20 maggio 2013

Il grande Gatsby (Baz Luhrmann, 2013)

Il grande Gatsby (The great Gatsby)
di Baz Luhrmann – USA 2013
con Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Negli anni Venti, in uno sfarzoso palazzo sulla costa di Long Island, il miliardario Jay Gatsby (le cui origini sono misteriose così come la provenienza del suo denaro) organizza sontuose feste alle quali partecipano tutti gli abitanti più in vista della vicina New York. Ma il suo vero obiettivo è rincontrare Daisy, la donna che ha sempre amato e che cinque anni prima – quando Gatsby era ancora povero – aveva preferito sposare l'aristocratico Tom Buchanan, la cui dimora è proprio di fronte alla sua, dall'altro lato della baia. Con l'aiuto del giovane Nick Carraway, cugino di Daisy (e narratore dell'intera vicenda), Gatsby riesce a riallacciare i rapporti con la ragazza: ma il destino e le regole sociali congiurano contro di lui, e finirà in tragedia. Quinto adattamento cinematografico del romanzo di Francis Scott Fitzgerald (il più famoso resta quello del 1974, con Robert Redford): da un regista come Luhrmann, tanto attento alla forma e poco alla sostanza, non ci si poteva attendere che uno spettacolone in 3D dove le cose migliori sono le scenografie e i costumi (abiti e accessori sono di Prada), e dove lo spessore psicologico dei personaggi e la tensione drammatica sono vicini allo zero. E così, se una grande cura è stata messa nel mostrare sullo schermo la lussuosa villa di Gatsby e nel coreografare le sfarzose feste a base di alcol, jazz, fox trot e charleston, quando si scende a livello di psicologie e di sentimenti si rimane nel regno del banale, rischiando peraltro di trascinare a fondo anche il povero Fitzgerald, il cui romanzo – anziché essere valorizzato, magari insistendo sui temi dell'idealismo e della decadenza (chissà cosa ne avrebbe tratto un Orson Welles!) – sembra ridursi a uno scialbo e dozzinale romanticismo. E questo nonostante le numerose citazioni pressoché letterali dalle pagine del libro (in italiano nella versione tradotta da Fernanda Pivano). L'enfasi sugli aspetti visivi, con l'esagerazione scenografica (dove tutto appare fasullo, anche per il forte ricorso alla CGI nelle scene in esterni) e l'utilizzo di una colonna sonora moderna, com'è tipico di Luhrmann (che mescola e contamina ogni cosa, dando l'impressione di pescare a caso a destra e a manca: qui riesce persino a mischiare Gerschwin con il rap!), fa persino passare in secondo piano l'analisi sociale, ovvero la descrizione degli umori e della ricchezza della prospera America dei "ruggenti anni Venti", quell'ubriachezza collettiva e quell'ottimismo che erano destinati a terminare bruscamente con il crollo della borsa del 1929 e la Grande Depressione. Buoni gli attori, fra i quali giganteggia il sempre ottimo DiCaprio: forse l'avere a fianco un attore dall'aspetto ancor più adolescenziale di lui, come Tobey Maguire, ha aiutato il buon Leo ad apparire più "adulto" e più imponente. Nel comparto femminile, invece, ho apprezzato più la comprimaria Elizabeth Debicki (la statuaria Jordan Baker) della protagonista Carey Mulligan (un'insipida Daisy). Completano il cast Joel Edgerton (Tom Buchanan), Jason Clarke (George Wilson) e Isla Fisher (Myrtle Wilson).

18 maggio 2013

Oblivion (Joseph Kosinski, 2013)

Oblivion (id.)
di Joseph Kosinski – USA 2013
con Tom Cruise, Olga Kurylenko
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Nel 2077, dopo una guerra nucleare contro una razza aliena (gli Scavengers) che ha invaso la Terra e distrutto la Luna (provocando così terremoti e tsunami), il pianeta è ridotto a un deserto semi-radioattivo e virtualmente disabitato. Gli esseri umani sopravvissuti si sono trasferiti su Titano, la luna di Saturno, mentre sulla Terra sono rimasti soltanto pochi "tecnici" con il compito di riparare i droni che pattugliano i cieli e proteggono dagli Scavengers le "trivelle" che estraggono energia dall'acqua marina per inviarla alla colonia. Uno di questi tecnici, Jack Harper (Tom Cruise), scoprirà però che le cose non stanno come ha sempre creduto... Dal regista di "Tron Legacy" (anche sceneggiatore: la storia è tratta da una sua graphic novel mai pubblicata), un solido film di fantascienza dal mood quasi anni '70 che, pur costruito su una trama non particolarmente originale (sono numerosi gli spunti che provengono da pellicole del passato: solo per citarne alcune, "Matrix" e "Moon"; ma anche "Il pianeta delle scimmie", "L'ultimo uomo sulla Terra", "Independence day"...), alla resa dei conti si rivela più interessante ed equilibrato del blockbuster hollywoodiano medio. Nonostante una buona dose di colpi di scena, infatti, la pellicola non "sbraca" e mantiene la propria coerenza fino alla fine. E riesce persino a sviluppare bene (forse meglio che nella maggior parte dei film tratti davvero da opere di Philip K. Dick) il tema dickiano dell'identità e della memoria. Merito anche dei (pochi) attori: Cruise, indubbiamente il centro del film (non si ricordano scene o sequenze che non lo vedano sullo schermo), recita per una volta in modo del tutto adeguato, così come la comprimaria Olga Kurylenko (che stavolta mi è piaciuta di più rispetto al film di 007 che aveva interpretato, "Quantum of solace"). Nel cast anche l'immancabile Morgan Freeman (il capo degli Scavengers) e l'interessante Andrea Riseborough (la "collega" di Jack). Da ricordare anche la colonna sonora degli M83, così come le architetture e le tecnologie (la torre con piscina sospesa dove vivono Jack e Victoria, i droni volanti, l'elicottero "a bolla", il Tet) e le scenografie naturali (il film è girato in gran parte in Islanda) con innesti in CGI della New York post-apocalittica, distrutta e "ricoperta" dalla Natura (con le strade trasformate in un Grand Canyon!).

17 maggio 2013

Iron Man 3 (Shane Black, 2013)

Iron Man 3 (id.)
di Shane Black – USA 2013
con Robert Downey, Jr., Gwyneth Paltrow
**

Visto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina.

Dopo l'esperienza con i Vendicatori e la battaglia newyorkese contro gli alieni, l'approccio di Tony Stark alla vita da supereroe è profondamente cambiato: soggetto all'ansia e a frequenti attacchi di panico (il tema dell'eroe fragile e incapace di gestire i propri poteri è un "classico" dei fumetti Marvel), il playboy inventore si è rinchiuso nella sua lussuosa dimora a progettare armature sempre più sofisticate e potenti. Ma è costretto a uscire dal proprio guscio quando il suo ex autista e guardia del corpo, Happy Hogan, viene gravemente ferito in un attentato organizzato dal Mandarino (Ben Kingsley), un misterioso terrorista che minaccia il governo degli Stati Uniti. La sfida di Iron Man al Mandarino provoca la reazione di quest'ultimo, che distrugge la casa di Tony, cattura la sua fidanzata Pepper Potts e lo costringe alla fuga. Nel corso delle sue indagini, il nostro eroe scoprirà che dietro agli attentati c'è l'A.I.M., un'organizzazione guidata dallo scienziato Aldrich Killian (Guy Pearce) che ha messo a punto un'incredibile biotecnologia capace di trasformare le persone in armi umane. Al terzo film dell'Uomo di Ferro (ma fra il precedente e questo c'è stato, appunto, "The Avengers"), Jon Favreau lascia la regia – ma non il ruolo di Happy – a Shane Black, il leggendario sceneggiatore di tanti action movie degli anni ottanta e novanta ("Arma letale", "L'ultimo boy scout", "Last action hero"). E si vede: Black acuisce ancor più l'ironia della serie, rendendo Tony Stark protagonista di situazioni comiche o ridicole e ne aumenta a dismisura le battute ciniche e fulminanti (come in tutta la sottotrama con il ragazzino, aspirante sidekick che per fortuna dura poco). Ma se la verve non manca e la sceneggiatura è convincente, la trama (ispirata allo story arc del virus Extremis, ideato da Warren Ellis) non è però abbastanza incisiva, e a visione terminata la pellicola lascia ben poco di memorabile allo spettatore, che dopo qualche giorno rischia di aver dimenticato gran parte del film. Fanno eccezione alcune trovate (su tutte la natura "fittizia" del Mandarino, ma anche il ruolo "super-eroico" di Pepper Potts) che riescono a sorprendere anche (e soprattutto) i Marvel Fan di vecchia data. Questi apprezzeranno inoltre le solite citazioni/camei (Stan Lee, la Roxxon) e le strizzatine d'occhio (l'upgrade in War machine in Iron Patriot), mentre l'abuso di effetti speciali dà meno fastidio del solito, vista la natura "fracassona" del film (notevole la battaglia finale al molo, con la "moltiplicazione" dell'eroe grazie alle numerose armature che Tony getta nella mischia, tutti "alter ego" di un personaggio che mai come in questa pellicola mette in mostra contemporaneamente la dipendenza dalla sua corazza e il tentativo di farne a meno). La scena in cui Tony, abbigliato con un poncho, trascina la sua armatura sotto la neve è probabilmente una citazione dal primo "Django". Dopo i titoli di coda, apaprizione-cameo anche per Mark Ruffalo (ovvero Bruce Banner in "The Avengers").

14 maggio 2013

Confessions (Tetsuya Nakashima, 2010)

Confessions (Kokuhaku)
di Tetsuya Nakashima – Giappone 2010
con Takako Matsu, Yukito Nishii
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

Yuko Moriguchi, insegnate in una scuola media, scopre che due alunni – che lei chiama "studente A" e "studente B" – sono i responsabili della morte della sua figlioletta di tre anni, avvenuta pochi mesi prima. Poiché i due ragazzi, anche se venissero incriminati, sono protetti dalla legge giapponese sui delitti commessi da minori, anziché denunciarli l'insegnante preferisce mettere in atto una terribile vendetta personale, di cui rivela i particolari alla classe nell'ultimo giorno di lezione prima di dimettersi. Dopo la sua "confessione", il resto della pellicola è composto dalle "confessioni" interlacciate degli altri protagonisti della storia: lo "studente A" è il brillante Shuya, che ha organizzato il delitto nella speranza di attirare l'attenzione della madre che lo ha abbandonato quando era piccolo; lo "studente B" è Naoki, l'esecutore materiale, irretito da Shuya che gli ha fatto credere di avere finalmente un amico e di poter realizzare per una volta qualcosa di importante; altre "confessioni" sono quelle della madre di Naoki, che dopo l'omicidio vede il figlio rinchiudersi in sé stesso, e di Mizuki (Ai Hashimoto), la capoclasse, l'unica che cerca di stabilire un legame affettivo con Shuya. Con questo insolito thriller psicologico dalle atmosfere scabrose e ricco di colpi di scena fino alla fine, il regista di "Kamikaze girls" adatta un fortunato romanzo (di Kanae Minato, casalinga al suo esordio letterario) e realizza un film che, se da un lato ha il suo punto di forza nella sceneggiatura che "incastra" fra loro le diverse vicende dei personaggi, saltando a volte avanti e indietro nel tempo per mostrare gli snodi chiave da diversi punti di vista (peccato solo che, fra i tanti personaggi, non ce ne sia uno con il quale lo spettatore possa stabilire un legame empatico: di conseguenza il film – come ha scritto un critico – è "virtualmente impenetrabile a livello emotivo"), dall'altro si affida al suo consueto stile folgorante e visivamente eccelso, grazie anche a una straordinaria fotografia dai toni cupi e plumbei. Pur con il linguaggio del thriller (e il formalismo visivo dell'horror), il film indaga profondamente nel malessere della società e della gioventù giapponese: colpiscono l'indifferenza per la vita e i sentimenti altrui, l'egoismo e la crudeltà di ragazzi di tredici anni (ma non solo), a volte "anestetizzati" e altre volte socialmente psicopatici, così come i riferimenti a casi di cronaca nera avvenuti realmente o a celebri antefatti letterari (è espressamente citato, per esempio, "Delitto e castigo" di Dostoevskij). La regia di Nakashima, che non perde mai il controllo sulla materia trattata, non rinuncia poi ad alcuni tocchi visionari (uno su tutti, l'esplosione nel finale, "riavvolta" a ritroso e al rallentatore). Il coniglietto rosa presente sui vestiti e sui gadget della piccola Manami, la figlia di Yuko, è evidentemente uno spoof di Hello Kitty.

11 maggio 2013

No – I giorni dell'arcobaleno (Pablo Larraín, 2012)

No – I giorni dell'arcobaleno (No)
di Pablo Larraín – Cile 2012
con Gael García Bernal, Alfredo Castro
***

Visto al cinema Eliseo.

Nel 1988, la dittatura militare cilena fu costretta – anche da pressioni internazionali – a organizzare un referendum per chiedere al popolo se mantenere il generale Pinochet al potere per altri otto anni o se, al contrario, indire delle elezioni democratiche. Per la prima volta in quindici anni, alle forze di opposizione venne dato spazio in televisione (quindici minuti al giorno, a tarda ora, per ventisette giorni) per lanciare la propria campagna per il "No". Contro ogni pronostico, fu proprio il "No" a vincere e a porre così fine al governo della giunta. Con un film semidocumentaristico e che fa ampio ricorso a filmati e materiali d'epoca, Larraín conclude la sua trilogia sulla dittatura cilena: dopo "Post mortem", che ne descriveva i tumultuosi inizi con il colpo di stato ai danni di Salvador Allende, e "Tony Manero", che ne ritraeva la terribile e quotidiana "normalità", ecco una pellicola che ne racconta la fine. E come negli altri due film, lo fa da un insolito punto di vista, quello di René Saavedra (Bernal), giovane pubblicitario di successo, incaricato di mettere a punto la creatività della campagna per il "No". Le difficoltà (le scarse risorse, le intimidazioni della giusta, l'ostilità dei colleghi di lavoro – il suo capo, interpretato dall'Alfredo Castro che era stato il protagonista dei due precedenti film, lavora invece per il "Sì" – e soprattutto la paura e il pessimismo diffuso che spingevano molti cileni verso l'astensione) vengono superate grazie all'intuizione di sfruttare il linguaggio pubblicitario proprio come se si trattasse di "vendere" un prodotto, lanciando un messsaggio più semplice possibile. L'idea chiave è quella di ammantare la campagna di toni giocosi e allegri: al "No" viene abbinato un arcobaleno, i claim e i jingle intonano "Cile, l'allegria sta arrivando!", e l'ironia la fa da padrona. Passo dopo passo, l'atmosfera cambia e la situazione si capovolge, fino alla vittoria alle urne. Meno cupo, intenso ed esistenzialista dei due film precedenti, "No" descrive alla perfezione il potere della pubblicità, che trasforma in marketing anche l'attivismo politico (irritando coloro che avrebbero preferito comunicare al pubblico il proprio programma, oppure mettere in luce gli orrori e i crimini della dittatura: indicativo come, terminata l'esperienza della campagna per il referendum, René torni al suo normale lavoro e a pubblicizzare prodotti di scarsa qualità, come bibite o telenovele, con lo stesso metodo e le stesse strategie) ma anche il contagioso potere dell'ottimismo e dell'allegria, forse davvero il modo migliore per opporsi a una dittatura senza scendere sul suo stesso terreno fatto di violenza e sopraffazione. Basato su un dramma inedito di Antonio Skármeta, "El plebiscito", il film si caratterizza anche per la cura nella ricostruzione storica e il realismo delle immagini (il formato in 4:3 e la fotografia sovraesposta danno spesso l'impressione di assistere a un filmato girato in quei tempi), che si spiega anche con la decisione, da parte del regista, di utilizzare una videocamera a nastro magnetico e a bassa definizione, identica a quelle che erano usate dalle televisioni cilene negli anni ottanta. Anche per questo, l'ampio ricorso a materiali d'archivio (le vere campagne dell'epoca, le interviste, le scene degli scontri di piazza) non stonano al fianco del girato moderno. Interessante il cameo di protagonisti dell'epoca come i veri Patricio Aylwin (che l'anno dopo venne eletto presidente del Cile) e Patricio Bañados (l'anchorman televisivo). Vincitore della Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, è anche il primo (e finora unico) lungometraggio cileno ad aver ricevuto una nomination agli Oscar per il miglior film straniero.

10 maggio 2013

L'uomo con i pugni di ferro (RZA, 2012)

L'uomo con i pugni di ferro (The Man with the Iron Fists)
di RZA – USA 2012
con RZA, Russell Crowe
*1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina.

Gold Lion, leader di un clan che vive nel turbolento Jungle Village (siamo nella Cina del diciannovesimo secolo), viene tradito dai suoi luogotenenti Silver Lion e Bronze Lion, che si impossessano di un carico d'oro affidatogli in custodia dall'imperatore e lo nascondono nel Pink Blossom, il bordello del villaggio, gestito dall'infida Madame Blossom (Lucy Liu). Ma sarà vendicato dal figlio Zen-Yi, alias X-Blade (Rick Yune), aiutato dal cowboy inglese (!) Jack Knife (un Russell Crowe ironico e sovrappeso) e dal fabbro Thaddeus (l'inespressivo rapper RZA, anche sceneggiatore e regista), ex schiavo di colore fuggito da una piantagione in America e convertitosi al buddismo e alle arti marziali. Questi, che realizza formidabili armi per chiunque glielo chieda (con il ricavato spera di comprare la libertà dell'amata Lady Silk, la più bella prostituta del Pink Blossom), viene mutilato dagli scagnozzi di Silver Lion: ma innesterà sui propri moncherini dei formidabili pugni di ferro che gli consentiranno di sconfiggere anche il fortissimo Brass Body (David Bautista), in grado di trasformare il proprio corpo in metallo (come Colosso degli X-Men). Anche tirando un velo pietoso sui nomi ridicoli, il resto del film non allontana l'impressione che sia stato concepito e prodotto per un pubblico adolescente (e pure in crisi ormonale, viste le numerose gag – se così si possono chiamare – a sfondo sessuale, ambientate nel bordello). Rivisitazione in stile tarantiniano (il nome del buon Quentin figura sui cartelloni in veste di "presentatore") di tante classiche pellicole degli Shaw Brothers (in particolare quelle appartenenti a filoni come "One-armed boxer" e "The flying guillottine"), su cui innesta elementi degli spaghetti western e del cinema splatter/horror, è un guazzabuglio ultraviolento e pasticciato che non ha alcuno scopo se non quello di intrattenere per 90 minuti e farsi poi dimenticare in fretta. A tratti sembra una brutta copia di "Kill Bill": in effetti RZA, che del film di Tarantino aveva composto la colonna sonora, aveva assistito alla sua lavorazione prendendo appunti proprio in vista del suo futuro debutto alla regia. Nei piani originari la pellicola avrebbe anche dovuto contenere un cross-over con "Django Unchained", ma le scene che dovevano unire i due film (con un giovane Thaddeus venduto in un'asta di schiavi) non sono state mai girate per problemi di tempo. La caratterizzazione dei personaggi, che sembrano la line-up di un videogioco di combattimenti, è inesistente e si basa solo sull'aspetto fisico, sui poteri e sulle armi che utilizzano (l'unico con un passato descritto sullo schermo è il fabbro), la colonna sonora mescola senza pudore rap, country pop e persino la canzone di Sally Yeh da "The killer" di John Woo, i combattimenti (peraltro coreografati da Corey Yuen) sono girati in maniera confusa, e gli split screen sembrano del tutto gratuiti. Da salvare: Bautista nei panni del cattivo e le tante belle ragazze del Pink Blossom (fra le quali spicca Jamie Chung). Nel cast anche Daniel Wu (il corrotto Poison Dagger), Andrew Lin e Grace Huang (i guerrieri gemelli). Camei "tarantiniani" per Gordon Liu, Pam Grier ed Eli Roth (co-sceneggiatore), più altri "habitué" del gongfupian hongkonghese come Chen Kuan-tai e Bryan Leung.

08 maggio 2013

Qualcuno da amare (A. Kiarostami, 2012)

Qualcuno da amare (Like someone in love)
di Abbas Kiarostami – Giappone/Francia 2012
con Tadashi Okuno, Rin Takanashi
***

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Akiko (Rin Takanashi), una studentessa universitaria che si prostituisce all'insaputa del geloso fidanzato Noriaki (Ryo Kase), viene inviata dal suo protettore (Denden) a casa di Takashi (Tadashi Oduno), un anziano insegnante di sociologia che vive da solo. Vedendoli insieme, Noriaki pensa inizialmente che l'uomo sia suo nonno, ma quando scopre la verità diventerà furibondo. Dopo "Copia conforme", che aveva girato in Italia (ma di produzione francese), Kiarostami realizza un altro film lontano dall'Iran, questa volta in Giappone, senza peraltro rinunciare al proprio stile semidocumentaristico e neorealistico, all'approccio esistenzialista e ai suoi marchi di fabbrica (prolungate conversazioni, sequenze che scorrono e si concatenano l'una nell'altra, ampio ricorso a scene ambientate in automobile, mille dettagli solo apparentemente insignificanti e altri, fondamentali, che rimangono impliciti). La trama si sviluppa in maniera al tempo stesso lineare (per lunghi tratti sembra quasi dipanarsi in tempo reale) e obliqua (lo spettatore resta talvolta in attesa di una spiegazione o di un colpo di scena che non si verificherà mai), fino a un finale improvviso, che giunge quasi come uno shock visto il ritmo rilassato del resto del film. E il titolo spiega già tutto sui temi della pellicola: il disperato bisogno non tanto di amore quanto di "qualcuno da amare", per superare la solitudine e il dolore dell'esistenza. Questo vale per Akiko (bellissima la scena del mancato incontro con la nonna, giunta a Tokyo dalla campagna per rivederla), per Noriaki (il cui amore per Akiko sconfina nell'ossessione), ma soprattutto per l'anziano Takashi, che vive da solo (la moglie è morta, la figlia e la nipote non vengono mai a trovarlo), e che cerca nella ragazza non una notte di sesso ma soltanto compagnia. Il resto sono squarci di grande cinema (la scena del viaggio in taxi di Akiko, con le luci e le insegne di Tokyo che si riflettono sul finestrino, e il doppio giro dell'auto attorno alla piazza della stazione per permettere alla ragazza di vedere – se pur a distanza – la nonna) e dialoghi naturalistici (che nascono spesso da incontri casuali e inaspettati, come quelli fra Noriaki e Takashi mentre aspettano Akiko davanti all'università; fra Takashi e il suo ex alunno nell'autofficina; fra Akiko e la vicina impicciona davanti alla casa di Takashi), a compensare quell'elusività (vera o apparente) che potrebbe respingere uno spettatore non abituato allo stile del regista, qui perfettamente a proprio agio con il setting nipponico.

30 aprile 2013

Dersu Uzala (Akira Kurosawa, 1975)

Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure (Dersu Uzala)
di Akira Kurosawa – URSS/Giappone 1975
con Jurij Solomin, Maksim Munzuk
***1/2

Rivisto in DVD.

Reduce dall'insuccesso del suo film precedente ("Dodes'ka-den", del 1970), dall'ostracismo dai produttori giapponesi, dal fallimento della sua casa di produzione (durata lo spazio di una sola pellicola) e persino da un tentativo di suicidio (nel 1971, forse causato da una malattia e dalla depressione), Kurosawa gira competamente pagina e accetta l'invito della Mosfilm di girare un film in Russia: è la sua prima coproduzione internazionale, nonché l'ennesimo (ma non certo l'ultimo) "debutto" di un regista capace di rinnovarsi in continuazione, sorprendendo ogni volta critici e spettatori con pellicole di incredibile genio, originalità e vitalità. La scelta del soggetto cade sui diari di viaggio dell'esploratore sovietico Vladimir Arsenev, scritti all'inizio del Novecento ma ancora attualissimi perché brulicanti di umanità e di spirito ecologista, che il regista nipponico aveva letto in gioventù. Arsenev, capitano dell'esercito russo incaricato di effettuare rilevazioni topografiche nelle foreste e nella taiga nella Siberia orientale, incontra casualmente un anziano cacciatore, Dersu Uzala, un ometto che gli farà da guida in due differenti spedizioni (1903 e 1907), rivelandosi un prezioso compagno, un grande amico e soprattutto un generoso maestro capace di insegnargli come vivere in armonia con la natura. Dersu è un personaggio straordinario, umile e "primitivo", che si rapporta con il mondo all'insegna di un animismo universale (chiama "omini" anche gli animali, il sole, il fuoco, l'acqua e il vento) e di una solidarietà totale (lascia cibo e risorse nei luoghi in cui si ferma, a beneficio dei futuri viaggiatori), è in grado di sopravvivere nelle condizioni più estreme (salva la vita al capitano costruendo un riparo improvvisato in mezzo a una distesa gelata), rispetta la natura (non uccide gli animali se non per necessità, salva quelli imprigionati nelle trappole dei bracconieri, rispetta la terra e gli ecosistemi), teme soltanto lo spirito della tigre ("Amba") e naturalmente si rivela inadatto alla vita di città quando Arsenev si offrirà di ospitarlo in casa sua. Costruito attraverso una serie di episodi apparentemente slegati l'uno dall'altro ma che vanno in perfetta progressione, il film è limpido, sereno e spontaneo (anche grazie a quello straordinario attore che è Maksim Munzuk, nella vita reale un musicologo). Il suo successo (vinse, fra le altre cose, l'Oscar per il miglior film straniero: il secondo di Kurosawa dopo quello per "Rashomon") si rivelò provvidenziale per "l'imperatore", aiutandolo a superare la crisi e stimolando (a sessantacinque anni!) l'inizio di una nuova carriera, che lo porterà a realizzare una serie di capolavori ancora più personali e intimi dei precedenti. Nel dvd italiano sono state reintegrate (in russo) lunghe parti del film che erano state eliminate dai distributori dell'epoca, anche se non sempre i sottotitoli fanno bene il proprio lavoro.

28 aprile 2013

Il cacciatore (Michael Cimino, 1978)

Il cacciatore (The Deer Hunter)
di Michael Cimino – USA 1978
con Robert De Niro, Christopher Walken
***1/2

Visto in DVD, con Eleonora e Sabrina.

Michael (De Niro), Nick (Walken) e Steven (John Savage) sono tre amici di origine russa che vivono in una piccola cittadina industriale della Pennsylvania. Inseparabili al lavoro (sono operai in una fabbrica metallurgica) e nel tempo libero (trascorso insieme ad altri due colleghi, Stan e Axel, nel bar dell'amico John, o impegnandosi in battute di caccia al cervo sulle montagne della zona), si apprestano ad affrontare due fondamentali "riti di passaggio": il matrimonio di Steven con Angela, e la partenza – subito dopo – come soldati per il Vietnam (siamo nel 1967). Ma l'inferno della guerra li cambierà completamente: ci sarà chi tornerà ferito nel fisico (Steven), chi nell'animo (Mike) e chi non tornerà affatto (Nick). Pur prendendo l'argomento alla larga, come in ogni grande "epica popolare" che si rispetti (vedi la lunghissima introduzione: di fatto le scene ambientate in Vietnam costituiscono meno della metà della pellicola), il secondo lungometraggio di Cimino (nonché il suo maggior successo di critica e di pubblico) è uno dei film di maggior impatto emotivo sugli orrori della guerra e su come questi possano trasformare e trasfigurare l'essere umano: indimenticabili le controverse e tesissime sequenze della roulette russa, alla quale i tre amici, presi prigionieri, sono obbligati a giocare dai loro carcerieri vietcong ("Mao! Mao!"). Se nella realtà non ci furono casi documentati di eventi simili durante il conflitto in Vietnam, la roulette russa, con la sua violenza casuale, è una metafora della guerra intera e della pazzia dell'uomo che si trascina per tutto il film, prendendo l'avvio proprio dalle scene della caccia al cervo in Pennsylvania (con Mike che si fa vanto di uccidere gli animali "con un solo colpo", un modo per equilibrare le cose visto che i cervi non hanno un fucile) e che prosegue quando, a Saigon, Nick e Mike rimangono coinvolti nel "giro" delle scommesse clandestine in cui vengono organizzate sfide di roulette russa fra disperati (una trovata che sarà ripresa, anni più tardi, nel film georgiano "13 Tzameti").

Se non tutto nella sceneggiatura è adeguatamente spiegato o coerente (la progressiva trasformazione di Nick, che passa dall'essere il più equilibrato dei tre a quello che invece cede all'orrore e all'abitudine alla violenza, fino a non dare più significato alla propria vita, a rinunciare a tornare a casa dalla donna che ama e anzi a cercare la morte con accanimento), e il montaggio salta a volte troppo bruscamente da una scena all'altra (non mostra, per esempio, come i tre vengano catturati dai vietcong), trascinandone invece altre troppo a lungo (il matrimonio ortodosso, che dura quasi un'ora), la regia di Cimino e le eccellenti interpretazioni di un cast in stato di grazia riescono a restituire perfettamente l'atmosfera di quegli anni, ritratta peraltro in chiave elegiaca e melodrammatica. Oltre ai tre protagonisti, da ricordare anche Meryl Streep (al primo ruolo importante della sua carriera nei panni di Linda, la donna amata sia da Nick che da Mike), John Cazale (malato di tumore già durante le riprese: fu la sua ultima apparizione sullo schermo), George Dzundza e Chuck Aspegren (quest'ultimo non era un attore professionista ma un operaio della fabbrica dove è ambientata la prima parte del film). Pur sforando il budget (le scene vietnamite furono girate in Thailandia, presso il fiume Kwai), la pellicola ripagò i produttori con gli interessi e conquistò anche la critica. Vinse cinque Oscar (su nove nomination): quelli per il miglior film, regia, attore non protagonista (Walken), montaggio e suono. Il finale in cui i personaggi cantano "God Bless America" in onore del defunto Nick è stato letto da alcuni come un attacco in chiave ironica al sogno americano e al patriottismo, passato attraverso la disillusione e gli shock della guerra del Vietnam (di fatto il film fu uno dei primi a parlare di quel conflitto, che si era concluso solo pochi anni prima, mostrandone gli effetti negativi sulla psiche e la salute dell'America. L'anno dopo, naturalmente, sarebbe arrivato l'ancora più efficace "Apocalypse Now" di Coppola).

26 aprile 2013

My girl & I (Jeon Yun-su, 2005)

My girl & I (Parang-juuibo)
di Jeon Yun-su – Corea del Sud 2005
con Song Hye-kyo, Cha Tae-hyun
*1/2

Visto in DVD, con Sabrina, in originale con sottotitoli inglesi.

In una cittadina costiera, il giovane Su-ho – diciottenne all'ultimo anno di liceo – si innamora (ricambiato) della coetanea Su-Eun, la ragazza più bella della classe, che lo aveva salvato dall'annegamento dopo un tuffo in mare. Insieme trascorrono giorni felici, fra passeggiate in bicicletta in mezzo alle risaie ed escursioni sulle isole vicine. Il loro idillio, però, è di breve durata: la ragazza soffre infatti di leucemia e ben presto si ritrova allo stato terminale. Remake di una pellicola giapponese ("Crying out love in the center of the world", tratto dal romanzo "Gridare amore dal centro del mondo" di Kyōichi Katayama, pubblicato anche in Italia e da cui è stato tratto anche un manga), è un film romantico dal finale tragico – del quale peraltro veniamo informati sin dall'inizio, visto che la sequenza di apertura, ambientata dieci anni dopo il resto del film, ci mostra una riunione di classe cui partecipa un Su-ho che non ha ancora dimenticato il suo primo amore. Ma a parte il tema "poetico" dell'amore che va oltre la vita e la morte, il film offre ben poco ed è privo di una seconda lettura, incapace di andare oltre i soliti cliché delle pellicole adolescenziali, conditi da siparietti comici (quelli con gli amici, i compagni di scuola, la sorella brutta) e da un paio di momenti commoventi (oltre alla morte di Su-Eun, tutta la sottotrama del nonno di Su-ho, fabbricante di bare e impresario di pompe funebri che viene chiamato per curare il funerale della donna che aveva amato in gioventù e perso di vista dopo la guerra). Belli, comunque, gli scenari e i paesaggi costieri che fanno da sfondo alla vicenda, esaltati da una fotografia filtrata e iper-corretta digitalmente (da ricordare la scena delle gocce di pioggia che si fermano a mezz'aria mentre i protagonisti si baciano, durante il tifone).

25 aprile 2013

Basilicata coast to coast (R. Papaleo, 2010)

Basilicata coast to coast
di Rocco Papaleo – Italia 2010
con Rocco Papaleo, Giovanna Mezzogiorno
**

Visto in TV, con Sabrina.

Per partecipare a una competizione canora che si terrà a Scanzano Jonico, nella speranza di restituire un senso alla propria vita, quattro amici di Maratea (Rocco Papaleo, Alessandro Gassman, Paolo Briguglia e Max Gazzè), musicisti dilettanti, decidono di attraversare la Basilicata a piedi, dalla costa tirrenica a quella ionica. Ci impiegheranno dieci giorni (in automobile sarebbe bastata un'ora e mezza), percorrendo strade alternative, accampandosi in tenda dove capita, e portando i bagagli su un carretto trainato da un cavallo. A seguirli c'è una giovane giornalista (Giovanna Mezzogiorno) con il compito di realizzare un documentario-reportage sull'impresa. Fra avventure e incomprensioni, arriveranno naturalmente troppo tardi per il concerto, ma riusciranno almeno a "ritrovare sé stessi". Un film simpatico e minimalista ma anche fin troppo esile, con tutti i luoghi comuni del road movie: fra paesaggi rurali e caratteristici da cartolina (la pellicola è finanziata dalla Regione Basilicata, e si vede: a tratti sembra uno spot turistico della Lucania, di cui si intravedono scorci suggestivi come la "città fantasma" di Craco o il parco del Pollino) e parecchio product placement, si punta molto sulla caratterizzazione dei personaggi. Papaleo (che debutta nella regia) è l'insegnante di matematica senza ambizioni, che per una volta riesce a portare a termine un'iniziativa; Gassman è il divo televisivo la cui popolarità è ormai tramontata da un pezzo (tranne che a livello locale); Briguglia è il giovane tabaccaio che ha rinunciato agli studi di medicina per depressione e un senso di inadeguatezza; Gazzé (al suo esordio come attore) è il falegname introverso, diventato "muto per scelta" dopo una delusione amorosa; completa il quintetto la Mezzogiorno nei panni della figlia di un importante uomo politico che ha scelto una vita di secondo piano pur di non scendere a compromessi. Nel cast anche Claudia Potenza e Michela Andreozzi.

22 aprile 2013

Nella casa (François Ozon, 2012)

Nella casa (Dans la maison)
di François Ozon – Francia 2012
con Fabrice Luchini, Ernst Umhauer
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

German (Luchini), insegnante di lettere in un liceo parigino, rimane colpito dal tema di uno studente, Claude (Umhauer), che descrive la propria fascinazione verso la casa e la "famiglia normale" di un compagno di classe, Raphael, e i suoi tentativi di introdursi al suo interno e di conquistare l'amicizia tanto di Rapha quanto (soprattutto) dei suoi genitori. Il tema termina sul più bello, con la parola "continua", come se si trattasse di un romanzo a puntate. Riconoscendone il talento per la scrittura, ma anche incuriosito dalla vicenda, German incoraggia il ragazzo a proseguire il racconto, che si snoda in una serie di episodi sempre più avvincenti, tutti basati – come sostiene Claude – sulla realtà. Dopo "Angel", Ozon torna sul tema della scrittura e del rapporto fra realtà e immaginazione, innestando una vicenda che ricorda "Teorema" di Pasolini (un giovane estraneo che si introduce nella vita di una famiglia borghese, seducendone e affascinandone tutti i componenti) su un'infrastruttura che invece si rifà a "Le mille e una notte" (Claude è come Sheherazade che ammalia il sultano con i suoi racconti, distillandone le puntate e i colpi di scena pur di tener desta la sua attenzione), e riflette sul legame fra scrittore, lettore e personaggi (lo scrittore viola la privacy dei suoi protagonisti, ma in fondo il vero voyeur, colui per conto del quale lo fa, è il lettore). Ottima la prova degli interpreti: su tutti Luchini, ma ci sono anche Kristin Scott Thomas nei panni di sua moglie, trascurata e frustrata proprietaria di una galleria d'arte moderna, e soprattutto Emmanuelle Seigner in quelli di Esther, la madre di Rapha, "la donna più annoiata del mondo", appassionata di arredamento e prigioniera di una vita "normale" che la soddisfa ben poco; il giovane Umhauer, nei panni del mefistofelico e manipolatore Claude (ma a suo modo geloso della normalità della vita borghese del compagno, come capiremo nel finale), è praticamente al suo esordio in un ruolo importante.

21 aprile 2013

North Face - Una storia vera (P. Stölzl, 2008)

North Face - Una storia vera (Nordwand)
di Philipp Stölzl – Germania 2008
con Benno Fürmann, Florian Lukas
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

La storia del tragico tentativo di scalata alla parente nord dell'Eiger, nel 1936, nel quale persero la vita due coppie rivali di alpinisti, gli austriaci Edi Rainer e Willy Angerer e i tedeschi Toni Kurz e Andreas Hinterstoisser (questi ultimi sono i due protagonisti del film). Se la caratterizzazione dei personaggi è appena abbozzata, la pellicola rende invece giustizia all'ambiente dell'epoca, con le pesanti influenze dell'apparato nazista che vedeva anche nella conquista sportiva – eravamo alla vigilia dell'Olimpiade di Berlino – uno degli strumenti per affermare la supremazia nazionale, nonché l'interesse sempre più in crescita del grande pubblico verso l'alpinismo, in questo caso pregustando l'eroica conquista dell'ultima grande vetta ancora inviolata dell'arco alpino, considerata "impossibile" da scalare (era già costata la vita ad altri rocciatori, e sarebbe stata conquistata solo due anni più tardi). Interessante, sotto questo aspetto, la sottotrama della giornalista Luise (Johanna Wokalek), innamorata di Toni, uno degli rocciatori, che ne segue trepidante l'ascensione dall'albergo ai piedi della montagna e tenta inutilmente di salvarlo (con l'aiuto delle guide bernesi) quando si rende conto che, per il peggioramento improvviso delle condizioni del tempo, ha poche speranze di tornare sano e salvo. Il contrasto fra le difficile situazione in cui si trovano gli arrampicatori (al freddo, senza cibo e riparo) e quelle più "agiate" di chi segue a distanza il loro tentativo (giornalisti, turisti e curiosi, al caldo e a brindare nell'albergo) è un'immagine che resta impressa, così come le differenze di valori: la solidarietà e il sacrificio degli alpinisti (con la decisione di interrompere la scalata per portare in salvo il compagno ferito) contro l'opportunismo e il cinismo degli osservatori (il giornalista che dichiara che una tragedia è più utile di una semplice ritirata). Ben realizzate, in ogni caso, le scene della scalata, grazie anche a una fotografia nitida e d'atmosfera, che ne ricostruiscono assai fedelmente la dinamica e mostrano tutte le difficoltà e le incertezze dei primi e coraggiosi tentativi di arrampicata, quando l'alpinismo non era un semplice sport ma una vera e propria lotta contro le forze della natura, una battaglia che metteva davvero a rischio la propria vita, fra equipaggiamenti inadeguati (se confrontati a quelli disponibili oggi), totale mancanza di vie già battute, e imprevedibile inclemenza delle condizioni climatiche.

18 aprile 2013

L'infernale Quinlan (Orson Welles, 1958)

L'infernale Quinlan (Touch of Evil)
di Orson Welles – USA 1958
con Charlton Heston, Orson Welles
****

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli, con Giovanni, Rachele, Paola, Marco, Eleonora, Ginevra, Florian e Sabine.

Una bomba fa esplodere l'auto di un ricco industriale, proprio sul confine fra Messico e Stati Uniti. A indagare è il detective americano Hank Quinlan (Orson Welles), con il collega messicano Mike Vargas (Charlton Heston) a fare da osservatore. I due non potrebbero essere più diversi: al primo interessa soltanto mandare in galera l'assassino, anche a costo di falsificare le prove, mentre per il secondo è fondamentale soprattutto rispettare la legge. Lo scontro fra i due poliziotti finisce per coinvolgere anche la moglie di Vargas, Susan (Janet Leigh), che viene sequestrata da Joe Grandi (Akim Tamiroff), capo della banda che Vargas sta mandando sotto processo in Messico... Da un mediocre romanzo giallo di Whit Masterson ("Badge of Evil": pare che Welles avesse chiesto ai produttori lo script peggiore che avessero a disposizione, in modo da dimostrare di essere in grado di trarre un bel film da qualsiasi materiale) un capolavoro del cinema noir, considerato da molti critici come il canto del cigno del genere ("l'epoca d'oro" del noir classico, in effetti, va dai primi anni quaranta ai tardi anni cinquanta). Ai tempi Welles era caduto in disgrazia presso i produttori hollywoodiani e da una decina di anni lavorava per lo più in Europa (sfornando, fra l'altro, capolavori come "Othello"): la possibilità di tornare alla regia (e alla sceneggiatura) gli venne data per insistenza dello stesso Charlton Heston (che qui interpreta il protagonista messicano, con un pesante trucco che sarà oggetto di ironia anche a distanza di anni, come in un celebre scambio di battute in "Ed Wood"). Welles ne approfittò per riunire molti tecnici (dall'operatore Russell Metty al truccatore Maurice Siederman) e attori (Akim Tamiroff, Joseph Cotten) con cui aveva collaborato in passato. Alcuni ruoli furono dati ad amici che venivano a trovarlo sul set (ed ecco spiegati i camei di Zsa Zsa Gabor e soprattutto di Marlene Dietrich, la cui parte – quella della chiromante Tanya – fu girata in un solo giorno ma crebbe a tal punto che è proprio lei a pronunciare la frase finale della pellicola, una sorta di epitaffio per Quinlan: "Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era un grand'uomo"). Joseph Calleia, amico di lunga data di Welles, interpreta Menzies, il fedele collega di Quinlan, mentre Dennis Weaver è il guardiano notturno, mentalmente disturbato, del motel in cui viene rinchiusa Susie (tutta la sequenza dell'albergo sembra anticipare "Psycho", che Alfred Hitchcock avrebbe girato solo due anni dopo, guarda caso sempre con Janet Leigh come protagonista femminile). A riprese terminate, però, i produttori rimontarono il materiale già girato da Welles, eliminarono alcune scene o le sostituirono con altre fatte dirigere da Harry Keller, nell'intento di rendere più chiari alcuni passaggi della trama. Quando vide il risultato, il regista scrisse un celebre "appunto" di 58 pagine su come migliorare il montaggio finale. Non tutti i suoi suggerimenti vennero accolti, e il film uscì (pubblicizzato come un B-movie) nella versione voluta dallo studio. Nel 1978 la pellicola venne rieditata in una versione più lunga, ma solo nel 1998 uscì finalmente la cosiddetta "director's cut" che accoglieva gran parte dei suggerimenti di Welles (non tutte le scene da lui girate poterono però essere recuperate): fra questi, l'eliminazione dei titoli di testa, la presenza dei rumori ambientali nella sequenza iniziale e il montaggio parallelo delle vicende di Vargas e Susie.

Il film si apre con quello che è probabilmente il piano sequenza più celebre e citato di tutta la storia del cinema. Comincia con la ripresa ravvicinata di una bomba, tenuta in mano da un misterioso individuo che la innesca e poi la colloca in un'automobile, appena prima che un uomo e una giovane donna bionda salgano a bordo (da notare anche la corsa del misterioso attentatore, di cui si vede solo l'ombra proiettata su un muro). L'auto con la bomba si dirige verso la barriera doganale, per entrare negli Stati Uniti: lungo il suo tragitto si ferma più volte, per far passare il traffico o i pedoni, fra i quali ci sono anche Vargas e Susie, freschi sposini. La macchina da presa sale in cielo per oltrepassare un palazzo, si aggira rasoterra fra la folla e il traffico, si muove in orizzontale e in verticale con grande maestria. E nel frattempo la tensione sale, perché noi spettatori sappiamo che l'esplosione avverrà da un momento all'altro: anche la bionda sull'auto ne avverte l'imminenza ("Ho un ticchettio nella testa"), ma lo scoppio si verificherà solo quando la vettura avrà passato la frontiera, e in corrispondenza con il bacio fra Vargas e Susie. Menzionato e omaggiato in numerose pellicole (da "I protagonisti" di Robert Altman a "Boogie Nights" di Paul T. Anderson, da "Il fantasma del palcoscenico" di Brian De Palma a "Breaking News" di Johnnie To), questo sfoggio di abilità registica non è affatto fine a sé stesso, visto che mette in moto la vicenda e contemporaneamente presenta i personaggi principali, ed è graziato dalla colonna sonora di Henry Mancini, il cui ritmo richiama proprio il ticchettio della bomba. Ma il resto del film non è da meno, e alterna momenti sublimi (i duetti con la Dietrich, sempre ripresa in primissimo piano) ad altri forse imperfetti (la sottotrama di Susie nel motel si trascina francamente un po' a lungo). Il suo cuore, naturalmente, più che il protagonista Vargas è il personaggio di Hank Quinlan (d'altronde, da sempre nei noir i veri protagonisti sono i cattivi e i perdenti): laido e corrotto capitano di polizia, grasso a dismisura, provato nel fisico e nell'animo, ossessionato dal passato (la moglie fu assassinata e lui non riuscì a far condannare l'omicida), ex alcolizzato e ora goloso di dolci, razzista (non si contano le frecciate contro i messicani), costretto dalla zoppia a camminare con un bastone, interpretato da un Welles che anche nella vita reale cominciava a essere fortemente sovrappeso e a soffrire problemi di salute (qui, comunque, è spesso inquadrato dal basso per accentuare il girovita, o da vicino per metterne in risalto il sudore e lo sporco). Al contrario di Vargas, Quinlan non ha alcun rispetto per la legge; e anziché alla deduzione, nelle indagini si affida solo alle sue "intuizioni", che si rivelano peraltro infallibili: anche se le prove che utilizza per incastrare gli assassini sono false, riesce sempre e comunque a individuare il vero colpevole. In questo modo la lotta fra i due si innalza rispetto al "semplice" scontro fra una canaglia e un idealista: diventa una battaglia fra giustizia e legalità, dove in fondo ciascuno dei due contendenti ha le sue ragioni, e il male si confonde con il bene. Anche lo scenario di frontiera in cui Vargas e Quinlan si aggirano è altrettanto confuso e ambiguo: si tratta di un mondo caotico e abitato da criminali, spogliarelliste, chiromanti, bande di drogati, che vivono fra topaie, discariche di rifiuti e alberghi equivoci, mirabilmente reso dalla fotografia in bianco e nero che accentua le ombre e le ruvidità, e da una regia barocca, stilizzata ed espressionista che ricorre spesso a inquadrature sghembe o dal basso, a sottolineare come anche l'azione non sia mai lineare. Proprio l'ambientazione "di confine" si rispecchia nei rapporti fra i personaggi: siamo in una sorta di "terra di nessuno" fra due paesi così vicini e legati fra loro, eppure così diversi e ostili l'uno con l'altro, che a volte riescono ad amarsi (Vargas e Susie) e a volte si scontrano irrimediabilmente (Vargas e Quinlan).

14 aprile 2013

20th Century Boys 3 (Yukihiko Tsutsumi, 2009)

20th Century Boys: la nostra bandiera (20-seiki shonen: saishu-shi - Bokura no hata)
di Yukihiko Tsutsumi – Giappone 2009
con Toshiaki Karasawa, Etsushi Toyokawa
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Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Sabrina.

Il capitolo conclusivo della saga tratta dal manga di Naoki Urasawa si svolge nel 2017, ovvero nel "terzo anno dell'era dell'Amico", e vede finalmente il ritorno di Kenji, di cui si erano perse le tracce alla fine del primo film. Con l'aiuto degli amici di un tempo, o almeno di quelli sopravvissuti fino ad ora, si introduce in una Tokyo post-apocalittica, isolata dal resto del mondo e ultra-militarizzata, per affrontare l'Amico, il misterioso individuo che sta progettando lo sterminio dell'intera umanità ispirandosi ai suoi ricordi e ai giochi di quando era bambino. Nella speranza di sorprendere, almeno in parte, anche i lettori del fumetto, l'adattamento cinematografico ha modificato alcuni punti chiave della vicenda: fino all'ultimo si rimane incerti sull'identità del cattivo (sarà la stessa che nel manga oppure no?), e questo rende il terzo capitolo almeno un po' più godibile dei precedenti, oltre che più compatto e meno dispersivo (è stata eliminata del tutto la sottotrama del "secondo Amico", che offriva spunti interesssanti ma complicava forse eccessivamente una vicenda già intricata di suo). C'è anche da dire che gli ultimi volumi del fumetto (questo terzo film copre gli albi dal 16 al 24) soffrivano per il "trascinarsi" troppo a lungo della trama, e da questo punto di vista la pellicola riesce almeno in parte a porre rimedio a uno dei pochi difetti dell'opera di Urasawa. Anche per questo, mi sento di reputarla come la migliore delle tre. In ogni caso la conclusione lascia alcuni spunti irrisolti (non assistiamo all'incontro fra Kanna e sua madre, per esempio) e non rende giustizia a molti personaggi (uno su tutti, Sadakiyo, uno dei character più interessanti del manga, qui praticamente assente). Nel complesso, a trilogia terminata, permane una certa delusione, e non solo (come era avvenuto nel caso di "Watchmen") perché il materiale di partenza era di qualità tale che ogni adattamento men che buono sarebbe parso inadeguato. Nonostante l'elevato budget a disposizione (si parla di 6 miliardi di yen, una cifra notevolissima per il cinema giapponese, che di solito non produce blockbuster), non si sfugge dall'impressione di aver assistito a un prodotto di serie B dal punto di vista cinematografico. Forse una serie televisiva sarebbe stato lo sbocco ideale per un adattamento di questo manga, permettendo di dosare meglio ritmo e narrazione (e rendendo più accettabili regia, recitazione ed effetti speciali non eccelsi). Da salvare sicuramente la colonna sonora, che oltre alla title song (il classico dei T-Rex) può contare sulla bella canzone acustica di Kenji, "Bob Lennon", che in questo ultimo capitolo è possibile sentire in più versioni e ha pure un ruolo importante nella storia.

13 aprile 2013

20th Century Boys 2 (Yukihiko Tsutsumi, 2009)

20th Century Boys: l'ultima speranza (20-seiki shonen: dai 2 sho - Saigo no kibo)
di Yukihiko Tsutsumi – Giappone 2009
con Airi Taira, Etsushi Toyokawa
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Sabrina.

Le vicende del secondo film della trilogia si svolgono principalmente nel 2015 e vedono come protagonista Kanna, la nipote di Kenji, ormai cresciuta. Dopo il "capodanno di sangue" del 2000, le cui responsabilità sono state fatte ricadere su Kenji e i suoi amici (additati come terroristi e ora morti o dispersi), l'Amico è diventato il personaggio più importante e carismatico del paese. Ma Kanna lotta per ristabilire la verità, mentre i piani del cattivo prevedono addirittura la sua trasformazione in una figura divina. Il film ha gli stessi difetti del primo capitolo, con vicende che si affastellano troppo rapidamente (impedendo di approfondire diverse tematiche o anche semplicemente di far "montare" l'attesa e la tensione) e personaggi introdotti e "spesi" prima che lo spettatore possa cementare un legame empatico con loro, in positivo o in negativo (per esempio Sadakiyo o Yamane). Si cominciano a notare però diverse modifiche rispetto al manga originale, forse perché la pellicola copre un numero maggiore di volumi (dal 6 al 15) e dunque, dovendo condensare più eventi, si è scelto di operare qualche taglio e qualche cambiamento: non c'è, per esempio, la rivelazione della "prima" identità dell'amico (chi ha letto il manga sa di cosa parlo), ed è molto ridimensionata tutta la parentesi della realtà virtuale che riproduce il periodo (1969-1971) in cui i protagonisti erano bambini, uno degli elementi di maggior fascino della storia di Urasawa, così incentrata sulla nostalgia e il rimpianto per l'età infantile. Continuo a trovare ottimo il casting: peccato che la recitazione, tranne che in alcuni casi, lasci abbastanza a desiderare.

11 aprile 2013

20th Century Boys 1 (Yukihiko Tsutsumi, 2008)

20th Century Boys: l'inizio della fine (20-seiki shonen: honkaku kagaku boken eiga)
di Yukihiko Tsutsumi – Giappone 2008
con Toshiaki Karasawa, Takako Tokiwa
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Sabrina.

Nel 1969, quando erano bambini, Kenji e alcuni amici della scuola elementare si inventarono per gioco una storia in cui un'organizzazione malvagia avrebbe cercato di conquistare il mondo. Nel 1997, da adulti, scoprono che il misterioso guru di una setta (chiamato "l'Amico" e dal volto mascherato), sta mettendo in atto proprio quei piani che loro avevano immaginato, e si fregia del simbolo ideato a quei tempi. Che si tratti di uno dei loro compagni di gioco? Dal bellissimo fumetto di Naoki Urasawa, un adattamento cinematografico in tre parti (questo primo film "copre" i primi cinque volumi del manga) che, pur vantando una notevole fedeltà al materiale di partenza, non gli rende certo giustizia. Regia e attori sono da prodotto televisivo, e anche se il lavoro di casting non è per nulla da disprezzare (quasi tutti gli interpreti assomigliano parecchio alle loro controparti disegnate), come qualità complessiva sembra di assistere a un telefilm, anzi al riassunto condensato di qualche decina di puntate di un telefilm! A livello di trasposizione non si è voluto rinunciare quasi a nulla dell'intricatissimo plot, e dunque episodi ed eventi sono tutti fatalmente compressi: per chi non abbia già letto il fumetto, è facile perdersi nella miriade di personaggi, di accadimenti, di piccoli dettagli (nessuno dei quali è insignificante: si tratta di un vero puzzle di indizi, flashback e rivelazioni che si incastrano fra di loro), al punto che molti colpi di scena risultano anticlimatici e tanti particolari rischiano di andare perduti o sottovalutati nel marasma di informazioni fornite. Con il manga era possibile fermarsi, tornare indietro a rileggere una pagina, procedere con il ritmo che si desiderava e "assorbire" così ogni dettaglio prima di procedere al capitolo successivo. Qui invece, con gli episodi che si succedono senza pausa, manca persino il tempo di caratterizzare in maniera soddisfacente i tanti personaggi principali, figuriamoci quelli secondari. Peccato, perché gli spunti offerti dalla trama sono parecchi e non certo banali: l'alternanza fra i ricordi d'infanzia, ammantati di nostalgia ma anche offuscati dal tempo, e la triste quotidianità del presente; il giocare con i cliché dei manga stessi (pistole laser, robot giganti, organizzazioni criminali) che, quando diventano realtà, rivelano tutta la loro natura fasulla e artificiale; la grande umanità dei tanti personaggi (a partire proprio da Kenji, rocker mancato che ha dovuto mettere da parte sogni e ambizioni per lavorare nel negozio di famiglia e badare a Kana, la figlia della sorella fuggita misteriosamente di casa) che si ritrovano a "fare gli eroi" in un mondo che rifiuta l'eroismo e favorisce invece l'arrivismo (la setta dell'Amico si ricicla in un partito politico, e vince pure le elezioni!); il senso e il valore dell'amicizia e della stessa parola "amico"; il tutto innestato in un thriller ad alta tensione, visto che sulla possibile identità dell'Amico si specula a più riprese (il mistero, naturalmente, non si risolverà che nell'ultimo episodio). Da notare che manca la scena iconica dei personaggi che vengono ricevuti e premiati alle Nazioni Unite, mentre vengono anticipate alcune sequenze ambientate nel 2015 (diminuendo di fatto la tensione durante l'attacco del robot nel capodanno del 2000: sappiamo già che il mondo non finirà). Il titolo dell'opera proviene dalla canzone rock "20th Century Boy" dei T-Rex.

09 aprile 2013

Il responsabile delle risorse umane (Eran Riklis, 2010)

Il responsabile delle risorse umane (The Human Resources Manager)
di Eran Riklis – Israele 2010
con Mark Ivanir, Noah Silver
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Visto in divx, con Giovanni, Eleonora, Alex e Sabrina.

Una giovane immigrata rumena, che lavorava come operaia in un grande panificio industriale di Gerusalemme, perde la vita in un attentato terroristico. Accusato da un giornalista di non avere a cura le sorti dei propri lavoratori, e nel tentativo di evitare un danno alle publiche relazioni del panificio, il responsabile delle risorse umane dell'azienda accetta di accompagnare la salma fino in patria e di assicurarsi che abbia un degno funerale. Le cose si complicano quando il figlio della donna, un giovane sbandato, pretenderà che il funerale si svolga nello sperduto villaggio di montagna dove vive la nonna, a mille chilometri dalla capitale. Tratto dall'omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua, e diretto dal regista de "La sposa siriana" e "Il giardino di limoni", un film che non mantiene appieno tutte le promesse. Dopo una prima parte incoraggiante, quella ambientata in Israele, con la presentazione dell'interessante protagonista (senza nome, come praticamente tutti i personaggi della pellicola tranne curiosamente la donna morta), delle indagini sull'operaia scomparsa, dei suoi conflitti di coscienza e dei suoi stessi problemi famigliari, una volta trasferitisi in Romania il film si trasforma in un road movie surreale come tanti, fra scenari desolati e personaggi eccentrici (vengono alla mente "Ogni cosa è illuminata" e "Silent souls"), con il gruppo che attraversa il paese trasportando la bara prima su un vecchio furgone e poi su un mezzo corazzato, fino allo sperduto villaggio di contadini dove il corpo dovrebbe essere sepolto. Mancano però incisività e un vero motivo d'interesse, e i semi piantati nella prima metà del film non germogliano mai (l'unico spunto nuovo è quello del rapporto del protagonista con il ragazzo ribelle, il cui sviluppo è in ogni caso prevedibile).

07 aprile 2013

Last Action Hero (John McTiernan, 1993)

Last Action Hero - L'ultimo grande eroe (Last Action Hero)
di John McTiernan – USA 1993
con Arnold Schwarzenegger, Austin O'Brien
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il dodicenne Danny è un grande appassionato di film d'azione e in particolare della serie di "Jack Slater", con protagonista Arnold Schwarzenegger. Invitato dall'anziano proiezionista Nick ad assistere in anteprima al nuovo "Jack Slater IV", grazie a un biglietto magico (donato anni prima a Nick dal mago Houdini) il bimbo si ritrova "risucchiato" all'interno del film, in grado di interagire con il suo eroe e con la trama. Le cose si complicheranno quando, per mezzo dello stesso biglietto, il "cattivo" del film fuggirà nel mondo reale (un luogo dove "anche i cattivi possono vincere"), costringendo Danny e Jack Slater a seguirlo. Geniale parodia metacinematografica del genere degli action movie, che gioca a prendere in giro proprio quelle pellicole su cui Schwarzy, il regista John McTiernan e lo sceneggiatore Shane Black hanno costruito la loro fama: a essere particolarmente presi di mira, per esempio, sono film come "Die Hard" o "Arma letale". Nonostante le molte trovate geniali, fu un clamoroso flop al box office e ottenne anche scarso successo di critica, cosa che ho sempre trovato ingiusta, come se gli spettatori e i critici non avessero compreso fino in fondo l'autoironia della pellicola e si siano dimostrati incapaci di distinguere l'originale dalla parodia (anche perché in fondo, a parte le esagerazioni, il "film nel film" non è poi così diverso dalle tante pellicole fracassone uscite veramente al cinema in quegli anni: si pensi alle "battutacce" e ai numerosi cliche, per esempio nelle scene degli inseguimenti, dove ogni automobile che esce di strada esplode regolarmente, e l'immancabile musica di Michael Kamen – che proviene diegeticamente dallo stereo portatile dello stesso Slater – fa il verso a sé stessa: che differenza con le scene ambientate nello "squallido" e cupo mondo reale, dove piove sempre e non tutte le donne sono supermodelle!). O forse era stata sovrastimata la cultura cinefila richiesta, che spazia da "Amadeus" (di fronte a F. Murray Abraham, Danny mette in guardia Jack: "Ha ucciso Mozart!") a Bergman (la morte de "Il settimo sigillo", che esce dalla proiezione nel finale, è interpretata da Ian McKellen), da Laurence Olivier (impagabile il suo "Amleto" rifatto da Schwarzenegger – "Essere o non essere? Non essere!" – e presentato, nella classe di Danny, da Joan Plowright, che di Olivier fu la terza moglie) a Humphrey Bogart (che compare in versione "rimasterizzata"!). Per non parlare dei riferimenti al mondo dei cartoni animati (dalla ditta ACME, che produce dinamite e altri aggeggi, al "gatto animato" che interagisce con gli esseri umani come in "Chi ha incastrato Roger Rabbit": ma tutte le scene d'azione sono così ricche di improbabili capitomboli da ricordare più un cartoon che un film dal vivo). In più, l'elemento fantastico è parente di quello dei film di Frank Capra o Renè Clair (il vecchio proiezionista ricorda l'anziano giornalista di "Avvenne domani", il riferimento a Houdini è un rimando agli anni venti e trenta). Le strizzatine d'occhio sono veramente tantissime: da Sylvester Stallone che – nel mondo di Slater, dove Schwarzy non esiste – è il protagonista di "Terminator", ai riferimenti ad "E.T." (Danny che vola in bici), dai camei nel film (Sharon Stone, Robert "T-1000" Patrick) e nella "realtà" (James Belushi, MC Hammer, Damon Wayans, Chevy Chase, Timothy Dalton, Jean-Claude Van Damme) alle gag con il "vero" Schwarzenegger e la moglie Maria Shriver che lo rimprovera di fare troppa pubblicità alle sue catene di ristoranti. Nell'occasione Schwarzy prende ripetutamente in giro sé stesso (come quando utilizza a sproposito la sua celebre battuta "I'll be back"; ma proprio questo film genera una nuova catch-phrase ad effetto: "Madornale errore!"). Fra le trovate indimenticabili, il malvagio Benedict (Charles Dance) con i suoi occhi di vetro intercambiabili e la scena dei cani ("Attento! Sono addestrati"). Nel ricco cast, anche Anthony Quinn (il mafioso Tony Vivaldi), Tom Noonan (lo Squartatore), Mercedes Ruehl (la madre di Danny) e Bridgette Wilson (la figlia di Slater).

06 aprile 2013

Letto a tre piazze (Steno, 1960)

Letto a tre piazze
di Steno – Italia 1960
con Totò, Peppino De Filippo
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Visto in TV, con Sabrina.

Nel giorno dell'anniversario del loro matrimonio, Amalia (Nadia Gray) e Giuseppe (Peppino) scoprono che il precedente marito di lei, Antonio (Totò), presunto morto da vent'anni e dato per disperso durante la campagna di Russia, è ancora vivo e ha fatto ritorno a casa. Mentre i due uomini si scontrano a più riprese per stabilire chi sia il legittimo consorte della signora (che a sua volta cerca di fare chiarezza nel proprio cuore), nella dimora si instaura un insolito "ménage à trois" che provoca guai a non finire, anche perché i due mariti non perdono occasione per screditarsi a vicenda. Classica commedia costruita su un bizzarro spunto di partenza e poi affidata in via esclusiva, e col pilota automatico, alla verve della coppia comica Totò/Peppino. Si ha quasi l'impressione che gli sceneggiatori (fra i quali Lucio Fulci, che in un primo momento avrebbe anche dovuto dirigere la pellicola) non sappiano come portare avanti la storia, che si snoda attraverso gli esilaranti e svariati duetti dei due contendenti, negli ambienti più disparati (la scuola femminile dove Peppino insegna lettere, la località di montagna – ricostruita in studio – dove il trio si trasferisce per cambiare aria, il locale notturno dove si esibisce la soubrette/escort Angela Luce). Memorabile il Totò reduce, che dorme vestito e con il ritratto di Stalin appeso sopra il letto perché "in Russia facciamo tutti così, sono abituato, sennò non mi addormento". Cristina Gajoni è Prassede, la giovane cameriera con il fidanzato geloso.

31 marzo 2013

The Rocky Horror Picture Show (Jim Sharman, 1975)

The Rocky Horror Picture Show (id.)
di Jim Sharman – GB/USA 1975
con Tim Curry, Susan Sarandon
***1/2

Rivisto in DVD, con Paola e Sabrina.

Una coppia di fidanzatini "perbene" e repressi, Brad e Janet, si ritrova con l'auto in panne sotto la pioggia mentre sta attraversando un bosco, e chiede ospitalità in un castello dove è in corso una bizzarra convention "transilvana". Il padrone di casa, Frank N. Furter, uno scienziato extraterrestre bisessuale che sta per dar vita nel proprio laboratorio a una "creatura" (un uomo biondo e muscoloso, chiamato Rocky), li trascinerà in un vortice di sesso e di piaceri sfrenati. Tratto dal musical "The Rocky Horror Show" di Richard O'Brien, è il cult movie più cult di tutta la storia del cinema, al punto che ancora oggi, a quasi quarant'anni dalla sua uscita, viene regolarmente proiettato in alcuni cinema selezionati di tutto il mondo con la partecipazione "attiva" degli spettatori (che si vestono come gli attori, rispondono alle loro battute e ricostruiscono dal vivo le scene del film). La trama, che in superficie omaggia tanti classiche pellicole di horror e fantascienza degli anni trenta e degli anni cinquanta (a partire dal "Frankenstein" di James Whale), è in realtà solo una scusa per mettere in scena un inno alla liberazione sessuale e alla trasgressione vissuta in chiave salvifica, all'insegna della scoperta di sé e dell'autodeterminazione. Figlia della rivoluzione sessuale di quegli anni, la filosofia del film è riassumibile in una delle strofe più celebri, quella che recita "Don't dream it, be it!" (Non sognatelo, siatelo!"). Nel cast spiccano Tim Curry nei panni di Frank N. Furter, parodistico dottor Frankenstein in guêpière e tacchi a spillo, e una giovanissima Susan Sarandon in quelli di Janet Weiss, mentre il suo fidanzato Brad Majors è Barry Bostwick. Richard O'Brien, autore della sceneggiatura e delle musiche, è il maggiordomo gobbo Riff Raff, Patricia Quinn è sua sorella, la domestica Magenta (entrambi, come Frank, alieni transilvani). Completano il gruppo Nell Campbell (indicata come Little Nell nei credits) nei panni della "groupie" Columbia, seguace di Frank; Peter Hinwood in quelli di Rocky; il rocker Meat Loaf, che interpreta il biker Eddie; Jonathan Adams, nel ruolo di Everett Scott, professore di scienze di Brad e Janet, rivale di Frank e zio di Eddie; e infine Charles Gray, che è il misterioso "criminologo" che narra agli spettatori l'intera storia. Da notare che nella versione teatrale Meat Loaf interpretava sia Eddie che il dottor Scott. Bellissima la colonna sonora, ricca di canzoni memorabili come "Science Fiction/Double Feature" (l'"ouverture" che cita nel testo decine e decine di film e b-movie di horror e fantascienza, da "Ultimatum alla Terra" a "L'uomo invisibile", da "King Kong" a "Pianeta proibito") o "Time Warp" (lo scatenato ballo a base di "spinte pelviche", con tanto di schemi e illustrazioni su come danzarlo adeguatamente). "Science Fiction" è cantata da O'Brien, ma le labbra rosse che si vedono sullo schermo (raffigurate anche sull'iconica locandina del film) sono di Patricia Quinn. E in effetti a teatro, nel musical, la canzone è di solito eseguita proprio dall'attrice che recita nel ruolo di Magenta, vestita però da usherette. Gag, citazioni e riferimenti metacinematografici si sprecano (sono citate, per esempio, quasi tutte le case di produzione hollywoodiane dell'epoca, con particolare risalto all'ormai defunta RKO, produttrice del "King Kong" con Fay Wray). Nel 1981 Sharman e O'Brien hanno realizzato uno pseudo-sequel, "Shock Treatment", tutto ambientato in uno studio televisivo.

29 marzo 2013

Gli amanti passeggeri (P. Almodóvar, 2013)

Gli amanti passeggeri (Los amantes pasajeros)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2013
con Javier Cámara, Cecilia Roth
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

A bordo di un aereo di linea diretto dalla Spagna in Messico, ma costretto a girare in tondo su Toledo in attesa di trovare una pista libera per un atterraggio di emergenza a causa di un carrello in avaria, i piloti e gli assistenti di bordo (tutti gay) cercano di distrarre come possono i passeggeri della prima classe (quelli della seconda sono stati invece addormentati con un sonnifero). La trama principale e le storie personali si intrecciano fra loro in maniera più o meno comica, dando vita ad una farsa ad alta quota che a tratti sembra quasi una versione spagnola e d'autore di pellicole come i vari "aerei più pazzi del mondo" di Jim Abrahams e dei fratelli Zucker. Almodóvar in persona, in alcune interviste, ha voluto definirla come "una commedia molto, molto leggera", peraltro nella stessa vena bizzarra e surreale di altre opere da lui dirette, come "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" (se lì c'era il gazpacho drogato, qui c'è l'Agua de Valencia allungata con la mescalina). Fra eccessi a base di sesso, droga, rock'n'roll (imperdibile l'esibizione canora, con tanto di balletto, dei tre steward sulle note di "I'm so excited" delle Pointer Sisters), amoralità senza pudori, dialoghi scoppiettanti, vicende improbabili e personaggi macchiettistici, il divertimento non manca di certo, anche se alla resa dei conti si rivela un po' fine a sé stesso (nonostante ci sia chi ha parlato di "metafora" della situazione socio-politica della Spagna odierna, con la classe economica sedata mentre i piloti girano a vuoto e in classe business ne combinano di tutti i colori). Mancano invece le sorprese: le varie storie dei singoli passeggeri sono abbastanza prevedibili e si concludono tutte immancabilmente con il lieto fine (il banchiere in fuga che si riconcilia con la figlia, l'escort sadomaso che si innamora del killer assoldato per ucciderla, la sensitiva vergine a causa dei suoi poteri che trova infine l'amore). Nel ricco cast, che comprende tanti habitué del regista come Javier Cámara, Cecilia Roth, Lola Dueñas, Paz Vega, Blanca Suárez e Carmen Machi, da segnalare la comparsata iniziale dei due attori hollywoodiani che proprio da Almodóvar furono lanciati (Antonio Banderas, doppiato in maniera impagabile, e Penélope Cruz). Interessante il titolo, in cui è possibile scambiare fra loro sostantivo e aggettivo.

22 marzo 2013

Sette anni

Giunto al suo settimo compleanno, questo blog ha ospitato negli ultimi dodici mesi le recensioni di 162 film (l'anno scorso erano stati 179), per un totale che sale a 1738. I film rivisti sono stati 44, le prime visioni 118. Le pellicole viste al cinema sono state 49 (di cui 25 nelle rassegne di Cannes e Venezia), quelle a casa 106, più 7 film visti in aereo. Quest'anno i registi più rappresentati sono stati Alfred Hitchcock e Takeshi Kitano, ciascuno con sei pellicole; seguono Akira Kurosawa con 4, Jean Cocteau e Kim Ki-duk con 3.

Nessuna novità particolare da segnalare al layout, ma ne ho approfittato per fare un po' di "pulizia" nel blogroll, spostando – sia pure a malincuore – i link di blog che non sembrano più attivi (ovvero in cui non sono stati pubblicati nuovi post da almeno un anno) in una nuova sezione, chiamata appunto "Blog non più attivi?". Il punto interrogativo sottende la mia speranza che i loro proprietari tornino prima o poi a postare, e i link li mantengo perché i loro archivi possono essere comunque interessanti da consultare.

P.S. A proposito di numeri, date un'occhiata a questo post che ho pubblicato sul mio altro blog, "Il club di Groucho".

20 marzo 2013

Viva la libertà (Roberto Andò, 2013)

Viva la libertà
di Roberto Andò – Italia 2013
con Toni Servillo, Valerio Mastandrea
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina.

L'ingessato politico Enrico Oliveri (Servillo), segretario della principale coalizione di sinistra ("il maggior partito di opposizione"), in crisi nei sondaggi e nella leadership, abbandona Roma e si rifugia in incognito a Parigi, ospite di una vecchia fiamma (Valeria Bruni Tedeschi). Visto il momento delicato ed essendo il politico irreperibile, il suo assistente Andrea (Mastandrea) decide di sostituirlo con un sosia, ovvero il fratello gemello Giovanni (sempre Servillo), scrittore e filosofo reduce da una casa di cura psichiatrica. Il comportamento e le dichiarazioni eccentriche di Giovanni (senza compromessi o peli sulla lingua) galvanizzano la gente e fanno riguadagnare consensi a lui e al partito, mentre nel frattempo a Parigi anche Enrico riesce a ritrovare sé stesso, le passioni che lo muovevano in gioventù (su tutte il cinema, arte basata sulla finzione non meno della politica) e persino l'amore. Tratto da un romanzo ("Il trono vuoto") dello stesso regista, un film dai toni vagamente surreali e tutto incentrato su un tema, quello del "doppio", già abbondantemente sfruttato sul grande schermo e in letteratura (a partire, ovviamente, da "Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde" di Stevenson), cui si innesta quello del "fool" shakesperiano. È evidente che i due fratelli Enrico e Giovanni (che sin da giovani si scambiavano identità e fidanzate, come i gemelli di "Inseparabili" di Cronenberg) rappresentano le due metà opposte di uno stesso individuo: se viene a mancare la parte istintiva, i sentimenti, la "follia", si diventa un arido politico (di sinistra!); se viene a mancare la razionalità e il controllo, si diventa pazzi. Lo scambio di ruoli, invece, fa bene ad entrambi e li aiuta prima a riconoscere e poi a riconquistare la parte di sé perduta. Quando Enrico è pronto a tornare, infatti, Giovanni si fa da parte e "sparisce" letteralmente nel nulla (su una spiaggia, come in "Sotto la sabbia" di Ozon): in un certo senso viene "riassorbito" dal fratello (che nella scena finale ne manifesta alcuni comportamenti). Nonostante la grande prova "doppia" di Servillo (da notare che i due fratelli non compaiono mai insieme nella stessa scena), al film manca però qualcosa per sollevare le proprie tesi e i propri simboli oltre la soglia della banalità. Soprattutto la seconda parte porta avanti la vicenda con il pilota automatico, senza riservare sorprese o sviluppi degni di nota. Ai personaggi di contorno (a cominciare da quello interpretato da Mastandrea) manca il culmine dell'evoluzione, mentre la riflessione politica, nel migliore dei casi, pecca di ingenuità e di ottimismo. Le dichiarazioni di Giovanni non sono in realtà nulla di trascendentale o di rivoluzionario: sono "soltanto" sincere, chiare e dirette. Davvero semplicità e passione sarebbero sufficienti, in una paese come l'Italia, a guadagnare il favore degli elettori (cosa di cui spesso la sinistra si è illusa?). E davvero basta ballare il tango con la cancelliera tedesca, giocare a nascondino con il Presidente della Repubblica o citare una poesia di Brecht davanti agli elettori per raggiungere il 66% nei sondaggi? Curioso notare come diversi personaggi facciano riferimenti a protagonisti reali della scena pubblica e politica: il "viscido" rivale De Bellis, definito "elefante della politica", è ovviamente D'Alema (con tanto di baffetti); il dirigente che afferma "bisogna dare alla gente quel che vuole" (cui Andrea replica "La gente ama anche la merda, ma non vuol dire che gliela dobbiamo dare") è forse modellato su Renzi; l'anziano ideologo del Pci è probabilmente Ingrao; mentre lo stesso Oliveri, più che Bersani, ricorda Veltroni (con tanto di amore giovanile per il cinema; da sottolineare anche la battuta sull'arredamento della sede elettorale, che richiama il suo famoso loft). La colonna sonora saccheggia a più riprese l'ouverture de "La forza del destino" di Verdi (ma le citazioni verdiane, nell'anno del bicentenario, non finiscono qui: per dirne una, lo pseudonimo con cui il filosofo Giovanni pubblica i suoi libri è Ernani). Michela Cescon è la moglie di Enrico, Anna Bonaiuto è la collega di partito, la bella Judith Davis è la ragazza francese con cui Enrico ha un flirt.

19 marzo 2013

In compagnia dei lupi (Neil Jordan, 1984)

In compagnia dei lupi (The Company of Wolves)
di Neil Jordan – GB 1984
con Sarah Patterson, Angela Lansbury
***

Rivisto in DVD, con Giovanni e Paola.

Una ragazzina che abita in una casa nel bosco sogna di vivere in un villaggio medievale di contadini e di trovarsi alle prese con un branco di lupi mannari. La sua storia è inframmezzata dalle favole che le racconta la nonna, anche queste in tema. Tratto da alcuni racconti di Angela Carter (contenuti nell'antologia "La camera di sangue"), che ha contribuito all'adattamento cinematografico (ispirandosi anche a una versione radiofonica precedente), il film è una rivisitazione in chiave gotica e quasi horror della fiaba di Cappuccetto Rosso nella versione di Charles Perrault (anche se non mancano, qua e là, accenni ad altre celebri favole, da Biancaneve a la Bella Addormentata nel Bosco, ad Alice). Inevitabili, e anzi preponderanti, le suggestioni psicanalitiche e le allusioni al tema dello sviluppo della sessualità: la pellicola fa riferimento a più riprese al passaggio all'età adulta, con i lupi mannari che insidiano e in fondo attraggono la bambina che si addentra da sola nel bosco, pur messa in guardia dai genitori e dalla nonna sul "male" che alberga negli stranieri, ovvero negli uomini adulti. Simboli ed elementi come il colore rosso, il sangue sulla neve o i corpi che si trasformano, d'altronde, parlano chiaro. Ambigua e fascinosa l'atmosfera onirica (come detto, tutta la vicenda è in realtà sognata dalla protagonista), con la trasfigurazione dell'infanzia (i giocattoli abbandonati nel bosco, gli animali) e lo sviluppo delle prime pulsioni adulte (il rossetto, lo specchio), ammantate da una sorta di realismo magico che a tratti ricorda certe pellicole dell'est europeo (Švankmajer, Jireš: il film è particolarmente debitore a "Le fantasie di una tredicenne" di quest'ultimo). Non eccelsi gli effetti speciali (siamo nell'era pre-digitale): le trasformazioni degli uomini in lupi, per esempio, risultano inferiori a quella vista tre anni prima ne "Un lupo mannaro americano a Londra". Nel cast, anche Terence Stamp e Stephen Rea (habitué, quest'ultimo, del regista).

18 marzo 2013

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (Jon Avnet, 1991)

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (Fried Green Tomatoes)
di Jon Avnet – USA 1991
con Kathy Bates, Mary Stuart Masterson
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In una casa di riposo per anziani, dove si è recata per fare visita alla scontrosa zia del marito, la casalinga Evelyn (Kathy Bates) fa conoscenza con la gioviale Ninny (Jessica Tandy), che le racconta – a più riprese – la storia dell'amicizia fra Idgie (Mary Stuart Masterson) e Ruth (Mary-Louise Parker), due donne che avevano vissuto negli anni trenta del Novecento in un paesino dell'Alabama ormai abbandonato, Whistle Stop, dove gestivano un caffé-ristorante. Tratto da un romanzo di Fannie Flagg (co-sceneggiatrice insieme al regista e a Carol Sobieski), una doppia storia di amicizia al femminile all'insegna dell'anticonformismo, dell'indipendenza e dell'emancipazione, con la narrazione che si alterna fra il racconto di Ninny e le scene ambientate nel presente (in cui la timida e infelice Evelyn impara ad acquistare fiducia in sé stessa), anche se non sempre il meccanismo del flashback risulta efficace. Pur scontando una confezione patinata e un po' ruffiana, la pellicola cattura l'attenzione dello spettatore e si lascia vedere con piacere. La parte più interessante è sicuramente quella ambientata nel passato, grazie soprattutto al personaggio di Idgie, "maschiaccio" ribelle, indipendente e dal carattere forte, che seguiamo attraverso vicende di ogni genere (la morte del fratello cui era legatissima; le scorribande di gioventù, fra treni e case da gioco; l'affetto per Ruth, che giunge a "salvare" da un matrimonio infelice; la gestione del caffé, che diventa il punto di riferimento per tutto il villaggio grazie a ricette culinarie come quella che dà il titolo alla pellicola; la ribellione alla prepotenza maschile e al razzismo dilagante verso i neri). Attorno a loro, vita, nascite, morti, e un gruppo di personaggi coloriti e caratteristici del profondo sud di inizio secolo (il vagabondo, lo sceriffo, il reverendo, i domestici neri, i razzisti del Ku Klux Klan...). Da notare che l'adattamento cinematografico ha scelto di mettere in ombra alcuni degli elementi più scabrosi del romanzo da cui è stato tratto (il cui titolo completo è "Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe"), riducendo ai minimi termini il sottotesto lesbico del rapporto fra Idgie e Ruth, ed eliminando la scena dell'eutanasia di Ruth da parte della domestica di colore. Il film termina lasciando nel dubbio lo spettatore sulla reale identità dell'anziana Ninny, con il sospetto che si tratti di Idgie in persona. Ottime le quattro protagoniste. Nel cast, anche Chris O'Donnell (il fratello di Idgie) e Gailard Sartain (il marito di Evelyn).

17 marzo 2013

L'ultimo boy scout (Tony Scott, 1991)

L'ultimo boy scout (The last boy scout)
di Tony Scott – USA 1991
con Bruce Willis, Damon Wayans
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Joe Hallenbeck (Willis), un tempo un brillante agente dei servizi segreti (che in un'occasione aveva anche salvato la vita al Presidente degli Stati Uniti), è caduto in disgrazia e si guadagna da vivere come detective privato. Assunto come guardia del corpo da una spogliarellista (Halle Berry, allora sconosciuta), non riesce a salvarle la vita: ma indagando insieme a Jimmy (Wayans), fidanzato della ragazza e campione di football la cui brillante carriera si è a sua volta interrotta (è stato messo fuori squadra per uso di droghe), scoverà i responsabili e manderà all'aria il loro tentativo di corrompere un importante politico per legalizzare le scommesse clandestine nello sport professionistico. Scatenato action movie che il fratello di Ridley Scott dirige con polso e talento (si tratta indubbiamente di uno dei suoi film migliori), interpretato da un ispirato Willis che ben tratteggia un personaggio alcolizzato, malinconico e con seri problemi famigliari (la moglie lo tradisce con il suo miglior amico, la figlia tredicenne lo odia) ma che, nonostante tutto, non rinuncia all'etica e alla propria integrità (tanto da meritarsi, da parte di Jimmy, il nomignolo che dà il titolo alla pellicola): in poche parole, una rilettura del "perdente" di tante pellicole noir del passato. Ma il vero punto di forza del film, oltre alle violente e spettacolari scene d'azione (con il climax nello stadio da football), è rappresentato dalla sceneggiatura di Shane Black, un vero fiorilegio di battute e di dialoghi cinici e sarcastici. Non a caso Black è autore anche degli script della serie di "Arma letale" e di "Last Action Hero", tutte pellicole che hanno contribuito a smitizzare l'eroe d'azione, rendendolo irreale e autoironico, meno propenso a prendersi sul serio e più incline a sparare risposte taglienti nella vena dei film di Sergio Leone o dei fumetti dell'Uomo Ragno. Nella scena finale, Joe spiega a Jimmy questa filosofia: "Siamo negli anni novanta, non basta più tirare un cazzotto a qualcuno, bisogna prima dire una frase ad effetto". Buono il cast di contorno: Taylor Negron è il cattivo, Chelsea Field la moglie di Joe, Danielle Harris sua figlia.

15 marzo 2013

Il lato positivo (David O. Russell, 2012)

Il lato positivo (Silver Linings Playbook)
di David O. Russell – USA 2012
con Bradley Cooper, Jennifer Lawrence
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Sabrina.

Reduce da otto mesi di ricovero in un ospedale psichiatrico (gli è stato diagnosticato un disturbo bipolare dopo un improvviso scatto d'ira in seguito alla scoperta del tradimento della moglie Nikki), Pat Solitano si ritrova senza casa e senza lavoro. Torna dunque ad abitare dai genitori e manifesta una nuova filosofia di vita, all'insegna dell'ottimismo e della ricerca del "lato positivo" di ogni cosa. Nonostante tutti gli suggeriscano di voltare pagina, è convinto di poter riallacciare i rapporti con la moglie, che nel frattempo si è trasferita, dimostrandole di essere cambiato e di meritare dunque il suo "perdono". Ma a cambiarlo davvero sarà l'incontro con Tiffany, giovane vedova che dopo la morte del marito è diventata sessuomane e sociopatica: i due parteciperanno insieme a una gara di ballo, e gli sforzi per portare avanti questo progetto – che implica responsabilità, collaborazione e autodisciplina – li faranno non solo trovare un nuovo equilibrio psicofisico, ma anche innamorare. Una gradevole commedia romantica ed esistenzialista, ben scritta (la sceneggiatura si ispira a un romanzo di Matthew Quick) e recitata (notevoli i comprimari, su tutti Robert De Niro nel ruolo del padre di Pat, appassionato tifoso della squadra di football dei Philadelphia Eagles, schiavo delle superstizioni e delle scommesse; ma ci sono anche Jacki Weaver, Chris Tucker, Julia Stiles, John Ortiz, Shea Whigham e Anupam Kher), che però non sfugge alla prevedibilità e all'immancabile lieto fine di ogni classico film romantico o di riscatto, con il culmine nella gara di ballo che sancisce la vittoria finale su più fronti. Se durante la visione riesce a divertire e ad intrattenere per un paio d'ore, una volta terminata non lascia la sensazione di aver assistito a qualcosa di particolarmente profondo, e francamente otto nomination agli Oscar (con una sola statuetta vinta, quella assegnata a Jennifer Lawrence come miglior attrice) sono troppe. Interessante comunque la caratterizzazione del protagonista, che pensa di dover essere "perdonato" dalla moglie e non vede invece le responsabilità di lei. Macchiettistici gli altri personaggi (dallo psicanalista che si trasforma a sua volta in uno scatenato tifoso di football, ai vari amici di Pat). Il titolo originale fa riferimento al quaderno delle tattiche di gioco (Playbook) delle squadre di football, per l'occasione con i bordi delle pagine argentati (Silver Linings) come le buone intezioni di cui è foderata la nuova "strategia di vita" di Pat.

12 marzo 2013

Close Up (Abbas Kiarostami, 1990)

Close Up (Nema-ye Nazdik)
di Abbas Kiarostami – Iran 1990
con Hossain Sabzian, Hossain Farazmand
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli, con Eleonora, Paola, Marta, Sabrina.

Spacciandosi per il celebre regista Mohsen Makhmalbaf (ai tempi reduce dal successo de “Il ciclista”, e in seguito autore di “Viaggio a Kandahar”), un operaio disoccupato (Hossein Sabzian) conquista l'amicizia dei membri di una ricca famiglia di Teheran, gli Ahankhah, e inizia a frequentarli assiduamente, suggerendo di usare la loro casa come set per il suo prossimo film e promettendo anche un ruolo da attore a uno dei figli. Scoperto e arrestato, ammette la truffa ma spiega anche di non aver avuto cattive intenzioni o secondi fini, se non quello di "vivere" nel ruolo che aveva sempre desiderato. Kiarostami ha avuto l'idea di realizzare un film sulla vicenda dopo aver letto la notizia su un giornale. Il risultato è una vertiginosa “riflessione sul potere del cinema”, come l’ha definito Nanni Moretti nel suo cortometraggio “Il giorno della prima di Close Up”; il film più metacinematografico della cinematografia più metacinematografica di tutte, quella iraniana (basti pensare a titoli come “Lo specchio”, “Pane e fiore”, “Sotto gli ulivi” o “Salaam Cinema”); il capolavoro “filosofico” (più che neorealista) del regista; ma anche molto altro (una profonda indagine sull'identità, per esempio, o sull'ossessione per l'arte). A parte le scene del processo, che sono reali (ma Kiarostami era presente con una sua telecamera per riprendere l’udienza, e tutti ne erano consapevoli), il resto è stato ricostruito con l’aiuto degli stessi protagonisti del fatto, che dunque interpretano sé stessi. In poche parole, Sabzian recita nel suolo di sé stesso che recita nel ruolo di Makhmalbaf: come credergli, allora, quando afferma “In questo momento non sto recitando?”. Oltre a lui, però, anche gli altri attori sono contemporaneamente "veri" (interpretano sé stessi, ripropongono ciò che è successo realmente) e "fasulli" (si tratta comunque di una messa in scena): tutti recitano una parte, anche quando in realtà non lo fanno, come in una sorta di "falso documentario". Per questo motivo "Close Up" (il titolo significa "primo piano", "inquadratura ravvicinata": ma non sempre i dettagli si distinguono meglio da vicino!) è un complesso intreccio fra realtà, finzione e metacinema, con tanto di messa in scena spoglia ed essenziale, e persino di "finti" tempi morti – come nella sequenza della lunga attesa dell'autista del taxi davanti alla villa della famiglia Anankhah (con l'interminabile inquadratura della lattina che rotola lungo la strada) – o "finti" problemi tecnici (l'audio che va e viene nella celeberrima scena finale, quella in cui Sabzian e il "vero" Makhmalbaf viaggiano in motorino per le strade di Teheran; da notare che la stessa "trovata" dell'audio difettoso sarà riproposta da Jafar Panahi ne "Lo specchio"). Molto interessante anche il sottotesto sociale, che illustra la forza del cinema e l'importanza che questa forma d'arte investe per ampi strati della popolazione, non importa se si tratta di poveri (come Sabzian) o di benestanti (come gli Ahankhah): per tutti il cinema è una fonte di sogni, di speranze, un modo per allargare la propria visione del mondo e per ampliare i propri orizzonti, anche al punto di ingannare o di lasciarsi (consapevolmente?) ingannare. A un certo punto, alcuni membri della famiglia affermano addirittura di aver presto compreso di trovarsi di fronte a un truffatore, ma di aver continuato a far finta di crederci pur di permettere agli altri parenti (come la madre, per esempio) di proseguire a vivere nel loro sogno. In un paese pieno di difficoltà contingenti (pur ricchi, anche i figli degli Ahankhah hanno problemi nel trovare un lavoro; entrambi sono laureati in ingegneria, ma il maggiore si è adattato a lavorare in un panificio mentre il secondo è disoccupato), l'idea di diventare sia pure per un breve momento un attore o un regista può essere molto allettante: e chissà come i vari personaggi hanno reagito alla richiesta di Kiarostami, quando ha proposto loro di realizzare davvero un film sulla loro vicenda. Nota a margine: divertente l'incipit con il giornalista con il mito di Oriana Fallaci (il film precede di oltre dieci anni l'attentato delle Twin Towers e l'uscita de "La rabbia e l'orgoglio", ovviamente).

11 marzo 2013

Il giorno della prima di Close Up (N. Moretti, 1996)

Il giorno della prima di Close Up
di Nanni Moretti – Italia 1996
con Nanni Moretti
***

Rivisto in DVD, con Eleonora, Paola, Marta, Sabrina.

Un breve documentario in cui Nanni Moretti racconta, in prima persona, la giornata in cui al suo cinema “Nuovo Sacher” di Roma debutta la pellicola iraniana “Close Up” di Abbas Kiarostami (di cui si intravede una sola scena, quella finale). Con la sua autoironica puntigliosità e una maniacale attenzione ai dettagli, Nanni controlla al millimetro le dimensioni dei flani pubblicati sui quotidiani, verifica l’assortimento dei sandwich offerti nel bar del cinema e la disposizione dei libri in vendita nell'atrio della sala, si assicura che la cassiera fornisca al telefono le giuste indicazioni e che “invogli” all’ingresso i clienti che si mostrano riottosi verso un film con i sottotitoli, suggerisce al proiezionista un impercettibile aggiustamento del quadro (“Alza di mezzo quarto di punto... alza di quel poco che io non mi accorga che tu hai alzato”), e infine, prima di andare a dormire, si accerta che il film sia piaciuto e paragona gli incassi a quelli delle altre sale della città (che proiettano blockbuster come “Il re leone” o "Il mostro"). Come sempre Moretti mette in scena tutto sé stesso e riesce a ritrarre la passione estrema per il cinema vista, per una volta, non dal lato della domanda (lo spettatore) ma da quello dell’offerta (l'esercente della sala cinematografica).

06 marzo 2013

Tempesta di ghiaccio (Ang Lee, 1997)

Tempesta di ghiaccio (The Ice Storm)
di Ang Lee – USA 1997
con Kevin Kline, Joan Allen
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Agli inizi degli anni settanta, in una cittadina del Connecticut, due famiglie dell’alta borghesia vivono una crisi su più livelli. Ambientato in un periodo tumultuoso della storia americana, fra mutamenti politici (in televisione imperano Nixon e il caso Watergate), sociali (è l’epoca della rivoluzione sessuale, degli scambi di coppia e del libero consumo di droghe) e generazionali (l’incomunicabilità fra genitori e figli, le cui esperienze scorrono su binari paralleli), il quinto film di Ang Lee (alla sua seconda regia “occidentale”, dopo “Ragione e sentimento”) è un ritratto profondo ed esistenzialista del malessere “privato” dell’America, scritto da James Schamus (lo sceneggiatore di fiducia di Lee) a partire da un romanzo di Rick Moody. Il sedicenne Paul Hood (Tobey Maguire) torna a casa dal college per trascorrere in famiglia il giorno del Ringraziamento. Il padre, Ben (Kevin Kline), tradisce la moglie Elena (Joan Allen) con l’amica Janey Carver (Sigourney Weaver). Elena, dal suo canto, soffre di depressione e ha inclinazioni cleptomani simili a quelli dell’altra figlia, la quattordicenne Wendy (Christina Ricci), una ribelle in piena tempesta adolescenziale che sta cominciando a scoprire e a sperimentare il sesso con i due figli dei Carver, il curioso e intelligente Mikey (Elijah Wood) e l’apatico e distruttivo Sandy (Adam Hann-Byrd). Noia e disillusione fra gli adulti, confusione e paura fra i ragazzi, portano le due famiglie sull’orlo della catastrofe (esemplare la mancanza di comunicazione fra genitori e figli, perfettamente rappresentata dalla scena in cui Ben prova inutilmente a intavolare un discorso sul sesso con il figlio Paul). Tutti i nodi verranno al pettine nella notte in cui la pioggia e le temperature gelide daranno origine all’insolita “tempesta di ghiaccio” che dà il titolo alla pellicola. Ma la tragedia finale, che si riflette nella gelida indifferenza della natura, potrà forse servire a scuotere almeno in parte le loro coscienze (con il riavvicinamento, finalmente, dei membri della famiglia Hood). La collocazione temporale è rafforzata dall’inserimento nel film di elementi storici, sociali e culturali (Nixon in tv, il film “Gola profonda”; un albo dei “Fantastici Quattro” che Paul legge come metafora del ruolo della famiglia, un manifesto di “Jesus Christ Superstar”, la musica di Frank Zappa e David Bowie). Grandioso il cast, fra attori affermati che danno vita a interpretazioni intense e sofferte (Kline, Allen, Weaver) e giovani promesse che negli anni a venire dimostreranno tutte le loro potenzialità (Ricci, Wood, Maguire, più Katie Holmes e David Krumholtz). L’ottima colonna sonora gioca con le sonorità degli anni settanta, mentre la fotografia di Frederick Elmes contribuisce a creare la giusta atmosfera. E poi c’è la regia di Lee, lucida e controllata, con un’ottima direzione degli attori e un fermo controllo sulla materia trattata, a dimostrazione di un talento davvero versatile.