20 gennaio 2017

Ex machina (Alex Garland, 2015)

Ex machina (id.)
di Alex Garland – GB 2015
con Domhnall Gleeson, Alicia Vikander, Oscar Isaac
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Il giovane programmatore Caleb Smith (Gleeson) è invitato a trascorrere una settimana nella residenza isolata (nonché laboratorio di ricerca) del geniale Nathan Bateman (Isaac), guru dell'informatica e della robotica, che lo invita a mettere alla prova la sua ultima invenzione: Ava (Vikander), un androide dalle fattezze femminili dotato di Intelligenza Artificiale. Il ragazzo dovrà valutare se l'A.I. di Ava è in grado di superare il "test di Turing", ovvero imitare in tutto e per tutto un essere umano. Nel corso dei suoi incontri con lei, Caleb finisce con l'innamorarsene. Ma non tutto è come sembra: il ragazzo inizia a sospettare che l'enigmatico Nathan non gli ha detto tutta la verità, e che ad essere sotto esame forse è proprio lui... Un piccolo film indipendente di fantascienza speculativa, acclamato (e forse un pochino sopravvalutato) dalla critica, che segna l'esordio alla regia per lo scrittore e sceneggiatore Alex Garland. I temi trattati non sono originalissimi, e anche lo sviluppo lascia un po' delusi sulla loro reale portata, ma la pellicola è girata con stile ed eleganza, in un'atmosfera sospesa e carica di tensione e di curiosità intellettuale e filosofica: aiuta, naturalmente, l'ambientazione isolata e il cast "ristretto" (praticamente solo quattro attori: la quarta è Sonoya Mizuno, che interpreta Kyoko, il robot-cameriera di Nathan). Nella finzione, l'inventore è un misto di Mark Zuckerberg, Stebe Jobs e Bill Gates (è diventato ricco da giovane per aver inventato BlueBook, il motore di ricerca più usato al mondo). Premio Oscar (esagerato?) per gli effetti speciali, tutti aggiunti in post produzione.

18 gennaio 2017

La donna che canta (D. Villeneuve, 2010)

La donna che canta (Incendies)
di Denis Villeneuve – Canada 2010
con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

All'improvvisa morte della madre Nawal Marwan, immigrata in Canada da un paese del medio oriente (anche se non è mai citato, si tratta del Libano sconvolto dalla guerra civile), i gemelli Jeanne e Simon scoprono dalle sue ultime volontà che sia loro padre (che credevano morto) che un altro fratello (di cui ignoravano l'esistenza) sono ancora in vita. Non senza riluttanza, partiranno alla loro ricerca per consegnargli un ultimo messaggio da parte della madre. E durante il viaggio, ripercorrendo le tracce di Nawal e ricostruendone la turbolenta storia, scopriranno terribili verità su di lei e su loro stessi. Da una pièce teatrale di Wajdi Mouawad, ispirata alla vita dell'attivista libanese Souha Bechara, un intenso dramma familiare che ha lanciato definitivamente la carriera di Denis Villeneuve: costruito come un puzzle i cui vari elementi si incastrano lentamente (attraverso il continuo passaggio dal presente al passato, grazie a vari flashback ambientati in epoche diverse), il film è un'acclamata riflessione sul caso e il destino, sulla maternità e sulle proprie radici, in un paese scosso da continui conflitti, guerre civili, ribellioni e faide fra gruppi di etnie e religioni differenti, e su come questi elementi possano influenzarsi reciprocamente. La sceneggiatura trasforma quella che sarebbe una vicenda del tutto paradossale e improbabile (ma con evidenti "elementi da tragedia greca", come ha commentato lo stesso regista) in un messaggio simbolico sull'assurdità della guerra e sulla necessità di spezzare la catena dell'odio e delle rappresaglie, oltre che sul sofferto contrasto fra il perdono e la vendetta. La scelta di non specificare chiaramente l'ambientazione (il setting, come detto, è quello della guerra civile in Libano: ma le riprese sono state effettuate in Giordania, e tutti i luoghi citati durante il film sono stati inventati), amplifica tale messaggio e lo rende ancora più universale. E nonostante i tragici eventi narrati, il finale è ammantato di speranza: quando tutti i nodi saranno venuti alla luce, i gemelli avranno imparato a conoscere e amare finalmente quella madre che per loro era sempre rimasta un mistero distante e impenetrabile. Da notare che Jeanne lavora come assistente universitaria nel dipartimento di matematica pura: e proprio la matematica si pone come una chiave di lettura della complessa realtà che la circonda (“Uno più uno può fare uno?”, le chiede il gemello, mentre la soluzione dell'enigma risiede nell'intersezione fra l'amore e l'odio). Altro tema conduttore è l'acqua (le piscine, il fiume), salvifica in contrasto con il fuoco dell'odio e della guerra. Un film intenso, complesso, stratificato e stimolante sotto più punti di vista, dove la potenza della sceneggiatura è ben servita dalle ottime interpretazioni e da una regia attenta, rigorosa ma anche ricca di stile. Nella colonna sonora spicca "You and whose army?" dei Radiohead.

16 gennaio 2017

La montagna (Edward Dmytryk, 1956)

La montagna (The mountain)
di Edward Dmytryk – USA 1956
con Spencer Tracy, Robert Wagner
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Zaccaria Teller, veterana guida alpina, ha dato l'addio alle scalate dopo la morte di un suo compagno di cordata, dieci anni prima, di cui si sente responsabile. Da allora vive come pastore nella casa di famiglia, ai piedi delle montagne. Ma quando un aereo di linea, proveniente dall'India, precipita in una zona praticamente impossibile da raggiungere a piedi, l'uomo viene convinto dall'avido fratello minore Cristoforo a tentare una scalata per raggiungere e saccheggiare il relitto. Dopo un'arrampicata piena di rischi e di difficoltà, tuttavia, fra i rottami del velivolo i due fratelli rinvengono una sopravvissuta... Ispirata a un fatto reale (lo schianto di un aereo indiano di linea sul Monte Bianco nel 1950), un'ingenua ma avvincente pellicola ambientata fra le vette delle Alpi francesi che mette in scena le fatiche e le insidie dell'alpinismo, fra pareti di roccia senza appigli, ghiacciai e crepacci, in un'epoca dove il turismo di massa e le odierne attrezzature erano ancora da venire. Un Tracy canuto dà vita a un personaggio stanco e indurito dalle tante esperienze, disilluso ma in cerca di riscatto (la vita che avrà occasione di salvare, ai suoi occhi, compenserà quella di cui si sente responsabile), che ama, teme e rispetta la montagna, al quale si contrappone un fratello minore – ma praticamente un figlio, avendolo cresciuto lui dopo la morte della madre – ribelle ed arrogante, che farebbe qualsiasi cosa per fuggire dalla vita umile e misera alla quale il maggiore (per espiazione?) si è rassegnato. L'avidità di Cristoforo si oppone all`integrità morale di Zaccaria, mentre le riprese di Dmytryk, durante tutta la scalata, sono spettacolari e cariche di tensione nel mostrare la sfida dell'uomo alla natura. Claire Trevor è la contadina innamorata di Zaccaria, Anna Kashfi è la ragazza indiana.

15 gennaio 2017

L'uomo che ride (Paul Leni, 1928)

L'uomo che ride (The man who laughs)
di Paul Leni – USA 1928
con Conrad Veidt, Mary Philbin
***

Visto in divx.

Dall'omonimo romanzo di Victor Hugo (che la sceneggiatura snellisce e orna di un lieto fine), un film muto d'avventura dai toni gotici e horror, ambientato nell'Inghilterra del XVII secolo. Sfregiato quando era bambino da uno zingaro che gli ha stampato sul volto un ghigno perenne, lo sfortunato Gwynplaine (Veidt) – allevato dal filosofo e saltimbanco Ursus (Cesare Gravina) – si guadagna da vivere esibendosi come buffone nelle fiere di paese con il nome di “L'uomo che ride” (un collega clown gli dice: “Sei fortunato, non devi struccarti via il sorriso quando hai finito di lavorare”). Innamorato della bella Dea (Philbin), l'attrice che recita al suo fianco e l'unica che – essendo cieca – non ride o non rabbrividisce di fronte al suo volto, Gwynplaine ignora di essere figlio di un nobile, Lord Clancharlie, che era caduto in disgrazia presso re Giacomo e le cui proprietà sono state confiscate e riassegnate alla duchessa Josiana (Olga Baklanova). Costei, capricciosa e voluttuosa, rischia di perdere tutto se un legittimo erede del clan dovesse ritornare: con l'avallo della regina Anna (che nomina Gwynplaine membro della camera dei Lord) progetta dunque di sposarlo per mantenere il proprio stato. Ma l'uomo rinuncerà alla nobiltà per rimanere in compagnia di Dea e della compagnia di saltimbanchi con cui è cresciuto. Feuilleton d'ambientazione storica, avvincente e barocco, costruito sulla figura del freak e sul contrasto fra le classi nobili e quelle basse, popolato da personaggi stereotipati o sopra le righe ma ricco di colore e di azione. Il tema delle risate è declinato in più modi: al sorriso forzato e obbligato del protagonista si contrappongono quelli di divertimento degli spettatori della fiera e quelli di scherno dei lord, mentre un buffone – sia pure di corte, ruffiano e ambizioso – è anche l'antagonista, il crudele e intrigante Barkilfedro (Brandon Hurst). Notevole il ruolo di Homo, il cane di Ursus: è lui che nel finale, eroicamente, salva il nostro eroe e lo riunisce con l'amata Dea. Assai celebrata, all'epoca, la performance di Veidt, capace di veicolare ogni sorta di emozione (rabbia, timore, tristezza, orgoglio) con un largo ghigno perennemente stampato sul volto, dando vita a un personaggio pietoso, grottesco ed eroico al tempo stesso (da notare come, visivamente, il personaggio abbia ispirato il Joker, l'arcinemico di Batman). L'attore tedesco aveva sostituito la prima scelta Lon Chaney, già protagonista di altri due fortunati adattamenti delle opere di Hugo ("Il gobbo di Notre Dame" nel 1923 e "Il fantasma dell'opera" nel 1925). Prima di approdare a Hollywood su invito del produttore Carl Laemmle, il regista Paul Leni aveva girato in Germania importanti pellicole espressioniste, come "Il gabinetto delle figure di cera": morirà prematuramente nel 1929.

14 gennaio 2017

Pericolo in agguato (John Carpenter, 1978)

Pericolo in agguato, aka Procedura ossessiva (Someone's watching me!)
di John Carpenter – USA 1978
con Lauren Hutton, David Birney
**

Visto in divx.

Tv movie girato da Carpenter a inizio carriera: si tratta di un thriller non troppo originale, che come in “Halloween” – uscito lo stesso anno – presenta una ragazza in lotta contro un misterioso maniaco (siamo però lontani dal puro horror). Leigh, giovane giornalista, si trasferisce da New York a Los Angeles dopo una delusione sentimentale. Qui trova casa (in un modernissimo grattacielo con appartamenti "domotici") e lavoro (come regista in un network televisivo). Ma comincia a ricevere misteriosi regali e inquietanti telefonate da uno stalker sconosciuto, che intende portarla verso l'esaurimento nervoso e istigarne il suicidio... Il personaggio è ben costruito, l'antagonista rimane invisibile e impalbabile fino alla fine (proprio come in un altro celebre tv movie di quegli anni, “Duel” di Spielberg), ma la tensione non raggiunge mai il livello di guardia, anche perché la sceneggiatura – che si ispira in parte al voyeurismo de “La finestra sul cortile” o “La conversazione” – non osa più di tanto. La regia di Carpenter è solida e funzionale al racconto, ma la matrice televisiva impedisce anche esteticamente ogni salto di qualità. Piccola parte per Adrienne Barbeau (futura moglie del regista, nonché attrice in vari suoi film) nel ruolo dell'amica lesbica.

11 gennaio 2017

La croce di ferro (Sam Peckinpah, 1977)

La croce di ferro (Cross of Iron)
di Sam Peckinpah – GB/Germania 1977
con James Coburn, Maximilian Schell
***1/2

Rivisto in divx.

Sui titoli di testa, le note di una canzone per bambini ("Hänschen klein") – che ritornerà nel finale – accompagnano un montaggio di immagini di guerra e di propaganda nazista. Siamo nel 1943, in Crimea, sul fronte orientale della Seconda Guerra Mondiale. Fra i soldati tedeschi che a fatica tengono le posizioni contro i russi giunge il capitano Stransky (Schell), aristocratico prussiano che si è arruolato volontario perché intende guadagnarsi la "croce di ferro", importante onorificenza militare che darebbe lustro alla sua famiglia. Il suo atteggiamento ambizioso e arrogante si scontra subito con quello più cinico e pragmatico del caporale Steiner (Coburn), veterano indisciplinato ma benvoluto dai superiori e rispettato da tutti gli uomini del suo plotone, capace di compiere imprese eroiche pur detestando la guerra in ogni suo aspetto ("Odio tutti gli ufficiali... Odio questa uniforme e quello che rappresenta"). Dopo un sanguinoso assalto nemico, Stransky si attribuisce il merito di aver guidato il contrattacco che ha respinto i russi, ma la testimonianza di Steiner potrebbe smascherarlo: ecco perché, durante la ritirata tedesca dalla penisola di Taman, il capitano ordina ai propri uomini di sparare su Steiner e la sua pattuglia che, rimasta dietro le linee nemiche, tenta disperatamente di riunirsi al resto dell'esercito. Uno dei piu grandi film di guerra di tutti i tempi, e uno dei rari (fra quelli diretti da un regista americano) a mostrare il conflitto dal punto di vista dei tedeschi. Anche se non sono propriamente nazisti (non tutti i soldati della Wermacht condividevano le idee di Hitler), i protagonisti fanno comunque parte di un esercito "nemico", ed è dunque apprezzabile il tentativo di Peckinpah e dello sceneggiatore Julius J. Epstein (che ha adattato un romanzo di Willi Heinrich) di mostrarli come esseri umani in tutto e per tutto, con le loro paure, i pregi e i difetti. Inoltre, nonostante la violenza e il realismo delle scene di battaglia (girate in Croazia, dove erano disponibili armi e uniformi originali di tedeschi e sovietici, compresi autentici carri dell'Armata Rossa!), più che contro i russi il vero conflitto è quello interno, il che fa della pellicola una tragedia umana ben più universale di quello che è il semplice contesto storico. Pur essendo l'unico film di guerra del regista, non è dunque così lontano dai lavori girati in precedenza (e in particolare da "Il mucchio selvaggio", del quale ripropone parecchi temi, dal cameratismo virile all'inevitabile pulsione verso la morte).

Come al solito Peckinpah venne accusato – completamente a torto – di compiacersi troppo nel mostrare la violenza della guerra: in realtà il suo è un film decisamente antibellico, che non abbellisce il conflitto né lo ammanta di eroismo. E mostrarne gli orrori in maniera così estesa e realistica era necessario per veicolare le emozioni e le passioni umane di fronte a una tale esperienza: si pensi anche ai personaggi del colonnello Brandt e del capitano Kiesel (magistralmente interpretati da James Mason e David Warner), tutt'altro che ufficiali assetati di sangue, con il primo che salva la vita al secondo, intellettuale a disagio in un mondo tanto violento, affinché sia in grado di "ricostruire" una nuova Germania. Il clima di disillusione, di consapevolezza della sconfitta imminente, della perdita degli ideali di un tempo e di accettazione dell'inevitabile violenza insita nella natura umana è testimoniato da diversi scambi di battute ("Cosa faremo quando avremo perso la guerra?" "Ci prepareremo per la prossima"), per non parlare di scene allucinate come quella della breve permanenza di Steiner nell'ospedale militare, che mostra tutti i traumi della guerra, quelli psicologici e quelli fisici (memorabile la scena in cui il soldato cui sono stati amputati gli arti deve "salutare" l'alto ufficiale in visita). L'uso del montaggio frammentato, dei ralenti e dei fermo immagine, da sempre marchio di fabbrica del regista, rende la pellicola estremamente efficace nel mettere in scena il dinamismo delle battaglie e, al tempo stesso, il lato umano dei personaggi. Eroe duro e pronto al sacrificio, Steiner mostra una forte sensibilità anche verso il nemico (come dimostrano gli episodi del ragazzino preso prigioniero o dell'incontro con il plotone di soldatesse russe), mentre Stransky è fondamentalmente un codardo più interessato al proprio tornaconto che a quello dell'esercito o del proprio paese. Entrambi però vanno collocati in un contesto talmente alienante in cui, se si vuole sopravvivere, è necessario mantenere un obiettivo e una parvenza di individualità. Il magnifico e sardonico finale aperto (curiosamente imposto a Peckinpah dalla produzione, che gli aveva tagliato i fondi e spingeva affinché concludesse al più presto le riprese), in cui Steiner e Stransky si lanciano fianco a fianco contro i nemici (con la prolungata risata del primo sui titoli di coda), dimostra se non altro che i due sono indissolubilmente legati dallo stesso destino. Peccato che sia stato in parte vanificato dall'esistenza di un sequel, "Specchio per le allodole" (Breakthrough), uscito due anni più tardi, dove Richard Burton ed Helmut Griem vestono rispettivamente i ruoli di Steiner e Stransky (non l'ho visto, ma pare che non sia all'altezza del prototipo). Nel cast anche Igor Galo (Meyer), Roger Fritz (Triebig, il tenente gay) e Senta Berger (l'infermiera). Curiosità: qualche anno dopo la sua uscita in Italia, Andrea Pazienza ne disegnò una locandina.

9 gennaio 2017

Love exposure (Sion Sono, 2008)

Love exposure (Ai no mukidashi)
di Sion Sono – Giappone 2008
con Takahiro Nishijima, Hikari Mitsushima, Sakura Ando
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Vero amore e religione, perversione e spiritualità, alienazione e famiglie disfunzionali in un film-mostre di ben quattro ore: ma la lunghezza è in realtà uno dei suoi pregi, visto che sembra di assistere a un serial televisivo che, episodio dopo episodio, approfondisce sempre più i personaggi principali, consentendo al pubblico di affezionarsi e "vivere" al loro fianco. E paradossalmente, nonostante la durata mastodontica (ma il ritmo e l'attenzione non calano mai) e la vastità dei temi trattati, è forse uno dei film di Sono più accessibili e meno "estremi" (relativamente parlando), almeno fra quelli che ho visto finora. Forse addirittura il suo capolavoro. Anche se il regista giapponese – come sempre – non sembra porre limiti o freni inibitori alla propria visione, gli eccessi e le esagerazioni risultano funzionali ai contenuti e l'immenso senso di libertà (dai generi e dalle convenzioni, ma non solo) che si respira a pieni polmoni contagia progressivamente anche lo spettatore. La trama è ovviamente assai lunga, e anche riassumendone solo i punti essenziali le si fa un torto (è un film che deve essere visto, non raccontato!). Il giovane Yu (Takahiro Nishijima), cresciuto in una famiglia cattolica, si scopre trascurato dal padre (che dopo la morte della moglie è stato ordinato prete), e per riconquistare il suo affetto comincia a commettere "peccati" di ogni genere in modo da poterglieli confessare. In particolare, diventa esperto nell'arte del tosatsu, ovvero la fotografia voyeuristica delle mutandine sotto le gonne delle ragazze. Nel frattempo, è alla ricerca della sua "Maria", ovvero l'unica ragazza di cui potrà innamorarsi. La troverà in Yoko (Hikari Mitsushima), teenager ribelle che odia tutti gli uomini ("tranne Gesù Cristo e Kurt Cobain"). Avendola salvata da un agguato mentre, per una scommessa, vestiva i panni della vendicatrice mascherata Sasori (mantello nero, occhialoni e cappello a falde larghe: un personaggio reso celebre dell'attrice Meiko Kaji in una serie di film degli anni settanta), Yu si rende conto di poterla corteggiare soltanto sotto quella falsa identità. Anche perché sta per diventare suo fratello, visto che suo padre intende lasciare la tonaca per sposare Kaori, la madre adottiva di Yoko. E qui si inserisce la terza protagonista, la misteriosa Aya Koike (Sakura Ando), manipolatrice biancovestita con un violento passato, che si occupa di reclutare nuovi membri per conto di una setta religiosa, la Chiesa Zero. Aya si interessa a Yu e alla sua famiglia non solo perché, in quanto cristiani, sono "prede" particolarmente allettanti: la ragazza vede in Yu una copia di sé stessa, essendo lui ossessionato, proprio come lei, dal "peccato originale". Con questo, credeteci o meno, arriviamo giusto ai titoli di testa, che giungono dopo la prima ora di pellicola!

Ondeggiando fra la commedia romantica e il coming of age esistenziale, il melodramma religioso e il cartoon demenziale, "Love exposure" è un film che spiazza in continuazione. Come tutti i lavori di Sono ha tanti pregi quanti difetti, che però sono perdonabili vista la genialità del regista e il suo bisogno di andare oltre i limiti pur di raccontare i temi che gli stanno a cuore: il legame fra l'individuo e la società, la rottura del cordone ombelicale con la famiglia – spesso descritta in termini negativi – e la conquista di un proprio posto nel mondo, che sia attraverso l'amore, il lavoro o la religione. E a proposito di quest'ultima, che nella pellicola gioca un ruolo fondamentale, ne vediamo sia gli aspetti più puri e spirituali (significativo che sia stato scelto il cristianesimo, che in Giappone è in fondo professato da una minoranza; ma il tema del peccato era strettamente necessario) che quelli socialmente patologici o distorti (la setta di Aya, che fa il lavaggio del cervello ai suoi adepti). I temi "alti" (l'amore, la purezza, la redenzione) vengono affiancati da quelli "bassi" (la perversione, la pornografia, la violenza), affrontati però non con intenti moralistici ma anzi con un approccio liberatorio e lontano da ogni ipocrisia, accompagnato da un'ironia da cinema trash o di exploitation (si pensi alle imprese "acrobatiche" di Yu per scattare foto sotto le gonne delle ragazze: sembra di vedere in azione Ataru Moroboshi!). E la nonchalance con cui si passa da sequenze esageratamente violente o gore (il flashback sulla gioventù di Aya, l'irruzione di Yu nella sede della setta) ad altre demenzialmente erotiche – le erezioni di Yu – o comiche (che sembrano uscire da un manga hentai), da situazioni intensamente romantiche o tragicamente liriche ad altre assolutamente improbabili e irreali, rivela tutto il talento cinematografico di un regista che, anche quando cerca di contenere alcuni dei suoi eccessi, è semplicemente incapace di fare film "normali" e che passino inosservati. Magistrale come sempre l'uso della colonna sonora: oltre ai brani composti appositamente da Tomohide Harada e alle canzoni del gruppo Yura Yura Teikoku, Sono ricorre con grande efficacia alla musica classica, in particolare al Bolero di Ravel (che accompagna la decisione di Yu di diventare esperto di tosatsu e tutto il suo "addestramento"), all'Allegretto della settima sinfonia di Beethoven (nella scena sulla spiaggia in cui Yoko recita il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi) e all'Adagio della terza sinfonia di Saint-Saens (nella sequenza dell'incontro fra Yoko e Yu/Sasori all'ospedale psichiatrico). Ottimi i tre giovani protagonisti. Nel cast anche Makiko Watanabe (Kaori) e Atsuro Watabe (il padre di Yu). Il musicista Hiroshi Oguchi è Lloyd, il maestro di tosatsu.

8 gennaio 2017

Il viaggio a Niklashausen (Fassbinder, Fengler, 1970)

Il viaggio a Niklashausen (Niklashauser Fart)
di Rainer Werner Fassbinder, Michael Fengler – Germania 1970
con Michael König, Hanna Schygulla
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un pastore (König), che afferma di aver ricevuto la visita della vergine Maria, predica idee marxiste e rivoluzionarie presso la città di Niklashausen, in Franconia, sobillando i contadini a ribellarsi alle autorità costituite per dar vita a un nuovo ordine sociale basato sull'uguaglianza e la ridistribuzione del lavoro e delle risorse. Una ricca nobildonna (Margit Carstensen), invaghita di lui, lo ospiterà nella sua casa. Ma insieme ai suoi compagni (fra i quali Fassbinder stesso, la Schygulla, Michael Gordon e Günther Kaufmann), finirà sul rogo. Ambientato in un'epoca indefinita, un misto fra il medioevo (la pellicola è ispirata alla storia vera di Hans Böhm, rivoluzionario del 1400) e i giorni nostri, un film per la tv – codiretto da Fassbinder e Fengler, che già avevano lavorato insieme in "Perché il signor R. è diventato matto?", e interpretato dal gruppo dell'Antiteater – che si propone di raccontare "come e perché fallisce una rivoluzione". I dialoghi parlano di politica, economia e giustizia sociale in chiave moderna, mentre i personaggi e le ambientazioni sembrano provenire da epoche differenti: l'insieme pare anticipare la versione filmata di "Jesus Christ Superstar" (si pensi anche alla dimora del vescovo lascivo, interpretato da Kurt Raab, che ricorda l'Erode del musical) e al tempo stesso ricorda certe cose di Godard (come "Week-end"), anche per l'approccio astratto e simbolico. La regia alterna sequenze statiche e di impostazione teatrale (come tutte quelle in cui, nella prima parte, si discetta delle teorie rivoluzionarie: un dibattito figlio degli anni in cui il film è uscito) ad altre ben più ariose e con ampi movimenti di macchina (come quella, nel finale, che mostra la guerriglia e lo scontro armato fra i ribelli e l'esercito). Nel collage di stili e ambientazioni (Hans e i suoi compagni sono crocifissi e bruciati in un cimitero di auto; a metà film, una lunga jam session musicale ha quasi un effetto ipnotico), freddo e non sempre convincente, risalta il parallelo fra arte e rivoluzione: quest'ultima, nelle parole dello stesso Fassbinder, va "messa in scena" per "ottenere un effetto teatrale". E se RWF ne è il regista, Hanna Schygulla ne è l'interprete (prova la sua parte davanti allo specchio, prima di recitare nei panni della Madonna).

7 gennaio 2017

Buckaroo Banzai (W. D. Richter, 1984)

Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione
(The adventures of Buckaroo Banzai across the 8th dimension)
di W. D. Richter – USA 1984
con Peter Weller, John Lithgow
*1/2

Visto in divx.

Buckaroo Banzai, di padre americano e madre giapponese, è un brillante neurochirurgo, fisico nucleare, musicista rock ed eroe a tempo perso, che con i suoi compagni ("i Cavalieri di Honk Kong") salva il mondo da minacce aliene. Durante un esperimento di velocità nel deserto con un veicolo dotato di un "propulsore di oscillazione", scopre l'esistenza di un universo extradimensionale all'interno della materia, dove gli abitanti del Pianeta 10 (i "Lettroidi") rinchiudono i loro criminali. E dovrà impegnarsi per porre fine alla minaccia di un gruppo di questi. Il primo dei due soli film diretti da Richter, più noto come sceneggiatore che come regista (suoi gli script di "Terrore dallo spazio profondo" e "Grosso guaio a Chinatown"), è uno scalcinato guazzabuglio che guarda ai fumetti e alla letteratura pulp degli anni trenta (Doc Savage), alla fantascienza degli anni cinquanta ("L'invasione degli ultracorpi", appunto), e al mix di musica e azione degli anni ottanta, anticipando temi di "Men in Black" e di "Essi vivono" (senza però i sottotesti politici o sociali di quest'ultimo). Fra personaggi con caratterizzazione basilare e superficiale – a partire dal protagonista – e tanta technobabble fine a sé stessa, è difficile lasciarsi coinvolgere più di tanto da un film che sembra aver divertito soprattutto i suoi realizzatori (ed è comunque indispensabile stare al gioco e non prendere nulla sul serio). Banzai è un eroe perfetto e dai mille talenti, una celebrità nel suo mondo (protagonista anche di una serie a fumetti), con amici e alleati ovunque, meglio se bizzarri e variopinti (scienziati musicisti o che vestono da cowboy), mentre i suoi nemici sono mostri mutaforma pazzi e criminali. La trama tira in ballo (alla rinfusa) i "marziani" di Orson Welles, scienziati italiani degli anni trenta (con venature fasciste), extraterrestri buoni ("negri") e cattivi ("rossi") che si chiamano tutti John, e misteriose donzelle con tendenze suicide. Nonostante il buon cast (Ellen Barkin, Jeff Goldblum, Christopher Lloyd fra gli altri), complessivamente però sprecato, e alcune indovinate gag nonsense (l'anguria, la dichiarazione di guerra in forma breve), rimane un B-movie per nostalgici del cinema fantastico a basso budget degli anni ottanta. Il titolo italiano, chissà perché, parla di "quarta dimensione" anziché di "ottava" (come recita correttamente il doppiaggio: non che tale numero venga spiegato in qualche modo).

5 gennaio 2017

Pietà per i giusti (William Wyler, 1951)

Pietà per i giusti (Detective story)
di William Wyler – USA 1951
con Kirk Douglas, Eleanor Parker
***

Visto in TV, con Sabrina.

Una sera, in una stazione di polizia a New York, diversi casi umani si intrecciano in modo drammatico. Una ladruncola (Lee Grant), arrestata per aver rubato una borsa, e un giovane (William Reynolds) che ha derubato il proprio datore di lavoro sono in attesa di essere schedati, così come una coppia di rapinatori incalliti (Joseph Wiseman e Michael Strong) che si accusano a vicenda: ma il caso più scottante è quello di un medico, il dottor Karl Schneider (George Macready), accusato di praticare aborti clandestini, che il detective Jim McLeod (Kirk Douglas) cerca di incastrare da diverso tempo. Schneider si costituisce, accompagnato dal suo avvocato (Warner Anderson), certo che McLeod non abbia prove contro di lui (e in effetti, i testimoni che il detective aveva rintracciato si tirano indietro). Peggio ancora, l'avvocato insinua che l'uomo abbia motivi personali per perseguitare il dottore: e infatti verrà fuori che la moglie di McLeod, Mary (Eleanor Parker), in passato si era rivolta proprio al medico... Tratto da un dramma teatrale di Sidney Kingsley (ma la sceneggiatura di Robert Wyler – fratello del regista – e di Philip Yordan è abile a spogliare il film di ogni "teatralità", se si eccettua il fatto che è praticamente ambientato tutto fra quattro mura), un noir stratificato e complesso sui temi della giustizia, della vendetta, dell'odio e del perdono, con un gruppo di personaggi indimenticabili, tratteggiati magnificamente dal ricco cast. La struttura è corale ma c'è comunque un protagonista, anche se per nulla simpatetico, pieno di difetti e di ombre (è il tipico "poliziotto cattivo", mentre quello "buono" è il suo collega Lou Brody, interpretato da William Bendix), inflessibile e dai modi spicci, ossessionato da una cieca intransigenza (motivata in realtà dall'odio per il padre, più che da un innato senso di giustizia). Intensissima, in particolare, la scena del confronto con la moglie. La pellicola ebbe qualche problema con la censura: all'epoca il codice Hays proibiva di mostrare sullo schermo l'omicidio di un poliziotto (e proprio questo film contribuì a modificare la regola, consentendo di mostrare scene di questo tipo "se necessarie per la trama"), nonché di fare riferimento all'aborto (ed ecco perché, nei dialoghi, sembra che il dottor Schneider si occupi "semplicemente" di parti clandestini). Il cast è completato da Horace McMahon (il capo del distretto), Cathy O'Donnell (la ragazza innamorata del giovane ladro), e ancora Gladys George, James Maloney, Gerald Mohr, Frank Faylen. Tanto Lee Grant che Joseph Wiseman erano al loro debutto sullo schermo: la Grant, nel ruolo della ladra, vinse addirittura il premio come miglior attrice non protagonista al Festival di Cannes, ma finì sulla lista nera del maccartismo (per aver rifiutato di testimoniare davanti alle commissioni) e non trovò più parti di rilievo per i successivi dodici anni.

4 gennaio 2017

Carne (Gaspar Noé, 1991)

Carne (id.)
di Gaspar Noé – Francia 1991
con Philippe Nahon, Blandine Lenoir
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nella Parigi degli anni settanta, un macellaio equino si ritrova ad allevare da solo la figlia Cynthia (la moglie è fuggita di casa poco dopo la sua nascita). Quando la bambina compie quattordici anni, viene violentata da un operaio: per vendicarla, il padre aggredisce l'uomo sbagliato e finisce in prigione. Uscito di galera, sarà costretto (controvoglia) a rifarsi una vita... Il primo mediometraggio di Noé (dopo due corti) è uno spaccato esistenzialista più interessante per lo stile con cui è girato – in particolare per la fotografia e l'utilizzo del montaggio (anche sonoro) – che non per il soggetto, anche se i personaggi sono ben caratterizzati con pochissimi tocchi (la barista grassona, la figlia muta, e soprattutto il protagonista, che comunica i suoi pensieri allo spettatore tramite il voice-over). Non mancano alcune immagini provocatoriamente "scioccanti", come l'uccisione di un cavallo nel mattatoio e la nascita di Cynthia mostrata in diretta. Il personaggio del macellaio, sempre interpretato da Philippe Nahon, tornerà come protagonista nel primo lungometraggio di Noè, "Seul contre tous", oltre a fare un cameo nel secondo, "Irreversible".

31 dicembre 2016

Blade Runner (Ridley Scott, 1982)

Blade Runner (id.)
di Ridley Scott – USA 1982
con Harrison Ford, Rutger Hauer
****

Rivisto in DVD.

Nella Los Angeles del 2019, una città cupa, multietnica e perennemente sferzata dalla pioggia, l'ex poliziotto Rick Deckard (Harrison Ford) viene richiamato in servizio per dare la caccia e "ritirare" – ovvero uccidere, in un modo o nell'altro – quattro "replicanti" (sofisticati androidi del tutto identici all'uomo, progettati per lavorare in condizioni estreme nelle colonie spaziali), tornati illegalmente sulla Terra. Il gruppo, guidato da Roy Batty (Rutger Hauer), vuole entrare in contatto con l'uomo che li ha progettati, il dottor Eldon Tyrell (Joe Turkel), per conoscere lo scopo della propria esistenza e la durata della propria vita. I replicanti sono infatti programmati per "spegnersi" dopo quattro anni, vista la pericolosa tendenza a sviluppare emozioni e diventare così umani in tutto e per tutto. Nel corso delle sue indagini, Deckard – coadiuvato dall'ambiguo Gaff (Edward James Olmos) – fa la conoscenza di Rachael (Sean Young), ultimo prototipo ideato da Tyrell, una replicante che non sa di essere tale (per via dei falsi ricordi in lei innestati), e se ne innamora. Tratto dal romanzo di Philip K. Dick "Do Androids Dream of Electric Sheep?", pubblicato in Italia come "Il cacciatore di androidi" (ma gli sceneggiatori Hampton Fancher e David Webb Peoples, nell'adattarlo, si prendono le loro libertà), una pellicola di fantascienza filosofica, seminale e incredibilmente influente (anche a livello estetico), capostipite di quel filone cyberpunk che con il suo mood e il suo stile retrò da neo-noir ha formato gran parte dell'immaginario SF cinematografico (e non solo: pensiamo ai fumetti o ai videogiochi) dei decenni successivi. Si dice che William Gibson, l'autore di "Neuromante" (il libro al quale si fa risalire la nascita del cyberpunk letterario), guardando il film mentre era ancora impegnato nella stesura del suo romanzo, rimase talmente scosso nel ritrovare sullo schermo quelle stesse immagini e atmosfere che stava tentando di portare sulla carta da pensare addirittura di abbandonare l'impresa (il libro sarebbe stato pubblicato poi nel 1984, con il suo celebre incipit: "Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto").

"Non era previsto che i replicanti avessero sentimenti, e nemmeno i cacciatori di replicanti", commenta Deckard (nella prima versione cinematografica, quella con la voce narrante). Anziché semplici "robot cattivi", come nelle più stereotipate pellicole di fantascienza, i "lavori in pelle" – come li chiama il superiore di Rick, il capitano Bryant – sono personaggi complessi e sfaccettati, vero fulcro (ancor più del protagonista) della storia narrata. Lo sviluppo di emozioni li porta a indagare su sé stessi e sulla propria esistenza, fino al desiderio di conoscere il proprio creatore. Se noi potessimo incontrare Dio, cosa gli diremmo e cosa gli chiederemmo? Roy Batty spiega a Tyrell di avere paura della morte e che desidera "più vita". Lo scienziato risponde che tutti devono avere dei limiti, come è giusto che sia (e inoltre: "La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo. E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti, Roy"). Da quel momento, la pellicola è diretta verso l'inevitabile conclusione: certo, deve ancora mostrarci lo scontro finale fra Deckard e Batty (ma non è più uno scontro fra il bene e il male, se mai lo era stato), ma anche questo si rivela fuori dagli schemi, lontano da tutto ciò che si era mai visto fino ad allora in un film di fantascienza. Anche se violenta e piena d'azione, la battaglia è quasi esistenzialista, e a vincerla non è l'eroe ma il "cattivo" (persino noi spettatori, in certi punti, ci ritroviamo a tifare per lui: quando prima Leon e poi Roy domandano a Rick "Com'è vivere nel terrore?", ci stupiamo del fatto che due androidi comprendano più degli umani il valore della vita). Non a caso la scena più celebre del film è quella del monologo finale di Roy, sulla terrazza e sotto la pioggia, a petto nudo e con una colomba bianca in mano, mentre aspetta di morire dopo aver salvato la vita al suo avversario: "Io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi...". Un monologo che tutti gli appassionati di SF cinematografica hanno probabilmente imparato a memoria, e che talvolta amano recitare nei momenti più opportuni. I replicanti hanno un passato artificiale, con innesti di ricordi fasulli ("Hanno bisogno di ricordi": o forse hanno bisogno di umanità), ma quello che hanno vissuto in prima persona è ancora più unico dei falsi ricordi, più prezioso e più difficile da abbandonare: "E tutti questi momenti andranno perduti, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire".

Com'è noto, la versione uscita nelle sale cinematografiche nel 1982 fu rimaneggiata dai produttori, che inserirono (contro il volere di Scott e di Ford) la voce narrante di Deckard (su testi scritti, non accreditato, da Roland Kibbee) e il "lieto fine" in cui Rick e Rachael fuggono da Los Angeles (con la voce che spiega che la ragazza non ha nessuna "data di scadenza"): le immagini di quest'ultima sequenza, che mostrano la natura incontaminata al di fuori della città, facevano parte delle panoramiche aeree girate (e poi non utilizzate) per lo "Shining" di Stanley Kubrick. Un'altra modifica fu quella di eliminare una sequenza in cui Deckard sognava un unicorno: questa scena, se collegata con quella nel finale in cui Deckard trova un origami a forma di unicorno lasciatogli da Gaff, suggeriva che lo stesso Rick potesse essere un androide (in quanto il suo sogno sarebbe stato innestato artificialmente, tanto che Gaff e altri ne sarebbero a conoscenza). Le versioni del film uscite nel 1991 ("Director's Cut") e nel 2007 ("Final Cut") ristabiliscono – in particolare la seconda – la visione originale di Ridley Scott. Personalmente, però, sono rimasto affezionato alla prima edizione, al punto da preferirla: mi pare che la voce narrante accentui mirabilmente l'atmosfera da film noir, anche grazie all'ottimo doppiaggio italiano (in quella inglese, Harrison Ford fu accusato di aver volutamente "recitato male" durante le sessioni di registrazione, nella speranza che i produttori cambiassero idea e rinunciassero a inserire il voice-over). Le versioni successive reintroducono anche un paio di scene violente che mancavano dall'edizione americana (ma già presenti in quella internazionale) e correggono inoltre alcuni errori di continuity. Bryant, all'inizio, spiega che i replicanti evasi sono sei e che uno è "rimasto folgorato" tentando di introdursi nella Tyrell Corporation: ma poi quelli cui Deckard darà la caccia sono solo quattro (Roy, Leon, Pris e Zhora)! Nello script era inizialmente previsto lo scontro con un'altra replicante, Mary (che sarebbe stata interpretata da Stacey Nelkin), poi eliminato per problemi di budget. Solo nella "Final Cut" l'errore è stato corretto, e ora quelli che si sono "folgorati" sono due. A proposito dell'unicorno, infine: costretto ad eliminarlo da "Blade Runner", Scott si rifece inserendone uno, tre anni più tardi, nel suo lavoro successivo, il fantasy "Legend".

Il mondo in cui si svolge "Blade Runner" (a proposito, il titolo – preso in prestito dall'omonimo romanzo di Alan E. Nourse e dal suo trattamento scritto da William S. Burroughs, di cui Scott acquistò i diritti pur di poterlo usare – si riferisce ai membri dell'unità di polizia incaricati di rintracciare e "ritirare" i replicanti) è urbano, distopico, perennemente al buio e sotto una pioggia incessante. Richiama in maniera evidente quello dei film noir, anche se virato in chiave fantascientifica: e il personaggio di Deckard, con la sua professione, il suo impermeabile, la sua misantropia, la sua aura di perdente, sembra uscire da un romanzo hard boiled (la voce narrante con cui si rivolge allo spettatore, come detto, accentua questa atmosfera: "Non cercano killer nelle inserzioni sui giornali..."). Se nulla ci viene mostrato delle cosiddette "colonie extra-mondo", quelle dove lavorano i replicanti e verso le quali martellanti annunci spingono i disperati in cerca di "una nuova vita", tutto l'impegno profuso dai cineasti nel world building è rivolto alla città di Los Angeles: una distesa di palazzi scuri, illuminati dalle insegne al neon, dagli schermi pubblicitari sempre accesi e dai fiotti di fuoco che si innalzano verso il cielo, dove le suggestioni architettoniche richiamano al tempo stesso il futuro e il passato (le piramidi – ispirate ai disegni dell'architetto futurista Antonio Sant'Elia – e gli arredi "egiziani"). A breve distanza convivono affollate chinatown, caotici quartieri-bazar, locali edonistici, distretti tecnologici (la Tyrell Corporation) e zone invece disabitate (il palazzo dove vive J.F. Sebastian, che sarà lo scenario dello scontro finale fra Deckard e Roy). "La cosa più semplice e radicale che Ridley Scott ha fatto – ha commentato Gibson – è stata quella di mettere archeologia urbana in ogni fotogramma. Nelle città, il passato, il presente e il futuro possono essere totalmente adiacenti". La sua Los Angeles è anche un coacervo di culture e di etnie – occidentali e orientali, arabi ed europei, cinesi e giapponesi – che si riflette anche nella lingua parlata: si pensi allo slang di Gaff ("Un guazzabuglio di giapponese, spagnolo, tedesco e chi più ne ha..."). La mescolanza di stili e di epoche torna infine nella moda, nelle acconciature, nel look dei suoi abitanti, che a volta ricordano gli anni trenta o gli anni cinquanta: un esempio su tutti è la capigliatura a pompadour di Rachael. Ma persino la colonna sonora di Vangelis, elettronica e fuori dal tempo, è completata da brani (come la canzone "One more kiss, dear") che guardano chiaramente al passato e al music hall.

Fra le fonti alle quali Scott e Syd Mead (il concept artist) si sono ispirati per la creazione del paesaggio urbano (a costo di ripetermi, uno dei punti di forza della pellicola, tanto che molti critici l'hanno paragonata in questo al "Metropolis" di Fritz Lang) ci sono i quadri di Edward Hopper e soprattutto i fumetti francesi degli Humanoïdes Associés (in particolare le opere di Moebius e degli altri autori pubblicati sulla rivista "Métal Hurlant"). Proprio Moebius venne avvicinato per collaborare al film in fase di pre-produzione, ma il disegnatore declinò l'invito (per poi pentirsene). Il regista ha anche citato "il paesaggio di Hong Kong in una brutta giornata" (a proposito, fra i finanziatori del film figura Run Run Shaw, uno dei leggendari Shaw Brothers, produttori cinematografici dell'ex colonia inglese) e quello industriale del Nord-Est dell'Inghilterra, dove lo stesso Scott è nato e ha vissuto per diversi anni. Gli effetti speciali, stupefacenti se si pensa che furono realizzati senza il ricorso al digitale, sono supervisionati da Douglas Trumbull (già responsabile di quelli di "2001: Odissea nello spazio" e "Incontri ravvicinati del terzo tipo") e Richard Yuricich. Il casting non fu facile: per il ruolo di Deckard, lo sceneggiatore Hampton Fancher aveva pensato a Robert Mitchum (altra suggestione noir, visto che Mitchum è uno dei volti per eccellenza del Marlowe di Raymond Chandler), mentre Scott e i produttori avrebbero preferito Dustin Hoffman. Harrison Ford fu scelto solo all'ultimo momento, forse perché collegato all'immaginario fantascientifico per via della sua presenza in "Guerre stellari". Sul set, però, attore e regista non andarono d'accordo e si scontrarono a più riprese (uno dei pochi punti in comune fu l'opposizione all'inserimento della voce narrante). Più semplice fu il casting di Rutger Hauer ("il Batty perfetto: freddo, ariano, senza difetti", disse Dick). Sean Young era relativamente sconosciuta, così come Daryl Hannah (Pris). Il ricco cast è completato da Brion James (Leon), Joanna Cassidy (Zhora: memorabile la sequenza in cui fugge fra la folla, seminuda e coperta solo con un giubbotto di plastica trasparente), M. Emmet Walsh (il capitano Bryant), William Sanderson (J.F. Sebastian). A Morgan Paull, che interpretava il ruolo di Deckard durante i provini per gli altri attori, fu poi riservata la parte di Holden, il "Blade Runner" che viene ucciso da Leon nella prima scena.

Pur trovandoci in un futuro dove esistono androidi sofisticatissimi e automobili volanti, anche la tecnologia appare "antica", arrugginita. Gli schermi televisivi (a tubi catodici) sono piccoli e di bassa qualità, i computer o i telefoni sono ingombranti e rumorosi, per non parlare delle armi (la pistola di Deckard) e degli oggetti di uso comune (gli ombrelli con il manico al neon). L'aspetto "tecnologico" più affascinante, auto volanti a parte, è senza dubbio quello legato alla robotica. Oltre ai replicanti (il modello più avanzato, cui appartengono Roy e gli altri obiettivi di Rick, è il Nexus-6), la cui presenza sulla Terra è illegale, gli organismi artificiali più diffusi sono gli animali. Ci troviamo infatti in un mondo futuro in cui (per via dell'inquinamento o della sovrappopolazione?) le specie viventi sono quasi del tutto estinte, e dunque chi desidera un animale da compagnia non può che ricorrere a un duplicato cibernetico. Questo elemento (che riecheggia nel titolo originale del romanzo di Dick) si riflette nella natura "psicologica" del test Voight-Kampff, studiato per provocare reazioni emotive e dunque individuare gli androidi in mezzo agli esseri umani: gran parte delle domande che gli agenti Blade Runner pongono agli individui sospetti riguardano proprio gli animali. Una versione più "limitata" di questa avanzatissima tecnologia è quella che fa mostra di sé nella dimora di J.F. Sebastian. Costui, progettista genetico che lavora per Tyrell (è attraverso lui che Roy riesce a entrare in contatto con il proprio artefice), si costruisce dei "giocattoli" (poco più che burattini) come amici. In un certo senso non siamo lontano dal concetto degli animali artificiali, anche se in questo caso si tratta per lo più di figure antropomorfe (benché talvolta deformi, o affette da nanismo), poco più che soldatini a molla con l'unica funzione di camminare per le vaste stanze della sua casa vuota e di salutarlo quando torna dal lavoro. Sintomo di un disperato bisogno di avere compagnia, di qualcuno che gli mostri affetto (anche se artificiale): Sebastian è un personaggio tragico e patetico (soffre anche di una sindrome di invecchiamento precoce), che cade facilmente – e forse consapevolmente – nella tela di Pris ("modello base di piacere") e di Roy. Proprio la sua malattia, che gli preannuncia una vita breve, lo porta forse a empatizzare con loro. La stessa Pris, mascherata da procione (con la pelle bianca e l'iconica striscia di vernice nera sugli occhi) si mescolerà facilmente fra le bambole e gli altri robot-giocattolo di J.F. al momento dell'irruzione di Rick nell'edificio.

Visivamente splendido nella sua mescolanza di suggestioni "alte" e "basse", il film è esteticamente notevolissimo, graziato dalla stupefacente fotografia di Jordan Cronenweth, che gioca in più modi con la luce (la fotografia è spesso uno dei principali punti di forza delle pellicole di Scott, che ha imparato a curarla in modo particolare per via del suo background di regista pubblicitario), e dalla sublime colonna sonora di Vangelis, che combina l'uso di melodie classiche (cui contribuiscono la voce di Demis Roussos e il sassofono tenore di Dick Morrissey) con le sonorità futuristiche della musica elettronica. Nonostante tutto, però, alla sua uscita fu accolto freddamente dalla critica e dal pubblico americano (all'estero invece andò meglio), e solo con il passare del tempo assunse lo status di cult movie di cui gode tuttora. Il lungometraggio era il terzo della carriera di Ridley Scott, un altro capolavoro di fantascienza (sicuramente il genere a lui più congeniale, col senno di poi) dopo "Alien": ai tempi, di fronte a tre film di livello così elevato (il primo era stato "I duellanti"), il regista britannico sembrava destinato all'olimpo dei più grandi cineasti, e molti già lo collocavano sul piedistallo al fianco di Kubrick e Spielberg. In seguito, purtroppo, sono state più le delusioni che non le conferme (anche se ottimi film, occasionalmente, li ha comunque realizzati, da "Thelma & Louise" al recente "The Martian"). Il successo della pellicola ha portato inoltre l'opera di Philip K. Dick all'attenzione dei produttori di Hollywood, e da allora non sono stati pochi i film ispirati ai lavori dello scrittore americano ("Total Recall" e "Minority Report", per citarne un paio: addirittura, un film per la tv uscito nel 1999, "Total Recall 2070", è quasi una rilettura dello stesso "Blade Runner"). Dick morì in quello stesso 1982, poco prima dell'uscita della pellicola (che è a lui dedicata), dopo averle dato il suo endorsement. Negli anni seguenti, diversi romanzi e fumetti si sono proposti come "seguito" della storia originale. E nel 2017 uscirà finalmente un sequel ufficiale: "Blade Runner 2049", diretto dal canadese Denis Villeneuve, nel quale Harrison Ford tornerà a interpretare il ruolo di Rick Deckard dopo trentacinque anni (anche se il titolo lascia intendere che dal primo film ne sono trascorsi "solo" trenta).

30 dicembre 2016

L'urlo della città (Robert Siodmak, 1948)

L'urlo della città (Cry of the city)
di Robert Siodmak – USA 1948
con Richard Conte, Victor Mature
**1/2

Visto in divx.

Il tenente Vittorio Candella (Mature) e lo scapestrato Martin Rome (Conte) sono cresciuti insieme a Little Italy, ma hanno preso strade differenti: il primo è diventato un poliziotto integerrimo, il secondo un delinquente di piccolo calibro. Imprigionato per aver ucciso un agente, Martin decide di evadere per proteggere la ragazza che ama, Tina (Debra Paget), dalle accuse di essere stata sua complice in un sanguinoso furto di gioielli (di cui in realtà è innocente). Candella gli darà la caccia, anche per impedire che l'esempio di Martin finisca col traviarne il fratello minore Tony, che lo ammira come un idolo. Noir dalle marcate atmosfere urbane (tutto girato in esterni, pratica che all'epoca non era certo una consuetudine), con una coppia di protagonisti assolutamente complementari (e Siodmak ne approfitta, giocando a mischiare le carte: pur non essendoci mai il dubbio che Candella sia il buono e Martin il cattivo, il primo è sempre vestito di nero e il secondo di bianco, invertendo cioè i tradizionali colori di questo tipo di personaggi). La sceneggiatura (cui ha collaborato Ben Hecht, non accreditato) va dritta al punto, senza svolazzi o divagazioni, costruendo i personaggi in maniera semplice ma efficace e mostrandone tutte le luci e le ombre: il poliziotto intransigente, che non si ferma davanti a nulla pur di far rispettare la legge, e il criminale incallito che pure ha un cuore ed è accusato ingiustamente. Nel cast anche Shelley Winters (Brenda, una delle tante ragazze di Martin), Fred Clark (il collega di Candella), Berry Kroeger (l'avvocato corrotto) e Hope Emerson (la ladra di gioielli). Nella versione italiana, il nome di Martin Rome diventa "Martino Rosky". La colonna sonora di Alfred Newman, che richiama Gershwin, è riciclata dal film "Street scene" del 1931.

28 dicembre 2016

Paterson (Jim Jarmusch, 2016)

Paterson (id.)
di Jim Jarmusch – USA 2016
con Adam Driver, Golshifteh Farahani
***

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Paterson, autista di bus con la passione per la poesia, vive a Paterson, New Jersey, con la moglie Laura e il cane Marvin (un bulldog francese). Il film ne racconta una settimana di vita (da lunedì a domenica), attraverso la sua routine quotidiana: sveglia alle 6.15, colazione, lavoro, pausa pranzo, ritorno a casa, cena con Laura, passeggiata con il cane, visita al pub. Gli unici suoi svaghi consistono nello scrivere versi su un "taccuino segreto", ascoltare le bizzarre conversazioni del passeggeri del suo autobus, osservare le dinamiche degli avventori del pub, ed essere testimone delle tendenze artistiche della moglie (che dipinge tessuti e oggetti, sempre con forme e simboli in bianco e nero; cucina cupcake da vendere alla festa dei coltivatori; o progetta di imparare a suonare la chitarra per diventare una cantante country). Come sfondo c'è la città che porta il suo stesso nome, con le sue strade e i suoi parchi, i suoi locali e le sue periferie, i suoi abitanti e i suoi cittadini illustri (il comico Lou Costello, il poeta modernista William Carlos Williams). Il minimalismo di Jarmusch portato agli estremi: un elogio della semplicità e della "poesia delle piccole cose", quella bellezza che, per chi sa coglierla, si nasconde dietro ogni singolo momento e ogni incontro casuale, la cui banalità ispira i versi che il protagonista compone (e che appaiono in sovrimpressione sullo schermo), e che può essere valorizzata dal gioco di rimandi e ripetizioni che la vita stessa regala: sono tanti, infatti, i temi ricorrenti, come il passato, i sogni, i gemelli... tutti già presenti nelle pellicole precedenti di Jarmusch (in particolare in quelle più episodiche, come "Coffee and cigarettes"), ma che qui assumono un'organicità maggiore e profonda, in grado di comprendere tutta un'esistenza. Ne risulta un film al tempo stesso realistico e filosofico, mondano e poetico, caldo, sincero e mai noioso, con cui è facile entrare in sintonia. La contemplazione, la rassegnazione e persino l'indecisione, attraverso la poesia, possono diventare sublimi. Ottimo Driver (nomen omen), deliziosa la Farahani.

24 dicembre 2016

Rogue One (Gareth Edwards, 2016)

Rogue One: A Star Wars Story (id.)
di Gareth Edwards – USA 2016
con Felicity Jones, Diego Luna
**1/2

Visto al cinema Uci Bicocca.

Primo spin-off cinematografico della saga di "Star Wars" (se non contiamo il lungometraggio d'animazione "The Clone Wars" e i due film per la tv sugli Ewok usciti negli anni ottanta). La Disney, dopo aver acquistato i diritti da George Lucas nel 2012, per sfruttare al massimo la franchise progetta infatti di alternare pellicole di questo tipo ai film "canonici" (quelli numerati, per intenderci), facendo così uscire una pellicola nelle sale praticamente ogni anno. Si tratta di storie fuori numerazione, ambientate all'interno dell'universo di "Guerre stellari" ma che mettono in scena avventure di personaggi secondari, o retroscena ed eventi accaduti dietro le quinte. "Rogue One", per la precisione, si colloca fra "Episodio III" ed "Episodio IV" (anzi, si svolge immediatamente prima di quest'ultimo) e racconta come l'alleanza ribelle sia entrata in possesso dei piani della Morte Nera, mostrando dunque quello che nel film del 1977 era liquidato in poche righe nei titoli introduttivi, facendo piombare lo spettatore di allora in media res ("Navi spaziali ribelli, colpendo da una base segreta, hanno ottenuto la loro prima vittoria contro il malvagio Impero Galattico. Durante la battaglia, spie ribelli sono riuscite a rubare i piani segreti dell'arma decisiva dell'impero, la Morte Nera..."). Non solo: spiega anche com'è possibile che in un'arma tanto potente e sofisticata potesse esserci una falla tale da permettere la sua distruzione con un solo colpo (quello scagliato da Luke contro il reattore): Galen Erso (Mads Mikkelsen), lo scienziato che l'ha progettata, l'ha inserita volontariamente per permettere ai ribelli di distruggerla. Personaggio centrale del film è sua figlia Jyn (Felicity Jones: curiosamente, dopo "Il risveglio della forza", è il secondo film consecutivo della saga ad avere una protagonista femminile), che guida il gruppo di spie incaricate di rubare i piani. Con lei ci sono il capitano ribelle Cassian Andor (Diego Luna), l'ex pilota imperiale Bodhi Rook (Riz Ahmed), il droide riprogrammato K-2SO, l'aspirante Jedi cieco Chirrut (Donnie Yen) e il guerriero Baze Malbus (Jiang Wen). Dovranno vedersela in particolare con il direttore Krennic (Ben Mendelsohn), a capo del progetto della Morte Nera.

Diciamo subito che il film, rispetto ai normali capitoli della saga, "vola basso" (il che non è necessariamente un difetto). Di impostazione derivativa, manca quasi del tutto di sense of wonder, non presenta personaggi particolarmente memorabili (anche perché sono tutti "sacrificabili") né momenti destinati a rimanere iconici (forse giusto il finale). Con una regia che punta su uno stacco di montaggio ogni tre secondi (Edwards si è fatto le ossa con un paio di monster movie, fra cui l'ennesimo reboot di "Godzilla"), a lunghi tratti lascia indifferenti, soprattutto nella fase iniziale, quella che introduce personaggi per lo più stereotipati o di poco spessore (non aiutano gli interpreti, in particolare i due principali: meglio invece i comprimari). Cresce invece parecchio nella seconda parte, quando le sequenze d'azione prendono il sopravvento e la pellicola si trasforma in un film di guerra in tutto e per tutto (la battaglia delle forze ribelli sulle "spiagge" del pianeta Scarif ricorda in modo impressionante lo sbarco in Normandia durante la seconda guerra mondiale). Qui, fra scontri, sangue ed esplosioni, pian piano ci si rende conto che la missione degli eroi questa volta è suicida, e quasi dispiace dover dire addio ad alcuni dei comprimari (K-2SO, Chirrut e Baze su tutti). Nel resto del cast, da segnalare Forest Whitaker nei panni di Saw Gerrera, ribelle fra i ribelli, mentre alcuni personaggi chiave di "Episodio IV" – il governatore Tarkin e la principessa Leila – tornano in scena grazie agli effetti digitali (nel caso di Leila non del tutto convincenti, a dire il vero). Ci sono anche un paio di sequenze dedicate a Darth Vader (ma che brutto il doppiaggio italiano!), nonché un breve cameo per R2-D2 e C-3P0 (i quali restano così gli unici personaggi a essere apparsi in ogni film della saga). Gli esterni sono stati girati in Islanda, in Giordania e alle Maldive. Per evidenziare maggiormente il distacco con gli episodi canonici, è la prima pellicola della saga a non avere una colonna sonora di John Williams (anche se alcuni dei suoi temi più celebri sono stati incorporati in quella di Michael Giacchino) e a non presentare, all'inizio, il consueto carrello introduttivo.

23 dicembre 2016

Tokyo! (Gondry, Carax, Bong, 2008)

Tokyo! (id.)
di Michel Gondry, Leos Carax, Bong Joon-ho – Giappone/Francia/Germania/Corea del Sud 2008
con Ayako Fujitani, Denis Lavant, Teruyuki Kagawa
**

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli in inglese.

Film diviso in tre episodi, ambientati a Tokyo e diretti da tre registi (non giapponesi) noti per la loro cifra stilistica autoriale e bizzarra: i francesi Gondry e Carax e il sudcoreano Bong. Il risultato è originale e a suo modo godibile per il taglio surreale e grottesco, ma nel complesso non certo entusiasmante. Disagio, spaesamento e incomunicabilità sono i principali temi trattati: tutt'altro che un grido d'amore per la città (come invece erano stati altri film collettivi, tipo "Paris, je t'aime" o "New York, I Love You"). Tokyo fa qui da sfondo universale per le vicende di personaggi che, tutto sommato, avrebbero potuto svolgersi in qualsiasi altra metropoli (come dimostra il fatto che l'episodio di Gondry è tratto da un fumetto – di Gabrielle Bell – che originariamente era ambientato a New York).

Interior Design (**1/2), di Michel Gondry, con Ayako Fujitani e Ryo Kase
Akira e Hiroko, fidanzati con pochi soldi e poche prospettive, giungono a Tokyo dove lui – aspirante filmmaker – deve proiettare una pellicola in un festival underground. Ospitati momentaneamente da un'amica, cercano senza troppo successo un appartamento e un impiego. Mentre per Akira le cose cominciano ad andare bene (il suo film riceve una buona accoglienza, e intanto trova un lavoro seppur modesto), la ragazza si sente sempre più vuota e a disagio di fronte alle difficoltà e alle responsabilità della grande città. Si trasformerà in una sedia, e come oggetto di arredamento si sentirà finalmente utile. Nonostante il finale surreale, è l'episodio più intimo e malinconico, quello con la miglior sceneggiatura nonché quello che meglio sfrutta l'ambientazione urbana.

Merde (*1/2), di Leos Carax, con Denis Lavant e Jean-François Balmer
Un bizzarro individuo semi-preistorico, scalzo e con la barba rossa, fuoriesce da un tombino e semina il panico e il disordine per le strade di Tokyo. Merde (questo è il suo nome, decisamente programmatico) è una scheggia irrazionale e impazzita, elemento di disturbo e specchio deformante della società: mangia il denaro e i fiori, e odia la gente senza alcun motivo. Arrestato, viene processato (è difeso da un avvocato francese che gli somiglia incredibilmente e che comprende il suo linguaggio gutturale) e condannato a morte: ma sopravviverà all'impiccagione e sparirà nel nulla. Il cartello conclusivo preannuncia una sua trasferta a New York ("Merde in USA"), ma il personaggio riapparirà invece a Parigi in una scena del successivo film di Carax, "Holy Motors". È la prima volta che vedo qualcosa di questo regista, e francamente il suo approccio provocatorio, metaforico e volutamente sgradevole non sembra particolarmente di mio gusto.

Shaking Tokyo (**), di Bong Joon-ho, con Teruyuki Kagawa e Yu Aoi
Un hikikomori, che non esce di casa da dieci anni perché odia la luce del sole e il contatto visivo con le altre persone, rimane affascinato dalla ragazza che ogni settimana gli consegna a casa la pizza. Pur di rintracciarla, si azzarda a avventurarsi per le strade della città, scoprendole completamente deserte: quasi tutti gli abitanti, infatti, si sono reclusi in casa, proprio come lui. Ma le scosse di un terremoto li spingeranno a uscire... L'episodio più romantico e simbolico (molti i paralleli fra la vita umana e quella dei robot: la ragazza ha tatuati sul proprio corpo dei pulsanti che, se premuti, attivano le sue emozioni), ma anche il più esile. Per molti aspetti sembra anticipare i temi di "Castaway on the Moon", pellicola sudcoreana che uscirà l'anno successivo.

22 dicembre 2016

Killer elite (Sam Peckinpah, 1975)

Killer elite (The Killer Elite)
di Sam Peckinpah – USA 1975
con James Caan, Robert Duvall
*1/2

Rivisto in DVD.

Mike Locken (James Caan) lavora per un'agenzia privata di mercenari che offre i propri servizi al miglior offerente, a partire dalla CIA. Tradito dall'amico George (Robert Duvall), che gli spara durante una missione (ma lasciandolo in vita), ha l'opportunità di tornare in azione quando gli viene assegnato il compito di proteggere un politico cinese (Mako) dagli attentati di un gruppo di ninja (!), guidati proprio da George. Messa insieme una squadra di elementi borderline ma fidati – il cecchino Miller (Bo Hopkins) e l'autista Mac (Burt Young) – Mike avrà la sua resa dei conti con George, ma dovrà vedersela anche con il doppio gioco dei suoi superiori (Arthur Hill e Gig Young). Confuso film di spionaggio e di azione, forse il titolo meno memorabile di tutta la filmografia di Peckinpah, che lo diresse sotto la stretta supervisione del produttore Mike Medavoy nel tentativo di dimostrarsi ancora affidabile agli occhi delle major hollywoodiane dopo i dissidi, i flop e i problemi di alcool e di droga sul set dei film precedenti. Se alcuni singoli momenti sono buoni (l'incipit con il tradimento di George, le dinamiche della nuova squadra, lo scontro finale con i ninja su una flotta di navi in disarmo al largo di San Francisco), l'insieme è decisamente poco riuscito: ritmo e narrazione mancano di equilibrio, le motivazioni dei personaggi non vengono approfondite più di tanto (al di là, come spiega il critico Valerio Caprara, di "un universo regressivo, dove il bene e il male sono misurati su criteri strettamente utilitaristici") e gli elementi legati alle arti marziali (assai di moda in quegli anni, sull'onda del successo di Bruce Lee) appaiono goffi e ridicoli. Persino i temi che sarebbero nelle corde del vecchio Sam (l'amicizia virile, l'onore, il tradimento) sono affrontati con meccanicità o svogliatezza. Il lungo inserto con la riabilitazione di Mike potrebbe essere letto come un messaggio dello stesso Peckinpah ai suoi produttori ("Mi sono ripreso, sono pronto a tornare in azione"). Lo scrittore Tom Clancy (non coinvolto nel soggetto o nella scrittura del film) recita nel ruolo di O'Leary, l'uomo della CIA. È l'ultima collaborazione di Peckinpah con il compositore Jerry Fielding, che lavorava con lui sin dai tempi de "Il mucchio selvaggio".

20 dicembre 2016

Il cerchio (Jafar Panahi, 2000)

Il cerchio (Dayereh)
di Jafar Panahi – Iran 2000
con Nargess Mamizadeh, Fereshteh Sadre Orafai
***

Visto in divx.

Diverse storie, tutte con protagoniste femminili, si intrecciano nell'arco di una sola giornata a Teheran. Si comincia con l'audio di un parto, sui titoli di testa. In un ospedale, la madre della partoriente apprende con delusione che la neonata è una femmina, e teme che la famiglia del marito di lei, che desiderava un maschio, la ripudierà. Si prosegue seguendo tre ragazze che sono appena uscite di prigione, e cercano di procurarsi il denaro per la corriera che le porterà nel villaggio di una di loro; un'altra detenuta è evasa perché incinta e vorrebbe abortire; una madre, rimasta da sola, tenta di abbandonare la propria figlia; una ragazza è arrestata per prostituzione; il cerchio si chiude a tarda sera, in una cella, quando dalla finestrella della porta (simile a quella dell'ospedale nella scena introduttiva) si sente lo stesso nome della ragazza che al mattino stava partorendo. Terzo film di Panahi (il primo non incentrato sui bambini), vincitore del Leone d'Oro alla mostra del cinema di Venezia, è probabilmente il più celebre dei tanti film sul tema della condizione (e dell'oppressione) delle donne in Iran. Non soltanto senza un uomo (il marito o un parente) al fianco non possono fare niente (dall'affittare una stanza in albergo a viaggiare da sole, fino al semplice fumare in pubblico!), ma alla minima trasgressione rischiano di essere ripudiate dalle proprie famiglie ed emarginate dalla società, costrette poi a gesti disperati. Soltanto una vaga rete di solidarietà interna le aiuta a stare a galla (le varie ragazze uscite dal carcere si aiutano a vicenda; ma c'è anche chi, come l'infermiera, cerca in tutti i modi di tenere nascosto il proprio passato). Costruito su una serie di long take che si fanno via via sempre più intensi (con uno stile di ripresa differente per ogni protagonista: si passa dalla camera a mano al dolly, dalle inquadrature statiche a quelle in costante movimento), dietro l'ambientazione apparentemente semplice e neorealista il film è complesso, stratificato (eccezionale, come sempre, il lavoro sul sonoro) e magistrale nella messa in scena, per esempio mostrando per contrasto svariate situazioni che permettono di confrontare il trattamento delle donne con quello degli uomini (quando una coppia viene sorpresa in auto, per esempio, la donna è arrestata e l'uomo solo redarguito; e nel furgone della polizia, al detenuto maschio viene concesso senza troppe discussioni di fumare, mentre alla donna no). E soprattutto, non è mai retorico nella sua denuncia di un mondo dove alle donne non è permesso nemmeno di espiare le proprie colpe (ogni forma di riabilitazione è preclusa). Gran parte delle interpreti non erano attrici professioniste (le uniche due eccezioni sono Fereshteh Sadre Orafai, che interpreta Parì, la ragazza incinta, e Fatemeh Naghavi, la madre che abbandona la figlia). Nonostante il premio a Venezia, dove venne peraltro iscritto senza il permesso del ministero della cultura, il film (coprodotto da Italia e Svizzera) non fu particolarmente gradito dalle autorità iraniane, che ne proibirono la proiezione: negli anni seguenti, Panahi ebbe sempre più problemi con la censura e il governo, fino agli arresti nel 2003 (quando gli fu "consigliato" di espatriare, ma lui rifiutò) e nel 2010.

18 dicembre 2016

La stoffa dei sogni (G. Cabiddu, 2016)

La stoffa dei sogni
di Gianfranco Cabiddu – Italia 2016
con Sergio Rubini, Ennio Fantastichini
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Una furiosa tempesta fa naufragare su un'isola-prigione nel Mediterraneo (mai nominata, ma il film è stato girato all'Asinara) una piccola compagnia di attori teatrali, guidata da Oreste Campese (Rubini), fra i quali si nascondono però anche tre camorristi che erano destinati proprio a quella prigione. Per capire chi di loro è un vero attore e chi è un criminale, il direttore del carcere (Fantastichini) ordina al gruppo di mettere in scena una commedia. Con soli cinque giorni a disposizione per le prove prima che giunga il battello postale, il riluttante Oreste (costretto a reggere la corda ai camorristi, che minacciano sua moglie e sua figlia) organizzerà una riduzione in dialetto napoletano della "Tempesta" di Shakespeare: ma sull'isola la vita reale e la finzione si confondono, così come i ruoli di ogni personaggio... Liberamente ispirato a "L'arte della commedia" di Eduardo De Filippo (del quale viene usata anche la traduzione de "La tempesta"), un film gradevole nella prima metà, ma che perde progressivamente interesse quando il tema dei rimandi fra realtà e teatro comincia a farsi troppo scoperto. Una volta compreso che ogni personaggio della pellicola ha il suo contraltare in uno della commedia di Shakespeare (che non sempre è quello che lo interpreta sul palco: Prospero è in realtà il direttore del carcere, Calibano il pastore sardo, e così via), ci si accorge che il film non ha molto altro da raccontare, se non l'inflazionato tema del teatro e dell'arte che rende liberi anche i prigionieri. Belli comunque gli scenari naturali e incontaminati dell'isola, perfetto sfondo per una storia metaforica e tragicomica. L'omaggio a Eduardo è completato dal cameo di suo figlio Luca De Filippo (anche se il film è uscito nelle sale a fine 2016, è stato infatti girato nel 2015, prima della morte di Luca).

16 dicembre 2016

Captain Fantastic (Matt Ross, 2016)

Captain Fantastic (id.)
di Matt Ross – USA 2016
con Viggo Mortensen, George MacKay
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Ex hippy e seguaci delle idee di Henry David Thoreau ("Vita nei boschi") e di Noam Chomsky, Ben Cash (Mortensen) e la moglie Leslie hanno cresciuto i loro sei figli (Bodevan, Kielyr, Vespyr, Rellian, Zaja e Nai: tutti nomi inventati per far sì che ognuno di loro fosse "unico" e speciale) nelle foreste selvagge del Nord degli Stati Uniti, lontano dalla civiltà e dal consumismo. Pur non andando a scuola, i ragazzi sono colti e istruiti: oltre ad addestrarli alle tecniche di sopravvivenza nella natura più impervia, Ben li fa leggere e studiare, e naturalmente instilla loro la propria filosofia, le fondamenta del pensiero ateo e critico e le sue idee contro il capitalismo e la società moderna. Alla morte di Leslie, suicidatasi nella clinica dove era ricoverata per un disturbo bipolare, l'uomo – nonostante l'opposizione del suocero Jack (Frank Langella), che minaccia di sottrargli la custodia dei ragazzi – decide di portare i figli al funerale della madre, nel lontano New Mexico, anche per esaudire le ultime volontà della donna (quelle di essere cremata e non sepolta con una cerimonia religiosa). Tra "Mosquito Coast" e "Into the Wild" (ma i toni ricordano quelli di un'altra commedia indipendente e on the road, "Little Miss Sunshine"; e se vogliamo, lo spunto di partenza è simile a "La grande avventura"), una pellicola che celebra l'anticonformismo e fa riflettere su temi come l'educazione, il consumismo, il rapporto fra genitori e figli e quello con la società. Pur semplicistico e viziato da un pizzico di retorica (è pur sempre un film americano, con tanto di obbligatorio lieto fine), il lungometraggio è efficace nel mettere a confronto l'ipocrisia borghese dei parenti con la schiettezza e l'integrità di Ben (che risponde sempre a ogni domanda dei propri figli, non risparmiando loro chiarimenti e spiegazioni – anche scomode – su ogni fatto della vita). Ma al tempo stesso non nasconde gli effetti negativi della sua filosofia di opposizione al sistema: anche se sono stati addestrati a sopravvivere nel migliore dei modi nel contesto della natura, i ragazzi si scoprono incapaci di relazionarsi con la realtà esterna, tanto che lo stesso Ben riconoscerà alcuni dei propri errori e lascerà ai figli la libertà di andare via, se lo desiderano, o di integrarsi ed entrare in contatto con altri modi di pensare (e in questo il film si differenzia, per esempio, del ben più radicale "Dogtooth").

14 dicembre 2016

Cobra (George Pan Cosmatos, 1986)

Cobra (id.)
di George Pan Cosmatos – USA 1986
con Sylvester Stallone, Brigitte Nielsen
*1/2

Rivisto in TV.

Il tenente di polizia Marion Cobretti, detto "il Cobra", duro dai modi spicci e insofferente alle regole, viene incaricato di proteggere una modella (Nielsen) da una banda di maniaci armati di accetta (che la vogliono uccidere perché è l'unica testimone di uno dei loro delitti). Nonostante l'ostilità di superiori e colleghi, saprà sgominare la banda e conquistare l'amore della ragazza. Nel tentativo di dare vita a una nuova franchise di successo dopo quelle di Rocky e Rambo, Stallone si affida – almeno nominalmente – alla regia di Cosmatos (che l'anno prima lo aveva diretto in "Rambo 2") e firma di persona una sceneggiatura che più esile non si può (anche se, a onor del vero, la pellicola fu accorciata di oltre mezz'ora per evitare problemi con la censura), ispirata un po' ai film dell'ispettore Callaghan (da cui provengono anche comprimari come Remi Santoni e Andrew Robinson) e un po' al romanzo "Fair Game" di Paula Gosling. Il risultato fu un discreto flop, che si lascia ricordare soltanto per un paio di frasi ad effetto (fra cui la più mitica, nella scena iniziale: "Tu sei il male, io sono la cura"). Per il resto la trama è stereotipata, le scene d'azione non regalano particolari sussulti, la caratterizzazione del protagonista è monodimensionale (il "solito" poliziotto giustizialista e individualista, anche nel vestiario: al posto dell'uniforme indossa jeans, giubbotto di pelle e occhiali a specchio) e quella dei comprimari è virtualmente inesistente (compresi i cattivi, di cui non si spiegano né origini né motivazioni: l'unico che si ritaglia un certo spazio è Brian Thompson, alias "La bestia della notte"). Eppure, se non lo si prende sul serio e lo si approccia come tipico action movie degli anni ottanta, basilare e disimpegnato, può garantire un certo guilty pleasure. All'epoca la Nielsen era la compagna di Stallone, e anche l'automobile di Cobra, una Ford Mercury nera del 1950, era davvero di proprietà dell'attore (ma per le riprese ne furono utilizzate due copie). Diffusissimo il product placement (di Coca-Cola e Pepsi contemporaneamente!). Stallone, che aveva rifiutato il ruolo di protagonista in "Beverly Hills Cop", riversò qui alcune delle idee che aveva proposto per quello. Marion, il nome "femminile" di Cobretti, è il vero nome di John Wayne.

12 dicembre 2016

Storie (Michael Haneke, 2000)

Storie (Code inconnu)
di Michael Haneke – Francia/Germania/Romania 2000
con Juliette Binoche, Thierry Neuvic
**1/2

Rivisto in divx.

A Parigi, sulle facciate delle case, non ci sono citofoni: per aprire i portoni occorre digitare un codice numerico. E se non lo si conosce, è impossibile entrare in contatto. Il "codice sconosciuto" del titolo originale, dunque, allude al filo conduttore di questo film, il primo girato da Haneke fuori dall'Austria: la difficoltà nel comunicare, anche quando magari si vive sotto lo stesso tetto (che si tratti di coniugi, parenti o vicini di casa) o nella stessa città (e qui il riferimento va agli immigrati, di prima o di seconda generazione). Come nel precedente "71 frammenti di una cronologia del caso", la pellicola è composta da una serie di scene (quasi tutte in piano sequenza, e separate da un breve momento in cui lo schermo si fa nero) che seguono in parallelo le vicende di vari personaggi: l'attrice Anne (Juliette Binoche); il suo compagno Georges (Thierry Neuvic), fotografo di guerra; il giovane Jean (Alexandre Hamidi), fratello di Georges, che vuole fuggire di casa; il padre di questi (Josef Bierbichler), contadino taciturno; Amadou (Ona Lu Yenke), figlio di immigrati africani; Maria (Luminița Gheorghiu), migrante rumena; e tanti altri ancora. Stavolta, però, non c'è un punto di convergenza finale (anzi, molti di essi si incontrano nella prima scena per poi seguire strade differenti): il sottotitolo, "Racconto incompleto di diversi viaggi", preannuncia in effetti che mancherà un'esplicita risoluzione. I personaggi sembrano incapaci di comprendersi non soltanto perché parlano lingue diverse (nel film si odono il francese – doppiato in italiano – oltre all'arabo e al rumeno), ma anche perché, pur condividendo lo stesso linguaggio, non sono in grado di entrare in sintonia o di comprendere le ragioni o le esigenze degli altri, in una società dove mondi diversi possono coesistere senza mai trovarsi veramente in contatto. Eppure i possibili linguaggi con cui comunicare sarebbero molteplici, al di là di quello verbale: le immagini (le foto di guerra scattate da Georges), la recitazione o il doppiaggio (Anne), la religione (la madre di Amadou), i riti condivisi (il matrimonio festeggiato in Romania), le dinamiche di gruppo (come quelle fra compagni di classe), i gesti, le regole della convivenza civile, la ribellione, la solidarietà, o semplicemente l'empatia. Tutti sembrano destinati a fallire (persino i bambini sordomuti che aprono e chiudono la pellicola, impegnati nel gioco dei mimi con il linguaggio dei segni, non indovinano mai!). E se viene a mancare anche il rapporto fra innamorati (nella scena finale Georges rimane chiuso fuori di casa, perché non conosce il "codice" del portone che Anne ha cambiato), o quello fra padre e figlio, perché dovrebbe esserci solidarietà fra i popoli? Il film è stato girato nel 2000, all'alba del nuovo millennio: e rivisto oggi, in piena crisi dei migranti, si dimostra non solo preveggente, ma più realista che pessimista.

11 dicembre 2016

Peccato che sia femmina (J. Balasko, 1995)

Peccato che sia femmina (Gazon maudit)
di Josiane Balasko – Francia 1995
con Victoria Abril, Alain Chabat, Josiane Balasko
**

Visto in divx, con Sabrina.

In un paese nel sud della Francia, la coppia composta dall'agente immobiliare Laurent (Chabat) e dalla sua moglie spagnola Loli (Abril) vive più o meno felicemente nonostante i continui tradimenti di lui (di cui lei non è a conoscenza). L'equilibrio viene però infranto dall'arrivo della camionista lesbica Mari Jo (Balasko), di cui Loli diventa prima amica e poi amante. Geloso dell'attrazione fra le due donne, Laurent si lascia andare a una scenata di gelosia: ma quando i suoi stessi altarini verranno alla luce, si ritrova prima cacciato da casa e poi – preso atto che l'amore fra i due coniugi non è svanito – costretto dalla moglie a un "ménage à trois" nella sua stessa casa. Pochade dal grande successo di pubblico, sostenuta dalla verve dei tre interpreti (compresa la stessa regista, di cui è il film più celebre e fortunato: vinse anche il premio César per la miglior sceneggiatura), ma tutto sommato stereotipata e superficiale nel mettere in scena i sentimenti e la bisessualità, più o meno consapevole, dei vari personaggi. Alcuni twist (come quando Mari Jo chiede a Laurent di farle fare un figlio) sono alquanto improbabili. Nel finale, comparsata per Miguel Bosé come possibile nuovo elemento di attrazione gay (stavolta al maschile) all'interno della coppia.

9 dicembre 2016

Boccaccio '70 (Monicelli, Fellini, Visconti, De Sica, 1962)

Boccaccio '70
di Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica – Italia 1962
con Peppino De Filippo, Anita Ekberg, Sophia Loren
**

Visto in divx.

Ideato da Cesare Zavattini (non nuovo a questo tipo di progetti: si vede che amava particolarmente le pellicole collettive), un film in quattro episodi – ciascuno di circa 50 minuti: il totale supera le tre ore, decisamente troppe – che intende aggiornare le novelle del Boccaccio e il loro tema (l'amore e il sesso) alla contemporaneità. Il risultato, però, francamente non è esaltante: la pellicola tira per le lunghe soggetti che forse meritavano maggior concisione (oppure, se proprio si volevano approfondire i personaggi, dei film a sé stanti) e non si amalgamano fra loro, risultando interessante principalmente per i nomi coinvolti e come documento di costume. Gli episodi di Fellini e di Visconti, comunque, spiccano sugli altri e non tradiscono le caratteristiche più tipiche dei loro autori.

"Renzo e Luciana", di Mario Monicelli (**), con Marisa Solinas e Germano Gilioli
La segretaria Luciana e il fattorino Renzo sono costretti a tenere nascosto il loro amore e persino a sposarsi in segreto, per non farsi licenziare dall'azienda dove entrambi lavorano. In nome dell'amore, sapranno però ribellarsi al moralismo ipocrita che li circonda. Ambientato in una Milano di periferia, fredda e ostile, l'episodio più (neo)realista e meno divertente del film (venne persino eliminato dalla versione internazionale della pellicola), interessante come spaccato sociale degli anni sessanta ma non particolarmente avvincente. Tratto dal racconto "L'avventura di due sposi" di Italo Calvino, dall'antologia "Gli amori difficili", sceneggiato dallo stesso Calvino con Giovanni Arpino e Suso Cecchi d'Amico. Il titolo è un evidente richiamo ai "Promessi sposi".

"Le tentazioni del dottor Antonio", di Federico Fellini (**1/2), con Peppino De Filippo e Anita Ekberg
Antonio Mazzuolo è un rigido e inflessibile fustigatore della morale altrui. Indignato perché di fronte alle sue finestre è stato installato un cartellone pubblicitario con una seducente pin-up, fa di tutto per farlo rimuovere. Ma l'immagine lo ossessiona al punto da comparire anche nei suoi sogni... La prima parte costruisce il protagonista e la sua crociata contro tutto ciò che è immorale o "pornografico" (dalle coppiette che si appartano, alle riviste vendute nelle edicole). La seconda, di registro onirico, è surreale e allucinata, con una Ekberg gigante che cammina di notte per le strade di Roma. Alla sceneggiatura hanno contribuito Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. La colonna sonora di Nino Rota comprende la canzoncina-jingle "Bevete più latte!", un vero tormentone. Primo lavoro di Fellini a colori (anticipando di tre anni "Giulietta degli spiriti").

"Il lavoro", di Luchino Visconti (**1/2), con Tomas Milian e Romy Schneider
Finito sui giornali per uno scandalo con ragazze squillo, il giovane e scapestrato conte Ottavio deve vedersela con l'ira flemmatica della moglie tedesca Pupe, che vorrebbe lasciarlo e cercarsi un lavoro (anche se si preoccupa: "I lavoratori si annoiano? Ma fino all'angoscia?"). L'episodio più esistenzialista e nichilista del lotto, ambientato tutto nei vasti saloni della dimora milanese del conte, che mette a confronto le vacue preoccupazioni di quest'ultimo con quelle della consorte, degli avvocati e della servitù (tutti personaggi che sembrano muoversi – e vivere – su piani paralleli e mai destinati a incontrarsi veramente). La sceneggiatura, di Visconti e Suso Cecchi d'Amico, è ispirata alla novella di Guy de Maupassant "Sul bordo del letto".

"La riffa", di Vittorio De Sica (**), con Sophia Loren e Luigi Giuliani
A Lugo, durante una fiera di paese, una lotteria clandestina mette in palio una notte d'amore con la bellissima maggiorata Zoe, imbonitrice di un baraccone di tiro a segno. A vincere sarà il timido sacrestano locale, ma la donna preferirebbe fuggire con il giovane allevatore che poco prima l'aveva salvata dalla carica di un toro... Sceneggiato dallo stesso Zavattini, poco più di una barzelletta tirata per le lunghe, con la Loren (e la sua carica erotica) assoluta protagonista, in un mondo di piccola gente di paese, contadini e allevatori che per trasorrere una notte con lei farebbero follie. La musica è di Armando Trovajoli.

8 dicembre 2016

Le grand bleu (Luc Besson, 1988)

Le grand bleu (id.)
di Luc Besson – Francia 1988
con Jean-Marc Barr, Jean Reno, Rosanna Arquette
***

Rivisto in DVD, con Sabrina, Giovanni, Rachele, Daniela e Gianluca.

Il francese Jacques Mayol (Jean-Marc Barr) e l'italiano Enzo Molinari (Jean Reno), amici-rivali sin da bambini, sono due campioni di immersione in apnea. A livello caratteriale non potrebbero essere più diversi: Jacques è introverso e incapace di comunicare con il mondo esterno (soprattutto dopo aver assistito, da bambino, alla morte del padre in mare); Enzo è esuberante, guascone e fiero della propria sicilianità. Eppure i due condividono non solo l'amore per il mare e per le immersioni, ma anche un profondo rispetto reciproco. L'assicuratrice americana Johanna (Rosanna Arquette), innamorata di Jacques, e il giudice di gara Novelli (Sergio Castellitto) sono testimoni delle loro continue sfide. Ispirato a personaggi reali (Mayol ed Enzo Maiorca – rinominato qui Molinari perché il vero Maiorca ebbe da ridire sul modo "ridicolo e stereotipato" in cui era stato rappresentato, al punto da impedire a lungo l'uscita del film in Italia: da noi arrivò soltanto nel 2002, dopo che ne furono tagliati 15 minuti – tra gli anni sessanta e gli anni ottanta si soffiarono a vicenda e a ripetizione il record di immersione in apnea), attraverso il rapporto di amicizia e rivalità fra i due protagonisti la pellicola mette in scena la lotta con sé stessi. In particolare Mayol si sente fuori posto nel mondo ed è evidentemente incapace di trovare la felicità sulla terraferma (in mare, con le creature acquatiche e segnatamente i delfini, non sembra invece avere problemi: emblematico il fatto che nel portafogli conservi la foto di un delfino... "La mia famiglia", spiega). Nonostante l'amore offertogli da Johanna, nel finale (ambiguo ma fino a un certo punto) si consegnerà volontariamente alle profondità marine. In questo la sceneggiatura del film (cui ha collaborato lo stesso Mayol) sembra aver compreso alla perfezione il carattere del campione francese, anticipandone il suicidio all'Isola d'Elba nel 2001, vittima della depressione. Nonostante le modalità stereotipate e sopra le righe con cui vengono rappresentati gli italiani sullo schermo (filtrati da una visione alquanto sciovinista da parte dei francesi, anche se a tratti simpatica: vedi la mitica Fiat 500 di Enzo), la pellicola riesce a fondere l'aspetto romatico e poetico con quello avventuroso, e in alcuni momenti – anche attraverso il kitsch, certo: Besson non è certo un regista raffinato e sottile – sfiora vette sublimi. Cult movie in patria alla sua uscita, grazie anche alla colonna sonora di Éric Serra. Suggestive le riprese del mare (con immagini delle coste e dei fondali del Mediterraneo, dalla Grecia alla Sicilia e alla Costa Azzurra): la passione per l'argomento porterà Besson tre anni dopo a girare un documentario sulla fauna marina, "Atlantis". Paul Shenar è il dottor Laurence, Griffin Dunne è il capo di Johanna.

6 dicembre 2016

I due cugini (Jackie Chan, 1982)

I due cugini (Long xiao ye, aka Dragon Lord)
di Jackie Chan – Hong Kong 1982
con Jackie Chan, Mars
**1/2

Rivisto in DVD.

Dragon (Jackie Chan), studente scansafatiche e indisciplinato della scuola di arti marziali diretta da suo padre (Tien Feng), quando non è impegnato in assurde competizioni sportive passa il tempo a bighellonare in compagnia dell'amico Cowboy (Mars), del quale è anche rivale per conquistare il cuore della bella ma riottosa Alice (Suet Lei). Quando la sua strada incrocia casualmente quella di una banda di contrabbandieri di reperti archeologici (finirà infatti nel loro covo nel tentativo di recuperare un aquilone sul quale aveva scritto un messaggio d'amore per la ragazza), sarà costretto ad affrontarne il capo (Hwang In-shik). Originariamente pensato come sequel de "Il ventaglio bianco" (Young Master), al punto da essere messo in lavorazione con il titolo "Young Master in Love", il film non ha riferimenti diretti o legami con il precedente, anche se il personaggio principale e l'ambientazione sono praticamente identici. Qui, però, si spinge ancora di più sul pedale della comicità, in particolar modo quella slapstick o legata alle comiche del muto (si pensi, per esempio, alla gag del fucile o a quella del cannone che conclude la storia). Se Dragon mette in mostra le sue abilità marziali e fisiche nelle competizioni sportive che vedono la sua scuola in lizza contro quelle rivali (il bizzarro incontro di rugby che apre la pellicola, quello di jianzi – una sorta di calcio-volano – a metà film), il combattimento finale nel fienile con il cattivo, orbo da un occhio, è invece nel segno della confusione e dell'improvvisazione: il protagonista ha la meglio non perché più forte, ma perché nel suo impeto finisce col sovrastare – e magari col prendere per stanchezza – persino un avversario tecnicamente più esperto e più abile di lui. Mars (alias Cheung Wing Fat), per una volta eletto a co-protagonista, è un caratterista e stuntman che si vedrà di frequente, in ruoli minori, nei film di Jackie di tutti gli anni ottanta. Il titolo italiano (e il doppiaggio) presentano i due come "cugini", ma in realtà non c'è alcun rapporto di parentela: semplicemente i loro padri sono amici, e in estremo oriente è consuetudine chiamare "zio" le persone con la stessa età dei propri genitori. Anche se un po' sconclusionata, la pellicola nel complesso è divertente e piena di energia, ed è importante perché è di fatto l'ultimo gongfupian più o meno "classico" di Jackie, ormai pronto a fare il salto verso i film di ambientazione contemporanea. È anche il suo primo film a mostrare, durante i titoli di coda, i cosiddetti bloopers (gli errori commessi durante le riprese, in particolare gli stunt sbagliati): Jackie prese l'idea dal regista Hal Needham, che l'anno prima lo aveva diretto in una piccola parte ne "La corsa più pazza d'America".

4 dicembre 2016

Starman (John Carpenter, 1984)

Starman (id.)
di John Carpenter – USA 1984
con Jeff Bridges, Karen Allen
**

Visto in divx.

Rispondendo all'invito della sonda Voyager 2 (che recava con sé un disco con immagini e suoni del nostro pianeta), un extraterrestre raggiunge la Terra e assume l'aspetto di Scott Hayden (Jeff Bridges), un uomo morto da poco, ispirandosi alle fotografie (e a una ciocca di capelli, da cui estrae il DNA) custodite dalla sua giovane moglie Jenny (Karen Allen). In compagnia della donna, lo "Starman" intraprende un viaggio verso un cratere in Arizona, dove ha un appuntamento con altri membri della sua specie per tornare sulla sua stella. E nel frattempo, mentre cerca di evitare i tentativi di cattura da parte dell'esercito e dell'FBI, imparerà le usanze dei terrestri e soprattutto – grazie a Jenny – cos'è l'amore. Forse originale (e persino toccante) come film romantico, ma decisamente banale come pellicola di fantascienza (siamo a metà strada fra "Incontri ravvicinati", "E.T." e "Un poliziotto extraterrestre... poco extra e molto terrestre"), il film più ambizioso della carriera di Carpenter è per molti versi una delusione. Prodotto da Michael Douglas a partire da una sceneggiatura in lavorazione da cinque anni, il lungometraggio appare stiracchiato e noioso, poco accattivante ma soprattutto poco sorprendente, anche perché le suggestioni fantascientifiche sembrano rimaste agli anni Cinquanta e lasciano per lo più confusi (a partire dai misteriosi poteri dell'alieno, che tramite le sue "sferette" sembra in grado di fare un po' di tutto: dall'emanare energia e calore a resuscitare gli animali morti, passando per il curare la sterilità di Jenny, alla quale darà un figlio che si preannuncia fuori dall'ordinario, e che sarà protagonista nel 1986 di una breve serie tv). Nonostante tutto, Jeff Bridges ottenne una nomination all'Oscar (l'unica mai ricevuta da un film di Carpenter). Charles Martin Smith è lo scienziato del SETI che dapprima contribuisce alla ricerca dei nostri eroi ma poi li aiuta a sfuggire ai militari cattivi. Nella colonna sonora figurano alcune canzoni che "Scott" impara dal disco del Voyager ("Satisfaction") o dalla radio sulla Terra ("New York, New York").