24 luglio 2022

Doctor Strange nel multiverso della follia (S. Raimi, 2022)

Doctor Strange nel multiverso della follia (Doctor Strange in the Multiverse of Madness)
di Sam Raimi – USA 2022
con Benedict Cumberbatch, Elizabeth Olsen
**

Visto in TV (Disney+).

Per proteggere la giovane America Chavez (Xochitl Gomez), teenager in grado di aprire "varchi" fra gli universi paralleli che compongono il Multiverso, da Wanda/Scarlet Witch (Elizabeth Olsen), che intende assorbirne i poteri per trasferirsi in un mondo alternativo in cui potrà vivere felice con i propri figli Billy e Tommy (che in realtà non esistono: li aveva creati con la propria magia nella serie televisiva "WandaVision"), il Dottor Strange (l'ottimo Cumberbatch) si getta alla ricerca del Libro dei Vishanti, il contraltare al Darkhold, il volume di incantesimi maledetti il cui utilizzo ha reso appunto cattiva Wanda. Il secondo film "a solo" del Dottor Strange (ma il personaggio nel frattempo ha avuto ruoli, anche di primo piano, nei film di Thor, degli Avengers e di Spider-Man) è una scorribanda attraverso alcuni (pochi, per la verità, e nemmeno tanto "folli", a dispetto del titolo) universi paralleli. Fra questi spicca Terra-838 (esattamente come nei fumetti, ogni mondo ha un proprio numero di catalogazione: quello del "normale" MCU è chiamato Terra-616, anche se in precedenza questa era la denominazione dell'universo dei comics, non di quello dei film), dove facciamo la conoscenza degli Illuminati, il gruppo di leader di supereroi di cui fanno parte il barone Mordo (Chiwetel Ejiofor, qui stregone supremo), Black Bolt/Freccia Nera (Anson Mount), Maria Rambeau/Captain Marvel (Lashana Lynch), Peggy Carter/Captain Carter (Hayley Atwell), Reed Richards/Mister Fantastic (John Krasinski), e Charles Xavier/Professor X (Patrick Stewart), tutte versioni alternative degli omonimi personaggi già apparsi in film e serie televisive precedenti. Degne di nota sono le apparizioni di Reed Richards e Charles Xavier, in quanto introducono ufficialmente nel MCU (seppure in un mondo parallelo, appunto) le franchise dei Fantastici Quattro e degli X-Men, i cui diritti cinematografici sono stati di recente riacquisiti dalla Marvel. Visivamente spettacolare (anche se forse mi aspettavo di più: le sequenze "alla Ditko" ambientate in dimensioni surreali dove le normali leggi della fisica non hanno valore sono molto poche e brevi), il film soffre per la sceneggiatura mediocre e schematica di Michael Waldron, con banalità come la cattiva che si tradisce praticamente subito, dicendo un nome che non dovrebbe conoscere, e il finale anticlimatico in cui si pente all'istante perché i suoi figli hanno paura di lei vedendola fare cose... da cattiva. E quelli che potevano essere gli spunti più interessanti (il concetto che i sogni sono finestre sulle altre realtà) vengono quasi subito messi da parte (se escludiamo l'accenno allo "sleepwalking": ma perché non chiamarlo sonnambulismo?). Inoltre ormai non stiamo nemmeno più parlando di film a sé stanti: sono in tutto e per tutto puntate di un enorme telefilm, sempre più a uso e consumo di un appassionato che dovrebbe essersi sciroppato tantissimi antefatti per comprendere o gustarsi appieno l'insieme (ormai i riferimenti non puntano nemmeno soltanto ai 27 (!) film precedenti del MCU, ma anche alle serie televisive, come appunto "WandaVision" ma anche "Loki" o "Inhumans": chi, come me, non guarda queste ultime, si sente tagliato fuori da molte cose). Alla regia c'è Sam Raimi, di ritorno alla Marvel dopo i tre "Spider-Man" con Tobey Maguire: il buon Sam fa quello che può, ma mentirei se dicessi che la sua mano si riconosce. Dal film precedente del Dottor Strange tornano Benedict Wong (complessivamente inutile), Rachel McAdams (con un ruolo invece di primo piano) e Michael Stuhlbarg (solo una comparsata).

22 luglio 2022

Spider-Man: No way home (Jon Watts, 2021)

Spider-Man: No way home (id.)
di Jon Watts – USA 2021
con Tom Holland, Zendaya, Willem Dafoe
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Avendo Mysterio rivelato a tutto il mondo la sua identità segreta al termine del precedente "Spider-Man: Far from home" (si noti come tutti e tre i film di Spider-Man finora coprodotti dalla Marvel abbiano la parola "home" nel titolo), Peter Parker (Holland) scopre che la propria vita – sia quella da supereroe che quella privata – si è fatta ormai molto difficile, e lo stesso vale per i suoi amici più cari (MJ e Ned). Decide così di chiedere aiuto al Dottor Strange (Benedict Cumberbatch), affinché cancelli con un incantesimo la sua identità segreta dalla memoria di tutti. Per un errore, però, l'incantesimo produce un effetto ben diverso, attirando dal Multiverso (l'insieme di dimensioni alternative che compongono l'universo Marvel) tutti i personaggi che, in un modo o nell'altro, sono a conoscenza del fatto che Peter Parker è l’Uomo Ragno. Fra questi, in particolare, una serie di "cattivi" visti nelle incarnazioni precedenti della franchise, molti dei quali strappati al loro continuum un attimo prima della morte per opera dei rispettivi Peter: rivediamo così il folle Goblin (Willem Dafoe, dallo "Spider-Man" di Sam Raimi del 2002), il Dottor Octopus (Alfred Molina, da "Spider-Man 2"), l'Uomo Sabbia (Thomas Haden Church, da "Spider-Man 3"), Lizard (Rhys Ifans, da "The amazing Spider-Man" del 2012) ed Electro (Jamie Foxx, da "The amazing Spider-Man 2", con un aspetto ridisegnato). Inizialmente Peter proverà ad aiutarli o a farseli amici, ma quando gli si rivolteranno contro (Goblin in particolare, che provoca la morte di zia May) dovrà affrontarli con l'aiuto delle proprie controparti, vale a dire gli Spider-Man interpretati da Tobey Maguire (nei film di Sam Raimi usciti dal 2002 al 2007) e Andrew Garfield (in quelli di Marc Webb usciti nel 2012 e 2014). Enorme successo commerciale (è stato il film con i maggiori incassi al botteghino in epoca di pandemia) per la pellicola del personaggio forse più grandiosa e ambiziosa nelle sue intenzioni, che recupera e fonde insieme le più recenti incarnazioni del Tessiragnatele (rivelando che ogni reboot costituisce un universo alternativo, un concetto con cui i lettori dei fumetti Marvel erano già familiari, fra retcon e "What if...") ispirandosi forse al successo del film d'animazione "Spider-Man: Un nuovo universo" che era basato su un'idea simile. E naturalmente è un'occasione ghiotta per rivedere alcuni dei migliori attori delle pellicole precedenti (su tutti Dafoe e Molina) e per far interagire in una serie di imbarazzanti siparietti (che vorrebbero essere comici) i tre attori che hanno incarnato Peter Parker nel ventunesimo secolo (confermando, se ce n'era bisogno, che Holland è di gran lunga il migliore dei tre). Tutto ciò, però, rende inevitabile il fatto che il film non sia godibile a sé stante: per apprezzarlo appieno bisogna essere un "Marvel zombie", o quantomeno un nerd che si sia sciroppato tutti i film precedenti, non solo quelli del Marvel Cinematic Universe (vedi anche i mille riferimenti a Daredevil, Nick Fury, gli Avengers o Thanos) ma addirittura quelli fuori continuity. Se ci aggiungiamo qualche svolta un po' forzata, troppe strizzatine d'occhio e un brusco rallentamento nella parte centrale, il risultato è tutt'altro che perfetto, per quanto resti godibile (gli Spider-Man sono comunque superiori alla media degli altri film Marvel). Per la prima volta, anche in questo universo, abbiamo la celebre frase "Da un grande potere derivano grandi responsabilità", che dona all'intera trilogia finora realizzata il sapore della origin story. Il reset finale, che consentirà alla franchise, se lo vorrà, di ripartire ancora una volta (quasi) da zero, ricorda invece certe retcon proposte anche nei fumetti e spesso male accolte dai lettori (come il famigerato "Soltanto un altro giorno", One More Day, di Straczynski e Quesada). Nella scena mid-credits, apparizione a sorpresa del Venom interpretato da Tom Hardy (il che non ha senso: Eddie Brock non conosceva l'identità di Spider-Man!), che lascia un pezzo di simbiota nel MCU. Nel cast, tornano dai film precedenti Marisa Tomei (May), Zendaya (MJ, che in questo universo sta Michelle Jones e non per Mary Jane), Jacob Batalon (Ned, con il cognome Leeds confermato), Jon Favreau (Happy Hogan), mentre J.K. Simmons, senza bisogno di salti dimensionali, è J. Jonah Jameson.

21 luglio 2022

Survival of the dead (G. Romero, 2009)

Survival of the dead - L'isola dei sopravvissuti (Survival of the dead)
di George A. Romero – USA/Canada 2009
con Kenneth Welsh, Alan van Sprang
**

Visto in divx.

Per sfuggire all'apocalisse zombie che ormai impazza per il mondo, un gruppo di militari della Guardia Nazionale (Alan van Sprang, Eric Woolfe, Stefano Di Matteo e Athena Karkanis), insieme a un ragazzo (Devon Bostick), si rifugiano su Plum, isola nell'Atlantico al largo delle coste del Delaware. Qui scoprono però che è in atto una faida fra le due famiglie che da sempre popolano l'isola, guidate dai rispettivi patriarchi: Patrick O'Flynn (Kenneth Welsh), che dà la caccia alle "teste morte" (così vengono soprannominati i morti viventi) per eliminarli una volta per tutte, e Seamus Muldoon (Richard Fitzpatrick), che, spinto anche da motivi religiosi, vuole tenerli con sé, prigionieri, in attesa di una cura o perlomeno che imparino a mangiare anche carne non umana. Ispirato al classico western di William Wyler del 1958 "Il grande paese", il sesto film della saga ufficiale dei morti viventi è un onesto film zombesco, forse non spettacolare ma con tutti i crismi del genere, inserito nella continuity riavviata dal precedente "Le cronache dei morti viventi" (di cui rivediamo all'inizio i protagonisti in un breve inserto). Come ormai al solito, gli zombie non sono i veri nemici e non fanno paura (sono lenti e si uccidono facilmente con un colpo alla testa: al limite si soffre nel farlo se si trattava dei propri cari, amici o parenti). Il conflitto è semmai quello fra i gruppi contrapposti di sopravvissuti, che qui è letto in chiave di faida famigliare, con sottotesti tribali e religiosi. Niente di originale, ma nemmeno di sbagliato o di fastidioso. Nel cast anche Kathleen Munroe (in un doppio ruolo, quello delle due figlie di O'Flynn, una diventata zombie e l'altra no) e Joris Jarsky. Si tratta dell'ultimo film di Romero, che morirà nel 2017.

20 luglio 2022

Paese del silenzio e dell'oscurità (W. Herzog, 1971)

Paese del silenzio e dell'oscurità (Land des Schweigens und der Dunkelheit)
di Werner Herzog – Germania 1971
con Fini Straubinger, Else Fehrer
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Documentario sui sordociechi: il film segue in particolare Fini Straubinger di Monaco di Baviera, che Herzog aveva conosciuto durante le riprese del precedente "Futuro impedito". Fini, diventata completamente cieca a 15 anni e sorda a 18, racconta com'è la vita per chi, come lei, vive immerso nell'oscurità e nel silenzio (che poi in realtà non sono tali: come spiega lei stessa, si sentono continuamente rumori e ronzii, e anche gli occhi non vedono solo nero ma strani colori). I suoi ricordi di bambina e di ragazza, quando ancora vedeva e sentiva, le tornano in mente in continuazione: come le immagini di una gara di salto con gli sci. Rispetto ad altri "colleghi" di sventura, Fini è fra le più autonome: e infatti si occupa di volontariato, andando a fare visita ad altri sordociechi (soprattutto a quelli che vivono più isolati dagli altri, per esempio in campagna o negli istituti psichiatrici) per conto di un'associazione bavarese. Ciascuno ha un "accompagnatore" che li aiuta a comunicare fra loro e con il mondo esterno, grazie a un linguaggio esclusivamente "tattile", il metodo Lormen, che consiste in una serie di punti e di linee tracciate sul palmo della mano e lungo le dita. In generale, quello tattile è il principale modo che i sordociechi hanno per comunicare con il mondo, toccando oggetti e tastando forme. Fini e i suoi amici vengono così portati a volare per la prima volta (su un piccolo aeroplano), al giardino botanico a toccare le piante (persino i cactus!) e allo zoo ad accarezzare gli animali. Si incontrano regolarmente, per "parlare" e recitare poesie. Tutto, insomma, pur di non rimanere da soli a "naufragare nel buio e nel silenzio". Un film sincero, intenso, commovente, fra i migliori documentari di Herzog (ma d'altronde, quasi tutti i documentari di Herzog sono belli). La parte forse più impressionante è quella, nel finale, in cui incontriamo alcuni bambini che, a differenza di Fini, sono sordociechi dalla nascita: e ci viene spiegato che, se sin da piccoli non gli si insegna qualche forma di comunicazione, rimangono del tutto isolati dal mondo e chiusi in sé stessi, con conseguenze anche a livello mentale. Girato in maniera sobria e diretta, il film ha come unico accompagnamento alcuni brani di musica classica.

18 luglio 2022

Il rapporto (Abbas Kiarostami, 1977)

Il rapporto (Gozaresh)
di Abbas Kiarostami – Iran 1977
con Kurosh Afsharpanah, Shohreh Aghdashlu
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Mahmad Firouzkoui (Afsharpanah) lavora come impiegato all'ufficio tasse del ministero delle finanze. Accusato di aver preso una mazzetta per accelerare una pratica, viene sospeso dal lavoro: e nel frattempo i problemi economici e contemporaneamente i frequenti dissidi con la moglie Azam (Aghdashlu), insoddisfatta della vita coniugale, portano la coppia sull'orlo della rottura... Il secondo lungometraggio di Kiarostami è un film molto distante dal cinema di taglio poetico e neorealista che caratterizzerà in seguito la sua cifra stilistica, e non solo per l'ambientazione moderna e urbana (girato poco prima della rivoluzione islamica, mostra una Teheran dove si gioca d'azzardo, si beve e si fuma): nella sua analisi del malessere di una coppia borghese (e dei meandri di un lavoro burocratico) anticipa semmai in certe cose i lavori di Asghar Farhadi ("Una separazione", "Il cliente"). Nonostante il discreto successo di pubblico e critica all'epoca, resta certo un capitolo minore della filmografia del regista (benché, a ben cercarli, vi si possano ritrovare alcuni echi di lavori successivi – come "Il sapore della ciliegia"), ma tutto sommato ne mette in mostra molte qualità, a cominciare dalla capacità di ritrarre personaggi e ambienti con tocchi leggeri e quasi invisibili: si pensi alle lunghe sequenze dove il protagonista resta quasi sullo sfondo, mentre in primo piano ci sono persone qualunque impegnate in discorsi di tutti i giorni che però riecheggiano nel privato (come la scena nel bar dove Mahmad si reca a bere una birra, dove gli avventori discutono di denaro, felicità e pace con la propria coscienza), e che servono a fare "atmosfera" contribuendo al realismo del film. Kiarostami non giudica i suoi personaggi, che in un certo senso rappresentano il cittadino medio (o mediocre), e nel dissapore fra marito e moglie non prende le parti di nessuno né tantomeno cerca di edulcorarne i difetti: molto bello in particolare il finale, quasi sospeso ma significativo, efficace nella sua semplicità. In più, stupisce sempre il modo in cui il regista riesce a far "recitare" i bambini (in questo caso, la piccolissima figlia della coppia). Kiarostami ha affermato di essersi ispirato alle vicissitudini di due nuclei famigliari di sua conoscenza, i cui litigi vanno avanti quasi per abitudine, innescati da piccoli episodi senza un vero motivo, ma è possibile che vi siano confluiti aspetti autobiografici (stava a sua volta per separarsi dalla propria moglie). Curiosità: si tratta del suo primo film (e in questo resterà unico per altri diciassette anni) a essere prodotto con capitali privati, anziché finanziato da istituti governativi).

16 luglio 2022

Encanto (B. Howard, J. Bush, 2021)

Encanto (id.)
di Byron Howard, Jared Bush – USA 2021
animazione digitale
**

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Grazie a un misterioso "miracolo", i numerosi membri della famiglia Madrigal sono dotati di magici e fantastici poteri, che si estendono persino alla loro casa e con i quali proteggono il proprio benessere e quello del villaggio colombiano in cui vivono. Ciascuno di loro ha infatti un particolare "talento", che si tratti di parlare con gli animali, controllare la vegetazione o il clima, cambiare aspetto, un super-udito o una super-forza... tutti tranne la giovane e occhialuta Mirabel, unica della famiglia senza apparentemente alcun potere magico. E cosa ancora peggiore, una profezia dello zio Bruno (la "pecora nera" dei Madrigal, emarginato da tutti perché il suo dono di prevedere il futuro è visto come portatore di sciagura) sembra presagire che proprio lei sarà la causa della fine della magia... Grande successo di critica (ha vinto l'Oscar per il miglior lungometraggio d'animazione, ed è stato scomodato persino il realismo magico di García Márquez) per uno dei film Disney più sopravvalutati degli ultimi tempi: la retorica motivazionale deborda da ogni sequenza, come i fiori e i colori che in ogni inquadratura dipingono l'irreale Colombia vista sullo schermo: il soggetto vorrebbe essere metaforico (la magia è sostenuta, in fin dei conti, dall'unità della famiglia), ma l'assenza di un vero villain e la complessiva mancanza di struttura e coesione nella trama e nella sua improvvisa risoluzione rendono il tutto generico e noioso. L'unico punto di forza (almeno quello) sarebbero i personaggi, ma gran parte dei membri della famiglia sono caratterizzati praticamente con un solo tratto, spesso legato al loro potere, che li definisce in sé stessi e nel rapporto con gli altri. Di fatto sono come i barbapapà! Canzoni (di Lin-Manuel Miranda) invadenti e poco ispirate, con due sole eccezioni: "La pressione sale" e, soprattutto, "Non si nomina Bruno" (We Don't Talk About Bruno). Piccola curiosità: come ricordato dal logo iniziale, si tratta del sessantesimo "classico Disney", e Byron Howard aveva firmato anche il cinquantesimo, "Rapunzel".

14 luglio 2022

The Suicide Squad - Missione suicida (J. Gunn, 2021)

The Suicide Squad - Missione suicida (The Suicide Squad)
di James Gunn – USA 2021
con Idris Elba, Margot Robbie
*1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

La Task Force X (nome "ufficiale" della Suicide Squad, gruppo formato da supercriminali ai quali è stato offerto uno sconto di pena se collaboreranno con il governo degli Stati Uniti) viene inviata sull'isola latino-americana di Corto Maltese, dove c'è stato di recente un colpo di stato, per infiltrarsi e distruggere ogni traccia del misterioso "progetto Starfish", arma segreta messa a punto dallo scienziato pazzo Thinker (Peter Capaldi). A far parte della squadra, a questo giro, sono i mercenari rivali Bloodsport (Idris Elba) e Peacemaker (John Cena), l'uomo-squalo King Shark (doppiato in originale da Sylvester Stallone), l'ammaestratrice di topi Ratcatcher II (Daniela Melchior) e il folle Polka-Dot Man (David Dastmalchian), mentre Harley Quinn (Margot Robbie) e il suo mentore, il colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman), si trovano già sul posto, essendo stati inviati con un precedente gruppo di cui sono i soli sopravvissuti. Secondo film della Suicide Squad dopo il precedente "Suicide Squad" (sì, i titolisti non hanno molta fantasia), terzo del DC Extended Universe con Harley Quinn (che nel frattempo è apparsa anche in "Birds of Prey"): si sperava in James Gunn, in trasferta dalla Marvel fra un episodio e l'altro di "Guardians of the Galaxy", perché facesse meglio di David Ayer (e non ci voleva poi molto), ma anche stavolta si resta delusi. Il divertimento ultraviolento e decerebrato è spacciato per irriverente, ma fra personaggi stupidi (e improbabili) al limite del demenziale, una trama generica, una fotografia sempre troppo scura e un doppiaggio italiano mediocre, per almeno tre quarti del film si fa fatica trovare un bandolo di interesse. Le gag sono infantili e, quasi sempre, non fanno ridere. E pure il personaggio di Harley Quinn sembra peggiorare di pellicola in pellicola: ormai è diventato solo una macchietta. Le cose migliorano un po' nel finale, con lo scontro con il mostruoso Starro il Conquistatore, gigantesco alieno a forma di stella marina (un vero e proprio kaiju, come commentano gli stessi personaggi del film). Nel cast anche Viola Davis, Michael Rooker, Alice Braga. Peacemaker tornerà in una serie tv. Come già nel "Batman" di Tim Burton, il nome Corto Maltese non è un omaggio diretto a Hugo Pratt: l'isola, infatti, era citata nel seminale "Il ritorno del cavaliere oscuro" di Frank Miller.

13 luglio 2022

Gran casino (Luis Buñuel, 1947)

Gran casino, aka En el viejo Tampico
di Luis Buñuel – Messico 1947
con Jorge Negrete, Libertad Lamarque
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il film che segna ufficialmente il ritorno di Buñuel alla regia, a quattordici anni di distanza da "Las Hurdes" (nel frattempo aveva continuato a lavorare nel cinema come produttore e supervisore del doppiaggio, ed era fuggito dalla Spagna franchista per trasferirsi prima negli Stati Uniti e poi in Messico), e che inaugura dunque il suo "periodo messicano", è una pellicola musicale realizzata per conto del produttore di origine russa Óscar Dancigers. Si tratta di un film puramente commerciale e privo della minima influenza surrealista, girato con relativa competenza ma di scarso valore dal punto di vista artistico (è forse il titolo meno interessante di tutta la filmografia buñueliana). Il suo unico punto di forza, diciamo così, risiede nei due interpreti, due divi molto popolari nel Messico degli anni Quaranta (che a quei tempi stava vivendo il periodo forse più fortunato della propria industria cinematografica): l'argentina Libertad Lamarque e il messicano Jorge Negrete, attori e cantanti protagonisti di molte commedie musicali. Si tratta di un film di genere charro, equivalente al western statunitense (il "gran casino" del titolo è praticamente un saloon, dove si beve, si gioca d'azzardo e si assiste a spettacoli musicali), ambientato in una zona di frontiera, a Tampico, durante il boom delle estrazioni petrolifere. José Enrique (Francisco Jambrina), proprietario di un giacimento che rifiuta di vendere a una potente compagnia straniera, viene ucciso dagli uomini di Don Fabio (José Baviera), il losco proprietario del casino locale: e a proteggere il pozzo di petrolio, passato ora nelle mani della sorella Mercedes (Lamarque), è il coraggioso bracciante Gerardo (Negrete), che naturalmente si innamora anche della donna. La parte più interessante della vicenda è probabilmente quella centrale, in cui Mercedes indaga in incognito sulla sorte del fratello (nessuno, nemmeno Gerardo, conosce la sua identità). Ma premesse e conclusioni sono quantomeno pretestuose, e alla fine ci si ricorda soprattutto delle numerose canzoni (alcune delle quali interrompono il flusso della storia) interpretate dai due protagonisti (Buñuel rammenta: «Li facevo cantare in continuazione, come se fossero in competizione»). Nonostante tutto, scarso il successo al botteghino: Don Luis tornerà alla regia, sempre in Messico, solo due anni più tardi.

9 luglio 2022

Rollerball (Norman Jewison, 1975)

Rollerball (id.)
di Norman Jewison – USA/GB 1975
con James Caan, John Houseman
***

Rivisto in DVD, per ricordare James Caan.

In un mondo futuro in cui le nazioni non esistono più e sono state sostituite da potenti corporazioni (ogni città del pianeta è responsabile della produzione di un particolare bene), l'unica valvola di sfogo consentita è il Rollerball, uno sport estremamente violento di cui Jonathan E. (James Caan), capitano della squadra di Houston, è il veterano e il campione riconosciuto. Ma quando il dirigente della corporazione dell'Energia che gestisce la sua squadra (John Houseman) gli ordina di ritirarsi dallo sport, Jonathan inizia a interrogarsi sui motivi e prende finalmente coscienza del fatto che le corporazioni controllano ogni aspetto della vita dei cittadini, persino quelli più privati (in passato gli era stato imposto di lasciare la propria moglie), e decide di ribellarsi. L'uomo da solo contro il sistema e il potere: la metafora socio-politica non potrebbe essere più evidente. Da un racconto di William Harrison, un film che si iscrive nel filone distopico tanto in voga negli anni Settanta, anche se non del tutto all'altezza di capolavori come "Arancia meccanica", "Fahrenheit 451" o "2022: i sopravvissuti". Il punto di forza, che gli ha consentito di diventare a suo modo un classico, è sicuramente il tema dello sport, con il Rollerball (una disciplina che si pratica su piste circolari, con una sfera di ferro che rotola in stile flipper, e dove i giocatori si muovono su pattini a rotelle o a bordo di motociclette corazzate, spintonandosi o prendendosi a mazzate) che – man mano che il film procede, e che la soppressione delle regole rende sempre più brutale e sanguinoso – si trasforma in una sorta di competizione all'ultimo sangue come quelle fra i gladiatori nell'arena (il finale, in cui il pubblico grida all'unisono il nome di Jonathan, evoca "Spartacus" e simili). In questo, la pellicola ricorda la contemporanea "Anno 2000 - La corsa della morte" (Death Race 2000), che però premeva più sul pedale della satira. Gli incontri cui assistiamo durante il film (violenti e dinamici: fu una delle prime pellicole hollywoodiane ad accreditare i nomi degli stuntmen nei titoli di coda) sono in tutto tre, in ordine crescente di violenza: quelli di Houston contro Madrid, Tokyo e New York. Iconica l'uniforme di Caan, arancione con il numero 6. Meno riuscito l'aspetto sociopolitico, troppo sfumato (lo stesso protagonista cerca inutilmente di ottenere informazioni sulle "guerre corporative" che hanno plasmato il mondo, consultando per esempio Zero, il computer-archivista "liquido" di Ginevra che conserva tutto lo scibile umano ma con la memoria corrotta) e che oggi appare particolarmente datato nel ritmo e nella regia, accrescendo ancora di più il contrasto con le sequenze delle partite. Nel cast anche John Beck (Moonpie, il compagno di squadra), Maud Adams, Moses Gunn e Ralph Richardson (l'archivista). La colonna sonora è a base di musica classica, in particolare con la Toccata e fuga in re minore di Bach (sui titoli di testa e di coda) e l'Adagio di Albinoni (sui video della moglie). Un remake nel 2002.

6 luglio 2022

Margin call (J.C. Chandor, 2011)

Margin call (id.)
di J.C. Chandor – USA 2011
con Kevin Spacey, Zachary Quinto
***

Visto in TV (Now Tv).

Quando un giovane analista del rischio (Zachary Quinto), studiando i dati raccolti da un collega appena licenziato (Stanley Tucci), si rende conto che il mercato dei mutui subprime sta per crollare e lo comunica al suo superiore (Paul Bettany), questi mobilita a sua volta il proprio capo (Kevin Spacey) e, risalendo la catena di comando, si arriva al grande boss (Jeremy Irons) della potente società di trading per la quale lavorano, una banca d'investimenti di Wall Street. In una drammatica riunione notturna, tutti si rendono conto che la loro stessa società è troppo esposta per reggere l'urto dell'imminente crisi. Viene così presa la decisione di svendere ad ogni costo, già l'indomani mattina, tutti i titoli tossici in loro possesso, senza preoccuparsi delle conseguenze sugli ignari acquirenti. Thriller notturno e corale su temi economici, sceneggiato dallo stesso regista (all'esordio nel lungometraggio) e ispirato alla grande crisi del 2008 (la società di trading nel film non viene mai nominata, ma è chiaramente modellata sulla Goldman Sachs). Ambientato nell'arco di sole 24 ore, rende interessante un argomento (per me) "fumoso" come il mercato finanziario, popolato da yuppie cinici e spregiudicati e da scambi di denaro e azioni spesso del tutto "virtuali" (gli stessi personaggi commentano amaramente come, molti di essi, abbiano lasciato professioni e lavori che producevano qualcosa di "tangibile", quali ponti o razzi, per dedicarsi all'analisi di numeri su uno schermo da cui però dipendono le vite e i destini di molte persone). "Se fossi rimasto a zappare la terra, ci sarebbe qualcosa di tangibile a testimoniarlo", dice uno di loro. Fra decisioni difficili, crisi personali, compromessi morali e riflessioni sul capitalismo (o meglio, sulla sopravvivenza delle grandi corporazioni, anche a scapito del bene comune), la pellicola si concentra sui dialoghi e gli scontri fra personaggi non privi di tratti umanizzanti (vedi il dolore di Kevin Spacey per la morte del suo cane). Visti i temi esistenzialisti, e fatte le dovute distinzioni, siamo più dalle parti del "Cosmopolis" di Cronenberg che da quelle de "La grande scommessa" di McKay (per citare altre due ottime pellicole recenti sull'argomento). Ottimo il cast, che comprende anche Simon Baker, Demi Moore e Penn Badgley. Nomination agli Oscar per la sceneggiatura.

29 giugno 2022

Freaks out (Gabriele Mainetti, 2021)

Freaks out
di Gabriele Mainetti – Italia 2021
con Aurora Giovinazzo, Franz Rogowski
**

Visto in TV (Prime Video).

Nella Roma occupata dai nazisti, durante la seconda guerra mondiale, quattro freak di un circo, dotati di "superpoteri" – il forzuto "uomo bestia" Fulvio (Claudio Santamaria), l'albino Cencio (Pietro Castellitto) in grado di comunicare con gli insetti, il nano Mario (Giancarlo Martini) dal corpo magnetico, e la giovane Matilde (Aurora Giovinazzo) che controlla l'elettricità – devono vedersela con il tedesco Franz (Franz Rogowski), pianista con sei dita e capace di scrutare nel futuro, che intende reclutarli per impedire il crollo del Terzo Reich. Il secondo film di Mainetti, dopo il successo di "Lo chiamavano Jeeg Robot", è un'altra variante "all'italiana" del cinema di supereroi, ma con molte più ambizioni: la collocazione storica e la combinazione di eventi bellici ed elementi fantastici fanno pensare a un mix fra "Il labirinto del fauno" di Del Toro, i film della Marvel e i "Bastardi senza gloria" di Tarantino, mentre la presenza dei freak e del circo ricordano certe cose di Jodorowsky ("Santa sangre") o De la Iglesia ("Ballata dell'odio e dell'amore"). Il problema è che il film ha il difetto di... provarci un po' troppo. La confezione è troppo patinata e ricercata, fra effetti speciali e fotografia ipercorretta che gli donano un'estetica fredda, finta e fastidiosa; i dialoghi sono espositivi (e la presa diretta li rende a tratti difficili da capire, anche perché spesso coperti dalla musica o dai rumori); personaggi e situazioni sono artificiali o infantili; e le caratterizzazioni sono schematiche e prive di sottigliezza (vedi per esempio i nazisti tutti cattivissimi – a proposito, è possibile che a Roma ci siano solo nazisti, e nemmeno un fascista? – o i partigiani menomati che cantano "Bella ciao"). Il personaggio più interessante è comunque l'antagonista, Franz (e la sequenza migliore quella delle sue allucinazioni sotto l'influsso dell'etere): e però, nessuno, nemmeno lui, si rende conto che il potere di vedere il futuro sarebbe molto più importante degli altri per vincere la guerra? Troppo lunga e fracassona la battaglia finale. Giorgio Tirabassi è Israel, direttore della compagnia circense, Max Mazzotta è il Gobbo, capo dei partigiani.

27 giugno 2022

La stangata (George Roy Hill, 1973)

La stangata (The sting)
di George Roy Hill – USA 1973
con Robert Redford, Paul Newman
***

Rivisto in TV (Now Tv).

Nella Chicago del 1936, fra crimine, gioco d'azzardo e l'onda lunga della Grande Depressione, due "artisti della truffa" – il giovane Johnny Hooker (Robert Redford) e il più esperto Henry Gondorff (Paul Newman) – organizzano una complessa "stangata" ai danni del gangster Doyle Lonnegan (Robert Shaw), anche per vendicare un amico comune (Robert Earl Jones) che questi ha fatto ammazzare. Da una sceneggiatura quasi perfetta di David S. Ward, ispirata fra l'altro alle imprese dei "veri" fratelli Fred e Charley Gondorff, forse il più celebrato caper movie (film di truffe) di tutti i tempi, vincitore di sette premi Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, scenografie, costumi, montaggio e colonna sonora, più altre tre nomination). La complessità dell' "imbroglio del telegrafo" che Johnny e Henry mettono in scena (allestendo una finta sala scommesse per le corse dei cavalli, con decine di comparse e di complici, fra i quali quelli interpretati da Ray Walston, Harold Gould, Jack Kehoe) va di pari passo con altri colpi di scena, anche ai danni dello spettatore (vedi il twist sull'identità del misterioso killer che Lonnegan ha sguinzagliato sulle tracce di Johnny, o quello – indimenticabile – nel finale, che conclude degnamente la "stangata"). Da ricordare inoltre la partita a poker sul treno. Le ottime interpretazioni (nel cast anche Eileen Brennan, Dimitra Arliss, Charles Dierkop e Charles Durning nei panni del poliziotto corrotto Snyder) e tanti piccoli dettagli (come l'iconico cenno di complicità, con le dita lungo il naso, che i truffatori si scambiano a distanza) favoriscono la caratterizzazione dei personaggi. Bella anche la ricostruzione d'epoca, accompagnata peraltro da una memorabile colonna sonora (seppur leggermente anacronistica) a base di ragtime di Scott Joplin, fra cui il celeberrimo "The entertainer" che ritrovò così una nuova e inattesa popolarità. Efficaci ma anacronistici anche i tanti rimandi al cinema muto, come i cartelli dipinti che intervallano le varie sezioni della pellicola, e le iridi circolari usate nelle transizioni da scena a scena, o per sottolineare determinati particolari dell'inquadratura. A ben pensarci, anche la colonna sonora richiama la spigliatezza e la leggerezza di certe comiche del periodo muto: in altri momenti, comunque, il film non si risparmia una certa tensione, che sfocia in autentica suspense. Alcune critiche che lo accusano di essere un po' monotono e meccanico, comunque, non sono del tutto campate in aria. George Roy Hill aveva già diretto la coppia Redford/Newman quattro anni prima nel western "Butch Cassidy".

26 giugno 2022

Lo chiamavano Bulldozer (Michele Lupo, 1978)

Lo chiamavano Bulldozer
di Michele Lupo – Italia/Germania 1978
con Bud Spencer, Raimund Harmstorf
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Ex campione di football americano, ritiratosi misteriosamente dallo sport professionistico all'apice della carriera per fare il marinaio giramondo, il gigantesco "Bulldozer" (Bud Spencer) si ritrova temporaneamente bloccato nel porto di Livorno per un danno al motore del suo vecchio barcone. Qui incontra e decide di allenare un gruppo di ragazzi italiani che hanno sfidato in una partita di football i soldati di una vicina base militare americana, guidati dal subdolo sergente Kempfer (Raimund Harmstorf), nei cui confronti hanno una forte rivalità. Con i suoi modi bruschi ma paterni, Bulldozer ne farà una vera squadra, insegnando loro i valori dello sport anche in chiave pedagogica e integrando anche gli elementi più problematici, come il ladruncolo Gerry (Ottaviano Dell'Acqua), il picchiatore Orso (Joe Bugner) e l'appassionato di scommesse Spitz (Giovanni Vettorazzo). E nel finale, per far fronte al "gioco sporco" degli americani, Bulldozer dovrà entrare personalmente in campo. Commedia "a solo" per Bud Spencer (senza Terence Hill o un'altra vera spalla), in cui non mancano (ovviamente) sganassoni e gag da fumetto, ma la trama per una volta è "seria" e i momenti intensi: anche la confezione è complessivamente fra le migliori dei film dell'attore. La colonna sonora è, come sempre, dei fratelli De Angelis (Oliver Onions), con la canzone "Bulldozer". Bud, doppiato da Glauco Onorato, canta però con la propria voce una canzone in spagnolo, "El indio Chaparral". Harmstorf è doppiato da Ferruccio Amendola, mentre il colonnello del campo militare ("Sa qual è il mio peggior difetto?") è interpretato da René Kolldehoff. Fra i ragazzi spiccano Enzo Santaniello e Nando Paone. Memorabili anche il barbiere sardo (Piero Del Papa) e il "maneggione" italo-americano (Gigi Reder). La base americana è quella di Camp Darby (chiamata Camp Durban nel film). "Bomber" del 1982, girato negli stessi luoghi con lo stesso regista, ne sarà praticamente un remake (con il pugilato al posto del football).

25 giugno 2022

Armour of God (Jackie Chan, 1986)

Armour of God (Long xiong hu di)
di Jackie Chan – Hong Kong 1986
con Jackie Chan, Alan Tam
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Per mettere le mani su pezzi mancanti dell'"Armatura di Dio", potente e leggendario manufatto, i membri di un bizzarro culto religioso si rivolgono ad Asian Hawk (Jackie Chan), ex musicista e ora ladro internazionale di antichità, sequestrando Laura/Lorelei (Rosamund Kwan), la fidanzata del suo miglior amico Alan (Alan Tam), per convincerlo a collaborare. Ma Jackie, insieme a questi e alla bella May (Lola Forner), figlia dell'aristocratico collezionista che gli ha "prestato" alcuni pezzi dell'Armatura, sgominerà la setta. Girato in Europa (in Francia, Austria, ma soprattutto in Yugoslavia, ovvero a Zagabria e in Slovenia, dove si trova il castello nella roccia che ospita la setta, Castel Lueghi), il film fa parte delle pellicole "esotiche" di Jackie Chan degli anni ottanta, quelle cioè ambientate al di fuori del consueto scenario cinese o hongkonghese (si pensi anche a "Il mistero del conte Lobos"), ma strizza anche l'occhio ai film d'azione-avventura alla Indiana Jones, in particolare nell'incipit che vede il nostro alle prese con una tribù africana, alla quale sottrae la "sacra spada" che non è altro che una delle parti dell'Armatura di Dio. Questa, nel prosieguo della vicenda, si rivela essere poco più che un McGuffin, un pretesto narrativo per portare avanti una trama da fumetto, ricca di ingenuità a livello di trama, gag e personaggi (ma non è una novità per il cinema di HK dell'epoca). Se dobbiamo trovargli un vero difetto, però, è l'assenza di combattimenti rilevanti prima degli ultimi minuti, quando Jackie si batte prima contro i membri della setta (vestiti da frati cappuccini, con le classiche tonache) e poi contro quattro amazzoni di colore con tacchi a spillo (!), in una delle sequenze più bizzarre della sua filmografia ("Sorry!"). Abbondano invece gli stunt, dagli inseguimenti in auto al balzo conclusivo su un pallone aerostatico. E proprio una delle acrobazie della scena iniziale ha rischiato di costare la vita al buon Jackie, come mostrato anche nei bloopers sui titoli di coda: un salto da un muro in rovina a un albero, complice la rottura di un ramo, si è concluso con una caduta contro le rocce che gli ha causato una frattura al cranio: è stato l'incidente più grave della sua carriera. Forse anche per questo, il film ha avuto un grande riscontro in patria e diventò all'epoca il campione d'incassi di tutti i tempi a Hong Kong. In Italia, invece, è rimasto inedito. Due seguiti: "Operation Condor" nel 1991 e "Chinese zodiac" nel 2012. La modella spagnola Lola Forner aveva già recitato insieme a Jackie nel suddetto "Conte Lobos".

18 giugno 2022

La donna della domenica (L. Comencini, 1975)

La donna della domenica
di Luigi Comencini – Italia/Francia 1975
con Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant
**1/2

Visto in TV (Prime Video), per ricordare Jean-Louis Trintignant.

A Torino, il commissario Santamaria (Mastroianni) indaga sull'assassinio dell'architetto Garrone (Claudio Gora), mediocre intrallazzatore e viscido sessuomane di cui non pochi si erano augurati la morte. Per via di un equivoco, i primi sospettati sono due membri dell'alta società: Anna Carla Dosio (Jacqueline Bisset), moglie annoiata di un ricco industriale, e il suo amico Massimo Campi (Trintignant), omosessuale nevrotico. Che a modo loro, appassionatisi al caso – così come il giovane amante di Massimo, l'impiegato comunale Lello (Aldo Reggiani) – aiuteranno il commissario nelle indagini... Ingarbugliato giallo tratto dall'omonimo e fortunato romanzo di Fruttero & Lucentini, sceneggiato da Age e Scarpelli (i dialoghi spaziano da cenni di approfondimento sociale e culturale a momenti comici ed esilaranti), che ha il suo punto di forza nella descrizione di un multicosmo torinese popolato da imprenditori che svendono i loro stabilimenti agli americani, altoborghesi in crisi di identità, finti intellettuali ipocriti e perbenisti, nobili decaduti che si lamentano del degrado che li circonda ma che al tempo stesso progettano la lottizzazione dei propri terreni, immigrati del Sud che lavorano come domestici o ricoprono cariche statali (poliziotti in primis). La soluzione del giallo (abbastanza inaspettata: d'altronde i sospettati sono numerosi) giunge grazie a un proverbio piemontese, "La cativa lavandera treuva mai la bona pera", con la resa dei conti finale che si svolge allo storico mercatino delle pulci del Balon. L'omicidio con il fallo di pietra usato come arma del delitto ricorda una scena di "Arancia meccanica" di Kubrick. Nel vasto cast anche Gigi Ballista, Franco Nebbia, Pino Caruso, Lina Volonghi, Maria Teresa Albani, Tina Lattanzi, Omero Antonutti. Musiche di Ennio Morricone.

3 giugno 2022

In ordine di sparizione (H.P. Moland, 2014)

In ordine di sparizione (Kraftidioten)
di Hans Petter Moland – Norvegia/Svezia 2014
con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz
**1/2

Visto in TV (Prime Video), con Sabrina.

Quando una banda di trafficanti di droga gli uccide il figlio, il tranquillo Nils Dickman (Stellan Skarsgård), autista di spazzaneve e abitante di una cittadina isolata nel nord della Norvegia, decide di sgominare da solo l'intera banda. La trama non è dissimile da quelle di tanti revenge movie: a fare la differenza sono l'ambientazione innevata e i toni quasi astratti e assurdisti, conditi da un sottilissimo black humour, che ricordano di volta in volta il Kitano di "Outrage", le commedie criminali di Guy Ritchie, e persino il Jarmusch di "Ghost dog" e il McDonagh di "In Bruges". Un nutrito gruppo di "cattivi" dotati di personalità – dal capo della banda, il "Conte" (Pål Sverre Hagen), ai suoi vari sottoposti, ai membri della banda rivale serba, guidata dal vecchio "Papa" (Bruno Ganz) – è vittima della vendetta lenta, fredda e metodica del protagonista: ogni morte è accompagnata, a mo' di necrologio, dal nome del deceduto sullo schermo nero, il che giustifica il titolo italiano. Tyos, la cittadina dove si svolge la storia, è immaginaria. Nel 2019 lo stesso regista ne ha diretto il remake americano, "Un uomo tranquillo", con protagonista Liam Neeson.

22 maggio 2022

Mare dentro (Alejandro Amenábar, 2004)

Mare dentro (Mar adentro)
di Alejandro Amenábar – Spagna 2004
con Javier Bardem, Belén Rueda
***

Rivisto in divx.

Dopo venticinque anni trascorsi da tetraplegico, rimasto paralizzato in seguito a un tuffo in quel mare che ama tanto, l'ex pescatore galiziano Ramón Sampedro (uno straordinario Bardem) ha deciso di morire. E con l'aiuto di parenti, amici, e dell'avvocatessa Julia (Belén Rueda), che soffre a sua volta per una malattia degenerativa, porta avanti in tribunale una lunga battaglia legale per vedersi riconosciuto il diritto al suicidio assistito, mentre nel contempo dà alle stampe un suo libro di memorie. Tratto da una storia vera che era a forte rischio di retorica (ma la regia di Amenábar, anche sceneggiatore insieme a Mateo Gil, riesce a trascendere l'argomento), un film sincero e commovente su un tema – l'eutanasia – che ovviamente non può che dividere l'opinione pubblica, così come le stesse persone che circondano e amano Ramón: si va dall'attivista umanitaria Gené (Clara Segura), sempre al suo fianco, all'amica Rosa (Lola Dueñas), che pur cercando di dissuadere Ramon sarà colei che lo aiuterà alla fine a morire; dal fratello José (Celso Bugallo) e dal padre Joaquin (Joan Dalmau), che disapprovano la sua decisione, alla cognata Manuela (Mabel Rivera) e al nipote Javier (Tamar Novas), con cui stringe un particolare legame; e naturalmente ci sono le influenze esterne, da parte della società, del sistema legale e della religione, impersonate quest'ultime da padre Francisco (José María Pou), prete anch'esso tetraplegico, che discute inutilmente con Ramón di teologia. A parte alcuni flashback che lo mostrano da giovane, Bardem recita per l'intero film immobile (e "invecchiato") nel suo letto: fa eccezione la sequenza con cui "vola" letteralmente con l'immaginazione, fuori dalla finestra di casa, sorvolando il paesaggio fino a raggiungere il mare e incontrarsi con l'amata Julia, sulle note del "Nessun dorma" dalla Turandot di Puccini. Gran premio della giuria al festival di Venezia e Oscar per il miglior film straniero.

20 maggio 2022

Ghostbusters: Legacy (J. Reitman, 2021)

Ghostbusters: Legacy (Ghostbusters: Afterlife)
di Jason Reitman – USA 2021
con Mckenna Grace, Finn Wolfhard
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Trasferitisi con la madre Callie (Carrie Coon) nella fattoria in Oklahoma ereditata dal nonno materno, da poco defunto, i giovani Trevor (Finn Wolfhard) e Phoebe (Mckenna Grace) scoprono che questi non era altro che Egon Spengler, uno degli originali "Acchiappafantasmi" che nel 1984 salvarono New York dall'invasione di Gozer, divinità sumera che sta per tornare proprio nella tranquilla cittadina di Summerville... Sequel diretto (e in "tempo reale": sono passati quasi quarant'anni sia nella finzione che nella "realtà") del cult movie di Ivan Reitman, con la regia del figlio d'arte Jason, che fa giustamente finta che il brutto reboot del 2016 non sia mai esistito. Oltre a presentare una "nuova generazione" di Acchiappafantasmi (termine correttamente usato nel doppiaggio italiano, anche se non nel titolo), è anche un omaggio nostalgico e celebrativo alla pellicola originale, di cui riappaiono in brevi apparizioni i personaggi principali (e i loro attori: Dan Aykroyd, Bill Murray, Ernie Hudson, Annie Potts e, solo sui titoli di coda, Sigourney Weaver; Harold Ramis, nel frattempo defunto, è invece sostituito dallo stesso Ivan Reitman, in versione fantasma, in una serie di scene assai toccanti). Lungi dal deludere come ci si sarebbe potuti attendere, la pellicola è a tratti sorprendente: nella prima parte presenta toni piuttosto diversi da quelli comici del passato, calcando maggiormente sul versante misterioso e drammatico, quasi da horror familiare, e mantenendo però il misterioso connubio fra scienza e soprannaturale (nella fattoria del nonno, i ragazzi ritrovano tutte le vecchie apparecchiature dei Ghostbusters, comprese le trappole, gli zaini protonici e l'automobile Ecto-1, rimettendole in funzione con l'aiuto del fantasma di Egon). I nuovi personaggi sono divertenti ed eccentrici – compresi comprimari come il piccolo complottista Podcast (Logan Kim), che stringe amicizia con la nerd Phoebe; l'insegnante-sismologo Gary Grooberson (Paul Rudd), che proietta vecchi film horror per gli studenti in classe; e Lucky (Celeste O'Connor), la figlia dello sceriffo locale, che prende in simpatia Trevor – e con il loro umorismo (diverso, ma non troppo, da quello originale) traghettano la pellicola fino a una parte finale che, a dire il vero, ha il difetto di riproporre le stesse situazioni del primo film, nonché di riesumarne il villain (Gozer il gozeriano, appunto, con i suoi lacché Mastro di chiavi e Guardia di porta) e le dinamiche (l'unica differenza è l'ambientazione, praticamente all'opposto, con il deserto dell'Oklahoma al posto della caotica città newyorkese). Persino l'uomo dei marshmallow Stay Puft fa una ricomparsa, stavolta in versione minuscola (e multipla). Nel complesso, però, la pellicola lascia una buona impressione, anche se strada facendo si trasforma da un'avventura a sé stante in una nostalgica (e commovente, dato il nome del regista, anche sceneggiatore, e il coinvolgimento del cast originale) rivisitazione del passato, quasi alla "Stranger Things" (non un caso, vista anche la presenza di Wolfhard). Olivia Wilde è Gozer, J.K. Simmons il (redivivo) architetto folle Ivo Shandor, solamente citato nel primo film. La dedica finale, ovviamente, è "per Harold" (Ramis).

19 maggio 2022

Darò un milione (Mario Camerini, 1935)

Darò un milione
di Mario Camerini – Italia 1935
con Vittorio De Sica, Assia Noris
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il giovane miliardario Gold (Vittorio De Sica), annoiato e stufo della sua vita troppo agiata e controllata, ma soprattutto dell'essere sempre attorniato da parenti e amici parassiti, si tuffa in mare dal suo yacht ancorato al largo della costa della Francia e, una volta a terra, si scambia d'abiti con un barbone, Blim (Luigi Almirante), al quale confida che regalerebbe volentieri un milione "a chiunque farà un gesto generoso e spontaneo verso di me". Quando Blim rivela il fatto ai giornali, la notizia che un riccone si aggira in città vestito da povero fa scalpore: e tutti si affrettano a mostrarsi premurosi verso i mendicanti, nella speranza che uno di essi sia il miliardario in incognito. Nel frattempo Gold incontra Anna (Assia Noris), una ragazza gentile che lavora in un circo e che, credendolo disoccupato, si premura di fargli ottenere un lavoro presso il proprio padrone... Co-sceneggiata da Cesare Zavattini, al suo primo lavoro cinematografico (e tratta da un racconto scritto da lui stesso, insieme a Giacinto Mondaini, il padre di Sandra), una fortunata commedia di costume, mordace e spigliata, che abbina gag comiche (e fumettistiche, a tratti quasi anticipatrici di Fellini, con personaggi macchiettistici e l'ambientazione circense a fare da sfondo: vedi anche la scena finale con i barboni sulle giostre) a un'analisi sociale che punta sul paradosso (l'inversione dei ruoli fra ricchi e poveri, mecenati e mendicanti) e sulla satira (la presa in giro dell'ipocrisia e della beneficienza "interessata" dell'alta società) per dire non poco sul mondo e la società italiana dell'epoca (anche se la vicenda è ambientata in Francia, forse per evitare prudentemente problemi di censura). Si tratta del secondo film interpretato da De Sica per Camerini, nonché del primo in cui recita insieme ad Assia Noris (seguiranno "Ma non è una cosa seria", "Il signor Max" e "I grandi magazzini"). Mario Gallina è il proprietario del circo, Vinicio Sofia il direttore del giornale.

17 maggio 2022

Fish tank (Andrea Arnold, 2009)

Fish tank (id.)
di Andrea Arnold – GB 2009
con Katie Jarvis, Michael Fassbender
***

Visto in divx.

La quindicenne Mia (Katie Jarvis) è una ragazza ribelle e problematica, solitaria e arrabbiata, che vive con la madre (Kierston Wareing) e la sorella minore Tyler (Rebecca Griffiths) alla periferia di Londra, in un ambiente alquanto degradato. A parte l'amore per gli animali, la sua unica passione è la danza, ma nessuno sembra prenderla sul serio. Riceverà però un inatteso incoraggiamento da Connor (Michael Fassbender), il nuovo ragazzo di sua madre, che la prende in simpatia... Uno spaccato di realtà difficile e alienazione adolescenziale, girato in maniera coinvolgente con camera a mano e piani sequenza, e con uno scenario familiare e sociale disagiato a fare da sfondo a una protagonista che parla poco ma riesce a esprimersi attraverso le azioni, gli sguardi e l'apparente rigetto di tutto ciò che la circonda. E non mancano colpi scena e momenti drammatici, vissuti però con la leggerezza e l'inconscienza tipica dell'adolescenza. Nella colonna sonora (tutta diegetica) spicca la cover di "California Dreamin'" cantata da Bobby Womack, la canzone preferita da Connor, sulle cui note Mia prepara la sua audizione come danzatrice in un locale. La cavalla che viene uccisa perché "malata" e vecchia, avendo sedici anni, è una metafora del cambiamento e dell'arrivo dell'età adulta: sedici anni è infatti la stessa età a cui Mia, ormai maturata, decide finalmente di andarsene di casa. Molto bello il rapporto di amore/odio con la madre e la sorella (con cui litiga in continuazione, ma che alla fine saluta con affetto: "Ti odio", "Ti odio anch'io"), esemplificato dalla scena in cui le tre ballano insieme. Ottime le interpretazioni (Jarvis non è un'attrice professionista) e la regia. Harry Treadaway è il "fidanzatino" Billy. Premio della giuria al festival di Cannes.

15 maggio 2022

Kramer contro Kramer (R. Benton, 1979)

Kramer contro Kramer (Kramer vs. Kramer)
di Robert Benton – USA 1979
con Dustin Hoffman, Meryl Streep
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Lasciato all'improvviso dalla moglie Joanna (Meryl Streep), il pubblicitario newyorkese Ted Kramer (Dustin Hoffman) è costretto a barcamenarsi con fatica per accudire da solo il figlioletto di sette anni, sacrificando in parte proprio quel lavoro cui in precedenza dedicava tutto sé stesso, cosa che era stata all'origine della frattura con la moglie. E quando la donna, dopo più di un anno, si ripresenta per chiedere che le venga affidato il bambino, i due ex coniugi decidono di sfidarsi in tribunale. (Melo)dramma coniugale e giudiziario di grande successo (vinse cinque premi Oscar – assegnati al film, alla regia, alla sceneggiatura e ai due interpreti principali – su nove nomination), che fu apprezzato per aver messo in luce alcuni dei cambiamenti allora in atto nella società americana (i genitori single, i ruoli del padre e della madre, il tempo dedicato al lavoro e alla famiglia). A dispetto del titolo, il film non è "simmetrico": il punto di vista è sempre quello del marito, di cui seguiamo le vicissitudini dall'inizio alla fine (con un lento miglioramento man mano che si impegna a vivere insieme al figlio), mentre la moglie appare misteriosa ed emotiva, ritratta come imprevedibile e inaffidabile. Il tono è realista, benché a tratti un po' forzato e privo di sottigliezze. Non mancano comunque scene assai efficaci (quella in cui Ted si procura un nuovo impiego nell'arco di poche ore, e alcune delle sequenze del processo, peraltro rappresentato come assai sgradevole, dove gli avvocati non lesinano colpi bassi), soprattutto per merito degli eccellenti attori. Alcune scene sono state improvvisate. Nel cast anche Jane Alexander (Margaret, la vicina di casa) e Howard Duff (l'avvocato di Ted). Il bambino, Billy, è interpretato da Justin Henry. Nella colonna sonora ricorre il primo movimento del concerto in do maggiore per mandolino di Vivaldi.

13 maggio 2022

Quo vadis? (Enrico Guazzoni, 1913)

Quo vadis?
di Enrico Guazzoni – Italia 1913
con Amleto Novelli, Lea Giunchi
**

Visto su YouTube.

Nella Roma imperiale, il patrizio Vinicio (Amleto Novelli) si innamora della giovane cristiana Ligia (Lea Giunchi) e chiede all'amico Petronio (Gustavo Serena) di intercedere presso l'imperatore Nerone (Carlo Cattaneo) affinché gli consenta di sposarla. Ma Nerone, che in preda alla follia ha dato fuoco a Roma, su suggerimento del perfido Chilo (Augusto Mastripietri) accusa i cristiani del rogo e li spedisce nell'arena in pasto ai leoni. Ligia viene salvata da Ursus (Bruto Castellani), il suo fedele servitore, Vinicio si converte al cristianesimo (nel film compaiono anche San Pietro e San Paolo, nonché, nel finale, lo stesso Gesù, che pronuncia la frase del titolo), la popolazione di Roma si ribella e Nerone troverà la morte in esilio. Dall'omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz, un filmone di due ore che – dopo le prove generali degli anni precedenti ("La caduta di Troia", "L'inferno", "L'odissea") – rappresenta il primo, vero, grande kolossal del cinema italiano (in attesa del "Cabiria" dell'anno successivo) o forse del cinema in generale. Riscosse un enorme successo anche all'estero (associando per un lungo periodo, agli occhi del pubblico internazionale, il cinema italiano alle produzioni storico-epiche in costume) ed è tuttora affascinante nella sua arcaicità: nonostante i limiti del linguaggio (a tratti ancora più simile a quello del teatro che non del cinema: non c'è vero montaggio o movimento di camera, e ogni scena è introdotta da un cartello che spiega allo spettatore cosa sta per accadere), limiti che si ripercuotono inevitabilmente sul ritmo narrativo (gli eventi si succedono rapidamente e senza soluzione di continuità, spesso anche con un rapporto di causa ed effetto debole o confuso) e sulla caratterizzazione dei numerosissimi personaggi (molti dei quali introdotti all'improvviso, senza presentazione e con motivazioni poco chiare), l'ambizione produttiva è evidente: le scenografie sono ricche, realistiche e tridimensionali (non più fondali dipinti), il numero di comparse è elevato (si dice cinquemila!), i costumi e l'iconografia in generale è assai curata, e alcune scene sono decisamente spettacolari (in particolare quelle di Roma che brucia e quelle ambientate nell'arena, con la corsa delle bighe, gli scontri fra i gladiatori e le belve feroci). D'altronde il film richiese due mesi di riprese, ebbe un alto costo per l'epoca, e la sua lunga durata contribuì a codificare il formato del lungometraggio che nel corso degli anni seguenti diventerà lo standard nell'industria del cinema, soppiantando le pellicole in uno o due rulli. Ursus, per molti versi, è un antesignano di Maciste. Il romanzo di Sienkiewicz era già stato portato sullo schermo nel 1901 (da Lucien Nonguet e Ferdinand Zecca, in una versione di soli 3 minuti, forse andata perduta), e lo sarà di nuovo nel 1924 (da Gabriellino D'Annunzio – figlio di Gabriele – e Georg Jacoby, con Emil Jannings nel ruolo di Nerone e Castellani che riprende quello di Ursus), nel 1951 (da Mervyn LeRoy, con Peter Ustinov e Deborah Kerr, la versione hollywoodiana più famosa) e nel 2001 (da Jerzy Kawalerowicz, una produzione polacca più fedele al libro originale).

12 maggio 2022

Impiegati... male! (Mike Judge, 1999)

Impiegati... male! (Office space)
di Mike Judge – USA 1999
con Ron Livingston, Jennifer Aniston
**1/2

Visto in TV (Disney+).

Peter Gibbons (Ron Livingston) odia il suo lavoro. Programmatore per un'azienda che sviluppa software per le banche, trascorre le giornate in uno stretto cubicolo, in un ambiente frustrante e malsano, e in particolare è continuamente vessato dal suo capo Bill Lumbergh (Gary Cole), che inizia ogni discussione con la frase "Ci sono problemi?", gli chiede regolarmente di fare straordinari e si impunta sulle questioni più irrilevanti. Ipnotizzato accidentalmente da un terapeuta che lo "libera" da inibizioni e stress, sviluppa all'improvviso un atteggiamento più leggero e disincantato: e non solo non viene licenziato, ma addirittura promosso al ruolo di dirigente! Nel frattempo si dichiara alla ragazza che ha sempre amato da lontano (Jennifer Aniston, cameriera in un ristorante dove a sua volta ha i suoi problemi con un manager ipocrita e le sue assurde regole) e aiuta due colleghi (David Herman e Ajay Naidu), loro sì licenziati, a "vendicarsi" grazie a un virus che sottrae gli spiccioli degli arrotondamenti dai conti correnti delle banche ("Come in Superman 3"). Dal creatore di "Beavis and Butt-head", una satira del mondo del lavoro sulla falsariga di "Clerks" (qui a essere preso di mira è specificatamente l'ambiente dei colletti bianchi e delle società di software che impazzavano già negli anni Novanta: Peter, in particolare, è incaricato dell'aggiornamento dei sistemi in vista del Millenium Bug). Per certi versi, il tutto ricorda la strip a fumetti "Dilbert". Memorabili, fra le varie scene, il "pestaggio" ai danni della fotocopiatrice/fax che faceva impazzire gli impiegati, nonché i colloqui a cui i due "tagliatori di teste" Bob (John C. McGinley) e Bob (Paul Willson) sottopongono i dipendenti. Il film è ispirato a una serie di cortometraggi animati realizzati da Judge a inizio carriera, da cui proviene il personaggio di Milton (Stephen Root), l'impiegato licenziato che però continua a lavorare, sempre sull'orlo della follia. Cult movie in patria.

10 maggio 2022

Il caso Paradine (Alfred Hitchcock, 1947)

Il caso Paradine (The Paradine Case)
di Alfred Hitchcock – USA 1947
con Gregory Peck, Alida Valli
**1/2

Rivisto in DVD.

Il giovane e brillante avvocato Anthony Keane (Gregory Peck) viene incaricato di difendere la vedova Maddalena Paradine (Alida Valli) dall'accusa di aver ucciso il marito, un colonnello cieco, avvelenandolo con l'arsenico. Benché gli indizi contro la donna (di modesti natali e dal passato non proprio immacolato) non manchino, pur senza prove reali, Keane si convince sempre più della sua innocenza, e durante il dibattimento cerca di deviare i sospetti verso il cameriere personale – e in precedenza attendente – del colonnello, l'enigmatico André Latour (Louis Jourdan). Anche perché nel frattempo si è innamorato dell'affascinante signora, il che rischia di mettere a repentaglio il suo rapporto con la moglie Gay (Ann Todd). L'ultimo film girato da Hitchcock con il produttore David O. Selznick, colui che lo aveva portato a Hollywood con un contratto di sette anni e con cui aveva lavorato dai tempi di "Rebecca", è un thriller giudiziario ricco di sfumature, tratto da un romanzo di Robert Smythe Hichens, dove l'andamento del processo (e la rivelazione del colpevole) contano quasi meno dei rapporti fra i personaggi. L'attrazione che Keane prova verso la signora Paradine, anche se questa si mostra scostante nei suoi confronti, diventa una vera e propria ossessione che guida tutte le sue azioni, mentre dall'altro lato la moglie Gay, che si rende conto di tutto, non solo accetta che il marito continui a difendere la "rivale" ma spera che la faccia assolvere, "così la lotta sarà ad armi pari". Anche la relazione della donna con l'attendente Latour si ammanta di toni ambigui e ambivalenti (sono stati amanti? complici? nemici? si amano o si odiano?), mentre attorno a loro si muovono figure carismatiche come il laido giudice Horfield (Charles Laughton) e l'avvocato di famiglia sir Simon (Charles Coburn), a loro volta protagonisti di siparietti con la rispettiva moglie (Ethel Barrymore) e figlia (Joan Tetzel). Il rapporto di Hitchcock con l'invadente Selznick, spesso presente sul set con continue modifiche alla sceneggiatura, non fu facile, anche perché il produttore impose il cast al regista (che avrebbe voluto Laurence Olivier e Ingrid Bergman o Greta Garbo come protagonisti). Ma Selznick voleva lanciare Alida Valli (accreditata solo come "Valli" nei titoli di testa) in America: si tratta così di una delle pochissime "brune" in un film di sir Alfred, che notoriamente preferiva le bionde. Anche la scelta di Jourdan fu contestata da Hitchcock, che immaginava il personaggio come un rude stalliere, non come un raffinato domestico. Quello che avrebbe dovuto essere il racconto di una doppia "discesa nell'abisso" (di Keane in primis, sempre più catturato dal fascino proibito della signora Paradine, e della signora stessa, con il suo passato torbido) diventa così "soltanto" un melodramma giudiziario, anche se la fattura – a livello di regia, fotografia, scenografie (l'Inghilterra, e in particolare l'Old Bailey dove si svolge il processo che occupa tutta la seconda parte del film, è stata ricostruita in studio) – è come sempre impeccabile. E il senso di alienazione e di solitudine che affligge man mano i personaggi è degno dei migliori noir. Durante le sequenze del processo, Hitchcock usò quattro diverse macchine da presa in funzione simultaneamente, ciascuna puntata su un differente attore, una tecnica mai usata prima a questi livelli. Costato moltissimo, il film ebbe uno scarso riscontro di pubblico e di critica e fu considerato fra i "passi falsi" del regista: ma naturalmente, avercene di film così oggi!

9 maggio 2022

L'eroe dei due mondi (Lu Yang, 2021)

L'eroe dei due mondi (Ci sha xiao shuo jia, aka A writer's odissey)
di Lu Yang – Cina 2021
con Lei Jiayin, Dong Zijian
**

Visto in TV (Prime Video).

In cerca della figlioletta rapita sei anni prima, un uomo, John Guan (Lei Jiayin), viene contattato da Jay Moore (Yu Hewei), presidente di una mega-corporazione, che gli propone un patto: lo aiuterà a ritrovare sua figlia se lui, in cambio, ucciderà un giovane scrittore (Dong Zijian) il cui romanzo fantasy – in progress, e diffuso a puntate sui social media – sembra ripercuotersi sulla realtà. Ogni volta infatti che il "cattivo" della storia, la divinità guerrafondaia Lord Redmane, viene ferito o si ammala, anche la salute di Moore peggiora. Da un racconto di Shuang Xuetao, un film fantasy complesso e caleidoscopico, ma anche infantile nelle caratterizzazioni e assai confuso nella sceneggiatura e nella messa in scena. Notevole però lo sforzo produttivo, con un profluvio di effetti speciali digitali di buona fattura. L'alternanza fra le scene ambientate nel mondo reale (dove peraltro alcuni personaggi, Guan compreso, hanno strani poteri: il protagonista, per esempio, ha una mira infallibile quando lancia pietre o altri piccoli oggetti) e quelle del romanzo fantasy (dove l'eroe del racconto, il giovane Leon – alter ego dello scrittore stesso –, affronta numerose creature fantastiche grazie a un'armatura demoniaca senziente, vagamente alla Go Nagai) è il filo conduttore di tutta la vicenda, ma il meccanismo si trascina in modo non sempre accattivante. Il cattivo Jay Moore (Li Mu nella versione cinese) e la sua multinazionale Aladdin sono chiaramente ispirati a Jack Ma e al gruppo Alibaba (che peraltro ha finanziato la pellicola!). Nel cast anche Yang Mi (la dirigente di Aladdin che si allea con Guan) e Wang Shengdi (Tangerine, la bambina).

8 maggio 2022

Piccole donne (George Cukor, 1933)

Piccole donne (Little Women)
di George Cukor – USA 1933
con Katharine Hepburn, Joan Bennett
**

Visto in divx.

Mentre il padre è al fronte durante la Guerra di Secessione, le quattro sorelle March – la maggiore Meg (Frances Dee), la vivace Jo (Katharine Hepburn), la sensibile Beth (Jean Parker) e la vanitosa Amy (Joan Bennett) –, ragazze generose e ribelli, indomite e sognatrici, crescono con la madre in una piccola cittadina del Massachusetts. La loro vita trascorre fra desideri di emancipazione, bei momenti e piccole tragedie, che punteggiano le fasi della crescita, accompagnate dai valori e dagli insegnamenti delle persone loro attorno. È forse l'adattamento più celebre del romanzo (semi-autobiografico) di Louise May Alcott, che sarà portato poi sullo schermo molte altre volte (fra cui, nel 1994, da Gillian Armstrong, con Winona Ryder e Susan Sarandon, e nel 2019, da Greta Gerwig, con Saoirse Ronan ed Emma Watson). Celebre ma anche un po' stucchevole, nel suo mix di retorica familiare, romanticismo e buoni sentimenti, sostenuto però dall'agile regia di Cukor, che non appesantisce mai una narrazione episodica, quotidiana, minimalistica (almeno nella prima metà del film: la seconda si fa via via più verbosa e melodrammatica). A una prima parte caratterizzata infatti da leggerezza, convivialità e atmosfere familiari (da ricordare la recita teatrale organizzata in casa dal "maschiaccio" Jo, o le vicissitudini romantiche delle varie sorelle), fa seguito una seconda più drammatica, dove non mancano le tragedie (la tensione per il padre al fronte, o la malattia e poi la morte di Beth). Il successo (di critica e di pubblico) fu grande, anche per merito delle buone interpretazioni, benché le protagoniste appaiano troppo adulte per le parti: la Hepburn aveva 26 anni, mentre Jo ne dovrebbe avere all'inizio 15; e la Bennett ne aveva 23, quando Amy ne dovrebbe avere solo 12 (è la più piccola delle sorelle!). Cukor, ancora agli esordi, cominciò qui a farsi la fama di "regista delle donne", nonché di specialista in adattamenti letterari. Il cast comprende Douglass Montgomery (il giovane Laurie), Henry Stephenson (il signor Laurence), Spring Byington (la madre), Edna May Oliver (la zia), Paul Lukas (il professor Bhaer). La sceneggiatura di Victor Heerman e Sarah Y. Mason vinse l'Oscar (con nomination anche per il film e la regia).

6 maggio 2022

Teorema (Pier Paolo Pasolini, 1968)

Teorema
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1968
con Terence Stamp, Silvana Mangano
***1/2

Rivisto in DVD.

La famiglia di un ricco industriale milanese riceve, nella propria villa fuori città, la visita di un misterioso ospite (Terence Stamp), non meglio identificato. Che seduce tutti (intellettualmente, emotivamente o sessualmente) e ne "rivoluziona" la vita. E quando se ne andrà, altrettanto improvvisamente, ciascuno si renderà conto che la sua presenza ha distrutto l'intero mondo che c'era prima (un mondo vuoto, di falsi valori) e catalizzato la guarigione, la conoscenza e la scoperta di sé. Il capofamiglia (Massimo Girotti), gravemente malato, viene da lui accudito (un conforto che paragona a quello del servo Gerasim ne "La morte di Ivan Il'ič" di Tolstoj): guarito, l'uomo donerà la sua fabbrica agli operai (una scelta anticipata dall'incipit del film, dove un giornalista intervista i beneficiati), si spoglierà di tutti i vestiti e camminerà nudo nel deserto (come Gesù: i riferimenti ai Vangeli e alla Bibbia abbondano per l'intera pellicola). La moglie (Silvana Mangano), che in precedenza era apatica, senza interessi ed emozioni, scoprirà le gioie del sesso, e andrà in giro per le periferie e l'hinterland milanese a rimorchiare giovani amanti. Il figlio (Andrès José Cruz Soublette), con un complesso di inferiorità e inadeguatezza, si getterà nell'arte per esprimere sé stesso e le sue insicurezze, esplorando e sperimentando nuove tecniche, così da costruirsi un universo proprio e unico, senza confronti con nient'altro. La figlia (Anne Wiazemsky), vergine e inesperta, arriva a conoscere il mondo, la vita, gli uomini: una conoscenza che la sovrasta e la lascia vuota, tanto che dopo la partenza dell'ospite finisce in catalessi. E persino la serva di casa (Laura Betti), fortemente religiosa, ha un'esperienza mistica che la porta a diventare una sorta di santa, venerata dai contadini, che si nutre di ortiche e compie miracoli (levita, guarisce i bambini). Da un lavoro teatrale dello stesso Pasolini (che poi diverrà anche un romanzo), un film chiave e uno dei più importanti della sua filmografia, anche se può apparire un po' datato e difficile da apprezzare per uno spettatore odierno (per i suoi tempi lenti, i lunghi silenzi, i personaggi enigmatici, i temi complessi). Di fatto, però, ha lasciato una forte impronta nell'immaginario culturale e cinematografico (ispirerà, fra gli altri, il "Visitor Q" di Takashi Miike). La data di uscita non è casuale: il Sessantotto, che segna una rottura e un forte cambiamento nella società italiana, con la trasformazione delle classi che fino ad allora l'avevano contraddistinta (borghesia e proletariato, che si fondono o comunque si sfumano l'uno nell'altra). La regia è multiforme, sperimentale, misteriosa (le tonalità di seppia, le sequenze mute, l'uso della musica, le immagini ricorrenti come quelle del deserto, gli immancabili riferimenti religiosi). La colonna sonora (molto interessante, come suo solito) è di Ennio Morricone, ma ci sono anche molti brani del Requiem di Mozart (la morte è, ovviamente, simbolo di trasformazione). Piccole parti per Ninetto Davoli (il portalettere) e Susanna Pasolini, la madre di PPP (la vecchia contadina). Il titolo può essere spiegato dalla sequenza iniziale, nella quale il giornalista si domanda: "Un borghese, in qualsiasi modo agisce, sbaglia?". Come scrive Serafino Murri, "la risposta è nella dimostrazione, per absurdum, del teorema dell'irredimibilità della borghesia", una borghesia che si sta muovendo verso una presa di coscienza e un superamento delle sue (false) certezze. Alla sua uscita il film ha suscitato forti polemiche, per via delle scene di sesso e di nudo e del loro legame con il sacro, da parte di alcuni degli ambienti istituzionali e cattolici che hanno sempre contestato le opere di Pasolini, con richieste di censura (o addirittura di distruzione della pellicola). Ma ci furono contestazioni anche da sinistra, con accuse di "misticismo" e "reazionarietà": a dimostrazione di come il genio di PPP sia sempre stato difficile da inquadrare nello stantio e schematico dibattito culturale italiano.

4 maggio 2022

Luca (Enrico Casarosa, 2021)

Luca (id.)
di Enrico Casarosa – USA 2021
animazione digitale
**1/2

Visto in TV (Disney+), con Sabrina.

Il piccolo Luca è un mostro marino (!) che vive con i suoi simili sui fondali del Mar Ligure, e ha la capacità di assumere fattezze umane quando si trova all'asciutto. In compagnia dell'amico Alberto, esplora con curiosità il mondo degli esseri umani, stringendo amicizia con la coetanea Giulia: insieme, i tre parteciperanno a una gara (di "triathlon italiano": nuoto, bicicletta e mangiata di pasta!) nella cittadina di Portorosso. Primo lungometraggio del regista italiano Enrico Casarosa (che per la Pixar dieci anni prima aveva già realizzato il corto "La luna", sempre a tema marino), è una storia di coming-of-age sui temi dell'amicizia, venata di fantastico e con rimandi a classici disneyani come "La sirenetta" (di cui è una versione maschile e più infantile) e "Pinocchio" (di cui capovolge le dinamiche: Luca, qui, desidera andare a scuola). Un film nel complesso gradevole, anche per via dell'estetica miyazakiana, ma essenzialmente innocuo, fatto di buoni sentimenti e poca originalità. Portorosso, come gli scenari circostanti, è ispirata ai paesini delle Cinque Terre, quando erano ancora villaggi di pescatori e non località turistiche: il film si svolge infatti negli anni Cinquanta, come testimoniano anche le locandine di film d'epoca – "La strada", "Vacanze romane" – affisse sui muri (mentre in tv passa "I soliti ignoti" e su una bici campeggia una foto di Marcello Mastroianni). L'Italia che ne risulta è decisamente stereotipata, un paese fuori dal mondo e dal tempo, dove gli uomini (e i gatti!) hanno i baffi, tutti ascoltano o cantano l'opera lirica, fanno gesti con le mani, mangiano pasta (al pesto, visto che siamo in Liguria!) e vanno in Vespa (proprio una Vespa è l'oggetto del desiderio dei protagonisti, che partecipano alla gara nella speranza di potersene comprare una). Anche i temi dell'amicizia e della scoperta del mondo e di sé stessi (attraverso la trasformazione) sono abbastanza inflazionati, tanto che saranno riproposti pari pari nel successivo film Pixar, "Red". Alcuni critici hanno avanzato un (ardito) parallelo con "Chiamami col tuo nome" di Luca Guadagnino, per via dell'ambientazione estiva-vacanziera, nostalgica e italiana. Nella colonna sonora, canzoni di Mina, Gianni Morandi, Rita Pavone ed Edoardo Bennato.

3 maggio 2022

Venom: La furia di Carnage (A. Serkis, 2021)

Venom: La furia di Carnage (Venom: Let there be Carnage)
di Andy Serkis – USA 2021
con Tom Hardy, Woody Harrelson
**

Visto in TV (Netflix).

La convivenza simbiotica fra il giornalista Eddie Brock (Tom Hardy) e l'alieno Venom prosegue fra alti e bassi: la loro è quasi la parodia di una storia d'amore (con tanto di dichiarazione nel finale), compresa di litigi, separazioni, scuse e riconciliazioni. In questo secondo lungometraggio dedicato al personaggio Marvel (nato nei fumetti come nemico dell'Uomo Ragno: e nella scena sui titoli di coda si rimanda proprio al finale di "Spider-Man: Far From Home", aprendo la via all'integrazione di Venom nel Marvel Cinematic Universe), la minaccia è costituita da Cletus Kasady (Woody Harrelson), folle serial killer condannato a morte. Ma prima che possa essere giustiziato, viene contaminato dal sangue di Venom, sviluppando a propria volta un simbionte alieno senziente, Carnage, assai simile ma ben più cattivo e letale del "genitore", nonché in cerca di vendetta insieme alla sua alleata Shriek (Naomie Harris). Come succedeva già nel primo film, si continua a offrire un intrattenimento disimpegnato che però risulta stranamente accattivante (dico stranamente perché i personaggi di Venom, e di Carnage soprattutto, nei comics erano monocordi e noiosi). Il meglio è dato dai battibecchi fra Brock e Venom, mentre le scene d'azione sono puro caos ed energia, senza troppa logica o sofisticazione. A parte gli effetti speciali, tutto il film sembra un po' al risparmio. Cast assai ridotto: oltre ai personaggi già citati, ci sono solo il poliziotto Patrick Mulligan (Stephen Graham), l'ex fiamma di Eddie Anne (Michelle Williams) e il suo nuovo fidanzato Dan (Reid Scott). Lo scontro finale nella chiesa (dove Carnage e Shriek si vogliono sposare al suono del "Lacrimosa" di Mozart), e in particolare la scena delle campane, citano la storia a fumetti in cui l'Uomo Ragno si separò definitivamente dal suo costume alieno (che poi diede vita proprio a Venom).

2 maggio 2022

Punto zero (Richard C. Sarafian, 1971)

Punto zero (Vanishing point)
di Richard C. Sarafian – USA 1971
con Barry Newman, Cleavon Little
**1/2

Visto in divx.

L'ex pilota di corse Kowalski (Barry Newman), che ora lavora per un'agenzia di trasporto auto, è incaricato di trasferire una macchina – una Dodge Challenger R/T bianca del 1970, con il motore truccato – da Denver, in Colorado, a San Francisco, in California. Scommette così con un amico che compirà l'intero percorso in soli due giorni (da venerdì a domenica), senza fermarsi nemmeno per dormire, dopo essersi imbottito di anfetamine. Durante il viaggio sarà preso di mira dalla polizia stradale, che gli darà la caccia lungo tutto il percorso, mentre le sue "imprese" sono celebrate via etere da Super Soul (Cleavon Little), DJ di una radio privata, che lo trasforma in una sorta di eroe solitario che lotta contro il sistema. Celebre pellicola di exploitation, sulle orme di "Easy Rider" e antesignana di "Convoy" nel celebrare il desiderio di fuga e di libertà individuale (erano gli anni post-Woodstock) contro un sistema percepito come oppressivo: nel corso degli anni, anche per merito del finale, è diventato un film di culto (è citato anche, fra gli altri, in "Grindhouse - A prova di morte" di Quentin Tarantino). Se la trama è esile, incentrata essenzialmente su corse e inseguimenti sulle strade polverose del sud-ovest americano, e i personaggi poco caratterizzati (ma in fondo c'è quel che basta), il film ha i suoi pregi nella compattezza interna e nella bellezza delle immagini, con un regista che dirige attori e auto in movimento come nelle coreografie di un balletto. Durante il suo viaggio, che assume caratteristiche quasi esistenziali, il protagonista (di cui non sapremo mai il nome di battesimo, solo il cognome) incrocia vari personaggi che lo aiutano (il vecchietto che cattura serpenti nel deserto; i due hippy in motocicletta) o lo ostacolano (i vari poliziotti; uno spericolato pilota che lo sfida in una gara di velocità; una coppia di gay rapinatori, nella scena più imbarazzante di tutte). A ravvivare l'insieme, piccoli tocchi di "colore" (il DJ è nero e cieco, e la sua stazione viene presa di mira da un gruppo di suprematisti bianchi; la giovane hippy inforca la sua moto tutta nuda), nonché alcuni brevi flashback che ricostruiscono in parte il passato di Kowalski: un passato ovviamente da "perdente". In una scena tagliata compariva una giovane Charlotte Rampling nel ruolo di un'autostoppista. Bella la colonna sonora, che comprende numerosi brani rock e pop. Un (brutto) remake nel 1997, "Vanishing Point", con Viggo Mortensen.

30 aprile 2022

Mattone e specchio (Ebrahim Golestan, 1964)

Mattone e specchio (Khesht o ayeneh)
di Ebrahim Golestan – Iran 1964
con Zakaria Hashemi, Taji Ahmadi
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Il tassista Hashem trova nella sua auto un neonato, lasciato lì da una passeggera velata. Dopo aver cercato inutilmente di rintracciare la donna, proverà a portare il bambino alla polizia, dove gli viene suggerito di custodirlo fino al giorno seguente e di consegnarlo all'orfanotrofio. Durante la notte, trascorsa con la compagna Taji, i due discuteranno sulla possibilità di tenerlo con sé... Il primo degli unici due film di finzione diretti dallo scrittore e documentarista Golestan, pioniere della nouvelle vague iraniana, si svolge nell'arco di 24 ore in una Teheran moderna e ostile, attraverso una serie di scene concatenate l'una nell'altra (i palazzi diroccati della periferia, il locale dove si ritrovano i tassisti alla fine del turno, il posto di polizia, la casa di Hashem, l'ospedale, il tribunale, l'orfanotrofio). Nel corso dell'odissea di Hashem, di Taji e del bambino, osserviamo vari rappresentanti di un'umanità allo sbando che, fra egoismo e disperazione, filosofeggia sulla vita e sulle relazioni fra persone: si pensi, per esempio, alla discussione fra il medico (aggredito dai parenti di una donna che ha perso il figlio) e il poliziotto, o allo scambio di battute che Hashem ha in tribunale con un uomo che con cinismo gli suggerisce di abbandonare il bambino e di pensare solo a sé stesso (salvo rivedere lo stesso uomo, nel finale, pontificare in televisione sulla necessità di una maggiore compassione verso gli altri). Il cinismo, l'ipocrisia, le paranoie (la "paura" di Hashem sull'essere osservato dai vicini di casa in compagnia di Taji) influiscono sui rapporti di amicizia e su quelli sentimentali: la relazione con Taji, in particolare, attraversa varie fasi, con la donna che lo accusa di vivere alla giornata e di non pensare al futuro (la scelta di tenere il bambino equivale a quella di voler vivere e crescere insieme). Realizzato prima della rivoluzione islamica degli anni settanta, il film colpisce per quanto è diverso da tutto ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dal cinema iraniano: la città è moderna e tentacolare (nella prima sequenza, di notte, abbondano le insegne luminose al neon, mentre alla radio sono trasmessi racconti gialli – la voce è di Golestan stesso – e messaggi pubblicitari), mentre l'elegante e avvolgente fotografia in bianco e nero (a tratti quasi da film noir), i tempi dilatati e la regia espressiva (con notevoli movimenti di macchina, ma anche sequenze statiche significative, si pensi alla telefonata "muta" dell'infermiera) ricordano il contemporaneo cinema d'autore europeo. Memorabile il finale, ambientato nell'orfanotrofio, con lunghe inquadrature silenziose sui bambini lì custoditi, abbandonati, malati e piangenti, durante le quali Taji, nonostante tutta la sua buona volontà, capisce che non può assumere su di sé tutte le sofferenze del mondo. Il significato del titolo è spiegato dallo stesso regista: «Il titolo è tratto da un verso proverbiale di una poesia di Farid al-Din Attaar, un poeta persiano ucciso in un massacro durante l’invasione mongola dell’Iran nel XIII secolo. Il verso recita: “Quello che i giovani vedono nello specchio, gli anziani lo vedono nel mattone grezzo”. La citazione è stata inserita non solo per dire che i dettagli della storia sono un riflesso della durezza della società che il film ritrae, o alla quale allude. Intende anche richiamare l’attenzione sui dettagli presenti parallelamente in una dimensione meno visibile, portatrice di un significato estraneo ma tangibile, e quasi complementare, di ciò che sta avvenendo: come due distinti strumenti musicali che, suonando note e tonalità differenti, producono un suono o un’aria compositi, da ascoltare, o da esprimere...».

29 aprile 2022

La libertà di Brema (R. W. Fassbinder, 1972)

La libertà di Brema (Bremer Freiheit)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Wolfgang Schenck
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Trasmesso sulla televisione tedesca nel dicembre del 1972, questo film è l'adattamento di una delle tante opere teatrali di Fassbinder: in quanto tale, gli elementi cinematografici sono di poco conto (il personaggi si muovono su un palco, e c'è giusto un fondale su cui vengono proiettate immagini di specchi d'acqua e occasionali primi piani), mentre i punti di forza sono soprattutto il testo, ricco di spunti, e la recitazione, in particolare quella della protagonista (gli attori sono quelli dell'Antiteater, il collettivo diretto dallo stesso Fassbinder: nel cast ci sono Wolfgang Schenck, Kurt Raab, Hanna Schygulla). Il soggetto si ispira a un episodio realmente accaduto a Brema a inizio Ottocento: una donna, Geesche Gottfried, fu giudicata colpevole di aver ucciso quindici persone nel corso di oltre un decennio, tutti avvelenati con l'arsenico (messo nel tè o nel caffè): fra questi il suo primo marito, i suoi figli, i suoi genitori e vari parenti. Fu l'ultima persona giustiziata pubblicamente nella città di Brema. Fassbinder ne rilegge la vicenda in chiave di emancipazione femminile: in un periodo e in un contesto sociale in cui la donna doveva essere del tutto sottomessa all'uomo (che si trattasse del marito, del padre o del fratello), di fatto una serva in casa propria, Geesche non ha altro modo di farsi strada che eliminare fisicamente i suoi tormentatori: cerca così una via per poter seguire i propri sentimenti, per gestire di persona l'azienda di famiglia (una selleria) e per non essere dipendente dalla volontà, dalle consuetudini o dalle imposizioni della morale altrui (comprese quelle della religione, che – come le dice la madre – vuole che la felicità non debba essere cercata sulla terra, qui e ora, ma solo nell'aldilà). E di fronte alle ipocrisie (ogni matrimonio è considerato "felice" dalla società, anche se le donne sono schiavizzate), alle incomprensioni o ai pregiudizi misogini di chi le sta attorno ("Una donna è troppo stupida per capire"), Geesche trova – attraverso il delitto – il modo per rivendicare la propria libertà. Il sottotitolo recita "Una tragedia borghese".

27 aprile 2022

La camera verde (François Truffaut, 1978)

La camera verde (La chambre verte)
di François Truffaut – Francia 1978
con François Truffaut, Nathalie Baye
***

Rivisto in divx.

Reduce dagli orrori della prima guerra mondiale, e dopo aver perso la moglie in giovane età, il giornalista Julien Davenne (Truffaut stesso, alla sua ultima prova come attore) ha sviluppato un vero e proprio culto ossessivo per i morti: è convinto i defunti possano "continuare a vivere, dentro di noi", purché non vengano dimenticati e non se ne tradisca la memoria. Per questo disapprova l'amico che, pochi mesi dopo la morte della moglie, è già pronto a risposarsi di nuovo; e per questo rinuncia a una promozione, che implica trasferirsi a Parigi in un giornale più grande, pur di continuare a lavorare nel piccolo paese dove è sempre vissuto e dove può commemorare amici, conoscenti e lettori ormai scomparsi. Pian piano si "ritira dalla vita", chiuso in sé stesso (con la sola compagnia di una vecchia domestica e di un bambino sordomuto), e diventa un "virtuoso della necrologia", scrivendo annunci funebri con una passione e una personalità senza pari (senza mai ripetere le stesse frasi di cordoglio: in una delle scene iniziali, se la prende con le parole di circostanza di un prete a un funerale). Per commemorare nel modo migliore la moglie, ma anche tutte le persone che hanno "contato" nella sua vita, restaura un'antica cappella funebre nel cimitero locale, raccogliendo lì tutti i ritratti e gli oggetti loro appartenuti. E quando conosce la giovane Cécilia (Nathalie Baye), innamorata di lui, le chiede di condividere insieme l'onere di custodire la cappella e di vegliare sui rispettivi defunti, nonostante la ragazza sia convinta invece che si debba dimenticare il passato e andare avanti. Ambientato nel 1928 e ispirato ad alcuni racconti di Henry James ("L'altare dei morti", "Gli amici degli amici" e "La tigre nella giungla"), un film che riflette in modo profondo sul senso del lutto e sul rapporto fra i vivi e i morti, ma soprattutto sull'importanza del ricordo e sul rifiuto dell'oblio, visto come sinonimo di superficialità a livello di sentimenti ("Sono scandalizzato dalla facilità con cui si dimenticano i morti"). In un certo senso, la pellicola prosegue nel percorso autobiografico che Truffaut ha sempre seguito durante tutta la sua filmografia (a partire da "I quattrocento colpi", per continuare in "Effetto notte" e "L'uomo che amava le donne"): qui l'attenzione si sposta alla vecchiaia e all'approccio alla morte, con la sua presenza incombente ("Metà delle persone che ho conosciuto sono già morte", diceva il regista in un'intervista pubblicata quello stesso anno), annunciata talvolta dalla degradazione del corpo (le foto degli insetti, ma anche dei corpi dei soldati sventrati dalla guerra, che Julien mostra al piccolo Georges). Nonostante il titolo, che si riferisce alla stanza che Julien ha dedicato come memoriale alla moglie, la fotografia della pellicola è cupa e quasi priva di colori. Jean Dasté è l'anziano caporedattore del giornale. La moglie di Julien, che appare solo in ritratto, è Laurence Ragon, mentre fra le foto degli altri defunti della cappella si riconoscono Marcel Proust, Oscar Wilde, Henry James, Jean Cocteau, Honoré de Balzac, Raymond Queneau, Henri-Pierre Roché, Maurice Jaubert (autore della colonna sonora) e Oskar Werner. Il fatto che uno dei pochi personaggi con cui Julien cerca di comunicare sia un ragazzino sordomuto (Patrick Maléon) ci ricorda naturalmente "Il ragazzo selvaggio", un altro film di Truffaut che aveva anche interpretato come protagonista. Piccole citazioni anche per Hitchcock (la scena del bambino in fuga e poi arrestato, un'esperienza biografica che il regista inglese aveva raccontato al collega in una delle sue interviste) e Buñuel (il manichino con le fattezze della moglie, che ricorda una sequenza di "Estasi di un delitto").

26 aprile 2022

Teresa Venerdì (Vittorio De Sica, 1941)

Teresa Venerdì
di Vittorio De Sica – Italia 1941
con Vittorio De Sica, Adriana Benetti
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Il giovane pediatra Pietro Vignali (De Sica), medico fannullone e mantenuto dal padre ricco (Annibale Betrone), è costretto dal genitore, stufo del suo stile di vita, ad assumere l'incarico di ispettore sanitario in un orfanotrofio femminile. Qui conosce l'intraprendente orfanella diciottenne Teresa Venerdì (Adriana Benetti), che lo assiste come infermiera e si innamora di lui, riportando in qualche modo ordine nella sua vita (non senza, in primo luogo, una buona dose di scompiglio). Il terzo film di De Sica come regista è un garbato mix fra commedia degli equivoci e melodramma romantico, sulla falsariga del precedente "Maddalena... zero in condotta": la sceneggiatura, ispirata a un soggetto dell'ungherese Rezső Török (come da consuetudine per il cosiddetto "cinema dei telefoni bianchi", che si appoggiava spesso a lavori teatrali di autori magiari), è spigliata e vivace, con le peripezie di un Pietro vessato da un lato dai debiti e dai creditori, e dall'altro da vicende sentimentali incrociate: ha infatti un'amante (Anna Magnani!), che fa la cantante e la soubrette, e un'inopportuna fidanzatina (Irasema Dilian) frivola e svampita, che parla sempre in rima perché appassionata di poesia. C'è poi spazio anche per varie macchiette comiche, a partire da Antonio Perticone (Virgilio Riento), il cameriere combinaguai, di bassa estrazione e poco avvezzo alle buone maniere dell'alta società. Proprio diverse frecciatine legate ai rapporti fra le classi sociali si annidano dietro l'apparente leggerezza (vedi il disdegno degli arricchiti, o aspiranti tali, verso i servi o i lavori più umili; il diverso tipo di rapporto nei confronti delle arti; l'atteggiamento dei medici più anziani, che per ogni malanno prescrivono l'olio di ricino). Guglielmo Barnabò è Agostino Passalacqua, il padre della fidanzata Lilli; Elvira Betrone è la direttrice dell'orfanotrofio.

24 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (K. Branagh, 2022)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di Kenneth Branagh – USA/GB 2022
con Kenneth Branagh, Tom Bateman
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Visto in TV (Disney+).

In crociera sul Nilo, Hercule Poirot (Kenneth Branagh) deve indagare sull'omicidio dell'ereditiera Linnet Ridgeway (Gal Gadot), uccisa durante il suo viaggio di nozze. Secondo film – dopo "Assassinio sull'Orient Express" – della nuova serie dedicata al personaggio ideato da Agatha Christie, di fatto un remake dell'omonima pellicola del 1978 con Peter Ustinov. Pur non deviando dal romanzo o dall'adattamento precedente nei punti chiave della vicenda (il che significa che l'identità del colpevole, e la meccanica dell'assassinio, sono le stesse), se ne discosta in diversi dettagli e nella caratterizzazione di alcuni personaggi secondari, a cominciare dal "dottor Watson" di turno, che in questo caso non è il colonnello Race ma il giovane Bouc (Tom Bateman), l'amico di Poirot già visto nel primo film, che narrativamente prende anche il posto del Tim Allerton del libro originale. Notevoli cambiamenti (con chiari intenti di political correctness) anche per i personaggi di Salome (Sophie Okonedo) e Rosalie Otterbourne (Letitia Wright), con la prima che non è più una scrittrice ma una cantante blues di colore, di cui peraltro Poirot si innamora. E al pari del film del 2017 (anche se con meno eccessi), il detective interpretato da Branagh esonda dai limiti di un investigatore da whodunit: il regista/attore lo dota di una backstory, con tanto di flashback ambientato durante la prima guerra mondiale per spiegare l'origine dei suoi celebri baffi, nonché di emozioni e sentimenti di cui si poteva benissimo fare a meno. Girato elegantemente (belle, come sempre, le scene in bianco e nero che ricostruiscono a posteriori come è avvenuto il delitto: meno convincente l'evento clou visto in diretta, che rende più facile immaginare chi sia l'assassino), con un miglior equilibrio narrativo, ma anche con un cast meno stellare del lungometraggio di Guillermin (fra gli altri interpreti ci sono Emma Mackey, Armie Hammer, Annette Bening, Russell Brand, Jennifer Saunders e Dawn French), il film soffre a livello di sceneggiatura per qualche ridondanza e poca sottigliezza (tutto è più esplicitato, a partire dal rapporto lesbico fra Marie Van Schuyler e Miss Bowers, in precedenza lasciato soltanto intendere fra le righe). E stavolta non è stato girato in Egitto (ricostruito digitalmente), ma in Inghilterra. Probabili ulteriori sequel.

23 aprile 2022

Assassinio sul Nilo (J. Guillermin, 1978)

Assassinio sul Nilo (Death on the Nile)
di John Guillermin – GB 1978
con Peter Ustinov, David Niven
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Rivisto in divx.

La giovane ereditiera Linnet Ridgeway (Lois Chiles), in luna di miele in Egitto dopo le nozze con l'avventuriero Simon Doyle (Simon MacCorkindale), viene uccisa durante una crociera sul Nilo. I sospettati sono parecchi, visto che in molti avevano interesse per la sua morte: a cominciare dalla sua ex amica, e rivale in amore, Jacqueline De Bellefort (Mia Farrow), che l'aveva più volte minacciata in pubblico. Ma a indagare sull'accaduto c'è l'ineffabile detective belga Hercule Poirot (Peter Ustinov), coadiuvato dall'amico colonnello Johnny Race (David Niven). Dal romanzo giallo di Agatha Christie "Poirot sul Nilo", il secondo dei film classici sul personaggio dopo "Assassinio sull'Orient Express" di Sidney Lumet di quattro anni prima, nel quale l'investigatore era però interpretato da Albert Finney. La falsariga è la stessa: una location ristretta (lì un treno, qui un battello), un nutrito numero di sospetti – tutti con un movente (il cast comprende nomi come Bette Davis, Maggie Smith, Angela Lansbury, Olivia Hussey, Jane Birkin, George Kennedy, Jon Finch e Jack Warden) – e il detective che nel finale raduna tutti in un salone per spiegare chi è il colpevole e come è avvenuto il delitto. Rispetto al film precedente, però, questo è meno accattivante, un po' troppo lungo (soprattutto nella prima parte) e ripetitivo, nonché meno brillante nella regia di Guillermin e nella sceneggiatura di Anthony Shaffer, più interessata ai fatti che alle sfumature psicologiche dei personaggi. Da notare comunque i sottotesti lesbici nel personaggio di Miss Bowers (Maggie Smith), la dama di compagnia dell'anziana Bette Davis. Musiche di Nino Rota. Il film è stato girato in esterni in Egitto: i personaggi visitano, fra gli altri, i templi di Luxor e Abu Simbel. Peter Ustinov interpreterà ancora Poirot in "Delitto sotto il sole" (1982) e "Appuntamento con la morte" (1988), nonché in tre film per la tv. Rifatto da Kenneth Branagh nel 2022.