30 aprile 2023

Rosencrantz e Guildenstern sono morti (Tom Stoppard, 1990)

Rosencrantz e Guildenstern sono morti
(Rosencrantz and Guildenstern are dead)
di Tom Stoppard – GB/USA 1990
con Gary Oldman, Tim Roth
***1/2

Rivisto in divx.

Rosencrantz e Guildenstern sono due personaggi minori dell'Amleto di Shakespeare, amici d'infanzia del protagonista che vengono convocati dal re e dalla regina di Danimarca alla corte di Elsinore affinché indaghino sui motivi della sua strana pazzia. Nel dramma originale hanno un ruolo quasi insignificante, nonostante i loro nomi così altisonanti: in questo film (che è l'adattamento cinematografico di un testo teatrale tragicomico e assurdista, scritto dallo stesso Stoppard nel 1966), viceversa, sono i protagonisti assoluti. La pellicola li segue nel “dietro le quinte” dell'Amleto vero e proprio, usando i versi di Shakespeare nelle scene in cui i due incrociano gli altri personaggi della tragedia e mettendo invece loro in bocca altri dialoghi e parole quando sono lasciati a loro stessi. Il tono è filosofico ed esistenzialista: consapevoli di essere pedine di un destino più grande di loro, i due si interrogano sul significato del fato, della probabilità (la pellicola si apre con una moneta che, lanciata in aria, fa uscire “testa” per 157 volte di fila), dell'identità (chi dei due è Rosencrantz, e chi Guilderstern? Nemmeno loro lo sanno, tanto che si scambiano in continuazione i nomi, come fossero un tutt'uno indistinto), del rapporto fra la realtà e la sua rappresentazione (il “teatro nel teatro”, che d'altronde era un elemento fondamentale anche del dramma di Shakespeare), e soprattutto della morte, visto che questo è chiaramente fin da subito il loro destino finale. Il titolo stesso del film, che lo spoilera, è una delle ultime frasi della tragedia originale, e i due personaggi sono vittime inconsapevoli di una storia complessa di cui non conoscono nemmeno i risvolti segreti e i retroscena: vengono mandati a morte senza alcuna spiegazione (“Chi l'avrebbe mai detto che eravamo tanto importanti?”) e senza aver fatto niente di male a nessuno. Sono inoltre due personaggi senza un passato (non hanno ricordi precedenti al loro ingresso nel dramma) e “fuori dal tempo”, che seguono i binari di un destino fisso ed enigmatico di cui sono parzialmente consapevoli e che pure sfugge loro in continuazione, proprio come un copione teatrale le cui battute sono costretti a recitare senza alcun libero arbitrio. Fra una scena scespiriana e l'altra, comunque, sono liberi di indagare, curiosare, dibattere, a volte con toni intellettuali o metatestuali, a volte generando situazioni comico-paradossali (Oldman, il più sempliciotto ma visionario dei due, che ogni tanto ha un lampo di coscienza e "scopre" fenomeni scientifici o inventa oggetti "moderni", senza però mai riuscire a mostrarli al più pratico Roth). A proposito, grande la prova dei due attori, che formano una coppia davvero affiatata. Nel cast anche Richard Dreyfuss (il capocomico), Iain Glen (Amleto), Ian Richardson (Polonio). Nel complesso un film insolito, stimolante, paradossale, al tempo stesso colto e svagato, intellettuale e demenziale. Fra le scene cult, la partita a tennis al “gioco delle domande”, e lo scambio di battute “Io non credo all'Inghilterra”- “Ah, vuoi dire che è solo un complotto dei cartografi?”.

28 aprile 2023

Brooklyn (John Crowley, 2015)

Brooklyn (id.)
di John Crowley – GB/Irlanda/Canada 2015
con Saoirse Ronan, Emory Cohen
**

Visto in divx.

All'inizio degli anni Cinquanta, la giovane e sensibile Eilis (Saoirse Ronan) decide di abbandonare il piccolo villaggio irlandese in cui è nata e vissuta per andare in cerca di fortuna e di una nuova vita in America. La traversata in piroscafo e i primi passi a Brooklyn, dove risiede in un pensionato femminile e lavora come commessa in un grande magazzino, saranno difficili; ma pian piano la timida e insicura ragazza riuscirà a trovare un proprio spazio vitale nel nuovo mondo, e persino un fidanzato, l'italiano Tony (Emory Cohen), che sposerà in segreto. Ma quando la morte improvvisa della sorella Rose la costringerà a un breve ritorno in Irlanda, la nostalgia e l'infatuazione per un ragazzo locale, Jim (Domhnall Gleeson), rischieranno di mettere a repentaglio il suo progetto di vita... Da un romanzo di Colm Tóibín, sceneggiato da Nick Hornby, una pellicola romantica e di coming-of-age con una protagonista contesa fra due mondi, la patria di nascita (cui è legata e affezionata ma dove è anche prigioniera di obblighi familiari e sociali, ed è limitata da persone e ambienti chiusi, gretti e meschini) e quella d'adozione (dove non mancano le difficoltà, ma anche le opportunità e le possibilità di scoprire e realizzare veramente sé stessa, lasciando da parte le insicurezze). La regia dell'irlandese Crowley è un po' ingessata, ma d'altro canto l'intero film è un po' troppo formale stilisticamente, con una recitazione trattenuta, una fotografia patinata e una colonna sonora di maniera: certo, il tutto è voluto (come spesso nel cinema britannico) e ha anche un suo lento e freddo fascino. Peccato per qualche stereotipo di troppo (vedi per esempio gli italo-americani). Nel cast anche Jim Broadbent (il prete) e Julie Walters (la proprietaria del pensionato). Grande successo critico, con tre nomination agli Oscar (per il film, l'attrice e la sceneggiatura).

26 aprile 2023

La zona morta (David Cronenberg, 1983)

La zona morta (The Dead Zone)
di David Cronenberg – USA 1983
con Christopher Walken, Brooke Adams
**1/2

Rivisto in TV (Prime Video).

Risvegliatosi dopo cinque anni di coma in seguito a un incidente stradale, l'insegnante Johnny Smith (Christopher Walken) scopre di aver sviluppato un inquietante potere paranormale: toccando un'altra persona, ha delle "visioni" che possono essere legate al suo passato, al suo presente o al suo futuro. Pur ritenendole più una maledizione che un dono, metterà le sue capacità al servizio del prossimo, aiutando per esempio la polizia a individuare un serial killer. E quando sventerà la morte di un ragazzino, che aveva visto annegare nel lago ghiacciato, si renderà conto che è anche possibile cambiare il futuro che gli appare. Perciò, quando scoprirà per caso che un rampante e spregiudicato politico locale (Martin Sheen), candidato al senato, è destinato a scatenare un conflitto nucleare dopo essere diventato presidente degli Stati Uniti, capirà che il suo compito è quello di ucciderlo prima che prenda il potere. Da un romanzo di Stephen King, un affascinante thriller fantascientifico che fonde suggestioni soprannaturali con atmosfere intime e quotidiane. Lo sceneggiatore Jeffrey Boam sceglie una struttura a episodi (l'incipit con Johnny che scopre i propri poteri; la sequenza centrale con la caccia al serial killer; e il finale con la trama del politico), anziché quella "parallela" del romanzo di King: ma nonostante questo limite e qualche goffaggine nei dialoghi, la potenza del soggetto – che ispirò anche un albo di Dylan Dog – e le buone prove del cast (Brooke Adams è Sarah, la fiamma di Johnny; Herbert Lom è il dottore che lo ha in cura; Tom Skerritt è lo sceriffo di Castle Rock) lo rendono assai gradevole. Ottimo Walken. Stephen King (che avrebbe voluto Bill Murray come protagonista!) apprezzò. La colonna sonora è firmata da Michael Kamen, anziché dal consueto collaboratore di Cronenberg, Howard Shore. Nel 2002 dal romanzo di King è stata realizzata anche una serie televisiva, durata sei stagioni.

24 aprile 2023

Un'estate d'amore (I. Bergman, 1951)

Un'estate d'amore (Sommarlek)
di Ingmar Bergman – Svezia 1951
con Maj-Britt Nilsson, Birger Malmsten
***

Visto in divx.

Quando la danzatrice Marie (Maj-Britt Nilsson), poco prima delle prove di un importante balletto a teatro, riceve per posta il diario di Henrik (Birger Malmsten), il ragazzo che tredici anni prima aveva amato durante una vacanza estiva ed era morto improvvisamente, tutti i ricordi di quell'estate tornano di colpo a investirla. A quel tempo la giovane Marie era una ragazza solare e piena di vita, sempre pronta a ridere e a scherzare. La relazione con il più cupo Henrik, in vacanza con il suo cane nello stesso tratto di mare, nacque infatti per gioco, salvo farsi più profonda nel giro di pochi giorni, al punto da sviluppare sogni di fidanzamento e matrimonio: ma dopo la morte del ragazzo, in seguito a una caduta da uno scoglio, Marie divenne malinconica e introversa, perdendo ogni interesse e ragione di vita a lungo termine che non fosse la sua carriera di danzatrice, di fatto erigendo un muro, chiudendo una parte di sé e rimuovendo le emozioni. La lettura del diario le risveglia, la manda in crisi e le consente finalmente di "elaborare il lutto" e di aprirsi a una nuova vita. Nella sua apparente semplicità (nonostante la struttura a flashback), uno dei film più immersivi e psicologicamente profondi del primo periodo bergmaniano: aiutato da un'eccellente prova della protagonista, che veicola moltissime emozioni diverse, il regista si concentra sull'attenzione ai dettagli, che siano i primi piani su volti e oggetti (come nelle magistrali sequenze che vedono Marie da sola davanti allo specchio del trucco) o gli accenni "premonitori" (i molti presagi di morte attorno a Henrik) anche nelle sequenze più leggere e sbarazzine (tutta la parte della vacanza estiva sembra anticipare certe cose di Rohmer). E anche se all'apparenza nel soggetto – l'amore giovanile – non c'è molta differenza rispetto agli altri lavori di inizio carriera, per molti versi si può dire che lo "stile" di Bergman, dal punto di vista sia formale (notevole la fotografia di Gunnar Fischer) che contenutistico, quello che porterà avanti per il resto della carriera (da "Il posto delle fragole" – a proposito, anche qui c'è un "fragoleto" segreto – a "Persona"), nasca qui. Georg Funkquist è lo "zio" Erland, Stig Olin il maestro di danza, Alf Kjellin il giornalista Nyström.

22 aprile 2023

Tonight for sure (F. F. Coppola, 1962)

Tonight for sure
di Francis Ford Coppola – USA 1962
con Karl Schanzer, Don Kenney
*1/2

Visto su rarefilmm, in originale.

Due uomini si incontrano sulla Sunset Strip di Hollywood, decisi a sabotare un locale dove si svolgono spettacoli di spogliarello e di burlesque. Dopo aver piazzato una bomba nei bagni, e mentre siedono in platea in attesa della sua esplosione, si raccontano a vicenda i motivi della loro "intolleranza" verso la nudità e la pornografia. Naturalmente, in realtà ne sono segretamente attratti e, anzi, ossessionati. Caratterizzato da toni comici e satirici che mettono in luce l'ipocrisia dei perbenisti e dei puritani, l'umile e oscuro esordio di Francis Ford Coppola alla regia è in realtà un film di montaggio, che combina un suo corto, "The peeper", girato quando aveva 21 anni e frequentava la scuola di cinema dell'UCLA, con un film incompiuto di ambientazione western, "The wide open spaces", diretto da Jerry Schafer (i due corti rappresentano i "flashback" raccontati dai due uomini, rispettivamente un guardone che aveva cercato di distruggere un negozio di fotografie erotiche di fronte al suo appartamento, e un cowboy ossessionato da visioni di donne nude in pieno deserto), approfittando anche del fatto che la principale protagonista femminile, in entrambi i casi, era la stessa, ovvero la modella di Playboy Marli Renfro (più celebre per essere stata la controfigura di Janet Leigh nella scena della doccia di "Psycho"). A unire le due storie ci sono sequenze di raccordo girate appositamente. Il risultato, un curioso mix di exploitation (con numerose scene di fanciulle in topless) e satira sociale, è però soporifero e decisamente dimenticabile: a parte qualche divertente frammento di dialogo, anticipa ben poco dello stile del futuro regista de "Il padrino", "La conversazione" e "Apocalypse Now", e va considerato di interesse puramente storico.

20 aprile 2023

Elvis (Baz Luhrmann, 2022)

Elvis (id.)
di Baz Luhrmann – USA 2022
con Austin Butler, Tom Hanks
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Biopic su Elvis Presley (Austin Butler), la cui vita e la cui carriera sono lette attraverso il rapporto con il suo controverso manager, il "colonnello" Tom Parker (un Tom Hanks ingrassato e invecchiato da un eccesso di trucco prostetico), l'imbonitore da circo che lo scoprì da giovanissimo e lo portò al successo, salvo sfruttarne la fama per spremere da lui più denaro possibile: il film suggerisce addirittura che sia stato il colonnello a spingerlo verso il consumo di droghe che lo condurrà prematuramente alla morte. La chiava narrativa scelta (la voce narrante è appunto quella di Parker, che si rivolge direttamente al pubblico, ovvero ai fan del "Re") finisce col mettere in secondo piano proprio l'arte di Elvis – ovvero la sua voce e la sua musica – mentre del personaggio si sottolineano la fragilità, la vulnerabilità e le insicurezze (poco prima di morire, lamenta che "nessuno si ricorderà di me, non ho fatto niente che rimarrà"). Nella confusione di una regia che non si risparmia citazioni pop (Star Trek, Capitan Marvel), una camera mobilissima (grazie al digitale), una fotografia dai colori brillanti, l'uso indiscriminato di split screen, ralenti, fermi immagine, scritte colorate in sovrimpressione, vignette a fumetti, Luhrmann racconta l'ascesa e la caduta di un "mito", il suo rapporto con la società che lo circondava (con numerosi accenni a questioni razziali, sociali e politiche), ma soprattutto con i lati oscuri della fama e del successo. Quanto al contesto musicale, rimane appunto sullo sfondo: certo, ci viene detto che Elvis fu l'anello di congiunzione fra il country dei bianchi e il rhythm and blues dei neri, che il suo eccentrico rock'n'roll ha avuto una grande influenza culturale, che il suo modo di muoversi sul palco ha scatenato le folle (e le proteste dei conservatori), ma di fatto le sue canzoni – anche le più celebri, di cui si odono solo frammenti – finiscono in secondo piano. Non è un film musicale, per intenderci. Richard Roxburgh è il padre Vernon, Olivia DeJonge la moglie Priscilla. Otto nomination agli Oscar (comprese quelle per il miglior film e per Butler come miglior attore), ma nessuna statuetta vinta.

18 aprile 2023

L'altro uomo (Alfred Hitchcock, 1951)

Delitto per delitto - L'altro uomo (Strangers on a train)
di Alfred Hitchcock – USA 1951
con Farley Granger, Robert Walker
***

Visto in TV (Now Tv).

Durante un breve viaggio in treno, due sconosciuti iniziano una conversazione e scoprono di avere qualcosa in comune: una persona da "eliminare" dalla propria vita. L'elegante scapestrato Bruno Anthony (Robert Walker) propone allora al giovane tennista Guy Haines (Farley Granger) di scambiarsi i delitti, dopo essersi procurati degli alibi: lui ucciderà la moglie fedifraga di Guy, che non vuole concedergli il divorzio, lasciandolo così libero di risposarsi con la sua nuova fiamma Ann (Ruth Roman); e in cambio, il ragazzo ucciderà il padre di Bruno, che minaccia di diseredarlo (se non di rinchiuderlo in manicomio). Guy rifiuta: ciò nonostante, Bruno porta a termine lo stesso la sua parte del "patto", strangolando Miriam in un parco dei divertimenti, e pretenderà poi di essere ricambiato... Dal primo romanzo di Patricia Highsmith, "Sconosciuti in treno" (pubblicato solo l'anno prima, e i cui diritti Hitchcock acquistò sotto falso nome), sceneggiato da Czenzi Ormonde, assistente di Ben Hecht (dopo che sir Alfred si dichiarò insoddisfatto della prima versione scritta da Raymond Chandler), uno dei thriller più celebri del regista, nonché il film con cui rilanciò la propria carriera hollywoodiana, dopo alcuni passi falsi. L'intrigante soggetto (poi ripreso ne "La vittima designata" di Maurizio Lucidi e "Getta la mamma dal treno" di Danny DeVito), la buona costruzione dei personaggi (a spiccare è più lo psicopatico Bruno che non il protagonista Guy, però), il tema dell'ambiguità fra il bene e il male (per un momento siamo portati a credere che Guy abbia davvero intenzione di uccidere il padre di Bruno), ma soprattutto i momenti di suspense e di forte tensione, magistrali anche dopo svariati decenni (la scena dell'omicidio di Miriam, con il riflesso della donna strangolata sulle lenti dei suoi occhiali caduti a terra; il montaggio alternato della partita a tennis, che Guy cerca di concludere nel tempo più rapido possibile, e del contemporaneo tentativo di Bruno di recuperare l'accendino che gli serve per incriminare il rivale, caduto nella grata di un tombino; lo scontro finale fra i due uomini, a bordo di una giostra del luna park impazzita), catturano lo spettatore dall'inizio alla fine. Per Walker si tratta dell'ultimo film (morirà l'anno seguente), mentre Granger aveva già recitato per Hitchcock in "Nodo alla gola". Patricia Hitchcock, figlia del regista, interpreta Barbara, la sorellina impicciona (e appassionata di gialli) di Ann, mentre Leo G. Carroll è il padre di entrambe. Sir Alfred si riconosce mentre sale sul treno portando con sé la custodia di un contrabbasso. Il titolo "Delitto per delitto" è stato aggiunto al meno memorabile "L'altro uomo" in occasione della riedizione del film in home video.

17 aprile 2023

Living (Oliver Hermanus, 2022)

Living (id.)
di Oliver Hermanus – GB 2022
con Bill Nighy, Aimee Lou Wood
**

Visto in TV (Now Tv).

Nell'immediato dopoguerra, l'anziano burocrate Mr. Williams (Bill Nighy), scostante e solitario direttore dell'ufficio lavori pubblici di Londra, scopre di avere un tumore incurabile che gli lascia soltanto pochi mesi di vita. Non riesce a comunicare la notizia a nessuno, nemmeno al figlio, e per un breve periodo perde ogni desiderio di lottare. Ma grazie alla giovane Margaret Harris (Aimee Lou Wood), sua ex impiegata, trova infine una ragione per vivere appieno i suoi ultimi momenti: quella di portare avanti, con ogni sforzo, la proposta di un comitato di quartiere di costruire un'area giochi per bambini in un terreno dismesso. Dopo la sua morte, sarà ricordato da tutti con affetto e riconoscenza, anche se la sua lezione sarà di breve durata... Su sceneggiatura di Kazuo Ishiguro, un remake del classico "Vivere" di Akira Kurosawa, di cui sposta l'ambientazione geografica dal Giappone all'Inghilterra (ma non quella temporale: siamo nel 1949). Come il film originale, che si ispirava a "La morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj, la vicenda vorrebbe essere una riflessione sul senso ultimo della vita. Ma l'impostazione calligrafica, unita all'estremo formalismo britannico, lo rendono meno convincente dell'originale giapponese, cinismo compreso. E la retorica umanista, settant'anni dopo, sembra esagerata e fuori contesto. Nomination agli Oscar per il bravo Nighy e per la sceneggiatura. Nel cast anche Alex Sharp (il giovane neoassunto all'ufficio statale), Tom Burke, Adrian Rawlins, Oliver Chris (gli altri colleghi) e Barney Fishwick (il figlio).

15 aprile 2023

Dheepan - Una nuova vita (J. Audiard, 2015)

Dheepan - Una nuova vita (Dheepan)
di Jacques Audiard – Francia 2015
con Antonythasan Jesuthasan, Kalieaswari Srinivasan
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Sivadhasan (Jesuthasan), ex guerrigliero delle Tigri Tamil che ha perso la famiglia e i compagni nella guerra civile, fugge dallo Sri Lanka per immigrare in Francia, assumendo il falso nome di Dheepan e fingendo di avere una famiglia – insieme a una donna sconosciuta (Srinivasan) e a una bambina orfana (Claudine Vinasithamby) – per ottenere rifugio politico. Qui lentamente i tre cercano di integrarsi e trovano anche lavoro in una banlieu fuori Parigi: lui come guardiano di un complesso di caseggiati, lei come badante, mentre la piccola va a scuola. Pur non avendo legami di sangue, lentamente svilupperanno affetto reciproco. E quando gli scontri fra le bande rivali di spacciatori che dominano la banlieu metteranno in pericolo questa nuova "famiglia", Sivadhasan non esiterà a tornare in azione per difenderla. Audiard mescola il tema dell'immigrazione e (soprattutto) dell'integrazione con sfumature da thriller e da crime story come già aveva fatto in alcune delle sue precedenti pellicole (da "Tutti i battiti del mio cuore" a "Il profeta"), scegliendo il punto di vista di personaggi singalesi che per lo più non parlano francese. Il risultato è gradevole, anche se non troppo originale: interessante le riflessioni sul significato di famiglia a prescindere dai legami di sangue (cosa che mi ha ricordato il film hongkonghese "Bullets over summer" di Wilson Yip) e l'uso del linguaggio, meno la drammaticità retorica sui rifugiati e la deriva action nel finale. Il regista ha dichiarato di essersi ispirato a "Cane di paglia" di Peckinpah. Forse esagerata la Palma d'Oro a Cannes (che infatti fu fischiata all'annuncio in sala), dove peraltro Audiard aveva già vinto il premio per la sceneggiatura per "Un héros très discret" e il Grand Prix per lo stesso "Il profeta".

13 aprile 2023

La clessidra (Wojciech Jerzy Has, 1973)

La clessidra (Sanatorium pod klepsydrą)
di Wojciech Jerzy Has – Polonia 1973
con Jan Nowicki, Tadeusz Kondrat
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo, Józef (Jan Nowicki), arriva in treno in una remota clinica dove è ricoverato il padre morente, Jakub (Tadeusz Kondrat). L'edificio è cadente e sembra abbandonato. Un medico gli spiega che in quel luogo il tempo scorre in modo diverso e si comporta in maniera imprevedibile, a volte "in ritardo", a volte all'incontrario. Per questo motivo il padre, che sarebbe già morto, in realtà è ancora in vita. E lo stesso Józef incomincia a rivivere momenti ed episodi della sua esistenza passata, dall'infanzia all'adolescenza (quando il padre gestiva il negozio di tessuti di famiglia nel ghetto ebraico), oltre a sogni e visioni popolate da personaggi bizzarri ed esotici e da complesse e artificiali ricostruzioni del passato (che a volte coinvolgono manichini di cera di personaggi famosi)... Da un romanzo di Bruno Schulz (in realtà una raccolta di racconti, integrati qui da spunti provenienti da altre opere dell'autore), un film stranissimo e visionario, a suo modo affascinante, anche se a tratti davvero troppo surreale: come in una sorta di "Alice nel paese delle meraviglie", nel vagabondare di Józef nella clinica si succedono scenari, personaggi e discorsi in cui si fatica a trovare un filo logico, se non quello del tempo, dei ricordi e del passato (che sia il passato intimo e personale, quello famigliare, o quello legato alla storia delle nazioni europee e colonialiste: e non mancano ovviamente accenni all'Olocausto, essendo il protagonista ebreo e lo stesso Schulz ucciso dalla Gestapo). L'atmosfera si fa spesso metafisica, e il tutto ricorda alcune cose che faranno Tarkovskij e Gilliam. Regia (con molti piani sequenza), fotografia e scenografie hanno una qualità pittorica e teatrale, con echi delle fantasmagorie. Premio della giuria al festival di Cannes.

11 aprile 2023

L'addomesticamento (Nagisa Oshima, 1961)

L'addomesticamento (Shiiku)
di Nagisa Oshima – Giappone 1961
con Rentaro Mikuni, Eiko Oshima
**

Visto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel 1945, mentre la seconda guerra mondiale sta avviandosi verso la conclusione, un soldato americano di colore, ferito dopo essersi paracadutato dal suo aereo, viene fatto prigioniero dai contadini di un villaggio giapponese isolato fra le montagne. La sua presenza catalizza contrasti e discordie fra gli abitanti del piccolo insediamento, anche perché i motivi di dissidio già non mancavano prima del suo arrivo, fra le difficoltà dovute alla guerra (la scarsità di cibo, la presenza di rifugiati fuggiti da Tokyo, le notizie sempre peggiori che provengono dai soldati al fronte) e le tensioni sotterranee all'interno della comunità. Ed è facile trovare nel nemico il capro espiatorio per ogni cosa. Da un racconto giovanile di Kenzaburo Oe (pubblicato in italiano con il titolo "L'animale d'allevamento"), un altro film con cui Oshima prosegue la sua analisi (o meglio, critica feroce) della società giapponese, di cui denuncia una corruzione che prescinde dalla guerra (c'era prima, e ci sarà dopo: la guerra le offre soltanto una scusa o una giustificazione). Si tratta di una produzione indipendente, dopo che il regista aveva rotto con la Shochiku in seguito al boicottaggio del suo "Notte e nebbia del Giappone", che era stato ritirato dalle sale dopo pochi giorni. È un cinema di emozioni forti, che non si fa scrupolo di mettere in scena personaggi caratterizzati da vizi e difetti di ogni tipo (come l'avidità, la codardia, o il razzismo disumanizzante nei confronti del "negro" americano), evidenziati da una fotografia contrastata e un montaggio espressivo (non mancano alcuni notevoli long take): ma la storia corale è un po' troppo dispersiva (sono pochi i personaggi la cui caratterizzazione rimane con lo spettatore) e la narrazione è spesso pesante. Per questo motivo, rimane uno dei lungometraggi meno noti di Oshima, almeno in occidente.

Ashita no taiyo (Nagisa Oshima, 1959)

Tomorrow's sun (Ashita no taiyo)
di Nagisa Oshima – Giappone 1959
con Yukiyo Toake
[sv]

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Breve corto promozionale di 7 minuti, girato per conto della casa di produzione Shochiku da un Oshima agli esordi (non aveva ancora realizzato nessun lungometraggio: il suo primo lavoro, "Il quartiere dell'amore e della speranza", uscirà nel novembre dello stesso anno). Lo scopo è quello di presentare al pubblico tutta una serie di giovani attori ("la nuova generazione di stelle") che, provenienti in gran parte dalla televisione, stanno per arrivare al cinema in una serie di pellicole – per lo più commerciali – appartenenti a vari generi: la commedia, il musical, il film d'azione e quello di ambientazione storica. A fare da guida allo spettatore c'è la giovane Yukiyo Toake, che passa da un'ambientazione all'altra reggendo in mano un ombrello rosso, discorrendo con una platea che parla con lei all'unisono. Fra i numerosi attori presentati, i pochi destinati a una carriera prolifica o comunque decente sono Yusuke Kawazu, Miyuki Kuwano e Masahiko Tsugawa.

9 aprile 2023

Il cammino della speranza (P. Germi, 1950)

Il cammino della speranza
di Pietro Germi – Italia 1950
con Raf Vallone, Elena Varzi
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Dopo la chiusura della solfara locale, che dava loro lavoro e sostentamento, i minatori di un villaggio siciliano decidono di partire con le loro famiglie per trasferirsi tutti in Francia, allettati dalle parole di una "guida" (Saro Urzì) che si offre di condurli a destinazione clandestinamente, superando controlli e confini. Il viaggio sarà lungo, duro e difficile: alcuni si perderanno, altri sceglieranno di tornare indietro, ma alla fine un gruppo di emigranti raggiungerà la terra promessa. Ispirato a un fatto vero raccontato nel romanzo "Cuori negli abissi" di Nino Di Maria, nonché alla reale chiusura della solfara Ciavolotta in provincia di Agrigento, una pellicola di impianto corale, forse più importante che bella, sceneggiata da Federico Fellini e Tullio Pinelli (che avevano collaborato con Germi già l'anno precedente per "In nome della legge"). Oltre al tema dell'emigrazione, racconta anche di un'Italia spaccata in due, fra l'arretratezza delle zone rurali e la vita moderna della grande città (nell'episodio di Lorenza, la ragazza che si perde durante la sosta a Roma); degli ostacoli posti dall'autorità e dalla burocrazia; della convivenza fra abitanti di regioni differenti (i siciliani e i bergamaschi, assunti dallo stesso fattore per aiutarlo col raccolto); delle lotte sociali fra poveri (scioperanti contro crumiri, ma entrambi repressi dalle forze dell'ordine). I molti personaggi del cast hanno storie e vicende personali che procedono per lo più in parallelo. E a tratti la vicenda si fa melodrammatica, come nel caso del duello rusticano sulla neve delle Alpi fra il protagonista Saro (Raf Vallone) e il "bandito" Vanni (Franco Navarra) per l'amore della bella Barbara (Elena Varzi). La colonna sonora è di Carlo Rustichelli, ma a spiccare è soprattutto la canzone popolare "Vitti 'na crozza" del compositore Franco Li Causi, divenuta poi molto celebre. Apprezzato da pubblico e critica, anche internazionale (vinse premi a Cannes e Berlino), il film suscitò polemiche politiche in patria per la sua rappresentazione della "disoccupazione postbellica".

8 aprile 2023

Il mio profilo migliore (Safy Nebbou, 2019)

Il mio profilo migliore (Celle que vous croyez)
di Safy Nebbou – Francia/Belgio 2019
con Juliette Binoche, François Civil
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Gelosa dal tempo che il suo compagno Ludo (Guillaume Gouix) dedica all'amico e collega Alex (François Civil), sottraendolo a lei, la cinquantenne Claire (Juliette Binoche), professoressa di letteratura francese all'università, crea un falso profilo social su internet per mettersi in contatto con quest'ultimo, spacciandosi per un'affascinante ventiquattrenne di nome Clara. L'esperienza di fingersi una donna più giovane la galvanizzerà (al punto da cominciare a usare anche in pubblico un linguaggio più "giovanile"). E pur comunicando solo online, "Clara" e Alex finiranno per innamorarsi. La cosa però sfocerà in tragedia, con due possibili finali opposti (uno "reale" e uno soltanto immaginato da Claire in un suo scritto). L'intera storia è narrata in flashback dalla donna alla sua psichiatra (Nicole Garcia). Dal romanzo "Quella che vi pare" di Camille Laurens, una torbida vicenda alla Haneke su identità e apparenza, verità e menzogna, con un finale intricato che offre alcuni colpi di scena, narrata in modo freddo e tagliente ma anche – e purtroppo – a tratti implausibile e artificioso. Poco convincente – e in fondo pretestuoso – anche il rapporto con la psichiatra. Brava la Binoche, ma il suo personaggio non sempre appare credibile.

6 aprile 2023

Tabù - Gohatto (Nagisa Oshima, 1999)

Tabù - Gohatto (Gohatto)
di Nagisa Oshima – Giappone 1999
con Takeshi Kitano, Ryuhei Matsuda
***

Rivisto su rarefilmm, in originale con sottotitoli inglesi, per ricordare Ryuichi Sakamoto.

Nella Kyoto del 1865, durante gli ultimi anni dello shogunato Tokugawa, i giovani spadaccini Kano (Ryuhei Matsuda) e Tashiro (Tadanobu Asano) vengono arruolati nella Shinsengumi, potente milizia di samurai che ha il compito di mantenere l'ordine pubblico e proteggere lo shogunato stesso dai clan rivali e dalle spinte riformiste. Il giovane Kano, così bello ed efebico, attira su di sé le attenzioni di numerosi uomini, a cominciare dai compagni Tashiro e Yuzawa (Tomorowo Taguchi), ma anche dei loro superiori. E nonostante l'omosessualità fra i samurai della milizia sia diffusa e tollerata, gelosie e rivalità produrranno tensioni e metteranno a repentaglio gli equilibri interni. L'intera vicenda, ispirata da un romanzo di Ryotaro Shiba, è narrata dal punto di vista del capitano Hijikata (Takeshi Kitano), braccio destro del comandante Kondo (Yoichi Sai), che osserva le dinamiche che si dipanano e le commenta con i suoi pensieri: memorabile la scena finale, in cui Hijikata trancia di netto il tronco di un giovane albero in fiore, a sottolineare poeticamente la caducità di ogni cosa bella (e la fine stessa di un'epoca). L'ultimo film girato da Nagisa Oshima è un elegante dramma ambientato in un periodo storico particolarmente affascinante della storia del Giappone, il bakumatsu, che segna la fine del feudalesimo e dell'era degli stessi samurai: in effetti personaggi come Hijikata e Kondo, ma non solo, sono realmente esistiti. Qui, però, gli eventi storici e politici fanno solo da sfondo a una vicenda di torbide passioni e sentimenti nascosti che fanno capolino persino attraverso il rigore stilistico e l'austerità tipica di molti film di samurai, e che naturalmente si scontrano con le rigide regole dei samurai e del codice della milizia. Matsuda, che interpreta il diciottenne Kano, aveva solo sedici anni al tempo delle riprese. Nel cast anche Shinji Takeda (Okita), Jiro Sakagami (l'anziano Inoue) e Tommy's Masa (Yamazaki). La colonna sonora è di Ryuichi Sakamoto, che aveva già collaborato con Oshima (e Kitano) in "Furyo".

4 aprile 2023

Il sud (Victor Erice, 1983)

Il sud (El sur)
di Victor Erice – Spagna 1983
con Omero Antonutti, Icíar Bollaín
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Nella Spagna degli anni cinquanta, la quindicenne Estrella (Icíar Bollaín) ripensa con affetto al suo rapporto con il padre Agustín (Omero Antonutti), medico che aveva scelto di abbandonare il sud del paese, dov'era nato, per trasferirsi con la famiglia al nord, in una casa di campagna ("La gabiota", ovvero "Il gabbiano") appena fuori dalle mura di una grande città. Sin da bambina (Sonsoles Aranguren), Estrella era sempre stata affascinata da questo padre gentile e severo, capace di svolgere un lavoro serio e importante ma anche di scherzare con lei e di compiere prodigi (come trovare l'acqua per i contadini dei campi, grazie alla rabdomanzia e alla divinazione con il pendolino). Un padre con un passato misterioso (perché ha lasciato il suo paese natale? scopriremo che c'entra la guerra civile) e con dolorosi segreti che tiene nascosti al resto della sua famiglia, a partire dall'amore infelice per una misteriosa donna, che la bambina identifica in Irene Ríos (Aurore Clément), un'attrice cinematografica i cui film vengono proiettati nel cinema della città. Il secondo lungometraggio di finzione di Victor Erice (nonché l'ultimo: il suo terzo lungometraggio sarà un documentario), a dieci anni di distanza dal fenomenale "Lo spirito dell'alveare", è tratto da un racconto della scrittrice Adelaida García Morales, compagna del regista. Il "sud" del titolo è un luogo dell'immaginazione, che la piccola Estrella trasfigura attraverso i sogni, il mistero e la "magia" di una figura paterna vicina e distante allo stesso tempo, di cui riconosce la solitudine e l'infelicità soltanto man mano che la stessa Estrella cresce. Forse meno affascinante del lavoro precedente (lo stesso Erice lo ha definito "un film incompiuto"), resta comunque un film delicato e sensibile, con una bella atmosfera e una suggestiva fotografia (di José Luis Alcaine).

2 aprile 2023

Ragazze a Beverly Hills (Amy Heckerling, 1995)

Ragazze a Beverly Hills (Clueless)
di Amy Heckerling – USA 1995
con Alicia Silverstone, Paul Rudd
***

Rivisto in divx.

L'egocentrica e narcisista sedicenne Cher Horowitz (Alicia Silverstone), figlia di un ricco e burbero penalista californiano, frequenta un prestigioso liceo di Beverly Hills, guarda alle supermodelle come unico stile di vita ed è convinta di saperne più di tutti su ogni argomento. Per migliorare i propri voti scolastici, ha la pensata di rendere "più felici" i suoi insegnanti, catalizzando una love story fra due di essi. E visto il successo, insieme all'amica Dionne (Stacey Dash), decide di continuare a "fare del bene", educando e "restaurando" a proprio modo una compagna di classe appena arrivata, la nerd Tai (Brittany Murphy), spingendola anche fra le braccia del belloccio Elton. Ma ne seguiranno solo disastri, e nel frattempo complicherà anche la propria stessa vita sentimentale, inseguendo inutilmente l'amore di un ragazzo gay (Justin Walker) e ignorando l'attrazione per il fratellastro Josh (Paul Rudd). Rilettura moderna e spigliata di "Emma" di Jane Austin, un film fondamentale nel mettere in scena l'estetica, le frivolezze, il materialismo e i valori di un certo tipo di adolescenti degli anni novanta, intercettando inoltre certe tendenze che si svilupperanno sempre più in seguito, come l'avvento dei telefonini. Ricordo che quando lo vedi per la prima volta, alla sua uscita, scoppiai a ridere nella scena in cui tutti i personaggi seduti a cena attorno a un tavolo, sentendo lo squillo di un telefono, tirano fuori il proprio cellulare per rispondere. E in un'altra scena, il cordless di Emma è paragonato al monolito di "2001: Odissea nello spazio" (con tanto di musica di Richard Strauss). La regista, anche sceneggiatrice, si prende gioco dei suoi personaggi (e di Cher soprattutto, visto che è di fatto la narratrice in prima persona della storia, attraverso la voce fuori campo) ridicolizzandone il comportamento e i pensieri, dall'ossessione per lo shopping all'appassionato ma superficiale interesse per le questioni sociali, ma al tempo stesso guarda a loro con tenerezza ed empatia, spingendo anche gli spettatori a partecipare alla loro confusione mentale alla scoperta di sé. L'ambientazione anni novanta è sottolineata dai cartoni di Beavis & Butthead e di Ren & Stimpy ("Sono molto esistenzialisti") in televisione, dai riferimenti ad attori, cantanti e modelle, e dalla colonna sonora. Da segnalare la scena della fontana, quando Cher si rende conto di essere innamorata di Josh, con la cover di "All by myself" di Jewel in sottofondo: è un omaggio a "Gigi". Dan Hedaya è il padre, Wallace Shawn e Twink Caplan i professori, Breckin Meyer e Jeremy Sisto gli altri compagni di classe. Lo script originale era stato pensato per una serie televisiva: l'anno successivo sarà realizzata proprio una serie, durata tre stagioni, in cui ritornano parecchi personaggi. No comment sul titolo italiano.

31 marzo 2023

Cabiria (Giovanni Pastrone, 1914)

Cabiria
di Giovanni Pastrone – Italia 1914
con Umberto Mozzato, Bartolomeo Pagano
***

Visto su YouTube.

Nel terzo secolo avanti Cristo, la piccola Cabiria (Lidia Quaranta) – figlia di un ricco nobile catanese – è rapita dai pirati fenici e venduta a Cartagine come schiava. Il sacerdote Karthalo progetta di sacrificarla al dio Moloch, ma sarà salvata dal romano Fulvio Axilla (Umberto Mozzato) e dal suo fedele servo Maciste (Bartolomeo Pagano). La sua storia si intreccia con le vicende della guerra fra romani e cartaginesi, e coinvolge molte importanti figure storiche: da Asdrubale ad Annibale, da Archimede a Scipione, da Massinissa (Vitale De Stefano) a Sofonisba (Italia Almirante Manzini). Il più importante film muto italiano è anche il primo vero grande kolossal della storia del cinema, una pellicola influente che ha ispirato cineasti come David Wark Griffith (per il suo "Intolerance") e ha di fatto canonizzato le due ore (abbondanti) di durata come lungometraggio cinematografico. A dire il vero, l'anno precedente c'era stato già il "Quo vadis?" di Enrico Guazzoni, al quale "Cabiria" è debitore in molte cose (compreso il personaggio di Maciste, ispirato all'Ursus del romanzo di Sienkiewicz). Ma Pastrone – e la torinese Itala Film, che produsse la pellicola – alzano notevolmente la posta: il film è sontuoso sotto ogni aspetto, dai curatissimi costumi alle sofisticate scenografie teatrali di Luigi Romano Borgnetto e Camillo Innocenti (da ricordare soprattutto l'esterno e l'interno del tempio di Moloch, con l'enorme faccione e la statua che divora i ragazzi da sacrificare: Fritz Lang se ne ricorderà nel suo "Metropolis"; ma anche i palazzi di Asdrubale e Siface, nonché le scene di battaglia e quelle in esterni, girate per esempio sulle Alpi o nel deserto algerino), dagli effetti visivi e fotografici (opera dello spagnolo Segundo de Chomón, che iniziò proprio allora una collaborazione con le case di produzione italiane) all'uso pionieristico del carrello nelle inquadrature (per la prima volta si fa un utilizzo estensivo di movimenti – pur lenti – di macchina in avanti e in indietro, e non solo lateralmente o verticalmente). Tutto questo compensa una trama piuttosto episodica (siamo ancora in una fase di passaggio dal cinema delle attrazioni – la locandina parla di "visione storica" – a quello più prettamente narrativo) e non troppo originale, per la quale Pastrone si ispirò non solo al citato "Quo vadis?" ma anche e soprattutto ai romanzi "Cartagine in fiamme" di Emilio Salgari e "Salammbô" di Gustave Flaubert.

L'enorme successo (anche internazionale: divenne il primo film proiettato alla Casa Bianca!) fu dovuto inoltre all'intuizione di fondere l'intrattenimento "basso" e popolare – come quello cinematografico era ancora percepito – con velleità artistiche di più alto livello: venne infatti coinvolto il poeta Gabriele d'Annunzio (che nei cartelli e nei materiali promozionali è talvolta indicato come il principale autore della pellicola!), che collaborò alla scrittura degli intertitoli, con uno stile estremamente "aulico", e alla scelta dei nomi dei personaggi (compresi Cabiria e Maciste, due nomi che resteranno nella storia del cinema e della cultura italiana). Proprio il forzuto Maciste diventerà un beniamino del pubblico: interpretato da uno scaricatore del porto di Genova, sarà riproposto per tutti gli anni dieci e venti in una serie di pellicole di grande successo e di ambientazione contemporanea, mentre negli anni sessanta, invece, si riavvicinerà alle sue origini con una serie di peplum a tema mitologico. Costata ben un milione di lire dell'epoca (venti volte il costo di un normale film), la versione originale di "Cabiria" durava oltre tre ore, anche se ne circolavano versioni più corte, e poteva contare (pur trattandosi di un film muto) su una colonna sonora per coro e orchestra, composta per l'occasione e da eseguirsi in maniera "sincronizzata" con la proiezione. Commissionata al compositore Ildebrando Pizzetti, fu in realtà realizzata quasi interamente (a parte la "Sinfonia del fuoco" che doveva accompagnare la scena del sacrificio a Moloch) dal suo allievo Manlio Mazza. Oggi "Cabiria" può apparire un film datato sotto molti aspetti (dopotutto, già l'anno seguente "Nascita di una nazione" di Griffith cambiava radicalmente il linguaggio del cinema attraverso il montaggio), ma se lo si guarda nella giusta prospettiva rappresenta ancora un'esperienza estremamente appagante. Curiosità: il museo del cinema di Torino, all'interno della Mole Antonelliana, ospita tuttora numerosi documenti e oggetti di scena della pellicola, compresa la gigantesca statua del dio Moloch usata nella scena del sacrificio.

29 marzo 2023

Mouchette (Robert Bresson, 1967)

Mouchette - Tutta la vita in una notte (Mouchette)
di Robert Bresson – Francia 1967
con Nadine Nortier, Jean-Claude Guilbert
***

Rivisto in divx.

La quattordicenne Mouchette (Nadine Nortier) vive con la madre malata e il padre ubriacone e violento in un villaggio nella campagna francese. Qui è ostracizzata dalle compagne, sfruttata dalla famiglia, incompresa da tutti. Dopo la morte della madre, e dopo essere stata violentata da un cacciatore in una notte di tempesta, prenderà la decisione più drastica. Tratto dal romanzo "Nouvelle histoire de Mouchette" (1937) di Georges Bernanos, un altro ottimo esempio del cinema esistenzialista e minimalista di Bresson: nonostante la sua breve durata, è estremamente intenso dal punto di vista emotivo e, soprattutto, non sfiora mai la retorica o il patetismo. Anzi, Mouchette, pur umiliata e maltrattata (tanto dagli uomini quanto dal destino), mostra sempre uno sguardo orgoglioso e non nasconde la propria rabbia, il proprio odio e disprezzo verso il mondo e le persone che la circondano. Lo si nota da mille piccoli gesti, evidenti (il lancio di fango verso le compagne di scuola) o meno (la "stonatura" dell'ultima nota durante il coro in classe: più tardi, quando canterà la stessa canzone per Arsène, sarà perfettamente intonata), spesso anche in risposta a gesti apparentemente gentili ma ipocritamente convenzionali (la rottura della tazza della negoziante, lo sporcare il tappeto dell'anziana che le regala il lenzuolo funebre per la madre). E per essere un personaggio che parla pochissimo, quando lo fa non esita a lasciarsi andare a invettive anch'esse esplicite (come quel "Merda" di ribellione verso il padre, o il "Mi fate solo schifo!", nel finale, rivolto idealmente all'intero villaggio). Curiosamente, l'unica persona verso la quale mostra una certa tenerezza ed empatia (a parte il giovane che le sorride durante il breve momento di svago al luna park, quando grazie alla gentilezza di una sconosciuta può permettersi uno giro sugli autoscontri) è proprio Arsène, l'uomo che si approfitta di lei. E la sua ribellione non può sfociare in una vera fuga se non sotto forma del suicidio che Bresson rappresenta sullo schermo in maniera originale ed esemplare, in una scena finale memorabile, quella in cui la ragazzina, avvolta nel lenzuolo, si lascia rotolare lungo la collina più volte, fino a finire dentro lo stagno. Personaggio indimenticabile, Mouchette attraversa tutta la pellicola con forza e intensità, mentre l'ambiente crudele in cui vive è descritto tramite tanti piccoli dettagli (si pensi alla "faida" fra il cacciatore di frodo Arsène e il guardiacaccia Mathieu: e i vari animaletti catturati o uccisi, uccellini e leprotti, simboleggiano l'innocenza e la gioventù). Sui titoli di testa e di coda si ode il "Magnificat" di Claudio Monteverdi. Jean-Claude Guilbert, che interpreta Arsène, aveva già recitato per Bresson nel precedente "Au hasard Balthazar": cosa rara per il regista, che quasi mai lavorava più volte con gli stessi attori.

27 marzo 2023

Au hasard Balthazar (R. Bresson, 1966)

Au hasard Balthazar (id.)
di Robert Bresson – Francia/Svezia 1966
con Anne Wiazemsky, François Lafarge
***1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

L'asinello Balthazar, nel corso della sua vita (il film lo segue dalla nascita alla morte) passa di mano in mano, da un padrone all'altro, da chi lo accudisce con cura a chi lo maltratta o lo sfrutta per duri lavori; e nel frattempo è testimone silenzioso e osservatore delle vicende umane, delle peripezie e delle crudeltà che si dipanano intorno a lui. Ispirato (pare) da un passaggio ne "L'idiota" di Dostoevskij, e ambientato nella campagna sui Pirenei francesi, uno dei capolavori di Bresson, sicuramente uno degli esempi migliori del suo cinema puro, minimalista, trasparente ed essenziale, anche se la forma corale e circolare (spesso Balthazar torna a incrociare gli stessi personaggi) può ricordare certe cose di Max Ophüls ("La ronde", "I gioielli di Madame de..."). I protagonisti dei film del regista francese sono spesso silenziosi (si pensi a Mouchette o al Fontaine de "Un condannato a morte è fuggito"), ma mai come in questo caso il mutismo si applica così alla lettera, visto che l'asino, a parte qualche raglio occasionale, si limita a osservare con i suoi occhi profondi le tragedie che si dipanano attorno a lui, quasi cercando di indagare la natura umana, e passando dai giochi con i piccoli Marie e Jacques (lei figlia del fattore che ha in gestione le terre del padre di lui), al duro lavoro nei campi, al servizio come cavalcatura per turisti sulle montagne, alle esibizioni in un circo, al girare la ruota di un mulino, al trasporto di merce di contrabbando. Un'intera vita, quella dell'animale, che ne racchiude mille: quella di Marie (Anne Wiazemsky) che, cresciuta, rifiuta la proposta di matrimonio di Jacques (Walter Green) per mettersi invece con Gérard (François Lafarge), giovane delinquente locale; quella di Arnold (Jean-Claude Guilbert), l'ubriacone del villaggio, che passa da momenti di grande fortuna a inaspettate tragedie; quella del vecchio mugnaio (Pierre Klossowski), cinico e avaro; o del padre di Marie (Philippe Asselin), orgoglioso e ostinato. Il tutto sullo sfondo di una campagna e di una provincia arcaica e arretrata, dove i pochi aspetti di modernità sono collegati alla ribellione adolescenziale dei giovani delinquenti (Gérard e i suoi amici, che indossano giubbotti di pelle e vanno in giro in moto), mentre proprio l'asino è percepito come qualcosa di antiquato e socialmente dequalificante. Ognuno degli episodi in cui si può dividere la storia è associato a uno dei sette peccati capitali (orgoglio, avidità, ira, invidia, lussuria, gola e accidia): Bresson dichiarerà in seguito che Balthazar simboleggia la fede cristiana (in una delle scene iniziali, viene "battezzato" dai due bambini; e più avanti la madre di Marie lo definisce "un santo"), che accetta con passività ogni maltrattamento e martirio, e nel finale muore da solo ma finalmente libero, su una montagna, circondato da un gregge di pecore. Come colonna sonora, per l'intera vicenda, c'è la sonata n. 20 per pianoforte di Schubert.

26 marzo 2023

Il treno (John Frankenheimer, 1964)

Il treno (The train)
di John Frankenheimer – USA/Francia 1964
con Burt Lancaster, Paul Scofield
**1/2

Visto in divx.

Nella Parigi occupata dai nazisti, pochi giorni prima che gli alleati giungano a liberare la città, il colonnello tedesco Franz von Waldheim (Scofield) organizza un treno speciale per portare in Germania un gran numero di quadri d'arte moderna sottratti dai musei e dalle collezioni francesi. A cercare di impedirglielo, sabotando in ogni modo il convoglio e ritardandone il viaggio, sarà il ferroviere Paul Labiche (Lancaster), membro in segreto della resistenza. Ispirato a una storia vera, quella narrata da Rose Valland nel libro “Le front de l'art”, un film fortemente voluto da Lancaster, che fece sostituire dopo solo tre giorni di riprese il regista inizialmente designato, Arthur Penn, perché questi immaginava un film più minimalistico e non intendeva dare lo spazio sufficiente alle scene d'azione. In effetti, lo sforzo produttivo è notevole, con numerose sequenze ad alto impatto, quali esplosioni, scontri fra treni o stazioni ferroviarie bombardate da incursioni aeree: Frankenheimer stesso lo definirà “l'ultima grande pellicola d'azione mai realizzata in bianco e nero”. Le riprese furono effettuate in Francia, con numerosi attori francesi in ruoli minori – Jeanne Moreau (l'albergatrice), Michel Simon (il vecchio macchinista Papa Boule), Albert Rémy (il fuochista Didont), Suzanne Flon (la curatrice del museo) – per lo più addetti alle ferrovie o membri della resistenza che aiutano Labiche nel suo “duello” con Waldheim. Ma il filo conduttore è il contrasto fra il valore dell'arte (i quadri sono definiti “un tesoro nazionale” e “la gloria della Francia”) e quello della vita umana: il primo è tenuto in massima considerazione dal colonnello Waldheim, che ama la pittura (anche quella “degenerata”, ossia l'arte moderna, che gli altri nazisti vorrebbero invece distruggere) e però si ritiene uno dei “pochi eletti” in grado di apprezzarla, motivo per il quale vorrebbe sottrarla al nemico (Labiche stesso non comprende il motivo per cui recuperare i dipinti sia così importante); il secondo è invece esemplificato dal sacrificio coraggioso dei tanti partigiani o simpatizzanti che muoiono per fermare il treno. L'ultima inquadratura del film mostra significativamente le casse con i dipinti abbandonate a fianco del convoglio e circondate dai cadaveri. Nel complesso, una pellicola avvincente e realizzata con competenza, che offre uno sguardo originale e diverso sulla seconda guerra mondiale: lo stesso spunto darà vita in tempi più recenti ad altri film (come “Monuments men” di George Clooney).

24 marzo 2023

Gang (Robert Altman, 1974)

Gang (Thieves like us)
di Robert Altman – USA 1974
con Keith Carradine, Shelley Duvall
***

Visto in divx.

Tre ergastolani – i gangster veterani ed esperti Chicamaw (John Schuck) e T-Dub (Bert Remsen) e il pivello Bowie (Keith Carradine), condannato per un omicidio commesso quando aveva sedici anni – evadono dai lavori forzati e decidono di mettersi insieme a rapinare banche nel Mississippi alla fine degli anni trenta. Tra un colpo e l'altro si rifugiano presso parenti o amici che li ospitano di malavoglia. Bowie si innamora della giovane Keechie (Shelley Duvall) e sogna di mettere su famiglia con lei. Ma la polizia è sulle loro tracce... Tratto dal romanzo "Ladri come noi" (1937) di Edward Anderson, lo stesso che aveva ispirato il classico "La donna del bandito" di Nicholas Ray (di cui pertanto è di fatto un remake), il film è girato da Altman focalizzandosi più sui momenti di quiete e di quotidianità dei banditi in fuga fra un colpo e l'altro che non sulle rapine vere e proprie (quasi mai rappresentate in diretta), e in questo guarda – senza nasconderlo – al "Gangster story" di Arthur Penn del 1967, che aveva portato sullo schermo la vera storia di Bonnie & Clyde. La ricostruzione d'epoca, sia pure realizzata con pochi mezzi (essenzialmente le automobili e l'ampio ricorso ai programmi radiofonici) è eccellente: gli aspetti sociali di un paese da poco uscito dalla Grande Depressione si riflettono nei discorsi di T-Dub ("Avrei dovuto fare il commercialista, e rapinare la gente con il cervello, non con la pistola"), che ricorda ai complici come alle banche, essendo assicurate, quasi conviene essere rapinate. Interessante anche l'uso diegetico della colonna sonora e delle trasmissioni radiofoniche, come nella scena in cui Bowie e Keechie amoreggiano mentre la radio trasmette un adattamento del "Romeo e Giulietta", o in quelle in cui, durante una rapina, si ode un discorso del presidente Franklin Delano Roosevelt. La narrazione appare a tratti un po' disgiunta, dando quasi la sensazione di essere improvvisata scena per scena: ma è una caratteristica del cinema di Altman. Notevole la quantità di product placement della Coca-Cola. Il cast di contorno comprende Louise Fletcher (Mattie), Ann Latham (Lula) e Tom Skerritt (Dee).

22 marzo 2023

Diciassette anni

Oggi, 22 marzo, questo blog compie diciassette anni. Ancora un anno e diventerà finalmente maggiorenne! Negli ultimi dodici mesi sono stati qui recensiti 201 film, che portano il totale complessivo dall'inizio del blog a 4258. Di questi 201, soltanto tre ("Triangle of sadness", "Everything everywhere all at once" e "Gli spiriti dell'isola") sono stati visti direttamente in sala: ormai da tre anni, dalla pandemia di Covid in poi, ho perso l'abitudine (e il desiderio) di andare a vedere film al cinema, preferendo le visioni casalinghe (anche perché mi sono scoperto sempre più interessato al recupero del cinema del passato e meno all'esplorazione di quello del presente, che ritengo ormai una forma d'arte in fase decadente). Sempre nell'ultimo anno, le prime visioni sono state 151 e i film rivisti 50. Il regista più frequentato è stato Luis Buñuel, di cui ho ripreso in mano il periodo surrealista e quello messicano, con 8 titoli. Seguono Abbas Kiarostami con 7 (fra cui diversi cortometraggi), Alfred Hitchcock con 4, e Comencini, Godard, Scorsese e Tsukamoto con 3.

20 marzo 2023

Il romanzo di Thelma Jordon (R. Siodmak, 1950)

Il romanzo di Thelma Jordon (The file on Thelma Jordon)
di Robert Siodmak – USA 1950
con Wendell Corey, Barbara Stanwyck
**1/2

Visto in divx.

L'assistente procuratore distrettuale – maldestramente tradotto come "giudice istruttore" nella versione italiana – Cleve Marshall (Corey), insoddisfatto del suo matrimonio, viene sedotto dalla femme fatale Thelma Jordon (Stanwyck), che lo convince di essere innocente dell'accusa di aver ucciso la vecchia zia per ereditarne il patrimonio, lasciando intendere che si sia trattato invece di un furto di gioielli. E così l'uomo, incaricato di rappresentare la pubblica accusa al processo contro di lei, farà di tutto per farla assolvere. Noir giudiziario con tutte le carte in regola, a partire da una protagonista ambigua e malvagia che però, man mano che procede la vicenda, finisce per innamorarsi davvero dell'uomo che avrebbe dovuto soltanto circuire. Lei stessa esplicita questa ambiguità nel finale, quando durante la sua confessione dichiara "Forse io sono due persone". Il personaggio maschile, dal suo canto, è la tipica vittima dei raggiri della donna, un po' come il Walter Neff de "La fiamma del peccato" (altro seminale noir con la Stanwyck), anche se è decisamente più integro (resta convinto fino in fondo che Thelma sia davvero innocente). Peccato però che tutto sia molto prevedibile: anche se non è mostrata esplicitamente sullo schermo, per lo spettatore non c'è mai il minimo dubbio sulla colpevolezza di Thelma. Inadeguato il titolo italiano (che c'entra un "romanzo"?). Paul Kelly è il capo procuratore, Stanley Ridges l'avvocato difensore, Joan Tetzel la moglie di Marshall (chiamata Pamela in originale e Patrizia nella versione italiana).

19 marzo 2023

Butterflies have no memories (Lav Diaz, 2009)

Butterflies have no memories (Walang alaala ang mga paru-paro)
di Lav Diaz – Filippine 2009
con Dante Perez, Willy Fernandez, Lois Goff
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il villaggio dove abita Mang Ferding (Perez), che dipendeva dalle estrazioni minerarie, si è svuotato e impoverito dopo la chiusura della miniera. L'uomo, un tempo direttore della sicurezza e ora rimasto senza lavoro, trascorre le giornate a ubriacarsi con l'amico Santos ed è fra quelli che rimpiangono il passato (nonostante la terra sia stata devastata, inquinata, e infine abbandonata al proprio destino). Quando la bella Martha (Goff), un'abitante che aveva lasciato le Filippine per trasferirsi in Canada all'età di nove anni, torna in vacanza nel paese, attira rapidamente le attenzioni di tutti, compreso il suo amico d'infanzia Willy (Fernandez). Ferding propone a quest'ultimo e a Santos di rapire la ragazza per chiedere un riscatto, ma gli scrupoli di coscienza sono troppo forti... Mediometraggio (40 minuti la versione ufficiale, 60 la director's cut) realizzato per il Jeonju Digital Project (brevi film finanziati dal festival del cinema di Jeonju, in Corea del Sud) con cui Diaz affronta temi a lui cari, quelli della memoria, del passato del proprio paese, della continua trasformazione del mondo rurale (che per alcuni è in meglio, per altri in peggio), e del difficile confronto fra l'uomo e l'ambiente circostante, che può sfociare nella depressione o nella diaspora. La breve durata (almeno rispetto alle abitudini del regista) non impedisce di caratterizzare i personaggi attraverso lunghe sequenze lente e mute, immersi in un bianco e nero che sembra riflettere le ansie e le angosce dell'animo stesso dei protagonisti. Interessante il personaggio di Martha, ormai scollegata dalla sua realtà natale (parla soltanto inglese, gira come una turista con una macchina fotografica per catturare nuovi ricordi, non si rende conto dell'effetto che il suo aspetto esercita su chi è rimasto). Il finale brusco lascia quasi l'impressione che si tratti solo della bozza di un film che avrebbe potuto essere più lungo e svilupparsi ulteriormente, ma in ogni caso la pellicola è compiuta e soddisfacente anche così com'è. "Il senso è sospeso su un battito d’ali", ha detto il regista, quello delle farfalle che portano via i ricordi e si librano al di sopra della vegetazione, circondando i tre uomini camuffati con i loro mascheroni da Moriones.

17 marzo 2023

Serafin Geronimo (Lav Diaz, 1998)

Serafin Geronimo: The criminal of Barrio Concepcion
(Serafin Geronimo: Ang kriminal ng Baryo Concepcion)
di Lav Diaz – Filippine 1998
con Raymond Bagatsing, Angel Aquino
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Il contadino Serafin Geronimo (Bagatsing) si reca a Manila in cerca di una giornalista (Aquino) alla quale raccontare la sua storia: tre anni prima, spinto dalla necessità di guadagnare denaro per curare la giovane moglie malata di tumore (Ana Capri), aveva fatto parte di una banda di rapitori che aveva sequestrato la moglie e la figlia neonata di un importante uomo d'affari cinese, rapimento poi finito in maniera cruenta... Il film d'esordio del filippino Lav Diaz è forse ancora un po' grezzo nello stile e presenta alcune caratteristiche mainstream che in seguito il regista abbandonerà, come una durata tutto sommato "normale" (poco più di due ore) e la fotografia a colori, ma già mette in mostra molti dei suoi punti di forza: una storia intensa, che si dipana con lentezza ma catturando lo spettatore nei suoi rivoli e meandri, e uno studio dei personaggi attraverso il loro vissuto e il rapporto con la realtà circostante. La sceneggiatura fa ampio ricorso all'uso dei flashback, mediante il lungo racconto di Serafin alla giornalista e anche i suoi continui ricordi, in diversi casi anche sfasati temporalmente (ma alla fine tutto sarà chiaro, compresi sentimenti e motivazioni). Alla fine della visione, si scopre di essere rimasti catturati e scossi, come la giornalista, dal racconto di Serafin. E quella che poteva sembrare una convenzionale storia di gangster e criminalità si colora di toni umanistici e sfiora a tratti anche la denuncia sociale.

15 marzo 2023

Fucking Åmål (Lukas Moodysson, 1998)

Fucking Åmål - Il coraggio di amare (Fucking Åmål)
di Lukas Moodysson – Svezia 1998
con Alexandra Dahlström, Rebecka Liljeberg
***1/2

Rivisto in divx.

La sedicenne Agnes (Liljeberg), intelligente e introversa, è segretamente innamorata della compagna di classe Elin (Dahlström), bella e popolare ma annoiata e insoddisfatta della propria vita. All'apparenza le due non potrebbero essere più diverse: ma in qualche modo faranno amicizia, e proprio il loro coraggioso "coming out" lesbico le aiuterà a rivendicare orgogliosamente la propria identità. Ambientata nella piccola cittadina di Åmål, che ingiuriano in continuazione e da cui sognano di fuggire (e i cui abitanti, inizialmente, se la presero con il titolo dissacrante), l'opera prima del regista svedese Lukas Moodysson è un credibile e realistico ritratto dei tormenti dell'adolescenza alla scoperta di sé e dei propri sentimenti, in un contesto caratterizzato dalla crudeltà e dai pregiudizi dei coetanei, dall'angoscia del non sentirsi (ri)amati, dalla vergogna per le proprie emozioni, dalle esigenze di rispondere alle aspettative degli altri (la famiglia in primis, ma anche gli amici e i compagni di scuola). Pur guardando stilisticamente a Lars von Trier (estetica povera, camera a mano, immagini sgranate, quasi come un film Dogma), Moodysson gira in maniera più leggera e sincera, focalizzandosi sui suoi personaggi e sul loro microcosmo sociale-scolastico senza inutili sovrastrutture, aiutato dall'ottima prova dei giovani interpreti (solo le due protagoniste erano attrici professioniste). E il lieto fine, in cui le due ragazze si incamminano orgogliosamente mano nella mano per i corridoi della scuola, sfidando ogni giudizio, scalda il cuore. Il film è noto anche con il titolo "Show me love", dalla canzone di Robyn sui titoli di coda.

13 marzo 2023

Black Panther: Wakanda Forever (R. Coogler, 2022)

Black Panther: Wakanda Forever (id.)
di Ryan Coogler – USA 2022
con Letitia Wright, Tenoch Huerta
*1/2

Visto in TV (Disney+).

Dopo l'improvvisa morte del re T'Challa in seguito a una misteriosa malattia, il Wakanda – ora governato dalla regina madre Ramonda (Angela Bassett) – deve difendere le proprie riserve di vibranio, prezioso minerale di origine meteoritica che fa gola a numerose nazioni straniere. A proporre al paese africano un'insolita alleanza è Namor (Tenoch Huerta Mejía), sovrano mutante di Talokan, un regno sottomarino segreto, che progetta di attaccare il mondo di superficie per vendicarsi dell'imperialismo e del colonialismo del passato. Ma quando Shuri (Letitia Wright), sorella minore di T'Challa e principessa del Wakanda, impedirà a Namor di uccidere la giovane scienziata Riri Williams (Dominique Thorne) che aveva messo a punto un innovativo rivelatore di vibranio, proprio una guerra fra Talokan e il Wakanda diventerà inevitabile... Sequel del "Black Panther" del 2018, sostanzialmente modificato rispetto ai piani originari in seguito all'inattesa scomparsa, per un tumore, del protagonista Chadwick Boseman (al quale il film è dedicato: la pellicola si apre con il funerale di T'Challa e si conclude con alcune sue immagini ricordate da Shuri, due sequenze che fungono da evidente omaggio all'attore prima ancora che al personaggio). Il costume e il titolo di Pantera Nera passano qui sulle spalle di Shuri (come, a un certo punto, avveniva anche nei fumetti), benché la ragazza ci metta il suo tempo: passano quasi due ore di pellicola prima che decida di elaborare il lutto e di assumere il ruolo, e comunque non senza aver ceduto prima al desiderio di vendetta. Per gran parte del film, dunque, l'impronta è quasi corale, con un nutrito gruppo di personaggi – quasi esclusivamente donne di colore – che guidano la vicenda a rotazione: Shuri, Ramonda, Riri, ma anche il capitano delle guardie Okoye (Danai Gurira) e l'ex spia – e amante di T'Challa – Nakia (Lupita Nyong'o), oltre ad altre guerriere minori. In (inutili) ruoli di contorno ci sono Martin Freeman (l'agente della CIA Ross) e Julia Louis-Dreyfus (la contessa De Fontaine, il suo capo). Namor e gli "atlantidei" (fra i quali Attuma e Namora, figurine prive di caratterizzazione e di ruolo nella storia) sono immaginati come discendenti degli antichi maya. E viene svelata una (improbabilissima) origine del nome stesso "Namor" (mentre "Sub-Mariner" non viene mai usato). Detto ciò, il film è troppo lungo, noioso, con una regia insipiente, soprattutto nelle scene d'azione, un ritmo diseguale e pieno di tempi morti, un pessimo montaggio che gestisce goffamente i raccordi e una sceneggiatura retorica e infantile, che riempie il tutto di conflitti artificiali e fasulli. Male anche il doppiaggio italiano. Nel controfinale si scopre che T'Challa aveva un figlio segreto con il suo stesso nome: un escamotage per poter tornare ad avere in futuro una Pantera Nera di sesso maschile, ovviamente. Assai generose le cinque nomination agli Oscar (ma l'unica statuetta vinta è stata quella per i costumi).

11 marzo 2023

Chung Kuo, Cina (Michelangelo Antonioni, 1972)

Chung Kuo, Cina
di Michelangelo Antonioni – Italia 1972
***

Visto in TV (RaiPlay).

Documentario sulla Cina popolare, "appunti filmati" che formano un taccuino di viaggio che cerca di ritrarre la vita quotidiana degli abitanti ed esplorare l'organizzazione sociale e statale di un paese a quel tempo ancora del tutto impenetrabile ed elusivo per gli occidentali, colto nel bel mezzo della "rivoluzione culturale" voluta da Mao Tse-tung. Realizzato da Antonioni insieme al giornalista Andrea Barbati, e trasmesso dalla Rai in tre puntate, fu uno dei rari casi di quegli anni in cui a un cineasta straniero fu concesso di girare per il paese. In effetti Antonioni fu invitato espressamente dal governo cinese, sotto gli auspici del primo ministro del consiglio di stato Zhou Enlai, favorevole a una timida apertura all'occidente, anche se in seguito il film venne duramente criticato da altri membri dell'establishment (a cominciare dalla moglie di Mao e dalla "banda dei quattro"), che erano invece ostili a questi segnali (e anche in Italia venne male accolto da chi, da sinistra, sperava che il regista cogliesse l'occasione per celebrare retoricamente la rivoluzione comunista, anziché catturare la banalità del quotidiano). Accompagnato da una voce narrante mai invadente, il film documenta come può la realtà cinese di quegli anni, operosa nelle aree urbane e relativamente povera e arretrata soprattutto nelle zone rurali, ma molto ben organizzata a livello sociale (e naturalmente monolitica politicamente e culturalmente, almeno all'apparenza). Un paese vasto, misterioso, affascinante, che sotto la superficie mostrata dalle immagini (spesso catturate in segreto, nascondendo la macchina da presa per cogliere meglio la realtà quotidiana) lascia l'impressione che molto rimanga ancora nascosto, sommerso e impenetrabile. Antonioni e l'operatore Luciano Tovoli cominciano il loro viaggio da Pechino (dove visitano anche la Città Proibita e la Grande Muraglia), si spostano poi in zone più rurali o montuose (l'Honan, la valle dello Yangtze), passano per Suzhou, Nanchino e infine Shanghai (all'epoca, con dieci milioni di abitanti, la maggiore metropoli cinese). Osservano i lavoratori, gli operai, i contadini, i mercanti, gli studenti. Visitano città (il film si apre a piazza Tienanmen, "il grande spazio silenzioso che rappresenta il centro del mondo per i cinesi": il titolo del documentario, "Chung Kuo", significa appunto "il paese del centro"), campagne, scuole, ospedali, fabbriche, mercati, villaggi, comuni agricole, industrie, grandi porti fluviali... e infine la pellicola (che si apriva sui titoli di testa con i canti patriottici dei bambini di un asilo) si conclude con una lunga rappresentazione circense-acrobatica. L'unico filo conduttore, narrativamente parlando, è quello dell'osservazione: non si intende "spiegare" la Cina, ma ritrarne gli abitanti, i volti, le attività, lo scorrere di una vita altamente organizzata ma che sembra dipanarsi senza l'ansia o la fretta che in quegli anni connotava invece l'occidente. Il ritmo è perciò assai rilassato, le sequenze si prendono il loro tempo (la durata complessiva del film sfiora le quattro ore) e a volte si soffermano a lungo su persone che praticano tai chi, bambini che giocano o cantano inni di propaganda, contadini che lavorano o passanti in bicicletta. Il montaggio è di Franco Arcalli, la consulenza musicale di Luciano Berio.

9 marzo 2023

Il coltello di ghiaccio (Umberto Lenzi, 1972)

Il coltello di ghiaccio
di Umberto Lenzi – Italia/Spagna 1972
con Carroll Baker, Alan Scott
**1/2

Visto in TV (RaiPlay).

La giovane inglese Martha Caldwell (Carroll Baker), diventata muta a tredici anni per un trauma in seguito all'incidente ferroviario in cui sono morti i suoi genitori, è ospite nella villa fra i Pirenei dello zio Ralph (George Rigaud), anziano professore esperto di occultismo. Quando nella zona cominciano a verificarsi strani omicidi, apparentemente opera di una setta satanica e le cui vittime sono ragazze come lei, il suo medico curante Laurent (Alan Scott) inizia a preoccuparsi della sua incolumità... Giallo-thriller con evidente ispirazione a "La scala a chiocciola" di Siodmak (vedi l'handicap della protagonista). Ma l'ambientazione, un villaggio nella Spagna settentrionale avvolto nella nebbia, e il nutrito numero di personaggi da sospettare – in primis proprio il medico, il dottor Laurent, ma anche l'autista dello zio, l'ambiguo Marcos (Eduardo Fajardo), per non parlare dell'ispettore Duran (Franco Fantasia), del sindaco, del prete del villaggio, e naturalmente dello stesso zio – fanno sì che la pellicola, nonostante alcuni difetti (l'abuso di zoom, o la recitazione sopra le righe, per esempio), funzioni bene proprio come giallo. Lo sviluppo lascia infatti lo spettatore sulle spine riguardo l'identità del colpevole fino alla fine, fra evidenti red herring (il giovane hippie satanista che si accampa nel cimitero) e indizi più sottili, rendendo impossibile fissarsi su un solo sospetto. E la risoluzione finale coglie in effetti di sorpresa, ricontestualizzando comunque immagini e flashback visti in precedenza (a partire dal ricordo ricorrente di una cruenta corrida). Si tratta della quarta e ultima collaborazione fra Lenzi e la Baker. Nel cast anche Evelyn Stewart (la cugina di Martha, prima vittima dell'assassino), Mario Pardo (il giovane drogato), Lorenzo Robledo (il vice ispettore), Silvia Monelli (la governante), Rosa Marìa Rodriguez (Christina, la nipote del prete). Il titolo proviene da una frase attribuita ad Edgar Allan Poe (ma in realtà apocrifa): "La paura è un coltello di ghiaccio che lacera i sensi fino al fondo della coscienza".

8 marzo 2023

Una pistola per cento bare (U. Lenzi, 1968)

Una pistola per cento bare
di Umberto Lenzi – Italia/Spagna 1968
con Peter Lee Lawrence, John Ireland
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane Jim (Peter Lee Lawrence), testimone di Geova refrattario per fede all'uso della violenza, si trasforma in pistolero per vendicare la morte dei suoi genitori, uccisi nel loro ranch da un gruppo di quattro assassini. Dopo aver rintracciato ed eliminato i primi tre, scopre che il quarto, il texano Corbett (Piero Lulli), è a capo di una banda che progetta di rapinare la banca di un villaggio. Si trasferisce dunque lì, in attesa dei banditi, e viene incaricato di difendere la città insieme a un misterioso predicatore itinerante (John Ireland). Spaghetti western (il secondo di Lenzi, dopo "Tutto per tutto") piuttosto convenzionale, nonostante le premesse particolari che però non hanno grande rilevanza nel resto della storia. Nei primi minuti gli eventi si succedono molto in fretta (persino sui titoli di testa), per poi rallentare nella parte centrale. I personaggi sono stereotipati e senza una grande personalità, e molti elementi sembrano introdotti tanto per far numero (il gruppo di pazzi incarcerati, per esempio). Franco Pesce è il vecchietto cassamortaro. Inutile la figura femminile (Gloria Osuna). Qualche (non certo imprevedibile) colpo di scena nel finale.

6 marzo 2023

The nice guys (Shane Black, 2016)

The nice guys (id.)
di Shane Black – USA 2016
con Russell Crowe, Ryan Gosling
**

Visto in TV (Prime Video).

Nella Los Angeles del 1977, un picchiatore prezzolato ma dal cuore d'oro (Russell Crowe) e un investigatore privato abbastanza inetto (Ryan Gosling) uniscono le forze per ritrovare una ragazza scomparsa, scoprendo che dietro la sua sparizione si cela un complotto che, partendo dal mondo del cinema pornografico e clandestino di Hollywood, si estende ai "poteri forti" legati all'industria automobilistica americana. La struttura è quella del giallo-noir, l'ambientazione è accuratamente ricercata e non casuale, l'intreccio è complicato come in un romanzo di Raymond Chandler... ma il tutto è affogato in un humour pieno di sarcasmo, sberleffi e battutine, molte delle quali faticano ad andare a segno e comunque giocano spesso sulla stessa falsariga (in particolare sull'incapacità dei due protagonisti e sui cliché di questo tipo di pellicola). Non si tratta di una parodia, sia chiaro: è lo stile di Shane Black, da sempre abituato a condire l'azione con la comicità. Se però ci aggiungiamo qualche passaggio meccanico o forzato, alcune ingenuità di scrittura, e almeno un personaggio (la figlia perfetta e saputella di Ryan Gosling, interpretata da Angourie Rice) francamente insopportabile, ecco che il risultato è decisamente inferiore alle aspettative e tutt'altro che memorabile. Nel cast, in ruoli minori, Kim Basinger, Matt Bomer, Beau Knapp, Margaret Qualley.

4 marzo 2023

Il mostro dei mari (Chris Williams, 2022)

Il mostro dei mari (The sea beast)
di Chris Williams – USA/Canada 2022
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Da secoli i cacciatori di mostri solcano il mare a bordo dei loro velieri per dare la caccia alle gigantesche creature che infestano le acque, venendo ricompensati dalla famiglia reale per ogni preda uccisa, visto che la loro attività consente al commercio (e dunque al regno) di prosperare. La piccola orfana Maisie Brumble, che li ammira incondizionatamente, sogna da sempre di diventare anche lei una cacciatrice come furono i suoi genitori, spinta dalla brama di avventura e incurante dei rischi ("Vivi una grande vita e muori di una grande morte", è il loro motto). Per questo motivo si imbarca clandestinamente sull'Inevitabile, la nave del leggendario capitano Crow, da sempre ossessionato dal desiderio di catturare il mostro più grande di tutti, la crudele Furia Rossa. Accolta nell'equipaggio, la bambina finisce sotto la riluttante protezione del figlio adottivo di questi, il lanciere Jacob. Insieme, Jacob e Maisie scopriranno però che la verità sui mostri non è quella che da sempre si tramanda... Enorme successo per questo film di animazione al computer, a metà strada fra "Dragon Trainer" e "I pirati dei Caraibi", con evidenti ispirazioni da "Moby Dick" e "L'isola del tesoro". L'animazione è davvero eccellente, e la cosa non stupisce più: ma i personaggi sono alquanto stereotipati (a cominciare dalla bambina), e la storia si muove su binari prevedibili, compreso il moderno revisionismo sui temi dell'eroismo e il messaggio contro l'imperialismo (il re e la regina sono ovviamente modellati sui reali di Spagna). L'afflato avventuroso, le scene di caccia in mare e quelle dei combattimenti con i mostri (e fra i mostri stessi: lo scontro fra la Furia Rossa e il granchio gigante sembra provenire da "King Kong" o da uno dei film di Ray Harryhausen) valgono comunque la visione. Pessimo il doppiaggio italiano (inascoltabile, in particolare, Diego Abatantuono che dà la voce al capitano Crow). Un sequel, neanche a dirlo, è già in cantiere.

2 marzo 2023

Paura in palcoscenico (A. Hitchcock, 1950)

Paura in palcoscenico (Stage Fright)
di Alfred Hitchcock – GB 1950
con Jane Wyman, Marlene Dietrich
**1/2

Visto in divx.

Sospettato dalla polizia di avere ucciso il marito di Charlotte Inwood (Marlene Dietrich), la diva teatrale di cui è l'amante, Jonathan Cooper (Richard Todd) si rivolge all'amica Eve Gill (Jane Wyman) affinché lo aiuti a nascondersi. La ragazza, innamorata di lui, decide di fare anche di più: convinta che Charlotte abbia organizzato tutto per far ricadere la colpa su Jonathan, e sfruttando le proprie doti di aspirante attrice (frequenta infatti l'accademia di arte drammatica), Eve avvicina sia la donna (fingendosi la sua nuova cameriera) sia l'ispettore che conduce le indagini sull'omicidio, Wilfred Smith (Michael Wilding). Ma scoprirà che non tutto è come credeva... Girato a Londra (durante una breve "pausa" di Hitchcock da Hollywood) con attori inglesi (le uniche eccezioni sono le due protagoniste femminili, Wyman e Dietrich), un giallo-noir ispirato a un romanzo di Selwyn Jepson, di cui cambia però il finale: è degno di nota soprattutto per il colpo di scena conclusivo, che rivela come alcune delle informazioni mostrate sullo schermo in precedenza fossero un inganno dovuto a un "testimone inattendibile" (anticipando in parte, su scala minore, la trovata de "I soliti sospetti"). Per il resto, il ritmo è compassato e la suspence latita, e anche la caratterizzazione dei personaggi spinge soprattutto sul versante umoristico, in particolare per quanto riguarda i genitori di Eve, il "commodoro" Gill (Alastair Sim) e sua moglie (Sybil Thorndike). Il valore aggiunto è la Dietrich, nel consueto ruolo di femme fatale, che canta anche una canzone originale di Cole Porter ("The Laziest Gal in Town"), oltre a "La vie en rose". Sir Alfred le concesse grande libertà sul set, lasciandole addirittura l'ultima parola sull'illuminazione e le inquadrature. La traduzione italiana del titolo si perde il doppio senso dell'originale, che significa piuttosto "Paura da palcoscenico".

28 febbraio 2023

Un eroe (Asghar Farhadi, 2021)

Un eroe (Qahreman)
di Asghar Farhadi – Iran/Francia 2021
con Amir Jadidi, Mohsen Tanabandeh
***

Visto in TV (Now Tv).

In carcere per non aver pagato un debito, Rahim (Amir Jadidi) ha due giorni di permesso da trascorrere in famiglia, durante i quali vorrebbe vendere le monete d'oro contenute in una borsa che afferma di aver trovato per strada, accanto a una fermata d'autobus. Quando si rende conto che il ricavato non basterebbe comunque a soddisfare il suo creditore (Mohsen Tanabandeh), decide invece di restituire la borsa al legittimo proprietario, e a tal fine affigge degli annunci in strada. Una donna si presenta in effetti a reclamare la borsa. E la notizia del gesto disinteressato di Rahim si diffonde rapidamente, trasformandolo suo malgrado in un eroe e un modello di virtù e valore civico. L'uomo viene intervistato in televisione e sui giornali, e sia i responsabili del carcere sia un'associazione benefica ne approfittano per tessergli attorno una narrazione di retorica e di propaganda. Ma pian piano vengono alla luce anche sospetti e illazioni, anonime e sui social media, secondo cui Rahim si sarebbe inventato tutto... Asghar Farhadi torna a girare in Iran per raccontare una parabola ambigua (e mediatica) sull'onestà e l'ipocrisia. Cosa sia accaduto davvero non viene chiarito: Rahim afferma in seguito che la borsa non è stata trovata da lui, ma dalla sua compagna Farkhondeh (Sahar Goldoost), ma le date non coincidono; la proprietaria, dopo esserne tornata in possesso, sparisce nel nulla e non può più essere rintracciata per confermare la sua storia (anche se avrebbe i suoi validi motivi). Ma soprattutto la vicenda mette in luce gli interessi e le ipocrisie dietro ogni narrazione "popolare" di bontà e di successo, con Rahim (e suo figlio, il piccolo e balbuziente Siavash) tirati da tutte le parti per mettere in scena e far apparire nel migliore dei modi al pubblico, di volta in volta, le istituzioni e le organizzazioni carcerarie, la famiglia del debitore e quella del creditore. Parole e azioni servono per "comprare la reputazione", in una compravendita cui inizialmente partecipa lo stesso Rahim, salvo ribellarsi nel finale. Premiato a Cannes con il Grand Prix speciale della giuria, il film è ispirato a una storia vera (ci sono state controversie in proposito, fra il regista e una sua ex studentessa, su chi abbia avuto l'idea) e illustra un (altro) aspetto della società iraniana o, se vogliamo, più in generale del mondo contemporaneo: non mancano le affinità, per esempio, con "Eroe per caso" di Stephen Frears, con Dustin Hoffman.

26 febbraio 2023

Crimes of the future (D. Cronenberg, 2022)

Crimes of the future (id.)
di David Cronenberg – Canada/Grecia 2022
con Viggo Mortensen, Léa Seydoux
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

In un futuro in cui l'umanità ha sviluppato l'insensibilità al dolore fisico e una totale resistenza alle malattie infettive, procurarsi tagli e incisioni chirurgiche sul proprio corpo è diventata una forma d'arte, al pari dei tatuaggi, o addirittura una pratica erotica ("La chirurgia è il nuovo sesso"). Saul Tenser (Viggo Mortensen, alla quarta collaborazione con Cronenberg) è appunto un "artista concettuale" di grande fama, che si esibisce in pubblico insieme alla sua partner Caprice (Léa Seydoux), la quale durante le loro performance gli asporta i numerosi organi interni, sempre nuovi e dalle funzioni misteriose, che il suo corpo produce a getto continuo. Ma Saul, sotto copertura, è anche un informatore della New Vice, l'unità del governo contro i crimini corporei, preoccupata per le possibili evoluzioni della biologia umana, che rischiano di trasformare l'uomo in qualcosa di completamente nuovo. E quando Saul viene contattato da Lang Dotrice (Scott Speedman), membro di una setta segreta di "mangiaplastica", affinché esegua in pubblico l'autopsia di suo figlio Brecken, scopre che diversi individui sono interessati a questo nuovo stadio dell'evoluzione umana: uno stadio che, rendendo il corpo umano capace di digerire la plastica e i materiali artificiali, lo porterebbe in maggiore sintonia con il mondo moderno e tecnologico. A otto anni di distanza dal suo ultimo lavoro ("Maps to the stars"), Cronenberg torna alla fantascienza e al body horror, recuperando addirittura un titolo che aveva già usato per uno dei suoi primi lungometraggi (ma non si tratta di un remake, anche se con il film del 1970 condivide diversi temi, a partire dalle mutazioni evolutive e genetiche). Colmo di concetti e immagini bizzarre (la crescita spontanea di tumori vista come una forma di creazione artistica; i mobili e i macchinari viventi, di aspetto quasi "gigeriano", come i letti, le poltrone o i tavoli per le autopsie) e di personaggi ambigui (come i due burocrati del "Registro nazionale degli organi", interpretati da Don McKellar e Kristen Stewart, o le due tecniche-sicari dell'azienda che produce i macchinari medici, Tanaya Beatty e Nadia Litz), il film non è certo avaro di spunti e, anzi, dà adito a interessanti riflessioni sulle possibili evoluzioni della biologia umana, il tutto immerso in un'atmosfera claustrofobica e malsana.

25 febbraio 2023

Marathon (Amir Naderi, 2002)

Marathon - Enigma a Manhattan (Marathon)
di Amir Naderi – USA 2002
con Sara Paul
*1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Una ragazza appassionata di cruciverba gira per New York, impegnata nella sua "maratona" annuale di parole crociate, con l'obiettivo di battere il proprio record di 77 schemi risolti in 24 ore. Il terzo dei quattro film "newyorkesi" di Naderi, dopo "Manhattan by Numbers" (1993) e "A, B, C... Manhattan" (1997), e prima di "Sound Barrier" (2005), è una pellicola underground insolita e sfuggente, girata in bianco e nero e praticamente senza dialoghi, a parte i messaggi vocali lasciati nella segreteria telefonica dalla madre della protagonista e una breve scena in cui un ragazzo (Trevor Moore, anche fonico del film) cerca di attaccare bottone con lei, salvo essere seminato. Non è ben chiaro perché la ragazza si impegni in questa maratona, se non per superare i propri limiti o per una sorta di ossessione personale (le pareti della sua casa sono tappezzate da pagine e pagine di parole crociate). E soprattutto non è chiaro perché dovrebbe interessare a noi spettatori, visto che manca ogni legame emotivo con lei e con il mondo circostante. Anche se la protagonista afferma di riuscire a risolvere i cruciverba soltanto in mezzo alla gente, dove c'è confusione (e dunque per lo più nei vagoni o nelle stazioni della metropolitana, durante l'ora di punta), in realtà non parla né interagisce mai con nessuno. Il film risulta dunque noiosetto (anzi, molto noioso), anche perché – malgrado il sottotitolo italiano – non presenta nessun "enigma" da risolvere, se non quello di chiedersi appunto quale sia il senso dell'operazione. Il profilo di un'ossessiva-compulsiva? O il ritratto fotografico (vedi il b/n "artistico") di una città – e dei suoi mezzi di trasporto – colta nei vari momenti della sua giornata? Ma è quasi un esercizio di stile fine a sé stesso (e senza l'inventiva folle, sia pur intellettuale, di operazioni analoghe come quelle, per esempio, di Peter Greenaway: basti pensare che il contenuto dei cruciverba stessi non è mai menzionato e non ha importanza). Curiosità: è stato il primo film di Naderi a essere distribuito in sala nel nostro paese (i precedenti, compresi i suoi lavori iraniani, erano passati solo in tv su "Fuori orario").

24 febbraio 2023

#IoSonoQui (Eric Lartigau, 2019)

#IoSonoQui (#Jesuislà)
di Eric Lartigau – Francia/Belgio 2019
con Alain Chabat, Bae Du-na
**

Visto in TV (Now Tv).

Stéphane (Alain Chabat), chef e proprietario di un ristorante a conduzione famigliare nella campagna basca, divorziato e in crisi di mezza età, prende per la prima volta nella sua vita una decisione d'impulso e parte in aereo per Seul per conoscere di persona una pittrice coreana (Bae Du-na) con cui era in corrispondenza via internet. La donna però non si presenterà al suo arrivo, e lui trascorrerà diversi giorni all'aeroporto ad attenderla, pubblicando nel frattempo immagini su Instagram: la sua "storia" lo trasformerà senza saperlo in una piccola celebrità e lo aiuterà a riconnettersi con sé stesso e con la famiglia, in particolare con i due figli (Jules Sagot, Ilian Bergala) che vengono a "recuperarlo". Aggiornato all'era dei social media (i messaggi e le immagini che Stéphane posta e riceve compaiono tutti sullo schermo), una sorta di "Lost in translation" franco-coreano, con un protagonista che per ritrovare sé stesso deve volare all'altro capo del mondo ed entrare in contatto con una cultura così differente dalla sua, esemplificata dal concetto del "nunchi", ovvero la capacità di comprendere i sentimenti altrui senza che questi vengano detti esplicitamente, indice di intelligenza emozionale. La parte migliore è quella centrale, ovvero quella ambientata nell'aeroporto di Incheon. Alain Chabat aveva già recitato per Lartigau nella commedia romantica "Prestami la tua mano", che (come questo) avevo scelto di vedere solo per gli interpreti.

22 febbraio 2023

Ararat (Atom Egoyan, 2002)

Ararat - Il monte dell'Arca (Ararat)
di Atom Egoyan – Canada/Francia 2002
con David Alpay, Christopher Plummer
**

Visto in divx.

Ani (Arsinée Khanjian), storica dell'arte canadese di origine armena che ha appena pubblicato un saggio sul pittore Arshile Gorky, viene ingaggiata come consulente dal celebre regista Edward Saroyan (Charles Aznavour), che intende girare un film sul genocidio degli armeni in Turchia nel 1915 e vorrebbe ispirare un personaggio proprio al pittore da bambino. L'occasione fa sì che Raffi (David Alpay), figlio di primo letto di Ani, cominci a interessarsi alla storia del proprio popolo e alla tragedia che ha vissuto, spingendolo a compiere un viaggio in quei luoghi, e in particolare attorno al monte Ararat. Di ritorno dal suo viaggio, sarà interrogato all'aeroporto di Toronto dal doganiere David (Christopher Plummer), che sospetta che stia cercando di introdurre droga nel paese, nascosta nelle scatole di pellicola cinematografica... Un film complesso, corale (ci sono molti altri personaggi: da Celia (Marie-Josée Croze), sorellastra e amante di Raffi, che incolpa Ani del suicidio del proprio padre; a Philip (Brent Carver), figlio gay di David, che deve recuperare il rapporto con lui; dal turco Ali (Elias Koteas), compagno di questi, nonché l'attore che interpreta il governatore ottomano Jevdet Bey, il "cattivo" del film; a Martin (Bruce Greenwood), l'attore che invece interpreta il "buono", Clarence Ussher, missionario americano in Turchia), e che intreccia temi molteplici e profondi. Forse mette fin troppa carne al fuoco, per di più in modo cronologicamente destrutturato (senza contare gli inserti metacinematografici, ovvero le molte scene del "film nel film"), ma nonostante un approccio difficile non manca di suscitare l'interesse dello spettatore verso una tragedia "dimenticata" o negata, che viene raccontata basandosi su fonti e documenti storici (come le memorie di Ussher, vissuto realmente). Il tema del genocidio armeno si porta appresso quello del rapporto con il proprio passato, che si tratti di un intero popolo o delle radici famigliari: tanti personaggi hanno genitori o antenati che hanno vissuto l'esodo (la madre del regista, per esempio) o ne sono stati segnati (il padre di Raffi), aspetti della vita di Gorky riecheggiano nelle esistenze dei personaggi contemporanei (il suicidio, il rapporto con la madre), la rappresentazione artistica (pittura, cinema, diario) diventa un modo di portare una testimonianza alle generazioni future. In più abbiamo riflessioni sul male, sulla natura umana (che il doganiere, con le sue indagini, cerca di comprendere), sul contrasto fra verità e bugie, e sulle relazioni fra genitori e figli. Molto, forse troppo, per un film comunque lodevole nei suoi intenti (un po' meno nei risultati), ben girato e con un buon cast. Eric Bogosian è Rouben, l'assistente del regista; Garen Boyajian e Simon Abkarian interpretano il pittore Arshile Gorky rispettivamente da ragazzino (nel film) e da adulto. Il didascalico sottotitolo italiano è senza senso, visto che dell'Arca dell'alleanza non si fa menzione (il monte Ararat è usato solo come simbolo e luogo geografico).

20 febbraio 2023

È andato tutto bene (François Ozon, 2021)

È andato tutto bene (Tout s'est bien passé)
di François Ozon – Francia 2021
con Sophie Marceau, André Dussollier
***

Visto in TV (Now Tv).

L'ottantenne André Bernheim (André Dussollier), collezionista d'arte, viene colpito da un ictus ed è ricoverato in ospedale. Rimasto semi-paralizzato, chiede alla figlia Emmanuèle (Sophie Marceau) di aiutarlo a "farla finita". Ogni tentativo da parte della donna, e della sorella Pascale (Géraldine Pailhas), di fargli cambiare idea si rivela inutile: l'uomo è irremovibile e ostinato, e nonostante la sua salute lentamente migliori, soltanto l'idea della morte sembra recargli conforto. Alla fine Emmanuèle si rivolge a un'associazione svizzera che promuove il suicidio assistito. E pur sapendo di contravvenire alla legge francese, nonché combattuta fra la scelta di impedirgli di morire o quella di consentirgli di farlo (entrambe per amore), farà partire il padre per il suo ultimo viaggio. Tratto dal romanzo autobiografico di Emmanuèle Bernheim, già sceneggiatrice per Ozon di "Sotto la sabbia", "Swimming pool" e "CinquePerDue" (significativa la scena in cui André dice che la storia sarebbe un soggetto perfetto per uno dei suoi libri), un film delicato ed elegante che affronta il tema dell'eutanasia con grande misura e sensibilità, senza mai risultare retorico né ricattatorio. Il rapporto del padre con la figlia (ma anche con l'ex moglie) non è certo idilliaco, come confermano i brevi flashback o le relazioni con gli altri membri della famiglia (per non parlare di quella con "l'amico" gay), eppure tutto il dilemma – venato di sofferenza ed esitazione – di una scelta così radicale viene perfettamente alla luce. Il punto di vista è sempre quello della figlia, mai del padre, descritto come determinato, testardo e irremovibile in una scelta che ad altri può apparire assurda o insensata. E la pellicola arricchisce la vicenda con una grande attenzione al vissuto quotidiano attraverso tanti piccoli dettagli (le lenti a contatto, il panino al salmone, la musica di Brahms, gli "sfoghi" di Emmanuèle con il pugilato o i film horror). Eccellente il cast (straordinario, in particolare, Dussollier), con piccoli ruoli per Charlotte Rampling (la madre), Hanna Schygulla (la signora svizzera) e Nathalie Richard (la commissaria di polizia). Il sempre ottimo Ozon aveva già affrontato il tema della malattia e della morte, ma da tutt'altra prospettiva, ne "Il tempo che resta".