza e indubbia sincerità. Ottimi interpreti non professionisti (il film ha vinto a Cannes il premio per il miglior cast) e una fotografia avvolgente per una pellicola "di frontiera" (l'ambientazione lungo il confine non è casuale: persino i dialoghi originali sono metà in francese e metà in tedesco), scritta e diretta insolitamente a sei mani e girata in famiglia.

18 giugno 2014

Clouds of Sils Maria (Olivier Assayas, 2014)

Clouds of Sils Maria
di Olivier Assayas – Svizzera/Francia/Germania 2014
con Juliette Binoche, Kristen Stewart
**1/2

Visto al cinema Orfeo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo l'improvvisa morte dello scrittore e regista che l'aveva lanciata quando aveva solo 18 anni, l'attrice francese Maria Enders (Juliette Binoche) accetta di recitare in una nuova edizione della piéce teatrale con cui aveva esordito al cinema, una scabrosa storia d'amore: soltanto che ora dovrà interpretare il personaggio più anziano, quello della donna matura che si lascia sedurre e abbandonare da una ragazzina giovane e manipolatrice, il cui ruolo viene invece affidato a una stellina hollywoodiana del momento. Per preparare al meglio la parte, l'attrice si trasferisce nella casa dello scrittore defunto, fra le montagne svizzere (per l'appunto a Sils Maria, nell'Engadina), in compagnia della sua assistente personale Val (Kristen Stewart). Ma fare i conti con sé stessa e con il proprio passato sarà difficile e doloroso. Profonda riflessione sul tempo che passa, sull'importanza di accettare i cambiamenti e su come rispecchiarsi (o meno) nel mondo che ci circonda. A fare da contraltare alla protagonista, più che l'attricetta trasgressiva e iper-paparazzata con cui dovrà lavorare (Jo-Ann, interpretata da Chloë Grace Moretz), c'è la sua giovane assistente: è dal continuo confronto con lei e con la sua visione della vita che Maria imparerà ad affrontare il presente, la propria fragilità e le proprie paure. Ambizioso, colmo di citazioni metacinematografiche e di riferimenti al mondo reale (il "curriculum" di Maria è quasi identico a quello della Binoche, per dirne una), il film affianca alla buona caratterizzazione psicologica dei personaggi alcune interessanti riflessioni sul rapporto fra l'arte e la vita (vedi le differenti interpretazioni a proposito della piéce teatrale, o i pareri sul cinema commerciale con la pellicola di fantascienza pop che Maria e Val vanno a vedere a Sankt Moritz). Peccato però per un certo eccesso di freddezza e precisione, che a tratti dona alla pellicola il tono di un distante gioco intellettuale e gli impedisce di decollare pienamente (anche se non mancano alcuni momenti lasciati all'immaginazione dello spettatore, vedi la misteriosa scomparsa di Val: che la sua presenza a Sils fosse solo frutto della fantasia di Maria, un modo per restare ancorata alla propria giovinezza?). A proposito, data per scontata la bravura della Binoche, sorprende invece la Stewart, autrice di una prova intensa e convincente. Affascinante l'ambientazione: il titolo della piéce che Marie deve recitare, "Il serpente del Maloja", si riferisce al fenomeno atmosferico delle nuvole che si formano lungo il passo del Maloja, la serpentina che dall'Italia conduce alla bellissima valle dell'Alta Engadina. La pellicola è stata girata in parte anche in Alto Adige (in Val Gardena).

Voce umana (Edoardo Ponti, 2014)

Voce umana
di Edoardo Ponti – Italia 2014
con Sophia Loren
**

Visto al cinema Orfeo (rassegna di Cannes).

Il figlio Edoardo dirige la madre Sophia Loren in questo breve adattamento (25 minuti) di un testo di Jean Cocteau (già interpretato da Anna Magnani ne "L'amore" di Rossellini), sceneggiato insieme a Erri De Luca che ha fatto ampio ricorso al dialetto napoletano. In scena c'è sempre e quasi solo la Loren, nei panni di una donna appena abbandonata dal suo uomo. Siamo a Napoli nel 1950, in una casa signorile, e la donna è al telefono impegnata in una lunga conversazione con lui, con la disperata illusione di farlo tornare a casa. La domestica, come ogni martedì sera, ha preparato la parmigiana (yum!), ma il "Signore" naturalmente non si presenterà. Ricordi del passato (brevi flashback ci mostrano l'incontro fra i due o alcuni momenti felici: lui, di cui non si udrà mai la voce né si vedrà chiaramente il volto, è interpretato da Enrico Lo Verso), dolore, risentimento, speranza, in un lungo monologo telefonico. Confezione patinata, impreziosita dalla fotografia di Rodrigo Prieto e dagli scorci di una Napoli d'antan. Ma francamente, se non fosse per la presenza della quasi ottantenne Loren, i motivi di interesse sarebbero ben pochi.

17 giugno 2014

Winter sleep (Nuri Bilge Ceylan, 2014)

Winter sleep (Kış uykusu)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2014
con Haluk Bilginer, Melisa Sözen
***1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il benestante Aydin, ex attore di teatro, gestisce un suggestivo albergo scavato nella pietra fra le colline della Cappadocia ed ereditato dai genitori, dove vive con la giovane e bella moglie Nihal e con la sorella Necla. Intellettuale dall'indole bonaria, ma misantropo in fondo all'anima, è apparentemente benvoluto da tutti: progetta da diverso tempo di redigere un saggio sulla storia del teatro turco, e nel frattempo cura una rubrica su un giornale locale ("Voci della steppa") nella quale si ritiene in diritto di pontificare con un certo snobismo sulla vita dei poveri abitanti della valle sottostante (compresi gli inquilini di diverse case di sua proprietà) in ragione della sua cultura e del suo maggior senso estetico. Mentre iniziano a cadere le prime nevi dell'inverno e gli ultimi turisti lasciano l'albergo, le tensioni con la moglie (che pur di trovare una propria ragione di vita si dedica alla beneficenza), con la sorella (a modo suo filosofa e idealista) e con gli abitanti della valle raggiungono un punto di non ritorno. Lungo (oltre tre ore e un quarto) ma rigoroso e avvincente nel suo studio dei personaggi (la caratterizzazione psicologica emerge lentamente attraverso lunghi dialoghi e continui confronti), il nuovo film di Nuri Bilge Ceylan è finalmente valso al talentuoso regista turco la Palma d'Oro al Festival di Cannes, dopo che con i lavori precedenti aveva già ricevuto due Grand Prix ("Uzak" e "C'era una volta in Anatolia") e un premio alla miglior regia ("Le tre scimmie"). I magnifici paesaggi della Cappadocia, i dialoghi densi ma anche fluidi che mettono a confronto le differenti personalità (la sceneggiatura "cechoviana" è il vero punto di forza della pellicola), lo scavare lentamente nelle psicologie per portare alla luce i rispettivi punti di vista e i difetti presenti in ciascuno di essi (non c'è divisione fra buoni e cattivi, o fra giusto e sbagliato: abbiamo a che fare con personaggi "veri", con tutte le loro ambiguità e sfaccettature, e in cui non è difficile identificarsi) donano un sapore esistenzialista a una vicenda peraltro non priva di metafore (il cavallo selvaggio che Aydin fa catturare per il beneficio dei turisti, e al quale poi sceglie di restituire la libertà; il titolo stesso della pellicola, dove l'inverno è quello dell'anima del protagonista). I personaggi sono mossi da presunzione, rassegnazione, ostinazione e orgoglio (su tutte spicca la scena dell'inquilino moroso che sceglie di bruciare il denaro ricevuto da Nihal come elemosina) e i piccoli episodi della vita di tutti i giorni riflettono, fra le pieghe e le sfumature, la complessità delle loro anime. Alla fine, la riflessione o il pentimento potranno condurre al perdono e alla catarsi (e Aydin potrà cominciare il suo libro). Ottima anche la confezione, come Ceylan ci aveva abituati nei precedenti lavori: da elogiare in particolare l'avvolgente fotografia di Gökhan Tiryaki e la colonna sonora minimalista, che si appoggia sul malinconico secondo movimento della sonata in la maggiore di Schubert.

Jimmy's hall (Ken Loach, 2014)

Jimmy's hall
di Ken Loach – GB/Irlanda 2014
con Barry Ward, Simone Kirby
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Rientrato in patria nel 1932, dopo dieci anni trascorsi in esilio negli Stati Uniti per aver combattuto dalla parte "sbagliata" durante la guerra civile, l'irlandese Jimmy Gralton decide di riaprire la vecchia sala da ballo di campagna che fu costruita anni prima sul terreno della sua fattoria. La sua scelta fa felici i giovani (e non solo) della regione, che hanno finalmente un luogo dove divertirsi che non sia sotto il controllo delle istituzioni (la chiesa cattolica in primis), tanto più che nella sala in questione, oltre a ballare, si organizzano anche corsi di lettura, di poesie, di canto, e persino di pugilato...; ma inevitabilmente si attira gli strali del parroco locale, dei notabili e dei "benpensanti" che vedono di cattivo occhio le idee socialiste di Jimmy e dei suoi amici. La tensione cresce, la politica ci si mette in mezzo, e Gralton finirà con l'essere espulso nuovamente dal paese. Ispirandosi a una storia vera, Loach racconta una vicenda che, se fosse stata trattata con maggior ironia, avrebbe potuto quasi sembrare un episodio della saga di Don Camillo e Peppone. Invece, con il suo solito schematismo (i buoni tutti da una parte, i cattivi tutti dall'altra), il regista la rende un pesante atto d'accusa contro chi cerca di limitare la libertà altrui, anche quando si tratta di qualcosa di assolutamente innocuo (canti e danze di campagna). Nella scena in cui Jimmy fa il suo discorso contro i "padroni" e contro il capitalismo, pare quasi rivolgersi al pubblico di oggi: e l'ombra delle Grande Depressione riecheggia quella dell'attuale crisi economica, rendendo la pellicola una metafora della situazione odierna.

16 giugno 2014

Queen & country (John Boorman, 2014)

Queen & country
di John Boorman – GB 2014
con Callum Turner, Caleb Landry Jones
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Seguito dell'autobiografico "Anni '40" dello stesso regista, di cui riprende il protagonista principale (che allora era un bambino, alle prese con i bombardamenti tedeschi su Londra, e ora è appena diventato maggiorenne). Siamo all'inizio degli anni cinquanta, nel periodo in cui Elisabetta II sale al trono d'Inghilterra e i venti della guerra in Corea si fanno più forti. Il giovane Bill Rohan (Callum Turner), in servizio di leva, è assegnato all'addestramento delle reclute che partiranno per il fronte. Per sopravvivere al "sistema", insieme all'amico Percy (Caleb Landry Jones), ancora più refrattario di lui alla disciplina e irriverente verso le istituzioni, imbastisce una sorta di guerra al proprio superiore, il sergente maggiore Bradley (un grande David Thewlis), che al contrario di loro è dedito all'applicazione del regolamento alla lettera. E nel frattempo si innamora di Ophelia (Tamsin Egerton), misteriosa, sfuggente e tormentata ragazza d'alta classe. Con il suo cinema introspettivo ma ironico, nostalgico ma mai retorico, Boorman torna a lanciare uno sguardo disincantato al passato recente del suo paese. Si scherza e si ride, ma la guerra e le disavventure della vita incombono. Memorabile la casa dove vive la famiglia di Bill, su un'isola in mezzo al Tamigi. La pellicola è impreziosita da un ottimo cast (Vanessa Kirby è la sorella, Sinéad Cusack è la madre, Pat Shortt è il soldato "lavativo" Redmond, Richard E. Grant è il maggiore della caserma), una bella atmosfera retrò e numerose citazioni cinefile d'epoca (i personaggi parlano di Hitchcock, Wilder, Preminger, "Casablanca", e vanno al cinema a vedere "Rashomon" di Kurosawa). E proprio al cinema potrebbe essere legata la futura vita del protagonista, che nel finale vediamo alle prese con una videocamera. L'impressione è che Boorman stia costruendo, appunto in chiave autobiografica, il suo "Antoine Doinel": vedremo i prossimi sviluppi.

Timbuktu (Abderrahmane Sissako, 2014)

Timbuktu
di Abderrahmane Sissako – Francia/Mauritania 2014
con Ibrahim Ahmed, Abel Jafri
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

A Timbuktu, ai confini del deserto del Sahara, arriva un gruppo di ribelli islamici che occupa la città e instaura la legge della sharia: divieto di fare musica, di fumare, di indugiare in qualsiasi forma di svago, di andare in giro con parti del corpo scoperte (per le donne)... La popolazione, rassegnata, ubbidisce, anche se molti a modo loro tenteranno di ribellarsi. Tanti piccoli episodi si dipanano attorno a una trama principale: quella di Kidane, pastore nomade che ha scelto di vivere con la sua famiglia ai margini del deserto, e che uccide senza volerlo il pescatore che gli aveva abbattuto una mucca, rea di essersi avvicinata troppo alle sue reti nel fiume. La denuncia contro il fondamentalismo, i soprusi e le violenze dei fanatici è puntuale e rigorosa, ma è sempre accompagnata da una vena di ironia che sdrammatizza (numerosi i momenti in cui l'estremismo o le ipocrisie dei jihadisti sono messe in ridicolo e portate allo scoperto). E non mancano alcune vette surreali (la partita di calcio giocata senza pallone, che richiama la celebre partita a tennis del "Blow up" di Antonioni).

Thermae Romae II (Hideki Takeuchi, 2014)

Thermae Romae II
di Hideki Takeuchi – Giappone 2014
con Hiroshi Abe, Aya Ueto
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Tornano l'architetto romano Lucius e i suoi bizzarri viaggi nel tempo fino al Giappone moderno, per "carpire" i segreti delle terme nipponiche e riproporli nell'Antica Roma. Se possibile, questo secondo lungometraggio tratto dal manga di Mari Yamazaki (che stavolta si identifica in tutto e per tutto nella coprotagonista femminile, Mami) è ancora più kitsch e divertente del primo capitolo, del quale ripropone temi, soggetto, stile e ambientazione. Dopo aver realizzato terme per i gladiatori del Colosseo (ispirandosi a quelle per i lottatori di sumo) e per i bambini (copiando i moderni "acquapark"), per difendere il sogno di pace dell'imperatore Adriano dagli intrighi del Senato Lucius dovrà creare un'utopica città termale senza precedenti, con tanto di "bagni misti". Gag a profusione, anacronismi (voluti), strizzatine d'occhio, il tutto condito con molta ironia, l'umorismo demenziale tipico dei manga e le arie d'opera di Puccini, Leoncavallo e Verdi (a proposito: l'improbabile cantante pavarottiano è qui protagonista a sua volta di una serie di sketch con tutta la sua famiglia!), più – tanto per far numero – brani di Smetana e di Dvořák. E nel finale si sfiora il metacinema (o il metafumetto?). Ancora ottimi, visto che si tratta di un film giapponese (che si solito non brillano per budget) scenografie, effetti e ricostruzione storica: ma quando i personaggi parlano in latino, è meglio tapparsi le orecchie o, magari, riderci sopra!