24 ottobre 2014

La mandragora (Henrik Galeen, 1928)

La mandragora (Alraune)
di Henrik Galeen – Germania 1928
con Brigitte Helm, Paul Wegener
**

Visto su YouTube.

Interessato a indagare scientificamente se la leggenda della mandragora (la pianta dalle cui radici, nel medioevo, si credeva potesse nascere un homunculus) abbia un fondo di verità, uno scienziato (Paul Wegener) insemina artificialmente una prostituta e "crea" così una ragazza (Brigitte Helm) che adotta come se fosse sua figlia. Cresciuta in un convento, Alraune si rivela una donna senza morale, incapace di amare e di seguire le convenzioni sociali. Dopo svariate avventure (in fuga dal convento si aggrega a un circo, passando da un uomo a un altro), venuta a conoscenza della propria origine, decide di vendicarsi del professore, seducendo anche lui e portandolo alla rovina. Da un romanzo di Hanns Heinz Ewers pubblicato nel 1911 (e trasposto più volte sullo schermo: questa – insieme all'adattamento sonoro del 1930, sempre con la Helm – è la versione più celebre), una storia che aggiorna all'era della genetica il mito di Pigmalione ma soprattutto quello di personaggi come Frankenstein e il Golem (di quest'ultimo, proprio Wegener e Galeen avevano diretto la prima versione cinematografica nel 1915; lo stesso Wegener sarà il regista di altre due versioni del "Golem", fra cui quella più nota del 1920). Al tema della creazione di un essere umano in laboratorio si sovrappone, come nel romanzo di Ewers, quello dell'individualità e dell'eredità genetica che si contrappone alle influenze ambientali. Ma nonostante il soggetto e gli autori coinvolti, la pellicola non appartiene al genere horror/fantastico quanto a quello del melodramma sofisticato; e anche lo stile ha poco del classico espressionismo tedesco: persino la scena della nascita di Alraune non viene mostrata. Notevole, invece, la carica erotica di alcune scene, su tutte quelle della seduzione del professore-padre da parte di Alraune, che si colorano dunque anche di sfumature edipiche e incestuose. La Helm, già protagonista di "Metropolis", è una perfetta femme fatale che trasuda sensualità e immoralità da tutti i pori. Ma il messaggio di fondo è ovviamente moralista ("La natura avrà la sua vendetta"). Galeen è forse noto soprattutto per essere stato lo sceneggiatore del "Nosferatu" di Murnau: qui mette in mostra una certa abilità per la messa in scena e per i dettagli, evidente in particolare in sequenze d'ambiente come quelle del circo e del casinò. Curiosità: quando il film fu distribuito in Inghilterra, la censura eliminò del tutto l'incipit con l'origine della ragazza, rendendo di fatto incomprensibile gran parte della trama.

22 ottobre 2014

Il club dei 39 (Alfred Hitchcock, 1935)

Il club dei 39, aka I 39 scalini (The 39 steps)
di Alfred Hitchcock – GB 1935
con Robert Donat, Madeleine Carroll
***

Visto in divx.

Richard Hannay (Donat), canadese che vive a Londra, viene coinvolto in un caso di spionaggio da una misteriosa donna che ha incontrato in un music hall e che si rivela un agente britannico. Sospettato dell'omicidio della sconosciuta, pugnalata alle spalle mentre era ospite in casa sua, è costretto a fuggire verso la Scozia per rintracciare il capo dell'organizzazione segreta, denominata "i 39 scalini", che è in procinto di trafugare informazioni vitali per la sicurezza del paese: trovare il vero colpevole è infatti l'unico modo per dimostrare la propria innocenza. Adattando un romanzo di John Buchan, Hitchcock e i suoi sceneggiatori (Charles Bennett e Alma Reville) non badano alla plausibilità della vicenda e non si soffermano sui dettagli sulla natura dei codici trafugati (si accenna soltanto al fatto che si tratta di piani per un motore aeronatico: ma in fondo, è solo un "MacGuffin"), preferendo incentrare la pellicola sulla fuga di Hannay, vittima innocente di una caccia all'uomo scatenatagli contro tanto dalla polizia quanto dagli uomini dell'organizzazione nemica. Ed ecco dunque che il nostro protagonista, un normale cittadino costretto dalle circostanze a trasformarsi in eroe d'azione, deve seminare i suoi inseguitori a bordo di un treno, rifugiarsi in una fattoria scozzese (dove viene aiutato dalla moglie del proprietario, il quale invece lo consegnerebbe volentieri per riscuotere la taglia su di lui), evadere dall'ufficio dello sceriffo dopo che una bibbia lo ha provvidamente salvato da una pallottola, improvvisare un comizio elettorale su un palco al posto di un candidato locale, ritrovarsi ammanettato a una ragazza (Carroll) che lo ritiene un criminale e che solo dopo lunghe avventure finalmente crede alla sua innocenza, e infine rintracciare il "Professore" che guida la banda (riconoscibile per la mancanza di una falange) e individuare il modo in cui intende portare i piani segreti fuori dal paese (ovvero facendoli memorizzare a un uomo dal cervello prodigioso, che si esibisce nei cabaret come "Mister Memoria"). Un thriller spionistico, dunque, senza un attimo di respiro, che mescola avventura e azione, ironia e suspence: uno dei più perfetti e compiuti lungometraggi del periodo inglese di Hitchcock, che fungerà da modello per pellicole successive come "I sabotatori" o "Intrigo internazionale". Ottimi e autoironici gli interpreti, e numerose le scene e i siparietti degni di essere ricordati: da quelli marginali, come il dialogo fra i due piazzisti di biancheria intima sul treno o il comizio improvvisato di Hannay sul palco, a momenti clou come tutta la sequenza nell'albergo dove Hannay e Pamela sono costretti a passare la notte ammanettati, fingendosi marito e moglie (una sequenza non priva di momenti decisamente erotici per l'epoca, come la scena in cui la Carroll deve togliersi le calze bagnate). Per non parlare dell'inquadratura finale, con le mani di Hannay e di Pamela che si cercano. Il romanzo originale è stato portato altre tre volte sullo schermo: nel 1959 (basandosi sulla sceneggiatura del film di Hitchcock), nel 1978 (la versione più fedele al libro) e nel 2008 (per la televisione inglese).

20 ottobre 2014

L'uomo che sapeva troppo (A. Hitchcock, 1934)

L'uomo che sapeva troppo (The man who knew too much)
di Alfred Hitchcock – GB 1934
con Leslie Banks, Edna Best
**1/2

Visto in divx.

I coniugi inglesi Bob e Jill Lawrence sono in vacanza sulla neve a Sankt Moritz, in Svizzera, quando la loro figlia Betty viene rapita da una banda di terroristi internazionali per costringerli a non rivelare alla polizia gli indizi di cui sono venuti casualmente in possesso, relativi a un tentativo di omicidio ai danni di un diplomatico europeo durante un concerto sinfonico alla Royal Albert Hall di Londra. Uno dei più celebri film del periodo britannico di Alfred Hitchcock, e il suo primo vero grande successo di critica e di pubblico dopo "Il pensionante". La pellicola diede la svolta definitiva alla carriera del regista, che finalmente trovò nella spy story e nel thriller il terreno più fertile per la propria creatività, di fatto non abbandonando mai più il genere (che in precedenza aveva frequentato solo saltuariamente). Temi seminali del suo cinema, come il coinvolgimento di un uomo comune in una vicenda più grande di lui, con conseguente indagine parallela a quella delle forze dell'ordine, ma anche la suspense crescente (memorabile la sua costruzione nella sequenza del concerto, con Jill che si scruta attorno in preda alla tensione, consapevole che da un momento all'altro il sicario sparerà con il fucile) e la resa dei conti all'aperto fanno qui la loro prima compiuta apparizione. Da ricordare anche la galleria dei villain, guidati da un impressionante Peter Lorre (appena fuggito dalla Germania nazista: pare che non sapesse ancora parlare inglese, e che leggesse le sue battute da un copione con la pronuncia fonetica). Il titolo deriva da una raccolta di racconti di Gilbert K. Chesterton del 1922 (con cui il plot non ha niente a che fare: inizialmente la storia avrebbe dovuto coinvolgere Bulldog Drummond, personaggio creato da H. C. McNeile, ma poi Hitchcock adattò la sceneggiatura in corso d'opera, escludendo il detective). Rifatto da sir Alfred stesso nel 1956 a colori, con James Stewart e Doris Day (uno dei rari casi di remake di un film da parte dello stesso regista dell'originale) e con diverse modifiche: l'incipit sarà spostato in Marocco anziché in Svizzera, e mancheranno sequenze come quella del dentista, il combattimento con le sedie nella sede della setta, e il drammatico finale con la madre che colpisce con il fucile il sicario in fuga sui tetti di Londra. Il brano musicale che viene eseguito durante il concerto all'Albert Hall ("Storm Clouds Cantata") fu scritto appositamente dal compositore Arthur Benjamin, e venne riutilizzato anche nella versione a colori del 1956.

18 ottobre 2014

Fiori d'equinozio (Yasujiro Ozu, 1958)

Fiori d'equinozio (Higanbana)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1958
con Shin Saburi, Ineko Arima
***

Rivisto in DVD, in originale con sottitoli (registrato da "Fuori Orario").

Hirayama (Shin Saburi), imprenditore di mezza età, è giunto a quel punto della vita in cui deve cominciare a preoccuparsi del futuro delle proprie figlie. Ma se in pubblico manifesta una mentalità aperta e moderna (favorevole cioè al diritto dei giovani di determinare da sé il proprio futuro, specialmente in campo sentimentale), fra le mura di casa si dimostra invece intransigente e conservatore. In particolare, non approva la scelta della figlia maggiore Setsuko (Ineko Arima) di sposarsi per amore con Taniguchi (Keiji Sada), un giovane collega di lavoro: e non perché il ragazzo non sia l'uomo giusto per lei, ma per ostinazione e ripicca per non essere stato consultato. Un inganno di Yukiko (Fujiko Yamamoto), amica di Setsuko che finge di chiedere il suo parere su una situazione simile a proposito di sé stessa, gli estorcerà l'approvazione alle nozze; e le insistenze di amici e parenti condurranno infine all'accettazione dello stato di cose e alla riconciliazione fra padre e figlia. Con il suo primo film a colori (l'operatore Yuharu Atsuta gioca su tinte accese e ben definite: si pensi a quel bollitore rosso che focalizza lo sguardo dello spettatore in ogni scena in cui si intravede), Ozu torna ai suoi soliti temi: il conflitto fra tradizione e modernità, la disgregazione della famiglia, e soprattutto i rapporti fra genitori e figli, ribaltando di fatto l'assunto di "Tarda primavera" (qui è la figlia a volersi sposare e il padre a metterle i bastoni fra le ruote). Centro unico di tutta la narrazione è il protagonista Hirayama, alle prese con più situazioni che si intrecciano e che gestisce in maniera contraddittoria e incoerente: consiglia a Yukiko di seguire il proprio cuore e non il parere dei genitori nelle questioni sentimentali; aiuta l'amico Mikami (Chishu Ryu) a riappacificarsi con la figlia che è scappata di casa per andare a vivere con un uomo; tiene un accorato discorso alle nozze della figlia di un altro amico (Nobuo Nakamura), elogiando il diritto dei giovani di sposarsi per amore e non per dovere; eppure farà un enorme fatica ad accettare il fidanzato della figlia, e opporrà a lungo un deciso rifiuto alle sue nozze, prima di ammettere a sé stesso che la propria ostinazione è frutto di un capriccio, e che il vero obiettivo da raggiungere è la felicità di Setsuko.

Rispetto alle due pellicole immediatamente precedenti ("Inizio di primavera" e "Crepuscolo di Tokyo"), il film non soltanto presenta un notevole cambio di tono (al pessimismo si sostituisce una certa leggerezza, a tratti quasi da commedia, per non parlare di un lieto fine decisamente commovente), ma sembra certificare la rinuncia – da parte di Ozu e dello sceneggiatore Kogo Noda – al tentativo di adattarsi ai mutamenti che i nuovi registi giapponesi stavano portando in quegli anni nel cinema nipponico. Nonostante l'introduzione del colore (il primo film giapponese a colori risaliva a soltanto sette anni prima, nel 1951; Akira Kurosawa, per citare un cineasta considerato ben più "innovativo" di Ozu, passerà al colore solo nel 1970), con questa pellicola Ozu sembra voler tornare definitivamente ai temi e alle atmosfere tradizionali del suo cinema, in una strada ben collaudata dalla quale non devierà mai più, tanto che negli ultimi film della sua carriera (dopo di questo ce ne saranno ancora soltanto cinque) non esiterà a riproporre quasi dei remake di pellicole precedenti ("Buon giorno" riecheggierà "Sono nato, ma..."; "Erbe fluttuanti" aggiornerà il classico "Storie di erbe fluttuanti"; "Tardo autunno" e "Il gusto del saké" saranno due riletture di "Tarda primavera"). Basterà lo stile, ormai giunto alla sua estrema perfezione, a renderli preziosi e irrinunciabili. Risultano particolarmente significativi, pertanto, alcuni momenti in cui viene esplicitata la nostalgia per un passato ormai scomparso: la gita familiare ad Hakone, con la moglie (Kinuyo Takako) che ricorda i momenti della guerra (quando "le difficoltà della vita quotidiana rendevano la famiglia più unita"), e la rimpatriata fra Hirayama e i suoi compagni di scuola, dove vengono cantati un poema tradizionale e una canzone di guerra che rievocano valori ormai andati perduti. Miyuki Kuwano è la figlia minore Hisako, Teiji Takahashi è l'impiegato Kondo, protagonista di divertenti siparietti, in compagnia del suo capo Hirayama, nel locale dove lavora la figlia di Mikami. Il titolo si spiega alla luce delle considerazioni finali di Hirayama: "Fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo. I figli crescono [...] e troppo presto la primavera cede il passo all'autunno". Curiosità: nel sottofondo musicale, durante le scene ambientate in casa di Hirayama, è riconoscibile in un paio di occasioni il tema di "Hanyū no yado" (ovvero "Home, sweet home"), canzone nostalgica assai popolare in Giappone e utilizzata anche nelle colonne sonore de "L'arpa birmana" e de "La tomba delle lucciole".

17 ottobre 2014

Rambo 2 - La vendetta (G. P. Cosmatos, 1985)

Rambo 2 - La vendetta (Rambo: First Blood Part II)
di George Pan Cosmatos – USA 1985
con Sylvester Stallone, Richard Crenna
*1/2

Rivisto in TV.

Spedito ai lavori forzati dopo la conclusione del precedente film, a Rambo viene offerta una possibilità di riabilitazione: dovrà tornare nella giungla vietnamita alla ricerca dei soldati americani che sono rimasti in mano ai guerriglieri come prigionieri di guerra. In realtà, a sua insaputa, si tratta di una missione fittizia (il governo vuole soltanto salvare la faccia di fronte alle associazioni dei reduci). Ma Rambo ovviamente troverà davvero i prigionieri e li porterà in salvo da solo, sgominando intere pattuglie di soldati vietnamiti e pure russi (!) a colpi di coltello, di arco (a un certo punto con tanto di frecce esplosive!) e di mitra. Tre anni dopo la pellicola originale, Stallone riprende il ruolo del soldato John Rambo (che secondo le intenzioni del suo creatore originale, lo scrittore David Morrell, avrebbe dovuto morire alla fine della precedente avventura) e lo trasforma in un super-eroe macho, patriottico e invincibile, che "vendica" la sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam (il sottotitolo "La vendetta" può essere letto in chiave sia personale che nazionale) tenendo testa a innumerevoli nemici (esterni ed interni, questi ultimi identificati nei burocrati del governo che preferiscono lasciare i propri soldati nei campi di prigionia piuttosto di dover ammettere di non aver fatto nulla per salvarli). La sceneggiatura – dello stesso Stallone, che ha riscritto quella originale di James Cameron – è ridicola (con dialoghi come: "Ci lasceranno vincere stavolta?" - "Stavolta dipende da te!") e ha l'aria di essere improvvisata in pochi giorni: l'incipit è assai brusco, i personaggi sono tagliati con l'accetta, le svolte sono prevedibili, e l'unico vero impegno sembra essere stato profuso nelle scene d'azione, quelle in cui il personaggio mette in mostra i suoi muscoli, sopporta le più efferate torture, pone in atto incredibili tecniche di guerriglia, sbaraglia interi plotoni di soldati nemici e da solo (o con l'aiuto di una ragazza che ovviamente alla fine ci lascia le penne) porta a termine, contro ogni avversità, la propria missione. Nel complesso un film semplicistico, retorico ("Tu cosa vuoi, Rambo?" - "Voglio che il nostro paese ci ami quanto noi lo amiamo"), implausibile, testosteronico, che si prende terribilmente sul serio (a differenza, per esempio, del contemporaneo "Commando" con Schwarzenegger)... e che ciononostante è entrato in pianta stabile nell'immaginario collettivo degli anni ottanta, tanto che quando si cita il personaggio si pensa subito a questa pellicola e non certo al più sofferto e ambiguo prototipo. Ma il terzo capitolo sarà pure peggio. Il regista, di origine greca, dirigerà Sly anche in "Cobra".

14 ottobre 2014

I 400 colpi (François Truffaut, 1959)

I 400 colpi (Les quatre-cents coups)
di François Truffaut – Francia 1959
con Jean-Pierre Léaud, Claire Maurier
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Marta, Beatrice, Costanza, Daniela, Florian, Sabine e Sabrina.

Il film d'esordio di François Truffaut (fino ad allora "solo" critico militante per la rivista "Cahiers du cinema"), oltre a costituire uno dei più sinceri e teneri omaggi al mondo dell'infanzia e dell'adolescenza, è una delle pellicole che hanno contribuito a fondare il movimento cinematografico della Nouvelle Vague. E proprio nel tema del ragazzo incompreso dagli adulti che vivono attorno a lui (insegnanti e genitori) ma carico di pulsioni verso la libertà e l'indipendenza, è possibile leggere metaforicamente la lotta dei giovani cineasti francesi contro un modo di fare cinema che ritenevano sterile, vecchio e standardizzato, basato non sulla descrizione della "vita vera" ma su meccanismi (spesso dipendenti quasi esclusivamente dalla sceneggiatura) intesi a "impressionare" gli spettatori anziché a "esprimere" i sentimenti e le emozioni degli autori. A partire dalla fine degli anni cinquanta, giovani registi come Truffaut, Godard, Chabrol, Rohmer (più altri come Malle o Resnais) cominciarono dunque a proporre pellicole di "rottura", non più girate in studio ma direttamente nelle strade e nelle case, rivendicando libertà e controllo creativo contro le regole del meccanismo produttivo fino ad allora in voga. "Il cinema di domani", disse lo stesso regista, "non sarà diretto da servitori civili della macchina da presa, ma da artisti per i quali girare un film costituisce un'avventura magnifica ed eccitante". E il piccolo Antoine Doinel (interpretato da un allora quattordicenne Jean-Pierre Léaud), personaggio in cui Truffaut riversa molti tratti di sé stesso e che nel corso degli anni si tramuterà sempre più in una sorta di suo alter ego, ne diventa un simbolo immediato, con le sue numerose e piccole "infrazioni" alle regole che ne testimoniano il desiderio di evadere e di "vivere la propria vita in maniera diversa". Proiettato con grande successo al Festival di Cannes del 1959, il film lanciò la carriera di Truffaut (e di Léaud). Negli anni a venire il regista proseguì a narrare di vicende di Doinel, seguendo la crescita del personaggi in una "saga" semi-autobiografica che conterà altri quattro pellicole: "Antoine e Colette" (1962, episodio del film collettivo "L'amore a vent'anni"), "Baci rubati" (1968), "Non drammatizziamo... è solo questione di corna" (1970) e "L'amore fugge" (1979).

Antoine è un bambino di dodici anni, irrequieto e in "rotta" con il mondo che lo circonda. Incompreso a scuola (con gli insegnanti che si accaniscono contro la sua creatività indisciplinata) e in famiglia (la madre non lo ama, il padre lo sopporta perché figlio illegittimo), preferisce vagabondare per le strade di Parigi da solo o in compagnia dell'amico René, con il quale va al cinema o alle giostre. Punito ripetutamente in classe (per essersi giustificato di un'assenza dicendo che la madre era morta o per aver copiato un testo di Balzac durante un tema), scappa di casa. Ruba una macchina da scrivere nell'ufficio dove lavora il padre, ma impossibilitato a rivenderla tenta di riportarla indietro, facendosi scoprire. Finito al riformatorio, riuscirà a fuggire e raggiungerà la spiaggia, dove vedrà per la prima volta il mare. Costruito come una successione di episodi che raccontano la crescita di un ragazzino, senza una vera e propria trama, il film avrebbe dovuto essere inizialmente soltanto un cortometraggio di venti minuti, ambientato nella Parigi dell'occupazione tedesca, la storia di un bambino che marinava la scuola e trascorreva poi la notte per le strade. Fra le ispirazioni, la più evidente (nelle sequenze della scuola) è quella di "Zero in condotta" di Jean Vigo: ma non mancano citazioni cinefile qua e là (la foto che Antoine e René rubano al cinema, per esempio, è quella di Harriet Andersson, protagonista di "Monica e il desiderio" di Ingmar Bergman). Nel cast, in piccoli ruoli, si riconoscono Jeanne Moreau (la donna che perde il cane), Jean-Claude Brialy (l'uomo che la aiuta) e Jacques Demy (un poliziotto). Per il resto, dalle sequenze di apertura che mostrano la Torre Eiffel da diverse angolazioni, fino al bellissimo finale con la corsa di Antoine fino alla spiaggia (con un fermo immagine finale che ne mostra i dubbi e le sensazioni contrastanti: il mare è la libertà oppure solo un altro limite?), il film racchiude in sé tutta l'energia ribelle e impetuosa dell'adolescenza, desiderosa di esprimersi in maniera indipendente ma incapace di farsi accettare da un mondo, quello degli adulti, che appare sordo e cieco di fronte alle sue esigenze (tanto le istituzioni, scolastiche o correttive, quanto la famiglia, con la madre infedele e il padre superficiale, sembrano rappresentare una barriera fra la sensibilità di Antoine e la sua piena espressione). Il film è dedicato alla memoria di André Bazin, grande teorico del cinema e padre spirituale di Truffaut, morto la sera stessa del giorno in cui iniziarono le riprese. Il titolo italiano traduce letteralmente un modo di dire francese che significa "fare il diavolo a quattro" (il povero François non sarà mai fortunato, da questo punto di vista, con i nostri distributori).

12 ottobre 2014

Rambo (Ted Kotcheff, 1982)

Rambo (First blood)
di Ted Kotcheff – USA 1982
con Sylvester Stallone, Brian Dennehy
***

Rivisto in TV.

John Rambo (Stallone), reduce del Vietnam da poco tornato in patria, sta attraversando il paese quando viene preso di mira dall'arrogante sceriffo (Dennehy) di una cittadina dello stato di Washington, che lo accusa di vagabondaggio. Fuggito fra i boschi che ricoprono le impervie montagne circostanti, è oggetto di una caccia all'uomo da parte della polizia locale: ma la situazione si complica, visto che Rambo è un berretto verde addestrato nelle più svariate tattiche di guerriglia e di sopravvivenza. Nemmeno l'intervento della guardia nazionale e l'arrivo del generale Trautman (Richard Crenna), comandante di Rambo in Vietnam, risolvono la situazione, la cui escalation porta a un confronto diretto fra Rambo e lo sceriffo. Tratto da un romanzo di David Morrell (che terminava con la morte del protagonista), il film che ha dato vita alla seconda serie più popolare della carriera di Stallone (dopo "Rocky"): ma se nei capitoli successivi il personaggio si tramuterà in un simbolo della forza militare americana (e segnatamente dell'amministrazione reaganiana), impegnato in una serie di missioni all'estero, qui i toni sono ben diversi, quasi intimi e psicologici, e si sviluppano all'insegna del disagio dei reduci di una guerra diventata sinonimo di sconfitta e di tragedia nazionale, che hanno vissuto l'inferno sulla propria pelle (memorabile il "crollo" emotivo di Rambo nel finale, quando si rende finalmente conto di essere rimasto l'unico sopravvissuto della sua vecchia squadra) e che al rientro in patria hanno trovato soltanto ostilità, contestazione e antipatia. Anche se Stallone, intervenendo sulla sceneggiatura, ha cercato di accrescere l'empatia del personaggio, in questo primo film Rambo è di fatto un perdente e un emarginato, nonostante le sue incredibili abilità gli permettano di tenere testa da solo contro un numero soverchiante di avversari. Al di là della spettacolarità e della tensione delle scene di combattimento (che comunque non mancano) e di una trama che si incentra sullo scontro fra un tutore dell'ordine deviato (lo sceriffo) e un innocente perseguitato (in fondo non dissimile da pellicole come "Convoy" o "L'imperatore del nord"), il film acquista dunque valore come documento di un disagio di natura sia personale (i "flashback" con i ricordi delle torture e degli orrori vissuti durante la guerra) sia socio-culturale, quando non addirittura politico, specchio e metafora di tutte le contraddizioni dell'America. Dietro le apparenze di un "semplice" film d'azione e d'avventura, dunque, la carne al fuoco è tanta. E Stallone è perfetto nell'equilibrare l'energia e la fragilità nascosta del personaggio. Peccato solo per il finale, che non conclude degnamente la storia ma preserva il protagonista per i successivi sequel (dal maggiore successo di pubblico ma non altrettanto di critica).

10 ottobre 2014

Sin City: Una donna per cui uccidere (Rodriguez, Miller, 2014)

Sin City: Una donna per cui uccidere
(Sin City: A dame to kill for)
di Robert Rodriguez, Frank Miller – USA 2014
con Mickey Rourke, Eva Green
**

Visto al cinema Arcobaleno.

Nove anni dopo il primo "Sin City", Robert Rodriguez e lo sceneggiatore Frank Miller (dai cui fumetti sono tratte le storie narrate) tornano nella "città del peccato" per raccontare nuove vicende hard boiled a base di uomini duri e violenti, donne fatali, giocatori d'azzardo, politici corrotti e prostitute vendicative. Temi, stile e atmosfere sono essenzialmente gli stessi della prima pellicola, con le vignette e le tavole del fumetto che prendono vita sullo schermo in un bianco e nero altamente contrastato, dove il colore fa capolino solo occasionalmente (le chiome di alcune ragazze, l'impermeabile blu e gli occhi verdi di Eva Green, e altri dettagli: ma la trovata ha ormai fatto il suo tempo e risulta molto meno suggestiva) e il voice over accompagna immancabilmente i tormentati protagonisti. Anche la miscela narrativa è quella solita, a base di sesso e violenza (irreale, adrenalinica e fumettosa), in un mondo in cui il confine fra buoni e cattivi non esiste o non segue le solite direttive. Proprio perché la pellicola non offre niente di nuovo (e quello che offre, lo fa peggio del prototipo), ci si chiede se c'era davvero il bisogno di tornare "sul luogo del delitto", addirittura riproponendo gli stessi personaggi del capitolo precedente (alcuni dei quali, come Marv, tornano in vita per lo sfasamento cronologico delle vicende). Probabilmente no, e infatti nel complesso si esce delusi. Le trame che si intrecciano sono essenzialmente tre, ma la principale è quella che dà il titolo alla pellicola: Dwight (Josh Brolin), detective privato con un passato burrascoso, viene convinto dalla sua ex fiamma Eva (Eva Green) a uccidere l'uomo che ha sposato e che la maltratta. Si tratta però di un tranello, architettato dalla donna per ereditare l'immensa fortuna del marito, incastrando l'amante con l'accusa di omicidio. Sfuggito alla morte, Dwight – dopo aver cambiato volto (assumendo quello che sfoggerà nel primo film, dove il personaggio era interpretato da Clive Owen) – si vendicherà con l'aiuto del forzuto Marv (Mickey Rourke) e delle prostitute Gail (Rosario Dawson) e Miho (Jamie Chung, che sostituisce – ahimè – Devon Aoki). Le altre storie, più marginali, vedono l'arrivo in città del giovane Johnny (Joseph Gordon-Levitt), giocatore di poker che sfida (e incautamente batte) il potente e corrotto senatore Roark (Powers Boothe); e il tentativo della spogliarellista Nancy (Jessica Alba) di uccidere lo stesso senatore per vendicare la morte di John Hartigan (Bruce Willis), il poliziotto che le aveva salvato la vita e che continua a tenerle compagnia sotto forma di fantasma. Un po' brusco (per non dire moscio) il finale. Nel cast anche Dennis Haysbert (Manute, la guardia del corpo di Eva), Julia Garner (Marcie, la ragazza che "porta fortuna" a Johnny), Christopher Lee (il medico che lo opera), Ray Liotta e Juno Temple (la coppia di amanti fotografata da Dwight). Rodriguez, oltre che regista (ma pare che abbia lasciato in gran parte mano libera a Miller), come suo solito è anche montatore, direttore della fotografia e co-autore della colonna sonora.

07 ottobre 2014

Guerre stellari (George Lucas, 1977)

Guerre stellari (Star Wars)
aka Star Wars Episodio IV: Una nuova speranza
(Star Wars Episode IV: A new hope)
di George Lucas – USA 1977
con Mark Hamill, Harrison Ford, Carrie Fisher
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

"Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...": comincia così, come se fosse una fiaba, una delle più celebri saghe cinematografiche (di fantascienza e non solo), nonché uno dei film che hanno maggiormente influenzato l'industria hollywoodiana dell'intrattenimento. Personalmente ritengo l'originale "Guerre stellari", insieme a "Nascita di una nazione", "Quarto potere" e forse "Pulp fiction", uno dei tre-quattro film più importanti della storia del cinema americano per il suo ruolo di assoluto spartiacque fra un "prima" e un "dopo": tutti i kolossal action/fantascientifici/supereroistici ad alto budget che escono ancora oggi, rivolti a un pubblico per lo più adolescenziale e con l'inevitabile contorno di merchandising (giocattoli, fumetti, videogiochi), ne sono diretti discendenti. Negli anni successivi alla sua prima apparizione sullo schermo, lo sceneggiatore e regista George Lucas ha dichiarato di aver sempre avuto in mente questo film come un semplice tassello di una saga molto più lunga e già pianificata in tutti i dettagli (tanto che, nelle riedizioni successive, al titolo della pellicola verrà aggiunta la dicitura "Episodio IV", ben prima che i prequel fossero effettivamente messi in cantiere). Ma in realtà, come vedremo, il lungometraggio è frutto di un complesso work in progress, e ha subito diverse modifiche in corso d'opera, al quale hanno contribuito molti fattori. E in ogni caso, al momento della sua uscita ben pochi avrebbero scommesso sull'enorme successo di pubblico che si apprestava a riscuotere (all'epoca fece registrare il maggior incasso al botteghino di tutti i tempi, ed è tuttora – tenendo conto dell'inflazione – al terzo posto nel mondo). Si dice che persino gli attori e la troupe, durante la lavorazione, faticassero a prendere sul serio quello che stavano facendo, e che soltanto Lucas – con un misto di ostinazione e di incoscenza – credesse fermamente nel proprio lavoro. Oggi "Star Wars" (con il titolo in inglese che ha sostituito quello italiano dell'epoca) è una franchise di grande successo, che dai film si è espansa ai videogiochi, ai fumetti, ai cartoni animati, ai giocattoli, ai parchi a tema e a tutte le categorie dell'intrattenimento commerciale, e che ha generato un fandom a livello globale con pochi termini di paragone. Dopo sei film principali e una miriade di altri prodotti collaterali, la property è stata ceduta alla Disney che si occuperà di produrre e distribuire (a partire dal 2015) nuove pellicole, ovvero gli episodi dal VII in poi. Nel frattempo, per prepararmi all'evento, eccomi (finalmente) a scrivere sul blog a proposito dei primi capitoli, la leggendaria "trilogia classica" (gli episodi dal IV al VI, usciti fra il 1977 e il 1983) e la tanto discussa trilogia dei prequel (gli episodi da I a III, usciti fra il 1999 e il 2005).

La storia inizia in media res, comunicando dunque allo spettatore che ci troviamo in un universo con una storia e un passato (che verrà raccontato appunto nei film successivi, ma che per ora è accennato in frammenti di dialoghi che contribuiscono a donare spessore ai personaggi e all'ambientazione). A presentare brevemente gli antefatti è una scritta che scorre sullo schermo allontandosi verso l'orizzonte, caratteristica che diventerà un'icona della serie (tutti i film, infatti, si apriranno in tal modo): nella galassia è in corso una guerra civile fra il tirannico impero che la governa e un'allenza di ribelli. Di questi fa parte la principessa Leila del pianeta Alderaan (Leia Organa in originale: quasi tutti i nomi furono – un po' incautamente – modificati nell'adattamento italiano), che è entrata in possesso dei piani di costruzione della Morte Nera (Death Star), la nuova stazione spaziale dell'impero, talmente potente da essere in grado di disintegrare un intero pianeta. Prima di essere catturata dalle truppe d'assalto imperiali guidate dal malvagio Dart Fener (Darth Vader), la principessa riesce a inviare i piani – per mezzo dei due androidi C1-P8 (R2-D2) e D-3BO (C-3PO) – sul pianeta desertico Tattoine, dove finiscono nelle mani del giovane Luke Skywalker, che vive in una fattoria con gli zii Owen e Beru, e dell'anziano Obi-Wan "Ben" Kenobi, uno degli ultimi depositari dei segreti della "Forza", una sorta di campo energetico che pervade l'intero universo e che i cavalieri Jedi – come Kenobi, ma anche come Dart Fener, un tempo suo allievo e ora votatosi al "lato oscuro" – sono in grado di controllare a piacimento. Dopo la morte degli zii per mano delle truppe imperiali, Luke accetta di seguire Obi-Wan nel suo viaggio verso Alderaan, e a questo scopo assoldano il contrabbandiere e avventuriero Ian Solo (Han Solo) e il suo secondo pilota Chewbacca affinché li portino a destinazione con la loro astronave Millenium Falcon. Ma nel frattempo il pianeta Alderaan è stato distrutto dalla Morte Nera, e i nostri eroi si trovano attratti da un raggio magnetico a bordo della stazione spaziale imperiale. Qui liberano la principessa Leila e riescono a fuggire con lei e con i piani, non prima però che Obi-Wan abbia perso la vita in un duello con le spade laser (le armi dei cavalieri Jedi) contro Dart Fener. Raggiunta la base dei ribelli, Luke e Ian (quest'ultimo con una certa riluttanza iniziale) partecipano all'attacco contro la Morte Nera: sfruttando i piani segreti, infatti, viene individuato un difetto che permette di distruggere, con un colpo ben calibrato, la potente stazione spaziale. Dart Fener sopravvive all'esplosione, fuggendo via con una navetta, mentre Luke, Ian e Chewbacca vengono premiati da Leila e dai capi dei ribelli per il successo della missione.

A che genere narrativo appartiene "Guerre stellari"? Scenari ed elementi (pianeti, astronavi, razze aliene, androidi) sono quelli della fantascienza, e più precisamente della space opera, sottogenere caratterizzato dall'epopea di ampio respiro e dall'avventura ingenua e quasi "vecchio stile". Ma naturalmente, dietro le immediate apparenze, non è difficile trovare nella trama e nei personaggi caratteristiche proprie della fiaba (come suggeriva, per l'appunto, quell'incipit) e della leggenda: abbiamo una principessa, un eroe, un saggio "mago", un cavaliere nero... Per molti critici, in effetti, il film è più da ascrivere al genere fantasy che a quello della science fiction (di "scientifico", in fondo, c'è ben poco!). Le fonti di ispirazioni di Lucas sono le più disparate: i fumetti di fantascienza anteguerra (Flash Gordon), le fiabe e il fantasy (con la magia importante quasi quanto la tecnologia), la grande cinematografia epica e d'avventura. Un debito specifico è quello verso Akira Kurosawa, in particolare al film del 1958 "La fortezza nascosta", da cui provengono personaggi come Leila (la principessa Yuki) e i due androidi (i contadini Tahei e Matakishi): ma in generale gran parte dell'estetica (il casco di Lord Fener ricorda quelli dei guerrieri samurai) e delle tematiche (la Forza è una specie di religione new age, come quelle che negli anni '60 e '70 si ispiravano alle filosofie dell'estremo oriente) devono qualcosa al Giappone. A tutto ciò, comunque, Lucas aggiunge qualcosa di nuovo: porta sullo schermo per la prima volta un mondo dove esseri umani e specie aliene convivono in un poutpurrì affascinante e suggestivo (basti pensare al campionario di creature che si possono vedere nella "cantina" di Mos Eisley), dove la vita si è diffusa e allargata su pianeti di ogni tipo (desertici o lussureggianti, naturali o artificiali), tutti più o meno abitabili, mondi come quelli che un lettore di fantascienza poteva ritrovare spesso nei libri di Jack Vance, di Gordon Dickson o di Frank Herbert, ma che quasi mai aveva incontrato nelle sale cinematografiche. E ancora: androidi con una personalità, gadget indimenticabili (le spade laser su tutti), astronavi, armature e altri dettagli che conquisteranno l'immaginario di generazioni di nerd. Non c'è da sorprendersi se "Star Wars" fa subito breccia nell'immaginario popolare, diventando un'icona culturale riconoscibile in tutto il mondo e contribuendo fra l'altro a "sdoganare" la fantascienza cinematografica dal campo dei B-movie a quello dei kolossal. Curiosamente, fra i personaggi più popolari della serie non ci sarà il protagonista Luke Skywalker, ma piuttosto la sua nemesi Dart Fener (ancor più a partire dal secondo film) e il comprimario Ian Solo, protagonista di indimenticabili schermaglie con la principessa Leila.

L'idea di realizzare un film di space opera girava nella testa di Lucas sin dai tempi del suo primo lungometraggio, "L'uomo che fuggì dal futuro" ("THX 1138") del 1971, in seguito al cui successo il giovane regista firmò un contratto con la United Artists che prevedeva la realizzazione di due pellicole: la prima fu "American graffiti" (1973), la seconda avrebbe dovuto essere un adattamento di "Flash Gordon". L'acquisto dei diritti del fumetto non andò però a buon fine, e Lucas decise allora di scrivere una propria sceneggiatura, intitolandola "The Star Wars". Né la United Artists né la Universal (che aveva finito col produrre "American graffiti") si mostrarono però interessati a un film di fantascienza, un genere ampiamente in declino nei primi anni settanta, e dunque Lucas vagò per diverse case produttrici prima di trovare un accordo con la 20th Century Fox. Il budget di lavorazione, pur consistente per quello che molti consideravano un B-movie, non era certo paragonabile a quanto sarà richiesto per gli episodi successivi: una decina di milioni di dollari in tutto. La sceneggiatura subì numerose revisioni e modifiche, frutto di ispirazioni provenienti dalle fonti più diverse – il protagonista passò dall'essere un esperto generale (nello stile del Toshiro Mifune de "La fortezza nascosta") a un adolescente di nome Luke Starkiller, con tanto di fratelli come nelle fiabe più tradizionali – fino ad approdare alla forma finale soltanto a lavorazione già in corso. Le riprese furono effettuate per la maggior parte in Tunisia (il pianeta desertico Tattoine), in Guatemala (Yavin, la base dei ribelli) e in teatri di posa in Inghilterra, non senza intoppi e problematiche di vario tipo (cattive condizioni atmosferiche, difficoltà economiche, incomprensioni fra lo staff e il cast, inevitabili inesperienze con "effetti speciali" che all'epoca erano ancora artigianali). Proprio per gestire modellini, costumi ed effetti visivi, Lucas – quando venne a sapere che la 20th Century Fox aveva dismesso la divisione che se ne occupava – diede vita a un reparto tecnico apposito, l'Industrial Light & Magic, che avrebbe fatto la storia negli anni a venire. Responsabile principale degli effetti, comprese tecniche pionieristiche di fotografia digitale nelle scene con le astronavi, fu John Dykstra. Le navi spaziali furono realizzate a partire da disegni di Joe Johnston e da illustrazioni di Ralph McQuarrie. Il direttore della fotografia, invece, è Gilbert Taylor (già d.o.p. nel "Dottor Stranamore"), con cui Lucas fu spesso ai ferri corti e in discussione sui più minimi dettagli. Problemi sorsero anche in fase di montaggio, che richiese diverse revisioni prima di raggiungere il risultato finale.

Non si può parlare di "Guerre stellari" senza citare altre persone che vi hanno collaborato in maniera significativa. Innanzitutto John Williams, compositore della colonna sonora e autore di temi (uno su tutti quello principale, riconoscibilissimo e seminale) carichi di energia e di emozioni, che si stagliano indimenticabili nella memoria degli spettatori. Assunto su suggerimento di Steven Spielberg (con il quale aveva lavorato ne "Lo squalo"), Williams si affida a una partitura orchestrale che evoca sensazioni da poema sinfonico, con una serie di leitmotiv su cui è possibile costruire variazioni di ogni tipo (da ricordare, per esempio, il poetico "tema della Forza"). L'orchestrazione è di Herbert W. Spencer, frequente collaboratore di Williams. Per i film successivi, il musicista rielaborerà i temi già composti e ne aggiungerà di nuovi (in particolare la celebre "Marcia imperiale"). Altri nomi indissolubilmente legati alla realizzazione della pellicola sono quelli dei produttori Gary Kurtz (indipendente) e Alan Ladd jr. (20th Century Fox), al fianco di Lucas durante le iniziali difficoltà. E poi, la moglie stessa del regista, Marcia, che ha collaborato al montaggio. Per non parlare, naturalmente, degli attori: pare che sul set Lucas non interagisse molto con loro, lasciandoli di fatto liberi di interpretare a piacimento i propri personaggi. Ad alcuni veterani già noti – Alec Guiness (Obi-Wan Kenobi) e Peter Cushing (Tarkin, il comandante della Morte Nera) – si affiancano giovani agli esordi o quasi – Mark Hamill (Luke), Carrie Fisher (Leila) – che troveranno qui il loro ruolo più celebre (praticamente l'unico nel caso di Hamill). Harrison Ford (Ian Solo) aveva invece già lavorato con Lucas in "American graffiti" e sarebbe diventato uno degli attori più noti e pagati di Hollywood anche grazie al successivo progetto della coppia Lucas-Spielberg, ovvero "I predatori dell'arca perduta". Quanto agli interpreti che "non si vedono in faccia", sotto l'armatura di Darth Vader c'è David Prowse (ma la voce è di James Earl Jones), in quella di D-3B0 c'è Anthony Daniels, in quella di C1-P8 il nano Kenny Baker, e sotto il costume di Chewbacca c'è Peter Mayhew. E visto che abbiamo parlato di voci, vanno ricordati anche gli effetti sonori, fondamentali almeno quanto quelli visivi e opera per lo più del sound designer Ben Burtt: si va dai segnali elettronici emessi dai robot (da C1-P8 in particolare) ai versi delle varie specie di alieni, dal rumori prodotti da armi e astronavi (su tutti il "ronzio" delle spade laser dei Jedi) al caratteristico respiro di Darth Vader (prodotto inserendo il microfono all'interno di una maschera per immersioni subacquee).

Uscito negli Stati Uniti il 25 maggio 1977 (dopo che la prevista data iniziale del dicembre 1976 era stata "mancata" per via dei ritardi nella lavorazione) in pochissime sale cinematografiche, il film registrò subito un grande successo che lo portò a diventare, settimana dopo settimana, la pellicola con il maggior incasso di tutti i tempi, superando il record precedente de "Lo squalo": manterrà il primato fino al 1983, quando sarà battuto da un altro film di Spielberg, "E.T.". Al successo di pubblico corrispose anche, forse in maniera ancor più inaspettata, un successo di critica: le candidature agli Oscar furono 10 (fra cui quella per il miglior film), le statuette vinte 6 (miglior scenografia, costumi, montaggio, colonna sonora, suono ed effetti visivi). Ridistribuito in sala più volte negli anni seguenti, acquisì il titolo completo di "Star Wars Episode IV: A New Hope" ("Guerre Stellari Episodio IV: Una nuova speranza") soltanto nel 1981, l'anno successivo all'uscita nei cinema del sequel "L'impero colpisce ancora" (che riportava il sottotitolo "Episodio V", con conseguente disorientamento dei primi spettatori). Ma la vita del film non terminò lì: in seguito allo sviluppo delle tecnologie digitali, Lucas rielaborò la pellicola più volte, rieditandola sia al cinema che in home video con l'inserimento di scene aggiuntive e – soprattutto, a partire dal 1997 – di moderni effetti digitali che andavano a sostituire quelli artigianali dell'epoca, in alcuni casi cambiando anche drasticamente il significato di alcune scene (spesso con il disappunto dei fan: celebre l'indignazione popolare per la scena in cui Ian, di fronte al cacciatore di taglie Greedo, non spara più "per primo"). La cosiddetta "Edizione speciale" ha sostituito ormai ufficialmente la versione originale del film, difficilmente reperibile in home video, nonostante la maggior parte degli appassionati continuino a preferirla. Da solo o insieme ai suoi seguiti ("L'impero colpisce ancora" del 1980, "Il ritorno dello Jedi" del 1983, e tutti i successivi prequel o spin-off, non soltanto cinematografici ma anche nei campi della narrativa, dei fumetti, dei videogiochi, e via dicendo), "Guerre stellari" è stato – ed è – senza dubbio uno dei film che più ha influenzato l'immaginario popolare degli ultimi decenni. Le successive variazioni e rielaborazioni non hanno fatto che cementare il suo posto d'onore nella cultura popolare (personaggi come Dart Fener, frasi come "Che la Forza sia con te", armi come la spada laser, brani musicali come il tema di John Williams sono noti anche a chi non ha mai visto il film). E la saga non si è ancora esaurita, se mai lo farà, come dimostra la messa in cantiere di nuovi film, serie a cartoni animati, fumetti e videogiochi.

06 ottobre 2014

Getaway - Via di fuga (Courtney Solomon, 2013)

Getaway - Via di fuga (Getaway)
di Courtney Solomon – USA 2013
con Ethan Hawke, Selena Gomez
*

Visto in TV, con Sabrina.

L'ex pilota di rally Brent Magna (Ethan Hawke) è costretto a guidare un'automobile super-potenziata per conto di un misterioso individuo (Jon Voight, mai inquadrato in volto) che gli ha rapito la moglie e lo controlla attraverso microfoni e telecamere. A dargli man forte, nel tentativo di rintracciare il rapitore e di sventare il suo piano (che consiste nel rapinare una banca "tecnologica"), c'è una ragazza appassionata di auto e computer (Selena Gomez). Trama implausibile, personaggi senza caratterizzazione, un montaggio frenetico ma incoerente e novanta minuti ininterrotti di inseguimenti e "botti" fra auto (la Shelby GT500 Super Snake del protagonista e le macchine della polizia) nelle strade di Sofia: il film è tutto qui. Senza un plot o idee interessanti, senza ritmo (ma con un unico e monotono climax che dura tutta la pellicola), senza interpreti (Hawke non si impegna più di tanto, Voight presta solo la voce, e la Gomez è un'attrice? da questo film non lo si direbbe). Una pellicola noiosa e da dimenticare in fretta, che ha pure rubato il titolo da un lungometraggio di Sam Peckinpah (di cui non è, fortunatamente, un remake).

05 ottobre 2014

Out of time (Carl Franklin, 2003)

Out of time (id.)
di Carl Franklin – USA 2003
con Denzel Washington, Eva Mendes
**

Visto in TV, con Sabrina.

Matthias Whitlock (Denzel Washington), capo della polizia in una piccola città della Florida, è in fase di separazione dalla moglie Alex (Eva Mendes) e ha una relazione clandestina con Ann (Sanaa Lathan). Quando Ann e il marito muoiono nell'incendio doloso della loro casa, Whitlock si rende conto che numerosi indizi potrebbero indicare proprio lui come l'assassino: non soltanto era l'amante segreto della donna, ma questa, appena prima di morire, lo aveva nominato beneficiario della sua assicurazione sulla vita. Comincia dunque una corsa contro il tempo per individuare il vero colpevole, cercando frattanto di nascondere le prove che lo incastrerebbero prima che i suoi colleghi (guidati da Alex, che coordina le indagini essendo stata promossa a detective della squadra omicidi) giungano a false conclusioni. Un thriller poliziesco che parte decisamente lento, sembra carburare alla lunga (con il protagonista impelagato in una situazione apparentemente senza via di scampo), ma si conclude nella maniera più prevedibile e scontata. La tensione continua (c'è di mezzo anche una cospicua somma di denaro sequestrata a un trafficante di droga, che Whitlock aveva incautamente affidato all'amante scomparsa nel rogo e che deve recuperare prima che venga reclamata dagli agenti federali) non basta per passare sopra a una sceneggiatura imperfetta e piena di buchi. Ma se ci si lascia andare, l'ambientazione di provincia e la prova solida di Washington (che con il regista Franklin aveva già collaborato nel più noto "Il diavolo in blu") valgono almeno un paio d'ore di intrattenimento.

03 ottobre 2014

Il giullare del re (M. Frank, N. Panama, 1955)

Il giullare del re (The court jester)
di Melvin Frank, Norman Panama – USA 1955
con Danny Kaye, Glynis Johns, Basil Rathbone
**1/2

Visto in divx.

Siamo nel medioevo: per permettere al giustiziere mascherato Volpe Nera (una sorta di Robin Hood) di penetrare nel castello di re Roderigo (Cecil Parker), usurpatore del trono d'Inghilterra, l'impacciato saltimbanco Hawkins (Danny Kaye) si traveste da Giacomo, celebre giullare italiano ("il re dei giullari, il giullare dei re"). L'obiettivo di Hawkins è quello di sottrarre al sovrano la chiave del passaggio segreto che conduce all'interno del castello, ma ignora che in realtà il vero Giacomo (John Carradine) era un sicario, invitato a corte dall'infido cancelliere Ravenhurst (Basil Rathbone) per eliminare i suoi rivali, che vorrebbero che il re stringesse una scomoda alleanza con il brutale cavaliere Griswold. Le cose si complicano per l'intervento della strega Griselda, che ipnotizza Hawkins/Giacomo, rendendolo eroico e impavido, affinché conquisti l'amore della principessa Guendolina (Angela Lansbury), promessa sposa di Griswold. E nel frattempo, nel castello giunge anche Jean (Glynis Johns), capitano dei ribelli, conducendo con sé l'infante, vero erede al trono, riconoscibile dalla voglia a forma di primula rossa... sul sedere. Divertente e colorata farsa comico-musicale che da un lato fa la parodia delle epopee cavalleresche alla Robin Hood, appunto, e dall'altra vive di vita propria grazie all'estro di Kaye e alla vivacità di un intreccio che prende mille direzioni e non si ferma mai (anche per via dei numerosissimi personaggi, dei continui scambi di persona, dei capovolgimenti di scena). Le canzoni, per fortuna poche, sono comunque apprezzabili, ma il vero cuore della vicenda è dato dalle trovate comiche: su tutte, l'esilarante scena che precede il duello fra il protagonista e Griswold, consapevoli che uno dei boccali da cui dovranno bere prima di battersi è stato avvelenato, e costretti a recitare un'ingarbugliata filastrocca per poterlo distinguere ("La pillola col veleno sta nel calice col pestello, il boccale col maniero porta il vino che è sincero").

30 settembre 2014

Racconto d'estate (Eric Rohmer, 1996)

Racconto d'estate, aka Un ragazzo, tre ragazze (Conte d'été)
di Eric Rohmer – Francia 1996
con Melvil Poupaud, Amanda Langlet
***

Rivisto in DVD, con Eleonora, Ginevra, Giovanni, Paola, Marta, Esther e Beatrice.

Il giovane Gaspard (Melvil Poupaud) giunge a metà luglio in vacanza a Dinard, cittadina costiera della Bretagna, dove spera di "intercettare" la sua fidanzata, l'egocentrica Lena (Aurélia Nolin), reduce da un viaggio in Spagna senza di lui e ospite di alcuni cugini nelle vicinanze. Ma la ragazza si fa desiderare, e nel frattempo Gaspard stringe amicizia con la spigliata Margot (Amanda Langlet), cameriera in un ristorante, e attira l'attenzione della bella Solène (Gwenaëlle Simon). Al terzo film del ciclo "Racconti delle quattro stagioni", Rohmer torna a raccontare il mondo degli amori giovanili, e in particolare di quelli estivi, come aveva già fatto in passato (per esempio in "Pauline alla spiaggia", da cui non a caso ritorna l'attrice Amanda Langlet). Stavolta però il suo protagonista, l'introverso e indeciso Gaspard, pur trovandosi al centro di un vortice sentimentale del tutto inedito per lui (che aveva sempre pensato di non essere attraente), finirà col non concludere niente. Incapace di scegliere, progetta un viaggio romantico all'isola di Ouessant con ciascuna delle tre ragazze, ma naturalmente non vi andrà con nessuna. E alle complicazioni amorose preferirà la facile scappatoia fornitagli dalla passione per la musica. Spiagge oceaniche, canzoni "marinare" (una delle quali, "La filibustiére", sarà composta proprio da Gaspard, inizialmente per Lena e poi "dirottata" a Solène), lunghe discussioni sull'amicizia e l'amore fra Gaspard e la sua "confidente" Margot durante le loro passeggiate, un'ottima caratterizzazione psicologica dei quattro personaggi principali, una sceneggiatura ricca di dialoghi al tempo stesso realistici e altamente "lavorati": Rohmer al suo meglio, insomma. Il tutto è scandito da un cartello che, prima di ogni scena e come un calendario, segnala il giorno in cui ci troviamo, ricordando il passaggio del tempo che caratterizza ogni vacanza estiva (in tutto la vicenda occupa tre settimane, da lunedì 17 luglio a domenica 8 agosto). Forse il più bello dei quattro "racconti". Al suo arrivo nei cinema italiani, i distributori "bucarono" clamorosamente il collegamento con i precedenti film del ciclo (usciti appunto come "Racconto di primavera" e "Racconto d'inverno"), intitolandolo "Un ragazzo, tre ragazze". Soltanto con la successiva pubblicazione in DVD, il film è stato ribattezzato "Racconto d'estate".

29 settembre 2014

Nata ieri (George Cukor, 1950)

Nata ieri (Born yesterday)
di George Cukor – USA 1950
con Judy Holliday, William Holden
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il rozzo affarista Harry Brock (Broderick Crawford), in trasferta a Washington allo scopo di "comprare" un deputato e far così approvare una legge favorevole ai suoi loschi traffici, affida la propria fidanzata Billie (Judy Holliday, premiata con l'Oscar), ex ballerina ignorante e provinciale, alle cure del giornalista Paul Verrall (William Holden), affinché le faccia da tutore, la educhi e le insegni come comportarsi in società. Funzionerà fin troppo bene: il colto e liberale Paul (che nel frattempo se ne è innamorato) non si limiterà a rendere più istruita la ragazza su arte, letteratura, storia e politica, ma ne risveglierà la coscienza civica e sociale, facendole aprire gli occhi sugli sporchi metodi di Harry. Tratto da una commedia teatrale di Garson Kanin (il quale, su richiesta di Cukor, riscrisse per intero la sceneggiatura di Albert Mannheimer), un film che dietro gli stilemi della commedia romantica e gli ingenui stereotipi di genere (il personaggio di Billie è la tipica "oca" bionda) ribadisce l'importanza dei valori civili della democrazia e della costituzione americana. Non a caso è ambientato fra i palazzi del potere di Washington e fa riferimenti continui agli elementi fondanti degli Stati Uniti (la Costituzione, le parole di Thomas Jefferson e Abramo Lincoln). Iconica l'immagine della Holliday che indossa gli occhiali e consulta freneticamente il dizionario ogni volta che incontra una parola desueta o a lei sconosciuta. La regia di Cukor rende divertente anche la statica scena in cui Billie e Harry giocano a "Calabrache" (nella versione originale "Gin rummy", una sorta di "Scala quaranta" semplificata). Rifatto nel 1993 con Melanie Griffith.

27 settembre 2014

Bodyguards and assassins (Teddy Chan, 2009)

Bodyguards and assassins (Shi yue wei cheng)
di Teddy Chan – Hong Kong 2009
con Donnie Yen, Tony Leung Ka-fai
*1/2

Visto in TV.

Nel 1906 l'intellettuale in esilio Sun Wen (ovvero Sun Yat-sen, figura cardine nella ribellione della Cina contro la dinastia imperiale) intraprende un viaggio dal Giappone a Hong Kong per incontrare in segreto i leader della resistenza e pianificare l'imminente rivolta delle province cinesi. Informata del suo arrivo, l'imperatrice Cixi sguinzaglia i suoi sicari affinché uccidano l'uomo durante la sua breve permanenza nella colonia britannica; ma un gruppo di patrioti e rivoluzionari organizza la sua protezione. Kolossal dal ricco cast che purtroppo risulta schiacciato dal peso delle sue stesse ambizioni. A una prima parte di preparazione e di presentazione di tutti i personaggi, forse troppo lunga, segue una seconda ricca di azione, con i numerosi combattimenti nelle strade di Hong Kong fra i sicari inviati dall'imperatrice e le svariate "guardie del corpo" di Sun. Il risultato è però pachidermico, farraginoso e manierista, oltre a soffrire per una malriuscita alchemia fra il setting storico-realistico (con tanto di messaggi politici, per quanto superficiali, nonché un eccesso di agiografia nei confronti del "padre della patria" Sun), alcuni momenti melodrammatici e la consueta e spettacolare inverosimilità delle pellicole di kung fu (con Donnie Yen e Leon Lai in primo piano, nei panni rispettivamente di un poliziotto che si unisce ai ribelli per proteggere la propria famiglia e di un maestro di arti marziali che si è ridotto a vivere da vagabondo). Quanto al resto del cast, Tony Leung Ka-Fai è Chen, il giornalista e intellettuale democratico che coordina la protezione di Sun Wen; Wang Xueqi è Li Yutang, anziano uomo d'affari che sostiene economicamente i rivoluzionari; Wang Po-chieh è Chongguang, il figlio diciassettenne di Li, che fa da sosia a Sun durante la sua permanenza; Nicholas Tse è Si, il giovane servitore e amico di Chongguang; e ancora, ci sono Eric Tsang (con i baffi!) nei panni del capo della polizia di Hong Kong; Simon Yam in quelli del generale Fang che si nasconde con i propri uomini fra i membri di una compagnia teatrale; Li Yuchun è sua figlia, alleata dei ribelli; Fan Bingbing è la moglie di Li Yutan, nonché ex amante di Shen; Mengke Bateer è il colossale venditore di tofu ed ex monaco Shaolin; Hu Jun è il capo dei sicari imperiali ed ex alunno di Chen; in più appaiono anche – in brevi cameo – Jacky Cheung e Michelle Reis.

26 settembre 2014

Venezia e Locarno 2014 - conclusioni

È stata una rassegna molto superiore alle aspettative, con almeno quattro film sugli scudi ("Melbourne" dell'iraniano Nima Javidi, "Le dernier coup de marteau" della francese Alix Delaporte, "No one's child" del serbo Vuk Ršumovic e soprattutto "From what is before" del filippino Lav Diaz, vincitore a Locarno) e tante altre pellicole comunque interessanti e meritevoli di visione (fra cui ricordo "The president", "Jackie & Ryan", "Burying the ex", "Tales", "Villa Touma" e "The humbling"). Certo, la maggior parte di queste provenivano dalle sezioni collaterali della Mostra e non dal concorso ufficiale, ma purtroppo è una tendenza degli ultimi festival veneziani (anche l'anno scorso i film migliori, "Locke" e "Gravity", erano fuori concorso). Speriamo che la maggior parte possa trovare spazio nella distribuzione regolare in sala (per il lento e lunghissimo film di Lav Diaz sarà quasi impossibile, me ne rendo conto, ma per gli altri chissà). Fra i temi più gettonati di quest'anno c'erano i bambini, i ragazzi e gli adolescenti in generale: dal nipotino di "The president" al ragazzo selvaggio di "No one's child", dallo straordinario protagonista di "Le dernier coup du marteau" al neonato di "Melbourne". Molta attenzione anche per la musica (dal folk/country di "Jackie & Ryan" alla sinfonica di "Le dernier coup de marteau"). E come sempre, si esce da queste rassegne con la felice consapevolezza che le cinematografie di alcune regioni del mondo, forse "periferiche" rispetto alla dittatura hollywoodiana, sono più vive che mai (con l'Iran – ma forse il Medio Oriente in generale, dal Libano alla Palestina – in prima fila).

24 settembre 2014

Villa Touma (Suha Arraf, 2014)

Villa Touma
di Suha Arraf – Israele 2014
con Maria Zreik, Cherien Dabis
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Uscita dall'orfanotrofio al compimento dei diciotto anni, la giovane Badia viene accolta dalle zie nella ricca e decadente Villa Touma, al centro della città palestinese di Ramallah. Le tre donne, ultime superstiti di un'aristocratica famiglia cristiana, vivono praticamente da recluse, imprigionate nei ricordi di un passato che non intendono abbandonare. Dopo aver provato a educare la nipote secondo regole e dettami di un tempo ormai superato (insegnandole a parlare francese, a suonare il pianoforte, a vestirsi in maniera vetustamente elegante), ben presto la loro unica occupazione diventa quella di cercarle un marito, naturalmente da scegliere fra i pochi cristiani di buona famiglia rimasti in città. Badia, invece, si innamora di un giovane profugo palestinese, scatenando la riprovazione delle zie... Pellicola tutta al femminile, che guarda con un filo di sottile ironia – velato da nostalgia, amarezza e rimpianto – a un mondo ormai scomparso e i cui ultimi rappresentanti cercano ostinatamente di sopravvivere in un contesto ormai irrimediabilmente mutato. Che la storia si svolga nella Palestina post-intifada, in fondo, è solo un dettaglio, per quanto significativo: la vicenda avrebbe potuto essere ambientata in ogni parte del mondo, visto che riguarda prima di tutto il percorso umano dei personaggi. Le tre zie – Juliette (Nisreen Faour), Violette (Ula Tabari) e Antoinette (Cherien Dabis) – hanno da tempo rinunciato all'amore: la prima per scelta, la seconda per caso, la terza per imposizione; e l'arrivo di Badia nelle loro vite finirà per sconvolgerne lo status quo nella maniera più impensata, come mostra lo spiazzante colpo di scena nel finale. Quello della regista Suha Arraf (al primo lungometraggio di finzione dopo un documentario, ma già sceneggiatrice di pellicole di una certa notorietà come "La sposa siriana" e "Il giardino dei limoni") è un film originale, intimo e garbato, forse non rivoluzionario come altre pellicole che oggi arrivano dal Medio Oriente, ma comunque da non sottovalutare. "I palestinesi che si vedono al cinema sono vittime oppure eroi, non sono persone come tutti, con i loro lati buoni o cattivi", ha dichiarato la regista. "Con Villa Touma voglio raccontare i palestinesi solo come esseri umani".

The humbling (Barry Levinson, 2014)

The humbling
di Barry Levinson – USA 2014
con Al Pacino, Greta Gerwig
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

L'attore Simon Axler (un enorme Al Pacino), vecchia gloria del teatro, è in crisi e tenta il suicidio gettandosi dal palcoscenico durante una recita. Ricoverato per un mese in una clinica per curare la depressione, ne esce più confuso di prima. Ma l'ingresso nella sua vita di una giovane ragazza lesbica, figlia di una vecchia amica, sembra poter cambiare qualcosa. Tratto dal romanzo "L'umiliazione" di Philip Roth, un film che affronta con ironia e sarcasmo il tema della vecchiaia e della confusione fra realtà e finzione, visto che per il protagonista è difficile smettere di recitare anche nella vita reale. La vecchiaia che incombe (gli unici ruoli che gli propongono sono quelli di testimonial in uno spot contro la caduta dei capelli), la perdita di memoria (diventa sempre più difficile ricordare le battute), i sogni e le allucinazioni, i ricordi del passato che si confondono con il presente, sono tutti segnali di un crollo fisico e mentale al quale non riesce a porre fine nemmeno l'arrivo in casa sua di Pegeen (Greta Gerwig), figlia di una vecchia amica e collega (Dianne Wiest), con cui imbastisce – o si illude di farlo – una strana relazione. E nel frattempo la sua vita, un tempo così isolata e reclusiva, si riempie di personaggi strani e bizzarri (da Priscilla, l'ex fidanzata di Pegeen che ora ha cambiato sesso, a Sybil, una fan sciroccata che vorrebbe convincerlo ad assassinare suo marito). Con una regia che si sofferma a lungo sui volti e sulle espressioni dei personaggi, Levinson punta tutte le sue carte sulla grandissima prova attoriale di Pacino; e fa bene, perché ne esce vincitore nonostante una sceneggiatura che finisce per chiudersi e incartocciarsi un po' su sé stessa. Fra i tanti tocchi satirici, da ricordare lo psichiatra che conduce le sedute via Skype. E nel finale c'è tanto Shakespeare, con paralleli espliciti fra il protagonista e "Re Lear" (il dramma con cui Simon torna a calcare il palcoscenico).

23 settembre 2014

Tales (Rakhshan Bani-Etemad, 2014)

Tales (Ghesseha)
di Rakhshan Bani-Etemad – Iran 2014
con Habib Rezaei, Farhad Aslani
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Film corale che racconta una serie di storie ("Tales", appunto) ambientate nell'odierna Teheran, con i personaggi che si passano il testimone da una scena all'altra. Il risultato è un mosaico di situazioni di disagio nell'Iran contemporaneo, dove grandi questioni di ordine sociale e piccoli drammi personali si fondono in maniera inestricabile, talvolta criticando aspramente una realtà che non sembra offrire semplici soluzioni, e talvolta lasciando la porta aperta a un raggio di speranza (come negli ultimi due episodi, probabilmente i migliori). Il filo conduttore è un cameraman che sta girando un documentario sulle condizioni dei lavoratori e che riprende con la sua camera digitale le tante situazioni cui si trova ad assistere (alcune delle quali sono mostrate per l'appunto attraverso il suo obiettivo, in lunghi piani sequenza). Un tassista scopre che una sua amica d'infanzia è diventata una prostituta; un burocrate si disinteressa dei problemi dei cittadini che fanno la fila davanti al suo ufficio; due giovani progettano un finto rapimento per sottrarre soldi al proprio padre; una paziente ricoverata in una clinica-rifugio per donne riceve la visita del marito violento; un gruppo di lavoratori protesta contro la fabbrica che non li paga; un operaio si infuria quando la donna che ha sposato in seconde nozze riceve una lettera dal suo ricco e precedente marito; un autista e una volontaria della clinica succidata hanno una vivace schermaglia dialettica-amorosa. La sceneggiatrice e regista Rakhshan Bani-Etemad, decana del cinema iraniano che negli ultimi anni si era data soprattutto al documentario, non è nuova a lanciare sguardi critici e ricchi di capacità osservativa sulla società iraniana. La scelta di girare tanti brevi segmenti può essere forse stata dettata dall'esigenza di eludere la censura (pare che per girare un cortometraggio siano necessarie meno autorizzazioni – e anche meno compromessi – che per un lungo film), ma la fusione di tutte le storie produce un affresco che nel suo insieme risulta più deflagrante delle singole parti. Recuperando alcuni personaggi dai suoi film precedenti, Bani-Etemad lancia una buona dose di strali contro la corruzione, la violenza o lo sfruttamento, schierandosi dalla parte della gente comune – che si tratti di operai o intelletuali, giovani o anziani, uomini e donne – nel denunciare istituzioni indifferenti, una burocrazia inefficiente, e in generale un mondo dove la crisi economica, l'ingiustizia sociale, la dipendenza dalla droga (tema su cui si insiste a più riprese) rendono difficile l'esistenza. Forse la pellicola pecca un po' di discontinuità, ma non si possono negare le sue doti narrative (proprio la sceneggiatura è stata premiata a Venezia) nonché l'impegno – prima di tutto politico e civile – che sottende alla sua realizzazione. "Nessun film può rimanere in un cassetto", afferma il cameraman nel finale, a sottolineare l'esigenza, per un cineasta o un intellettuale, di raccontare e denunciare i problemi delle persone che gli stanno attorno. Nel ricco cast, spiccano i protagonisti dell'ultima sequenza, gli ottimi Peyman Moaadi e Baran Kosari.

Good kill (Andrew Niccol, 2014)

Good Kill (id.)
di Andrew Niccol – USA 2014
con Ethan Hawke, January Jones
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Thomas (Hawke) è un pilota di droni: dalla sua base militare nel deserto del Nevada, nei pressi di Las Vegas, controlla a distanza velivoli senza pilota che sganciano missili su vere o presunte basi di terroristi in Afghanistan e dintorni. Fra dubbi e problemi di coscienza, il desiderio di tornare a pilotare aerei "veri" e la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in gran parte delle sue operazioni (che sempre più spesso hanno come effetto collaterale la morte di vittime civili e innocenti), il suo mondo comincia ad andare in pezzi. E si ritroverà a dover compiere una difficile scelta. Con un occhio all'attualità e un altro alla finzione (la guerra combattuta come un videogioco), Niccol aggiorna allo scenario della "lotta al terrore" alcuni dei temi che aveva già affrontato ai tempi del "Truman Show": difficile non pensare a quel film quando Thomas alza lo sguardo al cielo, consapevole della presenza di satelliti e veicoli spia che attraversano le orbite, invisibili a tutti. Ma pur non rinunciando a porre domande scomode e ad instillare dubbi di ogni genere tanto nei suoi personaggi quanto negli spettatori (con il merito di affrontare, forse per primo, un tema che potrebbe diventare sempre più pressante nell'immediato futuro: come l'evoluzione tecnologica sta cambiando, o forse ha già cambiato, le regole della guerra), il film fallisce nel dare risposte accettabili o non troppo semplificate, e si limita a tracciare un inquietante parallelo fra le strade dei poveri villaggi del Medio Oriente bombardati dai droni e quelle delle villette a schiera tutte uguali dell'America o, addirittura, il colorato e kitsch "strip" di Las Vegas: due modi ben diversi di vivere in mezzo al deserto. Il titolo si riferisce al gergo con cui si indica un colpo andato a segno. Nel cast, January Jones è la moglie di Hawke, Zoë Kravitz il suo "copilota", Bruce Greenwood il suo superiore.

22 settembre 2014

From what is before (Lav Diaz, 2014)

From what is before (Mula sa kung ano ang noon)
di Lav Diaz – Filippine 2014
con Perry Dizon, Roeder Camanag
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

All'inizio degli anni '70, in un remoto villaggio costiero delle Filippine dove riti e credenze ancestrali convivono con le nuove religioni, la vita dei pochi abitanti è scossa da alcuni misteriosi eventi: morti improvvise di mucche, capanne che prendono fuoco, strane grida provenienti dalla foresta. E nel frattempo, il presidente Marcos proclama la legge marziale e le campagne cominciano a essere invase da soldati e guerriglieri... Noto per le sue pellicole fluviali, il cineasta indipendente Lav Diaz non si smentisce: il film – dedicato "alla memoria del mio paese" – dura oltre cinque ore e mezza, nel corso delle quali racconta tante storie che si intrecciano e che formano un affascinante mosaico che è al tempo stesso un viaggio nel passato (o nei ricordi) e un monito per il presente, visto che le vicende umane (collettive o individuali che siano) non rappresentano altro che un presagio della catastrofe che sta per colpire la nazione. Girato in un bianco e nero livido e a basso contrasto, attraverso un'interminabile serie di piani sequenza in campo lungo o lunghissimo nei quali i personaggi sono quasi sovrastati dagli scenari naturali, il film è uno di quelli che dividono gli spettatori in due gruppi: coloro che sono disposti ad accettare i tempi dilatati del regista e a farsi trascinare dentro un mondo complesso, affascinante e suggestivo, e coloro che invece non hanno la pazienza necessaria. Effettivamente, Diaz se la prende comoda nell'introdurre scenari e personaggi, ma a un certo punto i fili cominciano a essere tirati e lentamente emergono alcune storie principali: quella di Joselina, ragazza mentalmente disabile ma con il "dono" di guarire la gente, e di sua sorella Itang, che se ne prende cura con pazienza e devozione; quella di Sito, vecchio contadino che vive con il figlio adottivo Hakob, il quale vorrebbe partire alla ricerca dei genitori che crede rifugiati in una lontana isola; e ancora quelle di Tony, il produttore di vino che abusa di Joselina; di Heding, venditrice ambulante impicciona e molesta; di Horacio, il poeta tornato nel paese dove era nato; di Padre Guido, il prete che tenta invano di lottare contro le superstizioni locali. Attorno a loro la natura è protagonista, con il vento, il mare e la pioggia incessante, mentre gli eventi della storia (la dittatura che avanza) lasciano pian piano la loro impronta, passando sopra ogni cosa e costringendo gli abitanti del villaggio ad abbandonarlo, fino a che non diventerà un "paese di morti". Solo a partire da metà pellicola comprendiamo finalmente che quello che il film sta raccontando è proprio la fine del passato "innocente" delle Filippine, e che il villaggio nel quale si svolge la storia è un microcosmo che riflette in sé stesso il resto del paese. Il che ne fa qualcosa che sta a metà fra "Il nastro bianco" di Haneke (pellicola con cui ha parecchio in comune, a partire dal bianco e nero) e le storie corali della Palomar di Gilbert Hernandez (dal fumetto "Love and Rockets"). Le vicende esistenziali assumono una dimensione fisica e palpabile, e il tentativo di Diaz di dare "forma" ai ricordi e al passato insanguinato del suo paese può dirsi pienamente riuscito. Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

21 settembre 2014

Le dernier coup de marteau (A. Delaporte, 2014)

Le dernier coup de marteau
di Alix Delaporte – Francia 2014
con Romain Paul, Clotilde Hesme
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Victor, tredicenne taciturno e arrabbiato con il mondo, vive in una roulotte sulla spiaggia presso Montpellier con la madre, malata terminale di cancro. Il ragazzo divide il suo tempo fra la scuola, gli allenamenti di calcio (il suo allenatore, convinto che abbia talento, vorrebbe che si sottoponesse a un provino) e la compagnia dei vicini di origine spagnola Luna e Miguel. Quando il padre che non ha mai conosciuto, un celebre direttore d'orchestra straniero, fa ritorno in città per dirigere in un concerto la sesta sinfonia di Mahler (la "Tragica"), Victor decide di approcciarlo, andando in segreto ad osservarlo durante le prove... E l'uomo – dopo un iniziale rifiuto – accetta il riavvicinamento; e per superare l'imbarazzo di non avere niente in comune, comincia a sottoporlo a una personale educazione musicale. È inutile negarlo: i francesi ci sanno fare con le storie di bambini e adolescenti. Questo film, pur essendo ad alto rischio (con temi "forti" come la malattia della madre, i rapporti con il padre, la difficoltà di Victor nel relazionarsi con il mondo in un momento in cui sta entrando – forse troppo rapidamente – nell'età adulta), non gioca mai la carta del ricatto, della retorica o della svolta più scontata, ma si rivela intelligente e commovente e scorre via con grande naturalezza, fra brevi e inattesi momenti da ricordare (il tuffo, il taglio di capelli) e una conclusione più che soddisfacente (in cui vediamo per la prima volta il viso di Victor distendersi su un sorriso). Quello di Delaporte (anche co-sceneggiatrice, al suo secondo film) è un cinema che vive, che respira, che ritrae il mondo con sensibilità e gentilezza, e da cui non si vorrebbe mai uscire. La regia è ben servita da una fotografia maturalista ma capace di donare a tratti una luce magica a scenari che altrimenti potrebbero sembrare del tutto ordinari, mentre la sceneggiatura, profonda e mai gridata, può contare su una recitazione intensa e convincente (davvero ottimo il piccolo protagonista) per dare vita una storia intima e personale, carica di speranza anche se calata in una realtà di disagio, dove ogni elemento ha la sua importanza ed è al contempo soltanto un frammento di una immagine più grande, senza prendere il sopravvento sul resto. Persino la metafora musicale, sottilmente diffusa in tutta la pellicola sin dal titolo (che fa riferimento all'ultimo dei tre "colpi di martello" presenti nella sinfonia di Mahler per indicare l'ineluttabilità del destino, che il compositore scelse in un secondo momento di eliminare e che, a discrezione del direttore d'orchestra, può essere inserito oppure omesso dall'esecuzione) non sovrasta la visione d'insieme ma accompagna dolcemente la crescita del protagonista – ottimamente illustrata dalla scena in cui prova a indossare una vecchia maglietta, ormai troppo piccola – durante il suo bello e difficile percorso.

20 settembre 2014

The president (Mohsen Makhmalbaf, 2014)

The president (id.)
di Mohsen Makhmalbaf – Georgia 2014
con Misha Gomiashvili, Dachi Orvelashvili
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

In un paese del Caucaso non meglio precisato scoppia la rivoluzione: e il presidente-dittatore è costretto a fuggire, in compagnia di un nipotino di cinque anni, abbandonando il palazzo e la propria limousine per inoltrarsi clandestinamente nelle campagne. Camuffato da mendicante e da musicista di strada, braccato dai soldati un tempo a lui fedeli, dovrà muoversi fra contadini e lavoratori per raggiungere il confine senza farsi scoprire: cosa difficile, visto che il suo volto campeggiava sui manifesti di ogni strada e ogni casa. Girato in Georgia (Makhmalbaf ha lasciato l'Iran ormai da una decina d'anni), fra echi del "Re Lear", de "La vita e bella" di Benigni (il nonno convince il nipotino a recitare la parte del profugo, facendogli credere che sia tutto un gioco) e naturalmente di eventi reali anche recenti (come le rivolte della "primavera araba", narrate però dal punto di vista del dittatore), il film non intende analizzare in dettaglio e in profondità scenari politici o sociali troppo complessi (come dimostra il fatto che il setting sia immaginario, valido dunque per tutte le stagioni) ma è da leggere più semplicemente come una fiaba, o meglio una parabola sul crollo dei potenti e il contrappasso della storia, sempre pronta a punire l'orgoglio e la vanità. Nella scena iniziale, per esempio, il nonno e il nipotino "giocano" a spegnere per capriccio con un semplice ordine tutte le luci della città; in seguito, invece, faranno di tutto per nascondere ogni segno di privilegio o di potere che li possa tradire. Nel corso del loro viaggio, i due – rispettivamente con gli occhi della vecchiaia e quelli dell'infanzia – si troveranno ad assistere a tragedie e dolori di ogni tipo, attraversando un mondo di cui avevano rimosso o di cui semplicemente ignoravano l'esistenza. E se per il bambino innocente, come detto, tutto il viaggio non può che far parte di uno strano gioco, una finzione inizialmente interessante ma che presto assume connotazioni sgradevoli, per il presidente si tratterà in qualche modo di fare i conti con il proprio passato (vedi l'incontro con la prostituta) e forse di rendersi finalmente conto delle proprie colpe, toccando con mano il dolore e la sofferenza del suo popolo e guardando le cose da un'altra prospettiva (memorabile la sequenza in cui si trova ad aiutare un prigioniero politico, torturato in prigione, che si rivelerà come il responsabile dell'attentato in cui ha perso la vita suo figlio: resisterà alla tentazione di rivelare la propria identità e di vendicarsi, e assisterà con sincera commozione e dolore allo sfortunato ritorno a casa del prigioniero).

No one's child (Vuk Ršumovic, 2014)

No one's child (Ničije dete)
di Vuk Ršumovic – Serbia 2014
con Denis Murić, Pavle Čemerikić
***

Visto al cinema Eliseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Nella primavera del 1988, fra le montagne della Bosnia, alcuni cacciatori trovano un bambino abbandonato e cresciuto allo stato selvaggio insieme ai lupi. Portato in città e registrato col nome di Haris Pućurica, il ragazzo viene trasferito in un istituto per minori di Belgrado per tentarne un difficile reinserimento nella società. E in effetti, nel corso degli anni, impara con fatica a camminare, a parlare, a "socializzare" (almeno fino a un certo punto) con altri suoi coetanei. Ma nel 1992 la dissoluzione della Yugoslavia lo riporterà in Bosnia, dove finirà a combattere fra i boschi durante la guerra. E come in un cerchio che si chiude, dopo aver assistito alla follia e alla distruzione perpetrata dall'uomo, tornerà fra le sue montagne e con i suoi lupi. Film dalla una struttura episodica e ricco di silenzi (il protagonista praticamente non parla mai: anche quando impara a dire qualche parola, le spende con assoluta parsimonia), i cui toni sobri e (neo)realisti nascondono metafore e significati, soprattutto in relazione al conflitto balcanico, all'insensatezza della guerra e all'impotenza dell'uomo rispetto alle ineluttabili correnti del mondo esterno. Haris – chiamato da tutti con il nomignolo di "Pućke" – attraversa quasi con inerzia ogni fase della crescita e della vita sociale: l'apprendimento, la crescita, le amicizie (con Žika, ragazzo di poco più grande di lui, il primo che gli manifesta un po' di attenzione e di affetto), il desiderio sessuale e l'amore (per Alisa, ragazza cresciuta nell'istituto e poi ballerina in un night club), il lavoro, la discriminazione (quando scoppia la guerra nei Balcani, il suo nome musulmano ne fa immediatamente un "nemico"), l'emigrazione forzata, la guerriglia; è trascinato da una parte all'altra da vicende più grandi di lui, si attacca disperatamente al poco che ha (che si tratti di una biglia o di un singolo amico), assiste a grandi e piccole tragedie, vede morire amici e conoscenti, e alla fine è ricondotto dal destino nel luogo a lui più consono, in mezzo alla natura e lontano dal caos e dalla follia dell'uomo. Se lo spunto di partenza è dunque lo stesso del "Ragazzo selvaggio" di Truffaut o del "Kaspar Hauser" di Herzog, lo sviluppo va oltre: ma nel procedere, con una narrazione priva di retorica e di accondiscendenza, il protagonista – interpretato da un eccezionale Denis Murić, che dona al personaggio uno sguardo "selvaggio" sì ma anche tenero e impaurito, e soprattutto riesce a "trattenere" dentro di sé più emozioni di quelle che esprime – manifesta un'evoluzione tanto più notevole perché in fondo, pur dipendendo dagli altri, non perde mai di vista sé stesso. La trasformazione sociale di Pućke passa anche dal suo rapporto con un particolare capo di vestiario, ossia le scarpe: all'inizio vi è ovviamente refrattario (l'istruttore Ilke fatica non poco a fargliene indossare per la prima volta un paio); un importante traguardo è raggiunto quando impara a mettersele e ad allacciarsele da solo; il suo primo lavoro fuori dall'istituto è come apprendista da un ciabattino; un altro momento di passaggio è quello in cui indossa gli stivali che gli regala il soldato bosniaco che lo prende con sé nella sua pattuglia; e infine, nel momento del ritorno alla natura, sfilarsi quegli stivali è la prima cosa che fa. Il regista, esordiente, fa un lavoro impeccabile e si mette umilmente al servizio della storia e degli attori. Ottimi anche gli altri interpreti: Pavle Čemerikić è Žika, Isidora Janković è Alisa, Miloš Timotijević è Ilke.

19 settembre 2014

Burying the ex (Joe Dante, 2014)

Burying the ex
di Joe Dante – USA 2014
con Anton Yelchin, Ashley Greene
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

L'amore può durare per sempre? Sì, se la tua ex ragazza è uno zombie, decisa a non lasciarti nemmeno dopo la sua morte! Max (Yelchin), appassionato di film horror e commesso di un negozio a tema, vorrebbe rompere il fidanzamento con Evelyn (Greene), ambientalista e fanatica vegana, dopo essersi reso conto dell'insormontabile incompatibilità di fondo. Prima di essere scaricata, però, la ragazza muore in un incidente stradale. E per colpa di un artefatto "satanico" (davanti al quale i due si erano promessi di restare per sempre insieme), torna dalla tomba per continuare a stare vicino al suo amato, mettendo in seria difficoltà il tentativo di Max di imbastire una nuova relazione con la più affine a lui Olivia (Alexandra Daddario). Un Joe Dante in gran forma, come ai vecchi tempi, dirige una scatenata e surreale black comedy che è al contempo una parodia delle classiche pellicole di zombie e una satira dei rapporti romantici, con tanto di protagonista impacciato, fidanzate troppo attaccate e gelose, amici eccentrici e invadenti (un classico dei "chick flick": in questo caso c'è Travis – interpretato da Oliver Cooper – che sfrutta l'appartamento di Max e Evelyn per le sue frequenti scappatelle sessuali). Più che i luoghi comuni del cinema horror (ci sono comunque citazioni e riferimenti cinefili come se piovesse, in particolare cormaniani), l'ironia e il cinismo prendono dunque di mira tutti quelli del romanticismo portato all'eccesso. Si ride parecchio e si respira una piacevole aria di anni '80 (similmente, se vogliamo, al "Drag me to hell" di Sam Raimi). Curiosità: l'appartamento di Max è tappezzato di locandine di film horror d'antan, ma in italiano ("Sono d'importazione")!

Jackie & Ryan (Ami Canaan Mann, 2014)

Jackie & Ryan
di Ami Canaan Mann – USA 2014
con Ben Barnes, Katherine Heigl
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Ryan è un giovane musicista che vagabonda per il paese con la sua chitarra, viaggiando clandestinamente a bordo dei treni merci e suonando per le strade i classici del folk e del country. Jackie è una madre divorzianda, con figlioletta di nove anni a carico, fuggita da New York per tornare a vivere nella città dove è nata, Ogden (nello Utah), a sua volta con un passato di musicista, una carriera che ha messo da parte troppo presto. Il loro incontro sembra finalmente accendere qualcosa nelle rispettive vite: Ryan troverà lo stimolo e l'ispirazione per scrivere una propria canzone ed esprimere l'inquietudine della sua anima, mentre Ryan scoprirà in sé la forza per resistere alle prepotenze dell'ex marito che vorrebbe toglierle la bambina. Al suo terzo film, la figlia di Michael Mann dimostra di essere ormai una cineasta solida e consapevole dei propri mezzi. Anche sceneggiatrice, mette in scena una storia di persone vive e reali con la leggerezza dei migliori film romantici e musicali ma senza rinunciare a un setting talmente realistico da essere palpabile (magnifici i paesaggi innevati e gli scorci di una citta apparentemente fredda e inospitale ma che in realtà, a conoscerla bene, offre rifugi nei luoghi più segreti: squarci di una periferia americana sconvolta dalla crisi economica ma dove i cuori caldi delle persone battono ancora). Ne risulta un film gradevole, onesto, intimo, fuori dal tempo, compassato, privo di artificialità e di retorica. Certo, l'intreccio è poco originale e la storia in certi momenti (specialmente nel finale) si trascina forse un po' troppo a lungo: ma l'esibizione di Ryan nella sala di registrazione, quando finalmente può suonare la "sua" canzone, quella che gli è costata tanto tempo e fatica, ripaga ampiamente le attese.

17 settembre 2014

Melbourne (Nima Javidi, 2014)

Melbourne (id.)
di Nima Javidi – Iran 2014
con Payman Maadi, Negar Javaherian
***1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Amir e Sara sono in procinto di trasferirsi da Teheran a Melbourne, in Australia. In una stanza dell'appartamento che stanno per abbandonare, mentre fervono gli ultimi preparativi e si preparano i bagagli, dorme una neonata: è la figlia del vicino di casa, la cui babysitter – dovutasi assentare – ha momentaneamente affidato alle cure della giovane coppia. Fra parenti e amici che giungono a salutare, addetti al trasloco che portano via i mobili, cellulari e citofoni che squillano in continuazione, il sonno della bambina sembra stranamente non interrompersi mai... E presto Amir e Sara capiscono il perché: la neonata è morta nel sonno, silenziosamente e misteriosamente. La terribile scoperta li sconvolge, impedendo loro di compiere la scelta più ovvia, ovvero quella di chiamare i suoi genitori e avvertire la polizia; al contrario, i sensi di colpa, il terrore, l'ansia e l'incapacità di gestire un evento del genere li spingono a nascondere a tutti quello che è accaduto. Ambientata interamente fra le quattro mura della casa (a parte la prima scena, quella del censimento, e l'ultima, quella in automobile), l'opera prima del regista e sceneggiatore Javidi è una pellicola tesa e coinvolgente, caratterizzata da una suspence quasi hitchcockiana, da una sceneggiatura magistrale (che potrebbe benissimo essere adattata per il teatro) e da interpreti ottimi e intensi, e si iscrive perfettamente nel solco del moderno cinema iraniano, capace di affrontare difficili questioni morali in maniera profonda e originale (basti pensare al Farhadi de "Una separazione", film con cui condivide fra l'altro l'attore principale), senza voler giudicare le scelte di nessuno ma mettendo tutti di fronte alle proprie responsabilità. Ben dosata fra emozioni forti e colpi di scena che spostano progressivamente il focus della narrazione (il mistero della morte della bambina, le possibili responsabilità della babysitter, la crisi di coscienza dei due coniugi, la ricerca di eventuali scappatoie, la terribile risoluzione finale) pur mantenendo una costante coerenza di fondo, la drammatica vicenda assume venature esistenziali e si trasforma in un viaggio nel dolore e nell'incubo, tanto più terrorizzante perché permeato di quotidianità e di realismo. L'appartamento dei due coniugi, che si svuota man mano di oggetti e di ricordi, diventa così un luogo-simbolo, una sorta di purgatorio da cui si potrà partire per il paradiso oppure per l'inferno, a seconda delle scelte che si compiono o anche soltanto di quel che vorrà il caso/destino. E alla salvezza dal punto di vista formale o legale non coinciderà quella dal punto di vista morale. A Venezia il film era fuori concorso, proprio come "Locke" lo scorso anno: evidenti affinità tematiche a parte, il paragone non stona, visto che in entrambi i casi si trattava del titolo più interessante e forse più bello dell'intera mostra.

16 settembre 2014

Pasolini (Abel Ferrara, 2014)

Pasolini (id.)
di Abel Ferrara – Italia/Francia/Belgio 2014
con Willem Dafoe, Ninetto Davoli
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Visto al cinema Arlecchino, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Girare un film su una figura sfaccettata e complessa come quella di Pier Paolo Pasolini, decisamente unica e per certi versi "inafferrabile", senza banalizzarne le idee, la poetica e il personaggio stesso, è un'impresa difficile a dir poco. Altri registi in passato (come Marco Tullio Giordana in "Pasolini, un delitto italiano") hanno preferito evitare le insidie focalizzandosi sul mistero della sua morte, scandagliando dunque la società intorno a lui più che PPP stesso. Ferrara invece vuole portare sullo schermo proprio lo scrittore, tanto nel vissuto quanto nelle sue visioni personali. La scelta, felice, è stata quella di concentrarsi sul suo ultimo giorno di vita (il primo novembre 1975) e di ricostruire sullo schermo, a fianco degli eventi quotidiani, frammenti delle sue ultime opere: il romanzo incompiuto "Petrolio" e il film mai realizzato "Porno-Teo-Kolossal", che sarebbe stato il secondo capitolo della cosiddetta "trilogia della morte". Seguiamo così Pasolini (interpretato da un convincente Willem Dafoe), reduce da un viaggio a Stoccolma e in attesa del visto di censura per "Salò" (che avrebbe debuttato a breve nelle sale), trascorrere alcune ore con la famiglia e gli amici, dedicarsi al lavoro, concedere l'ultima intervista a Furio Colombo de "La Stampa", girare per Roma, raccontare i suoi futuri progetti, e infine trovare la morte sul Lido di Ostia (Ferrara dà qui credito alla "seconda versione" di Pelosi, secondo cui Pasolini sarebbe stato ucciso da tre teppisti di destra). Anche se non mancano qua e là accenni alla situazione socio-politico dell'epoca, il film non ha l'intenzione di contestualizzare eccessivamente la vita e la morte dello scrittore, quanto piuttosto quella di ritrarlo come un personaggio a tutto tondo, anche contraddittorio, ma altamente sensibile e creativo. Dove la pellicola fallisce è nell'assumere una forma o un aspetto coerente, sempre che questo fosse l'intento, visto che le singole parti prevalgono sull'insieme e sembra mancare un significato complessivo: a fianco di sequenze suggestive, anche perché derivate direttamente dagli scritti di Pasolini – l'intervista con Colombo, le immagini di "Porno-Teo-Kolossal" con le sue allegorie e la graditissima apparizione di Ninetto Davoli che interpreta Eduardo De Filippo (che avrebbe dovuto esserne il protagonista; il ruolo dello stesso Davoli nella finzione è invece affidato a Riccardo Scamarcio), i frammenti di "Petrolio" (Roberto Zibetti è Carlo, Andrea Bosca è Andrea Fago) – ci sono scelte non sempre felici (come l'utilizzo, completamente a sproposito, della cavatina di Rosina dal "Barbiere di Siviglia" nel finale, sulla morte del protagonista e sui titoli di coda: va bene che Maria Callas era grande amica di PPP, ma non si poteva scegliere un altro brano?). Straniante è anche, nella versione in lingua originale, l'utilizzo di più idiomi, con il passaggio dall'italiano all'inglese quando è in scena Dafoe: la versione doppiata, per una volta, sarà auspicabile. Nel cast anche Maria De Medeiros (Laura Betti), Adriana Asti (la madre di PPP), Giada Colagrande e Valerio Mastandrea.