28 febbraio 2022

Dies irae (Carl Theodor Dreyer, 1943)

Dies irae (id.)
di Carl Theodor Dreyer – Danimarca 1943
con Lisbeth Movin, Thorkild Roose
***1/2

Rivisto in divx.

Absalon Pederssøn (Thorkild Roose), pastore di un villaggio protestante nella Danimarca di inizio Seicento, ha preso in moglie Anne (Lisbeth Movin), molto più giovane di lui e figlia di una presunta strega che lui stesso, tacendo, ha salvato dal rogo. Quando la ragazza si innamora del figlio di Absalon, Martin (Preben Lerdorff Rye), suo coetaneo, è tentata di usare i "poteri magici" che avrebbe ereditato dalla madre per desiderare la morte del marito... Tratto da un dramma teatrale di Hans Wiers-Jenssen, ispirato a un episodio realmente accaduto in Norvegia, e girato in Danimarca sotto l'occupazione nazista (e il clima paranoico che vi si respira, la "caccia alle streghe" appunto, dove basta una denuncia non circostanziata per porre una persona o un'intera famiglia sotto accusa, ne è un'evidente testimonianza) questo film segna il ritorno di Dreyer al cinema dopo oltre dieci anni di inattività, ovvero dall'insuccesso commerciale e critico di "Vampyr". La forma lenta e austera, proprio come il canto del "Dies irae" che è intonato dal coro della chiesa, è la cifra stilistica perfetta per riprodurre sullo schermo il rigido protestantesimo del 1600, veicolando al contempo l'idea di cinema rigorosa e quasi teatrale che aveva caratterizzato (si pensi a "La passione di Giovanna d'Arco") e caratterizzerà ("Ordet", "Gertrud") tutte le pellicole del grande regista. L'attenzione alla composizione dell'immagine, il bianco e nero fortemente contrastato della fotografia, i lunghi piani sequenza e l'interpretazione quasi in trance degli attori (soprattutto della protagonista), i cui primi piani risultano incredibilmente intensi e suggestivi, contribuiscono a un'esperienza unica nel suo genere per lo spettatore. Molto interessante la prima parte, con le peripezie della fattucchiera Marte Herlofs (Anna Svierkier), accusata di stregoneria dagli abitanti del suo villaggio e mandata sul rogo nonostante chieda aiuto, inutilmente, proprio ad Absalon, minacciando di rivelare la verità sulla madre di Anne. Cosa che non farà: a tradire la ragazza sarà invece un altro tipo di strega, ovvero la severa suocera Merete (Sigrid Neiiendam), la madre di Absalon, dopo che il figlio è morto, apparentemente ucciso dal semplice desiderio di Anne. Che questa sia davvero una strega, oppure semplicemente una giovane ragazza che sogna l'amore e che è stata costretta a essere imprigionata nel matrimonio con un uomo più vecchio di lei e che non ama, rimane lasciato nell'ambiguità. E in realtà non è così importante: è l'ambiente che la circonda, patriarcale e teocratico, il vero "male" che il "giorno dell'ira" dovrà dissipare e da cui, nel frattempo, riesce a fuggire soltanto con un atto finale di sacrificio ed eroismo quasi pari a quello della Giovanna d'Arco del film precedente. Il parallelo fra la cupezza del diciassettesimo secolo e gli orrori dell'attualità è dunque sottile ma fino a un certo punto: proprio il "realismo" della messa in scena, la naturale accettazione dell'esistenza del maligno e del soprannaturale che permea tutti, serve a trasfigurare in maniera coinvolgente le vicende per uno spettatore contemporaneo (o del 1943: ricordiamo ancora una volta le circostanze in cui fu girato!) che, se ci riflette, scopre di essere a sua volta circondato da forze che operano per il male, pensando magari di operare per il bene. Il che rende la pellicola, nonostante la sua forma apparentemente datata, ancora e sempre d'attualità.

27 febbraio 2022

Da Mayerling a Sarajevo (Max Ophüls, 1940)

Da Mayerling a Sarajevo (De Mayerling à Sarajevo)
di Max Ophüls – Francia 1940
con John Lodge, Edwige Feuillère
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'arciduca Francesco Ferdinando (John Lodge), erede al trono austriaco dopo la morte del cugino Rodolfo a Mayerling nel 1889, è malvisto a corte (e dallo stesso imperatore Francesco Giuseppe, suo zio) per via delle sue idee politiche liberali e riformiste (sogna addirittura di trasformare l'impero in una federazione di stati, sul modello degli Stati Uniti!). Innamoratosi della contessa Sophie Chotek, figlia di un nobile minore ceco, vede la sua relazione con lei osteggiata dal principe di Montenuovo (Aimé Clariond), importante dignitario a lui ostile, che impone alla coppia un matrimonio morganatico (ovvero senza riconoscere alla moglie e agli eventuali figli alcun privilegio o tantomeno diritti sul trono d'Asburgo). La pellicola, di impostazione storico-romantica, si conclude con l'assassinio dell'arciduca a Sarajevo, nel 1914: è l'evento che scatenerà la prima guerra mondiale. Incastrato (come da titolo) fra i due "incidenti" che più di ogni altro hanno segnato la fine all'impero austro-ungarico e di fatto la storia dell'Europa centrale, un lavoro essenzialmente "alimentare" per Ophüls, che non ne mette in mostra (se non a tratti) le capacità artistiche: il film ebbe comunque scarso successo e venne bandito dalle sale quando, poco dopo la sua uscita, i nazisti occuparono la Francia, costringendo il regista – che già era fuggito dalla Germania nel 1933 – a un'ulteriore esilio negli Stati Uniti (farà ritorno in Francia solo negli anni Cinquanta). Jean Worms è l'imperatore Francesco Giuseppe, Gabrielle Dorziat l'arciduchessa Maria Teresa. Ai fatti di Mayerling, qui solo citati di sfuggita, Anatole Litvak aveva dedicato un bel film nel 1936, di cui questo può essere considerato praticamente il sequel (anche per via dei numerosi paralleli fra le innovative idee politiche e le tormentate vicende romantiche di Rodolfo e Francesco Ferdinando).

25 febbraio 2022

Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli (D. D. Cretton, 2021)

Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli
(Shang-Chi and the Legend of the Ten Rings)
di Destin Daniel Cretton – USA 2021
con Simu Liu, Awkwafina
**

Visto in TV (Disney+).

Dopo le quote neri ("Black Panther") e donne ("Captain Marvel", "Black Widow"), l'Universo Cinematico Marvel si occupa anche degli asiatici, andando a ripescare un personaggio che ebbe una certa popolarità negli anni Settanta, grazie a una bella serie a fumetti scritta da Doug Moench e disegnata da Paul Gulacy, Mike Zeck e Gene Day: Shang-Chi, "Master of Kung-fu", creato (da Steve Englehart e Jim Starlin) sull'onda della mania per le arti marziali istigata in quel decennio dai film di Bruce Lee e dalla serie televisiva "Kung fu" con David Carradine. Il personaggio originale era legato strettamente al mondo immaginario ideato dallo scrittore inglese Sax Rohmer, di cui al tempo la Marvel aveva acquisito i diritti, che ora ha perduto. Ecco perché suo padre, in questa rivisitazione, non è più il leggendario Fu Manchu ma un più "anonimo" villain, Xu Wenwu (Tony Leung Chiu-wai), fusione di diversi personaggi classici Marvel: il suddetto Fu Manchu, Master Khan (l'arcinemico di Iron Fist) e il Mandarino (avversario di Iron Man). Quest'ultimo era già stato introdotto in "Iron Man 3", ma con il twist che si trattava solo di un attore che ne recitava la parte: tale sciroccato attore, interpretato da Ben Kingsley, fa una comparsata anche qui in un ruolo comico. Tornando a Shang-Chi (il non trascendentale Simu Liu), è appunto il figlio di un signore della guerra che ha acquisito enormi poteri (e l'immortalità) grazie ai magici Dieci Anelli, artefatti di misteriosa natura. Addestrato dal genitore a diventare un killer, Shang-Chi si ribella a lui e cercherà di fermarlo, insieme alla sorella Xialing (Zhang Meng'er) e all'amica Katy (Awkwafina), quando l'uomo – convinto che lo spirito della moglie defunta (Fala Chen) sia tenuto prigioniero nel suo villaggio di origine – lo assalterà per liberare un potente demone. La fusione fra il genere supereroistico e quello del Wuxia e delle arti marziali è tutto sommato intrigante, il ritmo non latita e anche i combattimenti, per una volta, sono meno noiosi del solito (ma sempre troppo lunghi e "digitali"). Ma se l'immaginario e le scenografie risultano gradevoli, purtroppo i personaggi sono banali e poco approfonditi: il migliore è quello più low-key, ovvero la Katy interpretata dalla simpatica Awkwafina, mentre nel comparto attoriale, oltre a Kingsley e all'ottimo Leung, spiccano Michelle Yeoh nel ruolo della zia del protagonista e Yuen Wah in quello del capo del villaggio – nascosto fra le montagne e popolato da creature magiche e mitologiche – da cui proveniva sua madre. Per il resto, tutto (umorismo compreso) sa di pre-confezionato e di dimenticabile: il solito telefilm. Tenui anche i legami con il resto del MCU: a parte il suddetto rimando al Mandarino, abbiamo un casuale riferimento a Thanos e una breve apparizione di Wong (l'assistente del Dottor Strange) e di Abominio. Fra i mercenari al servizio di Wenwu spicca Razorfist (Florian Munteanu). E nella scena a metà dei titoli di coda appaiono brevemente anche Bruce Banner e Carol Danvers.

23 febbraio 2022

Black Hawk Down (Ridley Scott, 2001)

Black Hawk Down - Black Hawk abbattuto (Black Hawk Down)
di Ridley Scott – USA/GB 2001
con Josh Hartnett, Ewan McGregor
***

Rivisto in TV (Now Tv).

Nella Somalia scossa dalla guerra civile, durante una missione che sarebbe dovuta durare pochi minuti, un Black Hawk (elicottero d'assalto dell'esercito degli Stati Uniti) viene abbattuto dalle milizie del generale Aidid, signore della guerra locale, e precipita nelle strade di Mogadiscio. Qui i soldati superstiti a bordo, nonché quelli che vengono inviati a recuperarli, devono difendersi dall'assalto dei miliziani nemici: ne nasce una vera battaglia, uno cruento scontro a fuoco per le strade e i palazzi della città, che durerà tutta la notte e si concluderà con numerosi caduti. Da un episodio realmente avvenuto nel 1993 (che lo sceneggiatore Ken Nolan ha adattato da un saggio dello storico Mark Bowden), una pellicola bellica ad alta intensità che si concentra quasi tutta sull'azione, rappresentata con grande maestria dalla regia di Scott che, pur immersiva, evita sempre (per fortuna) l'effetto videogioco. Fra i film di guerra non esplicitamente di impostazione antibellica (nonostante accenni alle diverse sensibilità dei soldati coinvolti, c'è poco spazio per riflessioni ad ampio raggio sull'impegno e l'interventismo americano nei paesi stranieri, e anzi se ne celebra l'eroismo con una certa retorica), sicuramente è uno dei migliori per confezione tecnica e costruzione della suspense, viscerale e frenetica, grazie anche a un'impostazione corale nella quale comunque non mancano di sollevarsi alcune figure individuali. Il ricco cast comprende Josh Hartnett, Ewan McGregor, Eric Bana, Orlando Bloom, Sam Shepard, Tom Sizemore e molti altri (compreso un esordiente Tom Hardy). Ma più di loro a essere protagoniste sono le immagini (la fotografia è di Sławomir Idziak), il montaggio (di Pietro Scalia) e il sonoro, con queste due ultime categorie premiate con l'Oscar (due su quattro nomination). Colonna sonora di Hans Zimmer. Qualche critica per come sono stati rappresentati i somali (sia i "cattivi" sia la popolazione inerme).

22 febbraio 2022

Ovunque nel tempo (Jeannot Szwarc, 1980)

Ovunque nel tempo (Somewhere in time)
di Jeannot Szwarc – USA 1980
con Christopher Reeve, Jane Seymour
**1/2

Visto in divx.

Innamoratosi (solo guardando un suo ritratto!) di Elise McKenna (Jane Seymour), attrice teatrale vissuta a inizio secolo, il commediografo Richard Collier (Christopher Reeve) viaggia indietro nel tempo con la forza della mente, ritrovandosi così nel 1912 nell'albergo che l'aveva ospitata... Da un romanzo di Richard Matheson ("Appuntamento nel tempo"), anche sceneggiatore, una pellicola romantico-fantastica nella vena di classici degli anni '30-50 come "Sogno di prigioniero", "Il ritratto di Jennie", "Pandora" o "Il fantasma e la signora Muir" (con il quale condivide il finale): la celebrazione dell'amor fou che supera le barriere del tempo e dello spazio. Anche se c'è di mezzo, appunto, un viaggio nel tempo, la pellicola tecnicamente non è fantascientifica: il fenomeno è spiegato semplicemente con la forza dell'autosuggestione o dell'ipnotismo, in grado di permettere il balzo se ci si trova nel luogo giusto e con la corretta predisposizione d'animo. E naturalmente non manca il paradosso del loop in cui si smarrisce il rapporto di causa ed effetto: da dove proviene, per esempio, l'orologio che Elise da anziana dona a Richard e che poi lo stesso Richard le restituisce? Christopher Plummer è Robinson, l'impresario di Elise, che ostacola la relazione fra lei e Richard perché teme (o "sa") che questa porrà fine alla sua carriera. Nel cast anche Bill Erwin, Teresa Wright e George Voskovec. Matheson stesso appare in un cameo. La colonna sonora di John Barry comprende anche una variazione della rapsodia di Rachmaninov su un tema di Paganini.

20 febbraio 2022

Le lacrime amare di Petra von Kant (R. W. Fassbinder, 1972)

Le lacrime amare di Petra von Kant
(Die bitteren Tränen der Petra von Kant)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1972
con Margit Carstensen, Hanna Schygulla
***1/2

Visto in divx.

La stilista Petra von Kant (Margit Carstensen), che vive reclusa nella propria casa in compagnia della silenziosa assistente tuttofare Marlene (Irm Hermann), riceve la visita dell'amica Sidonie (Katrin Schaake) che le presenta Karin (Hanna Schygulla), una giovane modella da poco tornata in Germania dall'Australia. Innamorata della ragazza, la donna la prende sotto la sua ala protettrice e la invita ad abitare con lei: ma quando Karin, dopo aver raggiunto a sua volta la fama, la abbandonerà, Petra avrà un crollo e un esaurimento nervoso... Uno dei capolavori di Fassbinder, uno studio sul narcisismo e la dipendenza amorosa ("Ein krankheitsfall", "Un caso di malattia", recita il sottotitolo) con un cast esclusivamente femminile e tratto da una sua opera teatrale. Tale origine è evidente: l'intera azione – divisa in quattro "atti" di mezz'ora ciascuno – si appoggia ai dialoghi e si svolge tutta nell'appartamento di Petra, anzi nella sua camera da letto, fra colonne e pareti ricoperte da perlinature di legno, tendaggi, quadri (una parete è rivestita completamente da una riproduzione del dipinto seicentesco "Mida e Bacco" di Nicolas Poussin), specchi e oggetti vari, come manichini e bambole, una delle quali ha proprio le fattezze della bionda Karin. Le fenomenali attrici (sei in tutto: ci sono anche Eva Mattes e Gisela Fackeldey, rispettivamente la figlia e la madre di Petra, che appaiono nel quarto e ultimo atto) danno vita a personaggi diversificati, che ruotano tutti intorno alla figura centrale di Petra: dai loro dialoghi con lei, infatti, emergono i suoi sentimenti, le riflessioni sul ruolo della donna nei rapporti d'amore e di potere, il differente modo di atteggiarsi in un mondo solo apparentemente pigro e decadente (sia Petra che Sidonie sono evidentemente di famiglia aristocratica). Notevole in particolare la figura di Marlene, che non parla mai ma assiste e osserva soltanto, pallida e vestita di nero come un servo di scena (un kuroko del teatro giapponese): devota alla sua padrona, accetta di essere comandata e maltrattata da lei e sceglierà di andarsene quando questa invece le mostrerà empatia. È un cinema certo teatrale, con scenografie barocche e claustrofobiche, ma tagliente e profondo nei personaggi e nelle caratterizzazioni psicologiche: Fassbinder al suo meglio, insomma, con le sue attrici belle, vive e sfaccettate, problematiche e complesse, imprigionate nei propri problemi di dipendenza che sfociano in punte di pura (melo)drammaticità. Come colonna sonora, proveniente dai dischi di Petra, ci sono due canzoni del Platters ("Smoke Gets Into Your Eyes" e "The Great Pretender") e poi, nella scena dello "sclero" finale, quando la donna è tormentata dalla disperazione e dal dolore, un estratto dalla "Traviata" di Verdi ("Un dì, felice, eterea") con il celebre inno a "quell’amor ch’è palpito dell’universo intero, misterioso, altero, croce e delizia al cor". Nel 2005 il compositore irlandese Gerald Barry realizzerà proprio un'opera lirica a partire dal testo di Fassbinder. Il film ha ispirato, fra gli altri, cineasti come Olivier Assayas, Peter Strickland e soprattutto François Ozon (che nel 2022 ne realizzerà anche una versione al maschile, "Peter von Kant").

18 febbraio 2022

Tick, tick... boom! (Lin-Manuel Miranda, 2021)

Tick, Tick... Boom! (id.)
di Lin-Manuel Miranda – USA 2021
con Andrew Garfield, Vanessa Hudgens
**

Visto in TV (Netflix).

Dall'omonimo "monologo rock" di Jonathan Larson (autore di musical di Broadway, morto a soli 35 anni nel 1996 dopo aver completato il lavoro che gli darà la fama, "Rent"), una pellicola semi-autobiografica che racconta i tribolati giorni che precedettero la presentazione in pubblico della sua prima opera, "Superbia". Per Jonathan (Garfield) la sensazione è che il tempo stringa e stia passando troppo in fretta (da cui il ticchettio del titolo): sta arrivando ai trent'anni senza ancora aver avuto successo, si barcamena con lavoretti di secondo piano come fare il cameriere in un diner, la fidanzata (Alexandra Shipp) preme perché si trasferisca con lei in un altro stato, gli amici che lo circondano – come Michael (Robin de Jesús), pubblicitario gay – si ammalano e muoiono di AIDS... e nel contempo, a pochi giorni dalla presentazione di "Superbia", non ha ancora scritto la canzone più importante dello spettacolo, proprio lui che di solito non ha problemi a improvvisare o a comporre in poche ore brani su qualsiasi argomento, ispirandosi alla realtà che lo circonda. Opera prima di Lin-Manuel Miranda, già attore, sceneggiatore e compositore, il film racconta la sua storia fondendo diversi piani narrativi: lo stesso Larson che si esibisce su un palco davanti a un pubblico, la ricostruzione filmata di quei giorni, e alcuni spezzoni di repertorio. Peccato che proprio le canzoni, che punteggiano continuamente la pellicola, siano mediocrissime sia nei testi che nella musica, sentite mille volte e incapaci di stimolare alcunché nello spettatore: forse negli anni novanta potevano sembrare diverse o interessanti (per il loro lato esistenzialista, per come affrontavano temi allora d'attualità come l'epidemia di AIDS), ma oggi lasciano indifferenti. Male, nel complesso, anche la sceneggiatura, didascalica e pretenziosa, e l'impostazione generale, banale e compiaciuta, con una ripetuta e scontatissima dicotomia fra l'arte (e la creatività) e l'aridità (e l'indifferenza) del mondo circostante. Bradley Whitford è Stephen Sondheim, l'idolo di Jonathan, uno fra i pochi a sostenerlo. Judith Light è Rosa, l'evanescente manager. Fra i performer: Joshua Henry e Vanessa Hudgens. Molti i cameo di personaggi e celebrità del mondo dello spettacolo teatrale newyorkese. Due nomination agli Oscar per l'attore (Garfield) e il montaggio.

16 febbraio 2022

Il gioco del destino e della fantasia (R. Hamaguchi, 2021)

Il gioco del destino e della fantasia (Guzen to sozo)
di Ryusuke Hamaguchi – Giappone 2021
con Kotone Furukawa, Katsuki Mori, Fusako Urabe
**1/2

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Tre storie "minimaliste" (con protagoniste femminili) per un film a episodi sull'amore, le coincidenze, le finzioni, gli inganni, gli errori e la scoperta di sé. Accompagnate dalla musica per piano di Schumann, le tre vicende sono slegate l'una dall'altra ma condividono uno stile asciutto, basato su lunghi dialoghi e una regia poco invadente. Il regista, anche sceneggiatore, di solito realizza "film fiume": qui invece si è messo alla prova con la breve durata (praticamente si tratta di tre cortometraggi), con risultati in crescendo. Orso d'argento (gran premio della giuria) a Berlino.

1. "Magia (o qualcosa di meno rassicurante)" (*1/2): quando l'amica Tsugumi (Hyunri) le racconta dell'incontro "magico" avuto con un ragazzo, la fotomodella Meiko (Kotone Furukawa) capisce che si tratta del suo ex, Kazuaki (Ayumu Nakajima), che l'aveva lasciata due anni prima. E torna da lui per riconquistarlo, o almeno per costringerlo a scegliere fra lei e l'amica... Personaggi non particolarmente simpatici e dialoghi sull'amore intellettuali e noiosi, per l'episodio più scontato e meno interessante dei tre. Lo stile, per certi versi, mi ha ricordato quello del coreano Hong Sang-soo (vedi anche la sequenza in cui Meiko si immagina la possibile reazione degli altri due).

2. "La porta spalancata" (**1/2): per vendicarsi del professor Segawa (Kiyohiko Shibukawa), l'insegnante che lo aveva bocciato all'università, lo studente Sasaki (Shouma Kai) convince l'amica Nao (Katsuki Mori) a sedurlo e a registrare l'audio del loro incontro per screditarlo. Ma la donna rimane colpita dalla sensibilità dell'insegnante, capace di scrutare nel profondo delle sue insicurezze e dei suoi traumi... La lunga sequenza dell'incontro fra Nao e Segawa nell'ufficio di lui, la cui porta rimane sempre aperta e dove lei – per "tentarlo" – legge ad alta voce un passo particolarmente erotico del libro da lui scritto, è al cuore di un episodio intenso e terapeutico.

3. "Ancora una volta" (***): in un mondo in cui un virus informatico ha reso inutilizzabili i mezzi di comunicazione digitali, Natsuko (Fusako Urabe) torna al suo paese di origine per partecipare a una rimpatriata con le compagne del liceo, nella speranza di rivedere Mika, il suo primo amore, di cui non ha notizie da vent'anni. Ma per un malinteso scambia per lei Aya, un'estranea che a sua volta è rimasta legata a un'amicizia da tempo persa di vista. Dopo aver chiarito l'equivoco, le due donne "reciteranno" ciascuna la parte dell'amica perduta, aiutandosi a darsi sostegno a vicenda e a fare un bilancio della propria vita. Sicuramente l'episodio migliore dei tre, sorprendente e delicato.

15 febbraio 2022

I gemelli (Ivan Reitman, 1988)

I gemelli (Twins)
di Ivan Reitman – USA 1988
con Arnold Schwarzenegger, Danny DeVito
*1/2

Rivisto in TV (Now Tv), per ricordare Ivan Reitman.

Nati in laboratorio come risultato di un esperimento scientifico, i gemelli Julius (Schwarzy) e Vincent (DeVito) sono stati separati alla nascita. Si ritroveranno per andare alla ricerca della madre. Per la prima volta Schwarzenegger è protagonista di una commedia (o quasi, visto che anche "Commando", dopo tutto, poteva essere definita tale), aprendosi una carriera che porterà avanti sporadicamente (con titoli come "Un poliziotto alle elementari" e "Junior", sempre diretti da Ivan Reitman), anche se naturalmente non manca una sottotrama più avventurosa/d'azione, quella legata al furto – da parte del fratello Vincent – di un'auto nel cui portabagagli c'è un motore d'aereo sperimentale trafugato da una spia industriale. L'umorismo è però di grana grossa, e di fatto si incentra su un'unica idea, certamente poco originale: quella di mettere a confronto due personaggi all'opposto per fisicità (Julius è "l'uomo perfetto", aitante e muscoloso; Vincent è basso, grasso, calvo) e personalità (Julius è intelligente ma ingenuo, avendo vissuto sempre su un'isola tropicale; Vincent è furbo, imbroglione, manipolatore). Nel complesso è una pellicola dozzinale, che offre un divertimento ingenuo e infantile senza particolare spessore. A parte i due protagonisti (meglio comunque DeVito: Schwarzy appare molto impacciato), gli altri personaggi sono macchiette insulse, a partire dai comprimari femminili (Kelly Preston e Chloe Webb). Marshall Bell è la spia killer, Bonnie Bartlett la madre dei gemelli. Da sottolineare la scena in cui Arnold se la ride davanti a un poster di "Rambo" con Sylvester Stallone. Reitman stava per realizzare un seguito a distanza di trent'anni ("Triplets", con Eddie Murphy nel ruolo di un terzo gemello) quando è morto.

13 febbraio 2022

Il potere del cane (Jane Campion, 2021)

Il potere del cane (The power of the dog)
di Jane Campion – GB/Australia/NZ/Canada 2021
con Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Montana, 1925: quando suo fratello George (Jesse Plemons) si sposa con Rose (Kirsten Dunst), locandiera vedova con un figlio studioso e delicato (Kodi Smit-McPhee), il ranchero Phil (Benedict Cumberbatch) fa di tutto per rendere loro la vita difficile con il suo atteggiamento aggressivo, rozzo e scostante, apparentemente infastidito soprattutto dai modi gentili ed effemminati del ragazzo. Ma forse c'è qualcosa di più, e il rapporto fra Phil e il giovane Peter riecheggia in qualche modo quello fra l'uomo e il suo mentore di un tempo, l'enigmatico Bronco Henry... Da un romanzo di Thomas Savage, una pellicola che si svolge sul filo dell'ambiguità dei sentimenti, mai esplicitati fino in fondo oppure nascosti sotto la patina dei ruoli e delle maschere che ciascuno indossa. Un western (moderno) incentrato sulle finezze psicologiche sembrerebbe manna dal cielo, e infatti la critica ha gradito parecchio (ben 12 nomination agli Oscar, con la forte probabilità di portare a casa i premi più importanti!). Eppure, sin dai tempi di "Lezioni di piano", c'è sempre qualcosa nei film della Campion che non mi va a genio e che mi lascia la sensazione di aver perso il mio tempo a guardarli: l'impressione di un mondo artefatto e fasullo, che sotto l'apparente ambiguità nasconde psicologie da romanzo Harmony, con una confezione patinata e manierista, emozioni e sentimenti artificiali e caratterizzazioni di carta velina. Il risultato è un film in gran parte noioso, trascinato e manierista, che si ravviva però nel finale, quando lo "scontro" fra gli unici due personaggi che contano davvero nella storia (ovvero Phil e Peter: Rose e George invece, nonostante il lungo tempo di esposizione sullo schermo, restano figure marginali e, nel caso di lei, patetiche) si fa più diretto e persino esplicito. Rimane dentro anche una buona atmosfera, veicolata dalla bella colonna sonora (di Jonny Greenwood dei Radiohead) e dai paesaggi malickiani (il "cane" del titolo è legato alla conformazione dei monti che circondano le pianure in cui si svolge la storia). Ottimi gli interpreti. La Campion non dirigeva un film cinematografico da 12 anni, ovvero dall'orribile "Bright star".

11 febbraio 2022

A proposito dei Ricardo (A. Sorkin, 2021)

A proposito dei Ricardo (Being the Ricardos)
di Aaron Sorkin – USA 2021
con Nicole Kidman, Javier Bardem
**

Visto in TV (Prime Video).

America, anni cinquanta: Lucille Ball (Nicole Kidman) e Desi Arnaz (Javier Bardem), coppia nel lavoro e nella vita, interpretano i coniugi Ricardo, protagonisti di "I love Lucy" ("Lucy ed io", in italiano), la più popolare sitcom della televisione americana. Ma mentre si apprestano a registrare la puntata settimanale, la loro vita privata e pubblica è messa a repentaglio da più parti. Da un lato, infatti, sulla stampa filtra la voce che Lucille possa aver simpatizzato in passato per il partito comunista (siamo in piena epoca Maccartista!), il che preoccupa non poco i responsabili del canale televisivo e quelli dell'azienda del tabacco che sponsorizza lo show; dall'altro, la stessa relazione coniugale fra Lucille e Desi è scossa dai sospetti di tradimento che la donna ha nei confronti dell'uomo, proprio nel momento in cui scopre di stare aspettando un bambino... E così gelosie e tensioni si riversano nel lavoro quotidiano, fra frecciatine e litigi con i collaboratori. Il terzo film di Sorkin è, ancora una volta, ispirato a una storia vera e a personaggi reali, e si iscrive nel filone nostalgico e autocelebrativo con cui l'industria dell'intrattenimento americana ama rivisitare e ritrarre sé stessa. "I love Lucy" è stata infatti una pietra miliare della tv a stelle e strisce, tuttora considerata una delle sitcom più influenti e popolari di sempre. Attrice cinematografica di secondo piano (la ricordiamo per piccole particine in alcuni film di Astaire e Rogers), la Ball trovò infatti la fama dapprima in radio e poi in tv, come ci mostrano una serie di flashback che interrompono il flusso degli eventi (la storia vera e propria si svolge nell'arco di una settimana, quella che precede la messa in scena della puntata del programma) e che raccontano anche l'incontro e il matrimonio con Arnaz, esule cubano e una delle prime stelle "latine" della tv americana. Ma nel complesso i personaggi (la perfezionista Ball e l'istrionico Arnaz) qui sono molto meno interessanti della storia e dell'ambiente di contorno. J. K. Simmons e Nina Arianda sono William Frawley e Vivian Vance, i comprimari della sitcom. Tony Hale è il produttore esecutivo Jess Oppenheimer, Alia Shawkat la sceneggiatrice Madelyn Pugh: questi ultimi due personaggi, insieme all'altro sceneggiatore Bob Carroll Jr., appaiono anche da "anziani" in una serie di finte interviste che incorniciano la pellicola come se si trattasse di un documentario. Curiosamente è del tutto assente, invece, il direttore della fotografia Karl Freund, figura chiave per il successo dello show originale. Tre nomination agli Oscar, tutte per gli interpreti (Bardem, Kidman e Simmons). Il progetto originale, che risale al 2015, prevedeva Cate Blanchett come protagonista e Sorkin soltanto alla sceneggiatura.

10 febbraio 2022

2002: la seconda odissea (D. Trumbull, 1972)

2002: la seconda odissea (Silent running)
di Douglas Trumbull – USA 1972
con Bruce Dern, Cliff Potts
**1/2

Rivisto in divx, per ricordare Douglas Trumbull.

L'ultimo tentativo di preservare le foreste e la vegetazione terrestre, ormai estinte e impossibilitate a crescere su un pianeta dove la natura è stata sacrificata al progresso e all'urbanizzazione, è quello di provare a coltivarle nello spazio, in enormi serre e cupole geodetiche in orbita attorno a Saturno. Ma quando il progetto viene definitivamente interrotto, il "giardiniere spaziale" Lowell (Bruce Dern) decide di salvare a ogni costo l'ultima cupola rimasta, lanciandola alla deriva oltre gli anelli di Saturno e dedicandosi alla coltivazione delle piante con l'aiuto soltanto di due droni per la manutenzione, robot bipedi che lui stesso ha riprogrammato e che, nel tentativo di umanizzarli, ha battezzato "Paperino" e "Paperina". Primo degli unici due film diretti da Douglas Trumbull, specialista degli effetti speciali e collaboratore fondamentale in tanti film di fantascienza: in particolare ha realizzato o supervisionato gli effetti visivi di pellicole come "2001: Odissea nello spazio", "Incontri ravvicinati del terzo tipo", "Blade Runner" e il primo film di "Star Trek". Forse proprio per la sua presenza, i distributori italiani dell'epoca decisero di spacciare questo film come un seguito di "2001", appioppandogli un titolo fuorviante ma apparentemente inequivocabile e persino modificando parte dei dialoghi con riferimenti al monolito nero e al computer HAL 9000 (per fortuna un ridoppiaggio successivo, nel 2002, ha rimesso le cose a posto). A parte l'ambientazione futuristica e la messa in scena della solitudine di un uomo nello spazio, in realtà, il film non ha quasi nient'altro in comune con il capolavoro di Kubrick. Non gli mancano comunque i pregi, a partire dallo sguardo pessimista su un futuro dove la conservazione delle risorse naturali non sembra importare più a nessuno, se non a un singolo individuo che per questo motivo si trova isolato dal resto dell'umanità, costretto a condividere il proprio compito soltanto con dei robot (oltre, naturalmente, con le piante e con piccoli animali). L'intera pellicola conta solo quattro interpreti, tre dei quali (Cliff Potts, Ron Rifkin e Jesse Vint, i compagni di Lowell a bordo dell'astronave) escono di scena dopo appena mezz'ora. Per il resto ci sono solo le voci provenienti dal comando della flotta, nonché i droni/robot semoventi (all'interno dei quali si muovevano degli attori amputati bilaterali). Alla sceneggiatura ha collaborato Michael Cimino. Colonna sonora di Peter Schickele, con due canzoni interpretate da Joan Baez. Nella versione originale, i nomi che il protagonista affibbia ai tre droni sono Dewey, Huey e Louie (ovvero Qui, Quo e Qua). Chi cercasse realmente un seguito di "2001" dovrà attendere il 1984, quando uscirà "2010: l'anno del contatto".

8 febbraio 2022

Starship troopers (Paul Verhoeven, 1997)

Starship troopers - Fanteria dello spazio (Starship Troopers)
di Paul Verhoeven – USA 1997
con Casper Van Dien, Denise Richards
***

Rivisto in TV (Disney+).

In un futuro in cui tutte le nazioni della Terra sono unite in una federazione governata da una giunta militare (e dove soltanto l'aver svolto un periodo di servizio sotto le armi garantisce diritti e cittadinanza), gli esseri umani si ritrovano a fronteggiare una minaccia aliena: una razza di insetti giganteschi, ostili e letali, provenienti da un distante pianeta. Per amore della compagna di studi Carmen Ibanez (Denise Richards), il giovane Johnny Rico (Casper Van Dien) si arruola nella fanteria mobile, inizialmente senza troppa convinzione: ma dopo che la loro nativa Buenos Aires è stata spazzata via da un attacco a tradimento degli insetti, getterà tutto sé stesso nella guerra contro il nemico. Tratto – non senza libertà – dal celebre e iconico romanzo di Robert A. Heinlein (che ha ispirato decine di altre opere: il cartone giapponese "Gundam", per dirne una), adattato dallo sceneggiatore Edward Neumeier, un caposaldo della fantascienza bellica, testosteronica e d'azione. La satira del militarismo (non senza pizzichi di black humour sparsi a piene mani: "La fanteria ha fatto di me l'uomo che sono", dice a Rico un veterano completamente menomato) e della propaganda in tempo di guerra ("L'unico insetto buono è un insetto morto"), nonché i rimandi al mondo reale (in particolare alla seconda guerra mondiale: l'attacco a Buenos Aires rievoca chiaramente quello a Pearl Harbour), sono evidenti: eppure c'è stato chi ha incredibilmente frainteso la pellicola, accusandola di celebrare proprio l'atteggiamento guerrafondaio, la xenofobia, i valori fascisti e antidemocratici e la disumanizzazione del nemico (cosa c'è di più disumano di un insetto?) di cui invece si prende gioco. [A questo proposito, cito una frase attribuita allo stesso Heinlein: "C'è un termine tecnico per chi confonde le opinioni di un personaggio di un libro con quelle dell'autore. Il termine è idiota."] Contenuti e forma vanno di pari passo nel mettere in scena – esagerando a più non posso – un mondo dove l'essere guerrieri e morire per la patria è la massima aspirazione, dove i bambini schiacciano scarafaggi per la strada (e i video in stile "Istituto Luce" commentano: "Ognuno sta facendo la sua parte"), dove i giovani sono tutti belli, aitanti, atletici, insomma dei soldati ariani perfetti, e gioiscono nell'infliggere paura e dolore ai nemici...

Le vicende personali dei protagonisti, che si dipanano nell'arco della guerra, sono quasi un contorno: Johnny, Carmen, e gli amici Carl (Neil Patrick Harris), Dizzy (Dina Meyer), Ace (Jake Busey), Zender (Patrick Muldoon) fanno carriere parallele e diverse: chi nella fanteria, appunto, la "carne da macello" che viene mandata a morire su pianeti alieni, combattendo in prima linea i nemici; chi nella flotta spaziale, come pilota di gigantesche e sofisticati astronavi (anche se il film si limita a mostrare tutta questa tecnologia senza indugiare nei dettagli del loro funzionamento); chi nell'intelligence o nella catena di comando (soprattutto se dimostra di possedere dei poteri ESP). Gli effetti speciali (nominati all'Oscar) sono ottimi, così come l'avvolgente world building, anche se l'insieme è mantenuto al necessario livello di semplicità e ingenuità, quasi in stile fantascienza anni '50 (dove gli insetti giganti erano una costante!), come testimoniano anche le scenografie elementari, i colori luminosi (per certi versi il film è all'opposto dell'"Aliens" di James Cameron, dominato invece da claustrofobia e oscurità), i sentimenti (le storie d'amore incrociate: Johnny ama Carmen, ma è amato da Dizzy) e le emozioni primordiali. La vicenda è complessivamente lineare, senza "cattivi" o traditori fra gli esseri umani (l'unica tensione è quella fra Rico e Zender, rivali in amore), mentre le scene di violenza sono parecchie e sfociano nello splatter (arti tranciati in combattimento, soldati squartati, cervelli risucchiati), allo scopo di mostrare in tutta la sua tragicità il "lato sporco" della guerra che manda a morire migliaia di giovani reclute. Da notare che nel mondo del futuro c'è quantomeno la parità di genere: uomini e donne si dividono equamente ruoli di potere, comandanti e soldati, senza barriere e distinzioni: anzi, spesso le donne sono toste quanto e più dei maschi (e fanno la doccia insieme!). Nel vasto cast anche Michael Ironside (l'insegnante e poi tenente Rasczak), Clancy Brown (il sergente istruttore Zim), Brenda Strong (il capitano dell'astronave). Per Verhoeven era il terzo film di SF "fracassona" (ma di qualità) girato a Hollywood, dopo "RoboCop" e "Atto di forza". Il regista olandese non sarà coinvolto però nei due sequel a basso costo e nei due film d'animazione che usciranno negli anni successivi.

6 febbraio 2022

The house (aavv, 2022)

The House (id.)
di Emma de Swaef, Marc James Roels, Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza – Gran Bretagna 2022
animazione a passo uno
**1/2

Visto in TV (Netflix).

Tre episodi (di mezz'ora ciascuno) in animazione stop motion, surreali e inquietanti, ambientati nella stessa casa ma in contesti ed epoche diverse. Cambiano anche i protagonisti: umani nel primo segmento, topi e gatti antropomorfi negli altri due. La produzione è degli studi londinesi di Nexus, che ha affidato ciascuno dei tre episodi a un team di animatori differente, mentre la sceneggiatura dell'intera pellicola è di Enda Walsh. I temi sono kafkiani (soprattutto nei primi due capitoli), mentre l'atmosfera ricorda a tratti il cinema di Jan Švankmajer, con tocchi persino di Lynch e Cronenberg. Il primo episodio, "E dentro di me, si tessero menzogne" (diretto da Emma de Swaef e Marc James Roels), è una favola cupa e dark, horror e angosciante, che ci racconta l'origine della casa. Siamo in epoca vittoriana: un misterioso ed eccentrico architetto si offre di costruire una nuova dimora per una famiglia povera che vive in campagna. Ma i suoi abitanti si ritroveranno trasformati in parte del mobilio. Il secondo episodio, "È smarrita la verità che non si può vincere" (diretto da Niki Lindroth von Bahr), si svolge in epoca contemporanea. Un topo ristruttura la casa in stile moderno, con l'intenzione di venderla. Ma dopo un disastroso party per presentarla ai potenziali acquirenti, scopre che due di questi si sono stabiliti nella dimora e non intendono andarsene, proprio come scarafaggi o parassiti. È decisamente l'episodio più kafkiano e surreale. Il terzo, "Ascolta bene e cerca la luce del sole" (diretto da Paloma Baeza), si svolge in un imprecisato futuro post-apocalittico, dove un'inondazione ha ricoperto quasi tutto il territorio circostante. La casa, circondata dalle acque, ospita adesso la gatta Rosa, che sogna di riammodernarla per farne una pensione. Ma gli unici due ospiti, il pigro Elias e la sciroccata Jen, non hanno il denaro per pagarla... È l'unico dei tre episodi che si conclude in qualche modo con un messaggio positivo, invitando a prendere in mano il controllo della propria vita e a non rimanere attaccati alle fondamenta (della casa, ovvio!), al contrario dei primi due segmenti dove l'attaccamento ai beni materiali finiva col far perdere ai personaggi la propria identità. Un tema dunque esistenziale ma al tempo stesso concreto e di notevole interesse, per un film che merita di certo una visione.

3 febbraio 2022

La ragazza con la pistola (M. Monicelli, 1968)

La ragazza con la pistola
di Mario Monicelli – Italia 1968
con Monica Vitti, Carlo Giuffré
***

Visto in TV (Prime Video), per ricordare Monica Vitti.

Rapita (più o meno volontariamente), sedotta e abbandonata dal compaesano Vincenzo (Carlo Giuffré), che poi se ne fugge in Gran Bretagna, la siciliana Assunta Patanè (Monica Vitti) parte alla sua ricerca armata di pistola per vendicare il proprio onore e quello della sua famiglia. L'inseguimento all'uomo, che continua a sfuggirle, la porterà da Edimburgo (in Scozia) a Sheffield, da Bath a Londra, fino a Brighton: un viaggio e una permanenza in un paese così diverso e distante da quello di origine che finiranno per cambiarla profondamente. Diventerà infatti una ragazza moderna, cambierà abbigliamento e acconciatura, metterà in discussione i vecchi valori di una terra arcaica e arretrata, legati all'onore e ai ruoli della donna e dell'uomo, e infine si prenderà a suo modo una rivincita, ribaltando i ruoli e gli stereotipi. Se la forma è quella della commedia (all'italiana), non scevra di macchiette e di gag, i contenuti di questo film epocale sono dunque da contestualizzare e legati al movimento di liberazione ed emancipazione della donna, di cui la protagonista – attraverso le sue varie avventure – diventa simbolo e paradigma. Per la Vitti, fino ad allora identificata con il cinema di Antonioni, fu uno dei primi ruoli comici di una carriera che si rinnoverà in maniera brillante, pur non rinnegando mai lo spessore messo in mostra nelle esperienze precedenti. La scelta di ambientare quasi tutta la pellicola in un paese lontano e diverso (il contrasto fra i paesaggi, le usanze, la lingua, è sempre sottolineato con precisione e rispetto, pur nel contesto comico e parodistico), in un panorama sociale caratterizzato da costumi "liberi", fra omosessuali, sportivi, modelle e contestazione giovanile, consente di portare in primo piano la personalità della protagonista, impegnata a portare a termine la "commissione", con le sue contraddizioni sui ruoli di genere ("Un vero uomo ci deve provare, ma una vera donna si deve difendere"). Stanley Baker è il dottore dell'ospedale di Bath di cui Assunta si innamora, Anthony Booth il giocatore di rugby che la ospita a Sheffield, Corin Redgrave il suicida gay, Stefano Satta Flores il cameriere al ristorante italiano. Le scene ambientate in Sicilia sono state girate in realtà in Puglia (a Polignano a Mare e a Conversano). Alla sceneggiatura ha collaborato Luigi Magni.

2 febbraio 2022

Ladri di saponette (Maurizio Nichetti, 1989)

Ladri di saponette
di Maurizio Nichetti – Italia 1989
con Maurizio Nichetti, Caterina Sylos Labini
**1/2

Rivisto in divx.

Il regista Maurizio Nichetti è ospite in uno studio televisivo per presentare il suo ultimo film, un omaggio neorealista a "Ladri di biciclette" di Vittorio De Sica, che andrà in onda in serata. Ma le continue e invadenti interruzioni pubblicitarie creano uno strano cortocircuito con la pellicola: i personaggi del film – un disoccupato nell'Italia del dopoguerra (interpretato sempre da Nichetti, ma senza baffi) e la sua famiglia – si ritrovano a interagire con quelli dei commercial, scambiandosi di posto, e la trama deraglia. A un certo punto lo stesso Nichetti deve "entrare" nella pellicola per cercare di riportare la storia sui binari originali. Il quinto film del regista milanese è forse il suo lavoro più famoso e paradigmatico, per come gioca con uno dei temi a lui più cari, ovvero la dissonanza fra realtà e fantasia. O fra due tipi diversi di fantasia: quella del cinema neorealista, con il suo mondo in bianco e nero, funestato da drammi sociali ed eventi tragici; e quello della pubblicità, colorato e popolato da accattivanti jingle, da modelle seminude e inviti al consumismo. Attraverso la televisione, mezzo che non si fa scrupolo di mescolare le carte (le interruzioni pubblicitarie irrompono nei momenti meno opportuni, troncando le battute e alterando il flusso delle emozioni), anche mondi all'apparenza distinti possono fondersi e mescolarsi: e così un bambino povero viene esposto a merendine e giocattoli, una moglie disperata (Caterina Sylos Labini) si ritrova in un universo di elettrodomestici, un'appariscente modella straniera (Heidi Komarek) viene catapultata nello squallore dell'Italia del dopoguerra. La satira di Nichetti non si limita comunque all'invettiva contro la tv commerciale (o "berlusconiana") dell'epoca, ma è diretta anche ai tanti luoghi comuni del cinema d'autore (si pensi ad alcuni personaggi del film neorealista, come il prete interpretato da Renato Scarpa), all'intellettualità dei critici cinematografici (con Claudio G. Fava che interpreta sé stesso, disquisendo di Melville e di Lubitsch) e alle modalità di consumo di film e tv, distratta e superficiale, di una famiglia borghese qualunque (Massimo Sacilotto e Carlina Torta). Oggi il film passa raramente in televisione, forse perché avendo molte pubblicità inglobate al proprio interno (fasulle, come un recupero di "Ho fatto splash" proveniente dall'omonimo film dello stesso Nichetti, o reali, come quelle celebri del Cynar e del detersivo Aiax) si corre il rischio di confonderle con quelle che davvero interrompono in continuazione i programmi sui canali generalisti. Le musiche sono di Manuel De Sica, figlio appunto di Vittorio!

30 gennaio 2022

Primo amore (George Stevens, 1935)

Primo amore (Alice Adams)
di George Stevens – USA 1935
con Katharine Hepburn, Fred MacMurray
**1/2

Rivisto in DVD.

Pur di famiglia povera, Alice Adams (una Katharine Hepburn giovane, bella e radiosa) ama la vita dell'alta società e cerca di "abbeverarsene" in ogni modo, frequentandone i rappresentanti e infiltrandosi alle feste, fingendo di essere ricca e benestante a sua volta. Quando si innamora (ricambiata) del bell'Arthur Russell (Fred MacMurray), cercherà di nascondergli il suo umile stato sociale. Che però verrà alla luce nel corso di una disastrosa cena in famiglia. Da un romanzo di Booth Tarkington (vincitore del premio Pulitzer nel 1922 e già portato sullo schermo in un film muto del 1923), una variante della storia di Cenerentola: ma più che l'aspetto romantico, in fondo poco originale, a renderla interessante è la lettura socio-economica, con la sottotrama del tentativo del padre di Alice (Fred Stone) di trasformarsi da impiegato in imprenditore, finendo con l'alienarsi per ripicca il suo ex datore di lavoro. "I francesi sono famosi per la cucina, gli italiani per la musica... e gli americani? Per gli affari", dice Alice ad Arthur, durante una delle loro vacue conversazioni. E il film, uscito poco dopo la Grande Depressione, insiste su questo punto, portando in primo piano le aspirazioni imprenditoriali ed economiche, le insicurezze finanziarie e le disuguaglianze sociali che ogni cittadino americano e ogni famiglia dell'epoca doveva fronteggiare. Il lieto fine relativo alla love story (non presente nel romanzo) fu imposto dai produttori che temevano la reazione del pubblico a un finale troppo "realistico", contro il volere di attrice e regista. La pellicola ricevette due nomination agli Oscar (quelle per il miglior film e per la miglior attrice protagonista). Stevens fu scelto come regista perché George Cukor e William Wyler (le prime scelte della Hepburn) non erano disponibili: i due lavoreranno poi insieme in altri due film.

29 gennaio 2022

Benvenuto Presidente! (R. Milani, 2013)

Benvenuto Presidente!
di Riccardo Milani – Italia 2013
con Claudio Bisio, Kasia Smutniak
*1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Nell'impasse per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, e non riuscendo a trovare il giusto candidato (cioè corruttibile e manipolabile), i principali partiti del parlamento italiano scelgono di votare – l'uno all'insaputa dell'altro – lo stesso nome "simbolico": Giuseppe Garibaldi. Peccato però che un cittadino eleggibile con questo nome esista veramente, un ex bibliotecario appassionato di pesca che abita in un paesino di montagna, che si ritrova così designato all'importante carica. Salito al Quirinale, con i suoi modi semplici e schietti e l'innata onestà saprà conquistarsi il favore della popolazione e risollevare le sorti del paese. Il tema dell'uomo comune che si ritrova per caso ai vertici di una nazione non è certo nuovo (dal "Prigioniero di Zenda", con tutte le sue varianti – compresa quella disneyana: "Topolino sosia di Re Sorcio" – a pellicole diversissime fra loro come "Dave - Presidente per un giorno" e "Kagemusha"), ed è sempre accattivante. Questa commedia parte bene e in modo spigliato, ma poi si adagia su un populismo semplicistico e prevedibile, anche perché quando cerca di fare qualcos'altro (vedi i momenti umoristici o la sottotrama romantica) fallisce miseramente per l'evidente mediocrità della scrittura. Alla fine la retorica populista fa il giro completo e, nel finale, diventa anti-populista (il discorso di Peppino agli italiani, in cui li accusa di essere loro il problema, prima ancora dei politici corrotti): ma di fatto è populismo anche quello, proprio come qualcuno che vuol essere anticonformista a tutti i costi è in realtà il più conformista di tutti. Kasia Smutniak è l'inflessibile vice segretario generale del Quirinale. Giuseppe Fiorello, Massimo Popolizio e Cesare Bocci i leader dei tre principali partiti (di destra, di centro e di sinistra, ma di fatto alleati e indistinguibili fra loro). Gianni Cavina è "il signor Fausto", a capo dei servizi segreti deviati. Lina Wertmüller, Pupi Avati, Gianni Rondolino e Steve Della Casa, in un cameo, sono "i poteri forti". Il film è stato girato in gran parte a Torino e in Val di Susa.

28 gennaio 2022

Il tabaccaio di Vienna (N. Leytner, 2018)

Il tabaccaio di Vienna (Der Trafikant)
di Nikolaus Leytner – Austria/Germania 2018
con Simon Morzé, Bruno Ganz
*1/2

Visto in TV (RaiPlay).

Il diciassettenne Franz (Morzé) lascia la madre (Regina Fritsch) e il suo villaggio natale fra le montagne del Salzkammergut per trasferirsi a Vienna e lavorare come apprendista nella tabaccheria di Otto Trsnjek (Johannes Krisch), amico di famiglia. Qui il ragazzo vive le prime esperienze romantiche, innamorandosi della bella e problematica boema Anežka (Emma Drogunova), ma soprattutto assiste all'avvento del nazismo (siamo negli anni Trenta), che si impadronisce del paese. E nel frattempo stringe amicizia con uno dei clienti della tabaccheria, nientemeno che il professor Sigmund Freud (Bruno Ganz), fondatore della psicoanalisi. Un film su cui non si possono che dare giudizi ambivalenti: da un lato l'ambientazione storica è interessante (il cambio di clima politico risalta in piccoli e grandi mutamenti: in un cabaret dove una volta si prendeva in giro Hitler, per esempio, in seguito si fanno battute sugli ebrei), la narrazione intreccia diversi fili (il tema della crescita e della conoscenza del mondo, ingiustizie e violenze comprese; quello dell'educazione sentimentale, con tanto di cocenti delusioni; quello dell'amicizia con un mentore o "consigliere" come Freud) e il finale è realistico e per nulla conciliante. Dall'altro la confezione lascia a desiderare: la fotografia è eccessivamente patinata, la regia anonima, le caratterizzazioni monotematiche, i dialoghi superficiali, il ritmo senza brio. Né il personaggio di Freud né la psicoanalisi hanno davvero importanza nella vicenda (Franz comincia a trascrivere i suoi sogni, quasi tutti ambientati presso il lago della sua infanzia, appendendo poi i fogli alla vetrina del suo negozio, ma da questo spunto non viene poi fuori nulla di interessante), e sembrano in fondo abbastanza superflui. Per Ganz è stato il penultimo ruolo: l'ultimo sarà ne "La vita nascosta" di Malick, film ambientato curiosamente nello stesso periodo e contesto storico.

26 gennaio 2022

Black Widow (Cate Shortland, 2021)

Black Widow (id.)
di Cate Shortland – USA 2021
con Scarlett Johansson, Florence Pugh
**1/2

Visto in TV (Disney+).

La Vedova Nera è sempre stato uno dei personaggi meno interessanti della Marvel (o almeno del suo Cinematic Universe), ma questo film prova – e in qualche modo ci riesce – a darle un po' di spessore, fornendoci il suo background e affiancandole una sorta di "famiglia". Il termine va fra virgolette, visto che si tratta, come lei, di spie russe inviate negli Stati Uniti sotto copertura: il "padre" è Alexei, alias il super-soldato Red Guardian (David Harbour), la risposta sovietica a Capitan America; la "madre" è Melina (Rachel Weisz), scienziata che ha collaborato al progetto con cui il perfido Dreykov (Ray Winstone), il cattivo di turno, controlla chimicamente la mente di un vero e proprio esercito di "Vedove", ragazze addestrate al combattimento e private della volontà e del libero arbitrio per essere usate come spie killer; e fra queste, almeno all'inizio, c'è anche Yelena (Florence Pugh), la "sorella minore" di Natasha Romanoff (Scarlett Johansson), con la quale si riunirà per trovare l'ubicazione della Stanza Rossa, il laboratorio segreto di Dreykov, e affrontare l'antico nemico. La vicenda si svolge durante il periodo in cui gli Avengers erano separati, ovvero dopo gli eventi di "Captain America: Civil War". Francamente mi aspettavo di peggio, da quello che prometteva di essere in tutto e per tutto un film Marvel minore: il soggetto è compatto e coerente (e più che un film di supereroi, sembra uno di spionaggio alla James Bond), la sceneggiatura affronta in maniera intrigante il tema della famiglia (vera o meno che sia) e non si perde in mille rivoli (anche se i tentativi di umorismo sono un po' goffi, specialmente riguardo alla personalità di Yelena: ma la presa in giro delle "pose eroiche" di Natasha è indovinata), e i personaggi sono pochi ma buoni: l'unico altro antagonista è Taskmaster, che si rivela essere la figlia di Dreykov (Olga Kurylenko). Peccato per le solite noiosissime scene di combattimento (ma la colpa è anche degli effetti speciali digitali, meno buoni del solito) e per l'orribile adattamento italiano (che fastidio continuare a sentire "Avengers" e soprattutto "Captain America", in inglese!). O-T Fagbenle è il "trovarobe" Rick Mason, William Hurt appare brevemente come generale Ross. Probabilmente la pellicola segna l'addio della Johansson al MCU, visto che il personaggio di Natasha è uscito di scena in "Avengers: Endgame": questo va considerato il suo canto del cigno. Nella scena che segue i titoli di coda, da collocarsi dopo il suddetto film, la contessa Valentina Allegra de Fontaine incarica Yelena di uccidere Clint Barton (gli sviluppi si vedranno nella serie tv "Hawkeye").

24 gennaio 2022

L'invasione degli ultracorpi (Don Siegel, 1956)

L'invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers)
di Don Siegel – USA 1956
con Kevin McCarthy, Dana Wynter
***

Rivisto in TV (Prime Video).

Il dottor Miles Bennell (Kevin McCarthy), medico del paesino di Santa Mira, in California, inizia a ricevere strane segnalazioni di pazienti convinti che i loro cari o familiari più prossimi siano degli impostori, ovvero persone identiche a loro (e con gli stessi ricordi) ma privi di vere emozioni. Indagando, insieme alla sua fiamma Becky Driscoll (Dana Wynter), scoprirà che gli abitanti del villaggio vengono in effetti sostituiti, durante il sonno, da "copie" vegetali di origine aliena, generati da misteriosi e giganteschi "baccelli". Uno dei più famosi B-movie di fantascienza/horror, tratto da un romanzo di Jack Finney e diventato un cult movie simbolo e icona non soltanto di un genere cinematografico (ricordiamo che negli anni Cinquanta la fantascienza era un filone a basso costo, buono soltanto per i "doppi spettacoli" dei drive-in, quelli poi celebrati in pellicole come il "Rocky Horror Picture Show") ma di un intero clima culturale. Pur non esplicita, infatti, la metafora sottostante è quella della paura del comunismo, che in quel decennio scuoteva l'America come non mai, con il suo senso di paranoia e di accerchiamento: la paura per l'avvento di una società in cui dissidi, odio e infelicità spariscono (e dove tutti collaborano verso un unico fine), ma con loro se ne vanno anche l'amore, l'individualità e i sentimenti. Curiosamente, per alcuni critici il messaggio è l'opposto, e il film vorrebbe mettere in guardia dalla caccia alle streghe del Maccartismo, che può mettere amici e familiari gli uni contro gli altri. Oppure, più generalmente, essere un attacco al conformismo e all'apatia (e quindi alla desensibilizzazione e alla disumanizzazione) che rischiano di svilupparsi in ogni società sufficientemente avanzata. I cineasti negarono comunque di aver avuto in mente una specifica allegoria politica. L'efficacia della pellicola, a tratti davvero inquietante, è accresciuta dalla sostanziale mancanza di effetti speciali, che ne accentua il realismo e la credibilità (lo stile è quasi quello di un film noir). Il lieto fine ottimista che giunge proprio negli ultimi secondi della pellicola è evidentemente posticcio, imposto (al pari dell'incipit) dalla produzione al regista, che avrebbe invece voluto terminare il film con il medico che gridava inutilmente in mezzo all'autostrada, rivolgendosi infine direttamente agli spettatori e dicendo: "You're next!". Nel cast anche King Donovan e Carolyn Jones (Jack e Theodora, gli amici del dottor Bennell). Alla sceneggiatura di Daniel Mainwaring ha collaborato, non accreditato, il futuro regista Sam Peckinpah, che all'epoca era assistente di Siegel e che si ritaglia anche un cameo (l'operaio del gas). Il nome "Ultracorpi" come traduzione di "Body Snatchers" non viene mai pronunciato nel film, che per molti continua a essere "quello dei baccelloni". Rifatto nel 1978 ("Terrore dallo spazio profondo"), nel 1993 ("Ultracorpi - L'invasione continua") e nel 2007 ("Invasion").

22 gennaio 2022

Your name. (Makoto Shinkai, 2016)

Your name. (Kimi no na wa.)
di Makoto Shinkai – Giappone 2016
animazione tradizionale
***

Visto in TV (Netflix).

La diciassettenne Mitsuha, che abita in una cittadina di campagna, e il coetaneo Taki, che risiede invece nella grande Tokyo, pur non conoscendosi, si risvegliano di frequente nel corpo l'uno dell'altra, "vivendo" così le rispettive giornate come fossero dei sogni ad occhi aperti. Quando si rendono conto che invece è la realtà, cercano in qualche modo di comunicare fra di loro e poi di incontrarsi. Ma le cose non saranno così semplici... Al quinto lungometraggio (tratto da un suo romanzo), Makoto Shinkai finalmente fa centro, conquistando un notevole successo di pubblico e di critica anche internazionale. Non che la pellicola sia esente da alcuni difetti già presenti nei lavori precedenti: l'eccesso di intellettualismo e di ambizioni, unito a una sopravvalutata originalità (in fondo tutta la prima parte non è altro che l'ennesima variazione di "Tutto accadde un venerdì" o, per restare in Giappone, di "Tenkosai" di Nobuhiko Obayashi, regista anche de "La ragazza che saltava nel tempo", di cui vent'anni dopo sarà realizzato un remake/sequel a cartoni animati che ha molto in comune con questo film). Ma Shinkai sembra anche aver raggiunto un maggiore equilibrio e una certa maturità nel caratterizzare i suoi personaggi, quelli che stanno loro attorno e l'ambiente in cui vivono. E se tutta la prima metà, quella relativa appunto ai misteriosi "scambi" e al modo in cui i due protagonisti cercano di farvi fronte (nonostante la rispettiva goffaggine nel trovarsi e doversi muovere in un corpo diverso), ha le caratteristiche della tipica commedia adolescenziale (con echi di "Ranma 1/2"), la seconda cambia repentinamente registro, diventando quasi un thriller catastrofico, quando si scopre che le loro esistenze sono in realtà temporalmente sfasate e che l'impatto di una cometa minaccia di distruggere anzitempo il mondo di Mitsuha. Il contrasto fra vita di campagna e di città, fra antiche tradizioni (con riti e cerimonie religiose) e modernità fantascientifiche, si sposa così con quel romanticismo astratto che permeava anche gli altri film di Shinkai, con i due ragazzi (innamoratisi pur senza incontrarsi) legati dal "filo rosso" del destino, qui rappresentato dal nastro fra i capelli di lei. Un filo intrecciato che indica anche lo scorrere del tempo, non per forza lineare. Il mix fra commedia, dramma, fantascienza e poesia, nel complesso, funziona: bello anche l'epilogo. Il titolo comprende anche il punto finale. Il nome del ristorante italiano dove lavora Taki, "Il giardino delle parole", è lo stesso del precedente film del regista.

20 gennaio 2022

Thelma (Joachim Trier, 2017)

Thelma (id.)
di Joachim Trier – Norvegia/Dan/Fra/Sve 2017
con Eili Harboe, Kaya Wilkins
***1/2

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Thelma (Eili Harboe), cresciuta in campagna nell'alveo di una famiglia molto religiosa e sempre tenuta sotto controllo dai genitori (Henrik Rafaelsen e Ellen Dorrit Petersen), va in città a studiare biologia all'università. Qui si concede le prime trasgressioni, e in particolare si innamora (ricambiata) di una compagna di studi, la bella Anja (Kaya Wilkins). Ma i forti sensi di colpa scateneranno un suo "potere" psicocinetico latente. Insolita commistione fra l'horror-thriller soprannaturale e il romanzo di formazione: in maniera non dissimile dal francese "Raw", uscito l'anno prima (ma con uno stile molto diverso: se quello era forte e truculento, questo è algido e controllato), vira in chiave fantastica la tematica della crescita di una giovane ragazza timida e sola, che per la prima volta si trova a confrontarsi con il mondo esterno, a mettere in discussione ciò che le è stato sempre insegnato (la curiosità scientifica cozza contro i dogmi della Bibbia) e a dover affrontare le proprie pulsioni, turbamenti (sessuali in primis) ed emozioni, fino ad allora represse dall'educazione religiosa e dall'influenza dei genitori. Le manifestazioni del suo potere, che in un primo momento sembrano soltanto delle "crisi" simil-epilettiche, proprio perché inaspettate e non controllate, suggeriscono evidenti paralleli con le possessioni demoniache, come testimoniano le iconografie e la presenza di animali – corvi neri o serpenti – che popolano le sue visioni. Le ottime interpretazioni e la regia lucida concorrono alla riuscita di una pellicola assai accattivante e a tratti davvero inquietante (si pensi ai flashback o alle scene in piscina), che indaga in maniera originale il tema della repressione dei sensi di colpa. Peccato solo per un finale forse un po' affrettato.

19 gennaio 2022

Chi ucciderà Charley Varrick? (Don Siegel, 1973)

Chi ucciderà Charley Varrick? (Charley Varrick)
di Don Siegel – USA 1973
con Walter Matthau, Joe Don Baker
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Dopo una sanguinosa rapina in una piccola banca del New Mexico, nel corso della quale perde la moglie che gli faceva da autista (Jacqueline Scott), l'ex pilota d'aereo Charley Varrick (Walter Matthau) si rende conto di aver messo le mani su un bottino molto più grande del previsto, una somma di denaro troppo alta per non appartenere alla malavita. E infatti l'organizzazione cui li ha sottratti sguinzaglia subito un sicario (Joe Don Baker) sulle tracce di Charley e del suo complice, la giovane testa calda Harman (Andrew Robinson)... Un solido film d'azione vecchio stile, con personaggi interessanti (almeno gli uomini: la caratterizzazione delle donne è un po' disinvolta) e non privo di colpi di scena. Memorabile soprattuto il protagonista, criminale dilettante ma pieno di assi da giocare, che ben si districa anche quando è in fuga o preso di mira da più parti (i gangster, i poliziotti...). John Vernon è il banchiere che traffica con la mafia, Felicia Farr la sua segretaria, Woodrow Parfrey il direttore della filiale rapinata, Sheree North la falsificatrice di documenti. Don Siegel avrebbe voluto intitolare il film "L'ultimo degli indipendenti", il motto della compagnia di disinfestazione aerea di Charley Varrick, e aveva pensato a Clint Eastwood come protagonista.

17 gennaio 2022

Apart from you (Mikio Naruse, 1933)

Apart from you (Kimi to wakarete)
di Mikio Naruse – Giappone 1933
con Sumiko Mizukubo, Akio Isono
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'anziana geisha Kikue (Mitsuko Yoshikawa) fa questo lavoro per mantenere il figlio Yoshio (Akio Isono) e permettergli di studiare. Disapprovando il mestiere della madre, di cui si vergogna, Yoshio smette di andare a scuola e si unisce a una banda di balordi. Assistendo però agli sforzi di Terugiku (Sumiko Mizukubo), giovane collega di Kikue cui è legato da un legame di affetto e che a sua volta fa la geisha per mantenere la famiglia e per proteggere la sorella minore dallo stesso destino, Yoshio comprenderà infine il valore del sacrificio della madre. Soggetto "mizoguchiano" ma con lieto fine, per un melodramma per certi versi retorico e convenzionale (la trama ricorda molte pellicole giapponesi dell'epoca) ma con una notevole caratterizzazione dei personaggi e con una forte intensità emotiva (si pensi al confronto fra Terugiku e la sua famiglia, quando accusa i genitori per la propria sorte). E stilisticamente sono da apprezzare i movimenti di macchina (come gli zoom e i primi piani: a volte gli attori sembrano quasi guardare direttamente in faccia gli spettatori) e il montaggio, specie nella parte finale. Pur trattandosi di un muto, la pellicola presenta a tutti gli effetti il linguaggio moderno del cinema sonoro. Anche il realismo e il pragmatismo nel descrivere il mondo delle geishe, lontano da ogni romanticismo forzato, non sono banali. Tomio "Tokkan Kozo" Aoki, nel consueto ruolo del monello combinaguai, è il fratellino di Terugiku.

15 gennaio 2022

Doctor Sleep (Mike Flanagan, 2019)

Doctor Sleep (id.)
di Mike Flanagan – USA 2019
con Ewan McGregor, Rebecca Ferguson
**

Visto in TV (Netflix).

A quarant'anni di distanza dagli eventi dell'Overlook Hotel, Danny Torrance (Ewan McGregor) è cresciuto e sta lentamente cercando di superare i traumi che ha vissuto. Con un passato da alcolista, lavora come inserviente in una clinica per malati terminali, usando i propri poteri mentali per alleviare la paura di chi si avvicina alla morte. Ma quando Abra Stone (Kyliegh Curran), una ragazzina dotata come lui del potere della "luccicanza", viene minacciata da una congrega di creature quasi immortali che si nutrono proprio dell'energia magica per prolungare la propria esistenza, guidate dalla perfida Rose Cilindro (Rebecca Ferguson), Danny decide di aiutarla e di tornare ad affrontare le forze del male. Sequel di "Shining", tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King ma al tempo stesso inteso come seguito diretto del film di Stanley Kubrick, che dal primo romanzo di King si discostava non poco: di conseguenza Flanagan (anche sceneggiatore) cerca di tenere il piede in due scarpe, non sempre riuscendoci in maniera adeguata. Se da un lato "ruba" iconografia, musica (il "Dies irae"!), sequenze e inquadrature dal capolavoro kubrickiano, arrivando al punto da scritturare attori look-alike degli interpreti del vecchio film (Henry Thomas come Jack Nicholson, Alex Essoe come Shelley Duvall, Carl Lumbly come Scatman Crothers), dall'altro gran parte della pellicola ha un mood decisamente diverso dall'originale, al punto che a tratti non sembra neppure un horror ma uno dei tanti action movie a tema fantastico basati su scontri fra personaggi con superpoteri. E quando, nella sequenza finale, l'azione si sposta nell'Overlook Hotel (una scelta del regista, visto che nel libro di King non accadeva), l'impressione è quasi quella di trovarsi di fronte a un omaggio/citazione/parodia di "Shining", e al desiderio di replicarne le scene, che non a un vero seguito. Non aiuta il fatto che le inquietanti suggestioni psicologiche del primo film vengano qui stravolte o banalizzate, dando a tutto una spiegazione: l'albergo è "semplicemente" una casa infestata dai fantasmi, Jack Torrance era "semplicemente" posseduto, e così via. Se visto come thriller a sé stante il film non è poi del tutto malvagio (ci sono alcuni momenti surreali/onirici interessanti, come le interazioni mentali fra Abra e Rose, anche se tutto il resto è abbastanza poco fantasioso: i nemici vengono uccisi a fucilate, per dire), come sequel di un capolavoro non può dunque che risultare deludente sotto molteplici punti di vista. Anche il titolo è tirato via (il nomignolo "Doctor Sleep" in riferimento a Danny viene usato in una singola scena e poi, nonostante la durata del film, mai più richiamato). Fra i "cattivi" ci sono anche Zahn McClarnon e Emily Alyn Lind. Da notare i tanti riferimenti alla paranoia americana per la pedofilia (ogni scena in cui un adulto è in compagnia di un bambino è letta o equivocata in questo senso).

13 gennaio 2022

Vampyr - Il vampiro (Carl T. Dreyer, 1932)

Vampyr - Il vampiro (Vampyr - Der Traum des Allan Grey)
di Carl Theodor Dreyer – Germania/Francia 1932
con Julian West, Sybille Schmitz
***

Visto in DVD.

Lo studente Allan Gray, ospite in un'inquietante locanda nel villaggio di Courtempierre, scopre che il villaggio stesso è oppresso dalla malvagia influenza di un vampiro, un essere soprannaturale e maligno. Fra le sue vittime, in particolare, c'è Léone (Sybille Schmitz), una delle figlie del castellano locale (Maurice Schutz), che giace fra la vita e la morte. Il padre chiede l'aiuto di Gray, inviandogli un libro che spiega i segreti dei vampiri: e il giovane, insieme alla sorella di Léone, Gisèle (Rena Mandel), e a un vecchio domestico (Albert Bras), riuscirà a sgominare la minaccia. Ispirato a "Carmilla" e altri racconti di Sheridan Le Fanu, un seminale film horror che – insieme al "Nosferatu" di Friedrich Wilhelm Murnau e al quasi contemporaneo "Dracula" di Tod Browning – ha contribuito a codificare il genere cinematografico dei vampiri. Qui il pericolo e le presenze maligne sono più soprannaturali e meno concrete rispetto alle altre pellicole citate: i veri vampiri non si vedono mai (la malvagia Marguerite Chopin controlla tutto dalla sua bara, sepolta nel cimitero locale) ed è soprattutto il loro influsso ad agire come una morsa di terrore sui personaggi, grazie anche all'aiuto di alcuni "succubi" umani, come il dottore del villaggio (Jan Hieronimko). Il ritmo lento e la costante sensazione di oppressione e irrequietezza, condita da immagini di vecchiaia e di morte, ai limiti dell'allucinato, fa collocare la pellicola a metà strada fra il cinema espressionista tedesco e quello surrealista (è stato descritto dalla critica "una meditazione surreale sul tema della paura"). Da notare soprattutto le ombre che si muovono da sole, ma anche la sequenza in soggettiva dalla bara, che fa parte del "sogno" di Gray, dopo che si è addormentato e "sdoppiato", con il suo alter ego onirico che osserva il mondo "in trasparenza". Accreditato come Julian West, l'attore protagonista era in realtà il barone Nicolas de Gunzburg, nobile francese di origine russo-ebraica, alla sua unica esperienza cinematografica prima di trasferirsi negli Stati Uniti dove lavorerà nel campo della moda e dell'editoria. La sua recitazione può sembrare monocorde, ma fu il regista a volere che si muovesse appunto come in un sogno, senza espressione e con i movimenti rallentati. La fotografia è di Rudolph Maté. Il film è il primo lavoro sonoro di Dreyer, anche se i dialoghi sono ridotti al minimo (furono girati in tre versioni: in tedesco, in francese e in inglese) e gran parte del linguaggio è quello del muto, compresi lunghi intertitoli. L'insuccesso commerciale e di critica fece sì che il regista non diresse un altro lungometraggio per oltre dieci anni, fino a "Dies irae" nel 1943, girato in Danimarca durante l'occupazione nazista.

11 gennaio 2022

Asakusa Kid (Gekidan Hitori, 2021)

Asakusa Kid (id.)
di Gekidan Hitori – Giappone 2021
con Yuya Yagira, Yo Oizumi
**1/2

Visto in TV (Netflix), in originale con sottotitoli.

Biopic sugli anni giovanili di "Beat" Takeshi Kitano (Yuya Yagira), quando esordiva come comico esibendosi sul palcoscenico del Français, un locale di spogliarelli nel distretto di Asakusa, a Tokyo, prima di dedicarsi al manzai – una forma di cabaret dialogato in coppia – in compagnia dell'amico Kiyoshi Kaneko (Nobuyuki Tsuchiya). Tratta dall'omonimo libro di memorie dello stesso Kitano, la pellicola si incentra quasi esclusivamente sul rapporto fra il giovane "Take" e il suo "maestro" Senzaburo Fukami (Yo Oizumi), il capo della compagnia di comici del Français, che lo prende sotto la sua ala protettrice e, con i suoi modi apparentemente scostanti, gli insegna praticamente tutto: l'arte della comicità irriverente e anticonvenzionale, la presenza sul palco ("Non farli ridere di te, falli ridere tu") e persino la passione per il tip tap. Vero e proprio co-protagonista della pellicola (se non protagonista principale), Fukami è un personaggio tragico e simpatetico, irrimediabilmente legato all'arte teatrale e che preferisce vivere in povertà piuttosto che tradire i propri valori. Per questo motivo vede di cattivo occhio i comici che la abbandonano per passare in televisione, come poi farà lo stesso Takeshi, anche se gli resterà legato (e orgoglioso dei suoi successi, frutto di una comicità all'avanguardia e politicamente scorretta) fino alla morte. Organizzato come una serie di flashback concatenati (ma il grosso della vicenda si svolge nei primi anni Settanta), il film ha una forte impronta umana, calda, nostalgica e commovente, distante dunque per molti versi dallo stile sardonico e distaccato delle pellicole che lo stesso Kitano dirigerà da regista: è un ritratto di un periodo storico in cui i locali di cabaret stavano entrando in crisi e perdevano spettatori, un momento di passaggio verso altre forme di espressione artistica. Peccato solo che il "vero" Kitano non abbia interpretato sé stesso da anziano (il film si apre e chiude con Takeshi, ai giorni nostri, che rende omaggio al suo vecchio maestro). Mugi Kadowaki è la spogliarellista Chiharu, aspirante cantante. Honami Suzuki è Mari, la moglie di Fukami. I titoli di coda sono in animazione.

10 gennaio 2022

Origini segrete (D. Galán Galindo, 2020)

Origini segrete (Orígenes secretos)
di David Galán Galindo – Spagna 2020
con Javier Rey, Brays Efe
**

Visto in TV (Netflix).

Per indagare su un serial killer che uccide le sue vittime "ricreando" le origini dei più celebri supereroi americani (da Hulk a Iron Man, da Batman all'Uomo Ragno), il detective madrileno David (Javier Rey) è costretto a chiedere l'aiuto di Jorge Elías (Brays Efe), appassionato cultore di comics e proprietario di un negozio di fumetti, nonché figlio del suo predecessore Cosme (Antonio Resines). Simpatica pellicola spagnola che da un lato ricorda i polizieschi alla "Seven" (con il killer che segue una particolare ossessione e semina indizi), dall'altro si iscrive al filone che cala gli elementi supereroistici nella realtà (alla "Unbreakable", con cui ha molto in comune). Nonostante evidenti limiti di scrittura e di respiro, si lascia guardare con interesse. Fra le tematiche: il riscatto e l'orgoglio dei nerd (anche il capo della sezione omicidi, la bella Norma (Verónica Echegui), è patita di manga e fa la cosplayer) e il concetto di eroe in un mondo dove non tutto è bianco o nero.

8 gennaio 2022

Indovina chi viene a cena? (Stanley Kramer, 1967)

Indovina chi viene a cena? (Guess who's coming to dinner)
di Stanley Kramer – USA 1967
con Spencer Tracy, Sidney Poitier
***1/2

Visto in TV (La7), per ricordare Sidney Poitier.

La ventitreenne Joanna Drayton (Katharine Houghton) torna a casa per presentare ai suoi genitori il suo nuovo fidanzato, il dottor John Prentice (Sidney Poitier), che ha conosciuto solo pochi giorni prima e che intende sposare di lì a breve. Piccolo "problema": lei è bianca, e lui è nero. E la cosa desta perplessità, preoccupazioni e riserve persino in una coppia che si dice di vedute aperte e che si è sempre dichiarata contraria a pregiudizi e discriminazioni (la vicenda si svolge a San Francisco, nella "liberale" California) come quella composta da Matt (Spencer Tracy) e Christina (Katharine Hepburn). Pellicola epocale, fra le prime ad affrontare a viso aperto una questione come quella dei rapporti e dei matrimoni interrazziali, che all'epoca, negli USA, erano ancora illegali in numerosi stati e comunque mal visti da (gran?) parte dell'opinione pubblica. L'impostazione è quasi teatrale, con una sceneggiatura (di William Rose) costruita sui dialoghi e un'ambientazione limitata (a parte alcune scene all'aperto, l'azione si svolge tutta nella casa dei Drayton e nell'arco di poche ore), mentre i toni sfiorano la commedia. E proprio la qualità dei dialoghi e degli interpreti (eccezionali soprattutto Tracy e la Hepburn, al nono e ultimo film insieme) permette al film di superare i limiti della pellicola a tesi, il cui messaggio antirazzista rischia di essere più importante di tutto il resto. In un certo senso i personaggi sono tutti positivi, persino quelli che più fanno resistenza alla relazione fra Joanna e John, ovvero i due padri (le madri, invece, accettano più in fretta la cosa) e la domestica di colore Tilly (Isabel Sanford), nel cui caso il razzismo è interiorizzato. Tutti anziani o membri di una generazione precedente, per la quale lo stato delle cose è dato per assodato: i più giovani, invece, sono maggiormente aperti al cambiamento e fiduciosi che il mondo stia procedendo rapidamente in una nuova direzione. "Tu ti consideri ancora un uomo di colore, mentre io mi considero un uomo", dice John al padre. La distanza fra vecchi e giovani è evidente in numerose altre scene: dal flirt fra il garzone e la cameriera, all'accettazione rapida da parte degli amici di Joanna, fino alla sequenza dell'incidente in macchina davanti alla gelateria.

Che John sia praticamente "perfetto" per maniere, educazione e professione (è un medico affermato e filantropo) è necessario non tanto per idealizzare il personaggio ma per far sì che l'unica ragione per non approvare il suo matrimonio con la figlia sia appunto quella legata al colore della sua pelle. Cosa che Matt inizialmente nega a sé stesso, giustificando il rifiuto con l'essersi trovato di fronte a un fatto compiuto e di aver avuto troppo poco tempo per elaborare il cambiamento. Ma dopo una serie di confronti fra i vari personaggi, spesso a due a due, il film culmina nel commovente discorso finale dello stesso Matt che suggella nel migliore dei modi la vicenda. Roy E. Glenn e Beah Richards sono i genitori di John, Cecil Kellaway è monsignor Ryan, il prete amico di famiglia. La Houghton era nella realtà la nipote della Hepburn (la figlia di sua sorella Marion). Poitier, dopo essere stato il primo attore di colore a vincere l'Oscar (con "I gigli del campo" nel 1964), con questo e altri film (come "La calda notte dell'ispettore Tibbs", uscito lo stesso anno), divenne un simbolo del cinema impegnato antirazzista. Spencer Tracy, al quarto film con Kramer, morì due settimane dopo la fine delle riprese: era già malato, ma aveva insistito per terminare il film. L'aspetto del protagonista del film d'animazione "Up" della Pixar è modellato sul suo personaggio. Una battuta sarcastica della domestica Tilly ("Indovina chi viene a cena?" – "Il reverendo Martin Luther King?") fu eliminata quando MLK venne assassinato nell'aprile del 1968, ma poi reintegrata nell'edizione in home video. La pellicola ricevette nove nomination agli Oscar, vincendo due statuette (la Hepburn come miglior attrice e la sceneggiatura). Infine, una curiosità sul linguaggio: nel doppiaggio italiano è ampiamente usata la parola "negro", e anche in originale si alternano "black" e "negro" (l'unica ricorrenza di "nigger" è in una frase rivolta da Tilly a John per offenderlo): evidentemente all'epoca la parola non era ancora tabù.

7 gennaio 2022

Jackie Brown (Quentin Tarantino, 1997)

Jackie Brown (id.)
di Quentin Tarantino – USA 1997
con Pam Grier, Samuel L. Jackson
***

Rivisto in TV (Netflix).

Ordell Robbie (Samuel L. Jackson), piccolo trafficante d'armi, fa uscire di prigione l'hostess Jackie Brown (Pam Grier), che sfrutta per trasferire all'estero il denaro da lui guadagnato, con l'intenzione di eliminarla come ha appena fatto con un altro complice, il sempliciotto Beaumont (Chris Tucker). Ma la donna, fiutata l'antifona, si allea con Max Cherry (Robert Forster), il prestanome che ha pagato la sua cauzione, per mettere lei stessa le mani sul bottino di Ordell. Il terzo lungometraggio di Quentin Tarantino è (almeno apparentemente) un film "minore" rispetto ai due capolavori che l'hanno preceduto (ovvero "Le iene" e "Pulp fiction"), anche se ha diverse cose in comune con quelli, a partire ovviamente dallo stile (i dialoghi sono il punto di forza, ma non mancano piani sequenza, split screen e altri virtuosismi di regia), dal cast corale e da una narrazione in parte decostruita (vedi la scena nel negozio di abbigliamento dove avviene lo scambio di denaro, mostrata più volte dal punto di vista dei diversi personaggi). La trama è tratta da un romanzo di Elmore Leonard, "Punch al rum" (il che ne fa l'unico film di Tarantino basato dichiaratamente su un soggetto non originale), di cui cambia però l'ambientazione (da Miami a Los Angeles) e alcuni dettagli, e l'intera operazione diventa così un omaggio alla blaxploitation, il genere cinematografico degli anni settanta di cui proprio Pam Grier era stata una delle protagoniste (con film come "Coffy" e "Foxy Brown", quest'ultimo citato persino attraverso il medesimo font nel titolo). Alla Grier, tornata così alla ribalta, Quentin affianca come suo solito un nutrito cast di stelle: Robert De Niro (Louis Gara, il complice di Ordell), Bridget Fonda (Melanie, una delle ragazze del gangster), Michael Keaton e Michael Bowen (i due poliziotti). Ogni personaggio o gruppo di personaggi persegue i propri interessi, spesso in contrasto fra di loro, ma alla fine i "buoni" sono quelli interpretati dalla Grier e da Forster. Pur dilungandosi un po', il film risulta più che gradevole, anche perché realizzato quando l'estrema derivatività, il citazionismo e l'incartocciarsi su sé stesso del buon Quentin erano ancora più un pregio che un difetto. Fra le mille citazioni: l'incipit sul rullo trasportatore all'aeroporto ricorda quello de "Il laureato"; Jackson e De Niro parlano di cinema di Hong Kong (ma il doppiaggio italiano traduce maldestramente "The killer" di John Woo come "L'assassino"); e diverse scene (come la visuale dal portabagagli dell'auto) richiamano gli stessi lavori precedenti di Tarantino. La trasmissione televisiva "Chicks who love guns" non esiste in realtà, ed è stata ideata apposta per il film. Nella colonna sonora spiccano i brani dei Delfonics. Curiosità: l'anno seguente Michael Keaton interpreterà lo stesso personaggio (l'agente Ray Nicolette) in un altro film tratto da un romanzo di Leonard, "Out of sight". Anche Ordell e Louis torneranno in un'altra pellicola, prequel di questa, "Scambio a sorpresa" del 2013.

5 gennaio 2022

Il tempo si è fermato (Ermanno Olmi, 1959)

Il tempo si è fermato
di Ermanno Olmi – Italia 1959
con Natale Rossi, Roberto Seveso
***

Visto in TV (RaiPlay).

Il giovane studente Roberto (Seveso) trova lavoro durante il periodo invernale come guardiano presso la diga dell'Adamello, in alta montagna, in sostituzione di un collega, e raggiunge così l'anziano Natale (Rossi), che già si trova sul posto. All'inizio la convivenza fra i due è difficile, avendo poco in comune, a partire dall'età, dal carattere (esuberante l'uno, taciturno l'altro) e dall'esperienza: ma pian piano, da soli in una baracca sferzata dalla neve e immersa nel silenzio, diventeranno amici, complice anche una notte difficile per via di una tempesta. Il primo lungometraggio di Ermanno Olmi, girato con attori non professionisti, quasi non ha trama e punta sul realismo nel descrivere le condizioni di vita e i rapporti fra i due personaggi. Olmi aveva inizialmente concepito il progetto come documentario per conto della Edison-Volta, la compagnia energetica per la quale lavorava e per cui aveva già filmato numerosi cortometraggi aziendali. La semplicità dei personaggi, il realismo dell'ambientazione, le emozioni pure e distillate che vengono alla luce con facilità e senza la necessità di ricorrere a colpi di scena o a trovate drammaturgiche, favoriscono l'immersione dello spettatore in un quadro minimalista dove la natura stessa (la montagna, la neve, il silenzio) è protagonista al pari dei due uomini. Anche la regia si adegua, risultando rigorosa e rifuggendo la spettacolarità. Gran parte dei dialoghi, soprattutto quando parla Natale, sono in dialetto. Il titolo è identico a quello di un (bel) thriller americano del 1948.

4 gennaio 2022

Un viaggio a quattro zampe (C.M. Smith, 2019)

Un viaggio a quattro zampe (A Dog's Way Home)
di Charles Martin Smith – USA 2019
con Jonah Hauer-King, Ashley Judd
**

Visto in TV (Rai 1), con Sabrina.

Per tornare a casa dal suo padrone Lucas (Hauer-King), che l'ha adottata, la cagnolina randagia Bella affronta da sola un lungo viaggio di 650 chilometri, dal New Mexico al Colorado, attraversando (nel corso di oltre due anni) città e parchi naturali e affrontando i pericoli della natura e dell'uomo. Sulla falsariga di "Torna a casa, Lassie", un film d'avventura con protagonista canino: poco originale e pieno di cliché, ma anche moderatamente realistico, ottimamente realizzato e – quando sono di scena gli animali – avvincente e a tratti commovente. Se non mancano inevitabili tocchi di retorica, la sceneggiatura non è però del tutto superficiale e infantile, visto che non si premura di nascondere o edulcorare aspetti negativi o paurosi, come la morte. Memorabile l'amicizia fra Bella e un cucciolo di puma, da lei soprannominata "Gattina Gigante", fra le montagne del Colorado. La voce narrante della protagonista, che si rivolge agli spettatori, in originale è di Bryce Dallas Howard. Gli altri animali invece non parlano. Nel cast "umano" anche Ashley Judd, Alexandra Shipp, Edward James Olmos, Brian Markinson e Wes Studi.

3 gennaio 2022

Lo schiavo di Cartagine (Luigi Maggi, 1910)

Lo schiavo di Cartagine
di Luigi Maggi [e Arturo Ambrosio, Roberto Omegna] – Italia 1910
con Alberto Capozzi, Mary Cleo Tarlarini
*1/2

Visto su YouTube.

Cartagine è sotto assedio, e i sacerdoti chiedono al generale Asdrubale il sacrificio di una vergine per placare la collera degli dèi. La scelta ricade su una giovane schiava, punita dal proprio padrone per aver rifiutato il suo amore. Ma sarà salvata dal suo promesso sposo, un pastore, che la sottrae appena in tempo al suo crudele destino: insieme i due riusciranno a fuggire dalla città. Sulla falsariga de "Gli ultimi giorni di Pompei", il film che due anni prima aveva fatto la fortuna della casa di produzione torinese Ambrosio Film, un'altra pellicola romantica a sfondo epico, sia pure molto meno interessante della precedente. Set e costumi sono di impostazione teatrale, e mancano elementi cinematografici degni di nota, compresi effetti speciali di alcun genere. Da segnalare giusto alcune inquadrature che giocano con la profondità, la luce e la penombra, mostrando l'esterno da un interno buio (la stanza in cui è rinchiusa la schiava, l'ingresso dei sacerdoti nella reggia, le belve feroci liberate durante la fuga), nonché la scena finale dei due amanti sulla barca che, se non proprio un primo piano, è quantomeno un piano medio che consente di apprezzare nel dettaglio l'espressione dei volti. La sceneggiatura è di Arrigo Frusta, la (bella) fotografia di Giovanni Vitrotti. La scena del sacrificio davanti alla statua di Baal-Moloch, pur modesta, sembra quasi anticipare "Cabiria". Un titolo più appropriato sarebbe stato "La schiava di Cartagine".

Il diavolo zoppo (Luigi Maggi, 1909)

Il diavolo zoppo
di Luigi Maggi – Italia 1909
con Ernesto Vaser, Gigetta Morano
**

Visto su YouTube.

Per sfuggire alle mire di Tomasa (Gigetta Morano), che intende sposarlo con l'inganno, il giovane Leandro (Ernesto Vaser) si rifugia nella casa di un alchimista. Qui trova Asmodeo (Ercole Vaser), il diavolo zoppo, tenuto prigioniero in una bottiglia, e lo libera. Riconoscente, il diavolo lo aiuterà prima a vendicarsi di Tomasa e poi a salvare la principessa Serafina e a conquistarne l'amore. Da un romanzo di inizio Settecento del francese Alain-René Lesage, ambientato a Madrid, una fiaba che fa uso di effetti speciali (come il "volo" di Leandro e Asmodeo sopra i tetti della città) e trucchi ottici. Prodotto dalla Ambrosio Film (per la quale Maggi aveva realizzato, l'anno prima, la pellicola di grande successo "Gli ultimi giorni di Pompei"), il film mescola con disinvoltura scene girate in studio e location in esterni, ha un buon ritmo narrativo e una discreta varietà di situazioni e ambientazioni. Da segnalare anche le sequenze che Leandro osserva attraverso la lente magica.

31 dicembre 2021

È stata la mano di Dio (P. Sorrentino, 2021)

È stata la mano di Dio
di Paolo Sorrentino – Italia 2021
con Filippo Scotti, Toni Servillo
***

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

Il giovane Fabio "Fabietto" Schisa (Filippo Scotti) cresce nella Napoli degli anni Ottanta, in preda al fermento per l'arrivo di Diego Armando Maradona nella squadra di calcio locale. Ma la tragedia che si abbatte sulla sua famiglia, con la morte accidentale e improvvisa di entrambi i genitori (Toni Servillo e Teresa Saponangelo), lo costringerà a maturare in fretta, accelerando il suo desiderio di diventare regista cinematografico. Nonostante i consueti tocchi "surreali" (l'incipit con San Gennaro e il "Monacello", la sorella perennemente in bagno) e i personaggi a volte sopra le righe (zii, parenti, vicini di casa), la pellicola è la più intima, realistica e autobiografica fra tutte quelle del regista: Fabietto è infatti lo stesso Paolo Sorrentino, e le circostanze della morte dei genitori sono quelle veramente accadute quando lui aveva solo 16 anni, compreso il fatto che a salvarlo, indirettamente, è stato proprio Maradona ("la mano di Dio", appunto, dal soprannome per il gol di mano segnato all'Inghilterra durante i Mondiali del 1986). Per assistere a una sua partita, infatti, il ragazzo non aveva seguito la famiglia nella casa di montagna a Roccaraso, dove una fuga di gas ha causato la tragedia. La Napoli di quell'epoca è ricostruita con calore, nostalgia e affetto, almeno nella prima parte del film, ricca di sorrisi, giochi e scherzi (anche quando mette in scena i battibecchi, le crisi in famiglia o i primi turbamenti sessuali); la seconda parte si fa inevitabilmente più amara e cupa, ma sfocia nel "confronto" con il regista Antonio Capuano (Ciro Capano) che gli consiglia di raccontare sé stesso e la sua città (consiglio che Fabio inizialmente non seguirà: e sembra quasi che Sorrentino, con questo film, abbia finalmente voluto tornare sui suoi passi e assecondare quel suggerimento dopo molti anni). A interessare Fabio, in verità, non è tanto l'amore per il cinema in sé (afferma di aver visto pochissimi film, e per l'intera pellicola cerca di guardare "C'era una volta in America" di Sergio Leone, di cui ha una videocassetta, senza riuscirci), quanto il fatto che il cinema "ti distrae dalla realtà, che è scadente". Curioso che una simile affermazione venga fatta proprio nel film di Sorrentino meno astratto e più legato proprio alla realtà, per quanto trasfigurata dalla memoria: se lo stile è simile ai lavori precedenti, con grande cura nelle scenografie, nelle immagini, nella descrizione di un mondo al tempo stesso decadente (la vecchiaia e la malattia di molti personaggi che circondano il protagonista) e ricco di spunti e potenzialità (l'arte, il cinema, le passioni), nel complesso il film appare per forza di cose più personale, sofferto e dunque sincero rispetto, per esempio, alle pellicole su Andreotti o Berlusconi. Il cast comprende Marlon Joubert (il fratello maggiore Marchino), Luisa Ranieri (la zia ninfomane Patrizia), Betti Pedrazzi: (la baronessa), Biagio Manna (l'amico contrabbandiere Armando), e ancora Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Renato Carpentieri, Dora Romano. Musiche di Lele Marchitelli. La canzone sui titoli di coda (con le scritte naturalmente in azzurro) è "Napule è" di Pino Daniele.

30 dicembre 2021

Personal shopper (Olivier Assayas, 2016)

Personal shopper (id.)
di Olivier Assayas – Francia/Ger/Bel 2016
con Kristen Stewart, Lars Eidinger
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

La giovane Maureen (Kristen Stewart), che lavora a Parigi come "personal shopper" per la celebrità Kyra (Nora von Waldstätten), è anche una medium in grado di percepire la presenza degli spiriti. Ma i suoi tentativi di instaurare un contatto con il fratello gemello Lewis, morto da poche settimane per un problema cardiaco, si rivelano infruttuosi... Uno strano film, che mescola in parallelo due storie/vicende legate fra loro solo dalla protagonista e dai suoi traumi: da una parte l'elaborazione del lutto e il tentativo di contattare lo spirito del fratello; dall'altro il rapporto con sé stessa, i propri desideri e le proprie paure, che si riflettono nello strano lavoro per conto della sfuggente Kyra, che praticamente non vede mai di persona, di cui cura l'immagine acquistando vestiti di lusso, scarpe, borse e gioielli che però gli è proibito provare o indossare lei stessa. Una proibizione che naturalmente si trasforma in desiderio di trasgressione, portando alla luce turbamenti nascosti. Le due storie si sfiorano soltanto, come quando Maureen inizia a ricevere strani messaggi sul cellulare da uno sconosciuto: si tratta del fratello morto, o di qualcuno dell'entourage di Kyra? E si incrociano infine nel finale-thriller, compresa una sequenza surreale (il "fantasma" che esce dall'albergo) che contribuisce al mistero di un film permeato da cupezza e disagio (vedi anche la fotografia "fredda") fino all'ultima sequenza, da horror psicologico. Un film un po' evanescente e pretenzioso, e non privo di divagazioni (come quelle artistiche, sulla pittrice astratta di inizio novecento Hilma af Klint o sulle sedute spiritiche di Victor Hugo), ma ben diretto e recitato. Assayas ha scritto il film espressamente per la Stewart, che aveva già recitato per lui in "Sils Maria". Premio per la miglior regia al festival di Cannes, ex aequo con "Un padre, una figlia" di Mungiu.