20 gennaio 2019

Bohemian Rhapsody (Bryan Singer, 2018)

Bohemian Rhapsody (id.)
di Bryan Singer [e Dexter Fletcher] – USA 2018
con Rami Malek, Lucy Boynton
***

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

La vita e la figura di Freddy Mercury raccontata attraverso la storia dei Queen (dalle origini nel 1970 al concerto Live Aid del 1985), il suo stile eccentrico, le crisi personali, il successo planetario, la scoperta della malattia. Potendo contare (oltre che sull'ottima interpretazione di Rami Malek) su un punto di forza indiscutibile come la stratosferica musica del gruppo, il film sceglie giustamente di lasciare ampio spazio a quest'ultima (in particolare nel finale), a costo di sacrificare il contorno e gli approfondimenti. E dunque, se la sceneggiatura è quella di una biografia convenzionale (in contrasto con le scelte artistiche e di immagine di Mercury), l'energia dei brani musicali e la loro capacità di fondere i generi (il rock, l'opera, la disco) e di risultare anche melodicamente memorabili, bastano e avanzano per coinvolgere lo spettatore e farlo entrare emotivamente in sintonia con il personaggio principale, un artista di enorme talento che vaga alla ricerca dell'amore o anche solo dell'amicizia. Anche la fedeltà nella ricostruzione storica è talvolta sacrificata ad esigenze di semplificazione o di narrazione: ma il risultato è comunque trascinante come se ci si trovasse a un vero concerto (soprattutto se il film viene visto in sala o con un impianto audio all'altezza). Pur essendo la regia accreditata al solo Singer, questi in realtà ha abbandonato la pellicola durante le riprese, che sono state completate da Dexter Fletcher. Per il ruolo di Freddy Mercury si era pensato a Sacha Baron Cohen e poi a Ben Whishaw. I membri dei Queen (il chitarrista Brian May, il batterista Roger Taylor e il bassista John Deacon) sono interpretati rispettivamente da Gwilym Lee, Ben Hardy e Joseph Mazzello. Lucy Boynton è Mary Austin, l'amica e compagna di Freddy, Allen Leech è Paul Prenter, il suo segretario personale. Cameo per Mike Myers nei panni del produttore (fittizio, ma ispirato al boss della EMI Roy Featherstone) che si fa sfuggire la band perché spaventato dalla durata e dalla novità di "Bohemian Rhapsody". Di quest'ultimo brano, che pure dà il titolo al film, si sentono numerosi passaggi ma non è mai riprodotto per intero. Nella colonna sonora ci sono quasi tutte le canzoni più celebri dei Queen: da "Killer Queen" a "Love of My Life", da "We Will Rock You" ad "Another One Bites the Dust", da "I Want to Break Free" a "Who Wants to Live Forever", da "Radio Ga Ga" a "We Are the Champions", per concludere (sui titoli di coda) con "The Show Must Go On". Nella sua casa, circondato da gatti, Freddy ascolta invece spesso brani d'opera (in particolare Puccini, dalla "Madama Butterfly" alla "Turandot"). Le scene ambientate a Monaco di Baviera sembrano rifarsi alle atmosfere dei film di Fassbinder. Accolta tiepidamente dalla critica (ma premiata ai Golden Globe), la pellicola ha riscosso un enorme successo di pubblico, restando nelle sale diversi mesi (anche in versione karaoke) e diventando il biopic musicale con il maggior incasso di sempre.

19 gennaio 2019

Life, animated (Roger Ross Williams, 2016)

Life, animated (id.)
di Roger Ross Williams – USA 2016
con Owen Suskind, Ron Suskind
**

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

A tre anni, a Owen Suskind viene diagnosticato l'autismo. Il bambino si chiude rapidamente in sé stesso, senza un'apparente via d'uscita. E invece, il suo amore per i film d'animazione della Disney riesce a fornirgli uno strumento per dare un senso al mondo che lo circonda e per comunicare con l'esterno, attraverso le battute delle pellicole (che ha memorizzato) e le emozioni dei personaggi dei cartoni, grazie alle quali pian piano esce dal suo guscio. Questo documentario ce lo mostra quando, a 23 anni, si diploma e va a vivere da solo, affrontando in autonomia le prime difficoltà della vita (una relazione sentimentale, la ricerca del lavoro). Interessante come argomento, e per come intreccia il tema della malattia ai messaggi fondanti delle pellicole Disney (in particolare quelle sulla crescita e l'accetazione di sé, come "Il re leone", "Peter Pan" e "Bambi", ma anche sull'emarginazione, come "Il gobbo di Notre Dame" o "La sirenetta"), il film fa anche uso di alcuni spezzoni animati appositamente (che ritraggono Owen da bambino, o le storie che lui stesso ha inventato). Peccato però che sia un po' troppo lungo: a metà strada ha già detto tutto quello che aveva da dire, ma si trascina ulteriormente pur di raggiungere la durata di un lungometraggio. La pellicola è tratta dal libro di memorie scritto dal padre di Owen, il giornalista Ron Suskind.

18 gennaio 2019

8 Mile (Curtis Hanson, 2002)

8 Mile (id.)
di Curtis Hanson – USA 2002
con Eminem, Kim Basinger
***

Rivisto in TV.

Il giovane Jimmy Smith Jr. – chiamato da tutti "B-Rabbit" – non sembrerebbe il miglior candidato per diventare un grande rapper (quale è il suo sogno): per cominciare è bianco, mentre quasi tutti gli altri "artisti dell'hip-hop", affermati o aspiranti tali, sono neri. Poi vive in una roulotte ancora con la madre (e in un mondo dove tutti si atteggiano a "duri", non ci potrebbe essere umiliazione più grande!). E in generale è un loser, con una vita quanto mai disagiata: lavora con turni massacranti in una fabbrica di automobili (siamo a Detroit, dopotutto), ha problemi familiari, bazzica con una cricca di amici sfigati, e viene tradito persino dalla sua stessa ragazza (Brittany Murphy), che pur di ottenere un ingaggio come modella si concede a uno dei suoi rivali. Ma proprio dalla rabbia e dalla frustrazione riesce a trovare la forza per tirare orgogliosamente su la testa, continuare a lottare e sconfiggere i suoi avversari nella battaglia finale a colpi di slang e di rime. Non amo il rap, ma la visione di questo film (liberamente ispirato alla vera vita di Eminem, che oltre a recitare firma anche la colonna sonora) ha rappresentato uno dei rari casi in cui ho apprezzato (e capito, almeno in parte) questo genere musicale. Il bello è che si tratta essenzialmente di una pellicola di arti marziali o di pugilato, dove però i combattimenti sul ring sono sostituiti dalle "battaglie" freestyle, ovvero aggressive improvvisazioni vocali a colpi di rime e di ironia con cui i rapper si insultano a vicenda, e dove il vincitore è colui che lascia senza parole l'avversario o gli ritorce contro i suoi stessi insulti nel modo migliore. Pur con qualche limite, Eminem si dimostra un attore sorprendentemente efficace nel dar vita a un personaggio perfettamente calato in una realtà difficile e disagiata, il quartiere 313 di Detroit (dal numero del prefisso telefonico), un ambiente fatto di periferie industriali, di gang di perdigiorno o di criminali, di fallimenti e di sogni di riscatto. Da notare che il doppiaggio italiano cerca goffamente di tradurre lo slang usato dai personaggi (per esempio, l'epiteto "man" con cui tutti si chiamano l'un l'altro diventa "bello"): per fortuna (e inevitabilmente, direi), le "canzoni" sono però lasciate in inglese con sottotitoli (le traduzioni si perdono comunque mille sfumature). Il titolo si riferisce alla strada (8 Mile Road) che divide il quartiere bianco da quello nero. Kim Basinger, che per Hanson aveva recitato già in "L.A. Confidential", è la scapestrata madre del protagonista. Nel cast anche Mekhi Phifer, Evan Jones e Anthony Mackie. Il regista John Singleton ha un cameo come buttafuori. Il film vinse l'Oscar per la miglior canzone con "Lose Yourself" (fu la prima volta che il premio andò a un brano rap).

17 gennaio 2019

The tourist (F. Henckel von Donnersmarck, 2010)

The tourist (id.)
di Florian Henckel von Donnersmarck – USA/GB/Fra/Ita 2010
con Johnny Depp, Angelina Jolie
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

In vacanza a Venezia, un insegnante americano (Depp) viene scambiato per un criminale che da anni ha fatto perdere le proprie tracce. Ed è coinvolto da una misteriosa donna (Jolie) in una pericolosa avventura, inseguito sia dalla polizia inglese che dai gangster ai quali l'uomo ha sottratto milioni di dollari. Remake del film francese "Anthony Zimmer" di Jérôme Salle, il secondo lungometraggio del regista de "Le vite degli altri" è un deludente e frivolo spy movie senza troppa originalità, che mescola un canovaccio hitchcockiano con ingredienti noti (lo scenario "esotico", la femme fatale, i cattivi russi) puntando le sue carte – oltre che sulle location della città lagunare – su due soli (teorici) punti di forza: gli interpreti di grido e il colpo di scena conclusivo. Peccato che Depp e Jolie recitino con il freno a mano tirato, con una sola espressione per tutto il film (sperduto lui, sorniona lei), e che il finale sia ampiamente prevedibile almeno da metà pellicola (preannunciato anche dal simbolismo legato al dio Giano bifronte). Resta straniante vedere attori (spesso comici) italiani come Christian De Sica, Neri Marcoré, Nino Frassica e Raoul Bova in un baraccone hollywoodiano a fianco dei suddetti e degli altri nomi noti del cast (Paul Bettany, Timothy Dalton).

16 gennaio 2019

Limitless (Neil Burger, 2011)

Limitless (id.)
di Neil Burger – USA 2011
con Bradley Cooper, Robert De Niro
**

Visto in TV.

Assumendo un farmaco sperimentale, uno scrittore fallito (Bradley Cooper) riesce ad avere accesso alla parte inutilizzata del proprio cervello. Diventa così più intelligente, creativo, disinibito e pieno di iniziativa, ottenendo successo in campo letterario e lanciandosi poi in ardite speculazioni finanziarie. Ma si scopre anche incapace di fare a meno della droga, che gli procura dipendenza ed alcuni effetti negativi. E naturalmente, il farmaco inizia a fare gola ad altre persone, mettendo a repentaglio la vita del protagonista... Uno spunto interessante, forse non sviluppato al pieno del suo potenziale (di certo non ai livelli di quanto farà Luc Besson con la sua "Lucy" qualche anno più tardi), per un film che si lascia guardare ma che alla fine lascia ben poco di memorabile, nonostante la regia spigliata di Burger (buoni gli effetti visivi che mostrano lo stato di coscienza alterato di chi è in preda al farmaco). E bravi comunque gli interpreti, soprattutto un Bradley Cooper che a tratti ricorda il primo Ralph Fiennes, affiancato da Robert De Niro (l'affarista di cui il nostro eroe diventa il braccio destro), Abbie Cornish (la fidanzata) e Andrew Howard (il mafioso russo). Dal film è stata tratta una serie tv (di una sola stagione) nel 2015.

14 gennaio 2019

Ralph spacca Internet (Johnston, Moore, 2018)

Ralph spacca Internet (Ralph breaks the Internet)
di Phil Johnston, Rich Moore – USA 2018
animazione digitale
**

Visto al cinema CityLife Anteo, con Sabrina.

Sequel di "Ralph Spaccatutto", realizzato (e ambientato) sei anni dopo l'originale. Per recuperare un pezzo di ricambio per il videogioco "Sugar Rush", in vendita soltanto su eBay, Ralph e la sua amica Vanellope abbandonano la comfort zone della loro sala giochi per tuffarsi online nello sconfinato (e sconosciuto) mondo di Internet. Qui, fra novità e pericoli di ogni tipo, allargheranno i propri orizzonti e la loro amicizia sarà messa a dura prova quando Vanellope si lascerà affascinare da un gioco di corse assai più realistico (e cupo) del proprio, "Slaughter Race". Raramente i sequel di film-gioiello sono all'altezza del prototipo, e questo ne è il tipico esempio. La pellicola originale era perfetta nel suo mix di avventura, kawaii, citazionismo e nostalgia per gli anni ottanta: questa vuole allargare il campo all'universo della rete che ci circonda, citando i siti e i servizi più disparati (ma ben pochi, come appunto eBay, hanno un ruolo nella trama) nonché alcuni degli aspetti più affascinanti e deleteri al tempo stesso (i video acchiappaclick, lo spam, i commenti degli hater, il dark web), ma lasciando intendere che il fulcro di tutto devono rimanere i rapporti umani. E infatti il climax della pellicola ruota attorno al concetto di amicizia, a rischio di scomodare cliché e di suscitare sbadigli. Anche perché i due protagonisti, estrapolati dal loro ambiente naturale, sembrano di colpo molto più convenzionali e meno interessanti. Fra le scene migliori (anche se si tratta di una strizzatina d'occhio autoreferenziale, essendo la pellicola prodotta dalla casa di Burbank), quella dell'incontro di Vanellope con le principesse Disney, che le insegnano la loro filosofia e l'utilizzo delle canzoni per esprimere i propri sentimenti. Una cosa, però, lasciatemela dire: "Sugar Rush" era molto più divertente di "Slaughter Race".

13 gennaio 2019

Un po', tanto, ciecamente (C. Cornillac, 2015)

Un po', tanto, ciecamente (Un peu, beaucoup, aveuglément)
di Clovis Cornillac – Francia 2015
con Clovis Cornillac, Mélanie Bernier
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Lei è una pianista insicura di sé, che ha appena traslocato in un nuova casa per preparare un importante concorso. Lui è un misantropo inventore di giochi e rompicapo, che ama il silenzio e vive da recluso. Purtroppo abitano in due appartamenti adiacenti, separati da una parete sottilissima che lascia filtrare ogni minimo rumore, dandosi reciprocamente fastidio. Dapprima si fanno la guerra, poi si accordano sui rispettivi orari in cui lavorare, e infine si innamorano e decidono di fidanzarsi... il tutto rimanendo ciascuno dalla propria parte del muro e dunque senza mai vedersi di persona ("Staremo insieme, ma separati"). Un'originale commedia romantica che, al di là di tutti i luoghi comuni del genere risulta fresca e accattivante grazie a una trovata che ricorda (specie nel "liberatorio" finale) lo spunto di "The hole" di Tsai Ming-liang, anche se qui è tutto è all'insegna della leggerezza e della simpatia. Fra i brani che la protagonista suona c'è tanto Chopin (ma anche Mendelssohn e Beethoven). Cornillac, noto soprattutto per essere stato uno degli interpreti live action di Asterix, assomiglia leggermente a DiCaprio ed era all'esordio come regista. Lilou Fogli (anche co-sceneggiatrice) e Philippe Duquesne sono rispettivamente la sorella di lei e il miglior amico di lui: mitica la cena "a quattro", divisa a metà fra i due appartamenti.

12 gennaio 2019

Unbreakable (M. Night Shyamalan, 2000)

Unbreakable - Il predestinato (Unbreakable)
di M. Night Shyamalan – USA 2000
con Bruce Willis, Samuel L. Jackson
***

Rivisto in TV.

Dopo essere stato l'unico sopravvissuto di uno spaventoso disastro ferroviario, dal quale è uscito miracolosamente incolume e senza un graffio, la guardia giurata David Dunn (Willis) viene contattata dall'ambiguo e misterioso Elijah Price (Jackson), commerciante di tavole di fumetti (e teorico del genere, che vede come un archetipo dell'intera società umana), convinto che l'uomo sia "indistruttibile" e, pertanto, destinato a diventare un supereroe. Il secondo film di Shyamalan ad attirare l'attenzione del pubblico dopo il successo de "Il sesto senso" (sempre con Bruce Willis come protagonista) cementa la sua fama come autore di pellicole con il "finale a sorpresa", anche se in questo caso il plot twist è più prevedibile e meno sconvolgente del precedente. Introdotto da una serie di strampalate statistiche sui comic book americani, il film gioca con la mitologia e gli stereotipi dei fumetti di supereroi, affrontando però la materia con realismo e in versione esistenziale, calandola nella quotidianità (dai nomi in codice ai costumi colorati, dai punti deboli degli eroi alla dicotomia fra bene e male), "camuffando" dunque la sua reale natura fino alla fine sotto la forma di un thriller (para)psicologico. La sceneggiatura (dello stesso Shyamalan) si prende i suoi tempi nell'introdurre gli elementi importanti della vicenda, condisce il tutto con una buona caratterizzazione dei personaggi (compresi i comprimari, come la moglie e il figlio di David o la madre di Elijah), ed è coadiuvata da una regia che, parimenti, cela alcuni tocchi geniali (nella sequenza sui titoli di testa, per esempio, i seggiolini del treno che separano i personaggi trasformano lo schermo in una successione di vignette come quelle di un fumetto). Indimenticabili i due protagonisti: David è un Superman inconsapevole, che si ritrae e tiene tutti a distanza, insicuro di sé e dei suoi poteri (non solo invulnerabilità, ma anche superforza e una sorta di precognizione); Elijah è il suo opposto, anche fisicamente, visto che soffre di una sindrome genetica che gli rende le ossa estremamente fragili, tanto da essere soprannominato "L'uomo di vetro" ("Mr. Glass" in originale). Willis e Jackson avevano già recitato insieme in "Die Hard 3" e "Pulp Fiction". Robin Wright Penn è la moglie di David. Il regista fa come di consueto una breve apparizione di persona: è lo spacciatore fermato allo stadio. Anche se la maggior parte degli albi a fumetti che si vedono in scena sono reali (per lo più della Marvel), quelli essenziali per la trama sono stati inventati ("Active Comics" e "Sentryman"). Due pellicole successive di Shyamalan saranno ambientate nello stesso universo: l'horror "Split" e il sequel di entrambe "Glass".

11 gennaio 2019

Daphne & Velma (Suzi Yoonessi, 2018)

Daphne & Velma - Il mistero della Ridge Valley High
(Daphne & Velma)
di Suzi Yoonessi – USA 2018
con Sarah Jeffery, Sarah Gilman
**

Visto in TV.

Le liceali Daphne Blake (Jeffery) e Velma Dinkley (Gilman) non potrebbero essere più diverse l'una dall'altra: ingenua, fortunata, estroversa e ottimista la prima, nonché appassionata di paranormale e convinta che esistano fantasmi ed alieni; cinica, introversa, scostante e nerd la seconda, che invece ha una spiegazione razionale per ogni fenomeno. Eppure sono amiche: ed insieme si troveranno a indagare su misteriosi accadimenti all'interno della loro scuola, un avveniristico istituto per giovani prodigi... Teen movie leggero e disimpegnato, spigliato e cartoonesco, stupido ma non troppo, che non è altro che uno spin-off (di ambientazione moderna e high tech) sui due personaggi femminili di "Scooby-Doo", di cui ci vengono raccontate le "origini" (ma del tutto fruibile a sé stante: né il cane né gli altri personaggi della serie vengono nemmeno menzionati). Nonostante la confezione da tv movie, gli attori da Disney Channel e le situazioni improbabili (il padre di Daphne che la "protegge" in segreto da ogni inconveniente), la pellicola è sufficientemente godibile grazie a un umorismo demenziale che coglie spesso nel segno (il drone della vergogna) e al sovvertimento di alcuni luoghi comuni dei film di ambientazione scolastica (come i bulli che tali non sono, o la totale assenza di sottotrame romantiche), per non parlare dello spazio dato a personaggi femminili che non hanno bisogno di quelli maschili per togliersi dai guai. E al di là dell'elogio dell'amicizia e del gusto per l'ignoto e per l'avventura, naturalmente rimane l'idea di fondo della serie madre: tutti i misteri si riveleranno frutto di un'elaborata messinscena (con la classica frase del cattivo, una volta scoperto: "Ce l'avrei fatta se non fosse stato per voi impiastri ficcanaso!").

10 gennaio 2019

Mirage (Edward Dmytryk, 1965)

Mirage (id.)
di Edward Dmytryk – USA 1965
con Gregory Peck, Diane Baker
**1/2

Visto in TV.

In seguito a un improvviso blackout nel grattacielo newyorkese dove lavora, il perito contabile David Stillwell (Peck) scopre di non ricordare più gran parte del proprio passato, al di là degli ultimi due anni. E in contemporanea con una serie di strani accadimenti (il suicidio di un importante filantropo e attivista politico, che si getta dalla finestra del proprio ufficio; misteriosi individui che lo seguono e lo prendono di mira, forse perché lo scambiano per qualcun altro), completamente disorientato, si rivolge dapprima a uno psichiatra e poi a uno scalcinato detective privato (Walter Matthau) affinché lo aiutino a far luce sulla vicenda... Interessante thriller nella vena di "Sciarada" e dai toni hitchcockiani (ci sono tutti gli ingredienti cari al maestro del brivido: l'uomo comune al centro di un intrigo internazionale, il Macguffin cui tutti danno la caccia, la donna misteriosa e fatale), calato nell'attualità (è in gioco la pace nel mondo, attraverso il disarmo nucleare) e con accenni satirici verso la "grottesca modernità" (l'automazione dei servizi, come gli ascensori). La sceneggiatura forse non è del tutto oliata, e la storia è un po' confusa e stiracchiata (anche lo spettatore è lasciato all'oscuro di tutto, come il protagonista, fino al finale che spiega ogni cosa), ma la regia di Dmytryk la vivacizza occasionalmente con il montaggio di frasi e momenti precedenti come improvvisi lampi di memoria nel flusso del racconto. Nel cast anche Walter Abel, George Kennedy e Kevin McCarthy.

9 gennaio 2019

Taking off (Miloš Forman, 1971)

Taking off (id.)
di Miloš Forman – USA 1971
con Buck Henry, Lynn Carlin
***

Rivisto su Dailymotion.

Alla ricerca della loro figlia quindicenne Jeannie (Linnea Heacock), fuggita di casa dopo aver partecipato a un'audizione per voci femminili, i coniugi Larry (Buck Henry) e Lynn Tyne (Lynn Carlin) si iscrivono alla Società Genitori Figli Scappati. E per cercare di comprendere meglio i propri figli, decidono di provare a fumarsi uno spinello... Il primo film "occidentale" di Forman, che era emigrato negli Stati Uniti dopo gli eventi della Primavera di Praga, è una divertente e caustica satira del gap generazionale nell'America degli hippy e dell'LSD, dove i genitori appaiono ancora più clueless e disgiunti dalla realtà dei loro figli. Soggetti a psicosi e paranoie, nonché a dipendenze di ogni tipo (il fumo, l'alcool, il sesso) che cercano inutilmente di tenere a freno con ogni mezzo possibile (compresa l'ipnosi), i genitori scoprono di non avere assolutamente nessun canale di comunicazione aperto con i giovani, che invece vivono la propria vita in totale libertà, nonostante le paure e le incertezze. Sceneggiato dallo stesso Forman insieme (fra gli altri) a Jean-Claude Carrière e John Guare, e vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes, il film (che ebbe scarso successo di pubblico) è una commedia leggera che sconfina spesso nella farsa, come nel finale in cui la ragazza torna a casa da sola mentre i genitori, in preda ai fumi dell'hashish, sono impegnati in una partita di strip poker con una coppia di amici. E nonostante l'ambientazione ormai un po' datata, diverte ancora parecchio. Fra le ragazze che partecipano all'audizione ci sono le (giovanissime) Kathy Bates, Jessica Harper e Carly Simon.

8 gennaio 2019

Non c'è pace tra gli ulivi (G. De Santis, 1950)

Non c'è pace tra gli ulivi
di Giuseppe De Santis – Italia 1950
con Raf Vallone, Lucia Bosè
**1/2

Visto in TV.

Nella speranza di ripetere il successo di "Riso amaro" (uscito l'anno precedente), De Santis ne sfrutta di nuovo il canovaccio, innestando gli stilemi del cinema americano (questa volta il modello estetico e narrativo è quello del western) sui temi e i luoghi del neorealismo italiano (storie ambientate fra le povere comunità contadine o agricole, immerse in scenari arcaici e stili di vita ancestrali) e raccontando una vicenda a base di faide fra i pastori della Ciociaria, la propria terra natale (la pellicola è girata nei pressi di Fondi, e la voce fuori campo che la introduce e la conclude è quella del regista stesso). Il giovane Francesco Dominici (Raf Vallone), tornato dalla guerra, scopre che l'avido Agostino Bonfiglio (Folco Lulli) ha ridotto in miseria la sua famiglia, approfittando della sua assenza per rubargli le pecore, e non solo: forte della sua nuova ricchezza e del suo potere, gli ha sottratto anche la fidanzata, Lucia (Bosé), la cui famiglia, indebitata nei suoi confronti, gliel'ha promessa in sposa. Quando Francesco cerca di riprendersi il gregge, viene denunciato da Bonfiglio e finisce addirittura in prigione, perché nessuno degli altri pastori – nel timore di rappresaglie – testimonia in suo favore. Evaso, Francesco medita vendetta... Ma la resa dei conti potrà avvenire solo quando anche gli altri pastori, in un risveglio di coscienza collettiva e di solidarietà (anche perché vessati dalla sempre maggiore prepotenza dell'arricchito Bonfiglio, che si è impadronito di tutti i loro pascoli), si decideranno ad aiutarlo e a spalleggiarlo. Rispetto al film precedente, tutto è più schematico, e più che i personaggi (molto stereotipati) a risaltare sono i paesaggi aridi e rocciosi di una terra brulla e aspra. Bella la fotografia in bianco e nero, curiosa la regia che punta molto sull'intensità dei primi piani e su ricercate composizioni delle inquadrature, con i personaggi che – anziché rivolgersi l'uno all'altro – parlano quasi in macchina allo spettatore. Fra gli interpreti, meglio Lulli di Vallone o della statuaria Bosé. Maria Grazia Francia è la sorella minore di Francesco, violentata dal rivale. Dante Maggio è il (macchiettistico) compagno di evasione napoletano.

6 gennaio 2019

La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005)

La fabbrica di cioccolato (Charlie and the Chocolate Factory)
di Tim Burton – USA 2005
con Johnny Depp, Freddie Highmore
**

Rivisto in DVD.

Willy Wonka (Depp), eccentrico produttore di cioccolato, invita cinque bambini, accompagnati dai rispettivi genitori, a visitare la sua leggendaria fabbrica, che da anni ha chiuso le porte a chiunque. Fra loro c'è il povero Charlie (Highmore), l'unico che si dimostrerà all'altezza di diventarne l'erede, mentre gli altri saranno puniti per i loro vizi. Secondo adattamento del romanzo di Roald Dahl, dopo quello cult del 1971 con Gene Wilder ("Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato"), con tutto il suo carico di fantasia, magia e (non troppo) velato moralismo. Il titolo originale, dedicato al piccolo Charlie, torna fedele a quello del libro (ma non nella versione italiana, che lo semplifica omettendo del tutto il nome del protagonista), benché – per paradosso – il film sia ancora più focalizzato del precedente sulla figura dello stravagante Willy Wonka, al quale dedica tutta una serie di flashback che ne ricostruiscono le "origini" e l'infanzia. Veniamo così a sapere della sua passione per i dolci e dei contrasti che questa gli ha causato con il padre dentista (interpretato da Christopher Lee). Il tutto "normalizza" il personaggio (che da indecifrabile e sarcastico "mago" super partes diventa una figura insicura e disturbata, quasi psicopatica, a disagio con i bambini e con un forte complesso di padre) ma si iscrive perfettamente nella poetica di Burton (e di altri autori hollywoodiani, Spielberg in primis), così incentrata sul rapporto fra padri e figli. Finale a parte, la trama è identica al film precedente, con piccoli cambiamenti che la rendono più fedele al romanzo: alcuni innocui (la prova di Veruca Salt non riguarda oche giganti che sfornano uova dorate, ma scoiattoli che hanno il compito di selezionare le noccioline), altri più significativi (non c'è la sottotrama del "rivale" Slugworth; Charlie non è orfano di padre; e inoltre, a differenza degli altri bambini, non viene messo alla prova: manca infatti la scena in cui lui e il nonno cedono alla tentazione di assaggiare le bibite gassate, salvandosi poi grazie ai rutti). E in generale, c'è molta più attenzione alla political correctness (i nonni non fumano, viene ribadito spesso che troppi dolci fanno male, si insiste sul tema della carie...) che rende retorici i messaggi. Le scenografie, quando non richiamano il film originale, sembrano studiate apposta per realizzare poi un'attrazione a Disneyland (vedi anche le corse sulla barca o sull'ascensore). Sofisticata ma brutta la colonna sonora di Danny Elfman, in particolare le orribili canzoncine degli Umpa Lumpa (che sono nanetti pigmei, e non creature fantastiche dalla pelle arancione). Da notare la citazione di "2001: Odissea nello spazio" nella scena della stanza della televisione. Del cast (David Kelly è il nonno Joe, Noah Taylor e Helena Bonham Carter sono i genitori di Charlie), gli unici degni di nota (per motivi diversi) sono Depp, Lee e l'ubiquo Deep Roy (che interpreta tutti gli Umpa Lumpa). Nel complesso, la pellicola è inferiore in quasi tutto al film del 1971, di cui non ha la semplicità (e anzi aggiunge confusione, con il travisamento del personaggio di Willy Wonka), ma come fiaba moderna vanta comunque i suoi momenti e garantisce un adeguato divertimento (meglio dell'"Alice" di Burton, comunque!).

5 gennaio 2019

Le ali (Larisa Shepitko, 1966)

Le ali (Krylya)
di Larisa Shepitko – URSS 1966
con Maya Bulgakova, Zhanna Bolotova
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Pilota decorata durante la seconda guerra mondiale, Nadezhda Petruchina (Maya Bulgakova) non si è mai sposata, fa ora parte del consiglio cittadino ed è la direttrice della casa dello studente. Ma nonostante le numerose attività e l'intensa vita sociale, per la quale è benvoluta da tutti, scopre di non avere punti di contatto con le giovani generazioni: né con gli studenti della sua scuola – fra i quali spicca Bystryakov (Sergei Nikonenko), un ragazzo da lei espulso per via di una banale lite e che orgoglisamente aveva rifiutato di chiedere scusa – né con la sua stessa figlia (adottiva) Tanya (Zhanna Bolotova), che ha deciso di vivere una vita indipendente e lontano da lei. Opera prima (dopo un film studentesco) di una brillante cineasta che realizzerà solo quattro lungometraggi (fra cui il celebre "Ascensione") prima di morire in un incidente stradale, "Le ali" è una pellicola intensa e significativa, ritratto agrodolce (e ricco di sfumature) di un personaggio che si ritrova a tracciare un fallimentare bilancio della propria esistenza, fra delusioni, rimpianti e presa di coscienza: il finale aperto e "libero", nel quale Nadezhda prende il volo a bordo di uno degli aeroplani, può essere interpretato come reale (un suicidio?) o simbolico. Tutto il film, in effetti, si mantiene in equilibrio fra il realismo e l'onirico, attraverso un personaggio che fatica a conciliare i propri sentimenti (e i sogni di gioventù, simboleggiati dal desiderio di volare) con il mondo che lo circonda (e la repressione del presente). Accolto con qualche perplessità in patria: non solo per aver rappresentato un'eroina di guerra come "un'anima smarrita" ma anche e soprattutto per aver evidenziato per la prima volta la presenza di un "gap generazionale".

3 gennaio 2019

Europa (Lars von Trier, 1991)

Europa (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Ger/Fra/Swe 1991
con Jean-Marc Barr, Barbara Sukowa
***

Rivisto in DVD.

Terzo capitolo della "trilogia europea" di Lars von Trier, dopo "L'elemento del crimine" ed "Epidemic" (tutti titoli che cominciano con la "E"...). E come quelli, ma in maniera ancora più marcata, esibisce gli stilemi del cinema noir e mette l'ipnotismo al centro della storia. Se però nei primi due film l'ipnosi appariva come semplice elemento narrativo, qui l'idea è quella di "ipnotizzare" lo spettatore stesso, che si ritrova catapultato nella Germania dell'immediato dopoguerra (siamo alla fine del 1945) nei panni di Leopold Kessler (Jean-Marc Barr), giovane americano di origine tedesca, tornato in patria in cerca di lavoro e assunto – grazie alla raccomandazione dello zio (Ernst-Hugo Järegård) – nella Zentropa, società che gestisce treni a lunga percorrenza. Immerso in un'atmosfera opprimente e kafkiana (il paese è in rovina, la povertà e la disoccupazione regnano ovunque, ma la burocrazia impera mentre le forze di occupazione americane cercano di stanare gli ultimi nazisti rimasti nascosti), Leopold – nominato responsabile dei vagoni letto – conoscerà la misteriosa Katharina Hartmann (Barbara Sukowa), figlia del fondatore della Zentropa, e si lascerà coinvolgere negli intrighi dei "Lupi mannari", una banda di terroristi partigiani che compiono attentati e azioni di sabotaggio ai danni della compagnia ferroviaria. Lo sguardo di Von Trier è feroce nei confronti di tutti, dall'idealismo di Leopold alla rigida mentalità tedesca (come l'ottusa devozione al rispetto delle regole, nella sequenza dell'esame di apprendistato che il protagonista deve sostenere mentre attorno a lui esplode ogni sorta di emergenza). L'estetica, come detto, è quella del noir, seppure esagerata in chiave artificiosa ed espressionista (con sovrimpressioni, deformazioni, filtri). Siamo di fronte forse al film più "wellesiano" di LVT, anche più de "L'elemento del crimine": la fotografia è in bianco e nero, con occasionali elementi a colori (brevi scene, o anche solo un volto o un dettaglio), le immagini sgranate, la colonna sonora (di Joachim Holbek) incalzante. Il fatto che il protagonista sia dunque lo spettatore stesso ipnotizzato spiega il suo comportamento passivo, il suo mutismo, l'essere sempre in balia degli eventi, la scelta di non schierarsi e di rimanere un semplice osservatore (tranne che nel finale, quando le tensioni esplodono in maniera inevitabile). A proposito di Kafka, LVT ha dichiarato di aver scelto il titolo "Europa" per riecheggiare quello del romanzo "Amerika" dell'autore praghese. Nel cast anche Udo Kier (il fratello di Katharina), Jørgen Reenberg (il padre), Eddie Constantine (il colonnello americano). Il regista in persona interpreta il ruolo dell'ebreo che deve "certificare" che Max Hartmann non abbia un passato nazista. Nella versione originale, la voce del narratore ipnotista è di Max von Sydow. Premio della giuria al Festival di Cannes. L'anno successivo (1992), von Trier chiamerà proprio Zentropa la sua neonata casa di produzione.

2 gennaio 2019

ARQ (Tony Elliott, 2016)

ARQ (id.)
di Tony Elliott – USA/Canada 2016
con Robbie Amell, Rachael Taylor
**1/2

Visto in TV.

Renton (Amell), ingegnere che ha inventato una turbina per produrre energia infinita, e la sua compagna Hannah (Taylor) vengono aggrediti in casa da un gruppo di ribelli che si battono contro la corporazione che controlla le risorse dell'intero pianeta. Presto, però, scoprono di trovarsi all'interno di un loop temporale (di poche ore) che si ripete in continuazione, causato proprio dall'ARQ, l'invenzione di Renton. Dapprima è solo l'uomo a rendersene conto: poi, poco a poco, ne diventano consapevoli anche Hannah e i ribelli. E a ogni ciclo, nuovi segreti vengono alla luce, rivelando tradimenti, false identità o colpi di scena, facendo sì che nella successiva ripetizione i personaggi sappiano qualcosa in più e debbano comportarsi in maniera diversa (come in un videogioco, dove dopo ogni "morte" si torna a giocare cercando di evitare gli errori precedenti). Film di fantascienza a basso costo (una manciata di attori, riprese solo in interni e senza effetti speciali – l'ARQ è un semplice rullo che gira – se si eccettua una breve scena sul finale) e non troppo originale (lo spunto è lo stesso di "Ricomincio da capo", peraltro già ripreso più volte in chiave fantascientifica, per esempio in "Source code" o "Edge of tomorrow"), ma ben pensato e realizzato: comincia in medias res e scopre le sue carte gradualmente; e anche se si rivela un po' ripetitivo (per forza di cose), tiene lo spettatore sulle spine fino alla fine, senza smarrirsi o perdere coerenza. È il primo lungometraggio del regista (anche sceneggiatore) dopo due corti.

30 dicembre 2018

Eva contro Eva (Joseph L. Mankiewicz, 1950)

Eva contro Eva (All about Eve)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1950
con Bette Davis, Anne Baxter
****

Visto in TV.

Mentre la giovane Eva Harrington (Anne Baxter), astro nascente del teatro, riceve un prestigioso premio durante una serata di gala, i personaggi che sono stati testimoni della sua rapida ascesa, seduti ad un tavolo vicino, ricordano gli eventi che l'hanno portata fin lì. Timida, insicura, ingenua e innocente (o almeno così sembrava), Eva era riuscita ed entrare nelle grazie di Margo Channing (Bette Davis), diva attempata ma ancora sulla cresta dell'onda, di cui si era professata ardente ammiratrice, conquistando con il proprio entusiasmo e l'amore per il teatro non solo lei ma tutto il suo entourage, dal drammaturgo Lloyd Richards (Hugh Marlowe) alla moglie di questi (e miglior amica di Margo) Karen (Celeste Holm), dal regista Bill Sampson (Gary Merrill) al produttore Max Fabian (Gregory Ratoff), fino al pungente critico Addison DeWitt (George Sanders), l'unico peraltro che riconosce Eva per quello che davvero è: una ragazza fintamente modesta ma in realtà un'ambiziosa arrampicatrice, pronta a tutto (falsità, menzogne, inganni e manipolazioni) per "spodestare" Margo e prenderne il posto (nel lavoro, ma anche negli affetti e nella vita privata). Capolavoro (uno dei tanti, perlomeno) di Mankiewicz e cinico ritratto del mondo dello spettacolo (il teatro, ma di riflesso anche il cinema: Eva disprezza Hollywood, però finirà per trasferirsi lì). Lo scontro fra le due donne, che il titolo italiano sottolinea ancora di più, è quello fra due personalità che in realtà sono quasi agli antipodi. Tanto Margo, la diva affermata, vorrebbe tornare a una vita semplice e aspira solo ad essere amata dall'uomo che ama, tanto Eva invece vive esclusivamente per il palcoscenico, si fa beffe dei reali sentimenti delle persone (che manipola con spregiudicatezza) e aspira alla fama, alla gloria, agli applausi, anche a costo di rimanere sola. "Per fare teatro bisogna dare tutti sé stessi, ci vuole ambizione, forza di volontà, abnegazione..." le viene detto: e lei non si tira indietro, calpestando ogni cosa. Nel finale, come una ruota che gira, le si presenta in stanza una giovane ammiratrice, Phoebe (Barbara Bates), pronta a farle quello che lei ha fatto con Margo (significativa la scena in cui si prova il suo costume allo specchio).

La sceneggiatura (dello stesso Mankiewicz, ispirata a un racconto di Mary Orr) è brillante e sofisticata, ricca di battute scoppiettanti e sardoniche, con tantissimi paralleli (ma anche smarcamenti) fra il teatro e la vita reale. Il mondo di Broadway è descritto come una grande famiglia, i cui componenti (attori, scrittori, registi, produttori) agiscono insieme e concorrono tutti verso un solo obiettivo: esemplare il discorso (ironicamente assai ipocrita) di Eva quando riceve il premio, in cui ringrazia tutti coloro che l'hanno portata al successo (e che pure la odiano). E grandioso il cast, dove spicca in particolare una strepitosa Bette Davis, che alterna momenti in cui il suo personaggio si mostra orgoglioso, stizzoso o geloso ad altri in cui è fragile, insicuro o rassegnato, da quando soffre per la vecchiaia che avanza a quando finalmente accetta la propria età e decide di rifiutare le parti (giovanili) che continuano a proporle ma che non le si addicono, lasciando di fatto il campo libero ad Eva. Per questo motivo la sua non è una sconfitta, ma una serena uscita di scena. Particina anche per un'allora sconosciuta Marilyn Monroe nei panni dell'attricetta Claudia Caswell: pur comparendo in poche sequenze, emana già una luce propria e calamita lo sguardo su di sé (favorita anche dal fatto di vestire di bianco, unica fra tutti i personaggi). Da notare qualche sottotesto lesbico (non esplicitato, ovviamente), per esempio nelle scene con la bizzosa Berta ("Birdie" in originale), l'anziana "fedele amica e compagna" di Margo, interpretata da Thelma Ritter. Ma, tra le righe, la stessa Eva è omosessuale (come probabilmente anche Addison). Il tema dell'attrice che invecchia, invece, può invogliare a qualche paragone con un altro capolavoro uscito nelle sale in quello stesso anno (il 1950), "Viale del tramonto". Trionfo agli Oscar, con 14 nomination (record fino ad allora, poi soltanto eguagliato da "Titanic" nel 1997 e da "La La Land" nel 2016), fra cui ben 4 alle attrici, e 6 statuette vinte (comprese quelle per il miglior film, la regia e la sceneggiatura). La pellicola ispirerà, fra gli altri, "Tutto su mia madre" di Almodóvar e "Il cigno nero" di Aronofsky.

29 dicembre 2018

Quella sporca ultima meta (R. Aldrich, 1974)

Quella sporca ultima meta (The Longest Yard)
di Robert Aldrich – USA 1974
con Burt Reynolds, Eddie Albert
**

Visto in divx.

Paul Crewe (Burt Reynolds), ex campione nazionale di football americano – chiamato "rugby" per tutto il film dall'imbarazzante doppiaggio italiano – da tempo caduto in disgrazia, tocca il punto più basso della propria esistenza quando viene rinchiuso in un carcere in Georgia per furto d'auto e resistenza a pubblico ufficiale. Hazen (Eddie Albert), il direttore della prigione, è "fissato" con questo sport e chiede all'ex campione di organizzare una squadra di detenuti affinché facciano da sparring partner al team delle guardie in una partita di esibizione. Per molti prigionieri è l'occasione per prendersi una rivincita sulle angherie dei secondini, ma anche per ritrovare orgoglio e dignità. E per Crewe sarà una forma di riscatto, dopo essere stato accusato in passato di aver venduto una partita... Da una storia scritta dal produttore Albert S. Ruddy e sceneggiata da Tracy Keenan Wynn (e con un finale ispirato al classico di Robert Rossen "Anima e corpo", cui lo stesso Aldrich aveva collaborato come aiuto regista), un film che innesta i luoghi comuni del prison movie (o delle pellicole ambientate nei campi di prigionia durante la seconda guerra mondiale: le violenze e le prepotenze delle guardie sui detenuti non sfigurerebbero in titoli come "La grande fuga") sul genere sportivo, aprendo la strada a tutta una serie di imitazioni (come "Fuga per la vittoria", nel complesso superiore) o remake (come "Mean machine", che fra l'altro è il nome della squadra dei carcerati, o "L'altra sporca ultima meta"). Impegnati in duri lavori (come la bonifica delle paludi), malmenati, rinchiusi in isolamento, oggetto di epiteti razzisti (ma i neri e i bianchi si ritrovano all'improvviso compagni e solidali quando giocano nella stessa squadra), i detenuti accettano ben volentieri di affrontare le guardie per vendicarsi degli sgarbi subiti (e infatti praticheranno un gioco duro quanto quello degli avversarsi, non scevro da trucchi e scorrettezze di ogni tipo: ma si sà, lo sport è per "uomini veri"!). Ma il vero cattivo e scorretto, alla fine, si rivela il direttore del carcere, anche più del capitano delle guardie (Ed Lauter). Nel cast anche Michael Conrad (il giocatore veterano), James Hampton (l'amico "maneggione") e Richard Kiel (il gigante Sansone), più numerosi ex giocatori della NFL. Improbabile la capigliatura della segretaria del direttore (Bernadette Peters). Ma a parte il protagonista, le caratterizzazioni sono minime o semplicistiche, e lo sport è visto come una metafora della vita, con tutta le esagerazioni, l'enfasi e la retorica del caso. Per quanto riguarda la regia, da notare lo split screen durante la presentazione della gara e il memorabile ralenti sulla meta finale (cui è dedicato il titolo italiano, che peraltro richiama volutamente un altro classico di Aldrich, "Quella sporca dozzina").

28 dicembre 2018

La casa dei matti (A. Konchalovsky, 2002)

La casa dei matti (Dom Durakov)
di Andrei Konchalovsky – Russia 2002
con Yulia Vysotskaya, Sultan Islamov
***

Visto in divx.

I pazienti di un ospedale psichiatrico sul confine fra Inguscezia e Cecenia, abbandonati a sé stessi dopo che tutti gli infermieri sono fuggiti per paura della guerra (siamo nel 1996), vedono la propria quotidianità invasa dagli eventi bellici quando un gruppo di ribelli ceceni occupa il manicomio per usarlo come base. Fra i malati spicca Zhanna (Yulia Vysotskaya), una ragazza schizofrenica innamorata del cantante Bryan Adams (da cui immagina di essere ricambiata), che per scherzo viene chiesta in moglie da uno dei soldati, Ahmed (Sultan Islamov): è attraverso i suoi occhi – oltre che quelli dei suoi compagni – che osserviamo le follie della guerra e giungiamo a chiederci se siano più sani i matti o coloro che stanno fuori, impegnati a massacrarsi fra loro anche quando potrebbero essere amici (vedi l'incontro fra i due comandanti, quello russo e quello ceceno). Forse ispirato a "Tutti pazzi meno io" di Philippe De Broca, uno dei film più gradevoli e riusciti di Konchalovsky, le cui atmosfere attraversano un ampio ventaglio di toni e di situazioni: dal caotico e confusionario mondo dei malati di mente (che però, a modo loro, un ordine e un'organizzazione ce l'hanno, con ruoli ben definiti per ciascuno di essi) al surreale e onirico universo della protagonista (con le apparizioni a sorpresa di Bryan Adams nella sua immaginazione), dalla satira sulla guerra (di cui mostra sia il lato cruento che quello assurdo e grottesco: a tratti i soldati sembrano più "schizzati" dei matti) ad episodi di volta in volta felliniani e leggeri, di convivialità o di tragica drammaticità. Il tutto senza mai essere retorico, rischio principale per questo tipo di film (con l'elogio della follia e dell'escapismo o il messaggio antibellico a tutti i costi), e presentando alcuni momenti di regia, di fotografia e di scrittura assai elevati. In ogni caso, se i "malati di mente" non hanno una reale consapevolezza del mondo esterno (o ce l'hanno parecchio deformata), anche perché isolati in un vero e proprio microcosmo che lo riflette al proprio interno, gli orrori e le assurdità della guerra arrivano comunque a sfiorarli (e a cambiarli): alla fine, però, proprio il maniconio si rivelerà l'oasi perfetta per sfuggire alla pazzia fuori imperante. Nel cast anche Stanislav Varkki, Yevgeni Mironov, Elena Fomina e lo stesso Bryan Adams. Premio speciale della giuria al Festival di Venezia.

27 dicembre 2018

La dominatrice (George Stevens, 1935)

La dominatrice (Annie Oakley)
di George Stevens – USA 1935
con Barbara Stanwyck, Preston Foster
**1/2

Visto in TV.

Annie Oakley, ragazza di campagna e tiratrice provetta, entra a far parte dello spettacolo itinerante di Buffalo Bill sul Selvaggio West, dove si conquista lentamente il rispetto e l'ammirazione dei suoi colleghi maschi. Qui si invaghisce della star Toby Walker, scalzando ben presto il suo nome dai cartelloni. Ma se tutti credono che fra di loro ci sia un'accesa rivalità, o addirittura che si odino a morte, in realtà i due si amano in segreto... Biografia romanzata di una delle più celebri pistolere della sua epoca, realmente vissuta, che si esibì in tour anche in Europa davanti a re e imperatori. Un'ottima Stanwyck, decisa e sicura di sé ma anche dolce e innocente, rende giustizia a un personaggio forte e indipendente, mentre il tiratore damerino e sciovinista (almeno in apparenza) interpretato da Preston Foster è ispirato al vero marito di Annie, Frank Butler. Moroni Olsen è Buffalo Bill, Melvyn Douglas è l'impresario Jeff Hogarth (che si contende con Toby l'amore di Annie), Chief Thunderbird è Toro Seduto, Dick Elliott (non accreditato) è Ned Buntline, i cui romanzi pulp e le cui trovate pubblicitarie contribuiscono ad accrescere la fama di Annie e a fomentare in pubblico la sua rivalità con Toby (in maniera non dissimile dai feud dei lottatori di wrestling). In effetti, il tema della realtà e della finzione ricorre a più riprese: lo spettacolo di Buffalo Bill "ricostruisce" eventi del west (come gli assalti alle carovane) a beneficio degli spettatori, suscitando la perplessità di chi quegli eventi li ha realmente vissuti (come gli indiani). E le gare di tiro a segno sono soltanto elaborate pantomime, per quanto l'abilità dei tiratori sia indubbia. D'altronde siamo ormai alla fine dell'ottocento, quando il west sta uscendo dalla storia per diventare leggenda. Un po' sbilanciato sul versante romantico, il film scorre piacevolmente grazie alle buone interpretazioni e alla regia di Stevens, pur con qualche gag di troppo e qualche ingenuità figlia del suo tempo (vedi la rappresentazione di neri e indiani). Annie Oakley sarà al centro anche del musical (e film) "Anna prendi il fucile".

25 dicembre 2018

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (Mel Stuart, 1971)

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
(Willy Wonka & the Chocolate Factory)
di Mel Stuart – USA 1971
con Gene Wilder, Peter Ostrum
***

Rivisto in divx.

Il piccolo Charlie Bucket (Peter Ostrum), povero e orfano di padre che lavora per mantenere la sua numerosa famiglia (la madre e i quattro nonni), scopre di essere uno dei cinque fortunati bambini che, grazie al "biglietto dorato" trovato all'interno delle tavolette di cioccolato prodotte da Willy Wonka, potranno visitare la leggendaria fabbrica in cui il suo misterioso proprietario (Gene Wilder) vive da anni come un recluso, nel timore che gli rubino i segreti. Accompagnato dal nonno Joe (Jack Albertson), Charlie scoprirà così un mondo favoloso e incantato, colmo di dolci e di prelibatezze, di fiumi di cioccolata e cespugli di caramelle, di stravaganti invenzioni "impossibili", di creature strane o fantastiche (come gli Umpa Lumpa, sorta di folletti dalla pelle arancione e dai capelli verdi che lavorano alla produzione dei dolciumi), ma anche di regole severe e di prove da superare. E mentre gli altri bambini si dimostreranno ingordi, disobbedienti, avidi o maleducati, ricevendo le appropriate punizioni, soltanto il gentile e generoso Charlie saprà vincere ogni tentazione e giungere indenne fino alla fine del viaggio, conquistandosi così il rispetto di Wonka che lo renderà suo erede. Da un romanzo di Roald Dahl (che collaborò alla sceneggiatura, poi rimaneggiata da David Seltzer), una colorata fiaba moderna a sfondo morale che comincia come un melodramma dickensiano e si trasforma in un incrocio fra "Alice nel paese delle meraviglie" e "Il mago di Oz". Accolta tiepidamente alla sua uscita, la pellicola è diventata – nel corso degli anni e per via dei ripetuti passaggi televisivi – un vero cult movie, anche grazie ai suoi momenti surreali e grotteschi, al mix fra il candore infantile e le inquietanti vicissitudini all'interno della fabbrica, e alla recitazione di Wilder (trattenuta e mai sopra le righe), che rende Wonka un personaggio indimenticabile: stravagante, appariscente (con giacca viola e cilindro color ciocciolata), burlone, ma anche serio e indecifrabile, che parla per citazioni (spesso stravolgendole) e resta enigmatico fino alla fine. Circondato dagli Umpa Lumpa, è in fondo una specie di Babbo Natale (il che spiega come mai la pellicola, pur non essendo esplicitamente natalizia, venga spesso programmata durante le festività).

Le svariate invenzioni di Wonka nascondono spesso un lato oscuro o pericoloso: dalla caramella che non si consuma mai, alle gomme che gonfiano chi le mastica, dalle bibite "frizzosollevanti" (che Charlie e il nonno bevono nonostante fosse stato proibito, dimostrando che anche il protagonista "buono" ha la tentazione di compiere qualche trasgressione), alle oche giganti che depongono uova dorate, dalla wonka-visione (una tv che rimpicciolisce oggetti e persone) all'ufficio dove ogni cosa è divisa a metà. Così come alcuni ambienti possono essere paurosi (il tunnel, per esempio), e certe situazioni anche impressionanti per un bambino (Violet che si gonfia) o poco politically correct (i rutti per tornare a terra dopo aver bevuto la bibita gassata). Fra le numerose canzoni, forse non tutte memorabili (soprattutto quelle della prima parte), la più famosa è "Pure Imagination", cantata dallo stesso Gene Wilder (si sente anche in versione strumentale sui titoli di testa), ma non va dimenticata quella (orecchiabilissima) degli Umpa Lumpa, che si ripete ogni volta che uno dei bambini "fallisce" una prova. Certo, in assenza di effetti digitali e di CGI il tutto ha un aspetto un po' cheap, ma fa parte del suo fascino "artigianale". Girato (per risparmiare) a Monaco di Baviera, rimane a oggi il film più famoso di Mel Stuart, regista mestierante e assai prolifico, nonché l'unica prova d'attore di Peter Ostrum (che dopo il ruolo di Charlie scelse di abbandonare il cinema). Gli altri bambini che vengono ammessi nella fabbrica (cisacuno accompagnato da un membro della famiglia) sono l'ingordo tedesco Augustus, la ricca e viziata Veruca, la sgarbata e disobbediente Violet, e il teledipendente Mike. Robert Kaufman, non accreditato, ha scritto le scenette comiche e satiriche che ironizzano sulla Wonka-mania durante la ricerca dei biglietti dorati. Nel 2005 arriverà un remake di Tim Burton con Johnny Depp (da noi intitolato semplicemente "La fabbrica di cioccolato").

24 dicembre 2018

Tangerine (Sean Baker, 2015)

Tangerine (id.)
di Sean Baker – USA 2015
con Kitana Kiki Rodriguez, Mya Taylor
**1/2

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Appena uscita di prigione dopo un mese di detenzione, la prostituta transgender Sin-Dee (Kitana Kiki Rodriguez) viene a sapere dall'amica Alexandra (Mya Taylor) che il suo "fidanzato" e pappone Chester (James Ransone) l'ha tradita con una delle sue ragazze, Dinah (Mickey O'Hagan). E mediterà vendetta, lanciandosi alla sua ricerca per l'intera giornata (il film si svolge tutto alla vigilia di Natale, per le strade e i quartieri di una Hollywood di periferia, come il celebre Santa Monica Boulevard). La loro storia si intreccia con quella di Razmik (Karren Karagulian), tassista armeno con una passione per le prostitute trans, alle prese con una suocera impicciona (Alla Tumanian). In questo piccolo film indipendente e a basso costo, con uno stile esuberante e spigliato, favorito da una fotografia ipersaturata e dalla rapidità di azione (l'intera pellicola è stata girata con un Apple iPhone 5S), Baker ci offre uno spaccato di vita su personaggi dall'esistenza non proprio regolare, ma comunque ritratti in maniera simpatica e senza moralismo. L'ambientazione natalizia (ma del tutto sui generis: non c'è neve, né alberi, né altro di tipico della stagione) rende la vicenda quasi un "cantico di Natale" sul tema dell'amicizia e della riconciliazione. Fra le scene da ricordare: quella del pompino nell'autolavaggio, l'esibizione di Alexandra in un locale (dove canta "Toyland"), la "resa dei conti" quando tutti si ritrovano in un negozio di ciambelle, la riappacificazione finale fra Sin-Dee e Alexandra nella lavanderia a gettore. Luiza Nersisyan è la moglie di Razmik, la pornostar Ana Foxxx è la prostituta Selene. Nella colonna sonora spunta all'improvviso (e in maniera inaspettata) l'ouverture Coriolano di Beethoven.

23 dicembre 2018

Dio esiste e vive a Bruxelles (J. Van Dormael, 2015)

Dio esiste e vive a Bruxelles (Le Tout Nouveau Testament)
di Jaco Van Dormael – Belgio/Fra/Lux 2015
con Benoît Poelvoorde, Pili Groyne
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dio, con aspetto dimesso e trasandato (sovrappeso, bevitore di birra, perennemente in canottiera e vestaglia), abita in uno squallido appartamento di Bruxelles, dal quale controlla il mondo da lui creato e si diverte a tormentare l'umanità, attraverso un vetusto computer, con "leggi universali della sfiga" che ricordano quelle di Murphy. Stufa del suo caratteraccio e dei suoi abusi, sua figlia Ea, di dieci anni, decide di andarsene di casa (dopo aver indispettito il padre, inviando a tutti gli abitanti del pianeta – attraverso un messaggio sul telefonino – la propria data di morte) e di fare come prima di lei aveva fatto suo fratello J.C.: cercarsi degli apostoli (sei persone scelte a caso, in modo da portare il totale a 18) e diffondere il suo "Nuovo nuovo testamento". Un'insolita pellicola satirica e filosofica, surreale ed esistenzialista, con la quale Van Dormael cerca di lanciare un messaggio chiaro, per quanto per nulla religioso o trascendentale: Ea afferma che "non c'è nulla dopo la morte", e la felicità va ricercata durante la vita, nel presente. L'insieme, non sempre omogeneo, a tratti ricorda "Amelie" ma anche certe cose di Greenaway, di Von Trier e di Jodorowsky. Ma se la cornice è decisamente interessante (nonché irriverente quasi come il "Dogma" di Kevin Smith), quando l'attenzione si sposta sui sei apostoli il film si fa più pretenzioso e noioso, con le sue divagazioni sulla vita, la morte e l'amore. E mentre si sopportano le vicende di questi sei personaggi (Laura Verlinden, Didier De Neck, Serge Larivière, François Damiens, Catherine Deneuve, Romain Gelin), che man mano interagiscono fra loro (Ea rivela che ciascuno ha una propria "musica interiore"), di fatto si aspetta in continuazione che ritorni in scena il Dio interpretato da Poelvoorde, con tutto il suo carico di misantropia, sadismo, sciattezza e volgarità. Yolande Moreau è la moglie di Dio, dea della natura; Marco Lorenzini è Victor, il barbone che scrive il "Nuovo nuovo testamento".

22 dicembre 2018

Howard e il destino del mondo (W. Huyck, 1986)

Howard e il destino del mondo (Howard the Duck)
di Willard Huyck – USA 1986
con Lea Thompson, Jeffrey Jones
*1/2

Rivisto in TV.

Proveniente da un mondo parallelo popolato da paperi antropomorfi, Howard viene trasportato da un misterioso raggio di energia fino al nostro pianeta, dove farà amicizia con la giovane rocker Beverly (Lea Thompson) e dovrà vedersela con uno scienziato (Jeffrey Jones) trasformatosi in mostro. Dal fumetto Marvel ideato da Steve Gerber, che aveva furoreggiato negli anni '70 prima di essere interrotto per dispute legali fra l'editore e l'autore, una delle più famigerate e imbarazzanti pellicole associate alla Casa delle Idee (anche se vanta il primato di essere il primo film uscito al cinema basato su un personaggio Marvel). Prodotta dalla Lucasfilm e stroncata da critica e pubblico, la sua lavorazione ha attraversato varie fasi: inizialmente avrebbe dovuto essere un film a cartoni animati, per poi passare alla live action (con il personaggio modificato nell'aspetto per non assomigliare troppo ai pennuti della Disney). Nei fumetti, Howard il papero era cinico e sarcastico, e l'umorismo assurdo e surreale nascondeva una feroce satira allo stile di vita di noi "scimmie senza pelo", nonché all'industria dell'entertainment. Nulla di tutto questo si ritrova nel film, che a parte poche scene e un certo fascino camp dovuto all'understatement di situazioni tipiche della fantascienza, non è altro che un'avventura fracassona e infantile contro un nemico generico (uno degli "occulti supersovrani dell'universo") che vuole distruggere il mondo. A parte la sceneggiatura e i dialoghi, però, il vero problema è il protagonista stesso, privo di espressioni e per nulla credibile: in assenza di CGI, è evidente che siamo di fronte a un pupazzo animato (in alcune scene) oppure a un mascherone come quelli di Disneyland (indossato da Ed Gale e da altri cinque "attori"). Difficile anche comprendere il target della pellicola: tutto lascia pensare che sia diretta a spettatori minorenni o adolescenti, ma non mancano riferimenti e accenni a situazioni "adulte" (Howard ha un preservativo nel portafoglio e trova momentaneamente lavoro in una spa erotica). Nel cast anche un giovane Tim Robbins. Willard Huyck (anche sceneggiatore insieme alla moglie Gloria Katz) era stato un compagno di Lucas alla scuola di cinema, e aveva collaborato con lui al copione di "American Graffiti": questo è il suo quarto e ultimo film come regista.

20 dicembre 2018

Roma (Alfonso Cuarón, 2018)

Roma (id.)
di Alfonso Cuarón – Messico 2018
con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira
***

Visto in TV, con Giovanni e Daniela.

Il titolo si riferisce alla Colonia Roma, il quartiere residenziale di Città del Messico dove è nato lo stesso Cuarón, e dove vive la famiglia benestante (il dottor Antonio, sua moglie Sofia, i quattro figli, la nonna Teresa e il cane Borras) di cui la protagonista Cleo – una donna di etnia mixteca – è la domestica. Vincitore del Leone d'Oro al Festival di Venezia, più che su una trama complessa il film – che è semi-autobiografico, essendo ispirato a ricordi e personaggi conosciuti dal regista in gioventù – punta sul racconto della quotidianità e sulla ricostruzione di un'atmosfera e di un periodo storico ben preciso (i primi anni settanta). Certo, Cleo vive drammi personali (frequenta Fermín, un ragazzo che la abbandona quando rimane incinta; subirà un aborto), ma è soprattutto testimone silenziosa degli avvenimenti che si svolgono attorno a lei: da quelli legati alla famiglia per cui lavora (Antonio abbandona la casa, lasciando da sola la moglie con i figli) a quelli che sconvolgono l'intero paese (il terremoto, le proteste di strada, con gli scontri fra studenti e gruppi paramilitari). Fra alti e bassi, le due donne (Cleo e Sofia) dovranno così imparare a cavarsela da sole, all'insegna di un'amicizia e di una solidarietà che travalica le differenze di classe. Anche perché, a suo modo, Cleo ha sempre fatto parte della famiglia, occupandosi della casa e dei bambini. Girato splendidamente, con una magnifica e luminosa fotografia digitale in bianco e nero (dello stesso Cuarón) che valorizza i paesaggi e gli ambienti con la sua profondità di campo, e tutta la maestria tecnica alla quale il regista ci ha abituato in passato (bellissimo, per esempio, il piano sequenza nel finale sulla spiaggia, con il salvataggio dei bambini fra le onde da parte di Cleo), rispetto ai precedenti lavori il film è decisamente anti-hollywoodiano e ricorda per molti versi le pellicole del regista filippino Lav Diaz (anche se i tempi, pur lenti, non sono dilatati a quei livelli). È inoltre impreziosito da una grande attenzione per i dettagli, da una curatissima ricostruzione storica, da mille particolari e simboli (uno su tutti: l'automobile di Antonio, così larga da entrare a malapena nell'androne della casa, verrà sostituita da Sofia con un modello più piccolo e maneggevole non appena la donna si sarà fatta una ragione del suo abbandono). Molte comunque le scene memorabili (l'esibizione di arti marziali di Fermín, nudo, con il bastone della doccia; l'allenamento di gruppo guidato dal "professor Zovek", interpretato dal luchador Latin Lover; l'incendio nel bosco durante la notte di Capodanno). E non mancano comunque momenti di grande intensità emotiva, come tutta la sequenza del parto di Cleo in ospedale. La pellicola è dedicata a Liboria "Libo" Rodríguez, la domestica di casa Cuarón sin da quando il regista aveva nove mesi. Yalitza Aparicio, la protagonista, non aveva mai recitato in precedenza. Il regista ha affermato di aver scelto il nome Cleo in ossequio al film di Agnès Varda "Cleo dalle 5 alle 7". Curiosità: quando i bambini vanno al cinema a guardare "Abbandonati nello spazio", Cuarón sembra voler fare riferimento al suo maggior successo precedente, "Gravity".

18 dicembre 2018

Le notti di Cabiria (F. Fellini, 1957)

Le notti di Cabiria
di Federico Fellini – Italia 1957
con Giulietta Masina, François Périer
***1/2

Visto in divx.

Maria Ceccarelli, in arte Cabiria (il nome è un omaggio al leggendario film muto del 1914, ideato nientemento che da Gabriele D'Annunzio), è una prostituta di Roma, una popolana minuta e sgraziata che lavora di notte fra le rovine della "Passeggiata Archeologica". Assai diversa dalle sue colleghe e compagne di borgata, cerca di mantenersi a galla con una certa dignità (si vanta di possedere una casa e di non aver mai dormito per la strada), senza mai smettere di sognare l'amore e una vita migliore. La pellicola la segue attraverso una serie di episodi apparentemente slegati fra loro, cominciando da quando viene "mollata" da Giorgio, suo sedicente fidanzato che le ruba la borsa e la getta nel Tevere, da dove viene ripescata da alcuni ragazzini. Fra le sue avventure notturne spiccano l'incontro con il grande e attempato divo del cinema Alberto Lazzari (Amedeo Nazzari, praticamente nei panni di sé stesso), che la invita nella sua lussuosa villa dopo aver litigato con l'amante (Dorian Gray), salvo abbandonarla quando si riappacifica con quella; l'episodio dell'uomo con il sacco, che si aggira per le campagne romane a fare "beneficenza laica" ai poveri e diseredati che vivono nelle grotte e nelle catacombe (una sequenza eliminata dalla censura, per essere poi recuperata nella versione restaurata del film, e che era stata ispirata a Fellini dall'incontro con una persona reale); il pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Divino Amore, alla quale Cabiria chiede inutilmente la grazia di poter "cambiare vita"; la scena dell'ipnotizzatore (Aldo Silvani), che riesce in qualche modo a portare allo scoperto l'innocenza e la tenerezza che la donna nasconde sotto la sua scorza cinica; e naturalmente tutta la parte finale in cui Cabiria si illude di aver trovato un uomo che l'ama e che la vuole sposare nonostante il suo passato (François Périer), salvo rendersi conto che si tratta dell'ennesimo profittatore (in un pre-finale che riecheggia l'incipit). Ma una materia che nelle mani di un altro regista avrebbe potuto sfociare nel patetismo e nel melodrammatico, in mano a Fellini diventa fiaba e poesia, come dimostra il bellissimo finale in cui Cabiria, rimasta ormai senza nulla, torna a sorridere alla vita quando viene affiancata e circondata da ragazzi che suonano e che ballano, come in una specie di circo: e la lacrima cristallizzata sul viso, mentre guarda in macchina cercando quasi il contatto con lo spettatore, la accomuna subito a Gelsomina, al Matto e agli altri personaggi de "La strada". È proprio la sua innocenza interiore, più che quello che ha vissuto nel corso del suo lavoro, a darle forza e speranza e a proteggerla dal male che la circonda. Il personaggio, sempre interpretato dalla Masina (che qui sforna forse la prova migliore della sua carriera), era già apparso in una breve scena del primo film di Fellini, "Lo sceicco bianco": qui viene arricchito dai racconti e dalle esperienze di una vera "passeggiatrice" romana, conosciuta da Fellini durante le riprese de "Il bidone". Il risultato è un ricco e colorato affresco d'ambiente, mai sopra le righe o accondiscendente verso i personaggi e il mondo disperato in cui vivono. Grande successo di critica, con numerosi riconoscimenti (fra cui l'Oscar per il miglior film straniero e il premio per la migliore attrice a Cannes). Franca Marzi è l'amica Wanda, Ennio Girolami è il giovane magnaccia, Mario Passante è lo zio zoppo. La sceneggiatura di Fellini, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli (alla quale ha collaborato anche Pier Paolo Pasolini, cui si deve evidentemente il "realismo" dei dialoghi) ispirerà il musical di Broadway "Sweet Charity" e l'omonimo film di Bob Fosse.

17 dicembre 2018

A bigger splash (Luca Guadagnino, 2015)

A bigger splash
di Luca Guadagnino – Italia/Francia 2015
con Ralph Fiennes, Tilda Swinton
**

Visto in TV.

L'introverso fotografo Paul (Matthias Schoenaerts) e la cantante rock Marianne (Tilda Swinton), temporaneamente muta perché operata alle corde vocali, sono in vacanza a Pantelleria. Qui vengono raggiunti da Harry (Ralph Fiennes), produttore musicale ed ex fidanzato di Marianne, insieme alla sua giovanissima figlia Penelope (Dakota Johnson). L'entusiasmo invadente di Harry e la provocante sensualità di Penelope incrinano subito il fragile equilibrio, portando alla luce tensioni pronte a scoppiare... Remake de "La piscina" di Jacques Deray, è un raro caso in cui il rifacimento è migliore dell'originale. Rispetto al film del 1969, infatti, c'è maggiore attenzione nella caratterizzazione dei personaggi, cui viene fornito un background interessante (il tentato suicidio di Paul, per esempio) e vengono indagate le relazioni passate (anche grazie ad alcuni brevi flashback). L'ottima prova dei quattro protagonisti (strepitoso soprattutto Fiennes, davvero in gran forma: e dire che nel film di Deray il personaggio di Harry era quasi insignificante, mentre qui è una forza trainante) e la bella ambientazione (una Pantelleria immersa in un'atmosfera pigra ed estiva, simile a quella che Guadagnino riproporrà in "Chiamami col tuo nome") rendono assai piacevole il film almeno per due terzi. Ma nell'ultima mezz'ora crolla tutto, anche perché la trama è in fondo poco interessante, la svolta da thriller impedisce il naturale sviluppo dei temi imbastiti fino ad allora, e la pellicola scivola verso un finale deludente (imbarazzante e del tutto fuori posto, poi, la scena finale dell'autografo sotto la pioggia). Nel cast anche Aurore Clément, Lily McMenamy e Corrado Guzzanti (il maresciallo dei carabinieri). Fastidioso il doppiaggio nella sequenza dell'interrogatorio di Marianne (dove era evidente che in originale i personaggi parlavano lingue diverse, per mezzo di un interprete). Tante le nudità integrali (anche per Fiennes e la Johnson), mentre il setting "esotico" lascia immaginare che il film fosse rivolto a un pubblico internazionale più che a quello italiano. Inevitabili, ma spuri, i molti riferimenti all'emergenza dei migranti. Nella colonna sonora, alcuni brani del "Falstaff" di Verdi. Il titolo è preso da un dipinto pop di David Hockney.

16 dicembre 2018

Il tagliagole (Claude Chabrol, 1970)

Il tagliagole (Le boucher)
di Claude Chabrol – Francia 1970
con Stéphane Audran, Jean Yanne
***

Visto in TV.

La signorina Hélène (Audran, all'epoca moglie del regista e protagonista in molti suoi film), direttrice e insegnante di una scuola elementare in un paesino di provincia, comincia a frequentare Popaul (Yanne), garbato macellaio con un lungo passato da soldato nelle guerre coloniali in Algeria e Indocina. Quando nei boschi circostanti vengono ritrovati i cadaveri di alcune ragazze, uccise a colpi di coltello, la donna inizia a sospettare che l'assassino possa essere proprio lui... Girato nel villaggio di Trémolat (vicino ai Pirenei: le grotte con i disegni rupestri che la scolaresca visita sono quelle di Cougnac), un giallo a tratti hitchcockiano (si pensi all'indizio dell'accendino) che però, più che sul mistero poliziesco, vuole indagare sulle inquietudini del quotidiano e della "borghesia di provincia", temi di cui Chabrol sarà uno dei massimi cantori. Semplice come trama (e praticamente con due soli personaggi: i bambini della scuola, gli altri insegnanti e il poliziotto che indaga non sono che comparse), la pellicola scorre piacevolmente grazie alla buona caratterizzazione dei due protagonisti (Hélène, trentenne e single per scelta; Popaul, affabile ma inquieto e represso), la cui platonica storia d'amore è raccontata con realismo e sensibilità, e al setting agli antipodi rispetti ai consueti noir o thriller: urbani quelli, rurale questo (ma i francesi sono maestri nell'ambientare film di questo tipo in piccoli paesini di provincia, sin dai tempi de "Il corvo" di Clouzot). Il titolo originale era semplicemente "Il macellaio".

15 dicembre 2018

Epidemic (Lars von Trier, 1987)

Epidemic (id.)
di Lars von Trier – Danimarca 1987
con Lars von Trier, Niels Vørsel
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Incaricati di scrivere un copione, il regista Lars (von Trier) e lo sceneggiatore Niels (Vørsel) decidono di raccontare la storia di un'epidemia che dilaga in Europa, prendendo spunto dalle vere pestilenze che hanno sconvolto il vecchio continente nel medioevo. Il loro protagonista, il dottor Mesmer (il nome, forse non a caso, è quello dell'inventore del mesmerismo) è un giovane medico idealista che sceglie di abbandonare la città fortificata, che si è isolata per paura del contagio, per portare le proprie cure nelle campagne e nelle regioni più colpite dalla malattia. Ma durante i cinque giorni in cui Lars e Niels lavorano alla sceneggiatura, a loro insaputa una vera epidemia si sta diffondendo fra la popolazione... Il secondo lungometraggio di LVT dipana la sua trama su più livelli (i due cineasti al lavoro, il film da loro scritto, il mondo circostante), affrontando così il tema dell'infezione da più punti di vista: la natura che impazzisce senza motivo, l'uomo che avvelena sé stesso (il viaggio nella Germania industrializzata e inquinata), i provvedimenti che si rivelano inutili per arrestare il contagio (la chiusura della città, la formazione di un governo fatto solo da medici, con alcuni tocchi ironici: l'anestesista come ministro dell'istruzione, per esempio), l'impotenza della teologia di fronte alla morte... C'è anche spazio per alcune sequenze che sembrano poco collegate con il resto (il racconto di Niels sulle "ragazze di Atlantic City", con cui ha corrisposto per lettera facendosi passare per un liceale; la scena dell'ipnotismo). L'amico che i due incontrano a Colonia è Udo Kier, qui alla prima collaborazione con LVT (e l'aneddoto che racconta, il bombardamento dell'ospedale quando è nato, è reale). Formalmente la pellicola si fa notare per il bianco e nero, la camera a mano, il mix di immagini girate in 35 e 16 mm, oltre che per la scritta con il titolo del film e il simbolo del copyright, in rosso, stabilmente in sovrimpressione nell'angolo in alto a sinistra dello schermo, come a indicare che si tratta di una copia di lavorazione. Ma nell'insieme resta un film d'autore un po' pretenzioso e convoluto, anche se alcuni spunti interessanti, come detto, non mancano (bellissima la sequenza in cui Mesmer, attaccato a una bandiera della croce rossa e trasportato da un elicottero, pare "volare" sopra i campi di grano), anche per via della struttura a "scatole cinesi" (la scatola più esterna, quella in cui Lars von Trier interpreta sé stesso, è forse la nostra realtà, il che ne fa un film horror). La colonna sonora del film-nel-film è data dall'ouverture del "Tannhäuser" di Wagner, mentre il testo della canzone sui titoli di coda ("Epidemic - We all fall down") è scritto dagli stessi Lars e Niels.

13 dicembre 2018

Lola Darling (Spike Lee, 1986)

Lola Darling (She's Gotta Have It)
di Spike Lee – USA 1986
con Tracy Camilla Johns, Redmond Hicks
***

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Nola Darling (Tracy Camilla Johns) – chiamata Lola nel doppiaggio e nel titolo italiano – vive a Brooklyn in un grande attico, fa l'artista e ha una vita sessuale particolarmente attiva, visto che si destreggia fra tre uomini diversi (consapevoli della cosa, pur accettandolo a fatica ed essendo gelosi l'uno dell'altro): il maturo e sensibile Jamie (Redmond Hicks), l'infantile e scanzonato Mars (interpretato dallo stesso regista) e il vanesio e salutista Greer (John Canada Terrell). Primo vero film di Spike Lee (il precedente "Joe's Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads" era stato girato come tesi di laurea), ha il grande pregio di presentare un personaggio femminile indipendente, lontano dagli stereotipi dei neri (e delle donne) delle pellicole hollywoodiane. In fondo i personaggi sono di colore, ma potrebbero anche non esserlo, visto che non è questo a caratterizzarli (a differenza di quelli visti fino ad allora sul grande schermo). Nola è irrequieta e in cerca di qualcosa, ma anche libera e sicura di sé, capace di tenere sempre salde le redini del gioco. Dei suoi tre amanti, comunque, è evidente da subito come Jamie sia "quello giusto": gli altri sono solo un divertimento estemporaneo. Se la forma della pellicola è parecchio "cinefila", con molteplici rimandi e omaggi alla Nouvelle Vague (le interviste dei personaggi che parlano allo spettatore guardando in camera, la fotografia "povera", sgranata e in bianco e nero: c'è un'unica sequenza a colori, quella del balletto, che è giustificata e introdotta da un riferimento a "Il mago di Oz"), i contenuti sono all'insegna di freschezza e autenticità: dai dialoghi, che parlano di sesso in maniera aperta, all'ambientazione in una Brooklyn ritratta con cura e affetto. Il tutto ricorda un po' anche i primi, coevi, lavori di Jim Jarmusch. Oltre a recitare nei panni di Mars (un personaggio che riprenderà poi in una serie di spot per la Nike), Spike Lee coinvolge suo padre Bill (nel ruolo del padre di Nola, anche autore della colonna sonora) e sua sorella Joie (Clorina, l'ex coinquilina della protagonista). Raye Dowell è Opal, l'amica lesbica. Dieci anni più tardi il regista tornerà su temi simili in "Girl 6 - Sesso in linea". Nel 2017 lo stesso Lee ne ha fatto un remake sotto forma di serie televisiva per Netflix.

12 dicembre 2018

The program (Stephen Frears, 2015)

The program (id.)
di Stephen Frears – GB/Francia 2015
con Ben Foster, Chris O'Dowd
**

Visto in TV.

Il film racconta quello che fu definito "il piu sofisticato programma di doping nella storia dello sport", messo in piedi dal ciclista Lance Armstrong (Ben Foster) per vincere sette Tour de France consecutivi (dal 1999 al 2005), che poi gli furono revocati. Basato sul libro "Seven Deadly Sins" del giornalista David Walsh (qui interpretato da Chris O'Dowd e vero eroe positivo della storia, in contrapposizione al "cattivo" Armstrong), la pellicola è quasi una docu-fiction, visto che si limita a riproporre gli eventi (ricostruendoli con attori) e rinuncia a "scavare" nei personaggi, soprattutto in Armstrong stesso, di cui – a parte l'arroganza e la smisurata ambizione – non veniamo a sapere nulla che non riguardi le corse e il doping. Affidandosi alle pratiche illegali del medico sportivo Michele Ferrari (Guillaume Canet) e radunando attorno a sé una squadra di corridori disposti a tutto pur di vincere, Armstrong eluse per anni i controlli antidoping in maniera calcolata e scientifica, rimanendo sempre un passo avanti agli altri. E nel frattempo divenne un vero e proprio idolo delle folle, un modello di vita anche al di fuori delle corse, grazie ai suoi discorsi ispirazionali e alla sua fondazione benefica contro il cancro (lui stesso fu operato ai testicoli, prima di iniziare la sua cavalcata vittoriosa). Interessante come ricostruzione degli eventi e come sguardo su un mondo che dovrebbe essere di sana competizione e invece è fatto di menzogne e inganni, ottimi gli attori (Jesse Plemons è il gregario Floyd Landis, Lee Pace è l'agente Bill Stapleton, Denis Ménochet è il direttore sportivo Johan Bruyneel, Dustin Hoffman ha un cameo nel ruolo dell'assicuratore Bob Hamman) e belle le riprese delle tappe di montagna, con le alpi sullo sfondo: ma la sceneggiatura semplifica molto il tema del doping (di cui mostra una visione parecchio ingenua: basta assumere l'EPO e si vince) e, come detto, non approfondisce i personaggi (forse con l'eccezione di Landis, di cui mostra i sensi di colpa dovuti al suo background religioso). Sui titoli di coda, "Everybody knows" di Leonard Cohen.

11 dicembre 2018

Soldi sporchi (Sam Raimi, 1998)

Soldi sporchi (A simple plan)
di Sam Raimi – USA 1998
con Bill Paxton, Billy Bob Thornton
**1/2

Rivisto in TV.

Hank Mitchell (Bill Paxton) conduce una vita semplice con la moglie Sarah (Bridget Fonda) e un modesto impiego in una cittadina fra le montagne del Minnesota. Tutto cambia quando, insieme al fratello sempliciotto Jacob (Billy Bob Thornton) e al miglior amico di questi, l'ubriacone Lou (Brent Briscoe), scopre un piccolo aeroplano caduto nella neve, a bordo del quale ci sono il cadavere del pilota e una borsa con oltre 4 milioni di dollari. I tre decidono di tenerseli senza dire niente a nessuno, evitando di spenderli prima che il velivolo venga ritrovato a primavera. Ma da subito le cose non vanno come previsto: non tutti sono in grado di mantenere il segreto, e sospetti e incidenti faranno precipitare la situazione. Una riflessione sulle conseguenze dell'avidità umana sotto forma di noir extraurbano, in uno scenario perennemente innevato dove gli animali – i corvi che osservano posati sui rami degli alberi come testimoni silenziosi, la volpe a caccia di prede nel bianco della neve – sono la metafora degli istinti predatori e dell'arrivismo degli esseri umani. Fosse stato girato con humour grottesco e sardonico, saremmo di fronte a una black comedy in stile "Fargo". Raimi, invece, coadiuvato dalla sceneggiatura di Scott B. Smith (che adatta un proprio romanzo), peraltro un po' troppo "costruita" e dal flusso di eventi non sempre naturale, sceglie i toni del dramma, caratterizzato da un intenso crescendo e dallo scavo psicologico nei personaggi. In particolare Hank, il protagonista principale della storia, si crede migliore degli altri (che guarda con disprezzo e dall'alto al basso), ma dovrà rivedere il proprio sistema di valori quando si ritroverà, proprio lui, a compiere le peggiori nefandezze (oltre che ad acquisire consapevolezza dei retroscena della propria vita che ignorava). Da notare anche il personaggio di Sarah, vera e propria "Lady Macbeth" di provincia, che consiglia il marito con piani e strategie senza scrupoli, spronandolo ad andare avanti quando questi ha dubbi o paura. Bella e funzionale l'ambientazione, inevitabile il finale con apologo morale. Nominato a due premi Oscar (per Billy Bob Thornton e per la sceneggiatura).

10 dicembre 2018

Il proiezionista (Andrei Konchalovsky, 1991)

Il proiezionista (The Inner Circle)
di Andrei Konchalovsky – Russia/Italia/USA 1991
con Tom Hulce, Lolita Davidovich
**1/2

Visto in divx.

Nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Ivan Sanchin (Tom Hulce) diventa il proiezionista privato di Iosif Stalin al Kremlino, dove avrà l'occasione di conoscere da vicino tutti gli "eroi della rivoluzione" che tanto ammira e idolatra. Rimarrà a far parte di questa "cerchia ristretta" fino al 1953, anno di morte di Stalin, quando finalmente si renderà conto della reale portata di quel "culto della personalità" che ha caratterizzato il suo paese (lui stesso, in un misto di ingenuità politica e furore patriottico, fino a poco prima affermava di amare Stalin più della moglie). Ispirata alla storia vera di Aleksander Ganshin, ancora vivo all'epoca in cui il film fu girato, la pellicola intreccia le vicende personali con quelle storiche, portando sullo schermo tutta l'atmosfera di paranoia e di delazione, dove ogni scusa era buona per denunciare un vicino di casa, un collega o persino un ufficiale come traditore o "nemico del popolo" (esemplare la scena iniziale in cui i Gubelmann, vicini di casa di Sanchin e della moglie Anastasia, vengono arrestati solo perché ebrei: la loro figlioletta Kayja, rinchiusa in un orfanotrofio, diventerà la ragione di vivere di Anastasia, e più avanti l'ancora di salvezza dello stesso Ivan). L'ottima ricostruzione storica e l'intensa prova di Hulce reggono fino in fondo un film al quale si può perdonare un pizzico di melodramma di troppo (nelle scene con la bambina), e che ha il merito di offrire uno sguardo inedito, umano e intimista, sulla dittatura e gli uomini che l'hanno guidata. Aleksandr Zbruyev è Stalin, Bob Hoskins è Beria, il capo del KGB. Fra i film che Stalin e gli altri membri del governo si fanno proiettare in privato da Sanchin, oltre a cinegiornali e pellicole di propaganda, ci sono soprattutto musical e commedie occidentali (come "Il grande valzer" di Duvivier).

8 dicembre 2018

Partitura incompiuta per pianola meccanica (N. Michalkov, 1977)

Partitura incompiuta per pianola meccanica
(Neokonchennaya pyesa dlya mekhanicheskogo pianino)
di Nikita Michalkov – URSS 1977
con Aleksandr Kalyagin, Yelena Solovey
***

Rivisto in DVD.

Anna Petrovna (Antonina Shuranova), nobildonna decaduta, ospita nella propria villa di campagna un gruppo di amici in una pigra giornata estiva: fra questi c'è Mikhail Platonov (Aleksandr Kalyagin), il maestro elementare del villaggio, che scopre che la nuova moglie del figliastro della padrona di casa è Sofia (Yelena Solovey), la ragazza che un tempo aveva amato e che aveva perso di vista da molti anni. Ispirato a un lavoro incompiuto di Anton Čechov, che Michalkov e il suo co-sceneggiatore Aleksandr Adabashian integrano con materiale proveniente da altri suoi scritti, il film racconta la presa di coscienza di un fallimento esistenziale, al tempo stesso personale (quello di Platonov, che un tempo tutti credevano destinato a grandi cose e che invece è rimasto imprigionato in una vita semplice e banale, in un distretto di periferia lontano dalla capitale: "Ho 35 anni e non ho fatto niente!", grida, paragonandosi a Napoleone e a Lermontov) ma anche di un'intera classe sociale: una borghesia aristocratica, annoiata e impotente, che parla molto e non conclude nulla (il medico rifiuta di accorrere da chi l'ha chiamato; chi vuole fuggire si addormenta nella carrozza senza cavalli; chi vuole suicidarsi buttandosi nel fiume cade in dieci centimetri d'acqua). Siamo all'inizio del ventesimo secolo: si parla di emancipazione femminile, delle teorie darwiniste, delle differenze di classe, ma sono tutti discorsi vuoti da parte di personaggi che si lasciano trascinare dal destino, come suggerisce la metafora della pianola meccanica che ripete la stessa melodia in maniera automatica, senza possibilità di variazione creativa. Un'impasse esistenziale e una decadenza dalla quale sarà possibile uscire solo grazie alle nuove generazioni (il film termina con un raggio di sole che illumina la pelle del più giovane del gruppo, il ragazzino al quale saranno affidate le speranze della nuova Russia). La bellissima atmosfera cechoviana (la stessa che ritroveremo in tanti film del regista, a partire dal capolavoro "Sole ingannatore") è perfettamente riprodotta sullo schermo, nei dialoghi e nel flusso degli eventi. La storia si dipana nell'arco di 24 ore, che iniziano all'insegna dell'allegria, delle risate, degli scherzi e dei giochi (anche stupidi) per farsi progressivamente più tesa, triste e malinconica, quando i nodi vengono al pettine e la verità spazza via le illusioni e le nostalgie ("Da giovani si crede nel futuro, in una vita lunga e felice"). Un simbolo di tutto ciò è la villa stessa, che ha decisamente visto tempi migliori ed è ora circondata da una vegetazione lussureggiante e fuori controllo. Ottimo il cast, che comprende Evgeniya Glushenko (Sasha, la moglie di Platonov), Oleg Tabarov, Yurij Bogatyriov e lo stesso Michalkov. Nella colonna sonora spicca "Una furtiva lagrima" di Donizetti, mentre la pianola suona una riduzione della seconda rapsodia ungherese di Liszt.

7 dicembre 2018

Ridere per ridere (John Landis, 1977)

Ridere per ridere (The Kentucky Fried Movie)
di John Landis – USA 1977
con Evan Kim, Bong Soo Han
**

Rivisto in divx.

Il secondo film di John Landis, scritto dal trio ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker, all'esordio cinematografico: fino ad allora avevano lavorato solo in teatro, firmandosi come The Kentucky Fried Theater, da cui il titolo originale della pellicola, che ovviamente fa il verso a una celebre catena di fast food) è una parodia della programmazione di un canale televisivo, con tanto di telegiornali, programmi di attualità, dibattiti, film e persino finte pubblicità. L'idea è forse ispirata a "The Groove Tube" di Ken Shapiro (1974, inedito in Italia): da notare che Landis, insieme ad altri registi, ripeterà l'esperimento nel 1987 con "Donne amazzoni sulla Luna". Trattandosi essenzialmente di un collage di sketch spesso scollegati fra loro, il risultato è diseguale: il film è composto per lo più da gag demenziali, volgari, nonsense o semplicemente stupide, giochi di parole puerili (molti dei quali andati persi nel doppiaggio italiano), nudità femminili gratuite e scenette di cattivo gusto. Ma ha anche dei difetti. No, parlando seriamente: oggi, in epoca di political correctness, sarebbe forse impossible realizzare un film come questo per il circuito mainstream (e senza il divieto ai minori!). E in mezzo all'anarchia e al trash si annidano perle di geniale umorismo, quasi da teatro dell'assurdo, che non sfigurerebbero in uno sketch dei Monty Python (la mia preferita è la scena dei prigionieri nelle gabbie all'interno del film "Per un pugno di yen": "Sono relitti che non sanno dove sono e non gliene importa..."). Fra le gag da ricordare: la rubrica dell'oroscopo, con il tormentone dei nati sotto il segno dei gemelli che devono "aspettarsi l'inaspettato" (e per tutto il film vengono colpiti da frecce vaganti); la proiezione del film "con gli effetti speciali" realizzati direttamente in sala dalle maschere del cinema; la pubblicità dell'Unione Amici della Morte, che suggerisce di reinserire i defunti nella società; il documentario sull'ossido di zinco; i finti trailer di pellicole in arrivo (tutte prodotte dal fittizio Samuel L. Bronkowitz, al cui nome si ispirerà il gruppo comico italiano Broncoviz), che appartengono ai generi di serie B più in voga negli anni '70: l'erotico soft-core ("Liceali cattoliche in calore"), il catastrofico ("Il giorno del giudizio"), la blaxploitation ("Cleopatra Schwartz"). E naturalmente la parte del leone (ovvero la "fetta" più consistente della pellicola, visto che dura oltre 30 minuti, ma anche il segmento più riuscito) è data dal suddetto "Per un pugno di yen", spoof de "I tre dell'operazione drago" e in generale di tutto il cinema di arti marziali, anche se il finale a sorpresa sconfina in un'altra celebre pellicola classica. Evan Kim è Loo, parodia di Bruce Lee, mentre il fantastico Bong Soo Han è il suo arcinemico Dottor Klahn (che, nella scena in cui parla in coreano, chiede scusa agli spettatori che conoscono questa lingua). per il resto, per tutto il film sono distribuiti camei e comparsate di attori noti come Donald Sutherland, George Lazenby, Bill Bixby e lo stesso John Landis. Nella scena al cinema si può notare il poster del suo primo film, "Slok".

6 dicembre 2018

L'elemento del crimine (Lars von Trier, 1984)

L'elemento del crimine (Forbrydelsens element)
di Lars von Trier – Danimarca 1984
con Michael Elphick, Jerold Wells
**1/2

Rivisto in DVD.

Sotto ipnosi al Cairo, un poliziotto rievoca la sua ultima missione in Europa, dove era stato richiamato due mesi prima per indagare sugli omicidi di un serial killer. Seguendo il metodo teorizzato dal suo anziano mentore (e descritto nel libro "L'elemento del crimine"), il detective si identifica nell'assassino, ripercorrendone tutti i passi. Il lungometraggio che segna l'esordio cinematografico di Lars von Trier (in precedenza autore di alcuni corti e mediometraggi realizzati da studente di cinema) è un noir lento e ipnotico, che punta le sue carte sull'atmosfera sospesa e misteriosa, sullo stile formalista e su una fotografia iperfiltrata, praticamente monocromatica (l'utilizzo di un'illuminazione con lampade a vapori di sodio rende le immagini color ambra o seppia), perennemente scura o con alternanza di luci e ombre come nell'espressionismo tedesco. Evidenti inoltre le ispirazioni al cinema di Tarkovskij (vedi anche le immagini di cavalli o asini morenti e l'abbondanza di acqua) e al mondo malsano de "L'infernale Quinlan" di Orson Welles. La storia stessa (e non solo perché è raccontata in prima persona dal protagonista, in trance, al suo terapista: il voice over, fra l'altro, richiama gli stilemi dell'hard boiled) ha una qualità onirica e kafkiana, mentre l'ambientazione è decadente: siamo in un mondo degradato e post-industriale, fra fabbriche dismesse, discariche, canali di scolo e uffici con posta pneumatica. L'intreccio poliziesco procede quasi in maniera random, scoprendo le sue carte con estrema lentezza (c'è di mezzo uno strano rituale, e anche la distribuzione geografica dei luoghi degli omicidi sembra avere una propria importanza), ma alla fine trova una risoluzione soddisfacente. Insieme ai successivi "Epidemic" ed "Europa", tutti scritti (come questo) da LVT insieme all'amico Niels Vørsel, il film forma un'ideale "trilogia europea".

4 dicembre 2018

Whiplash (Damien Chazelle, 2014)

Whiplash (id.)
di Damien Chazelle – USA 2014
con Miles Teller, J. K. Simmons
***

Visto in TV, con Sabrina.

Il diciannovenne Andrew Neiman (Teller), batterista jazz e studente presso il prestigioso conservatorio di musica Shaffer, entra a far parte dell'orchestra diretta dall'esigentissimo insegnante Terence Fletcher (Simmons), la cui fama è pari alla sua severità e al suo carattere intrattabile. Per stimolare gli studenti a dare il meglio di sé, infatti, Fletcher li spinge fino al limite, pretendendo il massimo impegno e non esitando a maltrattarli a parole e nei fatti (anche ricorrendo a feroci insulti, neanche fosse l'istruttore di "Full Metal Jacket"). Quello con Andrew, a sua volta ostinato e ambizioso, diventa così uno scontro di personalità, che il film descrive con intensità e in crescendo. Più che sulla musica in senso stretto, la pellicola affronta il mito (americano) del successo (la storia potrebbe essere ambientata in una palestra di pugilato o in qualsiasi altro ambiente competitivo, e non cambierebbe una virgola). Andrew aspira a diventare il batterista migliore della sua generazione, il numero uno, e per questo è disposto a versare (letteramente) sangue e sudore, sottoponendosi a durissime prove e a tutte le angherie di Fletcher. Che dal suo canto, per quanto collerico e vendicativo (ma in alcune scene suggerisce di avere anche un lato di grande sensibilità), intravede nel ragazzo un grande e potenziale talento, e proprio per questo lo mantiene sempre sul filo, senza dargli tregua o sicurezza. Entrambi i personaggi hanno lati negativi ed esagerati, e pur di raggiungere i rispettivi obiettivi passano sopra i rapporti umani: Andrew rinuncia agli amici o alla fidanzata, e segue la propria strada in maniera egoistica, come se fosse un vistuoso solista (dimenticandosi che fa parte di un ensemble); Fletcher calpesta i sentimenti e i sogni dei suoi studenti, non solo insultandoli e umiliandoli ma mettendoli anche l'uno contro l'altro. Il loro scontro sconfina sul piano fisico (nonostante si parli di musica, vediamo tanto sangue, dolore e sofferenza: forse il paragone con il pugilato o lo sport in generale non è campato per aria). Chazelle ha girato il film in preda alla frustrazione per l'impasse in cui si trovava un altro suo progetto, il musical "La La Land", che riuscirà a realizzare nel 2016 proprio grazie al successo di questo. Ottimo infatti il riscontro critico, con cinque nomination agli Oscar e tre statuette vinte (Simmons come miglior attore non protagonista, oltre a montaggio e sonoro). Il titolo "Whiplash" è quello di uno dei brani jazz (di Hank Levy) che vengono suonati ripetutamente (l'altro è "Caravan" di Duke Ellington).