23 luglio 2019

La sala della musica (Satyajit Ray, 1958)

La sala della musica (Jalsaghar)
di Satyajit Ray – India 1958
con Chhabi Biswas, Gangapada Basu
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Biswambhar Roy (Chhabi Biswas) è uno zamindar (membro dell'aristocrazia ereditaria e proprietaria terriera) ormai in decadenza. Anche di fronte alle crescenti difficoltà economiche, che lo costringono a vendere tutti i suoi terreni e le proprietà (e persino i gioielli di famiglia), e ai drammi familiari (un'alluvione gli porta via la moglie e l'unico figlio, ponendo di fatto fine alla sua dinastia, che morirà con lui), non intende scendere a compromessi con i nuovi arricchiti, impersonati dall'usuraio Mahim Ganguly (Gangapada Basu). E soprattutto non vuole rinunciare alla sua più grande passione, la musica, continuando a organizzare – a beneficio dei vicini – sontuosi concerti e spettacoli di ballo all'interno del proprio (ormai fatiscente) palazzo, dal quale non esce mai. Tratto da un celebre racconto dello scrittore bengalese Tarasankar Bandyopadhyay, il film è permeato da un fortissimo senso di fatalità e di "fine del mondo" (si svolge negli anni in cui lo stesso governo indiano stava abolendo il sistema degli zamindari) ma anche di nostalgia e rispetto per i valori culturali del passato: per certi versi potrebbe essere paragonato ad alcune cose di Luchino Visconti. La lentezza della narrazione e le lunghe sequenze di musica, di canto e di ballo non distraggono lo spettatore, anzi lo catturano quasi ipnoticamente (la musica indiana, d'altronde, fa spesso questo effetto), aiutandolo a calarsi dell'atmosfera e a partecipare emotivamente mentre assiste alla fine di un'era, una fine che giunge comunque con orgoglio, raffinatezza e nobiltà. La pellicola è stata girata nel palazzo di Nimtita Raajbari, nel Bengala occidentale.

22 luglio 2019

Il corriere - The mule (C. Eastwood, 2018)

Il corriere - The mule (The Mule)
di Clint Eastwood – USA 2018
con Clint Eastwood, Bradley Cooper
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Giunto all'età di novant'anni, il floricultore Earl Stone (Eastwood, che torna a recitare in un suo film a dieci anni di distanza da "Gran Torino") deve fare i conti con i propri fallimenti: per pensare al lavoro ha sempre trascurato la famiglia, finendo con l'alienarsela. E l'avvento della concorrenza su internet ha portato comunque alla chiusura la sua attività, lasciandolo in mezzo ai debiti. Disperato, accetta dunque la proposta di diventare corriere per un cartello messicano della droga, trasportando la merce a bordo del proprio pickup dal Texas fino a Chicago. Insospettabile per via della sua età e dei suoi modi, diventerà così uno dei corrieri più affidabili e redditizi del cartello, sfuggendo per lungo tempo alle strette maglie delle indagini dell'agente della DEA Colin Bates (Bradley Cooper). Da una storia vera, una pellicola se vogliamo semplice e lineare, ma con il valore aggiunto dato dalla capacità di Clint (tanto come regista quanto come attore) di costruire un personaggio unico e interessante: Earl è incredibilmente disinibito a livello morale (non gli sorgono mai dubbi o scrupoli che quello che sta facendo sia sbagliato, ed è sempre perfettamente consapevole della situazione), dai modi grezzi ma in fondo buono (sempre pronto ad aiutare o a fare amicizia con chiunque, nonostante le venature razziste del personaggio), non tanto dissimile dunque da altre figure da lui portate sullo schermo in passato (a cominciare, appunto, dal protagonista di "Gran Torino"). E anche se qualche passaggio della vicenda è un po' inverosimile (possibile che Earl non si renda conto fino al terzo viaggio di cosa stia davvero trasportando?) o schematico (i rapporti del protagonista con la propria famiglia, il comportamento ottuso degli uomini che il cartello invia a sorvegliarlo durante i viaggi), il ritratto della vecchiaia (con tutte le sue idiosincrasie, come quelle per la tecnologia) e della capacità di "reinventarsi" che ne consegue è a suo modo affascinante, rendendo facile allo spettatore partecipare emotivamente ai lunghi viaggi sulle strade polverose che conducono dal Texas all'Illinois. Perfetto il finale. Nel cast anche Dianne Wiest (la moglie), Alison Eastwood (la figlia), Taissa Farmiga (la nipote), Andy García (il boss del cartello messicano), Laurence Fishburne (il capo della DEA) e Michael Peña (l'agente Trevino).

20 luglio 2019

Viaggio nella Luna (Georges Méliès, 1902)

Viaggio nella Luna (Le voyage dans la Lune)
di Georges Méliès – Francia 1902
con Georges Méliès, Bleuette Bernon
****

Rivisto su YouTube.

Oggi, cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna, valeva la pena di riguardarsi la prima pellicola mai girata sull'argomento della conquista umana del nostro satellite. Liberamente ispirato a Jules Verne (e al suo classico romanzo “Dalla Terra alla Luna” del 1895), ma probabilmente anche all'allora più recente “I primi uomini sulla Luna” di H. G. Wells (1901), il film è senza dubbio il più noto fra tutti i lavori di Méliès. Ingenuo, estroso, surreale, teatrale e ovviamente muto (e privo di didascalie: ma all'epoca in sala era spesso presente un “narratore” che spiegava al pubblico quello che accadeva sullo schermo), il film comincia con un congresso di astronomi (con il tipico cappello a punta da stregoni) che decide di costruire una navicella per raggiungere la Luna: si tratterà di un proiettile cavo, sparato da un enorme cannone appositamente fabbricato e puntato verso il nostro satellite. Dopo aver progettato e supervisionato la costruzione dell'apparecchio, sei degli astronomi (fra cui il presidente Barbenfouillis, interpretato dallo stesso Méliès) si introducono nella navicella e vengono lanciati verso l'obiettivo: il proiettile si conficca nell'occhio del “faccione” della Luna, in una delle immagini più iconiche della storia dei cinema dei primordi, entrata nell'immaginario collettivo (ma è da notare che il regista francese aveva già mostrato sullo schermo una Luna dal volto umano in due suoi lavori precedenti: “Le cauchemar” del 1896 e soprattutto “La Luna a un metro” del 1898). Scesi sulla superficie del satellite (dove si respira come se ci fosse atmosfera), dopo un breve sonnellino disturbato da varie visioni e da una tempesta di neve, ne esplorano l'interno (dove crescono funghi e ci sono cascate d'acqua) e finiscono per scontrarsi con una tribù di seleniti (una sorta di demoni-crostacei), di cui sconfiggono il re. Costretti a fuggire (la ripartenza avviene semplicemente facendo cadere la navicella verso il basso, da un precipizio!), gli scienziati ammarano sul nostro pianeta, recando con sé un selenita, e saranno portati in trionfo dalla popolazione, che erigerà anche una statua a Barbenfouillis.

Méliès aveva già girato film assai complessi e divisi in più quadri (a partire da “Cenerentola” nel 1899), collegati dal montaggio o dalle dissolvenze, ma questo – che fra l'altro era la sua 400° pellicola – risultò subito degno di particolare nota per la ricchezza dei fondali e delle scenografie, per l'afflato avventuroso e fantastico della vicenda, e per il sapiente uso dei trucchi ottici (sovrimpressioni, doppie esposizioni) e teatrali che il regista aveva già messo a punto nei lavori precedenti, qui al servizio di “effetti speciali” del tutto funzionali alla storia e non soltanto messi in scena per stupire gli spettatori (come invece accadeva in molti altri film dell'epoca – non a caso si parla di “cinema delle attrazioni” e dello stesso Méliès). Con un costo stimato di 10.000 franchi (dovuti al gran numero di comparse e di costumi necessari, come quelli dei seleniti) e una durata di circa 14 minuti, era anche il film più lungo e ambizioso del cineasta francese fino ad allora: il coraggio venne ampiamente ripagato, visto che la pellicola divenne subito estremamente popolare e conobbe un successo di enorme portata, trasformandosi forse nel primo vero blockbuster globale della storia del cinema. La Star Film ne vendette copie in tutto il mondo, distribuendolo sia in bianco e nero sia (come era già accaduto per altri lavori) a colori, ossia con un'operazione di tinteggiatura a mano direttamente sulla pellicola. E naturalmente non mancarono casi di pirateria (ad opera, in particolare, di Thomas Edison in America) e la comparsa di imitazioni più o meno riuscite (“Excursion dans la lune” di Segundo de Chomón, del 1908, per esempio, ne è un rifacimento scena per scena). Da notare alcuni sottotesti satirici (sul colonialismo e l'imperialismo: impossibile prendere del tutto sul serio i balletti, le parate e le cerimonie che circondano prima il lancio e poi il ritorno degli astronomi sulla Terra). Estremamente influente e considerato ancora oggi il capostipite della fantascienza cinematografica, nel suo genere sarà eguagliato e forse superato soltanto da un'altra pellicola di Méliès, “Viaggio attraverso l'impossibile”, due anni più tardi. In tempi recenti, il film è stato omaggiato in “Hugo Cabret” di Martin Scorsese.

19 luglio 2019

Così parlò Bellavista (L. De Crescenzo, 1984)

Così parlò Bellavista
di Luciano De Crescenzo – Italia 1984
con Luciano De Crescenzo, Renato Scarpa
***

Visto su Dailymotion, con Sabrina, per ricordare Luciano De Crescenzo.

Il primo film di Luciano De Crescenzo (tratto dal suo stesso romanzo d'esordo, diventato un "caso" di costume) è una collezione di vignette e di episodi di ambientazione napoletana, tenuti insieme da una trama assai esile. Nel condominio dove vive Gennaro Bellavista (De Crescenzo), professore di filosofia in pensione, giunge da Milano il dottor Cazzaniga (Scarpa), nuovo direttore del personale dell'AlfaSud. Per Bellavista, che si diletta a erudire il suo circolo di "discepoli" – fra i quali il portiere Salvatore (Benedetto Casillo), il netturbino Saverio (Sergio Solli) e il poeta Luigino (Gerardo Scala) – è l'occasione di mettere alla prova la sua teoria secondo cui gli uomini si dividono fra quelli "d'amore" (che cercano la compagnia e la condivisione) e quelli "di libertà" (che amano la solitudine e l'efficienza), fra epicurei e stoici, fra napoletani e milanesi, insomma. Ma su Cazzaniga, almeno, dovrà ricredersi. Nel frattempo, la sua unica figlia Patrizia (Lorella Morlotti) rimane incinta del fidanzato Giorgio (Geppy Gleijeses), architetto disoccupato. Per tirare avanti, i due provano a gestire il negozio di articoli religiosi dello zio di Giorgio, ma dovranno fare i conti con le richieste della camorra... Diviso in mille rivoli, fra stereotipi (il caffè, il gioco del lotto) e barzellette, situazioni ed episodi che mettono in luce la poesia e la filosofia dei napoletani, le difficoltà della vita moderna (il traffico, gli elettrodomestici) e l'arte di arrangiarsi (più o meno illegalmente), il film corre sul filo del piacere affabulatorio che caratterizza lo spirito partenopeo. Molte scenette si rifanno a situazioni realmente vissute o raccolte da De Crescenzo (per esempio quella del cavalluccio rosso), altre (come il rapporto con il milanese Cazzaniga) sembrano anticipare "Benvenuti al Sud". E nel bene (la capacità di inventarsi lavori dove non ce ne sono, di sapersi godere la vita o di trovare qualcosa di bello e di poetico in ogni cosa) e nel male (la camorra, la burocrazia, la droga, la disoccupazione giovanile), la pellicola è un sincero omaggio alla creatività, alla bellezza di Napoli, alla sua espressività (celebre la scena in cui un pregiudicato dà indicazioni a una passante, usando la mimica delle mani anche se ammanettate). Qualche critico l'ha accusata di guardare troppo al passato (criticando la modernità, vedi le tirate contro i "giovani d'oggi"), ma è quello stesso amore per le tradizioni e i riti (collettivi e famigliari) della napoletanità che si ritrova per esempio nelle commedie di Eduardo De Filippo, cui senza dubbio si ispira. Frase cult: "Si è sempre meridionali di qualcuno". Il titolo è un'ovvia citazione di Nietzsche ("Così parlò Zarathustra"). Fra i tantissimi attori, molti dei quali provenienti dal teatro o dal cabaret, ci sono anche Tommaso Bianco (il tassista), Isa Danieli (la moglie di Bellavista), Marina Confalone (la domestica), Francesco De Rosa (il venditore di bare), Renato Rutigliano, Riccardo Pazzaglia, Gino Maringola, Antonio Allocca, Nunzio Gallo. Con un seguito, "Il mistero di Bellavista", uscito l'anno seguente.

18 luglio 2019

Spider-Man: Far from home (Jon Watts, 2019)

Spider-Man: Far from home (id.)
di Jon Watts – USA 2019
con Tom Holland, Jake Gyllenhaal
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Nel corso di una gita scolastica in Europa con la propria classe, Peter Parker/Spider-Man (Holland) deve vedersela con la minaccia di Quentin Back/Mysterio (Gyllenhaal), ex dipendente di Tony Stark che sfrutta droni e tecnologie illusorie per far credere di essere un super-eroe. Il secondo film di questa nuova incarnazione dell'Uomo Ragno, nonché primo film Marvel dopo il gran finale di "Avengers: Endgame", è praticamente la versione supereroistica di film come "National Lampoon's European Vacation" ("Ma guarda un po' 'sti americani") o "Se è martedì deve essere il Belgio": le disavventure di un gruppo di sprovveduti americani in tour per le nazioni e le città del Vecchio Continente. Le varie tappe prevedono, fra le altre, Venezia, Praga e Londra (oltre alla Germania e all'Olanda, con vari gradi di sterotipazione). Si prosegue inoltre con il taglio da teen movie che già aveva caratterizzato il precedente "Homecoming", in ossequio alle prime storie di Stan Lee e Steve Ditko, in cui il personaggio era un liceale alle prese con problemi scolastici, rapporti con i compagni di classe e vicende sentimentali (qui il tentativo di dichiararsi all'amata MJ (Zendaya), mentre di converso il suo miglior amico Ned "fila" con la biondina Betty Brant). A parte alcuni accenni agli eventi cataclismatici dei film degli Avengers, liquidati peraltro con eleganza (il "Blip" che ha fatto sparire per cinque anni metà degli abitanti della Terra), la pellicola scorre leggera mescolando diversi filoni, il teen movie con i ragazzi in gita e l'azione supereroistica. Peccato che chi conosce già il personaggio di Mysterio dai fumetti presagirà sin dalla sua apparizione la verità sul suo conto: in ogni caso, in epoca di fake news e di effetti speciali digitali, le sue capacità illusorie si vestono di nuovi e interessanti significati. Qualche passaggio a vuoto nella trama (perché Beck desidera tanto la tecnologia di Stark se di fatto vi aveva già accesso?) e qualche battuta di troppo (specialmente nella prima parte: ma bisogna ammettere che nessuno come la Marvel fonde così bene l'azione e la leggerezza) impediscono alla pellicola di volare al di sopra del semplice intrattenimento, anche perché le scene di combattimento sono come al solito la parte più noiosa (belle, invece, le sequenze delle illusioni). E sono convinto che l'Uomo Ragno, fuori dal suo ambiente urbano e lontano da New York, funzioni meno bene. Ma se si cerca solo il divertimento questo non manca di certo, Holland si conferma il miglior Peter Parker di sempre, e il cast di comprimari è azzeccato, con parecchi ritorni più o meno attesi: Jon Favreau torna a ritagliarsi un ruolo importante nei panni di Happy Hogan (qui "fidanzato" con zia May), Samuel L. Jackson è un redivivo Nick Fury (ma nelle scene post-credits si rivela che lui e Maria Hill sono stati impersonati da due skrull per tutta la pellicola). E nel finale, il cliffhanger per il film successivo è dato dall'apparizione di J.K. Simmons nei panni di J. Jonah Jameson (che aveva già interpretato nella trilogia di Sam Raimi) che rivela al pubblico l'identità di Spider-Man. Nella colonna sonora, alcune imbarazzanti canzoni italiane (come "Stella stai" di Umberto Tozzi).

17 luglio 2019

La grande scommessa (Adam McKay, 2015)

La grande scommessa (The big short)
di Adam McKay – USA 2015
con Steve Carell, Christian Bale
***

Visto in TV, con Sabrina.

Tratto da un saggio del giornalista finanziario Michael Lewis, il film racconta la storia (vera) di alcuni gruppi di speculatori che riuscirono a prevedere l'imminente crollo del mercato immobiliare americano del 2007, innescato dalla crisi dei mutui subprime (prestiti ad alto tasso di rischio di insolvenza), e fecero così una fortuna "scommettendo" contro la stabilità del mercato stesso. La narrazione non è tipica di una normale pellicola di finzione: nonostante l'argomento possa essere a forte rischio di noia (soprattutto per chi, come me, di economia capisce poco), i toni sono spigliati, il montaggio è rapido, i personaggi ben caratterizzati, l'argomento non viene banalizzato (la commedia non va mai a discapito della serietà dell'argomento, ma aiuta a mostrarne l'assurdità di fondo) e gli intenti sono quasi quelli di un documentario, ovvero didattici, con i protagonisti stessi che a volte guardano in camera e si rivolgono direttamente allo spettatore, per non parlare dei momenti in cui alcuni vip (le attrici Margot Robbie e Selena Gomez, il cuoco Anthony Bourdain, l'economista Richard Thaler) spiegano alcuni concetti attraverso una serie di esempi. Condotto per mano da un cast di grandi nomi (Christian Bale, Ryan Gosling, Brad Pitt e Steve Carell fra gli altri), il lungometraggio intrattiene e diverte, senza risparmiarsi strali e denunce contro le storture del sistema capitalistico e bancario americano, le cui redini erano in mano a responsabili tanto stupidi e incoscienti quanto criminali e truffaldini. I vari personaggi che la storia segue (spesso senza che si incrocino fra loro) lavorano per arricchirsi, certo, ma anche spinti da un desiderio di rivincita personale contro Wall Street, e l'avidità si mescola all'idealismo. Dopo aver raccontato la sua storia, il film si conclude cinicamente, mostrando come in fondo sia cambiato poco o nulla. Cinque nomination agli Oscar, con il premio (meritato) per la migliore sceneggiatura non originale: non è certo facile adattare in modo accattivante un saggio di economia!

15 luglio 2019

Nuvole di maggio (N. B. Ceylan, 1999)

Nuvole di maggio (Mayis sikintisi)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 1999
con Muzaffer Özdemir, Emin Ceylan
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il cineasta Muzaffer (Muzaffer Özdemir) fa ritorno da Istanbul nel suo paese di origine, dove vivono ancora i genitori Emin e Fatma (interpretati dai veri genitori del regista), con l'intenzione di cercare volti e location per un film. Praticamente il seguito del lavoro d'esordio del regista, "Kasaba" (o il suo making of: la scena che Muzaffer gira con i parenti nel bosco è proprio una di quelle della pellicola precedente, e la trovata ricorda un po' il gioco di scatole cinesi della trilogia di Koker di Abbas Kiarostami), di cui prosegue il discorso sui temi della famiglia e delle proprie radici. Oltre al protagonista, il lungometraggio segue la vita e i problemi di altri tre personaggi, tutti scelti da Muzaffer per recitare nel suo film: il padre Emil (Emil Ceylan), preoccupato che il governo espropri il terreno che ha sempre curato e coltivato per cinquant'anni; il piccolo Ali (Muhammad Zimbaoglu), un bambino che desidera che il padre gli regali un orologio con suoneria, e che per dimostrare di essere in grado di prendersene cura accetta di tenere in tasca per quaranta giorni un uovo senza romperlo; e Saffet (Emin Toprak), cugino di Muzaffer, che sogna di poter lasciare il villaggio e di trovare un lavoro nella grande città, a Istanbul. La storia di quest'ultimo personaggio, in un certo senso, sarà proseguita e raccontata nel successivo film di Ceylan, "Uzak", che con "Kasaba" e questo forma un'ideale trilogia. Lento, minimalista e affascinante, anche se a tratti un po' pretenzioso (nel senso che pretende molta attenzione e pazienza dallo spettatore, comunque ripagandolo), il film inizia a mettere in mostra i grandi punti di forza del regista turco, a partire da una certa qualità tarkovskiana che si riconosce soprattutto nella fotografia (si pensi alle scene del vecchio Emin che vaga nel suo bosco) e nella colonna sonora (a base di Bach, Händel e Schubert). Proprio la contaminazione stilistica fra Kiarostami e Tarkovskij, insieme ad elementi comunque personali e autobiografici, è quella che descrive al meglio il cinema di Ceylan.

14 luglio 2019

Le forze del male (Abraham Polonsky, 1948)

Le forze del male (Force of Evil)
di Abraham Polonsky – USA 1948
con John Garfield, Beatrice Pearson
**1/2

Visto in divx.

Joe Morse (John Garfield), avvocato senza troppi scrupoli, è complice del gangster Ben Tucker (Roy Roberts) nel tentativo di impadronirsi di un lucroso giro di scommesse legate a una popolare lotteria clandestina (la "truffa dei numeri") associata alle corse dei cavalli. A questo scopo, i due complottano per far fallire tutte le ricevitorie indipendenti, per poi rilevarle a poco prezzo: fra queste c'è anche quella gestita dal fratello di Joe, Leo (Thomas Gomez), che dunque si adopera affinché venga risparmiato dal fallimento e inserito nell'organizzazione. Le sue manovre al di là della legalità, però, metteranno a repentaglio non solo il rapporto con il fratello ma anche quello con Doris, graziosa ragazza che lavora per Leo e di cui Joe si innamora... Un originale gangster movie che racconta le dinamiche dietro le quinte del mondo delle ricevitorie clandestine (chiamate "banche dei numeri"), dove si muovono personaggi poco raccomandabili, ovvero gangster che cercano di ricostruirsi una reputazione come uomini d'affari (Tucker opera per far legalizzare le scommesse, naturalmente dopo che si sarà impadronito di tutta l'attività) ma non rinunciano ai propri metodi sporchi. Da notare che il gangster rivale di Tucker, chiamato in italiano Garcia, nella versione originale era italo-americano (Bill Ficco). Howland Chamberlain è il contabile pentito Bauer, Marie Windsor è la conturbante moglie di Tucker. Lo sceneggiatore Polonsky, all'esordio come regista, era di idee comuniste (qui è chiaro l'attacco al capitalismo) e verrà a breve inserito nella lista nera del Maccartismo: vedrà compromessa la sua carriera e tornerà a dirigere un paio di film soltanto vent'anni più tardi.

13 luglio 2019

La terra del desiderio (I. Bergman, 1947)

La terra del desiderio (Skepp till India land)
di Ingmar Bergman – Svezia 1947
con Birger Malmsten, Holger Löwenadler
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Tornato in patria dopo sette anni, il marinaio Johannes Blom (Malmsten) ritrova Sally (Gertrud Fridh), la donna che un tempo aveva amato, e va con la mente ai drammatici giorni che avevano preceduto la sua partenza, caratterizzati in particolare dal difficile rapporto con il padre Alexander (Löwenadler), capitano di una barca per il recupero dei relitti sommersi. Ispirato a un dramma teatrale di Martin Söderhjelm (sceneggiato dal regista), il terzo film di Ingmar Bergman è un capitolo decisamente minore della sua filmografia. Gran parte dell'azione si svolge in flashback ed è incentrata sul rapporto fra padre e figlio, con il primo autoritario, violento, egoista e inaffidabile, che disprezza il figlio (anche perché gobbo) e che, quando scopre di stare per diventare cieco, progetta di abbandonare lui e la moglie (Anna Lindahl) per andarsene con la giovane amante Sally, ballerina di varietà. Questa, pronta a tutto pur di sfuggire alla povertà, finirà invece per innamorarsi di Johannes, ma le circostanze avverse li separeranno. Il tema dei rapporti famigliari (e quello del padre severo e autoritario) è già tipicamente bergmaniano e anticipa altri lavori successivi del regista: ma a parte qualche bel tocco nella descrizione dei personaggi e l'ambientazione acquatica, fra barche e chiatte ormeggiate presso il porto, non c'è poi molto di interessante. Il titolo originale significa "La nave per le Indie".

11 luglio 2019

Giocando nei campi del signore (H. Babenco, 1991)

Giocando nei campi del signore (At Play in the Fields of the Lord)
di Héctor Babenco – USA/Brasile 1991
con Aidan Quinn, Tom Berenger
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il giovane pastore protestante Martin (Aidan Quinn), insieme alla moglie Hazel (Kathy Bates) e al figlio Billy, si reca in Brasile per unirsi alla missione del collega fondamentalista Leslie (John Lithgow) nel tentativo di convertire una tribù di indios, i Niaruna. L'incontro con questi, che vivono ancora allo stato selvaggio all'interno della foresta amazzonica, cambierà le sue prospettive e metterà in crisi le sue certezze e la sua fede. Lo stesso capiterà a Lewis Moon (Tom Berenger), indiano americano che viaggia insieme all'avventuriero Wolf (Tom Waits): incaricati da Guzman, il comandante della polizia locale, di scacciare i Niaruna dal loro territorio per lasciare spazio ai cercatori d'oro, si unirà invece a loro, sospinto dal desiderio di inseguire le proprie radici di pellerossa e di riscoprire la sua vera natura. Da un romanzo di Peter Matthiessen, una pellicola epica, drammatica e fluviale (dura oltre tre ore) che fa riflettere sui temi del confronto fra culture, del rispetto delle religioni altrui, e della scoperta del lato primigenio di sé. I personaggi si dividono essenzialmente in due: quelli che subiscono il fascino degli indios, che cercano di comprenderli o ne sono quantomeno attratti e incuriositi (Lewis Moon, Martin, ma anche suo figlio Billy che non perde tempo a giocare nudo insieme ai bambini "selvaggi"), e quelli che invece li rifuggono, li disprezzano o li vedono soltanto a scopi utilitaristici, per "civilizzarli" o sfruttarli (Leslie, Hazel, Guzman). I primi, fra i quali va annoverata anche Andy (Daryl Hannah), la moglie di Leslie, piombano prima o poi in una crisi (che sia personale o spirituale) che li spinge a mettere in discussione le proprie certezze; i secondi, invece, proseguono imperterriti sulla loro strada, destinata a portare morte e distruzione. E quasi non si accorgono della relatività dei loro ideali, di quanto siano insignificanti le piccole differenze (i protestanti contro i cattolici, che si vedono in "opposizione" quando per gli indios non c'è alcuna differenza), o di come sia dannoso voler imporre agli altri il proprio sistema di valori (in questo il prete cattolico locale sembra guardare molto più lontano). Certo, il film ha anche i suoi difetti (la lunghezza e la poca linearità della sceneggiatura sono figli dell'adattamento letterario), ma l'aria che si respira (fra "Mission" e il cinema di Peter Weir e Werner Herzog), grazie anche agli scenari amazzonici, gratifica ampiamente lo spettatore. Fra le scene memorabili, il volo di Tom Berenger e Tom Waits sull'aeroplano biposto verso le cascate, e l'incontro fra Lewis Moon e una Daryl Hannah nuda nel bel mezzo della foresta. Il produttore Saul Zaentz aveva provato ad adattare il romanzo di Matthiessen sin dalla sua pubblicazione nel 1965. James Cameron ha citato il film come uno di quelli che più lo hanno ispirato nella realizzazione di "Avatar".

10 luglio 2019

La Cina è vicina (M. Bellocchio, 1967)

La Cina è vicina
di Marco Bellocchio – Italia 1967
con Glauco Mauri, Elda Tattoli
**1/2

Visto in divx.

Pur di famiglia ricca e aristocratica, il professor Vittorio Gordini (Glauco Mauri) accetta di candidarsi come assessore per il partito socialista alle imminente elezioni amministrative del comune in cui risiede (mai nominato, ma il film è stato girato a Imola), fra le perplessità della sorella Elena (Elda Tattoli), che anziché alla politica preferisce dedicarsi agli affari di famiglia e ai suoi numerosi amanti, e l'aperta ostilità del fratello minore Camillo (Pierluigi Aprà), membro di una cellula clandestina maoista. Ma dietro le quinte della campagna elettorale, ribollono vicende sentimentali e interessi privati: Vittorio, non corrisposto, è invaghito di Giovanna (Daniela Surina), sua segretaria e di fatto domestica di casa, che invece ama il ragionier Carlo (Paolo Graziosi), il militante socialista al quale proprio Vittorio ha sottratto la candidatura e che, attratto dalla sua ricchezza, metterà incinta Elena nella speranza di farsi sposare. Al suo secondo film dopo "I pugni in tasca", Bellocchio (con la "collaborazione artistica" di Elda Tattoli) torna a raccontare l'intimità di una famiglia (stavolta nella provincia romagnola, anziché piacentina), mettendo sotto la lente d'ingrandimento soprattutto le numerose contraddizioni della politica, della società e della morale italiana. Le ideologie si svuotano e perdono significato (gli slogan dei giovani "cinesi" sembrano scioglilingua fini a sé stessi, le loro azioni sono poco più che goliardate), quando non votate ad ambizioni o interessi del tutto personali (il sesso, la ricchezza); destra e sinistra si confondono, il socialismo è solo una scusa per il proprio trasformismo mentre il comunismo più spinto convive con gli ambienti conservatori e clericali (Camillo fa il chierichetto e lavora per la curia; Carlo ricorre a un amico prete per impedire a Elena di abortire; Vittorio chiede alle religiosissime zie zitelle di appoggiare la propria candidatura). E mentre tutti sembrano interpretare un ruolo (soprattutto l'ipocrita e pragmatico Carlo), quelli che nella loro ingenuità sono davvero sinceri (come è in fondo Vittorio) rimangono vittime delle circostanze: alla fine si deve raggiungere un compromesso per sopravvivere (o tirare a campare). Forse meno dirompente o memorabile del lungometraggio d'esordio, il film – che vinse il premio speciale della giuria a Venezia e il cui titolo (lo slogan che Camillo e i suoi amici scrivono sui muri della sede dei socialisti) è preso in prestito da un libro del giornalista Marco Emanuelli – ha comunque molti momenti interessanti, non privi di una certa ironia: il coro dei bambini stonati per il prelato sordo, il tragicomico comizio in piazza che finisce in rissa, gli "attentati" con la bomba o con cani e gatti. A differenza del cinema politico italiano di quegli anni, non c'è attenzione per le battaglie sociali, i movimenti operai o studenteschi e, appunto, le idee maoiste nel merito, ma solo per le contraddizioni interne a un nucleo familiare (peraltro sui generis: nessun genitore ma tre fratelli, con il maggiore a fare quasi da padre per il minore). La fotografia è di Tonino Delli Colli. Fra i gli amici di Camillo si riconosce Alessandro Haber. Nella colonna sonora (di Ennio Morricone) si sentono anche le canzoni "29 settembre" di Lucio Battisti e "Poesia" di Don Backy.

9 luglio 2019

Aquaman (James Wan, 2018)

Aquaman (id.)
di James Wan – USA 2018
con Jason Momoa, Amber Heard
*1/2

Visto in TV.

Figlio di un abitante della superficie e di una regina del regno sommerso di Atlantide, e dunque "ponte fra terra e mare", il forzuto Arthur Curry (Jason Momoa) è il supereroe noto come "Aquaman" (già apparso nel film del 2017 "Justice League", appartenente come questo al cosiddetto DC Extended Universe). Per impedire al suo fratellastro Orm (Patrick Wilson) – che aspira a unificare tutte le tribù sottomarine sotto il ridicolo nome di "Ocean Master" – di dichiarare guerra alla superficie, Arthur è costretto a rivendicare il trono di Atlantide: e a questo scopo, con l'aiuto della principessa Mera (Amber Heard), si lancia alla ricerca del leggendario tridente di re Atlan. Dal fumetto della DC Comics creato da Mort Weisinger e Paul Norris, un film che può contare su tanti effetti speciali, su spettacolari scene sottomarine (a tratti con "vibrazioni" che ricordano il "Ponyo" di Miyazaki: ma la sensazione di assistere a una pellicola d'animazione può far venire in mente anche il "Nemo" della Pixar) e su un protagonista dall'innegabile carisma fisico (stendiamo un velo pietoso invece sulla caratterizzazione psicologica). Peccato però che soggetto, sceneggiatura e dialoghi siano a livelli più che basilari e che in due ore manchi la minima sorpresa (con l'unica eccezione, forse, della scena legata alle origini del villain minore Black Manta). Tutto sembra già visto: l'origine del personaggio, la quest, le prove che deve superare, lo scontro finale con il cattivo (ma non troppo: c'è una sorta di riconciliazione finale). I pochi temi che avrebbero meritato un approfondimento (l'inquinamento dei mari da parte degli esseri umani, la ricerca di vendetta di Black Manta) sono soltanto abbozzati, e il grande sfoggio di tecnica e di budget non aiuta a superare la noia. Fra le location spicca una Sicilia più idilliaca che realistica. Willem Dafoe è Vulko, il mentore dell'eroe; Nicole Kidman è la regina Atlanna, sua madre; Dolph Lundgren è Nereus, il padre di Mera.

7 luglio 2019

Sorgo rosso (Zhang Yimou, 1987)

Sorgo rosso (Hong gaoliang)
di Zhang Yimou – Cina 1987
con Gong Li, Jiang Wen
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Alla fine degli anni venti, in una zona rurale della provincia di Shandong (nella regione nord-orientale della Cina), la giovane Jiu-Er (Gong Li), "Nove Fiori", viene destinata in matrimonio dalla famiglia a un uomo ricco, anziano e malato, proprietario di una distilleria di vino di sorgo nel bel mezzo del deserto. L'uomo, però, muore dopo una sola notte di nozze, e la ragazza diventa così l'unica proprietaria della fabbrica, che farà prosperare con l'aiuto dei lavoranti, uno dei quali (Jiang Wen) diverrà il padre di suo figlio. Nove anni più tardi, con l'arrivo dei giapponesi, Jiu-er e gli uomini della distilleria si sacrificheranno per combattere gli invasori. Uno dei primi film della cosiddetta "quinta generazione" cinese (ovvero di quei registi e autori cresciuti dopo la Rivoluzione Culturale), nonché il primo titolo della Repubblica Popolare della Cina a essere distribuito ufficialmente nel nostro paese, il lungometraggio – che vinse l'Orso d'Oro al festival di Berlino e fece conoscere internazionalmente il regista Zhang Yimou (qui all'esordio) e l'attrice Gong Li – adatta con grande intensità le prime due parti (di cinque) dell'omonimo romanzo epico-generazionale di Mo Yan. Siamo lontani dalle opere di propaganda che avevano caratterizzato il cinema cinese nei decenni precedenti (anche se ne permangono alcune tracce: si pensi al comportamento di Jiu-Er quando diventa padrona della distilleria, rifiutando di farsi chiamare capo e coinvolgendo tutti i lavoratori nella sua gestione collettiva; o in generale alla seconda parte, quando la vicenda cambia rapidamente di tono, e da fiaba quasi atemporale si fa più drammatica e legata agli eventi storici): i personaggi sono mossi da passioni e sentimenti individuali, come l'erotismo o il desiderio di vendetta. In effetti, nel finale Jiu-Er e i suoi uomini non si battono contro i giapponesi per difendere la patria, ma per vendicare uno dei loro compagni, il "fratello Liu" (Ting Rujun), ucciso dagli invasori. Nonostante fosse il suo primo lavoro da regista, il film mette già in mostra tutta la maestria e la vena autoriale di Zhang Yimou, che trasfigura i bei paesaggi desertici, le terre frequentate dai briganti e i vasti campi di canne di sorgo mossi dal vento con una fotografia (di Gu Changwei) filtrata con colori intensi, soprattutto rossicci. Da notare che lo stesso Zhang, prima di darsi alla regia, è stato direttore della fotografia. Il rosso, che richiama tanto il vino di sorgo quanto il sangue (ed è ovviamente anche il colore della Cina), e dunque tutte le passioni che muovono i personaggi, caratterizza cromaticamente ogni scena della pellicola (con l'eccezione di alcune vedute notturne, con la luna piena verde che si staglia nel cielo senza stelle), culminando con la rossa eclissi finale. L'attenzione ad ambienti e culture rurali e marginali della Cina rende "viva" la vicenda (si pensi alle tradizioni legate al matrimonio della ragazza, o al canto dei lavoranti per la distillazione del vino). L'intera storia è raccontata dalla voce di un narratore fuori campo, nipote dei due protagonisti (proprio come avverrà in un successivo film di Zhang, "Il viaggio verso casa").

5 luglio 2019

La mia vita con John F. Donovan (X. Dolan, 2018)

La mia vita con John F. Donovan (The Death and Life of John F. Donovan)
di Xavier Dolan – Canada/Gran Bretagna 2018
con Kit Harington, Jacob Tremblay
**

Visto al cinema Colosseo.

L'undicenne Rupert (Jacob Tremblay), trapiantato dagli Stati Uniti in Gran Bretagna insieme alla madre (Natalie Portman), aspira a diventare un attore come il suo idolo John F. Donovan (Kit Harington), eroe di una serie tv. Ma non è l'unica cosa che hanno in comune: sia il bambino incompreso e bullizzato a scuola, sia il divo dalla vita apparentemente di successo, sono in realtà soli, infelici, emarginati e impossibilitati a esprimere la propria vera natura. John è gay, ma non può dichiararlo al pubblico né agirlo, prigioniero del proprio ruolo e dello show business (con tanto di una fidanzata di facciata): e come Rupert, si sente fuori posto nel mondo e schiacciato da tutto ciò che lo circonda, compreso il difficile rapporto con la madre (i padri, come spesso capita nel cinema di Dolan, sono assenti). All'insaputa di tutti, pur non essendosi mai incontrati di persona (anché perché vivono in continenti diversi), i due hanno una lunga corrispondenza epistolare: che anni più tardi, dopo la morte di John, sarà al centro di un libro scritto da Rupert, diventato a sua volta autore e divo di successo, intervistato da una giornalista (Thandie Newton) poco ricettiva ("Sono solo disavventure del primo mondo"). Al primo film in lingua inglese del francofono Dolan non mancano certo gli spunti e i temi interessanti (molti dei quali, come al solito, semi-autobiografici), così come la forte attenzione ai personaggi, ai loro sentimenti e alle loro relazioni: peccato che, man man che la pellicola proceda, aumentino i cliché e si notino momenti sempre più retorici e forzati (in particolare quando è di scena il bambino, personaggio poco credibile e dai dialoghi innaturali: la meno riuscita è la scena del tema sulla madre con successiva riconciliazione). E le due storie narrate in flashback scorrono troppo parallele, senza un reale punto di contatto (fra John e Rupert non c'è una comunicazione diretta, tanto che non leggiamo mai le loro lettere, con l'eccezione di quella finale, e dunque non percepiamo in che modo il divo tormentato abbia il tempo di riuscire a dare fiducia e un appiglio a distanza al suo giovane fan). Nel cast anche Ben Schnetzer (Rupert da adulto), Susan Sarandon (la madre di John) e Kathy Bates (la manager). Michael Gambon è l'uomo incontrato nel ristorante. Nella colonna sonora pop si sentono "Rolling In The Deep" di Adele, "Bittersweet Symphony" dei Verve e "Stand by me" nella versione di Florence and The Machine. Curiosità: da piccolo Dolan ammirava Leonardo DiCaprio e gli scrisse una lettera che, a differenza di quanto accade nel film, rimase senza risposta.

4 luglio 2019

Roberta (William A. Seiter, 1935)

Roberta (id.)
di William A. Seiter – USA 1935
con Irene Dunne, Randolph Scott
**1/2

Visto in divx.

A Parigi in cerca di fortuna (e di un ingaggio) con la sua orchestra di amici spiantati, l'americano John Kent (Randolph Scott) "eredita" la sartoria di alta moda Roberta, fondata da sua zia Minnie (Helen Westley) e diretta ora dall'ex principessa russa Stephanie (Irene Dunne), di cui si innamora. Tratta dall'omonimo musical del 1933 di Otto Harbach e Jerome Kern che ebbe molto successo a Broadway, una commedia romantico-musicale ricca di vivacità ed eleganza, anche per via dell'ambientazione parigina e del tema della moda. Ma più che i due interpreti principali, degni di nota sono i comprimari, in particolare Fred Astaire e Ginger Rogers, che recitavano in coppia per la terza volta e che rubano spesso e volentieri la scena grazie ai loro numeri di ballo, alle dinamiche e alla simpatia dei rispettivi personaggi: Fred è Huck Haines, il direttore dell'orchestra e il miglior amico di John, mentre Ginger è la sedicente contessa polacca Scharwenka (in realtà un'americana dell'Illinois che si finge tale per poter frequentare il jetset). In effetti siamo in una Parigi ricolma di veri e finti aristocratici russi o dell'Est Europa (fuggiti dopo la rivoluzione), in balia dei capricci della moda, che sembrano volubili come gli stessi sentimenti dei personaggi: vedi per esempio Sophie (Claire Dodd), l'ex fiamma di John che lo aveva lasciato perché lo riteneva un bifolco e che lo rivorrebbe ora che, grazie a Stephanie, è diventato più raffinato. Nel frattempo, le vicende amorose si intrecciano con i destini della casa di moda (che culminano in una grande sfilata per presentare nuovi modelli: i costumi sono di Bernard Newman). E leggerezza e sofisticazione vanno miracolosamente di pari passo. Coreografie dello stesso Astaire e (accreditato per la prima volta) di Hermes Pan. Irene Dunne canta numerose canzoni, la più celebre delle quali (destinata a diventare un classico) è "Smoke gets in your eyes". Degne di nota, però, anche "I'll be hard to handle" (su cui Fred e Ginger danzano il tip tap, di fatto dialogando – e "litigando" – attraverso il ballo), "I won't dance" e "Lovely to look at". Victor Varconi è il principe Ladislaw, Luis Alberni è il proprietario del caffé russo, mentre fra le modelle c'è una giovane Lucille Ball. Un remake nel 1957 ("Modelle di lusso").

2 luglio 2019

Gremlins (Joe Dante, 1984)

Gremlins (id.)
di Joe Dante – USA 1984
con Zach Galligan, Phoebe Cates
***

Rivisto in TV.

Il giovane Billy (Galligan), che vive con la sua famiglia in una piccola cittadina nei pressi di New York, riceve in regalo per Natale un "mogwai", una buffa creaturina pelosa acquistata dal padre in un negozietto d'antiquariato a Chinatown, con la raccomandazione di accudirla seguendo tre regole precise: non esporla alla luce, non bagnarla mai con l'acqua e non darle da mangiare dopo mezzanotte. Naturalmente le trasgredirà tutte e tre, con il risultato che la creatura si moltiplicherà dando vita a un esercito di "gremlin", mostriciattoli diabolici e dispettosi che semineranno caos e distruzione per le strade della città. Ispirandosi a una leggenda urbana nata durante la seconda guerra mondiale (gli spiritelli che sabotavano gli aerei) e resa popolare da un libro per bambini di Roald Dahl, Joe Dante (insieme allo sceneggiatore Chris Columbus e al produttore Steven Spielberg) mescola in maniera irresistibile horror, commedia e ambientazione natalizia, sfornando una delle pellicole che a metà degli anni ottanta crearono un nuovo filone nel campo dell'intrattenimento cinematografico per adolescenti, spingendo addirittura la Motion Picture Association of America (MPAA) a introdurre una nuova etichetta di rating (PG-13, ovvero vietato ai minori di 13 anni). In effetti non mancano i momenti che potrebbero impressionare gli spettatori più piccoli, e alcuni degli scherzi dei gremlin sono decisamente crudeli o violenti (ricordando in questo i cartoni animati dei Looney Tunes: non a caso nel film c'è un cameo dell'animatore Chuck Jones nei panni dell'uomo che apprezza i disegni di Billy). La sceneggiatura di Columbus, scritta soltanto per dimostrare le proprie capacità alle case di produzione ma che colpì Spielberg al punto da volerla portare sullo schermo, rimane tuttora una delle sue cose migliori, grazie appunto all'irresistibile mix fra commedia, horror e satira del consumismo (vedi il finale ambientato nel reparto giocattoli di un grande magazzino, proprio come "Zombi" di Romero), dell'intrattenimento (i gremlin sono avidi divoratori di cinema e televisione) e dell'atmosfera natalizia, con tutto il suo corredo di buoni sentimenti (e con non poche citazioni da Dickens – la "cattiva" signora Dingle è una sorta di Scrooge – e da Frank Capra – di cui si vede in televisione "La vita è meravigliosa"). In origine, addirittura, lo script prevedeva alcune scene ancora più forti (con la morte della madre e del cane di Billy) che non sono state filmate: e anche il racconto di Kate (Phoebe Cates) sulla morte del padre a Natale, a sua volta la trascrizione di una popolare leggenda urbana, fu oggetto di contesa fra Spielberg (che voleva eliminarlo) e Dante (che insistette per lasciarlo, ritenendo che ben rappresentasse l'anima del film). Molte comunque le citazioni: da "L'invasione degli ultracorpi" (vista anch'essa in tv) a "Il pianeta proibito" (il robot Robby appare al convegno degli inventori cui partecipa il padre di Billy). La sequenza in cui i gremlin si accalcano al cinema a vedere "Biancaneve" può ricordare classici b-movie horror come "The blob" (da notare come Dante ambienterà un altro suo film in un cinema, "Matinée"), mentre le tre regole da non trasgredire fanno subito pensare alle fiabe classiche: ecco perchè si può perdonare il fatto che apparentemente non abbiano senso. In un'epoca pre-digitale, il mogwai Gizmo e i numerosi gremlin sono stati realizzati con pupazzi e animatroni. Carina la colonna sonora di Jerry Goldsmith e John Debney. Oltre a un sequel dello stesso Dante (uscito nel 1990), il film ha ispirato negli anni immediatamente successivi numerose pellicole simili ("Critters", "Ghoulies", "Munchies", "Hobgoblins", ecc.).

30 giugno 2019

Adele H. - Una storia d'amore (F. Truffaut, 1975)

Adele H. - Una storia d'amore (L'histoire d'Adèle H.)
di François Truffaut – Francia 1975
con Isabelle Adjani, Bruce Robinson
***1/2

Rivisto in DVD.

Ossessionata dall'amore per un ufficiale inglese, la secondogenita di Victor Hugo lascia la famiglia e l'Europa per seguirlo (sotto falso nome) fino a Halifax, in Canada, dove l'uomo è di stanza con il suo reggimento. Nonostante lui le dica apertamente di non ricambiare il suo affetto, Adèle non riesce a stare lontano da lui... Ispirandosi alle lettere e ai diari scritti dalla donna (in un codice tutto personale, decifrato solo nel ventesimo secolo), Truffaut racconta una discesa romantica nella patologia e nella follia. Adèle vive in un mondo tutto suo, dove l'amore per Pinson è idealizzato a tal punto da non permetterle di rendersi conto della realtà: così si spiegano alcune delle "pazzie" e delle contraddizioni che compie, come quella di inviargli una prostituta (quando si accorge che l'uomo passa da un'avventura galante all'altra), salvo spacciarsi per sua moglie (e incinta) nel tentativo di mandare a monte il suo matrimonio non appena scopre che si è fidanzato con la figlia di un giudice. Adèle è inoltre una mentitrice compulsiva, che inventa bugie a beneficio di tutti e modella la realtà a proprio piacimento (come una scrittrice, in fondo: che abbia preso dal padre?). Nonostante il sottotitolo italiano, più che "una storia d'amore" (peraltro a senso unico), quella di Adèle è la storia di una ribellione (contro il padre, contro l'Europa, contro le convenzioni, contro il suo stato sociale e la ricchezza), una fuga alla ricerca di una nuova identità e di una forma (per quanto alienata) di autodeterminazione. Purtroppo il suo rapporto con coloro che la circondano è privo di equilibrio: imprigionata nella sua ossessione per Pinson (e probabilmente turbata profondamente dalla morte per annegamento della sorella maggiore Leopoldine, che sogna in continuazione e con cui si identifica più di una volta), non può ricambiare gli affetti dei famigliari, degli amici, o del giovane libraio presso cui si rifornisce di risme di carta per scrivere i suoi diari. Fra le scene più curiose, quella in cui medita di rivolgersi a un ipnotista per "convincere" Pinson a sposarla. Victor Hugo stesso, che all'epoca dei fatti viveva in esilio nell'isola di Guernsey, non si vede mai sullo schermo: fu una delle richieste degli eredi dello scrittore per permettere la realizzazione della pellicola. La bellissima e brava Isabelle Adjani, allora solo ventenne, divenne subito una star (e fu anche nominata all'Oscar per questa interpretazione). Truffaut fa un cameo nei panni dell'ufficiale che Adéle incontra per strada e scambia brevemente per Pinson.

29 giugno 2019

La città si difende (Pietro Germi, 1951)

La città si difende
di Pietro Germi – Italia 1951
con Renato Baldini, Paul Müller
**

Visto in TV.

Quattro uomini – il pittore Guido (Paul Müller), l'ex calciatore Paolo (Renato Baldini), il disoccupato Luigi (Fausto Tozzi) e il giovane studente Alberto (Enzo Maggio jr.) – rapinano l'incasso di una partita di calcio allo stadio: non si tratta di delinquenti di professione, ma di disperati che, in una città che mostra ancora le ferite aperte della guerra, sperano in questo modo di rifarsi una vita. Il destino, però, vorrà diversamente. Con un titolo che sembra anticipare la stagione dei poliziotteschi, Germi filma una storia che ricorda invece capisaldi come "Giungla d'asfalto" di Huston o "Rapina a mano armata" di Kubrick, ovvero quella di una rapina portata a termine con successo, ma i cui autori non riusciranno a godersene i frutti per una serie di circostanze avverse. Quasi diviso in episodi, il film segue le vicende dei quattro protagonisti separatamente: Paolo, che era stato costretto ad abbandonare la carriera agonistica per un infortunio, sarà tradito proprio dall'amante (Gina Lollobrigida) che sperava di riconquistare con il denaro; Luigi, pentito delle sue azioni, cercherà di lasciare la città insieme alla moglie (Cosetta Greco) e alla figlioletta, ma finirà col cedere alla pressione; Guido, braccato dalla polizia, contatterà una banda di contrabbandieri per farsi portare fuori dal paese, ma ci lascerà la pelle; e infine Alberto minaccerà il suicidio saltando giù da un cornicione ma sarà convinto a costituirsi da un accorato discorso della madre (Emma Baron). La sceneggiatura (di Federico Fellini, Tullio Pinelli e Luigi Comencini) risulta purtroppo di maniera, schematica e a tratti anche retorica (vedi il discorso finale della madre di Alberto), più sbilanciata sul versante del neorealismo che del noir, in particolare nell'episodio di Luigi, dai toni fin troppo melodrammatici. La parte migliore è invece quella relativa a Guido, il pittore che insegue un amore impossibile per una donna vista una volta sola (Tamara Lees). Premiato come miglior film italiano alla Mostra di Venezia.

28 giugno 2019

Anteprime dal festival di Cannes 2019 - conclusioni

Una rassegna in formato ridotto (come l'anno scorso) ma di qualità medio-alta. La Palma d'Oro "Parasite" mi ha riconciliato, in un certo senso, con il cinema di Bong Joon-ho, che in passato avevo sempre trovato un po' sopravvalutato. Molto interessante anche l'esordio di Ladj Ly, "Les misérables", il cui realismo documentaristico si sposa bene con il racconto. Buoni ricordi mi lasceranno anche i lavori di Céline Sciamma e di Elia Suleiman, anche se non si tratta certo di capolavori. L'unica delusione è stata la pellicola cinese di Diao Yinan, "The wild goose lake", da cui mi aspettavo sinceramente di più: ottima la forma, meno i contenuti. Il tema prevalente è stato quello dell'osservazione della realtà e soprattutto degli aspetti sociali delle comunità in cui viviamo, che siano città (Suleiman), quartieri o sottoboschi criminali (Ly, Diao), nuclei familiari (Bong) o rapporti sentimentali (Sciamma).

27 giugno 2019

It must be heaven (Elia Suleiman, 2019)

It must be heaven
di Elia Suleiman – Francia/Canada 2019
con Elia Suleiman
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il regista palestinese Elia Suleiman (sé stesso) osserva in silenzio le piccole e grandi cose assurde della vita che gli capitano intorno: dapprima a Nazareth, dove vive; poi a Parigi, dove si reca in cerca di un produttore per il suo film; e infine a New York, per lo stesso motivo. Il quarto lungometraggio dell'autore di "Intervento divino" è una successione di scenette di varia ambientazine in cui il protagonista si ritrova faccia a faccia con situazioni bizzarre e curiose: si va da piccoli episodi di vita quotidiana, incontri nei bar o per la strada, con i vicini di casa o con perfetti sconosciuti, a scambi "culturali" con gli abitanti di città dall'altro capo del mondo. I segmenti a Parigi e a New York giocano anche con gli stereotipi con cui gli stranieri vedono queste città e i loro abitanti: Parigi è popolata da modelle e da ragazze disinibite, a New York tutti portano con sé un'arma (alcune di queste scene potrebbero essere solo un sogno o il frutto dell'immaginazione del protagonista). Naturalmente dietro il mondo assurdo e surreale (che alcuni critici hanno paragonato variamente a quelli di Samuel Beckett, Buster Keaton o Jacques Tati) non mancano le letture a sfondo sociale o politico, anche al di là dei riferimenti alla Palestina (la battuta migliore è quella della produttrice che, alla notizia che Suleiman vorrebbe girare una commedia sulla pace in Medio Oriente, risponde: "Fa già ridere così"): si pensi agli spazzini che giocano a golf con le lattine per strada o alla donna delle pulizie nel grande magazzino della moda. Molte anche le interazioni con i poliziotti o in generale i tutori dell'ordine (soldati, guardie, vigili urbani), spesso osservati da Suleiman nello svolgimento delle loro mansioni. Il silenzio assoluto del protagonista-spettatore (pronuncia solo un paio di parole, quando è nel taxi a New York) catalizza tutta l'attenzione su quello che avviene al di fuori di lui, mostrando gli aspetti più strani o paradossali della vita circostante, a volte esagerandoli o enfatizzandoli, altre volte con la semplice svagatezza di chi racconta una barzelletta. E così abbiamo il ladro che si prende cura dell'albero di limoni di cui poi ruberà i frutti; l'uccellino che – accudito come un animale domestico – si comporta proprio come un gattino e finge di non saper volare per non dover lasciare l'appartamento; una Parigi deserta per via della parata militare nel giorno della festa nazionale; la visita a un cartomante per scoprire se la Palestina troverà mai l'indipendenza; per non parlare dell'incipit in cui un prete ortodosso perde le staffe di fronte a un imprevisto. C'è spazio anche per qualche momento metafisico o surreale (l'attivista palestinese con le ali da angelo che svanisce nel nulla per sfuggire alla polizia), oltre a diverse situazioni autobiografiche e metacinematografiche ricolme di ironia (di fatto la pellicola racconta il tentativo di Suleiman di cercare finanziamenti per il film stesso, con i produttori che lo rifiutano perché "non sembra abbastanza palestinese"). Fra i pochi volti noti, quello di Gael García Bernal che interpreta sé stesso.

26 giugno 2019

Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

Parasite (Gisaengchung)
di Bong Joon-ho – Corea del Sud 2019
con Song Kang-ho, Choi Woo-shik
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Il giovane Kim Ki-woo (Choi Woo-shik) vive con la propria famiglia in uno squallido seminterrato: i quattro, perennemente disoccupati, si barcamenano con lavoretti di fortuna (come piegare i cartoni della pizza) e sono così poveri da dover rubare le connessioni WiFi ai vicini di casa del piano superiore. Grazie alla raccomandazione di un amico, Ki-woo riesce a farsi assumere da una famiglia altolocata, i Park, come insegnante di inglese per la figlia adolescente, falsificando i documenti per far credere di essere uno studente universitario. E resosi conto della ricchezza della splendida casa e dell'ingenuità della signora Park, "sistema" pian piano presso di loro tutti i membri della propria famiglia: la sorella Ki-jung (Park So-dam) come insegnante d'arte e terapeuta per il figlio più piccolo; il padre Ki-taek come autista del signor Park (facendo licenziare con un inganno l'autista precedente); e la madre Chung-sook (Jang Hye-jin) come domestica. I quattro arrivano addirittura a progettare un futuro come proprietari della casa stessa (Ki-woo immagina di sposare la figlia maggiore, una volta che si sarà diplomata): ma una svolta inaspettata rovinerà i loro piani. Una black comedy dai numerosi risvolti sociali che mette a confronto due nuclei famigliari totalmente opposti: poverissimi i Kim, abili però a ricorrere a ogni sorta di trucco o di inganno per restare a galla; ricchissimi i Park, che vivono in un mondo tutto loro, fatto di raffinatezze e comodità (e dove i nomi in inglese sostituiscono quelli in coreano), eppure creduloni e inconsapevoli, completamente e facilmente alla mercé dei primi. Aggiungiamoci riflessioni ad ampio raggio sulla famiglia, la solidarietà (come nel recente "Un affare di famiglia" di Koreeda, ma con molta più inventiva e cattiveria), le paure e le ossessioni della Corea del Sud moderna (comprese "frecciatine" internazionali: l'ammirazione e la fiducia cieca verso tutto ciò che viene dagli Stati Uniti, il timore misto a ironia verso la propaganda dei "vicini" della Corea del Nord), ed ecco che la pellicola che ha vinto la Palma d'Oro all'ultimo festival di Cannes si rivela una delle più indovinate nella carriera di Bong Joon-ho, regista da sempre capace di utilizzare i generi e gli stilemi del cinema popolare per travalicarli, raccontare i nostri tempi e far riflettere su un ambito più vasto. Resuscitando persino un tema, quello della lotta di classe, che negli ultimi anni il cinema sembrava aver dimenticato: vedi il malcelato disprezzo che il signor Park, anche inconsapevolmente, mostra verso i più poveri ("Hanno tutti lo stesso odore"), o l'orgoglio e la dignità che spingono il signor Kim a ribellarsi all'ennesimo segnale di questo tipo. La convivenza dei due mondi su un piano di parità è semplicemente impossibile, con i secondi che non possono far altro che limitarsi a fare i "parassiti" alle spalle dei primi, proprio come gli insetti che infestano, invisibili, una casa. Naturalmente lo spunto ricorda "Il servo" di Losey, e l'intromissione di un corpo estraneo all'interno di una famiglia borghese può addirittura far pensare a "Teorema" di Pasolini, anche se qui manca un contatto vero e sincero che possa innescare un cambiamento: in fondo è come il treno di "Snowpiercer", con i privilegiati nelle carrozze di testa e i miserabili e gli emarginati costretti a stare in coda. Peccato solo che, dopo una prima parte di pellicola assolutamente indovinata, la seconda risulti un po' forzata ed ecceda forse nelle svolte comico-drammatiche (o persino horror) che portano il finale a trascinarsi troppo a lungo. In ogni caso, resta un lungometraggio originale e meritevole del riscontro ricevuto (si tratta della prima Palma d'Oro mai assegnata a un film coreano). Lee Sun-kyun è il signor Park, Cho Yeo-jeong sua moglie, Jung Ziso la figlia e Lee Jung-eun la domestica. Nella colonna sonora, a sorpresa, a un certo punto spunta "In ginocchio da te" di Gianni Morandi.

25 giugno 2019

The wild goose lake (Diao Yinan, 2019)

The wild goose lake (Nan fang che zhan de ju hui)
di Diao Yinan – Cina 2019
con Hu Ge, Gwei Lun Mei
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In fuga dopo aver ucciso un poliziotto durante uno scontro con una banda rivale, il gangster Zhou Zenong (Hu Ge) attende alla stazione della città la propria moglie Yang Shujun (Wan Qian), che non vede da cinque anni. La sua intenzione è quella di chiedere alla donna di denunciarlo, in modo che possa riscuotere la ricompensa per la sua cattura. Ma al suo posto si presenta una ragazza sconosciuta, la prostituta Liu Aiai (Gwei Lun-mei)... Basato su una struttura contorta (si parte con due lunghi flashback che svelano il motivo per cui i due personaggi si trovano all'appuntamento della stazione) che non lesina colpi di scena, un neo-noir dalle atmosfere sospese, caotico e (ahimè) compiaciuto, ma soprattutto con il grave difetto di perdere ogni presa sullo spettatore a metà strada, fra false direzioni e personaggi dalla caratterizzazione impalpabile. A salvarlo, almeno in parte, è lo stile: la buona regia è coadiuvata da una fotografia notturna vibrante e ricca di sfumature, e non mancano momenti interessanti o scene occasionali che rimangono impresse nella memoria (la polizia che cerca un malvivente nello zoo di notte, sotto gli sguardi curiosi degli animali), anche piuttosto splatter (il motociclista decapitato, il gangster rivale ucciso con l'ombrello). Ma l'atmosfera e la grande cura nel setting (si pensi ai tanti ristorantini e ai locali di quart'ordine nei quali si rifugia Zhou, o alle riunioni dei criminali negli scantinati degli alberghi per spartirsi le zone della città, con evidente parallelo con quelle dei poliziotti che si dividono i quartieri da setacciare), dove il realismo va a braccetto con una forma stilizzata, non bastano per compensare una sceneggiatura carente nella costruzione della storia e dei personaggi. Liao Fan è il capitano della polizia. Il titolo originale significa "Appuntamento a una stazione ferroviaria nel sud", quello internazionale fa riferimento al lago sulle cui rive si svolge parte della vicenda e dove Liu Aiai lavora come "bagnante".

24 giugno 2019

Les misérables (Ladj Ly, 2019)

Les misérables
di Ladj Ly – Francia 2019
con Damien Bonnard, Alexis Manenti
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il poliziotto Stéphane (Damien Bonnard) viene assegnato alla brigata anti-crimine che pattuglia le strade del quartiere Les Bosquets a Montfermeil, comune alla periferia di Parigi dove Victor Hugo aveva ambientato alcune parti de "I miserabili". Oggi i nuovi emarginati sono gli abitanti delle banlieue, immigrati o discendenti degli abitanti delle ex colonie francesi in Africa. Dopo le rivolte del 2005, nel quartiere vige un delicato equilibrio, con l'ordine mantenuto a fatica non solo dalla polizia ma anche da una struttura clandestina organizzata dagli stessi abitanti (con tanto di "sindaco") e dai Fratelli Mussulmani (che, se non altro, tengono lontano il traffico di droga). Ciò non toglie che i ragazzini, lasciati a sé stessi, si rendano protagonisti di furti o di piccole e grandi monellerie, una delle quali (il rapimento di un cucciolo di leone da un circo appena giunto in città) provoca l'escalation di eventi raccontata nel film. Opera prima di un regista di origini maliane che in precedenza ha girato solo documentari e cortometraggi (uno dei quali è stato espanso per realizzare questo primo lungometraggio), la pellicola si svolge quasi nell'arco di una sola giornata, la prima in cui Stéphane è di pattuglia insieme ai suoi colleghi Chris (Alexis Manenti) e Gwada (Djibril Zonga). Fra lo Spike Lee di "Clockers" e "L'odio" di Kassoviz (di cui è quasi una versione aggiornata), il film ha il grande merito di ritrarre senza filtri una realtà che il regista conosce bene per averci vissuto in prima persona, senza parteggiare per una parte o per l'altra (il punto di vista è spesso quello dei poliziotti, ma l'impostazione è a tratti corale) e illustrando le difficoltà e gli ostacoli per una pacifica convincenza (il colore della pelle non è nemmeno il primo fra questi). Anche se la violenza non può che chiamare altra violenza, spesso la rabbia (come dice l'Imam) è l'unico metodo a disposizione degli ultimi strati della società per far sentire la propria voce. E come ai tempi di Hugo, è difficile uscire dalla miseria e vincere i pregiudizi. Jeanne Balibar è il commissario di polizia, Issa Perica è il bambino che rapisce il leone, Al-Hassan Ly (figlio del regista) è il ragazzino che filma tutto con il drone.

23 giugno 2019

Portrait de la jeunne fille en feu (C. Sciamma, 2019)

Portrait de la jeunne fille en feu
di Céline Sciamma – Francia 2019
con Noémie Merlant, Adèle Haenel
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Alla fine del settecento, la pittrice Marianne (Noémie Merlant) viene invitata a recarsi su un'isola al largo della Bretagna per realizzare il ritratto di Héloïse, contessina destinata a sposarsi con un nobile che non ha mai visto, e che pretende appunto una sua immagine prima di accettarla. Ma la ragazza, appena uscita dal convento e refrattaria al matrimonio (di fatto ha preso il posto della sorella, che si è suicidata), non intende posare: e così Marianne, fingendo di essere lì come dama di compagnia, trascorre le giornate osservandola accuratamente, per poi ritrarla in segreto nella sua stanza. Il gioco di sguardi incrociati (dove guardare significa in fondo possedere, e chi guarda viene sempre guardato a sua volta) le farà avvicinare e inevitabilmente innamorare... Al quarto lungometraggio, Céline Sciamma abbandona per la prima volta la contemporaneità, ma non i temi che le sono più cari: e anzi, scegliendo la sua (ex) compagna Adèle Haenel per il ruolo dell'enigmatica Héloïse, ne fa sullo schermo quel ritratto che il personaggio da lei interpretato vuole invece sfuggire. Raffinato ma anche compiaciuto e programmatico, il film è un po' pallosetto nel suo romanticismo letterario, patinato e femminista (che pure spinge noi spettatori a invadere, come guardoni, quell'intimità che i personaggi vorrebbero tenere per sé), nonché privo della vitalità e della naturalezza dei film precedenti. Ha però alcuni ottimi momenti, in particolare nella prima parte e nel finale, dove la musica diegetica (l'Estate di Vivaldi) sottolinea i turbamenti e i sentimenti che sconvolgono i personaggi. Da sottolineare anche i riferimenti al mito di Orfeo, il cui sguardo verso Euridice è al tempo stesso un segno d'amore e un modo per dirle addio. Valeria Golino è la contessa, Luàna Bajrami è la servetta Sophie (che le due ragazze aiutano ad abortire). Premio a Cannes per la miglior sceneggiatura.

22 giugno 2019

Anteprime dal festival di Cannes 2019

Sto seguendo già da qualche giorno la rassegna milanese dei film presentati all'ultimo Festival di Cannes, e a partire da domani comincerò a pubblicarne le recensioni. Come l'anno scorso, la selezione è alquanto limitata: avendo già visto le pellicole di Jarmusch e Almodóvar, mi sono fiondato sulla Palma d'Oro, "Parasite" di Bong Joon-ho, e sui lavori di Céline Sciamma, Ladj Ly (un esordiente), Diao Yinan ed Elia Suleiman. Stay tuned!

21 giugno 2019

La donna del bandito (Nicholas Ray, 1948)

La donna del bandito (They live by night)
di Nicholas Ray – USA 1948
con Farley Granger, Cathy O'Donnell
***

Rivisto in TV.

Evaso di prigione insieme a due complici, il giovane Arthur Bowers (Farley Granger) si innamora di Katherine (Cathy O'Donnell), nipote di uno dei suoi compagni di fuga. E pur braccato dalla polizia per una serie di rapine, decide di sposarla e di fuggire con lei... Un classico del cinema noir ambientato nel Sud degli Stati Uniti durante la Grande Depressione, il film d'esordio di Nicholas Ray è tratto dal romanzo "Thieves Like Us" di Edward Anderson ed è ispirato alla vicenda reale di Bonnie e Clyde (ad essa alludono le scritte in sovrimpressione sullo schermo prima dei titoli di testa: "Di questo ragazzo... di questa ragazza... nessuno ci ha mai raccontato la vera storia"). Assai curata la caratterizzazione dei due giovani protagonisti, in particolare il ragazzo che all'inizio aspira soltanto a dimostrare la propria innocenza, ma che poi – a causa delle circostanze che congiurano contro di lui, dei complici che non permettono che si rifaccia una vita normale, e dei giornali che lo accusano di essere il capo della banda di rapinatori, trasformandolo in un efferato "pericolo pubblico numero uno" – è quasi costretto a diventare un gangster. Essendo stato realizzato in un'epoca in cui imperava il codice Hays (una delle cui regole richiedeva che lo stile di vita criminale venisse scoraggiato il più possibile), il film sottolinea in continuazione come la fuga di "Bowie" e "Keechie" sia senza speranza: ma questo, anziché essere un limite, rende la pellicola ancor più fatalista, nonché quasi struggente in scene come quella del matrimonio (celebrato rapidamente presso una squallida area di sosta). Ray, alla prima regia (spalleggiato dal produttore John Houseman), mostra già tutto il suo talento con alcune soluzioni innovative (fu il primo, per esempio, a utilizzare riprese aeree – per la precisione in elicottero – per girare scene d'azione come quella dei tre evasi in fuga che apre il film). Bella la fotografia notturna di George E. Diskant, e ottimi i comprimari: da segnalare Jay C. Flippen (T-Dub), Howard Da Silva (Chickamaw), Helen Craig (Mattie, la donna che li tradisce) e Will Wright (il padre di Keechie). Pur completato nel 1947 e presentato l'anno dopo in una premiére a Londra, il film uscirà nelle sale americane soltanto alla fine del 1949. Robert Altman ne girerà un remake nel 1974, "Gang", con Keith Carradine e Shelley Duvall.

20 giugno 2019

Colpo in canna (Fernando Di Leo, 1975)

Colpo in canna
di Fernando Di Leo – Italia 1975
con Ursula Andress, Marc Porel
*1/2

Visto in TV.

Appena atterrata a Napoli, l'hostess americana Nora Green (Ursula Andress) rimane coinvolta in una faida tra due bande rivali di trafficanti di droga, capeggiate rispettivamente da Silvera (Woody Strode) e Don Calò (Aldo Giuffré). Ad aiutarla ci sono però l'acrobata circense Manuel (Marc Porel) e l'imbranato commissario di polizia Calogero (Lino Banfi). La trama non è forse così lontana da quella di altri noir o poliziotteschi firmati da Fernando Di Leo, ma gli sviluppi e soprattutto i toni della vicenda sono invece tipici della commedia sexy all'italiana di quegli anni, anche in virtù della presenza della Andress (che si mostra generosamente nuda in molte scene) e di comprimari come Banfi (in un doppio ruolo: oltre al commissario è anche un tassista) e Jimmy il fenomeno. In effetti, il mix di registri fra comico e azione spiazza continuamente: passiamo da momenti e situazioni "serie" (o che vorrebbero esserlo) ad altre da farsa totale, con scazzottate alla Bud Spencer (micidiale e interminabile quella finale al Luna Park), scenette comico-demenziali, personaggi macchiettistici dalla caratterizzazione basilare. Quanto alla trama, l'impressione è che venisse inventata man mano che si andava avanti a girare: si spiegano così i colpi di scena gratuiti e le false identità di molti personaggi. Solo in Italia negli anni settanta si producevano film così (magari anche a Hong Kong nei decenni successivi, via!). Peccato che le gag non facciano praticamente mai ridere, altrimenti il film avrebbe anche i suoi pregi nell'essere così assurdo da travalicare (quasi) i propri difetti. Nel cast anche Maurizio Arena (il finto prete), Isabella Biagini, Rosario Borelli e Carla Brait. Musica di Luis Bacalov.

19 giugno 2019

Giovanna d'Arco (Cecil B. DeMille, 1916)

Giovanna d'Arco (Joan the woman)
di Cecil B. DeMille – USA 1916
con Geraldine Farrar, Raymond Hatton
**

Visto su YouTube.

Incorniciato da un prologo e un epilogo ambientati durante la prima guerra mondiale (un ufficiale sul fronte francese trova in una trincea l'antica spada di Giovanna d'Arco, e questa gli appare in sogno raccontandogli la propria storia per incitarlo a difendere la patria), una delle molte versioni cinematografiche della vicenda della pulzella d'Orleans (in precedenza ce n'erano state almeno altre cinque, di cui due di produzione italiana). La protagonista è Geraldine Farrar, attrice e cantante lirica che per DeMille aveva già interpretato Carmen l'anno precedente. La sua recitazione, così enfatica e irrealistica (anche per la mancanza del physique du rôle: la Farrar aveva 34 anni, mentre il personaggio dovrebbe essere adolescente), è purtroppo il punto debole della pellicola, che per il resto è degna di nota a livello produttivo, con grande cura riversata nei costumi, nelle scenografie, nella ricostruzione storica e nelle scene di massa e di battaglia (spettacolare l'assalto al castello di Orleans), al punto da rivaleggiare con le coeve produzioni di Griffith. Anzi, pare che fu proprio in seguito a questo film che DeMille si interessò sempre più a pellicole di ambientazione storica e "colossali", con tanto di effetti speciali (qui il colore, aggiunto in alcune scene – in particolare quella del rogo – grazie a un metodo inventato per l'occasione e poi utilizzato diffusamente negli anni venti, il processo Handschiegl o DeMille-Wyckoff). Perdonabili gli elementi "spuri" nella sceneggiatura (ispirata al dramma di Schiller), come la storia d'amore fra Giovanna e un soldato inglese ferito, mentre quelli più noti (la "chiamata" divina, l'ingresso alla corte del re Carlo, i combattimenti, il processo, il rogo) sono tutti presenti. Nel cast anche Wallace Reid, Hobart Bosworth, Theodore Roberts e James Neill.

17 giugno 2019

I morti non muoiono (Jim Jarmusch, 2019)

I morti non muoiono (The Dead Don't Die)
di Jim Jarmusch – USA 2019
con Bill Murray, Adam Driver
*1/2

Visto al cinema Colosseo.

Per via dello spostamento dell'asse terrestre, causato da tecniche di trivellazione ai poli, i morti si risvegliano ed escono dalle tombe. Nella cittadina di Centerville, a fronteggiare la minaccia, ci sono lo sceriffo Cliff (Bill Murray), i suoi aiutanti Ronnie (Adam Driver) e Mindy (Chloë Sevigny), e la misteriosa straniera Zelda (Tilda Swinton), che gestisce la locale impresa di pompe funebri. Dopo i vampiri ("Solo gli amanti sopravvivono"), Jarmusch affronta alla sua maniera un altro caposaldo del genere horror, gli zombie alla George Romero. Peccato che la pellicola sia blanda e insipida, poco divertente, priva di originalità, di ritmo e di senso ultimo. A parte un paio di colpi di scena nel finale, peraltro ampiamente preannunciati (la natura "aliena" di Zelda e la metacinematograficità della vicenda, con battute come "Come sai che finirà male?" "Ho letto il copione"), c'è ben poco di originale o di accattivante, nemmeno il tentativo di una rilettura "filosofica" come quella del suddetto film sui vampiri. A tratti non si capisce nemmeno se la pellicola vuole essere una parodia, un omaggio o una riproposizione post-moderna del genere (anche perché c'è un fastidioso "scarto" comunicativo fra i personaggi, alcuni dei quali prendono sul serio la situazione mentre altri agiscono come se si trovassero in una commedia). Le battute non fanno ridere, e sono spesso ripetute più volte allo sfinimento; i messaggi sociali (l'apocalisse zombie come una satira del materialismo) sono riciclati da film precedenti (quelli di Romero in primis); quelli drammatici o pseudo-scientifici lasciano il tempo che trovano; e i tanti personaggi escono di scena in maniera del tutto random, lasciando lo spettatore a chiedersi che ruolo avessero nella storia e perché fossero stati introdotti (si pensi, per esempio, ai tre ragazzi di città, o ai giovani detenuti nel carcere minorile). Sprecato, dunque, il buon cast: Steve Buscemi è il fattore razzista, Caleb Landry Jones il gestore della pompa di benzina nonché appassionato di film horror, Danny Glover il commesso del negozio di ferramenta, Selena Gomez la ragazza in viaggio con gli amici, Tom Waits l'eremita Bob, Iggy Pop uno degli zombie. A peggiorare il tutto c'è il mediocrissimo doppiaggio italiano, che fa apparire ancora più svogliati personaggi che parlano quasi al rallentatore (vedi Cliff). Forse il peggior film di Jarmusch. Il titolo è lo stesso di una canzone country (di Sturgill Simpson) che i personaggi ascoltano ripetutamente alla radio (ogni volta citandone per esteso titolo e autore).

15 giugno 2019

Eraserhead (David Lynch, 1977)

Eraserhead - La mente che cancella (Eraserhead)
di David Lynch – USA 1977
con Jack Nance, Charlotte Stewart
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Il tipografo Henry (Nance) sposa Mary (Stewart), dopo che la ragazza ha dato alla luce un figlio prematuro: questi, però, è una mostruosa creatura aliena, il cui pianto incessante rischia di fare impazzire l'uomo... Al primo lungometraggio (con una faticosa gestazione di oltre cinque anni) dopo una serie di corti (perlopiù in animazione) e di sperimentazioni artistiche, Lynch sconvolge lo spettatore con una pellicola quasi muta, in bianco e nero, con forti rimandi al cinema d'avanguardia, surrealista ed espressionista, ma anche con un taglio tutto suo, paragonabile solo a Cronenberg e Tsukamoto, e che mescola il mondo onirico a quello concreto e materico, fra situazioni grottesche e altre profondamente disturbanti, live action ed animazione a passo uno, pupazzi e animatroni, rumori di fondo e corpi che rilasciano liquidi corporei, strane visioni futuristiche e suggestioni retrò. Surreale, horror e angosciante, indimenticabile visivamente (a partire dalle strane fattezze del protagonista, con quella distintiva e folta capigliatura), curato nella scenografia (la casa, la periferia degradata, l'ambiente post-industriale, il teatrino) e negli effetti speciali (curati dallo stesso regista), nella sua folle commistione il film presenta una storia facilmente leggibile come una metafora del matrimonio e della vita adulta, con la paura della famiglia e del ménage coniugale, le ansie e i disagi che sorgono dalla nascita di un figlio che non si desidera, le tentazioni di una scappatella con la vicina di casa, l'insicurezza sul proprio lavoro e sul proprio destino (la testa di Henry si stacca, e il suo cervello viene utilizzato per produrre le gomme delle matite, da cui il titolo). Siamo di fronte a quella "inquietudine del quotidiano" che permeerà in un modo o nell'altro tutti i lavori più personali di Lynch.

14 giugno 2019

The amputee (David Lynch, 1974)

The amputee
di David Lynch – USA 1974
con Catherine Coulson, David Lynch
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Mentre era impegnato nelle riprese del suo primo lungometraggio, "Eraserhead", Lynch venne a sapere che il suo amico e collaboratore Frederick Elmes era stato incaricato dall'American Film Institute di acquistare una grande quantità di videocassette vergini in bianco e nero e di valutare quale fosse il migliore fra due differenti lotti. Lynch allora si offerse di realizzare, nell'arco di una sola giornata, un breve cortometraggio in due versioni, utilizzando prima una e poi l'altra videocassetta. Il risultato è questo "The amputee", di cui esistono appunto due varianti. Il film – girato in un'unica ripresa senza montaggio – mostra una donna, con le gambe amputate appena sopra il ginocchio, seduta su una poltrona e intenta a scrivere una lettera. Mentre un medico (interpretato dallo stesso Lynch) cerca di medicarle le ferite, udiamo la voce della donna recitare la lettera, una lunga confessione a proposito di sentimenti e amicizie, che cita numerosi personaggi senza un vero e proprio background. Anche se è interessante confrontare le due varianti (di durata diversa, rispettivamente 5 e 4 minuti, nonostante il contenuto sia identico sia a livello visivo che di testo), il cortometraggio è forse il meno significativo fra tutti i lavori sperimentali di Lynch.

The grandmother (David Lynch, 1970)

The grandmother
di David Lynch – USA 1970
con Richard White, Dorothy McGinnis
**1/2

Visto in DVD.

Trascurato e maltrattato dai propri genitori, un bambino fa "crescere" una nonna a partire da un seme in soffitta. Finanziato dall'American Film Institute, questo mediometraggio (dura 34 minuti) è il primo passo di David Lynch nel mondo del "vero cinema", dopo due corti studenteschi e sperimentali. In realtà lo stile non è molto diverso dal precedente "The alphabet", con una commistione di riprese dal vero (stavolta preponderanti) e di animazione (alcuni inserti), ma la durata più lunga consente al giovane regista di mettere maggiormente in mostra il suo talento, dimostrando di saper già padroneggiare il mezzo a sufficienza. Praticamente muto, visivamente cupo e inquietante, ricco di sonorità e di immagini angoscianti, il film veicola un tema, quello della paura della famiglia, che sarà al centro anche del primo lungometraggio di Lynch, "Eraserhead", anche se qui è mostrato dal punto di vista del bambino (e non del genitore). Vista l'importanza della musica e dei suoni, va segnalata come degna di nota la prima collaborazione del regista con il sound designer Alan Splet, che lo seguirà in altri suoi lavori. In seguito al completamento del film, Lynch e Splet vennero invitati dall'AFI a frequentare le lezioni del loro Center for Advanced Film Studies.

The alphabet (David Lynch, 1968)

The alphabet
di David Lynch – USA 1968
con Peggy Lentz
**1/2

Visto in DVD.

Dopo la video-installazione "Six men getting sick", David Lynch non pensava di continuare con il cinema. Cambiò idea quando un compagno di studi all'Accademia di Belle Arti, rimasto impresso dal precedente lavoro, gli propose di realizzarne un altro, finanziandogli l'acquisto di una cinepresa. Con questa, a ventidue anni, il regista realizzò il suo primo vero e proprio cortometraggio (dura quattro minuti), che combina live action (l'attrice era la sua prima moglie, Peggy Lentz) e animazione. Il film, surrealista e avanguardista, mostra una ragazza nel letto, in preda agli incubi, che canta la filastrocca con cui viene insegnato l'alfabeto ai bambini. Il significato sembra chiaro: la paura dell'apprendimento, ovvero una delle angoscie più profonde del vissuto infantile. In effetti, il film fu ispirato a una situazione realmente accaduta a una nipotina di Peggy. Dopo una serie di immagini disegnate e animate, di cui sono protagoniste (oltre a figure umane ed animali) le lettere dell'alfabeto, nel finale la ragazza del film muore per un'improvvisa emorragia. La pellicola fu apprezzata al punto che l'American Film Institute concesse a Lynch un finanziamento per produrre un cortometraggio più lungo ed elaborato, che sarà "The grandmother", il quale a sua volta varrà l'accesso del regista al Center for Advanced Film Studies dell'AFI, dove comincerà a girare il suo primo lungometraggio, "Eraserhead".

Six men getting sick (David Lynch, 1966)

Six men getting sick, aka Six figures getting sick (six times)
di David Lynch – USA 1966
animazione su schermo scolpito
**1/2

Visto in DVD.

All'età di vent'anni, mentre frequentava l'Accademia di Belle Arti della Pennsylvania, Lynch ebbe l'occasione di girare il suo primo film: un cortometraggio d'animazione di un minuto, da proiettare in loop su uno schermo scolpito, dove si trovavano tre calchi della sua stessa testa realizzati dall'amico Jack Fisk. La pellicola mostra sei persone (le tre teste scolpite, e altre tre soltanto disegnate) attraverso vari stadi di malattia, visualizzati attraverso perdite di sangue, vomito, e cambiamenti ai loro organi interni: i colori impazziscono di colpo, dando l'idea che gli stomaci esplodano e le teste prendano fuoco. L'opera, più un esempio di videoarte che di cinema vero e proprio, fu ideata dal giovane Lynch nell'ambito di una mostra organizzata dalla scuola, che invitava gli studenti a presentare lavori sperimentali di pittura e scultura. Il regista pensò di proporre un quadro in movimento e con effetti sonori (il suono di una sirena), senza immaginare di avere un futuro come cineasta. Il lavoro, insieme agli altri corti studenteschi e sperimentali che realizzerà negli anni seguenti, è stato poi reso disponibile al pubblico in un DVD con il commento dello stesso Lynch: nella sua semplicità e brevità, già mette in mostra il suo eccezionale talento visivo, l'interesse per il body horror e la capacità di stimolare l'angoscia dello spettatore.

13 giugno 2019

Donne e veleni (Douglas Sirk, 1948)

Donne e veleni (Sleep, my love)
di Douglas Sirk – USA 1948
con Claudette Colbert, Don Ameche
**

Visto in TV.

La ricca newyorkese Alison Courtland (Claudette Colbert) si risveglia sul treno per Boston, con una pistola nella borsetta, senza ricordare nulla della sera precedente. Temendo di soffrire di sonnambulismo e di poter fare del male a qualcuno, accetta il consiglio del marito Richard (Don Ameche) di farsi visitare da uno psichiatra (George Coulouris). Ignora però che quest'ultimo e il coniuge sono complici in un piano per farla impazzire e spingerla al suicidio, in modo da impadronirsi del suo denaro e di lasciare via libera alla tresca del marito con l'amante Daphne (Hazel Brooks). La salverà il simpatico avventuriero Bruce (Robert Cummings), conosciuto per caso. Da un romanzo di Leo Rosten, un noir che guarda ad "Angoscia" di Cukor e ad "Il sospetto" di Hitchcock, ma inferiore ad entrambi. Dal primo proviene il tema del gaslighting (la manipolazione del marito nei confronti della moglie, spinta a credersi pazza, anche attraverso l'ipnosi), dal secondo l'idea che il coniuge avveleni la moglie (qui con una tazza di cioccolata calda con narcotico che le presenta ogni sera). La trama viene svolta senza particolare sottigliezza, ma le buone interpretazioni riescono a dare spessore, anche se solo in parte, ai protagonisti e ad alcuni dei personaggi minori (l'amico cinese di Bruce, il fotografo/finto psicanalista). Del tutto marginale invece, nonostante la prima impressione, il detective della polizia interpretato da Raymond Burr. Senza infamia e senza lode la regia di Sirk, non ancora tuffatosi a pieni polmoni nei melodrammi hollywoodiani che lo renderanno celebre negli anni cinquanta.

12 giugno 2019

L'arbitro (Paolo Zucca, 2013)

L'arbitro
di Paolo Zucca – Italia 2013
con Stefano Accorsi, Jacopo Cullin
**

Visto in TV.

L'arbitro di calcio Cruciani (Stefano Accorsi) aspira a dirigere un'importante finale europea. Caduto in disgrazia, sarà invece inviato per punizione in Sardegna ad arbitrare lo scontro diretto fra due formazioni di Terza Categoria, il Montecrastu e l'Atletico Pabarile. La prima è guidata dall'arrogante proprietario terriero Brai (Alessio Di Clemente), la seconda – da sempre umiliata dai rivali – ha ritrovato entusiasmo ed orgoglio grazie all'oriundo argentino Matzutzi (Jacopo Cullin), innamorato della bella Miranda (Geppi Cucciari), figlia dell'allenatore cieco Prospero (Benito Urgu). All'esordio nel lungometraggio, Zucca amplia e adatta un suo precedente corto (che aveva vinto nel 2009 il David di Donatello come miglior cortometraggio), e si vede: nonostante gli spunti interessanti non manchino (e le scene ambientate nel desolato entroterra sardo – che si alternano in modo un po' scollato con quelle legate al dietro le quinte del gotha del calcio – hanno il loro perché nel raccontare il mondo del pallone "minore", fatto di passione, entusiasmo e accese rivalità campanilistiche), la pellicola ha il respiro corto e presenta molti "riempitivi" (come tutta la superflua sottotrama sulla faida fra i pastori-cugini). L'aspetto più interessante è quello estetico-visivo: girato in bianco e nero, con una certa velleità autoriale, il film ondeggia fra numerosi registri, forse troppi (il neorealismo, la farsa, la citazione (l'ultima cena), il cinema muto, l'apologo morale, persino il western), ma mantiene essenzialmente il tono di una commedia che sconfina nella parodia o nella satira, con parecchi riferimenti – non certo velati – a fatti o personaggi reali: vedi l'arbitro corrotto Mureno (Francesco Pannofino) o il designatore maneggione Candido (Marco Messeri), che fanno il verso rispettivamente a Byron Moreno e Innocenzo Mazzini. Eppure proprio queste figure-macchiette sono i personaggi migliori della pellicola, che invece fatica a uscire dai luoghi comuni nella sua esile trama principale, scivolando nella confusione sul finale. Della parabola personale del meticoloso, ambizioso e religioso protagonista, invece, finisce per importarcene poco.

11 giugno 2019

Il traditore (John Ford, 1935)

Il traditore (The Informer)
di John Ford – USA 1935
con Victor McLaglen, Margot Grahame
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Visto in TV.

Nella Dublino del 1922, scossa dalle lotte per l'indipendenza, l'energumeno e sempliciotto Gypo Nolan (McLaglen) si arrabatta come può, dopo essere stato espulso da un gruppo di ribelli dell'IRA per non avere avuto il cuore di giustiziare una spia. In un momento di debolezza, accecato dalle venti sterline di taglia (con le quali progetta di andarsene in America insieme all'amata Katie), si trasforma lui stesso in delatore, denunciando alla polizia inglese il suo miglior amico Frankie (Wallace Ford). Ma funestato dai sensi di colpa, si ubriacherà e sperpererà tutto il denaro in bagordi e in atti di generosità, prima di essere catturato e processato dai ribelli... Uno dei primi grandi successi di Ford, che gli valse il premio Oscar come miglior regista (oltre a quelli a McLaglen come miglior attore, a Dudley Nichols per la sceneggiatura non originale e a Max Steiner per la colonna sonora): si tratta del secondo adattamento del romanzo omonimo di Liam O'Flaherty, dopo una versione inglese del 1929 di Arthur Robison. Ambientato tutto in una notte, e praticamente in tempo reale, per le strade nebbiose di una Dublino di periferia, fra bettole e nascondigli di vario genere, è il ritratto di un personaggio ricco di contrasti, forte fisicamente ma debole di spirito, egoista ma dal cuore d'oro, che commette un atto di tradimento (verso l'amico e verso la "causa" dei patrioti) per poi chiedere perdono in lacrime. Insieme al muto "Gloria" del 1926, il film rappresentò l'apice della fama per il caratterista McLaglen. Nel cast anche Preston Foster, Heather Angel, Donald Meek e Una O'Connor. Ford tornerà a raccontare la rivluzione irlandese due anni più tardi, nel meno noto "L'aratro e le stelle".

10 giugno 2019

Forza bruta (Jules Dassin, 1947)

Forza bruta (Brute force)
di Jules Dassin – USA 1947
con Burt Lancaster, Charles Bickford
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Visto in TV.

Nel carcere di Westgate, il capitano delle guardie Munsey (Hume Cronyn) usa la "forza bruta" per punire i detenuti e metterli l'uno contro l'altro, provocandoli allo scopo di suscitare una rivolta, destabilizzare l'anziano direttore e prenderne il posto. Ma la cosa gli sfuggirà di mano. Sceneggiato dal futuro regista Richard Brooks (da una storia di Robert Patterson, ispirata all'allora recente "Battaglia di Alcatraz" del maggio 1946), il capostipite di tanti film carcerari, passato alla storia per (l'allora) estrema violenza e brutalità, oltre che per il ritratto simpatetico di criminali e detenuti, al punto che nel finale è necessario l'intervento del medico del carcere (Art Smith) che si rivolge direttamente agli spettatori, affermando che "la fuga è impossibile". La storia, di impostazione corale, si concentra in particolare sui prigionieri della cella R17 – fra i quali Collins (Burt Lancaster) – che a turno rievocano il motivo per cui sono stati incarcerati o mostrano un breve flashback della propria vita precedente, spesso insieme a donne, mogli o compagne (fornendo l'occasione di dare spazio ad attrici come Yvonne De Carlo, Ann Blyth, Ella Raines e Anita Colby, che altrimenti non avrebbero trovato posto in una pellicola tutta ambientata in un setting esclusivamente maschile). Anche se Dassin non lo amava particolarmente, è stato uno dei lungometraggi più celebri del regista prima del forzato "esilio" in Europa in seguito al Maccartismo. Visto oggi, però, appare eccessivamente melodrammatico e irrimediabilmente datato, ricco di ingenuità e povero di ritmo, tranne forse nel finale in cui la rivolta scatena fiamme e distruzione fra le mura del carcere. Interessanti comunque le dinamiche interne della vita in prigione, come le crudeli punizioni che gli stessi reclusi impartiscono a chi, fra loro, si macchia della colpa di aver fatto la spia. Nel cast Sam Levene, Jeff Corey e John Hoyt. Charles Bickford è Gallagher, il "decano" dei prigionieri, che dapprima rifiuta la proposta di Collins di partecipare al progetto di fuga perché in attesa di un condono, e poi cambia idea quando questo gli viene negato senza motivo. La traccia audio della versione italiana tramessa in tv è molto deteriorata, con i dialoghi a stento intellegibili.

8 giugno 2019

X-Men: Dark Phoenix (S. Kinberg, 2019)

X-Men: Dark Phoenix (Dark Phoenix)
di Simon Kinberg – USA 2019
con James McAvoy, Sophie Turner
*1/2

Visto al cinema Colosseo.

Durante una missione di salvataggio nello spazio, Jean Grey (Sophie Turner) viene investita da una misteriosa forza cosmica che amplifica il suo potere a dismisura ma le rende anche impossibile controllarlo, anche perché riporta alla luce quei traumi infantili che il professor Xavier (James McAvoy) aveva sempre cercato di nasconderle... Approfittando del fatto che "Giorni di un futuro passato" ha resettato la linea temporale, il settimo film degli X-Men (nonché l'ultimo prodotto in proprio dalla Fox, prima che i personaggi – come già accaduto con Spider-Man – tornino nell'alveo della Marvel) sceglie di raccontare nuovamente la storia già narrata nel terzo, "Conflitto finale", ossia la saga di Fenice Nera, una delle avventure più celebri e acclamate della serie a fumetti. Il film di Brett Ratner era stato accolto tiepidamente dalla critica, ma questo "remake" non è purtroppo migliore. Kinberg, all'esordio come regista, aveva già lavorato come sceneggiatore e produttore a diverse pellicole della franchise, e curiosamente aveva scritto proprio lui il film del 2006: forse sarebbe stato meglio affidare l'impresa, stavolta, a qualcun altro. La caratterizzazione piatta dei personaggi, debole e meccanicamente funzionale alla trama, e la mancanza di pathos ed epicità sono i difetti principali: mai si respira quell'intensità che rendeva indimenticabile la vicenda imbastita da Chris Claremont e John Byrne sulle pagine dei comics. Se i primi minuti – che ci presentano rapidamente il nuovo status quo degli X-Men agli inizi degli anni novanta (proseguendo nel trend, stabilito da "X-Men: L'inizio" in poi, di ambientare un film in ogni decennio a partire dagli anni sessanta) – sono accattivanti, man mano che la storia prosegue perde forza e incisività, fino a un finale dove il sacrificio di Jean giunge senza trasmettere nulla, anche perché manca ogni riflessione sul tema della corruzione del potere. E non parliamo dei tanti fili narrativi ignorati, lasciati in sospeso o semplicemente risolti in modo superficiale (la persecuzione dei mutanti, il risentimento di Hank verso Xavier). Un esempio: l'idea che gli X-Men siano inizialmente benvoluti e acclamati come eroi, potenzialmente stimolante, viene messa da parte in maniera rapida e poco convincente: possibile che basti un singolo incidente a capovolgere la percezione di tutti? Quanto ai cattivi di turno (fra cui Jessica Chastain), un incrocio fra gli alieni D'Bari e il Club Infernale, appaiono generici e derivativi (e questo purtroppo è un problema comune a molti film di supereroi), necessari solo per giustificare le lunghe scene d'azione. Dicevamo delle caratterizzazioni: non sono pochi i personaggi che cambiano idea in continuazione (Bestia, Magneto), che vengono sacrificati o eliminati dalla storia in maniera improvvisa (Mystica, Quicksilver), che hanno un ruolo tagliato con l'accetta (Ciclope) o soltanto di contorno (Tempesta, Nightcrawler). Gli attori, da parte loro, non sembrano impegnarsi più di tanto: il migliore, come sempre, è Michael Fassbender nella parte di Magneto. Tra le new entry: Dazzler (che si intravede alla festa nel bosco), Selene e Red Lotus (alleati di Magneto). Curiosità: è il primo film degli X-Men in cui non appare Wolverine (e senza un cameo di Stan Lee, cui è dedicata la pellicola). Fra le cose da salvare: la trovata di mostrare, nell'incipit, che i poteri di Jean nascondevano un "lato oscuro" sin dall'inizio, anche prima dell'arrivo di Fenice (è stata proprio lei, da bambina, a causare la morte della madre), anche se questo sminuisce poi la trasformazione in Dark Phoenix (un semplice power-up); e la colonna sonora, con il nuovo tema composto da Hans Zimmer, semplice ma interessante.