17 settembre 2009

Donne senza uomini (Shirin Neshat, 2009)

Donne senza uomini (Zanan-e bedun-e mardan)
di Shirin Neshat – Germania/Austria/Francia 2009
con Pegah Ferydoni, Arita Shahrzad
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Ennesimo film sulla condizione femminile in Iran, anche se stavolta la prospettiva è sui generis, visto che la pellicola è ambientata nell'estate del 1953 – ai tempi della deposizione del primo ministro Mossadegh e dell'instaurazione di un'autocrazia militare – e che al tema delle donne mescola quello delle proteste di piazza e dei moti politici contro la dittatura. In questo modo il film si fa più universale, sostenuto anche da immagini e visioni surreali e soprannaturali, ben lontane dall'approccio (neo)realistico che contraddistingue solitamente la cinematografia iraniana (si tratta, comunque, di un film girato e prodotto all'estero, come testimoniano scene – anche di nudo! – e argomenti che ben difficilmente la censura islamica avrebbe fatto passare!). La regista, che vive a New York e che è al suo esordio (aveva realizzato alcuni corti e filmati di videoarte, oltre a essere anche apprezzata fotografa) racconta quattro storie, intrecciate fra loro, di donne oppresse in maniera diversa dall'universo maschile. Munis, segregata in casa dal fratello che vorrebbe costringerla a sposarsi, desidera invece uscire per le strade e interessarsi di politica internazionale: sceglie il suicidio, ma "rinasce" (come fantasma?) per unirsi a un gruppo di attivisti di sinistra. Faezeh, la sua migliore amica, sogna un matrimonio tradizionale con Amir, il fratello di Munis: dopo essere stata violentata per strada, però, sviluppa una coscienza femminista e sceglie di stare da sola. La ricca Fakhri, sposata con un dispotico generale ma attratta dalla cultura e dagli artisti filo-occidentali, abbandona il marito e si ritira a vivere in una tenuta di campagna. Zarin, una giovane prostituta malata e febbricitante, fugge dal bordello e si rifugia proprio nella dimora di Fakhri, che la accudisce come una figlia. Sogni e visioni, squarci surreali, tramonto delle speranze, rivolte di piazza, inni all'indipendenza, al femminismo e alla libertà: tanta carne al fuoco per un lungometraggio molto curato. Visti i trascorsi artistici di Neshat, non stupisce che il film punti molto sull'immagine, sulla fotografia, sui colori e sulle scenografie. La musica è di Ryuichi Sakamoto. Premio a Venezia per la miglior regia.

2 commenti:

Giorgio ha detto...

Storie di donne oppresse e violentate dagli uomini, una prostituta che fugge dal bordello, una sorella che si sottrae al potere del fratello per partecipare al movimento rivoluzionario, l'amica di questa costretta a fuggire e fra tutte la affascinante signora Fakris che si separa dal marito generale e va a vivere nella tenuta di campagna nella quale accoglie le due ragazze fuggitive dal duro mondo degli uomini. L'utopia di una donna che vuole aiutare le altre si infrange contro la realtà, ben più forte di lei, e tutto si distrugge mentre il colpo di Stato si compie. Il suicidio come unica possibile soluzione all'insanabile oppressione delle donne è l'alfa e l'omega del film: Mines che si è lasciata convincere a partecipare alle manifestazioni in favore di Mossadeq e contro il golpe si ritrova, alla fine della vicenda, annichilita dall'assassinio di un giovane soldato da parte di un compagno rivoluzionario. Ma del resto anche la seconda ragazza non se la passa meglio e muore di febbre mentre la festa continua, pianta da Fakris delusa anche dall'amico di gioventù per il quale si era illusa. La bellezza femminile come manifestazione del dolore femminile è un tema che pare calzante anche per la contemporaneità dell'Iran. La qualità dell'immagine e della fotografia è eccelsa; due temi visivi si contrappongono, da un alto il giardino interno, luogo razionale ma maschile, dominato dall'uomo e dall'altro il bosco selvaggio di alberi, dove le donne sono smarrite e prive di razionalità, luogo di visioni e di incubi. Magnifico l'espediente retorico delle due vie cittadine che confluiscono per rappresentare le due manifestazioni separate delle donne e degli uomini che si uniscono in una voce unica e per rappresentare poi nell'ordine inverso le camionette dell'esercito che avanzano facendo indietreggiare i dimostranti in stile anni cinquanta, mentre un'analoga avanzata nel 2009 fu dei motociclisti del regime di Ahmadinejad contro i dimostranti verdi dell'opposizione. Simbolico anche l'elemento della strada che porta le donne fuori e lontano dalla città degli uomini, dove la signora Fakris pensa di poter ricominciare a vivere. Opera unica di bellezza e di dolore, di grande valore estetico ed etico, sarei tentato di definirlo capolavoro, anche per l'intreccio della vicenda collettiva femminile con la vicenda storica corale del popolo iraniano.

Christian ha detto...

Grazie per l'intervento! Sicuramente è un film molto bello per l'impatto visivo, e importante per i contenuti: forse però convince di meno a livello narrativo (non a caso la regista è attiva soprattutto nel campo dell'immagine, ossia nella fotografia e nella video-arte), anche se rimane una visione assai interessante proprio per la prospettiva che unisce la dimensione personale a quella collettiva.