30 novembre 2021

Il gusto del sakè (Yasujiro Ozu, 1962)

Nota: salvo errori di calcolo, questo è il 4000° film di cui scrivo su questo blog!

Il gusto del sakè (Sanma no aji)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1962
con Chishu Ryu, Shima Iwashita
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

L'amico Kawai (Nobuo Nakamura) mette in guardia l'attempato Shohei Hirayama (Chishu Ryu): se non lascerà che la figlia ventiquattrenne Michiko (Shima Iwashita) si sposi, farà la fine del loro vecchio professore Sakuma (Eijiro Tono), rivisto dopo tanto tempo a una riunione di classe, la cui figlia (Haruko Sugimura) è rimasta in casa prendersi cura di lui dopo che era rimasto vedovo, con il risultato che l'uomo ora è un vecchio ubriacone e la figlia una zitella sfiorita. Deciso a impedire che Michiko sacrifichi la propria vita per la famiglia nello stesso modo, Shohei si decide dunque a spingerla verso il matrimonio... L'ultimo film di Yasujiro Ozu (il regista morirà l'anno successivo per un tumore alla gola, nel giorno del suo sessantesimo compleanno) ripropone ambientazioni, personaggi e temi di molte sue pellicole precedenti, tanto da poter essere considerato quasi un remake (o una combinazione) di "Tarda primavera" e "Tardo autunno". Nonostante l'apparente mancanza di originalità, però, la sceneggiatura (di Ozu insieme al fidato Kogo Noda) continua a mostrare la grandissima attenzione alla psicologia dei personaggi e alle dinamiche sociali e famigliari che hanno reso grandi i film precedenti, concentrandosi in particolare da un lato sulla figura del vecchio padre (è sempre lui al centro della vicenda, molto più della figlia stessa, di cui solo a tratti intravediamo la personalità e i sentimenti) e dall'altro sui vari aspetti della vita matrimoniale, per esempio attraverso il rapporto del figlio maggiore di Shohei, Koichi (Keiji Sada), con la propria consorte Akiko (Mariko Okada), i cui battibecchi sono osservati con divertita curiosità dalla stessa Michiko. Proprio di un amico del fratello, Miura (Teruo Yoshida), la ragazza finisce con l'innamorarsi: ma quando scopre che questi è già fidanzato, accetta di incontrare il ragazzo propostogli dal padre nell'eventualità di un matrimonio combinato (Shohei, a onor del vero, le dice che non deve sentirsi obbligata: "È giusto sposare chi si ama per essere felici"; in generale, nel film non si percepisce mai un'aura di costrizione o di oppressione, se non in senso lato, ovvero dal punto di vista della società). Evidentemente il promesso sposo le andrà a genio (o forse, a quel punto, non le importerà più), visto che il matrimonio verrà celebrato, anche se noi spettatori (proprio come capitava in "Tarda primavera") non avremo mai il privilegio di vederlo.

Le ultime inquadrature del film, e dunque di tutto il cinema di Ozu, sono riservate al padre (ossia all'attore feticcio del regista, Chishu Ryu) che, rimasto solo in casa, piange per il suo destino. È un finale forse inaspettatamente malinconico, che fa sentire tutto il peso di quel mono no aware, il sereno senso di accettazione – a volte venato di rimpianto e nostalgia, ma mai di rabbia o ira – dei mutamenti del destino e delle cose della vita, che ha sempre permato i lavori di uno dei più grandi registi della storia del cinema. Un regista che anche nel suo ultimo lungometraggio mette in mostra uno stile ormai giunto a livelli di assoluta perfezione, attento a ogni inquadratura e ogni sfumatura, abile nelle ellissi e nei raccordi, parsimonioso nell'uso dei colori (la tavolozza cromatica è, come al solito, limitata ed essenziale) e refrattario ai movimenti di camera. Ma che proprio per questo motivo risulta impeccabile: sarebbe impossibile indicare un solo elemento fuori posto o che andrebbe modificato, tanto a livello estetico che contenutistico. Shinikiro Mikami è Kazuo, il figlio minore di Yoshio. Piccoli ruoli per altri habitué di Ozu (Ryuji Kita è il collega che ha sposato una ragazza molto più giovane di lui, ovvero Michiyo Tamaki, cosa per cui viene preso in giro; Daisuke Kato è il commilitone che si chiede cosa sarebbe successo se il Giappone avesse vinto la guerra; Kyoko Kishida è la barista; Kuniko Miyake la moglie di Kawai). E a proposito di cast, una curiosità: Mariko Okada, che interpreta appunto la moglie di Koichi e che per Ozu aveva già recitato in "Tardo autunno", è la figlia di Tokihiko Okada, celebre attore degli anni trenta, morto a soli 31 anni per tubercolosi e protagonista di ben cinque pellicole dell'allora giovane regista giapponese (fra cui "Il coro di Tokyo"). Il titolo originale significa "Il gusto della costardella": quest'ultima (nota anche come luccio sauro) è un pesce dell'Oceano Pacifico che giunge sulle coste del Giappone in estate e dunque viene consumato soprattutto nel periodo autunnale. Come in molti film di Ozu, dunque, il titolo è un riferimento temporale (la stagione dell'autunno), da collegare al momento della vita dei personaggi. Non a caso, in inglese, la pellicola è nota come "An Autumn Afternoon".

2 commenti:

Paolo R. ha detto...

Complimenti per la costanza e la qualità delle recensioni! Ogni tanto passo da qua per cercare qualche film da vedere e sempre trovo ottimi consigli. Grazie di tutto. Paolo

Christian ha detto...

Grazie a te, e a tutti i lettori!