8 febbraio 2016

Time lapse (Bradley King, 2014)

Time Lapse (id.)
di Bradley D. King – USA 2014
con Matt O'Leary, George Finn, Danielle Panabaker
**

Visto in divx, con sottotitoli.

Tre giovani coinquilini scoprono che nell'appartamento del vicino di casa, uno scienziato da poco scomparso, c'è una strana macchina puntata contro la loro finestra che scatta una polaroid, alle 8 di ogni sera, mostrando il loro soggiorno 24 ore nel futuro. All'inizio sconvolti, cominciano però a usare le fotografie per interessi personali: uno di loro per giocare alle corse, appendendo sulla finestra cartelli con i risultati del giorno in modo da conoscerli in anticipo; un altro – un pittore in crisi di ispirazione – per mostrare a sé stesso i dipinti che realizzerà nel corso della giornata... Film indipendente e a basso costo che segna il debutto del filmmaker Bradley D. King (anche co-sceneggiatore): se qualcuno lo ha paragonato a un episodio de "Ai confini della realtà", a tratti sembra invece un incrocio fra il classico "Avvenne domani" di René Clair e "Piccoli omicidi fra amici" di Danny Boyle. Fra i tre ragazzi, infatti, cominceranno a nascere paure, gelosie e paranoie che finiranno col porli l'uno contro l'altro. In mezzo a questo, i "soliti" paradossi causali che sorgono quando si traffica con il tempo: in particolare, le azioni dei protagonisti vengono influenzate dalla foto del giorno successivo (sono convinti che trasgredire a quello che si è visto possa causare la loro morte, come nel caso dello scienziato), portandoli a compiere azioni che normalmente non avrebbero intrapreso, anche se poi la foto è il frutto di quelle stesse azioni. Per non parlare dei dipinti di Finn: da dove nasce la sua creatività, se non fa altro che riprodurre quadri che però lui stesso ha dipinto? Se le premesse sono intriganti, comunque, lo sviluppo arranca. E il finale, pur non barando, cambia un po' le carte in tavola. In ogni caso, più accessibile e meno cervellotico di "Primer", altra recente pellicola indipendente sui viaggi nel tempo. Regia e recitazione di buon livello, ma più televisive che cinematografiche.

7 febbraio 2016

Mimic (Guillermo del Toro, 1997)

Mimic (id.)
di Guillermo del Toro – USA 1997
con Mira Sorvino, Jeremy Northam
*1/2

Visto in divx.

Tre anni dopo aver debellato una terribile epidemia portata dagli scarafaggi grazie a una specie di insetto modificata geneticamente e utilizzata come agente biologico, l'immunologo Jeremy Northam e l'entomologa Mira Sorvino scoprono che alcuni individui di quella specie sono sopravvissuti (nonostante fossero stati programmati come sterili) e sono mutati in maniera mostruosa e inquietante. Il metabolismo accelerato degli insetti, infatti, ne ha velocizzato l'evoluzione. E la capacità di "mimare" i loro predatori, in questo caso l'uomo, li ha trasformati in un gigantesco ibrido uomo-insetto che ora infesta i sotterranei e i tunnel in disuso della metropolitana di New York. Il secondo lungometraggio di Guillermo Del Toro, al suo primo lavoro negli Stati Uniti, è un fanta-horror a tinte cronenberghiane e che richiama a tratti il mix fra azione e claustrofobia di "Alien", ma che dopo un promettente inizio non sfugge alle trite logiche del film da totomorti (il gruppo di persone in pericolo in un luogo chiuso: assieme ai due protagonisti ci sono l'immancabile poliziotto nero, due piccoli ladruncoli, e un anziano ciabattino con figlio autistico). Buoni gli spunti di partenza (la passione del regista per gli insetti era evidente sin dal suo film d'esordio, il messicano "Cronos") e il focus sui bambini, per non parlare dell'aspetto visivo, ma a lunghi tratti ci si annoia e di brutto. A onor del vero, Del Toro ha lamentato di non aver potuto gestire il montaggio finale, dichiarandosi insoddisfatto del risultato (nel 2011 è comunque uscita una "Director's Cut"). Nel cast anche Josh Brolin, Giancarlo Giannini e F. Murray Abraham. Con due seguiti direct-to-video (non di Del Toro).

6 febbraio 2016

La parte degli angeli (Ken Loach, 2012)

La parte degli angeli (The Angels' Share)
di Ken Loach – GB/F/I/B 2012
con Paul Brannigan, John Henshaw
**1/2

Visto in DVD, con Sabrina.

Robbie (Branningan), teppista di Glasgow che ha sempre condotto una vita problematica, vorrebbe mettere la testa a posto, anche perché sta per diventare padre. Ma non è facile, visto che nessuno sembra disposto a dargli fiducia. Condannato a trecento ore di lavori socialmente utili in seguito a una rissa, fa la conoscenza del bonario Harry (Henshaw), che lo prende sotto la propria ala protettiva e, fra le altre cose, lo introduce al mondo della degustazione del whisky. L'occasione della riscossa giungerà quando verrà a conoscenza dell'imminente vendita, in un'asta esclusiva, di un barile di preziosissimo whisky invecchiato oltre quarant'anni, particolarmente bramato dagli appassionati... Di solito apprezzo Loach a corrente alternata, trovando alcuni suoi lavori troppo schematici e manichei, ma mi sembra che il regista – che pure non rinuncia mai a ritrarre il mondo dei più deboli e degli emarginati, e soprattutto il contesto sociale di povertà e disoccupazione in cui si muovono – dia il meglio di sé quando, più che lanciare un messaggio, si "limiti" a raccontare una storia, meglio se condita da una venatura leggera e ottimista, all'insegna della redenzione, come nel caso de "Il mio amico Eric" o del film in questione. La simpatia dei personaggi, l'insolito contesto "enologico" (da confrontare con "Sideways" di Payne, dove si degustavano vini in California!), il tema del riscatto dei perdenti e il valore dell'amicizia si fondono mirabilmente in una commedia realistica e non consolatoria, dove non tutto fila liscio ma ci si ingegna per trarre il meglio da ciò che si ha a disposizione, e dove per una volta la volontà e la solidarietà vengono ricompensate. In più, un setting inconfondibilmente e orgogliosamente scozzese, che fonde ambienti proletari (le periferie di Glasgow), scenari turistici (il castello di Edimburgo) e gli elementi più caratteristici della nazione (i kilt, i pub, e ovviamente il whisky). Vincitore del premio della giuria a Cannes. Il titolo si riferisce a quella parte di distillato che evapora in modo naturale dai barili durante l'invecchiamento. Nella colonna sonora spicca la classica "I'm Gonna Be (500 Miles)" dei Proclaimers.

4 febbraio 2016

Il castello della purezza (A. Ripstein, 1972)

Il castello della purezza (El castillo de la pureza)
di Arturo Ripstein – Messico 1972
con Claudio Brook, Rita Macedo
***

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Tratto dal libro "La carcajada del gato" di Luis Spota (a sua volta ispirato a fatti realmente avvenuti), un film inquietante e claustrofobico su un uomo che da 18 anni tiene reclusa in casa la propria famiglia (la moglie e tre figli), impedendo loro ogni contatto con il mondo esterno per "proteggerli" dalla malvagità e dalla corruzione che, a suo dire, imperano al di fuori. Severo e autoritario, Gabriel impone alla famiglia una rigida disciplina e impartisce punizioni per ogni mancanza da parte dei figli, rinchiudendoli in cellette nei sotterranei dell'edificio. I ragazzi, che non sono mai usciti dalla villa, cominciano a sviluppare istinti di ribellione, il che mette sotto pressione il genitore, progressivamente più paranoico, folle e violento. Come si vede, lo spunto è simile a quello del recente "Dogtooth" di Yorgos Lanthimos, ma i toni sono assai diversi: qui c'è più realismo e focalizzazione sulla figura del padre, mentre il film greco corre sul filo del paradosso e della metafora e si incentra maggiormente sui figli. La dimora della famiglia Lima è una villa lugubre e fatiscente, ormai consunta dal tempo e piena di infiltrazioni d'acqua (il che è ironico, visto che secondo Gabriel è invece il mondo esterno a essere corrotto). Al suo interno, padre e figli fabbricano pesticidi e veleno per topi, che l'uomo (l'unico che può uscire di casa: i vicini credono che viva da solo) vende poi nei negozi della zona. Ispirato dalla massima di Goethe "Un uomo con forte volontà forgia il mondo a suo desiderio", Gabriel ha voluto erigere attorno alla sua famiglia un "castello" per difenderli dai pericoli ma soprattutto per non farli contaminare dal resto dell'umanità. Curiosamente, "Il castello" è anche il nome di una elaborata trappola per topi che l'uomo progetta di costruire. E nei suoi discorsi, il parallelo fra uomini e topi è ripetuto ed esplicito: nella sua ossessiva ricerca di perfezione e purezza, Gabriel vede il resto dell'umanità come ratti, portatori di infezioni e di corruzione. Ancor più che misantropo, l'uomo è misogino e attribuisce la colpa di ogni peccato alle donne. Per questo insulta e maltratta anche sua moglie Beatriz, che pure gli è completamente sottomessa, e nonostante tutto continua ad amarlo e ad approvare la sua scelta di tenere rinchiusi i loro figli. Alla fine, probailmente, una vera liberazione è impossibile. Ripstein aveva mosso i suoi primi passi nel cinema come assistente (non accreditato) di Luis Buñuel durante le riprese de "L'angelo sterminatore": e questa pellicola, caratterizzata da un ritmo lento e da una progressiva costruzione della tensione, è paragonabile ai migliori lavori del maestro spagnolo nel mettere in scena una distorta versione delle regole sociali (che, a sia volta, produce altre distorsioni, come dimostra la scena dell'incesto fra fratello e sorella, ma soprattutto la relazione snaturata fra il carceriere e le sue confuse vittime, che nonostante tutto continuano ad amarlo o a rispettarlo fino alla fine).

3 febbraio 2016

La taverna della Giamaica (A. Hitchcock, 1939)

La taverna della Giamaica (Jamaica Inn)
di Alfred Hitchcock – GB 1939
con Charles Laughton, Maureen O'Hara
**1/2

Visto in divx.

A inizio ottocento, lungo le coste frastagliate della Cornovaglia, un gruppo di banditi e pirati provoca ad arte il naufragio sugli scogli delle navi mercantili di passaggio per poterle saccheggiare impunemente, dopo aver sterminato tutti i marinai. La banda, che ha base nella malfamata "Taverna della Giamaica", è guidata dal taverniere Joss (Leslie Banks): ma all'insaputa dei suoi stessi uomini, egli è al soldo del nobile sir Humphrey Pengallan (Charles Laughton), il giudice di pace locale, che gli fornisce informazioni sulle rotte delle navi e nelle cui tasche finisce la maggior parte del bottino. L'arrivo nella taverna della giovane Mary (Maureen O'Hara, al primo ruolo importante della sua carriera), nipote orfana della moglie di Joss, Patience (Marie Ney), cambierà gli equilibri, anche perché la ragazza aiuterà – sia pure un po' controvoglia, non volendo coinvolgere la zia – Jem Traherne (Robert Newton), un agente al servizio del re che si è introdotto sotto copertura nella banda per smascherarne il vero capo. L'ultimo film di Hitchcock in patria prima del "gran balzo" a Hollywood, tratto da un romanzo di Daphne Du Maurier, è decisamente un lavoro in chiave minore, con una trama da fumetto o da romanzo avventuroso di serie B che solo a tratti riesce a tenere lo spettatore sulle spine. I critici dell'epoca, che non apprezzarono il tono della pellicola (più leggero rispetto alla cupezza del romanzo), lo considerarono "un film di Charles Laughton più che di Hitchcock", e a ben ragione: nonostante il cast piuttosto ampio, l'esuberante attore inglese – anche co-produttore – domina la scena nel ruolo del cattivo (molto ampliato rispetto al romanzo, dove fra l'altro era un prete e non un magistrato), avido e folle, a discapito di una protagonista femminile debole e poco caratterizzata, benché ricordi altri personaggi hitchcockiani che rimangono coinvolti in vicende più grandi di loro. Non mancano comunque spunti interessanti, a partire dall'ambiguità di molti personaggi, combattuti fra il bene e il male (come gli zii della protagonista). E il regista, come sempre, si diverte a caratterizzare con pochi tocchi anche le figure minori, dai vari membri della banda di Joss alla servitù di sir Humphrey (in particolare il valletto Chadwick, interpretato da Horace Hodges), creando un affresco tutto sommato gradevole e sottovalutato, se pur poco originale, anche grazie all'ambientazione e all'atmosfera quasi gotica. Hitchcock – che aveva accettato di dirigere il film, oltre che per il lauto compenso, anche per "rafforzare" i rapporti con la Du Maurier, della quale intendeva adattare un altro romanzo, "Rebecca", per il suo esordio a Hollywood – ebbe a lamentarsi delle continue interferenze di Laughton, che modificò a proprio piacimento la sceneggiatura e la caratterizzazione del suo personaggio.

2 febbraio 2016

Trash (Stephen Daldry, 2014)

Trash (id.)
di Stephen Daldry – GB/Brasile 2014
con Rickson Tevez, Eduardo Luis
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Tre bambini di una favela brasiliana, che vivono rovistando fra i rifiuti di una discarica, trovano un portafoglio contenente le prove della corruzione di un importante uomo politico. Presi di mira dalla polizia e dagli sgherri al servizio dell'uomo, riusciranno con ostinazione a seguire gli indizi che li porteranno fino alla verità. Da un romanzo di Andy Mulligan, adattato da Richard Curtis (ma che ci fa qui?), una storiellina banalotta e retorica sulla bontà degli innocenti e contro la corruzione dei potenti. La confezione patinatissima e i toni avventurosi non mascherano i veri intenti del film, che vorrebbe iscriversi nel filone di "City of God" (di cui è una versione edulcorata in tutto e per tutto) o, magari, di "Slumdog Millionaire" (pellicole di registi occidentali su realtà "povere" e del terzo mondo, che sarebbero però molto più efficaci se fossero state girate direttamente da cineasti del luogo). Non si capisce bene a chi è rivolto: i protagonisti bambini e il meccanismo della caccia al tesoro sembrano quelli di una pellicola per adolescenti, ma i contenuti socio-politici sono più da spettatore adulto e radical-chic. In ogni caso, paternalista, evitabile e dimenticabile: metafore di grana grossa (i poveri trattati come "spazzatura", e che infatti proprio nella spazzatura vivono e sguazzano), temi sociali qualunquisti, con accuse mai circostanziate, e finale lieto e scontato come non mai (ci sono persino i soldi gettati al vento). Nel cast, fra gli "adulti", Martin Sheen (il prete), Rooney Mara, Wagner Moura e Selton Mello.

31 gennaio 2016

Medea (Pier Paolo Pasolini, 1969)

Medea
di Pier Paolo Pasolini – Italia/Fra/Ger 1969
con Maria Callas, Giuseppe Gentile
***1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Dopo l'"Edipo Re" di due anni prima, Pasolini firma un altro adattamento cinematografico di una tragedia greca, scegliendo questa volta la "Medea" di Euripide, di cui realizza una versione impressionante sotto tutti i punti di vista. E in particolare sotto l'aspetto visivo: i colori, i costumi e le scenografie sovrastano a tratti le parole, soprattutto in una prima parte (quella che narra l'antefatto della tragedia, ovvero la nascita di Giasone, la sua ricerca del Vello d'Oro, l'arrivo nella Colchide dove lui e gli Argonauti vengono aiutati da Medea, e il ritorno a Corinto) fatta di silenzi, sguardi, canti e riti ancestrali. Fra questi spicca il sacrificio umano per donare fertilità ai campi, una sorta di abbattimento del capro espiatorio, veicolato da una religione pagana cui Medea appartiene in tutto e per tutto: non a caso, a sua volta, sacrifica il fratello e ne smembra il corpo pur di facilitare la fuga degli Argonauti, in una scena che dunque introduce da subito la parte più sanguinaria del personaggio, anche se in questo caso non è mossa da odio o rancore ma dall'amore. Il tutto esplicita nella maniera più efficace (e visiva) possibile il tema generale della natura violenta dell'uomo, addomesticata e incanalata attraverso i riti e la religione, ma pronta a riaffiorare in ogni momento se spinta da passioni come l'ira, la gelosia e la vendetta. Se la parte ambientata nella Colchide è stata girata da Pasolini in Cappadocia (i paesaggi mozzafiato, i campi e le pietre rendono meravigliosamente l'idea di un mondo lontano), per portare sullo schermo Corinto il regista ha scelto nientemente che la piazza dei Miracoli di Pisa, le cui architetture rinascimentali ben simboleggiano un regno più moderno e civilizzato. Non a caso Medea, donna appartentente a un mondo più "arcaico" e antico, vi si scopre spaesata. E di fronte al tradimento di Giasone, che la lascia con l'intenzione di sposare la giovane figlia del re Creonte, progetta una tremenda vendetta. Questa, curiosamente, viene (almeno in parte) mostrata sullo schermo due volte: Pasolini lascia infatti che Medea prima la immagini, come in una visione (in questo caso la veste che regala a Glauce prende fuoco), e poi la attui davvero (con una veste che la rende folle), ripetendo diverse sequenze pari pari. Allo stesso modo, nella Colchide, la donna aveva avuto una visione dell'arrivo di Giasone. In effetti – e questo spiega il carattere onirico e allucinatorio di diverse sequenze – il film inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi "Visioni della Medea".

Se Giasone è interpretato dall'atleta Giuseppe Gentile (medaglia di bronzo nel salto triplo alle Olimpiadi del 1968), per il ruolo di protagonista Pasolini scelse la cantante lirica Maria Callas (alla prima e unica esperienza come attrice cinematografica), sua grande amica, che non solo era greca per nascita, ma l'anno prima era stata lasciata da Aristotele Onassis: non aveva figli da uccidere né poteri magici, ma – chissà! – se avesse potuto, magari avrebbe incenerito volentieri Jacqueline Kennedy! In quanto nipote di Elio, Medea trae i suoi poteri magici dal Sole, e questo viene esplicitato in una scena. Una certa enfasi, però, viene data anche alla Luna, corpo celeste "femminile" per eccellenza, e se vogliamo collegato alla Callas attraverso la "Norma" di Bellini ("Casta diva..."). La luna, in generale, risveglia l'arcaico potere dentro la donna: anche dentro l'uomo, però, c'è un sapere antico, che nel film è rappresentato dal centauro Chirone, mentore di Giasone, che lo accompagna durante tutte le fasi della crescita all'inizio della pellicola (educandolo sul ruolo della natura e degli dei) e che poi ricompare in due distinte forme (centauro e umano), spiegandogli come i miti siano qualcosa che fa parte di lui, degli archetipi che accompagnano l'uomo anche in età adulta e civilizzata. La voce di Chirone (l'attore è il francese Laurent Terzieff) è di Enrico Maria Salerno. Furono doppiati anche Medea (Rita Savagnone) e Giasone (Pino Colizzi), che peraltro condividono ben pochi dialoghi in un film fatto di silenzi: il loro innamoramento, ma anche la separazione, è narrato per immagini, e l'unico momento in cui i due si confrontano a parole è nel finale, quando ormai la tragedia è compiuta. Il resto del cast comprende Massimo Girotti (Creonte), Margareth Clementi (Glauce) e Annamaria Chio (la nutrice). Qualche accenno merita anche la suggestiva colonna sonora, che come in "Edipo Re" Pasolini ha riempito di sonorità lontane ed arcaiche, compresa una preghiera giapponese. Nel complesso, un film ricco di forza e di significati che vanno al di là dei semplici eventi narrati, "universale" come lo erano le tragedie greche e come è il miglior cinema che sa superare i propri confini, opera non solo di un grande regista ma in generale frutto di una stagione in cui il cinema italiano (ed europeo) sapeva lanciare uno sguardo verso l'esterno, con un'attenzione ad altri mondi e altre culture e un approccio quasi etnografico (si pensi ai colori, ai costumi, ai canti) che fonde alla perfezione la profondità dei contenuti con la potenza delle immagini.

30 gennaio 2016

La bella scontrosa (Jacques Rivette, 1991)

La bella scontrosa (La belle noiseuse)
di Jacques Rivette – Francia 1991
con Michel Piccoli, Emmanuelle Béart
***

Visto in divx, per ricordare Jacques Rivette.

L'anziano pittore Frenhofer (Piccoli), da anni in crisi di ispirazione e ritiratosi a vivere in un castello in campagna (siamo nella regione della Linguadoca-Rossiglione), trova nella bella ma scostante Marianne (Béart), fidanzata di un suo giovane ammiratore, la modella ideale per riprendere in mano un progetto che aveva in mente da tempo: un ritratto della "Bella scontrosa", una cortigiana del millesettecento, che aveva inutilmente provato a realizzare dieci anni prima con la propria moglie Liz (Jane Birkin) come modella. Le lunghe sessioni di lavoro, in cui Marianne posa nuda per lui, si rivelano faticose e stressanti per entrambi. All'iniziale imbarazzo, ai dubbi e alle paure, si sostituiscono progressivamente dedizione e complicità, con i due – il pittore e la modella – che si sorreggono alternativamente e a vicenda, conducendo ora l'uno ora l'altra le regole del gioco. Nel loro progressivo andare sempre più lontano (l'obiettivo di Frenhofer, che cerca "la verità nella pittura", è quello di "catturare tutta la vita sulla tela di un quadro"), causano l'insorgere di gelosie e timori nei rispettivi compagni, mettendo in luce la fragilità dei loro legami: Liz, la moglie del pittore, comincia a sentirsi sostituita, mentre il rapporto fra Marianne e il fidanzato Nicolas (David Bursztein) si incrina irreparabilmente. Alla fine, quando il quadro è completato, si rivela un punto di non ritorno: la ragazza non sopporta la visione diretta del proprio "Io", così arido e freddo, mentre il pittore sceglie di murarlo di nascosto all'interno del proprio atelier, mostrando invece al mondo (e al mercante d'arte che lo acquista) un altro dipinto, falso e decisamente più innocuo. Liberamente ispirato a un racconto di Balzac ("Il capolavoro sconosciuto"), ambientato però ai giorni nostri, un film che indaga il rapporto fra l'arte (in quanto imitazione della natura) e la realtà (ossia la vita), oltre che sul processo artistico, sulla crisi e il risveglio creativo: una specie di "Ritratto di Dorian Gray" senza l'elemento fantastico, dove dipingere diventa un atto catartico e farsi ritrarre si trasforma in una seduta psicanalitica. Al fianco di un intenso Piccoli e di una dimessa Jane Birkin, l'affascinante Béart si mostra praticamente sempre nuda, ma in maniera assai naturale e mai sfacciata. Gilles Arbona è Porbus, il mercante d'arte. Del film, insignito a Cannes del Gran Premio della Giuria, esistono due versioni: una lunga (circa quattro ore, forse estenuante, ma più "avvolgente" e completa) e una breve (due ore, nota anche con il titolo "Divertimento"). Nelle inquadrature ravvicinate, la mano del pittore che si vede è quella di Bernard Dufour.

The Virginian (Cecil B. DeMille, 1914)

The Virginian
di Cecil B. DeMille – USA 1914
con Dustin Farnum, Winifred Kingston
**

Visto su YouTube.

Primo adattamento cinematografico (ne seguiranno numerosi altri) de "Il Virginiano" di Owen Wister, considerato il primo romanzo western della storia (se si eccettuano le dime novel e i racconti brevi). Il protagonista, senza un vero nome, lavora come mandriano in un ranch del Wyoming insieme al suo miglior amico Steve, che però cade preda di cattive compagnie e si unisce a una banda di ladri di bestiame. Sarà proprio il Virginiano a guidare la posse che dà la caccia ai banditi, ritrovandosi così costretto a impiccare l'amico (curiosamente, e al contrario di ciò che insegneranno molti western in futuro, qui l'amicizia passa in secondo piano rispetto alla legge). In parallelo, la pellicola racconta la sua storia d'amore con Molly, maestra di scuola giunta nell'ovest in cerca di fortuna e che fatica ad adattarsi alla ruvida vita del west. Dopo un primo rullo francamente poco interessante, caratterizzato dagli scherzi infantili che il protagonista e l'amico giocano agli abitanti del villaggio (fra cui quello di scambiare i bambini nelle culle!), la storia prende il largo da metà film in poi, quando l'azione si sposta negli spazi aperti e negli scenari naturali del selvaggio nord-ovest, con il lungo inseguimento ai banditi sulle montagne e la resa dei conti nel finale (il classico duello nella main street con il capo della banda, Trampas, colui che aveva "corrotto" Steve). Dustin Farnum, già protagonista della pellicola d'esordio di DeMille, "The squaw man", nel 1904 aveva interpretato il Virginiano anche nella versione teatrale di Kirke La Shelle (da cui il film è tratto). Grazie a questi ruoli, rimarrà per una decina di anni uno dei più riconoscibili attori western. La regia di DeMille non è trascendentale, ma offre alcuni buoni momenti (come la scena dell'impiccagione, mostrata soltanto attraverso le ombre). In ogni caso, il film contribuì a rendere il pubblico conscio delle possibilità superiori che il cinema offriva rispetto al teatro, in particolare nell'uso degli ambienti esterni.

28 gennaio 2016

Alps (Yorgos Lanthimos, 2011)

Alps (Alpeis)
di Yorgos Lanthimos – Grecia 2011
con Aggeliki Papoulia, Ariane Labed
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Dopo il successo di "Dogtooth", Lanthimos – sempre in coppia con il co-sceneggiatore Efthymis Filippou – realizza un altro film paradossale e bizzarro, anche se decisamente meno sconvolgente o d'impatto rispetto al lavoro precedente. La trama ruota attorno a un gruppo di quattro persone – un'infermiera, un portantino di ambulanza, una giovane ginnasta e il suo allenatore – che si sostituiscono a individui morti di recente, impersonandoli dietro pagamento per aiutare i loro cari ad elaborare il lutto in maniera più soft. Il nome della squadra è "Alpi" (per due ragioni, spiega il leader: perché non rivela nulla delle loro attività, e perché le montagne delle Alpi possono sostituire qualsiasi altra vetta ma a loro volta non possono essere sostituite... una spiegazione un po' fumosa, in effetti), mentre loro stessi si fanno chiamare Monte Bianco, Monte Rosa, Cervino e... Junior. Per meglio svolgere il loro compito, i membri del gruppo indagano su abitudini e caratteristiche di coloro che devono impersonare (per esempio, qual era il loro attore preferito). Fra coloro che li assumono, il film ci mostra un venditore di lampade che ha perso di recente la fidanzata canadese (e colei che la sostituisce è costretta a parlare in inglese), un'anziana vedova cieca il cui marito la tradiva con la sua migliore amica (e dunque viene "ricreato" anche il tradimento) e soprattutto i genitori di una giovane tennista morta in un incidente stradale. Il compito di impersonare quest'ultima ragazza è particolarmente conteso fra due dei membri di "Alpi" (l'infermiera e la ginnasta), al punto che la prima – Monte Rosa – nasconde ai compagni il fatto che sia morta e assume l'incarico per contro proprio, esacerbando le tensioni già presenti all'interno del gruppo (quelle fra la ginnasta e il suo allenatore, che sfociano addirittura in un tentativo di suicidio; il fatto che il severo leader non perdoni il minimo errore). Progressivamente Monte Rosa diventa dipendente da questo "gioco di ruolo", al punto da smarrire la propria identità: quando gli viene tolto l'incarico di impersonare la tennista, scopre di non poterne più fare a meno e finisce col fare effrazione in casa della ragazza pur di dormire nel suo letto. Se lo spunto alla base del film può ricordare una sottotrama minore di "Noriko's dinner table" di Sion Sono, il concetto di "ricreare" la realtà tramite la finzione e la recitazione sembra tornare dal primo film di Lanthimos stesso, "Kinetta": come in quello, o almeno parzialmente, la narrazione è volutamente enigmatica e la caratterizzazione si ferma spesso alla superficie dei personaggi. Soltanto dopo oltre mezz'ora di pellicola, infatti, ci viene rivelato cosa fanno i protagonisti (il regista sembra divertirsi a lasciare gli spettatori all'oscuro di ciò che accade veramente sullo schermo), i cui comportamenti sono peraltro spesso assurdi prima ancora che incomprensibili. La perdita dell'identità personale, trattandosi di un film di Lanthimos, rispecchia metaforicamente quella culturale o nazionale (innumerevoli sono infatti i riferimenti a icone del cinema, della musica o dello spettacolo americane od occidentali, mentre la cultura greca è quasi assente). Ma soprattutto la pellicola è un attacco alla moderna società consumistica, dove persino le emozioni e i rapporti con i propri cari possono essere venduti, acquistati o – quando si "rompono" – sostituiti. Tali emozioni, naturalmente, non possono che essere finte o "schermate" (si pensi alla maniera quasi robotica in cui le scene vengono recitate). L'attrice Aggeliki Papoulia, che interpreta Monte Rosa, era presente anche in "Dogtooth" e la rivedremo (così come Ariane Labed) nel successivo "The lobster".

27 gennaio 2016

La cosa più dolce... (Roger Kumble, 2002)

La cosa più dolce... (The Sweetest Thing)
di Roger Kumble – USA 2002
con Cameron Diaz, Christina Applegate
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Christina (Diaz) – come le amiche e co-inquiline Courtney (Applegate) e Selma (Jane Burns) – passa da un uomo a un altro senza mai legarsi sentimentalmente, considerando il genere maschile come un divertimento "usa e getta". Tutto cambia quando conosce in discoteca il bel Peter (Thomas Jane), a San Francisco in occasione del matrimonio del fratello Roger (Jason Bateman), con il quale ha un breve litigio e che non riesce più a togliersi dalla testa. Al punto da coinvolgere Courtney in un viaggio in auto fuori città verso la cittadina dove si stanno per celebrare le nozze... solo per scoprire che lo sposo è Peter, e non suo fratello. Naturalmente, alla fine il matrimonio andrà a monte e Peter e Christina scopriranno di essere fatti l'uno per l'altra. Commedia "scollacciata" (con innumerevoli battute sul sesso) in stile "Una notte da leoni" ma al femminile, che unisce i temi dei classici chick flick a quelli del buddy movie on the road, ravvivata dalla verve delle protagoniste (in parallelo al viaggio di Christine e Courtney, ci sono le comiche disavventure di Selma con il suo nuovo ragazzo) e da una serie di gag che punteggiano una trama esile e prevedibile. Non mancano un paio di canzoni "osé" (come quella che coinvolge un intero ristorante). La sceneggiatrice Nancy Pimental avrebbe basato i personaggi di Christina e Courtney su sé stessa e sulla sua amica Kate Walsh. Il fidanzato di Courtney, nel finale, è interpretato dal regista James Mangold.

25 gennaio 2016

Revenant - Redivivo (Alejandro G. Iñárritu, 2015)

Revenant - Redivivo (The Revenant)
di Alejandro González Iñárritu – USA 2015
con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Nel cinema hollywoodiano recente sembra esserci una tendenza a raccontare storie di sopravvivenza in ambienti ostili e in condizioni quasi impossibili. Dopo "Gravity" di Cuarón e "The martian" di Ridley Scott (entrambi di genere fantascientifico), anche Iñárritu – reduce dal successo di "Birdman" – offre il proprio contributo con una saga di coraggio e di vendetta, ambientata ad inizio ottocento negli scenari selvaggi e innevati del North Dakota, al confine fra Canada e Stati Uniti. Qui una spedizione di trapper e di militari in cerca di preziose pelli viene attaccata e sterminata da una tribù di indiani Arikara. I pochi sopravvissuti, guidati dall'esperto scout Glass (DiCaprio), cercano di riguadagnare la strada per il forte. Ma quando Glass viene ferocemente assalito da un gigantesco orso grizzly, i suoi compagni sono costretti a lasciarlo indietro, nel bel mezzo delle terre selvagge, per via delle sue gravi ferite. Fitzgerald (Hardy), il soldato incaricato di restare con lui per proteggerlo, decide di lasciarlo morire e di raggiungere gli altri al forte, non prima di aver pugnalato a tradimento il giovane figlio meticcio dello stesso Glass che voleva rimanere al suo fianco. Lo scout, però, riesce miracolosamente a sopravvivere: e sostenuto dal desiderio di vendetta, attraverserà vasti territori, cibandosi di radici e di resti di carcasse, evitando gli attacchi degli indiani (e dei francesi, le cui spedizioni sono in rivalità con quelle americane), fino a raggiungere colui che lo aveva abbandonato. Se nei suoi lavori precedenti Iñárritu aveva sempre puntato le carte maggiori sulla sceneggiatura (anche se pure non disdegna gli elaborati esercizi di stile: vedi in questo caso il sofisticato piano sequenza con cui apre il film, che mette in scena l'attacco degli indiani ai cacciatori di pelli), stavolta si affida alla forza del silenzio, alla potenza delle immagini, agli scenari mozzafiato e alla recitazione intensa e senza compromessi di un DiCaprio "fisico" come non mai (e che francamente si meriterebbe finalmente il suo premio Oscar). La natura è la vera protagonista del film, fra fiumi gelidi, laghi ghiacciate, montagne innevate, distese rocciose e un ambiente realistico e crudo (prima ancora che crudele), dove anche l'essere umano è ridotto alla sua matrice animale (e si comporta come un lupo o un orso). Il bianco della neve è spesso tinto dal rosso del sangue, che sia quello degli animali usati per la sopravvivenza (per cibarsi delle loro carni crude, o per scaldarsi con i loro corpi) o di quello degli stessi uomini, in lotta fra loro (le fazioni in campo sono tante: americani, francesi, indiani Arikara o Pawnee, quando non si lotta all'interno della stessa fazione, come nel caso di Glass contro Fitzgerald). A volte le immagini assumono una natura onirica e irreale, come nel caso delle "visioni" che Glass sperimenta durante la propria odissea (e in cui gli appare la sua defunta compagna come una sorta di "spirito guida"). Alcune sequenze, addirittura, ricordano il cinema di Tarkovskij (il sogno con la chiesa diroccata, soprattutto, ma anche il passaggio nel bosco di betulle). Il film è tratto "in parte" da un romanzo di Michael Punke, a sua volta ispirato al personaggio (vissuto realmente) di Hugh Glass. Il progetto iniziale era addirittura di Park Chan-wook (con Samuel L. Jackson come protagonista! Ne sarebbe uscita una tarantinata...). Nel cast anche Domhnall Gleeson (il capitano del forte) e Will Poulter (il giovane soldato).

23 gennaio 2016

Il ponte delle spie (S. Spielberg, 2015)

Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
di Steven Spielberg – USA 2015
con Tom Hanks, Mark Rylance
**

Visto al cinema Arlecchino.

Nel 1957, in piena guerra fredda, il governo degli Stati Uniti identifica e cattura a New York una presunta spia russa, Rudolf Abel (Rylance). Il malcapitato compito di difenderla al processo tocca all'avvocato James Donovan (Hanks), che fa quel che può per garantirgli quei diritti costituzionali che nessuno sembra volergli riconoscere. Ma il coinvolgimento di Donovan non termina con la condanna di Abel: l'avvocato viene infatti incaricato di negoziare la sua consegna ai sovietici in cambio di un soldato americano, il pilota Francis Gary Powers (Austin Stowell), il cui aereo è stato abbattuto dai russi. Lo scambio, che giustifica il titolo del film, avverrà sul Ponte di Glienicke, tra Berlino Ovest e Berlino Est. Da una storia vera, un film che gronda retorica spielberghiana: in primis a favore della costituzione (con Donovan solo contro tutti, in un clima di caccia alle streghe: immancabili le scene con la famiglia e i bambini del protagonista messi in pericolo a causa della sua integerrimità), e poi – quando l'azione si sposta in Germania – nel mettere in luce le fondamentali differenze fra lo stile di vita americano e quello del blocco sovietico (la scena in cui Donovan assiste alla fucilazione dei disperati che tentano di scavalcare il muro di Berlino, appena costruito, è messa a confronto con quella analoga, nel finale, in cui attraversa i quartieri di Brooklyn a bordo della metropolitana). Agiografico (Donovan, come lo definisce lo stesso Abel, è un uomo "tutto d'un pezzo"), ideologico (come in "Salvate il soldato Ryan", ogni singolo americano, persino il più umile – lì un soldato semplice, qui lo studente Frederic Pryor, catturato dalla Stasi e che Donovan insiste nell'includere nello scambio – merita di essere salvato a ogni costo, anche correndo il rischio di mettere a repentaglio l'intera missione) e appunto retorico (le due scene nel vagone del treno in cui i passeggeri riconoscono il volto dell'avvocato dai giornali, biasimandolo o ammirandolo a seconda delle circostanze). Di tutti i personaggi, quello più interessante è proprio il "colonnello" Abel, la spia sovietica, con il suo fatalismo ("Servirebbe?" risponde quando gli si chiede se è preoccupato), la sua umanità, il suo basso profilo (è quanto mai lontano dalle classiche figure di spie alla James Bond), le sue abitudini (la pittura, il fumo): a differenza delle figure che Donovan incontra a Berlino, vere e proprie macchiette, contribuisce a dare una dimensione più tragica e umana alle dinamiche dell'epoca della guerra fredda. Impeccabili, come sempre quando si tratta di Spielberg, regia, fotografia e confezione in generale. La sceneggiatura, tesa quanto basta, è di Matt Charman e dei fratelli Coen.

21 gennaio 2016

Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977)

Una giornata particolare
di Ettore Scola – Italia 1977
con Sophia Loren, Marcello Mastroianni
***1/2

Visto in divx, per ricordare Ettore Scola.

La "giornata particolare" è quella del 6 maggio 1938, data della visita di Adolf Hitler a Roma per incontrare Mussolini e suggellare l'alleanza fra Germania e Italia. La grande parata delle forze belliche italiane al cospetto dello stato maggiore tedesco, in via dei Fori Imperiali, catalizza l'attenzione e la presenza di quasi tutta Roma... E nel frattempo, nelle case rimaste vuote, avviene un "breve incontro fra due solitudini", quello fra due individui all'apparenza l'uno all'opposto dell'altro: la Loren è Antonietta, stanca madre di una famiglia numerosa (sei figli!), incolta, conformista (o meglio, che non ha mai messo in dubbio ciò che le viene inculcato) e perfettamente integrata nella retorica del regime (lei stessa conserva in un album le foto e le frasi più "machiste" del Duce); Mastroianni è Gabriele (come l'arcangelo?), scapolo, intellettuale, antifascista (o meglio, consapevole delle storture del regime), perseguitato perché gay, in procinto di essere mandato al confino e che medita propositi di suicidio. Eppure, bastano pochi minuti di conoscenza fortuita (l'uomo aiuta la donna a recuperare l'uccellino di casa, un merlo indiano, fuggito dalla gabbietta), di parole e di sguardi, per capire di trovarsi di fronte a un'anima gemella, nel vero senso della parola: così simili in infelicità e disagio, entrambi soffrono per la difficoltà di trovarsi fuori posto in un mondo non fatto a loro misura, che li sfrutta, li soffoca e li tormenta. Entrambi sono "diversi", ciascuno a proprio modo, ma il reciproco incontro saprà cambiarli ancor più profondamente. Nell'arco di pochissime ore, nelle stanze di un condominio composto da palazzoni quasi vuoti, sapranno entrare in contatto fino in fondo, parlando, confessandosi apertamente a cuore aperto, perfino amandosi. E tutto mentre, come incessante colonna sonora, nell'aria risuona la radio che trasmette ad alto volume i cori e la cronaca della parata. Dramma intimo e tragedia storica al tempo stesso, il film è diretto da uno Scola che lascia i personaggi padroni dell'inquadratura, accompagnandoli con una regia ariosa, caratterizzata dai long take o piani sequenza, che li segue attraverso momenti memorabili (la raccolta dei panni stesi sul tetto; i passi di rumba accennati nell'appartamento di Gabriele; la macinazione del caffé in quello di Antonietta), mentre i due eccellenti interpreti danno vita con estrema intensità a due personaggi a tutto tondo, grazie a una sceneggiatura (di Scola e Ruggero Maccari, con la collaborazione di Maurizio Costanzo) così precisa e attenta alle finezze della loro psicologia che gli si può pure perdonare qualche luogo comune (la moglie trascurata e infelice, lo stesso uso dello sfondo storico). Come aveva già fatto nel suo altro capolavoro, "C'eravamo tanto amati", Scola riflette sul presente dell'Italia usando il suo passato: se lì, però, la finestra di tempo ritratta era di trent'anni, qui è di un solo giorno. Curiosità: nel cast, nel piccolo ruolo della figlia maggiore di Antonietta, figura una giovane Alessandra Mussolini (della quale la Loren era la zia).

20 gennaio 2016

La chiave di vetro (Stuart Heisler, 1942)

La chiave di vetro (The Glass Key)
di Stuart Heisler – USA 1942
con Alan Ladd, Veronica Lake
***

Visto in divx.

Il potente e corrotto Paul Madvig (Brian Donlevy), presidente dell'influente "Lega degli Elettori", decide di appoggiare Ralph Henry (Moroni Olsen), candidato del partito riformista, nelle imminenti elezioni alla carica di governatore, solo perché innamorato di sua figlia Janet (Veronica Lake). Questo indispone il suo ex partner, il gangster Nick Varna (Joseph Calleia), proprietario di numerose sale da gioco, che teme che Henry gliele faccia chiudere. Nonostante i consigli dell'amico e braccio destro Ed Beaumont (Alan Ladd), Madvig rifiuta di tornare sui propri passi: ma presto si ritrova costretto a difendersi da un'accusa di omicidio. Fomentati da Varna (e da alcune lettere anonime), i giornali lo accusano infatti di aver ucciso Taylor (Richard Denning), figlio di Henry e fratello di Janet, perché non approvava la sua relazione con la propria sorella Opal (Bonita Granville). A indagare sull'assassinio, nella speranza di scagionare l'amico verso il quale nutre la più completa fiducia, sarà proprio Beaumont, "duro" tutto d'un pezzo, che dovrà vedersela con gli sgherri di Varna e gli intrighi della bella Janet, al cui fascino nemmeno lui è immune... Da un romanzo di Dashiell Hammett, che mette in luce i rapporti torbidi e sottobanco fra politica, malavita, polizia e informazione e che era già stato portato sullo schermo sette anni prima da Frank Tuttle, un noir affascinante e contorto, stratificato e influente. Anche se il personaggio "maneggione" interpretato da Donlevy resta costantemente al centro della vicenda e quello di Alan Ladd è di fatto il vero protagonista, nella memoria restano molti character secondari, da Matthews (Arthur Loft), il pavido proprietario del giornale che piega l'informazione alle necessità della malavita, alla sua infedele moglie Eloise (Margaret Hayes), dalla conturbante e glaciale Janet (si tratta del terzo di sette film in cui Ladd e la Lake recitano insieme) a – soprattutto – lo sgherro sadico e picchiatore Jeff (William Bendix), con il quale Beaumont ha più di uno scontro "fisico" (e che nel romanzo di Hammett presentava sottotesti gay). Mentre il tema delle commistioni non proprio limpide fra i "poteri forti" della città rimane sempre sullo sfondo, quello in primo piano – il giallo della morte di Taylor – si risolverà naturalmente soltanto alla penultima scena, dopo numerose false piste sull'identità del vero assassino. Il titolo si riferisce a uno scambio di battute fra Madvig (che afferma che Henry gli ha praticamente consegnato le chiavi di casa) e Beaumont (che lo avvisa che tale chiave potrebbe essere di vetro, ossia molto fragile). La migliore battuta del film, comunque, è: "La mia prima moglie era seconda cuoca in un locale di terz'ordine della quarta strada".

18 gennaio 2016

Carol (Todd Haynes, 2015)

Carol (id.)
di Todd Haynes – GB/USA 2015
con Cate Blanchett, Rooney Mara
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Alessandro.

Una storia d'amore fra due donne nell'America di Eisenhower. Siamo nell'inverno del 1952, anni del Maccartismo e del "politicamente corretto". Therese è una giovane impiegata dei grandi magazzini Frankenberg di Manhattan, aspirante fotografa e piena di dubbi e incertezze sul proprio futuro; Carol è una sofisticata signora dell'alta borghesia, madre di una bambina che però rischia di perdere perché impegnata in una causa di divorzio, con il marito che l'accusa di comportamento immorale per via delle sue frequentazioni femminili che vanno al di là delle normali convenzioni sociali. E proprio l'amicizia spontanea che nasce fra Carol e Therese (con tanto di breve vacanza passata insieme "on the road", fra Natale e Capodanno, che culmina in una notte d'amore in un motel) rischia di far precipitare la situazione. Haynes – che in un certo senso aveva già affrontato l'argomento e lo stesso periodo storico in "Lontano dal paradiso" (a mio parere più bello) – adatta un romanzo semi-autobiografico di Patricia Highsmith con uno stile lucido e controllato, una grande attenzione alla ricostruzione d'epoca (gli abiti, le automobili, le canzoni) e una cura ricercata nei dettagli e nelle finezze psicologiche, ma il risultato è troppo freddo e sospeso, privo di ritmo e di tensione, a tratti noioso anche perché in fondo è tutto molto scontato. Se la backstory di Carol (il divorzio, le precedenti amicizie, il rapporto con il marito e la bambina) guida la storia, il vero punto di riferimento per lo spettatore è invece Therese, personaggio purtroppo molto meno interessante (anche perché la Mara recita con una sola espressione) e con cui dunque il coinvolgimento scatta, se mai lo fa, con estrema fatica. Decisamente Haynes è un regista con cui non riesco proprio ad entrare in sintonia (il suo precedente "Io non sono qui" è stato l'unico caso in cui sono uscito da un cinema prima della fine del film).

16 gennaio 2016

Macbeth (Justin Kurzel, 2015)

Macbeth (id.)
di Justin Kurzel – GB/Francia/USA 2015
con Michael Fassbender, Marion Cotillard
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Fra le tante tragedie di William Shakespeare, il Macbeth è senza dubbio una delle più "cinematografiche", e dunque non sorprende che sia stata portata sullo schermo così tante volte e da tanti maestri della settima arte (Welles, Kurosawa, Polanski...). Ci prova ora l'australiano Justin Kurzel, al suo secondo lungometraggio, aiutato da una fotografia cupa e saturata (di Adam Arkapaw) e dalle note di un'inquietante colonna sonora modernista composta da suo fratello Jed Kurzel. Il risultato ricorda a tratti certe opere di Nicolas Winding Refn (tipo "Valhalla Rising"), soprattutto sotto l'aspetto visivo, potente e stilizzato. Come nella versione di Polanski (alla quale in parte è debitore), i personaggi si muovono in una Scozia semi-barbarica, fra brughiere sferzate dal vento e dalla neve, impegnati in violente battaglie dove alla concretezza del sangue e del fango si affiancano atmosfere oniriche e spettrali, a simboleggiare l'esterno e l'interno dell'animo umano. Se scenari e costumi sono antichi e "reali", la regia trascende il tutto con squarci colorati, montaggio frammentato, ralenti o attenzione a dettagli e sfumature del corpo – e dunque dello spirito – dei personaggi. E alla fine, giusto sipario per una storia tanto truce e sanguinolenta, il rosso ammanta tutto, colorando il cielo e gli scenari delle highlands scozzesi. Il testo di Shakespeare, accorciato per motivi cinematografici, è recitato con intensità cupa e solenne da attori assolutamente in parte, con il tormentato Fassbender su tutti (mi ha convinto un po' meno, a dire il vero, la Lady Macbeth interpretata da Marion Cotillard). Paddy Considine è Banquo, Sean Harris è Macduff, David Thewlis è re Duncan. Fra le trovate che aggiungono qualcosa al testo, fondamentale il ruolo del figlio (morto prima che la storia inizi) dei coniugi Macbeth, la cui assenza è una delle cause che scatenano la follia e la crudeltà dei due personaggi: non a caso il film si conclude con l'immagine di un altro bambino. Quanto alla foresta di Birnam, a marciare verso il castello di Dunsinane non sono le frasche vere e proprie, ma le particelle degli alberi ridotti in cenere dal fuoco e trasportate dal vento.

15 gennaio 2016

Dei della peste (R. W. Fassbinder, 1970)

Dei della peste (Götter der Pest)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1970
con Harry Baer, Hanna Schygulla, Margarethe von Trotta
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Seguito de "L'amore è più freddo della morte", film d'esordio del regista, di cui riprende personaggi, temi e ambientazione. Franz Walsch (interpretato ora da Harry Baer e non più dallo stesso Fassbinder) esce di prigione e va in cerca della sua donna, Joanna (Schygulla). Ma la lascia quasi subito per stabilirsi con Margarethe (Von Trotta), compagna del fratello Marian, che intanto è stato ucciso per aver tradito i boss della malavita locale. In compagnia dell'amico Günther (Günther Kaufmann), detto "Il gorilla", Franz progetta una rapina a un supermercato per poter fuggire dalla Germania con Margarethe. Ma Joanna, per vendetta, avvisa un poliziotto (Jan George) che irromperà al momento della rapina e sparerà a Franz. La fredda fotografia in bianco e nero è al servizio di personaggi soli, laconici e sperduti in esistenze vuote e prive di direzione, che "accettano il male in maniera fatalistica", fra rapporti affettivi che nascono e muoiono quasi per caso, la ricerca di vecchie amicizie (per il bene o per il male, come nel caso del commesso del supermercato), la perdita dei legami familiari (la madre, il fratello) e territoriali (la Germania invasa dagli immigrati italiani, il desiderio di fuggire all'estero), con uno stile cinematografico che abbina una messinscena teatrale a suggestioni provenienti dal noir americano (con alcune citazioni esplicite: nel finale, per esempio, Carla Aulaulu – l'informatrice che vive smerciando giornali pornografici – canticchia il tema di "Piano... piano, dolce Carlotta"). A quest'ultimo mondo di riferimento appartiene anche il personaggio di Günther, uomo dalla pelle nera che afferma con orgoglio, a chi glielo chiede, di essere bavarese. La sceneggiatura, episodica, accatasta sequenza dopo sequenza: da ricordare quella in cui Franz e Günther vanno in campagna a trovare un vecchio amico, Joe, che si è ritirato a vita privata, o quella in cui Franz a casa di Margarethe ascolta un disco con una canzone nonsense – una filastrocca a rime – sugli animali.

14 gennaio 2016

Il grande e potente Oz (Sam Raimi, 2013)

Il grande e potente Oz (Oz the Great and Powerful)
di Sam Raimi – USA 2013
con James Franco, Michelle Williams
**

Visto in TV.

Prequel de "Il mago di Oz", ambientato una ventina d'anni prima, che mostra l'arrivo del sedicente mago (in realtà un illusionista da baraccone) nel mondo incantato che porta il suo stesso nome. Come la leggendaria pellicola di Victor Fleming del 1939 (un vero cult movie negli Stati Uniti, molto meno da noi), l'incipit ambientato nel Kansas è in bianco e nero, e non solo: anche in formato 4:3 e con audio mono. Dopo che un tornado ha trasportato la mongolfiera con il protagonista nel favoloso mondo di Oz, ecco che le immagini acquistano i colori, il formato si allarga a widescreen e l'audio diventa multicanale. Imbroglione, egocentrico e donnaiolo (ma anche fondamentalmente buono e colmo di ambizioni "positive"), Oscar "Oz" Diggs (James Franco) si ritrova coivolto nella guerra fra la strega buona Glinda (Michelle Williams) e le due sorelle malvage Evanora (Rachel Weisz) e Theodora (Mila Kunis) per il possesso della Città di Smeraldo. Al suo fianco, un variopinto gruppo di creature che comprende, fra gli altri, la scimmia alata Finley e una bambolina di procellana. Gli scenari fiabeschi e colorati, le bizzarrie dei romanzi di L. Frank Baum e l'atmosfera del musical di Fleming fanno da sfondo a un'avventura lineare e leggera, godibile quanto basta grazie all'estetica artificialmente esagerata e agli inevitabili rimandi nostalgici. La regia di Raimi è sufficientemente entusiasta (alcune scene, come quelle nel cimitero, ricordano i suoi lavori precedenti, in particolare "L'armata delle tenebre", di cui se vogliamo l'intero film è quasi una versione alternativa), ma la sceneggiatura non fa mai il salto di qualità oltre il prevedibile intrattenimento, pur donando qualche strato di profondità ad alcuni personaggi secondari (vedi la strega dell'ovest, di cui mostra la tragica conversione al male; ma entrambe le streghe cattive appaiono giovani e belle, prima che si imbruttissero). Per il ruolo del protagonista, prima di Franco erano stati presi in considerazione Robert Downey Jr. e Johnny Depp. Come nel film del 1939 (dove però la cosa si spiegava con il fatto che l'intera avventura era solo un sogno), quasi tutti i personaggi che il protagonista incontra nel mondo fatato hanno una controparte (interpretata dallo stesso attore e/o doppiatore) in quello reale: l'assistente-factotum di Oz diventa la scimmia alata, la bambina disabile diventa la bambola di porcellana, l'ex fidanzata di Oz stesso (e futura madre di Dorothy!) diventa la strega buona. A causa di mancati accordi fra la Disney, produttrice del film, e la Warner, detentrice dei diritti della pellicola originale, alcuni elementi iconici del lungometraggio di Fleming sono assenti (le scarpette rosse) o modificati (il tono di verde della strega dell'ovest, qui più scuro, e il design della strada di mattoni gialli).

12 gennaio 2016

Dogtooth (Yorgos Lanthimos, 2009)

Dogtooth (Kynodontas)
di Yorgos Lanthimos – Grecia 2009
con Christos Stergioglou, Aggeliki Papoulia
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il mito della caverna di Platone, adattato e trasfigurato in un disturbante dramma familiare. Per "proteggerli" dal mondo esterno, due genitori tengono i figli (un maschio e due femmine) rinchiusi in totale isolamento nella loro casa fuori città, una grande villa in aperta campagna con giardino e piscina, circondata da un alto steccato. Solo al padre è consentito di uscire per recarsi al lavoro in auto, mentre ai ragazzi – ormai praticamente adulti, ma ancora trattati come bambini – è stato insegnato che l'ambiente di fuori è pericoloso e popolato da creature violente e letali (come i "gatti"). Il condizionamento (che prevede la totale assenza di informazioni e di stimoli provenienti dall'esterno) è garantito dalla neutralizzazione delle parole più scomode (che assumono nuovi e diversi significati) e dalla distorsione di concetti fondamentali sulla vita, la società e i rapporti umani. Per "auto-migliorarsi" all'interno di questo particolare microcosmo, o anche solo per passare il tempo, i ragazzi si impegnano in strani test e competizioni, i cui punteggi garantiscono blandi premi o punizioni. E per venire incontro a particolari esigenze (come gli istinti sessuali del ragazzo), il padre conduce occasionalmente in casa Christina, una donna impiegata come come addetta alla sicurezza nella fabbrica dove lavora; ma quando questa si dimostrerà inaffidabile (in particolare portando in casa delle videocassette attraverso le quali la figlia maggiore entrerà in contatto con realtà che non conosceva e che contraddicono apparentemente ciò che gli è sempre stato insegnato: nello specifico, si tratta dei film "Rocky IV", "Lo squalo" e "Flashdance"), si dovrà fare a meno anche di lei. I ragazzi non hanno nemmeno un nome, anche se la suddetta figlia maggiore (quella che cova il maggior spirito di ribellione) se ne sceglie uno di nascosto: "Bruce". Fra i tanti elementi interessanti di una pellicola dai toni paradossali e surreali, c'è la mutata percezione del sesso da parte dei ragazzi: imitando Christina, che aveva chiesto alla maggiore di essere "leccata" in cambio di un dono, per le figlie diventa una consuetudine farlo come merce di scambio (anche non in zone erogene: l'atto non ha alcuna implicazione di natura sessuale). Quando Christina uscirà di scena, a fare le sue veci sarà una delle sorelle del ragazzo: e poco importa se si tratterà di incesto (tutto ciò che viene da fuori è pericoloso, mentre quello che è all'interno della casa no).

La tattica di mistificazione e di deformazione della realtà, come detto, implica di tenere i figli nella completa ignoranza delle cose della vita: per spiegare il prossimo arrivo di un cane da guardia, i genitori dicono loro che la madre lo partorirà (e nel frattempo, per tener lontano i "pericolosi" gatti, ad abbaiare ci pensano i membri stessi della famiglia: una scena significativa, se abbinata a quella del discorso dell'istruttore del canile); gli aerei che sorvolano la casa vengono descritti come minuscoli, e spesso cadono (a questo scopo, basta ogni tanto lasciare un aereo giocattolo nel giardino); un disco con la canzone "Fly me to the moon" viene spacciato per un messaggio del nonno, che li invita ad amare la casa e i genitori e a non abbandonarli mai; e naturalmente – e questo spiega il titolo del film – c'è la regola secondo cui un ragazzo diventa adulto, e dunque può uscire di casa, soltanto quando perde uno dei canini; ma l'unico mezzo sicuro per avventurarsi all'esterno è l'automobile, e per prendere la patente bisogna aspettare che il canino ricresca: un modo come un altro per lasciare i figli nell'attesa di qualcosa che non avverrà mai (il condizionamento è talmente forte che la figlia maggiore, persino nella sua ribellione, continuerà a seguire queste regole). Il film ha fatto scalpore nel circuito dei festival internazionali per il suo mettere in scena – attraverso un desiderio malsano (anche se forse amorevole e in buona fede) di proteggere i propri figli dal male del mondo esterno – una metafora sociale e/o politica (il governo che si prende cura dei propri cittadini mentendo o nascondendo loro la verità; oppure, se vogliamo, i rischi dell'isolazionismo e dell'autarchia, con la perdita totale del senso delle cose). In fondo i genitori costruiscono un ordine artificiale, attraverso la propaganda, la disinformazione e il condizionamento sociale, e non pochi sono gli elementi che ricordano le distopie come "1984" (l'alterazione del linguaggio) o "Matrix" (la modifica della percezione del mondo, dei suoi simboli e delle relazioni). Proprio come fanno i genitori con i figli, anche il regista centellina, manipola o nasconde le informazioni ai propri spettatori, lasciandoli all'oscuro di alcuni sviluppi (per esempio nel finale, ma anche nell'antefatto: si pensi al "fratello maggiore" che secondo i ragazzi vive al di fuori dello steccato; probabilmente un altro figlio che, prima di loro, è fuggito di casa). La regia è asciutta e senza fronzoli, quasi fredda nel mostrare sullo schermo tante e tali "perversioni" (siamo dalle parti di Haneke, del citato Ferreri, forse di Buñuel). Lo spunto su cui si basa il soggetto, per quanto originale possa sembrare, è stato usato più volte al cinema (da "Il castello della purezza" di Ripstein, ispirato fra l'altro a una storia vera, a "The village" di M. Night Shyamalan) e in letteratura, per non parlare – visto che proviene dalla Grecia – del mito della caverna, appunto. Ultima curiosità: il poster del film mostra due canini stilizzati, ma la forma è quella di una parabola, ad avvisare sin da subito che si tratta di una metafora (in greco, come in italiano, la parola "parabola" ha il duplice significato di curva geometrica e racconto allegorico).

11 gennaio 2016

Merantau (Gareth Evans, 2009)

Merantau (id.)
di Gareth Evans – Indonesia 2009
con Iko Uwais, Sisca Jessica
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Secondo le tradizioni dei Minangkabau, un gruppo etnico che vive sull'isola di Sumatra, tutti i giovani, prima di entrare nell'età adulta, devono abbandonare la propria casa per compiere un "viaggio iniziatico" in cerca di fortuna e alla scoperta del proprio posto nel mondo. Così fa anche il protagonista di questo onesto film di arti marziali, diretto da un regista gallese in trasferta in Indonesia, che porta sullo schermo le tecniche di una particolare disciplina chiamata pencak silat. Se la storia in sé non è particolarmente originale (giunto a Giacarta, il protagonista Yuda si mette nei guai quando decide di proteggere una ragazza, scatenando l'ira di un gangster occidentale che traffica in schiave sessuali), anche se il finale nella sua ingenuità riesce comunque a sorprendere, la confezione è accattivante e soprattutto le scene d'azione sono soddisfacenti e realistiche. Risparmiandoci coreografie confuse, movimenti iper-accentuati o un montaggio che "spezza" l'azione (difetti di gran parte dell'action contemporaneo), il film mostra combattimenti semplici e grezzi ma ricchi di impeto e fisicità, con Uwais che ricorda a tratti Jackie Chan nel suo modo di sfruttare l'ambiente circostante e gli oggetti a sua disposizione. Agli appassionati del genere non dispiacerà di certo, anche perché rappresenta una boccata d'aria fresca in un filone che negli ultimi decenni ha un po' perso di vista quella viscerale spontaneità che ne costituiva uno dei punti di forza fino agli anni ottanta. Il regista collaborerà con Uwais anche nel successivo "The Raid: Redemption", il film che lo ha portato definitivamente sotto i riflettori.

10 gennaio 2016

Kinetta (Yorgos Lanthimos, 2005)

Kinetta (id.)
di Yorgos Lanthimos – Grecia 2005
con Aris Servetalis, Evangelia Randou, Costas Xikominos
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Questo film silenzioso ed enigmatico – opera seconda del regista greco che assurgerà all'attenzione della critica con i successivi "Dogtooth" e "The lobster" – segue le vicissitudini di tre misteriosi personaggi, che vediamo intenti a ricostruire e filmare scene di aggressione e di lotta fra un uomo e una donna. Come cameraman c'è il gestore di un negozio di fotografia, mentre i due attori sono un uomo con la passione per automobili e go-kart (che è anche il "coreografo" delle insolite sequenze) e una giovane addetta alle pulizie di un grande albergo sulla costa greca (siamo in bassa stagione, e dunque tanto l'edificio che la spiaggia adiacente sono spesso deserti). I vari tentativi di filmare si concludono spesso con la ragazza che, in un modo o nell'altro, si fa male (contusioni o lievi ferite). Fra una ripresa e l'altra, la loro vita quotidiana non sembra particolarmente interessante: il nostro "sceneggiatore" si intrattiene talvolta con prostitute dell'est, alle quali fa firmare strani contratti con tanto di fototessera e riserva particolari audizioni. Il cameraman e la ragazza, dal canto loro, cercano goffamente di instaurare una sorta di contatto umano. Sull'intera pellicola, che sembra fermarsi sulla superficie dei personaggi, lasciando allo spettatore il compito di indagare al loro interno con l'immaginazione, aleggia un leggero velo di ironia, più nordica che mediterranea, favorita dall'ambientazione grigia e desolata e dai dialoghi estremamente rarefatti. Nel complesso, un film dallo stile coerente e a suo modo capace di affrontare in modo originale temi come la solitudine e la sopraffazione, ma fin troppo ostico ed elusivo (non aiuta il fatto di essere stato ripreso con camera a mano, con inquadrature traballanti e fastidiose). Il titolo proviene da una località balneare nei pressi di Corinto.

8 gennaio 2016

La migliore offerta (G. Tornatore, 2013)

La migliore offerta
di Giuseppe Tornatore – Italia 2013
con Geoffrey Rush, Sylvia Hoeks
**

Visto in TV.

Virgil Oldman (Rush), scontroso e misantropo battitore d'aste, è considerato una vera autorità nel campo dell'arte, in particolare per la sua capacità di riconoscere i falsi. E se ne serve, talvolta, per acquistare lui stesso – tramite un "socio" che rilancia per suo conto – alcune tele di grande valore: rigorosamente ritratti femminili, che conserva in una camera blindata nella propria casa, come a compensare la mancanza di frequentazione di donne vere. Un giorno viene contattato da una ragazza, Claire Ibbetson (Hoeks), che chiede la sua valutazione per gli arredi e le tele presenti nella villa di famiglia, che intende vendere. Ma più che dagli oggetti in sé, Virgil è prima incuriosito e poi affascinato dalla ragazza stessa e dal mistero che la circonda: Claire soffre infatti di agorafobia e non esce di casa da dodici anni, vivendo reclusa come un fantasma in una stanza nascosta dietro le intercapedini della villa. Con un cast interamente di lingua inglese (ci sono anche Donald Sutherland, il compare di Virgil, e Jim Sturgess, l'artigiano al quale l'uomo affida i frammenti di uno strano automa ottocentesco che rinviene, poco a poco, nella villa di Claire), Tornatore crea un film che ondeggia fra il thriller psicologico e il dramma sentimentale, salvo cambiare le carte in tavola in un finale strascicato un po' troppo a lungo. Peccato che l'inverosimile vicenda, ben prima del colpo di scena, lasci più di un sospetto allo spettatore sul reale retroscena di ciò cui sta assistendo. E così il tema dell'incontro fra due solitari sociofobici – l'anziano Virgil, ossessionato dall'igiene (indossa sempre guanti, non utilizza cellulari), e la giovane Claire, spaventata dal mostrarsi in pubblico, rifuggono in maniera diversa il contatto con gli altri – che imparano a vicenda a "uscire dal guscio" e a superare le proprie fobie e insicurezze (in maniera non dissimile dal film coreano "Castaway on the moon", che però era meno serio e, dunque, più bello), è annacquato in una risoluzione peraltro prevedibile e ampiamente "preparata" da una sceneggiatura macchinosa e implausibile. Confezione classica e impeccabile, ma anche un po' perfettina e noiosa, compresa la colonna sonora di Morricone che sembra la maniera di sé stesso (a tratti rievoca quella di "C'era una volta in America"). Doppiaggio italiano: bene Rodolfo Bianchi (Virgil), male Myriam Catania (Claire).

6 gennaio 2016

Nemico pubblico (William A. Wellman, 1931)

Nemico pubblico (The Public Enemy)
di William A. Wellman – USA 1931
con James Cagney, Jean Harlow
***

Visto in divx.

La vita del gangster Tom Powers (Cagney), dall'infanzia fino al successo durante gli anni del proibizionismo in compagnia dell'amico fidato Matt Doyle (Edward Woods), che morirà al suo fianco durante uno scontro con una banda rivale. Insieme ai quasi contemporanei "Piccolo Cesare" e "Scarface - Lo sfregiato", uno dei film che hanno contribuito a portare in auge il genere dei crime movie, raccontando storie di malavita organizzata dal punto di vista dei "cattivi". Rispetto agli altri due, però, si distingue per un approccio più realistico ed "umano": se Piccolo Cesare e Scarface sono sociopatici folli e ambiziosi, che passo dopo passo ascendono alle massime gerarchie criminali per poi rovinarsi con le loro stesse mani, Tom Powers rimane sempre un "piccolo calibro" e soprattutto muore sì (benché il codice Hays non fosse ancora in vigore, era impensabile altrimenti) ma solo dopo il pentimento ed essersi riconciliato con il fratello Mike (Donald Cook), il suo onesto contraltare per tutta la vita. Ciò non ne fa comunque un film "buonista": la didascalia introduttiva (inserita forse in risposta alle polemiche provocate da "Piccolo Cesare", prodotto come questo dalla Warner Brothers), spiega che l'intento dei produttori non era quello di glorificare i gangster ma semplicemente di ritrarre "un ambiente che esiste attualmente in certi strati della vita americana". E in effetti, più che il personaggio in sé, Wellman e lo sceneggiatore Harvey Thew (da un romanzo inedito di Kubec Glasmon e John Bright) sembrano interessati a mostrare il mondo in cui vive e prospera, documentando le dinamiche della criminalità legata al proibizionismo (ancora in vigore al momento dell'uscita del film). Il che rende la pellicola un importante punto di riferimento storico e culturale quando si parla del cinema dei primi anni '30, la cui influenza resterà fondamentale per almeno due decenni (e risorgerà prepotentemente dagli anni settanta in poi). Il film lanciò la carriera di James Cagney, che divenne una delle star hollywoodiane più popolari (e pagate), specializzato in ruoli da "duro". E dire che inizialmente il protagonista avrebbe dovuto essere Edward Woods, con Cagney nei panni dell'amico, ma Wellman decise di scambiare i due ruoli (il che spiega come mai, nel prologo ambientato quando i due sono bambini, le somiglianze dei piccoli attori con le loro controparti adulte siano invertite). Nel cast anche Jean Harlow (Gwen, la donna di Tom, seduttrice bionda platino e vestita sempre di bianco: il ruolo era stato pensato per Louise Brooks, che rifiutò la parte), Leslie Fenton (il boss elegante e viveur "Nails" Nathan), Joan Blondell, Beryl Mercer, Robert Emmett O'Connor, Murray Kinnell e Mae Clarke (non accreditata, nel ruolo di Kitt, la prima ragazza di Tom: è a lei che, in una scena che allora fece scalpore, il gangster spiaccica in faccia un mezzo pompelmo). A parte il tema trattato (il termine "nemico pubblico" fu introdotto dall'FBI proprio negli anni del proibizionismo per indicare i gangster più pericolosi), il film non ha nessun legame con il successivo "Nemico pubblico" di Michael Mann, che non ne è un remake.

4 gennaio 2016

Il corridore (Amir Naderi, 1985)

Il corridore (Davandeh)
di Amir Naderi – Iran 1985
con Majid Nirumand, Abbas Nazeri
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Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il piccolo Amiro, orfano e senzatetto, vive di espedienti in una città portuale sulla costa iraniana. Abita all'interno di una barca arenata sulla spiaggia e si guadagna da vivere nei modi più disparati: rovistando fra i rifiuti che si accumulano sulla spiaggia, ripescando e rivendendo le bottiglie vuote portate dalla corrente (competendo in questo con gli altri bambini della zona), vendendo acqua ghiacciata, lavorando come lustrascarpe. Fra un'esperienza e l'altra, si impegna in gare di velocità con gli altri orfani, scoprendo di essere essere assai abile nella corsa, in grado persino di tenere testa a una bicicletta o di correre dietro a un treno. E poco importa se in queste gare ogni scorrettezza è lecita (spintoni, sgambetti, trattenute): anche la vita in fondo è così. Il primo film di Naderi (e uno dei primi film iraniani dopo la rivoluzione) ad aver raggiunto una certa notorietà anche al di fuori del proprio paese, aprendo la strada a tutta una serie di pellicole d'autore e di grande risonanza, caratterizzate da alcuni punti in comune: un impianto "neorealista", una forte attenzione ai bambini (visto che in gran parte erano prodotte dal Kanoon, ovvero l'Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e degli Adolescenti, un ente culturale statale che – fra le tante arti – promuoveva anche il cinema e che ha finanziato le prime opere di registi come Abbas Kiarostami e lo stesso Naderi), una straordinaria inventiva nella visuale cinematografica e nella strategia narrativa per superare i limiti di budget e le imposizioni sui soggetti. Qui spicca il rapporto di Amiro con l'ambiente che lo circonda. Se il bambino è affascinato dalle grandi navi bianche che giungono nel porto (sognando di partire, un giorno, a bordo di una di esse) e dai piccoli aerei da turismo che decollano dal vicino aeroporto, per il resto la sua energia e la sua vitalità si rispecchiano nelle forze e negli elementi della natura, impetuosi come lui: le onde del mare che si infrangono sugli scogli, i fuochi che ardono sulla spiaggia, il ghiaccio che si scioglie. E Amiro non perde occasione per gridare tutta la sua voglia di vivere e il suo desiderio di partire, facendo in modo che le sue urla si fondano con il rumore delle navi, degli aerei al decollo o dei treni. Il porto commerciale è crocevia di stranieri: ai tavolini siedono europei e americani, nei cinema si proiettano film occidentali (su un muro si intravede la locandina dell'italiano "La polizia incrimina, la legge assolve") e le edicole vendono riviste come "Oggi" e "Gente Motori". Amiro ne acquista qualcuna per le immagini di aeroplani (non sa leggere nemmeno il farsi, figuriamoci le lingue straniere). Sarà proprio questo uno degli stimoli (oltre al desiderio di "crescere") che lo porterà a iscriversi, seppure in ritardo, a scuola. A proposito: straordinario il piccolo protagonista, Majid Nirumand, che ritroveremo quattro anni pià tardi in un altro film di Naderi, "Acqua, vento, sabbia". Il film è parzialmente autobiografico: nato nella città portuale di Abadan, anche Naderi è cresciuto orfano, vivendo per strada e passando da un lavoretto all'altro prima di diventare fotografo e infine regista.

2 gennaio 2016

Cronos (Guillermo del Toro, 1993)

Cronos (id.)
di Guillermo del Toro – Messico 1993
con Federico Luppi, Ron Perlman
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Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un anziano antiquario (Luppi) trova per caso un misterioso congegno, costruito da un alchimista/orologiaio vissuto nel sedicesimo secolo, che ha il potere di donare la vita eterna: foggiato come un insetto meccanico, trasforma infatti chi "infilza" in una sorta di vampiro (con tanto di sete di sangue e idiosincrasia alla luce), infondendogli vitalità e, naturalmente, immortalità. Sulle tracce dell'apparecchio c'è anche un ricco imprenditore (Claudio Brook), che per motivi di salute non può uscire dalla propria casa e che si serve, come manodopera, del nipote Angel (Perlman). Il lungometraggio d'esordio del regista messicano Guillermo del Toro è una curiosa variazione sul tema dei vampiri, con reminescenze della prima serie de "Le bizzarre avventure di JoJo" (il dispositivo che trasforma il protagonista in non-morto ricorda per molti versi la maschera di pietra del manga di Hirohiko Araki), e presenta già alcune caratteristiche che saranno ricorrenti nel suo cinema, dalla "fissazione" per gli insetti (come confermerà subito il successivo "Mimic") alla fusione di spunti fantastici e orrorifici con la realtà quotidiana, fino all'attenzione per il punto di vista dei bambini (qui c'è la nipotina dell'antiquario, che assiste muta alla sua trasformazione e alle sue peripezie). Lo stile curato e la suggestiva confezione visiva (la fotografia è di Guillermo Navarro) lo rendono degno di nota, nonostante il basso budget e l'esilità della sceneggiatura, che nella seconda parte non riesce a sviluppare in maniera originale gli spunti iniziali. Sia l'attore argentino Federico Luppi che, soprattutto, quello americano Ron Perlman torneranno a collaborare a più riprese con il regista.

31 dicembre 2015

Il prezzo dell'inganno (Irving Rapper, 1946)

Il prezzo dell'inganno (Deception)
di Irving Rapper – USA 1946
con Bette Davis, Paul Henreid, Claude Rains
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Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Il violoncellista Karel Novak (Henreid), fuggito dall'Europa dopo la guerra, ritrova a New York la sua fidanzata di un tempo, Christine (Davis), e la sposa immediatamente, ignorando che nel frattempo è diventata l'amante del celebre e potente compositore Alexander Hollenius (Rains). Quest'ultimo affida a Karel la parte di solista nel suo nuovo concerto, ma Christine teme che si tratti solo di uno stratagemma per prendersi la rivincita su di lui e umiliarlo. E in effetti Hollenius sembra giocare al gatto e al topo con Karel, provocandone la gelosia con accenni e comportamenti allusivi, e minacciando di rivelargli la verità sui suoi rapporti con Christine. Ispirato al dramma teatrale "Monsieur Lamberthier" di Louis Verneuil (già portato sullo schermo nel 1929, "Gelosia", con Fredric March), un melodramma romantico a sfondo musicale costruito su un triangolo ad alta tensione, dove i rapporti fra i personaggi scorrono su più piani (quello sessuale, quello professionale, quello dei rapporti di forza, esemplificati in quest'ultimo caso dai ruoli di compositore/conduttore e di esecutore che si stabiliscono durante le prove del concerto). Imprigionata fra i due uomini, il marito povero e geloso e l'amante ricco e manipolatore, la vera figura centrale è però quella della donna, che ama il primo ma che vive il tormento di essersi affidata al secondo nel momento di maggior bisogno, venendo ora costretta a pagare "il prezzo dell'inganno", come recita il titolo italiano. La regia elegante di Rapper, ben coadiuvata dalla fotografia di Ernest Haller e dai sontuosi set di George James Hopkins (memorabili in particolare le abitazioni, il loft di Christine con grande vetrata su New York e la lussuosa dimora di Hollenius), sono al servizio delle prove convincenti dei tre interpreti, che erano già apparsi insieme in un precedente film dello stesso regista, "Perdutamente tua", del 1942. A fianco di un Rains sornione e carismatico come non mai (da incorniciare la scena in cui fa le ordinazioni al ristorante francese) e di un Henreid che dà vita a un personaggio fragile e insicuro, brilla una Davis sensuale e tormentata al tempo stesso, una delle (innumerevoli) figure femminili sfaccettate che hanno caratterizzato il cinema noir americano di quegli anni. I brani di Hollenius sono stati in realtà composti da Erich Wolfgang Korngold, che in seguito li espanderà in un completo concerto per violoncello.

29 dicembre 2015

La storia fantastica (Rob Reiner, 1987)

La storia fantastica (The princess bride)
di Rob Reiner – USA 1987
con Robin Wright, Cary Elwes
**1/2

Rivisto in TV.

Il nipotino è a letto malato, e il nonno (Peter Falk) lo intrattiene leggendogli una fiaba. Si tratta di un racconto che al suo interno ha un po' di tutto: avventura, azione, pirati, spadaccini, mostri, principesse, duelli, vendetta e una storia d'amore che il bambino, all'inizio recalcitrante, scoprirà di apprezzare. Pur sguazzando nei luoghi comuni e nei cliché delle favole di ambientazione medievale, con personaggi stereotipati e improbabili, sviluppo lineare e finale prevedibile, l'insieme è in effetti coinvolgente ed emozionante, tanto che la pellicola – tratta da un romanzo di William Goldman (già sceneggiatore di tanti classici cinematografici, e che qui ha contribuito all'adattamento) – è diventata un piccolo cult movie per tutti coloro che l'hanno vista, da piccoli o da adolescenti, negli anni ottanta. Merito della capacità di intrattenere con ironia e leggerezza, ma senza sfociare nella parodia o nello sberleffo (le fiabe, si sa, a loro modo devono essere prese sul serio). Reiner dirige con semplicità, potendo contare sulla simpatia dei personaggi (e la cattiveria dei cattivi), su diversi spunti ironici (i "Roditori Taglie Forti"), un gran numero di frasi citabili e tormentoni ("Hola! Mi nombre es Inigo Montoya...") e il piacere che si prova – noi come il bambino al quale la storia viene raccontata – nell'assistere al lieto fine. Tutto – dai costumi ai set (sembra di essere nei film medievali di venti-trent'anni prima, anche perché sono assenti effetti speciali o grafica digitale), dai dialoghi alla recitazione – si adegua alla dimensione della fiaba narrata, con l'unico scopo di emozionarsi e divertirsi. Obiettivo che viene pienamente raggiunto: in fondo non è un merito da poco. Il cast, che vede il debutto sul grande schermo di Robin Wright (futura signora Penn) nei panni della giovane Bottondoro, la ragazza innamorata del garzone (poi pirata) Westley (Cary Elwes) ma costretta a sposare il perfido principe Humperdinck (Chris Sarandon), comprende anche il wrestler André the Giant, Mandy Patinkin (rispettivamente il gigantesco Fezzik e lo spadaccino Montoya), Christopher Guest (il malvagio conte Rugen, "El hombre con sei dita"), Wallace Shawn (il sicario siciliano Vizzini), Mel Smith (il torturatore albino) e Billy Crystal (Max dei Miracoli, sotto una montagna di trucco). La colonna sonora è di Mark Knopfler dei Dire Straits.

28 dicembre 2015

Edipo Re (Pier Paolo Pasolini, 1967)

Edipo Re
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1967
con Franco Citti, Silvana Mangano
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Rivisto in divx, alla Fogona, con Marisa.

Abbandonato a morire dal padre Laio, re di Tebe, il neonato Edipo (il nome significa “piedi gonfi”, perché trovato legato con una robusta corda alle caviglie) viene adottato dai sovrani di Corinto come fosse loro figlio. Una visita al santuario di Apollo a Delfi gli rivela di essere destinato ad assassinare suo padre e ad accoppiarsi con sua madre. Edipo sceglie allora di non tornare a Corinto, ma la sorte lo condurrà proprio a Tebe, dove il suo destino si compirà. Nel suo primo film a colori (se si eccettuano gli inserti de "La ricotta"), Pasolini rivisita la tragedia di Sofocle con l'intenzione di fare del personaggio una metafora dell'uomo moderno, in preda a forze su cui non ha controllo, e colpevolmente cieco dei suoi stessi peccati (la cosiddetta "colpevolezza dell'innocenza"): una lettura storica e sociale (uccidere il padre e possedere la madre, per l'uomo occidentale, significa strumentalizzare il passato e sfruttare la terra) che sovrasta quelle individuali e autobiografiche, pure inevitabili (ricordiamo come Pasolini avesse scelto la propria madre per interpretare la madonna nel "Vangelo secondo Matteo"!). Che si tratti di una metafora lo rivela un elemento chiave: il salto di collocazione cronologica. Le riprese furono effettuate in gran parte nel deserto del Marocco, fra villaggi e antiche roccaforti, e con costumi poveri, tribali e arcaici che veicolano la natura storica e ancestrale della vicenda. Ma l'incipit – che mostra la nascita di Edipo e l'insorgere della gelosia di suo padre Laio ("Tu sei qui per prendere il mio posto nel mondo, ricacciarmi nel nulla e rubarmi tutto quello che ho") – è collocato nell'Italia degli anni venti, mentre nel finale Edipo vaga cieco (accompagnato dall'”angelo” Ninetto Davoli) per le strade, le fabbriche e le città (si riconosce Bologna) dell'Italia contemporanea, fino a tornare nel luogo dove tutto aveva avuto inizio, ovvero la fattoria/cascina dove era nato e i campi che la circondano (gli stessi scenari, curiosamente, che una decina di anni più tardi faranno da sfondo a "Novecento" di Bertolucci): come a voler suggerire che l'intera tragedia è quella che il paese ha vissuto negli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale, con tanto di tentativo inutile di ribellarsi al proprio destino.

Anche per questo motivo, Pasolini mette in particolare risalto alcune caratteristiche del personaggio come la competitività (la scena in cui gioca con i compagni a Corinto, “barando” pur di vincere) e la violenza (su tutte, la prolungata sequenza in cui uccide Laio e i suoi soldati di scorta). Per non parlare della cecità, della gelosia, della ricerca del capro espiatorio. La contrapposizione fra la Grecia antica, "il mondo della verità, delle radici storiche e culturali", e l'Italia del novecento, ostaggio della tirannia della borghesia, non potrebbe essere più evidente: naturale che lo stesso Edipo vi si trovi come un pesce fuor d'acqua, vittima suo malgrado di forze esterne e di un destino contro il quale si batte inutilmente ("reso cieco dalla volontà di non sapere cio che è, di ignorare la terribile verità della propria condizione, prosegue il cammino verso la catastrofe"). Nel cast, in cui il regista si ritaglia un ruolo minore (il sacerdote tebano che va da Edipo a comunicargli dell'epidemia di peste), spicca Silvana Mangano nel ruolo di Giocasta, con un volto truccato per essere “fuori dal tempo”: occhi neri e profondi, assenza di sopracciglia, capelli raccolti alla foggia greca. Franco Citti torna a essere protagonista di una pellicola pasoliniana dopo “Accattone”, mentre Carmelo Bene è Creonte, Alida Valli è Merope, Julian Beck (fondatore del Living Theatre) è il veggente cieco Tiresia. Le musiche, curate dallo stesso PPP, alternano sonorità "antiche" con flauto e percussioni (alcune delle quali derivate dal teatro giapponese) con brani di musica classica (il "Dissonanzen Quartett" di Mozart). Durante la lavorazione del film, il regista stava curando contemporanemante un nuovo progetto, "Teorema", che in fondo affronta in modo diverso lo stesso tema dell'infrazione del tabù sessuale familiare. Quanto all'estetica e alla poetica generale, proprio da "Edipo Re" comincia a imporsi sullo schermo la particolare attenzione di Pasolini al Terzo Mondo, ai popoli lontani, alle loro culture e ai loro volti (dopo che, per il "Vangelo secondo Matteo", aveva invece preferito fare tutto "in casa", ovvero girando in Italia anziché – come previsto in un primo momento – in Palestina) che, attraverso i documentari sull'India e sull'Africa, culminerà due anni dopo con un'altra tragedia greca, la "Medea".

26 dicembre 2015

Capriccio all'italiana (Monicelli, Steno, Pasolini, et al., 1968)

Capriccio all'italiana
di Mario Monicelli, Steno, Mauro Bolognini, Pier Paolo Pasolini, Franco Rossi – Italia 1968
con Totò, Walter Chiari, Silvana Mangano
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Visto in divx.

Come e ancor più che nei precedenti film ad episodi ai quali aveva contribuito (ovvero "Ro.Go.Pa.G.", con il segmento "La ricotta", e "Le streghe", con "La terra vista dalla luna"), in questo lungometraggio collettivo Pasolini svetta sui suoi colleghi con l'episodio non solo migliore del lotto, ma anche l'unico che francamente vale la pena di vedere: non solo per meriti cinematografici e artistici, ma anche perché si tratta dell'ultima apparizione sul grande schermo di Totò, che sarebbe scomparso di lì a poco, senza nemmeno aver visto il film completato. Il corto di Pasolini, una poetica riflessione sul teatro (a partire da una recita dell'Otello di Shakespeare con le marionette), coinvolge tanti nomi celebri dello spettacolo e della comicità italiana (oltre a De Curtis, anche Domenico Modugno, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Laura Betti e altri ancora). Per il resto, da salvare solo in parte gli episodi di Steno (anche questo con Totò) e di Bolognini con Walter Chiari e Ira Fürstenberg, se non altro per curiosità legate a fenomeni sociali allora in voga, in primis la moda dei "capelloni", i ragazzi beat che impazzavano negli anni '60. Gli altri tre episodi (interpretati – come ne "Le streghe" – da una multiforme Silvana Mangano, che il marito-produttore Dino De Laurentiis amava infilare un po' ovunque) sono brevissimi e da dimenticare: nient'altro che barzellette poco divertenti.

"La bambinaia", di Mario Monicelli (*), con Silvana Mangano
Dopo aver rimproverato un gruppo di bambini che stavano leggendo fumetti violenti e "diseducativi" (Diabolik, Satanik, Kriminal), una bambinaia – che parla con forte accento tedesco – legge loro le fiabe di Perrault: ma i piccoli, spaventati e impauriti, piangono (mentre con i fumetti ridevano).

"Il mostro della domenica", di Steno (*1/2), con Totò e Ugo D'Alessio
Un uomo che disprezza i giovani capelloni si traveste in varie maniere per adescarli e sequestrarli. Soprannominato "Il mostro" dai giornali, viene infine arrestato dalla polizia. Ma quando scopre che si limitava a rapare a zero i giovani, il commissario lo lascia libero, incaricandolo anzi di tagliare i capelli anche al proprio figlio. Da salvare soltanto per Totò e i suoi travestimenti.

"Perché?", di Mauro Bolognini (*), con Silvana Mangano ed Enzo Marignani
Nel traffico di rientro in città dopo l'esodo di fine settimana, una donna tormenta il marito affinché vada più veloce, spingendolo infine ad aggredire un altro automobilista.

"Che cosa sono le nuvole?", di Pier Paolo Pasolini (***1/2),
con Totò e Ninetto Davoli
Una compagnia di marionette porta in scena l'"Otello". Ma il pubblico in sala si ribella contro le perfidie di Iago, e sale sul palco per aggredire lui e lo stesso Otello prima che uccida Desdemona. Le due marionette, malridotte, verranno gettate in una discarica, dove per la prima volta potranno guardare il cielo sopra di loro: "Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato!". Radunando amici (il poeta Francesco Leonetti, nel ruolo del marionettista; il cantante Domenico Modugno, l'immondezzaio, che intona una canzone scritta dallo stesso Pasolini) e celebri comici italiani (Franco e Ciccio, Carlo Pisacane, Mario Cipriani, Laura Betti, Adriana Asti), oltre all'ormai collaudata coppia Totò/Ninetto Davoli, il regista mette in scena una poetica riflessione sull'arte e la vita ("Siamo in un sogno dentro un sogno", spiega Totò a un perplesso Ninetto). Se sul palcoscenico le marionette – legate ai fili e manovrate dal burattinaio – recitano il loro copione, dietro le quinte le vediamo "libere" di riflettere, commentare e filosofeggiare sull'esistenza, i sentimenti e il destino ("Qual è la verità?", "Cosa sento dentro di me?"). Otello (Davoli), essendo stato costruito da poco e quindi appena nato, è pieno di curiosità e di stupore: chiede il perché di ogni cosa (sarà lui nel finale a esprimere la domanda che dà il titolo all'episodio), mentre Iago (un Totò dal volto colorato di verde, simbolo dell'invidia e dell'odio) è "cattivo" solo mentre recita la sua parte: per il resto elargisce con paterna comprensione massime di saggezza. All'inizio, i cartelloni che pubblicizzano gli spettacoli della compagnia di marionette fanno riferimento a lavori precedenti ("La terra vista dalla luna") e futuri ma mai realizzati ("Le avventure del re magio randagio", "Mandolini") di Pasolini con la coppia Totò-Ninetto, tutti tasselli di un ciclo "comico", parallelo al resto della sua filmografia, che era cominciato con "Uccellacci e uccellini" e termina purtroppo qui, prematuramente, a causa della morte del comico partenopeo. Il regista (che contemporaneamente stava già lavorando all'adattamento cinematografico di "Edipo Re") virerà per alcuni anni in un'altra direzione (quella delle tragedie greche e dei ritratti dei paesi del Terzo Mondo), per poi riprendere il progetto in mano – con l'intento di reclutare Eduardo De Filippo al posto di Totò – negli ultimi mesi prima della sua morte.

"Viaggio di lavoro", di Pino Zac e Franco Rossi (*), con Silvana Mangano
La sovrana di uno stato europeo, durante un viaggio in vari paesi dell'Africa, scatena un incidente diplomatico quando confonde uno stato per un altro. Parzialmente in animazione.

"La gelosa", di Mauro Bolognini (*1/2), con Ira Fürstenberg e Walter Chiari
Dopo una serata trascorsa a ballare, una ricca coppia litiga, con lui che la rimprovera di essere troppo gelosa. I due fanno un patto: cercheranno di avere fiducia l'uno dell'altro, senza farsi domande. Ma quando lo vede uscire vestito di tutto punto, la donna lo pedina fino a un appartamento, dove lo scopre in mutande... Si trattava però solo di una sartoria.

22 dicembre 2015

Star Wars: Il risveglio della forza (J.J. Abrams, 2015)

Star Wars: Il risveglio della forza (Star Wars: The Force Awakens)
di J.J. Abrams – USA 2015
con Daisy Ridley, John Boyega
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Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa, Monica e Roberto.

A dieci anni di distanza dalla conclusione della trilogia di prequel, la saga di "Guerre stellari" torna al cinema con quello che costituisce, in tutti i sensi, un nuovo inizio. Il creatore della serie, George Lucas, scottato forse anche dalle molte critiche ricevute dopo gli ultimi film, ha venduto la franchise alla Disney, che dal suo canto non si è fatta pregare per mettere subito in cantiere una nuova trilogia di pellicole (a questo "Episodio VII" – anche se tale dicitura compare nel cartello introduttivo ma non nel titolo ufficiale – seguiranno, nel giro di pochi anni, i già previsti "Episodio VIII" ed "Episodio IX"), di cui la prima, se non altro, dimostra subito una cosa: che altri hanno compreso molto meglio di Lucas quali sono gli elementi alla base del successo della serie. Poiché i primi sei film cinematografici sembravano aver esaurito completamente la grande trama di Anakin Skywalker/Darth Vader e della lotta fra la Repubblica e l'Impero, è stato necessario creare nuovi personaggi e una nuova minaccia. E forse per non scontentare i fan, ma allo stesso tempo per dar loro quello che si aspettavano di vedere, il regista J.J. Abrams e gli sceneggiatori Michael Arndt e Lawrence Kasdan (quest'ultimo di ritorno nella saga dopo 42 anni!) hanno scelto di realizzare quasi un remake della pellicola del 1977, quella che aveva dato origine a tutto, di cui il nuovo film ripropone trama e situazioni praticamente in scala 1:1. Se la mancanza di originalità può dunque sollevare qualche perplessità, in un certo senso essa è anche uno dei pregi dell'intera operazione, visto che consente di evitare tutti gli errori e le scivolate commesse da Lucas nei prequel e di recuperare invece quelle atmosfere e caratteristiche che avevano in primo luogo determinato il successo di "Star Wars". In un'intervista, Abrams ha affermato di aver voluto realizzare un film che potesse regalare a un odierno bambino di 11 anni quelle stesse sensazioni che lui aveva provato quando, a 11 anni appunto, aveva visto il primo film. Ebbene, possiamo dire che ci è riuscito. Il nuovo episodio, pur essendo quanto di più simile al primo leggendario lungometraggio, è ironicamente anche quello che può essere più facilmente apprezzato da uno spettatore del tutto a digiuno della saga.

Ambientato trent'anni dopo "Il ritorno dello Jedi", come da tradizione il lungometraggio si apre in media res e non si preoccupa di spiegare i retroscena del nuovo stato di cose (probabilmente le pellicole che seguiranno ci diranno di più sul fantomatico e fascistoide "Primo Ordine" che ha preso il posto dell'impero come minaccia alla pace della Galassia e sul suo misterioso leader Snoke). I titoli di testa ci comunicano che Luke Skywalker è scomparso: scopriremo poi che l'ultimo Jedi, deluso per il tradimento di un suo giovane allievo, si è ritirato in eremitaggio in qualche luogo lontano. La Resistenza, che sotto la guida di sua sorella Leia si batte contro il Primo Ordine, è alla sua disperata ricerca. Ma a trovare la mappa che potrebbe rivelare il suo rifugio sono la giovane Rey (Daisy Ridley), raccoglitrice di rottami metallici sul pianeta Jakku, e il pavido Finn (John Boyega), ex membro delle truppe d'assalto del Primo Ordine (con armature identiche a quelle degli stormtrooper imperiali!), che ha scelto di disertare. Braccati dai nemici e costretti alla fuga, i due troveranno aiuto in una vecchia conoscenza, Han Solo (Harrison Ford). Come si diceva, la trama sembra ripercorrere quella di "Una nuova speranza" (e anche de "L'impero colpisce ancora") quasi pedissequamente: informazioni vitali affidate a un droide; quest'ultimo abbandonato su un pianeta desertico e trovato da un/una giovane che vive lì, ignaro/a del proprio retaggio, e catapultato quasi controvoglia in una grande avventura; la fuga a bordo del Millennium Falcon, guidato da uno Han Solo che, in quanto contrabbandiere, deve scappare dai suoi creditori; l'approdo in quello che dovrebbe essere un rifugio, gestito da una vecchia conoscenza di Han, dove però si nasconde un traditore; la cattura di uno dei protagonisti, portato a bordo della nuova arma letale dei nemici (qui, al posto della Morte Nera, c'è l'ancor più gigantesca base Starkiller); il salvataggio, nel corso del quale l'anziano mentore del gruppo perderà la vita per mano di un "rinnegato", ovvero un cattivone nerovestito e con maschera, Kylo Ren (Adam Driver) che è passato al lato oscuro e che nasconde un legame stretto di parentela con i nostri eroi; e infine, l'attacco delle forze della Resistenza alla base nemica, della quale sfruttano l'unico punto debole per farla esplodere. C'è persino il finale con uno degli eroi rimasto fra la vita e la morte (Finn in coma, come Han Solo nella grafite al termine de "L'impero colpisce ancora"), oltre che tanti altri paralleli (il castello di Maz come la taverna di Mos Eisley, la stessa piratessa Maz Kanata come Yoda, Snoke come l'imperatore, il generale Hux come il governatore Tarkin, ecc.).

Detto delle similitudini nella trama, c'è però da elogiare il modo in cui questa viene narrata. Il senso dell'avventura, il ritmo, la caratterizzazione dei personaggi, la chiarezza delle scene d'azione e la maestria tecnica contribuiscono al massimo coinvolgimento dello spettatore (deja vu a parte, ma anche questo in fondo fa parte dell'esperienza complessiva). E quanto alla nuova generazione di eroi e di cattivi, in fondo è bello veder muovere i primi passi, fra dubbi e insicurezze, sia agli uni che agli altri. Non solo Rey e Finn, infatti, ma anche il cattivo Kylo Ren sono incerti, impacciati durante i combattimenti, ancora alla ricerca di sé stessi e del proprio ruolo: insomma, personaggi con tanto potenziale ancora da sviluppare, e di cui sarà senza dubbio interessante seguire l'evoluzione nei film a venire (anche se troppe cose sembrano lasciar presagire quale sarà): che differenza con il predestinato, rigido e insopportabile Anakin interpretato da Hayden Christensen nei prequel! A proposito di questi ultimi: se tanti e tali sono i riferimenti che Abrams ha voluto fare agli episodi "classici", è sintomatico come i tre prequel siano stati del tutto ignorati: non un accenno, non un riferimento o una strizzatina d'occhio; persino lo stile cinematografico ne prende le distanze, rinnegando l'abuso di grafica digitale che li affogava e scegliendo invece un approccio più artigianale. Gli effetti al computer non mancano, ovviamente, ma il look and feel della pellicola è garantito da scenari, personaggi e oggetti reali, da prop e animatroni fisici. Si respira un'aria di concretezza, non di videogioco, e tutto ha sembianze "realistiche" (sì, anche gli alieni!) in puro stile old school, grazie anche a una fotografia che si rifà a quella dei mitici primi episodi. In questo modo, l'apparizione di volti noti ma irrimediabilmente invecchiati (Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill) non stona affatto, anche perché sullo sfondo vediamo veicoli e astronavi dell'impero ormai ridotti a rottami, robot e androidi (compresi R2D2 e D3B0) che ne hanno vissute fin troppe (persino Chewbacca ha qualche pelo grigio), in un mondo che mostra tutti i suoi anni e non li vuole nascondere. Fra i volti nuovi, da segnalare anche Oscar Isaac nei panni del pilota della resistenza Poe Dameron. Domhnall Gleeson è il generale Hux, Max Von Sydow fa una comparsata all'inizio.

In conclusione: per una volta, l'approccio conservativo può essere considerato quello giusto. Abrams ha semplicemente voluto "rifare" a modo suo il primo "Guerre stellari" (colpendo nel segno molto più di quando non avesse fatto con i film di "Star Trek", quelli sì dichiaratamente dei reboot: d'altronde il regista non ha mai nascosto di essere più un fan della saga di Lucas che di quella di Roddenberry, e i risultati lo dimostrano), aggiornando il prototipo e limandone i difetti ma senza travisarlo, stravolgerlo o appiattirlo più di tanto. Che i nuovi eroi siano una donna e un uomo di colore sarà certo dovuto alla politically correctness imperante in America, ma nell'economia della storia non fa alcun danno. L'affiancamento di volti giovani (brava soprattutto la Ridley) a quelli, solcati da rughe, dei vecchi personaggi (che dimostrano tutti i loro anni, non solo nel fisico ma anche nell'animo) è fatto nel migliore dei modi, senza che gli uni rubino i riflettori agli altri. La sovrastruttura non soffoca i contenuti (i concetti stessi della forza e dei Jedi sono a malapena accennati) e i pupazzi o personaggi digitali sono pochi ma buoni (dietro le fattezze di Snoke e Maz si nascondono Andy Serkis e Lupita Nyong'o), mai infantili nemmeno quando devono essere simpatici (come il droide BB-8). Il film non è perfetto, intendiamoci: a parte la questione dell'originalità della trama (che rende prevedibilissime persino le svolte che più avrebbero dovuto sorprendere gli spettatori, a cominciare dalla morte di uno dei personaggi storici), ci sono comunque alcune ingenuità di sceneggiatura, caratterizzazioni contraddittorie (giusto un paio nei primi minuti: perché il pilota Poe si fida subito di Finn, quando questi viene a salvarlo, senza sospettare che possa trattarsi di un tranello per stanargli dove si trovano i piani? perché lo stesso Finn, che diserta perché non vuole uccidere, non si fa scrupolo quasi immediatamente a sparare contro i suoi stessi compagni?), per non parlare delle molte assurdità pseudo-scientifiche (il funzionamento della base Starkiller in primis), anche se in fondo "Star Wars" è sempre stato più "fanta" che "scienza". Ma la confezione nel suo insieme è quasi impeccabile, a partire dalla colonna sonora di John Williams che, a parte qualche accenno ai temi più classici delle partiture precedenti, crea tutto un nuovo corpus musicale. E dietro la tecnica cinematografica, c'è l'avventura e il sense of wonder. Le riprese sono state effettuate, oltre che in studio, negli scenari di Abu Dhabi (il pianeta desertico Jakku), dell'Islanda (le nevi che ricoprono la base Starkiller) e dell'Irlanda (la sequenza finale, in cui Rey incontra Luke). Grazie anche a un battage pubblicitario senza precedenti (e francamente fin troppo invadente), il film ha goduto di un immediato successo al botteghino, ancora da quantificare a lungo termine: l'obiettivo è quello di superare "Avatar" come film con il maggior incasso di tutti i tempi.