19 settembre 2010

Surviving life (Jan Švankmajer, 2010)

Sopravvivere alla propria vita (Prežít svuj život)
di Jan Švankmajer – Repubblica Ceca 2010
con Václav Helšus, Klára Issová
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Lucia.

Švankmajer in persona, il maestro dell'animazione a passo uno che a 76 anni non ha certo perso lo smalto o la voglia di giocare, introduce il film (con un voice over in italiano!) giustificando agli spettatori la scelta della tecnica usata per esigenze di risparmio economico: un misto di riprese dal vero e di paper cut out, che consiste nell'animare fotografie o figure di carta ritagliate, la stessa tecnica utilizzata spesso da Terry Gilliam nei film dei Monty Python e che consente di creare grotteschi ibridi fra uomini e animali, di alterare spazi e proporzioni, e di costruire una dimensione onirica e simbolica. Allo stesso tempo, il regista sminuisce con molta modestia lo spessore di quella che definisce una "commedia psicanalitica", la cui idea gli è stata ispirata da un sogno del quale ha provato a immaginare il prosieguo e la conclusione. E invece questo divertissement su un uomo, Evžen, che cerca disperatamente di fuggire dalla propria vita grigia rifugiandosi in un sogno in cui frequenta una donna bellissima (vestita di rosso sangue e dai nomi sempre diversi), è tutt'altro che banale o approssimativo, e si diverte a giocare con ironia sui luoghi comuni della psicoanalisi. Divertentissimi, fra le altre cose, i due ritratti di Freud e di Jung, appesi nello studio dell'analista da cui si reca Evžen, che si fanno i dispetti e si prendono addirittura a cazzotti fra loro! Fra complessi di Edipo irrisolti, problemi famigliari e molto altro, il nostro protagonista troverà un modo per fare a suo piacimento la spola fra il sogno e il mondo reale, e scoprirà parecchie cose sul proprio passato, su sua madre e su suo padre. Lo stile, surreale e semplice ma coerente, è sorretto da un'esecuzione impeccabile ed è adattissimo a un racconto che fonde continuamente sogno e realtà, i drammi dell'inconscio e l'umorismo visionario, senza mai perdere il gusto dell'invenzione.

Road to nowhere (Monte Hellman, 2010)

Road to nowhere
di Monte Hellman – USA 2010
con Tygh Runyan, Shannyn Sossamon
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Il giovane regista Mitchell Haven (stesse iniziali di Hellman: sarà un caso?) sta per girare un film ispirato a un fatto di cronaca, il suicidio di un riccone e della sua giovane amante, Velma Duran. Ma ignora che l'attricetta semiesordiente che ha scelto per il ruolo di protagonista – e di cui si è subito innamorato – è davvero Velma Duran: o meglio, ne aveva già interpretato la parte, fingendone il suicidio, in quella che era stata soltanto un'elaborata messa in scena per frodare il fisco. Monte Hellman, nume tutelare di Quentin Tarantino, non girava un lungometraggio da oltre vent'anni: se non ha perso la mano dal punto di vista tecnico (degna di nota soprattutto la fotografia, sebbene un po' troppo patinata) e dimostra di avere ancora le idee chiare su cosa vuole raccontare, forse però non è più capace come un tempo di incollare allo schermo i suoi spettatori. Questo complicato e ambizioso intrigo metacinematografico, reso ancor più ostico dalla decostruzione temporale con cui vengono presentate le vicende (flashback, scene ambientate nel presente, realtà e finzione si succedono senza soluzione di continuità) ha di buono soprattutto le riflessioni sul cinema stesso che gira a vuoto ed è incapace di cogliere la realtà delle cose, troppo frammentata e complessa per essere ridotta a una sceneggiatura lineare: quella che percorre il giovane filmmaker è una strada che porta verso il nulla, appunto. Più che un "Effetto notte", a tratti sembra quasi di vedere un "Mulholland Drive" senza gli elementi onirici, ovvero senza ciò che rendeva davvero interessante il film di Lynch. E non bastano alcune scene ambientate a Roma o citazioni cinefile di ogni tipo (da "Lady Eva" di Sturges a "Il settimo sigillo" di Bergman, passando per riferimenti a "Casablanca" o a Louise Brooks) per rendere più accattivante una pellicola che forse meriterebbe una seconda visione per essere apprezzata appieno (non che questo sia un pregio, intendiamoci). Nel cast anche Dominique Swain (la migliore) e Fabio Testi. Interessante, comunque, la protagonista Shannyn Sossamon.

La belle endormie (C. Breillat, 2010)

La belle endormie
di Catherine Breillat – Francia 2010
con Carla Besnaïnou, Julia Artamonov
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Rilettura de "La bella addormentata" di Charles Perrault, con innesti onirici e (vista la regista, ma anche la natura stessa della favola) sessuali. La principessa Anastasia, come previsto da una strega, si punge a sei anni con uno spillone e sarebbe destinata a morire. Per salvarla, le sue tre fate madrine la fanno dormire per cento anni e nel frattempo, per non farla annoiare, le consentono di viaggiare in sogno attraverso varie realtà. Conoscerà così un ragazzo, Peter, che la abbandonerà per seguire la crudele Regina delle Nevi. Una volta risvegliatasi, all'età di sedici anni, si innamorerà di un suo discendente e sceglierà di entrare nel suo mondo, ovvero nella vita reale (fisicamente e metaforicamente, attraverso la scoperta della sessualità). La Breillat fonde fiaba, sogno, desiderio e realtà, utilizza attrici bambine e si ispira alla lontana a Godard, Demy e Rohmer. Ma il risultato è noioso, oltre che a tratti imbarazzante per la scarsa qualità della recitazione e la povertà delle scenografie.

18 settembre 2010

Ballata dell'odio e dell'amore (A. de la Iglesia, 2010)

Ballata dell'odio e dell'amore (Balada triste de trompeta)
di Álex de la Iglesia – Spagna 2010
con Carlos Areces, Antonio de la Torre
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia), con Martin, Marisa e Lucia.

Javier, "pagliaccio triste" in un circo, ama la bella acrobata Natalia, che però è innamorata del violento Sergio, il "pagliaccio allegro". Inizialmente timido e sottomesso, si adeguerà alla violenza e alla follia del rivale. L'inizio sembrava promettere bene: i primi minuti del film, ambientati durante la guerra civile spagnola, sono da antologia (il padre che combatte vestito da clown con il machete; o l'improvvisa apparizione di un leone alle spalle del fragile bambino, come per sottolinearne il feroce lato nascosto). E splendidi anche i titoli di testa, che mescolano esseri umani e "mostri", giocando con la storia ma anche con la cultura pop degli anni del Franchismo e non solo. Ma anziché fornire il giusto background al personaggio e rappresentare in seguito un punto di riferimento con cui confrontarsi, queste scene vengono "surclassate" in violenza e atrocità dal resto della pellicola, al punto che ci si ritrova persino a chiedersi quale fosse la loro ragione d'essere (il film avrebbe benissimo potuto cominciare già nel presente – in realtà siamo negli anni '70, alla fine della dittatura – e senza alcun preambolo). Pablo Larraín nel suo "Post mortem", altro film presentato in questa edizione del festival di Venezia, è stato ben più abile nell'utilizzare le tragedie collettive di un popolo come sfondo e contesto dal quale far sorgere quelle personali: de la Iglesia, invece, rinuncia subito agli spunti più interessanti per dar vita a un grottesco ed esagerato film horror dai toni sempre più pulp, come a voler seguire i suoi personaggi nella loro follia. Non a caso, i momenti migliori nella seconda parte – ma durano poco – sono quelli in cui il passato torna a fare capolino, nei panni del generale che aveva combattuto al fianco di Franco (e persino il dittatore mostra un lato umano). A non convincere del tutto è invece la vicenda principale, quella della lotta fra i due pagliacci, che si risolve in un bagno di sangue e culmina in una scena finale di grana grossa (la lotta sul monumento). Man mano che procede, e a ogni svolta narrativa, la pellicola perde un po' dell'appeal che si era conquistata con merito all'inizio, accumulando senza senso della misura sequenze sempre più farsesche ed eccessive, quando non semplicemente stupide (il motociclista che si schianta contro la croce). Che la pazzia e il masochismo dei personaggi siano una metafora della Spagna della dittatura? Sarebbe un'interpretazione un po' ardita, così come quella che vede nel contrasto fra orrore e ridicolo (cosa c'è di più spiazzante di un clown omicida?) l'unico modo per esorcizzare le atrocità commesse dagli esseri umani contro sé stessi. Il premio a Venezia come miglior regia, in fondo, ci può stare: lo stile non manca (e poi a guidare la giuria c'era Tarantino...). Quello alla sceneggiatura, che invece è il punto debole del film, decisamente no.

17 settembre 2010

Post mortem (Pablo Larraín, 2010)

Post mortem
di Pablo Larraín – Cile 2010
con Alfredo Castro, Antonia Zegers
***1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

I grandi eventi storici si intrecciano con quelli personali in un film dai toni cupi e di grande intensità e spessore che si sviluppa su più piani, tracciando un ardito paragone fra la fine delle illusioni di un paese e quelle di un singolo individuo. Mario è un uomo grigio, triste e solo: si definisce un "funzionario" ed è avvezzo alla morte, visto che trascrive i referti delle autopsie presso l'obitorio di Santiago del Cile. È anche innamorato della vicina di casa, una ballerina di cabaret anoressica che invece preferisce frequentare un giovane attivista politico di sinistra. Tutto cambierà quando esplode il colpo di stato del 1973. Indimenticabili, per la loro potenza comunicativa, alcune sequenze che sembrano brillare di luce propria: su tutte, quella in cui Mario e i suoi colleghi si ritrovano a fare l'autopsia di Salvador Allende, oppure le montagne di cadaveri che si accumulano nelle corsie dell'obitorio, con il protagonista che li trasporta imperturbabile con il suo carrello. Ma indicativo è il momento in cui l'automobile di Mario "fende" un corteo di protesta politica, al quale evidentemente l'uomo non è interessato; e le due interminabili scene, con camera fissa, che mostrano il pianto dei personaggi principali e l'accatastamento dei mobili – nel finale – contro la porta dietro alla quale si nascondono gli amanti: è il Cile che seppellisce la propria storia e le proprie speranze. Il regista è abile nel mostrare, prendendosi il proprio tempo, l'anestesia che porta gli uomini ad assuefarsi alla morte e alla violenza, o il dolore personale che conduce a decisioni radicali e irrevocabili. Forse inizialmente la pellicola si lascia seguire un po' a fatica, anche per l'impenetrabilità del protagonista, ma alla resa dei conti si rivela davvero soddisfacente.

Morgen (Marian Crisan, 2010)

Morgen
di Marian Crisan – Romania 2010
con András Hatházi, Yilmaz Yalcin
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Nelu lavora come sorvegliante in un supermercato, fatica a trovare i soldi per rifare il tetto di casa e abita con una moglie bisbetica presso il confine fra Romania e Ungheria, che attraversa frequentemente per andare a pescare o per seguire le partite in trasferta della squadra di calcio locale. Quando trova nella sua fattoria un immigrato clandestino turco che sta cercando di raggiungere la Germania, istintivamente decide di ospitarlo e di aiutarlo. I due non capiscono una sola parola delle rispettive lingue (l'unica che condividono è "Morgen", in tedesco "domani", con la quale Nelu continua a procrastinare il momento della partenza di Behran), ma diventeranno lo stesso amici. Nel frattempo, il fatto che Nelu ospiti il turco in casa sua si rivela un segreto di Pulcinella: ne sono al corrente tutti, comprese le guardie di confine, che però preferiscono non intervenire per non trovarsi impastoiati nelle procedure burocratiche. Noi italiani siamo abituati allo stereotipo del rumeno emigrante, ma anche loro – soprattutto da quando sono entrati a far parte dell'Unione Europea – hanno a che fare con l'immigrazione (e nei bar la gente commenta a proposito dell'eccessivo numero di stranieri nelle squadre di calcio: "Vengono qui per i soldi"). Questo film affronta l'argomento dei confini e della sicurezza nazionale con leggerezza e forse in modo un po' semplicistico, ma è sincero ed efficace nel mostrare l'altra faccia della medaglia e nel veicolare l'idea – gridata anche dal protagonista – che "le frontiere non dovrebbero più nemmeno esistere", soprattutto quelle ormai rese inutili da eventi storici come la dissoluzione del blocco orientale e l'avvento dell'Europa unita (assurda la scena iniziale in cui una zelante guardia ungherese impedisce a Nelu di portare dall'altra parte il pesce che ha appena pescato). Il regista (anche sceneggiatore) è esordiente, avendo realizzato in precedenza soltanto un cortometraggio, "Megatron", premiato a Cannes nel 2008.

16 settembre 2010

Winter vacation (Li Hongqi, 2010)

Winter vacation (Han jia)
di Li Hongqi – Cina 2010
con Bai Jinfeng, Bao Lei
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno)

Mentre la pausa scolastica invernale sta per concludersi, alcuni ragazzi in un'innevata cittadina di provincia cercano di vincere la noia, riflettono sul loro ruolo nella società, discutono di amori adolescenziali e di argomenti banali, e sono alle prese con problemi familiari di vario genere. A uno spettatore distratto, il film che ha vinto il Pardo d'Oro a Locarno potrebbe sembrare una delle tante pellicole orientali che raccontano momenti di vita quotidiana in un ambiente dove non succede mai nulla ("Perché il cielo è sempre vuoto?"), con un minimalismo stilistico fatto di silenzi, lentezza esasperante e lunghe inquadrature fisse. Ma alla poesia di uno Tsai Ming-Liang sostituisce un umorismo surreale e rarefatto che sembra provenire dai lavori di Aki Kaurismäki: come nelle opere del regista finlandese, i silenzi sono rotti all'improvviso da frasi sospese e da dialoghi ai limiti dell'assurdo, con cui i personaggi – pur rimanendo imperturbabili – esprimono opinioni e pensieri che contrastano comicamente con le normali regole del mondo che li circonda, e dove l'ironia e la serietà si fondono in maniera inestricabile. Meraviglioso, per esempio, il bambino costantemente ignorato in famiglia, che a chi gli chiede cosa vorrà fare da grande risponde "L'orfano"; o i suoi duetti con il nonno che guarda la televisione (dove, fra l'altro, viene trasmesso un film che si direbbe diretto dallo stesso regista di questo). Ed esilarante la scena della donna che deve acquistare un cavolo al mercato, cercando in tutti i modi di far scendere il prezzo, così come la dichiarazione d'amore "all'incontrario" fra due adolescenti, con il ragazzo che sottolinea i difetti di colei che ama anziché farle i complimenti. Degna conclusione di un film delizioso e divertentissimo è poi la scena finale, in cui un professore in classe si lancia in una filippica esistenzialista e decisamente anticonvenzionale, lasciando perplessi gli studenti sui banchi. Fuori dal comune, ma adeguata ai ritmi del film, anche la stralunata colonna sonora.

15 settembre 2010

Venezia e Locarno 2010

Anche quest'anno seguirò la Panoramica dei film del festival di Venezia (e di Locarno) che si apre oggi qui a Milano. Come per la rassegna di Cannes del giugno scorso, la mancanza di fondi istituzionali ha costretto gli organizzatori a rinunciare alla vendita degli abbonamenti, e dunque c'è l'obbligo di acquistare i biglietti per i singoli film (per fortuna con sconti grazie a coupon vari). Cercherò comunque di vederne il più possibile, a partire da quelli che mi interessano maggiormente (come Miike, Ozon, Švankmajer e De la Iglesia). Inizierò con il film cinese che ha vinto il Pardo d'Oro a Locarno, "Winter vacation" di Li Hongqi.

14 settembre 2010

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, 2005)

Ogni cosa è illuminata (Everything is illuminated)
di Liev Schreiber – USA 2005
con Elijah Wood, Eugene Hutz
**1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Ilaria e Giuseppe.

Dal romanzo semi-autobiografico di Jonathan Safran Foer (che non ho letto: ma mi dicono che il film ne adatti solo una parte), Schreiber realizza un toccante racconto sul passato e sulla memoria, condito – soprattutto nella prima parte – da squarci di umorismo surreale, paesaggi, personaggi e musiche che sembrano uscite da una pellicola di Emir Kusturica. Il protagonista Jonathan (un ottimo Elijah Wood), ebreo americano di terza generazione, è un "collezionista": custodisce gelosamente oggetti di ogni tipo appartenuti ai suoi parenti, nel tentativo di conservare il ricordo delle loro vite. Incuriosito da un ciondolo e da una fotografia, si reca in Ucraina in cerca del villaggio da dove suo nonno era fuggito nel 1942 per approdare in America: spera così di trovare la donna, ritratta nella foto, che lo avrebbe salvato dai nazisti. A fargli da guida e da inteprete in un paese che gli è del tutto estraneo sarà il giovane Alex (Eugene Hutz dei Gogol Bordello), appassionato di cultura americana pop e "voce narrante" del film con il suo linguaggio sgrammaticato e divertentissimo, affiancato dal burbero nonno antisemita (che crede di essere cieco, anche se questo non gli impedisce di fare l'autista) e dalla cagnolina Sammy Davis Junior Junior. I tre uomini e il cane (ogni riferimento a Jerome K. Jerome è naturalmente casuale) si addentreranno a bordo di una Trabant azzurra – e non senza difficoltà – in un'Ucraina vasta e labirintica, fra le rovine delle centrali nucleari sovietiche e i fertilissimi campi di grano e di girasoli che la rendevano "il granaio dell'URSS", fino a riportare alla luce (la metafora dell'illuminazione pervade tutta la pellicola, a cominciare dal titolo) il proprio passato e quello delle rispettive famiglie. Ma proprio l'importanza del passato, così pervadente, tarpa un po' le ali al film nella seconda parte: personalmente preferisco storie e personaggi che guardano più al futuro, anche se mi rendo conto che si tratti di temi importanti per la cultura ebraica, che ritiene fondamentale non dimenticare le tragedie dell'olocausto. Schreiber, più noto come attore, esordisce qui come regista e come sceneggiatore. Magnifica la colonna sonora di Paul Cantelon, che include anche brani di diversi gruppi russi ska e punk (compresi gli stessi Gogol Bordello, che compaiono anche sullo schermo nella scena alla stazione). Da notare, a Odessa, un'inquadratura della famosa scalinata della "Corazzata Potëmkin".

13 settembre 2010

Somewhere (Sofia Coppola, 2010)

Somewhere (id.)
di Sofia Coppola – USA 2010
con Stephen Dorff, Elle Fanning
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

La vita di Johnny Marco, attore hollywoodiano, gira in tondo e a vuoto: proprio come la sua automobile nella scena introduttiva del film. Fra ragazze facili (fin troppo), feste improvvisate, presentazioni e incontri, la sua esistenza sembra quanto mai vuota e solitaria: a ravvivarla, per un breve periodo, sarà la figlia undicenne che l'ex moglie gli affida per alcuni giorni, prima che parta per il campeggio estivo. Johnny la porterà con sé anche a Milano, dove deve presentare il suo nuovo film e ritirare un Telegatto: ma quando la ragazza partirà, riscoprirà all'improvviso la propria solitudine. Sofia Coppola torna sul luogo del delitto: il film è quasi una rivisitazione dei temi del suo lavoro finora migliore, "Lost in Translation", ma rispetto a quello gli manca qualcosa: forse l'ironia stralunata di Bill Murray (che avrebbe reso irresistibili scene come quella della conferenza stampa), forse il senso di spaesamento nel trovarsi in un contesto estraneo e "alieno" (la breve scena in Italia non basta, e poi sembra quasi una divertente vacanza), o forse semplicemente un cambio di direzione dopo una trentina di minuti. Il lungometraggio, invece, continua a girare in tondo proprio come il suo protagonista, ripetendo un concetto che a quel punto si era già capito a sufficienza e senza offrire ulteriori sviluppi (chi mandava i messaggi sul cellulare di Johnny, per esempio?). Il film, che ha vinto un po' immeritatamente il Leone d'Oro a Venezia, è anche – ovviamente – semiautobiografico: l'episodio del Telegatto ripropone un'esperienza vissuta realmente dalla giovane Sofia, allora al seguito del padre Francis, premiato proprio a Milano (e persino l'albergo con la piscina è lo stesso che a suo tempo aveva ospitato i due Coppola). Molti hanno visto in quella sequenza un attacco al kitsch della tv italiana (benché la stessa regista abbia dichiarato che invece è un omaggio affettuoso ai suoi lustrini), ma se si tratta di satira è assai facile e spuntata. Stephen Dorff è bravino, anche se non ai livelli di "Cecil B. Demented". La sorellina di Dakota Fanning pattina (sul ghiaccio), nuota e cucina: col tempo, forse, imparerà anche a recitare. Nel segmento italiano ci sono camei (nel ruolo di sé stessi) per Simona Ventura, Nino Frassica, Maurizio Nichetti, Valeria Marini e Giorgia Surina.

12 settembre 2010

Senza fine (Krzysztof Kieślowski, 1985)

Senza fine (Bez konca)
di Krzysztof Kieślowski – Polonia 1985
con Grazyna Szapolowska, Aleksander Bardini
**

Rivisto in DVD, con Martin.

Il fantasma di un giovane avvocato impegnato e idealista, da poco scomparso, continua a rimanere accanto alla moglie Ula, che solo dopo la sua morte si rende finalmente conto di quanto lo amasse. Quando la donna viene contattata dalla famiglia dell'ultimo cliente del marito (un operaio incarcerato per aver organizzato uno sciopero illegale), lei le suggerisce di affidare il caso a un avvocato più anziano e più disposto al compromesso, che pur di farlo scarcerare consiglia all'uomo di chinare la testa e di rimettersi in riga. Nel frattempo ogni tentativo da parte di Ula di dimenticare il marito, persino ricorrendo all'ipnosi, fallirà: e alla fine la solitudine si rivelerà troppo forte da sopportare. Si tratta della prima collaborazione del regista con lo sceneggiatore Krzysztof Piesiewicz, con il quale lavorerà in tutti i film successivi. La pellicola porta avanti due piani narrativi: quello sull'elaborazione del lutto da parte di Ula, e quello che si concentra sul sistema giudiziario e sulla legge marziale contro i dissidenti politici (il sindacato Solidarnosc era stato dichiarato illegale nel 1981). Forse è un po' più ostica e – nell'immediato – meno soddisfacente dei film precedenti di Kieślowski, ma non certo meno significativa e personale. Memorabile la scena d'apertura, in cui il fantasma del marito si rivolge direttamente agli spettatori (al fascino della scena contribuisce anche la musica funebre e solenne di Zbigniew Preisner), e molto bella l'attrice protagonista.

11 settembre 2010

I figli della violenza (Luis Buñuel, 1950)

I figli della violenza (Los olvidados)
di Luis Buñuel – Messico 1950
con Alfonso Mejía, Roberto Cobo
****

Rivisto in DVD, con Martin.

Il terzo lungometraggio messicano di Buñuel, scritto con Luis Alcoriza, è uno dei suoi massimi capolavori non solo di quel periodo ma anche in generale. Racconta le vicende di un gruppo di bambini e ragazzi di strada a Città del Messico, delinquenti per natura o per necessità: fra i protagonisti spiccano Jaibo, il più grande e il leader del gruppo, appena fuggito dal riformatorio e pronto a ogni nefandezza pur di sopravvivere (rapinare ciechi e mendicanti, sfruttare gli amici, persino uccidere chi lo tradisce); e il giovane Pedro, che vorrebbe rimettersi sulla retta via e riconquistare l'affetto di una madre che non lo ama (anche perché è il frutto di una violenza), perennemente vittima dei colpi bassi di un destino avverso. A fianco dei bambini ci sono adulti che li sfruttano (il giostraio) o li disprezzano (il vecchio cieco), genitori che li abbandonano (il padre di Ojitos) o semplicemente li ignorano (la madre di Pedro). La durezza del film è a malapena scalfita dall'introduzione "moralista" con la voce fuori campo (probabilmente posticcia) e da un paio di battute pronunciate da personaggi che rappresentano le autorità: ma al poliziotto che dice "Forse dovremmo punire voi genitori, per come agite verso i vostri ragazzi", e al direttore del centro di rieducazione che parimenti afferma "Invece di rinchiudere i ragazzi, bisognerebbe rinchiudere la miseria", fanno da contraltare le parole di indifferenza della mamma di Pedro e quelle di disprezzo del vecchio cieco ("Dovrebbero ucciderli tutti prima che nascano"). In un crescendo di tensione e di pugni nello stomaco, si arriva a un finale terribile e non consolatorio, che non intende certo offrire soluzioni al problema della povertà e della delinquenza giovanile. Se il film appartiene di diritto al filone del realismo sociale (che Buñuel stesso aveva già approcciato con "Las hurdes") e sembra in parte debitore del neorealismo italiano, presenta però anche elementi tipicamente buñueliani, come le allucinate sequenze dei sogni (di Pedro e, nel finale, di Jaibo), quelle "feticiste" (il latte sulle gambe della giovane Maria, il pediluvio della madre di Pedro), alcuni momenti surrealisti (l'uovo tirato contro la telecamera), lo smascheramento dei vizi della borghesia (la scena, muta, del pedofilo che tenta di adescare Pedro) e la violenza sugli animali (l'uccisione dei polli). Quasi assenti, invece, temi e riferimenti religiosi. Meravigliosa, soprattutto nelle scene notturne, la fotografia in bianco e nero di Gabriel Figueroa.

10 settembre 2010

Piraña paura (James Cameron, 1981)

Piraña paura (Piranha part 2: The Spawning)
di James Cameron – USA/Italia 1981
con Tricia O'Neil, Steve Marachuk
**

Visto in DVD, con Martin.

Un branco di piranha geneticamente modificati da esperimenti dell'esercito, ora in grado di vivere in acque salate e persino di volare (!), attacca i turisti di una struttura balneare situata su un'isola dei Caraibi. James Cameron esordisce come regista con questo sequel a basso budget di "Piranha", uno dei tanti film horror realizzati sulla scia de "Lo squalo" di Spielberg e diretto da Joe Dante nel 1978. L'atmosfera ricorda a tratti il cinema italiano di genere degli anni settanta, e non è un caso: la pellicola è una coproduzione italo-americana e tutta la troupe tecnica è italiana, a partire dal compositore della colonna sonora Stelvio Cipriani (sotto lo pseudonimo Steve Powder). Inizialmente Cameron avrebbe dovuto occuparsi solo degli effetti speciali: ma dopo l'abbandono del regista originale, venne scelto dal produttore come suo sostituto e modificò in parte anche la sceneggiatura. Ecco perché alcuni elementi (come il personaggio femminile dal carattere forte o le numerose scene di immersione subacquea) precorrono già quello che sarà il suo cinema. Gli venne però negato di partecipare al montaggio finale, e per questo motivo il regista esita a considerarlo un proprio film, citando spesso "Terminator" come il suo vero debutto. Pare però che esista una versione effettivamente rimontata in seguito da Cameron: ignoro se sia quella che abbiamo visto in DVD. In ogni caso, anche se l'originalità della trama è davvero poca e gli effetti speciali con i pesci sono quasi ridicoli, la visione del film è più divertente di quanto ci si potesse aspettare. E la scena d'apertura, con un amplesso subacqueo, non è per niente male. Da sottolineare la presenza di un giovane Lance Henricksen nei panni dell'ex marito della protagonista, nonché i numerosi momenti di exploitation (nudità, sesso, sangue).

9 settembre 2010

I mercenari (Sylvester Stallone, 2010)

I mercenari (The Expendables)
di Sylvester Stallone – USA 2010
con Sylvester Stallone, Jason Statham
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Un sogno che si avvera. Un film d'azione in puro stile anni ottanta che riunisce tutti insieme i principali interpreti del genere e in particolare quelli della vecchia scuola: Sylvester Stallone (anche regista e sceneggiatore), Arnold Schwarzenegger (per lui soltanto un cameo, purtroppo, visti gli impegni politici: "Vuole diventare presidente"), Dolph Lundgren (per Ivan Drago c'è ovviamente un ruolo a metà fra il buono e il cattivo), Mickey Rourke (sfatto come in "The Wrestler", filosofo, tatuato e tatuatore), Jet Li (con il complesso dell'altezza: e vorrei ben vedere, al fianco di tanti colossi), Jason Statham (l'eroe di "The transporter" e "Crank", il mio preferito del cast) e Bruce Willis (anche lui in un ruolo ridotto)... E non basta: ci sono anche i wrestler Randy Couture e "Stone Cold" Steve Austin, l'ex giocatore di football Terry Crews e persino Gary "Ken il guerriero" Daniels! Per completare un cast davvero da favola mancherebbero soltanto (sono stati contattati, ma hanno rifiutato per motivi vari) Jackie Chan, Steven Seagal, Chuck Norris e Jean-Claude Van Damme (che pare abbia acconsentito ad apparire nel sequel). I cattivi sono Eric Roberts e David Zayas, le donzelle Giselle Itiè e Charisma Carpenter. Della trama è anche inutile parlare, visto che non conta (si tratta comunque di spodestare un dittatore di un'isola sudamericana, spalleggiato da un ex agente CIA interessato al traffico di droga): l'importante è godersi la successione senza pause di sparatorie, esplosioni, inseguimenti, scontri corpo a corpo, pugni, calci, coltellate e distruzioni assortite. E il bello è che sembra di essere tornati ai tempi di "Commando", senza traccia di tutti quelli elementi che hanno affossato il genere negli ultimi decenni, come adolescenti, fighettume vario, sottotrame idiote, eccessi tecnologici. Solo testosterone e mazzate! Con coraggio il film rinuncia anche alle influenze hongkonghesi che, da John Woo in poi, hanno modificato le pellicole d'azione (ma Corey Yuen ha comunque collaborato alle coreografie, in particolare nelle scene con Jet Li). Impressionante la fisicità dei corpi, anche quelli di interpreti che ormai hanno una certa età. Ovviamente, i più "giovani", come Statham, se la cavano meglio, ma tutti – a partire da Stallone – hanno comunque l'aria di divertirsi un mondo. E per riassumere il film, la cosa migliore è citare l'imperdibile recensione pubblicata sul sito I 400 calci: "Non importa di che sesso eravate quando siete entrati al cinema: quando uscirete, sarete UOMINI".

8 settembre 2010

Symbol (Hitoshi Matsumoto, 2009)

Symbol (id.)
di Hitoshi Matsumoto – Giappone 2009
con Hitoshi Matsumoto, David Quintero
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo, vestito con un buffo e colorato pigiama a pallini, si risveglia in un'enorme stanza bianca, senza soffitto e priva di uscite. Presto scoprirà che le migliaia di interruttori che ricoprono le pareti – dei quali non rivelerò qui la natura, uno dei tanti sberleffi di cui si compone il film – fanno materializzare ciascuno un diverso oggetto nella stanza ("materializzare" per modo di dire: si apre uno sportellino e qualcuno ce lo getta dentro!): troverà il modo per uscire? Nel frattempo, in Messico, un wrestler professionista di mezza età si prepara a un difficile incontro sul ring, sostenuto dal vecchio padre e dal giovane figlio (mentre un'altra bizzarra figlia è diventata una suora che guida in maniera spericolata – con sigaretta e occhiali da sole – il suo fuoristrada nel deserto)...

Ormai soltanto in Giappone fanno film così! In una successione di situazioni folli, surreali ed esilaranti, il secondo lungometraggio del comico Hitoshi Matsumoto (dopo il mockumentary "Big Man Japan") soprende a ogni svolta narrativa ed è talmente imprevedibile da catturare l'attenzione (e la curiosità) dello spettatore sin dalla prima inquadratura, per non mollarla più. Per quasi tutta la durata della pellicola si alternano due fili narrativi che non potrebbero sembrare più distanti l'uno dall'altro, fino a quando capiremo qual è il principale e quale lo scopo recondito dell'altro. Se il segmento messicano fonde il realismo della messa in scena con temi e trovate colorite che paiono uscite da un fumetto di Jaime Hernandez, l'ambientazione allucinata e fantastica della stanza bianca, una specie di art performance sorretta dalla formidabile mimica e dalla comica presenza dello stesso Matsumoto, ricorda alla lontana – ma in chiave ironica e non horror – "Cube", mentre il finale si tinge di surrealismo metafisico e new age, quasi alla "2001: Odissea nello spazio". Imperdibili, fra le altre cose, i siparietti musicali e fumettistici con cui il protagonista espone allo spettatore i suoi piani di fuga. In ogni caso, oggi è raro trovare un film che, nel bene e nel male, stupisca dall'inizio alla fine: da vedere!

7 settembre 2010

La signora ammazzatutti (John Waters, 1994)

La signora ammazzatutti (Serial mom)
di John Waters – USA 1994
con Kathleen Turner, Sam Waterston
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

All'apparenza una tranquilla casalinga e perfetta madre di famiglia della provincia americana (il film, come spesso accade con le opere di Waters, si svolge a Baltimora), Beverly è in realtà una spietata serial killer che uccide tutti coloro che la infastidiscono, anche per futili motivi (i vicini di casa volgari, un insegnante che critica il figlio, il ragazzo che ha illuso e scaricato la figlia, e così via). Ben presto la polizia si mette sulle sue tracce, mentre i famigliari – pur consapevoli della situazione – cercano di proteggerla. Fintamente ispirata a una storia vera (lo dicono i titoli di testa, ma non è così), è una grottesca satira dell'american way of life nello spirito goliardico ma non privo di acume sociale che caratterizza le pellicole di Waters. Ce n'è per tutti (ogni personaggio ha i suoi bravi difetti, che vanno dall'eccessivo formalismo al consumismo, dall'avidità alla sete di protagonismo), anche se naturalmente il vero bersaglio sono i benpensanti e i borghesi ipocriti che predicano bene ma razzolano male, mentre le simpatie del regista vanno – oltre alla mamma assassina – ai ragazzi che guardano film horror e sguazzano nella cultura pop (fra fumetti, musica rock e collezionismo). Strepitosa, davvero, la Turner. Nel cast anche Patricia Hearst (la giurata con le scarpe bianche), Traci Lords (la ragazza bionda) e Suzanne Somers (sé stessa).

Il fiore del mio segreto (P. Almodóvar, 1995)

Il fiore del mio segreto (La flor de mi secreto)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1995
con Marisa Paredes, Juan Enchanove
**

Visto in DVD alla Fogona con Marisa.

Leocadia scrive – sotto pseudonimo – sdolcinati romanzi sentimentali e d'evasione di enorme successo; ma la crisi in cui precipita la sua relazione con un marito che non la ama più e che trascorre la maggior parte del tempo all'estero (è un militare impegnato nelle missioni di pace) la spinge a cambiare stile affondando la penna nella realtà, a pubblicare feroci critiche contro sé stessa, e persino a tentare il suicidio. Verrà salvata dall'affetto delle amiche, dalla famiglia, e da un nuovo amore. Più maturo e meno "trasgressivo" del solito, il film mescola ingredienti tipicamente almodovariani (donne, madri, figli, sorelle, lutti, tradimenti, intrighi, passioni, arte, rappresentazioni teatrali, citazioni cinefile) ma sembra privo della scintilla in grado di accendere il tutto e gli mancano la verve e l'imprevedibilità delle opere migliori del regista spagnolo. Ottima la Paredes (la futura Huma Rojo di "Tutto su mia madre"), nonché l'irresistibile – come sempre – Rossy De Palma. Da notare che la trama del nuovo romanzo scritto da Leo verrà usata da Almodóvar stesso, in seguito, nel film "Volver".

6 settembre 2010

Peggy Sue si è sposata (F. Coppola, 1986)

Peggy Sue si è sposata (Peggy Sue got married)
di Francis Ford Coppola – USA 1986
con Kathleen Turner, Nicolas Cage
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa e Monica.

La quarantenne Peggy Sue, madre separata e depressa, sviene durante la riunione dei compagni di classe e si risveglia nel 1960, poco prima del suo diciottesimo compleanno. Coglierà la nuova occasione che le si presenta per cambiare la propria vita, oppure si innamorerà ancora una volta dello stesso ragazzo, pur sapendo come andranno a finire le cose? Coppola (che si firma solo Francis, senza il secondo nome Ford) ha sempre amato alternare piccoli divertissement di genere fantastico (si pensi anche a "Jack" o "Un'altra giovinezza", tutti curiosamente legati dallo stesso tema: un anomalo trascorrere del tempo) ai suoi film più grandi e ambiziosi. Come per rispondere al successo di "Ritorno al futuro", uscito un anno prima, offre qui la propria versione di un salto temporale all'indietro di una generazione, sia pure virandolo al femminile (a proposito: ottima la Turner) e senza impelagarsi in spiegazioni fantascientifiche (ma che non si sia trattato soltanto di un sogno lo lascia intendere la dedica – "A Peggy Sue e a una notte stellata" – sul libro scritto dal tenebroso compagno di scuola che la ragazza, nella sua "prima vita", non aveva avuto il coraggio di frequentare). Il viaggio nel passato – che consente a regista, scenografi e costumisti di sbizzarrirsi nel mostrare le mode, l'abbigliamento, le pettinature e la musica che andavano per la maggiore presso i teenager di allora – evita comunque sia l'effetto nostalgia di "American graffiti" sia la messa alla berlina che a tratti traspare dallo stesso "Ritorno al futuro": l'esperienza di Peggy Sue non è avventurosa ma intima e quasi mistica, sul filo dei ricordi, dei rimpianti e degli affetti (commovente l'incontro con i familiari, come quello con i nonni defunti). Da sottolineare le brevi apparizioni di un giovane Jim Carrey (uno degli amici di Nicolas Cage) e di Sofia Coppola (la sorella minore della protagonista).

Sogno di prigioniero (H. Hathaway, 1935)

Sogno di prigioniero (Peter Ibbetson)
di Henry Hathaway – USA 1935
con Gary Cooper, Ann Harding
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Costretto da bambino a separarsi da Mary, la sua amatissima compagna di giochi, Peter la ritroverà anni dopo sposata a un nobile di campagna. L'amore rifiorirà al primo sguardo, ma l'uomo – per aver provocato accidentalmente la morte del marito di lei – verrà condannato all'ergastolo: da allora i due amanti continueranno a incontrarsi ogni notte nei loro sogni, per il resto della loro vita. Al centro di questa pellicola particolare e bizzarra (ispirata da un racconto di George Du Maurier) c'è un amore talmente forte da oltrepassare i confini della realtà fisica, unendo i due protagonisti in maniera indissolubile. Il film è nettamente diviso in tre parti: quella iniziale in cui i due protagonisti sono bambini e vivono con le rispettive famiglie fianco a fianco in due ville alla periferia di Parigi; quella centrale che mostra la loro vita da adulti, irrequieti e all'inconsapevole ricerca l'uno dell'altro, fino all'inatteso rincontro; e quella finale in cui realtà e sogno si fondono. Pur con i suoi bravi difetti (l'eccessivo "carico" sentimentale, una sceneggiatura non sempre equilibrata, una recitazione – soprattutto da parte di Cooper – un po' svogliata), è un buon rappresentante di quel filone caratterizzato da un romanticismo fantastico ed esasperato – tipicamente americano, benché di ispirazione europea ed ottocentesca – cui si possono ascrivere anche pellicole come "Il ritratto di Jennie", "Pandora" o "Il fantasma e la signora Muir". All'epoca, naturalmente, affascinò i surrealisti. Interessanti gli effetti visivi nella parte finale (l'uomo che passa attraverso le sbarre, il castello incantato distrutto da un fulmine, la frana sulla montagna) e la fotografia che accentua l'atmosfera onirica del paesaggio. Nel cast c'è anche Ida Lupino, nella piccola parte della donna che Peter incontra nel suo viaggio a Parigi.

5 settembre 2010

L'invitto (Satyajit Ray, 1957)

L'invitto (Aparajito)
di Satyajit Ray – India 1957
con Smaran Ghosal, Karuna Banerjee
***

Visto in divx alla Fogona con Marisa, in originale con sottotitoli.

Nel secondo film della "Trilogia di Apu", vincitore del Leone d'Oro a Venezia nel 1957, Ray continua a raccontare la vita del suo personaggio con sguardo puro e quasi documentaristico, seguendolo dall'infanzia fino agli anni degli studi all'università. Il ragazzo si è trasferito con i genitori a Benares, dove il padre lavora vendendo erbe medicinali e officiando riti come sacerdote presso il fiume Gange. Ma quando l'uomo muore improvvisamente, Apu e la madre Sarbajaya accettano l'offerta di un parente e si stabiliscono nuovamente in un villaggio rurale, nell'attuale Bangladesh. Qui Apu comincia ad andare a scuola, rivelandosi estremamente portato per l'arte e soprattutto per le scienze. Cresciuto, verrà incoraggiato dagli insegnanti a trasferirsi a Calcutta per proseguire gli studi: Sarbajaya, tuttavia, è meno entusiasta ed esita a lasciarlo andare via. Proprio il rapporto fra Apu e la madre è il filo conduttore del film, costituito da una successione di piccoli episodi, che con il precedente "Pather Panchali" e il successivo "Il mondo di Apu" dà vita a un vero e proprio romanzo di formazione. Studiando di giorno all'università e lavorando di notte in una tipografia per pagarsi l'affitto della stanza, Apu ha infatti poco tempo per tornare in visita dalla madre in un villaggio dove, fra l'altro, si sente fuori posto. Alla morte di Sarbajaya sceglierà di rinunciare al proprio retaggio (il mestiere di sacerdote) e di trasferirsi definitivamente a Calcutta. Il film, che rimane impresso anche per la bellezza delle location (i ghat, ossia le scalinate che conducono sul Gange; i vicoli di Benares; i templi del Bengala abitati dalle scimmie; gli edifici di Calcutta), è noto per l'utilizzo di un'innovazione tecnica ideata dal direttore della fotografia, Subrata Mitra, che permette di simulare la luce del sole durante le riprese nei teatri di posa. L'attore che interpreta Apu da adolescente, Smaran Ghosal, aveva solo 14 anni e non proseguì la carriera cinematografica: recitò soltanto in un altro film, sempre di Ray, nel 1961.

Che? (Roman Polanski, 1972)

Che? (What?)
di Roman Polanski – Italia/Francia/Germania 1972
con Sydne Rome, Marcello Mastroianni
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

Una giovane e ingenua turista americana, in vacanza in Italia e troppo propensa a fidarsi degli sconosciuti, scappa da un gruppo di violentatori e si rifugia in una villa sul mare (il film è stato girato sulla costiera amalfitana), abitata da bizzarri personaggi. Grottesca e sgangherata parodia di "Alice nel paese delle meraviglie", ai limiti del misogino e dell'assurdo, con una Sydne Rome quasi sempre seminuda che si aggira spaesata e curiosa in un luogo caotico e decadente (dove anche il tempo sembra ripetersi), circondata da individui eccentrici, ipercollerici, feticisti o erotomani. Se la trama non va da nessuna parte e la pellicola è solamente un susseguirsi di situazioni paradossali e sopra le righe, va almeno apprezzata una certa vena ironica-sperimentale tipicamente anni settanta (in alcuni momenti il film potrebbe persino essere definito una versione scollacciata de "L'anno scorso a Marienbad"!), oltre al non prendersi assolutamente sul serio. Nel cast ci sono anche Romolo Valli (il maggiordomo che suona Mozart) e Hugh Griffith (il moribondo proprietario della villa). Polanski si ritaglia il ruolo del piccolo e nevrotico "Zanzara", mentre in brevi particine sono riconoscibili Carlo Delle Piane (uno dei violentatori nella scena iniziale) e Alvaro Vitali (l'operaio che dipinge di azzurro una gamba della protagonista). Nel finale la pellicola si fa anche metacinematografica, con i personaggi che si dimostrano consapevoli di trovarsi in un film. Splendida comunque la location, una villa arredata con opere d'arte di ogni tipo, a picco su una spiaggia privata. Nella colonna sonora spiccano Schubert (il quartetto "La morte e la fanciulla") e Beethoven (la sonata "Chiaro di luna").

4 settembre 2010

Oro rosso (Jafar Panahi, 2003)

Oro rosso (Talaye sorgh, aka Crimson gold)
di Jafar Panahi – Iran 2003
con Hossain Emadeddin, Kamyar Sheisi
***

Visto in divx alla Fogona con Marisa.

Hossein, reduce di guerra e ora dipendente dal cortisone, lavora di notte consegnando pizze in motorino per Teheran, spostandosi fra i quartieri alti e la città bassa, e sta per sposare la sorella dell'amico Ali, aspirante borseggiatore. Dopo essere stato umiliato da un gioielliere in un negozio di lusso, e dopo essere stato testimone delle ingiustizie sociali (la polizia islamica che arresta i giovani che hanno partecipato a una festa, in una sequenza che anticipa "I gatti persiani") e dell'enorme differenza fra ricchi e poveri nel paese (esemplificata dall'immenso appartamento su più piani, con tanto di piscina privata, che si trova a visitare durante una consegna), proverà a compiere una rapina proprio nella gioielleria da cui era stato cacciato. Ma finirà male. Cominciando con un flashforward, Panahi monta la scena della rapina all'inizio del film, mettendo subito in chiaro come per il suo personaggio non ci sarà via di fuga. Gli scampoli di denuncia sociale, che peraltro si accompagnano al racconto di un malessere (fisico e psicologico) individuale, gli sono valsi l'ostilità del regime (in patria la pellicola non è nemmeno stata distribuita nelle sale), culminata con gli arresti del 2009 e del 2010. Il film, comunque, reca comunque anche l'inconfondibile impronta di Abbas Kiarostami, autore della sceneggiatura (ispirata a un fatto di cronaca), che ha trasmesso all'allievo il gusto per i lunghi piani sequenza (come quello della rapina) e per le conversazioni sommerse nei rumori del traffico (lo si era notato sin dai tempi de "Lo specchio").

Nel paese delle creature selvagge (S. Jonze, 2009)

Nel paese delle creature selvagge (Where the wild things are)
di Spike Jonze – USA 2009
con Max Records, Catherine Keener
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa e Monica.

Max è un bambino di otto anni. Figlio di genitori separati, senza compagni di gioco ma con molta immaginazione, litiga con la sorella maggiore e con la madre e fugge di casa. Dopo aver attraversato (in sogno? nella fantasia?) un vasto oceano su una piccola imbarcazione, sbarcherà su un'isola popolata da gigantesche e misteriose creature animalesche e pelose, con le quali stringerà amicizia e che lo eleggeranno loro re. Ma quando anche questa nuova "famiglia" sarà lacerata da litigi, incomprensioni e testardaggini infantili, Max preferirà fare ritorno a casa. Da un libro illustrato per bambini di Maurice Sendak, il sopravvalutato Jonze – al terzo film ma per la prima volta senza il supporto di Charlie Kaufman alla sceneggiatura – realizza una favola noiosetta e senza molta profondità che in un certo senso è l'emblema della povertà di simboli (e della necessità di esplicitare tutto) che caratterizza il moderno immaginario americano. "Un ponte per Terabithia" era decisamente un'altra cosa. Apprezzabile comunque il lato estetico della pellicola, che rinuncia in parte alla computer grafica (le creature sono enormi costumi di peluche indossati da attori in carne e ossa) e gioca con una fotografia sovraesposta e dai colori ambrati.

3 settembre 2010

Diario di una casalinga inquieta (F. Perry, 1970)

Diario di una casalinga inquieta (Diary of a mad housewife)
di Frank Perry – USA 1970
con Carrie Snodgress, Richard Benjamin, Frank Langella
**1/2

Visto in DVD (registrato da Raisat Cinema) alla Fogona, con Marisa.

Infelicemente sposata con un avvocato egoista e ambizioso che la umilia in continuazione e ha sempre da ridire su tutto, la complessata Tina trova – per la prima volta in vita sua – la libertà (ma non la felicità) fra le braccia di un amante, uno scrittore giovane e arrogante. Dietro una "semplice" storia di adulterio, Perry racconta l'irrequietezza di un personaggio che soffre perché incapace di emanciparsi. Pur essendo intelligente e sensibile (e lo spettatore è portato a simpatizzare con lei in quanto vittima degli egoismi maschili), la protagonista – a differenza dei due uomini – è priva di un centro d'identità: il marito sarà anche un vanesio arrampicatore sociale e fallirà in tutto quello che fa, ma almeno ha un obiettivo nella vita; e lo scrittore sarà scostante e antipatico, ma non è ipocrita e mette subito in chiaro che il rapporto con Tina si baserà solo sul sesso. Tina, invece, non è padrona né a casa propria (anche nelle faccende di casa viene aiutata da domestici, tecnici o personale assunto dall'esterno; lascia che il marito metta bocca in ogni dettaglio domestico, dalle ricette di cucina all'educazione delle figlie) né fuori (accetta le regole imposte dall'amante; tollera le umiliazioni sociali; e persino nel finale, anziché godersi la "vittoria morale" sul coniuge che le chiede perdono, si rivolge a una comunità anonima in cerca di consigli sul da farsi: restare al fianco del marito o abbandonarlo definitivamente?). In fondo non ha il coraggio di cambiare: senza il marito o l'amante sarebbe spersa e priva di guida. Quella di Tina è dunque una vittoria di Pirro: è probabile, anzi, che subito dopo i titoli di coda la donna scelga di tornare al focolare domestico come se nulla fosse accaduto.

A gentle breeze in the village (N. Yamashita, 2007)

A gentle breeze in the village (Tennen kokekko)
di Nobuhiro Yamashita – Giappone 2007
con Kaho, Masaki Okada
**

Visto in divx alla Fogona con Marisa, in originale con sottotitoli.

Un tranquillo villaggio di campagna è così scarsamente popolato che gli studenti della scuola elementare e della scuola media – in tutto sette – fanno lezione tutti insieme (come in "Essere e avere"). Il giovane Osawa, appena trasferitosi da Tokyo con la madre, fatica ad adattarsi ai ritmi lenti del nuovo ambiente: ma troverà conforto nell'amore della timida coetanea Soyo. Il regista di "Linda Linda Linda" propone un'altra pellicola minimalista con adolescenti come protagonisti, tutta incentrata sulla delicatezza dei gesti e dei sentimenti, sui timidi approcci fra i personaggi, su dettagli semplici e quasi banali, sui riti scolastici e di stagione, sui paesaggi e la natura, che si snoda placida e quieta... forse fin troppo: lo scenario d'altri tempi e le atmosfere tipicamente giapponesi sono piacevoli, ma il lungometraggio non emoziona come il film precedente. La vicenda si svolge nell'arco di due anni (in cui Soyo e Osawa frequentano la seconda e la terza media, fino a iscriversi al liceo), e dalla struttura episodica traspare l'origine del materiale, che è l'adattamento di un manga (di Fusako Kuramochi). In effetti a tratti sembra proprio di leggere un fumetto come quelli di Mitsuru Adachi.

2 settembre 2010

Il lamento sul sentiero (Satyajit Ray, 1955)

Il lamento sul sentiero (Pather panchali)
di Satyajit Ray – India 1955
con Subir Banerjee, Uma Dasgupta
***1/2

Visto in divx alla Fogona con Marisa, in originale con sottotitoli.

Il lungometraggio d'esordio di Satyajit Ray, influenzato dal Renoir de "Il fiume" e dal neorealismo italiano, è il primo film della "Trilogia di Apu" nonché uno dei più importanti nella storia del cinema indiano (anche se sarebbe più preciso dire bengalese). Tratto da un romanzo semi-autobiografico di Bibhutibhushan Bandopadhyay e ambientato nelle zone rurali del Bengala agli inizi del Novecento, il film narra la nascita e l'infanzia di Apu, personaggio che sarà protagonista anche dei successivi "L'invitto" e "Il mondo di Apu". Il piccolo vive con la famiglia (i genitori, la sorella maggiore e una vecchia zia) in una casa ai margini della foresta e in estrema povertà: il padre Harihar, bramino e letterato, cerca inutilmente di vendere i propri scritti e nel frattempo si accontenta di lavorare come bracciante per un vicino possidente. La madre Sarbajaya, indurita dalle difficoltà, pare essere l'unica disposta a farsi carico seriamente delle difficili condizioni della famiglia. La figlia Durga, piena di sogni e di vitalità, ruba frutta per la zia ma finirà col morire di polmonite dopo essersi ammalata durante un monsone. E la morte coglierà anche l'anziana zia Indir, dopo essere stata per l'ennesima volta cacciata di casa da Sarbajaya. Al termine della pellicola, Apu e i suoi genitori decideranno di abbandonare la casa di famiglia e di trasferirsi a Benares, in cerca di fortuna. Quasi senza trama, la pellicola racconta una serie di episodi – bambini che giocano, animali, venditori ambulanti, calamità naturali, affetti fraterni e filiali, la scoperta della morte – che si succedono in libertà, tenuti insieme dall'umanesimo e dalla poesia naturalistica del regista, dalla suggestiva fotografia di Subrata Mitra (anch'egli esordiente) e dalla bellissima colonna sonora di Ravi Shankar, compositore e suonatore di sitar che si rifà alla musica tradizionale indiana. La sequenza in cui Apu e Durga corrono nei campi cercando di vedere i treni che passano, una delle più famose del film, è stata la prima girata da Ray: pare che l'abbia mostrata a John Huston, che si trovava in India in cerca di location, ricevendone l'incoraggiamento a proseguire il lavoro. Il lungometraggio è stato girato nell'arco di tre anni con scarsi finanziamenti, mezzi di fortuna e un cast e una troupe praticamente senza esperienza: Ray, che da tempo sognava di realizzare un adattamento del romanzo di Bandopadhyay, ha rifiutato ogni compromesso rinunciando a possibili finanziatori che avrebbero voluto distorcere la trama del film, allontanandola dalle sue idee. Proprio come De Sica, in seguito sarà accusato da politici e benpensanti di diffondere un'immagine retrograda del proprio paese, concentrandosi troppo sulla povertà: ma il film lo lancerà nell'olimpo dei registi, rendendolo popolare in tutto il mondo (fra i suoi estimatori si annoverano Akira Kurosawa, Abbas Kiarostami e Martin Scorsese).

Maghi e viaggiatori (Khyentse Norbu, 2003)

Maghi e viaggiatori (Travellers and Magicians)
di Khyentse Norbu – Bhutan/Australia 2003
con Tsewang Dandup, Sonam Lhamo
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Si tratta del primo film mai girato in Bhutan, anche se il dubbio che sia stato pensato per l'esportazione, cioè avendo in mente un pubblico occidentale, è difficile da scacciare. L'ambientazione e gli scenari esotici, fra boschi e montagne, fanno da sfondo all'eterna lotta fra tradizione e modernità, con personaggi divisi fra l'accontentarsi di quello che si ha già e il desiderio di fuggire altrove. Il protagonista Dondup, giovane funzionario governativo di stanza in un piccolo villaggio fra le montagne, sogna infatti di andare in America, la terra delle opportunità: ma durante il lungo viaggio fino alla più vicina città (ha perso la corriera ed è costretto a fare l'autostop su strade dove non passa mai nessuno) incontra un monaco che gli racconta una favola a sfondo morale; e, cosa più importante, fa la conoscenza con una ragazza che gli farà cambiare idea, finendo così col restare a casa. Il film alterna sequenze del viaggio di Dondup (immerse in paesaggi da cartolina) con frammenti del racconti del monaco (incentrato su un giovane, per molti versi simile al protagonista, che si perde nella foresta e si innamora della moglie del boscaiolo che lo ospita), girati con una fotografia filtrata ed espressionista. A tratti ricorda il cinema di Zhang Yimou (in particolare film come "Non uno di meno", "La strada verso casa" e "Mille miglia... lontano"), ma tutto è un po' troppo facile, banale e scontato.

1 settembre 2010

Segni di vita (Werner Herzog, 1967)

Segni di vita (Lebenszeichen)
di Werner Herzog – Germania 1967
con Peter Broglé, Wolfgang Reichmann
***

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Primo lungometraggio di Herzog, girato dopo tre cortometraggi e ispirato dai luoghi della Grecia dove suo nonno aveva lavorato come archeologo prima di morire pazzo. Il soggetto del film, in realtà, proviene da un racconto di Achim von Arnim: Stroszek, un soldato tedesco in convalescenza dopo essere stato ferito a Creta dai partigiani, viene trasferito sull'isola di Kos. Qui, in compagnia della moglie greca Nora e di due compagni, Becker e Mainhard, ha il compito di sorvegliare le munizioni custodite in un vecchio fortino presso il porto. Ma l'inattività, la solitudine e il senso di inutilità lo porteranno all'alienazione e alla follia. Il momento scatenante della sua pazzia coinciderà con la vista di innumerevoli mulini a vento nella pianura che circonda il paese: impossibile non pensare a Don Chisciotte. Stroszek (nome che ritornerà anche in seguito nella filmografia del regista bavarese) non è che il primo di una serie di eroi herzoghiani che combattono una battaglia disperata e impari contro sé stessi e la natura: novello semidio, il soldato cercherà addirittura di fare la guerra al Sole con una manciata di fuochi d'artificio. Girato in un rigoroso bianco e nero d'altri tempi, con lunghe sequenze in campo lungo dove i personaggi non sono che minuscole formichine che si aggirano in un paesaggio desertico e immutabile, la pellicola si colloca a metà strada fra il cinema realistico – è ambientato in un contesto ben definito (gli anni della Seconda Guerra Mondiale) e ha toni da documentario (con l'onnipresente voce del narratore) – e una dimensione sospesa, surreale e mitologica, favorita naturalmente dal setting ellenico (dove affiorano i resti archeologici delle civiltà passate, viste come lontane e imperscrutabili), con sequenze e situazioni così astratte e metafisiche da farci quasi dimenticare l'epoca in cui si svolgono, come episodi di una vicenda "naturale" e atemporale.

Delitti e segreti (S. Soderbergh, 1991)

Delitti e segreti (Kafka)
di Steven Soderbergh – USA 1991
con Jeremy Irons, Ian Holm
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Impiegato negli archivi di una compagnia di assicurazioni, nella Praga del 1919, lo scrittore Franz Kafka (Irons) indaga sulla misteriosa scomparsa di un suo collega, rimane invischiato nelle attività di un gruppo di anarchici e scopre l'esistenza di un complotto per creare una nuova razza di lavoratori sottomessi all'autorità. Il secondo lungometraggio di Soderbergh (reduce dal successo di "Sesso, bugie e videotape") non è un biopic, ma una pellicola di finzione che trasforma lo scrittore de "Il processo", "La metamorfosi" e altre celebri opere (quasi tutte citate, en passant) nel protagonista di un mystery thriller dai risvolti fantascientifici e sociali. Notevole lo stile, che per scenografie e inquadrature si rifà dichiaratamente dell'espressionismo tedesco (almeno fino a quando la fotografia rimane in bianco e nero, perché la sequenza all'interno del "Castello" è invece – chissà perché – a colori). Uno dei personaggi, il medico interpretato da Ian Holm, si chiama addirittura Murnau, come il grande regista di "Nosferatu". Ma alla resa dei conti il cerebrale Soderbergh dimostra di non saper essere visionario come il Gilliam di "Brazil" o allucinato come il Cronenberg de "Il pasto nudo" (per citare due film con cui questo ha qualcosa in comune), e si "limita" a imprigionare lo spettatore in una ragnatela di burocrazia, paranoia e mistero. Musiche di Cliff Martinez. Nel cast anche Theresa Russell, Armin Mueller-Stahl e Alec Guinness.

31 agosto 2010

Paranoia agent (Satoshi Kon, 2004)


Paranoia agent (Mousou dairinin)
di Satoshi Kon – Giappone 2004
serie animata in 13 episodi
***1/2

Visto in DVD alla Fogona.

"La gente capisce solo le mazzate": Satoshi Kon, il brillante regista e sceneggiatore di "Perfect Blue" e "Millennium Actress", scomparso proprio pochi giorni fa, aveva forse in mente queste immortali parole quando ha concepito l'assurdo plot della sua prima (e purtroppo ormai destinata a rimanere unica) serie televisiva. "Paranoia Agent" – un contenitore di storie che dimostra ancora una volta il suo talento di narratore di vicende in bilico fra sogno e realtà e di indagatore della psiche umana – è infatti incentrata su un misterioso individuo chiamato Shonen Bat, "il ragazzo con la mazza da baseball" (nome che ricorda ironicamente quello del celebre supereroe Ogon Bat, da noi noto come Fantaman), che si aggira per Tokyo sui suoi pattini a rotelle, colpendo sulla zucca con una mazza metallica persone sotto stress, con gravi problemi personali o pronti a chiudersi nei mondi della propria follia: in breve tutti coloro che, tormentati o senza speranza, vorrebbero fuggire dalla realtà o si sentono schiacciati da una società frenetica, opprimente e fin troppo esigente (esemplari gli episodi incentrati sul ragazzino a scuola o sugli impiegati dello studio di animazione). Mentre una coppia di detective indaga sulle aggressioni, cercando di capire se Shonen Bat esista veramente o se sia soltanto il prodotto della fantasia delle vittime, un misterioso vecchietto ricoverato in ospedale traccia calcoli e strani simboli con il gesso sul selciato...

Realizzato, come ha dichiarato lo stesso autore, per metterci dentro tutte le idee che gli erano venute durante la lavorazione dei precedenti lungometraggi e che non aveva potuto utilizzare, il serial è costituito da episodi con personaggi quasi sempre diversi, che si passano il testimone come in una staffetta (spesso i protagonisti di una puntata diventano comprimari in quella successiva o erano già apparsi in quelle precedenti), benché naturalmente non manchino sottotrame leganti e in comune, come l'indagine dei due poliziotti. E così, di volta in volta, facciamo la conoscenza con una introversa designer in crisi creativa dopo aver creato un pupazzo di successo, Maromi (che, nella sua fantasia, si anima e parla con lei); di un giornalista senza scrupoli a caccia di pettegolezzi; di un bambino delle elementari che soffre per l'arrivo di un inatteso rivale; di una giovane assistente universitaria che di notte conduce un'incredibile doppia vita; di un poliziotto di quartiere dalle dubbie frequentazioni, costretto a trasformarsi in ladro per ripagare un debito; di una ragazza la cui fiducia nel padre crolla improvvisamente; di un improbabile trio di aspiranti suicidi; di un assistente alla produzione alle prese con la difficile lavorazione della serie animata di Maromi... Proprio Maromi, forgiatore di mondi fantasiosi e rassicuranti, quasi un alter ego kawaii di Shonen Bat, è l'altro filo conduttore della serie.

Per Kon il termine "paranoia" non ha soltanto il significato patologico ma è un modo per indicare la dipendenza umana da sogni e da illusioni, la necessità di credere in qualcosa di diverso dalla semplice realtà, che a volte può portare una persona a fissarsi su qualcosa di immaginario fino a convincersi che sia vero. Il tono degli episodi, per lo più realistico – siamo dalle parti del thriller e dell'analisi sociale – ma venato di ironia, sfocia talvolta nel surreale e nel grottesco (come nella puntata che mostra un interrogatorio della polizia come se si trattasse di un gioco di ruolo fantasy, o in quella che ripercorre in rapida successione – sotto forma di chiacchiere fra comari – alcune delle più inverosimili imprese di Shonen Bat). Disegni, animazione e fondali sono su ottimi livelli: pur trattandosi di un prodotto televisivo, ritroviamo la stessa qualità che Kon aveva saputo offrire nei suoi film cinematografici. Bella e originale la sigla d'apertura, che mostra i personaggi ridere mentre sullo sfondo si avvicendano i più improbabili scenari, mentre quella finale è la ninna nanna di Maromi, pupazzo che culla e concilia il sonno della ragione. Curiosi anche i preview degli episodi seguenti, nei quali il misterioso vecchietto dell'ospedale racconta i suoi "sogni premonitori": sono colmi di criptici riferimenti alla cultura giapponese e sfruttano l'assonanza dei nomi di praticamente tutti i personaggi con quelli di vari animali.

30 agosto 2010

Pene d'amor perdute (K. Branagh, 2000)

Pene d'amor perdute (Love's Labour's Lost)
di Kenneth Branagh – GB/Francia/Canada 2000
con Alessandro Nivola, Alicia Silverstone
**

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa e Monica.

Ennesima rivisitazione shakesperiana di Branagh, che questa volta però prende maggiormente le distanze dal bardo, al punto da eliminare gran parte dei dialoghi originali. L'azione della commedia è spostata al 1939, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale: e pazienza per gli anacronismi (come i riferimenti al regno di Francia). Il giovane sovrano di Navarra, insieme ai suoi tre più fidi compagni, ha deciso di chiudersi nel proprio palazzo per dedicarsi esclusivamente agli studi, giurando – fra le altre cose – di evitare ogni compagnia femminile. Ma il giorno stesso giunge a corte la principessa di Francia come ambasciatrice, e con lei tre sue damigelle, splendide ragazze che faranno presto cambiare idea ai quattro nobiluomini! Per vivacizzare quella che forse è una delle commedie meno note (e più deboli) di Shakespeare, Branagh inserisce balletti e canzoni tratte dal più classico repertorio musicale degli anni trenta: brani di George e Ira Gershwin ("I've got a crush on you", "They can't take that away from me"), di Cole Porter ("I get a kick out of you"), di Irving Berlin ("Cheek to cheek", "There's no business like show business"), di Jerome Kern ("I won't dance", "They way you look tonight") e chi più ne ha più ne metta. Gli attori, con una certa dose di autoironia (e di sprezzo del ridicolo), si esibiscono in danze le cui coreografie richiamano i musical hollywoodiani. Il resto lo fanno le scenografie, i colori (le quattro fanciulle sono vestite sempre di rosso, arancione, verde e blu, mentre un dettaglio dell'abito di ciascun innamorato richiama il colore della propria bella), i dialoghi, i curiosi inserti in bianco e nero che si fingono tratti da cinegiornali dell'epoca (che contestualizzano la vicenda e la legano al momento storico) e i buffi personaggi minori, tipicamente shakesperiani, come il pomposo e stravagante Don Armado (Timothy Spall), l'anziana istitutrice Olofernia (Geraldine McEwan), il parroco Nataniele (Richard Briers), il guitto Cocuzza (Nathan Lane) e l'ottuso poliziotto Gnocco (Jimmy Yuill). Il ricco cast comprende anche lo stesso Branagh (Berowne, uno dei compagni del principe di Navarra; gli altri due sono Matthew Lillard e Adrian Lester), Natasha McElhone (Rosalina, la dama di cui si innamora; le altre ragazze sono Emily Mortimer e Carmen Ejogo), Richard Clifford (l'attendente Boyet) e persino Stefania Rocca (la paesana Giacometta). Nonostante tutto questo, però, il film è stato un flop di pubblico e di critica: e probabilmente rimane il meno riuscito fra quelli sfornati dall'accoppiata Shakespeare/Branagh.

Discesa all'inferno (F. Girod, 1986)

Discesa all'inferno (Descente aux enfers)
di Francis Girod – Francia 1986
con Claude Brasseur, Sophie Marceau
*1/2

Visto in divx alla Fogona.

In vacanza ad Haiti con una giovane moglie che sembra essersi stufata di lui e non perde occasione per tradirlo, uno scrittore alcolizzato in crisi d'ispirazione e di sentimenti uccide senza volerlo un uomo che voleva rapinarlo in un vicolo. Il fattaccio riaccende l'interesse della moglie nei suoi confronti (anche perché la donna nasconde a sua volta un episodio cruento nel proprio passato), ma un misterioso individuo che ha assistito al delitto comincia a ricattarlo. Musica ambient e atmosfere patinate per un thriller dozzinale che vorrebbe affascinare lo spettatore con l'ambientazione esotica e l'atmosofera intrigante, ma che alla resa dei conti si dimostra senza particolare spessore. Da guardare (quasi) soltanto per la bellissima e imbronciata Sophie Marceau, allora ventenne, che si mostra nuda in più di una scena.

29 agosto 2010

Miyamoto Musashi (K. Mizoguchi, 1944)

Miyamoto Musashi (id.)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1944
con Chojuro Kawarasaki, Kan'emon Nakamura
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Musashi Miyamoto è un personaggio storico e leggendario allo stesso tempo. Vissuto nel sedicesimo secolo, è onnipresente nella cultura popolare giapponese: oltre che per la sua abilità di spadaccino, raggiunta grazie a un costante perfezionamento nei suoi lunghi anni di vagabondaggio come ronin, è noto anche come pittore, filosofo e scrittore, in particolare per il trattato sull'arte della spada intitolato "Il libro dei cinque anelli". Questo lungometraggio, girato da Mizoguchi in tempo di guerra, in soli venti giorni e senza troppa ispirazione ("All'epoca erano tutti mobilitati, io mi nascondevo sotto il pretesto di continuare a girare anche questo tipo di film", dichiarerà in seguito il regista), non ne racconta l'intera vita ma soltanto un episodio, forse il più celebre: il duello con il rivale Kojiro Sasaki. La pellicola si apre con i giovani Gen'ichiro e Shinobu Nonomiya, fratello e sorella, che chiedono a Musashi – appena reduce da uno scontro nel quale ha sconfitto da solo un intero clan rivale – di insegnare loro l'arte della spada: intendono infatti vendicare la morte del padre, ucciso da alcuni samurai rivali. I nemici, preoccupati, si rivolgono a loro volta a Kojiro Sasaki, abile guerriero che accetta di aiutarli pur di confrontarsi con Musashi e stabilire chi dei due sia il miglior spadaccino del Giappone. Ucciso Gen'ichiro in un agguato, i nemici lasciano in vita Shinobu affinché comunichi a Musashi la sfida di Kojiro. Il duello finale si svolge dopo un anno sulla bianca spiaggia dell'isola di Funajima, dove Musashi ha la meglio utilizzando come arma non la spada, bensì il remo dell'imbarcazione con cui vi è giunto. Rendendosi conto di aver comunque esitato un attimo, capisce di non padroneggiare ancora del tutto la "via della spada" e che per raggiungere l'assoluta perfezione è necessario continuare il proprio addestramento per tutta la vita. Come sempre, in Mizoguchi, il personaggio più interessante è quello femminile: la dedizione di Shinobu (alla memoria del padre, al fratello, allo stesso Musashi che osserva silenziosamente mentre scolpisce una statua sacra) rispecchia quella del protagonista nei confronti della sua arte, al punto che nel finale – quando la donna gli annuncia di volersi fare monaca – Musashi le confida che non si sposerà mai, ma che la considererà per sempre "sua moglie in spirito".

La splendida spada Bijomaru (K. Mizoguchi, 1945)

La splendida spada Bijomaru (Meito Bijomaru)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1945
con Shotaro Hayanagi, Isuzu Yamada
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

È il terzo dei film di samurai diretti un po' controvoglia da Mizoguchi durante la guerra (gli altri due sono "La vendetta dei quarantasette ronin" e "Miyamoto Musashi"): come spiegherà lo stesso regista, a quei tempi "si poteva girare solo questo genere di opere". La vicenda è ambientata verso la fine dell'era Tokugawa, nel pieno delle tensioni fra lo shogunato e i ribelli favorevoli alla restaurazione del potere imperiale. Il protagonista è Kiyone, fabbro al servizio del samurai Onoda Kozaemon, di cui è quasi un figlio adottivo e della cui figlia Sasae è innamorato. Quando la spada del suo signore, da lui forgiata, si spezza durante un combattimento facendolo cadere in disgrazia agli occhi dello shogun, Kiyone medita dapprima il suicidio (ma è trattenuto da Sasae) e poi si dà al bere. Dopo la morte di Onoda, ucciso a tradimento dal nobile Naito al quale l'uomo aveva rifiutato la mano della figlia, il fabbro troverà però lo stimolo e la forza per forgiare una spada invicibile, con la quale proprio Sasae vendicherà il padre sconfiggendo Naito in duello. Pur non essendo certo da annoverare fra i capolavori di Mizoguchi (e che non sia una pellicola "personale" e sentita lo dimostra l'insolito, per il regista, lieto fine a sfondo romantico), il film offre comunque alcuni buoni momenti, come la suggestiva scena dell'incontro fra Kiyone e Sasae sotto il chiaro di luna e soprattutto quella della forgiatura della spada, quando all'assistente del fabbro, stremato nella battitura dell'acciaio, si sostituisce (anche se solo in spirito, per mezzo di una sovrimpressione sulla pellicola) proprio la ragazza: un'idea che sarà ripresa – sul piano sonoro anziché visivo – nel finale de "I racconti della luna pallida d'agosto".

28 agosto 2010

Father and daughter (M. Dudok de Wit, 2000)

Father and daughter
di Michaël Dudok de Wit – Olanda/GB 2000
animazione tradizionale
***

Visto in divx alla Fogona.

Dal regista de “Il monaco e il pesce” ecco un altro splendido film, vincitore fra l'altro dell'Oscar per il miglior cortometraggio animato nel 2001. Una bambina, in compagnia del padre, percorre in bicicletta un viale alberato ai margini di campi e coltivazioni, fino a giungere al limitare delle acque. Qui il genitore si allontana con una barchetta, lasciando la figlia ad attenderlo inutilmente. Per tutta la vita la ragazza continuerà a recarsi in bici al molo da cui il padre è partito, nella speranza di vederlo tornare, il che non le impedirà nel frattempo di vivere pienamente la propria esistenza. La delicatezza dei disegni, con personaggi in silhouette e acquerelli che illustrano il paesaggio, la natura e le stagioni, e la bellissima colonna sonora che ricorda Yann Tiersen lo rendono un piccolo gioiellino da vedere e rivedere (dura soltanto otto minuti). Naturalmente l'intero episodio non è che una delicata metafora della morte.

On your mark (H. Miyazaki, 1995)

On your mark
di Hayao Miyazaki – Giappone 1995
animazione tradizionale (video musicale)
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Per il video della canzone "On your mark" (interpretata da Chage & Aska, una delle coppie più celebri del pop giapponese fra gli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta), Hayao Miyazaki e gli animatori dello studio Ghibli hanno realizzato un vero e proprio minifilm di sette minuti. L'ambientazione è fantascientifica: in una megalopoli sotterranea, dove l'umanità si è rifugiata per paura della contaminazione radioattiva, due poliziotti (alter ego degli stessi Chage & Aska) cercano di restituire la libertà a una ragazza con le ali d'angelo, dapprima tenuta prigioniera da una setta religiosa e poi dagli scienziati dell'esercito. Un primo tentativo di fuga va male, ma il video ne mostra subito dopo un secondo che invece si conclude con il lieto fine: i tre personaggi giungono in superficie dove scoprono che la natura è rifiorita e che la vita è di nuovo possibile. Disegni e animazione sono accattivanti e recano l'inconfondibile firma di Miyazaki (riconoscibile soprattutto nel character design), mentre la canzone – se non proprio memorabile – è almeno orecchiabile.

Cat soup (Tatsuo Sato, 2001)

Cat soup (Nekojiru-so)
di Tatsuo Sato – Giappone 2001
animazione tradizionale
**

Visto in divx alla Fogona.

Cortometraggio animato bizzarro e surreale, delirante e grottesco. Dopo aver salvato la sorellina maggiore dalla Morte, riportandola però a casa con soltanto metà anima, un gattino viene inviato dalla mamma insieme a lei ad acquistare del tofu. Lungo la strada i due fratellini si fermeranno ad assistere allo spettacolo di un circo, ma saranno sorpresi da un diluvio universale e vagheranno dapprima su un arca (in compagnia di un maiale che fornirà loro il cibo necessario alla sopravvivenza) e poi – calate le acque – in un deserto. Qui faranno molti incontri, fra cui quello con un orco che vuole cucinarli in un pentolone (da cui il titolo), ma alla fine riusciranno a tornare a casa. Quella diretta da Sato (co-autore della sceneggiatura insieme all'animatore Masaaki Yuasa) è una fiaba piena di inventiva ma con troppa carne al fuoco. Benché non manchi la curiosità di scoprire come prosegue la vicenda, la visione stufa presto: non tanto per i disegni infantili, che pure nascondono una vena di crudeltà, quanto per l'accumulo di personaggi, situazioni e simboli che si succedono a ritmo vertiginoso. Troppa creatività, a volte, diventa controproducente.

3 agosto 2010

Buone vacanze!

Anche quest'anno è giunto il momento di staccare per un po'. Vado in vacanza: ci rileggiamo fra un mesetto!

2 agosto 2010

Il conformista (B. Bertolucci, 1970)

Il conformista
di Bernardo Bertolucci – Italia/Francia 1970
con Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Marcello Clerici (Trintignant) cerca continuamente di omologarsi alla massa ("Tutti vorrebbero sembrare diversi dagli altri, e tu invece vuoi somigliare a tutti", gli dice l'amico Italo): per questo motivo ha deciso di sposarsi con Giulia (Sandrelli), una ragazza mediocre e borghese che in realtà non ama, e per lo stesso motivo aderisce al partito fascista, entrando addirittura a far parte della polizia segreta ("La gente collabora con noi per paura, per soldi o per fede fascista: voi, invece, per nessuno di questi motivi"). La sua missione lo porterà a Parigi – con la copertura del viaggio di nozze – per riallacciare i contatti con il professor Quadri, un suo vecchio docente che ora vive in esilio ed è membro di un movimento di resistenza antifascista. L'ordine è quello di eliminarlo: ma innamoratosi di Anna, la giovane moglie del professore (una seducente e ambigua Dominique Sanda), alla resa dei conti si rivelerà incapace sia di uccidere Quadri (ci dovranno pensare altri agenti dell'Ovra) sia di salvare la donna. Nei film di Bertolucci i temi politici e sociali si intrecciano spesso con quelli individuali e psicologici, e anzi i primi dipendono da questi ultimi. "Il conformista" ne è un perfetto esempio, con il suo spietato ritratto di un personaggio privo di ideali, che aderisce al fascismo e a valori a lui estranei (la religione, la famiglia) soltanto perché mosso da un'ostinata "ricerca della normalità" che affonda le sue radici nei traumi sessuali subiti nell'infanzia e nel rifiuto di una famiglia decadente (un padre malato di mente, una madre dissoluta e morfinomane). Il protagonista è l'emblema dei molti italiani che si professarono fascisti durante il ventennio, per poi passare dall'altra parte della barricata alla caduta del regime. L'omonimo romanzo di Alberto Moravia è adattato cinematograficamente in maniera sontuosa, grazie anche alla fotografia di Vittorio Storaro (che sfrutta in maniera magistrale luci, ombre, colori e tonalità calde o fredde), alle imponenti scenografie di Ferdinando Scarfiotti (che ricostruisce i marmorei palazzoni del potere, i manicomi, le ville borghesi, le strade di Parigi), della musica di Georges Delerue e delle intepretazioni di un ottimo cast (ci sono anche Gastone Moschin, nei panni dell'agente fascista Manganiello; Enzo Tarascio, in quelli del professor Quadri; José Quaglio, l'intellettuale cieco Italo; Pierre Clementi, il vetturino pederasta Lino; e Yvonne Samson, la madre di Giulia). La complessa sceneggiatura è temporalmente destrutturata: si inizia in media res, a Parigi, e gli antefatti vengono narrati attraverso una serie di flashback.

1 agosto 2010

Strategia del ragno (B. Bertolucci, 1970)

Strategia del ragno
di Bernardo Bertolucci – Italia 1970
con Giulio Brogi, Alida Valli
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

In un'assolata estate, il giovane Athos Magnani fa ritorno a Tara, il paesino della "Bassa" padana dove suo padre (che portava il suo stesso nome) è morto da eroe antifascista prima che lui nascesse, ucciso a tradimento nel 1936 da un sicario di cui l'identità è sempre rimasta ignota. Il borgo, isolato dal mondo, vive su ritmi tutti suoi e nel ricordo del suo unico eroe, cui sono intitolate strade e monumenti; ma Draifa, la sua vecchia amante, è convinta che l'assassino viva ancora fra la gente del posto e chiede ad Athos di indagare, a costo di togliere la polvere dagli scheletri del passato e di scoprire che la verità ha anche un lato oscuro e ambiguo. Liberamente tratto da un racconto di Borges ("Tema del traditore e dell'eroe", da "L'aleph"), questo affascinante lungometraggio ha sicuramente come punto di forza l'ambientazione: un paese pigro e vuoto, reso ancor più desolato dalla calura estiva, che vive nel passato ("Ma non ci sono giovani in questo paese?", si chiede Athos) e nella memoria, dove ognuno custodisce gelosamente segreti e misteri, fra sagre rurali, l'onnipresente musica di Verdi, il culatello e la trippa, il vino, le biciclette, i giochi dei bambini: è lo stesso scenario che in seguito, spogliandolo in parte dall'atmosfera sospesa e surreale, Pupi Avati virerà in chiave horror con "La casa delle finestre che ridono", ma che qui – dietro la patina del giallo – prefigura in parte "Novecento", benché su scala ridotta (l'insignificanza di Tara all'interno delle dinamiche globali si rivela tutta nel finale, quando le erbacce sui binari del treno suggeriscono la scarsa frequenza con cui il paese è collegato al resto del mondo). Il cast comprende anche Pippo Campanini, Franco Giovannelli e Tino Scotti nei panni dei tre vecchi amici del padre di Athos: il loro piano di assassinare Mussolini mentre si trova a teatro ad assistere al "Rigoletto" mi ha fatto pensare alla scena clou di "Bastardi senza gloria" di Tarantino, in cui si progetta di uccidere Hitler mentre è al cinema. In ogni caso, il film è visivamente splendido: notevole, in particolare, la qualità pittorica delle scenografie (gli scorci delle vie e delle case rimandano a De Chirico, mentre i titoli di testa scorrono su immagini di opere di Ligabue). Il film è stato girato a Sabbioneta: Tara, nome di fantasia, era quello della piantagione di Rossella O'Hara in "Via col vento".