22 luglio 2017

Il giorno degli zombi (George A. Romero, 1985)

Il giorno degli zombi (Day of the Dead)
di George A. Romero – USA 1985
con Lori Cardille, Terry Alexander
***

Visto in DVD.

L'invasione di zombi cannibali ha ormai spazzato via gran parte della civiltà: le città sono deserte e i pochi sopravvissuti vivono in gruppi isolati e sotto assedio. In una base sotterranea in Florida, un ristretto gruppo di militari e scienziati cerca di trovare una cura all'epidemia che ha sconvolto il pianeta. Ma i progressi del dottor Logan (Richard Liberty), soprannominato "dottor Frankenstein" per via dei suoi mostruosi esperimenti sui cadaveri, che spera di riuscire ad addomesticare o "educare" i mostri per controllarli in qualche modo, non sono apprezzati dal comandante della base, l'ottuso e autoritario capitano Rhodes (Joseph Pilato), che spera in una soluzione più rapida e radicale. Dopo "La notte dei morti viventi" e "Zombi", George Romero completa la sua trilogia zombesca (anche se più tardi ci ripenserà e sfornerà altri tre film) con un altro grande lungometraggio, appena meno epocale dei precedenti, nel quale mostra come anche in un microcosmo di una decina di persone il peggio dell'uomo finisca col tornare fuori. Al punto che quasi si fa il tifo per gli zombi quando, nel finale, invadono la base e si scatenano contro i suoi abitanti. Visivamente impressionante (gli effetti speciali di Tom Savini sono sempre più gore ed espliciti), violento negli assunti e negli sviluppi, e concettualmente significativo anche a livello politico (erano gli anni dell'imperialismo reaganiano), il film mette in scena senza filtro la follia e le paure dell'animo umano (dagli incubi di Sarah, unica donna del gruppo, alle minacce e alle ingiurie di Rhodes, che non si fa scrupolo di uccidere chi mette in dubbio la sua autorità), con la divisione in fazioni persino in una situazione di emergenza che non può che portare al caos e alla (auto)distruzione. Memorabile il personaggio di Bub (un grande Sherman Howard), lo zombi su cui il dottor Logan compie i suoi esperimenti, che ricorda ancora emozioni o frammenti della sua vita precedente e che nel finale – in un clamoroso capovolgimento di ruoli – insegue e uccide a revolverate il militare cattivo. Come al solito, Romero fa tutto prima di tutti (e meglio): le sue pellicole di zombi si rivelano sempre ben più che semplici horror, e influenzeranno tutto ciò che verrà in seguito (a partire da "The Walking Dead"). Persino il "lieto fine" sull'isola deserta risuona come una resa o uno sberleffo finale. Inizialmente il film avrebbe dovuto essere più lungo e ambizioso, ma il regista dovette fare i conti con una riduzione del budget. Contemporaneamente alla sua uscita nelle sale, John Russo (co-sceneggiatore della prima pellicola della serie) e Dan O'Bannon realizzarono a loro volta un sequel, "Il ritorno dei morti viventi", che diede vita a una fortunata saga parallela.

20 luglio 2017

Zombi (George A. Romero, 1978)

Zombi (Dawn of the Dead)
di George A. Romero – USA/Italia 1978
con Ken Foree, Scott H. Reiniger
***1/2

Rivisto in DVD.

Dieci anni dopo il primo film sui "morti viventi", Romero rivisita il genere che gli aveva dato la notorietà, realizzando forse il miglior zombie-movie di tutti i tempi: un sequel epocale e del tutto autonomo, che rispetto al prototipo mostra gli effetti dell'invasione degli zombi su scala più ampia, oltre a presentare letture metaforiche ben più esplicite dell'originale. A parte l'incipit in media res (al fenomeno che riporta in vita i morti sotto forma di zombi affamati di carne umana non viene data alcuna spiegazione, se non la celebre frase "Quando all'inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla Terra"), l'intero film si svolge infatti in un enorme mall, o centro commerciale (che i dialoghi italiani dell'epoca si premurano di descrivere a uno spettatore che forse non li conosceva: "uno dei quei grandi complessi di negozi e supermercati"), fra le cui corsie si aggirano orde di zombi immemori, costretti dall'istinto a tornare in quei luoghi che significavano così tanto per loro quando erano in vita. La metafora del consumismo non potrebbe essere più esplicita, e permea l'intera pellicola a più livelli. Anche i quattro protagonisti – due membri delle squadre speciali della polizia, Peter (Ken Foree: come nel primo film, il leader del gruppo è un nero) e Roger (Scott H. Reiniger), e due giornalisti di una stazione televisiva, Stephen (David Emge) e Jane (Gaylen Ross) – barricatisi nel negozio dopo essere fuggiti in elicottero da una Filadelfia ormai in preda (come quasi tutto il Nord America) all'apocalittica invasione, approfittano della situazione per fare man bassa di tutta la merce che potrebbe servire loro, al punto da condurre per breve tempo una vita quasi lussuosa e spensierata: non a caso si rifiuteranno di condividere queste risorse con la banda di razziatori che assalta il centro commerciale nel finale, dando vita a un conflitto dove gli zombi diventano praticamente dei terzi incomodi. Tutt'altro che mostri inarrestabili, i "morti viventi" camminano come automi, con movimenti lenti e incerti, ma fanno paura perchè rispecchiano l'uomo a livello istintuale, aggirandosi instancabili in quelli che una volta erano i templi della civiltà (e del consumismo, appunto). Gli scienziati hanno un bel dire che si tratta di "una nuova specie": in realtà gli zombi siamo noi stessi, e – come recita il memorabile e inquietante prete con una gamba sola, all'inizio del film – "quando i morti camminano, bisogna smettere di uccidere o si perde la guerra". Naturalmente, c'è anche spazio per questioni razziali e morali, come racconta la scena dell'irruzione degli SWAT nel caseggiato di "negri e portoricani" che si rifiutano di distruggere o conseguare i cadaveri dei loro cari. Rispetto al primo episodio, anche la confezione fa un notevole salto di qualità, e non soltanto per il passaggio dal bianco e nero al colore (notevole il make up degli zombi, che dona loro un colorito bianco-verdastro, opera di Tom Savini così come gli effetti speciali estremamente sanguinolenti e gore) e per una regia solida e claustrofobica, ma anche per le scene d'azione, le scenografie e un montaggio che genera tensione ininterrotta. Savini recita anche nei panni di un motociclista e di uno zombi, mentre John Landis è lo scienziato in tv con la benda sull'occhio. Dario Argento (che aiutò Romero a ottenere i finanziamenti necessari, e che è accreditato come "script consultant"), curò l'uscita della versione internazionale, che comprende una colonna sonora ad opera dei Goblin. Nel 1985 Romero realizzerà quello che avrebbe dovuto essere il capitolo finale della sua trilogia, "Il giorno degli zombi", in seguito trasformata in esalogia. "Zombi 2" e "Zombi 3" di Lucio Fulci sono invece sequel non ufficiali.

18 luglio 2017

La notte dei morti viventi (G. Romero, 1968)

La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead)
di George A. Romero – USA 1968
con Duane Jones, Judith O'Dea
***

Rivisto in divx, per ricordare George Romero.

Una misteriosa epidemia fa risorgere i cadaveri sotto forma di "morti viventi", affamati di carne umana. Un gruppo di sopravvissuti, barricati in una casa isolata presso un cimitero in Pennsylvania, cerca di resistere per tutta la notte al loro assedio. George Romero (anche direttore della fotografia e, con John A. Russo, sceneggiatore e montatore), fino ad allora filmmaker per la pubblicità e la tv, esordisce alla regia con un B-movie autoprodotto che non soltanto diventerà un film di culto, capace di influenzare il cinema horror e l'intera cultura occidentale con le sue inquietudini e i suoi sottotesti, ma darà vita a un nuovo e fortunato filone dell'immaginario fantastico, ancora frequentatissimo ai giorni nostri (anche in tv, nei fumetti e nei videogiochi: si pensi alle serie di "Resident Evil" o "The Walking Dead"). In questo primo film, la parola zombi (o zombie, all'inglese) in realtà non compare mai: ma è evidente che l'ispirazione – oltre che dal romanzo "Io solo leggenda" di Richard Matheson – nasca dalle leggendarie creature della tradizione folkloristica di Haiti (fino ad allora relegate al setting caraibico ma già protagoniste di pellicole come "Ho camminato con uno zombi" e nei fumetti con personaggi come il "Gongoro" di Carl Barks). Romero però rivisita il mito a modo suo, innanzitutto spogliandolo dalle radici dei riti voodoo (qui una possibile spiegazione del fenomeno che riporta in vita i morti è fornita sotto forma delle radiazioni emesse da una sonda spaziale inviata dalla NASA verso Venere) e poi caratterizzando i mostri in maniera originale e terrificante: la camminata lenta e strascicata, l'insaziabile appetito, l'apatia e il comportamento meccanico sono tutti fattori che contribuiranno a formare l'idea di zombi nell'immaginario collettivo (tanto che la parola stessa entrerà a far parte del linguaggio comune con il significato di persona apatica o assente).

Gli zombi di Romero, privi di intelligenza e mossi solo da istinto animale e fame atavica, rappresentano forze primarie e istintuali, di cui è fin troppo facile aver paura, anche perché espongono o infrangono quasi tutti i più temuti tabù della nostra società (il cannibalismo, la morte, i legami famigliari: scene come quella della bambina che uccide la madre fecero scalpore). Questi mostri temono solo il fuoco, e possono essere definitivamente uccisi soltanto da esso (o da un colpo in testa, visto che la riattivazione del cervello è ciò che li fa risorgere). La loro minaccia è fisica e concreta, sono assenti significati soprannaturali. Ma naturalmente non mancano le metafore, a tratti persino sovversive: se alcuni critici ci hanno visto riferimenti alla guerra fredda o al conflitto in Vietnam, altri ci hanno letto una critica al razzismo (significativo che "l'eroe" del film sia nero, ma ancora più significativo che nei dialoghi non vi si faccia mai riferimento) o in generale ai rapporti umani. Girato in bianco e nero, con attori sconosciuti (molti erano amici di Romero o addirittura co-finanziatori della pellicola) e con pochi mezzi a disposizione, il film riesce a costruire una tensione palpabile e inquietante grazie non solo alla violenza esplicita (che scatenò forti polemiche all'epoca) ma anche alla maestria del regista, che si rifà agli stilemi del muto (in particolare dell'espressionismo tedesco) con le sue immagini sghembe, le soggettive, i giochi di ombre e i primi piani. Le atmosfere, fra gli altri, ispireranno Sam Raimi e Dylan Dog. Memorabile il finale shockante e a sorpresa, beffarda risoluzione di una vicenda cupa e progressivamente più disperata. L'enorme successo al botteghino genererà cinque sequel "ufficiali" diretti dallo stesso Romero (a partire mitico "Zombi" del 1978), una serie "parallela" (da "Il ritorno dei morti viventi" di Dan O'Bannon del 1985) e svariati remake (fra cui quello di Tom Savini nel 1990). Curiosità: il film doveva inizialmente uscire con il titolo "Night of the Flesh Eaters". Quando questo fu cambiato, per errore venne eliminata anche la didascalia del copyright, rendendo così i diritti della pellicola di dominio pubblico.

17 luglio 2017

Salva e custodisci (Aleksandr Sokurov, 1989)

Salva e custodisci (Spasi i sokhrani)
di Aleksandr Sokurov – URSS 1989
con Cécile Zervudacki, Robert Vaap
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Sposata a un rozzo medico di campagna, l'infelice Emma (Zervudacki) si concede "sprazzi di vita" con una serie di amanti: prima un aristocratico (che la abbandonerà) e poi un giovane studente (per frequentare il quale si indebiterà fortemente). Alla fine, folle e disperata, sceglierà il suicidio, avvelenandosi con l'arsenico. Sokurov rilegge la "Madame Bovary" di Flaubert a modo suo, ambientandola nei desolati scenari dell'Asia centrale e concentrandosi sul vissuto interiore e le ossessioni della protagonista (una donna dal comportamento infantile e del tutto slegata dalla realtà, che sogna di vivere a Parigi e parla francese mentre tutti coloro intorno a lei parlano il russo), a parte piccole divagazioni sul marito (un medico incompetente che sbaglia spesso diagnosi e che non presta la dovuta attenzione alla moglie, fino al punto da fidarsi ingenuamente di tutto ciò che fa o che gli dice). L'interprete dona al personaggio un'aria costantemente spaesata, spesso avvizzita e annoiata, a volta scossa da improvvisi lampi di interesse e di felicità, recitando anche con il corpo nudo nelle numerose scene di intimità. La fotografia di Sergej Jurizditskij, luminosa e pittorica, ha una certa qualità surreale, e l'atmosfera è onirica e ipnotica, mentre le scenografie sono colme di piccoli dettagli che la luce mette in risalto (le piume sparse nella camera da letto, le mosche che camminano sul cibo, gli scenari naturali che circondano il villaggio), fino al funerale della donna con l'enorme bara di metallo (che ne contiene, come bambole russe, altre due di quercia e di mogano: come a volersi separare il più possibile da tutto ciò che l'ha circondata): ma al termine della cerimonia, nell'ultima inquadratura, Sokurov ci mostra Emma misteriosamente ancora viva e in casa sua (ma forse è solo la sua anima, che non ha saputo abbandonare il mondo). Il titolo proviene da una preghiera cristiano-ortodossa.

15 luglio 2017

Civiltà perduta (James Gray, 2016)

Civiltà perduta (The Lost City of Z)
di James Gray – USA 2016
con Charlie Hunnam, Robert Pattinson
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

All'inizio del Novecento, il maggiore Percy Fawcett dell'esercito britannico (Charlie Hunnam) viene inviato in Amazzonia dalla Royal Geographic Society allo scopo di mappare con precisione il confine fra Bolivia e Brasile, nella speranza di evitare una guerra. Durante la sua missione, l'uomo rinviene tracce di un'antica civiltà proprio nel bel mezzo della foresta inesplorata. E negli anni successivi (la pellicola si svolge nell'arco di tre decenni) organizzerà diverse spedizioni alla ricerca di una supposta città perduta, da lui chiamata "Z". Ostacoli di ogni tipo (indios più o meno ostili, sompagni di viaggio inaffidabili, la natura selvaggia, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale che lo vedrà combattere nella battaglia delle Somme) e i legami famigliari (a ogni partenza è costretto a lasciare in Inghilterra la moglie Nina e i figli) non fermeranno la sua ossessione e la sua sete di conoscenza: l'ultima spedizione la effettuerà da solo in compagnia del figlio Jack (Tom Holland), ormai cresciuto, e avrà un epilogo inaspettato. Ispirata a una celebre storia vera (la stessa che a suo tempo ispirò "Il mondo perduto" di Arthur Conan Doyle: qui Gray si è rifatto a un libro del giornalista David Grann) e girata con maestria e una regia solidissima e vecchio stile (sembra quasi si trovarsi di fronte a un film del passato!), una pellicola altamente simbolica e metaforica sul tema della ricerca e dei sogni da realizzare. Il protagonista è un coraggioso visionario, che inizia i suoi viaggi spinto dal desiderio di gloria e di ricchezza (sia pure non per motivi egoistici, ma per dare stabilità alla propria famiglia) e diventa man mano un novello Ulisse, disposto ad affrontare rischi e pericoli pur di giungere a una sempre migliore conoscenza. Come tutti i visionari, poi, non ha timore nello sfidare i pregiudizi e le convinzioni di chi lo circonda (come l'opinione arrogante degli occidentali sugli indios "selvaggi"). A tratti risuonano echi di Herzog, favoriti certo anche dall'ambientazione: si pensi ad "Aguirre" (nelle numerose scene sul fiume, nei riferimenti ai Conquistadores e ad Eldorado, nella pazzia che progressivamente si fa strada in alcuni compagni di Fawcett) e a "Fitzcarraldo" (nella scena in cui, all'improvviso e inaspettatamente, nel bel mezzo della giungla si odono le note di un'opera lirica: a proposito, il fatto che si tratti del "Così fan tutte" di Mozart è certo impalusibile storicamente – sarebbe stato più credibile un titolo tardo-ottocentesco – ma evidentemente Gray non ha saputo resistere alla citazione del verso sul medico che "vale un Perù"!). Un film lungo, fluviale, dalla struttura strana e ripetitiva (fatta di false partenze, arresti, nuovi tentativi) e che racconta in fondo ben altro rispetto a quello che apparentemente mostra sullo schermo (il che spiega anche come mai Gray, che finora aveva realizzato soltanto film ambientati a New York e in gran parte in epoca contemporanea, abbia scelto di dirigerlo). La ricerca di Z è tutta interiore, tanto che Fawcett ritrova la città (e la giungla, e gli indios, e la sua stessa famiglia: tutto quello che ha imparato ad amare perché ha saputo accogliere dentro di sé) soprattutto nei ricordi, nei suoi sogni, nei pensieri, a prescindere da dove si trovi (che sia in Inghilterra, in viaggio o nelle trincee durante la guerra). Finale evocativo e sublime, che spiega a suo modo la misteriosa scomparsa dell'esploratore. La colonna sonora, a base di musica classica (fra gli altri Stravinsky, Ravel, Strauss, Beethoven, Bach), si dipana per lo più in sottofondo, spesso appena percettibile. Sienna Miller è la moglie di Fawcett, Robert Pattinson è il suo fedele assistente Henry Costin, Angus Macfadyen è l'infido James Murray. Breve apparizione per Franco Nero (nei panni del Barone de Gondoriz, uno dei signori della gomma).

13 luglio 2017

Spider-Man: Homecoming (Jon Watts, 2017)

Spider-Man: Homecoming (id.)
di Jon Watts – USA 2017
con Tom Holland, Michael Keaton
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Dopo la popolare versione di Sam Raimi (tre film dal 2002 al 2007) e quella fallimentare di Marc Webb (due film nel 2012 e 2014), questo è il terzo reboot in quindici anni per l'Uomo Ragno (chiamato ormai in pianta stabile con il nome originale Spider-Man per questioni di marketing). E si tratta di un "ritorno a casa" in tutti i sensi, visto che il personaggio viene inglobato definitivamente nell'Universo Cinematico Marvel, dopo la comparsata già fatta in "Captain America: Civil War" (di cui rivediamo alcune scene dal punto di vista di Peter Parker... o meglio, della sua videocamera nascosta: un rimando all'abitudine che il personaggio ha, nei fumetti, di scattare foto di sé stesso mentre è in azione). Il film è infatti realizzato interamente, dal punto di vista creativo, dai Marvel Studios, che non perdono l'occasione per legarlo a doppio filo con le pellicole degli Avengers (l'arsenale dei cattivi ha origine dalla tecnologia aliena rimasta sulla Terra dopo la battaglia del primo film dei Vendicatori), come dimostrano le partecipazioni di Tony Stark/Iron Man (Robert Downey Jr.), Happy Hogan (Jon Favreau), Pepper Potts (Gwyneth Paltrow) e Captain America (Chris Evans, in una serie di buffi video motivazionali per le scuole, uno dei quali rappresenta l'easter egg dopo i titoli di coda). Le aspirazioni del giovane Peter Parker/Spider-Man (di cui ci viene risparmiata l'origine: tanto tutti la conoscono) per l'intera pellicola, in effetti, sono proprio quelle di entrare a far parte in pianta stabile del potente gruppo di supereroi fondato da Stark (il quale gli ha procurato il costume high-tech che sfoggia). E più che una lezione sulla responsabilità, per una volta la sua è una lezione sull'umiltà (il fatto che gli venga impartita, sia pure inconsapevolmente, da un mentore arrogante come Tony è ironico ma significativo). Peter aprà infatti imparare a mantenere i piedi per terra, accettando il suo ruolo di eroe "piccolo" ed urbano, di "amichevole Uomo Ragno di quartiere" ("friendly neighborhood Spider-Man", recitava uno dei versi della canzone degli anni sessanta, il cui tema si può udire all'inizio del film). Se la pellicola è realizzata dalla Marvel (ovvero dalla Disney), i diritti cinematografici del personaggio restano però in mano alla Sony, che attraverso la Columbia ci ha messo i soldi: è un caso più unico che raro di collaborazione fra due major hollywoodiane. Insolito anche l'accordo per la ripartizione dei ricavi: a Sony/Columbia andranno gli incassi in sala, a Disney/Marvel quelli del merchandising. Inutile dire che entrambi si prevedono copiosi.

A livello di contenuti, il film mi è parso il più fedele allo spirito (se non alla lettera) del fumetto originale di Stan Lee e Steve Ditko, di cui riprende quasi tutti gli elementi fondanti e caratteristici, attualizzandoli certo agli anni Duemila ma senza tradirli (come aveva fatto Raimi) o banalizzarli (come aveva fatto Webb). Innanzitutto l'ambientazione scolastica, che si riflette nella giovane età del personaggio, forse lo Spider-Man più giovane mai visto sullo schermo. Peter ha quindici anni, ama la scienza, è un nerd (magnifiche le sue t-shirt con battute su fisica e chimica), isolato e deriso dai compagni di classe più integrati (come Flash), che ha l'unico amico nel grassottello Ned (Jacob Batalon). La sua crescita è tutta interiore, i suoi problemi sono quelli di molti adolescenti, e per fortuna, nonostante la leggerezza e la vena scanzonata (il film è quasi una commedia), siamo ben lontani dalle storture cool e young adult della precedente versione (i due "Amazing Spider-Man" rimangono fra i peggiori film sul personaggio mai realizzati). Si respira il senso di novità, come nelle primissime storie di Ditko. Il Peter interpretato da Tom Holland (una ventata di aria fresca, dopo l'antipatico Tobey Maguire e il pessimo Andrew Garfield) è credibile, timido e impacciato ma pieno di energia e di passione, insicuro di sé ma sfrontato quando serve, diviso in due sotto ogni aspetto (la ragazza che ama, Liz, è una fan di Spider-Man, al punto da essere tentato di rivelarle la sua vera identità). E quando serve, sa compiere le decisioni giuste, anche a costo di sacrificare la propria felicità personale. Forse i puristi storceranno il naso per il casting che stravolge aspetto, etnia, età e ruolo narrativo di tanti celebri comprimari dei comics, da Ned, appunto, al bullo Flash, da Liz (Laura Harrier, il primo amore di Peter) a Betty, e persino a una zia May (interpretata da Marisa Tomei) che, come avevamo già visto in "Civil War", è ben più giovane e in salute della vecchietta decrepita dei fumetti; ma io non ci vedo nulla di male, anzi. E comunque, il fatto che i cognomi Leeds, Allan e Thompson non vengano mai citati (per non parlare del mini-twist a proposito di un'altra compagna di classe, Michelle) potrebbe permettere in futuro di reintrodurne versioni più canoniche. Qui, se non altro, la mancanza del cognome Allan consente il discreto colpo di scena sull'identità del padre di Liz.

A proposito, non ho parlato finora del villain della pellicola. Si tratta di Adrian Toomes, alias l'Avvoltoio, in una versione anch'essa high-tech (le sue ali sono il frutto della tecnologia aliena di cui sopra), interpretato da un brillante Michael Keaton – di ritorno ai supereroi alati dopo "Birdman" – che dona al personaggio sfaccettature e umanità presenti raramente (o solo in parte) nella sua versione fumettistica (vedi anche la scena finale in prigione). I cineasti hanno giustamente preferito non ricorrere ai nemici dell'Uomo Ragno che si erano già visti nei film precedenti (Goblin, Doc Ock, Venom, Lizard, Electro, ecc.), anche se tecnicamente si tratta di un altro universo e dunque non ci sarebbero state controindicazioni a usarli. Per loro, probabilmente, basterà aspettare qualche anno. Della banda guidata dall'Avvoltoio, comunque, fanno parte (in versioni rivedute e corrette) anche Shocker (sono due gli uomini che si danno il cambio sotto questo nome), lo Scorpione/Mac Gargan e il Riparatore/Phineas Mason (anche se all'inizio, visto che tutti facevano parte di un team impegnato in lavori edili, quasi mi aspettavo che si trattasse della Squadra di Demolizione). Solo i più accaniti fan dei comics riconosceranno invece nel ladruncolo Aaron Davis (Donald Glover) lo zio di Miles Morales, lo Spider-Man alternativo e afro-ispanico. E a proposito di strizzatine d'occhio, la sequenza in cui Peter rimane intrappolato sotto un enorme cumulo di macerie e deve ricorrere a tutta la sua forza di volontà per venirne fuori fa riferimento ad alcune amatissime pagine disegnate da Steve Ditko nel 1966 (nel numero 33 di "Amazing Spider-Man", per la precisione). Fra le scene che mi hanno convinto meno, quella davvero implausibile del traghetto diviso in due, anche se consente la gag del passeggero che per un breve attimo applaude Spider-Man, prima di cambiare idea (il fatto che l'Uomo Ragno fosse benvoluto dai newyorkesi era uno degli aspetti che meno ho amato nei film di Raimi: qui, per fortuna, l'eroe è temuto o al limite snobbato dall'opinione pubblica). Divertente invece la sequenza (anch'essa mutuata dai comics) di Spider-Man come un pesce fuor d'acqua nei quartieri periferici della città, dove mancano i grattacieli ai quali attaccarsi con la ragnatela. Come sempre, al cinema molti scoprono con estrema facilità la vera identità di Peter (qui Ned, Toomes e, proprio alla fine, zia May). Ma a parte questi piccoli dettagli, siamo di fronte a uno dei più soddisfacenti (e divertenti) adattamenti di un personaggio così iconico e popolare. Il film introduce nel MCU anche il Damage Control. Stan Lee appare nel suo consueto cameo come uno dei vicini alla finestra che si lamentano di Spider-Man.

12 luglio 2017

Il soldato americano (R. W. Fassbinder, 1970)

Il soldato americano (Der Amerikanische Soldat)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Karl Scheydt, Elga Sorbas
**

Visto in divx.

Richard Murphy (Karl Scheydt), killer tedesco da tempo emigrato in America (chiamato "soldato" nel titolo perché ha combattutto in Vietnam), torna a Monaco dopo diversi anni per eseguire una serie di contratti. Fra un omicidio e l'altro, trova il tempo di salutare l'amico di un tempo Franz Walsch (Fassbinder stesso, non accreditato) e di fare una breve visita alla madre alcolizzata e al fratello psicolabile (Kurt Raab). Quando chiede una ragazza alla reception dell'albergo in cui alloggia, uno dei detective che lo hanno assoldato (Jan George) gli fa mandare in camera la sua compagna Rosa (Elga Sorbas) per sorvegliarlo più da vicino. La donna finisce per innamorarsene e vorrebbe fuggire con lui, ma Richard la uccide. La resa dei conti sarà inevitabile. Terzo (e ultimo) capitolo della saga di Franz Walsch (dopo "L'amore è più freddo della morte" e "Dei della peste"), un lento pseudo-noir nichilista ed esistenzialista, colmo di rimandi e richiami (a volte freddamente ironici) ai gangster movie made in USA (un riferimento evidente è Sam Fuller, il cui cognome è dato all'informatrice Magdalene), girato in un algido bianco e nero e ambientato in un mondo cupo, misogino e privo di affetti (dove le donne, in particolare, non hanno scampo dai maltrattamenti e dalla violenza: vedi anche la cameriera dell'albergo, interpretata da Margarethe von Trotta, che finisce col suicidarsi nell'indifferenza di tutti per una delusione d'amore) e dove l'unico valore rimasto è l'amicizia. Anche se non si tratta dell'ultimo film dell'Antiteater, la morte di Walsch/Fassbinder simboleggia un po' la fine di quell'esperienza: dopo ben dieci film in tre anni, dal 1971 il regista comincerà una nuova fase della sua carriera, dalle ambizioni più "cinematografiche" e sempre più acclamata dalla critica. La vicenda raccontata dalla Von Trotta nel suo soliloquio sarà portata sullo schermo da RWF quattro anni più tardi (nel film "La paura mangia l'anima"). Il tema musicale è opera del produttore Peer Raben, autore anche della canzone (con testi di Fassbinder) sull'interminabile sequenza finale.

11 luglio 2017

Si sente il mare (T. Mochizuki, 1993)

Si sente il mare (Umi ga kikoeru)
di Tomomi Mochizuki – Giappone 1993
animazione tradizionale
**

Visto in TV.

In occasione di una rimpatriata con i compagni delle scuole superiori, il giovane studente universitario Morisaki torna con la mente al suo primo amore: Rikako, una ragazza che si era trasferita da Tokyo a Kochi (città nell'isola di Shikoku) in seguito al divorzio dei suoi genitori, e che non era mai riuscita pienamente a integrarsi nel nuovo ambiente, aprendosi soltanto con lui e con il suo miglior amico Matsuno. Sentimenti, incomprensioni, amori e bisticci adolescenziali e scolastici, in una pellicola (la prima dello Studio Ghibli non diretta da Miyazaki o Takahata) prodotta per la tv. La vena è delicata e realista, sul filo dei ricordi e della malinconia, ma senza alcun volo di fantasia o momenti memorabili. Anche perché le situazioni sono ben poco originali (forse per favorire l'immedesimazione della maggior parte di spettatori possibile), i protagonisti hanno scarsa personalità e la versione italiana è praticamente inguardabile per via dell'indecente adattamento dei dialoghi di Gualtiero Cannarsi. Bella la canzone sui titoli di coda (il cui tema è ricorrente nella colonna sonora).

10 luglio 2017

Ceremony (Max Winkler, 2010)

Ceremony (id.)
di Max Winkler – USA 2010
con Michael Angarano, Uma Thurman
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Coinvolgendo anche il fragile e inconsapevole amico Marshall (Reece Thompson), l'immaturo Sam (Angarano), mediocre scrittore di libri per bambini, si introduce alla festa che precede il matrimonio di Zoe (Thurman) con il borioso regista Whit (Lee Pace), nella speranza che la ragazza, con cui aveva trascorso una notte d'amore tempo prima, mandi a monte la cerimonia per tornare da lui. Ma l'illusione dovrà scontrarsi con la realtà. Opera prima del figlio di Henry "Fonzie" Winkler (anche sceneggiatore), una gradevole commedia che gioca con i cliché delle pellicole romantiche senza fortunamente mai adagiarvisi del tutto: anzi, tende a rifuggerli, compreso l'obbligo del lieto fine (che semmai resta in sospeso). Personaggi eccentrici, situazioni bizzarre, una riuscita commistione fra romanticismo e cinismo, e una sceneggiatura che giostra i numerosi personaggi senza divagare o perdere di vista il tema centrale: e anche dietro quelli più "cazzoni" e prettamente comici – come Teddy (Jake Johnson), il fratello scapestrato e perennemente ubriaco di Zoe – c'è un velo di amarezza. Qualche battuta divertente, una buona colonna sonora (Kate Bush, fra gli altri) e la bellezza di Uma Thurman (e di Rebecca Mader) completano il tutto.

8 luglio 2017

Crimson Peak (Guillermo del Toro, 2015)

Crimson Peak (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2015
con Mia Wasikowska, Tom Hiddleston, Jessica Chastain
**

Visto in TV.

Alla fine dell'ottocento, la giovane americana Edith (Wasikowska), ereditiera e aspirante scrittrice, sposa il baronetto inglese Thomas Sharpe (Hiddleston) e si trasferisce a vivere con lui e con sua sorella Lucille (Chastain) nel decadente castello di famiglia. La ragazza ignora che Thomas l'ha sposata solo per il suo denaro (con il quale intende rimettere in funzione la miniera di argilla rossa che si trova sotto la sua proprietà) e che, con la complicità di Lucille, progetta di avvelenarla, proprio come ha fatto con le sue precedenti spose. Per sua fortuna, Edith può contare sull'aiuto dei fantasmi: quello della madre, che la mette in guardia dai pericoli, e quelli delle donne già uccise dai due fratelli. A metà strada fra la favola di Barbablù e le ghost story ottocentesche sulle case infestate (ma i fantasmi sono usati in maniera decisamente originale: non è da loro che la protagonista deve guardarsi), una fiaba dark e horror condita da misteriose presenze soprannaturali e inquietanti sottotesti incestuosi (il rapporto morboso fra Thomas e la sorella). Come sempre nei lavori di del Toro, però, l'aspetto preponderante è quello visivo: la fotografia ipersatura mette in forte evidenza i colori (quasi come in "Suspiria"), in particolare il rosso dell'argilla che permea il terreno su cui sorge il castello degli Sharpe e che evoca naturalmente il sangue. Ma rispetto a lavori come "Il labirinto del fauno", c'è molta meno fantasia, l'atmosfera si fa subito stantia, e anche il contesto storico ha relativamente poca importanza. Nel cast anche Charlie Hunnam (il medico/investigatore) e Jim Beaver (il padre di Edith).

6 luglio 2017

Anno 2670 - Ultimo atto (J. Lee Thompson, 1973)

Anno 2670 - Ultimo atto (Battle for the Planet of the Apes)
di J. Lee Thompson – USA 1973
con Roddy McDowall, Paul Williams
*1/2

Visto in divx.

Quinto e ultimo film della serie originale de "Il pianeta delle scimmie", quella prodotta da Arthur P. Jacobs (che fece uscire praticamente un film all'anno: qui per la prima volta il regista è lo stesso dell'episodio precedente). Anche in questo caso, il titolo italiano è parzialmente fuorviante: la storia si svolge soltanto una ventina d'anni dopo il quarto lungometraggio, cioè all'inizio del ventunesimo secolo, ma è raccontata in flashback da un orango, il Legislatore (interpretato da John Huston, e menzionato già nel primo film), appunto nel 2670. Dopo la conclusione di "1999 - Conquista della Terra", una guerra nucleare ha sconvolto il pianeta, radendo al suolo tutte le città e distruggendo la civiltà umana. Lo scimpanzé Cesare (McDowell) ha guidato fuori da New York un gruppo di superstiti – sia umani che scimmie – e ha creato una comunità agricola (ci sono anche case sugli alberi) dove vivere in armonia (a patto che gli uomini non usino la parola "No!"). Ma la pace è messa a repentaglio da un lato dalla bellicosità del generale Aldus (Claude Akins), gorilla guerrafondaio che vorrebbe prendere il potere e sterminare tutti gli uomini, e dall'altro dagli ultimi superstiti dell'esercito umano che, nonostante sia contaminata dalla radioattività e ribattezzata la Città Morta, abitano ancora a New York, guidati dal governatore Kolp (Severn Darden). Non più sceneggiato da Paul Dehn, l'ultimo film della saga originale è un discreto e sconclusionato pasticcio, fra cliché della fantascienza post-apocalittica (il villaggio dove si vive in pace assediato dai predoni: rivedremo scene del tutto simili in "Mad Max"), caratterizzazioni stereotipate e manichee (con una divisione fra buoni e cattivi senza sfumature) e persino contraddizioni con le premesse dei film precedenti (com'è possibile che in così pochi anni tutte le scimmie si siano evolute completamente, quando nella quarta pellicola il solo Cesare era capace di parlare?). Anche la metafora antibellica è troppo evidente e semplicistica (Aldus che rinchiude gli uomini del villaggio nel recinto fa pensare all'imprigionamento forzato dei cittadini di origine giapponese negli Stati Uniti dopo Pearl Harbor), mentre l'epicità è del tutto assente. Più che una guerra, quella mostrata sullo schermo sembra una scaramuccia su piccola scala, con una manciata di uomini da una parte (con pochi mezzi e armi di fortuna) e un villaggetto di un centinaio al massimo di scimmie dall'altra: difficile credere che siano in gioco le sorti di un intero pianeta! Nel complesso, ancor più che nei capitoli precedenti, si respira aria di B-movie: era evidente che ormai la saga avesse esaurito la sua spinta (da notare che Jacobs morì due settimane dopo la sua uscita nelle sale). Nel 1974, comunque, fu realizzata una breve serie televisiva, e naturalmente nel nuovo secolo ci saranno i remake e i reboot. Paul Williams è Virgilio, l'orango consigliere di Cesare. Lew Ayres è Mandemus, il guardiano delle armi (nonché "coscienza di Cesare"), Austin Stoker è McDonald (ma si dice che è il fratello del McDonald del quarto film). Musica (come nel secondo film) di Leonard Rosenman.

5 luglio 2017

1999 - Conquista della Terra (J. Lee Thompson, 1972)

1999 - Conquista della Terra
(Conquest of the Planet of the Apes)
di J. Lee Thompson – USA 1972
con Roddy McDowall, Don Murray
**1/2

Visto in divx.

Nonostante il fuorviante titolo italiano (doppiamente ingannevole, perché la storia si svolge nel 1991!), questo è il quarto film della serie originale de "Il pianeta delle scimmie". Sono passati vent'anni dal precedente capitolo, e siamo in un futuro vicino ma già autoritario e distopico. Come predetto da Zira, un'epidemia ha sterminato tutti i cani e i gatti della Terra, e gli uomini li hanno sostituiti con le scimmie. Ma c'è voluto ben poco prima che scimpanzé, gorilla e oranghi fossero trasformati da animali domestici in veri e propri schiavi. Addestrate ai più disparati lavori, torturate e – se necessario – ricondizionate, le scimmie vengono vendute all'asta e sfruttate senza pietà dai loro padroni umani, che ignorano o sottovalutano colpevolmente i timidi tentativi di ribellione. Sarà Cesare (McDowell), il figlio sopravvissuto di Cornelius e Zira (non più chiamato Milo), l'unico scimpanzé evoluto e parlante sulla faccia della Terra, a guidarle alla rivolta: più che Cesare, in effetti, è un novello Spartaco. Al quarto episodio, la saga sembra acquisire un nuovo focus e si fa, se possibile, ancora più marcatamente politica. Evidenti i richiami alla schiavitù dei neri e alle battaglie sociali per i diritti civili: davanti a McDonald (Hari Rhodes), assistente afroamericano del governatore e unico a mostrare empatia verso le scimmie, Cesare esclama "Tu più di tutti gli altri dovresti capire!". E nonostante la sceneggiatura di Paul Dehn (già autore dei primi due sequel) sia a tratti semplicistica e sbrigativa (non mostra per esempio come Cesare mette insieme il proprio esercito: prima ci sono piccoli episodi di malcontento fra le scimmie, poi di colpo il protagonista è leader di un ampio gruppo: conquistato solo perché ha spartito con i compagni una banana?) e non colga del tutto le metafore del romanzo originale di Boulle (dove la rivolta degli schiavi era un riflesso di quella delle popolazioni asiatiche colonizzate dai francesi), nel complesso si tratta del migliore dei sequel originali, con sequenze coinvolgenti e ad alto impatto emotivo (fra cui le scene di guerriglia e gli scontri nelle strade, ma anche il discorso finale di Cesare): la serie di reboot prodotta dal 2011 in poi con Andy Serkis si ispirerà proprio a questo film (e al successivo), anziché al leggendario prototipo. Roddy McDowall aveva interpretato Cornelius (il padre di Cesare) nel primo e nel terzo film. Ricardo Montalbán ritorna nel ruolo di Armando, il padrone del circo dove Cesare è cresciuto, mentre Natalie Trundy (qui la scimpanzé Lisa), moglie del produttore Arthur P. Jacobs, è una vera habitué della saga, sia pure in ruoli sempre diversi (una dei mutanti telepatici nel secondo film, la scienziata umana Stephanie Branton nel terzo).

4 luglio 2017

Fuga dal pianeta delle scimmie (Don Taylor, 1971)

Fuga dal pianeta delle scimmie
(Escape from the Planet of the Apes)
di Don Taylor – USA 1971
con Kim Hunter, Roddy McDowall
**

Visto in divx.

Giunta al terzo film, la saga del "Pianeta delle scimmie" cambia radicalmente direzione. Una scelta obbligata, visto il finale della pellicola precedente, nel quale Taylor (Charlton Heston) distruggeva la Terra del futuro con una bomba atomica. Viaggiando indietro nel tempo a bordo della stessa capsula con la quale l'astronauta americano era giunto fin lì, gli scienziati scimpanzé Cornelius (McDowell) e Zira (Hunter) arrivano negli Stati Uniti dei giorni nostri, dove naturalmente la loro intelligenza e la loro capacità di parlare stimolano l'interesse e la curiosità di studiosi e politici. La prima parte del film presenta dunque un divertente capovolgimento delle situazioni del prototipo (che già a loro volta erano un paradosso): le scimmie sono trattate da animali, rinchiuse nello zoo, sottoposte a test di intelligenza, e così via. Quando la loro esistenza (e poi la loro origine) diventa di dominio pubblico, i due scimpanzé conquistano un'inattesa simpatia e popolarità presso la popolazione americana, che cresce ulteriormente dopo che si scopre che Zira è incinta: ma il dottor Hasslein (Eric Braeden), consulente scientifico della Casa Bianca, teme che la loro progenie possa mettere in pericolo la razza umana, e progetta di eliminarli. Con l'aiuto di due amici scienziati (Bradford Dillman e Natalie Trundy), Cornelius e Zira tentano invano la fuga. Continuando la tradizione dei finali shock (anche se qui è telefonato), le ultime immagini rivelano che riusciranno almeno a salvare il loro figlio Milo (il futuro Cesare). Ambientato tutto ai giorni nostri, anche se implausibile scientificamente (il viaggio a ritroso nel tempo ha una spiegazione confusa e arzigogolata: quello in avanti, nel primo film, aveva almeno un appiglio nella teoria della relatività), il terzo capitolo della saga ribalta di nuovo i rapporti di forza fra gli uomini e le scimmie (con i primi nel ruolo di oppressori), si focalizza stavolta sulla coppia di scimpanzé come protagonisti e non rinuncia ai consueti tocchi satirici, stavolta con un tono più leggero e quasi da commedia brillante. Fra gli spunti più interessanti, il dilemma etico riguardo alla possibilità di cambiare il futuro (si può fare? ed è giusto farlo?) e quello, più concreto, della liceità delle sperimentazioni scientifiche sugli animali. Inoltre abbiamo finalmente una spiegazione dell'evoluzione cosi rapida delle scimmie (in soli 2000 anni!), risultato di una serie di eventi innescata da un'epidemia che colpirà i cani e i gatti, spingendo gli uomini a utilizzare proprio le scimmie come animali domestici. Nel cast anche Ricardo Montalbán (Armando, il direttore del circo) e Sal Mineo (il dottor Milo, scimpanzé in cui onore Cornelius e Zira battezzano il loro figlio). La colonna sonora torna a essere di Jerry Goldsmith, ma con uno stile del tutto diverso dal primo film.

3 luglio 2017

L'altra faccia del pianeta delle scimmie (Ted Post, 1970)

L'altra faccia del pianeta delle scimmie
(Beneath the Planet of the Apes)
di Ted Post – USA 1970
con James Franciscus, Linda Harrison
*1/2

Visto in divx.

Il successo del film tratto dal romanzo di Pierre Boulle fece sì che "Il pianeta delle scimmie" divenisse una vera e propria franchise cinematografica (anche se questo primo sequel, uscito due anni dopo il prototipo, sembrò quasi voler porre subito termine alla saga, distruggendo il pianeta con tutti i personaggi). Il canovaccio è lo stesso del lungometraggio precedente. Un altro astronauta del ventesimo secolo, Brent (Franciscus), sulle tracce di Taylor (Charlton Heston, in un ruolo ridotto rispetto al primo film: essenzialmente compare solo all'inizio e alla fine), giunge a sua volta sulla Terra dell'anno 3955 ed entra in contatto con la nuova civiltà delle scimmie. Con l'aiuto di Nova (Harrison) e degli scimpanzé Zira e Cornelius, sfugge alla cattura e si rifugia nella "zona proibita", alla ricerca di Taylor. Scoprirà che fra le rovine di una New York sepolta nel sottosuolo vive una razza di esseri umani evoluti, sfigurati dalle radiazioni ma dotati di poteri telepatici, che venerano una bomba atomica come se fosse una divinità ("una sacra arma di pace") e progettano di usarla contro le scimmie, anche perché il bellicoso generale gorilla Ursus intende invadere le loro terre. Se la satira sociale lascia il posto a una fantascienza più generica (vedi i mutanti telepatici), rispetto al primo capitolo il messaggio antibellico si fa ancora più esplicito (c'è persino una scena con gli scimpanzé che protestano contro la guerra, che richiama le marce contro l'impegno militare degli USA in Vietnam) e le metafore perdono ogni sottigliezza (la "messa" per la bomba è inquietante ma alquanto ridicola). Se ci aggiungiamo una sceneggiatura che ripropone in maniera derivativa le situazioni del primo film (a partire da un protagonista assai simile: a proposito, che incredibile coincidenza che Brent precipiti nello stesso luogo – e nello stesso tempo! – in cui era finito Taylor) o che le diluisce, rendendole meno suggestive (una cosa è trovare i resti della Statua della Libertà; un'altra è rinvenire sepolta l'intera città di New York, dalla metropolitana agli edifici pubblici), ecco che la stessa esistenza dei sequel inizia ad annacquare la potenza del concetto iniziale. Il finale (voluto, pare, da Heston) è sbrigativo e nichilista, all'insegna di un pessimismo apocalittico. E dal successivo episodio, "Fuga dal pianeta delle scimmie", la saga proverà a prendere strade diverse. Alla colonna sonora Leonard Rosenman sostituisce Jerry Goldsmith. Fra i mutanti si riconosce il grasso Victor Buono. Sotto le maschere delle scimmie, ancora opera di John Chambers, ritroviamo Kim Hunter (Zira) e Maurice Evans (Zaius), mentre Ursus è James Gregory (la produzione voleva Orson Welles!) e Cornelius è interpretato da David Watson anziché da Roddy McDowall, che tornerà l'anno seguente nel terzo film.

30 giugno 2017

Il pianeta delle scimmie (Franklin J. Schaffner, 1968)

Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes)
di Franklin J. Schaffner – USA 1968
con Charlton Heston, Roddy McDowall
***1/2

Visto in divx.

Dopo un lungo viaggio nello spazio, l'astronauta George Taylor (Charlton Heston) precipita con la sua navetta su un pianeta desertico e sconosciuto. Scoprirà che è popolato da scimmie evolute che dominano su uomini che invece vivono in uno stato primitivo, considerati animali e trattati come tali. Ispirato a un romanzo di satira sociale del 1963 del francese Pierre Boulle, adattato da Michael Wilson e Rod Serling, un caposaldo della fantascienza speculativa, il cui successo di pubblico (ma anche di critica) porterà alla nascita di una vera e propria franchise: quattro sequel nel giro di pochi anni (Heston farà una comparsata solo nel secondo film) e una serie televisiva negli anni settanta, un remake e una serie di reboot nel nuovo millennio. La pellicola originale resta però ineguagliata: nonostante alcune ingenuità da B-movie e il budget limitato (ma il make-up delle scimmie fu ampiamente lodato e valse al truccatore John Chambers un premio Oscar onorario), la ricchezza delle metafore e dei messaggi sulla scienza, la religione e la natura (violenta) dell'uomo (oltre agli estemporanei riferimenti al '68 e alla contestazione giovanile) la rendono ben più di una bizzarra avventura sci-fi. Per non parlare di uno dei finali più shockanti e memorabili di tutti i tempi, divenuto a suo modo iconico. Heston (a petto nudo per la quasi totalità del film) e Linda Harrison (nel ruolo muto di Nova) sono praticamente gli unici due personaggi umani della pellicola (i compagni astronauti di Taylor escono di scena quasi subito, gli altri uomini sono solo delle comparse), che per il resto si dedica a rappresentare le dinamiche della società delle scimmie, divise fra oranghi (la classe dirigente), gorilla (militari e manodopera) e scimpanzé (intellettuali pacifisti), sotto le cui maschere si celano attori come Roddy McDowall, Kim Hunter e Maurice Evans. Proprio due scienziati scimpanzé (la psicologa-veterinaria Zira e l'archeologo Cornelius), la cui curiosità è stimolata dall'intelligenza e dalla capacità di parlare di Taylor (che chiamano "Occhi vivi"), diventeranno suoi alleati: ma la loro teoria sull'evoluzione è rifiutata ostinatamente come "eretica" dalle altre scimmie, e in particolare dal professor Zaius, un orango che al tempo stesso è ministro della scienza e "difensore della fede". Nel finale (insieme a un Taylor sconvolto dalla folle capacità di autodistruzione dell'uomo: "Maledetti per l'eternità, tutti!" è il suo grido rabbioso che conclude il film) comprenderemo meglio le ragioni del rifiuto di Zaius di lasciare che la scienza progredisca troppo. Ma per gran parte della pellicola, la relazione fra scienza e religione è portata avanti con evidenti intenti di tracciare analogie polemiche con il nostro mondo (ovviamente invertendo i rapporti di forza fra uomini e animali). Come non ricordare, durante il processo-farsa a Taylor, la scena in cui i tre giudici, pur di non ascoltare le ragioni di Zira, giocano a fare le "tre scimmiette" coprendosi occhi, orecchie e bocca? Fondamentale, innovativa e straniante la colonna sonora di Jerry Goldsmith, che usa insoliti strumenti a percussione e tecniche di composizione dodecafonica per dar vita a suoni disturbanti ed eterei (ma sui titoli di coda c'è solo il rumore delle onde). Le riprese furono effettuate nei canyon del Colorado e dell'Arizona.

29 giugno 2017

La ragazza del dipinto (Amma Asante, 2013)

La ragazza del dipinto (Belle)
di Amma Asante – GB 2013
con Gugu Mbatha-Raw, Tom Wilkinson
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Inghilterra, fine Settecento. La mulatta Dido Belle (Gugu Mbatha-Raw), figlia illegittima di un ufficiale della marina britannica, viene adottata dal prozio William Murray (Tom Wilkinson), conte di Mansfield e primo giudice del regno, nella cui casa viene educata e cresciuta in compagnia della cugina Elizabeth (Sarah Gadon). Nonostante il colore della sua pelle, che le impedirà di essere completamente introdotta in società e accettata dalla nobiltà inglese, saprà lottare per la propria dignità e autodeterminazione, e troverà l'amore in John Davinier, giovane avvocato che si batte per l'abolizione del commercio di schiavi, proprio mentre Lord Mansfield è chiamato a giudicare su uno spinoso caso che riguarda questo argomento. Patinato drammone storico a sfondo sociale e romantico, decisamente retorico e privo di sottigliezze, dove il messaggio sovrasta ogni ambizione artistica. Si salvano (in parte) la ricostruzione storica e i costumi, mentre la qualità della recitazione è garantita dalla presenza di alcune vecchie volpi (Wilkinson, ma anche Emily Watson e Miranda Richardson). La pellicola, oltre che al reale caso giudiziario della nave Zong, è ispirata a un ritratto del 1779 (realmente esistente) delle due cugine Dido ed Elizabeth, della cui vera vita si sa però ben poco. La regista tornerà su temi simili nel successivo "A United Kingdom".

27 giugno 2017

Vaghe stelle dell'Orsa... (L. Visconti, 1965)

Vaghe stelle dell'Orsa...
di Luchino Visconti – Italia 1965
con Claudia Cardinale, Jean Sorel
**1/2

Visto in divx.

La bella Sandra (Claudia Cardinale), in compagnia del marito americano Andrew (Michael Craig), torna nella sua casa di famiglia a Volterra per l'inaugurazione di un parco pubblico dedicato alla memoria del padre (morto nei campi di concentramento durante la guerra). Il suo ritorno dopo diversi anni e l'incontro con i personaggi del passato, ma soprattutto con il fratello Gianni (Jean Sorel), giovane e scapestrato aspirante scrittore, riaccende turbolente tensioni e rievoca ricordi e segreti all'insegna dell'ambiguità: sui due fratelli gira(va)no infatti voci di un rapporto fin troppo stretto, che Gianni intende rinfocolare raccontando in un romanzo autobiografico gli anni della propria adolescenza... Il tutto mentre la madre (Marie Bell) è ricoverata in preda alla follia, e il secondo marito di lei, l'avvocato Gilardini (Renzo Ricci), ha un rapporto a dir poco conflittuale con i due fratelli. Torbido dramma familiare, dalle atmosfere cupe e morbose, curiosamente uscito nello stesso anno in cui Bellocchio realizzava il suo "I pugni in tasca" (con cui ha diverse similarità, anche se il milieu sociale qui è ovviamente diverso). La regia elegante e la buona prova degli attori sono sovrastate da una sceneggiatura (scritta dal regista insieme a Suso Cecchi D'Amico ed Enrico Medioli) ambiziosa ma poco ariosa, che gioca a fondere il passato con il presente (la scelta di Volterra come ambientazione, con la sua eredità "etrusca", non è casuale) per esprimere quei temi della decadenza e della morte che caratterizzano gran parte del cinema di Visconti. Il titolo, naturalmente, è ispirato alle "Ricordanze" di Leopardi. Come colonna sonora c'è il Preludio, corale e fuga per pianoforte di César Franck. Leone d'Oro a Venezia, forse per compensare la precedente mancata attribuzione a "Rocco e i suoi fratelli".

26 giugno 2017

Cannes e dintorni 2017 - conclusioni

Una rassegna di basso livello e con pochi guizzi, quella che si è appena conclusa. Si salvano, com'era prevedibile, i lavori di Zvyagintsev (forse il migliore) e Haneke, peraltro accomunati dal tema del disagio e dagli echi "politici" e pessimisti. Note di merito anche a "The rider", "Patty Cake$", "Nothingwood" e "Le Redoutable" (ebbene sì, sono uno dei pochi a cui il film su Godard non è dispiaciuto: forse perché non mi sono fatto problemi a vedere dissacrata e presa in giro l'icona della Nouvelle Vague). Per il resto, poche novità e tanta pretenziosità, soprattutto (come al solito) da parte dei francesi. Visto l'andazzo degli ultimi tempi, ho evitato accuratamente i film italiani. La palma di film peggiore fra quelli visti se la giocano "Bushwick" e "Les fantômes d'Ismaël": ma date le ambizioni del film di Desplechin (quello di Netflix non è nulla più che un thriller d'azione), la affibbierei senza alcun dubbio a quest'ultimo. Fra i temi ricorrenti, il mondo dello spettacolo (ben tre titoli con registi come protagonisti: "Le Redoutable", "Nothingwood" e "Les fantômes d'Ismaël"; due sulla musica: "How to talk to girls at parties" e "Patty Cake$"; e uno sul rodeo: "The rider") e le famiglie separate o in frantumi (da "Happy end" a "Loveless", passando per "L'amant d'un jour" e "Patty Cake$"). E poi la malattia ("The rider" e "120 battements per minute" su tutti).

24 giugno 2017

Loveless (Andrey Zvyagintsev, 2017)

Loveless (Nelyubov)
di Andrey Zvyagintsev – Russia 2017
con Maryana Spivak, Aleksey Rozin
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Paola, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Resosi conto che i genitori Boris e Zhenya (che stanno per divorziare) non lo amano e che nessuno dei due vorrebbe tenerlo con sé, il dodicenne Alyosha fugge di casa. È il 21 dicembre 2012, il giorno della "fine del mondo" secondo il calendario Maya. Zhenya e Boris, immersi nei loro litigi e distratti dalle relazioni con i nuovi compagni, se ne accorgono solo dopo più di 24 ore, quando sta per scatenarsi una tempesta di neve. E le lunghe ricerche, effettuate con l'aiuto di un'organizzazione di volontari (la polizia, convinta che basti attendere che il bambino torni da solo, se ne lava le mani), non porteranno a nulla. La tragedia non servirà a riavvicinare i due coniugi, ma se non altro li farà rendere conto che un po' a quel figlio forse ci tenevano. Tuttavia l'epilogo, ambientato qualche anno più tardi, li mostrerà nella stessa situazione di prima. Nonostante le nuove famiglie e le nuove relazioni, gli egoismi continuano a imperare: lui ha bisogno di una famiglia solo per opportunismo lavorativo, non ama davvero la nuova moglie e il nuovo figlio (così come non amava quelli vecchi); lei, fredda, sola e indipendente, ha bisogno di avere al fianco un uomo che la soddisfi ma che lei non ama a sua volta. Casi non rari in una società ossessionata dai selfie, dall'edonismo, dalla mancanza di empatia e dalla chiusura in sé stessi. Ancora più che in passato, Zvyagintsev lancia uno sguardo desolato e pessimista sul vuoto presente e sull'incerto futuro della nostra società, attraverso una pellicola intensa e "apocalittica", ma girata in maniera elegante e controllata. Per una volta i fari non sono puntati soltanto sulla Russia (se l'avesse realizzato Haneke, il film avrebbe potuto essere ambientato in Austria, in Francia o in qualsiasi altro paese occidentale), se non per le suggestioni politiche, una lettura suggerita dalle ultime sequenze (con i telegiornali che parlano della crisi e della guerra con l'Ucraina). D'altronde, il segreto di questo tipo di film (vale anche per il citato Haneke: ma ci si ritrovano echi de "L'avventura" di Antonioni – anche in questo caso la sparizione acquisisce un significato metafisico – e di "Scene da un matrimonio" di Bergman) è il rispecchiamento fra pubblico e privato, il disagio e l'infelicità degli individui e la disfunzionalità della famiglia che riflettono quelli dell'intera società. E ogni elemento, per quanto piccolo (dalle abitudini integraliste del datore di lavoro di Boris, che licenzia gli impiegati che divorziano, alla scostante chiusura della madre di Zhenya, che vive da sola e in guerra con il mondo), rappresenta una tessera dell'inquietante mosaico. La spettrale colonna sonora di Evgeni Galperin comprende brani di Arvo Pärt ("Silouans Song").

23 giugno 2017

Les fantômes d'Ismaël (A. Desplechin, 2017)

Les fantômes d'Ismaël
di Arnaud Desplechin – Francia 2017
con Mathieu Amalric, Marion Cotillard
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La stabilità emotiva di Ismaël (Amalric), regista che sta tentando di scrivere un film di spionaggio sulla vita di un fantomatico fratello diplomatico, è messa a dura prova quando Carlotta (Cotillard), la moglie che misteriosamente era sparita più di vent'anni prima e che ormai era stata dichiarata morta, ricompare all'improvviso nella sua vita, mettendo a soqquadro anche la sua relazione con la nuova compagna Sylvia (Charlotte Gainsbourg). A questo si aggiungono gli incubi che lo tormentano con regolarità, al punto che l'uomo preferirebbe smettere del tutto di dormire (una cosa che ha in comune con il fratello/alter ego, protagonista della sua pellicola). Nonostante il cast di primo livello (i personaggi del "film nel film", il fratello Ivan e la sua fidanzata Arielle, sono interpretati rispettivamente da Louis Garrel e Alba Rohrwacher) e la potenzialità del tema trattato, quello dei "fantasmi" del passato (che si tratti di amori, di parenti, di ricordi o di emozioni), il nuovo lavoro del pretenzioso Desplechin è un vero pasticcio. Non si salva praticamente nulla: dialoghi atrocemente melodrammatici, personaggi odiosi (la più stronza è senza dubbio Carlotta), confusione stilistica, macchinosità narrativa (con l'alternanza fra la storia di Ismaël e quella raccontata nel suo film), situazioni irrisolte e finale inconcludente. Il regista francese, che mette decisamente troppa carne al fuoco, continua anche a scomodare Joyce (oltre a un personaggio chiamato Dedalus, nome ricorrente nei suoi film, c'è pure un Bloom) ma provoca nello spettatore solo fastidio (perlomeno non indifferenza, visto che non mancano momenti in cui si vorrebbe entrare nello schermo per prendere a calci i personaggi).

22 giugno 2017

120 battements par minute (R. Campillo, 2017)

120 battements par minute
di Robin Campillo – Francia 2017
con Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois
**

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nella Francia di Mitterrand (siamo nei primi anni novanta), gli attivisti di Act-Up Paris – un gruppo che si batte per i diritti dei malati di AIDS, molti dei quali sieropositivi a loro volta – si esibiscono in spettacolari azioni dimostrative affinché aumenti la consapevolezza della malattia (siamo in un periodo in cui l'AIDS, nella percezione pubblica, era ancora ignorato, rimosso o collegato esclusivamente alle comunità di omosessuali e tossicodipendenti). E così, fanno pressioni sul governo affinché realizzi campagne informative più efficaci e su ampia scala; irrompono nelle scuole per distribuire opuscoli sull'educazione sessuale e chiedere che vengano installati distributori di preservativi; partecipano alle sfilate del Gay Pride con slogan e volantini sul tema della malattia; ma soprattutto, attaccano le multinazionali farmaceutiche che procedono troppo a rilento nella ricerca e nella distribuzione dei primi farmaci antiretrovirali. Un film corale nella stessa vena de "La classe" (alla cui sceneggiatura Campillo, frequente collaboratore di Cantet, aveva partecipato), anche se da un certo punto in poi si comincia a focalizzare su uno dei personaggi, il franco-cileno Sean (Nahuel Pérez Biscayart), che viene seguito nell'avanzare della sua malattia e fino alla morte. Intensa e ben recitata da un cast di attori giovani e poco noti (fra i quali Arnaud Valois, Antoine Reinartz e Adèle Haenel), la pellicola ha il classico limite di quelle opere che sono sovrastate dal loro stesso messaggio: a tratti sembra un film di propaganda, se non un vero e proprio pamphlet, con i personaggi che anziché discutere fra loro stanno in realtà parlando allo spettatore, e una sceneggiatura che si premura di toccare prima o poi tutti i punti chiave relativi all'argomento. Non aiuta un'eccessiva lunghezza e il fatto che, in un certo senso, il film giunga in ritardo: i tempi in cui l'informazione sull'AIDS era carente o costellata di pregiudizi sono infatti passati (anche se di recente l'allarme sulla malattia è passato in secondo piano) e sarebbe stato forse meglio un approccio più documentaristico o storicizzato. Alla fine, l'aspetto più interessante della pellicola è quello di mostrare, dall'interno e da vicino, come funzionano le dinamiche di un movimento attivista (politico o antagonista che sia, a prescindere dall'argomento trattato), portando in primo piano le discussioni fra i membri, le ideologie più o meno radicali, la divisione pratica dei compiti, l'organizzazione delle azioni dimostrative, le amicizie e le rivalità all'interno del gruppo.

21 giugno 2017

Patty Cake$ (Geremy Jasper, 2017)

Patty Cake$
di Geremy Jasper – USA 2017
con Danielle Macdonald, Bridget Everett
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Patricia Dumbrowski (Danielle Macdonald), ragazza sovrappeso che lavora part-time in un bar di periferia nel New Jersey, ha un sogno segreto: quello di diventare una ricca e affermata superstar del rap, proprio come il suo idolo OZ (Sahr Ngaujah). Insieme all'amico indiano Jheri (Siddharth Dhananjay), e grazie alle basi musicali dell'outcast satanista Basterd (Mamoudou Athie) e alla complicità dell'amata nonna (Cathy Moriarty), metterà insieme una band e realizzerà un demo. Nonostante il suo talento, dovrà scontrarsi con la dura realtà: ma saprà conquistare l'autostima (al suo lamento "Non sarò mai qualcuno", la nonna le risponde: "Tu sei già qualcuno"), oltre a trovare il coraggio di esprimere sé stessa (anche passando dall'identità "aggressiva" di Killa P. a quella, più in pace con il mondo e le persone che la circondano, di Patty Cake$) e recuperare il rapporto con la madre Barb (Bridget Everett), che in gioventù aveva aspirato a un'analoga carriera di cantante. Su un canovaccio forse poco originale, fra losers e sogni di riscatto, un tipico film da Sundance Festival che ha le sue carte migliori in una protagonista ottimamente caratterizzata (interpretata con energia e passione dalla brillante Macdonald), che si barcamena in un ambiente fatto di irrisioni, frustrazioni, rapporti famigliari più o meno solidi e lavori precari. Il regista e sceneggiatore, esordiente, è anche autore della musica e delle canzoni. Mitiche le scene in cui Patty e il suo gruppo (compresa la nonna sulla sedia a rotelle!) attraversano le "porte dell'inferno" per andare ad incidere i loro brani. Pur non amando il rap, i film che ho visto finora sull'argomento (penso anche a "8 mile") mi sono decisamente piaciuti.

20 giugno 2017

Happy end (Michael Haneke, 2017)

Happy end
di Michael Haneke – Francia/Austria/Germania 2017
con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La quasi tredicenne Eve (Fantine Harduin), dopo aver "avvelenato" la madre divorziata con un'overdose delle sue stesse pasticche per la depressione, viene accolta dal padre Thomas (Mathieu Kassovitz) a vivere con lui e la sua nuova moglie Anaïs nella villa di famiglia a Calais. Nella grande casa abitano anche la sorella di Thomas, Anne (Isabelle Huppert), che guida con il pugno di ferro l'impresa di costruzioni fondata dal padre Georges e gestisce le relazioni sentimentali come se si trattasse di rapporti d'affari; il figlio di questa, l'inetto Pierre (Franz Rogowski), che la madre continua a trattare con condiscendenza nonostante sia direttore dei lavori dell'azienda; e lo stesso Georges (Jean-Louis Trintignant), anziano e malato, che tenta più volte e inutilmente il suicidio. Raccontando le dinamiche di una famiglia disfunzionale, anche attraverso una serie di metafore (le mura del cantiere che crollano senza preavviso, proprio come gli argini che dovrebbero tenere insieme la famiglia; il cane che azzanna la figlia dei domestici, emblema dell'aggressività interna al nucleo casalingo), Haneke presenta allo spettatore un'allegoria dell'Europa: l'ambientazione a Calais non è certo casuale, e la scena in cui Pierre invita dei migranti al banchetto per il fidanzamento della madre è emblematica (vengono collocati in un tavolo a margine: non sono loro il vero problema, ci dice il regista), così come il modo in cui le diverse generazioni reagiscono ai sintomi e alle avvisaglie della crisi: c'è chi ne è consapevole (in particolare i due "estremi": la piccola Eve e l'anziano Georges) e chi no, chi si attende da un momento all'altro che la situazione esploda e chi continua con la vita di prima, fra noncuranza, insensibilità o egoismo (Anne che "sacrifica" il figlio pur di ottenere un prestito, lo stesso Pierre che si rifugia nel bere e nell'autocommiserazione, Thomas che prosegue la sua tresca segreta con l'amante virtuale, protetto da una nuova password). Poco importa dunque se il regista sembra ripetersi e tornare su argomenti che aveva già affrontato abbondantemente in passato, al punto che la pellicola riecheggia numerosi suoi lavori precedenti. Il tema del suicidio e dell'eutanasia ricorda naturalmente "Amour", dal quale fra l'altro proviene il personaggio di Trintignant (si tratta idealmente di un sequel). Il fatto che la bambina registri video con il suo cellulare per documentare la realtà che la circonda ci fa pensare a "Benny's video" e a "Niente da nascondere". Le chat erotiche e i desideri di trasgressione di Thomas riportano ovviamente a "La pianista". La lettura politica e la presenza sullo sfondo di migranti e rifugiati che vivono quasi in parallelo con l'esistenza borghese dei protagonisti (si pensi anche ai domestici di casa) rimanda a "Storie" e ancora a "Niente da nascondere". E in generale, la freddezza, il malessere e il disagio esistenziale, anche e soprattutto all'interno di una famiglia apparentemente agiata e benestante, sono ubiqui in tutto il cinema del regista austriaco sin dal suo bel film d'esordio, "Il settimo continente". La pellicola è diretta con la consueta maestria, ma lo spettatore forse fa un po' di fatica, soprattutto all'inizio, nel collegare i vari fili del racconto. In ogni caso, al giorno d'oggi quello di Haneke è un cinema indispensabile e necessario per come sa mettere in scena la crisi dei rapporti umani e sociali nel panorama europeo: se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.

19 giugno 2017

Bushwick (C. Murnion, J. Milott, 2017)

Bushwick
di Cary Murnion, Jonathan Milott – USA 2017
con Brittany Snow, Dave Bautista
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La studentessa Lucy (Snow) esce dalla metropolitana a Bushwick, quartiere di Brooklyn a New York, per trovarsi di fronte a immagini apocalittiche: le strade sono messe a ferro e fuoco da un misterioso esercito, fra esplosioni, proiettili vaganti, cecchini e distruzione. Con l'aiuto dell'ex marine Stupe (Bautista), lei e sua sorella Belinda cercheranno di sopravvivere e di raggiungere una zona sicura. Prodotto da Netflix e girato tutto in lunghi piani sequenza come se fossimo in tempo reale (con abilità, certo, ma è il tipico sfoggio di tecnica fine a sé stessa: per di più, non è affatto difficile individuare i punti di "cesura" digitale fra le diverse sequenze), non è un film ma un lungo videoclip colmo di scene di generica guerriglia urbana che fanno il verso a videogiochi tipo "Doom" o "Call of Duty". Anche se a metà pellicola veniamo a conoscenza del perché sta accadendo tutto questo (una nuova guerra civile, innescata dalla volontà secessionista del Texas e di altri stati del Sud), le ragioni del conflitto e le sue conseguenze non vengono poi approfondite. E pur accettandone le (scarse) premesse, svolte e sviluppi sono senza senso, per non parlare del comportamento e delle decisioni di personaggi con caratterizzazione assente, incoerente (Lucy) o tardiva (Stupe). Che cosa ci facesse un film del genere a Cannes, a parte la "celebrazione" di nuove forme distributive, giustamente criticate da alcuni addetti ai lavori (la pellicola non uscirà in sala ma sarà disponibile solo in tv on demand), resta un mistero.

How to talk to girls at parties (J. C. Mitchell, 2017)

How to talk to girls at parties
di John Cameron Mitchell – GB/USA 2017
con Alex Sharp, Elle Fanning
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Nell'Inghilterra del 1977, il giovane Enn (Alex Sharp) e i suoi amici Vic e John sono grandi appassionati di musica punk, ribelli anticonformisti ma senza successo con le ragazze. Per conquistarne qualcuna si imbucano a una festa, ignorando che le persone lì presenti sono in realtà misteriosi alieni in gita turistica sulla Terra. L'ingenuo Enn si innamorerà dell'eccentrica Zan (Elle Fanning) e trascorrerà con lei le successive 48 ore... Tratta da un racconto breve di Neil Gaiman, un'insolita commedia che mescola due universi all'apparenza inconciliabili, quello scatenato e anarchico del punk e quello new age ispirato alla fantascienza e alle religioni orientali. Ma proprio dal confronto fra i due opposti, all'insegna del motto "evoluzione o morte" (se i giovani punk celebrano l'autodeterminazione e l'uccisione metaforica dei padri, la società degli alieni prevede al contrario che i genitori divorino letteralmente i propri figli per dare vita a un ciclo identico al precedente), può nascere qualcosa di nuovo, un elemento inedito che permetta a ciascuna delle parti di superare l'immaturità e progredire nel proprio percorso. Bizzarro e ricco d'inventiva (a tratti può ricordare altre commistioni britanniche come "La fine del mondo" o "FAQ about time travel"), se nella prima parte il film è carico di energia folle e dissacrante, nel finale si fa più scontato, e nonostante l'eccentricità dei personaggi e delle situazioni, il messaggio in fondo è banalotto: non è certo un nuovo "Rocky Horror Picture Show", e anche come omaggio al punk non raggiunge i livelli di "We are the best!". Assai interessante, comunque la rappresentazione degli alieni, divisi in sei colonie (che originalmente erano sei razze distinte) caratterizzate da nomi, colori e funzioni psicologiche, biologiche o sociali ben determinati (e che corrispondono in tutto e per tutto ai chakra principali della medicina ayurvedica: dall'incontro fra Enn e Zan nascerà il settimo chakra, quello del cuore, in precedenza mancante). Nicole Kidman interpreta la "regina del punk" Boadicea.

Nothingwood (Sonia Kronlund, 2017)

Nothingwood
di Sonia Kronlund – Francia 2017
con Salim Shaheen, Qurban Ali Afzali
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

In Afghanistan (la cui quasi inesistente industria cinematografica è da lui ribattezzata Nothingwood, perché a differenza di Hollywood o di Bollywood non ci sono soldi, né risorse, né professionisti), Salim Shaheen è un popolarissimo attore, regista e produttore, idolo delle folle ed eroe di giovani ed anziani. Protagonista di oltre cento film, per lo più scalcinati B-movie d'azione con evidenti influenze del cinema indiano (a partire dai balli e dalle canzoni in playback), è un misto fra Jackie Chan (o meglio Sammo Hung, vista la stazza!) e Bud Spencer, e realizza i suoi film in giro per il paese, incurante dei pericoli e della guerra (col sorriso sulle labbra, si dichiara più volte pronto anche a morire in nome dell'arte). In questo documentario, la regista francese Sonia Kronlund segue lui e la sua troupe (costituita da pochi amici e parenti) mentre è impegnato nelle riprese di una pellicola autobiografica per raccontarne l'esuberante personalità, l'entusiasmo stakanovista, la comica rozzezza cinematografica ma anche lo sconfinato e contagioso amore per il cinema. Salim Shaheen è un personaggio larger-than-life, che in un paese martoriato da decenni di conflitti di ogni tipo (dall'invasione sovietica al regime dei talebani, dagli attacchi terroristici alla guerra civile) porta avanti quel sogno di recitare e di cantare che aveva sin da bambino e dona così gioia e ispirazione al suo popolo. Ben più di una semplice curiosità, l'interessante documentario della Kronlund (che da quindici anni fa la reporter in Afghanistan) mostra en passant allo spettatore gli spettacolari scenari delle zone più remote del paese (compresa una visita ai Buddha di Bamiyan distrutti dai talebani), presenta alcune testimonianze del recente passato e mette in luce le contraddizioni di una società fortemente maschilista. Le poche attrici non sono certo ben considerate, al punto che nella troupe di Shaheen c'è persino un attore effemminato, Qurban Ali Afzali, per interpretare all'occorrenza le parti femminili (anche Qurban è un personaggio eccentrico e provocatorio, che indossa il burqa in trasmissioni televisive che parlano dei diritti delle donne). La stessa Kronlund è accettata da Shaheem e dal suo entourage non soltanto perché straniera ma anche perché, come le dice lui stesso scherzando, "tu non sei una donna, sei un uomo!". E a proposito di contraddizioni: impagabile l'intervista all'ex combattente che rivela come persino fra i talebani, nonostante il divieto di guardare film, ci fossero numerosi fan di Salim.

18 giugno 2017

Le redoutable (M. Hazanavicius, 2017)

Le Redoutable
di Michel Hazanavicius – Francia 2017
con Louis Garrel, Stacy Martin
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Dopo il successo di "The Artist", Hazanavicius ci riprova con un'altra pellicola a sfondo metacinematografico. Stavolta sceglie di raccontare un periodo della vita di Jean-Luc Godard, focalizzandosi sugli anni del suo periodo "maoista" (dal 1967 al 1969, caratterizzati da un crescente impegno politico e rivoluzionario) e ispirandosi alle memorie di Anne Wiazemsky ("Un anno cruciale"), l'attrice che il regista conobbe sul set de "La cinese" e che sposò quasi immediatamente. Il tono scelto è quello della comemdia, con forti dosi di ironia: a parte le numerose gag (come il tormentone degli occhiali rotti), Godard è ritratto come un uomo arrogante, confuso, ai limiti del sociopatico, e l'impressione è quella che Hazanavicius, schierandosi con il punto di vista di Anne (osservatrice spesso silenziosa degli eccessi del suo uomo), intenda volutamente prenderlo in giro. In effetti il mito di Godard non ne esce bene: incapace di scindere il proprio mondo fra cinema e politica, in preda al fervore rivoluzionario di quegli anni (di cui sono rievocati tanti episodi chiave: dalle proteste studentesche del 1968 al boicottaggio che fece annullare il festival di Cannes), Godard appare come un pesce fuor d'acqua che non si trova a proprio agio con nessuno e finisce per bisticciare con tutti, dai suoi spettatori e ammiratori ai giornalisti, dai colleghi (come Bernardo Bertolucci) agli studenti che protestano nelle strade e nelle università. E presto anche il suo rapporto con Anne va in crisi, quando lei accetta di recitare ne "Il seme dell'uomo" di Ferreri contro il suo volere. Hazanavicius gira con uno stile che scimmiotta quello di Godard stesso e della Nouvelle Vague: dai titoletti che dividono il film in capitoli (parodiando i titoli di svariati film di JLG) alle lunghe carrellate, dai momenti in cui i personaggi guardano in macchina per recitare celebri aforismi godardiani sull'arte e la politica, a trovate come quella dei sottotitoli che rivelano cosa pensano realmente i protagonisti durante un dialogo insignificante o quella che volge in negativo l'inquadratura. Altre gag sono invece chiaramente metacinematografiche: Garrel che dice "Io non sono Godard, ma un attore che interpreta Godard", o i due protagonisti, completamente nudi, che criticano quei registi che inseriscono nei loro film scene di nudo del tutto ingiustificate dal contesto. Molti anche i riferimenti culturali: JLG porta Anne al cinema a vedere film di ogni tipo: musical americani, western italiani (si ode un famoso scambio di battute da "Il buono, il brutto, il cattivo") e capolavori del muto (splendida la scena in cui i due, sussurrando fra loro, di fatto "doppiano" una scena de "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer). Naturalmente in Francia non hanno gradito questa dissacrazione di un mito ("Ma Godard non è Dio. Godard è come il capo di una setta, e io sono agnostico", ha commentato Hazanavicius), e in effetti la pellicola in parte fallisce nel rappresentare la complessità dell'autore, rendendolo una macchietta li cui estremismo lo mette in balia di sé stesso e degli eventi (a volte sembra quasi di trovarsi in un film di Nanni Moretti!). Ma comunque è assai divertente, ricca di spunti nonché ben recitata da due attori simpatici (e belli), e con una colonna sonora dove spicca "Azzurro" di Celentano (!), oltre a Strauss ("Im Abendrot") e Carosone. Il titolo originale (che significa "Il formidabile") è il nome di un sottomarino nucleare che simboleggia il microcosmo isolato in cui si richiude il protagonista ("Così va la vita a bordo del Redoutable").

The rider (Chloé Zhao, 2017)

The rider
di Chloé Zhao – USA 2017
con Brady Jandreau, Tim Jandreau
***

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

In convalescenza dopo una grave ferita alla testa in seguito a una caduta durante un rodeo, il giovane Brady, cowboy del Sud Dakota, teme di non poter più tornare a fare quello che gli sta maggiormente a cuore: cavalcare. Opera seconda di una regista di origine cinese (ma trapiantata ormai stabilmente negli Stati Uniti: il suo film, girato con evidente maestria, appare americano al cento per cento, a partire dall'argomento trattato), un toccante western contemporaneo sui sogni infranti e il desiderio di tornare a galla. A mettere un freno alla volontà e alle illusioni di Brady di esibirsi nuovamente nei rodei non ci sono solo i responsi medici, i problemi fisici (ha una mano semiparalizzata) e le pressioni familiari (vive con il padre, in perenni guai finanziari, e la sorella minore, autistica ma piena di gioia di vivere), ma anche il riflesso di sé stesso che vede nel suo miglior amico, Lane Scott, che un incidente simile al suo ha reso una larva umana e che va spesso a trovare in ospedale. E l'amore per la natura e per i cavalli selvaggi (con i quali ha un'affinità indescrivibile) gli farà comprendere di essere diventato ormai come quei puledri che, rimasti azzoppati, devono essere abbattuti, perché non possono più fare quello per cui sono nati: cavalcare liberi nella prateria. Un film che forse parte lento ma che poi si rivela coinvolgente, drammatico e al tempo stesso antidrammatico nelle sue scelte stilistiche, che al tempo stesso omaggiano il genere western (si pensi alle cavalcate di Brady in solitaria) e rievocano il cinema d'autore indipendente, e che si focalizza su un ambiente tratteggiato con evidente affetto e su un personaggio a suo modo indimenticabile. Ad aggiungere valore, il fatto che quasi tutti gli attori, non professionisti ma bravissimi, hanno in effetti interpretato sé stessi: Brady Jandreau è un vero cowboy (il film si basa sulla sua storia), suo padre e sua sorella sono i suoi veri famigliari, così come sono autentici gli altri partecipanti ai rodeo (compreso Scott), il che dona al film un tono semidocumentaristico. Non a caso è piaciuto molto a Werner Herzog. A Cannes ha vinto la sezione "Quinzaine des Réalisateurs".

L'amant d'un jour (Philippe Garrel, 2017)

L'amant d'un jour
di Philippe Garrel – Francia 2017
con Esther Garrel, Louise Chevillotte
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Gilles (Éric Caravaca), professore universitario di filosofia, ha una tresca con Ariane, una delle sue studentesse. Quando sua figlia Jeanne, mollata dal fidanzato, si presenta a casa sua in cerca di ospitalità, fra le due ragazze – che sono coetanee – nasce un'amicizia che porta a confidenze e segreti repiproci... Philippe Garrel, come sempre, gira come se fossimo ancora negli anni sessanta e in piena Nouvelle Vague: bianco e nero, voce narrante fuori campo (femminile e letteraria), attenzione al mondo degli adolescenti ribelli. Negli ultimi tempi, se non altro, sembra avere imparato a fare film corti, meno ambiziosi e meno noiosi per lo spettatore. Questo, pur gradevole, è però esilissimo e innocuo, infila una serie di banalità (dette da personaggi banali) sull'amore e l'infedeltà e, nonostante l'interessante spunto iniziale, non va da nessuna parte e lascia il tempo che trova. Lo salvano l'atmosfera retrò e la freschezza del volto di Louise Chevillotte, che interpreta la lentigginosa Ariane. Anziché il figlio Louis, questa volta Garrel fa recitare la figlia Esther (nel ruolo di Jeanne).

17 giugno 2017

Cannes e dintorni 2017

Oggi parte qui a Milano la rassegna dei film presentati all'ultimo Festival di Cannes. Naturalmente intendo vederne il più possibile, ma purtroppo quest'anno il programma è ridotto e molto deludente: ci sono soltanto quattro dei film che erano in concorso (quelli di Haneke, Hazanavicius, Zvyagintsev e Campillo), mancano dunque la Palma d'Oro ("The Square" di Ruben Östlund) ma anche pellicole che mi sarebbero interessate molto come quelle di Ozon, Lanthimos (questa addirittura era stata annunciata ma poi tolta dal programma!), Akin, Bong, Coppola. Fra i titoli fuori concorso spiccano i lavori di Mitchell e Desplechin, più numerosi altri film provenienti dalla "Quinzaine des Réalisateurs".

16 giugno 2017

Fanfan la Tulipe (Christian-Jaque, 1952)

Fanfan la Tulipe (id.)
di Christian-Jaque – Francia/Italia 1952
con Gérard Philipe, Gina Lollobrigida
**1/2

Visto in divx.

Nella Francia del Settecento, il giovane, audace e scapestrato Fanfan (Gérard Philipe, doppiato da Nino Manfredi nell'edizione italiana) si arruola dell'esercito del re Luigi XV per sfuggire al matrimonio con una contadina, adescato anche da Adeline (Gina Lollobrigida), che sotto i falsi panni di una zingara gli ha predetto che farà fortuna, si coprirà di gloria e sposerà nientemeno che la figlia del re. Intenzionato a far avverare la profezia, Fanfan non tarderà a mettersi nei guai, anche se le sue prodezze gli guadagneranno i favori della marchesa di Pompadour (che gli affibbierà il soprannome "La Tulipe"). E fra duelli, amori, fughe, rapimenti, scaramucce e intrighi di corte, e grazie alla sua abilità di provetto spadaccino, vincerà praticamente da solo la guerra dei sette anni contro i prussiani e conquisterà l'amore non della principessa Henriette ma della stessa Adeline. Scanzonata (sin dalla voce narrante) avventura di cappa e spada, ispirata a un personaggio nato da una canzone popolare del 1819 e poi protagonista di opere teatrali, feuilleton e film (il primo è del 1925, un altro remake – "Il tulipano d'oro" – è uscito nel 2003; questa comunque, premiata anche a Cannes per la miglior regia, è la versione più famosa). I toni sono leggeri, la storia non è mai presa sul serio (nemmeno quando c'è di mezzo la guerra), e se la pellicola può apparire oggi un po' datata (ma all'epoca fu un enorme successo di pubblico), nondimeno è da apprezzare per la densità delle vicende narrate, per l'elogio dell'amicizia e per la simpatia dello sfrontato protagonista, che si prende gioco di tutto e di tutti (autorità comprese). Marcel Herrand è Luigi XV, Geneviève Page la marchesa di Pompadour, Olivier Hussenot l'amico Tranche-Montagne ("Spaccamonti"), Noël Roquevert l'infido Fortebraccio.

14 giugno 2017

Arrietty (Hiromasa Yonebayashi, 2010)

Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento
(Karigurashi no Arrietty)
di Hiromasa Yonebayashi – Giappone 2010
animazione tradizionale
***

Visto in TV.

La piccola Arrietty (piccola per davvero: è alta pochi centimetri!) è una "Prendinprestito", un esserino che vive con i genitori sotto il pavimento e dietro le intercapedini di una vecchia villa di campagna, sottraendo di nascosto piccoli oggetti agli esseri umani che vi abitano. I tre Prendinprestito si sono così allestiti una vera e propria dimora in miniatura, con tutte le comodità. Quando nella villa giunge Sho, un ragazzo malato e in attesa di essere operato al cuore, la curiosa Arrietty non può fare a meno di essere vista da lui: una grave imprudenza, perché quando i Prendinprestito si fanno scoprire dagli umani sono costretti ad abbandonare la casa in cui vivono e a trasferirsi altrove. Sho, tuttavia, si mostra amichevole con la ragazzina, aiutando persino lei e la sua famiglia a sfuggire alla cattura da parte della signora Haru, la governante della casa, ostinata cacciatrice di "gnomi". Tratto dai racconti di Mary Norton che avevano già ispirato "I rubacchiotti" di Peter Hewitt, un film gradevole, leggero, avventuroso e malinconico, che Hayao Miyazaki ha soltanto sceneggiato, lasciando la regia all'esordiente Yonebayashi, uno dei più promettenti fra i giovani autori dello Studio Ghibli. Esemplare nella sua commistione fra favola moderna (gli esserini che vivono in segreto nelle case degli umani, sottraendo gli oggetti, ricordano tante creature del folklore di ogni epoca), critica al consumismo (il "riciclo" di cose che non servono più), coming-of-age (per la quattordicenne Arrietty si tratta delle prime escursioni nel mondo esterno) e invito alla convivenza pacifica (un invito raccolto non solo dai due protagonisti ma, per esempio, anche dal gatto di casa), il film è graziato come al solito da atmosfere, disegni e animazioni di ottima qualità. Non scontato nemmeno il finale. Pur essendo ambientata in Giappone, l'anima della pellicola è decisamente europea: non soltanto per il materiale di partenza, ma anche per la colonna sonora "celtica", opera della cantante francese Cécile Corbel.

12 giugno 2017

Heart of the sea (Ron Howard, 2015)

Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick
(In the Heart of the Sea)
di Ron Howard – USA 2015
con Chris Hemsworth, Benjamin Walker
*1/2

Visto in TV.

Nel 1850, in cerca di ispirazione per il suo nuovo libro, Herman Melville (Ben Whishaw) si reca al porto di Nantucket per parlare con l'anziano Thomas Nickerson (Brendan Gleeson), che trent'anni prima era stato uno dei pochi sopravvissuti al naufragio della baleniera Essex. Inizialmente riluttante, Nickerson finisce col raccontare allo scrittore tutta l'avventura: di come la nave su cui si era imbarcato come mozzo – guidata dal capitano George Pollard (Walker) e dal primo ufficiale Owen Chase (Hemsworth) – fu distrutta da una gigantesca balena bianca e di come l'equipaggio, a bordo delle scialuppe di salvataggio, dovette ricorrere al cannibalismo pur di sopravvivere in mare aperto. Non è la storia di Moby Dick, ma quella (realmente accaduta: fu raccontata nelle memorie, fra gli altri, degli stessi Chase e Nickerson) cui Melville si ispirò in parte per il suo capolavoro. Howard la trasforma in un action movie hollywoodiano (c'è addirittura un'esplosione!) senza particolare spessore, che sfiora soltanto marginalmente temi chiave come la sfida dell'uomo a sé stesso o alla natura. La sceneggiatura affastella luoghi comuni e la caratterizzazione dei personaggi è piatta: gli unici con un po' di spessore sono i due arroganti ufficiali Pollard e Chase, in perenne rivalità fra loro, il primo un novellino proveniente da una famiglia di grande tradizione marinaresca, il secondo un esperto navigatore bollato da tutti come "campagnolo". Regia senza qualità, incapace di rendere avvincenti persino le scene di caccia in mare aperto (anche perché quasi tutto è girato in studio o in CGI). Si salva la seconda parte, quella successiva al naufragio, che mostra le privazioni dell'equipaggio e la lotta per la sopravvivenza. Nel cast anche Cillian Murphy (il secondo ufficiale) e Tom Holland (Nickerson da giovane).

11 giugno 2017

Rullo di tamburi (Delmer Daves, 1954)

Rullo di tamburi (Drum Beat)
di Delmer Daves – USA 1954
con Alan Ladd, Charles Bronson
**

Visto in TV.

Da quando gli indiani hanno sterminato la sua famiglia, Johnny MacKay (Alan Ladd) è diventato un acerrimo cacciatore di pellerossa. Ma il presidente Grant in persona lo incarica di condurre le trattative di pace con i ribelli Modoc che, guidati dall'arrogante Capitan Jack (Charles Bronson), sono usciti dalla riserva e richiedono più terra, minacciando la sicurezza dei coloni. Pur riluttante, Johnny accetta l'incarico e promette che porterà la pace senza far uso delle armi. Ma nonostante le sue buone intenzioni, un incidente scatenerà la guerra e sarà necessario l'intervento dell'esercito. Ispirato a personaggi e fatti reali (il conflitto contro i Modoc del 1872-1873 in Oregon e California), un western storico, solido ma senza particolari guizzi, con cui Daves prosegue il suo tentativo (iniziato nel 1950 con "L'amante indiana") di "umanizzare" i nativi americani facendoli uscire, almeno in parte e per quanto gli era concesso, dagli stereotipi di selvaggi. Qui, a parte il complesso e riuscito personaggio di Jack, ci sono indiani cattivi ma anche indiani buoni, come i fratelli Manok e Toby (Anthony Caruso e Marisa Pavan), capi tribù che sostengono Johnny nelle sue trattative. Toby, addirittura, contende l'amore del protagonista alla bianca Nancy (Audrey Dalton). Quello di Jack fu uno dei primi ruoli di rilievo per Charles Bronson, che aveva appena assunto il suo nome d'arte. Nel cast anche Robert Keith (il postiglione), Elisha Cook Jr (il commerciante rinnegato) e Richard Gaines (il medico pacifista). Bellissimi gli scenari in esterni, che donano al film epicità e un ampio respiro.

10 giugno 2017

L'intervallo (Leonardo Di Costanzo, 2012)

L'intervallo
di Leonardo Di Costanzo – Italia 2012
con Alessio Gallo, Francesca Riso
*1/2

Visto in divx.

Il diciassettenne Salvatore, venditore ambulante di granite alla periferia di Napoli, viene incaricato dai camorristi locali di sorvegliare la quindicenne Veronica, rinchiusa all'interno di un edificio fatiscente e abbandonato. La giovane ha evidentemente commesso uno sgarbo verso qualcuno, ma Salvatore ignora di cosa si tratti. Costretti a condividere lo stesso spazio per un'intera giornata, fra i due ragazzi – dopo l'iniziale ostilità – si stabilisce un legame empatico. Opera prima del documentarista Di Costanzo, un "piccolo film" esile e banalotto, girato praticamente con due soli personaggi (se si eccettuano le brevi comparsate del padre di Salvatore e dei camorristi all'inizio e alla fine), che vorrebbe offrire una riflessione poetica sulla gioventù, sui rapporti sociali e sulle costrizioni in territorio criminale, fra metafore sulla "natura" (gli uccellini in gabbia che non vogliono fuggire nemmeno con la porta aperta, la cagna che va a partorire i cuccioli da sola) e suggestioni quasi fiabesche (la cantina allagata, le storie di fantasmi, la magia della pioggia), mantenendo al tempo stesso un appiglio sulla realtà e la quotidianità (ma l'uso del dialetto napoletano stretto rende quasi incomprensibile la visione senza sottotitoli). La sceneggiatura appare forzata in più punti nelle dinamiche di interazione fra i personaggi, e con i suoi dialoghi banalmente ingenui non riesce mai a far salire l'interesse per la vicenda. Anche la regia non "respira", con la macchina da presa sempre attaccata ai personaggi. Ne risulta un film tutt'altro che scorrevole, la cui visione (nonostante la brevità) è quasi estenuante: siamo ben lontani dalla grazia e dalla leggerezza, per esempio, de "La schivata" di Kechiche, o dagli approfondimenti psicologici e culturali di "Io e te" di Bertolucci (uscito nello stesso anno). Deludente anche il finale, che non dona una risoluzione adeguata al senso di attesa che aveva permeato tutto il film.

8 giugno 2017

Uomini veri (Philip Kaufman, 1983)

Uomini veri (The right stuff)
di Philip Kaufman – USA 1983
con Sam Shepard, Ed Harris
**1/2

Visto in TV.

Tratto da un saggio di Tom Wolfe, il film racconta la storia dei primi sette astronauti americani, i piloti collaudatori delle missioni Mercury con cui la NASA, dal 1959 al 1963, inviò per la prima volta delle capsule nello spazio, dapprima senza equipaggio (o con uno scimpanzé) e poi con un uomo a bordo, nel tentativo di reggere il passo dei sovietici che nel frattempo, aveva mandato in orbita il primo satellite artificiale (lo Sputnik nel 1957) e poi il primo uomo (Yuri Gagarin nel 1961). La pellicola prende l'avvio nel 1949, quando il pilota dell'aeronautica Chuck Yeager (Sam Shepard), volando sopra il deserto della California, superò per la prima volta il muro del suono; e si conclude nel 1963, quando Gordon Cooper (Dennis Quaid), stabilendo il record di 22 orbite attorno alla Terra, fu l'ultimo astronauta ad andare nello spazio da solo (le successive missioni Gemini e Apollo prevederanno tutti equipaggi di almeno due membri). Pur caratterizzata da toni epici e agiografici nel celebrare il coraggio di questi moderni eroi americani (ancor più che i successi tecnologici della NASA), la lunga pellicola (oltre tre ore di durata, senza peraltro risultare mai noiosa) non è una semplice ricostruzione documentaristica dei voli Mercury ma si prende il suo tempo per caratterizzare i vari astronauti fra pregi e difetti, testosterone e spirito di squadra, orgoglio e spacconate, così come il supporto delle loro famiglie (essenzialmente mogli e compagne), le rivalità interne (fra piloti dell'aeronautica, della marina o semplici collaudatori), gli screzi con gli scienziati e i politici (rappresentati a volte in maniera irridente: particolarmente negativo è il ritratto di Lyndon Johnson, allora vicepresidente) e naturalmente il rapporto con la stampa (un elemento fondamentale delle missioni, anche in chiave di guerra fredda, fu infatti quello mediatico). Anche se manca un vero protagonista (il film è corale), fra le figure che risaltano di più ci sono quelle di Cooper, di John Glenn (Ed Harris), di Alan Shepard (Scott Glenn) e di Virgil "Gus" Grissom (Fred Ward). Gli altri astronauti sono Wally Schirra (Lance Henriksen), Kent Slayton (Scott Paulin) e Scott Carpenter (Charles Frank). Fra mogli e fidanzate figurano Barbara Hershey, Mary Jo Deschanel, Veronica Cartwright e Pamela Reed. Harry Shearer e Jeff Goldblum sono i due reclutatori della NASA. Dal punto di vista dell'accuratezza storica, alcuni passaggi hanno sollevato qualche perplessità (in particolare l'episodio dell'ammaraggio di un Gus Grissom in preda al panico), ma la potenza e il significato degli eventi restano intatti, veicolati in maniera efficace da una regia che pur mantenendo una certa ambizione va dritta al sodo, senza perdersi in svolazzi e divagazioni. Quattro premi Oscar (colonna sonora, montaggio, sonoro e montaggio sonoro) più altre quattro nomination (fra cui miglior film).