25 luglio 2009

Buone vacanze!

E dopo queste bellissime pellicole di Herzog e di Kitano, questo blog se ne va in ferie per un mesetto. A differenza dell'anno scorso, quando mi ero concesso un magnifico viaggio in Giappone (e ricordo che alcune foto sono visibili qui), stavolta mi accontenterò della Fogona. Ciao a tutti!

Il silenzio sul mare (T. Kitano, 1991)

Il silenzio sul mare (Ano natsu, ichiban shizukana umi)
di Takeshi Kitano – Giappone 1991
con Claude Maki, Hiroko Oshima
***1/2

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli, con Marisa e Daniela.

Poetico, delicato, minimalista e riflessivo: il terzo film di Kitano – il primo in cui il regista non recita di persona e in cui si distacca dalle consuete e sanguinose vicende a base di yakuza e poliziotti – spiazza ancora una volta gli spettatori raccontando la storia di una coppia di fidanzati sordomuti alle prese con la passione del ragazzo per il surf. Lui, Shigeru, è un netturbino che un giorno trova una tavola buttata via e decide quasi casualmente di provare a praticare quello sport; lei, Takako, assiste amorevolmente ai suoi progressi guardandolo dalla riva, ripiegando con cura gli abiti che lui lascia sulla spiaggia e incitandolo quando decide di iscriversi a una gara impegnativa. Quasi senza trama e senza dialoghi (già normalmente nei lungometraggi di Kitano si parla poco, figuriamoci in questo!), la pellicola scorre lenta e rilassata ed è ravvivata da alcuni momenti romantici e da deliziosi tocchi umoristici (la scena in cui il ciclista cade improvvisamente dal molo, sorprendendo tanto gli spettatori quanto i personaggi sullo schermo, è geniale), in parte incentrati sulle disavventure di alcuni personaggi minori – inconfondibilmente kitaniani – come i due amici di Shigeru che, dopo averlo preso in giro, ne seguono le orme. Nel finale, in maniera inaspettata vista la sostanziale assenza fino ad allora di momenti drammatici, irrompe una misteriosa tragedia che aggiunge un particolare spessore fatalista all'intera vicenda.

Il mare è un tema ricorrente nelle opere di Kitano, che spesso ama mostrare i suoi personaggi sulla spiaggia o di fronte alle onde. Con questo lungometraggio comincia anche la fondamentale collaborazione con il compositore Joe Hisaishi (già noto per le musiche dei film di Hayao Miyazaki), che realizza una bella colonna sonora nella quale spicca il tema principale, "Silent love". Da segnalare il cameo di Susumu Terajima (quasi un attore feticcio di Kitano) nel ruolo del camionista che dà un passaggio a Shigeru e Takako. Il titolo originale si può tradurre con "Quell'estate, il mare era molto calmo". Il film è noto in occidente anche con il titolo inglese "A scene at the sea", mentre quello italiano è identico a quello di una pellicola di Jean-Pierre Melville ("Le silence de la mer").

24 luglio 2009

Fitzcarraldo (Werner Herzog, 1982)

Fitzcarraldo (id.)
di Werner Herzog – Germania/Perù 1982
con Klaus Kinski, Claudia Cardinale
****

Rivisto in DVD, con Giovanni.

"Chi sogna può muovere le montagne."

Un film straordinario, larger-than-life come il suo protagonista, il folle e visionario Brian Sweeney Fitzgerald che gli indios dell'Amazzonia chiamano "Fitzcarraldo" perché non riescono a pronunciare correttamente il suo nome. Inventore e imprenditore dalle mille idee, sempre destinate al fallimento, e grande appassionato di musica lirica, Fitzcarraldo sogna di costruire a Iquitos – minuscolo villaggio sul Rio delle Amazzoni – un teatro dell'opera all'altezza di quello della vicina città di Manaus e in grado di accogliere grandi cantanti europei come Enrico Caruso (la pellicola è ambientata agli inizi del novecento). Per racimolare il denaro necessario, decide di lanciarsi nel commercio del caucciù: e per raggiungere una regione ricca di alberi della gomma e non ancora sfruttata, si imbarca in un'impresa apparentemente assurda: trasportare una nave sopra una collina – con l'aiuto di una tribù di selvaggi che lo credono un dio – per evitare un tratto di fiume infestato da pericolose rapide. Fra splendidi paesaggi e character pittoreschi, presentati allo spettatore con un ritmo lento, languido, onirico e avvolgente come le acque del fiume che trasporta i personaggi, Herzog si dimostra ancora una volta a proprio agio nella descrizione di un uomo che sfida i propri limiti pur di realizzare il suo sogno, e Kinski lo assiste fedelmente donando al personaggio l'energia necessaria per renderlo indimenticabile, un vero e proprio simbolo della forza di volontà che si batte contro gli ostacoli posti sul suo cammino dalla natura selvaggia e dalla società umana (come i ricchi signori della gomma che lo deridono per il suo idealismo). La virtù di Fitzcarraldo sta nel fatto di non essere alla ricerca di una ricchezza personale, bensì di essere spinto dal desiderio di condividere con tutti (persino con il suo maiale, al quale intende riservare una poltrona di velluto nel palco principale!) la propria passione per la musica. L'unica persona che lo sostiene incondizionatamente sin dall'inizio è la sua donna, la tenutaria del bordello locale (una splendida Cardinale), che gli fornisce i fondi necessari per acquistare la nave e dare così inizio all'avventura.

Inizialmente Herzog aveva pensato a Jason Robards per il ruolo principale (ed era prevista anche una parte per Mick Jagger!), ma poi si è rivolto nuovamente al suo "miglior nemico", quel Kinski che sul set di "Aguirre" aveva dovuto minacciare con un fucile pur di fargli portare a termine le riprese. Anche durante "Fitzcarraldo" i rapporti fra i due, a quanto pare, furono accesissimi, al punto che alcuni indios avrebbero approcciato il regista offrendosi di uccidere l'attore per conto suo! Più tardi Herzog ha commentato così: "Avevo ancora bisogno di Kinski per alcune scene, così ho declinato l'invito. Ma ho sempre rimpianto di aver perso quell'opportunità". Sul film e sulla sua lunghissima lavorazione (quasi quattro anni!) circolano comunque numerose altre leggende e dicerie, compreso quella secondo cui diversi indios sarebbero morti di fatica durante le scene in cui la nave (che pesava oltre trecento tonnellate) viene trasportata su per la montagna con un rudimentale sistema di corde e paranchi. In realtà nessuno morì durante le riprese, anche se è vero che ci furono diversi incidenti (il direttore della fotografia si ferì la mano sulle rapide, un membro della troupe venne morso da un serpente velenoso e gli fu amputato il piede, un altro rimase ferito nell'atterraggio del suo aereo). La pellicola (ispirata a una storia vera) consentì a Herzog di vincere a Cannes il premio per la miglior regia.

23 luglio 2009

Harry Potter 6 (D. Yates, 2009)

Harry Potter e il principe mezzosangue (Harry Potter and the Half-Blood Prince)
di David Yates – USA/GB 2009
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela e Alfredo.

Non lascia certo l'impressione di aver assistito a un buon film, questo sesto capitolo delle avventure del giovane mago: lungo, noioso e sostanzialmente inutile tranne l'ultima mezz'ora, l'unica parte in cui viene fatta avanzare la storia. La sottotrama del titolo (quella relativa al misterioso "principe mezzosangue", ex alunno di Hogwarts un cui libro di testo – accuratamente annotato – consente ad Harry di eccellere nel corso di Pozioni) non soltanto è del tutto marginale, come in fondo era anche nel romanzo, ma nell'adattamento cinematografico viene ulteriormente ridotta (la rivelazione finale sull'identità del "principe", quando arriva, non comunica assolutamente nulla) e serve soltanto per consentire al protagonista di avvicinarsi al professor Lumacorno (Jim Broadbent: unica novità di rilievo nel cast), anziano docente che si attornia di una cerchia di pupilli e allievi brillanti: eppure Harry, per la sua natura di "prescelto", non avrebbe certo avuto problemi ad attirare l'attenzione del professore. E se proprio vogliamo dirla tutta, a cosa serviva metterci tanto impegno per recuperare il ricordo di Lumacorno sull'intenzione del malvagio Voldemort di creare sette Horcrux (oggetti nei quali riporre un frammento della propria anima, in modo da proteggerla e diventare di fatto immortale), quando il preside Silente ne era al corrente sin dall'inizio, visto che parte alla loro ricerca e riesce (chissà come) a rintracciarne uno? Dove il film sembra invece giocare qualche buona carta è nella caratterizzazione dei personaggi, particolarmente felice – paradossalmente – proprio nei "tempi morti" della prima parte, quando si sofferma su amicizie e relazioni sentimentali fra adolescenti: siamo comunque a livelli appena sufficienti, e la mediocre recitazione di Radcliffe non giova di certo alla causa (la migliore fra i giovani attori, come sempre, è Emma Watson; la più simpatica è Evanna Lynch nei panni della sciroccata Luna). La regia di Yates continua a non brillare e a non stupire, nemmeno in una sequenza chiave come quella dello scontro finale nella Torre dell'Astronomia. Forse è eccessiva anche la fotografia digitalizzata, che pure dona un certo fascino onirico ad alcune particolari scene (come i ricordi del passato di Voldemort). Nel complesso, anche se forse non è il più brutto, si tratta sicuramente del film meno "magico" e meno interessante di tutta la serie.

22 luglio 2009

Avvenne domani (René Clair, 1944)

Avvenne domani (It Happened Tomorrow)
di René Clair – USA 1944
con Dick Powell, Linda Darnell
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Uno dei più belli, se non il migliore, fra i lavori americani di Clair. Come in un episodio di "Ai confini della realtà", assistiamo a una vicenda fantastica calata radicalmente nel quotidiano: un giovane e ambizioso reporter riceve in esclusiva ogni sera, dall'anziano archivista del quotidiano dove lavora, il giornale del giorno dopo. Inizialmente lo sfrutta per realizzare formidabili scoop, potendo essere sempre presente sul luogo dove si verificano importanti avvenimenti; in seguito pensa bene di sfruttare i risultati delle corse dei cavalli per racimolare un po' di denaro facile; infine si rende conto con orrore che nella prima pagina del giornale è riportata anche la notizia della sua stessa morte... Il regista francese dirige con tono lieve e aggraziato una sceneggiatura scorrevole e ricca di colpi di scena, ispirata a un racconto di Lord Dunsany e ambientata a inizio secolo. L'ottimo Jack Oakie, nei panni del falso veggente italiano Cigolini (che nell'edizione nostrana diventa rumeno), fornisce il necessario comic relief, mentre Linda Darnell è la sua affascinante nipote, della quale il protagonista si innamora. I temi universali della pellicola (il desiderio di conoscere il futuro, i pericoli a esso collegati, l'impossibilità di sfuggire al proprio destino) la rendono piacevole e accattivante anche a distanza di tempo. Il film ha ispirato, fra le altre cose, un bell'albo di Dylan Dog (il numero 40, "Accadde domani").

Calamari wrestler (M. Kawasaki, 2004)

Calamari wrestler (Ika resuraa)
di Minoru Kawasaki – Giappone 2004
con Osamu Nishimura, Kana Ishida
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Monica, Roberto, Marco ed Elena.

Il giovane lottatore Taguchi ha appena conquistato il titolo nazionale della federazione Super Japan Pro Wrestling, quando all'improvviso sul ring sale un... calamaro gigante che lo sfida e gli strappa la cintura! Comincia da qui un film che sembrerebbe seguire il classico schema delle pellicole sportive (allenamenti, sfide, rivincite, momenti di difficoltà e vittoria finale) se non fosse per la demenziale trovata di metterci un cefalopode come protagonista. Il bello è che tutti i personaggi, a parte un primo attimo di sbigottimento, accettano la cosa senza particolari problemi ("È un preconcetto delle menti mediocri pensare che i calamari possano vivere solo in acqua"): e dunque vediamo il calamaro che viene intervistato dai giornalisti, che va a fare la spesa, che si allena (in un tempio buddista!) e che ha una storia d'amore con una ragazza che ha riconosciuto in lui il suo ex fidanzato, con tanto di momenti strazianti e strappalacrime. L'invertebrato, dall'aspetto tenero e incazzoso allo stesso tempo, è interpretato da un attore in un evidente costume di gomma (una lunga tradizione del cinema nipponico, per fortuna – a quanto pare – non accantonata con l'arrivo delle tecniche digitali), e lo stesso vale per i suoi successivi rivali, un lottatore-piovra e un pugile-crostaceo. Girato con pochi mezzi e ancor meno senso del ridicolo, è naturalmente un film da gustare a cervello spento, senza badare alla qualità di regia e recitazione e senza spirito critico (uno dei personaggi, a proposito di un plot twist nel finale, ha persino il coraggio di commentare "È difficile da spiegare razionalmente"). Oltre che ai fan del cinema trash, ha tutto per piacere anche agli appassionati di wrestling, del quale non è solo una parodia ma anche un sentito omaggio: nel personaggio di Godozan, per esempio, si può riconoscere il leggendario Rikidozan, la prima star nipponica della disciplina. Lo stesso regista ha realizzato in seguito altri film su animali umanizzati (un genere in cui si può inserire, volendo, anche "Porco rosso"), come "Executive Koala" o "Crab Goalkeeper".

21 luglio 2009

L'isola misteriosa (Cy Endfield, 1961)

L'isola misteriosa (Mysterious Island)
di Cy Endfield – USA/GB 1961
con Michael Craig, Herbert Lom
**1/2

Visto in divx.

Durante la guerra civile americana, cinque uomini (tre soldati nordisti, uno sudista e un corrispondente di guerra, in fuga da un campo di prigionia confederato a bordo di un pallone aerostatico) e due donne (nobili inglesi scampate a un naufragio) si ritrovano su una misteriosa isola vulcanica, caratterizzata da una natura mostruosa e abitata da creature di dimensioni abnormi. I protagonisti si adattano lentamente a una vita da Robinson Crusoe: dimenticano le passate divergenze, affrontano granchi, polli preistorici, api e piovre giganti, e fanno infine la conoscenza del Capitano Nemo, che si è rifugiato con il Nautilus in una grotta sottomarina... Se la fedeltà al celebre romanzo di Jules Verne (il terzo della trilogia comprendente anche "I figli del capitano Grant" e "Ventimila leghe sotto i mari") non è sempre garantita, lo è però il divertimento, visto che la pellicola può contare su un ritmo senza soste, su una bellissima ambientazione e soprattutto sui superbi effetti speciali di Ray Harryhausen, che anima a passo uno e con la consueta abilità tutta una serie di animali giganti (senza dimenticare scene spettacolari come l'affondamento della nave pirata, il crollo della città sottomarina e l'eruzione vulcanica). Anche il cast, dove spicca Lom nei panni del Capitano Nemo, non delude, così come la regia di Cy "Zulu" Endfield.

20 luglio 2009

Grido di pietra (W. Herzog, 1991)

Grido di pietra (Schrei aus Stein)
di Werner Herzog – Germania/Francia/Canada 1991
con Vittorio Mezzogiorno, Donald Sutherland
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Uno spregiudicato giornalista sportivo (Sutherland) organizza una sfida fra uno scontroso e affermato alpinista, che ha già conquistato tutti gli "ottomila", e un giovane arrampicatore acrobatico: quale dei due raggiungerà per primo l'inaccessibile vetta del Cerro Torre, in Patagonia? Basandosi su un'idea di Reinhold Messner (ispirata a sua volta alla supposta ascensione compiuta da Cesare Maestri nel 1959), Herzog realizza un interessante film che, se da un lato può contare su un'affascinante ambientazione (è stato girato nei luoghi reali), dall'altro presenta alcuni punti deboli nel ritmo e nella sceneggiatura (è l'unica pellicola di finzione di Herzog che il regista non ha scritto personalmente: anche per questo motivo ha confessato di non "sentire" il film come suo). Rispetto alla prima volta che l'avevo visto, diversi anni fa, questa volta comunque mi è piaciuto di più e ho apprezzato l'atmosfera di attesa e la lunga preparazione – anche mentale – prima della scalata. Gli manca forse un personaggio folle, ambizioso e visionario come quelli interpretati da Klaus Kinski: non a caso, più che il protagonista "Roccia" Hinerkofler (un Mezzogiorno arcigno e solitario), quello che rimane maggiormente impresso è il vagabondo (interpretato da Brad Dourif) sciroccato e innamorato di Mae West che afferma di essere già salito in cima alla montagna, da lui battezzata "Mangiadita" perché durante la scalata ha perso quattro dita della mano destra. La presenza di una donna contesa fra i due scalatori (la bella Mathilda May), può invece spingere a considerare il film come una versione alpinistica de “Il grande blu” di Luc Besson.

18 luglio 2009

Una gallina nel vento (Y. Ozu, 1948)

Una gallina nel vento (Kaze no naka no mendori)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1948
con Kinuyo Tanaka, Shuji Sano
***

Visto in DVD, in originale con sottitoli (registrato da "Fuori Orario").

La guerra è finita da qualche anno ma Shuji, il marito della giovane Tokiko, risulta ancora disperso. La ragazza vive con il figlioletto Hiroshi in una stanza in affitto, e deve fare i conti con la crisi economica e la cronica mancanza di risorse. Quando il bambino si ammala di colite, pur di racimolare il denaro necessario al suo ricovero Tokiko è costretta ad accettare una proposta della tenutaria Orie e di prostituirsi per una sera nella sua casa. Pochi giorni dopo il marito ritorna: dopo l'iniziale felicità, Tokiko non può fare a meno di confessargli la propria colpa. Inizialmente Shuji reagisce male e, pur comprendendo le ragioni della moglie, si dimostra incapace di perdonarla; ma dopo aver fatto visita alla casa di appuntamenti di Orie e aver conosciuto un'altra ragazza, Fusako, anch'essa costretta dalla povertà a vendere il proprio corpo, inizia a cambiare atteggiamento. Dopo un aspro confronto, i due coniugi decidono di mettere una pietra sul passato.

La seconda pellicola girata da Ozu nel dopoguerra è un melodramma piuttosto atipico per lui, colma com'è di situazioni aspre e di scene forti (per esempio il litigio fra Shuji e Tokiko nel quale l'uomo spinge la donna giù dalle scale, forse la sequenza più "violenta" mai apparsa in un film del regista giapponese). Forse questo si spiega con il fatto che non si tratta di una sceneggiatura originale ma di un adattamento da un romanzo di Shiga Naoya, il cui intreccio peraltro è stato ridotto all'osso. Risulta chiaro, comunque, il messaggio che Ozu rivolge a un paese ancora scosso dalla conclusione della guerra: meglio dimenticare gli errori del passato e cominciare a pensare seriamente al futuro e alla ricostruzione, una filosofia in linea con quella dell'accettazione serena del proprio destino che diventerà sempre più il cardine delle opere del regista. Molto bello, come sempre, lo scenario che circonda i personaggi, in questo caso composto da baracche di legno sovrastate da un immenso acquedotto e dalle molte gru che testimoniano dei numerosi cantieri aperti in città. Fra le scene migliori c'è quella di Shuji nella casa di appuntamenti in compagnia di Fusako, mentre dalle finestre aperte giungono i canti innocenti degli alunni di una scuola elementare. La pellicola appare quasi divisa in due parti: la prima, incentrata esclusivamente su Tokiko, è dominata da toni cupi e da una fotografia scura; la seconda, dove la macchina da presa segue invece prevalentemente Shuji, è più illuminata e contrastata. In ogni caso si tratta di un film minore e "di passaggio": dalla pellicola successiva, "Tarda primavera", comincerà la collaborazione fissa con lo sceneggiatore Kogo Noda e l'ultima fase della carriera di Ozu, forse meno acclamata nell'immediato (d'altronde anche in Giappone stava per esplodere la nouvelle vague) ma oggi più celebre e rinomata.

17 luglio 2009

Il chi è di un inquilino (Y. Ozu, 1947)

Il chi è di un inquilino (Nagaya shinshiroku)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1947
con Choko Iida, Hohi Aoki
***

Visto in DVD, con Marisa, in originale con sottitoli (registrato da "Fuori Orario").

È il primo film realizzato da Ozu dopo la guerra. Nel 1942, al termine della lavorazione di "C'era un padre", il regista aveva subito messo in cantiere una serie di progetti legati al tema bellico, senza però superare mai la fase della sceneggiatura. E nel 1943 era stato nuovamente arruolato e inviato a Singapore con il compito di realizzare una pellicola di propaganda (da lui stesso distrutta nel 1945, all'arrivo delle truppe britanniche). Tornato in patria solo nel 1946 dopo aver trascorso alcuni mesi in un campo di prigionia inglese, si rimise al lavoro realizzando questo film, che stilisticamente non sembra molto diverso da quelli precedenti, anche se il clima post-bellico traspare in maniera evidente dall'ambientazione nel quale si svolge la vicenda, fra piccoli artigiani che si adattano a qualsiasi lavoretto pur di sopravvivere e orde di ragazzini orfani o abbandonati che si radunano lungo i fiumi o (come nella scena finale del film) al parco di Ueno, attorno alla celebre statua di Saigo Takamori. Al centro della pellicola c'è proprio un bambino che un uomo, impietosito, trova per strada e porta con sé nel quartiere dove abita, sperando di trovare qualcuno che se ne prenda cura. Nessuno pare però aver voglia di ospitarlo, e alla fine il ragazzino viene sistemato in casa di Otane, un'anziana vedova che lo accoglie malamente e non vede l'ora di sbarazzarsene. Pian piano però la donna comincia ad affezionarsi al bimbo, che risveglia in lei istinti materni. Proprio quando ormai si immagina una vita lunga e felice al suo fianco, il padre si rifà vivo: il bambino non era stato abbandonato ma si era soltanto smarrito. Nonostante la cornice possa sembrare drammatica e (neo)realista, i toni sono leggeri, a tratti persino umoristici, e movimentano una trama forse un po' prevedibile. Da sottolineare alcune sequenze girate in esterni e in campo lungo: su tutte, quella in cui Otane e il bimbo (che non ha nome: Otane e gli altri adulti lo chiamano semplicemente "bambino") camminano lungo la spiaggia, con lei che cerca ripetutamente di cacciarlo via come se fosse un animale. Il piccolo è una versione più semplice e innocente dei protagonisti di precedenti pellicole di Ozu, come quelli interpretati da "Tokkan Kozo" (Tomio Aoki). Il film è noto anche con i titoli "Note di un inquilino galantuomo" e "Rendiconto di un buon inquilino".

16 luglio 2009

Il settimo viaggio di Sinbad (N. Juran, 1958)

Il settimo viaggio di Sinbad (The 7th Voyage of Sinbad)
di Nathan Juran – USA 1958
con Kerwin Mathews, Torin Thatcher, Kathryn Grant
**1/2

Visto in divx.

La graziosa principessa Parisa, promessa sposa di Sinbad, è stata rimpicciolita dal perfido mago Sokurah: per farla tornare alle sue dimensioni originali, il coraggioso eroe è costretto a recarsi su un'isola abitata da mostruosi e colossali ciclopi. Liberamente ispirato ai racconti de "Le mille e una notte" (ci sono lampade magiche con tanto di genio, giganteschi uccelli Roc e diversi altri mostri o incantesimi), questo film d'avventura è uno dei migliori esempi dell'arte del grande animatore Ray Harryhausen, alla sua prima pellicola a colori, che dà vita a tutta una serie di mostri (oltre al ciclope spiccano una magnifica donna-serpente e un gigantesco drago incatenato a guardia del castello del mago) e di effetti speciali (la principessa miniaturizzata, le lisergiche apparizioni del genio, Sinbad che combatte contro uno scheletro in una scena che verrà poi sviluppata e ampliata ne "Gli argonauti") che, pur nella loro irrealisticità (peraltro voluta: lo scopo era quello di meravigliare lo spettatore, non di confondergli le idee), strappano ammirazione e meraviglia. Diversi episodi sembrano richiamare le avventure di Ulisse (i ciclopi, la necessità di tapparsi le orecchie per non sentire il richiamo dei demoni che fanno naufragare le navi), mentre con ogni probabilità la pellicola ha costituito una notevole fonte di divertimento e di ispirazione per il giovane Peter Jackson (che si è ricordato dell'aspetto visivo delle grotte sotterranee, dei ponti di pietra, della lampada che precipita nel fiume di lava, e dell'isola popolata di mostri al momento di girare "Il Signore degli Anelli" e "King Kong"). Nel complesso il film è sicuramente uno dei più piacevoli del suo genere, forse ingenuo ma dal ritmo serrato e senza tempi morti, divertente anche perché non pretenzioso nonostante le notevoli ambizioni dal punto di vista tecnico. Buona anche la colonna sonora di Bernard Herrmann. La parte ambientata a Bagdad, con i suoi colori da favola, mi ha ricordato a tratti il quasi contemporaneo dittico indiano di Fritz Lang (anche la scena in cui il mago si esibisce davanti al vizir lanciando un incantesimo sulla dama di compagnia della principessa è simile a quella analoga con il fachiro che si vedrà ne "La tigre di Eschnapur").

15 luglio 2009

Hand of death (John Woo, 1976)

Hand of death (Shao Lin men)
di John Woo – Hong Kong 1976
con Dorian Tan, James Tien
**

Rivisto in VHS, in inglese.

Un discepolo del tempio di Shaolin, perseguitato dai Manchu insieme ai suoi compagni dopo la distruzione del monastero, parte in missione per vendicarsi di un perfido traditore passato al nemico. Lungo la strada troverà alcuni alleati, fra i quali un giovane fabbro (Jackie Chan) e uno spadaccino vagabondo (Paul Chang). Per molti versi un ordinario gongfupian vecchio stile, il film è degno di nota non soltanto per la regia di John Woo – ai tempi ancora lontano dal diventare il guru dell'heroic bloodshed – ma anche per la presenza contemporanea dei "tre fratelli" Jackie Chan, Sammo Hung e Yuen Biao in ruoli minori: Sammo, in particolare, spicca come uno degli sgherri del cattivo, con tanto di grossolana dentatura finta; Yuen Biao, oltre a fare lo stuntman, è invece il soldato che viene trafitto da una freccia, mentre Woo stesso compare nel ruolo del giovane studioso che gli eroi devono portare in salvo. La pellicola è di impostazione piuttosto tradizionale ma si lascia guardare con piacere grazie anche ai numerosi combattimenti (coreografati da Sammo Hung) che, pur nello stile "rigido" dei film degli Shaw Brothers, vivacizzano soprattutto la parte finale. Da sottolineare anche il tema musicale, molto ritmato, di Joseph Koo (il futuro compositore della colonna sonora di "A better tomorrow"). Il protagonista (Dorian Tan) è abbastanza anonimo, non male invece il cattivo (James Tien). Il film è noto anche con il titolo "Countdown in kung fu".

14 luglio 2009

Coraline e la porta magica (H. Selick, 2009)

Coraline e la porta magica (Coraline)
di Henry Selick – USA 2009
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Giovanni.

Coraline, spigliata bambina dai capelli azzurri, si trasferisce con la famiglia in una vetusta dimora su una collina isolata e fangosa. La casa, i dintorni e i vicini sono grigi e noiosi, mentre i genitori sembrano avere ben poco tempo da dedicarle. Attraverso una misteriosa porticina sul muro, però, la ragazzina scopre però un passaggio verso un'altra dimensione dove le persone hanno bottoni al posto degli occhi e – soprattutto – ogni cosa appare più accattivante e colorata: i suoi "altri" genitori, per esempio, sono premurosi e vivaci, e tutti sembrano farsi in quattro per intrattenerla e farla divertire. Dietro tante meraviglie, tuttavia, si nasconde una trappola, e il sogno si tramuta presto in un incubo angosciante... Una gradevole fiaba dark e visionaria, diretta dal regista di "Nightmare before Christmas" (ormai un vero specialista dell'animazione di pupazzi a passo uno), tratta da un racconto di Neil Gaiman (l'autore di "Sandman") e ovviamente ispirata ad "Alice nel paese delle meraviglie" (c'è persino un gatto che svanisce dietro i rami degli alberi!), con il grande pregio di essere uno dei rari prodotti fantasy-horror di qualità rivolto a un pubblico infantile, grazie al giusto dosaggio di elementi terrorizzanti e meravigliosi, anche se a tratti forse un po' noiosetta per un adulto abituato a sviluppi più complessi e meno prevedibili. Bello il character design, affascinanti gli scenari (l'aspetto visivo è senza dubbio la cosa migliore del film) e ottima l'animazione, mentre sul 3D (l'ho visto con i famigerati "occhialini") c'è da fare un discorso a parte.

L'effetto tridimensionale non mi è sembrato aggiungere granché al film, che probabilmente mi sarebbe piaciuto allo stesso modo (se non di più!) anche nella versione in 2D. In effetti sono piuttosto scettico su questa tecnologia, che continuo a reputare sopravvalutata, non necessaria e poco coinvolgente, oltre che – in certi casi – persino fastidiosa. E fra l'altro non ho notato particolari miglioramenti tecnologici rispetto al passato. Certo, la tridimensionalità degli ambienti può aggiungere qualcosina a film incentrati solo sull'azione e l'avventura (l'effetto è quello di trovarsi all'interno di un'attrazione di un parco di divertimenti), ma non può che avere una minimissima parte nella buona riuscita o meno di una pellicola, la quale continuerà a dipendere soprattutto dai contenuti, dalla storia e dai personaggi. Per capire se si tratta di uno strumento utile anche alla creatività degli autori, e non solo agli interessi dei produttori e degli addetti del marketing, bisognerà probabilmente attendere – a fine anno – il primo film in 3D di un grande regista, vale a dire "Avatar" di James Cameron, e vedere l'uso che ne farà lui.

11 luglio 2009

Legittima difesa (H.-G. Clouzot, 1947)

Legittima difesa (Quai des Orfèvres)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1947
con Bernard Blier, Suzy Delair
***1/2

Visto in divx, con Marisa.

Il timido ma gelosissimo Maurice non sopporta che la provocante moglie Jenny accetti le avance dell'anziano, ricco e viscido Brignon, e minaccia in pubblico di ucciderlo. Si procura maldestramente un alibi e si reca in casa dell'uomo, convinto di trovarlo in compagnia della moglie: invece il vecchio è già stato ucciso. Un ostinato poliziotto, naturalmente, sospetterà proprio di lui. Girato dopo alcuni anni di ostracismo perché il suo film precedente, "Il corvo", era stato accusato di propaganda antifrancese e antiborghese (era stato prodotto durante l'occupazione tedesca), questo lungometraggio dai toni noir (ma non mancano tocchi di commedia e di tragedia, abilmente dosati e conditi con uno stile secco ed essenziale) dà l'opportunità a Clouzot di difendersi direttamente sullo schermo, mostrando come accuse e giudizi troppo frettolosi possano rivelarsi ingannevoli. Straordinaria la caratterizzazione dei personaggi, tutti dotati di lati oscuri o moralmente ambigui: dal pianista Maurice, timido ma vendicativo, alla cantante Jenny, esuberante e disinibita; dall'ispettore Antoine (Louis Jouvet), caparbio e con un figlioletto di colore a carico "portato dalle colonie, insieme alla malaria", alla fotografa Dora (Simone Renant), amica dei coniugi e segretamente lesbica. Ma lo stesso vale per gli scenari e gli ambienti dove si muovono i protagonisti: il mondo dell'editoria musicale e quello del teatro d'avanspettacolo, la società rispettabile e quella più malfamata, l'ambiente sordido delle fotografie erotiche e quello severo e burocratico della procura vengono ritratti senza sconti, con tutta la loro misoginia, il grigiore, le contraddizioni e le ipocrisie. Eppure gli stessi mondi sono anche pieni di uomini e donne sensibili e profondi, che si amano, si odiano, si tradiscono e si proteggono a vicenda, intrappolati in ruoli sociali (il marito e la moglie, l'amante e l'amica, il padre e il figlio, il poliziotto e l'indagato) che spesso stanno loro un po' stretti. Se "Il corvo" e "I diabolici" avevano forse maggior suspense, "Legittima difesa" è sicuramente il film di Clouzot dove la sua descrizione dell'umanità raggiunge i livelli più alti.

8 luglio 2009

Tutti i battiti del mio cuore (J. Audiard, 2005)

Tutti i battiti del mio cuore (De battre mon coeur s'est arrêté)
di Jacques Audiard – Francia 2005
con Romain Duris, Niels Arestrup
***

Visto in divx, con Marisa.

Il giovane Tom Seyr è uno scontroso speculatore edilizio senza scrupoli, che non si fa problemi a compiere violente incursioni notturne per "liberare" gli appartamenti che gli interessano dagli occupanti abusivi. Ma il suo stile di vita cambia improvvisamente quando gli si prospetta la possibilità di fare un audizione come pianista: l'amore per la musica classica, trasmessogli dalla madre scomparsa (che era una concertista), torna così a far capolino, anche se sembra difficile conciliarlo non solo con gli impegni di "lavoro" ma anche con i tanti problemi di natura personale che lo affliggono: aiutare il suo problematico padre a chiudere i conti in sospeso con un losco trafficante russo, e coprire le scappatelle coniugali di un suo socio, della cui moglie è segretamente innamorato. Un gran bel film sul potere salvifico dell'arte (della musica, nella fattispecie), che – come ne "Le vite degli altri" – si rivela capace di stimolare una crescita interiore e di portare luce e umanità anche nelle esistenze più squallide e disperate. Al terzo film di Audiard che vedo (dopo "Sulle mie labbra" e "Un prophète"), mi sembra ormai evidente quanto il regista sia particolarmente interessato – oltre che ai temi fondamentali della redenzione e del cambiamento – a quello del linguaggio e della ricerca di un idioma comune in grado di superare le barriere etniche o sociali (belle, per esempio, le sequenze in cui Tom prende lezioni di pianoforte dall'insegnante cinese, con la quale non è in grado di scambiare che pochissime parole e con cui comunica – oltre che con la musica – attraverso gli stati d'animo). Duris offre una memorabile e intensa interpretazione, mentre Audiard dirige con eleganza e fermezza, confermandosi un regista estremamente interessante anche se poco prolifico. Curiosamente anche suo padre Michel Audiard era un regista, e questo spiegherebbe come mai nei suoi lavori le relazioni fra padri e figli (reali o "adottivi") siano così importanti. Il ritratto psicologico del protagonista è assai curato e la macchina da presa, di fatto, non lo abbandona per un solo istante, senza però che questo vada a discapito della partecipazione o del coinvolgimento emotivo dello spettatore. Alcune note: il film sarebbe ispirato a una pellicola americana con Harvey Keitel, "Rapsodia per un killer" ("Fingers", 1978) di James Toback; i brani al pianoforte che si sentono nel film (in particolare la toccata in mi minore di J. S. Bach) sono stati eseguiti dalla sorella del protagonista, la concertista Caroline Duris.

7 luglio 2009

Come Dio comanda (G. Salvatores, 2008)

Come Dio comanda
di Gabriele Salvatores – Italia 2008
con Alvaro Caleca, Filippo Timi
**

Visto in divx, con Marisa.

Il quattordicenne Cristiano cresce – fra amore e rabbia – nell'amicizia e nel culto del padre neonazista (della madre non ci viene detto nulla), del quale assorbe le idee e gli insegnamenti: scrive così in un tema scolastico la sua ammirazione per Adolf Hitler (senza consegnarlo all'insegnante, però), si appassiona alle armi da fuoco, si dimostra incline alla violenza, manifesta odio verso "neri, ebrei, froci e immigrati" e condivide con il genitore persino l'introversione e l'isolamento. Se il padre ha infatti come unico amico Quattroformaggi, un ritardato mentale che un tempo era suo collega di lavoro, anche il figlio rifugge a scuola da ogni amicizia. Ma quando, in una notte di pioggia, il ragazzo trova l'uomo in coma in mezzo ai boschi con il cadavere di una ragazza violentata al suo fianco, non può che pensare che il colpevole del delitto sia proprio lui. Eppure nasconde accuratamente le prove, occulta il cadavere e ripulisce il padre prima di portarlo in ospedale. Quando scoprirà che invece il genitore era innocente, il sollievo sarà grande. La catartica scena finale, in cui il figlio confessa al padre (che ritiene ancora privo di conoscenza, ma non lo è) tutti i sensi di colpa per averlo "naturalmente" ritenuto un criminale, acquista un particolare valore liberatorio, come testimoniano le lacrime di entrambi. Proprio la conclusione dona significato e accresce il valore di un film che per il resto, durante la visione, non mi è sembrato particolarmente efficace, anche perché molti aspetti dei protagonisti e della trama sono davvero poco credibili, a partire dalla loro natura di fascisti in segreto ("Le cose che ci diciamo non le devi dire a nessuno!", dice il padre al figlio) e dalle contraddizioni di un Timi che da un lato manifesta odio verso gli immigrati e gli sfruttati, dall'altra se la prende con gli arricchiti (l'uomo con il SUV) e i "padroni" (il proprietario della cava). La parte centrale, quella che si svolge di notte sotto la pioggia, è poi eccessivamente lunga, noiosa e confusa. Buoni gli attori, compreso Elio Germano nella parte di Quattroformaggi, mentre è odioso il personaggio dell'assistente sociale interpretato da Fabio De Luigi. Il film è tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti, che ha collaborato alla sceneggiatura.

6 luglio 2009

La rimpatriata (D. Damiani, 1963)

La rimpatriata
di Damiano Damiani – Italia 1963
con Walter Chiari, Francisco Rabal
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Cinque amici quasi quarantenni si ritrovano nella Milano del boom economico (ma c'è già chi dice "qui costruiscono, costruiscono, ma il miracolo economico è già finito, ce ne accorgeremo..."): quattro di loro hanno fatto fortuna (avvocati, medici, imprenditori edili), mentre il quinto, Cesare, lavora in un piccolo cinema di periferia. Eppure è proprio a lui, eterno fanciullo e da sempre il collante del gruppo, che gli altri si rivolgono per trascorrere insieme una serata spensierata. "Il Cesarino", infatti, ha la fama di abile intrattenitore e procacciatore di ragazze, e l'intento del gruppo è proprio quello di trovare della compagnia femminile e di divertirsi – per una volta – stando lontano dalle mogli asfissianti e dalle preoccupazioni lavorative. Dietro le battute e gli scherzi di un tempo, si nascondono però insoddisfazioni e frustrazioni. Tutte le grandi amicizie nascondono vittime e scheletri nell'armadio, e ogni personaggio si ritroverà a fare i conti con sé stesso e con il mondo che lo circonda. Un bel film ambientato "tutto in una notte", semisconosciuto e da riscoprire, che anticipa pellicole come "Il grande freddo" e che funziona molto bene grazie alla sceneggiatura in continuo movimento e alle ottime prove degli attori (che vengono un po' da tutta Europa: oltre al buñueliano Rabal, gli altri "amici" sono Paul Guers, Riccardo Garrone e Mino Guerrini, mentre le donne sono Letícia Román, Dominique Boschero, Mimma Di Terlizzi, Tiziana Frada e Jacqueline Pierreux; c'è anche una parte piccola ma significativa per Gastone Moschin, ma naturalmente il mattatore resta Walter Chiari, che interpreta praticamente sé stesso aggiungendo però molta tristezza al suo istrionismo). La carriera di Damiano Damiani, autore di diversi film "impegnati" negli anni '60 e '70, si è praticamente conclusa con la prima miniserie tv "La piovra". Recentemente è caduto piuttosto in basso, visto che ha fatto quasi solo fiction televisive e soprattutto ha diretto il film più brutto che io abbia visto in vita mia, "Alex l'ariete" (e non capisco come un regista con un briciolo di dignità non abbia deciso di firmarlo con uno pseudonimo).

Young tiger (Zhu Mu, 1973)

Young tiger, aka Police woman (Ru jing cha)
di Zhu Mu – Hong Kong 1973
con Charlie Chin, Yuen Qiu
*

Visto in VHS, in inglese.

Questo film (noto anche come "Rumble in Hong Kong") viene spesso pubblicizzato come un film di Jackie Chan. E in effetti, a differenza del contemporaneo e quasi omonimo "The young tiger" di cui ho scritto un mesetto fa, il buon Jackie è sì presente ma non è affatto il protagonista della pellicola: è anzi l'antagonista, per la precisione il principale sgherro di una gang di criminali. Con tanto di gigantesco finto neo che gli sfregia il volto (una caratteristica fisica tipica dei "cattivi" dei film di Hong Kong), commette ogni sorta di nefandezza e perseguita un tassista per recuperare una borsa (contenente foto compromettenti) che una ragazza ha lasciato nella sua vettura prima di morire. Ma il tassista si alleerà con una donna poliziotto, sorella della vittima, per sgominare la banda. Anonimo, noioso, recitato male e a tratti ridicolo, il film ha ben pochi motivi di interesse: persino i combattimenti non sono nulla di speciale, con Jackie che deve trattenere i propri colpi per farsi sconfiggere facilmente dall'eroe. La versione che ho visto era doppiata in maniera pedestre (lo spezzone in cui il capo della gang spiega i suoi piani è stato addirittura lasciato in cantonese!) ed era pure in full screen.

5 luglio 2009

Little Odessa (James Gray, 1994)

Little Odessa (id.)
di James Gray – USA 1994
con Tim Roth, Edward Furlong
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Nonostante "I padroni della notte" non mi fosse piaciuto particolarmente, il magnifico "Two Lovers" mi ha spinto a recuperare i precedenti film di Gray, a cominciare da questo primo lungometraggio, ambientato (come praticamente tutti i suoi lavori) nel microcosmo degli ebrei di origine russa trapiantati a New York. Tanto nello stile quanto nei contenuti la pellicola mostra già molte caratteristiche dei lavori successivi, a cominciare dall'attenzione verso le relazioni famigliari. Il protagonista è Joshua, un spietato killer che viene incaricato di eliminare un uomo a Little Odessa, il quartiere di Brooklyn dov'era cresciuto e che ha abbandonato da tempo. Tornatovi clandestinamente (il boss locale, infatti, gli ha giurato vendetta perché ha ucciso suo figlio), Josh rientra così in contatto con i membri della propria famiglia che non vedeva da anni: il padre (Maximilian Schell), con il quale ha un difficile rapporto; la madre (Vanessa Redgrave, un po' sprecata), in fin di vita per un tumore al cervello; e soprattutto il fratello minore Reuben (Furlong, che quattro anni dopo avrebbe interpretato un ruolo simile in "American History X"), cui è invece legato da una forte amicizia fatta di ammirazione e rispetto reciproco. Grazie anche a una buona regia e a una fotografia scura e ombrosa, il film riesce a fondere abilmente i contrasti esistenziali fra i personaggi con la sottotrama criminale, che non viene eccessivamente drammatizzata. Ma i toni cupi e il ritmo blando sono esacerbati da un finale senza speranza, forse un po' troppo pessimista e affrettato. Ottimo Tim Roth, più misurato del solito.

4 luglio 2009

Ho sposato una strega (R. Clair, 1942)

Ho sposato una strega (I married a witch)
di René Clair – USA 1942
con Fredric March, Veronica Lake
**

Visto in DVD, con Martin.

Reincarnatasi dopo 270 anni, una strega vorrebbe tormentare il discendente del puritano che l'aveva fatta bruciare sul rogo: ma per sbaglio è lei stessa a bere il filtro d'amore destinato a lui e ad innamorarsene... Il secondo film americano di Clair è una commedia romantica condita da elementi fantastici: ma anche se alcune situazioni e alcuni tormentoni sono divertenti (come l'interminabile matrimonio del protagonista, continuamente interrotto, o il suo trionfo alle elezioni da governatore dove riceve il 100% dei voti – anche quello del suo avversario! - a causa delle magie di lei), la pellicola nel complesso mi è parsa deboluccia, con una trama esile e scontata e soprattutto personaggi assai superficiali. Nonostante la bellezza della Lake, che in questo film sfoggia (per la prima volta?) la celebre pettinatura che le copre l'occhio destro, anche il lato romantico della vicenda lascia un po' a desiderare: lei si innamora perché beve il filtro, lui... non si sa bene perché, visto che cambia atteggiamento nei suoi confronti da un momento all'altro, senza spiegazioni. Fra i due attori, inoltre, sembra esserci poca alchimia o affiatamento: pare infatti che sul set si sopportassero a malapena. La regia di Clair non aggiunge nulla di particolare, così come gli effetti speciali decisamente artigianali (per lo più sovrimpressioni e sbuffi di fumo).

3 luglio 2009

After life (Hirokazu Koreeda, 1998)

After life (Wandaafuru raifu)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 1998
con Arata, Erika Oda
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Tutte le persone, non appena muoiono, si ritrovano per una settimana in un edificio, dove – con l'aiuto di alcuni "consiglieri" – devono scegliere un ricordo particolarmente felice fra tutti quelli della propria vita. Tale episodio verrà "ricostruito" e filmato su un set cinematografico: solo a quel punto le anime potranno "proseguire", dimenticando ogni cosa e portando con sé solo quel determinato ricordo. Un soggetto bizzarro e un'ambientazione che può ricordare un episodio di "Ai confini della realtà" per un film nel quale gli elementi soprannaturali sono raccontati come se si trattasse di qualcosa di assolutamente normale, con uno stile a volte addirittura da documentario: a una lunga serie di interviste ai defunti segue la difficile fase della scelta e della ricostruzione dei loro ricordi (con scene che ricordano quelle dei "making of" di un film). Il luogo dove si svolge la vicenda ha l'aspetto di una struttura statale o scolastica in disuso e un po' trasandata; l'intera procedura è assai burocratica, con tanto di scadenze fisse; la ricostruzione cinematografica dei ricordi – scenografie ed effetti visivi compresi – è decisamente artigianale (niente computer graphics!); e per chi è indeciso nella scelta ci sono a disposizione le videocassette che contengono tutti i momenti della propria vita (un anno in ogni nastro!). Il ruolo degli consiglieri è simile a quello di uno psicanalista che aiuta il paziente a scavare nella propria memoria per identificare gli episodi che meritano di essere ricordati. Più tardi si scoprirà che questi stessi addetti – ognuno con la propria storia – vengono reclutati fra coloro che non hanno saputo (o voluto) scegliere e che pertanto non sono stati in grado di "partire". Particolarmente curioso e significativo è il parallelo fra il cinema e la memoria (i defunti possano abbandonare definitivamente questo mondo solo dopo aver visionato il loro ricordo trasposto su pellicola). Tra riflessioni sulla vita, la morte, i ricordi e la perdita, ci si ritrova naturalmente a pensare cosa faremmo se ci trovassimo nella stessa situazione dei personaggi, a quale ricordo ci attaccheremmo, sapendo che sarebbe poi l'unica cosa che rimarrebbe di noi...

30 giugno 2009

Che fine ha fatto Baby Jane? (R. Aldrich, 1962)

Che fine ha fatto Baby Jane? (What ever happened to Baby Jane?)
di Robert Aldrich – USA 1962
con Bette Davis, Joan Crawford
****

Rivisto in DVD, con Marisa.

Le due sorelle Hudson (“Baby” Jane, ex bambina prodigio degli spettacoli di vaudeville, e Blanche, diva del cinema degli anni trenta, ora costretta su una sedia a rotelle), vivono in semireclusione in una lussuosa villa di Hollywood. Jane, che tutti ritengono responsabile dell'incidente che ha paralizzato Blanche quando era al culmine della carriera, sfoga il proprio odio verso la sorella, che ormai dipende da lei, tiranneggiandola in ogni modo. Ma in un crescendo di frustrazione, risentimenti e sensi di colpa, si scoprirà che forse le cose non stanno come sembrano. Partendo da presupposti simili a "Viale del tramonto", ma aggiungendovi una suspense da thriller hitchcockiano, Aldrich realizza un grande horror psicologico, a tratti macabro e agghiacciante, che ha saputo rilanciare la carriera di Bette Davis, consentendole di ricevere la decima nomination all'Oscar come miglior attrice. La Davis non ha timore di mostrarsi sullo schermo invecchiata e imbruttita oltre ogni dire, sotto una montagna di trucco, e di dar vita a un personaggio decadente e alcolizzato, psicopatico e macerato dall'odio, che vive nel passato (sogna persino di riproporre in pubblico i numeri di canto e di ballo che faceva da bambina, come l'assurda canzoncina "I've written a letter to daddy") e tortura in maniera crudele la sorella (segregandola nella sua stanza e dandole da mangiare topi morti, in scene che sembrano anticipare quelle del "Misery" di Stephen King). Ottima comunque anche Joan Crawford, il cui ruolo richiede più sfumature e maggior delicatezza nella recitazione. Pare che le due attrici si odiassero anche fuori dal set, ed è per questo motivo che Aldrich, nel successivo "Piano... piano, dolce Carlotta", fu costretto a sostituire la Crawford con Olivia de Havilland.

27 giugno 2009

Lady Vendetta (Park Chan-wook, 2005)

Lady Vendetta (Chinjeolhan geumjassi, aka Sympathy for Lady Vengeance)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2005
con Lee Yeong-ae, Choi Min-sik
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Geum-ja esce di prigione dopo aver scontato tredici anni per aver rapito e ucciso un bambino: ma il vero colpevole era Baek, un insegnante che l'aveva plagiata e aveva minacciato di uccidere anche sua figlia Jenny, appena nata, se lei non si fosse assunta la colpa del delitto. Dopo aver rintracciato Jenny, che nel frattempo è stata adottata da una famiglia australiana, Geum-ja comincia a preparare meticolosamente la propria vendetta nei confronti di Baek con l'aiuto di alcune delle ex detenute che ha conosciuto in cella. Quando però si rende conto che il professore è responsabile anche della morte di numerosi altri bambini, decide di lasciare la sua sorte nelle mani dei genitori delle vittime, organizzando una sanguinosa "punizione collettiva". Il terzo film della "trilogia della vendetta" (ma come al solito, a parte il titolo e il tema trattato, non ci sono collegamenti con i primi due) è quello stilisticamente migliore, a partire dai magnifici titoli di testa. Visivamente bellissimo, è condito da una violenza meno esplicita e ostentata, mentre è affollato di temi religiosi, metafore, inserti onirici e visioni surreali. La scelta di una protagonista femminile, fra l'altro, è stata giustificata dal regista proprio dall'esigenza di voler adottare un punto di vista meno rabbioso e più meditato, dove "la vendetta fosse un atto di redenzione", una sorta di espiazione dei propri peccati da parte di "una persona che cerca di salvarsi l'anima". Per lungo tempo la narrazione sembra girare attorno al punto principale che viene raggiunto solo con il climax nel finale, quando le scene con i bambini ripresi dalla videocamera prima di essere uccisi preparano il terreno a quella successiva in cui il gruppo dei genitori si accanisce di comune accordo sull'assassino (una situazione che rimanda forse all'"Assassinio sull'Orient Express" di Agatha Christie). Colpisce ancora una volta l'utilizzo insolito della colonna sonora, composta quasi interamente da brani di musica classica (per lo più di Vivaldi). Choi Min-sik, protagonista del precedente "Old boy", torna qui nei panni del malvagio professor Baek.

26 giugno 2009

Perfido inganno (Robert Wise, 1947)

Perfido inganno (Born to kill)
di Robert Wise – USA 1947
con Claire Trevor, Lawrence Tierney
***

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

La bella Helen, appena divorziata e in procinto di risposarsi, si scopre morbosamente attratta dal turpe Sam, che introduce nella propria casa e vede fidanzarsi, non senza una punta di gelosia, con la ricca sorellastra Georgia (Audrey Long). Pur sapendo che è responsabile di diversi efferati omicidi, non esita a proteggerlo e ad ostacolare le indagini su di lui: pagherà con la vita. Il primo noir di Wise, tratto da un romanzo di James Gunn, è una pellicola a tinte forti sul fascino per il male: notevole l'ambiguità delle gran parte dei personaggi (compreso il detective privato, interpretato da Walter Slezak, che si dimostra facilmente corruttibile), anche se non manca una punta di moralismo nella descrizione della protagonista (la scena iniziale del divorzio, secondo i dettami del codice Hays, serve a lasciar subito intendere che la donna non è del tutto "buona"). In ogni caso resta un bel thriller, efficace nel descrivere un'atmosfera malata e inquietante (su tutte, spicca la scena in cui Helen minaccia di morte l'anziana Esther Howard, che stava indagando per conto proprio su Sam). Nel cast c'è anche Elisha Cook jr., complice che tenta inutilmente di tenere a freno l'amico nevrotico e paranoico.

25 giugno 2009

C'era un padre (Yasujiro Ozu, 1942)

C'era un padre (Chichi ariki)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1942
con Chishu Ryu, Shuji Sano
**1/2

Visto in DVD, con Marisa, in originale con sottotitoli (registrato da "Fuori Orario").

Il professor Horikawa, vedovo e con un figlio a carico, è un giovane insegnante di scuola media in una città di provincia. Quando uno dei suoi studenti affoga durante una gita scolastica, Horikawa si dimette per i sensi di colpa e si trasferisce a Tokyo, accettando lavori meno qualificati pur di continuare a pagare gli studi al figlio Ryohei. Nonostante la distanza che li separa, l'affetto fra i due non viene mai meno e ogni occasione, sia pur breve, è buona per incontrarsi. Terminata l'università e diventato a sua volta insegnante, Ryohei ha finalmente la possibilità di trascorrere alcune giornate in compagnia del padre, che nel frattempo è riuscito anche a procurargli una fidanzata (la figlia di un vecchio collega). Quando l'uomo muore all'improvviso, lo farà con la felicità nel cuore e il sorriso sulle labbra. Il secondo dei due film girati da Ozu durante la guerra (alla quale c'è solo un debole riferimento, quando un ragazzino dice che suo fratello maggiore è stato arruolato) riprende il tema di "Figlio unico", ma lo vira al maschile e gli dona un tono più sereno e ottimista e soprattutto in linea con le direttive della politica nazionale di quel periodo: ecco dunque l'elogio della famiglia come autentico centro della società, quello del sacrificio per gli altri e per la propria "missione" in contrapposizione all'individualismo, all'egoismo e ai sentimenti personali, e naturalmente quello dell'autorità paterna, che non viene mai messa in discussione. Nella precedente pellicola, il figlio si vergognava di far sapere alla madre di non essere riuscito a farsi una posizione adeguata (ciò che contava, dunque, era il successo personale); qui invece il rapporto fra padre e figlio non solo è più armonico e persino lineare (al punto che Ryohei si ritrova a fare lo stesso lavoro – l'insegnante – che faceva il padre) ma è anche rivolto al miglioramento della società nel suo complesso e non semplicemente alla felicità dei due individui coinvolti. L'unico momento di conflitto in tutta la pellicola, infatti, si osserva nella breve sequenza in cui il figlio rivela al padre di avere l'intenzione di dimettersi dall'incarico di insegnante ad Akita per potersi trasferire a Tokyo e abitare così insieme a lui. Di fronte a questo proposito, il padre reagisce con fermezza, convincendolo a non abbandare la "missione" dell'insegnamento, alla quale attribuisce non a caso un valore sociale quasi "paterno": gli studenti vengono affidati dai genitori agli insegnanti, che non devono tradire la loro fiducia. Pur adeguandosi alle direttive nazionaliste (da segnalare anche i continui riferimenti al buddismo, dalla presenza del bonzo agli inserti con le sculture di pietra dei templi, e naturalmente la visita al Grande Buddha di Kamakura), il regista non rinuncia a trattare i temi che gli stanno più a cuore per proseguire senza interruzioni il proprio discorso artistico, e nonostante gli elementi della cultura nipponica (il gioco del go, le terme e i ryokan) lascino poco spazio a quelli occidentali, inserisce nel film anche una breve lezione di inglese (con due bambini che commentano a proposito della "difficoltà" della lingua). Stilisticamente sono da ammirare le solite geometrie degli spazi (vedi le inquadrature delle stanze e delle porte scorrevoli) e i continui paralleli visivi e metaforici, come nelle due scene che mostrano padre e figlio pescare in un fiume e compiere con le lenze movimenti del tutto identici.

Il caso Thomas Crown (N. Jewison, 1968)

Il caso Thomas Crown (The Thomas Crown affair)
di Norman Jewison – USA 1968
con Steve McQueen, Faye Dunaway
*1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Il milionario e affarista Thomas Crown organizza un'audace rapina in banca, assoldando uomini che ignorano la sua identità e trasferendo poi il denaro su un conto svizzero. La polizia brancola nel buio, ma Vicki Anderson, affascinante detective che indaga per conto della compagnia di assicurazione, capisce rapidamente che Crown è il responsabile del colpo: non può però fare a meno di innamorarsi di lui... Uno "star vehicle" mediocre, illogico e del tutto implausibile, basato su due personaggi fondamentalmente amorali, per i quali conta solo il denaro. Privo di suspense e anche moderatamente noioso, mi è parso l'equivalente di robaccia commerciale odierna come "Ocean's eleven" e simili. Da segnalare l'utilizzo dello split screen nelle fasi della rapina, in maniera simile a quanto farà in seguito Ang Lee nel suo "Hulk". La scena più interessante, comunque, è quella della sensuale (e metaforica) partita a scacchi fra i due protagonisti. Steve McQueen, che aveva già recitato per Norman Jewison in "Cincinnati Kid" (ma il ruolo era stato inizialmente offerto a Sean Connery), interpreta senza stuntman le scene più pericolose, come la corsa in Dune Buggy. Michel Legrand, autore della colonna sonora, vinse l'Oscar per la migliore canzone ("The windmills of your mind"). Nel 1999 ne è stato tratto un remake con Pierce Brosnan e Rene Russo.

24 giugno 2009

Old boy (Park Chan-wook, 2003)

Old boy (Oldboy)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2003
con Choi Min-sik, Kang Hye-jeong
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Il secondo titolo della "trilogia della vendetta" di Park Chan-wook è sicuramente il più popolare dei tre film, oltre che il più acclamato dalla critica (ha vinto anche il gran premio della giuria a Cannes). Rispetto a "Mr. Vendetta", convincono di più sia la storia (tratta da un manga giapponese, del quale pare che si stia progettando un adattamento hollywoodiano... poveri noi!), sia i personaggi (soprattutto il protagonista Oh Dae-su, interpretato con grande espressività ed efficacia dall'ottimo Choi Min-sik), sia lo stile (un elegante guazzabuglio di pulp e postmoderno che non può non far pensare a Tarantino: splendida, per esempio, la scena in cui il nostro eroe avanza lungo un corridoio affrontando decine di avversari a colpi di martello, mentre la macchina da presa lo segue con una carrellata che ricorda lo scroll laterale di un videogioco). Il regista riesce a contestualizzare meglio gli eccessi, le violenze e le nefandezze che nel film precedente destavano sospetti di autocompiacimento e gratuità. L'intera operazione rimane senza dubbio furba e ammiccante, ma l'abilità visiva di Park, la costruzione narrativa della tensione e i numerosi colpi di scena rendono la visione piacevole fino alla fine, anche in assenza di un reale coinvolgimento emotivo per una vicenda in fondo irrealistica e implausibile (difetto che la accomuna a film di Fincher come "The game" o "Fight club"): il protagonista, un uomo qualunque (sia pure con mille difetti), viene rapito e tenuto prigioniero in una stanza per quindici anni. Una volta liberato, avrà cinque giorni di tempo per scoprire chi ha voluto stravolgergli la vita e perché. La sceneggiatura non si tira indietro nell'affrontare temi tabù, come la tortura o l'incesto, ma ai contenuti sconvolgenti si affianca anche un potente approccio stilistico. La scena in cui Dae-su divora un polpo vivo mi ha fatto pensare a sequenze simili viste nei primi film di un altro regista coreano, Kim Ki-duk, mentre tutto il flashback ambientato nella scuola può far sorgere paralleli con le atmosfere del magnifico manga "20th Century Boys" di Naoki Urasawa. Memorabile la frase che il protagonista ripete più volte a sé stesso: "Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo". Ho trovato particolarmente azzeccato anche l'insolito e romantico accompagnamento musicale.

22 giugno 2009

Cannes e dintorni 2009 - conclusioni

Rispetto all'anno scorso, quando la rassegna mi aveva deluso parecchio, stavolta sono rimasto moderatamente soddisfatto. Non ci sono stati capolavori assoluti, ma un pugno di ottimi film sì: su tutti "Il profeta" di Audiard, "Il nastro bianco" di Haneke, "Il mio amico Eric" di Loach e "I gatti persiani" di Ghobadi. Ma anche altre pellicole mi hanno lasciato buoni ricordi, vedremo se con il passare del tempo mi cresceranno dentro o passeranno nel dimenticatoio... Passando ai lati negativi, il lungometraggio peggiore mi è parso "Vincere" di Bellocchio, ma nel complesso direi di aver visto diversi film di valore medio e nessuno davvero disastroso o catastroficamente brutto. Il vero difetto della rassegna stava a monte, nella selezione dei film da proiettare, che ha escluso non solo tutto il cinema dell'estremo oriente ma anche pellicole dai toni più vari o dalle trame più originali o fantasiose: tranne poche eccezioni, la maggior parte dei lavori visti si assomigliava nello stile ed era accomunata da temi simili.

19 giugno 2009

Il nastro bianco (Michael Haneke, 2009)

Il nastro bianco (Das weiße Band)
di Michael Haneke – Austria/Germania 2009
con Christian Friedel, Leonie Benesch
***1/2

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Vincitore della Palma d'Oro, il film di Haneke è un cupo e complesso affresco della vita in una comunità rurale nella Germania del Nord alla vigilia della prima guerra mondiale. Ambientata nel 1914-15, la pellicola mostra infatti l'ambiente in cui da lì a poco si sarebbero sviluppati gli orrori del nazismo e del totalitarismo: non a caso i principali protagonisti sono bambini che vengono allevati con estrema severità e regole ferree e inflessibili, e che mostreranno di saper ripagare le crudeltà subite con altre ancora maggiori, mettendo in pratica concretamente gli insegnamenti morali dei loro padri e assolutizzandone i principi religiosi o sociali. Attraverso la narrazione in prima persona del giovane insegnante del villaggio (ma la sua voce è vecchia, il che lascia intendere che gli eventi sono rivissuti a molti anni di distanza), assistiamo a una serie di incidenti più o meno gravi che turbano la pace apparente della piccola comunità: un misterioso filo teso fra due alberi azzoppa il cavallo del medico; la morte di un'anziana contadina in segheria scatena la successiva vendetta del figlio maggiore contro i proprietari terrieri; l'uccellino domestino del pastore protestante viene trafitto a colpi di forbice; il granaio del fittavolo viene incendiato; il figlio del tenutario aristocratico viene ferocemente aggredito, e la stessa sorte capita in seguito a un bambino handicappato. Le responsabilità della maggior parte di questi "delitti" rimangono avvolte nel mistero, anche se è forte il sospetto che siano da attribuire proprio ai bambini, creature crudeli e inquietanti come in una versione realistica de "Il villaggio dei dannati", cresciuti nell'insegnamento di un assoluto rispetto verso i genitori (ai quali devono dare del lei), fra mille proibizioni, severe punizioni (come il ragazzino legato al letto per impedirgli di "toccarsi" durante la notte) e continue umiliazioni (il "nastro bianco" del titolo, simbolo di purezza e innocenza, che viene legato al braccio di coloro il cui comportamento non è stato ineccepibile), il tutto mentre gli adulti stessi mostrano di avere una fibra morale tutt'altro che inappuntabile (come il dottore, con il suo disprezzo verso la governante-amante e le attenzioni morbose verso la figlioletta; il pastore, insensibile di fronte ai sentimenti dei figli; o il barone, che non si avvede della crisi familiare che si sviluppa davanti ai propri occhi). Lo stile scelto da Haneke per descrivere questo microcosmo è lucido ed efficace (e in certi passaggi quasi bergmaniano): una fotografia in bianco e nero fredda e algida, scenografie essenziali e realistiche, un ritmo narrativo scandito dal lento avvicendarsi delle stagioni, e attori dai volti intensi ed espressivi anche (e soprattutto) quando non lasciano trapelare i loro reali sentimenti. Fanno eccezione il maestro di scuola e la ragazza da lui amata, il cui ruolo è quello di osservatori esterni che si muovono al di fuori da regole arcaiche e medievali (come l'obbligo di non frequentarsi per un anno prima del fidanzamento!) di cui faticano ad accettare il senso.

La famille Wolberg (A. Ropert, 2009)

La famille Wolberg
di Axelle Ropert – Francia 2009
con François Damiens, Valérie Benguigui
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Simon Wolberg, sindaco ebreo di una piccola cittadina francese e appassionato di musica soul (nella scena iniziale lo vediamo inaugurare una scuola dedicata a Maxine Brown!), ritiene che l'unità familiare sia la cosa più importante di tutte ed è fermamente convinto che la famiglia – di cui la città che amministra non è che una proiezione – inglobi il mondo intero. Non può pertanto tollerare che la figlia maggiore manifesti propositi di autonomia e individualità, e tantomeno che la moglie vada in cerca di un amore più libero e disinteressato (con un amante occasionale o con il fratello di Simon stesso, il bohemian Alexander). All'interno del nucleo familiare, secondo Simon, nessuno deve avere segreti: è pertanto paradossale che lui per primo taccia a proposito del tumore ai polmoni che gli concede ormai solo pochi mesi di vita, rendendo di fatto inutile la sua frenetica campagna elettorale e trasformando in un vero e proprio addio la festa di compleanno per i diciotto anni della figlia. Alla fine, l'autoritario, manipolatore e invadente Simon dovrà prendere atto della fragilità dei legami e della caducità della vita. Caratterizzato da toni intimisti e malinconici, il primo lungometraggio della giornalista e sceneggiatrice Axelle Ropert punta le sue carte sul disagio esistenziale dei personaggi e sulla descrizione dei rapporti fra loro e con il mondo esterno. Non particolarmente appassionante mentre lo si vede, lascia però un discreto ricordo.

Il mio amico Eric (Ken Loach, 2009)

Il mio amico Eric (Looking for Eric)
di Ken Loach – GB 2009
con Steve Evets, Eric Cantona
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Pur rimanendo ancorato alla descrizione degli ambienti proletari che gli sono cari, Loach sorprende e diverte con una pellicola decisamente più leggera (e ottimista) del consueto e caratterizzata da un insolito elemento surreale. Il protagonista, Eric Bishop (un ottimo Steve Evets, attore televisivo semisconosciuto e dal nome curiosamente palindromo), è un postino di mezza età in preda a forti crisi depressive: non si è mai ripreso dall'aver abbandonato la prima moglie Lily molti anni prima, subito dopo la nascita di una figlia (che ormai è in procinto di laurearsi), e ora vive con due figliastri (residui di rapporti e matrimoni successivi), con i quali ha forti problemi di incomunicabilità, e in preda alla più totale confusione mentale. Gli amici e i colleghi cercano di aiutarlo come possono, con divertenti e improvvisate sedute psicologiche e corsi di autostima. E un risultato, in effetti, lo ottengono: Eric vede materializzarsi davanti ai propri occhi nientemeno che l'ex calciatore francese Eric Cantona, di cui è un grande tifoso e che considera una figura carismatica e di riferimento. Cantona – il cui ruolo nella vicenda ricorda i "fantasmi" dickensiani o il coniglio Harvey del film con James Stewart – lo stimola a rimettere in sesto la sua vita e a riallacciare i contatti con Lily. E quando la ritrovata famiglia è minacciata da una gang di microcriminali con i quali uno dei figliastri era malauguratamente entrato in contatto, Eric ha la forza di reagire: insieme a tutti i suoi amici e colleghi organizza una spettacolare "spedizione punitiva" a casa dei malviventi, dimostrando che l'unione – e centinaia di maschere da Eric Cantona! – fa la forza, oltre che la vittoria sta nel gioco di squadra (e nell'unione dei lavoratori, tanto per ricordare che siamo sempre di fronte a una pellicola di Loach!). Impagabile la frase rivolta al capo dei cattivi: "Dovunque andrai a nasconderti, io ti ritroverò. And you know why? Because I'm a fucking postman!". Ma divertentissime anche le continue metafore e i proverbi (in francese) che l'ex giocatore del Manchester United sforna a ripetizione davanti a Eric, un'attitudine che nasce da una reale conferenza stampa nel corso della quale il calciatore si limitò a pronunciare le seguenti parole: "Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine" (il filmato viene mostrato durante i titoli di coda), per non parlare della risposta che a un certo punto dà nel film: "I'm not a man, I'm Cantona". Anche questa, naturalmente, è una pellicola da gustarsi assolutamente in lingua originale, visto il particolare slang (dove una parola su tre è "fuck" o "fucking") parlato da Eric e dagli altri personaggi.

18 giugno 2009

Gli amori folli (Alain Resnais, 2009)

Gli amori folli (Les herbes folles)
di Alain Resnais – Francia 2009
con André Dussollier, Sabine Azéma
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Mi ha un po' deluso questo nuovo film dell'ottantaseienne Resnais: gradevole ma davvero esile, e con un finale che lascia parecchio a desiderare. La storia è quella di Georges, un uomo che in passato ha avuto qualche problema di natura psicologica e/o giudiziaria (la cui esatta natura è lasciata nel dubbio, ma tutto lascia intendere che sia stato un maniaco sessuale) e che trova in un parcheggio il portafoglio di una donna sconosciuta, Marguerite, alla quale era stata appena rubata la borsa. Pur non conoscendola, ne rimane incuriosito e attratto (anche perché scopre che ha un brevetto di pilota d'aereo, e lui è appassionato proprio di aviazione). E così, anche dopo che il portafoglio è tornato nelle mani della donna, cerca continuamente di contattarla attraverso lettere e appostamenti che prefigurano un vero e proprio "stalking". Alla fine l'incontro avverrà: con quali conseguenze? I temi sono gli stessi degli ultimi lungometraggi di Resnais (le regole del caso, le interazioni fra sconosciuti, la nascita di strane storie d'amore), così come la leggerezza e l'intelligenza dei dialoghi, ma in qualche modo il film non mi ha conquistato come invece avevano fatto "Parole, parole, parole" e "Cuori". Forse mi aspettavo qualcosa di più, e mi è quasi sembrato senza né capo né coda. Nel cast, oltre ai soliti habituè di Resnais (Azéma e Dussollier), anche Mathieu Amalric (il poliziotto), Anne Consigny (la moglie di Georges) ed Emmanuelle Devos (la collega dentista di Marguerite).

Eastern plays (Kamen Kalev, 2009)

Eastern plays
di Kamen Kalev – Bulgaria 2009
con Christo Christov, Ovanes Torosian
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Attraverso le vicende parallele di due fratelli nella Sofia di inizio millennio, il film traccia un ritratto del malessere esistenziale che colpisce le giovani generazioni bulgare, sfiorando temi come la globalizzazione, la xenofobia e la difficoltà dei rapporti sociali, temi comuni peraltro a molti altri paesi europei. Georgi, il più giovane, si unisce a una banda di naziskin e partecipa a diversi atti di violenza, da agguati nelle strade contro gli stranieri a tumulti organizzati allo stadio (con riferimenti specifici alla partita CSKA-Levski), prima di rendersi conto che è meglio uscire da quel mondo. Christo, il maggiore, ex tossicodipendente e alcolizzato, è un aspirante artista da poco tornato dall'Olanda e intenzionato a fermarsi nel proprio paese. Lascia la sua ragazza, salva una famiglia di turisti di Istambul dall'assalto del gruppo di teppisti di cui fa parte anche Georgi, e si innamora della turca Isil. Entrambi i protagonisti, significativamente, a un certo punto affermano che nelle pietanze che mangiano "manca il sale": circondati da città in continua espansione, da politici populisti che sfruttano i disordini nelle strade (quando non li fomentano direttamente) come piano di destabilizzazione sociale per costruire il proprio consenso personale, dalla difficoltà di comunicare con le generazioni precedenti, ai due non resterà che tuffarsi alla ricerca di una nuova identità (Georgi) e di nuovi affetti (Christo).

17 giugno 2009

La mummia (Shadi Abdel Salam, 1969)

La mummia, aka The night of counting the years (Al-mummia)
di Shadi Abdel Salam – Egitto 1969
con Ahmed Marei, Mohamed Nabih
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alla fine del diciannovesimo secolo, una tribù di pastori che abita fra le montagne nei pressi di Tebe si guadagna da vivere prelevando reperti archeologici dalle tombe segrete di antichi faraoni (di cui sono gli unici a conoscere l'ubicazione) e rivendendoli a mercanti senza scrupoli. Una spedizione archeologica giunge sul luogo in cerca dei sepolcri: verrà aiutata dal giovane Wannis, un membro della tribù che dopo molta esitazione decide di opporsi al saccheggiamento perpetuato dai suoi parenti. Ispirato alla reale scoperta delle tombe nella necropoli di Tebe (avvenuta nel 1881), l'unico film della "retrospettiva" presente nella rassegna è un caposaldo del cinema egiziano: oltre a essere il solo lungometraggio realizzato da Abdel Salam, è celebre anche perché proabilmente si tratta dell'unica pellicola recitata completamente in arabo classico. Il particolare linguaggio, unito al ritmo lento e agli straordinari scenari che fanno da sfondo alla vicenda, dona al film un tono solenne e suggestivo, a tratti quasi onirico e ipnotico come "L'anno scorso a Marienbad" di Resnais o "Picnic ad Hanging Rock" di Weir. Visivamente bellissimo (spiccano i costumi del personaggi, figure ammantate di nero o di bianco sullo sfondo del deserto, delle montagne e delle piramidi, con una fotografia dai colori forti e contrastati), si apre con la lettura di alcuni capitoli del "Libro dei morti" e prosegue con dialoghi intensi e profondi e personaggi fuori dal tempo, dotati di una presenza monumentale.

16 giugno 2009

La pivellina (T. Covi, R. Frimmel, 2009)

Non è ancora domani (La pivellina)
di Tizza Covi, Rainer Frimmel – Italia/Austria 2009
con Patrizia Gerardi, Asia Crippa
**1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Prima opera di finzione di una coppia di documentaristi (la bolzanina Covi e l'austriaco Frimmel), questo "piccolo" film dai toni neorealisti e minimalisti ha vinto a Cannes il premio Europa Cinema alla Quinzaine des Réalisateurs. La storia è quella di una coppia di anziani artisti circensi (Patti, dalla chioma rossa, e Walter, di origini germaniche) che trovano una bambina di due anni abbandonata in un giardino pubblico in un quartiere periferico di Roma. I due decidono di tenerla con sé e di non consegnarla alla polizia, anche perché un biglietto della madre spiega che verrà presto a riprendersela. Con l'aiuto del piccolo Tairo, un ragazzino che abita nelle vicinanze della loro roulotte, la allevano con amore per diverse settimane, e naturalmente finiranno con l'affezionarcisi. Spontaneità, realismo e naturalezza sono le caratteristiche migliori della pellicola, capace di descrivere con efficacia l'ambiente in cui vivono i personaggi (che hanno tutti i nomi degli attori che li interpretano), ai margini della società ma dotati di dignità, sensibilità e buon cuore. Indimenticabile è soprattutto la simpaticissima bambina, che si rivela un'attrice davvero straordinaria e migliore di tanti interpreti professioniste. La sceneggiatura inanella episodi e momenti di vita quotidiana (come la divertente lezione di storia di Tairo) senza mai risultare pretenziosa e senza avere bisogno di "caricare" i sentimenti: non ci sono colpi di scena, scene madri, situazioni melodrammatiche o svolte stereotipate, e il film scorre liscio fino a un finale aperto e irrisolto.

Cordero de dios (Lucia Cedrón, 2008)

Cordero de dios
di Lucía Cedrón – Argentina 2008
con Mercedes Morán, Leonora Balcarce
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Quando il suo anziano padre viene sequestrato da una banda di rapitori, Teresa torna dall'Europa in Argentina per aiutare la propria figlia Guillermina a mettere insieme la somma richiesta per il riscatto. Ma i fantasmi del passato sembrano un ostacolo insormontabile. Attraverso l'intersecazione di due piani temporali (parte del film è ambientata nel 1978, quando Guillermina era solo una bambina e guardava al mondo con ingenuità e innocenza, e parte nel 2002, quando la ragazza si renderà finalmente conto di cosa stava davvero accadendo in quei giorni tumultuosi), la pellicola che ha vinto il primo premio al Bergamo Film Meeting 2009 sceglie di riflettere sul periodo della dittatura militare argentina e dei desaparecidos attraverso i contrasti generazionali e i rapporti fra genitori e figli. Teresa, infatti, ha sempre sospettato che il padre fosse coinvolto nell'uccisione di suo marito, un giornalista radiofonico di idee socialiste, e ha deciso di testimoniare al processo contro alcuni membri della giunta militare, rinunciando di fatto alla possibilità che uno di questi – un vecchio amico di famiglia – possa aiutarla a trovare la somma necessaria per pagare il riscatto. Nel finale, comunque, sembra esserci spazio per una riconciliazione. Non a caso, come suggerisce il titolo ("Agnello di dio"), il messaggio che la regista vuole lanciare è quello del perdono e della redenzione. Il film gioca così le proprie carte su un registro intimo e personale, ma corre il rischio di non restare particolarmente impresso.

14 giugno 2009

Il profeta (Jacques Audiard, 2009)

Il profeta - Uccidi o sarai ucciso (Un prophète)
di Jacques Audiard – Francia 2009
con Tahar Rahim, Niels Arestrup
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il diciannovenne Malik El Djebena viene condannato a sei anni di prigione. Entra in carcere ignorante, impaurito e senza alcuna prospettiva: ne uscirà istruito, maturato e soprattutto a capo di un piccolo impero criminale. La prigione come maestra di vita e come via d'ingresso principale al mondo della criminalità organizzata: i temi non sono nuovi, ma lo stile di Audiard è efficace nel mostrarli con una grande concretezza drammatica. Il suo controllo sulla materia trattata non viene mai meno, anche se alcune divagazioni metafisiche sembrano un po' dei corpi estranei rispetto al resto della pellicola. Fra i punti di forza del film ci sono senza dubbio la descrizione di un mondo duro e amorale, dove ogni amicizia nasconde un interesse e che tuttavia offre grandi opportunità a chi è in grado di coglierle; e soprattutto la lenta ma serrata progressione degli eventi, che porta lo spettatore quasi a convivere con Malik per tutti i sei anni della sua prigionia, osservandone la trasformazione e i continui passi in avanti, dall'apprendimento delle lingue alla comprensione delle regole interne ed esterne. Il regista è bravo anche a evitare molti luoghi comuni dei lungometraggi ambientati nelle carceri e a sfuggire a ogni inutile didascalismo, e qua e là regala immagini di gran classe e piccoli momenti di approfondimento dei personaggi che mostrano la cura nella sceneggiatura e nella progettazione del film (che a Cannes ha vinto il Grand Prix).

Pur essendo arabo (ma non praticante), Malik diventa un protetto del boss corso Luciani, che lo sfrutta per uccidere un pericoloso testimone rinchiuso in un altro blocco. L'impressionante omicidio, il primo della sua vita, scuote il ragazzo a tal punto che il “fantasma” della sua vittima continuerà ad apparire nella sua cella e a tenergli compagnia, regalandogli squarci di visioni del futuro (da qui il titolo del film: ma ripeto, quello soprannaturale è forse l'unico elemento che mi è sembrato superfluo). All'apparenza ingenuo e sempliciotto, in realtà intelligente e veloce ad apprendere, Malik continuerà a lavorare per il gangster corso, studiandolo in segreto e appropriandosi dei segreti del mestiere, e contemporaneamente metterà in piedi per proprio conto una serie di traffici di droga dentro e fuori dalla prigione, approfittando delle poche libere uscite per stringere legami con criminali sempre più potenti. Fondamentali, per la riuscita del film, sono i volti degli attori: tutti sporchi, brutti, feriti dalla vita e dalla violenza. Non so come sarà la versione italiana, ma è senza dubbio un film da vedere in originale, visto che la commistione delle lingue (il corso, l'arabo, il francese) è davvero splendida e particolarmente rilevante nell'economia del film. Fra l'altro, anche nell'unico altro lavoro di Audiard che avevo visto, “Sulle mie labbra”, il linguaggio aveva un ruolo importante.

Humpday (Lynn Shelton, 2009)

Humpday - Un mercoledì da sballo (Humpday)
di Lynn Shelton – USA 2009
con Mark Duplass, Joshua Leonard
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Ben e Andrew sono grandi amici fin dai tempi dall'università, ma poi le loro vite si sono separate. Il primo si è sposato, ha una casa e un lavoro rispettabile, mentre il secondo conduce un'esistenza avventurosa ed è sempre in viaggio da un capo all'altro del mondo. Rincontratisi dopo diverso tempo, e complice un'ubriacatura a una festa, decidono di partecipare allo "Humpfest" – un festival di cinema pornografico amatoriale – con una pellicola "mai vista", ovvero con due eterosessuali come protagonisti di un porno gay. A spingerli ad andare fino in fondo non è solo la paura di arrendersi davanti a una sfida: per Ben si tratterebbe di dimostrare di essere ancora aperto e anticonformista, mentre per Andrew sarebbe l'occasione di portare a termine, per una volta, qualcosa nella vita. Divertente apologo sull'amicizia, sul passaggio all'età adulta e sull'identità, è sorprendentemente efficace nel mettere in scena le diverse sfaccettature dei singoli individui (le contrapposizioni fra borghese e anticonformista e quelle fra gay ed etero vengono continuamente confuse o superate), con una sceneggiatura da manuale e situazioni fresche e intelligenti. Tutta la parte finale, quella all'interno della stanza d'albergo dove gli imbarazzatissimi Ben e Andrew dovrebbero girare il loro film, è in particolare un gioiellino di umorismo e caratterizzazione psicologica.

Daniel & Ana (Michel Franco, 2009)

Daniel & Ana
di Michel Franco – Messico 2009
con Dario Yazbek Bernal, Marimar Vega
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Daniel e Ana sono fratello e sorella, rampolli di una famiglia benestante: lui è un timido diciassettenne, lei sta per sposarsi con il fidanzato Rafael. Un giorno, mentre sono in macchina, vengono rapiti da alcuni sconosciuti, costretti a fare l'amore tra loro davanti a una videocamera, e poi rilasciati. Non sapranno mai cosa ne sarà del video, ma l'esperienza – di cui non fanno parola a genitori e conoscenti – sconvolgerà le loro esistenze, facendoli piombare in uno stato di silenzio, depressione e chiusura verso il mondo esterno. Ana riuscirà comunque a superare lo shock e a tornare a una vita normale, grazie all'aiuto di una psicologa, mentre Daniel si chiuderà sempre più in sé stesso e in un comportamento antisociale. Il film si basa su fatti reali: stando ai titoli di coda, pare che il fenomeno della pornografia clandestina sia abbastanza diffuso nell'America Latina. La pellicola però non affronta direttamente questo tema e preferisce soffermarsi sulle reazioni e sui problemi psicologici dei due ragazzi dopo la sconvolgente esperienza, limitandosi a mostrare tutto da fuori e da lontano, con una certa freddezza di stile, senza indagare in profondità pensieri e sensazioni e senza mai entrare nella mente dei personaggi.

Amreeka (Cherien Dabis, 2009)

Amreeka
di Cherien Dabis – USA/Canada 2009
con Nisreen Faour, Melkar Muallem
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Proprio alla vigilia della "guerra al terrore" contro Saddam Hussein, Muna (divorziata e sovrappeso) e suo figlio Fadi si trasferiscono dai territori palestinesi negli Stati Uniti, ospiti dalla sorella di lei che vive in un paesino dell'Illinois già da quindici anni. Ma l'integrazione si rivela più difficile del previsto, e all'isolamento nella patria di origine (dove era da poco stato costruito il muro israeliano) si sostituisce quello in America: la donna ha problemi a trovare un lavoro e si ritrova costretta a fare la cameriera in un fast food, mentre il ragazzo deve fare i conti con l'ostilità dei compagni di classe e con i pregiudizi contro gli arabi, visti tutti come terroristi kamikaze. Per fortuna, l'amicizia e la famiglia aiuteranno a superare le difficoltà. Un film sulla tolleranza e sul rispetto delle identità culturali, leggero e con una protagonista simpatica, ma anche con molti luoghi comuni e una dose forse eccessiva di buonismo (vedi il preside ebreo della scuola che diventa amico di Muna).