14 novembre 2018

Slacker (Richard Linklater, 1991)

Slacker (id.)
di Richard Linklater – USA 1991
con Richard Linklater, Teresa Taylor
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Ventiquattr'ore nella vita degli abitanti di Austin, in Texas, e in particolare dei giovani rappresentanti della cosiddetta "Generazione X", perlopiù ventenni e sfaccendati, impegnati in discussioni filosofiche o pseudo-intellettuali. Seguito ideale (ma ben più compiuto) del suo film d'esordio, l'autoprodotto "It's impossible to learn to plow by reading books", il film che ha portato per la prima volta Linklater all'attenzione della critica salta – in stile semi-documentaristico – da un personaggio all'altro, senza trattenersi con nessuno per più di pochi minuti e approfittando di ogni incontro (anche casuale) per abbandonare il primo e seguire il secondo come se si cedessero il testimone (o come ne "La ronde" di Ophüls, di cui è quasi una versione aggiornata). A volte rimaniamo in compagnia di un personaggio per pochissimi secondi, giusto il tempo di un raccordo; altre volte ci restiamo invece per sequenze più lunghe e complesse. Fra le decine di scenette, da ricordare quella iniziale in cui lo stesso Linklater, a bordo di un taxi, espone le sue teorie sui sogni e gli universi paralleli; quella in cui un ragazzo investe in auto la propria madre; quella in cui un complottista tormenta una ragazza con le tante ipotesi sull'assassinio di Kennedy; quella in cui un anziano anarchico fa amicizia con il giovane ladro entrato in casa sua; quella in cui incontriamo un fanatico della televisione e dei video. Alla fine, ci accorgiamo che l'insieme ha più valore e significato delle singole sequenze, che concorrono a formare un affresco di una generazione senza direzione, senza prospettive, imprigionata nei propri discorsi fumosi (filosofici, sociali, politici, culturali) e nelle teorie di complotto (sbarchi lunari ed alieni, cospirazioni del governo...). Una generazione inconcludente e poco interessata a costruirsi una vita vera o una carriera lavorativa, ma anche rapporti di amicizia o sentimentali che posino su basi solide, preferendo restare in preda di un "cazzeggio" generalizzato che nasconde la mancanza di relazioni e di collegamenti. Linklater è ben conscio di tutto questo, eppure guarda ai suoi personaggi con una certa simpatia, anche ai più stralunati, forse perché sa di farne parte (interpreta personalmente il primo ragazzo della pellicola, e idealmente fa parte del gruppo dei giovani filmmaker che si vedono proprio nel finale). L'ottimo lavoro di scrittura in alcune sequenze, il naturale fluire degli eventi, e l'efficacia nella descrizione di un milieu sociale e culturale rendono il film uno dei più interessanti del panorama indipendente dei primi anni novanta. Fra i tanti attori ci sono amici del regista (Kim Krizan), musicisti (Teresa Taylor, Abra Moore) e altri cineasti (Lee Daniel, Athina Rachel Tsangari).

13 novembre 2018

I kill giants (Anders Walter, 2017)

I kill giants (id.)
di Anders Walter – USA 2017
con Madison Wolfe, Sydney Wade
**

Visto in TV.

Barbara (Wolfe) è una ragazzina nerd, eccentrica e introversa, che vive con la sorella e il fratello in una casa sulle coste del New Jersey e si aggira nei boschi, vestita in maniera bizzarra e con delle orecchie da coniglio ("Un tributo allo spirito guida"), per allestire trappole e prepararsi a combattere mostruosi giganti, convinta di essere l'unica in grado di proteggere l'intera città. Tutti a scuola la credono ovviamente matta, tanto che viene seguita da una psicologa (Zoe Saldana) ed è emarginata (quando non bullizzata) dalle compagne, con l'unica eccezione dell'amica Sophia (Wade): ma il suo mondo di fantasia, ispirato da giochi di ruolo come "Dungeons & Dragons" e dalla carriera di un vecchio giocatore di baseball, Harry Coveleski (il cui nome ha dato alla sua "arma magica", una gigantesca mazza in grado di abbattere i titani), nasconde un terribile segreto... Da un fumetto di Joe Kelly e Ken Niimura, un film che mescola fantasia e realtà, dramma e commedia teen, sulla falsariga di "Un ponte per Terabithia", anche se il risultato è meno convincente e visionario di quanto le premesse facessero sperare. Se tutto ciò di cui Barbara si circonda (riti, presagi, strani apparecchi, preparativi e trappole nei boschi) rappresenta una mitologia senz'altro interessante, e se le riflessioni sui traumi adolescenziali, sull'incapacità di affrontarli e sul tentativo di sfuggire alla realtà (o di ammantarla di altri significati) non sono banali (si potrebbe persino azzardare un paragone con Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento, scambiando anch'essi per giganti), il film non riesce però a sfuggire ai cliché del genere scolastico (i bulli, le amicizie) e ad approfondire i suoi personaggi – protagonista a parte – al di là degli stereotipi (personaggi che, sottolineato giusto per curiosità, sono praticamente tutti femminili: la protagonista, l'amica, la bulla, la psicologa, la sorella). Il regista, danese, è all'esordio nel lungometraggio dopo alcuni corti di successo.

12 novembre 2018

Il sogno della farfalla (M. Bellocchio, 1994)

Il sogno della farfalla
di Marco Bellocchio – Italia 1994
con Thierry Blanc, Roberto Herlitzka
*

Visto in TV.

Massimo (Thierry Blanc), figlio di uno studioso di mitologia greca (Roberto Herlitzka) e di una poetessa (Bibi Andersson), ha scelto di non parlare più "in maniera normale" e di esprimersi soltanto attraverso monologhi o frammenti di dialogo tratti da testi teatrali (per esempio l'Edipo a Colono o il Macbeth). Anche per questo motivo ha scelto la carriera di attore... Su una sceneggiatura dello psichiatra Massimo Fagioli (che era l'analista del regista, e con cui aveva collaborato anche ne "Il diavolo in corpo" e "La condanna"), Bellocchio gira il suo film più criptico e meno accessibile, un'astrusa storia di silenzio e di rapporti famigliari irrisolti (quella di Massimo è una ribellione?), che mescola riferimenti alla cultura greca (l'intero finale che si svolge proprio durante una vacanza nel Peloponneso), pretenziosità filosofica, banalità archetipiche e ridicolo involontario (vedi la scena del vecchio giardiniere che, stradiato a terra, si taglia la barba con le cesoie da giardino e fa il morto). La chiusura di Massimo nel silenzio vorrebbe forse rappresentare una fuga, a differenza del fratello Carlo (Henry Arnold: sì, l'Hermann di "Heimat 2"!) che, essendo fisico, cerca invece di indagare la natura anche a costo di distruggerla (quanti luoghi comuni!): due facce della figura di Ulisse, quella curiosa e ricercatrice e quella invece che (secondo Herlitzka) fugge dal proprio inconscio per tornare nel più confortante luogo natale. Personaggi enigmatici prima ancora che irrequieti, frasi ripetute allo sfinimento finché non sono svuotate di significato ("Tu sei il mio figlio più bello"), qualche bel paesaggio (le sponde del Lago d'Iseo), ma per il resto zero cinema, tanta noia, pessimi dialoghi e personaggi con cui è impossibile trovare il minimo aggancio emotivo. Siamo di fronte a un film vuoto e presuntuoso, pseudo-intellettuale e fintamente psicologico, in cui più si cerca e meno si trova, e che rifiuta persino di affrontare il tema stesso che si è scelto, quello del silenzio (su cui peraltro ci sarebbe tanto da dire, Bergman docet). Registicamente le cose migliori sono le scene in cui nessuno parla e quelle del viaggio in Grecia. Sprecato l'interessante cast. All'inizio Massimo recita ne "Il principe di Homburg" di von Kleist, che sarà proprio il soggetto del successivo film di Bellocchio.

11 novembre 2018

Le belle della notte (René Clair, 1952)

Le belle della notte (Les belles de nuit)
di René Clair – Francia/Italia 1952
con Gérard Philipe, Gina Lollobrigida
**

Visto in TV.

Claudio (Gérard Philipe), compositore giovane e spiantato, si trova talmente a disagio nel mondo moderno che sogna in continuazione (ad occhi aperti, ma anche no) di vivere avventure gloriose e romantiche nei secoli precedenti. Alla fine scoprirà che si può essere felici (con poco) anche nella realtà. Garbata commedia dal taglio onirico, con cui Clair si prende gioco di chi elogia "il buon tempo antico" (in qualsiasi epoca, persino nella preistoria, c'è un vecchio che afferma che ai suoi tempi si viveva meglio). I toni trasognati da favola e le gag surreali (vedi l'orchestra sinfonica che, anziché i normali strumenti, utilizza tutte le fonti di rumore moderno che tanto tormentano il nostro eroe: motori a scoppio, martelli pneumatici, trombette...) donano al film un bel ritmo svagato. Le donne protagoniste dei sogni di Claudio, ciascuna delle quali ha un contraltare nella sua grigia realtà, sono Martine Carol (la dama di inizio secolo, in realtà la madre di una ragazzina cui dà lezioni di piano), Gina Lollobrigida (l'odalisca algerina, in realtà la cassiera di un bar) e Magali Vendeuil (la ragazza della Rivoluzione Francese, in realtà la figlia del garagista che abita sotto di lui). Parimenti, tutti i suoi amici (fra cui Raymond Bussières e Jean Parédès) e i personaggi del mondo reale si ritrovano, trasfigurati, nel poutpurrì di sogni che, a un certo punto, si incrociano mescolandosi con vari anacronismi. Paolo Stoppa è il direttore dell'Opéra di Parigi (nel sogno) che si esprime sempre cantando.

9 novembre 2018

L'inquilino del terzo piano (R. Polanski, 1976)

L'inquilino del terzo piano (Le locataire)
di Roman Polanski – Francia 1976
con Roman Polanski, Isabelle Adjani
***1/2

Rivisto in DVD.

Il timido Trelkowski (Polanski stesso: il personaggio non ha un nome ma solo un cognome) trova un appartamento in affitto in un vetusto condominio di Parigi. La precedente inquilina, Simone Choule, si è inspiegabilmente suicidata gettandosi da una finestra. E ben presto lo stesso Trelkowski, spinto verso la follia e la paranoia da vicini di casa sempre più invadenti e insofferenti (si lamentano del minimo rumore), comincia a identificarsi con lei e a sospettare di dover fare la stessa fine... Capolavoro dell'horror condominiale di Polanski, un thriller psicologico (tratto da un romanzo surrealista di Roland Topor) che insieme ai precedenti "Repulsion" e "Rosemary's baby" forma un'ideale trilogia sull'angoscia e l'incubo che nascono dal quotidiano, in un crescendo di claustrofobia e impotenza. Molte le possibili interpretazioni della vicenda, a partire dalla più ovvia, e cioè che Trelkowski diventi progressivamente pazzo e paranoico. C'è la lettura della cospirazione alla "Rosemary's baby", in cui effettivamente gli inquilini dello stabile formano una setta segreta per spingere al suicidio le persone (vedi i tentativi di far sì che Trelkowski assuma le stesse abitudini e i comportamenti di Simone: la portiera gli consegna la posta della ragazza, il barista gli offre la cioccolata e le Marlboro che lei fumava, ecc.). Ci sono le suggestioni mistiche egiziane (i geroglifici nel bagno, il bendaggio che ricompre Simone come una mummia, ecc.) che fanno pensare a una storia di reincarnazione (o di cicli che si ripetono, come in un loop: vedi anche il finale in cui il protagonista rivede sé stesso al proprio capezzale). C'è l'aspetto sociale e soprattutto autobiografico: Trelkowski è un polacco naturalizzato francese, come lo stesso regista (che lo interpreta personalmente e ha anche doppiato il personaggio nelle versioni in italiano e in inglese), e in quanto tale suscita a prescindere sospetto e diffidenza negli altri (in più Polanski ha origini ebraiche e ha sperimentato sentimenti antisemiti). E altre letture ancora (per esempio, cito da Wikipedia: "Trelkowski è una donna in un corpo da uomo e combatte contro la sua parte che si risveglia. Questo la porta a non fidarsi più di se stessa e di conseguenza degli altri. Nella società dell'epoca, una tendenza del genere era fonte di notevole disagio e, vista la rigidità culturale, questo portava a meccanismi di difesa molto elevati che sfociavano in puro delirio"). Personalmente mi piace leggere il film come una riflessione (grottesca e metaforica) sui rapporti di vicinato nelle moderne città, dove il minimo problema (i rumori notturni, per esempio) viene ingigantito e sfocia in faide, proteste, esposti di ogni tipo. Emblematiche le scene in cui il povero Trelkowski, inibito e a disagio, cerca di evitare ogni azione che possa comportare una reazione da parte dei suoi vicini (e alla minima infrazione, cominciano subito i colpi di avvertimento sul muro o sulle pareti), mentre invece il suo collega di lavoro esuberante e prepotente si permette di suonare musica fracassona a ogni ora e a scacciare in malo modo chiunque osi timidamente protestare. All'angosciante e intrigante atmosfera contribuiscono la fotografia di Sven Nykvist e le musiche di Philippe Sarde. Da notare che un giovane Jacques Audiard figura come assistente al montaggio. Isabelle Adjani è Stella (l'amica di Simone), Melvyn Douglas è il padrone di casa, Shelley Winters è la portinaia. Nel cast anche Jo Van Fleet, Bernard Fresson, Josiane Balasko ed Eva Ionesco (la bambina). Trelkowski ha dato il suo nome anche a un personaggio di "Dylan Dog", l'anziana medium alleata del protagonista.

8 novembre 2018

The little house (Yoji Yamada, 2014)

The little house (Chiisai ouchi)
di Yoji Yamada – Giappone 2014
con Haru Kuroki, Takako Matsu
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Alla metà degli anni trenta, la giovane Taki (Haru Kuroki) lascia il suo villaggio di montagna per andare a lavorare a Tokyo come domestica. Si stabilirà nella dimora degli Hirai, una piccola casa dal tetto di tegole rosse sulla collina, dove sarà testimone della storia d'amore segreta fra la signora Hirai (Takako Matsu) e il giovane disegnatore Itakura (Hidetaka Yoshioka), impiegato nella fabbrica di giocattoli del marito, fino a quando il ragazzo dovrà partire per il fronte durante la seconda guerra mondiale. L'intera storia è raccontata in flashback attraverso le memorie scritte ai giorni nostri dall'anziana Taki e lette dal suo pronipote Takeshi, che dopo la morte della zia andrà in cerca del figlio degli Hirai, che all'epoca dei fatti era solo un bambino. Un film gentile e dai toni nostalgici, appassionante e mai melenso, anzi ben calato nell'atmosfera del Giappone di fine anni '30 e inizio anni '40, quando montava il nazionalismo e tutto era filtrato dall'entusiasmo e dall'ingenuità. La sceneggiatura riesce a raccontare contemporaneamente una storia d'amore e un periodo storico, mostrando come gli eventi della guerra fossero percepiti da chi (soprattutti anziani, donne e bambini) era rimasto "a casa". Più che la domestica Taki (i cui sentimenti sono spesso celati: forse ama anche lei Itakura, e si ritrae per fedeltà verso la sua padrona?), a tratti l'autentica protagonista è la signora Hirai, inguaribile romantica che legge "Via col vento", che abita in una casa da fiaba (e in stile occidentale!) e che sogna un'impossibile fuga d'amore. Chieko Baisho è Taki da anziana, Satoshi Tsumabuki è Takeshi, Takataro Kataoka è il signor Hirai. La colonna sonora è di Joe Hisaishi. Fra le fonti di ispirazione (esplicite), il libro illustrato "The little house" di Virginia Lee Burton.

7 novembre 2018

Era mio padre (Sam Mendes, 2002)

Era mio padre (Road to Perdition)
di Sam Mendes – USA 2002
con Tom Hanks, Paul Newman
**1/2

Rivisto in TV.

Il dodicenne Michael (Tyler Hoechlin) scopre l'esistenza del male la notte in cui vede suo padre Mike (Tom Hanks) uccidere qualcuno per conto del vecchio boss della "mala" irlandese John Rooney (Paul Newman). Scaricato da questi (di cui era il braccio destro) a causa degli intrighi del suo rampollo Connor (Daniel Craig), Mike è costretto a darsi alla fuga insieme al figlio, cercando al contempo di trovare un modo per vendicare il resto della propria famiglia (la moglie Annie e l'altro figlio Peter), sterminata dallo stesso Connor. Da un romanzo a fumetti di Max Allan Collins (ispirato a sua volta al manga "Lone Wolf and Cub"), un thriller gangsteristico on the road ambientato all'epoca del proibizionismo (siamo nel 1931) che riflette sul tema della violenza e, soprattutto, sul rapporto fra padri e figli (cosa che il titolo italiano si premura di portare in primo piano: quello originale era un gioco di parole sul nome della cittadina – fittizia – che i due fuggitivi cercano di raggiungere). Oltre al rapporto fra Mike e il figlio Michael, che fa da guida e collante all'intera vicenda (narrata in prima persona proprio dal bambino, che cerca di comprendere la vera natura di un padre che ha sempre idealizzato), ci sono infatti quelli di Rooney rispettivamente con Mike, il figlio adottivo ma fedele, e Connor, il figlio vero ma sleale. Il progetto del film era inizialmente di Steven Spielberg, il che spiega come la storia sia stata in parte annacquata rispetto al fumetto originale, soprattutto nella rappresentazione delle scene di violenza, quasi sempre tenute fuori campo (Collins aveva invece immaginato una pellicola in stile John Woo). La regia di Mendes, al secondo lavoro dopo "American beauty", è elegante e patinata (molto bella, per esempio, la silenziosa resa dei conti finale sotto la pioggia), e può contare sulla fotografia d'atmosfera di Conrad L. Hall, ma appare a tratti un po' scolastica e didascalica. Proprio come la sceneggiatura, che semplifica le emozioni più del dovuto: a rimetterci è la tensione, mai oltre il livello di guardia. Il personaggio del vecchio Rooney è ispirato a un vero gangster degli anni '20, John Looney. Gli ottimi Hanks e Newman guidano un ricco cast in cui figurano anche Jude Law (il sicario che è anche fotografo di scene di omicidio), Stanley Tucci (Nitti, l'uomo di Al Capone) e Jennifer Jason Leigh (la moglie di Mike). Cameo per Mendes come uno dei "gorilla" di Rooney.

6 novembre 2018

Anon (Andrew Niccol, 2018)

Anon (id.)
di Andrew Niccol – USA 2018
con Clive Owen, Amanda Seyfried
**

Visto in TV.

In un futuro prossimo in cui tutti gli esseri umani sono "connessi" a un sistema centrale, l'Ether, che registra ogni cosa che vedono con i loro occhi (e le registrazioni possono essere trasmesse telepaticamente ad altri come fossero dei file, o riviste in qualsiasi momento, facilitando per esempio le indagini della polizia ma anche eliminando del tutto il concetto di privacy), un detective della polizia (Owen) indaga su una misteriosa hacker (Seyfried) che non solo sembra aver cancellato la propria identità ed essere in grado di eliminare, sostituire o addirittura alterare i ricordi e le percezioni degli altri, ma è anche sospettata di uccidere i propri clienti. Uno spunto sicuramente interessante, che ripropone in chiave distopica e cyberpunk il tema dell'anonimato e della diffusione dei dati personali all'interno dei social media, per una pellicola che perde via via la sua forza, adagiandosi nei cliché dei polizieschi d'azione e non sfruttando fino in fondo le tante potenzialità di partenza. A parte i due attori protagonisti, sembra anche girata al risparmio (gli effetti speciali si limitano a veloci scritte in sovrimpressione nelle scene in soggettiva, che mostrano come gli impianti per la realtà aumentata forniscano informazioni ai vari personaggi, rilevando le "impronte digitali" di cose e persone). Bella comunque l'atmosfera fredda e paranoica di una società dove tutto è catalogato e nessuno può avere segreti per nessuno.

5 novembre 2018

La piscina (Jacques Deray, 1969)

La piscina (La piscine)
di Jacques Deray – Francia 1969
con Alain Delon, Romy Schneider
*1/2

Visto in TV.

Ospiti in una villa con piscina sulla Costa Azzurra durante le vacanze estive, la pace dei coniugi Jean-Paul (Alain Delon) e Marianne (Romy Schneider) è turbata dall'arrivo inatteso di Harry (Maurice Ronet), vecchio amico dell'uomo ed ex amante della donna, insieme alla sua figlia diciottenne Penelope (Jane Birkin). La presenza di Harry suscita la gelosia di Jean-Paul, che forse anche per questo motivo trasferisce le proprie attenzioni sulla ragazza... Scritto da Deray insieme a Jean-Claude Carrière (che hanno fatto una sorta di incrocio fra "I diabolici" e "Un uomo a nudo"), un film pruriginoso nella prima parte (con la macchina da presa che indugia sui corpi seminudi dei protagonisti), troppo tirata per le lunghe con le sue descrizioni dei noiosi riti di seduzione dell'arta borghesia, e che nel finale vira verso il thriller, quando le tensioni sotterranee finiscono con l'esplodere (senza comunque rinunciare a un'atmosfera sospesa e di continua attesa). I protagonisti sono tutte figure vuote, annoiate e insignificanti (come rivelano anche i loro mestieri: il pubblicitario e scrittore fallito, l'autore di canzonette...), senza un vero legame con il mondo esterno (ma anche i rapporti fra di loro sono esili, al punto che servirà una tragedia per far riavvicinare almeno un poco i due coniugi). Delon e la Schneider (che erano stati una coppia nella vita reale fino a pochi anni prima) esibiscono una discreta alchimia, Ronet è insignificante, mentre la Birkin appare svagata e fuori parte nel ruolo della ragazza candida e ingenua. Musica di Michel Legrand. Rifatto da Luca Guadagnino nel 2015 ("A bigger splash").

4 novembre 2018

Attenzione alla puttana santa (R. W. Fassbinder, 1971)

Attenzione alla puttana santa
(Warnung vor einer heiligen Nutte)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania/Italia 1971
con Lou Castel, Eddie Constantine
**1/2

Visto in divx.

Un regista dispotico (Lou Castel) e la sua troupe tedesca si trovano in un albergo sulla costa di Sorrento per girare un film. Gli stipendi e il materiale sono in ritardo, e nell'attesa il gruppo si perde in infiniti litigi e discussioni, amori (gay e no) e gelosie, crisi e insicurezze. Sorta di personale "Otto e mezzo" (o, se vogliamo, contraltare di "Effetto notte"), questo lungometraggio può essere considerato un punto fermo nella filmografia di Fassbinder, la pellicola con cui il regista tedesco riflette e mette in discussione l'esperienza dell'Antiteater, il collettivo con cui aveva realizzato i primi film della sua carriera, ovvero il gruppo di ben dieci pellicole girate fra il 1969 e il 1970 (anche se alcune, come questa, usciranno solo nel 1971). Non a caso, subito dopo si prenderà una pausa di circa un anno, dopodiché si ripresenterà al pubblico con una nuova impostazione artistica, più classica, votata al melodramma e ispirata al cinema di Douglas Sirk. Basandosi su episodi davvero accaduti all'interno del collettivo, il film mostra un gruppo di persone che convive (e lavora per un obiettivo comune) pur sopportandosi a malapena, insultandosi, odiandosi (anche amandosi, certo) in un'atmosfera tesa, e prendendo finalmente coscienza del fatto che fondere insieme l'arte e la vita può essere rischioso. E al tempo stesso, svela il lato oscuro del mondo del cinema (soprattutto intellettuale), quello fatto di oppressione, manipolazione e nevrosi. Secondo il Mereghetti, "la puttana del titolo dovrebbe essere la macchina da presa". Incorniciato da due detti, "L'orgoglio viene prima della caduta" (all'inizio) e "Io vi dico che sono stanco da morire di rappresentare l'umanità senza farne parte" (alla fine), il lungometraggio esprime l'inquietudine di RWF verso un modo di fare cinema che ormai gli sta stretto, pronto com'è ad evolvere la sua arte in nuove direzioni. Eddie Constantine, lo stagionato attore del film nel film, interpreta sé stesso (si cita Lemmy Caution). La sempre bella Hanna Schygulla è abbigliata come Marilyn. Nel cast, i soliti Kurt Raab, Margarethe von Trotta, Ingrid Caven e lo stesso Fassbinder. La colonna sonora (per lo più canzoni che i personaggi ascoltano dal juke box nella hall dell'albergo) comprende Elvis Presley, Leonard Cohen, Ray Charles e "Il dolce suono" dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti.

3 novembre 2018

Perfetti sconosciuti (P. Genovese, 2016)

Perfetti sconosciuti
di Paolo Genovese – Italia 2016
con Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher
***

Visto in TV, con Sabrina.

Sette amici, a tavola per cena, decidono per gioco (e per dimostrare di "non avere nessun segreto da nascondere") di rendere pubblici tutti i messaggi, le chat e le telefonate che riceveranno sul proprio cellulare durante la serata. Non l'avessero mai fatto! Persino gli amici più affiatati o le coppie apparentemente felici scopriranno di non conoscersi poi così bene, e che dietro le apparenze si celano sfiducia, infedeltà e pregiudizi. Un'idea in fondo semplice per uno dei film italiani di maggior successo degli ultimi anni (a punto da essere già stato rifatto in molti altri paesi, dalla Spagna alla Francia, dall'India alla Grecia), con un ottimo cast di caratteristi (Kasia Smutniak, Marco Giallini, Edoardo Leo, Alba Rohrwacher, Valerio Mastandrea, Anna Foglietta, Giuseppe Battiston) e una nutrita serie di colpi di scena in crescendo. Man mano che la tensione monta, ogni volta che squilla una suoneria o una notifica i personaggi sussultano pieni di ansia, e noi con loro. Certo, può sembrare esagerato o inverosimile che nel giro di poche ore vengano alla luce talmente tanti altarini, ma la sceneggiatura gestisce il tutto con naturalezza, aiutata da alcune divertenti trovate (la migliore fra tutte è lo scambio di cellulari fra due dei commensali, che crea una situazione paradossale e imbarazzante) e da battute azzeccate che però lasciano anche posto a un retrogusto cinico o drammatico. Difficile pensare che la sceneggiatura non fosse stata scritta inizialmente per il teatro: e in quanto ambientata tutta a tavola, fra le quattro mura di una stanza, ricorda precedenti illustri come "La parola ai giurati" di Lumet o (più pertinente) il recente "Carnage" di Polanski. La riflessione sull'impatto e l'abuso delle nuove tecnologie (in particolare gli smartphone e i social network) sulle relazioni di amicizia, di famiglia e di coppia consente un aggancio all'attualità, ma anche senza di essa si sfiorano temi come l'importanza di mantenere qualche segreto fra amici o coniugi e la delicatezza dei ruoli sociali (anche quelli dei genitori). In tavola c'è un ottavo coperto, con il piatto vuoto perché uno dei commensali non è potuto venire: è bello pensare che sia riservato allo spettatore, che idealmente può sedersi insieme ai protagonisti (spingendoci a chiederci se anche noi non abbiamo qualche segreto inconfessabile). Il tutto avviene durante una serata con eclissi di luna: e l'astro argenteo che viene coperto dall'ombra per poi lentamente risvelarsi sembra proprio alludere allo "svelamento" dei segreti. Non a caso il finale ci mostra cosa sarebbe successo se il "gioco" non fosse mai stato fatto: nulla sarebbe venuto alla luce e i sette amici avrebbero potuto continuare la loro vita di sempre, illudendosi di conoscersi, senza sapere di essere in realtà l'uno per l'altro dei "perfetti sconosciuti". La regia di Genovese si mette umilmente al servizio della storia e dei personaggi, senza farsi notare, e fa la scelta migliore.

2 novembre 2018

Il libro della vita (Jorge R. Gutierrez, 2014)

Il libro della vita (The Book of Life)
di Jorge R. Gutierrez – USA 2014
animazione digitale
**

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa e Monica.

Prodotto da Guillermo del Toro, un film d'animazione incentrato sul "Día de Muertos", la colorata e folkloristica festività messicana in cui gli esseri viventi si riuniscono per ricordare i loro cari defunti. Ad alcuni ragazzini statunitensi, in visita a un museo, la guida racconta la storia di una scommessa fra La Muerte, sovrana dei morti "ricordati", e Xibalba, che governa invece il mondo dei "dimenticati" e che ambisce a scambiare i rispettivi regni. Ciascuna delle due divinità sceglie un ragazzo (Manolo o Joaquin) e vincerà se sarà lui a sposare l'amica del cuore di entrambi, Maria. Manolo proviene da una rispettata famiglia di toreri, ma anziché uccidere i tori sogna di diventare un mariachi. Joaquin è invece il discendente di celebri soldati, e aspira a diventare un grande eroe... La variopinta mitologia messicana dell'aldilà, un plot che ricorda in parte il mito di Orfeo ed Euridice, tanta azione, colpi di scena e canzoni (con una colonna sonora che racchiude innumerevoli citazioni, da Elvis Presley a Ennio Morricone), ma anche un pizzico di political correctness (di fatto non c'è un vero cattivo) e una caratterizzazione dei tre protagonisti non proprio originalissima. La cosa migliore è l'aspetto estetico e visivo, con un character design sopra le righe (da notare comunque che i personaggi della storia sono marionette di legno), ma da apprezzare anche il modo allegro e colorato con cui si affronta il tema della morte. Mediocre il doppiaggio italiano (mentre in quello originale ci sono, fra le altre, le voci di Zoe Saldana, Ice Cube, Ron Perlman e Placido Domingo). Il regista ha annunciato un sequel in cantiere. Tre anni dopo, un altro cartoon digitale ("Coco" della Pixar) si incentrerà a sua volta sul Giorno dei Morti.

1 novembre 2018

Bio-zombie (Wilson Yip, 1998)

Bio-zombie (Sheng hua shou shi)
di Wilson Yip – Hong Kong 1998
con Jordan Chan, Sam Lee, Angela Tong
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

I commessi di un centro commerciale – fra i quali Woody Invincible (Jordan Chan) e l'amico Crazy Bee (Sam Lee), impiegati di un negozio di Video CD pirata, e Rolls (Angela Tong), ragazza che lavora in un beauty shop – devono far fronte a un'epidemia di zombie scatenata da un'arma chimica irachena (!). Il primo film a portare Wilson Yip all'attenzione della critica comincia come una parodia del genere (sui titoli di testa ci sono addirittura spettatori che parlano fra loro), con personaggi comici o sgangherati e situazioni che fanno il verso al classico "Zombi" di Romero (quello ambientato, per l'appunto, in un grande magazzino). Ma pur essendo girato con un budget poverissimo (siamo di fronte a un vero e proprio B-movie che non si fa scrupolo di sconfinare nel trash) e presentando la stessa vena dissacrante di titoli come "L'alba dei morti dementi" ("Shaun of the dead") e delle prime pellicole di Peter Jackson ("Splatters - Gli schizzacervelli"), man mano che la storia procede ci rendiamo conto di stare assistendo ad uno zombie movie con tutte le carte in regola, con energia e ritmo da vendere, e che le battute e gli sberleffi non vanno a detrimento della tensione. Il bel finale nichilista, infine, suggella il tutto. Come in Romero, l'ambientazione vuole far riflettere sulla società consumistica, e gli zombie continuano a compiere le stesse azioni che facevano quando erano umani: mangiare, fare shopping, cercare l'amore della propria vita. Non mancano riferimenti al mondo dei videogiochi (con schermate che presentano i personaggi e scritte in sovrimpressione sullo schermo).

31 ottobre 2018

Lo straniero (Luchino Visconti, 1967)

Lo straniero
di Luchino Visconti – Italia 1967
con Marcello Mastroianni, Anna Karina
***1/2

Visto in divx.

Nell'Algeria coloniale francese, il modesto impiegato Arturo Meursault (Mastroianni) uccide "per caso" un giovane arabo. Si consegna alla polizia e sarà condotto in tribunale. Qui il dibattimento diventa un processo alla sua vita, in particolare alla sua presunta insensibilità in occasione della recente morte della madre in un ospizio fuori città. È un processo di stampo etico e moralista, dove l'indifferenza di Meursault e il suo scarso attaccamento alla madre vengono visti come disinteresse per la patria, i valori religiosi e gli ideali dell'intera società. Dal romanzo esistenzialista di Albert Camus (sceneggiato dal regista con Suso Cecchi D'Amico), uno dei film esteticamente più sobri e minimalisti di Visconti. La prima metà è dedicata alla confessione di Meursault, e ne fornisce il ritratto di un uomo mite, senza volontà o ambizioni e apparentemente senza sentimenti, ma in realtà semplicemente uno "straniero" che vive in un mondo in cui non sa o non vuole integrarsi, dove nulla lo interessa davvero ("Per me è lo stesso" è il suo mantra, che si parli di amore o di lavoro). Eppure ha una donna (Maria, l'ex collega interpretata da Anna Karina), degli amici (Raimondo, un poco di buono: è lui, avendone picchiato la sorella, che scatena l'ira dell'arabo che poi Arturo uccide), delle relazioni (il vicino di casa con il cane, il datore di lavoro). Agli occhi altrui appare però vuoto, anestetizzato, difficile da comprendere. E naturalmente non crede in Dio, per la disperazione del procuratore che lo accusa (Georges Wilson) e lo sconcerto del prete che lo visita in galera (Bruno Cremer). Tanto basta per ritrarlo come un "mostro" abietto agli occhi della società (e della giuria) e per condannarlo alla pena capitale (la sua colpa sembra più quella di non aver pianto al funerale della madre che quella di aver ucciso l'arabo). Una condanna che accetterà con la stessa indifferenza e noncuranza, vista l'ineluttabilità della morte. La parte del protagonista sarebbe dovuta andare inizialmente ad Alain Delon, ma Mastroianni è perfetto e misurato, con il suo sguardo vuoto e il suo flusso di pensieri che donano alla pellicola un andamento quasi onirico, come se la vicenda non fosse ambientata nella nostra realtà ma in un territorio di confine fra l'esistenza e la sua negazione. D'altronde Mersault è letteralmente uno straniero, un uomo diviso a metà, fra l'Europa e l'Africa, né francese né algerino, senza una vera patria o vere radici. La regia asciutta di Visconti e la fotografia di Giuseppe Rotunno illustrano l'irrealtà dell'ambiente alla perfezione. Interessante anche la musica spettrale ed evocativa di Piero Piccioni. Bernard Blier è l'avvocato difensore. Da notare come il doppiaggio presenti i nomi italianizzati (Arturo, Raimondo, ecc.), provenienti forse dalla prima traduzione del romanzo.

30 ottobre 2018

La bottega dei suicidi (P. Leconte, 2012)

La bottega dei suicidi (Le magasin des suicides)
di Patrice Leconte – Francia/Can/Bel 2012
animazione tradizionale
**

Visto in TV.

In una città perennemente triste, grigia e piovosa, la famiglia Tuvache gestisce un negozio che prospera fornendo ai numerosi aspiranti suicidi tutto il materiale loro necessario (cappi, veleni, armi di vario genere, ecc.). Ma il figlio più giovane della famiglia, Alan, l'unico di indole allegra e giocosa, complotta per riportare a tutti la gioia di vivere. Da un romanzo di Jean Teulé (adattato dallo stesso Leconte, all'esordio nel cinema di animazione), una black comedy nella vena lugubre di "Nightmare before Christmas" e "La famiglia Addams", e con uno stile che ricorda i lavori di Sylvain Chomet, che ha elevato ad arte la tristezza e l'inquietudine. Gradevole, anche se alla lunga un po' esile e ripetitivo. I nomi dei vari membri della famiglia Tuvache si ispirano a quelli di celebri suicidi: il capofamiglia Mishima (Yukio), la moglie Lucrezia (Borgia), il figlio maggiore Vincent (Van Gogh), la figlia Marilyn (Monroe) e il figlio minore Alan (Turing). Le canzoni sono di Etienne Perruchon (la migliore è la prima, "Contro la crisi e il carovita"). Polemiche in Italia perché in un primo momento (unico caso al mondo) il film era stato vietato ai minori di 18 anni (oltre al tema del suicidio, con abbondanza di morti sullo schermo, c'è anche un'insolita ma innocua scena di nudo).

28 ottobre 2018

Il bidone (Federico Fellini, 1955)

Il bidone
di Federico Fellini – Italia 1955
con Broderick Crawford, Richard Basehart
***

Visto in TV.

L'anziano Augusto (Broderick Crawford) e i più giovani Roberto (Franco Fabrizi) e Carlo (Richard Basehart), detto Picasso, sono tre truffatori romani che organizzano ingegnosi "bidoni" ai danni della povera gente, per lo più contadini ignoranti. Per esempio, si travestono da inviati del Vaticano e fanno credere che un peccatore in punto di morte ha confessato di aver sepolto un tesoro nel loro terreno, che potranno tenersi se pagheranno le messe da far celebrare in memoria del defunto. I tre non sembrano avere particolari problemi di coscienza nel sottrarre i risparmi a quella che in fondo è gente messa peggio di loro: e nonostante i relativi successi, restano delinquenti di mezza tacca, sempre senza un soldo, personaggi "crepuscolari" e consapevoli del proprio fallimento esistenziale. Picasso, aspirante pittore, non potrà più celare la natura del proprio "lavoro" alla moglie Iris (Giulietta Masina), quando questa inizierà ad avere dei sospetti, e deciderà di cambiare vita. Roberto, il più viveur e scapestrato dei tre, dopo essersi bruciato ogni legame preferirà trasferirsi a Milano. Soltanto Augusto, in piena crisi di mezza età, invecchiato e disilluso per non aver combinato nulla nella vita, continuerà a riciclare gli stessi trucchi insieme a nuovi complici: ma quando cercherà di ingannare anche i suoi soci, allo scopo di intascare il denaro necessario a pagare gli studi della figlia Patrizia (che aveva abbandonato insieme a sua madre: "In questo lavoro non si può avere una famiglia", aveva detto a Picasso), sarà da questi malmenato e abbandonato a morire nella campagna. Scritto insieme ai soliti collaboratori di allora, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, "Il bidone" è uno dei film meno noti e più puramente drammatici di Fellini, nonché uno dei più realistici e meno surreali/onirici, anche se la natura ingenua e "fumettosa" delle truffe messe in scena dai protagonisti è quasi da commedia alla Totò. Ma se molto spazio è riservato a questi imbrogli, altrettanto è dedicato a scavare nei dubbi, nell'umiliazione e nella malinconia dei personaggi, con quello di Augusto che svetta su tutti come l'autentico protagonista della pellicola (a lui, non a caso, è riservato l'intero e tragico finale). L'interprete, Broderick Crawford, aveva vinto l'Oscar qualche anno prima grazie alla sua interpretazione del politico ruspante Willie Stark in "Tutti gli uomini del re": qui è doppiato da Arnoldo Foà (che già aveva prestato la voce ad Anthony Quinn nel precedente "La strada"). Inizialmente Fellini e i produttori avevano pensato nientemeno che ad Humphrey Bogart per la parte di Augusto, ma l'attore era già troppo malato per venire a recitare in Italia. La Masina e Basehart (doppiato da Enrico Maria Salerno) tornano a lavorare insieme dopo "La strada", anche se per molti versi il film ricorda più "I vitelloni", con il suo ritratto di personaggi falliti. La sequenza della festa di capodanno a casa di Rinaldo (Alberto De Amicis), il collega di Augusto che – a differenza sua – ha fatto i soldi e li ha messi da parte, piena di volgarità e di ricchezza ostentata, pare invece anticipare "La dolce vita". La musica di Nino Rota è vivace e a ritmo di swing.

27 ottobre 2018

La tenda rossa (Mikhail Kalatozov, 1969)

La tenda rossa (Krasnaya palatka)
di Mikhail Kalatozov – URSS/Italia 1969
con Peter Finch, Sean Connery
*1/2

Visto in TV.

Quarant'anni dopo aver guidato (nel 1928) un'infausta spedizione in dirigibile al Polo Nord, sulle orme di Amundsen (che aveva sorvolato l'Artico, senza però atterrare), il generale dell'aviazione italiana Umberto Nobile (Peter Finch) convive con i propri fantasmi, ovvero gli spiriti degli uomini morti durante la spedizione, che gli compaiono letteralmente davanti agli occhi per accusarlo delle sue colpe, imbastendo a casa sua un vero e proprio processo. Riviviamo così tutti gli eventi di quella tragica avventura, quando Nobile e altri membri dell'equipaggio, precipitati sui ghiacci, furono costretti a resistere al gelo per mesi, al riparo di una tenda dipinta di rosso, in attesa di soccorsi che non giungevano mai (l'esercito italiano ignorava la posizione dei superstiti, mentre una nave rompighiaccio russa non riusciva a farsi strada). Kolossal epico e survival, co-produzione fra l'Unione Sovietica e l'Italia (era la prima volta che l'URSS realizzava un film insieme a un paese occidentale!), la pellicola colora di toni romantici e drammatici la vera storia del dirigibile Italia, ispirandosi alle memorie dello stesso Nobile, eroe tragico scosso dai sensi di colpa, una sorta di Lord Jim (anche lui fu accusato di essersi salvato mentre i suoi uomini morivano). Nonostante gli sforzi della megaproduzione e l'attenzione ai dettagli storici, il film risulta però alquanto pesante, nonché carente nella caratterizzazione dei personaggi (belle, invece, le scene sui ghiacci che mostrano la lotta fra l'uomo e la natura). Musiche di Ennio Morricone. Fu l'ultimo film del regista di "Quando volano le cicogne". Claudia Cardinale è Valeria, l'infermiera innamorata di uno dei membri dell'equipaggio, che chiede l'aiuto di Roald Amundsen (Sean Connery): il suo ruolo fu ampliato su richiesta del produttore Franco Cristaldi, che all'epoca era suo compagno. Massimo Girotti è l'indeciso capitano Romagna. Mario Adorf è Biagi, il radiofonista che canta la canzone delle osterie romane. Nel cast anche Hardy Krüger (l'aviatore Einar Lundborg), Eduard Martsevich (il meteorologo Finn Malmgren) e un giovane Nikita Mikhalkov (il pilota russo Chuknovsky).

25 ottobre 2018

L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (L. Lumière, 1896)

L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat
(L'arrivée d'un train en gare de La Ciotat)
di Louis Lumière – Francia 1896
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Visto su YouTube.

Forse il film più famoso dei fratelli Lumière, quello attorno al quale è nata la diceria che gli spettatori, nel vedere il treno avvicinarsi dal fondo dello schermo e diventare sempre più grande, fuggissero terrorizzati dalla sala di proiezione per il timore di esserne travolti. Probabilmente si tratta di una leggenda urbana (anche se bisogna dire che nel 1935 lo stesso Lumiére ne realizzò una versione stereoscopica – vale a dire in 3D – da mostrare all'Accademia delle Scienze francese: e fu forse quella a scatenare qualche timore!). Inoltre, contrariamente a quanto si crede di solito, la pellicola non faceva parte del gruppo di dieci film presentati a Parigi il 28 dicembre 1895, "data di nascita" del cinema. Venne invece mostrato in pubblico circa un mese più tardi, il 25 gennaio 1896. A La Ciotat, cittadina costiera nel sud della Francia, i fratelli Lumière avevano una residenza estiva (qui girarono altri tre dei loro primi film: "Una partita a carte", "L'innaffiatore innaffiato" e "La colazione del bimbo"). Come rivela il titolo spoileratore, il cortometraggio mostra il convoglio, trainato dalla locomotiva a vapore, avvicinarsi man mano alla stazione, procedendo dal fondo dello schermo verso lo spettatore e da destra verso sinistra (la prospettiva mostra i binari in diagonale). Sulla banchina, sulla destra, ci sono un capostazione e alcuni passeggeri in attesa di salire a bordo, fra cui una signora con il figlioletto. Proprio l'angolo di ripresa e la prospettiva "forzata" (insieme alla profondità di campo) costituiscono gli aspetti tecnici più interessanti del film, quelli che maggiormente lo hanno impresso nell'immaginario collettivo: siamo ben lontani dalle pantomime o dalle riprese da palcoscenico teatrale che caratterizzavano i precedenti tentativi di Edison e compagni. Come tutte le prime pellicole girate con il cinématographe, anche questa dura circa 50 secondi, non presenta stacchi di montaggio e può essere considerata un documentario (benché sia evidente come i Lumière curassero a fondo aspetti quali la collocazione della macchina da presa, la disposizione delle comparse e i tempi. Inoltre, anche se la camera è fissa, il movimento del treno fa sì che si passi da un'inquadratura in campo lungo a una in campo medio e infine a un primo piano).

24 ottobre 2018

L'innaffiatore innaffiato (Louis Lumière, 1895)

L'innaffiatore innaffiato (L'arroseur arrosè)
di Louis Lumière – Francia 1895
con François Clerc, Benoît Duval
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Visto su YouTube.

Uno dei dieci film della prima proiezione pubblica dei fratelli Lumière al Grand Café sul Boulevard des Capucines a Parigi il 28 dicembre 1895 (la data che segna convenzionalmente la nascita del cinema), è anche uno dei loro lavori più celebri e popolari, sicuramente il più noto insieme a "L'uscita dalle fabbriche Lumière" (il primo in assoluto) e "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat". Si tratta anche dell'unico, fra i dieci film della prima serata, a non essere un documentario (o comunque a limitarsi a riprendere un evento) ma un esempio di cinema narrativo, che intende raccontare una storia "costruita" e messa in scena da attori (di cui conosciamo anche i nomi). E si tratta nientemeno che di una commedia, di spirito slapstick e anarchico. La gag è nota: un ragazzo (Benoît Duval, che era un apprendista carpentiere nella fabbrica dei Lumière) si diverte a fare uno scherzo a un giardiniere (François Clerc, che era realmente il giardiniere di Louis Lumière), calpestando con un piede la sua canna e bloccando l'afflusso dell'acqua. L'uomo prova a guardare nella canna per capire come mai l'acqua non passi più, e allora il monello solleva il piede, inzuppando così il giardiniere. Il ragazzo scappa, ma viene rincorso e acciuffato, per essere poi sculacciato (in una variante successiva – come per tutti i primi film dei fratelli Lumière, ne esistono diverse versioni, girate in momenti diversi – il ragazzo viene invece preso a calci nel sedere e poi innaffiato a sua volta). Da notare il consapevole utilizzo dello spazio filmico: il monello tenta infatti di fuggire al di fuori dell'inquadratura (mentre la macchina da presa resta immobile), ma viene afferrato e riportato davanti agli spettatori per essere punito. Il film fu girato a Lione e, come detto, ne esistono più versioni realizzate in momenti differenti. Il titolo originale era "Le jardinier" o "Le jardinier et le petit espiègle", ma è poi passato nella cultura popolare come "L'innaffiatore innaffiato", ed è stato oggetto di numerose imitazioni, copie ed omaggi (anche in epoche recenti, per esempio da François Truffaut nel cortometraggio "L'età difficile"). La pellicola può vantare un altro curioso primato: è il primo film della storia ad avere avuto una locandina a lui dedicata. Il poster che pubblicizzava la proiezione dei Lumière, disegnato da Marcellin Auzolle, mostrava infatti alcuni spettatori che ridono di fronte a una scena di questo film, proiettata sullo schermo. In precedenza, i poster che pubblicizzavano le proiezioni di Edison e di altri, dal 1890 in poi, non facevano riferimenti ai singoli film ma solo alle meraviglie tecnologiche degli apparecchi.

23 ottobre 2018

L'uscita dalle fabbriche Lumière (L. Lumière, 1895)

L'uscita dalle fabbriche Lumière
(La sortie de l'usine Lumière à Lyon)
di Louis Lumière – Francia 1895
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Visto su YouTube (tre versioni).

La data "ufficiale" della nascita del cinema è fissata per convenzione al 28 dicembre 1895, ovvero il giorno della prima proiezione pubblica (e a pagamento), nel Salon indien du Grand Café sul Boulevard des Capucines a Parigi, di dieci cortometraggi girati dai fratelli Louis e Auguste Lumière (anche se il "regista" è da considerarsi solo il primo) con la macchina da presa di loro invenzione, il cinématographe, brevettato il 13 febbraio 1895 e in grado non solo di impressionare ma anche di proiettare le pellicole. In realtà, i Lumière (il cui cognome significa "Luce": nomen omen!) non sono stati i primi cineasti della storia: da Louis Le Prince (1888) a William Friese-Greene (1889), passando per pionieri come Wordsworth Donisthorpe, Etienne-Jules Marey e Georges Demenÿ fino a W. K. L. Dickson, William Heise e gli altri impiegati di Thomas Edison (dal 1890), già numerosi erano stati coloro che avevano dimostrato di essere in grado di registrare e poi riprodurre filmati con immagini in movimento. Gli stessi Louis e Auguste avevano a loro volta iniziato a compiere esperimenti in questo campo già tre anni prima, nel 1892, quando il padre Antoine era andato in pensione affidando ai figli l'industria fotografica di famiglia. A quell'anno risalirebbe uno dei loro primi film sperimentali, purtroppo andato perduto, "Le prince de Galles" con protagonista il futuro re Edoardo VII, figlio della regina Vittoria (da non confondere con il film dallo stesso nome girato dieci anni dopo, il 9 agosto 1902, che mostra il passaggio della carrozza reale in occasione dell'incoronazione dello stesso Edoardo VII). Ma fu la straordinaria innovazione tecnologica del cinématographe, superiore a tutti gli apparecchi precedenti per qualità dell'immagine, praticità, leggerezza e durata della pellicola (ben 52 secondi), a consentire loro di surclassare il kinetoscopio di Thomas Edison (che permetteva la visione dei film soltanto a uno spettatore per volta, guardando attraverso un foro e girando una manovella) o il contemporaneo bioscopio dei fratelli tedeschi Skladanowsky (ispirato alla lanterna magica). È dunque giusto attribuirgli il merito della nascita del "cinema" come lo intendiamo oggi, ovvero come luogo e rito di visione collettiva.

I dieci film proiettati agli spettatori in quel fatidico giorno erano i seguenti:
- L'uscita dalle fabbriche Lumière
- Il volteggio
- La pesca dei pesci rossi
- L'arrivo dei fotografi al congresso di Lione
- I maniscalchi
- L'innaffiatore innaffiato
- La colazione del bimbo
- Il salto alla coperta
- La Place des Cordeliers a Lione
- Il mare (Bagno in mare)

"L'uscita dalle fabbriche Lumière", il primo in assoluto a essere mostrato al pubblico, era stato girato il 19 marzo dello stesso anno e mostra le porte di un capannone delle fabbriche di materiale fotografico dei Lumière a Montplaisir (alla periferia di Lione), mentre ne fuoriscono gli operai (in maggioranza donne) al termine del loro turno di lavoro. Oltre alle persone a piedi, c'è qualcuno che esce in bici. Inoltre passa anche un cane e, nel finale, una carrozza trainata da cavalli, probabilmente con a bordo i padroni, prima che un custode chiuda le porte. La prima cosa da notare è che, pur trattandosi formalmente di un documentario (che mostra un evento reale), c'è comunque un notevole lavoro di messa in scena e anche di direzione degli attori. Le persone sono state istruite a non guardare in macchina e a non camminare direttamente in direzione della camera. Inoltre, il semplice fatto che esistano diverse versioni del film (almeno tre, girate in diversi periodi dell'anno come testimoniano gli abiti primaverili o invernali), rivela che i cineasti e gli "attori" seguivano uno script. Infine, la posizione delle ombre suggerisce che le riprese si siano svolte verso mezzogiorno (probabilmente per avere più luce) o nella tarda mattinata, e dunque non certo alla fine della giornata di lavoro. Anche per questi motivi, c'è chi sospetta che l'abbigliamento degli operai non fosse quello indossato da loro abitualmente, ma scelto per l'occasione (si notano gonne ampie e grossi cappelli piumati). Il film (o almeno la sua prima versione) dura 46 secondi e venne girato, come tutte le pellicole dei Lumière, in quello che diventerà per lungo tempo lo standard dell'industria del cinema, ovvero con una pellicola da 35mm, un aspect ratio di 1,33:1 e una velocità di 16 fotogrammi al secondo. Da notare anche l'eccellente qualità cinematografica e la profondità di campo, superiore di molto ai lavori dei pionieri del cinema che avevano preceduto i due fratelli (segnatamente Edison, i cui film dovevano essere girati all'interno di studi di posa e non in esterni). Oggi il capannone da cui uscivano gli operai esiste ancora (anche se il resto dell'edificio è stato demolito) e ospita l'Istituto Lumière.

22 ottobre 2018

Das boxende Känguruh (Max Skladanowsky, 1895)

Das boxende Känguruh
aka Mr Delaware and the Boxing Kangaroo
di Max Skladanowsky – Germania 1895

Visto su YouTube.

Il 1° novembre 1895, quasi due mesi prima della proiezione pubblica dei fratelli Lumière a Parigi, un'altra coppia di fratelli, i tedeschi Max ed Emil Skladanowsky, avevano organizzato in un teatro di Berlino una proiezione (a pagamento) di pellicole realizzate da loro stessi. La tecnologia del loro bioscopio (ispirata a quella della lanterna magica) si rivelò però nettamente inferiore rispetto al cinématographe dei rivali francesi: l'apparecchio era ingombrante e poco pratico (anche perché utilizzava pellicole da 54 mm, ben più grandi di quelle da 35 mm dei Lumière), e la durata dei film era assai ridotta (5-6 secondi, che si ripetevano in continuazione). Per questi motivi, non appena l'invenzione dei Lumière apparve sul mercato, fu subito chiaro che quella degli Skladanowsky era destinata al fallimento. Ciò nonostante, i due fratelli tedeschi meritano di certo una menzione e un posto d'onore fra i pionieri del cinema (nel 1995, Wim Wenders dedicherà loro una pellicola a metà strada fra la fiction e il documentario). Fra i film che più fecero scalpore in occasione della prima proiezione, sono da ricordare "Bauerntanz zweier Kinder" (alias "Italienischer Bauerntanz"), che mostra due bambini che danzano; "Serpentinen Tanz", ispirata alla danza serpentina di Annabelle Whitford (filmata da Dickson per Edison nel 1894); "Akrobatisches Potpourri" (che mostra le acrobazie di una famiglia di ginnasti); e soprattutto "Das boxende Känguruh", nel quale un pugile si batte contro un canguro, entrambi con i guantoni (il film ispirerà un remake per kinetoscopio nel 1896 da parte di Birt Acres).

The execution of Mary Stuart (Alfred Clark, 1895)

The execution of Mary Stuart
aka The execution of Mary, Queen of Scots
di Alfred Clark – USA 1895
con Mrs. Robert L. Thomas

Visto su YouTube.

Il film mostra Maria Stuarda, regina di Scozia, condotta dalle guardie inglesi davanti al ceppo del boia, dove si inginocchia. Il boia solleva la sua ascia, taglia di netto la testa della donna e poi la solleva, mostrandola a tutti. Diretto da Alfred Clark (da poco entrato negli studi Black Maria) per Thomas Edison, con William Heise come cameraman, questo breve cortometraggio (circa 18 secondi) è degno di nota per svariati motivi: non solo si tratta di uno dei primi film Edison di ambientazione "storica", e dunque con attori professionisti che recitano nelle parti di personaggi realmente vissuti (in precedenza, la maggior parte della produzione per il kinetoscopio consisteva in gag, scene di pugilato o numeri da vaudeville), ma soprattutto può vantare il primato di contenere il primo "effetto speciale" della storia del cinema, e forse anche del primo esempio di "montaggio invisibile" (per la precisione, si tratta di una tecnica di stop action). L'attrice che interpreta Maria Stuarda, infatti, viene sostituita da un manichino un attimo prima che la scure del boia cada sul ceppo, staccandole la testa. L'effetto – a fini narrativi, dunque, e non puramente artistici – è senza dubbio realistico ed eccezionale: solo l'occhio attento e allenato di uno spettatore moderno si rende conto della sostituzione. La leggenda vuole che all'epoca diversi membri del pubblico si convinsero che l'attrice fosse stata uccisa sul serio! L'anno successivo Clark abbandonò il cinema per dedicarsi alla sua vera passione: la registrazione del suono e lo sviluppo del grammofono.

Incident at Clovelly Cottage (Birt Acres, 1895)

Incident at Clovelly Cottage
The Arrest of a Pickpocket
The Derby
The Oxford and Cambridge University Boat Race
di Birt Acres [e Robert W. Paul] – GB 1895

Quando nel 1894 il kinetoscopio di Edison venne presentato a Londra, alcuni acquirenti chiesero a Robert William Paul, un fabbricante di materiale fotografico, di costruirne delle copie. Paul inizialmente rifiutò, per poi cambiare idea dopo aver scoperto che Edison aveva brevettato la sua invenzione soltanto negli Stati Uniti. Ne acquistò un esemplare a sua volta, lo smontò e ne studiò il funzionamento, per poi costruirne una versione "britannica" che vendette in numerose copie (una delle quali a Georges Méliès), agevolando così la diffusione del cinema in Europa. Poiché però c'era carenza di film da proiettare (il funzionamento della macchina da presa di Edison, a differenza del kinetoscopio che serviva solo a "proiettare" le pellicole, era un segreto ben custodito), Paul strinse un sodalizio con Birt Acres, a sua volta inventore ed esperto di fotografia (che aveva inventato un dispositivo per il movimento della pellicola durante il processo di sviluppo), per mettere a punto un apparecchio per riprendere le immagini in movimento. La camera di Paul e Acres, completata nel marzo del 1895, è stata la prima macchina da presa inventata in Gran Bretagna: utilizzava pellicole da 35mm e impressionava 40 fotogrammi al secondo (come l'apparecchio di Edison). Dopo un primo film di prova girato nel febbraio del 1895 ("Cricketer Jumping Over Garden Gate"), mai distribuito commercialmente, a marzo fu la volta di "Incident at Clovelly Cottage", considerato oggi "il primo film britannico", di cui però sopravvivono solo alcuni fotogrammi che mostrano la moglie e il figlio neonato dello stesso Acres e un uomo che probabilmente era il suo assistente Henry Short. La pellicola fu girata davanti alla casa di Acres nel sobborgo londinese di Barnet. Dopo aver realizzato insieme diversi altri film ("Oxford and Cambridge Boat Race", "Rough Sea at Dover", "The Arrest of a Pickpocket", "The Carpenter's Shop", "Boxing Kangaroo", e una ripresa del Derby del 1895), le strade di Paul e di Acres si divisero e nel 1896 i due uomini presentarono al mercato ciascuno un proiettore diverso. Naturalmente l'invenzione dei fratelli Lumière finì poi per surclassare entrambi, ma i due continuarono a ideare innovazioni tecniche per diversi anni.

21 ottobre 2018

Dickson experimental sound film (W. K. L. Dickson, 1894)

Dickson Experimental Sound Film
di William K. L. Dickson – USA 1894
con William K. L. Dickson

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Alla fine del 1894 (o forse all'inizio del 1895), Dickson cominciò a sperimentare anche col sonoro, girando negli studi del Black Maria quello che oggi è considerato il primo film con una colonna sonora sincronizzata. La breve pellicola (circa 17 secondi) mostra due uomini che ballano mentre un terzo (lo stesso Dickson) suona con il violino un brano dall'opera "Les cloches de Corneville" del compositore francese Jean Robert Planquette. Dickson suona davanti a un grande imbuto che serve a catturare il suono e a registrarlo su un cilindro, allo scopo di riprodurlo poi in contemporanea con la "proiezione" del film. Oltre a essere il primo tentativo di registrare contemporaneamente immagini e suono (Dickson pensava di costruire un nuovo dispositivo apposito per riprodurre entrambi, il kinetofono, visto che il kinetoscopio non prevedeva alcuna colonna sonora: ma l'invenzione non fu mai completata, forse perché i problemi di sincronizzazione si rivelarono insormontabili), il cortometraggio è comunque interessante per diversi altri aspetti, a partire dal fatto che a ballare siano due uomini (e non un uomo e una donna). probabilmente frutto di una trovata estemporanea. Per molti anni si ritenne che il cilindro con la colonna sonora fosse andato perduto, finché non venne ritrovato nel 1998, riparato, ri-registrato e finalmente sincronizzato con il video.

Annabelle dance (W. K. Dickson, W. Heise, 1894)

Annabelle Butterfly Dance,
Annabelle Sun Dance, Annabelle Serpentine Dance
di William K. L. Dickson, William Heise – USA 1894
con Annabelle Moore Whitford

Visto su YouTube.

Tra i film più popolari per il kinetoscopio realizzati nei laboratori Edison ci sono quelli che vedono come protagonista Annabelle Moore Whitford, detta "Peerless Annabelle", una danzatrice di varietà che viene ripresa mentre si esibisce in diversi tipi di balli (Butterfly Dance, Sun Dance, Serpentine Dance). I movimenti enfatici delle braccia e delle gambe donano alle pellicole una certa carica erotica che la rese estremamente popolare, trasformandola, se vogliamo, nella prima diva cinematografica. Ma non è tutto: questi film (realizzati in diverse versioni e in più riprese, dal 1894 al 1896: Annabelle veniva richiamata da Dickson e Heise negli studi di posa ogni volta che le copie rimaste si erano troppo rovinate ed era necessario girarne di nuove) possono vantare anche il primato di essere le prime pellicole a colori della storia del cinema: diverse copie furono infatti dipinte a mano fotogramma per fotogramma prima di essere distribuite. Il film ha ispirato anche una pellicola simile ("Serpentinen Tanz") diretta da Max Skladanowsky nel 1895.

Fred Ott's sneeze (W. K. L. Dickson, 1894)

Fred Ott's Sneeze
aka Edison Kinetoscopic Record of a Sneeze
di William K. L. Dickson – USA 1894
con Fred Ott

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Nel 1894, mentre nascono i primi locali appositamente dedicati ai kinetoscopi (Edison aveva deciso di non vendere gli apparecchi, preferendo noleggiarli e controllare così il mercato), la produzione di pellicole a loro destinate si intensifica. Negli studi Black Maria vengono prodotti svariati film, della durata media di quaranta secondi, ovvero la quantità massima di pellicola che il kinetoscopio poteva contenere. Arrivano anche i primi film "a colori" (quelli con la danzatrice Annabelle, dipinti a mano), mentre Dickson comincia a sperimentare col sonoro. Fra le pellicole da ricordare, però, ce n'è una che inizialmente non era destinata al pubblico: fu prodotta infatti soltnato a scopi pubblicitari, con l'intenzione di pubblicarla – sotto forma di singoli fotogrammi – come accompagnamento a un articolo sul settimanale "Harper's Weekly". Il film, che dura solo cinque secondi, mostra il baffuto Fred Ott, uno degli assistenti di laboratorio di Edison, mentre inala del tabacco in polvere e poi starnutisce. Ott era noto fra i suo colleghi, tra le altre cose, proprio per il suo starnuto piuttosto comico: il tecnico compare anche in un altro film del 1894, "Fred Ott holding a bird". Il corto fu girato nei primi giorni di gennaio e, secondo alcune fonti, si tratta del più antico film esistente di cui è stato registrato il copyright (oggi ovviamente scaduto).

20 ottobre 2018

Lo zoo animato (Étienne-Jules Marey, 1893)

Lo zoo animato
Rabbits
Chat en chute libre
di Étienne-Jules Marey – Francia 1893

Visto su YouTube.

Di Marey, del suo assistente Demenÿ e del suo "fucile fotografico" (in grado di impressionare dodici fotogrammi al secondo) ho già parlato qui. A partire dal 1893, con il filmato di un coniglio lasciato cadere da alcuni metri di altezza, lo scienziato iniziò a studiare con la sua invenzione il movimento degli animali. Nei mesi successivi riprese – fra gli altri – cavalli, cani, pecore, asini, uccelli, pesci, rettili, insetti, spaziando dunque dagli elefanti alle creature microscopiche. L'insieme di questi filmati veniva chiamato dallo stesso Marey "Lo zoo animato". Dei suoi lavori, il più iconico è sicuramente diventato quello (girato nel 1894) che mostra la caduta di un gatto che atterra (su un materasso) sulle quattro zampe. Marey lo girò proprio per verificare se l'animale poggiasse a terra tutte le quattro zampe nello stesso momento (lo fa). La maggior parte dei film venivano realizzati presso la Station Physiologique di Parigi, nel Bois du Boulogne, dove Marey e Demenÿ lavoravano.

Blacksmith scene (W. K. L. Dickson, 1893)

Blacksmith scene
di William K. L. Dickson – USA 1893
con Charles Kayser, John Ott

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Un fabbro e due suoi aiutanti, in officina, battono con i loro martelli un pezzo di metallo incandescente sull'incudine, poi fanno una pausa per bersi una birra (si passano una bottiglia tra di loro) e infine ricominciano a lavorare. Si tratta del più antico film sopravvissuto fra quelli girati nel cosiddetto Black Maria, il primo studio cinematografico della storia, uno teatro di posa la cui costruzione era iniziata nel 1892 sui terreni dei laboratori di Edison a West Orange, nel New Jersey, per essere riservato esclusivamente alle riprese cinematografiche. Ma non è l'unica novità per le produzioni di Edison: la pellicola dura una trentina di secondi (niente male, se si pensa che i precedenti lavori di Dickson andavano da 1 a 8 secondi) e anche la qualità dell'immagine mostra un netto miglioramento. Certo, la visione, attraverso il kinetoscopio (di cui Edison ottenne il brevetto il 14 marzo 1893), era ancora riservata a uno spettatore per volta, senza dunque il "brivido" dell'esperienza collettiva: mancano ancora due anni all'invenzione dei fratelli Lumière! Per alcuni critici, la pellicola vanta anche il primato di essere la prima a mostrare degli "attori" impegnati a seguire una "sceneggiatura" (ma questo è discutibile: se vogliamo, anche le persone che giravano in tondo in "Roundhay Garden Scene" di Le Prince stavano seguendo le indicazioni del "regista"). Nel corso dello stesso anno Dickson e compagni realizzarono nel Black Maria svariati altri film, con protagonisti ballerine, acrobati, sportivi e lavoratori impegnati in esibizioni di vario genere, gran parte dei quali sono andati perduti (di "Horse Shoeing" sopravvivono solo tre fotogrammi). Il 9 maggio 1893 al Brooklyn Institute si tiene la prima esibizione pubblica di molte di queste pellicole con il kinetoscopio.

19 ottobre 2018

Pauvre Pierrot (Émile Reynaud, 1892)

Pauvre Pierrot
Autour d'un cabine
di Charles-Émile Reynaud – Francia 1892

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Fra i tanti pionieri del cinema, uno dei più interessanti è stato senza dubbio Émile Reynaud, autore di quelli che possono essere considerati i primi film d'animazione. Già nel 1876 Reynaud aveva inventato il prassinoscopio, evoluzione dello zootropio (dove i disegni presenti all'interno di un cilindro vengono osservati attraverso delle fenditure) che utilizzava una serie di specchi per riflettere le immagini verso l'osservatore. Abbinando al prassinoscopio il metodo di proiezione della lanterna magica, Reynaud mise a punto il suo "teatro ottico": un sistema di nastri mobili faceva scorrere delle lastre di vetro (su cui erano dipinti personaggi e sfondi) davanti alla luce del proiettore, mostrando così allo spettatore quelle che lui battezzò "pantomime luminose", ciascuna delle quali comprendeva da 500 a 700 lastre di vetro dipinte a mano dallo stesso Reynaud, per una durata da 2 a 5 minuti. La prima dimostrazione pubblica avvenne nell'ottobre 1892 presso il museo Grévin a Parigi e riscosse un enorme successo (facile capire il perché: storie lunghe, complesse, a colori). Di fatto si trattò della prima proiezione di immagini in movimento a un pubblico pagante, tre anni prima di quella dei fratelli Lumière. Negli anni successivi, però, la comparsa di sistemi di ripresa e di proiezione più sofisticati fece cadere il teatro ottico nel dimenticatoio e l'ultima proiezione in pubblico al museo Grévin avvenne nel 1900. In seguito Reynaud, in un momento di disperazione, distrusse tutte le sue "pantomime", gettandole nella Senna. Ne sono sopravvissute soltanto due: "Pauvre Pierrot" (1891, che faceva parte della prima proiezione pubblica del 1892) e "Autour d'un cabine" (1893, proiettato dal 1894). Nel primo, Pierrot suona una serenata a Colombina, ma deve vedersela con Arlecchino. Nel secondo, assistiamo a scene di gioco e di vita su una spiaggia. Le altre pantomime andate perdute sono "Un bon bock" (1888, proiettato dal 1892), "Le clown et ses chiens" (1890, proiettato dal 1892) e "Un rêve au coin du feu" (1894). Fra le innovazioni introdotte da Reynaud (e a cui i fratelli Lumière si ispirarono), non va dimenticata l'idea di "perforare" la pellicola in modo da consentire il suo trascinamento attraverso il proiettore.

A hand shake (W. K. L. Dickson, 1892)

A Hand Shake
Fencing
di William K. L. Dickson – USA 1892

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Dei cinque film di prova girati nei laboratori di Edison nel 1892, ne sopravvivono soltanto due, peraltro in pessime condizioni: "A Hand Shake" mostra una stretta di mano fra i cineasti William K. L. Dickson e William Heise (le cui fattezze si riconoscono a malapena); "Fencing" fa invece parte della solita serie di brevi esibizioni di acrobati, sportivi o ballerine, riprese su sfondo nero (gli altri di quest'anno sono "Boxing", "Wrestling" e "Man on parallel bars"), che ricordano i lavori pionieristici di Eadweard Muybridge od Ottomar Anschütz sullo studio del movimento. In ogni caso, è evidente che la strada da compiere prima dello sfruttamento commerciale del kinetoscopio era ancora lunga...

18 ottobre 2018

Je vous aime (Georges Demenÿ, 1891)

Je vous aime
di Georges Demenÿ – Francia 1891
con Georges Demenÿ

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Considerato il primo "primo piano" della storia del cinema (in realtà un piano medio, dalle spalle in sù), questo film, che mostra un uomo – lo stesso Demenÿ – che pronuncia la frase "Je vous aime" ("Ti amo"), fa parte di una serie di pellicole commissionate ad Etienne-Jules Marey da Hector Marichelle, direttore dell'Istituto Nazionale Francese per i Sordomuti, che intendeva utilizzarli per insegnare ai suoi studenti a parlare e a leggere le labbra. Marey affidò il progetto a Georges Demenÿ, suo assistente presso la Station Physiologique di Parigi. Marichelle aveva richiesto espressamente che gli attori fossero inquadrati da vicino, in modo che il movimento delle labbra fosse chiaro e visibile Da notare come Demenÿ tenga gli occhi socchiusi, forse disturbato dai riflessi dallo specchio che lo illuminava (la luce era necessaria per far risaltare i lineamenti del volto). Probabilmente il film si rivelò poco utile ai fini educativi, ma colpì molto gli spettatori e rese assai popolare il piano medio fra i primi cineasti (Edison lo utilizzerà nel 1896 nel suo "Il bacio"). Il progetto spinse Demenÿ a interessarsi sempre di più al cinema, portandolo infine alla rottura con Marey. Dopo essere stato infatti il suo braccio destro per quattordici anni, i due si separarono nel 1894 quando Demenÿ decise di dedicarsi agli aspetti commerciali della nuova invenzione (mentre al suo mentore interessavano solo quelli scientifici ed educativi). Negli anni successivi, Demenÿ perfezionò il "cronofotografo" di Marey e inventò un proprio "fonoscopio", che riproduceva in sequenza le immagini impresse su un disco in rotazione. Demenÿ fondò anche una compagnia per commercializzare i suoi "ritratti parlanti", senza troppo successo (la sua idea era quella di fare concorrenza agli album di fotografie!). Ma il suo maggior contribuito tecnico allo sviluppo del cinema fu l'invenzione di un meccanismo per il movimento intermittente della pellicola, che venne poi venduto a Léon Gaumont e incluso nel Vitascope di Edison. Le sue soluzioni tecnologiche rimasero in uso per un paio di decenni.

La vague (Étienne-Jules Marey, 1891)

La vague
di Étienne-Jules Marey – Francia 1891

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Come altri pionieri della fotografia dell'epoca, anche lo scienziato e medico francese Étienne-Jules Marey, direttore della Station Physiologique di Parigi, era interessato allo studio del movimento animale. Nel 1882, insieme al suo assistente Georges Demenÿ (che a sua volta avrà un ruolo importante nella storia del cinema dei primordi), aveva costruito il "fucile fotografico", uno strumento capace di impressionare dodici fotogrammi in un secondo sfruttando un meccanismo del tutto simile a quello di una comune rivoltella (a testimonianza di ciò, in inglese il verbo to shoot ha ancora oggi il duplice significato di "sparare" e di "effettuare una ripresa cinematografica"). Il fucile registrava le immagini su lastre di vetro, anche utilizzando la medesima lastra per più fotogrammi. Fra i suoi studi, il più celebre è forse quello del movimento di un gatto che atterra al suolo sulle zampe. Marey e Demenÿ passarono dalla fotografia al cinema quando, come molti altri, cominciarono a utilizzare pellicole di celluloide, ma soprattutto furono fra i primi a usare un meccanismo di scatto ad intermittenza per impressionare i singoli fotogrammi della pellicola, ispirati probabilmente dalle invenzioni del fotografo tedesco Ottomar Anschütz. Si tratta di un elemento fondamentale per la nascita del cinema come lo conosciamo oggi. I film di Marey erano realizzati ad alta velocità (60 immagini al secondo) e con un'ottima qualità, anche se proiettati in slow motion. Spesso mostravano animali o il corpo umano in movimento. "La vague" ("L'onda"), il più antico rimasto fra quelli da lui realizzati, è invece – come suggerisce il titolo – la ripresa di un'onda che si infrange su uno scoglio (fu girato nella baia di Napoli).

17 ottobre 2018

Dickson greeting (W. K. L. Dickson, 1891)

Dickson Greeting
Newark Athlete
Men Boxing
di William K. L. Dickson – USA 1891

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Da una visita all'esposizione universale di Parigi del 1889, Thomas Edison tornò con alcune idee e concetti nati in Europa che furono assai utili al suo dipendente William K. L. Dickson nell'ulteriore sviluppo del kinetografo: l'abbandono del cilindro in favore di una pellicola flessibile su cui imprimere immagini in sequenza (idea suggeritagli dal fucile cronofotografico di Étienne-Jules Marey); l'utilizzo di una pellicola perforata per un migliore scorrimento sui rulli (come nel "teatro ottico" inventato da Charles-Émile Reynaud nel 1888); e l'inserimento di una fonte di luce intermittente per "congelare" momentaneamente la proiezione di ciascuna immagine, sfruttando così la teoria della persistenza della visione per ottenere una miglior illusione di moto continuo (come faceva il tachiscopio elettrico dell'inventore tedesco Ottomar Anschütz). Già alla fine del 1890 questi elementi furono inglobati da Dickson e collaboratori nel progetto del kinetoscopio: in questa fase fu deciso di utilizzare una pellicola da 35 mm, fissando dunque lo standard tuttora in uso. Al 1891, per la precisione al 20 maggio, risale la prima dimostrazione pubblica dell'apparecchio negli Stati Uniti. Nei laboratori Edison, una delegazione di circa 150 membri della National Federation of Women's Clubs potè assistere – uno alla volta, visto che il kinetoscopio obbligava alla visione singola! – a "Dickson Greeting", un cortometraggio sperimentale di circa tre secondi in cui lo stesso Dickson salutava inchinandosi, sorridendo e togliendosi il cappello. Quello stesso anno, Edison fece la domanda per brevettare il kinetoscopio (che però venne lanciato commercialmente solo nel 1894, quando aprirono le prime sale dedicate esclusivamente alla visione dei filmati). Oltre a "Dickson Greeting", risalgono al 1891 almeno altri sei film prodotti nei laboratori Edison, di cui ne sono sopravvissuti solo due.

"Newark Athlete" mostra un giovane atleta che fa roteare due clave indiane (attrezzi da giocoliere). Filmato in maggio o in giugno nei laboratori Edison di West Orange, nel New Jersey (presso i quali saranno costruiti più tardi i Black Maria Studios, ovvero i primi studi di posa e di produzione cinematografica della storia), si tratta della più antica pellicola fra tutte quelle scelte dall'United States National Film Preservation Board per la conservazione nella Libreria del Congresso degli Stati Uniti.

"Men Boxing" dura circa 5 secondi e mostra due attori (con ogni probabilità, due impiegati della compagnia di Edison) con guantoni da pugilato, mentre fingono di battersi sul ring. Girato anch'esso fra maggio e giugno 1891 nei laboratori di West Orange, il film non fu mai presentato al pubblico ed è da considerarsi un lavoro di prova per sperimentare gli apparecchi e le tecnologie che venivano messe a punto in quegli anni.

16 ottobre 2018

London Trafalgar Square (W. Donisthorpe, 1890)

London Trafalgar Square
di Wordsworth Donisthorpe – GB 1890

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Anarchico, scacchista e inventore, l'inglese Wordsworth Donisthorpe è una figura forse marginale fra i pionieri della cinematografia, ma merita una segnalazione per aver brevettato nel 1885 – dunque prima non solo dei Lumière, ma anche di Le Prince e di Edison – una macchina da presa chiamata kinesigraph, con la quale era in grado di "riprendere una successione di immagini fotografiche a uguali intervalli di tempo, in modo da registrare il movimento". Solo nel 1890, però, riuscì a produrre un film su celluloide vero e proprio, che mostra il traffico di Trafalgar Square a Londra, realizzata insieme al cugino William C. Crofts, a sua volta inventore e pioniere della fotografia. Ne sopravvivono solo 10 fotogrammi, incorniciati da un mascherino circolare, che comunque rappresentano il più antico film ambientato nella capitale inglese sopravvissuto fino ad oggi (visto che i lavori di William Friese-Greene del 1888-1889 sono andati perduti).

Monkeyshines (W. K. L. Dickson, 1890)

Monkeyshines, No. 1
Monkeyshines, No. 2
Monkeyshines, No. 3
di William K. L. Dickson – USA 1890

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Il terzo posto nella storia del cinema, dopo Louis Le Prince e William Friese-Greene, va a William Kennedy Laurie Dickson, un dipendente di Thomas Edison (sì, l'inventore della lampadina e del fonografo!). Quest'ultimo, impressionato dai risultati del fotografo inglese Eadweard Muybridge (che era riuscito a scattare sequenze di foto che, viste di seguito, davano l'illusione del moto), aveva deciso di investire tempo e risorse nella realizzazione di apparecchi in grado di catturare "immagini in movimento", già immaginandone – a differenza degli altri pionieri – un possibile sfruttamento commerciale. Gli esperimenti iniziarono nel 1888 nei laboratori di Edison negli Stati Uniti, ma i veri progressi si ebbero a partire dall'anno dopo, quando George Eastman rese disponibile sul mercato i primi rotoli di pellicole fotografiche basate su celluloide. Dickson, su commissione di Edison, costruì una macchina da ripresa chiamata kinetografo (che inizialmente imprimeva le immagini su un cilindro), e nel novembre 1890 (fonti meno attendibili parlano addirittura del giugno 1889) realizzò insieme al collega William Heise i primi film mai girati negli Stati Uniti: una serie di brevi pellicole sperimentali chiamate "Monkeyshines". Si trattava di film di prova, ancora non destinati al pubblico. In "Monkeyshines No. 1", così come nei suoi due "sequel" girati lo stesso anno (la prima serie della storia!), si può (intra)vedere l'assistente di laboratorio Sacco Albanese (altri parlano di John Ott) mentre si muove e fa ampi gesti con le braccia. Oltre al kinetografo, Dickson mise a punto anche un apparecchio per vedere le immagini riprese, chiamato kinetoscopio, che però consentiva la visione a un solo spettatore per volta. Si trattava infatti di una grande cassa all'interno della quale erano posizionati dei rulli che permettevano il trascinamento della pellicola. Funzionava come un juke-box: inserendo una moneta nell'apposita fessura (già si pensava allo sfruttamento economico!), lo spettatore poteva azionare i rulli con una manovella e vedere così le immagini scorrere attraverso un piccolo foro in cima all'apparecchio.

15 ottobre 2018

Hyde Park Corner (William Friese-Greene, 1889)

Brighton Street Scene
Hyde Park Corner
Leisurely Pedestrians, Open Bus etc...
Traffic in King's Road, Chelsea

di William Friese-Greene – GB 1889

Subito dopo Louis Le Prince, e prima di Thomas Edison (o meglio, del suo collaboratore William K. L. Dickson), la piazza d'onore nella storia del cinema spetta a un fotografo e inventore britannico, William Friese-Greene, che sin dal 1886 aveva collaborato con John Rudge, un costruttore di “lanterne magiche” di Bath, per mettere a punto un apparecchio che fondesse i principi della fotografia con quelli delle immagini in movimento: una "cinecamera", appunto. Il primo prototipo era chiamato biophantascope, e proiettava lastre fotografiche di vetro. Il passaggio decisivo fu quello di utilizzare la celluloide, ovvero la carta fotosensibile della Eastman da poco disponibile sul mercato. Fra il 1888 e il 1890 Friese-Greene girò quelli che sarebbero da considerare il secondo gruppo di film mai realizzati (dopo quelli di Le Prince): sequenze riprese per strada e nei parchi, a Brighton e a Londra, dai titoli “Brighton Street Scene” (1888), “Hide Park Corner” (1889), “Leisurely Pedestrians, Open Topped Buses and Hansom Cabs with Trotting Horses” (1889), “Traffic in King's Road, Chelsea” (1890). Peccato che siano andati tutti perduti. Friese-Greene uscì dalla storia del cinema a causa del suo pessimo fiuto per gli affari: non riuscì a sfruttare le sue invenzioni a fini commerciali (una dimostrazione pubblica effettuata nel 1890 si rivelò un fallimento), andò in bancarotta e fu costretto a vendere ad altri i diritti della sua macchina “cronofotografica” (che riprendeva dieci immagini al secondo su una pellicola di celluloide perforata). In seguito, si diede alle sperimentazioni nel campo del colore: suo figlio Claude realizzò alcuni dei primi film a colori (non colorati a mano) all'inizio degli anni venti.

14 ottobre 2018

Roundhay garden scene (Louis Le Prince, 1888)

In occasione del 130° anniversario del primo film mai realizzato (che cade proprio oggi), per qualche settimana riserverò il blog alla pubblicazione di una serie di post dedicati ai primi, misconosciuti, pionieri del cinema. Sono infatti convinto che, per apprezzare pienamente la settima arte, occore conoscere anche i suoi incerti passi iniziali. Ovviamente, trattandosi di pellicole quasi sperimentali, il consueto sistema di giudizi in stelline non è applicabile.

Per una curiosa coincidenza (accuratamente pianificata!), questo è anche il 3000° film di cui scrivo su questo blog.

Roundhay Garden Scene
Traffic across Leeds Bridge
Accordion player
di Louis Le Prince – Francia/GB 1888

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Quando nasce il cinema? La data convenzionalmente fissata, il 28 dicembre 1895, è in realtà solo quella della prima proiezione pubblica (e a pagamento) con cui i fratelli Lumière presentarono il loro cinématographe. In precedenza, tuttavia, molti altri pionieri avevano sperimentato con macchine fotografiche a ripresa continua e avevano realizzato rudimentali pellicole che a tutti gli effetti possono dirsi cinematografiche (da citare, in particolare, i risultati dell'inglese Eadweard Muybridge, del tedesco Ottomar Anschütz e del francese Étienne-Jules Marey). Ma se proprio vogliamo stabilire uno spartiacque fra la produzione generica di “immagini in movimento” (che si trattasse di disegni, come nelle cosiddette “lanterne magiche”, di ombre o anche di fotografie) e la realizzazione di veri e propri “film” (ossia sequenze di fotogrammi impressi “in diretta” e continuamente su una pellicola attraverso una singola lente, e non di foto o immagini su carta, prodotte separatamente e riassemblate in un secondo momento), sembra che la palma del primo film della storia – o almeno del primo tuttora conservato – debba andare a Louis Aimé Augustin Le Prince (anch'egli francese, come i Lumière) con il suo “Roundhay Garden Scene”, un cortometraggio – chiamiamolo così: si tratta di poche decine di fotogrammi, per una durata di due secondi! – girato in Inghilterra il 14 ottobre 1888.

Il film mostra quattro persone – Adolphe Le Prince, figlio di Louis; Harriet Hartley, un'amica di famiglia; Joseph Whitley e Sarah Whitley, i suoceri di Le Prince – muoversi in cerchio nel giardino di Oakwood Grange, la casa dei Whitley a Roundhay, nei sobborghi di Leeds. La pellicola di celluloide (carta Eastman) era perforata e veniva mossa all'interno della macchina da presa grazie a ruote dentate. Visto che l'apparecchio era designato come “apparato per la proiezione di immagini animate”, è presumibile che si tratti non solo del primo film girato, ma anche del primo a essere stato proiettato (anche se in privato, e non davanti a un pubblico pagante). Attorno a quest'opera, che ci mostra uno spensierato momento di vita famigliare, aleggia anche un macabro mistero. Innanzitutto, Sarah Whitley morì dieci giorni dopo le riprese. Poi – e soprattutto – lo stesso Le Prince sparì meno di due anni dopo, il 16 settembre 1890, mentre era a bordo di un treno che lo portava da Digione a Parigi: le teorie sulla sua scomparsa sono diverse (suicidio, sparizione volontaria, omicidio per questioni di eredità o addirittura per una “guerra di brevetti”, visto che Le Prince era sul punto di registrare la sua invenzione e di effettuare una dimostrazione negli Stati Uniti, anticipando di poco Edison), ma nessuna è mai stata confermata.

Dei suoi lavori, oltre a “Roundhay Garden Scene”, ci rimangono altri due film, girati sempre nel 1888. “Traffic Crossing Leeds Bridge” mostra carri e carrozze trainate da cavalli per la strada, nei due sensi di marcia, e passanti sul marciapiede, uno dei quali attraversa addirittura la carreggiata. La location, il ponte sul fiume Aire, fu scelta appositamente perché garantiva la presenza di un certo traffico. La ripresa è fatta leggermente dall'alto. Adolphe Le Prince, figlio di Louis, era presente come assistente del padre (fu il primo aiuto regista della storia!). La versione restaurata e digitalizzata, oggi disponibile, comprende 65 fotogrammi e dura 2,76 secondi. “Accordion Player” mostra invece Adolphe Le Prince mentre suona una fisarmonica diatonica (un “organetto”, per intenderci), sempre davanti ai gradini della casa di suo nonno Joseph Whitley a Roundhay. A differenza degli altri due film, quando scrivo quest'ultimo non è stato ancora ripulito e digitalizzato (su YouTube è visibile una rimasterizzazione amatoriale dei primi 17 fotogrammi).

Inoltre sopravvivono 14 dei 16 fotogrammi di “Man walking around a corner”, un lavoro risalente addirittura all'anno prima, il 1887. Pur essendo precedente a “Roundhay”, non è però da considerarsi il primo film della storia perché fu realizzato con una fotocamera con 16 diverse lenti, ognuna delle quali scattava una foto in rapida successione (una serie di fotografie separate, dunque, e non una pellicola): una tecnica già sperimentata da altri pionieri come l'astronomo Pierre Jules César Janssen (che nel 1874 catturò il passaggio di Venere davanti al sole) e i succitati Eadweard Muybridge (che nel 1878 “riprese” in questo modo un cavallo al galoppo) ed Étienne-Jules Marey (che nel 1882 aveva inventato un “fucile cronofotografico”, in grado di scattare 12 fotogrammi consecutivi al secondo).

13 ottobre 2018

L'albero dei frutti selvatici (N. B. Ceylan, 2018)

L'albero dei frutti selvatici (Ahlat Ağacı)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2018
con Aydın Doğu Demirkol, Murat Cemcir
***

Visto al cinema Eliseo, con Marisa.

Appena laureato, il giovane Sinan torna nella città di provincia dove è nato, indeciso sul proprio futuro: diventare insegnante come suo padre Idris, che pure negli ultimi anni ha dilapidato denaro e reputazione scommettendo alle corse dei cavalli e riempendosi di debiti? Oppure inseguire il sogno di diventare scrittore, pubblicando (a proprie spese) un libro di "riflessioni sulla cultura locale"? O ancora, fare come molti suoi amici in un momento di crisi economica e culturale, arruolandosi nelle forze armate? Con i suoi tempi lunghi (il film dura oltre tre ore) e la consueta cura nell'analisi psicologica dei personaggi e del loro rapporto con il mondo circostante, Ceylan racconta una crisi esistenziale la cui soluzione era forse a portata di mano: il recupero del rapporto fra padre e figlio, quel padre che il protagonista tiene a distanza per troppo tempo, deluso e infastidito da lui come lo è dal resto del mondo, prima di accorgersi che in fondo i due sono molto più simili di quanto non pensasse. Il titolo originale, che poi è anche quello del libro scritto da Sinan, si riferisce a una specie di pero selvatico che cresce sulle alture della provincia di Çanakkale (vicino alle rovine dell'antica Troia): l'albero è ovviamente una metafora del rapporto fra padre e figlio, sottolineandone le similitudini (anche a livello di testardaggine e spigolosità): in fondo non si dice che il frutto non cade mai troppo lontano dal fusto che l'ha generato? E in generale la natura, con i suoi ritmi e le sue stagioni (quasi l'intero film è girato in autunno, tranne alcune brevi scene invernali nel finale), pare essere l'ancora di salvataggio per chi non riesce proprio a sentirsi in sintonia con gli uomini di un mondo ipocrita e che sembra sempre cambiare in peggio (si pensi alle lunghe scene dialogo di Sinan con lo scrittore affermato, con il capocantiere, o con i due imam, attraverso le quali mette a confronto con gli altri la propria visione dell'arte, della società e della religione). Come spesso nei film di Ceylan, il fulcro di tutto sono la famiglia e i luoghi delle proprie origini, ai quali i suoi personaggi introspettivi e irrequieti, che accettino o meno la propria sconfitta, fanno inesorabilmente ritorno. Lo stile, lucido e formalmente elegante, è qui appena un po' più sporco (con occasionali flare o sfocature), ma nell'intensità generale si concede alcuni momenti onirici che confermano il carattere sognatore e visionario dei due protagonisti (vedi anche il doppio finale: cupo e pessimista, con il sucidio del giovane, oppure lieto e ottimista, con Sinan che decide di restare al fianco del padre per aiutarlo a trovare l'acqua nel pozzo nella vecchia fattoria di famiglia, che il genitore ha rimesso in sesto per ritirarcisi a vivere come pastore dopo essere andato in pensione). Nota di colore: il cavallo di legno che si vede nel film è il modello usato per le riprese del film "Troy" con Brad Pitt.

10 ottobre 2018

Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957)

Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet)
di Ingmar Bergman – Svezia 1957
con Max von Sydow, Gunnar Björnstrand
***1/2

Rivisto in divx, con Marisa, Giovanni e altra gente.

Di ritorno dalle crociate, il cavaliere Antonius Block (Max von Sydow) e il suo scudiero Jons (Gunnar Björnstrand) attraversano un paese sconvolto dalla pestilenza, dove gli uomini muoiono come mosche e tutti temono che sia giunta la fine del mondo prevista dall'Apocalisse ("Quando l'angelo aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece silenzio e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe..."). Block, angosciato dal silenzio di Dio e tormentato dai dubbi che si aprono nella propria fede (mentre di contro lo scudiero Jons è più pragmatico e razionalista), si ritrova faccia a faccia con la Morte impersonificata (Bengt Ekerot), un'alta e tetra figura dalla pelle bianca e dal manto nero: e per prendere tempo, la sfida a una partita a scacchi (seguendo in questo un'iconografia medievale che mostrava spesso il tristo mietitore impegnato in tale attività). Man mano che la partita procede, trascinandosi di giorno in giorno, il cavaliere e lo scudiero proseguono il loro viaggio verso casa, incontrando fra gli altri una serva muta (Gunnel Lindblom) che Jons prende con sé; un fabbro di villaggio (Åke Fridell) con la moglie infedele (Inga Gill); e soprattutto una compagnia itinerante di attori e saltimbanchi, formata dal capocomico Jonas (Erik Strandmark) e dai giovani coniugi Jof (Nils Poppe) e Mia (Bibi Andersson), con il loro figlioletto Mikael. Saranno proprio questi ultimi, puri di cuore e di spirito (al punto che Jof, pur non comprendendo le proprie visioni, è in grado di percepire il trascendente e il soprannaturale), gli unici a salvarsi dalla Morte che il cavaliere, protraendo al massimo il tempo della partita a scacchi, condurrà con sé fino al proprio castello. Ambientato in un medioevo cupo ed oscuro, dove le campagne sconvolte dalla peste sono percorse da pellegrini penitenti e flagellanti (al canto del "Dies Irae") e da monaci che mettono alle fiamme le presunte streghe, forse il film più famoso di Ingmar Bergman, di certo quello che più di ogni altro è entrato nell'immaginario cinematografico e collettivo (non si contano gli omaggi, le citazioni, i riferimenti, anche in lavori del tutto diversi e che apparentemente non hanno niente in comune con le riflessioni esistenziali – prima ancora che religiose – del regista svedese: si pensi a "Last action hero" o a "Un mitico viaggio").

L'immagine del cavaliere che gioca a scacchi con la morte è sicuramente potente, ma la pellicola offre molto di più: è il percorso di un uomo che comincia a farsi delle domande nel momento in cui si rende conto di stare ormai avvicinandosi al proprio destino finale, un percorso che non tutti fanno allo stesso modo (il contraltare del cavaliere, come detto, è lo scudiero nichilista: ma c'è anche chi proietta le proprie paure all'esterno, cercando un capro espiatorio – la ragazza accusata di essere una strega (Maud Hansson) – oppure chi semplicemente rifiuta di accettare la situazione). Tutti dobbiamo morire, ma non tutti ci avviciniamo alla morte nello stesso modo. Anche formalmente il film gioca con gli estremi: la vita e la morte sono simboleggiate dal bianco e nero (e non a caso, nella partita a scacchi, la morte muove i pezzi neri), che la fotografia di Gunnar Fischer esalta in modo magistrale. E nella cupezza generale, risaltano la luce e la gioia di vivere della giovane famiglia di saltimbanchi: il momento in cui giocano con il bambino sul prato, in cui si gustano il latte e le fragole (un "posto delle fragole" ante litteram!) svela il reale significato della felicità: apprezzare e godersi la vita momento per momento, come lo stesso cavaliere riconosce affermando che porterà quell'istante nella propria memoria. In tutto questo, Bergman – che come Shakespeare condisce il dramma con alcune scenette comiche (quelle relative al fabbro e alla moglie che scappa con l'attore) – si ispira, oltre che alle suddette iconografie medievali (si pensi anche all'ultima scena, quella della "danza con la Morte", o ai dipinti che un artigiano sta tracciando sulle pareti di una chiesa diroccata), a un piccolo dramma teatrale, "Pittura su legno", da lui stesso scritto qualche anno prima. Insignito del premio speciale della giuria al Festival di Cannes, il film divenne un classico istantaneo e portò Bergman alla fama internazionale. La pellicola segna anche l'inizio della collaborazione con il regista svedese di due intepreti che in seguito appariranno ripetutamente nei suoi lavori: Max von Sydow (attore teatrale all'esordio assoluto nel cinema) e Bibi Andersson.