2 agosto 2010

Il conformista (B. Bertolucci, 1970)

Il conformista
di Bernardo Bertolucci – Italia/Francia 1970
con Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Marcello Clerici (Trintignant) cerca continuamente di omologarsi alla massa ("Tutti vorrebbero sembrare diversi dagli altri, e tu invece vuoi somigliare a tutti", gli dice l'amico Italo): per questo motivo ha deciso di sposarsi con Giulia (Sandrelli), una ragazza mediocre e borghese che in realtà non ama, e per lo stesso motivo aderisce al partito fascista, entrando addirittura a far parte della polizia segreta ("La gente collabora con noi per paura, per soldi o per fede fascista: voi, invece, per nessuno di questi motivi"). La sua missione lo porterà a Parigi – con la copertura del viaggio di nozze – per riallacciare i contatti con il professor Quadri, un suo vecchio docente che ora vive in esilio ed è membro di un movimento di resistenza antifascista. L'ordine è quello di eliminarlo: ma innamoratosi di Anna, la giovane moglie del professore (una seducente e ambigua Dominique Sanda), alla resa dei conti si rivelerà incapace sia di uccidere Quadri (ci dovranno pensare altri agenti dell'Ovra) sia di salvare la donna. Nei film di Bertolucci i temi politici e sociali si intrecciano spesso con quelli individuali e psicologici, e anzi i primi dipendono da questi ultimi. "Il conformista" ne è un perfetto esempio, con il suo spietato ritratto di un personaggio privo di ideali, che aderisce al fascismo e a valori a lui estranei (la religione, la famiglia) soltanto perché mosso da un'ostinata "ricerca della normalità" che affonda le sue radici nei traumi sessuali subiti nell'infanzia e nel rifiuto di una famiglia decadente (un padre malato di mente, una madre dissoluta e morfinomane). Il protagonista è l'emblema dei molti italiani che si professarono fascisti durante il ventennio, per poi passare dall'altra parte della barricata alla caduta del regime. L'omonimo romanzo di Alberto Moravia è adattato cinematograficamente in maniera sontuosa, grazie anche alla fotografia di Vittorio Storaro (che sfrutta in maniera magistrale luci, ombre, colori e tonalità calde o fredde), alle imponenti scenografie di Ferdinando Scarfiotti (che ricostruisce i marmorei palazzoni del potere, i manicomi, le ville borghesi, le strade di Parigi), della musica di Georges Delerue e delle intepretazioni di un ottimo cast (ci sono anche Gastone Moschin, nei panni dell'agente fascista Manganiello; Enzo Tarascio, in quelli del professor Quadri; José Quaglio, l'intellettuale cieco Italo; Pierre Clementi, il vetturino pederasta Lino; e Yvonne Samson, la madre di Giulia). La complessa sceneggiatura è temporalmente destrutturata: si inizia in media res, a Parigi, e gli antefatti vengono narrati attraverso una serie di flashback.

4 commenti:

Giuliano ha detto...

film gemello di "Novecento", in molte scene è facile confondere un film con l'altro, anche per via delle due protagoniste.
Un altro capolavoro. Hai visto "L'assedio"?

Christian ha detto...

Era la prima volta che vedevo sia questo sia "Strategia del ragno": mi sono piaciuti entrambi molto, anche se a un primo impatto forse un po' di più il secondo... Ma sicuramente in futuro li rivedrò molte altre volte, e affinerò i miei giudizi. Sono sicuramente film molto "ricchi" per contenuti e per forma.

"L'assedio" l'avevo visto quando era uscito al cinema, e francamente non mi aveva colpito molto. Sicuramente è stato il Bertolucci che mi è piaciuto di meno, ma da allora non l'ho più rivisto.

Marisa ha detto...

Non ho letto nè ho intenzione di leggere il libro di Moravia, ma il film di Bertolucci è veramente notevole e penso sia la miglior illustrazione di quello che Hannah Arendt intenda come "banalità del male".
Che passi poi come "ricerca di normalità" è l'aspetto più tragico ed inquietante...
Molto impressionanti e belle le coreografie sugli edifici del potere, come hai ben sottolineato.

Christian ha detto...

Da notare che il libro di Moravia è uscito nel 1951, dunque prima che si svolgesse il processo a Eichmann e che la frase che citi (e divenuta così popolare) venisse coniata. Anch'io non l'ho letto, ma bisogna dargli atto di aver toccato questo tema (sottolineando le colpe di chi si era conformato durante il regime fascista senza essere veramente "cattivo") a così pochi anni dalla fine della guerra.