22 gennaio 2021

The farewell (Lulu Wang, 2019)

The Farewell - Una bugia buona (The Farewell)
di Lulu Wang – USA 2019
con Awkwafina, Zhao Shu-zhen
**1/2

Visto in TV.

Per stringersi un'ultima volta intorno alla nonna Nai Nai (Zhao Shu-zhen), alla quale – a sua insaputa – è stato diagnosticato un tumore in fase terminale, tutti i parenti (che vivono ora all'estero: chi negli Stati Uniti e chi in Giappone) tornano in Cina, fingendo di dover celebrare il matrimonio di uno dei nipoti. E nel timore che uno shock possa risultarle fatale, alla nonna non viene rivelata la verità: tutti attorno a lei recitano in quella che ritengono essere "una bugia buona". Da uno spunto semi-autobiografico (la storia è veramente accaduta nella famiglia della regista sino-americana Lulu Wang, con la differenza che sua nonna, a sei anni di distanza dalla diagnosi, è ancora viva e ha scoperto l'accaduto soltanto guardando il film!), un toccante dramma famigliare che dietro lo spunto da commedia – che peraltro ha molti illustri precedenti, da "Il banchetto di nozze" di Ang Lee, affine per molti versi, al tedesco "Good bye, Lenin!" – gioca con temi "profondi" come la morte e la preparazione al lutto. Ma non solo: attraverso lo sguardo della protagonista Billi (Awkwafina, alter ego della Wang e di fatto la protagonista del film), cresciuta negli Stati Uniti, la pellicola riflette sulle differenze socio-culturali fra oriente e occidente, non solo sull'approccio alla morte e sul confronto fra realtà e apparenze, ma anche su temi come il successo (economico o meno), le aspettative e le realizzazioni. Tutti argomenti su cui si mente a più riprese: si finge per motivi sociali, culturali, famigliari (le cerimonie delle nozze o quelle al cimitero, ma anche l'esibizione di ricchezza e stato sociale, o semplicemente di felicità e benessere). E Billi, l'unica in famiglia che a tratti pensa che bisognerebbe dire la verità alla nonna, a sua volta nasconde i propri fallimenti negli studi o nella vita. Anche se non del tutto compiuto, e di certo meno spigliato di quanto lo spunto di partenza lasciasse intendere – molti personaggi, potenzialmente forieri di gag, non vengono sviluppati: si pensi ai due "finti" sposi (Chen Han e Aoi Mizuhara) – il film è dunque più di una semplice commedia basata su una sola idea. Alla fine il tono è dolceamaro, decostruendo sia il "mito" degli USA (dove tutti si illudono di trovare i soldi, il successo, la felicità) sia quello della Cina (la madrepatria ammantata di un'aura nostalgica, ma dove tutto cambia e si trasforma rapidamente, i quartieri vengono demoliti e gli anziani muoiono). Nel cast anche Tzi Ma (il padre di Billi), Diana Lin (la madre), Jiang Yongbo (lo zio), Li Xiang (la zia). Lu Hong, la sorella della nonna di Lulu Wang, interpreta sé stessa, mentre la vera nonna appare nei titoli di coda, sui quali c'è una canzone in italiano (cantata anche al matrimonio): è "Per chi" di Johnny Dorelli.

21 gennaio 2021

L'affondamento del Lusitania (W. McCay, 1918)

L'affondamento del Lusitania (The sinking of the Lusitania)
di Winsor McCay – USA 1918
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube.

Il 7 maggio 1915 il transatlantico britannico di linea RMS Lusitania, in viaggio da New York verso Liverpool, venne affondato dal siluro di un sommergibile tedesco al largo delle coste dell'Irlanda. I tedeschi, che stavano attuando un blocco navale attorno alla Gran Bretagna, sospettavano – a ragione – che la nave trasportasse munizioni e altro materiale bellico (eravamo agli inizi della prima guerra mondiale). Nel naufragio morirono 1200 persone, fra cui oltre un centinaio di americani. Ai quei tempi il magnate della stampa William Randolph Hearst sosteneva una politica statunitense di non interventismo nella guerra, e pertanto decise di non dare troppa evidenza all'evento sui suoi giornali. Deluso, McCay (che era impiegato come cartoonist proprio per i quotidiani di Hearst) cominciò nel 1916 a lavorare per proprio conto a un film d'animazione che ricostruisse l'affondamento sullo schermo, realizzandolo nei ritagli di tempo e di tasca propria. La pellicola fu completata in 22 mesi, e può essere considerata non solo uno dei primi "documentari animati" della storia, ma anche il primo esempio di animazione (foto)realistica e drammatica. A differenza dei suoi lavori precedenti, ma anche da quelli di altri colleghi, il cortometraggio (12 minuti) non ha intenti comici, parodistici o di puro intrattenimento: è un vero e proprio film di denuncia, con cartelli dai toni retorici, patriottici e propagandistici che si abbinano a immagini altamente realistiche. Il disegnatore e i suoi assistenti (fra i quali John Fitzsimmons e William Apthorp Adams) fecero uso per la prima volta dei rodovetri, fogli trasparenti in acetato di cellulosa che risparmiavano la fatica di dover ridisegnare ogni volta lo stesso fondale (come ancora veniva fatto nel precedente "Gertie il dinosauro"), una tecnica inventata quattro anni prima da Earl Hurd che rimarrà di uso comune nella produzione dei cartoni animati tradizionali (fino all'avvento cioè del digitale). McCay afferma di aver realizzato "25.000 disegni", un numero superiore a quello dei fotogrammi dell'intero film: si tratta dunque di una cifra esagerata o comprendente anche gli elementi separati dell'immagine. Non esistendo fotografie né tantomeno riprese dirette del naufragio, l'artista si affidò al giornalista August F. Beach, uno dei primi reporter a occuparsi dell'evento, per ottenere informazioni e dettagli (l'incontro fra i due è documentato nelle brevi sequenze dal vivo che precedono la parte animata). La cronistoria si dipana in maniera fluida e realistica, come se fosse un film in live action, anche se non mancano imprecisioni storiche (l'U-boot lanciò un siluro, non due) e una particolare enfasi sulla perdita di vite umane (l'obiettivo era al tempo stesso documentare l'accaduto e accendere l'animo degli spettatori in chiave anti-tedesca, in maniera non dissimile dalle vignette politiche sui quotidiani). Pietra miliare dal punto di vista tecnico, la pellicola non ebbe però l'influenza o il successo sperato, e i cartoni animati continuarono per lungo tempo a rimanere confinati nel campo degli sketch e delle commedie.

20 gennaio 2021

Crimes of the future (D. Cronenberg, 1970)

Crimes of the future (id.)
di David Cronenberg – Canada 1970
con Ronald Mlodzik, Jon Lidolt
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Adrian Tripod (Mlodzik), direttore della "Casa della pelle", inquietante clinica dermatologica per pazienti con gravi disfunzioni, è confuso e disorientato da quando il suo mentore Antoine Rouge – "dermatologo folle" che sperimentava tecniche particolari – è misteriosamente scomparso nel nulla dopo che una malattia da lui scoperta ha annientato tutta la popolazione femminile fertile. Per questo motivo Tripod vaga irrequieto e curioso, spostandosi dalla sua struttura ad altri istituti dove si studiano enigmatiche patologie, insolite condizioni psichiche e strane mutazioni genetiche. Come il precedente "Stereo", il secondo lungometraggio di Cronenberg – sperimentale e underground – non ha dialoghi ma solo una voce narrante (quella di Tripod) che accompagna le immagini sullo schermo. Mentre si muove fra edifici, giardini esterni e spazi architettonici, incontrando altri singolari personaggi, il protagonista descrive nei dettagli strane malattie o procedure mediche (anomale secrezioni, crescita di nuovi organi), ardite teorie psicologiche (interazioni empatiche, metafisiche o esoteriche), interpretazioni distorte dell'evoluzionismo (mutazioni degli arti, nuove forme di riproduzione) e situazioni a tratti disturbanti (la scena finale con la bambina). Il tutto, nella sua inconsequenzialità, emette comunque un particolare fascino: e, ancora più che il lavoro precedente, sembra anticipare tematicamente certe cose di Peter Greenaway (per esempio "The Falls"). Cronenberg è anche sceneggiatore, montatore e direttore della fotografia.

19 gennaio 2021

Stereo (David Cronenberg, 1969)

Stereo (Tile 3B of a CAEE Educational Mosaic)
di David Cronenberg – Canada 1969
con Ronald Mlodzik, Jack Messinger
*1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

Il primo lungometraggio di Cronenberg (dopo due brevi corti, "Transfer" e "From the drain"), amatoriale e sperimentale, è stato girato in bianco e nero nello Scarborough College, un campus satellite dell'Università di Toronto. Nei locali e nei corridoi dell'edificio si muovono sette attori, fra cui Ronald Mlodzik (che sarà presente anche nei lavori successivi del regista canadese, "Crimes of the future", "Il demone sotto la pelle" e "Rabid"), che indossa un lungo mantello e interagisce con altri bizzarri personaggi. Non sembra esserci una vera trama, almeno non una che sia facile da ricostruire a livello visivo, senza provare a immaginarla dalle scene prive di dialoghi e di rumori, talvolta mostrate al ralenti. La cinepresa usata per girare il film, infatti, era così rumorosa da rendere impossibile ricorrere al sonoro in presa diretta: l'audio sovrapposto alle immagini, aggiunto in un secondo momento, consiste nella voce di un narratore (anzi, più di uno) che descrive una sorta di "esperimento", il tentativo di risvegliare capacità telepatiche in alcuni soggetti di laboratorio, il tutto esposto come se si trattasse di una relazione scientifica o educativa, con accenni a strane teorie parapsicologiche e metafisiche. Il risultato ricorda (o meglio, anticipa in parte) i primi esperimenti di Greenaway. E l'insieme pare contare più della somma delle parti, anche se si fatica a cogliere il senso di quello che sembra uno sfoggio di vuota estetica e di contenuti pseudo-intellettuali. Se è difficile rimanere concentrati mentre si assiste per un'ora a sequenze in libertà, senza apparenti significati (ma si diceva lo stesso del primo Buñuel, dei surrealisti e dei dadaisti), mentre il narratore parla nel suo gergo monotono, scientifico e psicologico, è anche vero che pian piano emerge un tema ben preciso, quello dell'estensione artificiale delle capacità della mente umana, e quindi della modifica dell'essere umano, che rimarrà filo conduttore e costante di tutto il cinema di Cronenberg. Siamo dunque lontani da una semplice (e noiosa) accozzaglia di elementi casuali come potrebbe sembrare a prima vista.

18 gennaio 2021

La corta notte delle bambole di vetro (A. Lado, 1971)

La corta notte delle bambole di vetro
di Aldo Lado – Italia 1971
con Jean Sorel, Ingrid Thulin
**1/2

Visto in divx.

Il giornalista americano Gregory Moore (Jean Sorel), insieme ai colleghi Jacques (Mario Adorf) e Jessica (Ingrid Thulin), indaga a Praga sulla scomparsa della sua ragazza Mira (Barbara Bach). Prima di finire in catalessi (ma non morto, come invece tutti credono) sul tavolo di un obitorio, da dove – in attesa di essere sottoposto ad autopsia – rievocherà in flashback l'intera vicenda, scoprirà che Mira è solo l'ultima di una serie di giovani donne sparite, e che è coinvolto un misterioso club di ricchi e potenti anziani che praticano strani riti occulti a scopo politico ("Il nostro solo nemico è il pensiero, il risveglio delle coscienze: i giovani devono diventare come noi, devono pensare come noi, chi rifiuta viene addormentato"). Opera prima di Lado, regista e sceneggiatore con una discreta carriera cinematografica negli anni settanta (anche con lo pseudonimo di George B. Lewis) prima di perdersi nei meandri delle produzioni televisive quando il cinema italiano si disinteresserà dei generi (thriller e horror) a lui più congeniali. Qui il modello di riferimento è evidentemente il Roman Polanski di "Rosemary's baby", con i suoi intrighi, il suo carico di angoscia e claustrofobia, e le sue sette sataniche (per non parlare del finale shockante), anche se contaminato da una lettura socio-politica (il "potere" che addormenta o "seppellisce vivi" coloro che si frappongono sul suo cammino) e da un pizzico di giallo all'italiana. Curiosa ma efficace l'ambientazione praghese (benché la città non venga mai esplicitamente nominata, e gran parte delle riprese siano state effettuate invece a Zagabria e a Lubiana). Musiche di Ennio Morricone, che rimarrà un frequente collaboratore del regista. Ottimo il cast, che comprende anche Fabian Šovagoviċ (il dottor Karting), Relja Bašić (Ivan), Piero Vida (il commissario) e José Quaglio (l'avvocato Valinski). La prima scelta per il ruolo del protagonista era Terence Hill. Il titolo, incomprensibile (nella pellicola non ci sono "bambole di vetro"), è frutto di un rimaneggiamento in fase di distribuzione: Lado avrebbe voluto chiamare il film "Malastrana" (dal nome del quartiere di Praga), poi si optò per "La corta notte delle farfalle", visto che queste ultime ricorrono più volte nella trama e nelle immagini, come suggerisce anche la canzone ("The short night of the butterflies") cantata da Jürgen Drews. Il nome fu poi cambiato all'ultimo momento perché era in uscita un'altra pellicola con le farfalle nel titolo.

17 gennaio 2021

La grande razzia (Henri Decoin, 1955)

La grande razzia (Razzia sur la chnouf)
di Henri Decoin – Francia 1955
con Jean Gabin, Magali Noël
**1/2

Visto in TV.

L'esperto gangster Henri "Le Nantais" (Jean Gabin) torna dall'America in Francia per dirigere un lucroso traffico di droga per conto del boss Paul Liski (Marcel Dalio), sostituendone il luogotenente che è stato eliminato in un regolamento di conti. Sotto la copertura della gestione di un ristorante – della cui giovane cassiera, Lisette (Magali Noël), si innamora – Henri supervisiona l'arrivo della merce in Francia, la sua consegna, la lavorazione, la distribuzione ai corrieri e lo spaccio nei locali o ai singoli consumatori, mentre nel contempo deve far fronte alle indagini e alle retate della polizia e tenere a bada gli scagnozzi di Liski, Roger "Le Catalan" (Lino Ventura) e Bibi (Albert Rémy), due tirapiedi dal grilletto facile, sempre pronti a intimidire o ad ammazzare chi non rispetta le regole o vuole abbandonare l'organizzazione. La trama (tratta da un romanzo di Auguste Le Breton, anche sceneggiatore nonché presente in un cameo nel ruolo del giocatore d'azzardo) pare a tratti quasi un pretesto per un viaggio documentaristico negli ambienti della "mala" e nell'organizzazione dello spaccio di droga: ma la curiosità e la meticolosità di Henri nel voler conoscere ogni dettaglio della struttura che dirige avrà una sua giustificazione nel finale a sorpresa. Ottima l'atmosfera, le interpretazioni, la fotografia in bianco e nero di un mondo sordido e inesorabile: si pensi a figure tragiche come la tossicodipendente Léa (Lila Kedrova). Paul Frankeur è il commissario Fernand, Roland Armontel il chimico Birot, Michel Jourdan il fattorino con la bici. Gran parte del cast (Gabin, Ventura, Frankeur e Jordan) aveva recitato insieme pochi mesi prima nel "Grisbi" di Jacques Becker. La parola "chnouf" presente nel titolo originale indica in gergo le droghe pesanti.

16 gennaio 2021

The gentlemen (Guy Ritchie, 2019)

The Gentlemen (id.)
di Guy Ritchie – GB/USA 2019
con Matthew McConaughey, Charlie Hunnam
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Mickey Pearson (Matthew McConaughey), "boss" della marijuana in Gran Bretagna, intende ritirarsi a vita privata con la moglie Rosalind (Michelle Dockery) e vendere il proprio impero, vivai e infrastrutture comprese, al "collega" Matthew Berger (Jeremy Strong). Ma questi, per abbassare il prezzo, gli scatena contro l'ambizioso cinese Dry Eye/Occhio Asciutto (Henry Golding), per far fronte al quale Mickey dovrà ricorrere all'aiuto di un eccentrico coach di lotta e "maestro di vita" (Colin Farrell) e ai suoi "Toddlers". Contemporaneamente, il giornalista prezzolato Fletcher (Hugh Grant), incaricato dal suo direttore Big Dave (Eddie Marsan) di indagare sui loschi affari di Mickey, contatta il braccio destro di quest'ultimo, Raymond (Charlie Hunnam), per ricattarlo: quasi l'intero film, di fatto, è narrato attraverso la ricostruzione di Fletcher, che ne espone le vicende come se fosse una sceneggiatura cinematografica. Con un ottimo cast corale e un soggetto intricato, nel quale si giostra con disinvoltura, Ritchie torna sulle orme dei suoi primi successi (come "Snatch" e "Lock & Stock"): storie di gangster di grande e di piccolo calibro, oltre che dei variopinti personaggi che ruotano loro intorno, raccontate con brio, umorismo, adrenalina e soprattutto consapevolezza dei generi (in chiave post-moderna). Il divertimento non manca, ma forse è un po' fine a sé stesso: non ci si attenda chissà quale messaggio o significato recondito, anche se lo scenario è al passo con i tempi (i giovani teppisti che fanno ampio uso dei social media, per esempio), la vicenda tocca un po' tutti gli ambienti sociali (dai ricchi lord agli sbandati di strada) e i personaggi sono ben caratterizzati attraverso particolarità e idiosincrasie. L'aspetto forse più interessante è la fusione fra le solite lotte di potere fra i gangster e un approccio più da "business" che comprende trattative e negoziati, anche se spesso portati avanti con metodi sporchi: a questo proposito, nel calderone non mancano citazioni colte, come quelle allo Shakespeare del "Mercante di Venezia".

15 gennaio 2021

Il gladiatore (Ridley Scott, 2000)

Il gladiatore (Gladiator)
di Ridley Scott – USA/GB 2000
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix
***

Rivisto in TV.

Nell'anno 180 dopo Cristo, la morte dell'imperatore Marco Aurelio (Richard Harris) e l'ascesa al trono di suo figlio Commodo (Joaquin Phoenix) segnano anche la caduta in disgrazia di Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe), valoroso generale ispanico dell'esercito romano, rimasto fedele agli ideali del vecchio sovrano. Scampato a un tentativo di assassinio, Massimo viene catturato e si ritrova dapprima schiavo e poi addestrato all'arte del combattimento nell'arena. E proprio come gladiatore torna a Roma per battersi nel Colosseo, intenzionato a vendicare la propria famiglia trucidata dai pretoriani del nuovo imperatore. Da uno script di David Franzoni (ispirato a un romanzo di Daniel P. Mannix del 1958), un lungometraggio epico e avventuroso entrato nella memoria collettiva, nonché uno dei maggiori successi al botteghino di Ridley Scott. Con un plot retorico e di grana grossa, colmo di inesattezze storiche ma anche di situazioni e frasi memorabili ("Al mio segnale scatenate l'inferno"), il film ha reso Crowe una star (dopo "L.A. Confidential") e ha riportato in auge il peplum – genere cinematografico che da decenni era scomparso dai radar delle grandi produzioni hollywoodiane – di cui rappresenta forse il punto più alto e al tempo stesso popolare (insieme al "Ben Hur" di William Wyler e allo "Spartacus" di Stanley Kubrick: ma erano appunto altri tempi). Viscerale e spettacolare nella messa in scena, fra la battaglia nei boschi che apre la pellicola (a Vindobona, contro le tribù germaniche), degna di Kurosawa e che ha ispirato Peter Jackson, i violenti scontri fra i gladiatori e una Roma antica ricostruita in computer grafica, il film non perde mai di vista i suoi personaggi, con la vicenda personale di Massimo che si intreccia con gli intrighi politici e dietro le quinte (lo scontro fra l'imperatore e il senato): co-protagonista al pari di Massimo è infatti il "cattivo" Commodo, figura complessa e ambivalente che ne è il perfetto contraltare. Tanto il primo è un eroe di guerra onorato e ammirato da tutti (sia da generale che da gladiatore, quando diventa un vero e proprio idolo delle folle), ma che sogna soltanto di tornare alla propria vita tranquilla da contadino (come Cincinnato), tanto il secondo è codardo, ambizioso, folle e spregiudicato, con un forte complesso di inferiorità e di inadeguatezza.

Pur nella sua folle megalomania – che si esplica negli istinti incestuosi verso la sorella Augusta Lucilla (Connie Nielsen) – e nella sua codarda cattiveria – vedi gli "abbracci" traditori al padre e a Massimo – Phoenix rende Commodo un personaggio in fondo umano e comprensibile, che aspira soltanto ad essere amato e a ricevere quel rispetto che nessuno sembra volergli riconoscere: così si spiega il suo desiderio di offrire al pubblico fastosi giochi al Colosseo, all'insegna del motto "panem et circensem", e così si giustifica l'inverosimile scena finale in cui scende personalmente nell'arena per battersi con il rivale. Pare che in effetti il vero Commodo si dilettasse nella lotta: tuttavia le inaccuratezze storiche, come dicevamo, sono numerose, anche se alcune si sono rese necessarie per esigenze di trama. Molti comunque i riferimenti a figure e personaggi reali: pur immaginario, per esempio, Massimo è un misto fra Marco Nonio Macrino (generale di Marco Aurelio), Cincinnato appunto (che dopo le sue vittorie tornò a vivere nella propria fattoria), Spartaco (che guidò la rivolta dei gladiatori) e Narcisso (che uccise Commodo). Buona anche la resa della grandezza dell'impero romano, di cui – oltre la capitale – si mostrano province agli angoli più remoti, dai confini germanici alle regioni nordafricane, e quasi da brividi gli accenni "ultraterreni" al passaggio di Massimo nei Campi Elisi, nel finale, evocato peraltro dalla prima scena del film (la mano che sfiora le spighe di grano). Nel cast anche Oliver Reed (Proximo, l'ex gladiatore che addestra Massimo), Derek Jacobi (il senatore Gracco), Djimon Hounsou (lo schiavo Juba), Ralf Moeller, David Hemmings e Tommy Flanagan. Fondamentale la musica di Hans Zimmer, che pure ricicla suggestioni precedenti, nobili o meno (da Richard Wagner a Gustav Holst, fino al Vangelis del "1492" dello stesso Scott), anticipando in certi temi sé stesso ("Pirati dei Caraibi"). Il brano più celebre, l'elegiaco "Now we are free", è stato scritto insieme alla cantante Lisa Gerrard dei Dead Can Dance, che lo interpreta vocalmente (in Italia, purtroppo, è ormai associato indelebilmente alla pubblicità del Mulino Bianco). Dodici nomination ai premi Oscar e cinque statuette vinte: quelle per il miglior film, l'attore protagonista, i costumi, il sonoro e gli effetti speciali (ma avrebbe meritato almeno anche quelle per la regia e la colonna sonora).

14 gennaio 2021

Lo straniero della valle oscura (A. Prochaska, 2014)

Lo straniero della valle oscura - The Dark Valley (Das finstere Tal)
di Andreas Prochaska – Austria/Germania 2014
con Sam Riley, Paula Beer
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il fotografo itinerante Greider (Sam Riley) giunge in una valle inospitale dove spadroneggia la famiglia Brenner, che gestisce la legge in maniera feudale, con tanto di ius primae noctis imposto agli abitanti. In effetti Greider è lì per vendicare la madre, che vent'anni prima fu vittima della famiglia. Ambientato fra le nevi delle Alpi, un cupissimo e insolito "western" europeo, dai toni gravi e opprimenti, anche nella fotografia gelida e nella colonna sonora ricca di bassi (se si eccettua una canzone pop che c'entra come i cavoli a merenda). Per quanto i temi siano inflazionati (lo straniero, la vendetta) e il contesto sia implausibile dal punto di vista storico, l'atmosfera (anche grazie alla regia e alla fotografia) è notevole: il terrore imposto dai Brenner al villaggio, la rabbia repressa della giovane Luzi, il ritmo lento ma elegante, le sparatorie nella neve... sono tutti elementi che affiorano concretamente dalle immagini sullo schermo. Meglio sorvolare invece sulla struttura narrativa (il poco mistero che c'è all'inizio sull'identità dello straniero e su quella di colui che uccide i fratelli Brenner, ovvero se coincidano o meno, viene subito svelato) e su alcune scelte inspiegabili dei personaggi (come quando Greider, pur avendo i suoi nemici a portata di fucile, li risparmia). E naturalmente, a parte gli scenari montuosi, non c'è nulla di europeo o tantomeno di alpino nei personaggi, negli abiti e nelle scenografie, tanto che – se non fosse per alcuni accenni nei dialoghi – sembrerebbe di trovarsi fra le montagne del Nord America. Tratto da un romanzo del tedesco Thomas Willmann, il film è stato girato in Alto Adige, per la precisione in Val Senales.

13 gennaio 2021

From the drain (David Cronenberg, 1967)

From the drain
di David Cronenberg – Canada 1967
con Mort Ritts, Stefan Nosko
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli in inglese.

Due uomini, seduti vestiti dentro una vasca da bagno, parlano come se si trovassero in centro ricreativo per veterani di guerra disabili, di cui a turno affermano di essere il direttore (e che l'altro sia un paziente). Uno dei due teme che dallo scarico della vasca possano uscire dei misteriosi "viticci" in grado di ucciderlo: ed è ciò che capiterà nel finale, in quella che sembra anticipare una scena simile de "Il demone sotto la pelle". Il secondo dei due cortometraggi in 16mm girati da Cronenberg mentre studiava lettere all'Università di Toronto, rispetto a "Transfer", dura il doppio (14 minuti) e pare già più elaborato nella regia e nel montaggio. Sicuramente l'aver effettuato le riprese in interni, e in un luogo chiuso e così claustrofobico (una minuscola stanza da bagno), gli ha giovato. Ma come nel film precedente, siamo di fronte a una scenetta surreale e all'apparenza inconsequenziale, anche se nell'angosciante finale c'è un primo accenno di quel body horror che diventerà il marchio di fabbrica del regista canadese. E le paure (infantili) espresse dai protagonisti evocano atmosfere, più che horror, ancestrali e psicanalitiche (lo scarico della vasca è l'inconscio, da cui fuoriescono mostri che sono appunto il prodotto di noi stessi anziché entità esterne).

Transfer (David Cronenberg, 1966)

Transfer
di David Cronenberg – Canada 1966
con Mort Ritts, Rafe Macpherson
*1/2

Visto su YouTube, in originale.

Uno psicanalista megalomane ed eccentrico, fuggito a vivere in campagna perché nauseato dal proprio lavoro ("La comunicazione è il peccato originale"), è raggiunto da un suo ex paziente, Ralph, ossessionato da lui e che vorrebbe ricominciare le sedute. Ambientato all'aperto in un campo innevato, vicino a una fattoria, questo breve cortometraggio di 7 minuti non sarebbe niente più di una curiosità, se non fosse la prima fatica registica di David Cronenberg, ai tempi studente di lettere all'Università di Toronto. Ma a parte il bizzarro spunto, con personaggi dal comportamento infantile e dialoghi surreali, c'è poco da interessante o di notevole in quello che è a tutti gli effetti un sketch amatoriale. Cronenberg firmerà un altro corto nel 1967 ("From the drain") per dedicarsi poi ai suoi primi lungometraggi underground ("Stereo" nel 1969 e "Crimes of the future" nel 1970).

12 gennaio 2021

Little Joe (Jessica Hausner, 2019)

Little Joe (id.)
di Jessica Hausner – Austria/Germania/GB 2019
con Emily Beecham, Ben Whishaw
**1/2

Visto in TV.

La biologa Alice (Emily Beecham) crea in laboratorio una pianta geneticamente modificata che emette un polline contenente vari ormoni (come l'ossitocina, "l'ormone dell'amore"), allo scopo di donare "felicità" attraverso il profumo a chi se ne prende cura. Ma inizia a sospettare che l'inquietante fiore rosso, da lei battezzato "Little Joe" dal nome di suo figlio, possa infettare il cervello di chi entra in contatto diretto con il polline, alterandone in maniera quasi impercettibile la personalità: l'unico obiettivo degli individui infetti diventa quello di proteggere e accudire la pianta, facilitandone la diffusione. Al quinto film, la regista di "Lourdes" sforna un horror minimalista e psicologico, quasi un incrocio low key fra certe pellicole fantascientifiche degli anni cinquanta (come "L'invasione degli ultracorpi", con i mitici baccelloni che sostituiscono gli esseri umani con delle copie identiche) e "La piccola bottega degli orrori" (altro film dove il "cattivo" è una pianta). Le interpretazioni controllate, i movimenti di camera lenti, la fotografia iperrealistica di Martin Gschlacht, le scenografie fredde e asettiche e la colonna sonora "giapponese" con brani di Teiji Ito concorrono all'esperienza di uno spettatore che è lasciato ad interrogarsi se le paure di Alice – e della sua collega Bella (Kerry Fox), la prima a sospettare che nella pianta ci sia qualcosa che non va – siano soltanto frutto di paranoia: i cambiamenti nel comportamento del figlio Joe (Kit Connor), per esempio, potrebbero anche essere spiegati con il passaggio del ragazzino nell'adolescenza. Ben Whishaw, David Wilmot e Phénix Brossard sono gli altri colleghi della protagonista.

11 gennaio 2021

Hanna (Joe Wright, 2011)

Hanna (id.)
di Joe Wright – USA/GB/Germania 2011
con Saoirse Ronan, Cate Blanchett
**

Visto in TV, con Sabrina.

Cresciuta nella natura selvaggia fra le foreste innevate dell'Artico e addestrata dal padre, l'ex agente della CIA Erik Heller (Eric Bana), all'arte della sopravvivenza e del combattimento, la sedicenne Hanna (Saoirse Ronan) si reca per la prima volta nella civiltà con l'obiettivo di uccidere Marissa Wiegler (Cate Blanchett), un tempo superiore di Erik. E nel farlo scoprirà anche la verità su sé stessa e su sua madre, cavia di esperimenti scientifici per creare il "soldato perfetto". Action movie che parte da un canovaccio già visto molte volte (sembra il soggetto di un film di Luc Besson, un mix fra "Nikita", "Lucy" e "Leon", con tanto di cattivi eccentrici come il killer biondo interpretato da Tom Hollander) ma lo arricchisce a modo suo con tocchi da commedia – vedi tutto il viaggio della protagonista, dal Marocco alla Spagna e poi verso la Germania, "aggregata" a una famiglia di turisti sciroccati (Jason Flemyng, Olivia Williams, Jessica Barden e Aldo Maland), e in generale le interazioni di Hanna con il mondo moderno, che aveva studiato solo sui libri – e un costante parallelo con le fiabe dei fratelli Grimm (in cui Marissa è la strega cattiva/matrigna). La buona caratterizzazione della protagonista e una regia ricca di long takes (Joe Wright è innamorato da sempre dei piani sequenza: notevole qui quello dell'arrivo di Eric a Berlino, ma ottima anche la fuga di Hanna dal centro di detenzione) compensano così una trama derivativa e che si fa via via più prevedibile, tanto che alla fine non lascia granché allo spettatore. Musica dei Chemical Brothers. Le scene iniziali sono state girate in Finlandia. Saoirse Ronan aveva già recitato per Wright nel suo film più riuscito, "Espiazione". Dalla pellicola è stata tratta una serie tv.

10 gennaio 2021

Atlantic City, U.S.A. (Louis Malle, 1980)

Atlantic City, U.S.A. (Atlantic City)
di Louis Malle – Canada/Francia 1980
con Burt Lancaster, Susan Sarandon
***

Visto in TV, con Sabrina.

In una città in declino, che ha conosciuto tempi migliori (il boom turistico all'inizio del Novecento e il periodo del proibizionismo, quando fu sede delle attività di celebri bande di gangster), l'anziano Lou Pasco (Burt Lancaster), ex delinquente di mezza tacca, sogna l'occasione di riscatto quando entra per caso in possesso di una partita di droga che Dave (Robert Joy), un giovane ladruncolo, ha sottratto a una banda di spacciatori. Quando questi ultimi si presenteranno per riprendersela, Lou dovrà proteggere l'ex moglie di Dave, l'aspirante croupier Sally (Susan Sarandon), di cui è innamorato, dalla loro vendetta. Gangster movie minimalistico, intimo e romantico, malinconico ritratto di un mondo allo sbando, che guarda al passato mentre sta per essere spazzato via dall'imminente futuro (la demolizione dei vecchi edifici per fare posto alla costruzione di nuovi alberghi e casinò, come quelli di Donald Trump). Prigioniero di un personaggio che forse non è mai stato, Lou (come la città stessa) si illude di tornare agli antichi splendori al fianco di Sally, giovane ragazza che vuole viaggiare e fare esperienze, anche se alla fine si renderà conto che il proprio posto è insieme alla coetanea Grace (Kate Reid), vedova di un suo vecchio amico, al cui servizio si è dedicato. Nel cast anche Michel Piccoli (il mentore di Sally, che oltre a guidarla nel corso da croupier le insegna il francese e le fa ascoltare "Casta diva") e Hollis McLaren (la sorella hippie della ragazza, incinta di Dave). Scritta da John Guare, la pellicola ebbe un ottimo riscontro critico: vinse il Leone d'Oro a Venezia (ex aequo con "Gloria" di Cassavetes) e fu candidata a cinque premi Oscar (nelle cinque maggiori categorie: film, regia, sceneggiatura, attore e attrice).

9 gennaio 2021

Sing street (John Carney, 2016)

Sing Street (id.)
di John Carney – Irlanda 2016
con Ferdia Walsh-Peelo, Lucy Boynton
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Dublino, 1985: per far colpo sulla bella Raphina (Lucy Boynton), aspirante modella e più grande di lui di un anno, il quindicenne Conor (Ferdia Walsh-Peelo) millanta di far parte di una band musicale e le chiede di recitare nei loro videoclip. Dovrà mettere così in piedi in fretta e furia un gruppo, di cui faranno parte l'amico Darren (Ben Carolan) come manager e il compagno di scuola Eamon (Mark McKenna) come strumentista (Conor, naturalmente, è il vocalist, oltre a scrivere le canzoni insieme ad Eamon). Grazie anche ai consigli del fratello maggiore Brendan (Jack Reynor), che lo introduce alle tendenze musicali e ai gruppi più in voga al momento (Duran Duran, The Cure, The Jam, Spandau Ballet), i ragazzi miglioreranno pezzo dopo pezzo. E in contemporanea con le disavventure scolastiche (gli scontri con i bulli e la repressione dell'istituto cattolico che frequenta) e quelle famigliari (i genitori stanno per separarsi), Conor porterà avanti anche la relazione con Raphina, fino a un'emancipazione completa dal proprio ambiente e alla tanto agognata "fuga" verso l'Inghilterra (realizzando così anche i sogni mai agiti del fratello). Buona caratterizzazione dei personaggi, ottima ricostruzione nostalgica e tanta bella musica (i brani originali dei ragazzi sono firmati dallo stesso regista insieme a Gary Clark: la canzone migliore è senza dubbio "Drive It Like You Stole It") per un film piacevole ma forse non particolarmente originale a livello di contenuti: di pellicole di formazione basate sulla musica ne abbiamo già viste tantissime, e questa non ha molto di più – per fare alcuni titoli – di "The Commitments", "We are the best!", "Linda Linda Linda", "School of rock" o "Once" dello stesso Carney. In ogni caso, difficile trovargli difetti sul piano formale. Grande successo di critica. Aidan Gillen e Maria Doyle Kennedy sono i genitori, Don Wycherley è il severo insegnante. Dal film è stato tratto anche un musical.

8 gennaio 2021

L'ombra dell'uomo ombra (W. S. Van Dyke, 1941)

L'ombra dell'uomo ombra (Shadow of the thin man)
di W. S. Van Dyke – USA 1941
con William Powell, Myrna Loy
**1/2

Visto in divx.

La scelta di tradurre a suo tempo "The thin man" con "L'uomo ombra" si ripercuote comicamente sul titolo italiano di questo film, il quarto della serie e l'ultimo diretto da W. S. Van Dyke, che morirà due anni più tardi. È anche il primo che non coinvolge in alcun modo il creatore dei personaggi, ovvero lo scrittore Dashiell Hammett, né gli sceneggiatori dei film precedenti, Albert Hackett e Frances Goodrich, sostituiti da Harry Kurnitz (autore anche del soggetto) e Irving Brecher. La storia ruota attorno all'omicidio di un fantino, coinvolto in un giro di scommesse clandestine. Per risolvere il caso, che si complica poi con la morte di un giornalista corrotto, l'incompetente tenente Abrams (Sam Levene, che torna dal secondo film) chiede l'aiuto di Nick Charles (Powell), il quale lo decifrerà come suo solito, coadiuvato dalla moglie Nora (Loy) e dal cagnolino Asta. L'intreccio poliziesco non è forse all'altezza di quelli delle pellicole precedenti (e viene risolto grazie a un dettaglio rivelato solo nel finale: ovviamente anche stavolta il colpevole è il meno sospettabile di tutti), ma ormai la serie segue un'impronta ben chiara: non è tanto la trama gialla a importare, quanto lo stile, la commedia, le gag e i rapporti fra i personaggi. Anche se il figlio Nick Jr. sta crescendo (dimostra circa quattro anni), Nick e Nora proseguono la propria vita a base di alcolici, divertimento e pericoli affrontati con estrema nonchalance. Fra i momenti memorabili, Nora che assiste all'incontro di wrestling, Nick costretto a bere un bicchiere di latte, la rissa al ristorante (provocata da Asta) e soprattutto la scena del cameriere (Tito Vuolo) che insiste affinché tutti ordinino la spigola. Nel cast anche Barry Nelson (il giornalista Paul Clarke, amico di Nick e accusato dei delitti), Donna Reed (la sua fidanzata Molly), Henry O'Neill (il maggiore Sculley), Lou Lubin (l'allibratore Benny "Arcobaleno") e Stella Adler, influente insegnante di recitazione teatrale, qui in uno dei suoi rarissimi ruoli cinematografici (l'enigmatica "pupa del boss" Claire Porter).

7 gennaio 2021

Prima della pioggia (M. Manchevski, 1994)

Prima della pioggia (Pred doždot, aka Before the rain)
di Milcho Manchevski – Macedonia 1994
con Rade Serbedzija, Katrin Cartlidge
***1/2

Rivisto in TV.

Bellissima pellicola divisa in tre episodi concatenati in maniera circolare: nel primo ("Parole"), un giovane monaco che si è votato al silenzio (Gregoire Colin) accoglie nel proprio monastero, fra i monti della Macedonia, una ragazzina albanese (Labina Mitevska) in fuga da un gruppo di uomini che la vogliono uccidere; nel secondo ("Volti"), a Londra, una giornalista (Katrin Cartlidge) rifiuta la proposta del fotografo di cui è innamorata (Rade Serbedzija) di trasferirsi con lui in Macedonia, anche perché è incinta dell'ex marito (Jay Villiers): ma la guerra di cui aveva tanto paura farà capolino anche nella capitale inglese; nel terzo ("Immagini"), il fotografo di cui sopra, Alex, torna nel proprio villaggio natale, dove si ritrova in mezzo a una faida fra i propri parenti e la famiglia albanese cui appartengono sia la sua amata di un tempo, Hana (Silvija Stojanovska), che la figlia di quest'ultima (e forse sua), Zamira. E proprio Zamira è la ragazza che fuggirà nel primo episodio. Come il contemporaneo "Pulp fiction" di Tarantino, infatti, il film d'esordio di Manchevski ha una struttura cronologica "sfasata": ogni episodio potrebbe essere quello iniziale, come suggerisce anche l'aforisma "Il tempo non aspetta, il cerchio non è rotondo", ripetuto in ciascuno dei tre segmenti (nel primo e nel terzo pronunciato da un monaco anziano, nel secondo sotto forma di graffito su un muro). Il cerchio è anche quello dell'odio e della vendetta, delle faide etniche e della guerra civile, che pare impossibile da spezzare. Sia la fuga (Zamira), sia il mantenimento di una distanza apparente (Anne), sia il ritorno a casa (Alex) si rivelano inutili per sfuggire alla cattiveria e all'odio che insanguinano la terra e calpestano i sentimenti più puri. Nel passare da un episodio all'altro, anche lo stile filmico muta: si comincia con toni e atmosfere da world cinema, con scenari idilliaci e un (neo)realismo da festival, per passare progressivamente al dramma intenso e al grido di dolore per una terra martoriata e funestata da arretratezza e conflitti: il tutto un po' ricorda le pellicole iraniane (alcuni paesaggi sembrano uscire dai lavori di Kiarostami) e un po' anticipa quelle del primo Kim Ki-duk (il monaco muto, l'isolamento e la violenza). E sopra le follie degli uomini, il destino incombe sotto forma di grigi nuvoloni che rombano e minacciano pioggia in continuazione (ma le prime gocce cominceranno a cadere quando ormai la tragedia si è conclusa). Lo stile di Manchevski, regista/sceneggiatore che nel prosieguo della sua carriera uscirà un po' dai riflettori, è ricco e complesso (e cita, fra le altre cose, il John Ford di "Sentieri selvaggi" e, per restare in tema di pioggia, "Raindrops keep fallin' on my head" dal film "Butch Cassidy": si vede che al regista piace il western, e infatti il suo lavoro successivo, "Dust", apparterrà proprio a questo genere). Leone d'oro alla mostra di Venezia, ex aequo con "Vive l'amour" di Tsai Ming-liang.

6 gennaio 2021

Gertie il dinosauro (Winsor McCay, 1914)

Gertie il dinosauro (Gertie the dinosaur)
di Winsor McCay – USA 1914
animazione tradizionale
***

Visto su YouTube.

Per quanto possa sembrare strano, alcuni spettatori, dopo aver assistito al precedente lavoro di Winsor McCay, "How a mosquito operates" (1912), si erano convinti che il disegnatore avesse semplicemente ricalcato con il suo tratto un filmato reale (una forma di rotoscopia ante litteram!), o addirittura che la zanzara fosse mossa tramite dei fili. Per dimostrare che non era così, per il suo nuovo film McCay scelse un soggetto che era impossibile da filmare nella realtà: un brontosauro! La struttura della pellicola è la stessa delle due che l'avevano preceduta (a partire dal "Little Nemo" del 1911), vale a dire una sequenza introduttiva in live action (aggiunta in occasione della proiezione nel circuito delle sale cinematografiche), in cui McCay scommette (in questo caso con il collega George McManus, assieme al quale – e ad altri amici: il cartoonist Tad Dorgan, lo scrittore Roy McCardell e l'attore Tom Powers – si è recato in visita al museo di storia naturale di New York) di essere in grado di "riportare in vita" con la propria arte un dinosauro. Dopo sei mesi di lavoro (e 10.000 disegni su carta di riso, "ciascuno diverso dal precedente"), l'artista presenta il risultato. Assistiamo così alla sequenza animata vera e propria, in cui il dinosauro (anzi, la dinosaura: si specifica che è di sesso femminile!) Gertie esce timidamente da una grotta, in un paesaggio roccioso presso la riva di un lago, per "esibirsi" davanti al pubblico. Scodinzolando e obbedendo agli ordini di McCay come fosse una cagnolina, l'animale saluta e danza, mangia (un albero completo, comprese le radici!) e beve (l'acqua dell'intero lago!), e interagisce in vari modi con altre creature (un serpente di mare, una lucertola alata, e un mammut di nome Jumbo!). L'illustratore riscuote infine la scommessa vinta. Nonostante i limiti della tecnica (ignorando l'uso dei rodovetri, McCay è costretto a ridisegnare ogni volta anche il paesaggio circostante: in compenso fa uso per la prima volta di espedienti pratici come i keyframe e le sequenze in loop per facilitarsi il lavoro), l'animazione appare assai fluida, anche rispetto agli esperimenti precedenti, e i disegni sono chiari e realistici: il film ebbe un profondo impatto sugli spettatori e sull'industria cinematografica, ispirando numerosi studi che si lanciarono in imitazioni o in proposte più originali. Pur non trattandosi del primo cartoon della storia – anticipato in questo, oltre che dai corti precedenti di McCay, anche dai pluricitati lavori di James Stuart Blackton ("The enchanted drawing", 1900; "Humorous phases of funny faces", 1906) ed Émile Cohl ("Fantasmagorie", 1908) – è infatti quello che forse ha avuto più influenza sulla nascita del cinema di animazione americano, sia dal punto di vista commerciale che da quello stilistico. Da John Randolph Bray (il cui studio produsse una vera e propria copia di Gertie, un plagio che ancora negli anni '70 era spesso scambiato per l'originale) ai fratelli Fleischer, da Otto Messmer fino a Walt Disney, i successori di McCay ricorsero a linee chiare, tratti semplici ed alto contrasto fra bianco e nero, distanziandosi così dagli animatori europei, il cui stile era più astratto, pittorico e vario. La fama della pellicola non è mai calata nel tempo: se, come detto, non è il primo film in animazione della storia come a volte viene citato, è quasi sicuramente quello con il primo personaggio animato dotato di un nome e di una personalità (divenne così popolare che nel 1921 avrebbe dovuto essere protagonista persino di un sequel, "Gertie on tour", che McCay iniziò ma non terminò). Fra i molti omaggi ricevuti nell'immediato, vanno ricordati il dinosauro (animato a passo uno) che Buster Keaton cavalca ne "L'amore attraverso i secoli" ("Three ages", 1923) e naturalmente quelli in "Fantasia" (1940) di Walt Disney.

5 gennaio 2021

How a mosquito operates (W. McCay, 1912)

How a mosquito operates, aka Winsor McCay and his Jersey Skeeters
di Winsor McCay – USA 1912
animazione tradizionale
***

Visto su YouTube.

Se il precedente "Little Nemo" del 1911, così come altri pionieristici film d'animazione (per esempio quelli di James Stuart Blackton ed Émile Cohl), non raccontavano una storia vera e propria ma erano sequenze di immagini in libertà, semplici dimostrazioni di come si potessero far "muovere" dei disegni (o dare l'illusione che si muovessero) mostrando un pot-pourri di situazioni o un "flusso di coscienza", con questa opera seconda McCay realizza un'ulteriore pietra miliare nel campo del cinema d'animazione, illustrando una storia compiuta e incentrata su un personaggio. La vicenda – ispirata a una tavola della sua serie a fumetti "Dream of a rarebit fiend", serie che già aveva dato origine a un film dal vivo nel 1906 – è quella di una zanzara (anzi, un zanzarone gigante, con tanto di valigetta e cappello come se fosse un medico in visita: non a caso il titolo la accomuna a un chirurgo che "opera") che si introduce nella casa di un uomo e lo punge ripetutamente mentre questo dorme, gonfiandosi di sangue fino a scoppiare. Il mix di umorismo, realismo, orrore e grottesco pare addirittura anticipare i lavori di Bill Plympton, che peraltro utilizzerà la stessa tecnica di McCay, ovvero il disegnare a mano ogni singolo fotogramma, un metodo (allora come adesso) enormemente dispendioso, che richiede tempo e fatica. McCay disegna infatti ogni volta non solo i personaggi ma anche gli sfondi (per quanto essenziali e minimalisti: la porta di casa, il letto, le coperte), non essendo stata ancora inventata la tecnica dei rodovetri (fogli trasparenti su cui si disegnano solo i personaggi, da sovrapporre a un fondale che rimane invece lo stesso per ogni fotogramma). Il cortometraggio – che conta 6000 disegni su carta di riso, 2000 in più di "Little Nemo", per 6 minuti di durata – fece scalpore anche per il (relativo) naturalismo e la grande scorrevolezza dell'animazione, assai superiore a quella di altri film contemporanei, e influenzò molti animatori successivi, quali Raoul Barré e John Randolph Bray. Come per "Little Nemo", la sequenza animata era anticipata da un prologo in live action, oggi andato perduto, con McCay e sua figlia tormentati dalle zanzare nella loro casa in New Jersey (dove, all'inizio del secolo, era in atto una vera invasione di questi insetti, chiamati infatti "Jersey skeeter") e uno scienziato che parla la lingua degli insetti, che chiede al disegnatore di illustrare in un film "il modo con cui le zanzare operano". Alcune copie della pellicola, anch'esse non sopravvissute, furono colorate a mano.

4 gennaio 2021

Glass (M. Night Shyamalan, 2019)

Glass (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2019
con James McAvoy, Bruce Willis, Samuel L. Jackson
**

Visto in TV.

Il vigilante mascherato David Dunn (Bruce Willis), detto il Sorvegliante, si batte con Kevin Wendell Crumb (James McAvoy), alias l'Orda, criminale dalla personalità multipla: ma entrambi vengono catturati e rinchiusi in un ospedale psichiatrico, dove è ricoverato anche Elijah Price (Samuel L. Jackson), l'Uomo di Vetro ovvero Dr. Glass, villain dal corpo fragilissimo ma dall'intelletto straordinario. A dirigere la clinica è la dottoressa Ellie Staple (Sarah Paulson), convinta che i superpoteri o le doti sovrumane non esistano e che i tre pazienti soffrano soltanto di deliri, illusioni e manie di grandezza. Dopo "Unbreakable - Il predestinato" (2000) e "Split" (2016), Shyamalan completa la sua personale trilogia "supereroistica" con una pellicola che fa tornare in scena i personaggi dei due film precedenti e ne interconnette le origini e i destini (proprio come in un universo fumettistico condiviso). Il risultato è ambivalente: da un lato ritroviamo quelli che erano i punti di forza dei film originali (il grande realismo con cui temi e luoghi comuni della narrativa supereroistica sono calati nella quotidianità, senza tute sgargianti, effetti speciali o sequenze d'azione sopra le righe; o l'idea che i "miti" dei comic book non siano altro che rappresentazioni artistiche di una realtà ancestrale che è propria da sempre dell'essere umano), e tutto sommato anche una trama – il ricovero forzato dei tre antagonisti nell'ospedale psichiatrico – foriera di spunti interessanti e più in linea con un horror o un thriller psicologico (cfr. "Qualcuno volò sul nido del cuculo") che con un film d'azione in stile Marvel. Dall'altro, però, molti elementi appaiono francamente implausibili o forzati, a partire dall'idiozia apparente del personaggio della dottoressa: è vero che uno dei twist nel finale ne capovolge il ruolo (fa parte di un'organizzazione segreta che si batte per nascondere l'esistenza dei supereroi), ma proprio la conclusione del film risulta deludente e anticlimatica. Bello il lavoro visivo, con i colori che identificano i tre personaggi (verde per Dunn, giallo per Crumb e viola per Price) che tornano a più riprese: nel finale, per esempio, sono indossati anche dai loro tre amici/famigliari, ovvero da Joseph (Spencer Treat Clark), il figlio di David ora cresciuto; da Casey (Anya Taylor-Joy), la ragazza che fu rapita da Kevin; e dalla signora Price (Charlayne Woodard), la madre di Elijah. Anche il consueto cameo del regista riconnette in un unico personaggio quelli da lui interpretati in "Unbreakable" e "Split". Nonostante il buon successo registrato al botteghino, Shyamalan ha dichiarato che la saga finisce qui. Qualche svarione nell'adattamento italiano ("comic book" tradotto con "libri di fumetti", per esempio).

3 gennaio 2021

The whispering star (Sion Sono, 2015)

The whispering star (Hiso hiso boshi)
di Sion Sono – Giappone 2015
con Megumi Kagurazaka
***

Visto in TV.

In un universo popolato all'80% da macchine, e dove il genere umano è ormai in via di estinzione, l'androide Yoko Suzuki lavora come "corriere spaziale", viaggiando con la sua astronave vintage da un pianeta all'altro per consegnare misteriosi pacchi. Soltanto gli umani si affidano ancora a questo vetusto servizio di consegna, che richiede anni per essere portato a termine, anziché al più pratico teletrasporto, forse per un'atavica paura del moderno. Reclusi e isolati in pianeti semidistrutti e morenti (il film è stato girato nei luoghi colpiti dal disastro nucleare di Fukushima), gli uomini vivono ormai di ricordi del passato, aggrappandosi ad oggetti e a cose perdute, apparentemente insignificanti ma ultime testimonianze del loro mondo di un tempo. Un film molto diverso da tutti quelli di Sion Sono che finora avevo visto: malinconico e meditativo anziché provocatorio e sopra le righe, con atmosfere di tristezza e solitudine veicolate anche dalla fotografia in bianco e nero (o seppia: una sola brevissima scena è invece a colori), dagli interni retrò della piccola astronave di Yoko (che riproduce un antiquato tinello, con tanto di rubinetto gocciolante, lampada al neon, tavolino, dispensa e vecchie prese elettriche, spazio che l'androide condivide con l'altrettanto vetusto – e talvolta malfunzionante – computer di bordo, la cui voce è la sua unica compagnia durante il lungo viaggio), dalla cifra surreale (vedi per esempio lo scorrere del tempo, scandito da cartelli che indicano i giorni della settimana, che pure hanno ben poco significato per un androide capace di restare inattivo anche per mesi o per anni) e dalle sequenze ambientate sui pianeti dove risiedono gli ultimi umani (come quello, che dà il titolo al film, in cui è vietato produrre rumori superiori ai 30 decibel, perché risulterebbero letali per gli abitanti). È una fantascienza esistenziale e minimalista, che da un lato ricorda quella di Andrej Tarkovskij ("Solaris" e "Stalker"), o in generale dell'Europa dell'Est (cui si rifanno spesso i registi giapponesi, si pensi anche a Mamoru Oshii), e dall'altra il "Dark star" di John Carpenter (compresi gli echi kubrickiani del dialogo con il computer di bordo). Trovate come il diario dell'androide registrato su nastro o la lattina incastrata sotto la scarpa perché "fa un bel rumore" contribuiscono a stimolare la narrazione, mentre Yoko si interroga (e noi con lei) su cosa significhi essere umani. Al fianco della protagonista assoluta, Megumi Kagurazaka, recitano in brevi scene (come dicono i titoli di testa) "le persone che ancora vivono nelle unità abitative temporanee di Namie, Tomioka e Minami Soma" nella prefettura di Fukushima, zone evacuate dopo il disastro nucleare del 2011 (altro parallelo con "Stalker").

2 gennaio 2021

Koshiben gambare (Mikio Naruse, 1931)

Flunky, work hard! (Koshiben gambare)
di Mikio Naruse – Giappone 1931
con Isamu Yamaguchi, Seiichi Kato
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli.

Questo cortometraggio muto di una trentina di minuti è il più antico film di Mikio Naruse a essere sopravvissuto (i suoi lavori precedenti sono tutti andati perduti). E per certi versi si discosta dalle pellicole per cui sarà noto in seguito (in particolare dopo la guerra), ovvero drammatici shomingeki sulle tribolazioni delle donne e delle classi più disagiate: qui siamo dalle parti della commedia, anche se non mancano un pizzico di satira sociale e, nel finale, una piega funesta. Il protagonista è uno spiantato agente di assicurazioni, che spera di convincere una ricca signora a stipulare una polizza contro gli infortuni per i suoi cinque figli. Per ingraziarsi la famiglia e superare così la concorrenza di un agente rivale, non esita a umiliarsi, giocando la cavallina con i bambini: e nel far questo, trascura il proprio figlio Susumu, intraprendente monello attaccabrighe che finisce investito da un treno... A parte il finale tragico, i toni ricordano quelli di altre commedie giapponesi dell'epoca incentrate sui bambini e sul rapporto fra genitori e figli, a partire dal capolavoro di Yasujiro Ozu "Sono nato, ma...", anche se le gag comiche sono sempre velate di una certa tristezza di fondo. Ed è proprio con Ozu che Naruse, anche se meno noto di lui in occidente, sarà costantemente paragonato nel prosieguo della sua carriera. Poco dopo questo film, probabilmente realizzato su commissione per conto della Shochiku, si trasferirà alla casa produttrice Toho, dove girerà i suoi lavori sonori e più personali (dal 1935 al 1967). Il suo stile ricorda in effetti quello di Ozu (a partire da sobrietà e minimalismo), mentre i soggetti affrontati sono spesso malinconici e pessimisti come nel cinema di Mizoguchi, con il tema della consapevolezza della transitorietà delle cose (mono no aware) che fa spesso capolino. Già in questo lavoro dei primordi, pur così breve e atipico (e decisamente più spigliato), si possono comunque apprezzare le qualità di una regia attenta ai dettagli, l'ottima direzione degli attori e il montaggio espressionista (ci sono persino alcuni "effetti speciali" nel momento in cui il padre viene a sapere dell'incidente del figlio), con il tutto che concorre al ritratto di un ambiente, il Giappone degli anni trenta, in cui povertà e desiderio di riscatto socio-economico convivevano nelle fasce più umili della popolazione.

31 dicembre 2020

Strange days (Kathryn Bigelow, 1995)

Strange days (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 1995
con Ralph Fiennes, Angela Bassett
***1/2

Rivisto in DVD.

Nella Los Angeles del 1999, caotica, violenta e alla vigilia del nuovo millennio, l'ex poliziotto Lenny Nero (Ralph Fiennes) si guadagna da vivere come spacciatore di "memorie virtuali", ovvero registrazioni clandestine di esperienze altrui che, tramite un apposito circuito neuronale, possono essere trasmesse al cervello di un fruitore che le guarda in tempo reale come se fossero sue: si tratta di una tecnologia illegale e diffusa solo sul mercato nero, perché – proprio come una droga – può provocare dipendenza e alienazione dalla realtà. Quando la prostituta Iris, prima di essere uccisa da un misterioso killer, gli chiede aiuto perché è entrata in possesso di una clip che svela la complicità della polizia nell'assassinio del popolarissimo rapper nero Jeriko One (rivelazione che rischia di far esplodere ancora di più la violenza nelle strade), Nero si preoccupa che anche la sua ex fidanzata Faith (Juliette Lewis) possa essere in pericolo: Faith ora sta infatti con Philo Gant (Michael Wincott), l'ambiguo manager di Jeriko One, che potrebbe essere implicato nel suo omicidio... Scritta e prodotta da James Cameron (che all'epoca era sposato con la Bigelow), ma più dark e "adulta" dei suoi soliti film, una pellicola cyberpunk originale e potente, fra le migliori a portare sullo schermo il tema degli innesti di memoria artificiale (la si paragoni per esempio al contemporaneo "Johnny Mnemonic", di maggior successo al botteghino ma complessivamente meno riuscito) all'interno di una vicenda che fonde il giallo-thriller (l'identità dell'assassino rimane in dubbio fino alla fine) con i temi sociali (le rivolte per le strade si ispirano alle proteste dopo il caso di Rodney King), passando per l'introspezione esistenziale fino a un finale spettacolare e liberatorio. Il film si svolge infatti nell'arco di sole 24 ore, quelle che precedono il capodanno del 2000 e l'inizio di un nuovo millennio ("il 2K") che è atteso con toni apocalittici, quasi fosse "la fine del mondo". E le sequenze conclusive, con la pioggia di coriandoli colorati che ricopre la folla in festa per le strade, non si dimenticano facilmente. Da apprezzare il world building cupo e distopico, la fotografia colorata, la regia (con le numerose "soggettive" delle memorie virtuali) ma anche la costruzione dei personaggi, in particolare quelli di contorno, che rivestono ruoli non stereotipati: fra questi Mace (Angela Bassett), la tostissima autista di colore che aiuta Nero nella sua indagine, e l'amico Max (Tom Sizemore), suo ex collega "sballato". Vincent D'Onofrio e William Fichtner sono i due poliziotti cattivi. Flop di pubblico alla sua uscita, forse anche per i sottotesti pornografici, il film – complice anche una difficile reperibilità – ha lentamente conquistato un'aura da cult movie: rimane tuttora il miglior lavoro della Bigelow, insieme a "Point Break". Il look di Ralph Fiennes con il giubbotto nero ha ispirato il personaggio di Harlan Draka nella serie a fumetti "Dampyr" della Sergio Bonelli Editore. Il titolo della pellicola proviene dall'omonima canzone dei Doors: ma sui titoli di coda spicca "While the Earth sleeps" di Peter Gabriel e dei Deep Forest.

30 dicembre 2020

The midnight sky (George Clooney, 2020)

The Midnight Sky (id.)
di George Clooney – USA 2020
con George Clooney, Felicity Jones
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Rimasto solo in una stazione scientifica nell'Artico, su una Terra resa inabitabile da una catastrofe radioattiva e i cui ultimi abitanti si sono rifugiati sottoterra, uno scienziato morente (Clooney) cerca di comunicare con l'equipaggio di un'astronave che sta tornando da una missione di esplorazione su K-23, satellite di Giove che potrebbe ospitare la razza umana. A bordo della navetta, anche se lo scopriremo solo alla fine, c'è anche la figlia segreta dell'uomo, Sullivan (Jones), un cui simulacro muto e sotto forma di bambina (Caoilinn Springall) gli tiene compagnia nella sua immaginazione. Ambizioso ma noiosissimo film di "fantascienza umanistica", sulle orme di "Interstellar" e "Ad astra", tratto da un romanzo di Lily Brooks-Dalton. Di fatto è come assistere a due pellicole in simultanea, visto che le vicende dello scienziato e dell'astronave procedono in parallelo quasi senza punti di contatto (se non i temi della comunicazione e della "famiglia"), e che la rivelazione finale non aggiunge chissà quale significato recondito alle lungaggini che l'hanno preceduta. Quanto agli aspetti filosofici (e alle implicazioni biologiche), risultano banali o poco approfonditi. Rimangono le belle immagini (ottimi gli effetti speciali) e le scene della navigazione nello spazio, anche se molte delle vicissitudini che capitano ai personaggi sono del tutto improbabili e gli errori scientifici non sono pochi, quasi un peccato imperdonabile se commesso decenni dopo "2001" (e altri film più accurati da questo punto di vista, in primis "Gravity" con lo stesso Clooney). Da dimenticare in fretta. Gli altri membri dell'equipaggio della nave sono David Oyelowo, Kyle Chandler, Demián Bichir e Tiffany Boone, mentre Ethan Peck è Clooney da giovane.

29 dicembre 2020

Phenomena (Dario Argento, 1985)

Phenomena
di Dario Argento – Italia 1985
con Jennifer Connelly, Donald Pleasence
***

Visto in TV.

La quattordicenne Jennifer Corvino (Connelly), figlia di un celebre attore americano, viene mandata a frequentare un collegio femminile nelle Alpi, in una regione (soprannominata "la Transilvania della Svizzera") dove da alcuni mesi un misterioso serial killer si accanisce contro ragazze della sua età. Ma Jennifer, che soffre di sonnambulismo notturno, è dotata della straordinaria capacità di comunicare con gli insetti. E proprio le mosche che si nutrono dei cadaveri, come le spiega l'entomologo McGregor (Donald Pleasence), che abita nei pressi del pensionato della scuola, potrebbero aiutarla a rintracciare l'assassino... Forse l'ultimo film davvero "bello" di Dario Argento, nonché il preferito del regista stesso: un thriller/horror che da un lato riprende numerosi elementi dei lavori precedenti (la protagonista straniera, la scuola femminile e l'ambientazione mitteleuropea, in particolare, ricordano "Suspiria") ma dall'altro presenta uno stile molto più freddo e preciso, mai così "perfetto", rispetto a tutto ciò che aveva sfornato in passato. Le suggestioni sono parecchie, a partire dal legame empatico e telepatico di Jennifer con gli insetti, per proseguire con il rapporto fortemente antagonistico nei confronti della scuola e delle altre studentesse (odio e antipatia sono ricambiate), compresa la severa direttrice (Dalila Di Lazzaro) e la sua vice Frau Brückner (Daria Nicolodi). Indimenticabile anche la figura "paterna" fornita dal professor McGregor, paralitico che vive isolato nei suoi studi, con una scimmietta addestrata (!), Inga, come assistente. Molte le sequenze di pregio: dalle visioni notturne di Jennifer durante il suo sonnambulismo (la soggettiva del corridoio pieno di porte) alle scene "fiabesche" di lei, vestita di bianco, che cammina nel bosco guidata da una lucciola. E non mancano ovviamente scene "forti", specialmente in un finale che è un crescendo di momenti horror, splatter o ad effetto, dove talvolta l'aspetto serafico e angelico della Connelly sembra quasi stonare con le atrocità che la circondano. Fra gli interpreti figurano anche Fiore Argento, prima figlia di Dario (la giovane turista uccisa nella scena iniziale), Federica Mastroianni (Sophie), Patrick Bauchau (l'ispettore Geiger) e il regista Michele Soavi (l'assistente di quest'ultimo). Trucco ed effetti speciali (comprese le sequenze degli insetti) sono opera di Sergio Stivaletti. La ricca colonna sonora dei Goblin e di Claudio Simonetti comprende anche alcuni brani heavy metal ("Flash of the Blade" degli Iron Maiden, "Locomotive" dei Motörhead). Da notare che, come per i precedenti "Inferno" e "Tenebre", anche in questo caso il titolo è suggestivo ma pare dato un po' a caso, senza un legame con i contenuti della pellicola.

28 dicembre 2020

Polar Express (Robert Zemeckis, 2004)

Polar Express (The Polar Express)
di Robert Zemeckis – USA 2004
animazione digitale
**

Visto in TV, con Sabrina.

La notte di Natale, un bambino – che ha proprio l'età in cui si cominciano ad avere dubbi sull'esistenza di Babbo Natale – sale a bordo del Polar Express, treno magico diretto al Polo Nord, su cui vivrà numerose avventure che lo porteranno di nuovo a credere nella magia del Natale. Tratto da un libro illustrato per ragazzi di Chris Van Allsburg (adattato dallo stesso Zemeckis e da William Broyles Jr., già sceneggiatore di "Cast Away"), il primo – e tutto sommato il migliore – dei tre film di animazione in performance capture realizzati dal regista fra il 2004 e il 2009 (gli altri sono "La leggenda di Beowulf" e un altro film natalizio, "A Christmas Carol"), impantanando per un decennio la propria carriera in sperimentazioni tecniche. Per l'epoca, in ogni caso, la pellicola fu a suo modo innovativa nella resa digitale dei personaggi che si basano sulla recitazione di attori in carne e ossa. il mattatore in particolare è Tom Hanks, che interpreta il protagonista (ma la voce in originale è di Daryl Sabara) nonché tutti i personaggi "adulti": il controllore del treno, il vagabondo clandestino, Babbo Natale, e altri ancora (nel progetto originario Hanks avrebbe dovuto ricoprire proprio tutti i ruoli, ma l'impresa si rivelò troppo faticosa, e dunque salirono a bordo altri attori: la ragazzina per esempio è Nona Gaye, l'amico solitario è Peter Scolari). Nonostante un fastidioso effetto "uncanny valley" (la sensazione sgradevole che si prova quando la resa dei volti e delle figure umane si avvicina troppo alla realtà, ma non abbastanza da risultare credibile e realistica), il tono magico, fiabesco e natalizio della vicenda, tipico appunto dei libri illustrati e di avventure per bambini, facilita l'immersione dello spettatore e a tratti ricorda altri classici del cinema americano del genere come "Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato" (anche citato, attraverso il biglietto dorato che dà accesso al treno) o "Il mago di Oz". E naturalmente, per lo stesso motivo, le peripezie dei protagonisti non sono da prendere sul serio: tutto è magico, fantastico e implausibile, come in un sogno, anche se ogni azione porta con sé una ricompensa, un'ammonizione o una morale.

27 dicembre 2020

Little Nemo (Winsor McCay, 1911)

Winsor McCay: The Famous Cartoonist of the N.Y. Herald and His Moving Comics, aka Little Nemo
di Winsor McCay – USA 1911
con Winsor McCay, John Bunny
**1/2

Visto su YouTube.

Il disegnatore Winsor McCay scommette con i suoi colleghi di essere in grado di "animare" i propri personaggi. Viene deriso, ma dopo un mese di lavoro presenta loro il risultato: i protagonisti della popolare strip "Little Nemo in Slumberland" si muovono sulla pagina disegnata e interagiscono fra loro. Pietra miliare nello sviluppo del cinema d'animazione, questo breve corto (11 minuti, ma l'animazione vera e propria occupa soltanto la parte conclusiva, poco più di 2 minuti) si ispira ai precedenti esperimenti di pionieri come James Stuart Blackton ("The enchanted drawing", 1900; "Humorous phases of funny faces", 1906) ed Émile Cohl ("Fantasmagorie", 1908). L'animazione – in seguito colorata a mano in alcune copie – è ottenuta filmando, uno dopo l'altro, migliaia di disegni realizzati su fogli di carta di riso (4000, per la precisione, come viene esplicitato nel film stesso), sotto la supervisione del citato Blackton. Una tecnica simile a quella dei "flip book" e decisamente efficace, anche se dispendiosa (non a caso sono assenti gli sfondi e tutti gli elaborati dettagli che caratterizzavano le bellissime tavole a fumetti dell'artista): le innovazioni successive di Earl Hurd (l'uso dei rodovetri in acetato) e di Raoul Barré (il fissaggio dei fogli alla tavola), già dal 1914, semplificheranno di molto il procedimento. McCay stesso ricorrerà ai rodovetri dal 1918, ma in questo suo primo lavoro (e nei due successivi, "How a mosquito operates" del 1912 e "Gertie il dinosauro" del 1914) fa ancora tutto a mano e su carta. A differenza dei film che verranno, qui la sequenza animata non ha una vera trama: i personaggi – inizialmente Impie, Nemo e Flip, tre dei protagonisti della serie a fumetti – danzano davanti allo spettatore, vengono deformati e distorti. Lo stesso Nemo poi disegna la principessa, le dona un fiore e i due volano via a bordo di un drago. Flip e Impie cercano di inseguirli con un'automobile che però esplode: e i due cadono addosso al Dottor Pill. Prima della sequenza, alcune scene dal vivo mostrano comicamente McCay al lavoro nel suo studio, fra montagne di carta da disegno e barili di inchiostro, disturbato da un assistente che porta scompiglio nella stanza. La didascalia introduttiva recita "The first artist to attempt drawing pictures that will move" ("Il primo artista che prova a disegnare immagini che si muovono", ignorando i precedenti tentativi dei citati Blackton e Cohl). Fra i "colleghi" di McCay nella scena iniziale ci sono il cartoonist George McManus, l'editore Eugene V. Brewster e l'attore John Bunny (che poi fa visita a McCay anche nel suo studio). Il personaggio di Little Nemo tornerà al cinema molti anni dopo, nel 1984 (ispirando il film dal vivo "Nemo" di Arnaud Sélignac) e nel 1989 (la pellicola d'animazione giapponese "Piccolo Nemo - Avventure nel mondo dei sogni").

26 dicembre 2020

Dream of a rarebit fiend (McCutcheon, Porter, 1906)

Dream of a rarebit fiend
di Wallace McCutcheon, Edwin S. Porter – USA 1906
con John P. Brawn
**1/2

Visto su YouTube.

Dopo essersi rimpinzato di welsh rarebit (pesantissima pietanza a base di formaggio fuso su fette di pane tostato) al ristorante, un uomo torna a casa barcollante e si mette a letto. Ma l'abbuffata ha le sue conseguenze: prima vede il mobilio e i propri vestiti animarsi, poi sogna tre diavoletti che escono dal recipiente della fonduta per tormentarlo, e infine è il letto stesso (con lui sopra) a danzare, a ruotare vorticosamente e a decollare, uscendo dalla finestra e librandosi sulla città. Rimasto appeso a una banderuola, il malcapitato precipita attraverso il soffitto per ritrovarsi nella sua camera, finalmente sveglio. Tratto dall'omonima strip a fumetti di Winsor McCay (che anticipa in molte cose la successiva e più celebre "Little Nemo"), è uno dei numerosi film che Edwin S. Porter diresse insieme a Wallace McCutcheon nel periodo (1905-1907) in cui quest'ultimo aveva temporaneamente lasciato la Biograph per lavorare per la compagnia di Edison. Ricco di effetti speciali, ovvero trucchi ottici (sovrimpressioni, mascherini) e teatrali (oggetti che si muovono), il corto è vivace e inquietante, anche se non distante da quanto avevano già fatto alcuni registi francesi (Georges Méliès, ovviamente, ma anche il Ferdinand Zecca di "Rêve à la Lune"). Notevole però la trovata di far partecipare lo spettatore al disorientamento del protagonista (per esempio dondolando la macchina da presa quando l'uomo è ubriaco, per simulare l'effetto di trovarsi su una nave in mezzo alla tempesta) e anche la panoramica dei tetti della città. Caso fra i primi al mondo, Edison mise in commercio anche una "colonna sonora" per il film, ovvero un pezzo per banda militare composto da Thomas W. Thurban e inciso su cilindro nel 1907. Il cartoonist Winsor McCay adatterà di persona altri episodi del suo "Rarebit fiend" sotto forma di animazione pionieristica ("How a mosquito operates" nel 1912, "Bug vaudeville", "The pet" e "The flying house" nel 1921).

25 dicembre 2020

A Very Murray Christmas (S. Coppola, 2015)

A Very Murray Christmas (id.)
di Sofia Coppola – USA 2015
con Bill Murray, Miley Cyrus
**

Visto in TV, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

La notte di Natale, Bill Murray è al Carlyle Hotel di New York, intento a registrare controvoglia uno "special televisivo" in diretta a base di canzoni natalizie e sketch comici. Ma una violenta tempesta di neve isola l'albergo, impedendo agli ospiti previsti (fra cui George Clooney e Miley Cyrus) di raggiungerlo. Costretto a fare tutto da solo, in condizioni rese ancora più proibitive da un blackout elettrico, Murray trascorrerà il tempo chiacchierando e duettando con artisti di passaggio (Chris Rock, Maya Rudolph), con il personale dell'albergo (Jenny Lewis, David Johansen, i Phoenix) e con una coppia che avrebbe dovuto sposarsi quella sera stessa (Jason Schwartzman e Rashida Jones). Meta-special televisivo che alterna canzoni (per lo più a tema natalizio) con scenette e brevi gag autoironiche, in una sorta di omaggio/parodia ai variety show di un tempo: sicuramente per trascorrere un'ora durante le feste c'è di peggio. Nel finale, quando Murray batte la testa, nei suoi sogni appaiono i veri Clooney e Cyrus (vestita da Babbo Natale) che si esibiscono con lui in una scenografia degna di Broadway. Il pianista Paul Shaffer e l'attore Dimitri Dimitrov interpretano sé stessi. Amy Poehler e Julie White sono le due produttrici, Michael Cera l'aspirante manager.

24 dicembre 2020

Babbo Natale non viene da Nord (M. Casagrande, 2015)

Babbo Natale non viene da Nord
di Maurizio Casagrande – Italia 2015
con Maurizio Casagrande, Annalisa Scarrone
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Recatosi a Salerno per impersonare Babbo Natale per lavoro, il prestigiatore Marcello (Maurizio Casagrande) sbatte la testa e perde la memoria. Viene accolto da un prete, padre Tommaso (Giampaolo Morelli), e dai ragazzini di famiglia disagiata di cui si occupa, il cui rifugio (il Giardino della Minerva) è minacciato dalla perfida Alice (Tiziana De Giacomo), che vorrebbe farne un centro estetico. Con l'aiuto di India (Annalisa Scarrone), figlia di Marcello e aspirante cantante che assomiglia in maniera incredibile alla vera Annalisa, riusciranno però a risolvere la situazione, in tempo per festeggiare il Natale. Ambientata nella città campana nel periodo delle suggestive "Luci d'artista", una commedia natalizia che unisce i classici buoni sentimenti del genere a una comicità tipicamente teatrale – o cabarettistica – e meridionale (Casagrande, qui alla seconda regia cinematografica, è un collaboratore di lunga data di Francesco Salemme). Peccato però che molti spunti vengano dimenticati strada facendo o risolti troppo facilmente (vedi l'amnesia di Marcello), che l'ironia corrosiva della prima parte sparisca nella seconda, e che molte gag o situazioni appaiano decisamente superflue. Angelo Orlando è Gerardo, il manager di Marcello. Chicco Paglionico è Robertino, l'affarista che ha perso l'orto botanico al gioco con Alice. Piccole comparsate, fra gli altri, per Eva Grimaldi, Nino Frassica, Massimiliano Gallo, Maria Grazia Cucinotta, Rocco Mortelliti, Graziella Marina e Antonio Casagrande (padre di Maurizio).

Il segreto di Natale (Peter Sullivan, 2014)

Il segreto di Natale (Christmas under wraps)
di Peter Sullivan – USA 2014
con Candace Cameron Bure, David O'Donnell
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

La giovane dottoressa Lauren Brunell (Cameron Bure), che aspira a un posto da praticante chirurgo in un prestigioso ospedale di Boston, viene invece inviata come medico generale nella sperduta e isolata cittadina di Garland, in Alaska. Qui, in mezzo alla neve e fra persone semplici, imparerà che le cose migliori della vita giungono inaspettate e non sono il frutto di un'accurata pianificazione. Si scoprirà infatti circondata dall'affetto dell'intera popolazione del villaggio, e troverà l'amore nel "tuttofare" Andy (O'Donnell), figlio di Frank Holliday (Brian Doyle-Murray), il patriarca locale che potrebbe essere, forse, Babbo Natale... Scritto e diretto da uno specialista in tv movie natalizi, un film con una bella ambientazione nordica, buoni sentimenti e tanti luoghi comuni ("segui quello che ti dice il cuore, non la mente"), a malapena ravvivato dal "mistero" su Frank (sarà davvero Santa Claus?) e dal tema della dottoressa rampante che si ritrova suo malgrado a fare il medico di base. Guardabile in periodo di feste, ma non ci si attenda più di quello che il filone promette. Robert Pine e Joyce Cohen sono i genitori di Lauren, Kendra Mylnechuk è l'infermiera Billie. Sulle piattaforme di streaming è noto anche con il titolo originale.

23 dicembre 2020

The party (Sally Potter, 2017)

The party (id.)
di Sally Potter – GB 2017
con Kristin Scott Thomas, Timothy Spall
***

Visto in TV.

Per festeggiare la propria nomina a ministro ombra della salute per il partito di opposizione, Janet (Kristin Scott Thomas) invita a cena in casa propria un gruppo ristretto di conoscenti: l'amica cinica e disillusa April (Patricia Clarkson) con il marito tedesco Gottfried (Bruno Ganz), "life coach" e filosofo new age; l'attivista lesbica e femminista Martha (Cherry Jones) con la sua giovane compagna Jinny (Emily Mortimer); e la collega di partito Marianne con suo marito, il banchiere Tom (Cillian Murphy). Ma nell'attesa che Marianne (che è in ritardo) si presenti, una serie di annunci e confessioni da parte degli altri ospiti cambia repentinamente il tono della serata: dall'imminente separazione fra April e Gottfried, all'attesa di tre gemelli (grazie alla fecondazione artificiale) da parte di Martha e Jinny. Infine prende la parola Bill (Timothy Spall), il marito di Janet, colui che l'ha sempre sostenuta, che rivela di avere una grave malattia e di voler trascorrere i suoi ultimi giorni non con lei, ma con la sua amante, ovvero Marianne... Di impianto teatrale, ambientato tutto fra quattro mura e con soli sette (ottimi) attori, il film è una cinica black comedy sulle relazioni interpersonali fra un gruppo di persone, esponenti di un'elite intellettuale, che si scoprono preda di quelle passioni e quei difetti ai cui credevano di essere immuni. E così rapporti pluridecennali di amore, di amicizia, di fiducia e di rispetto si svelano fragili o si frantumano nel giro di una serata, così come valori e convinzioni politiche, sociali o religiose vengono messi alla prova in maniera crudele (non senza un po' di compiacimento da parte di una regista che si diverte ad esporre alla berlina la presunta superiorità morale di certi personaggi). Siamo dalle parti, per intenderci, del "Carnage" di Roman Polanski, verso il quale ci sono affinità stilistiche e tematiche. Curiosa ma efficace la breve durata (solo 70 minuti), che consente di mantenere i giusti tempi fino all'improvviso colpo di scena finale, nonché la scelta di uscire al cinema in bianco e nero (ma in tv passa anche una versione a colori). Il titolo (che in inglese ha un doppio senso: può significare "la festa" ma anche "il partito") è identico a quello originale di "Hollywood Party" di Blake Edwards.

22 dicembre 2020

Pericolosamente insieme (I. Reitman, 1986)

Pericolosamente insieme (Legal Eagles)
di Ivan Reitman – USA 1986
con Robert Redford, Debra Winger
**

Visto in divx.

Il rampante procuratore distrettuale Tom Logan (Redford) e l'avvocato difensore Laura Kelly (Debra Winger) uniscono le forze per difendere una ragazza, Chelsea Deardon (Daryl Hannah), dall'accusa di aver ucciso un collezionista d'arte per recuperare un quadro di suo padre, celebre pittore morto in un incendio (doloso?) diciotto anni prima. Al primo film "serio" della sua carriera (ovvero non prettamente comico, anche se non mancano tocchi da commedia screwball nel rapporto fra i due protagonisti), Reitman firma un thriller giudiziario scritto da Jim Cash e Jack Epps, Jr., la coppia di sceneggiatori di "Top gun". Nonostante però le buone prove degli interpreti (in particolare di un Redford molto in forma), il film soffre per una storia poco interessante, che fatica a decollare e a catturare l'attenzione dello spettatore. Ed è un peccato, visto che l'alchimia fra i due legali (inizialmente rivali, e poi alleati) è ben costruita, e che il mistero della colpevolezza o meno di Chelsea si trascina a lungo, man mano che gli altri possibili "cattivi" (Terence Stamp, John McMartin) vengono trovati uccisi. Nel cast anche Brian Dennehy (il detective Cavanaugh) e Roscoe Lee Browne (il giudice). Nel progetto originale i due avvocati avrebbero dovuto essere entrambi maschi (interpretati da Dustin Hoffman e Bill Murray) e la pellicola sarebbe stata simile a un buddy movie poliziesco. Quando è subentrato Redford, il tono è diventato quello di una commedia romantica e sofisticata nello stile dei classici con Spencer Tracy e Katharine Hepburn (il riferimento d'obbligo è "La costola di Adamo"). La colonna sonora è di Elmer Bernstein, alla sua ultima collaborazione con Reitman. Sui titoli di coda si sente "Love Touch" di Rod Stewart. Nota: esiste una versione alternativa, montata per la tv americana, con un finale radicalmente diverso.

21 dicembre 2020

A casa tutti bene (G. Muccino, 2018)

A casa tutti bene
di Gabriele Muccino – Italia 2018
con Stefano Accorsi, Gianmarco Tognazzi
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Per festeggiare le nozze d'oro di Pietro e Alba, i numerosi membri della loro famiglia allargata si riuniscono sull'isola dove questi risiedono (isola senza nome: ma il film è stato girato a Ischia). Ma la sospensione dei traghetti per via del maltempo costringerà tutti a trattenersi sull'isola più del previsto, due giorni durante i quali esploderanno litigi, tensioni, gelosie, rancori e infedeltà. Con un ampio cast corale, Muccino torna ad affrontare temi in fondo già visti a più riprese, tanto nel suo cinema quanto in quello cui fa (o vorrebbe fare) riferimento: un'analisi cinica e spesso impietosa del malessere e delle nevrosi individuali o di gruppo, che si trasforma in un gioco al massacro senza però un particolare intento di fornire una rappresentazione realistica o credibile della società contemporanea. I personaggi, infatti, rappresentano soltanto sé stessi: individui antipatici, egoisti, qualunquisti, buzzurri o idioti (oltre che generici e intercambiabili nei propri ruoli), che si esprimono attraverso dialoghi banali e retorici, scene gridate o stereotipate, caratterizzazioni da fiction nazional-popolare (non a caso sono tutti identificati solo con il nome, come in una soap opera: ignoriamo persino il cognome della famiglia!), le immancabili canzoni cantate in coro, amori e tradimenti di scarso interesse e di cui non ci importano gli sviluppi, e naturalmente nessuna idea a livello di stile, di ricerca visiva o di composizione dell'immagine. Il vasto cast (del tutto inutile distinguere i ruoli) comprende Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Elena Cucci, Tea Falco, Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini, Massimo Ghini, Sabrina Impacciatore, Ivano Marescotti, Giulia Michelini, Sandra Milo, Giampaolo Morelli, Stefania Sandrelli, Valeria Solarino, Gianmarco Tognazzi: ma ognuno recita per conto proprio (o a coppie) le proprie scenette, biascicando frasi a volta difficili da comprendere per via del solito mix micidiale fra l'incompetenza dei fonici e le pessime dizioni che funestano da vent'anni il cinema italiano (maledetto il giorno in cui è stato abbandonato il doppiaggio in nome di un presunto realismo o, più probabilmente, dell'ego degli attori). Con poche ma notevoli eccezioni, a dire il vero: si vede per esempio che la Sandrelli è della "vecchia scuola", ovvero che ha studiato dizione. Non che poi ci fosse molto da comprendere: se il soggetto in fondo ha i suoi meriti, i dialoghi – come detto – sono la cosa peggiore del film, espositivi e didascalici, mediocri e fasulli sia quando vorrebbero essere "poetici" sia nelle tante sequenze delle litigate. Di maniera anche la colonna sonora di Nicola Piovani.

20 dicembre 2020

La volpe (Powell e Pressburger, 1950)

La volpe (Gone to Earth), aka Cuore selvaggio (The wild heart)
di Michael Powell, Emeric Pressburger – GB/USA 1950
con Jennifer Jones, David Farrar, Cyril Cusack
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La contadina Hazel (Jennifer Jones) vive col padre (Esmond Knight), apicoltore e fabbricante di bare, in una fattoria nello Shropshire, ai confini col Galles, nella campagna inglese di fine ottocento. Selvatica ma dalla voce angelica, e figlia di una "zingara", ha ereditato dalla madre l'amore per la natura e gli animali, tanto che ha "adottato" un cucciolo di volpe, Foxy, salvandola dai cacciatori. Ma quando incontra il nobile Jack Reddin (David Farrar), sfrontato e appassionato proprio di caccia, non saprà resistere al suo fascino, cadendo nella sua trappola nonostante l'amore più puro e innocente che prova per il giovane reverendo Edward (Cyril Cusack). Da un romanzo di Mary Webb, un melodramma romantico e fatalmente tragico, ricco di metafore (forse sin troppo esplicite, a partire dalla caccia), impreziosito dalla fotografia in Technicolor di Christopher Challis e dallo stile barocco e sopra le righe di Powell e Pressburger, anche sceneggiatori. Tutto, dalla recitazione alla musica, dalle immagini ai colori, concorre al ritratto di un amour fou e di un personaggio dominato da pulsioni irrazionali e dalla comunione con la natura (Hazel vede gli animali – non solo la volpe – come parte della propria famiglia, tanto da discutere con chi li ritiene "senza anima"), guidata solo dal proprio istinto e da una saggezza arcana (gli incantesimi lasciatile dalla madre), in aperta opposizione con la morale e il perbenismo degli altri abitanti del villaggio. In questo, se vogliamo, è simile al cacciatore, che a sua volta segue i propri istinti e non si cura di ciò che pensano gli altri. I conflitti, come si vede, sono tanti: quello fra carnalità e spiritualità (impersonificati dal sensuale nobile e dal virtuoso reverendo: Hazel concede il proprio corpo al primo, ma chiama il secondo "Mia anima"), quello fra natura e civiltà, quello fra istinto e morale. Temi forse stereotipati ma sviluppati con competenza e immersi in un ambiente ricco di colore locale. Ben caratterizzati i personaggi di contorno, dal padre di Hazel alla madre del reverendo (Sybil Thorndike), fino al signor Vessons (Hugh Griffith), il domestico di Reddin, ostile verso le avventure galanti del proprio padrone. Insoddisfatto del risultato, il co-produttore David O. Selznick (marito della Jones) fece rimontare il film con numerosi tagli e nuove scene girate da Rouben Mamoulian espressamente per il mercato americano, dove venne proiettato nel 1952 con il titolo "The wild heart" (questa versione è uscita in Italia come "Cuore selvaggio"). Il titolo originale, "Gone to Earth", si riferisce al grido dei cacciatori quando la volpe braccata si rifugia nella propria tana: un "ritorno alla terra" che segna anche l'inevitabile destino finale della protagonista.

19 dicembre 2020

Green fish (Lee Chang-dong, 1997)

Green fish (Chorok mulkogi)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 1997
con Han Suk-kyu, Shim Hye-jin, Moon Sung-keun
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Tornato a casa dopo il servizio militare, il ventiseienne Mak-dong (Han) trova la propria famiglia e l'intero mondo intorno a sé nel caos più completo. I fratelli si sono allontanati l'uno dall'altro e vivono allo sbando e in difficoltà economica, il quartiere si sta trasformando in peggio, e dove c'erano vasti campi stanno per sorgere moderni palazzoni. L'incontro con la misteriosa Mi-ae (Shim), cantante in un cabaret e "pupa" del boss locale Bae Tae-gon (Moon), porta Mak-dong in contatto col sottobosco della malavita: preso in simpatia dal boss per via del suo coraggio e del suo carattere schietto, ne diventa presto uno degli uomini più fidati, occupandosi dei lavori più pericolosi nella speranza di guadagnare il denaro necessario a riunire i propri parenti e aprire un ristorante a gestione familiare... L'opera prima di Lee Chang-dong, il futuro regista di "Peppermint candy" e "Poetry", è un film intenso e ricco di ingredienti, forse fin troppi: la famiglia di Mak-dong, le faide fra bande di gangster, il rapporto con Mi-ae, la società coreana che cambia, il desiderio di rivalsa e quello, parallelo, del ritorno alla felicità dell'infanzia (il titolo fa riferimento a un pesce preso da Mak-dong da ragazzo, simbolo – come la slitta di "Quarto potere" – della spensieratezza di gioventù e di un momento in cui la famiglia era unita). Il tutto si colloca in una società corrotta (poliziotti e politici prendono le mazzette) e un mondo violento, dove c'è poco scampo per i puri, per chi agisce solo in base ai propri istinti o sentimenti, e per chi insegue un sogno: quello del protagonista verrà infatti realizzato solo dopo la sua morte, e a rendersi conto del suo sacrificio sarà chi gli è sopravvissuto, come Mi-ae (incinta forse di lui): la scena in cui viene uccisa la gallina per preparare la zuppa per lei richiama in un certo senso proprio il sacrificio di Mak-dong. Bella e già matura la regia (Lee, anche sceneggiatore, aveva lavorato come assistente in un paio di pellicole, prima di decidere di fare il gran salto dietro la macchina da presa), bravi gli attori e interessante la colonna sonora melodica (che richiama a tratti il Morricone di "C'era una volta in America" e il Bernard Herrmann di "Taxi driver"). Alcune sequenze (quella nei bagni pubblici e quella nella cabina telefonica, improvvisata da Han) sono entrate nella memoria collettiva dei cinefili coreani.

18 dicembre 2020

Palm Springs (Max Barbakow, 2020)

Palm Springs - Vivi come se non ci fosse un domani (Palm Springs)
di Max Barbakow – USA 2020
con Andy Samberg, Cristin Milioti
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Ospite a un matrimonio perché fidanzato con una delle damigelle, Nyles (Samberg) sta vivendo in un loop temporale da quando è entrato in una misteriosa grotta nel deserto, nei pressi del resort di Palm Springs dove si svolge la cerimonia: ogni giorno per lui si ripete infatti uguale al precedente. Ma una sera, senza volerlo, trascina con sé nella grotta anche Sarah (Milioti), la depressa sorella maggiore della sposa. E da allora saranno in due a rivivere la medesima giornata, attraversando varie fasi (dalla depressione al cazzeggio, dall'esplorazione all'innamoramento, dai tentativi di suicidio a quelli di trovare una via per rompere l'incantesimo). Un soggetto senza troppa originalità (è l'ennesima variazione di "Ricomincio da capo", alias "Il giorno della marmotta": non a caso le prime parole con cui Nyles comincia la sua giornata sono "Buongiorno, marmottina!", rivoltegli dalla fidanzata Misty) ma con una sceneggiatura vivace e personaggi divertenti. Rispetto al classico con Bill Murray ci sono alcune differenze: intanto si inizia in media res (Nyles ha già vissuto la giornata migliaia o forse milioni di volte); poi il protagonista non è prigioniero da solo nel loop ma può portarci altre persone (oltre a Sarah c'è anche il vendicativo Roy, interpretato da J.K. Simmons); e infine, anziché un misterioso evento karmico, la via di fuga è offerta dalla scienza (fisica quantistica ed... esplosivi!). Per il resto gli ingredienti sono quelli attesi: riflessioni sul senso della vita, sull'amore e sul giusto approccio all'esistenza (una serena accettazione, un moderato cinismo, o un'ostinata ricerca di una via di fuga per andare avanti?). A un certo punto, dopo essersi innamorati, i due protagonisti si trovano di fronte a un dilemma: meglio vivere per l'eternità in un contesto statico con la persona amata, oppure evolvere insieme, anche se col rischio prima o poi di perdersi? Camila Mendes e Tyler Hoechlin sono gli sposini, Meredith Hagner è (l'infedele) Misty, Peter Gallagher il padre della sposa, June Squibb la nonna (dalle cui parole si potrebbe sospettare che anche lei sia prigioniera nel loop). Nella colonna sonora anche "The partisan" di Leonard Cohen e "Cloudbusting" di Kate Bush. Il regista Max Barbakow e lo sceneggiatore Andy Siara, entrambi all'esordio nel lungometraggio, erano compagni di studi all'American Film Institute.

17 dicembre 2020

Jesus rolls (John Turturro, 2019)

Jesus Rolls - Quintana è tornato! (The Jesus Rolls)
di John Turturro – USA/Francia 2019
con John Turturro, Bobby Cannavale, Audrey Tautou
*1/2

Visto in TV.

Appena uscito di prigione, Jesus Quintana (Turturro) trova ad attenderlo l'amico Petey (Bobby Cannavale). Dopo aver rubato una macchina, i due vagabondano insieme alla giovane francese Marie (Audrey Tautou), che si concede ad entrambi senza riuscire a raggiungere l'orgasmo: ce la farà con il giovane Jack (Pete Davidson), figlio della misteriosa Jean (Susan Sarandon), un'altra ex carcerata con cui Jesus e Petey avevano fatto conoscenza, prima che si suicidasse. Sconclusionata e deludente pellicola episodica che sarebbe, almeno in teoria, uno spin-off de "Il grande Lebowski" dei fratelli Coen, visto che il personaggio di Jesus Quintana proviene da una (singola) scena dei quel film (anche se era stato creato e caratterizzato da Turturro per proprio conto, già prima delle riprese): ma il legame è quanto mai esile (al bowling è dedicata una sola sequenza, più un paio di accenni), e in realtà si tratta di un remake de "I santissimi" (1974) di Bertrand Blier, film che fece scandalo alla sua uscita per il suo ritratto di personaggi sbandati e i temi sessuali. In effetti lo stile c'entra poco o nulla con quello dei Coen: siamo più dalle parti di un mix fra l'irriverenza di "Borat" e le prime pellicole on the road di Jim Jarmusch, con un incipit che ricorda "The Blues Brothers" (l'uscita dalla prigione, scena peraltro ripetuta poi per altri due personaggi) e uno sviluppo che pare improvvisato al momento (la trama, di fatto, è inesistente). A tratti esistenzialista e surreale, in questa successione di scenette scollegate – che anche quando vogliono far ridere non ci riescono mai – Jesus cessa persino di essere il personaggio centrale, con l'attenzione che si sposta presto sugli altri comprimari. Ma alla fine ci si chiede quale voleva essere il fine ultimo della pellicola. Nel cast, in piccoli ruoli, si riconoscono fra gli altri Christopher Walken (il direttore della prigione), Jon Hamm (il parrucchiere), Sonia Braga (la madre di Jesus), J.B. Smoove (il meccanico), Tim Blake Nelson (il medico) e Michael Badalucco (la guardia al supermercato).