23 febbraio 2018

Il delitto di Giovanni Episcopo (A. Lattuada, 1947)

Il delitto di Giovanni Episcopo
di Alberto Lattuada – Italia 1947
con Aldo Fabrizi, Yvonne Sanson
**

Visto in divx.

A cavallo fra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento, l'umile ragioniere e archivista di stato Giovanni Episcopo (Aldo Fabrizi) si lascia circuire dallo spregiudicato avventuriero Giulio Wanzer (Roldano Lupi), truffatore sfrontato e prepotente, che si finge suo amico, lo introduce alla "bella vita" e lo sfrutta economicamente. Quando Wanzer, per sfuggire alla giustizia, è costretto a trasferirsi in Argentina, a Giovanni rimane se non altro Ginevra (Yvonne Sanson), la ragazza che lui gli aveva fatto conoscere. I due si sposano, ma il matrimonio è infelice, visto che Ginevra non si accontenta certo della misera vita da impiegato del marito. Ne nasce comunque un bambino, Ciro (Amedeo Fabrizi, figlio di Aldo anche nella vita reale): e sarà per proteggere lui e la sua famiglia che il timido Giovanni non esiterà a uccidere Wanzer, tornato dopo sette anni in Italia con l'intenzione di riprendersi Ginevra... Da un romanzo "in stile russo" di Gabriele D'Annunzio (sceneggiato da Lattuada insieme allo stesso Fabrizi, a Suso D'Amico e a un giovane Federico Fellini, alla sua prima collaborazione con il regista), un misto fra melodramma e storia d'appendice, reso appena più interessante dagli interpreti e da un contesto non ancora del tutto neorealistico ma che ne sfrutta diverse caratteristiche (ambientazione povera, scenari, bambini). In ogni caso Lattuada dimostra di trovarsi a suo agio come "cantore degli umili". L'intera vicenda è raccontata in flashback e in soggettiva dal protagonista, come se si trattasse della sua confessione. Fra i comprimari si riconosce un giovane Alberto Sordi (con i baffi), ma fra le comparse ci sono anche Silvana Mangano (una delle ballerine) e Gina Lollobrigida (una delle invitate alla festa), entrambe ancora sconosciute e praticamente agli esordi.

21 febbraio 2018

In nome della legge (Pietro Germi, 1949)

In nome della legge
di Pietro Germi – Italia 1949
con Massimo Girotti, Charles Vanel
**1/2

Visto in divx.

Il giovane magistrato palermitano Guido Schiavi (Massimo Girotti) viene inviato come pretore a Capodarso, una cittadina nella zona più rurale, aspra e brulla della Sicilia. Onesto, idealista e ostinato, dovrà far fronte alle resistenze della popolazione locale, legata alle antiche tradizioni. E il suo zelo nel riaprire i tanti procedimenti pendenti e in sospeso, nell'applicare le leggi e nel mostrarsi incorruttibile e inflessibile gli metteranno contro tutti. Anche perché deve vedersela da un lato con la povertà dei contadini e dei minatori che sfocia inevitabilmente nella criminalità, e dall'altro con la ricchezza del barone Lo Vasto (Camillo Mastrocinque), proprietario delle terre e della solfatara locale, che si protegge con l'arroganza e la corruzione; e poi c'è la mafia, guidata dal "massaro" Turi Passalacqua (Charles Vanel), che dispensa la propria protezione, la propria giustizia e la propria legge, mal tollerando quella dello stato. Tratto da un romanzo autobiografico, "Piccola pretura", scritto l'anno precedente dal magistrato-letterato Giuseppe Guido Lo Schiavo, il film fece discutere per la descrizione non del tutto negativa della mafia stessa (composta da "uomini d'onore" che a modo loro proteggono il territorio e si battono contro la criminalità) e soprattutto per un finale "ideologicamente ambiguo". Ma nonostante qualche ingenuità e qualche passaggio eccessivamente romantico, ha il merito di descrivere – per la prima volta al cinema? – una situazione reale e difficile (e un'atmosfera opprimente, fra omertà, intimidazioni e ricatti) in maniera coinvolgente e accattivante, a metà strada fra il neorealismo italiano e il western fordiano (con i dovuti adattamenti, il film potrebbe essere benissimo ambientato in un villaggio di frontiera del sud-ovest americano, "isolato dalla natura e dal deserto"). Fra i tanti personaggi che ruotano attorno al protagonista – il maresciallo Grifò (Saro Urzì), l'avvocato Faraglia (Umberto Spadaro), il giovane Paolino (Bernardo Indelicato)... – la storia d'amore con la baronessa Teresa (Jone Salinas) è quasi una distrazione. Alla sceneggiatura hanno collaborato anche Mario Monicelli, Federico Fellini e Tullio Pinelli. Nella realtà Capodarso corrisponde a Barrafranca, in provincia di Enna, ma il film è stato girato a Sciacca. Ottimi gli incassi e il riscontro della critica (Girotti e Urzì furono premiati ai Nastri d'Argento). Germi, al suo terzo film, ritrae per la prima volta la Sicilia: lo farà in molte altre pellicole, dai successivi "Il cammino della speranza" e "Gelosia" ai capolavori "Divorzio all'italiana" e "Sedotta e abbandonata".

19 febbraio 2018

La forma dell'acqua (Guillermo del Toro, 2017)

La forma dell'acqua (The Shape of Water)
di Guillermo del Toro – USA 2017
con Sally Hawkins, Michael Shannon
***

Visto al cinema Colosseo, con Giovanni e Sabrina.

A Baltimora, nei primi anni sessanta, l'umile, muta e sognante Elisa (Sally Hawkins) lavora come addetta alle pulizie nel laboratorio scientifico-militare dove è tenuta prigioniera una stupefacente creatura anfibia, catturata in Sudamerica dove era adorata dagli indios come un dio. Pur essendo entrambi privi della parola, i due entreranno in contatto e si innamoreranno. E la ragazza lo aiuterà a fuggire e a recuperare la libertà. Una fiaba romantica, fantastica e vintage, che illustra come superare le barriere dell'incomunicabilità e della solitudine: attraverso l'empatia e l'amore (anche se i primi approcci avvengono per mezzo del cibo e della musica, e l'acqua rimane un elemento che avvolge tutto e accomuna in più punti di due protagonisti). Con una trama forse non originalissima (chi ha detto "Free Willy"?) ma comunque ricca di spunti, e uno stile che ricorda "Il fantastico mondo di Amelie" e i lavori di Tim Burton (ma superiore a entrambi, visto che riesce ad evitare tutte le trappole della melassa o della retorica), Del Toro realizza una sorta di sequel non ufficiale de "Il mostro della laguna nera", il classico monster movie degli anni cinquanta di cui il regista è un fan sin dall'infanzia (e in effetti, per un breve periodo, è stato in trattativa con la Universal per realizzare proprio un remake di quel titolo), immaginando che la storia d'amore fra la bella e la bestia vada a buon fine. Proprio l'ambientazione temporale – siamo in piena guerra fredda (si citano i missili su Cuba e il primo uomo nello spazio, permettendoci di collocare la vicenda nel 1962 o subito dopo: e in effetti gli scienziati vogliono studiare il mostro nella speranza di scoprire qualcosa che consenta di vincere la corsa allo spazio con i sovietici, fino ad allora in vantaggio; nel cinema sotto la casa di Elisa si proiettano "La storia di Ruth" (1960) e "Martedì grasso" (1958), ma non è detto che siano prime visioni) – viene usata in più modi: come collegamento metafilmico al materiale di ispirazione ("Il mostro della laguna nera", appunto), come ausilio alla caratterizzazione dei personaggi, come sorgente di spunti narrativi, ma anche come elemento estetico e creativo (i colori, la musica, la cultura di quell'epoca, con tutte le sue ingenuità e contraddizioni). Da segnalare anche la sequenza onirica in cui Elisa e il mostro ballano sul set di un musical cinematografico (in bianco e nero), un omaggio a "Seguendo la flotta" con Fred Astaire e Ginger Rogers (la canzone è "You'll Never Know" di Alice Faye). Ma le citazioni cinefile sono numerosissime (oltre a quelle già citate, Giles guarda in televisione film con Shirley Temple, Betty Grable... e Ed il mulo parlante), anche indirette (le scarpette rosse di Elisa) o autoreferenziali (Del Toro aveva già ritratto una creatura anfibia in "Hellboy").

L'amore, l'emarginazione, la solitudine e le apparenze (umane o meno) sono temi che caratterizzano, nel bene o nel male, tutti i personaggi: da Giles (Richard Jenkins), anziano pittore gay e vicino di casa di Elisa, innamorato di un giovane barista e che deve lottare con i pregiudizi (i suoi e degli altri), a Zelda (Octavia Spencer), logorroica collega di Elisa, persona marginalizzata e "invisibile" per eccellenza negli Stati Uniti di quel periodo (donna, nera, povera); dal colonnello Strickland (Michael Shannon), che dirige la base con il pugno di ferro, quanto mai conformista in un periodo in cui ogni devianza era vista con sospetto (e infatti la sua famiglia, la sua casa, la sua automobile sembrano uscite da brochure pubblicitarie di quegli anni), a Bob/Dimitri (Michael Stuhlbarg), la spia russa infiltrata fra gli scienziati, che aiuta Eliza a far fuggire il mostro dal laboratorio. Oltre che romantica, la pellicola è nostalgica, emozionante e coinvolgente, ma mai melensa (anzi, non si tira indietro di fronte ad argomenti come il sesso – uno degli elementi che ci parlano della solitudine di Elisa è il suo rituale di masturbazione mattutino, naturalmente nella vasca piena d'acqua: quella stessa vasca dove farà poi l'amore per la prima volta con la creatura; per il "cattivo" Strickland, invece, il sesso è un atto di dominazione e di controllo, tanto che tappa la bocca alla moglie mentre fanno l'amore, e manifesta interesse anche per Elisa solo perché è muta). E non mancano brevi tocchi di gore (le dita staccate di Strickland, il cui andare in cancrena simboleggia la caduta progressiva dell'uomo verso il baratro; il gatto divorato), per ricordarci che si tratta comunque di un film per adulti. Certo, l'idea che anche un laboratorio segreto come quello in cui è custodito il mostro abbia bisogno di addetti alle pulizie è al tempo stesso realistica e da nerd (ricorda la discussione in "Clerks" sugli operai impiegati nella costruzione della Morte Nera). Nonostante un cast di nomi poco noti (sotto il costume della creatura anfibia si cela Doug Jones, habitué per personaggi simili nei film di Del Toro), il film ha riscosso un enorme successo di critica, vincendo a sorpresa il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia (dove raramente vengono premiati film di genere) e conquistando ben tredici nomination agli Oscar (mi resta il dubbio che, se fosse uscito negli anni ottanta, se le sarebbe sognate): l'unico lavoro di Del Toro ad avere in precedenza ricevuto un tale riscontro critico era stato "Il labirinto del fauno" nel 2007 (che vinse tre Oscar sui sei nomination). Fondamentale la fotografia di Dan Laustsen, che dona una suggestione acquatica a ogni scena (anche nella scelta dei colori, persino per l'automobile di Strickland!), così come la colonna sonora di Alexandre Desplat.

17 febbraio 2018

Grosso guaio a Chinatown (J. Carpenter, 1986)

Grosso guaio a Chinatown (Big Trouble in Little China)
di John Carpenter – USA 1986
con Kurt Russell, Dennis Dun
***

Rivisto in divx.

Il camionista Jack Burton (Kurt Russell), di passaggio a San Francisco, rimane coinvolto in una faida tra bande rivali di Chinatown quando la ragazza del suo amico cinese Wang Chi (Dennis Dun) viene rapita e il suo camion, il "Pork-Chop Express", viene trafugato. Dietro a tutto ci sono però misteriose forze soprannaturali: lo stregone Lo Pan (James Hong), infatti, intende sposare la fanciulla (che ha gli occhi verdi, una rarità in Cina) per riacquistare la forma corporea che gli era stata sottratta da un demone due millenni prima. Per sconfiggerlo, Jack e Wang ricorreranno all'aiuto del santone locale Egg Shen (Victor Wong), nonché a quello dell'avvocatessa Gracie Law (Kim Cattrall). Divertente pastiche di azione, avventura esotica e ironia, che occhieggia alla narrativa pulp (Fu Manchu) e alle coeve pellicole di Spielberg e Lucas (come la saga di Indiana Jones). Fra arti marziali e mistiche creature del folklore cinese (si pensi alle "tre bufere", gli sgherri di Lo Pan che controllano gli elementi atmosferici), con copiose ispirazioni da fumetti, film e serie tv di ambientazione orientale ("Zu" di Tsui Hark, "Samurai"), il protagonista Jack Burton si trova come un pesce fuor d'acqua, non capisce molto di quello che accade e fa la figura del personaggio imbranato e maldestro, oltre che sarcastico e vanaglorioso. A tutti gli effetti è una "spalla", mentre il vero eroe è l'amico Wang (per la cui parte Carpenter aveva inizialmente pensato a Jackie Chan). Memorabili molte delle sue uscite ("Sei pronto? – Sono nato pronto!", "L'uomo coraggioso ama sentire la natura sulla pelle. – E l'uomo saggio ama usare l'ombrello quando piove", "Calma, ho la situazione in pugno. Ho bevuto un filtro. Vedo quello che gli altri non vedono", "In casi come questi, il vecchio Jack dice sempre: basta adesso"). Un film con uno spirito da B-movie, decisamente leggero e autoironico, che garantisce un divertimento senza tempo. Nonostante la coppia Carpenter-Russell fosse reduce da successi come "1997: Fuga da New York" e "La cosa", la pellicola fu maltrattata dalla distribuzione con conseguente flop al botteghino, salvo essere rivalutata in seguito come cult movie. Per la delusione, il regista abbandonò le major di Hollywood e per i suoi progetti successivi si rivolse al cinema indipendente. La colonna sonora, come sempre, è dello stesso Carpenter (ma è meno memorabile di altre). Curiosità: la prima versione della sceneggiatura (poi completamente riscritta da W.D. Richter) era ambientata nel vecchio West.

15 febbraio 2018

Ender's game (Gavin Hood, 2013)

Ender's Game (id.)
di Gavin Hood – USA 2013
con Asa Butterfield, Harrison Ford
**1/2

Visto in TV.

In un futuro non precisato, il giovane Ender Wiggin (Butterfield) è uno dei tanti bambini che vengono addestrati per combattere contro i Formic, una razza di extraterrestri insettoidi che cinquant'anni prima avevano attaccato la Terra e quasi sterminato l'umanità, salvatasi solamente per l'azione eroica del "leggendario" comandante Mazer Rackham (Ben Kingsley). Agli ordini del colonnello Graff (Harrison Ford), i ragazzini – scelti per le loro menti agili, perché abituate ai videogiochi – sono sottoposti a una serie di prove sempre più competitive: e ben presto risulta evidente che proprio Ender è un leader naturale e un perfetto statega, destinato a diventare il comandante che guiderà l'intera flotta terrestre nella battaglia decisiva contro gli alieni. Quasi tutta la pellicola è incentrata sull'addestramento e sulla crescita del protagonista, un personaggio eccezionale e fuori dagli schemi, geniale ma introverso, ribelle (quanto basta) verso l'autorità ma dotato del carisma necessario per farsi seguire dai suoi compagni. E il film sfugge le trappole della retorica bellica per affrontare molti temi degni di nota: la disumanità e l'irrealtà della guerra, che si confonde con gli scenari virtuali dei videogames; i videogiochi stessi, così come altri giochi di strategia, usati come metodi di addestramento per forgiare le abilità di comando, l'elaborazione delle strategie e la capacità di lavorare in team; la giovane età dei bambini mandati in guerra, resa accettabile soltanto facendo loro credere che si tratta solamente di un gioco. Ma dopo tante simulazioni, come si comporteranno di fronte alla realtà? Dal romanzo "Il gioco di Ender" di Orson Scott Card (uno dei capisaldi della letteratura fantascientifica degli anni ottanta), un film che prometteva di essere un action movie fracassone come molti altri, ma che alla resa dei conti si è rivelato assai meno stupido e molto più interessante del previsto, oltre che focalizzato e coerente: peccato solo che a dirigerlo non ci fosse un regista di maggior spessore (ma Hood, quanto meno, se la cava bene con la sceneggiatura, nel difficile compito di adattare e "semplificare" il testo originale di Card). "Quando capisco davvero il mio avversario, abbastanza profondamente da poterlo battere, in quel preciso momento comincio ad amarlo", è la frase chiave, citata anche in apertura. Asa Butterfield convince nei panni del protagonista e forse ha un futuro come attore (il che non può essere garantito, invece, per gli altri interpreti bambini). Viola Davis è la psicologa dell'esercito, Abigail Breslin la sorella (e riferimento emozionale) di Ender.

14 febbraio 2018

Gioco d'amore (Sam Raimi, 1999)

Gioco d'amore (For Love of the Game)
di Sam Raimi – USA 1999
con Kevin Costner, Kelly Preston
**

Rivisto in TV.

Billy Chapel (Costner), veterano giocatore di baseball dei Detroit Tigers, è ormai giunto quasi alla fine della sua carriera. Mentre sul campo si batte contro i rivali di sempre, i New York Yankees, ripensa agli alti e bassi del suo rapporto con Jane (Preston), giornalista newyorkese con cui "fila" da oltre cinque anni senza mai aver avuto il coraggio di instaurare una relazione seria. Inning dopo inning, battitore dopo battitore, durante quella che per uno stanco e dolorante Billy sta per diventare una "partita perfetta" (così si definisce un incontro in cui un lanciatore non concede nemmeno una base agli avversari), una serie di flashback ci racconta i momenti fondamentali della storia d'amore con Jane, dal primo incontro all'istante in cui la ragazza gli comunica di aver deciso di lasciarlo e di partire per Londra. E nel corso dei ricordi, che si sovrappongono agli eventi della partita, Billy capirà finalmente quanto la donna è importante per lui (e, contemporaneamente, che è ormai giunto il momento di appendere il guantone al chiodo). Un meccanismo a incastro moderatamente interessante (che ricorda quello che Danny Boyle userà in "The Millionaire") e tanta, tantissima retorica a sfondo sportivo (ma nonostante questo, la parte sul baseball è decisamente la migliore della pellicola: molto efficaci, per esempio, gli istanti in cui Billy "sgombra la mente" per isolarsi dall'ambiente dei tifosi ostili) fanno da contraltare a una trama romantica noiosa e piena di cliché (e sì, lo sport come metafora della vita è uno di questi). Puro veicolo per Costner, il film non presenta alcuna traccia dello stile dinamico di Raimi, che dirige in modo professionale ma del tutto anonimo. Nel cast anche John C. Reilly (l'amico ricevitore), J.K. Simmons (l'allenatore) e Jena Malone (la figlia teenager di Jane).

13 febbraio 2018

I lunedì al sole (F. León de Aranoa, 2002)

I lunedì al sole (Los lunes al sol)
di Fernando León de Aranoa – Spagna 2002
con Javier Bardem, Luis Tosar
***

Visto in divx.

Ogni giorno è uguale agli altri a Vigo, sulla costa della Galizia, per un gruppo di operai rimasti disoccupati dopo la chiusura del cantiene navale per il quiale lavoravano. A tenerli a galla ci sono l'orgoglio, la dignità, l'amicizia e la solidarietà: ma non tutti affrontano la difficile situazione nello stesso modo. Santa (un Javier Bardem barbuto), disnivolto sindacalista, sotto processo per aver distrutto un lampione durante le proteste per la chiusura del cantiere, ciondola senza far nulla in particolare, si barcamena con piccoli lavoretti, sogna di emigrare in Australia ("Laggiù tutto è al contrario di qui") e cerca di tenere unito in qualche modo il piccolo gruppo di amici. José (Luis Tosar) soffre per dover dipendere economicamente dalla moglie Ana (Nieve De Medina), che lavora al mercato del pesce; Lino (José Angel Egido) continua a presentarsi a colloqui di lavoro, nonostante gli manchino i requisiti richiesti (soprattutto l'età e le competenze informatiche); Reina (Enrique Villén), che ha trovato un impiego come sorvegliante in un cantiere vicino allo stadio, permette agli amici di entrarvi di notte per poter guardare a sbafo le partite; Amador (Celso Bugallo), quello caduto più in disgrazia, passa le giornate a bere e a filosofare; e infine Rico (Joaquìn Climent), con i soldi della liquidazione, ha aperto un bar che funge da punto di ritrovo per tutti gli altri, aiutato dalla giovane figlia Nata (Aìda Folch). Una pellicola corale ed episodica, con l'obiettivo di descrivere una situazione sociale e un'atmosfera proletaria più che una storia vera e propria (non c'è una trama o una conclusione precisa). Delicata, intensa, mai melodrammatica, con una sceneggiatura ricca di piccoli episodi e momenti significativi (la serata di babysitteraggio, con una rilettura "sociale" della fiaba della Cicala e della Formica; i tentativi di riemergere e di riappacificarsi con il mondo; il funerale dell'amco suicida) che fa emergere l'umanità di personaggi sconfitti eppure mai disposti ad arrendersi: una delle migliori pellicole sul tema della disoccupazione (dai toni più leggeri ed equilibrati rispetto, per esempio, alla durezza e al manicheismo di un Ken Loach), nonché il film che ha rivelato (anche internazionalmente) il regista. Ottimi tutti gli interpreti. Nella colonna sonora, fra le altre, si sentono Tom Waits, "La mer" e "Volare" in versione spagnola.

12 febbraio 2018

L'uomo che non è mai esistito (R. Neame, 1956)

L'uomo che non è mai esistito (The Man Who Never Was)
di Ronald Neame – GB 1956
con Clifton Webb, Gloria Grahame
**1/2

Visto in divx.

Per far credere ai tedeschi che lo sbarco delle truppe alleate provenienti dall'Africa avverrà in Grecia, e non in Sicilia come pianificato, i servizi segreti inglesi lasciano alla deriva vicino alle coste spagnole il corpo di un presunto maggiore, William Martin, che reca con sé documenti falsi che possano depistare le spie nemiche. A organizzare l'operazione è il comandante della marina militare Ewen Montagu (Clifton Webb): il cadavere è in reltà quello di un giovane scozzese da poco deceduto per polmonite (il che permette di simulare l'annegamento), cui viene "cucita" un'identità fittizia, completa di ogni particolare, con tanto di effetti personali e la lettera di una (finta) fidanzata: e sarà proprio questa, Lucy Sherwood (Gloria Grahame), in lacrime per la morte di un soldato di cui era innamorata, a portare a termine l'inganno, dissipando i dubbi della spia nazista (Stephen Boyd) giunta a Londra per indagare sulla reale identità (o meno) del maggiore Martin... Tratta da un libro scritto dallo stesso Montagu, la pellicola racconta un episodio curioso ma veramente accaduto durante la seconda guerra mondiale, la cosiddetta "operazione Mincemeat". E lo fa con mestiere e dovizia di particolari, in parte didascalici e in parte romanzati. Bravo Webb, ottima la Grahame, anche se lontana dai ruoli abituali. Robert Flemyng è il tenente Acres, Josephine Griffin è Pam, assistente di Montagu e coinquilina di Lucy. Il vero Montagu ha un cameo nei panni di un ufficiale dell'aviazione che si mostra dubbioso sull'efficacia dell'operazione.

10 febbraio 2018

Il bandito (Alberto Lattuada, 1946)

Il bandito
di Alberto Lattuada – Italia 1946
con Amedeo Nazzari, Anna Magnani
***

Visto in divx.

Reduce da un campo di prigionia tedesco, alla fine della guerra Ernesto (Nazzari) torna nella sua Torino per scoprire che non gli è rimasto nulla: la sua casa natale è stata distrutta, i parenti sono morti o dispersi, non c'è lavoro né – per colpa della burocrazia – sussidio. Di fronte alle difficoltà e all'indifferenza altrui, una serie di eventi fortuiti lo spingono allora sulla strada del crimine. Entra così a far parte di una banda di gangster, guidata da una donna (Anna Magnani): ma in mezzo a tanta spietatezza riesce a mantenere un barlume di umanità (come una sorta di Robin Hood, distribuisce parte delle ricchezze trafugate ai più disperati). E l'affetto per una bambina, figlia del suo compagno di prigionia Carlo (Carlo Campanini), lo redimerà, anche se sarà troppo tardi. Modernissimo gangster movie che non ha nulla da invidiare a pellicole americane coeve o degli anni trenta (come i film con James Cagney), calato però nel preciso contesto storico-sociale dell'Italia dell'immediato dopoguerra. Nel mescolare il (neo)realismo e il noir all'americana, non è comunque un caso isolato, viste le contemporanee pellicole di Pietro Germi (e ovviamente "Ossessione" di Visconti). Mereghetti osserva come sia "peculiare la scelta degli attori che ribaltano coi loro personaggi l'immagine popolare che li ha resi famosi: il brillante e avventuroso Nazzari è l'antieroe disilluso, la "popolana" Magnani è addirittura il boss della banda, e la virginea Carla Del Poggio fa la prostituta". La Del Poggio aveva sposato Lattuada l'anno prima: qui è alla prima di quattro apparizioni nei film del marito. Nel contesto del cinema italiano dell'epoca, la pellicola non si fa scrupolo di mostrare ambiguità morale (personaggi cattivi ritratti però com simpatia), scene di violenza, qualche parolaccia ("Quella puttana ci gha tradirti!"), situazioni erotiche o scabrose (Ernesto ritrova la sorella in una casa di appuntamenti) e un personaggio apertamente gay (uno dei membri della banda), anche se vi fa da contraltare il patetismo di alcune scene (quelle con la bambina). Oltre alla regia e alla sceneggiatura, notevole anche la fotografia d'atmosfera di Aldo Tonti.

9 febbraio 2018

Beginners (Mike Mills, 2010)

Beginners (id.)
di Mike Mills – USA 2010
con Ewan McGregor, Christopher Plummer, Mélanie Laurent
*1/2

Visto in TV.

Poco dopo la scomparsa del padre Hal (Plummer, premiato con l'Oscar come attore non protagonista), morto di tumore dopo aver rivelato a 75 anni di essere gay, il disegnatore Oliver (McGregor) conosce l'attrice Anna (Laurent). Ma saprà portare avanti la relazione, visto che in passato non ha saputo mai tenersi una ragazza (forse perché "scottato" da quella che percepiva come mancanza di amore fra i suoi genitori)? È quasi un peccato dare un voto negativo a un film non certo banale come questo, che nei primi 15-20 minuti si presenta ricco di spunti (a partire dal personaggio del padre, che fa coming out sulla propria sessualità solo in tarda età, dopo la morte della moglie) e di trovate interessanti (Arthur, il cagnolino del padre, adottato poi da Oliver, che si esprime con sottotitoli; il primo incontro di Oliver e Anna a una festa in maschera, dove lui è vestito da Sigmund Freud e lei non può parlare perché ha una laringite; la tristezza interiore di Oliver, che si ripercuote sul suo lavoro). Ma poi la pellicola si impalla e si capisce che il regista/sceneggiatore si è giocato le buone carte (peraltro autobiografiche) tutte all'inizio. E non solo non sa più come evolvere la storia, ma continua a riproporre le stesse situazioni, anche perché sceglie di utilizzare un montaggio frammentato che continua a saltare aventi e indietro nel tempo, alternando scene nel presente (con la relazione fra Oliver e Anna), nel passato vicino (la malattia del padre) e in quello remoto (Oliver da bambino che interagisce con la madre). Proprio come la colonna sonora (per piano, di impronta jazzistica), il film pare quasi improvvisare sui temi che ha già esposto, fermandosi senza sapere come ripartire: e la brillantezza iniziale finisce così per diventare pesantezza. Un caso quasi da manuale in cui una minor ambizione, una maggior leggerezza e soprattutto una migliore organizzazione del materiale (perché rivelare subito tutto all'inizio, compresa la morte del genitore e il fatto che fosse gay?) avrebbero potuto produrre un gioiellino, dato che il talento messo in campo è indubbio.

7 febbraio 2018

Nikita (Luc Besson, 1990)

Nikita (id.)
di Luc Besson – Francia/Italia 1990
con Anne Parillaud, Tchéky Karyo
***

Rivisto in DVD.

Dopo aver ucciso un poliziotto nel corso di una rapina a una farmacia in compagnia di tre amici tossici, la giovane delinquente Nikita (Parillaud, nel ruolo più famoso della sua carriera) viene scelta dal governo per essere addestrata come sicario all'interno di un programma top secret. L'agente Bob (Tchéky Karyo) trasforma lentamente quella che era una ragazza insicura e ribelle in un'infallibile macchina per uccidere. Pur continuando a obbedire ai suoi ordini, però, Nikita svilupperà il desiderio di condurre una vita normale al fianco del fidanzato Marco (Jean-Hugues Anglade). Proseguendo nella sua filza di successi a inizio carriera, Besson realizza un thriller d'azione serrato e coinvolgente, in particolar modo nelle scene che mostrano le varie missioni della protagonista (una delle quali a Venezia), anche se l'insieme risulta a tratti ingenuo e decisamente fumettistico. Al fianco della Parillaud compaiono molti caratteristi e vecchi volti del cinema francese (Jeanne Moreau, Philippe Leroy). Il regista dirige con solidità e un buon ritmo, concedendosi pochi svolazzi autoriali, aiutato da una fotografia con evidenti influenze del cinema hongkonghese (si pensi all'illuminazione in blu nella scena iniziale). Dove la pellicola deraglia e perde il suo equilibrio è nell'ultima mezz'ora, quando entra in scena Victor l'Eliminatore (Jean Reno, ormai pronto per il successivo "Leon"), personaggio ingombrante che ruba la scena alla protagonista. E il finale voleva forse lasciare aperta la porta a un sequel che non c'è mai stato. Ma arriveranno due remake made in USA ("Nome in codice: Nina") e Hong Kong ("Black cat"), e due serie tv ("La femme Nikita" e "Nikita"). Musica di Eric Serra. Il nome russo "Nikita" solitamente è maschile (basti pensare a Krusciov o a Michalkov), ma Besson lo utilizza al femminile, ispirato dal video della canzone "Nikita" di Elton John.

6 febbraio 2018

Tutto può cambiare (John Carney, 2013)

Tutto può cambiare (Begin Again)
di John Carney – USA 2013
con Keira Knightley, Mark Ruffalo
**1/2

Visto in divx, con Giovanni, Rachele e Sabrina.

Dan Mulligan (Ruffalo), produttore discografico caduto in disgrazia, incontra per caso Greta (Knightley), cantautrice appena mollata dal fidanzato Dave (Adam Levine) e in procinto di lasciare New York. I due decidono di aiutarsi a vicenda: Dan produrrà un album di Greta, nella speranza di (ri)lanciare la carriera di entrambi ma soprattutto di uscire dalle rispettive crisi sentimentali ed esistenziali. Essendo a corto di denaro, e dunque impossibilitati a registrare in studio, le varie tracce vengono incise all'aperto, per le strade, nei parchi e sui tetti della città, i cui rumori di fondo entrano a far parte dei brani. Il regista di "Once" realizza quasi un remake americano di quella pellicola, con poche variazioni ma con gli stessi temi (l'incontro fra due personaggi in impasse, il potere salvifico della musica, l'entusiasmo che nasce dall'incidere le proprie canzoni), contando però stavolta su attori professionisti (nel film irlandese gli interpreti erano gli autori stessi dei brani) e su un'ambientazione più internazionale e meno "proletaria", che se non altro rende meno convincente la tensione dei personaggi verso "l'autenticità" della musica. Il risultato è comunque assai godibile, anche se resta un gradino al di sotto di "Once" (la colonna sonora di Glen Hansard era decisamente più bella di questa, scritta da Gregg Alexander). Ottimi gli interpreti: oltre a un arruffato Ruffalo, alla Knightley (che canta con la sua voce) e a Levine (il cantante dei Maroon 5 recitava per la prima volta; qui interpreta, in varie versioni, la canzone "Lost Stars"), Hailee Steinfeld è la figlia teenager di Dan, Catherine Keener la moglie, James Corden l'amico di Greta. Piccole parti anche per i rapper Mos Def (il socio di Dan) e Cee Lo Green (Trouble Gum).

5 febbraio 2018

La piccola principessa (A. Cuarón, 1995)

La piccola principessa (A Little Princess)
di Alfonso Cuarón – USA 1995
con Liesel Matthews, Eleanor Bron
*1/2

Visto in TV.

La piccola Sara (Matthews) viene messa temporaneamente dal padre, capitano dell'esercito britannico (Liam Cunningham), nel collegio femminile gestito dalla crudele Miss Minchin (Bron). Quando il genitore risulta morto in guerra, e dunque non può più pagare la retta, la bambina viene "degradata" a serva. Ma saprà conservare la bontà del proprio cuore, la gioia di vivere e soprattutto la grande immaginazione, che l'aiuteranno a mantenersi a galla fra tante avversità fino a quando – ovviamente – si scoprirà che il padre è ancora vivo, e che aveva soltanto perso la memoria durante una battaglia. Il secondo film del messicano Cuarón, al suo debutto a Hollywood, è il remake di un classico con Shirley Temple del 1939, tratto da un romanzo per l'infanzia di Frances Hodgson Burnett (ma il debito è molto più verso l'antecedente cinematografico che non verso il libro). Tecnicamente ben fatto (Cuarón si stava facendo le ossa, ma dimostrava già di avere talento), con una notevole dose di "realismo magico" che mescola la cupa realtà con la luminosa immaginazione della protagonista, è però stucchevole e infantile. E francamente la regia, insieme alla fotografia colorata di Emmanuel Lubezki (le divise verdi del collegio, la rosa gialla, i colori dell'India), sono le uniche cose da salvare in un film che fonde manierismo patinato, buonismo e melodrammaticità dickensiana fuori tempo massimo, un'ambientazione fiabesca e irreale (siamo a New York, ma sembra la Londra vittoriana), un semplicistico elogio dell'escapismo e della fantasia (Sara inventa, a beneficio proprio e delle compagne di collegio, racconti d'amore e d'avventura di ambientazione indiana: il principe Rama è interpretato dallo stesso Cunningham), una caratterizzazione manichea e senza alcuna sfumatura dei personaggi (il messaggio dovrebbe essere "Le donne sono tutte principesse", ma questo non vale per la cattiva Miss Minchin). Che sia un prodotto rivolto esclusivamente ai bambini non è certo un alibi, visto che nello stesso genere non mancano opere più stratificate e soddisfacenti.

4 febbraio 2018

Gioventù perduta (Pietro Germi, 1947)

Gioventù perduta
di Pietro Germi – Italia 1947
con Jacques Sernas, Carla Del Poggio, Massimo Girotti
***

Visto in divx.

Il ventenne Stefano (Jacques Sernas), ragazzo-bene figlio di un professore universitario, è segretamente il capo di una banda di giovanissimi rapinatori. A indagare su di lui c'è Marcello (Massimo Girotti), poliziotto "proletario" in incognito che si finge studente e che si innamora della sorella di Stefano, Luisa (Carla Del Poggio). Il secondo film di Germi (sceneggiato, fra gli altri, da Mario Monicelli e Antonio Pietrangeli) è un noir/poliziesco con tutti i crismi del genere, ma con il valore aggiunto dell'ambientazione nel dopoguerra italiano, quando una serie di fatti di cronaca (alcuni dei quali citati nella pellicola, quando il padre di Stefano tiene la sua lezione in classe) avevano attirato l'attenzione sulla nuova delinquenza giovanile, un fenomeno di cui il cinema italiano di quegli anni si occupò a più riprese (basti pensare a "I vinti" di Antonioni). Le esperienze della dittatura fascista e poi della guerra, è la tesi, hanno portato da un lato a un decadimento dei valori morali e dall'altro a un senso di insoddisfazione che, in persone ambiziose come il protagonista, non può che sfociare nel crimine. "C'è nei giovani d'oggi uno strano miscuglio di pessimismo e di cinismo che mi spaventa", commenta il professore. Stilisticamente il film occhieggia alle pellicole americane e si rivela solido e realistico, pur nei confini del genere, con personaggi ben caratterizzati e una forte attenzione al contesto sociale e generazionale, anche attraverso piccoli particolari come oggetti (l'accendino, le cravatte, le sigarette: Stefano fuma sigarette Camel, cioè costose, mentre il poliziotto si "accontenta" delle Nazionali), scenari (l'ufficio del detective che si affaccia sul Colosseo; le sponde del fiume Aniene dove Stefano uccide l'amica d'infanzia Maria (Franca Maresa), che avrebbe potuto denunciarlo) e dettagli (i due bambini piccoli che giocano con pistole e fucili). La censura fece rimuovere alcune scene ritenute troppo violente (come la rapina all'università, che infatti non viene mostrata): in ogni caso, il riscontro del pubblico e le critiche furono eccellenti (il film vinse il Nastro d'Argento). Diana Borghese è Stella, la cantante di cabaret corteggiata da Stefano.

2 febbraio 2018

Chiamami col tuo nome (L. Guadagnino, 2017)

Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name)
di Luca Guadagnino – Italia/USA 2017
con Timothée Chalamet, Armie Hammer
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Nella pigra e assolata estate del 1983, il diciassettenne Elio (Chalamet) si innamora del più maturo Oliver (Hammer), studente universitario americano che è ospite in Italia nella villa di campagna dei suoi genitori. Dal romanzo semi-autobiografico di André Aciman, sceneggiato da James Ivory (che in un primo tempo avrebbe dovuto anche dirigerlo), una storia di coming-of-age e di amore gay (ma c'è chi ha detto che parla di amore, punto) che Guadagnino ha girato nello stile dei suoi cineasti di riferimento, Bertolucci ("Io ballo da sola") e Rohmer ("Pauline alla spiaggia") su tutti. Nonostante il tema potesse sembrare scabroso (non tanto per l'omosessualità, quanto per la differenza di età dei protagonisti: ma la pellicola mette le mani avanti sin dai titoli di testa, con copiose immagini di statue greco-romane con tutta la loro "sensualità ellenica"), viene svolto con estrema delicatezza, per non parlare di una naturalezza che è il suo maggior pregio, aiutata in questo dall'ottima ricostruzione storica di quegli anni, visti con nostalgia (le canzoni, gli abiti, i colori) ma anche con puntiglio storico (i riferimenti a Bettino Craxi e al pentapartito, chiave di volta della politica e della società italiana da cui non siamo più tornati indietro; nel frattempo, Beppe Grillo faceva ancora il comico in tv). Indicativa la scena in cui Elio si dichiara per la prima volta a Oliver, a mezze parole, al memoriale del Piave: la macchina da presa gira intorno, mostrando manifesti del PCI e del PSI così come la croce di una chiesa: tutta l'Italia, insomma, in un piano sequenza. Il centro emotivo del film resta però la passione di Elio per Oliver, un "primo amore" estivo e vacanziero, raccontato con leggerezza e senza fretta: si divaga, si "perde tempo" come capita spesso d'estate, o come quando (tipico nei teenager) la propria sessualità è ancora alla ricerca di una direzione precisa. Il film ce lo mostra dalla nascita del desiderio attraverso la sua attuazione fino all'esaurirsi dell'esperienza (ma non dei ricordi o dei sentimenti: non bisogna aver paura di "provare qualcosa", dice ad Elio il padre), senza melodrammaticità o aggressività, senza il bisogno di scene madri o di personaggi bigotti che mettano i bastoni fra le ruote ai due innamorati: tutto è "calmo" e lineare, e la messa in scena intende "restituire un’atmosfera prima che una storia".

Il giovane Elio è il vero protagonista per film, naturalmente. Intelligente (anche come musicista), precoce, appare timido e in cerca di sicurezze (mentre Oliver gli sembra molto sicuro di sé) ma pure esuberante e audace (è lui che fa la "prima mossa"). Si trova in un momento della vita in cui è lecito sperimentare (con sé stesso, con gli altri), senza paura o senza rimorsi. E il film ci mostra tutto questo attraverso le immagini, alle quale pone in generale più importanza che non alle parole, eccezion fatta appunto per il discorso del padre nel finale. Guadagnino, di suo, ha apportato alcuni cambiamenti al testo originale, spostando l'ambientazione dalla Riviera Ligure (e Roma) alla provincia di Crema (e alle Alpi Orobie), aggiungendo alcuni episodi provenienti dalla sua stessa gioventù (il vagabondare fra paesini e natura) ed eliminando la voce fuori campo di un Elio ormai cresciuto che ricordava e narrava gli eventi passati. Ottima scelta: uscendo dal tempo presente si sarebbe perso quel messaggio di "universalità" della prima esperienza amorosa e/o sessuale da cui dipende gran parte del coinvolgimento dello spettatore. Il regista ha anche fatto a meno di scene di nudo integrale o di sesso esplicito, ritenendole non necessarie (la macchina da presa esce pudicamente dalla finestra al momento clou): in un primo momento aveva pensato a togliere anche la scena in cui Elio si masturba con una pesca, ma l'ha lasciata perché illustra bene la straripante energia sessuale del ragazzo in un momento fondamentale della propria crescita (a margine: Tsai Ming-Liang aveva girato una scena simile in uno dei suoi film, ma il frutto era un'anguria!). I genitori di Elio, ebrei "discreti" di origine americana, sono Michael Stuhlbarg e Amira Casar. Esther Garrel, sorella di Louis, è Marzia, la ragazza con cui Elio sperimenta l'amore eterosessuale. L'autore del romanzo originale, Aciman, compare insieme al produttore Peter Spears in un breve cameo (la coppia di gay anziani che partecipa a una cena). Grande successo negli Stati Uniti (probabilmente anche perché gli scenari dell'Italia di provincia sono percepiti come poetici, sensuali ed "esotici"), e quattro candidature agli Oscar: miglior film, attore (Chalamet), sceneggiatura e canzone ("Mystery of Love"). Nella colonna sonora anche tanti brani classici (da Bach a Ravel, fino a Schoenberg), visto che Elio si diletta a suonare, a trascrivere e ad "arrangiare" brani per pianoforte.

31 gennaio 2018

Fronte del porto (Elia Kazan, 1954)

Fronte del porto (On the Waterfront)
di Elia Kazan – USA 1954
con Marlon Brando, Eva Marie Saint
***1/2

Rivisto in divx.

L'ex pugile Terry Malloy (Marlon Brando, in una delle interpretazioni più celebri della sua carriera: "Potevo diventare un campione. Potevo essere qualcuno... invece di niente") è al soldo di Johnny Friendly (Lee J. Cobb), capo di un'organizzazione sindacale che utilizza metodi mafiosi per sfruttare gli scaricatori del porto a proprio piacimento, facendo la cresta su ogni attività e decidendo chi deve lavorare e chi no. Quando, anche per causa sua, il suo amico Joey – che intendeva denunciare Johnny – viene ucciso, Terry comincia ad avere sensi di colpa e scrupoli di coscienza, esacerbati dalle prediche di Padre Barry (Karl Malden) e dall'incontro con Edie Doyle (Eva Marie Saint, al suo debutto sul grande schermo), la sorella di Joey, innocente ma agguerrita, di cui si è innamorato. Uno dei più importanti film hollywoodiani degli anni cinquanta, che ha cementato la fama sia del regista Elia Kazan che – soprattutto – di Marlon Brando, in un ruolo da duro in cerca di redenzione. Memorabile la sua camicia a scacchi, che veste per tutta la pellicola (tranne che nell'ultima scena, quando indossa la giacca di Joey, l'amico della cui morte si sente colpevole e con il quale condivideva la passione per l'allevamento di colombi viaggiatori sul tetto). La sua, come abbiamo detto, è una storia di redenzione: ma sullo sfondo di un impianto collettivo che denuncia le condizioni dei lavoratori la pellicola affronta anche i temi personali del coraggio, della vigliaccheria, della delazione e del tradimento. Non va trascurato il contesto produttivo, nel pieno della stagione del Maccartismo: attraverso il personaggio del prete, che cerca di convincere i lavoratori a denunciare chi li sfrutta, Kazan sembra voler giustificarsi o comunque lanciare un messaggio a chi (come Arthur Miller, che peraltro aveva scritto la prima versione del soggetto, poi sceneggiato da Budd Schulberg) lo aveva accusato di aver collaborato con le commissioni sulle attività antiamericane. In ogni caso, la trama si ispirerebbe direttamente ad alcuni eventi di cronaca davvero accaduti al porto di Hoboken, nel New Jersey. E il film è potente nelle immagini quanto nei contenuti, curatissimo nella messa in scena e con una recitazione intensa e di alto livello da parte di tutto il cast. La fotografia in bianco e nero di Boris Kaufman ha tutti i crismi di un noir: basti pensare all'illuminazione sghemba nelle scene notturne in cui viene ucciso Charley (Rod Steiger), il fratello di Terry che non ha voluto tradirlo. La scena in auto con il confronto fra Brando e Steiger, giustamente considerata dai critici uno dei vertici emozionali del film, fu praticamente improvvisata dai due interpreti (entrambi provenienti dalla scuola dell'Actors Studio fondato dallo stesso Kazan). Straordinaria anche la colonna sonora di Leonard Bernstein, ricca di sonorità stravinskiane e con un tema semplice ma memorabile. Vincitore di otto premi Oscar, tutti di peso: miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Brando), attrice non protagonista (Saint), fotografia, scenografia e montaggio: fu inoltre nominato per la colonna sonora e per tre attori non protagonisti (Malden, Steiger, Cobb).

29 gennaio 2018

Apollo 13 (Ron Howard, 1995)

Apollo 13 (id.)
di Ron Howard – USA 1995
con Tom Hanks, Ed Harris
***

Visto in TV.

La vera storia della tredicesima missione Apollo, partita da Cape Kennedy l'11 aprile 1970, che avrebbe dovuto portare sulla Luna i tre astronauti Jim Lovell (Tom Hanks), Fred Haise (Bill Paxton) e Jack Swigert (Kevin Bacon), quasi un anno dopo lo storico sbarco di Neil Armstrong. Ma un'esplosione in uno dei serbatoi di ossigeno a bordo (da cui la celebre frase "Houston, abbiamo un problema") costrinse l'equipaggio ad annullare l'allunaggio e a tentare un pericoloso rientro d'emergenza verso la Terra, che giunse a buon fine grazie al coraggio, all'intraprendenza, ma soprattutto alle capacità tecniche e scientifiche degli uomini della NASA, coordinati dal direttore di volo Gene Kranz (Ed Harris). Probabilmente il miglior film di Ron Howard, che mette da parte le velleità artistiche per affidarsi alla sola ricostruzione dei fatti, basandosi sul libro dello stesso Lovell "Lost Moon" (con l'espressione "Abbiamo perso la Luna") e la cura verso i dettagli tecnici (persino quelli più realistici e "sgradevoli", come la presenza di vomito e urina nello spazio). I cineasti ottennero la collaborazione e la consulenza della NASA per riprodurre sullo schermo le strutture e i materiali d'epoca, così come gli effetti dell'antigravità. Naturalmente non mancano libertà creative (diversi personaggi sono stati condensati in uno solo, come nel caso di Kranz e di Ken Mattingly, interpretato da Gary Sinise, il pilota che fu sostituito da Jack Swigert a pochi giorni dal lancio e che contribuì da Terra alla missione di salvataggio). Fra tanto realismo e attenzione agli aspetti tecnici, non mancano comunque spettacolarità e tensione, il che rende la pellicola un thriller ad alto impatto emotivo, dove persino l'enfasi e la retorica hanno comunque la loro ragione di essere (nonostante i cliche, nel finale c'è sincera emozione, forse perché sappiamo che si tratta di una storia vera: da notare però che all'uscita del film ci fu qualche disinformato che ebbe da ridire sull'"irrealistico lieto fine hollywoodiano"). L'insuccesso della missione Apollo 13 (a proposito: alla faccia della superstizione!) fu all'epoca definito "un fallimento di grande successo", per come seppe mettere in luce le capacità di ingegnarsi della NASA e quelle di sopravvivere in un ambiente estremo (in questo il film va giustamente considerato come il precursore di "Gravity" e "The martian"). Le operazioni di salvataggio furono seguite in diretta, oltre che dai parenti degli interessati, da un'intera nazione, riaccendendo l'interesse sui viaggi spaziali dopo che le attenzioni dei media erano diminuite una volta che il traguardo dello sbarco sulla Luna era già stato raggiunto. Solide le performance del cast: Hanks sfiorò il terzo premio Oscar consecutivo (dopo "Philadelphia" e "Forrest Gump"), ma il migliore è Ed Harris (che era già presente in "Uomini veri" di Philip Kaufman, ed è dunque da considerare un veterano del genere).

27 gennaio 2018

Giulia (Fred Zinnemann, 1977)

Giulia (Julia)
di Fred Zinnemann – USA 1977
con Jane Fonda, Vanessa Redgrave
**1/2

Visto in divx.

Negli anni trenta, alla vigilia della seconda guerra mondiale, la scrittrice Lillian Hellman (Jane Fonda) si reca in Europa in cerca di Julia (Vanessa Redgrave), sua amica del cuore sin dall'infanzia, della quale ha perso le tracce da quando si è trasferita a studiare medicina in Austria. Scoprirà che è diventata un'attivista antifascista: e per aiutarla, intraprenderà un pericoloso viaggio attraverso la Germania nazista. Da un capitolo (autobiografico, anche se non mancano controversie al riguardo) del libro "Pentimento" della Hellman (adattato da Alvin Sargent, che vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura), un film storico-drammatico su un'amicizia al femminile in grado di durare una vita e di andare oltre tutte le avversità. La storia, che alterna momenti concreti con altri basati sui ricordi, con uno stile volutamente sognante e un po' patinato, intreccia la finzione con le vicende biografiche della Hellman (la convivenza con Dashiell Hammett (Jason Robards), gli sforzi per diventare drammaturga, i primi successi). Ma lo spazio maggiore è naturalmente riservato al rapporto con Julia: dai flashback delle estati passati insieme da bambine, ai momenti in cui, alle soglie dell'età adulta, Lillian ammira l'amica da lontano per le sue ambizioni e le sue lotte impegnate (pur essendo di famiglia ricca, Julia è sempre stata anticonformista). È quasi come se Lillian fosse una vera persona e Julia soltanto una proiezione. Forse un po' lunga la parte del viaggio in treno da Parigi a Mosca via Berlino, che porta via quasi tutta la seconda metà del film. Undici le nomination agli Oscar: oltre a Sargent, lo vinsero anche la Redgrave e Robards come attori non protagonisti. Lillian e Julia da giovani sono interpretate da Susan Jones e Lisa Pelikan. Esordio sullo schermo, in ruoli minori, per Meryl Streep e Lambert Wilson.

26 gennaio 2018

The great wall (Zhang Yimou, 2016)

The Great Wall (id.)
di Zhang Yimou – USA/Cina 2016
con Matt Damon, Jing Tian
*1/2

Visto in TV.

La Grande Muraglia non è stata costruita soltanto per delimitare i confini della Cina: un millennio fa serviva anche a difendersi dai periodici attacchi di una razza di mostri ancestrali, i Taotié, usciti dalle viscere della Terra per cibarsi di carne umana. Almeno è quanto racconta questo kolossal fantasy, coproduzione fra Cina e Stati Uniti e film più costoso mai girato in lingua inglese nel paese asiatico. Sfarzoso nella messa in scena, nei colori e nell'utilizzo della computer grafica (ovviamente in sala è uscito in versione 3D), il lungometraggio sfoggia un cast internazionale (fra gli altri: Willem Dafoe, Andy Lau, Zhang Hanyu) ma alla resa dei conti resta un'avventura banalotta e mai veramente stimolante. William (Matt Damon) e Tovar (Pedro Pascal) sono due mercenari europei che si recano in Cina alla ricerca della leggendaria "polvere nera" (ovvero, polvere da sparo), ma resteranno coinvolti nella guerra fra i membri dell'Ordine senza Nome (un esercito appositamente addestrato per affrontare questo nemico) e i mostruosi Taotié, creature animalesche simil-Alien (con tanto di regina madre da cui dipendono: ovvio che basterà uccidere questa per sconfiggerli tutti). Zhang Yimou dà il meglio di sé con la messa in scena e le coreografie, suoi punti di forza nonché di tutto il cinema orientale (dai paesaggi alle scene di battaglia, dai costumi alle scenografie, anche se l'estetica è più quella di un videogame fantasy – si nota in particolare nel personaggio del comandante Lin, interpretata da Jing Tian – che non di un affresco storico), ma contenuti, storia, personaggi e nemici sono del tutto generici, e le svolte narrative prevedibili. Nonostante il grande sforzo produttivo, gli incassi non sono stati particolarmente cospicui né in America né in Cina.

25 gennaio 2018

Il circo di Tati (Jacques Tati, 1974)

Il circo di Tati (Parade)
di Jacques Tati – Francia/Svezia 1974
con Jacques Tati, Karl Kossmayer
*1/2

Visto in divx.

Uno spettacolo circense, nel quale Tati fa da presentatore ed esegue anche diversi numeri (per lo più da imitatore: scenette nel quale "mima" le azioni di un portiere di calcio, di un pugile, di un pescatore, ecc.). Realizzato per la TV, è il sesto nonché ultimo lungometraggio diretto dal grande comico (e uno dei due, insieme al suo film d'esordio "Giorno di festa", in cui non interpreta il suo personaggio iconico, Monsieur Hulot). Senza una trama, la pellicola è solo un susseguirsi di gag ed esibizioni da parte degli artisti del circo e di buffi acrobati, suonatori, cavallerizzi: quasi una parodia del mondo circense, a dire il vero, più che una sua reale rappresentazione. Anche il pubblico (fra cui spiccano due bambini) partecipa talvolta alle pantomime. Certo dispiace vedere come, dopo il fallimento economico di "Play time", Tati sia stato costretto a ridimensionare le proprie ambizioni e a produrre "piccoli" film come questo, che è soltanto un pallido riflesso delle sue pellicole più famose.

23 gennaio 2018

I misteri del giardino di Compton House (P. Greenaway, 1982)

I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsman's Contract)
di Peter Greenaway – GB 1982
con Anthony Higgins, Janet Suzman
***

Rivisto in DVD.

Nel 1694, il disegnatore Mr. Neville (Higgins) viene assunto dalla ricca signora Herbert (Janet Suzman) per realizzare dodici vedute della casa e della tenuta di Compton House, nella campagna inglese, con una specifica attenzione al giardino, di cui suo marito è particolarmente fiero. In cambio del suo lavoro, che dovrà essere terminato in dodici giorni (giusto prima che il marito ritorni da un viaggio a Southampton), l'artista avrà denaro, vitto, alloggio e soprattutto la possibilità di incontri amorosi con la stessa Mrs. Herbert. Nonostante l'arrogante Neville creda di avere il coltello dalla parte del manico, scoprirà presto di essere vittima di un complotto: nei suoi disegni, che riproducono fedelmente il paesaggio e la realtà davanti ai suoi occhi, si celano infatti gli indizi di un omicidio... Il primo film di finzione di Peter Greenaway (che in precedenza aveva realizzato esclusivamente corti, documentari e mockumentary) è un insolito ma affascinante giallo seicentesco e pittorico, dalla scrittura intelligente e dai raffinati sottotesti, dove molto di ciò che accade veramente è nascosto sotto la superficie e dove i dettagli (nella realtà e nei dipinti) svelano poco a poco il mistero. Il protagonista, pignolo nel suo lavoro e arrogante nei rapporti con le persone, non lesina impertinenza e frecciatine contro la nobiltà, convinto di essere lui a condurre le danze e di gestire la situazione: ma proprio come quando disegna non fa altro che riprodurre la realtà che osserva, senza veramente analizzarla e comprenderla ("Dipingere richiede cecità", afferma un personaggio), così non si rende conto di essere soltanto uno strumento in mani altrui (alcuni critici hanno in effetti letto il film come una metafora sociale, nella quale le classi inferiori si illudono solamente di comprendere le manovre di quelle dominanti). L'arte, il sesso, la morte, il cibo, i numeri, la riproduzione della realtà: gli ingredienti più cari al regista inglese sono già tutti presenti. Assai elaborata la ricostruzione seicentesca, che mescola eccentricità e raffinatezze (l'eleganza, i cibi, gli abiti a balza, i parrucconi), talvolta esagerate, con discorsi e concetti triviali. Qua e là, qualche spunto surreale (l'uomo che finge di essere una statua) ci ricorda che si tratta di un'opera d'arte, dove simboli e allegorie hanno il predominio sul quotidiano e la realtà. Fondamentale la musica di Michael Nyman (ispirata a Henry Purcell), che con Greenaway stringe un sodalizio importante quanto quello di altre celebri coppie di registi e compositori (Leone e Morricone, Fellini e Rota, Kitano e Hisaishi, Spielberg e Williams). Nel cast anche Anne Louise Lambert (la figlia di Mrs. Herbert) e Hugh Fraser (il genero tedesco).

22 gennaio 2018

Il falò (Fredi M. Murer, 1985)

Il falò - Fuoco alpino (Höhenfeuer)
di Fredi M. Murer – Svizzera 1985
con Thomas Nock, Johanna Lier
**

Visto in divx.

La famiglia degli "Arrabbiati" vive da tempo immemorabile in una malga in alta montagna. Con l'anziano padre (Rolf Illig) e la madre (Dorothea Moritz) ci sono l'irrequieta figlia Belli (Johanna Lier) e il figlio minore Franzi (Thomas Nock), sordomuto e infantile, di cui tutti si prendono cura amorevolmente. Ma la lontananza dal resto del mondo e l'attrazione fra i due ragazzi scatenerà la tragedia. Ambientato in un universo isolato, dominato dai ritmi della natura, dai paesaggi e dai silenzi, il film ha di certo un suo fascino intrinseco, anche se bisogna attendere molto a lungo prima che cominci a succedere davvero qualcosa che scuota la vita dei protagonisti, ravvivando all'improvviso una pellicola fatta più di banalità del quotidiano che di significati e di simbologie (e ambientare una tragedia greca fra i paesaggi alpini e walser, con il senno di poi, non è la migliore delle idee). Originale e interessante, ma anche noioso (tranne gli ultimi venti minuti). Pardo d'oro al Festival di Locarno. Il titolo deriva dal fatto che l'amore incestuoso fra fratello e sorella si sviluppa quando si ritrovano da soli in alta montagna attorno a un falò. È il film più famoso del regista "di nicchia" Fredi Melchior Murer, attivo con alcuni documentari fin dagli anni sessanta.

20 gennaio 2018

Tron (Steven Lisberger, 1982)

Tron (id.)
di Steven Lisberger – USA 1982
con Jeff Bridges, Bruce Boxleitner
**1/2

Rivisto in divx.

Il programmatore di videogames Kevin Flynn (Jeff Bridges), nel tentativo di introdursi nella rete informatica della Epcom (la società per cui lavorava e da cui è stato licenziato quando un collega si è appropriato dei suoi successi), viene "scomposto" in pacchetti di dati e inviato nel mondo cibernetico, dove si unirà alla lotta dei "programmi" Tron (Bruce Boxleitner), Ram (Dan Shor) e Yori (Cindy Morgan) contro la dittatura del malvagio Master Control Program. Prodotta dalla Disney, una pellicola cult che mescola l'azione fantascientifica (e fantasy: la "rete" sembra un mondo distopico alla sword & sorcery, con tanto di ccombattimenti nell'arena – i videogiochi, appunto – e vecchi saggi in torri d'avorio) con il fascino degli arcade games che ormai spopolavano (lo stesso Flynn gestisce una sala giochi): memorabile, su tutti, il "motolabirinto", nel quale i contendenti si sfidano a bordo di motociclette futuristiche che lasciano dietro di sé una scia solida. Quasi tutti gli attori interpretano due ruoli: uno nel mondo reale e una controparte in quello virtuale (Boxleitner e Morgan, per esempio, sono anche i due colleghi amici di Flynn, David Warner è sia il cattivo Dillinger che il programma Sark al servizio del MCP, Barnard Hughes è l'anziano ricercatore nonché il vecchio saggio). Anche se la trama è piuttosto semplice e a tratti ingenua e incoerente (con una certa differenza fra la posta in palio nel mondo reale e quella nel mondo virtuale), e la presenza di un doppio eroe (Tron e Flynn) non è poi così funzionale alla vicenda, il contesto è ben sviluppato con alcuni punti particolarmente interessanti, come la "religione" che unisce i programmi ai loro ideatori (i "creativi": "users" in originale) e in generale l'aspetto grafico del mondo virtuale (dalle tutine luminose dei programmi agli iconici intercettatori volanti). Notevoli, per l'epoca, gli effetti speciali e digitali che dominano la pellicola (fu uno dei primi film a essere girato in gran parte in CGI), con grande sfoggio di grafica vettoriale. Nei primi anni ottanta ci fu una vera esplosione di film sul tema dei videogiochi (si pensi anche a "Giochi stellari" o War games"), mentre la stessa Disney tornerà sull'argomento con "Ralph Spaccatutto" (questa volta in animazione). Ventotto anni dopo uscirà un sequel, "Tron: Legacy", più sofisticato ma assai meno suggestivo.

18 gennaio 2018

La legge del Signore (William Wyler, 1956)

La legge del Signore, aka L'uomo senza fucile (Friendly Persuasion)
di William Wyler – USA 1956
con Gary Cooper, Dorothy McGuire
**

Visto in TV.

Il quacchero Giona Birdwell (Gary Cooper) vive serenamente con la sua famiglia nell'Indiana del 1862, cercando di seguire alla lettera i dettami della propria religione, che impone un'esistenza sobria e soprattutto un assoluto pacifismo. La moglie Eliza (Dorothy McGuire), guida spirituale della comunità, è particolarmente devota, mentre gli altri membri della famiglia si lasciano andare di tanto in tanto a qualche innocua infrazione alla regola (per Giona, per esempio, c'è l'attrazione per la musica e il desiderio di competere in velocità con la carrozza a cavalli del vicino di casa; la figlia Martha è innamorata di un bel tenente di cavalleria; il figlio maggiore Giosuè vorrebbe dimostrare di non essere un codardo; e il figlio più piccolo Azaria è in lotta perenne con l'oca di casa, Samantha). Ma quando la guerra civile irrompe nelle loro vite, sotto forma di una pattuglia di sudisti che si dirige con intenzioni bellicose verso la loro fattoria, Giona e Giosuè (Anthony Perkins) dovranno decidere se difendersi con le armi o se restare fedeli ai propri ideali. Primo film a colori di Wyler, sceneggiato da Michael Wilson (non accreditato perché sulla lista nera del Maccartismo) a partire da un romanzo di Jessamyn West, uno dei più celebri western a tema pacifista degli anni cinquanta, tanto che trent'anni più tardi fu fra le pellicole donate da Ronald Reagan a Mikhail Gorbaciov durante i loro summit. Il tema dell'uso della forza e della risoluzione non violenta dei conflitti è affrontato da diversi punti di vista, mostrando tutti i dubbi dei protagonisti e le differenze fra coraggio, codardia e ipocrisia. Peccato solo che l'intensità di alcuni bei momenti sia un po' annacquata dai toni leggeri, forse troppo, sparsi a piene mani nel resto del film (le scenette comiche con l'oca, la visita alla vedova con le tre figlie). La gestazione fu lunga (inizialmente il progetto era destinato a Frank Capra), ma il risultato fu premiato dalla critica (vinse la Palma d'Oro a Cannes e ricevette ben sei nomination agli Oscar). Buono il cast (ci sono anche Phyllis Love, Peter Mark Richman, Robert Middleton e Walter Catlett). Perkins era praticamente all'esordio (è solo il suo secondo film). Cooper tornerà su temi simili (quaccheri e pacifismo) nel capolavoro "Mezzogiorno di fuoco". Musiche di Dimitri Tiomkin, con la canzone "Friendly Persuasion (Thee I Love)" cantata da Pat Boone. Il titolo originale fa riferimento al nome ufficiale dei quaccheri, ovvero "La società degli amici". Nella versione doppiata, i nomi sono stati "italianizzati": in originale Giona, Giosuè, Azaria e Marta erano rispettivamente Jess, Josh, Little Jess e Mattie (per non parlare di "quacchero" pronunciato sempre "quaqquero").

17 gennaio 2018

Sogno di una notte d'estate (G. Salvatores, 1983)

Sogno di una notte d'estate
di Gabriele Salvatores – Italia 1983
con Flavio Bucci, Gianna Nannini
*1/2

Visto in divx.

Il primo film di Salvatores è la versione filmata di uno spettacolo teatrale ispirato al "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, andato in scena al Teatro dell'Elfo di Milano (fondato dallo stesso Salvatores e per il quale il regista lavorò per tutta la parte iniziale della sua carriera, prima di dedicarsi definitivamente al cinema). Il mix fra sogno e realtà e quello fra musica e teatro funziona solo a tratti, e il risultato è parecchio grezzo e confuso, pur avendo il bardo dell'Avon come faro guida (e un'ambientazione fuori dal tempo, insieme fiabesca e contemporanea). Dei vari gruppi di personaggi, quelli più riusciti sono quelli "comici", ovvero la sgangherata compagnia di artigiani-teatranti (Renato Sarti, Elio De Capitani, Cristina Crippa, Luca Toracca, Doris von Thury) che si apprestano a mettere in scena una tragedia in occasione delle nozze dei ricchi Teseo (Alberto Lionello) e Ippolita (Erika Blanc). Meno interessante invece la sottotrama amorosa delle due coppie Lisandro (Luca Barbareschi)-Ermia (Augusta Gori) e Demetrio (Giuseppe Cederna)-Elena (Sabina Vannucchi), che si smontano e si rimontano durante la notte a causa delle magie del folletto Puck (Ferdinando Bruni), su istigazione del suo signore Oberon (Flavio Bucci). La regina Titania, che questi costringe a innamorarsi di un animale (ovvero del commediante Bottom, trasformato in mostro), è interpretata da Gianna Nannini, che si esprime soltanto cantando: il che fa tecnicamente del film un musical. E tutto sommato, i brani di Mauro Pagani (acustici e vagamente etnici) hanno un certo fascino. Nel complesso, un film bizzarro e diseguale, più teatrale che cinematografico (ci sono anche alcuni balletti, con dei passaggi che sembrano dei videoclip), immaturo ma con qualche spunto interessante, e un cast in cui si riconoscono molti volti noti (anche Alessandro Haber e Claudio Bisio). Girato (a parte alcune scene in strada a Milano) quasi tutto nel "Castellazzo" di Villa Arconati a Bollate.

15 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (M. McDonagh, 2017)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri
(Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)
di Martin McDonagh – USA/GB 2017
con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Chiara.

Per ottenere giustizia per sua figlia Angela, il cui stupro e omicidio è rimasto irrisolto, una donna, Mildred Hayes (McDormand), affigge tre giganteschi manifesti appena fuori dalla cittadina di Ebbing allo scopo di invitare la polizia locale, guidata dallo sceriffo Bill Willoughby (Harrelson), a indagare con maggior solerzia, attirando in questo modo anche l'attenzione dei media. L'iniziativa non viene ben vista dalla comunità, e soprattutto dai colleghi di Willoughby, benvoluto da tutti anche perché con un tumore in fase terminale. Fra questi spicca l'agente Dixon (Rockwell), immaturo, violento, razzista e represso: ma sarà proprio lui a trovare una sorta di redenzione. "La rabbia genera rabbia" è la frase chiave del film (ironicamente pronunciata dal personaggio più "stupido" di tutti, l'amante diciannovenne del marito della protagonista): la faida fra la tosta e ostinatissima Mildred (l'attrice ha affermato di essersi ispirata a John Wayne per il suo personaggio) e il corpo di polizia di Ebbing, che si ingantisce sempre più (fra minacce, pestaggi, incendi dolosi) e che finisce col coinvolgere anche gli altri abitanti del paese (l'altro figlio della donna, la sua collega di lavoro, l'agente pubblicitario, vari simpatizzanti per l'una o per l'altra parte), sarà superata soltanto grazie ai sensi di colpa e alla presa di coscienza che la propria rabbia e il proprio odio devono essere incanalati in qualche maniera (come e dove incanalarli è il vero problema). La provincia americana fa da sfondo a una vicenda stratificata che ricorda certe opere di Clint Eastwood ("Mystic River") e, per la commistione fra dramma morale e comicità nera e grottesca (con alcuni momenti persino esilaranti), dei fratelli Coen ("Fargo", con la stessa McDormand) o Tarantino: ma i temi sono qui filtrati da una sensibilità europea (McDonagh, al terzo lungometraggio e anche sceneggiatore, è britannico di origine irlandese) che rende più complessi e sfaccettati i personaggi, nessuno dei quali è puramente buono o cattivo. I tre protagonisti principali (Mildred, lo sceriffo Willoughby e l'agente Dixon) hanno sia pregi che difetti, mostrano lati contradditori, eppure a tratti simpatizziamo per ciascuno di loro (Dixon, in particolare, è quello che maggiormente si evolve nel corso della vicenda). E la violenza e l'aggressività si raffreddano e si stemperano talvolta in momenti catartici che mostrano un desiderio di riappacificazione (si pensi anche all'incontro in ospedale fra Dixon e Red Welby, il concessionario pubblicitario da lui pestato). Il finale aperto è poi la ciliegina sulla torta, e contribuisce ad allargare il significato del film al di là della specifica vicenda. Un piccolo gioiellino, premiato ai Golden Globe e in corsa fra i favoriti per l'Oscar. Nel cast anche John Hawkes (il marito di Mildred), Peter Dinklage, Lucas Hedges, Caleb Landry Jones, Abbie Cornish, Sandy Martin.

14 gennaio 2018

Verso la gioia (Ingmar Bergman, 1950)

Verso la gioia (Till glädje)
di Ingmar Bergman – Svezia 1950
con Stig Olin, Maj-Britt Nilsson
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Stig e Marta sono due giovani violinisti appena entrati a far parte della modesta orchestra di Helsingborg, diretta dall'anziano e saggio Sönderby (Victor Sjöström). Soli e infelici, cercano conforto l'uno nell'altra, fino a innamorarsi e sposarsi. Ma la loro relazione, proprio come la loro carriera artistica, sarà costellata di alti e bassi, fra momenti lieti e dissapori, separazioni e riappacificazioni. In particolare l'ambizione di Stig, che aspira a diventare solista, si scontra con la dura realtà e la propria mediocrità, come testimonia il suo fallimento durante un'esecuzione del concerto di Mendelssohn. Alla fine l'uomo comprende che la felicità risiede nel poco che si ha, che è decisamente effimero e puo esserci tolto in ogni momento. E infatti, quando tutto sembra che vada finalmente per il meglio, arriverà una tragedia (annunciata nella prima scena: l'intera vicenda è poi narrata in flashback). Opera apparentemente minore (e un po' deprimente) di Bergman, è in realtà un film già compiuto che, nella semplicità della vicenda, mette in scena un'intensa meditazione sul destino dell'uomo, un fragile percorso "verso la gioia" costellato di errori e di illusioni: nel finale, suonando la Nona Sinfonia di Beethoven, il protagonista comprende come si tratti di "una gioia che trascende tutto, che va al di là della nostra comprensione, del dolore o della disperazione", per usare le parole di Sönderby. Proprio grazie alla presenza di Sjöström, il film prefigura in un paio di scene "Il posto delle fragole" (si pensi al momento in cui il direttore d'orchestra, sdraiato sull'erba, ammira la felicità della coppia).

12 gennaio 2018

Racconto crudele della giovinezza (N. Oshima, 1960)

Racconto crudele della giovinezza (Seishun zankoku monogatari)
di Nagisa Oshima – Giappone 1960
con Yasuke Kawazu, Miyuki Kuwano
***

Rivisto in DVD.

La giovane studentessa Makoto (Kuwano) si innamora del coetaneo Kiyoshi (Kawazu), ribelle e poco di buono, e si trasferisce da lui nonostante la disapprovazione della famiglia. Per guadagnarsi da vivere, i due estorcono denaro a uomini attempati che lei adesca e lui ricatta. Ma finiranno male. Secondo film e primo grande successo di Oshima, che contribuì a lanciare la "nouvelle vague" giapponese (le ispirazioni a Godard e Truffaut sono evidenti), un cinema assai distante da quello tradizionale nipponico, più attento alla modernità, alle questioni sociali e soprattutto alle contraddizioni di una gioventù disillusa e in cerca di autodeterminazione, che rifiuta le regole e gli insegnamenti dei padri, anche a costo di fallire miseramente. Nella storia, esemplare è il confronto fra Makoto e la sorella maggiore Yuki (Yoshiko Kuga), che a differenza di lei ha messo da parte per conformismo i propri sogni di gioventù e le proprie aspirazioni, e ora li rimpiange. La regia di un Oshima già padrone del mezzo, il vivido technicolor, le intense prove attoriali, il cinismo e il fatalismo sparsi a piene mani (come in un noir) ne fanno un'opera vibrante, cruda e realistica ma permata di umanità e vitalità. Fece scandalo ma riscosse anche un grande successo al botteghino (d'altronde i tempi erano maturi, come dimostra un ambiente caratterizzato dalle proteste studentesche e da una sempre più invocata libertà sessuale), lanciando definitivamente la carriera del regista e aprendo la strada a produzioni simili.

11 gennaio 2018

Scusa, mi piace tuo padre (J. Farino, 2011)

Scusa, mi piace tuo padre (The Oranges)
di Julian Farino – USA 2011
con Leighton Meester, Hugh Laurie
*

Visto in TV, con Sabrina.

Reduce da una delusione sentimentale, l'irrequieta Nina (Meester) si innamora di David (Laurie), padre della sua migliore amica Vanessa (Alia Shawkat), portando così scompiglio fra le due famiglie – che si frequentano da sempre e che vivono dirimpetto l'una all'altra – proprio alla vigilia di Natale. Toni da commedia per un dramma sentimentale-psicologico con morale annessa: una scossa (in questo caso, una sbandata) può aiutare a rimettere in moto esistenze in stallo. Ma nella pellicola non funziona nulla: la sceneggiatura è piatta, il ritmo latita, gli eventi sembrano accadere a caso, la regia (di un esordiente) è anonima, e i personaggi, chi più chi meno, sono tutti patetici e moralisti (la peggiore e la più inutile è Vanessa, che pure, in quanto narratrice, dovrebbe rappresentare il punto di vista degli spettatori). Leighton Meester aveva già inutilmente provato a sedurre Hugh Laurie in un episodio di "Dr. House": qui ci riesce. Nel cast anche Catherine Keener, Oliver Platt, Allison Janney, Sam Rosen e Adam Brody. Il titolo originale, "The Oranges", si riferisce al fatto che i personaggi vivono a West Orange, sobborgo nel New Jersey.

9 gennaio 2018

Tutti i soldi del mondo (Ridley Scott, 2017)

Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michelle Williams, Christopher Plummer
**

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Luciana.

Nel 1973 il sedicenne Paul (Charlie Plummer) viene rapito a Roma dalla 'ndrangheta, che chiede un cospiscuo riscatto per la sua liberazione. Ma il nonno John Paul Getty (Christopher Plummer), pur essendo "l'uomo più ricco del mondo", non intende sborsare un quattrino. Toccherà alla madre Abigail (Michelle Williams), aiutata dall'ex agente dei servizi segreti Fletcher Chase (Mark Wahlberg), cercare di salvare il ragazzo, conducendo trattative su due fronti opposti: con i rapitori – attraverso il simpatetico "Cinquanta" (Romain Duris) – e con l'inflessibile magnate. Da un celebre fatto di cronaca degli anni settanta (reso ancor più celebre da alcuni particolari cruenti, come l'orecchio mozzato al ragazzo e inviato ai famigliari per sollecitare il pagamento del riscatto), un thriller hollywoodiano con tutte le carte in regola per intrattenere ma anche senza guizzi. Scott dirige in maniera solida ma più anonima del solito, la ricostruzione d'epoca è buona ma il ritratto dell'Italia che ne esce è decisamente stereotipato (sembra quasi che le fonti di ispirazione siano stati i film di Fellini, di Pasolini e di Sergio Leone: Romain Duris, esteticamente, pare uscito da uno spaghetti western). Il vero punto debole è la sceneggiatura, con una caratterizzazione non particolarmente intrigante. Per esempio, non si comprende fino in fondo la reale natura di Getty, che resta distante anche per gli spettatori: un semplice avaro, alla Zio Paperone, o un cinico calcolatore che non intende incoraggiare i rapitori? E perché all'ultimo momento cambia idea sul pagamento del riscatto? Fondamentalmente inutile, poi, il personaggio dell'agente Chase. In ogni caso, a parte quello delle relazioni famigliari, il tema del denaro è ubiquo: si ritrova in ogni rapporto umano e in ogni momento della contrattazione (come nella scena in cui la stampa propone ad Abigail di acquistare le fotografie dell'orecchio mozzato del ragazzo). Nel cast, i migliori sono i due Plummer (a quanto mi risulta, l'omonimia è un caso: i due non sono imparentati). Il film era stato già stato terminato con Kevin Spacey nel ruolo di Getty, ma lo scandalo sessuale che ha coinvolto l'attore ha spinto i produttori a sostituirlo con Christopher Plummer (che peraltro era stato la prima scelta del regista), costringendo Scott a girare nuovamente tutte le scene con il personaggio. Una mossa ipocrita, a mio parere (che si fa: distruggiamo o "correggiamo" tutti i film girati da Spacey in passato?), perché arte e vita privata devono rimanere distinte, altrimenti anche le opere di Caravaggio non dovrebbero essere più esposte nei musei, i libri di Céline o di Rimbaud non dovrebbero essere letti, le canzoni di Michael Jackson non dovrebbero essere ascoltate. Per la qualità del film, tuttavia, probabilmente è stato meglio così (a meno che un'eventuale uscita della versione originale, fra qualche anno, non smentisca tutti).

8 gennaio 2018

Il serpente (Buntaro Futagawa, 1925)

Il serpente (Orochi)
di Buntaro Futagawa – Giappone 1925
con Tsumasaburo Bando, Misao Seki
**1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli in inglese.

Accusato ingiustamente di aver provocato una rissa, un giovane samurai dal cuore puro ma dal temperamento impulsivo cade in disgrazia e viene scacciato dal suo maestro, della cui figlia Namie è innamorato. Mentre vaga per il paese, una serie di equivoci, di sfortunati eventi e di cattive amicizie non fanno altro che accrescere la sua fama di attaccabrighe, e col tempo gli abitanti del villaggio dove si è stabilito finiscono col considerarlo un violento e un poco di buono: tutto questo mentre il ricco e nobile Jirozo, onorato e rispettato da tutti, nasconde invece un'indole criminale. Girato da Futagawa quando aveva solo 26 anni, "Orochi" è una pellicola seminale nella storia del cinema muto giapponese e in particolare nel genere jidai-geki, nonché uno dei ruoli più celebri di Bando (noto anche con il nome d'arte di Bantsuma), fra i primi e più popolari divi della cinematografia nipponica. Il tema, naturalmente, è quello delle ingiustizie nel mondo, dei pregiudizi sociali e delle maschere che celano la vera natura delle persone: ma la censura ebbe da ridire (e fece cambiare il titolo, inizialmente "Il fuorilegge", perché non poteva tollerare che un eroe venisse identificato come tale). Assai dinamiche, ben dirette e ben coreografate (per l'epoca) le scene di combattimento, così come l'inseguimento finale, che abbandonano la staticità e la stilizzazione dei film precedenti e influenzeranno gran parte dei chanbara successivi.

6 gennaio 2018

Tutti gli uomini del re (R. Rossen, 1949)

Tutti gli uomini del re (All the King's Men)
di Robert Rossen – USA 1949
con John Ireland, Broderick Crawford
***

Visto in divx.

Il giornalista Jack Burden (Ireland) si lascia affascinare, come tutti, dal politico ruspante e populista Willie Stark (Crawford). Capirà troppo tardi che per Stark il fine giustifica ogni mezzo, e che il potere inevitabilmente corrompe. Da un romanzo (premio Pulitzer) di Robert Penn Warren, ispirato alla vita di Huey Long, governatore della Louisiana negli anni trenta (subito dopo la grande depressione), un lungometraggio che fece incetta di Oscar (fra cui quello per il miglior film) e conquistò la critica e il pubblico. Più che Burden, che funge semplicemente da punto di vista (anche morale) degli spettatori, al centro della pellicola c'è sempre la vitale e ingombrante figura di Stark, che da contadino semplice ma già ambizioso arriva a farsi eleggere governatore grazie alle sue crociate contro gli sprechi e agli accorati discorsi a favore del popolo. In effetti Stark è assai diverso dai suoi predecessori, e realizza molte delle sue promesse elettorali, modernizzando il paese e costruendo strade, scuole, ospedali. Ma non è esente a sua volte dalla tentazione di ricorrere a mezzi sporchi, compresi scandali e ricatti per demolire i suoi avversari, per non parlare delle amicizie particolari e dei favoritismi (impone la presenza del figlio Tom (John Derek) nella locale squadra di football, per la quale costruisce anche un nuovo stadio: proprio come Kane faceva per la moglie, cantante d'opera, in "Quarto potere"). Nonostante i suoi difetti, la sua figura resta carismatica fino in fondo, tanto da attrarre verso di sé tutti coloro che lo circondano, compresa la sua assistente Sadie (Mercedes McCambridge) e persino Anne (Joanne Dru), fidanzata di Jack, sorella del medico Alan (Shepperd Strudwick) e nipote dell'unico uomo che gli si oppone, l'integerrimo giudice Stanton (Raymond Greenleaf). Iconico ritratto del populismo e della demagogia della politica, il film (il cui titolo deriva da un verso di una nota filastrocca inglese per bambini, "Humpty Dumpty") divenne a tal punto un simbolo della corruzione del potere che il titolo stesso fu "riadattato" nel 1976 per la pellicola sul Watergate ("Tutti gli uomini del presidente"). Pare che John Wayne, al quale era stata proposta la parte di Stark, la rifiutò ritenendo la sceneggiatura antipatriottica: Crawford, che lo sostituì, vinse l'Oscar come miglior attore battendo proprio il Duca (che era stato nominato per "Iwo Jima, deserto di fuoco"). Fondamentale il contributo al montaggio di Robert Parrish, che dona coerenza, ritmo e vitalità al girato di Rossen, anche a costo di eliminare molti dettagli (furono tagliate gran parte delle sottotrame sulla vita sentimentale di Willie) e di lasciarne altri nel vago (non si esplicitano i nomi dei partiti, delle correnti politiche e persino delle località in cui si svolge la storia: la capitale dello stato è una generica "Capital City"). Anche l'esatta portata delle amicizie e della corruzione di Willie è lasciata all'immaginazione dello spettatore, che – giudizi morali a parte – potrebbe benissimo solidarizzare con lui. Rifatto nel 2006 da Steven Zaillian con Sean Penn.

5 gennaio 2018

Tron: Legacy (Joseph Kosinski, 2010)

Tron: Legacy (id.)
di Joseph Kosinski – USA 2010
con Garrett Hedlund, Jeff Bridges
*1/2

Visto su Netflix, con Monica, Alberto, Eva e Marisa.

Sequel del primo "Tron", ambientato (in tempo reale) quasi trent'anni dopo. Alla ricerca del padre Kevin Flynn (Bridges), misteriosamente scomparso, suo figlio Sam (Hedlund) scopre che l'uomo è rimasto intrappolato "nella rete", prigioniero di Clu (codified likeness utility), un software da lui creato e che nel ciberspazio (dove i programmi sono entità viventi) ha le sue stesse fattezze. Lo salverà con l'aiuto di Quorra (Olivia Wilde), programma sviluppatosi spontaneamente. Il concetto alla base del film, quello di uomini risucchiati in un mondo di programmi viventi, poteva sembrare assurdo nei primi anni ottanta, ma l'ingenuità e il fascino dei primi videogiochi contribuiva allora a renderlo suggestivo: l'attuale sviluppo della tecnologia e di internet avrebbe potuto offrire la possibilità di renderlo più credibile, eppure i cineasti non si sono nemmeno sforzati per dare senso alla trama. Di buono c'è il fatto che si tratta di un sequel e non di un reboot come oggi va di moda (con Bridges e Bruce Boxleitner che riprendono i personaggi originali, invecchiati di trent'anni, e il doppiaggio italiano che riutilizza le scelte di adattamento di allora, a partire dal termine "user" tradotto con "creativo"), e soprattutto l'estetica algida ed "elettronica" (praticamente tutto il film è in computer grafica, ma il look di scenari e personaggi, caratterizzati da linee luminose e ambienti asettici e futuristici, ha una sua coerenza e una sua freddezza encomiabile: fra le probabili fonti di ispirazione, oltre naturalmente al primo film, anche "Blade runner", "THX 1138" e "2001: Odissea nello spazio"). Interessanti anche i riferimenti religiosi (al cristianesimo e al buddhismo), benché si sfiori pericolosamente la filosofia new age. Fra i contro, invece, la pellicola è lunga e noiosa, con una trama alquanto confusa e un giovane protagonista del tutto anonimo, che sfigura in confronto al vecchio Bridges, assai più carismatico e centrale nella vicenda. Anche Tron, il programma che dà il titolo alla serie, compare solo fugacemente, così come l'iconica corsa con le motociclette che lasciano una scia solida (sostituita, nel finale, da una battaglia aerea). Personalmente, sono rimasto deluso dal fatto che le moto non sterzassero più ad angolo retto. Nel cast anche Michael Sheen (il programma Castor, ispirato a David Bowie) e Beau Garrett (una delle "Sirene", addette a preparare i contendenti dei giochi). Colonna sonora dei Daft Punk.

3 gennaio 2018

Angel's egg (Mamoru Oshii, 1985)

Angel's egg (Tenshi no tamago)
di Mamoru Oshii – Giappone 1985
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Disegnato da Yoshitaka Amano e diretto da Mamoru Oshii, due nomi assai importanti dell'animazione giapponese degli anni ottanta e novanta, "Angel's egg" ricorda, più che quelli nipponici, alcuni corti o film animati dell'Europa dell'Est per lo stile visivo (quasi da libro illustrato), il minimalismo artistico e il plot decompresso. Film sperimentale e d'autore (in Giappone uscì direttamente in home video, con scarso successo a dire il vero), è un oggetto strano ed enigmatico, quasi privo di dialoghi, con due soli personaggi e una trama ricca di simboli e di suggestioni religiose (a parte il titolo, numerosi sono i riferimenti al diluvio universale). La pagina italiana di Wikipedia lo definisce "una fiaba onirica e filosofica sulla morte del mondo, dell'uomo e di Dio", Protagonista è una ragazzina, forse una bambina, che nasconde e custodisce un misterioso uovo. Quando si reca nella vicina città disabitata per fare provvista d'acqua (una città disabitata sì, ma le cui strade sono percorse da strane figure fantasma che danno la caccia con i loro arpioni alle "ombre" di giganteschi pesci che "nuotano" sul selciato e sulle facciate dei palazzi), incontra un giovane guerriero che la seguirà fino alla sua dimora, ricolma di scheletri (di angeli! o sono invasori alieni?) e testimonianze del passato. Il tratto elegante di Amano, l'approccio esistenzialista e filosofico di Oshii (al primo lavoro "personale", slegato cioè dalle serie animate – come "Lamù" – cui aveva lavorato fino ad allora) e la musica straniante di Yoshihiro Kanno garantiscono un alto livello qualitativo, anche se il risultato può non essere per tutti i gusti.

31 dicembre 2017

Le due inglesi (François Truffaut, 1971)

Le due inglesi (Les deux anglaises et le continent)
di François Truffaut – Francia 1971
con Jean-Pierre Léaud, Kika Markham, Stacey Tendeter
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo "Jules e Jim", Truffaut adatta per il grande schermo anche il secondo dei due romanzi epistolari e semi-autobiografici di Henri-Pierre Roché (che, come il precedente, racconta di un triangolo d'amore e d'amicizia, anche se in questo caso si tratta di un uomo e di due donne). Come protagonista c'è Jean-Pierre Léaud, che per la prima volta recita per Truffaut un ruolo diverso da quello dell'alter ego del regista, Antoine Doinel. Ambientata a cavallo fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, la pellicola parla del giovane francese Claude Roc (Léaud) e della sua amicizia – che ben presto si trasforma in amore – con le due sorelle inglesi Ann (Kika Markham) e Muriel Brown (Stacey Tendeter), figlie di un'amica della madre. Inizialmente la curiosità e il fascino che provano reciprocamente è anche dovuto all'appartenenza a mondi diversi (le due ragazze ribattezzano l'amico "Il continente", e la loro educazione puritana si scontra con quella più disinvolta del francese), ma il rapporto non tarda ad evolversi in qualcosa di più impegnativo. Il trio di personaggi si completa anche per le profonde differenze di personalità. Claude (forse anche per l'attore che lo interpreta) è timido, indeciso, anche se pronto a gettarsi all'arrembaggio di fronte al minimo segnale che riceve (tanto che più volte sospetta di essere stato "spinto" a innamorarsi, al di là dei suoi reali sentimenti). Ann, la maggiore delle due sorelle (e la prima che Claude conosce, mentre è in visita a Parigi), è più diretta, aperta e curiosa, mentre Muriel, la minore, è misteriosa ed enigmatica (anche per via dei suoi occhi malati, che copre con una benda o con occhiali scuri) ma proprio per questo forse più affascinante. Per entrambe, quella con Claude sarà la prima esperienza amorosa (un amore ritratto sia sul piano delle emozioni e degli ideali, che su quello fisico, a volte in maniera anche cruda). Le loro vicissitudini si trascineranno per diversi anni, con un epilogo ambientato dopo la prima guerra mondiale.

Se "Jules e Jim" era un film giovanile, esuberante, trasgressivo, questo appare più classico, rigido, maturo e strutturato (d'altronde sono passati dieci anni, con otto film in mezzo), ma risulta comunque sincero, sofferto e intenso. Il testo di Roche era formato dai diari e dalle lettere che i tre protagonisti si scambiano fra di loro, e Truffaut ne mantiene la struttura episodica e la forma elegante e letteraria, pur di fronte a temi quanto mai semplici e quotidiani. Il che, naturalmente, contribuisce ad alleggerire in qualche modo la "densità" dell'opera, che mai assume toni melodrammatici anche quando adombra conflitti e dilemmi morali, come la gelosia fra le sorelle, i rimpianti per il non detto, il tentativo di fare chiarezza nei propri sentimenti, o il puro e semplice desiderio di andare alla scoperta di un mondo nuovo, fino ad allora sconosciuto e tenuto lontano (come nella scena, una di quelle tagliate all'epoca nella versione italiana, in cui le due sorelle chiedono al giovane francese informazioni sui bordelli). Dopo tutto, "per scegliere fra virtù e vizio devo conoscere entrambi", commenta Muriel. E naturalmente le madri non approvano un eventuale matrimonio di Claude con una delle due sorelle, e anche per questo la distanza o le (volontarie) separazioni continueranno a mettere i bastoni fra le ruote a una relazione duratura. Un film ispirato, romantico e psicologicamente complesso, eppure narrato con la leggerezza delle migliori opere di Truffaut, anche se meno fortunato e popolare di altri suoi lavori (il regista lo considerava uno dei suoi film più belli: ma l'insuccesso di pubblico e di critica lo spinse a rieditarlo, eliminando diverse scene e togliendo "et le continent" dal titolo). Forse molti critici hanno trovato troppo cinismo in quella che in fondo è la cronaca di un fallimento sentimentale e della difficoltà (o l'impossibilità) di realizzare sé stessi attraverso l'amore. A proposito della natura semi-autobiografica del testo di Roche: nel finale vediamo Claude, diventato scrittore, dare alle stampe il suo primo romanzo, intitolato "Jérome e Julien", che ovviamente ci ricorda "Jules e Jim". Assai belle le musiche di Georges Delerue, ottima la fotografia di Néstor Almendros.

29 dicembre 2017

Il testimone (Pietro Germi, 1946)

Il testimone
di Pietro Germi – Italia 1946
con Roldano Lupi, Marina Berti
**1/2

Visto in divx.

Pietro Scotti (Roldano Lupi), accusato di furto e di omicidio, viene assolto soltanto perché il suo avvocato difensore riesce a far dubitare l'unico testimone, l'anziano ragioniere Marchi (Ernesto Almirante), della precisione del proprio orologio da taschino e dunque dell'orario esatto in cui aveva visto l'imputato nei pressi della casa della vittima. In realtà Pietro è colpevole: innamorato della bella e fragile Linda (Marina Berti), progetta di rifarsi una vita con lei. Ma la sua coscienza, sotto forma proprio del piccolo ragioniere (che, sentendosi in colpa per averlo accusato inizialmente, non smette di frequentarlo), glielo impedirà. Il film d'esordio di Germi ("con la supervisione di Alessandro Blasetti", recitano i titoli di testa) è un noir in piena regola, simile in questo a quell'"Ossessione" che aveva segnato pochi anni prima il debutto di Luchino Visconti: davvero curioso che due fra i registi italiani più legati al neorealismo e al nostro cinema tradizionale abbiamo mosso i primi passi con pellicole che, ambientazione a parte, potrebbero benissimo passare per lungometraggi di impronta americana. I dilemmi morali, l'ambiguità di fondo e l'ossessione che i due personaggi maschili provano l'uno per l'altro danno vita a un thriller psicologico che, durante la visione, disorienta alquanto lo spettatore, portato a credere a sviluppi di un certo tipo e sorpreso, alla fine, per la forte impronta umanistica. Regia, recitazione e confezione sono solide, coerenti e già mature, nonostante una certa ingenuità (forse voluta), e anticipano un po' tutto il cinema drammatico del primo Germi. Sullo sfondo c'è l'Italia del dopoguerra, con la povertà, la disoccupazione, le differenze sociali e il desiderio di ricostruire e di ricominciare nonostante le molte difficoltà (e fra queste anche la burocrazia, come gli ostacoli che si frappongono al desiderio di Pietro e di Linda di sposarsi subito, e che il ragioniere cerca di alleviare). Mario Monicelli figura come aiuto regista. Piccole parti per Sandro Ruffini (l'avvocato difensore) e Arnoldo Foà (l'impiegato all'anagrafe).

28 dicembre 2017

Il commissario Pepe (Ettore Scola, 1969)

Il commissario Pepe
di Ettore Scola – Italia 1969
con Ugo Tognazzi, Silvia Dionisio
***

Visto in divx.

Il placido commissario Pepe (Tognazzi) è di stanza in una tranquilla città di provincia del Nord-Est (mai nominata, ma il film è stato girato a Vicenza e a Bassano), dove non accade mai nulla che metta a soqquadro la vita sociale e pubblica. A seguito di una serie di lettere anonime (forse inviate dal "pazzo del villaggio", il paralitico Parigi (Giuseppe Maffioli), che gira in continuazione con il suo triciclo motorizzato gridando improperi verso chiunque per "scuotere le coscienze"), viene incaricato suo malgrado di indagare su un piccolo giro di prostituzione che porta alla luce i tanti vizi e gli altarini sessuali, più o meno nascosti, dell'intera città. Quando gli sarà intimato di non mettere in piazza i nomi dei cittadini più rispettabili, si dichiarerà sconfitto, e preferirà assolvere tutti, senza distinzione (compreso sé stesso). Da un testo di Ugo Facco De Lagarda, sceneggiato da Scola insieme a Ruggero Maccari, un poliziesco malinconico a metà strada fra la commedia di costume e la critica sociale, che per temi e ambientazione (ma non certo per i toni, amari e cinici) può ricordare "Signore & signori" di Pietro Germi. Nel ruolo del commissario colto e democratico, che prova coscienza di classe (come dimostrano le sue letture) e desideri di apertura (anche verso i giovani ribelli) ma sogna a occhi aperti di punire le immoralità dei suoi concittadini, che per mestiere deve "travestirsi da noioso moralista" ma in fondo detesta l'ipocrisia ed è pieno di buon senso, Tognazzi è quasi perfetto. Indeciso fra il perdono e la giustizia, e di fronte alle imposizioni del potere che protegge sé stesso, non potrà che chiamarsi fuori dal sistema: "Chi verrà dopo di me, se sarà peggiore, subirà quello che non ho voluto subire io; se sarà migliore, farà quello che non ho voluto fare io", spiega nel finale ai suoi sottoposti.