18 novembre 2019

Z - L'orgia del potere (Costa-Gavras, 1969)

Z - L'orgia del potere (Z)
di Costa-Gavras – Algeria/Francia 1969
con Jean-Louis Trintignant, Yves Montand
***

Visto in divx, con Marisa.

In una nazione europea non precisata (ma si tratta della Grecia degli anni sessanta, appena prima dell'insediamento della dittatura dei colonnelli), un deputato dell'opposizione pacifista e di sinistra (Yves Montand) giunge in città per tenere un comizio. Nonostante avesse ricevuto minacce di morte, la polizia non fa nulla per impedire che venga colpito alla testa, in piena strada, da alcuni manifestanti di estrema destra. A indagare su quello che vuol essere fatto passare per un "incidente" è un giovane ma solerte magistrato (Jean-Louis Trintignant), che grazie anche alle tracce fornitegli da un giornalista (Jacques Perrin), e nonostante i tentativi di depistaggio e le intimidazioni, scopre una rete di complicità che coinvolge persino il generale a capo della polizia (Pierre Dux), organizzatore dell'attentato perché convinto che il paese sia minacciato da una "infezione ideologica" che deve essere combattuta preventivamente. La didascalia introduttiva annuncia: "Ogni somiglianza con avvenimenti reali, persone morte o vive non è casuale. È volontaria". E infatti la pellicola, pur non facendo nomi espliciti e mantenendo la sua ambientazione in un'ambiguità che la rende universale, racconta con dovizia di particolari gli eventi che circondarono l'assassinio del deputato Grigoris Lambrakis, avvenuto nel 1963, poco prima del colpo di stato. Quando fu realizzata, tanto lo scrittore Vasilis Vasilikos (dal cui romanzo è tratta) che il regista Costa-Gavras vivevano in esilio all'estero, mentre il compositore Mikis Theodorakis, autore della colonna sonora, era addirittura agli arresti domiciliari (e le sue musiche erano vietate in patria). Atto d'accusa contro gli abusi, le manipolazioni e l'arroganza di un potere violento e prevaricatore, ma costruito come un giallo o un thriller, non privo di suspense e nemmeno di un certo umorismo satirico, e dunque assai accattivante anche per uno spettatore poco interessato ai retroscena politici, il film – frutto di una collaborazione internazionale: fu prodotto dalla Francia ma venne girato in Algeria – vinse l'Oscar come miglior film straniero e il Premio della giuria al Festival di Cannes, e divenne uno dei lungometraggi militanti più emblematici del periodo, oltre che il lavoro più celebre di Costa-Gavras. Il cast corale comprende anche Irene Papas (la moglie del deputato, un ruolo perlopiù muto), Renato Salvatori (il guidatore del furgoncino), Charles Denner, Bernard Fresson e Jean Dasté. La voce narrante nel finale spiega il significato del titolo: la lettera "Z" si pronuncia come "È vivo" in greco antico (Wikipedia riporta che "a seguito dell'omicidio Lambrakis, la lettera veniva scritta per protesta sui muri per ricordare il deputato ucciso"). La versione italiana, forse intimorita da un titolo costituito da una sola lettera, vi aggiunge un sottotitolo (com'era già avvenuto per "M" di Fritz Lang). Christos Sartzetakis, il magistrato al quale si ispira il personaggio di Trintignant, diventerà Presidente della Grecia dopo la caduta della dittatura.

17 novembre 2019

I poliziotti di riserva (Adam McKay, 2010)

I poliziotti di riserva (The Other Guys)
di Adam McKay – USA 2010
con Will Ferrell, Mark Wahlberg
*1/2

Visto in TV.

Quando gli audaci e arroganti detective Highsmith e Danson (Samuel L. Jackson e Dwayne Johnson), eroi del distretto di polizia e idolatrati dall'intera città per le loro roboanti imprese, scompaiono durante una missione, gli impacciati Gamble (Will Ferrell) e Hoitz (Mark Wahlberg), zimbello di tutti (il primo un revisore contabile che non si è mai mosso dalla sua scrivania, il secondo una giovane testa calda ambiziosa e combinaguai), sognano di prenderne il posto e si lanciano in un'indagine che si rivelerà più importante del previsto. Semi-parodia del poliziesco d'azione e del buddy movie, colmo di battute tongue-in-cheek e di gag infantili, demenziali o scollacciate (nello stile del "Saturday Night Live", da cui provengono McKay e Ferrell) sparse su un intreccio francamente poco originale e poco interessante. Molti i luoghi comuni del genere cinematografico che vengono rivisitati, ma non sempre il risultato è soddisfacente, anche per colpa di protagonisti ondivaghi e non troppo a fuoco, oltre che di una sceneggiatura spesso fuori registro. Nel cast di contorno spiccano Michael Keaton nei panni del capitano del distretto (che cita di continuo, ma inconsapevolmente, grandi classici della letteratura) ed Eva Mendes in quelli della moglie di Ferrell (che ne sminuisce la carica sexy, davanti a un esterrefatto Wahlberg). Steve Coogan è Ershon, lo speculatore finanziario al centro dell'indagine della coppia. I protagonisti si muovono su una Prius rossa, fonte di ilarità fra i loro colleghi perché negli Stati Uniti è considerata un'auto da donne. Nella versione originale, la voce narrante è quella del rapper Ice-T.

16 novembre 2019

La vita è un sogno (Richard Linklater, 1993)

La vita è un sogno (Dazed and confused)
di Richard Linklater – USA 1993
con Wiley Wiggins, Christin Hinojosa
**1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il 28 maggio 1976, ad Austin in Texas, gli studenti del liceo locale festeggiano l'ultimo giorno di scuola. Per i "senior" (gli alunni dell'ultimo anno) è l'occasione per sottoporre le matricole a crudeli e goliardici riti d'iniziazione, tollerati dalla comunità, mentre per i più giovani siamo di fronte a un momento di passaggio e di crescita. E tutti si ritroveranno di notte a una scatenata festa all'aperto, all'insegna di amori, sesso, droga e rock'n'roll. Ambientato nell'arco di 24 ore, il primo film di Linklater prodotto da una major è una specie di "American graffiti" aggiornato agli anni settanta: un nostalgico ritratto di una generazione "fumata", che si ribella alle regole degli adulti o semplicemente non si identifica nel loro modo di pensare e nelle loro "priorità". Senza nessuna fretta di crescere, i giovani seguono le proprie dinamiche e il proprio istinto, annoiati dal presente e indifferenti verso il futuro. Ed ecco che la ricerca del divertimento nasconde un vagare in cerca di punti di riferimento difficili da trovare. Di impostazione corale, la pellicola segue in parallelo numerosi personaggi fra i quali spiccano le giovani matricole Mitch (Wiley Wiggins) e Sabrina (Christin Hinojosa), che dopo le goliardie di rito saranno prese sotto l'ala protettiva di studenti più grandi; Randall "Pink" Floyd (Jason London), stella del football che sta meditando di lasciare la squadra della scuola; il trio di "intellettuali" formato da Mike (Adam Goldberg), Tony (Anthony Rapp) e Cynthia (Marissa Ribisi), in cerca d'integrazione. Nel vasto cast anche alcuni nomi che diverranno poi noti, come Ben Affleck (il bullo pluri-ripetente Fred O'Bannion), Matthew McConaughey (il ventenne David Wooderson, che bazzica ancora con i liceali), Parker Posey e Milla Jovovich (in un ruolo assai ridotto). La ricca colonna sonora comprende brani (fra gli altri) di Aerosmith, Deep Purple, Kiss, Black Sabbath, ZZ Top, Alice Cooper, Bob Dylan e Peter Frampton. Senza senso il titolo italiano. Passato inosservato nel nostro paese, il film ha colpito invece parecchio l'immaginario americano, anche grazie all'ottima ricostruzione storico-sociale. Linklater ne dirigerà una sorta di "sequel spirituale" nel 2016 con "Tutti vogliono qualcosa".

15 novembre 2019

Les victimes de l'alcoolisme (F. Zecca, 1902)

Le vittime dell'alcolismo
(Les victimes de l'alcoolisme)
di Ferdinand Zecca – Francia 1902
**1/2

Visto su YouTube.

Diviso in cinque scene, il film mostra la discesa di un uomo negli abissi dell'alcol. Nel primo quadro vediamo la famiglia felice, in una bella casa, con la moglie, la madre e i figli che attendono il protagonista che torna dal lavoro per pranzare. Nel secondo, ambientato per la strada, l'uomo viene convinto da due amici ad andare con loro dal mercante di vini (“Il primo passo”, recita la didascalia). Nel terzo, all'interno del bar, il protagonista è ormai vittima dell'alcol e trascorre le giornate a bere e a giocare a carte con altri perdigiorno: la moglie e i figli cercano inutilmente di convincerlo a tornare a casa. Nel quarto quadro, la situazione è ormai compromessa: la famiglia vive in un sottotetto spogliato di ogni cosa. Infine, il quinto quadro ci mostra l'uomo rinchiuso in una clinica mentale, in preda al delirium tremens. Il titolo al plurale è indicativo: la vittima non è soltanto l'alcolista, ma tutta la sua famiglia, che viene trascinata da lui nella miseria. Reminiscente del film più celebre di Zecca fino ad allora, “Histoire d'un crime”, per il realismo e l'attenzione al contesto sociale, la pellicola è notevole per la composizione e la messa in scena dei diversi quadri, dove ogni elemento visivo (si pensi agli abiti del protagonista) è finalizzato alla rappresentazione del contesto drammatico, senza divagazioni o distrazioni superflue. E nel suo piccolo, anche la caratterizzazione dei personaggi e delle situazioni è complessa e assai focalizzata, fonte di empatia e di partecipazione da parte dello spettatore. Il realismo della prima scena lascia poi il posto a un melodrammaticismo esasperato, necessario affinché il messaggio (la condanna degli effetti dell'alcolismo) giungesse a segno. La fonte d'ispirazione principale era probabilmente il romanzo “L'assommoir” (“L'ammazzatoio”) di Émile Zola, ma la struttura in tableaux separati che illustrano progressivamente la parabola di un personaggio fa anche pensare alle serie di stampe o di dipinti a sfondo morale come quelle dell'inglese William Hogarth (“A Rake's Progress”).

14 novembre 2019

Par le trou de la serrure (F. Zecca, 1901)

Attraverso il buco della serratura
(Par le trou de la serrure)
di Ferdinand Zecca – Francia 1901
**

Visto su YouTube.

Nei suoi primi anni come regista alla Pathé (prima di dedicarsi progressivamente alla supervisione di altri registi e infine alla direzione artistica e amministrazione della compagnia), Zecca girò numerose pellicole appartenenti a differenti “generi”: le actualités reconstruites (poi film storici o in costume, come “La vie et la passion de Jésus-Christ”), i corti a sfondo sociale (come “Histoire d'un crime” o “Les victimes de l'alcoolisme”) e i film di “trucchi” o a sfondo comico, come "À la conquête de l'air" o questo "Par le trou de la serrure". Pur sperimentando personalmente qualche innovazione, Zecca si rifaceva in gran parte ai lavori di altri cineasti contemporanei, in particolare Méliès (che con la sua Star Film era il principale concorrente della Pathé) e i registi inglesi della Scuola di Brighton. Questo “Par le trou de la serrure”, in realtà, è debitore soprattutto a una pellicola americana del 1897 per il Mutescope di Edison, “What the butler saw” (o “Peeping Tom”), oggi andata purtroppo perduta ma allora talmente popolare da aver dato origine a un genere quasi a sé stante, quello “voyeuristico” (si tratta, in un certo senso, dell'antesignano dei film erotici!). Queste pellicole mostravano inevitabilmente un maggiordomo o un altro individuo curioso che spiava donne e ragazze, intente alla toilette personale, dal buco della serratura. Il titolo “What the butler saw” (entrato nella cultura popolare britannica e in seguito attribuito a diversi film e anche a una commedia teatrale) deriva, pare, da un processo per divorzio del 1886 che fece scalpore sui giornali inglesi (quello fra Lord Colin Campbell e Gertrude Elizabeth Blood), dove proprio la testimonianza del domestico che aveva spiato l'incontro della donna con l'amante si rivelò decisiva.

Zecca non si limita però a “imitare” il film americano, ma vi aggiunge anche del suo: innanzitutto quadruplica la situazione, mostrandoci il cameriere di un albergo, mentre è intento a pulire sui piani, osservare attraverso gli spioncini gli occupanti di ben quattro stanze. Nella prima c'è una ragazza intenta a pettinarsi i lunghi capelli, colta nell'intimità. Nella seconda, una donna che, man mano che si toglie il trucco, il finto seno e la parrucca, si rivela essere un uomo! Nella terza, una coppia di amanti intenta a mangiare, con la donna seduta sulle ginocchia dell'uomo. E nella quarta... il cameriere non fa in tempo a spiare che un gentiluomo esce, furibondo, per prenderlo a pedate e bastonate! La situazione, come si vede, comincia in maniera ammiccante ma diventa progressivamente più farsesca e disastrosa, con i tempi perfetti per una (breve) commedia. Notevole il montaggio e le variazioni dell'inquadratura, che alternano la figura intera del cameriere nel corridoio davanti alle quattro porte (un'evidente quinta teatrale) ai piani medi che mostrano gli ospiti delle varie stanze, attraverso un mascherino a forma di serratura: una trovata per la quale Zecca si era ispirato con ogni probabilità al film britannico “As seen through a telescope” di George Albert Smith dell'anno precedente. Alcune fonti confondono il lavoro di Zecca con la pellicola originale per il Mutescope di Edison, attribuendogli la data del 1897: eppure è evidente, per via del montaggio, dei cambi di inquadratura e della generale “sofisticazione” della struttura, che sarebbe stato impensabile girarlo anche soltanto quattro anni prima.

13 novembre 2019

Panama papers (Steven Soderbergh, 2019)

Panama papers (The laundromat)
di Steven Soderbergh – USA 2019
con Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas
*1/2

Visto in TV (Netflix).

Dopo la morte del marito in un incidente, una vedova (Meryl Streep) scopre che l'assicurazione che avrebbe dovuto risarcirla non ha copertura: la compagnia è infatti una società fittizia, parte di una serie di scatole cinesi riconducibile a società offshore gestite da una coppia di loschi avvocati (Oldman e Banderas) a Panama. La sua storia si intreccia con quelle di altre "vittime" del raggiro, fino a quando tutto non verrà alla luce per via di una fuga di notizie nel 2016. La vera storia del caso "Panama papers", che ha coinvolto lo studio legale Mossack Fonseca e le centinaia di migliaia di società offshore da esso gestite. A tratti spigliato (come quando Oldman e Banderas ammiccano e parlano direttamente allo spettatore), in altri momenti melodrammatico (le insopportabili vicende della Streep), comunque sempre confuso, retorico e soprattutto noioso. Ultimamente sono uscite diverse pellicole che hanno cercato di raccontare sullo schermo, con alterne fortune, celebri casi recenti legati all'economia (fra le migliori, "La grande scommessa" di Adam McKay sui mutui subprime e "Adults in the room" di Costa-Gavras sulla crisi economica greca), ma questo è uno dei meno interessanti e più qualunquisti, che anziché spiegare il fenomeno si concentra sulle sue ricadute. Non aiuta il pessimo doppiaggio televisivo. Nel finale, la Streep sveste i panni del suo personaggio per tornare sé stessa e denunciare le tante scappatoie legali che hanno favorito questo tipo di situazione e il ruolo degli Stati Uniti nell'aiutare le grandi aziende a discapito dei cittadini comuni. Piccole parti per David Schwimmer, Sharon Stone, Jeffrey Wright e James Cromwell.

11 novembre 2019

Suspiria (Dario Argento, 1977)

Suspiria
di Dario Argento – Italia 1977
con Jessica Harper, Stefania Casini
***

Rivisto in divx.

La giovane ballerina americana Susy Benner (Jessica Harper) giunge a Friburgo, in Germania, per frequentare una prestigiosa accademia privata di danza classica. Attorno alla scuola, però, si verificano inquietanti delitti, come l'omicidio di una studentessa la notte stessa dell'arrivo di Susy. E la ragazza, la cui salute si fa man mano più cagionevole, scopre che alla fine del diciannovesimo secolo l'edificio aveva ospitato quella che si riteneva essere una congrega di streghe, il culto della cui capostipite (Elena Markos, detta "la regina nera") potrebbe essere ancora vivo... Abbandonando il giallo/thriller per darsi all'horror soprannaturale, Dario Argento firma il suo film stilisticamente più maturo e consapevole, nonché quello che internazionalmente è considerato il suo capolavoro (in patria la palma va invece ancora a "Profondo rosso"). Scritto insieme alla compagna Daria Nicolodi, il lungometraggio ha fra i suoi punti di forza la suggestiva ambientazione gotica e mitteleuropea (oltre a Friburgo e alla Foresta Nera, diverse scene sono state girate a Monaco di Baviera), la fotografia coloratissima ed espressionista di Luciano Tovoli (con toni di rosso acceso che donano alle immagini una patina fantastica e surreale: tutto in particolare richiama il sangue, dalle luci alle scenografie, a partire dalle pareti di una scuola fiabesca e barocca), le inquietanti musiche dei Goblin, i volti e le interpretazioni dei vari attori, fra giovani promesse e vecchi mostri sacri (nel cast ci sono, fra gli altri, Stefania Casini, Miguel Bosé, Alida Valli, Joan Bennett, Udo Kier e Renato Scarpa). I meccanismi di costruzione della tensione e della paranoia sono forse un po' scoperti e grossolani (rispetto, per esempio, a capolavori come "Rosemary's baby" e similari), ma anche efficaci nella loro ingenuità stilizzata. E tutti gli elementi della storia concorrono a rendere angosciante l'esperienza dello spettatore: l'ambiente rigido e severo della scuola di danza, la protagonista estraniata e fuori dal proprio mondo, il tema soprannaturale della stregoneria, per non parlare dei personaggi disturbanti (come il pianista cieco, il misterioso dottore, l'inserviente deforme, le domestiche), delle morti cruente, degli eventi misteriosi (cosa accade di notte, dopo che le alunne vanno a dormire e le insegnanti lasciano – presumibilmente – l'edificio?). Curiosità: è il primo di sei film consecutivi di Argento con il titolo composto da una sola parola. Con i successivi "Inferno" (1980) e "La terza madre" (2007) forma una sorta di trilogia, ispirata al romanzo "Suspiria De Profundis" di Thomas de Quincey. Un remake nel 2018, firmato da Luca Guadagnino.

10 novembre 2019

Naissance des pieuvres (C. Sciamma, 2007)

Naissance des pieuvres
di Céline Sciamma – Francia 2007
con Pauline Acquart, Adèle Haenel
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La minuta e taciturna quindicenne Marie (Pauline Acquart) si invaghisce della bella Floriane (Adèle Haenel), spigliata capitana della squadra di nuoto sincronizzato, e fa di tutto per diventarne amica e confidente, accettando persino di favorirne gli incontri con François, il ragazzo di cui anche l'amica Anne (Louise Blachère) è innamorata. Inedito in Italia (a quanto mi risulta), il film è l'opera d'esordio di Céline Sciamma, regista che con i successivi "Tomboy" e "Ritratto della giovane in fiamme" continuerà a raccontare storie di giovani donne alla scoperta dei propri sentimenti e della propria sessualità. Già in questa opera prima dimostra di saperlo fare con estrema delicatezza, ritraendo tutto il disagio e l'insicurezza di chi si sente fuori posto nel mondo ("Non sono normale", dice Marie ad Anne) e cerca disperatamente di trovare qualcosa o qualcuno cui aggrapparsi. Di fronte alla goffaggine e all'infantilismo di Anne, Marie pensa bene di "scaricarla" in favore di Floriane, che le appare invece più sicura di sé, matura e disinibita (ha infatti la fama di ragazza che ha già avuto molte esperienze): ma si renderà conto che non è così. Gli sguardi, i silenzi, le dinamiche dell'amicizia e degli amori adolescenziali (con annesse delusioni, sofferenze e tradimenti che conducono a una presa di consapevolezza anche amara) rendono il film molto gradevole e realistico, nonostante qualche leggera forzatura. Buona anche la regia, che gioca molto col "non detto", soprattutto nelle scene finali. Adèle Haenel era la compagna della regista all'epoca.

9 novembre 2019

Il brigante di Tacca del Lupo (P. Germi, 1952)

Il brigante di Tacca del Lupo
di Pietro Germi – Italia 1952
con Amedeo Nazzari, Saro Urzì
**1/2

Visto in TV.

Nel 1863, subito dopo l'Unità d'Italia, il meridione è funestato dal fenomeno del brigantaggio. Bande armate composte anche da ex soldati e nostalgici del regno borbonico, sostenute con simpatia dalle popolazioni locali, ostili al nuovo governo piemontese, devastano i paesi e i territori della Calabria e della Lucania. Per riportare l'ordine e catturare il temibile brigante Raffa Raffa, che ha saccheggiato Melfi e portato via con sé degli ostaggi, il capitano Giordani (Amedeo Nazzari) guida un manipolo di fanti e di bersaglieri (per lo più giovani contadini coscritti delle regioni del Nord, non molto diversi dai loro nemici se non per il dialetto parlato) per le terre collinari circostanti, inospitali e selvagge. La ricerca del covo del bandito si rivelerà più ardua del previsto, e la missione avrà successo soltanto grazie alla collaborazione di una ragazza (Cosetta Greco) che è stata "oltraggiata" dal brigante, e dal marito (Vincenzo Musolino) che intende vendicare il suo onore, per non parlare dei magheggi del commissario Siceli (Saro Urzì), meridionale e dunque ben più aduso di Giordani ai sotterrifugi e alle manovre astute e ciniche ("In questo paese le questioni d'onore sono una cosa seria"). Quasi un sequel di "1860", il film di Blasetti che raccontava le imprese di Garibaldi. Ma forse per la prima volta i temi risorgimentali sono letti in una chiave critica, che mette in luce le ragioni e i punti di vista di ambo le parti (sottolineando per esempio la povertà e l'orgoglio delle popolazioni meridionali, che si vedono "colonizzate" dai nuovi arrivati, i quali spesso con arroganza non provano nemmeno a comprendere la differente cultura con cui hanno a che fare) e che traspare nonostante la forma decisamente avventurosa e "popolare" della pellicola, debitrice dal punto di vista formale ai western di John Ford. Alcune scene, per via delle uniformi militari e degli scenari naturali – come il canyon dove ha luogo lo scontro finale – sembrano uscire dritte dritte dai film del maestro americano, che Germi ammirava molto e al quale si era già rifatto nel precedente "In nome della legge", con cui ci sono diverse affinità: per non parlare del protagonista, un comandante duro e dal pugno di ferro, giusto ed audace, che ricorda John Wayne e che deve mostrarsi inflessibile per riuscire in un impresa resa difficile anche per via di una popolazione che non li aiuta, e che anzi parteggia per i briganti, per simpatia o paura ("Ma dovranno imparare ad avere paura anche di noi", dice il comandante). Fausto Tozzi è il tenente Magistrelli. La sceneggiatura nasce dalla riduzione (di Tullio Pinelli, insieme a Germi e Federico Fellini) dell'omonimo romanzo di Riccardo Bacchelli. Musiche di Carlo Rustichelli.

8 novembre 2019

L'ultima donna (Marco Ferreri, 1976)

L'ultima donna (La dernière femme)
di Marco Ferreri – Italia/Francia 1976
con Gérard Depardieu, Ornella Muti
**

Visto in divx.

Costretto a un mese di ferie forzate (o in cassa integrazione?) dalla fabbrica dove lavora, un giovane ingegnere e padre single (Depardieu: il personaggio è chiamato Giovanni nella versione italiana e Gérard in quella francese) si innamora della misteriosa Valeria (Muti), maestra presso il nido d'infanzia dove lascia il figlio Pierino. I due si ritrovano a convivere – insieme al bambino – nell'appartamento di lui, da dove escono di rado e dove occasionalmente Giovanni riceve ancora le visite dell'ex moglie Gabrielle (Zouzou), che lo ha abbandonato per dedicarsi a tempo pieno alla "lotta femminista". Dal suo canto, Valeria ha lasciato il più anziano Michele (Michel Piccoli), ma è spesso tentata di tornare da lui. Anche perché il nuovo rapporto è tormentato da continue tensioni e incomprensioni, amplificate dall'egoismo "prevaricatore" dell'uomo e dall'incertezza evanescente della donna. Grande scandalo (per i nudi integrali, in particolare quelli di Depardieu) ma anche successo al botteghino per quello che in superficie è un film noiosetto sulle difficoltà di dar vita a una relazione di coppia in un mondo che cambia e dove "il modello di famiglia non funziona più". Per certi versi (vedi l'insistenza sul sesso) sembra voler fare il verso a "Ultimo tango a Parigi", anche se in maniera più nichilista e meno liberatoria, soffrendo inoltre per via di un personaggio femminile poco caratterizzato, che non ha ricordi e non sa che cosa vuole (non aiuta il fatto che la Muti sia bella e basta). La scena finale dell'evirazione vorrebbe sottolineare l'impotenza maschile di fronte alle rivendicazioni di un nuovo ruolo per la donna. In seconda lettura, però (come suggerisce l'amico Giuliano nel suo blog), siamo di fronte a una specie di allegoria, che pesca a piene mani dai simboli e dai miti, come gli amori di Marte e Venere (da notare come Giovanni costruisca giocattoli da guerra per il figlio), con il bambino pacioccoso che ricorda gli Eros e gli amorini rubicondi di tanti dipinti barocchi, trascendendo così l'attualità "militante" e la dicotomia fra maschilismo e femminismo (che diventa semmai quella fra patriarcato e matriarcato). E in questo caso il ruolo della donna, "amore" assoluto, ideale e irraggiungibile (vedi anche le citazioni a Marilyn Monroe), acquista un diverso significato: è "l'ultima donna", appunto, dopo la quale non possono essercene altre. Il film è stato girato a Créteil, periferia industriale di Parigi, ma la località non viene specificata nella versione italiana, lasciando intendere che possa essere ambientata nel nostro paese. Piccole parti per Renato Salvatori, Giuliana Calandra e Nathalie Baye. Curiosità: i doppiatori italiani dei due protagonisti (Flavio Bucci e Micaela Pignatelli) sono stati marito e moglie.

6 novembre 2019

Full metal jacket (Stanley Kubrick, 1987)

Full Metal Jacket (id.)
di Stanley Kubrick – USA/GB 1987
con Matthew Modine, Lee Ermey
***1/2

Visto in divx.

Il duro addestramento nel corpo dei marines di un giovane coscritto (Matthew Modine), insieme ad altre reclute, e poi le sue esperienze sul campo di battaglia durante la Guerra del Vietnam, dapprima come giornalista militare nelle retrovie e quindi come combattente in prima linea. L'ennesimo capolavoro di Kubrick nel genere bellico (il più frequentato dal grande regista, che già vi aveva firmato "Paura e desiderio", "Orizzonti di gloria" e, se vogliamo, "Il dottor Stranamore" e "Barry Lindon") è un raggelante ritratto della follia che circonda l'apparato militare, ispirato a un romanzo autobiografico di Gustav Hasford ("The Short-Timers", in italiano "Nato per uccidere"), che ha collaborato alla sceneggiatura. Diviso essenzialmente in due parti, il film è entrato nell'immaginario collettivo soprattutto per la prima sezione (che dura circa quarantacinque minuti), quasi un mediometraggio a sé stante: quella dell'addestramento dei soldati nel campo di Parris Island, in Carolina del Sud, agli ordini di un severissimo istruttore, il sergente maggiore Hartman (Ronald Lee Ermey), che pur di farne dei "duri" ("Non voglio dei robot, ma dei killer") li tartassa con esercizi e punizioni e li umilia verbalmente in continuazione, a partire dai degradanti nomignoli che affibbia loro per identificarli durante il loro soggiorno nel campo (il protagonista, per il suo spirito sarcastico, rimarrà il "soldato Joker" per tutto il film). A essere preso particolarmente di mira, come bersaglio preferito, è un giovane contadino sempliciotto, bonaccione e (purtroppo per lui) sovrappeso, subito rinominato "Palla di lardo" (Vincent D'Onofrio), il più fragile e il meno dotato del gruppo. Hartman riuscirà sì a piegarlo, a disumanizzarlo e a trasformarlo in una macchina da guerra, ma a prezzo della sua sanità mentale.

Se la sezione dell'addestramento è entrata nell'immaginario collettivo (sin dalla sequenza iniziale, quella della rasatura dei capelli a zero con la macchinetta: un rimando al musical "Hair"?) e può essere giustamente considerata come il pezzo forte del film, con il suo esasperato militarismo (talmente agghiacciante da sconfinare spesso nella satira: si pensi al rapporto che i soldati devono instaurare con il proprio fucile, dedicandogli preghiere o chiamandolo con un nome da ragazza), anche quella successiva, pur meno dirompente e originale (ma comunque esteticamente notevole), non è da meno. La guerra è spogliata di qualsiasi eroismo e rivestita invece di disillusione, antiretorica (che emerge nelle "interviste" fatte ai soldati al fronte), incoscienza e infantilismo (basti pensare al finale, con i marines che vanno in battaglia cantando la "Marcia di Topolino": poco prima hanno ucciso a sangue freddo una giovane cecchina vietnamita che era, lei sì, poco più di una bambina). D'altronde gli stessi americani, come abbiamo visto nella prima parte, non erano altro che "bravi ragazzi" costretti spesso controvoglia a trasformarsi in macchine per uccidere, "uomini indistruttibili e senza paura". A farci da guida in questo inferno è lo sguardo sarcastico e disincantato di Joker (in un certo senso il personaggio più equilibrato di tutti), le sue citazioni di John Wayne, il suo humour nero ("Volevo tanto vedere l'esotico Vietnam, il gioiello dell'Asia orientale. Volevo incontrare gente interessante, stimolante, con una civiltà antichissima... e farli fuori tutti"), le sue ambiguità e contraddizioni, come la scelta di sfoggiare un distintivo con il segno della pace e contemporaneamente scrivere "Born to kill" sul proprio elmetto: un riferimento alla dualità dell'essere umano (una "teoria junghiana", spiega a un esterrefatto superiore).

La regia di Kubrick è tagliente ed efficace, con il consueto ampio uso di piani sequenza e carrelli. Le scene di battaglia in Vietnam furono ricostruite e girate in Gran Bretagna: la lunga sequenza dell'assalto del cecchino fra i palazzi della città semidistrutta e in fiamme, in particolare, presenta uno scenario urbano apocalittico che ispirerà, nella sua estetica, tanti videogiochi. La colonna sonora comprende diverse canzoni del periodo in cui si svolge la storia (gli anni sessanta), da "Hello Vietnam" di Johnnie Wright (sui titoli di testa) a "These Boots Are Made for Walkin'" di Nancy Sinatra, da "Surfin' Bird" dei Trashmen a "Paint It Black" dei Rolling Stones. Modine (qui con caratteristici occhiali con la montatura in metallo) aveva già interpretato un soldato in caserma quattro anni prima, nel bel film "Streamers" di Robert Altman. Lee Ermey era stato un vero istruttore di marines durante la Guerra del Vietnam: la sua interpretazione così sopra le righe, urlata e piena di volgarità (gran parte della quale fu scritta o improvvisata sul set: una rarità per Kubrick, che si fidò dell'attore in nome dell'autenticità), ha conquistato il pubblico ed è diventata oggetto di numerose parodie (lo stesso Ermey parodiò sé stesso in "Sospesi nel tempo"). Nel cast anche Adam Baldwin (Animal), Arliss Howard (Cowboy) e Kevyn Major Howard (Rafterman). Il titolo del film fa riferimento a un tipo di pallottole blindate (o "incamiciate" con un metallo più duro). Una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Rispetto alla versione uscita originariamente nelle sale, la riedizione della Warner altera, chissà perché, alcune battute del doppiaggio italiano (come la frase sul finale, "Fottuta dedizione al dovere", che diventa un più banale "Adesso sei un duro, Joker") ed elimina la localizzazione della marcia di Topolino sulle scene conclusive (che torna ad essere in inglese). Qui un confronto fra le due versioni.

5 novembre 2019

Leningrad Cowboys meet Moses (Aki Kaurismäki, 1994)

Leningrad Cowboys meet Moses
di Aki Kaurismäki – Finlandia/Germania/Francia 1994
con Matti Pellonpää, Kari Väänänen
**

Visto in divx, in originale.

Sperduti nel deserto messicano alla fine del film precedente, i Leningrad Cowboys ("la peggior banda di rock'n'roll del mondo") ritrovano il loro vecchio manager Vladimir (Pellonpää), che ora si fa chiamare Mosé, sfoggia una lunga barba nera e dichiara di essere stato inviato per ricondurre il suo popolo in patria. Si lasciano così convincere a ripartire per l'Europa, dove, a bordo di un vecchio pulmino rosso, attraverseranno vari paesi (dalla Francia alla Germania, dalla Repubblica Ceca alla Polonia) diretti verso l'ex (ma tuttora esistente) Unione Sovietica. Sulle loro tracce c'è però un agente della CIA (André Wilms), che li insegue perché Vladimir/Mosé ha rubato il naso della Statua della Libertà (!), e che si unisce al gruppo spacciandosi per il profeta Elia... Dopo il brillante "Leningrad Cowboys go America", ecco un sequel divertente ma assai meno significativo, nonostante le bizzarrie non manchino (così come la parodia degli eventi biblici: vedi Mosé che cammina sulle acque). I membri del gruppo (nato dalla fantasia di Kaurismäki, ma che nel frattempo era diventato una vera rock band) – divisi tra i dipartimenti "messicani", con tanto di poncho, sombreri e baffoni, e "sovietici", con uniformi militari e medaglie – interpretano sempre sé stessi, con gli inconfondibili ciuffi a punta, affiancati da un pugno di attori cari al regista (Kari Väänänen è ancora l'accompagnatore muto, che li tira spesso fuori dai guai). Ma tutto sembra meno nostalgico e più fine a sé stesso: non a caso il film, a differenza del prototipo, non ha avuto la stessa fama (non è nemmeno stato distribuito in Italia) e rimane tuttora il meno noto di tutti i lavori di Kaurismäki. Impagabili comunque i dialoghi in un inglese rudimentale e maccheronico, che accentuano il senso di spaesamento, e la consueta ironia minimalista, straniante e surreale. Nello stesso anno Kaurismäki dirigerà il primo film-concerto del gruppo, "Total Balalaika Show".

3 novembre 2019

Cappello a cilindro (Mark Sandrich, 1935)

Cappello a cilindro (Top hat)
di Mark Sandrich – USA 1935
con Fred Astaire, Ginger Rogers
***

Rivisto in divx.

Il ballerino americano Jerry Travers (Fred Astaire), a Londra per uno spettacolo organizzato dall'impresario teatrale Orazio Hardwick (Edward Everett Horton), si innamora della modella Dale Tremont (Ginger Rogers) e le fa la corte. Ma per un equivoco lei lo scambia proprio per Orazio, e dunque lo crede già sposato con la sua amica Madge (Helen Broderick). Dopo una lunga serie di fraintendimenti, la verità verrà a galla nel corso di una romantica trasferta a Venezia. Quarto film girato in coppia da Fred e Ginger, il secondo come protagonisti assoluti, e forse il migliore e il più popolare di tutti: una commedia degli equivoci (basata su uno spunto in fondo esile, e simile al precedente "Cerco il mio amore", da cui ritornano diversi comprimari) che è una summa del brio e della leggerezza che caratterizza tutti i film del duo. Merito non solo dell'eccellente alchimia fra gli attori, protagonisti di diversi numeri di ballo ma anche di schermaglie amorose tipiche della commedia screwball, ma pure della colonna sonora di Irving Berlin, con canzoni come "Cheek to cheek" (su tutte), "No Strings (I'm Fancy Free)", "Isn't This a Lovely Day?" e la titolare "Top Hat, White Tie and Tails". Ginger Rogers canta inoltre "The piccolino", con un gran numero di parole italiane nel testo. Da non sottovalutare poi l'apporto dei comprimari, a partire dal comicissimo Edward Everett Horton, perenne vittima delle circostanze e degli scambi di persona, coadiuvato da Eric Blore nei panni del valletto che parla di sé al plurale e da Erik Rhodes in quelli dello stilista geloso (il cui motto è "Per le donne il bacio, e per gli uomini la spada!"): tutti habitué di questo tipo di film e già visti nelle pellicole precedenti di Fred e Ginger. Alla miscela, infine, vanno aggiunte le fantastiche e fintissime scenografie (si pensi all'albergo italiano e alla Venezia ricostruita in studio, dove tutto è bianco come se ci trovassimo in Paradiso: d'altronde i testi della canzone più famosa del film cominciano proprio con "Heaven, I'm in Heaven...") e le raffinate coreografie dei numeri di ballo (di Hermes Pan), entrambe nominate all'Oscar (insieme al film stesso e alla canzone "Cheek to cheek"). Il famigerato abito di piume indossato dalla Rogers fu disegnato personalmente da lei.

2 novembre 2019

Stasis (Nicole Jones-Dion, 2017)

Un nuovo futuro (Stasis)
di Nicole Jones-Dion – USA 2017
con Anna Harr, Mark Grossman
*

Visto in TV.

Nel 2067, dopo una catastrofe nucleare che ha sterminato gran parte dell'umanità, la Terra è governata da una dittatura militare. Un gruppo di ribelli intende sfruttare i viaggi nel tempo per cambiare la storia: in realtà, a saltare indietro (fino al 2017) sono soltanto le coscienze, che vanno a occupare i corpi (gli "involucri") di altre persone nel momento della loro morte. La teenager ribelle Ava (Harr), vittima di un'overdose durante una festa, rimane però ancorata al mondo sotto forma di residuo (una sorta di fantasma) e assiste cosi, non vista, alle vicissitudini dell'agente Seattle, che ora occupa il suo corpo. L'idea alla base di questo B-movie, pur non originalissima (pesca un po' da tutto, da "Terminator" a "Matrix"), non sarebbe nemmeno male: ma è affossata da una realizzazione pedestre e soprattutto da una recitazione atroce, anche se gli interpreti (poco più che dilettanti) non sono certo aiutati da dialoghi banali e da una sceneggiatura (della stessa regista, all'esordio nel lungometraggio) incapace di sfruttare gli spunti migliori o di riflettere in maniera interessante sui temi introdotti. Un'occasione sprecata. Ridicola, nella versione italiana, la voce che pronuncia la traduzione di tutte le scritte e le didascalie che compaiono sullo schermo in inglese.

31 ottobre 2019

L'anno scorso a Marienbad (A. Resnais, 1961)

L'anno scorso a Marienbad (L'année dernière à Marienbad)
di Alain Resnais – Francia/Italia 1961
con Delphine Seyrig, Giorgio Albertazzi, Sacha Pitoëff
***1/2

Rivisto in divx.

In un gigantesco e lussuoso albergo (il film è stato girato nei palazzi reali di Monaco di Baviera e dintorni, con immensi giardini annessi), uno sconosciuto (Albertazzi) afferma di aver già incontrato l'anno prima una donna (Seyrig) – "È stato a Friedrichsbad? O forse a Marienbad?" (tutte celebri località termali) – e cerca di convincerla a fuggire con lui, abbandonando il marito (Pitoëff). Lui ricorda ogni dettaglio del loro precedente incontro, lei invece no (o fa finta di aver dimenticato?). Scritto da Alain Robbe-Grillet (che si ispirò, pare, al romanzo "L'invenzione di Morel" di Adolfo Bioy Casares), il secondo lungometraggio – e secondo capolavoro – di Resnais dopo "Hiroshima mon amour" è un lento ed enigmatico tuffo in un mondo sospeso, misterioso e senza tempo: vediamo spesso i personaggi "congelati" come statue, o immersi in un flusso di dialoghi o di frammenti di conversazioni che si ripetono in continuazione, senza senso o senza contesto. Spersi fra i saloni, i corridoi e le gallerie di questo albergo sontuoso e barocco ma vetusto, ricolmo di specchi, stucchi, statue e marmi, i ricchi avventori sembrano anime smarrite in un limbo da cui è impossibile uscire, in balia del destino o della morte. I lenti movimenti di camera, le eleganti inquadrature, il montaggio sofisticato, la letterarietà dei dialoghi, l'incessante musica organistica completano un'esperienza che per lo spettatore può risultare, a seconda dei gusti, vacua e snervante oppure onirica e ipnotica. E le riflessioni sul tempo e sui ricordi acquistano una certa qualità ultraterrena, surreale o metafisica. Di fatto, non è chiaro quanto di quello che avviene sullo schermo (o che i personaggi ricordano) sia reale, oppure frutto di un sogno o dell'immaginazione. Leone d'Oro a Venezia, il film fu anche candidato all'Oscar per la miglior sceneggiatura. Affascinante, fra i tanti spunti, il giochino (con le carte o i fiammiferi) che Sacha Pitoëff propone agli altri ospiti dell'albergo: una variante del Nim in cui il giocatore che toglie l'ultimo elemento (partendo da file di 1, 3, 5 e 7) perde la partita: Pitoëff afferma di vincere sempre, inesorabile – anch'egli – come la morte. Personalmente adoro il gioco e lo faccio spesso ai miei amici!

29 ottobre 2019

Grazie a Dio (François Ozon, 2019)

Grazie a Dio (Grâce à Dieu)
di François Ozon – Francia 2019
con Melvil Poupaud, Denis Ménochet, Swann Arlaud
***

Visto al cinema Anteo.

A parecchi anni di distanza, alcune vittime (ora uomini adulti) di un prete pedofilo che li molestava da bambini, in parrocchia o nel campo scout, trovano il coraggio di parlarne e la forza di denunciare l'accaduto. Il film è ispirato ad eventi reali (il caso di Bernard Preynat), si svolge a Lione (e dintorni) e si dipana quasi come un documentario, girato da Ozon in modo sobrio e senza fronzoli, seguendo in particolare (come se fosse diviso in tre sezioni) tre personaggi principali. Si comincia con Alexandre (Melvil Poupaud), quarantenne cattolico con famiglia e ben inserito in società, che quando viene a sapere che il sacerdote, padre Preynat (Bernard Verley), è stato riassegnato alla sua diocesi, chiede un incontro con lui nella speranza che questi gli domandi perdono. E quando ciò non accade, inizia a interpellare i suoi superiori ecclesiastici per scoprire se il sacerdote (reo confesso) sarà punito, sbattendo contro un muro di protezione e di omertà, che lo spingerà a sporgere denuncia. François (Denis Ménochet), in seguito agli abusi, è invece diventato ateo ed è ben più combattivo e ostile verso la chiesa: organizzerà un'associazione per riunire più vittime possibile e portare il caso all'attenzione mediatica. Emmanuel (Swann Arlaud), infine, è quello che più di altri ha avuto la vita rovinata dall'accaduto: non solo ha problemi di natura sociale e di salute (soffre di epilessia), ma ha visto compromesso il rapporto con il padre (e in generale con le figure di autorità) e con la compagna. La pellicola dedica molta attenzione non soltanto a questi personaggi (tutta la storia è raccontata dal punto di vista delle vittime, con occasionali flashback e ricordi di quando erano bambini) ma anche a coloro che stanno loro attorno: amici, compagni e familiari, a partire dai genitori, molti dei quali sapevano ma non hanno agito fino in fondo per il timore delle conseguenze o perché immersi in una cultura che suggeriva di mettere a tacere le cose (magari limitandosi a una preghiera). Eppure anche per alcune di queste mamme (e papà) la situazione e difficile, e molte di loro, spinte anche dai sensi di colpa, sostengono apertamente i figli nella ricerca di giustizia, o anche solo nel tentativo di curare finalmente le ferite psichiche rimaste aperte troppo a lungo. "Grazie a Dio, tutti questi fatti sono prescritti" è invece il cinico commento del cardinale Barbarin, il capo della diocesi, di fronte all'effetto valanga delle tante denunce. Il film è forse un po' lungo, ma molto coinvolgente nel suo modo di raccontare i fatti (a tratti utilizzando lettere e documenti come un romanzo epistolare) e assai equilibrato, privo di retorica e di sensazionalismo (cosa decisamente apprezzabile, visto l'argomento). Nel cast anche Éric Caravaca, Aurélia Petit e Josiane Balasko. Gran premio della giuria al festival di Berlino.

28 ottobre 2019

Under the skin (Jonathan Glazer, 2013)

Under the skin (id.)
di Jonathan Glazer – GB/USA 2013
con Scarlett Johansson, Adam Pearson
*1/2

Visto in TV.

Una misteriosa donna si aggira per la Scozia a bordo di un furgone, adescando gli uomini che incontra. Dopo essersi assicurata che vivano da soli e che non abbiano famiglia, li conduce in una casa disabitata, dove li immerge in una strana vasca e ne risucchia l'intero contenuto del corpo, lasciandone solo la pelle. La donna è infatti una creatura aliena. Dal romanzo "Sotto la pelle" di Michel Faber, una pellicola di fantascienza low budget che, nonostante il flop al botteghino, è assurta nel corso degli anni a film di culto, soprattutto in patria (c'è stato chi, come "The Guardian", l'ha inserita nella lista dei migliori film del ventunesimo secolo). Ma è decisamente sopravvalutata: esile, ripetitiva e pretenziosa, cerca di proporsi con stilemi lontani da quelli del cinema mainstream, alternando scene iperrealistiche ad altre da video-arte (il regista proviene da spot pubblicitari e videoclip musicali, e si vede), con una storia senza trama ma che intende stimolare riflessioni (il mondo degli umani osservato da un punto di vista alieno) e suscitare inquietudini alla David Lynch (una delle vittime della protagonista è persino una sorta di Elephant Man), risultando però solo noiosa, snervante e monotona. E nemmeno tanto originale (chi ricorda "L'alieno"?) o creativa, senza significati profondi se non i soliti rimandi ai predatori sessuali (qui la donna sanguisuga o la femme fatale: la sessuofobia impera) o riflessioni appena abbozzate sulla solitudine e l'isolamento degli emarginati. L'inespressività della Johansson, poi, non aiuta di certo (il resto del cast è composto da attori non professionisti, con molte scene girate con telecamere nascoste). Il momento più intrigante, il disvelamento finale dell'alieno, arriva troppo tardi, quando lo spettatore probabilmente sta già dormendo. Fra le poche cose interessanti, gli scenari (urbani, rurali e costieri) e soprattutto il missaggio sonoro (rovinato però nell'edizione italiana da un brutto doppiaggio dei passanti e del brusio di fondo, che uccide tutto il realismo).

26 ottobre 2019

Due per la strada (Stanley Donen, 1967)

Due per la strada (Two for the road)
di Stanley Donen – GB 1967
con Albert Finney, Audrey Hepburn
***

Visto in divx, con Marisa.

Dopo dodici anni, il matrimonio fra Mark (Finney) e Joanna (Hepburn) è in crisi. Si erano conosciuti da squattrinati autostoppisti in Francia: e il passare del tempo, se pure ha dato loro stabilità, ricchezza (Mark è ora un architetto di successo) e una figlia, non è riuscito a regalargli la felicità. Ma proprio nel momento in cui il divorzio sembra ormai inevitabile, ripensando alle tante estati trascorse in viaggio insieme, troveranno la forza per andare avanti. Con una struttura quantomeno originale, il film è caratterizzato da un montaggio non lineare, che salta avanti e indietro nel tempo alternando scene e momenti dei ricorrenti itinerari in auto dei due protagonisti per le strade di campagna del sud della Francia, spesso rivisitando gli stessi luoghi (o le stesse situazioni) a distanza di anni, incrociando così le strade già percorse in passato. Dalle prime gite di coppia alle vacanze con gli amici (con cui prevedibilmente ci si confronta), dalla spensieratezza e dal romanticismo di gioventù alla noia che subentra con il matrimonio, dai sogni e dalle speranze al cinismo e alla disillusione, mentre anche le auto con cui si muovono passano da scalcinate utilitarie a macchine sportive e di lusso. E naturalmente il viaggio stesso è una metafora della vita di coppia, con tutte le svolte e gli imprevisti del caso, dalle prime schermaglie amorose agli occasionali tradimenti, dalla vivace complicità al grigio trascurarsi, dai litigi alle riconciliazioni, con il mondo che cambia (non sempre in meglio) attorno e insieme a loro. La struttura della storia permette di mettere in mostra non solo tante macchine ma anche abiti e acconciature sempre diverse, per rappresentare meglio i vari momenti storici (la cronologia è lasciata da ricostruire allo spettatore, visto che il film salta appunto avanti e indietro in continuazione), mettendo a confronto le varie fasi del loro rapporto e agganciando una scena all'altra tramite associazioni di idee o, più spesso, lasciando che i protagonisti incrocino sé stessi sulla strada. Forse alla lunga un po' ripetitivo, e con qualche luogo comune di troppo sul matrimonio, ma comunque sempre intelligente e pungente. La sceneggiatura di Frederic Raphael, ricca di dialoghi sofisticati – quasi da commedia screwball – ma anche di amarezza e cinismo, fu candidata all'Oscar. Il tema musicale è di Henry Mancini. Per il ruolo maschile Donen aveva pensato inizialmente a Paul Newman, che lo rifiutò.

25 ottobre 2019

Repo man - Il recuperatore (Alex Cox, 1984)

Repo man - Il recuperatore (Repo man)
di Alex Cox – USA 1984
con Emilio Estevez, Harry Dean Stanton
**

Visto in divx.

Il teenager ribelle Otto (Emilio Estevez) trova lavoro presso un'agenzia che si occupa di recupero crediti nei sobborghi di Los Angeles, confiscando le automobili di coloro che non pagano le rate. Qui viene preso sotto l'ala protettiva del veterano Bud (Harry Dean Stanton), che gli insegna i trucchi del mestiere. Ma le cose si complicano quando lui e i suoi colleghi si lanciano alla ricerca di una misteriosa Chevrolet Malibu, proveniente dal New Mexico, nel cui portabagagli c'è qualcosa (che non si vede mai: si tratta di un MacGuffin narrativo come le valigette di "Un bacio e una pistola" o di "Pulp Fiction") che emette un'energia in grado di disintegrare intere persone, contesa fra un gruppo di ufologi complottisti, alcuni scalcinati ladruncoli e un team di agenti governativi... Squinternato B-movie diventato film di culto: i dialoghi sono tremendi, gli eventi accadono in maniera random, il realismo latita nonostante il setting urbano, e le suggestioni tirano in ballo gli alieni di Roswell, i telepredicatori e gli esperimenti nucleari: ma il tutto è da guardare con ironia e senso di trasgressione (altrimenti è difficile cavarne fuori qualcosa), compreso l'atteggiamento disincantato di un protagonista lontano da ogni stereotipo dell'eroe cinematografico. Nel cast anche Tracey Walter, Olivia Barash e Vonetta McGee. La colonna sonora comprende brani di numerose bande punk della scena di Los Angeles: il tema sui titoli di testa è cantato da Iggy Pop. Da non confondere con il fantascientifico "Repo Men" del 2010 con Jude Law.

24 ottobre 2019

Città amara - Fat City (John Huston, 1972)

Città amara - Fat City (Fat City)
di John Huston – USA 1972
con Stacy Keach, Jeff Bridges
***

Visto in divx.

Nella cittadina di Stockton, il pugile fallito Billy Tully (Stacy Keach) si barcamena con vari lavoretti stagionali e attraversa una crisi profonda, esacerbata dal malsano rapporto con l'alcolizzata Oma (Susan Tyrrell) e dai ripetuti tentativi di tornare sul ring. Nel frattempo conosce il diciottenne Ernie (Jeff Bridges), che è tutto quello che lui non è: giovane, pulito, assai promettente come boxeur e dalla vita apparentemente più regolata (sposa infatti la ragazza che mette incinta). Da un romanzo di Leonard Gardner, autore anche della sceneggiatura, una malincolica pellicola a sfondo sportivo ma soprattutto esistenziale, ambientata nell'America rurale e più profonda, dove i sogni di gloria si scontrano con la grigia e amara realtà. Le manca forse un po' di focus, divisa com'è nel seguire le storie di due personaggi, e una conclusione memorabile: ma la solida regia di Huston e le buone interpretazioni sono al servizio di un racconto intimo e sincero sulla mediocrità e il desiderio di rivalsa, elementi che si sposano alla perfezione con il mondo del pugilato, che si conferma ancora una volta sport cinematografico per eccellenza. Qui, come in "Stasera ho vinto anch'io" di Robert Wise, se ne rappresenta il sottobosco di periferia, fra palestre e ring di quart'ordine, incontri fra vecchie glorie e immigrati messicani, manager disillusi, spettatori annoiati. Il contorno non è da meno, anche se nel ritratto dei lavoratori nei campi o dei locali frequentati da alcolisti non c'è un tentativo di denuncia sociale ma semplicemente il desiderio di dare uno sfondo realistico alla vicenda. Bridges era praticamente agli esordi (aveva recitato l'anno prima ne "L'ultimo spettacolo" di Bogdanovich), la Tyrrell fu nominata all'Oscar. Nella colonna sonora spicca la canzone country "Help me make it through the night" di Kris Kristofferson.

22 ottobre 2019

The elephant man (David Lynch, 1980)

The Elephant Man (id.)
di David Lynch – USA/GB 1980
con John Hurt, Anthony Hopkins
***1/2

Visto in DVD.

La vera storia di John Merrick (Hurt, che recita sotto un pesante make up curato da Christopher Tucker), "l'uomo elefante", così chiamato per via della deformazione congenita di cui soffriva al volto e su gran parte del corpo. Esibito come fenomeno da baraccone nella Londra di fine ottocento, fu notato dal dottor Frederick Treves (Hopkins), medico chirurgo presso il London Hospital, che se ne prese cura e divenne suo amico, salvandolo da violenze e umiliazioni. Il secondo lungometraggio di David Lynch, dopo lo sperimentale "Eraserhead", è quello che lo ha reso noto anche presso il pubblico generalista. Ispirato alle memorie di Treves, si rifà forse nell'impostazione al classico di François Truffaut "Il ragazzo selvaggio", con cui condivide il tema, l'ambientazione ottocentesca e la fotografia in bianco e nero. Merrick (il cui vero nome era Joseph, non John), una volta ripulito e "reintrodotto" in società, dimostra di non essere affatto quel mostro che il suo aspetto lasciava credere: gentile e sensibile, conquista tutti con la sua anima nobile, la passione per l'arte e i suoi modi affabili, e finisce per dare una lezione di umanità a coloro che lo circondano, mostrando di non provare mai odio, rancore o sentimenti negativi, né verso i suoi aguzzini né per la propria condizione. Celebre il suo unico grido di disperazione, verso il finale: "Io... non sono un elefante! Io non sono un animale, sono un essere umano!". In un certo senso il film capovolge le regole dell'horror: qui è il "mostro" ad avere paura delle persone normali, essendo soggetto in continuazione agli sguardi degli altri, che abbiano fini voyeuristici oppure scientifici. A parte alcune sporadiche sequenze surrealiste (l'incipit e la conclusione, in cui si vede la madre di John spaventata da un branco di elefanti), Lynch dirige con stile sorprendentemente sobrio e classico, coadiuvato dalla bella fotografia di Freddie Francis e dalle ottime prove degli attori: nel cast ci sono anche John Gielgud (il direttore dell'ospedale), Anne Bancroft (Madge Kendal, celebre attrice di teatro che si prende a cuore le sorti di John), Wendy Hiller (la capo infermiera), Freddie Jones (l'imbonitore Bytes, che cerca in ogni modo di riprendersi il suo "tesoro") e Michael Elphick (il portiere notturno, che si fa pagare per mostrarlo ai curiosi). Suggestiva anche la colonna sonora di John Morris, integrata dall'Adagio per archi di Samuel Barber. Co-prodotto da Mel Brooks (che non volle essere accreditato, nel timore che il pubblico pensasse che si trattasse di un film comico), il lungometraggio riscosse un grande successo di critica: venne nominato a otto premi Oscar, anche se non se ne aggiudicò nessuno, e fu responsabile diretto dell'introduzione, a partire dall'edizione successiva, della statuetta per il miglior trucco.

21 ottobre 2019

Sabotatori (Alfred Hitchcock, 1942)

Sabotatori (Saboteur)
di Alfred Hitchcock – USA 1942
con Robert Cummings, Priscilla Lane
**1/2

Visto in divx.

Accusato ingiustamente di essere il responsabile di un'esplosione nella fabbrica di aerei dove lavora, l'operaio Barry Kane (Robert Cummings) fugge alla ricerca del vero colpevole, Frank Fry (Norman Lloyd). E scopre che questi fa parte di un gruppo di sabotatori che intendono minare alla base lo sforzo bellico degli Stati Uniti. Il tema per eccellenza del cinema di Hitchcock (l'innocente in fuga, un uomo comune che è costretto dalle circostanze a diventare un eroe), già sviluppato in precedenza – fra gli altri – ne "Il club dei 39" e in "Giovane e innocente", è al centro di una pellicola di spionaggio il cui pretesto (il sabotaggio, appunto) è ancorato all'attualità e alle tensioni del "fronte interno" (siamo infatti nel 1942, in piena seconda guerra mondiale): i "cattivi", che si nascondono spesso in piena vista fra la crema dell'alta società, vogliono distruggere anche una centrale elettrica e impedire il varo di una nave ammiraglia. Proprio il contrasto fra le apparenze "rispettabili" del gruppo di ricchi e potenti che complottano contro il proprio paese (non si tratta di spie straniere, ma di americani scontenti dell'attuale governo) e quelle, invece, umili e dimesse di chi si fida di Barry e lo aiuta a sfuggire ai persecutori (il pianista cieco, la compagine di freaks del circo) è sottolineato a più riprese dalla sceneggiatura. Hitchcock, che sembra fare le prove generali per quello che diventerà uno dei suoi film più celebri, nonché il culmine di questo filone ("Intrigo internazionale": c'è già persino lo scontro finale su un celebre monumento, in questo caso la statua della libertà), ebbe qualche perplessità sugli attori che gli furono imposti dalla produzione: il protagonista Cummings era più adatto alle commedie che non a un thriller, e sia la co-protagonista Priscilla Lane (Patricia, la ragazza che inizialmente lo vuole denunciare e poi lo aiuta) che il villain Otto Kruger (Tobin, il capo dei sabotatori) non lo convinsero del tutto. In ogni caso la pellicola (la prima girata da sir Alfred per la Universal) ebbe un buon successo al botteghino.

20 ottobre 2019

Juliet in love (Wilson Yip, 2000)

Juliet in love (Chu Lai Yip yu Leung San Pak)
di Wilson Yip – Hong Kong 2000
con Francis Ng, Sandra Ng
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Per ripagare un grosso debito di gioco a un boss della triade (Simon Yam), lo scalcinato scommettitore Jordan (Francis Ng) accetta di prendersi cura per qualche giorno di un neonato, figlio dell'amante del boss, la cui esistenza deve essere nascosta alla legittima consorte. Ad aiutarlo ad accudire il bimbo ci sarà Judy (Sandra Ng), hostess di un ristorante che è stata lasciata dal marito dopo aver subito l'asportazione del seno in seguito a un tumore. Insieme, i due scopriranno di essere anime gemelle e di potersi aggrappare l'uno all'altra per rimanere a galla in un mare di solitudine. Come nel precedente "Bullets over summer", Wilson Yip esplora il concetto di famiglia da un punto di vista del tutto originale e relativo. Sia Judy che Jordan hanno perso, per motivi vari, i loro veri congiunti e vivono da soli (a parte le sporadiche amicizie o l'ambiente lavorativo): ma entrambi, durante i pochi giorni di convivenza, scoprono di non desiderare altro che far parte ancora di un nucleo familiare, al di là delle difficoltà e delle pressioni sociali. Per la donna, privata del seno e dunque della sua femminilità (anche la voce si è fatta decisamente maschile), accudire il bambino è anche un modo per esaudire un desiderio intimo di maternità. Se il film sembra a tratti sfilacciato, la sua anima è sincera e toccante, grazie anche a due ottimi interpreti. Il finale è inevitabilmente tragico, ma venato di poetica surrealtà (le chiavi di casa, simbolo della convivenza domestica, che si materializzano nella toppa della porta). Tats Lau è l'amico di Jordan, Heung Hoi il padre di Judy (che beve solo Coca-Cola: "No Coke, no hope" è il suo motto), Lam Suet lo sgherro del boss, Eric Kot l'istruttore di guida innamorato di Judy.

19 ottobre 2019

1492 - La conquista del paradiso (R. Scott, 1992)

1492 - La conquista del paradiso (1492: Conquest of Paradise)
di Ridley Scott – Francia/Spagna/USA/GB 1992
con Gérard Depardieu, Sigourney Weaver
*1/2

Rivisto in DVD.

Realizzato per il 500° anniversario della scoperta dell'America, un biopic su Cristoforo Colombo che racconta i suoi viaggi, l'approdo su quelle che credeva essere le coste orientali dell'India e il tentativo di stabilire le prime colonie d'oltremare. Semplicistico, lineare e mai emozionante (anche perché privo di qualsiasi sottigliezza), il film è un polpettone informe e senza guizzi, con una sceneggiatura scolastica, una ricostruzione storica romanzata e stereotipata e una regia di maniera. Inoltre, pur sfiorando il tema del "paradiso perduto" (l'arrivo degli spagnoli in America porta ben presto la morte, la violenza e la barbarie, insanguinando quello che sembrava un luogo idilliaco), i fari della vicenda restano sempre puntati sulla figura – in fondo non così interessante – di Colombo, ritratto in modo vago come idealista e ambizioso al tempo stesso: e manca una seria e sincera riflessione su quelle che saranno davvero le conseguenze del suo viaggio, soprattutto per le popolazioni indigene (ma questa è un'altra storia). Realizzato come co-produzione internazionale (e si vede dal cast: oltre a Gérard Depardieu come protagonista e Sigourney Weaver come regina Isabella, ci sono anche Tchéky Karyo, Armand Assante, Fernando Rey, Michael Wincott e Ángela Molina), il film rappresenta l'inizio del periodo meno ispirato e brillante della carriera di Ridley Scott, che, messosi alle spalle i suoi capolavori, di fatto non tornerà mai più ai livelli precedenti (pur firmando ancora alcuni occasionali successi di pubblico – vedi "Il gladiatore" – e di critica – vedi "Sopravvissuto - The martian"). La cosa migliore del film, oltre alle interpretazioni e alla splendida fotografia "pubblicitaria" di Adrian Biddle (le navi che veleggiano al tramonto, o la luce del sole che si riflette sulle onde), rimane senza dubbio la colonna sonora di Vangelis (alla seconda collaborazione con Scott dopo "Blade runner"), con il suo tema enfatico e corale ispirato alla "Follia" medievale. Anche la Weaver aveva già lavorato con il regista (in "Alien").

17 ottobre 2019

Le verità (Hirokazu Koreeda, 2019)

Le verità (La vérité)
di Hirokazu Koreeda – Francia 2019
con Catherine Deneuve, Juliette Binoche
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno.

Lumir (Juliette Binoche), sceneggiatrice francese trapiantata a Hollywood dove ha sposato un attore televisivo (Ethan Hawke), torna a Parigi per far visita alla madre Fabienne (Catherine Deneuve), celebre attrice che ha appena pubblicato un libro di memorie in cui racconta a modo suo – cioè inventandosene la gran parte – le proprie verità. Il rapporto fra madre e figlia è sempre stato difficile, ostacolato da incomprensioni di ogni tipo: prima fra tutte la convinzione, da parte di Fabienne, che il mestiere di attrice debba avere la prevalenza su tutto ("Meglio essere una cattiva madre e una buona attrice"). Ma sul set di un film di fantascienza in cui Fabienne interpreta proprio una figlia che deve confrontarsi con la propria madre, rimasta giovane perché vissuta nello spazio mentre lei invecchiava sulla Terra, l'attrice e la figlia riusciranno in qualche modo a ricucire le proprie divergenze. Dopo la Palma d'Oro con "Affari di famiglia", Koreeda gira il suo primo film fuori dal Giappone, affidandosi a un gruppo di interpreti eccezionali (una sicurezza, specie poi se alla Deneuve tocca un ruolo quasi autobiografico, pieno di frecciatine verso le attrici sue coetanee) e scrivendo una sceneggiatura che, ancora una volta, mette sotto i riflettori i legami familiari. L'ambiente cinematografico, con un mestiere (l'attore) che ha fra le sue caratteristiche quella di dover imitare o falsificare le emozioni e i sentimenti a beneficio del pubblico, fa da sfondo al tentativo di recupero di un rapporto messo a repentaglio da anni di finzioni e dissimulazioni (non solo da parte di Fabienne ma anche di Lumir, che, in quanto sceneggiatrice, scrive dialoghi e scene madri che i vari personaggi rappresentano poi nella realtà). Manon Clavel è la giovane attrice che recita con Fabienne sul set, e che ricorda a tutti una vecchia amica suicidatasi forse proprio per colpa della donna. Clémentine Grenier è Charlotte, figlia di Lumir e nipote di Fabienne. Piccoli ruoli anche per Ludivine Sagnier, Christian Crahay, Roger Van Hool e Alain Libolt. Il film in cui Fabienne recita, "Ricordi di mia madre", si ispira a un racconto di Ken Liu.

15 ottobre 2019

Profondo rosso (Dario Argento, 1975)

Profondo rosso
di Dario Argento – Italia 1975
con David Hemmings, Daria Nicolodi
***1/2

Rivisto in divx.

Marc Daly (David Hemmings), pianista jazz britannico di stanza a Roma, assiste casualmente all'omicidio della sua vicina di casa, la sensitiva tedesca Helga Ulmann (Macha Méril). Convinto che gli sia sfuggito un particolare fondamentale per individuare l'assassino, decide di indagare insieme alla giornalista Gianna (Daria Nicolodi): e scoprirà che il delitto è forse legato a inquietanti eventi che sono accaduti venticinque anni prima in una villa gotica fuori città, ora abbandonata... Forse il film più famoso di Dario Argento, nonché il suo primo vero capolavoro, "Profondo rosso" è un punto di passaggio nella filmografia del regista romano, prima di virare definitivamente verso l'horror soprannaturale con il successivo "Suspiria". Qui il modello è ancora quello del giallo investigativo, come nelle precedenti pellicole della "trilogia degli animali", dalle quali recupera stilemi e ingredienti (tanto che in un primo momento il film avrebbe dovuto intitolarsi "La tigre dai denti a sciabola", esplicitando la sua appartenenza al medesimo genere), pur con una spruzzatina di paranormale (la sensitiva tedesca aveva percepito le intenzioni malvagie del suo assassino, presente fra il pubblico, durante un convegno di parapsicologia). Ma la storia – scritta insieme a Bernardino Zapponi – è decisamente più accattivante e coerente rispetto ai lavori precedenti (con un finale che giunge a sorpresa, ma anticipato da numerosi indizi), ed è arricchita da molte sequenze ad effetto e da momenti ricchi di tensione, a tratti terrorizzanti e comunque difficili da dimenticare: non solo i delitti e le morti macabre e violente, anche piuttosto esplicite visivamente, ma pure la scena dello specchio che rivela il volto dell'assassino, e in generale l'atmosfera che lega i delitti ai traumi infantili (anche grazie all'inquietante canzoncina che funge da motivo conduttore e svolge un ruolo di primo piano nella risoluzione della vicenda). Quanto allo stile di regia e fotografia, prosegue il percorso di Argento sulla strada dell'espressionismo e della stilizzazione barocca, enfatizzando le angolazioni delle inquadrature, i movimenti di camera, i colori accesi (in particolare, ovviamente, il rosso del sangue, talmente acceso da risultare innaturale). Fra gli elementi iconici che più di altri hanno contribuito al successo del film va infine ricordata la colonna sonora di Giorgio Gaslini e dei Goblin, ricca di insolite sonorità elettroniche.

E allora è facile passare sopra ai difetti, alcuni dei quali forse congeniti al suo genere, come l'evidente meccanicità della trama, lo scarso approfondimento dei personaggi, e il fatto che la storia si trascini un po' nella parte centrale, tirando per le lunghe la tensione. Forse per questo, nelle versioni per il mercato internazionale sono state eliminate le sequenze relative alle "schermaglie" amorose fra Marc e Gianna, alcune delle quali ricordano le battaglie fra i sessi delle commedie slapstick degli anni quaranta: in effetti tutto il personaggio della giornalista, con la sua sigaretta e i suoi abiti, sembra uscire da una pellicola di quell'epoca, magari da un noir. E sempre al passato, o forse a un periodo fuori dal tempo, guardano le scenografie con l'uso di set e location meticolosamente studiate (la villa abbandonata, ovviamente, ma anche la casa di Helga con la galleria di dipinti inquietanti e le strade di Roma notturne e vuote). A questo proposito, è da notare che in realtà gran parte del film è stato girato a Torino: qui si trovano la villa e anche la piazza in cui Marc e Carlo sentono l'urlo di Helga (è la piazza CLN, con la statua del fiume Po, dove ha sede il Blue Bar che Argento fece costruire appositamente, ispirandosi al celebre dipinto "Nighthawks" di Edward Hopper). David Hemmings era noto in Italia per aver girato nel 1966 "Blow-up" di Antonioni. La Nicolodi, al suo primo film con Argento, divenne la compagna del regista (e la madre di sua figlia Asia, nata proprio nel 1975). Il resto del cast comprende Gabriele Lavia (Carlo, l'amico e collega alcolizzato di Marc), Eros Pagni (il commissario di polizia, ispirato forse al Volonté di "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto"), Glauco Mauri (il professor Giordani) e Clara Calamai, attrice popolare negli anni trenta e quaranta (qui alla sua ultima apparizione sul grande schermo), che Argento volle per il ruolo della madre di Carlo: la casa e le foto che si vedono nel film sono davvero le sue. Altre curiosità: il travestito omosessuale è interpretato da una donna, Geraldine Hooper. Olga, la figlia del custode, è Nicoletta Elmi, nipote della conduttrice televisiva Maria Giovanna Elmi. Agli effetti speciali ha collaborato Carlo Rambaldi. Il film ispirerà fra gli altri John Carpenter (che per il suo "Halloween" gli si dichiarerà debitore) e Quentin Tarantino.

14 ottobre 2019

Snatch - Lo strappo (Guy Ritchie, 2000)

Snatch - Lo strappo (Snatch)
di Guy Ritchie – GB/USA 2000
con Jason Statham, Brad Pitt
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il rapinatore di banche Franky "Quattro dita" (Benicio del Toro) ha messo le mani su un diamante di grande dimensioni ed è a Londra per cercare di venderlo. La gemma attira le attenzioni dell'ex agente del KGB Boris "Lametta" (Rade Šerbedžija) che, approfittando della passione di Franky per il gioco d'azzardo, lo attira in una bisca clandestina e incarica uno scalcinato trio di piccoli delinquenti di rapinarlo. E mentre i commercianti di gioielli Doug "La zucca" (Mike Reid) e il "Cugino Avi" (Dennis Farina), ai quali Franky doveva rivolgersi, ingaggiano il sicario "Pallottola al dente" Tony (Vinnie Jones) per aiutarli a rintracciare il diamante, la vicenda finisce per coinvolgere anche il gangster "Testarossa" Polford (Alan Ford), che gestisce un lucroso giro di scommesse sulla boxe clandestina e che ha un conto aperto con il promoter "Turco" (Jason Statham) e il suo assistente Tommy (Stephen Graham), il cui pugile Mickey (Brad Pitt), uno "zingaro" di etnia irlandese (pavee), rifiuta di farsi battere come previsto... Il secondo film di Ritchie, dopo "Lock & Stock - Pazzi scatenati", corre sugli stessi binari del precedente: storie di piccoli e grandi delinquenti, raccontate con verve, umorismo, toni spigliati e grotteschi. Peccato che il grande numero di personaggi e il ritmo concitato, che prosegue ininterrotto e pressoché identico per tutto il film, non offrano mai allo spettatore un'occasione per rifiatare o per riflettere su quello che sta vedendo. Con il risultato che spesso la pellicola, più che divertire, finisce con l'annoiare. È il problema di gran parte del cinema post-moderno e post-tarantiniano, che punta sull'eccesso e sull'abbondanza di elementi gettati nel calderone, anziché fermarsi a cesellare o a riflettere sull'utilità di ciascuno di essi. Troppi personaggi, troppi twist e troppe trame incrociate (la vicenda coinvolge anche un cane che ingoia il diamante, e diversi stereotipi sui cosiddetti "irish travellers") non sono sempre una buona cosa, soprattutto se l'andamento è monocorde. Nell'ampio cast (ci sono anche Jason Flemyng ed Ewen Bremner) spicca Pitt, dal temperamento imprevedibile e dal linguaggio incomprensibile. Prodotto (come "Lock & Stock") dal futuro regista Matthew Vaughn.

12 ottobre 2019

La recita (Theo Angelopoulos, 1975)

La recita (O thiassos)
di Theo Angelopoulos – Grecia 1975
con Eva Kotamanidou, Stratos Pahis
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Una compagna ambulante di attori teatrali gira per la Grecia, di villaggio in villaggio, allestendo il dramma a sfondo bucolico "Golfo la pastorella", mentre attorno a loro si dipana la storia del paese dal 1939 al 1952: dall'occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale alle lotte di resistenza partigiana, dalla liberazione alla successiva guerra civile. Il tutto non sempre in sequenza lineare: si termina nel 1939 come si era iniziato (e senza un cartello che indichi la fine: tutto è circolare), e a volte i personaggi incrociano i comizi del maresciallo Papagos che diventerà primo ministro nel 1952. La durata fluviale (quasi quattro ore), l'estrema lentezza, l'atmosfera sospesa, gli sparsi dialoghi, l'uso prolungato dei piani sequenza possono rendere faticosa la visione della pellicola tutta d'un fiato, specie se non si colgono di primo acchito i tanti riferimenti storici e i precisi rimandi letterari. Se gli eventi reali e politici possono essere compresi dal contesto, le vicende interne del gruppo di teatranti, a conduzione familiare, riecheggiano infatti quelle della "Orestea" di Eschilo. Clitemnestra (Aliki Georgouli), la moglie di Agamennone (Stratos Pahis, il capo della compagnia), ha una relazione con Egisto (Vangelis Kazan), che collabora con gli occupanti tedeschi. Tradito da loro, Agamennone è giustiziato dai tedeschi, ma sarà vendicato dal figlio Oreste (Petros Zarkadis), che si è unito ai partigiani e che, con l'aiuto della sorella Elettra (Eva Kotamanidou, che intepreta la pastorella Golfo sulla scena) uccide i due amanti mentre recitano sul palco. Elettra, che ha una relazione con il partigiano comunista Pilade (Kyriakos Katrivanos), continuerà ad aiutare i ribelli e contemporaneamente a guidare la troupe, mentre Oreste sarà arrestato dalla polizia, incarcerato e infine giustiziato nel 1951. Nel frattempo Crisotemi (Maria Vassiliou), sorella minore di Elettra, passa con disinvoltura dai nazisti agli inglesi, prostituendosi durante la guerra e sposando un soldato americano quando questa è finita. Alla fine suo figlio (Ghiorgos Kutiris) prenderà il posto dello zio Oreste come Tassos, il protagonista maschile di "Golfo". Come detto, però, queste vicende quasi si perdono in mezzo al quadro più grande, quello storico, politico e sociale, anche perché la macchina da presa si mantiene spesso a distanza dai personaggi (più di loro sembrano importanti gli scenari: le strade, i villaggi, gli edifici, i campi, le isole, le montagne e le spiagge della Grecia). Non ci sono praticamente mai primi piani, se si eccettuano tre sequenze in cui Agamennone, Elettra e Pilade, rispettivamente, si rivolgono allo spettatore per raccontare in un monologo le vicissitudini personali in tre momenti della guerra e delle tensioni successive. La mancata riconciliazione post-bellica e le storture del nazionalismo, con il potere e le ideologie che soffocano prepotentemente le libertà del popolo e anche l'arte (quante volte i teatranti sono costretti da eventi esterni a interrompere il loro spettacolo?), vengono denunciate con chiarezza e lucidità, mentre l'intera pellicola è punteggiata di canti di ogni tipo, dalle canzoni patriottiche e ideologiche ai canti e ai balli popolari, fino a quelli intonati dai teatranti – sempre accompagnati dalla fisarmonica – nel tempo libero o per invitare il pubblico dei villaggi ad assistere alle loro rappresentazioni. Fra le scene più interessanti, c'è proprio il "duello" a base di canti fra i gruppi di fascisti monarchici e di partigiani comunisti nel locale da ballo (che ricorda, naturalmente, "Casablanca"). Il governo greco vietò al film di essere iscritto in concorso al festival di Cannes, dove pure vinse il premio internazionale della critica.

10 ottobre 2019

Joker (Todd Phillips, 2019)

Joker (id.)
di Todd Phillips – USA 2019
con Joaquin Phoenix, Robert De Niro
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

Aspirante comico e cabarettista dalla salute mentale cagionevole, Arthur Fleck (Phoenix) lavora come clown per negozi e ospedali e ha ricevuto soltanto calci dalla vita. In un mondo senza empatia, sottoposto a frustrazioni e pressioni sociali di ogni tipo, finirà con l'esplodere, trovando nella violenza una valvola di sfogo e trasformando ogni tragedia in una ragione di riso. Origin story per lo psicopatico e acerrimo nemico di Batman: ma chi pensasse di trovarsi di fronte a un cinecomic come tanti altri, tutto azione, battutine ed effetti speciali, si sbaglia di grosso. Pur ambientato a Gotham City, e con apparizioni di personaggi quali Thomas Wayne (il padre di Bruce) nonché – fugacemente – del suo figlioletto e del maggiordomo Alfred, non c'è quasi nulla che rimandi al colorato universo dei supereroi in calzamaglia. Siamo più dalle parti di pellicole scorsesiane come "Taxi driver", con la sua analisi del disagio sociale e dei meccanismi della violenza, e di "Re per una notte", fonti di ispirazione talmente evidenti da essere esplicitate con la presenza di Robert De Niro nel ruolo di un anchorman televisivo che ricorda moltissimo proprio il secondo dei film citati. Frase cult: "Quando ero un bambino e dicevo alle persone che volevo fare il comico, tutti ridevano. Adesso invece nessuno ride". Qualche (ottusa) polemica in patria, con l'accusa di aver voluto far empatizzare il pubblico con un criminale e giustificare le ragioni delle sue azioni, che peraltro si dipanano in un contesto dai toni esasperati ma realistici, in una città sconvolta dalle tensioni sociali: tanto che le imprese del Joker hanno una forte risonanza fra le classi più disagiate, fomentando un movimento di rabbia e di protesta i cui membri indossano maschere da pagliaccio che sembrano alludere a quelle di Guy Fawkes dei vari Anonymous od Occupy Wall Street. Il classico accostamento fra l'apparente leggerezza e ilarità della figura del clown con la tristezza e la violenza è, ancora una volta, quanto mai efficace. E accettando la propria identità di Joker (quello di Arthur Fleck, come scopre il protagonista, in fondo non è mai stato il suo vero nome), il personaggio rinasce a una nuova vita che saprà sollevarlo dalle umiliazioni, sia pure provocando morte e violenza, in cui sguazza ridendo e ballando. In mezzo al caos e alla distruzione, assistiamo fugacemente anche alle origini di Batman (con l'assassinio dei genitori di Bruce Wayne). Phillips, anche sceneggiatore (insieme a Scott Silver), si è forse ispirato a storie a fumetti come "The killing joke" di Alan Moore: prima di questa pellicola, la sua carriera di regista era stata assolutamente mediocre (i suoi lavori più famosi sono le commedie come "Una notte da leoni" e similari). Stratosferica la prova di Phoenix, che per interpretare la parte è dimagrito di 24 chili (un tour de force che ricorda quello di De Niro in un'altra pellicola di Scorsese, "Toro scatenato"): forse quest'anno l'Oscar per il miglior attore è già prenotato. Nel frattempo il film, che potrebbe diventare il primo di una serie di lungometraggi dark e a sé stanti sui personaggi più tenebrosi dell'Universo DC, ha vinto a sorpresa il Leone d'Oro a Venezia. E pur essendo stato girato a basso budget (relativamente parlando, s'intende), ha riscosso un ottimo successo di pubblico. Dopo le delusioni al botteghino e le stroncature della critica per molte pellicole che scimmiottavano quelle della concorrente Marvel, la Warner sembra aver compreso che è meglio ridimensionare la natura interconnessa del DC Extended Universe e realizzare invece film che abbiano una propria identità autonoma: anche per questo motivo si è scelto di non ricorrere a Jared Leto, che aveva interpretato il Joker in "Suicide Squad" (il personaggio, in passato, ha avuto naturalmente anche i volti – fra gli altri – di Jack Nicholson e di Heath Ledger). Da notare come la copia vista al cinema avesse molte scene "localizzate" in italiano (lettere, giornali e biglietti da visita).

9 ottobre 2019

La foresta dei sogni (Gus Van Sant, 2015)

La foresta dei sogni (The sea of trees)
di Gus Van Sant – USA 2015
con Matthew McConaughey, Naomi Watts, Ken Watanabe
*1/2

Visto in TV.

Dopo la morte della moglie (Naomi Watts), un professore universitario americano (Matthew McConaughey) si reca in Giappone con l'intenzione di suicidarsi nella foresta di Aokigahara, leggendaria zona boscosa sul fianco del Monte Fuji, che si dice popolata da spiriti e dove appunto centinaia di persone scelgono ogni anno di porre fine alla propria vita. Qui incontrerà un uomo giapponese (Ken Watanabe) con il suo stesso progetto: insieme, cambiata idea, i due cercheranno inutilmente di uscire dalla foresta... Scritto da Chris Sparling, un film che vorrebbe proporsi come profondo e ricco di significati nell'affrontare i temi del lutto, della morte e del significato della vita: ma lo fa in modo generico e pedestre, con toni new age, allegorici e metafisici (specie nel finale) talmente forzati da lasciare il tempo che trovano. L'incontro fra due culture (l'americano e il giapponese) è presentato in maniera quanto mai stereotipata (così come il rapporto dello scienziato ateo con il mistero). E nella seconda metà la pellicola si premura di spiegare per bene tutto quello che già si era ampiamente capito nella prima (anche attraverso una serie di flashback sulla vita coniugale e il passato del protagonista, che si alternano alle scene da survival movie ambientate nel bosco), terminando infine su una nota metafisica davvero semplicistica e stucchevole. A poco servono allora le suggestioni visive, con la foresta avvolgente e misteriosa, rappresentata come un luogo sovrannaturale, una "selva oscura" piena di insidie e di trappole che sembra leggere le intenzioni delle persone che vi entrano (come la "Zona" di Tarkovskij) e da cui non è possibile uscire in maniera semplice (come i boschi delle fiabe, si pensi a quella di Pollicino o, citata esplicitamente, di Hansel e Gretel). "Questo posto è quello che tu chiami Purgatorio", dice Watanabe a McConaughey. Peccato che lo sia anche per lo spettatore.

7 ottobre 2019

Yesterday (Danny Boyle, 2019)

Yesterday (id.)
di Danny Boyle – GB 2019
con Himesh Patel, Lily James
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

In seguito a un misterioso blackout su scala globale, l'aspirante cantautore Jack Malik (Himesh Patel) scopre che i Beatles sono stati cancellati dall'esistenza e dalla memoria di tutti gli abitanti del pianeta. L'unico che ancora si ricorda di loro e delle loro canzoni è lui, che "spacciandole" per proprie riesce così a diventare una stella della musica. Peccato che, strada facendo, oltre ai sensi di colpa nel sentirsi osannare per qualcosa che non è farina del suo sacco, si accorga anche che il successo gli sta facendo perdere la felicità e l'amore di quella che a lungo tempo era stata la sua unica vera fan, la manager Ellie (Lily James). Da uno spunto semplice ma accattivante, una simpatica commedia musicale (scritta da Richard Curtis) che mantiene quello che promette, senza appesantirsi con troppi fronzoli o divagazioni. Del fenomeno fantastico che mette in moto la vicenda non vengono spiegate le cause (oltre a Jack, solo un paio di persone su tutta la faccia della Terra ricordano ancora l'esistenza dei "Fab Four") né le sue conseguenze sono esplorate in maniera seria (come si sarebbe evoluto il mondo della musica, o della cultura in generale, senza i Beatles? A parte l'assenza anche degli Oasis, il film non accenna a nessuna analisi di questo tipo). Oltre a una storia romantica senza molta originalità (e che ricorda quelle già viste nei film di Curtis) e a un ritratto acido ma un po' banale dei meccanismi di marketing dietro all'industria musicale di massa, la pellicola offre comunque l'occasione per (ri)ascoltare tante belle canzoni del gruppo di Liverpool, a partire da quella che le dà il titolo. Memorabili, fra gli altri, il momento in cui Jack tenta di suonare per la prima volta "Let it be" davanti ai genitori che lo interrompono in continuazione, o quello in cui cerca di ricordarsi le esatte parole di "Eleanor Rigby". Da notare che, anche se si tratta di un aspetto marginale rispetto alla trama (dopotutto Jack è un cantante, e gli altri argomenti non gli interessano), i Beatles non sono l'unica cosa scomparsa nel nulla in seguito al blackout. Joel Fry è Rocky, l'amico fricchettone; Kate McKinnon è la spregiudicata manager americana; il cantautore Ed Sheeran compare nei panni di sé stesso; Robert Carlyle interpreta, nel finale, un John Lennon invecchiato.

5 ottobre 2019

Sbatti il mostro in prima pagina (M. Bellocchio, 1972)

Sbatti il mostro in prima pagina
di Marco Bellocchio – Italia/Francia 1972
con Gian Maria Volonté, Laura Betti
***

Visto in divx.

In una Milano scossa dai cortei e dalle tensioni fra i manifestanti di fazioni politiche contrapposte, lo spregiudicato caporedattore (Volonté) di un quotidiano di destra ("Il Giornale": ma il film è stato girato due anni prima che il quotidiano con questo stesso nome venisse fondato), finanziato da un ricco industriale (John Steiner) e ammanicato con la polizia, manipola a proprio piacimento le informazioni per influenzare l'opinione pubblica in vista delle elezioni. In particolare, con una precisa campagna mediatica, strumentalizza a fini politici una vicenda di cronaca nera: dopo aver pompato l'indignazione popolare insistendo per diversi giorni sugli aspetti più intimi e commoventi del brutale omicidio di una studentessa, cavalca l'indiscrezione che il colpevole sia un attivista di sinistra (Corrado Solari), indirizzando in questo senso anche le indagini della polizia. E quando, grazie agli scrupoli di coscienza del suo reporter Roveda (Fabio Garriba), verrà a conoscenza dell'identità del vero assassino, preferirà mettere a tacere la cosa, "almeno a fino dopo le elezioni". Un giallo con un taglio molto particolare, che mette in luce il "quarto potere" della stampa nell'indirizzare (o nell'addormentare) le coscienze, anche soltanto con la semplice scelta delle parole da usare nei titoli, e i suoi intrecci (non sempre occulti) con la politica e gli interessi economici. Per molti versi profetico, e ancora incredibilmente attuale (basterebbe sostituire i social media ai quotidiani), nonostante sia ovviamente calato nell'infuocato contesto di quegli anni (si citano stragi ed eventi recenti, Valpreda e Feltrinelli). Anche l'omicidio di Maria Grazia si ispira a un reale fatto di cronaca. Fra gli attivisti che appaiono nel montaggio iniziale spicca Ignazio La Russa. Il progetto era di Sergio Donati, che lo aveva pensato con un taglio più "popolare", ma per motivi di salute dovette rinunciare. Bellocchio, subentrato, fece riscrivere la sceneggiatura a Goffredo Fofi. Nel cast anche Laura Betti (l'insegnante sciroccata che per gelosia denuncia lo studente), Carla Tatò e Jacques Herlin. Le musiche sono di Nicola Piovani, le scenografie di Dante Ferretti (che ha usato la redazione de "L'Unità" per le scene ambientate al "Giornale").

4 ottobre 2019

I tartassati (Steno, 1959)

I tartassati (aka Fripouillard et Cie)
di Steno – Italia/Francia 1959
con Totò, Aldo Fabrizi
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Il cavalier Pezzella (Totò), proprietario di un avviato negozio di abbigliamento nel centro di Roma, evade le tasse. Quando riceve la visita fiscale del maresciallo tributario Topponi (Aldo Fabrizi), cerca in ogni modo di evitare di pagare l'inevitabile multa. Seguendo i suggerimenti del suo disonesto e imbranato "consulente fiscale" (Louis de Funès), Pezzella prova così a "ingraziarsi" l'integerrimo Topponi, fra eccessivo servilismo e maldestri tentativi di corruzione che non andranno mai a buon fine, spesso ritorcendosi contro di lui ma comunque rendendo difficile la vita ad entrambi: e nel frattempo i due uomini si scopriranno legati l'uno all'altro perché i rispettivi rampolli (il figlio del commerciante e la figlia del maresciallo) finiranno con l'innamorarsi... Un soggetto esile e di facile appiglio, con situazioni da barzelletta (la battuta di caccia...) e una regia anonima, ravvivato però dall'estro dei due protagonisti, che avevano già recitato insieme (con ruoli simili) in "Guardie e ladri". Totò, "furbo" finto e maldestro che rende impossibile la vita del "retto" e disciplinato Fabrizi, sembra quasi voler invertire con l'amico/nemico i ruoli di perseguitato e di persecutore (o di "vittima" e carnefice), dando vita a scenette e situazioni comiche innegabilmente divertenti, soprattutto se ci si mette nei panni dello sfortunato Fabrizi. La lieve satira sociale (le tasse, il consumismo, l'antifascismo) completa il tutto. Il produttore Mario Cecchi Gori interpreta un passante. Nota: nella versione francese si dà maggiore risalto al personaggio interpretato da Louis de Funès (e meno a quello di Fabrizi), con alcune scene non presenti nell'edizione italiana.

3 ottobre 2019

Baby driver (Edgar Wright, 2017)

Baby Driver - Il genio della fuga (Baby Driver)
di Edgar Wright – GB/USA 2017
con Ansel Elgort, Lily James
**1/2

Visto in TV.

Il giovane Baby (Ansel Elgort) è un abilissimo pilota che lavora come autista per bande di rapinatori di banche. Lo fa per ripagare un debito al gangster Doc (Kevin Spacey), organizzatore di queste rapine. Ma quando il debito è finalmente saldato e il ragazzo vorrebbe rifarsi una vita onesta con Debora (Lily James), cameriera di un diner della quale si è innamorato, viene costretto a partecipare a un ultimo colpo... La trama è già vista e risaputa (da "Driver l'imprendibile" di Walter Hill a "Drive" di Nicolas Winding Refn, passando per "Transporter" e mille altri film del genere), ma la confezione è accattivante e ricca di stile, grazie a una regia che fa un uso variegato e consapevole del montaggio e dei piani sequenza (rendendo spettacolari le scene d'azione), rinunciando per quanto è possibile agli effetti speciali digitali, ma soprattutto al modo con cui la ricca colonna sonora è integrata diegeticamente nel racconto. Baby, infatti, soffre di acufene per via di un incidente stradale in cui è rimasto coinvolto da piccolo, e per coprire il suono ascolta continuamente musica con le cuffie nelle orecchie: le varie canzoni fanno così da sottofondo a tutti i suoi spostamenti e, naturalmente, alle fughe e agli inseguimenti in auto. Quasi ogni sequenza è perciò coreografata a ritmo di musica (tanto le scene d'azione quanto i momenti più tranquilli, come i bei titoli di testa), come se fossimo in un musical. In più, Baby ha l'abitudine di registrare i dialoghi delle persone attorno a sé, per poi campionarli, mixarli e produrre dei brani personalizzati: assai interessante. Nel complesso, un buon film d'intrattenimento con un fascino al contempo retrò e post-moderno, che ricama sul binomio romantico di "strada e musica", con diverse citazioni pop (da "Monsters & Co." ad "Austin Powers"), che scade un po' nella sezione centrale ma con un incipit e una parte conclusiva adrenalinica e soddisfacente. Peccato per un attore protagonista non sempre all'altezza e poco espressivo, un giovane cantante e DJ cui è difficile prevedere un futuro da star. Meglio, decisamente, i comprimari: non solo Spacey e la Evans, ma anche i numerosi complici delle rapine (Doc ama cambiare uomini a ogni colpo), tutti caratterizzati con qualche tratto curioso – il "pazzo" Jamie Foxx, la coppia sexy formata da Jon Hamm e Eiza González, il rude Jon Bernthal – e giostrati a rotazione in modo da rendere difficile allo spettatore prevedere in anticipo chi sarà il "boss finale", ovvero l'avversario da sconfiggere per ultimo (che infatti non è quello atteso). C.J. Jones interpreta il padre adottivo di Baby, sordo e paralitico, un personaggio francamente superfluo. La vicenda è ambientata ad Atlanta. Fra le ispirazioni evidenti (e ammesse da Wright), anche "Punto zero", "Point break" e "Le iene". Il successo della pellicola ha spinto il regista a progettare un possibile sequel (che deve ancora essere girato).

1 ottobre 2019

Ad astra (James Gray, 2019)

Ad astra (id.)
di James Gray – USA 2019
con Brad Pitt, Tommy Lee Jones
**

Visto al cinema Colosseo.

L'astronauta Roy McBride (Pitt) – figlio di una "leggenda" dell'esplorazione spaziale, Clifford McBride (Jones), che scomparve anni prima mentre era diretto con una navicella verso il sistema solare esterno alla ricerca di vita aliena – viene informato che il padre potrebbe essere ancora vivo. I motori ad antimateria della sua astronave, infatti, sarebbero all'origine dei misteriosi impulsi di energia che, provenienti da Nettuno, stanno sconvolgendo la Terra. Roy partirà così alla sua ricerca, intenzionato non solo a salvare il pianeta ma anche a recuperare il rapporto con il genitore... Primo film di fantascienza per James Gray: una fantascienza intimista e "filosofica", incentrata sulla scoperta di sé e sul confronto fra un padre (distante, in tutti i sensi) e un figlio che è cresciuto nel suo mito ma senza mai conoscerlo veramente. Peccato che prima di giungere al confronto finale fra i due, ci si debba sorbire tutto un viaggio lungo e inconsistente, diviso in varie tappe che sembrano soltanto messe lì per allungare il brodo e punteggiato di ingenuità (con "ostacoli" da action movie un po' inutili e fini a sé stessi: i "pirati" sulla superficie della Luna, la navicella norvegese con le scimmie spaziali nel tragitto verso Marte). Un ripensamento o un miglior lavoro di scrittura della parte centrale avrebbe giovato. Anche perché, alla fin fine, la storia non ha molto di originale o di particolarmente profondo, battendo strade già viste, con suggestioni di "Apocalypse Now" (o meglio, di "Cuore di tenebra") e, naturalmente e inevitabilmente, di "Interstellar", "Gravity" e "2001" (ma con minor complessità e profondità filosofica) per l'ambientazione da hard science fiction. Apprezzabile l'accuratezza nella descrizione dello spazio e buono il tour de force attoriale di Pitt. In parti minori, Donald Sutherland (il colonnello Pruitt, che accompagna Roy sulla Luna) e Liv Tyler (la sua ex moglie, vista solo in ricordi e flashback).