29 settembre 2006

As you like it (K. Branagh, 2006)

As you like it - Come vi piace (As you like it)
di Kenneth Branagh – USA/GB 2006
con Bryce Dallas Howard, David Oyelowo
***

Visto ieri al cinema Eliseo.

Poche cose mi mettono di buon umore come le commedie di Shakespeare rivisitate da Branagh. Anche stavolta il regista britannico gioca con il tempo e lo spazio, spostando l'azione di questa opera minore del bardo addirittura in un'enclave britannica nel Giappone del diciannovesimo secolo. In questo modo, senza bisogno di tradirne il testo, riesce a esplicitare oltre ogni limite il contenuto di fondo della commedia, un elogio della vita pastorale e della necessità di superare i conflitti e le barriere di classe attraverso il buonsenso, la meditazione e l'amore. Come già in "Molto rumore per nulla" e in "Pene d'amor perdute", Branagh cala Shakespeare in un contesto multietnico che ne amplifica l'universalità: i suoi personaggi sono bianchi, neri e gialli, e si amano senza distinzione di classe, gruppo o ceto sociale. Tra complotti e travestimenti, la commedia (che non conoscevo) scorre vivace e profonda e si snoda lungo numerosi fili conduttori: la lotta fra il duca e il fratello usurpatore, il travagliato amore fra Rosalinda (una sempre più stupefacente Bryce Dallas Howard, vestita da uomo per quasi tutto il film) e il giovane Orlando, e la filosofia di contorno espressa di volta in volta con saggezza o follia da personaggi quali il duca, il buffone Touchstone o il malinconico Jacques. Oltre alla protagonista, nel cast spiccano i sempre ottimi Kevin Kline, Alfred Molina e Brian Blessed ma anche la simpatica Romola Garai nei panni di Celia. E se il finale in Shakespeare era meta-teatrale, in Branagh non può che diventare meta-cinematografico!

25 settembre 2006

Pirati dei Caraibi 2 (G. Verbinski, 2006)

Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma (Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest)
di Gore Verbinski – USA 2006
con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley
*1/2

Visto al cinema Maestoso, con Monica, Nando e Irene.

Dispiace parlar male del sequel di un film che mi era piaciuto molto, ma questo secondo "Pirati dei Caraibi" non mi ha proprio convinto. Il suo problema principale è il ritmo: sullo schermo succede qualcosa praticamente ogni trenta secondi, col risultato che in due ore e mezza di durata non c'è mai un istante per riflettere o per approfondire la trama o i personaggi. Di conseguenza la vicenda è piena di battute, capitomboli, mostri, dettagli e particolari spesso inutili, mentre i personaggi restano, stavolta sì, vere e proprie macchiette su uno sfondo che ormai ha abbandonato ogni pretesa di verosimiglianza storica. Johnny Depp gigioneggia per strappare risate, e forse esagera, mentre i personaggi di Knigthley e Bloom sono piuttosto piatti. Anche i cattivi non mi sono sembrati assolutamente all'altezza del Capitan Barbossa del primo film, con origini, motivazioni, psicologie e comportamenti appena abbozzati. Tutta la prima ora è poi del tutto superflua, con scene d'azione troppo lunghe che vengono poi ripetute quasi uguali nella seconda parte (la fuga all'interno della gabbia che rotola, per esempio, è simile alla scena successiva con la ruota del mulino). Non avrebbe fatto male una sforbiciata in fase di montaggio, e magari avrebbe consentito agli sceneggiatori un maggior approfondimento della trama principale, quella dell'Olandese Volante e della sua ciurma. Il senso di insoddisfazione nasce non solo dal confronto con la freschezza e il divertimento fornito da "La maledizione della prima luna" (la maledizione andrebbe rivolta ai titolisti italiani: ancora non si sono resi conto dei danni che producono con la loro infedeltà ai titoli originali?), ma dal sospetto che i seguiti dei "Pirati" siano stati messi in cantiere sulla falsariga di quelli di "Matrix": un operazione esclusivamente commerciale per sfruttare una franchigia di sicuro successo. Dopotutto i produttori erano ormai ben consapevoli che qualunque fosse stata la qualità del film il ritorno in termini di box office (e di home video) sarebbe stato comunque elevatissimo.

Meglio un mercoledì da leone... (P. Sturges, 1947)

Meglio un mercoledì da leone... (The sin of Harold Diddlebock)
di Preston Sturges – USA 1947
con Harold Lloyd, Frances Ramsden
**

Visto in DVD, con Martin.

Partendo da una bobina di materiale girato nel 1925 per il film di Lloyd "The freshman", Sturges imbastisce una commedia che avrebbe dovuto omaggiare e, nelle intenzioni, rilanciare il grande comico del muto, da tempo ormai assente dalle scene. Ma i risultati al botteghino non furono particolarmente soddisfacenti, e il film costituisce così l'ultima apparizione dell'attore sul grande schermo. La pellicola alterna alcune scene abbastanza divertenti (quella nel bar, per esempio) ad altre che sembrano soltanto una pallida copia delle gag dell'epoca d'oro del muto. Ma il vero motivo per cui non sono riuscito ad apprezzarlo fino in fondo è che la copia che io e Martin abbiamo visto era priva di quasi mezz'ora! Durava infatti 67 minuti anziché 90, con la parte centrale completamente e inspiegabilmente rimossa (forse a causa della "riedizione" voluta da Howard Hughes nel 1950). Ed è un peccato, anche se ho avuto l'impressione che il meglio del film stesse comunque tutto nella prima parte, quella che ci mostra il passaggio di Lloyd da ingenuo e esuberante ragazzo (nel 1923) a impiegato invecchiato e disilluso (nel 1945) che in seguito a un'occasionale ubriacatura si lascia andare a una giornata di totale e ardita follia.

23 settembre 2006

The mission (Johnnie To, 1999)

The mission (Cheung fo)
di Johnnie To – Hong Kong 1999
con Anthony Wong, Francis Ng
****

Rivisto in DVD, con Michele.

Ogni volta che rivedo questo capolavoro rimango sempre più colpito dal rigore stilistico e dalla perfezione dei dettagli. La storia è piuttosto semplice: un boss delle triadi, scampato a un agguato di misteriosi sicari, assolda cinque guardie del corpo per farsi proteggere giorno e notte. Ma To, pur con uno sguardo apparentemente distaccato, sottolinea a dismisura l'aspetto umano dei protagonisti, come nella splendida scena della pallina di carta che illustra magnificamente, senza bisogno di spendere troppe parole, il passaggio dall'iniziale indifferenza e ostilità a uno stato di solidarietà e complicità. I personaggi peraltro mostrano rispetto anche nei confronti degli avversari: esemplare la scena in cui siedono al tavolo con il killer che hanno appena catturato. Per personaggi simili l'amicizia appena cementata è qualcosa di estremamente importante, e questo aggiunge tensione all'ultima parte della pellicola, quando il loro leader, Curtis, viene incaricato dal boss (fino ad allora dipinto come una persona generosa, pronta a comprendere e a perdonare tutti) di eliminare uno dei suoi stessi compagni: un dilemma che divide gli eroi e li mette uno contro l'altro. Lo stile è fenomenale, secco, preciso: non mi riferisco tanto alla gelida fotografia e ai dialoghi scarni che dicono e non dicono (per esempio, nella scena in cui il giovane Shin torna a casa tardi dopo aver "accompagnato" la moglie del capo), ma soprattutto alla coreografia delle scene d'azione, su tutte la sparatoria nel centro commerciale. Per citare quel che avevo scritto al tempo della prima visione, To in questo film sembra l'anti-John Woo: stessi temi, stessi risultati, stessa tensione ma utilizzando metodologie contrapposte. Mentre Woo sfrutta il dinamismo e il movimento, To si basa sulla staticità, la geometria delle inquadrature e la freddezza dei protagonisti che rimangono immobili a sparare anche se i proiettili sfrecciano a pochi centimetri dai loro volti.

20 settembre 2006

Venezia e Locarno 2006 - conclusioni

A rassegna finita, e dopo aver riveduto e corretto alcuni giudizi a mente più fredda, posso provare a fare un bilancio: nel complesso positivo, anche se veri e propri capolavori non ne ho visti. Su tutti mi sono piaciuti "Il flauto magico" di Branagh, ma anche gli ottimi "The queen" e "Little Miss Sunshine". Meglio del previsto la selezione americana (con la prevedibile eccezione di Oliver Stone). Deludenti, invece, i francesi (a parte Resnais) e gli italiani (a parte Amelio, peraltro non eccezionale). Non male nel complesso gli orientali, con nota di merito per Johnnie To. Devo però confessare che negli ultimi giorni della rassegna la fatica e la stanchezza accumulata nella visione di così tanti film (spesso sei al giorno) mi hanno portato ad acuire ed "estremizzare" i giudizi: o un film mi piaceva veramente tanto oppure lo detestavo, senza via di mezzo. Per questo motivo sono stato particolarmente duro con pellicole (per esempio "Nuovomondo"), che magari in altre condizioni non avrei stroncato così duramente ma che non sono riuscite a convincermi che non stavo sprecando il mio tempo.

16 settembre 2006

Il flauto magico (K. Branagh, 2006)

Il flauto magico (The magic flute)
di Kenneth Branagh – GB 2006
con Joseph Kaiser, Amy Carson
***

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Di fronte al difficile compito di portare sullo schermo un'opera di Mozart, e specialmente una complessa e così ricca di simboli e significati come "Il flauto magico", un regista ha due possibili scelte davanti a sé: limitarsi al teatro filmato, come aveva fatto Bergman, oppure farsi audace e cercare una propria strada, infilandosi dove è possibile nei pochi spazi lasciati a disposizione dall'opera e tenendo testa alla potenza della musica con immagini ardite, visionarie e di grande impatto. Branagh, naturalmente, non poteva che scegliere questo secondo approccio, più cinematografico e personale, anche a rischio di sfiorare il kitsch. Visivamente, perciò, questo "Flauto" contiene di tutto e di più: sogni e incubi a colori e in bianco e nero, immagini astratte e surreali, scene di guerra e di passione, campi fioriti e fangose trincee. Nell'anno del 250esimo anniversario della nascita di Mozart, Branagh gli resta musicalmente fedele: non è stato tagliato alcun brano, e il cast dei cantanti mi è sembrato ottimo, con una menzione particolare per Pamina e Sarastro. Per quanto riguarda il testo, invece, il regista ha effettuato due grandi cambiamenti: l'ambientazione è stata spostata dall'antico Egitto alla Prima Guerra Mondiale (almeno per quanto riguarda iconografia, armi e tecnologie: in realtà gli eserciti che si scontrano non corrispondono a due milizie specifiche, ma rappresentano tutte le armate di tutte le guerre combattute dall'umanità) e l'opera è cantata in inglese. Questa scelta, che sul momento può lasciare perplessi, è però ampiamente giustificata: Mozart aveva realizzato "Die Zauberflöte" in tedesco, nonostante la tradizionale lingua dell'opera fosse l'italiano, proprio per raggiungere più facilmente il popolo. Allo stesso modo anche Branagh persegue un'ideale di democraticizzazione dell'arte: il suo "Flauto" viene cantato nella lingua più diffusa al mondo e proiettato al cinema per portarlo a quegli spettatori che non si sognerebbero mai di entrare in un teatro lirico. La stessa cosa, del resto, il regista la fa da sempre con Shakespeare, attualizzandolo senza tradirne il testo ma rendendolo più glamour, hollywoodiano e musicale, con ottimi risultati. Il libretto è stato tradotto (e adattato qua e là) da Stephen Fry – sì, proprio Wilde e Jeeves! – che ha eliminato i recitativi e trasformato il simbolismo massonico in un inno alla pace universale e contro le guerre. Tamino è diventato un prode soldato mentre Papageno è l'addestratore dei canarini usati per individuare la presenza di gas nelle trincee. L'ouverture, bellissima, scorre sulle immagini di un lunghissimo piano sequenza che parte dall'inquadratura ravvicinata di un fiore per passare a una panoramica delle trincee, segue il volo di una farfalla e quello di una flotta di aerei, e termina con una battaglia campale. La regina della notte arriva su un carro armato e poi, mentre canta Der Hölle Rache, vola come Superman. Sarastro recita O Isis und Osiris (una scena superlativa) in un immenso cimitero di guerra sulle cui tombe compaiono i nomi dei caduti di tutti i tempi e di tutte le nazionalità. L'aria di Papageno Ein Mädchen oder Weibchen è onirica e surreale e cita Magritte a piene mani. Ma le idee profuse nell'intera pellicola sono così tante che ricordarle tutte diventa quasi impossibile: già cult, per esempio, il coro degli armigeri cantato dai sacchi di sabbia delle trincee! È uno di quei film che, quando partono i titoli di coda, si vorrebbe immediatamente rivedere dal principio.

La stella che non c'è (G. Amelio, 2006)

La stella che non c'è
di Gianni Amelio – Italia 2006
con Sergio Castellitto, Tai Ling
**1/2

Visto al cinema Anteo (rassegna di Venezia)

Un bel film sulla Cina moderna, sulle sue molteplici facce nascoste, sulle contraddizioni e le speranze di un popolo che sta attraversando una fase di profondo cambiamento. La pellicola comincia con lo smantellamento di un impianto siderurgico italiano che gli acquirenti intendono trasferire e ricostruire in Cina. Vincenzo Bonavolontà, ingegnere burbero e coscienzioso, è però consapevole che nell'altoforno si nasconde un pericoloso difetto. Di propria iniziativa si reca dunque in Cina per consegnare una nuova centralina, da lui stesso progettata, ma si scontra con l'indifferenza dei nuovi proprietari della fabbrica. In compagnia di una giovane interprete, decide di recarsi personalmente in cerca dell'impianto, rimontato chissà dove. Intraprende così un lungo viaggio nelle regioni più remote e sconosciute del paese, lontano dai tragitti turistici: la Cina delle grandi città di provincia in rapida espansione, dei cantieri e delle fabbriche, delle case popolari trasformate in alberghi clandestini, dei fiumi e delle dighe, dei bambini abbandonati. Un viaggio alla scoperta di un mondo che conosciamo poco e che forse gli stessi cinesi non intendono mostrarci (scenari e ambientazioni sono così diversi da quelli che si vedono nei film orientali che giungono fin qui!). Ottimo, come sempre, Castellitto.

Il diavolo veste Prada (D. Frankel, 2006)

Il diavolo veste Prada (The devil wears Prada)
di David Frankel – USA 2006
con Anne Hathaway, Meryl Streep
*1/2

Visto al cinema Excelsior, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Che non fosse il mio genere di film l'ho capito subito dalla prima scena, quella in cui la protagonista entra nella redazione della rivista di moda per sostenere il colloquio di assunzione e viene presa in giro da tutti per la maniera sciatta nel vestire. Ebbene, con tutta la mia buona volontà, io non riuscivo a distinguere alcuna differenza nel modo in cui si vestiva rispetto alle altre impiegate: mi sembrava altrettanto elegante e bella, se non di più. Questo forse dimostra come io di moda non me ne intenda granché (non so assolutamente distinguere un capo firmato da uno che non lo è), ma spiega anche perché abbia riso ben poco o non abbia capito gran parte delle battute del film. Appesantita dal solito carrozzone di falsi sentimenti hollywoodiani, la pellicola non brilla nemmeno come commedia sofisticata: i tempi di Lubitsch e di Cukor, ahimé, sono ben lontani. Tutto è prevedibile, i personaggi scontati, il finale telefonato. La Streep è brava, sì, ma il suo personaggio è monocorde. Pubblicità dovunque, sin dal titolo: inutile contare i marchi e i nomi che vengono citati, sono centinaia.

The banquet (Feng Xiaogang, 2006)

The banquet (Ye yan)
di Feng Xiaogang – Cina 2006
con Zhang Ziyi, Ge You, Daniel Wu
**

Visto al cinema Arcobaleno, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

L'ennesimo colossal cinese dalle ambientazioni sontuosissime, dalle coreografie spettacolari (c'è la mano di Yuen Woo Ping) e dallo stile leccato. Solitamente questi film sono belli ma senz'anima; stavolta, però, l'anima in parte la fornisce Shakespeare. La vicenda è infatti una rilettura dell'Amleto, calata in un medioevo fantastico dove un malvagio imperatore ha assassinato il fratello, ne ha sposato la giovane vedova e ne ha usurpato il trono. Ma se le vicende ricalcano quasi fedelmente la tragedia originale (con qualche variazione qua e là), il testo non ne ha la profondità filosofica: niente pazzia e niente dubbi "amletici". Kurosawa era molto più bravo a rileggere in chiave orientale i grandi testi del bardo britannico: Feng, che come stile si candida a erede di Zhang Yimou, ha talento per lo spettacolo ma non sempre mantiene il controllo sulla tensione narrativa. E Zhang Ziyi, una presenza evidentemente irrinunciabile in questo genere di film, sarà sì carina (anche se io continuo a preferirle Maggie Cheung e Shu Qi), ma come attrice ha molto da imparare da Gong Li.

Nuovomondo (E. Crialese, 2006)

Nuovomondo
di Emanuele Crialese – Italia/Francia 2006
con Vincenzo Amato, Charlotte Gainsbourg
*1/2

Visto al cinema Brera (rassegna di Venezia)

Stando a quel che si legge in giro, questo film sembra essere piaciuto a tutti tranne che al sottoscritto. Questione di gusti, certamente: a me è parso il solito film italiano da festival, stereotipato e un po' ruffiano, sugli emigranti buona gente. Piacerà senza dubbio agli americani, un ottimo motivo per presentarlo come candidato nostrano agli Oscar per il miglior film straniero, a scapito di pellicole ben più meritevoli. La storia, che segue il viaggio di una famiglia verso gli Stati Uniti dove sogna di nuotare nel latte (letteralmente!) e di trovare verdure giganti e soldi che crescono dagli alberi, si divide in tre parti ben distinte: nella prima, ambientata in una Sicilia arretrata e permeata di superstizioni popolari, facciamo la conoscenza dei protagonisti (padre vedovo, due figli di cui uno muto, vecchia madre bisbetica) e di una misteriosa donna inglese che per caso e senza fornire spiegazioni sceglie di condividerne il destino. La seconda è quella che mi ha detto di meno e che fatico persino a ricordare: il viaggio per mare, la solita divisione in classi, i timidi tentativi di far interagire personaggi che non hanno niente da dire e da dirsi. La terza, peraltro la parte migliore del film, è una pura e semplice barzelletta: gli emigranti sbarcano a Ellis Island e vengono sottoposti a una serie di ridicoli test d'ingresso per stabilire chi avrà il diritto di entrare nel "Nuovomondo". L'America vera e propria non viene mai mostrata (al massimo intravista, attraverso un finestrone), e tutto puzza di qualunquistico attacco alla burocrazia. A una regia anonima si accompagna una sceneggiatura appena sufficiente, con personaggi poco approfonditi e un protagonista che da un certo punto comincia a comportarsi come Troisi. Va bene che gli emigranti erano persone semplici, ma non certo dei deficienti come li fa sembrare questo film. L'ho visto in siciliano sottotitolato in inglese ma per quanto mi riguarda, visto il livello dei dialoghi, avrebbe potuto essere anche in uzbeco. Gli inserti surreal-felliniani vorrebbero forse aggiungere una patina "mitica" all'emigrazione, ma francamente mi sono sembrati una stupidaggine da spot televisivo. L'unica scena che mi è piaciuta è quella in cui le ragazze rimangono deluse alla vista dei loro nuovi mariti.

Sept ans (J. Hattu, 2006)

Sept ans
di Jean-Pascal Hattu – Francia 2006
con Valérie Donzelli, Bruno Todeschini, Cyril Troley
*1/2

Visto al cinema Ariosto, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Classico esempio di una buona idea (anche se non originalissima: ora non ricordo dove, ma sicuramente ho già visto qualche film basato su uno spunto simile) realizzata però con poca forza e poco mordente. È la storia di un bizzarro triangolo amoroso: un uomo in carcere condannato a sette anni convince il secondino, con cui fa amicizia, a sedurre la moglie per farsi poi raccontare i dettagli dei loro incontri. Interessante giusto nei primi trenta minuti, quando ci si chiede quali sviluppi prenderà la vicenda. Ma poi la mancanza di ritmo affossa la pellicola nella noia, nonostante la buona prova degli interpreti.

El Amarillo (S. Mazza, 2006)

El Amarillo
di Sergio Mazza – Argentina 2006
con Alejandro Barratelli, Gabriela Morano
**1/2

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Un viaggiatore sconosciuto, ingenuo e solitario, giunge dal mare in un villaggio sulla costa e si ferma nell'unico bar del paese, gestito da tre donne anziane. Qui si innamora della cantante che intrattiene il pubblico con la chitarra e la sua bellissima voce, e chiede di essere assunto come factotum in cambio di vitto e alloggio. La giornata successiva trascorre tranquilla e serena, e la sera l'uomo può finalmente cominciare il suo lavoro. Un film di atmosfera e malinconia, ambientato in un luogo non meglio identificato che simboleggia, forse, la fine del mondo. Lento ma gratificante, struggente come un tramonto, mi ha lasciato una buona impressione e un buon ricordo: guardarlo è stato come restare seduti per un'ora e mezza a uno dei tavolini del locale ascoltando le belle canzoni in spagnolo cantate dalla protagonista.

Opera Jawa (G. Nugroho, 2006)

Opera Jawa
di Garin Nugroho – Indonesia 2006
con Martinus Miroto, Artika Sari Devi
*

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

In ogni rassegna c'è almeno un film che provoca una fuga di massa degli spettatori, un titolo che inizia con la sala quasi piena e termina con il cinema semivuoto. Non necessariamente si tratta di un film brutto (capita spesso, per esempio, alle bellissime pellicole di Tsai Ming-Liang): basta che sia poco accessibile, per forma o per contenuti, o che richieda una particolare sensibilità che non tutti, e non per loro colpa, hanno. Lo scomodo ruolo di film "devastante", in questa rassegna, è toccato a "Opera Jawa", una pellicola che per l'appunto non sarebbe affatto disprezzabile dal punto di vista tecnico. Molto belle, per esempio, le immagini e le scenografie. Il problema è che si tratta di un'opera musicale indonesiana ispirata a un grande classico della letteratura asiatica, il Ramayana (in particolare alla vicenda del "rapimento di Sinta", un triangolo senza lieto fine fra un marito, la sua moglie e un seduttore innamorato di lei). Quando ne avevo letto la descrizione sul programma mi ero immaginato un musical in stile Bollywood, vivace e allegro. Invece la musica è lenta, le melodie mi sono sembrate nenie tutte uguali, impossibili da apprezzare per un orecchio non abituato a questo tipo di teatro. Sono rimasto fino alla fine della proiezione soltanto per puro principio, ma dopo dieci minuti già non ne potevo più.

Gradiva (A. Robbe-Grillet, 2006)

Gradiva (C'est Gradiva qui vous appelle)
di Alain Robbe-Grillet – Francia/Belgio 2006
con James Wilby, Arielle Dombasle
*1/2

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Un giovane studioso che sta scrivendo un libro su Eugene Delacroix in una casbah marocchina, in prossimità di Marrakech, rimane invischiato in una misteriosa vicenda quando incrocia per le strade una donna bionda che potrebbe essere il fantasma di una concubina uccisa da un sultano oltre un secolo prima. Strani incontri lo portano poi nelle stanze di un misterioso cabaret dove vengono inscenati spettacoli sadici e dove giovani ragazze vengono torturate e uccise. Ma è verità o finzione? Un film erotico soft e sadomaso che ricorda i fumetti di Milo Manara e alcune pellicole degli anni '70 come "Histoire d'O". Se l'atmosfera onirica e irreale può sembrare a tratti lynchiana, la scarsa qualità degli attori (con l'eccezione di Dany Verissimo nella parte della giovane schiava-amante del protagonista) impedisce di prendere la vicenda troppo sul serio. Il regista, ultraottantenne (è nato nel 1922), non è nuovo a film di questo tipo.

15 settembre 2006

Cuori (A. Resnais, 2006)

Cuori (Coeurs)
di Alain Resnais – Francia 2006
con Sabine Azéma, André Dussolier
**1/2

Visto al cinema Anteo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

È il film che ha vinto il premio per la migliore regia a Venezia 2006, un giusto riconoscimento per un autore delicato, sensibile e sempre sulla breccia come Resnais. Anche qui, come in "Parole, parole, parole...", si tratta di una vicenda corale, con sei personaggi le cui storie si intrecciano più e più volte, anche se sulla scena ne compaiono quasi sempre solo due alla volta: una coppia di conviventi in crisi, un imbarazzato agente immobiliare con una figlia in cerca d'affetto, un barista comprensivo, una lavoratrice devota dal misterioso e scandaloso passato. A fungere da trait d'union, alcuni luoghi e oggetti che ricompaiono più volte: un'agenzia immobiliare, il bar di un albergo, un paio di appartamenti, alcune videocassette galeotte... I "cuori" del titolo sono cuori in inverno, come puntualmente sottolinea l'intensa nevicata che separa le scene come un sipario teatrale. La neve cade fuori ma anche all'interno delle stanze, ricoprendo volti e mani, e addirittura il film termina su uno schermo televisivo che non mostra altro che un "effetto neve". Ottimi gli attori, in particolare la sempre strepitosa Azéma e il simpatico Dussolier (ma ci sono anche Laura Morante, Pierre Arditi, Isabelle Carré e Lambert Wilson).

Proprietà privata (J. Lafosse, 2006)

Proprietà privata (Nue propriété)
di Joachim Lafosse – Belgio/Francia 2006
con Isabelle Huppert, Jérémie Renier
*1/2

Visto al cinema Brera, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

La Huppert è una madre divorziata che sogna di rifarsi una vita con un nuovo compagno e un nuovo lavoro. A impedirglielo, però, ci sono i due figli gemelli, nullafacenti e perdigiorno, che ne monopolizzano tempo e risorse: uno, in particolare, è odioso ed egoista, mentre l'altro sembra un po' più comprensivo. Non potrà che finire in tragedia. Un film dal contenuto assai sgradevole, che durante la visione non mi è piaciuto molto. A distanza di qualche giorno, comunque, mi è un po' cresciuto, soprattutto per l'intensità della seconda parte. Resta comunque uno spaccato di vita familiare brutto e detestabile.

L'amore giovane (E. Hawke, 2006)

L'amore giovane (The hottest state)
di Ethan Hawke – USA 2006
con Mark Webber, Catalina Sandino Moreno
**1/2

Visto al cinema Excelsior, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Per la sua seconda regia, Ethan Hawke ha scelto di adattare un romanzo scritto da lui stesso: si tratta di una "semplice" storia d'amore, quella fra un ragazzo proveniente dal Texas, aspirante attore, e una giovane cantante. I due si conoscono a New York, stanno insieme per qualche mese, trascorrono una settimana in Messico nel corso della quale meditano addirittura di sposarsi, e poi si lasciano per decisione di lei senza alcun motivo apparente. Il film non è male, l'atmosfera è calda e convincente, il ritmo funziona e i personaggi sono belli. Piacevoli anche le musiche e le canzoni country che echeggiano qua e là nella pellicola. Hawke interpreta il padre del protagonista, una parte non poco importante nell'economia della storia visto che il rapporto con i genitori riveste un ruolo principale nella psicologia del personaggio.

Farewell Falkenberg (J. Ganslandt, 2006)

Farewell Falkenberg (Farväl Falkenberg)
di Jesper Ganslandt – Svezia/Danimarca 2006
con Holger Eriksson, David Johnson
*

Visto al cinema Ariosto, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Cinque amici trascorrono l'estate in una piccola cittadina svedese. Chiacchierano del più e del meno, fanno il bagno nudi nel fiume, compiono piccoli furtarelli, ricordano episodi della loro infanzia, fanno progetti per il futuro. Per un'ora di film, in realtà, non succede assolutamente nulla di rilevante. Poi uno si spara, e nella restante mezz'ora continua a non succedere nulla. Un film che è corso su un binario parallelo a quello della mia attenzione: non mi ha detto assolutamente niente e non ricordo una sola parola o una sola immagine che mi abbia in qualche modo colpito o interessato.

Courthouse on the horseback (Liu Jie, 2006)

Courthouse on the horseback (Mabei shang de fating)
di Liu Jie – Cina 2006
con Li Baotian, Yang Yaning, Lu Yulai
***

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Ha vinto a Venezia il premio come miglior film della sezione Orizzonti. Ambientato nell'estremo sud-ovest della Cina, in una regione montuosa abitata da minoranze etniche dagli strani costumi e dalle strane usanze (non sembrano nemmeno cinesi), racconta di un giudice e dei suoi due assistenti che devono percorrere gli scoscesi sentieri a dorso di cavallo e attraversare i più remoti villaggi per portare la "giustizia" dello stato e celebrare i processi: si tratta naturalmente di cause del tutto fuori dal comune, come quella di un uomo che si lamenta perché il maiale del vicino ha scavato nel cimitero mangiando le ossa dei suoi antenati. L'anziano giudice, un uomo pieno di salomonico buon senso, è accompagnato da una donna al suo ultimo incarico e da un giovane studente appena laureato, pieno di sogni e di illusioni. Realistico e ironico, umano e non allineato, il film ricorda alcune pellicole iraniane come "Lavagne" o "Il voto è segreto".

Rain dogs (Ho Yuhang, 2006)

Rain dogs (Taiyang yue)
di Ho Yuhang – Malesia/Hong Kong 2006
con Kuan Choon Wai, Liu Wai Hung
*1/2

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Il giovane Tung, ingenuo e timido, vive con la madre anziana in un piccolo paese, mentre suo fratello lavora a Kuala Lumpur nel sottobosco della malavita. Quando quest'ultimo rimane ucciso in una rissa, Tung si trasferisce dallo zio e fa nuove conoscenze, fra cui una ragazza della quale forse si innamora. Il titolo (che non ho capito) compare a 40 minuti dall'inizio e divide la pellicola in due parti, quella ambientata principalmente nella capitale e quella (migliore) che si svolge nella campagna malese. Non c'è però una vera trama: il film mi è parso sommario e insicuro sulla direzione da prendere. Si lascia vedere, questo è vero, ma non mi ha comunicato poi molto.

12 settembre 2006

Exiled (Johnnie To, 2006)

Exiled (Fangzhu)
di Johnnie To – Hong Kong 2006
con Anthony Wong, Francis Ng
***

Visto al cinema Mexico, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Johnnie To gira il suo "Mucchio selvaggio", una storia d'amicizia e di morte che in parte ricorda anche il suo capolavoro "The Mission", del quale potrebbe quasi essere considerato il seguito (anzi, se non ricordo male, era stato proprio annunciato come tale). Quattro gangster in trasferta a Macao decidono di tradire il loro boss quando questi ordina loro di eliminare un ex compagno che ha abbandonato la gang per farsi una famiglia. Il consueto stile impeccabile di To (e i suoi attori feticcio: ci sono anche Suet Lam e Simon Yam) è al servizio di una storia tesa e avvincente, con le solite sparatorie eleganti e calligrafiche intervallate da intermezzi di quiete e di umorismo, e personaggi che in un attimo passano dallo spararsi addosso a mettersi intorno a un tavolo a mangiare e ridere in compagnia. In fondo, che la storia finisca bene o male non importa né agli spettatori né ai personaggi stessi, che affrontano le prove più difficili e le decisioni più ardue con leggerezza e rassegnazione, al punto da lanciare una moneta per decidere se gettarsi o meno in una pericolosa azione.

World trade center (O. Stone, 2006)

World Trade Center (id.)
di Oliver Stone – USA 2006
con Nicolas Cage, Michael Pena
*1/2

Visto al cinema Odeon, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

A distanza di cinque anni, gli americani hanno deciso che girare film sull'11 settembre è diventato lecito: basta che siano elegiaci o agiografici, e dunque kitsch come solo loro sanno fare. Più che sulla ricostruzione di tutti gli eventi di quel tragico giorno, Stone sceglie di concentrarsi sulla storia personale di due agenti di polizia che rimasero sepolti sotto le macerie per molte ore dopo il crollo delle Torri Gemelle e sui rispettivi familiari in ansia per la loro sorte. È perciò costretto a far leva esclusivamente sull'emotività dello spettatore, visto che tutto il resto non è altro che la brutta copia di un film catastrofico e fracassone, funestato da una pessima colonna sonora, invadente e fastidiosa, dalla retorica degli eroi e dalle lacrime dei sopravvissuti. Essendo una storia vera, ecco che scatta il ricatto emotivo che vuole costringere lo spettatore a commuoversi. Ma il film è privo di idee, di spunti e di scene memorabili, e procede in maniera stanca e snervante verso la scontata conclusione, fra ridicole apparizioni mistiche, idilliaci flashback di vita familiare e ripetuti elogi della solidarietà fra i vari reparti delle forze dell'ordine.

Daratt (M. Haroun, 2006)

Daratt – La stagione del perdono (Daratt)
di Mahamat-Saleh Haroun – Ciad 2006
con Ali Barkai, Youssouf Djaoro
***

Visto al cinema Excelsior, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

È il film che ha vinto a Venezia il premio speciale della giuria: un'opera che descrive un odio feroce che lentamente si trasforma in amore. Quando il governo proclama un'amnistia che cancella tutti i delitti commessi durante la guerra civile che ha insanguinato il paese negli anni passati, un giovane decide di farsi giustizia da solo e parte alla ricerca dell'uomo che aveva assassinato suo padre prima che lui nascesse. Lo trova a fare il panettiere in una città vicina, ma anziché ucciderlo diventa il suo apprendista e pian piano il bastone della sua vecchiaia, conquistandone l'affetto al punto che il vecchio vorrebbe adottarlo. Un bel film, girato con uno stile secco e diretto ma anche caldo e fragrante come il pane che i due protagonisti sfornano e donano ai bambini che vengono a elemosinare ogni giorno alla loro porta. Anche se non c'entra molto, mi ha fatto pensare a "Pane e fiore" di Mohsen Makhmalbaf... anche lì una pagnotta nascondeva (e aveva la meglio) su un'arma.

Baaz ham sib daari? (B. Fazli, 2006)

Baaz ham sib daari?
di Bayram Fazli – Iran 2006
con Zabih Afshaar, Leila Mousav
**1/2

Visto al cinema Orfeo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Per una volta dall'Iran non arriva il solito film neorealista ma una commedia d'azione e d'avventura caratterizzata da una comicità cinica e grottesca. In un territorio immaginario e fantastico dove una tribù malvagia, i "falciatori", terrorizza tutti i villaggi circostanti, un pastore che sembra interessato soltanto al cibo e che non brilla per intelligenza o per generosità fa una serie di strani incontri e si scopre eroe per caso. Fra predoni a cavallo e in motocicletta che sembrano usciti da "Mad Max", assedi da film western, caricature e gag alla Monty Python (i finti mendicanti, l'evasione dalla torre), il film scorre divertente e fornisce un esempio dei tentativi dei giovani registi iraniani di trovare nuove strade. Il titolo significa "Avete un'altra mela?", la frase rivolta dal protagonista agli abitanti di un villaggio.

The city of violence (Ryoo Seung-wan, 2006)

The city of violence (Jak-pae)
di Ryoo Seung-wan – Corea del Sud 2006
con Jung Doo-hoon, Ryoo Seung-wan
**1/2

Visto al cinema Orfeo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Un poliziotto torna da Seul nella sua città d'origine per partecipare ai funerali di un vecchio amico, ucciso in una rissa da alcuni giovani teppisti. Decide di indagare sull'accaduto, scoprendo ben presto che proprio uno dei suoi vecchi compagni è il responsabile di tutto. I temi non sono nuovi, anzi sono gli stessi dei film di John Woo di vent'anni fa (e alcuni passaggi ricordano "Bullet in the head"). Ma il punto di forza della pellicola sono i numerosi combattimenti, ricchi di salti e acrobazie, spettacolari e divertenti ma anche cruenti ed estenuanti. In uno (o due) contro decine, se non centinaia, di avversari, i "buoni" si trovano ad affrontare bande di breakdancers, guerrieri della notte con mazze da baseball, gangster armati di katana, come in un videogioco dove a ogni livello ne segue un altro con nuovi nemici. Durante il combattimento finale nel ristorante non può non venire in mente il Tarantino di "Kill Bill vol. 1", anche per la musica da western che gli fa da sfondo.

11 settembre 2006

Belle toujours (M. de Oliveira, 2006)

Belle toujours - Bella sempre (Belle toujours)
di Manoel de Oliveira – Portogallo/Francia 2006
con Michel Piccoli, Bulle Ogier
*1/2

Visto al cinema Anteo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Dopo "Belle de jour", ecco "Belle toujours". A quarant'anni di distanza dal capolavoro di Luis Buñuel, ne ritroviamo due personaggi, invecchiati e profondamente cambiati. Il film si apre sulle bellissime note della sinfonia n. 8 di Dvořak, che funge da contrappunto all'intera pellicola: è proprio a un concerto che Henri e Séverine si rivedono (ma la Deneuve ha saggiamente rifiutato la parte, ritenendo non necessario un sequel di questo tipo), e l'incontro riaccende la curiosità di entrambi. Tutti e due, in maniera diversa, sono ancora legati al passato. Fra lungaggini e ripetizioni (vedi le scene con il barista), il film si rivela – come era ampiamente nelle previsioni – un'operazione superflua e discutibile. De Oliveira, d'altronde, non ha né il talento né l'inventiva di Buñuel (e non basta l'apparizione a sorpresa di una gallina nel corridoio di un albergo per evocare il surrealismo), e riportarne in vita i personaggi non ha alcuna giustificazione se non quella di togliersi un capriccio.

Black book (P. Verhoeven, 2006)

Black book (Zwartboek)
di Paul Verhoeven – Olanda 2006
con Carice van Houten, Sebastian Koch
***

Visto al cinema Plinius, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Una giovane ebrea olandese, scampata al massacro della propria famiglia a opera delle SS, entra a far parte della resistenza e accetta di diventare l'amante di un capitano tedesco per estorcergli informazioni, ma poi finisce per innamorarsene. Verhoeven ricorre a tutta l'esperienza maturata a Hollywood per girare un romanzone storico-avventuroso coinvolgente e di ottima fattura, dove tragedie e speranze, tradimenti e complotti, sparatorie ed evasioni si succedono senza interruzione per oltre due ore. Alcuni snodi narrativi sono forse un po' esagerati, e non mancano momenti maliziosamente sopra le righe e quasi trash, ma nel complesso lo spettacolo funziona e il film mi ha tenuto con il fiato sospeso fino alla fine. Brava la protagonista, che sfoggia un look alla Jean Harlow. E bella l'ultimissima scena, che fa riflettere sulla ciclicità degli orrori della guerra e degli errori dell'uomo. Ci sono state alcune polemiche sul fatto che il regista abbia presentato i nazisti (alcuni, almeno) come esseri umani a tutti gli effetti, con pregi e difetti, così come alcuni membri della resistenza come bastardi pronti a tradire i compagni. Ho addirittura sentito accusare il film di antisemitismo: evidentemente il povero Verhoeven è destinato a essere sempre incompreso, almeno politicamente, come ai tempi di "Starship troopers".

O céu de Suely (K. Aïnouz, 2006)

O céu de Suely
di Karim Aïnouz – Brasile/Germania 2006
con Hermila Guedes, Maria Menezes
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Hermila, ragazza-madre abbandonata dal marito, fa ritorno con il proprio bambino al paese di provincia nel Nordeste brasiliano dove vivono la nonna e la giovane zia. Ma l'irrequietezza e il malessere hanno presto la meglio su di lei, che comincia a sognare una nuova partenza. Per trovare il denaro, organizza una lotteria con lo pseudonimo di Suely offrendo sé stessa al vincitore per una notte. Un film senza molto ritmo e di poco interesse, che il regista ha costruito attorno a un unico personaggio nella speranza che fosse sufficiente a tener desta l'attenzione dello spettatore. Invece no: mancano spessore e profondità, e non basta un certo realismo nella descrizione degli ambienti per rendere incisiva la storia.

Le pressentiment (J.-P. Darroussin, 2006)

Le pressentiment
di Jean-Pierre Darroussin – Francia 2006
con Jean-Pierre Darroussin, Valérie Stroh
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Darrousin, attore di lunga data, è qui alla sua prima regia: e il risultato non è per nulla male. Un avvocato di ricca famiglia abbandona parenti e lavoro per ritirarsi a vivere da solo in un appartamento nel più squallido quartiere di Parigi. Fra la curiosità di vicini pettegoli e impiccioni, ospita temporaneamente una bambina la cui madre è in coma all'ospedale e il padre in prigione. La sua generosità disinteressata farà breccia nel cuore della piccola, ma per lui – forse – è troppo tardi. Un film curioso e garbato su un uomo che ha scelto di fuggire dal mondo dell'alta borghesia per trovare la propria felicità nell'anonimato e nella solitudine. L'intermezzo con la bambina, che occupa gran parte del film, non è in realtà che un semplice tassello della sua nuova vita, più felice di quanto possa sembrare dall'esterno.

10 settembre 2006

Half nelson (R. Fleck, 2006)

Half Nelson
di Ryan Fleck – USA 2006
con Ryan Gosling, Shareeka Epps
**1/2

Visto al cinema Plinius, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Locarno)

Un insegnante di storia (e coach di basket) in una scuola media frequentata quasi esclusivamente da studenti di colore conduce una vita sregolata. Quando una delle sue alunne lo sorprende a drogarsi nei bagni della scuola, fra i due nasce un'amicizia spontanea e profonda, sincera e disinteressata. Il grande pregio del film è la cura con cui vengono tratteggiati i personaggi, che mi sono sembrati davvero vivi, realistici e tridimensionali. La sceneggiatura, che non presenta sviluppi clamorosi o sconvolgenti né intende lanciare messaggi moralistici, è eccellente e così pure i due attori (la bimba è forse parente di Omar Epps?). Gosling, naturalmente, farà strada. Il titolo prende il nome da una mossa di blocco nel wrestling.

Agua (Verónica Chen, 2006)

Agua
di Verónica Chen – Argentina 2006
con Rafael Ferro, Nicólas Mateo
**

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Locarno)

Un ex campione di nuoto, ritiratosi dallo sport e dal mondo per andare a vivere nel deserto, torna in città per partecipare a una maratona nel fiume. La sua storia si intreccia con quella di un giovane che fatica a trovare dentro di sé la forza per diventare un campione. Girato senza l'enfasi agonistica che si troverebbe in un film di questo tipo se provenisse dagli USA, più che sullo sport e sulla ricerca della vittoria la pellicola si concentra sulle motivazioni interiori dei due personaggi, che a dire il vero restano un po' enigmatici e lasciano trasparire all'esterno ben poco di sé. Non del tutto riuscito, in ogni caso, anche se il soggetto è interessante.

Khadak (P. Brosens, J. Woodworth, 2006)

Khadak
di Peter Brosens e Jessica Hope Woodworth – Belgio/USA/Germania 2006
con Khayankhyarvaa Batzul, Dagvadorj Dugarsuren
*1/2

Visto al cinema Ariosto, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Una famiglia di pastori che vive nelle steppe della Mongolia viene obbligata dalle autorità a trasferirsi in una città mineraria con la scusa di un'epidemia che sta colpendo gli animali. L'urbanizzazione forzata amplifica in loro un profondo malessere. Il giovane figlio epilettico, in particolare, entra in contatto con un gruppo di ladruncoli e vagabondi che compiono strani riti, simili a quelli che la sciamana del suo villaggio eseguiva su di lui. A una prima parte di tono neorealistico segue una seconda metafisica e surreale, piena di visioni che vorrebbero essere poetiche ma lasciano il tempo che trovano. Lungo, pretenzioso, noioso, inconcludente: mentre lo guardavo non riuscivo minimamente a interessarmi a quello che accadeva sullo schermo. Ha vinto il premio per la miglior opera prima: ma se questo è il cinema del futuro, siamo fritti.

Black eyed dog (P. Gang, 2006)

Black Eyed Dog
di Pierre Gang – Canada 2006
con Sonya Salomaa, David Boutin
**

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Locarno)

In un paesino fra le montagne canadesi, sotto pressione per la presenza di un serial killer che si nasconde nei boschi circostanti, la cameriera Betty deve barcamenarsi fra un lavoro che non le piace, un ex compagno violento ma ancora innamorato, una famiglia assente e altri amici problematici. Il fulcro del film risiede completamente nella psicologia del personaggio principale, che ha un atteggiamento ostile e sulla difensiva verso il resto del mondo. All'inizio mi dava un po' fastidio come Betty si comportasse male con tutti, anche con quelli che volevano aiutarla. Poi la storia aiuta a comprenderla meglio: da bambina si era avvicinata troppo fiduciosa a un cane che ringhiava e ne era stata morsa. Suo padre aveva allora cominciato a erigere un muro di pietre in giardino per isolare il cane. Allo stesso modo ora Betty si isola dal resto del mondo, che teme e detesta. Ciò non le impedisce di lasciarsi avvicinare da un misterioso sconosciuto giunto in città: che sia lui l'assassino? La caccia al serial killer sfiora soltanto di striscio la vicenda principale del film, incrociandola in pochissimi punti (in particolare nella scena più bella della pellicola, quella notturna al fiume), con il regista che preferisce descrivere le vite delle persone intorno a Betty, il loro desiderio di fuggire via da un paese così squallido e contemporaneamente le pulsioni a rimanere.

Nomad (S. Bodrov, I. Passer, 2005)

Nomad
di Sergei Bodrov, Ivan Passer – Kazakistan 2005
con Kuno Becker, Mark Dacascos
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Locarno)

Un kolossal kazako? Quasi. Metà fiaba epica, metà polpettone storico-nazionalistico ma con un respiro internazionale per cast e stile, è la storia di un eroico guerriero – erede di Genghis Khan – che riuscì a unire sotto un'unica bandiera le varie tribù nomadi del Kazakhstan per sconfiggere gli invasori ungari e dare vita finalmente a uno stato unitario. Immagini, paesaggi, costumi e battaglie ricordano sia i film epici cinesi sia alcune scene del "Gladiatore" e del "Signore degli Anelli" (i kazaki, come i Rohirrim, sono un "popolo dei cavalli"), ma la storia e i personaggi sono decisamente prevedibili e stereotipati (ci sono persino i due guerrieri cresciuti come fratelli che si innamorano della stessa donna!). La sceneggiatura insiste ripetutamente sul tema dell"unione che fa la forza", almeno a parole perché nei fatti il protagonista fa tutto da solo. Spettacolare ma vuoto, eroico ma retorico, non l'ho trovato particolarmente intrigante.

9 settembre 2006

Verfolgt (A. Maccarone, 2006)

Verfolgt
di Angelina Maccarone – Germania 2006
con Maren Kroymann, Kostja Ullmann
**1/2

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Locarno)

Sorretto da una fotografia sgranata e in bianco e nero, il film narra del rapporto fra un'assistente sociale cinquantenne e uno degli adolescenti di cui si occupa, un ragazzo appena uscito di prigione. Fra i due nasce una relazione che, anziché sfociare nel sesso, assume pian piano tendenze sadomasochistiche. La regista non scende troppo nella psicologia dei personaggi, che lascia immaginare allo spettatore, e si limita a descrivere con un certo distacco i vari passi della loro vicenda. E tutto sommato riesce a renderla credibile e interessante.

Ça rend heureux (J. Lafosse, 2006)

Ça rend heureux
di Joachim Lafosse – Belgio 2006
con Fabrizio Rongione, Kris Cuppens
**

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Locarno)

Un regista belga disoccupato, in crisi dopo il flop del suo ultimo film ("Folie privée", il precedente film di Lafosse) e dopo essere stato lasciato dalla sua compagna, decide di girarne uno autobiografico. Assegna la parte della protagonista alla cameriera di un bar di cui si è innamorato ma la cosa non funzionerà, mentre i suoi collaboratori discutono dell'opportunità di girare un film così aderente alla realtà. Alla resa dei conti, il film di Lafosse non è altro che il making of di se stesso. Ma costituisce anche un anello di un'intricata catena autoreferenziale, poiché anche il film che il regista sullo schermo vuole girare è la storia di un regista che vuole girare un film su un regista che vuole girare un film su un regista… eccetera. Questa metacinematograficità è l'aspetto più interessante della pellicola, naturalistica e surreale al tempo stesso.

Ellipsis (A. Eshpai, 2006)

Ellipsis (Mnogotochie)
di Andrei A. Eshpai – Russia 2006
con Eugeniya Simonova, Igor Mirkurbanov
**

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Locarno)

Una celebre scultrice russa, che sta lavorando nel suo atelier a una colossale statua di Lenin (siamo negli anni '60), riceve l'inaspettata visita del suo ex marito. La passione fra i due si riaccende, anche se nel frattempo entrambi si sono risposati. Le belle atmosfere della tranquilla campagna russa e la buona prova degli interpreti salvano un po' questo film lento e michalkoviano, cui manca forse una scintilla di qualche tipo per essere veramente interessante. Belli i titoli di testa sul gigantesco scheletro in metallo della statua, e ben riusciti alcuni personaggi di contorno.

Little Miss Sunshine (J. Dayton, V. Faris, 2006)

Little Miss Sunshine (id.)
di Jonathan Dayton, Valerie Faris – USA 2006
con Greg Kinnear, Toni Collette
***

Visto al cinema Excelsior (rassegna di Locarno)

Una divertente satira del mito americano del successo e in particolare dei concorsi di bellezza per bambine che prosperano negli Stati Uniti. Per iscrivere la figlioletta di sette anni a uno di questi concorsi, una strampalata famiglia (nonno sboccato, erotomane ed eroinomane; zio gay e con impulsi suicidi; figlio maggiore che ha fatto voto di silenzio, idolatra Nietzche e sogna di entrare nell'aeronautica) compie un viaggio in pulmino nel corso del quale ne capitano di tutti i colori. Esilarante e sopra le righe, a volte al limite del grottesco, il film mi è piaciuto per l'amore che traspare dai registi (anche sceneggiatori) verso i personaggi e le loro scelte anticonformiste, ma anche per l'assenza di quelle ambizioni autoriali che funestavano invece film come "I Tenenbaum". Inoltre, in questi film, spesso si teme che nel finale ci sia un "ritorno all'ordine". Stavolta invece la critica all'american way of life resiste fino alla fine, anzi i personaggi partono per la tangente (e con gli applausi del pubblico).

Schopenhauer (G. Maderna, 2006)

Schopenhauer
di Giovanni Davide Maderna – Italia 2006
con Rudi Galoppini, Michela Noè
*

Visto al cinema Apollo (rassegna di Locarno)

Due studenti si recano a visitare un anziano scrittore che vive come un recluso in un paese di campagna. Nell'attesa di incontrarlo, trascorrono intere giornate nella sua villa: il tempo passa, scopriamo qualcosa in più su di loro, ma nulla sembra succedere. Il difetto di questo film è che non comunica assolutamente niente, a causa dell'eccessivo distacco emotivo fra i personaggi e lo spettatore. Ci si annoia e basta, e non certo per la lentezza quanto per la mancanza di materiale visivo o narrativo che passa sullo schermo.

Alla proiezione era presente l'autore, che ha detto alcune cose molto interessanti sullo stato della produzione cinematografica in Italia. Secondo lui, è quasi impossibile produrre un film personale e indipendente, se non autofinanziandosi. I grandi produttori fanno capo, di fatto, a un duopolio, quello delle televisioni. E proporre magari un film a basso budget è addirittura controproducente, perché chiedendo meno soldi i produttori pensano che il regista stia tentando di imbrogliarli, oppure che non ne potrà uscire un film importante o di qualità, cosa invece che nel resto del mondo è all'ordine del giorno.

8 settembre 2006

The black dahlia (B. De Palma, 2006)

The Black Dahlia (id.)
di Brian De Palma – USA 2006
con Josh Hartnett, Aaron Eckhart
**

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Questo film, che aveva inaugurato il festival di Venezia vero e proprio, ha aperto anche la rassegna qui a Milano. Le mie aspettative non erano elevatissime, visto che De Palma non mi piace (il suo film precedente, "Femme fatale", a mio parere era orribile). D'altro canto, però, questo è tratto da un romanzo di Ellroy, lo stesso autore di quel "L.A. Confidential" la cui versione cinematografica mi aveva entusiasmato; inoltre mi piacciono molto i polizieschi noir e hard boiled; infine Kezich sul "Corriere" lo aveva stroncato (il che di solito significa invece che il film è ottimo): ben tre motivi per andarlo a vedere! E in fondo non ne sono rimasto troppo deluso: ovviamente non siamo ai livelli del film di Hanson, ma la ricostruzione d'epoca mi è sembrata buona e l'atmosfera che si respira è intrigante. Il lato poliziesco della vicenda è forse un po' contorto, ma questo non è mai stato un difetto in questo genere di film. Ci sono anche alcune scene registicamente memorabili, come il piano sequenza che precede la sparatoria con i neri e la soggettiva della visita di Hartnett alla famiglia di Hilary Swank (che, a proposito, è molto più in parte e convincente dell'insipida Scarlett Johansson, oltre ad avere un ruolo più importante nell'economia della storia). Nel complesso, un discreto giallo a tinte forti col difetto di non emozionare e di non avere personaggi memorabili.

The queen (Stephen Frears, 2006)

The Queen (id.)
di Stephen Frears – GB 2006
con Helen Mirren, Michael Sheen
***

Visto al cinema Brera, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

A metà strada fra il documentario e la finzione, questo splendido film ricostruisce alcuni dei giorni più convulsi della Gran Bretagna scegliendo un punto di vista piuttosto inedito: quello della famiglia reale, vista "dietro le quinte" e presentata nella propria intimità privata e nei momenti di riposo. Divertente, ironico e toccante, il film cerca di scavare nella psicologia di un personaggio complesso come Elisabetta II e si apre con l'elezione di Tony Blair a Primo Ministro nel 1997. Ma quasi tutta la pellicola è dedicata alla settimana che segue la morte della principessa Diana. Frears mostra il conflitto fra Blair, che cavalcando l'umore del popolo suggerisce un funerale in grande stile, e la regina, che invece auspica una gestione privata del lutto come in una famiglia normale, forse non comprendendo la portata della popolarità di Diana. Il regista mostra una certa simpatia per entrambi i personaggi, ma soprattutto per la regina, giungendo a sottolinearne con comprensione e tenerezza l'anacronisticità di certi atteggiamenti. Non sembra invece vedere di buon occhio le schiere di "fanatici" di Diana. Helen Mirren è strepitosa, ma anche gli altri attori sono perfettamente in parte (segnalo almeno James Cromwell nei panni del principe consorte e Helen McCrory in quelli di Cherie Blair).

Do over (Cheng Yu-Chieh, 2006)

Do over (Yi nian zhi chu)
di Cheng Yu-Chieh – Taiwan 2006
con Tuo Zong-Hua, Wang Ching-Guan
**

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

La storia di un giovane regista e della sua troupe si intreccia con quella di un criminale in fuga dalla sua stessa gang, il cui capo non è altri che il fratello del regista, e con quella di due fidanzati sbandati e di una amica che attende l'arrivo di una misteriosa persona dal Giappone. La vicenda si colloca a cavallo fra il 31 dicembre e capodanno, ma è talmente decostruita che le stesse sequenze temporali vengono ripetute più volte e osservate da punti di vista differenti. Man mano, come in "Pulp Fiction", tutti i frammenti del puzzle vanno al loro posto e i nodi vengono al pettine. Ma dopo aver suggerito un finale tragico per tutta la pellicola, il regista traghetta i personaggi verso un lieto fine, che forse è reale e forse fa solo parte del film che la troupe sta girando. Troppo lungo e moderatamente noioso, soltanto nell'ultima mezz'ora ripaga gli spettatori che sono rimasti fino ai titoli di coda. Comunque di buon livello tecnico: ottime regia e fotografia.

Infamous (D. McGrath, 2006)

Infamous - Una pessima reputazione (Infamous)
di Douglas McGrath – USA 2006
con Toby Jones, Daniel Craig
***

Visto al cinema Excelsior, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

La storia è la stessa del recente "Truman Capote" e racconta i retroscena del libro-inchiesta "A sangue freddo" di Capote, nel quale lo scrittore descrive l'efferato omicidio di una famiglia di agricoltori nel Kansas ma soprattutto la personalità dei due assassini, che per lunghi anni continuò a visitare in carcere e con uno dei quali strinse un legame particolarmente profondo. Il film è così simile a quello di Bennett Miller per struttura e impostazione da far sorgere il dubbio che si tratti di una diversa versione della stessa sceneggiatura. Nel complesso, però, questo mi è sembrato più equilibrato e mi è piaciuto decisamente di più. L'altro, è vero, poteva vantare l'ottima interpretazione di Philip Seymour Hoffman, ma in fondo anche Toby Jones non è affatto male, e il resto del cast qui è senza dubbio più convincente: bravo Craig nel ruolo di Perry, ma anche Sandra Bullock è una splendida Harper Lee. Piccole parti hanno poi Gwyneth Paltrow (stupenda nella canzone iniziale), Sigourney Weaver, Jeff Daniels, Hope Davis, Isabella Rossellini, Peter Bogdanovich: come si vede, un cast di tutto rispetto. La prima parte è vivace e divertente (anche in questo caso, più della celebrata versione di Miller), poi entrano in gioco toni più oscuri, ma senza eccessive lungaggini.

L'udienza è aperta (V. Marra, 2006)

L'udienza è aperta
di Vincenzo Marra – Italia 2006
con Pietro Lignola, Elena Giordano, Alfonso Martucci
**1/2

Visto al cinema Plinius (rassegna di Venezia)

Un documentario su uno dei tanti processi di camorra che si svolgono ogni anno a Napoli. Il regista, come spiega l'inutile didascalia introduttiva, sceglie però di non occuparsi degli imputati o del caso giudiziario in sé ma di interessarsi a tre personaggi coinvolti nel processo: un giudice della corte d'appello, il suo giudice a latere e l'avvocato penalista che difende uno degli imputati. I tre vengono seguiti sia durante il loro lavoro sia in momenti della vita privata, nel corso della quale manifestano idee e opinioni più o meno condivisibili su argomenti di ogni genere. Il regista non li giudica, anzi ci permette di osservarne le diverse sfaccettature con neutralità. Quella che ne è esce male, invece, è l'immagine della giustizia italiana. Di fronte alla superficialità e all'approssimazione dell'organizzazione dei processi, dove bisogna consultare faldoni di scartoffie per ritrovare un documento o un numero telefonico, dove ogni minimo dettaglio burocratico è fonte di intoppi e di rinvii, dove non si discute mai nel merito ma sempre di questioni irrilevanti e marginali, cadono davvero le braccia.

Retribution (Kiyoshi Kurosawa, 2006)

Retribution (Sakebi)
di Kiyoshi Kurosawa – Giappone 2006
con Koji Yakusho, Manami Konishi
**1/2

Visto al cinema Plinius, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Indagando su un caso di omicidio, un poliziotto scopre che gli indizi suggeriscono che il colpevole sia proprio lui! Come se non bastasse, comincia ad apparirgli il fantasma della donna uccisa che lo accusa della sua morte. Quando nella città scossa da continui terremoti si verificano altri inspiegabili delitti, commessi da persone insospettabili con l'identico modus operandi, il detective si rende conto che la soluzione del mistero potrebbe dipendere da alcuni tragici eventi accaduti molti anni prima. Pur presentando molti elementi soprannaturali tipici degli horror giapponesi, un genere che non amo particolarmente, il film riesce a mantenere desta l'attenzione dello spettatore grazie alla struttura dell'indagine poliziesca. E il sempre ottimo Koji Yakusho trasmette inquietudine in maniera convincente. Non un capolavoro, ma meglio di tanti altri film di K. Kurosawa che ho visto (e che di solito mi lasciano freddino).

Nota: credo che "Sakebi" in giapponese significhi "L'urlo". E in effetti il fantasma, al suo apparire, lancia un urlo che – oltre a terrorizzare la platea – ricorda molto il quadro omonimo di Munch.

All'uscita dal cinema, una brutta sorpresa: mi hanno rubato la bicicletta, maledizione! E così stamattina, come prima cosa, dovrò anche procurarmene una nuova (spostarsi con i mezzi è impensabile visto gli esigui margini di tempo che a volte intercorrono fra una proiezione e l'altra in cinema magari distanti fra loro).

5 settembre 2006

Venezia e Locarno 2006

Sono tornato! Le vacanze sono finite… ma già stanno per ricominciare, perché proprio oggi prevedo di sottoscrivere l'abbonamento per le rassegne congiunte di Venezia e Locarno '06, in programma dal 7 al 14 settembre. Spero che la scelta dei titoli sia soddisfacente (nel cartellone veneziano c'erano molti film appetibili e moltissimi titoli orientali)... vedremo.

4 settembre 2006

As tears go by (Wong Kar-Wai, 1988)

As tears go by (Wong gok ka moon)
di Wong Kar-Wai – Hong Kong 1988
con Andy Lau, Maggie Cheung, Jacky Cheung
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona.

Da parecchio tempo volevo rivedere i primi due film di WKW perché troppo tempo era trascorso dalla prima volta che li avevo visti. Per di più, allora non mi erano piaciuti granché, mentre stavolta li ho apprezzati molto di più. Il suo film d'esordio è datato 1988, quando il cinema di Hong Kong era in piena rinascita grazie all'onda lunga del successo di "A better tomorrow". Non a caso, anche se il fulcro della vicenda è già una struggente e romantica storia d'amore come nelle sue opere successive, i temi trattati sono più simili a quelli del film di John Woo: personaggi che prosperano nel sottobosco della criminalità organizzata, amicizia virile (qui, a dire il vero, quasi "paterna", con Lau che – nelle vesti di "fratello maggiore" – difende e cerca di tener fuori dai guai la testa calda Jacky Cheung fino al punto di sacrificarsi per lui), onore e tradimento. A ricordare le storie di gangster di Woo c'è anche la recitazione esagerata e gesticolata di Lau e J. Cheung, simile a quella di Chow Yun Fat, mentre la splendida e bravissima Maggie Cheung è più misurata e fornisce equilibrio al film. In ogni caso si tratta di un esordio coi fiocchi, nel quale WKW mette in mostra uno stile già maturo e personale. Se personaggi e ambientazione possono ricordare "Mean Streets" di Scorsese, la visione poetica e malinconica della violenza sembra quasi anticipare, a volte, Takeshi Kitano. I pregi del regista, comunque, c'erano già tutti: grande senso dell'inquadratura, sapiente utilizzo delle canzoni nella colonna sonora, montaggio ricercato, fotografia brillante e ipercromatica (sorprendentemente non di Christopher Doyle, che diventerà suo collaboratore abituale soltanto dal secondo film).

3 settembre 2006

Aguirre, furore di Dio (W. Herzog, 1972)

Aguirre, furore di Dio (Aguirre, der Zorn Gottes)
di Werner Herzog – Germania 1972
con Klaus Kinski, Helena Rojo
***1/2

Rivisto in DVD, con Elisabeth e i suoi, in originale con sottotitoli.

È il primo dei cinque film girati da Herzog con Klaus Kinski, e ancora adesso uno dei suoi film migliori (sarà la terza o quarta volta che lo rivedo). Estremo e visionario, narra della folle spedizione di un manipolo di conquistadores spagnoli alla vana ricerca del mitico Eldorado. Dopo una difficile traversata fra le montagne, un gruppo di soldati viene incaricato da Pizarro di percorrere un fiume a bordo di zattere. La febbre, la follia e gli indios li decimeranno, anche se l'ambizione e la forza di Aguirre non si lasceranno fermare da nulla: indimenticabili le immagini del condottiero, rimasto solo sulla zattera, circondato da centinaia di scimmiette e in preda a deliri di onnipotenza ("strapperò il Messico a Cortez, sposerò mia figlia e darò vita a una stirpe pura e immortale… io sono il furore di Dio!"). Quasi tutto il fascino del film è dovuto a due sole componenti, la stupefacente ambientazione fluviale-amazzonica e il carisma di Kinski, i cui innumerevoli primi piani possiedono una forza dirompente. Pare che spesso improvvisasse, senza un copione, e Herzog naturalmente lo lasciava fare. Comunque ottimo anche il resto del cast, i costumi, gli intermezzi con gli indios e le musiche dei Popol Vuh.

2 settembre 2006

L'ignoto spazio profondo (W. Herzog, 2005)

L'ignoto spazio profondo (The wild blue yonder)
di Werner Herzog – GB/USA/Germania/Francia 2005
con Brad Dourif
**

Visto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Un alieno – Brad Dourif – giunto sulla Terra in seguito alla lenta morte del suo pianeta natale, commenta le immagini di una spedizione terrestre alla ricerca di un nuovo mondo da abitare: ma di Terra, purtroppo, ce n'è una sola. Un altro documentario di Herzog che, come in "Apocalisse nel deserto" ma in maniera ben più marcata, fonde insieme immagini del nostro pianeta con suggestioni fantascientifiche. Ma qui il risultato è meno felice, e dà l'impressione di un "film di montaggio", un patchwork raffazzonato e costruito a posteriori, come se Herzog si fosse trovato a disposizione alcuni filmati affascinanti (quelli dell'equipaggio dello shuttle in volo senza gravità e quelli dell'esplorazione marina sotto i ghiacci dell'artico) e avesse deciso di metterli insieme in qualche modo, aggiungendo le parti girate negli USA con Dourif e le interviste con i tre matematici e le loro strampalate teorie sui viaggi spaziali. Se le immagini sono indubbiamente belle, e alcuni spezzoni con Dourif interessanti anche per la loro ambientazione nel "deserto urbano" americano, l'insieme non possiede la forza dei suoi film migliori.