30 giugno 2009

Che fine ha fatto Baby Jane? (R. Aldrich, 1962)

Che fine ha fatto Baby Jane? (What ever happened to Baby Jane?)
di Robert Aldrich – USA 1962
con Bette Davis, Joan Crawford
****

Rivisto in DVD, con Marisa.

Le due sorelle Hudson (“Baby” Jane, ex bambina prodigio degli spettacoli di vaudeville, e Blanche, diva del cinema degli anni trenta, ora costretta su una sedia a rotelle), vivono in semireclusione in una lussuosa villa di Hollywood. Jane, che tutti ritengono responsabile dell'incidente che ha paralizzato Blanche quando era al culmine della carriera, sfoga il proprio odio verso la sorella, che ormai dipende da lei, tiranneggiandola in ogni modo. Ma in un crescendo di frustrazione, risentimenti e sensi di colpa, si scoprirà che forse le cose non stanno come sembrano. Partendo da presupposti simili a "Viale del tramonto", ma aggiungendovi una suspence da thriller hitchcockiano, Aldrich realizza un grande horror psicologico, a tratti macabro e agghiacciante, che ha saputo rilanciare la carriera di Bette Davis, consentendole di ricevere la decima nomination all'Oscar come miglior attrice. La Davis non ha timore di mostrarsi sullo schermo invecchiata e imbruttita oltre ogni dire, sotto una montagna di trucco, e di dar vita a un personaggio decadente e alcolizzato, psicopatico e macerato dall'odio, che vive nel passato (sogna persino di riproporre in pubblico i numeri di canto e di ballo che faceva da bambina, come l'assurda canzoncina "I've written a letter to daddy") e tortura in maniera crudele la sorella (segregandola nella sua stanza e dandole da mangiare topi morti, in scene che sembrano anticipare quelle del "Misery" di Stephen King). Ottima comunque anche Joan Crawford, il cui ruolo richiede più sfumature e maggior delicatezza nella recitazione. Pare che le due attrici si odiassero anche fuori dal set, ed è per questo motivo che Aldrich, nel successivo "Piano... piano, dolce Carlotta", fu costretto a sostituire la Crawford con Olivia de Havilland.

27 giugno 2009

Lady Vendetta (Park Chan-wook, 2005)

Lady Vendetta (Chinjeolhan geumjassi, aka Sympathy for Lady Vengeance)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2005
con Lee Yeong-ae, Choi Min-sik
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Geum-ja esce di prigione dopo aver scontato tredici anni per aver rapito e ucciso un bambino: ma il vero colpevole era Baek, un insegnante che l'aveva plagiata e aveva minacciato di uccidere anche sua figlia Jenny, appena nata, se lei non si fosse assunta la colpa del delitto. Dopo aver rintracciato Jenny, che nel frattempo è stata adottata da una famiglia australiana, Geum-ja comincia a preparare meticolosamente la propria vendetta nei confronti di Baek con l'aiuto di alcune delle ex detenute che ha conosciuto in cella. Quando però si rende conto che il professore è responsabile anche della morte di numerosi altri bambini, decide di lasciare la sua sorte nelle mani dei genitori delle vittime, organizzando una sanguinosa "punizione collettiva". Il terzo film della "trilogia della vendetta" (ma come al solito, a parte il titolo e il tema trattato, non ci sono collegamenti con i primi due) è quello stilisticamente migliore, a partire dai magnifici titoli di testa. Visivamente bellissimo, è condito da una violenza meno esplicita e ostentata, mentre è affollato di temi religiosi, metafore, inserti onirici e visioni surreali. La scelta di una protagonista femminile, fra l'altro, è stata giustificata dal regista proprio dall'esigenza di voler adottare un punto di vista meno rabbioso e più meditato, dove "la vendetta fosse un atto di redenzione", una sorta di espiazione dei propri peccati da parte di "una persona che cerca di salvarsi l'anima". Per lungo tempo la narrazione sembra girare attorno al punto principale che viene raggiunto solo con il climax nel finale, quando le scene con i bambini ripresi dalla videocamera prima di essere uccisi preparano il terreno a quella successiva in cui il gruppo dei genitori si accanisce di comune accordo sull'assassino (una situazione che rimanda forse all'"Assassinio sull'Orient Express" di Agatha Christie). Colpisce ancora una volta l'utilizzo insolito della colonna sonora, composta quasi interamente da brani di musica classica (per lo più di Vivaldi). Choi Min-sik, protagonista del precedente "Old boy", torna qui nei panni del malvagio professor Baek.

26 giugno 2009

Perfido inganno (Robert Wise, 1947)

Perfido inganno (Born to kill)
di Robert Wise – USA 1947
con Claire Trevor, Lawrence Tierney
***

Visto in divx, con Marisa, in originale con sottotitoli.

La bella Helen, appena divorziata e in procinto di risposarsi, si scopre morbosamente attratta dal turpe Sam, che introduce nella propria casa e vede fidanzarsi, non senza una punta di gelosia, con la ricca sorellastra Georgia (Audrey Long). Pur sapendo che è responsabile di diversi efferati omicidi, non esita a proteggerlo e ad ostacolare le indagini su di lui: pagherà con la vita. Il primo noir di Wise, tratto da un romanzo di James Gunn, è una pellicola a tinte forti sul fascino per il male: notevole l'ambiguità delle gran parte dei personaggi (compreso il detective privato, interpretato da Walter Slezak, che si dimostra facilmente corruttibile), anche se non manca una punta di moralismo nella descrizione della protagonista (la scena iniziale del divorzio, secondo i dettami del codice Hays, serve a lasciar subito intendere che la donna non è del tutto "buona"). In ogni caso resta un bel thriller, efficace nel descrivere un'atmosfera malata e inquietante (su tutte, spicca la scena in cui Helen minaccia di morte l'anziana Esther Howard, che stava indagando per conto proprio su Sam). Nel cast c'è anche Elisha Cook jr., complice che tenta inutilmente di tenere a freno l'amico nevrotico e paranoico.

25 giugno 2009

C'era un padre (Yasujiro Ozu, 1942)

C'era un padre (Chichi ariki)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1942
con Chishu Ryu, Shuji Sano
**1/2

Visto in DVD, con Marisa, in originale con sottotitoli (registrato da "Fuori Orario").

Il professor Horikawa, vedovo e con un figlio a carico, è un giovane insegnante di scuola media in una città di provincia. Quando uno dei suoi studenti affoga durante una gita scolastica, Horikawa si dimette per i sensi di colpa e si trasferisce a Tokyo, accettando lavori meno qualificati pur di continuare a pagare gli studi al figlio Ryohei. Nonostante la distanza che li separa, l'affetto fra i due non viene mai meno e ogni occasione, sia pur breve, è buona per incontrarsi. Terminata l'università e diventato a sua volta insegnante, Ryohei ha finalmente la possibilità di trascorrere alcune giornate in compagnia del padre, che nel frattempo è riuscito anche a procurargli una fidanzata (la figlia di un vecchio collega). Quando l'uomo muore all'improvviso, lo farà con la felicità nel cuore e il sorriso sulle labbra. Il secondo dei due film girati da Ozu durante la guerra (alla quale c'è solo un debole riferimento, quando un ragazzino dice che suo fratello maggiore è stato arruolato) riprende il tema di "Figlio unico", ma lo vira al maschile e gli dona un tono più sereno e ottimista e soprattutto in linea con le direttive della politica nazionale di quel periodo: ecco dunque l'elogio della famiglia come autentico centro della società, quello del sacrificio per gli altri e per la propria "missione" in contrapposizione all'individualismo, all'egoismo e ai sentimenti personali, e naturalmente quello dell'autorità paterna, che non viene mai messa in discussione. Nella precedente pellicola, il figlio si vergognava di far sapere alla madre di non essere riuscito a farsi una posizione adeguata (ciò che contava, dunque, era il successo personale); qui invece il rapporto fra padre e figlio non solo è più armonico e persino lineare (al punto che Ryohei si ritrova a fare lo stesso lavoro – l'insegnante – che faceva il padre) ma è anche rivolto al miglioramento della società nel suo complesso e non semplicemente alla felicità dei due individui coinvolti. L'unico momento di conflitto in tutta la pellicola, infatti, si osserva nella breve sequenza in cui il figlio rivela al padre di avere l'intenzione di dimettersi dall'incarico di insegnante ad Akita per potersi trasferire a Tokyo e abitare così insieme a lui. Di fronte a questo proposito, il padre reagisce con fermezza, convincendolo a non abbandare la "missione" dell'insegnamento, alla quale attribuisce non a caso un valore sociale quasi "paterno": gli studenti vengono affidati dai genitori agli insegnanti, che non devono tradire la loro fiducia. Pur adeguandosi alle direttive nazionaliste (da segnalare anche i continui riferimenti al buddismo, dalla presenza del bonzo agli inserti con le sculture di pietra dei templi, e naturalmente la visita al Grande Buddha di Kamakura), il regista non rinuncia a trattare i temi che gli stanno più a cuore per proseguire senza interruzioni il proprio discorso artistico, e nonostante gli elementi della cultura nipponica (il gioco del go, le terme e i ryokan) lascino poco spazio a quelli occidentali, inserisce nel film anche una breve lezione di inglese (con due bambini che commentano a proposito della "difficoltà" della lingua). Stilisticamente sono da ammirare le solite geometrie degli spazi (vedi le inquadrature delle stanze e delle porte scorrevoli) e i continui paralleli visivi e metaforici, come nelle due scene che mostrano padre e figlio pescare in un fiume e compiere con le lenze movimenti del tutto identici.

Il caso Thomas Crown (N. Jewison, 1968)

Il caso Thomas Crown (The Thomas Crown affair)
di Norman Jewison – USA 1968
con Steve McQueen, Faye Dunaway
*1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Il milionario e affarista Thomas Crown organizza un'audace rapina in banca, assoldando uomini che ignorano la sua identità e trasferendo poi il denaro su un conto svizzero. La polizia brancola nel buio, ma Vicki Anderson, affascinante detective che indaga per conto della compagnia di assicurazione, capisce rapidamente che Crown è il responsabile del colpo: non può però fare a meno di innamorarsi di lui... Uno "star vehicle" mediocre, illogico e del tutto implausibile, basato su due personaggi fondamentalmente amorali, per i quali conta solo il denaro. Privo di suspense e anche moderatamente noioso, mi è parso l'equivalente di robaccia commerciale odierna come "Ocean's eleven" e simili. Da segnalare l'utilizzo dello split screen nelle fasi della rapina, in maniera simile a quanto farà in seguito Ang Lee nel suo "Hulk". La scena più interessante, comunque, è quella della sensuale (e metaforica) partita a scacchi fra i due protagonisti. Nel 1999 ne è stato tratto un remake con Pierce Brosnan e Rene Russo.

24 giugno 2009

Old boy (Park Chan-wook, 2003)

Old boy (Oldboy)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2003
con Choi Min-sik, Kang Hye-jeong
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Il secondo titolo della "trilogia della vendetta" di Park Chan-wook è sicuramente il più popolare dei tre film, oltre che il più acclamato dalla critica (ha vinto anche il gran premio della giuria a Cannes). Rispetto a "Mr. Vendetta", convincono di più sia la storia (tratta da un manga giapponese, del quale pare che si stia progettando un adattamento hollywoodiano... poveri noi!), sia i personaggi (soprattutto il protagonista Oh Dae-su, interpretato con grande espressività ed efficacia dall'ottimo Choi Min-sik), sia lo stile (un elegante guazzabuglio di pulp e postmoderno che non può non far pensare a Tarantino: splendida, per esempio, la scena in cui il nostro eroe avanza lungo un corridoio affrontando decine di avversari a colpi di martello, mentre la macchina da presa lo segue con una carrellata che ricorda lo scroll laterale di un videogioco). Il regista riesce a contestualizzare meglio gli eccessi, le violenze e le nefandezze che nel film precedente destavano sospetti di autocompiacimento e gratuità. L'intera operazione rimane senza dubbio furba e ammiccante, ma l'abilità visiva di Park, la costruzione narrativa della tensione e i numerosi colpi di scena rendono la visione piacevole fino alla fine, anche in assenza di un reale coinvolgimento emotivo per una vicenda in fondo irrealistica e implausibile (difetto che la accomuna a film di Fincher come "The game" o "Fight club"): il protagonista, un uomo qualunque (sia pure con mille difetti), viene rapito e tenuto prigioniero in una stanza per quindici anni. Una volta liberato, avrà cinque giorni di tempo per scoprire chi ha voluto stravolgergli la vita e perché. La sceneggiatura non si tira indietro nell'affrontare temi tabù, come la tortura o l'incesto, ma ai contenuti sconvolgenti si affianca anche un potente approccio stilistico. La scena in cui Dae-su divora un polpo vivo mi ha fatto pensare a sequenze simili viste nei primi film di un altro regista coreano, Kim Ki-duk, mentre tutto il flashback ambientato nella scuola può far sorgere paralleli con le atmosfere del magnifico manga "20th Century Boys" di Naoki Urasawa. Memorabile la frase che il protagonista ripete più volte a sé stesso: "Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo". Ho trovato particolarmente azzeccato anche l'insolito e romantico accompagnamento musicale.

22 giugno 2009

Cannes e dintorni 2009 - conclusioni

Rispetto all'anno scorso, quando la rassegna mi aveva deluso parecchio, stavolta sono rimasto moderatamente soddisfatto. Non ci sono stati capolavori assoluti, ma un pugno di ottimi film sì: su tutti "Il profeta" di Audiard, "Il nastro bianco" di Haneke, "Il mio amico Eric" di Loach e "I gatti persiani" di Ghobadi. Ma anche altre pellicole mi hanno lasciato buoni ricordi, vedremo se con il passare del tempo mi cresceranno dentro o passeranno nel dimenticatoio... Passando ai lati negativi, il lungometraggio peggiore mi è parso "Vincere" di Bellocchio, ma nel complesso direi di aver visto diversi film di valore medio e nessuno davvero disastroso o catastroficamente brutto. Il vero difetto della rassegna stava a monte, nella selezione dei film da proiettare, che ha escluso non solo tutto il cinema dell'estremo oriente ma anche pellicole dai toni più vari o dalle trame più originali o fantasiose: tranne poche eccezioni, la maggior parte dei lavori visti si assomigliava nello stile ed era accomunata da temi simili.

19 giugno 2009

Il nastro bianco (Michael Haneke, 2009)

Il nastro bianco (Das weiße Band)
di Michael Haneke – Austria/Germania 2009
con Christian Friedel, Leonie Benesch
***1/2

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Vincitore della Palma d'Oro, il film di Haneke è un cupo e complesso affresco della vita in una comunità rurale nella Germania del Nord alla vigilia della prima guerra mondiale. Ambientata nel 1914-15, la pellicola mostra infatti l'ambiente in cui da lì a poco si sarebbero sviluppati gli orrori del nazismo e del totalitarismo: non a caso i principali protagonisti sono bambini che vengono allevati con estrema severità e regole ferree e inflessibili, e che mostreranno di saper ripagare le crudeltà subite con altre ancora maggiori, mettendo in pratica concretamente gli insegnamenti morali dei loro padri e assolutizzandone i principi religiosi o sociali. Attraverso la narrazione in prima persona del giovane insegnante del villaggio (ma la sua voce è vecchia, il che lascia intendere che gli eventi sono rivissuti a molti anni di distanza), assistiamo a una serie di incidenti più o meno gravi che turbano la pace apparente della piccola comunità: un misterioso filo teso fra due alberi azzoppa il cavallo del medico; la morte di un'anziana contadina in segheria scatena la successiva vendetta del figlio maggiore contro i proprietari terrieri; l'uccellino domestino del pastore protestante viene trafitto a colpi di forbice; il granaio del fittavolo viene incendiato; il figlio del tenutario aristocratico viene ferocemente aggredito, e la stessa sorte capita in seguito a un bambino handicappato. Le responsabilità della maggior parte di questi "delitti" rimangono avvolte nel mistero, anche se è forte il sospetto che siano da attribuire proprio ai bambini, creature crudeli e inquietanti come in una versione realistica de "Il villaggio dei dannati", cresciuti nell'insegnamento di un assoluto rispetto verso i genitori (ai quali devono dare del lei), fra mille proibizioni, severe punizioni (come il ragazzino legato al letto per impedirgli di "toccarsi" durante la notte) e continue umiliazioni (il "nastro bianco" del titolo, simbolo di purezza e innocenza, che viene legato al braccio di coloro il cui comportamento non è stato ineccepibile), il tutto mentre gli adulti stessi mostrano di avere una fibra morale tutt'altro che inappuntabile (come il dottore, con il suo disprezzo verso la governante-amante e le attenzioni morbose verso la figlioletta; il pastore, insensibile di fronte ai sentimenti dei figli; o il barone, che non si avvede della crisi familiare che si sviluppa davanti ai propri occhi). Lo stile scelto da Haneke per descrivere questo microcosmo è lucido ed efficace (e in certi passaggi quasi bergmaniano): una fotografia in bianco e nero fredda e algida, scenografie essenziali e realistiche, un ritmo narrativo scandito dal lento avvicendarsi delle stagioni, e attori dai volti intensi ed espressivi anche (e soprattutto) quando non lasciano trapelare i loro reali sentimenti. Fanno eccezione il maestro di scuola e la ragazza da lui amata, il cui ruolo è quello di osservatori esterni che si muovono al di fuori da regole arcaiche e medievali (come l'obbligo di non frequentarsi per un anno prima del fidanzamento!) di cui faticano ad accettare il senso.

La famille Wolberg (A. Ropert, 2009)

La famille Wolberg
di Axelle Ropert – Francia 2009
con François Damiens, Valérie Benguigui
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Simon Wolberg, sindaco ebreo di una piccola cittadina francese e appassionato di musica soul (nella scena iniziale lo vediamo inaugurare una scuola dedicata a Maxine Brown!), ritiene che l'unità familiare sia la cosa più importante di tutte ed è fermamente convinto che la famiglia – di cui la città che amministra non è che una proiezione – inglobi il mondo intero. Non può pertanto tollerare che la figlia maggiore manifesti propositi di autonomia e individualità, e tantomeno che la moglie vada in cerca di un amore più libero e disinteressato (con un amante occasionale o con il fratello di Simon stesso, il bohemian Alexander). All'interno del nucleo familiare, secondo Simon, nessuno deve avere segreti: è pertanto paradossale che lui per primo taccia a proposito del tumore ai polmoni che gli concede ormai solo pochi mesi di vita, rendendo di fatto inutile la sua frenetica campagna elettorale e trasformando in un vero e proprio addio la festa di compleanno per i diciotto anni della figlia. Alla fine, l'autoritario, manipolatore e invadente Simon dovrà prendere atto della fragilità dei legami e della caducità della vita. Caratterizzato da toni intimisti e malinconici, il film punta le sue carte sul disagio esistenziale dei personaggi e sulla descrizione dei rapporti fra loro e con il mondo esterno. Non particolarmente appassionante mentre lo si vede, lascia però un discreto ricordo.

Il mio amico Eric (Ken Loach, 2009)

Il mio amico Eric (Looking for Eric)
di Ken Loach – GB 2009
con Steve Evets, Eric Cantona
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Pur rimanendo ancorato alla descrizione degli ambienti proletari che gli sono cari, Loach sorprende e diverte con una pellicola decisamente più leggera (e ottimista) del consueto e caratterizzata da un insolito elemento surreale. Il protagonista, Eric Bishop (un ottimo Steve Evets, attore televisivo semisconosciuto e dal nome curiosamente palindromo), è un postino di mezza età in preda a forti crisi depressive: non si è mai ripreso dall'aver abbandonato la prima moglie Lily molti anni prima, subito dopo la nascita di una figlia (che ormai è in procinto di laurearsi), e ora vive con due figliastri (residui di rapporti e matrimoni successivi), con i quali ha forti problemi di incomunicabilità, e in preda alla più totale confusione mentale. Gli amici e i colleghi cercano di aiutarlo come possono, con divertenti e improvvisate sedute psicologiche e corsi di autostima. E un risultato, in effetti, lo ottengono: Eric vede materializzarsi davanti ai propri occhi nientemeno che l'ex calciatore francese Eric Cantona, di cui è un grande tifoso e che considera una figura carismatica e di riferimento. Cantona – il cui ruolo nella vicenda ricorda i "fantasmi" dickensiani o il coniglio Harvey del film con James Stewart – lo stimola a rimettere in sesto la sua vita e a riallacciare i contatti con Lily. E quando la ritrovata famiglia è minacciata da una gang di microcriminali con i quali uno dei figliastri era malauguratamente entrato in contatto, Eric ha la forza di reagire: insieme a tutti i suoi amici e colleghi organizza una spettacolare "spedizione punitiva" a casa dei malviventi, dimostrando che l'unione – e centinaia di maschere da Eric Cantona! – fa la forza, oltre che la vittoria sta nel gioco di squadra (e nell'unione dei lavoratori, tanto per ricordare che siamo sempre di fronte a una pellicola di Loach!). Impagabile la frase rivolta al capo dei cattivi: "Dovunque andrai a nasconderti, io ti ritroverò. And you know why? Because I'm a fucking postman!". Ma divertentissime anche le continue metafore e i proverbi (in francese) che l'ex giocatore del Manchester United sforna a ripetizione davanti a Eric, un'attitudine che nasce da una reale conferenza stampa nel corso della quale il calciatore si limitò a pronunciare le seguenti parole: "Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine" (il filmato viene mostrato durante i titoli di coda), per non parlare della risposta che a un certo punto dà nel film: "I'm not a man, I'm Cantona". Anche questa, naturalmente, è una pellicola da gustarsi assolutamente in lingua originale, visto il particolare slang (dove una parola su tre è "fuck" o "fucking") parlato da Eric e dagli altri personaggi.

18 giugno 2009

Gli amori folli (Alain Resnais, 2009)

Gli amori folli (Les herbes folles)
di Alain Resnais – Francia 2009
con André Dussollier, Sabine Azéma
**

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Mi ha un po' deluso questo nuovo film dell'ottantaseienne Resnais: gradevole ma davvero esile, e con un finale che lascia parecchio a desiderare. La storia è quella di Georges, un uomo che in passato ha avuto qualche problema di natura psicologica e/o giudiziaria (la cui esatta natura è lasciata nel dubbio, ma tutto lascia intendere che sia stato un maniaco sessuale) e che trova in un parcheggio il portafoglio di una donna sconosciuta, Marguerite, alla quale era stata appena rubata la borsa. Pur non conoscendola, ne rimane incuriosito e attratto (anche perché scopre che ha un brevetto di pilota d'aereo, e lui è appassionato proprio di aviazione). E così, anche dopo che il portafoglio è tornato nelle mani della donna, cerca continuamente di contattarla attraverso lettere e appostamenti che prefigurano un vero e proprio "stalking". Alla fine l'incontro avverrà: con quali conseguenze? I temi sono gli stessi degli ultimi lungometraggi di Resnais (le regole del caso, le interazioni fra sconosciuti, la nascita di strane storie d'amore), così come la leggerezza e l'intelligenza dei dialoghi, ma in qualche modo il film non mi ha conquistato come invece avevano fatto "Parole, parole, parole" e "Cuori". Forse mi aspettavo qualcosa di più, e mi è quasi sembrato senza né capo né coda. Nel cast, oltre ai soliti habituè di Resnais (Azéma e Dussollier), anche Mathieu Amalric (il poliziotto), Anne Consigny (la moglie di Georges) ed Emmanuelle Devos (la collega dentista di Marguerite).

Eastern plays (Kamen Kalev, 2009)

Eastern plays
di Kamen Kalev – Bulgaria 2009
con Christo Christov, Ovanes Torosian
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Attraverso le vicende parallele di due fratelli nella Sofia di inizio millennio, il film traccia un ritratto del malessere esistenziale che colpisce le giovani generazioni bulgare, sfiorando temi come la globalizzazione, la xenofobia e la difficoltà dei rapporti sociali, temi comuni peraltro a molti altri paesi europei. Georgi, il più giovane, si unisce a una banda di naziskin e partecipa a diversi atti di violenza, da agguati nelle strade contro gli stranieri a tumulti organizzati allo stadio (con riferimenti specifici alla partita CSKA-Levski), prima di rendersi conto che è meglio uscire da quel mondo. Christo, il maggiore, ex tossicodipendente e alcolizzato, è un aspirante artista da poco tornato dall'Olanda e intenzionato a fermarsi nel proprio paese. Lascia la sua ragazza, salva una famiglia di turisti di Istambul dall'assalto del gruppo di teppisti di cui fa parte anche Georgi, e si innamora della turca Isil. Entrambi i protagonisti, significativamente, a un certo punto affermano che nelle pietanze che mangiano "manca il sale": circondati da città in continua espansione, da politici populisti che sfruttano i disordini nelle strade (quando non li fomentano direttamente) come piano di destabilizzazione sociale per costruire il proprio consenso personale, dalla difficoltà di comunicare con le generazioni precedenti, ai due non resterà che tuffarsi alla ricerca di una nuova identità (Georgi) e di nuovi affetti (Christo).

17 giugno 2009

La mummia (Shadi Abdel Salam, 1969)

La mummia, aka The night of counting the years (Al-mummia)
di Shadi Abdel Salam – Egitto 1969
con Ahmed Marei, Mohamed Nabih
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Alla fine del diciannovesimo secolo, una tribù di pastori che abita fra le montagne nei pressi di Tebe si guadagna da vivere prelevando reperti archeologici dalle tombe segrete di antichi faraoni (di cui sono gli unici a conoscere l'ubicazione) e rivendendoli a mercanti senza scrupoli. Una spedizione archeologica giunge sul luogo in cerca dei sepolcri: verrà aiutata dal giovane Wannis, un membro della tribù che dopo molta esitazione decide di opporsi al saccheggiamento perpetuato dai suoi parenti. Ispirato alla reale scoperta delle tombe nella necropoli di Tebe (avvenuta nel 1881), l'unico film della "retrospettiva" presente nella rassegna è un caposaldo del cinema egiziano: oltre a essere il solo lungometraggio realizzato da Abdel Salam, è celebre anche perché proabilmente si tratta dell'unica pellicola recitata completamente in arabo classico. Il particolare linguaggio, unito al ritmo lento e agli straordinari scenari che fanno da sfondo alla vicenda, dona al film un tono solenne e suggestivo, a tratti quasi onirico e ipnotico come "L'anno scorso a Marienbad" di Resnais o "Picnic ad Hanging Rock" di Weir. Visivamente bellissimo (spiccano i costumi del personaggi, figure ammantate di nero o di bianco sullo sfondo del deserto, delle montagne e delle piramidi, con una fotografia dai colori forti e contrastati), si apre con la lettura di alcuni capitoli del "Libro dei morti" e prosegue con dialoghi intensi e profondi e personaggi fuori dal tempo, dotati di una presenza monumentale.

16 giugno 2009

La pivellina (T. Covi, R. Frimmel, 2009)

Non è ancora domani (La pivellina)
di Tizza Covi, Rainer Frimmel – Italia/Austria 2009
con Patrizia Gerardi, Asia Crippa
**1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Prima opera di finzione di una coppia di documentaristi (la bolzanina Covi e l'austriaco Frimmel), questo "piccolo" film dai toni neorealisti e minimalisti ha vinto a Cannes il premio Europa Cinema alla Quinzaine des Réalisateurs. La storia è quella di una coppia di anziani artisti circensi (Patti, dalla chioma rossa, e Walter, di origini germaniche) che trovano una bambina di due anni abbandonata in un giardino pubblico in un quartiere periferico di Roma. I due decidono di tenerla con sé e di non consegnarla alla polizia, anche perché un biglietto della madre spiega che verrà presto a riprendersela. Con l'aiuto del piccolo Tairo, un ragazzino che abita nelle vicinanze della loro roulotte, la allevano con amore per diverse settimane, e naturalmente finiranno con l'affezionarcisi. Spontaneità, realismo e naturalezza sono le caratteristiche migliori della pellicola, capace di descrivere con efficacia l'ambiente in cui vivono i personaggi (che hanno tutti i nomi degli attori che li interpretano), ai margini della società ma dotati di dignità, sensibilità e buon cuore. Indimenticabile è soprattutto la simpaticissima bambina, che si rivela un'attrice davvero straordinaria e migliore di tanti interpreti professioniste. La sceneggiatura inanella episodi e momenti di vita quotidiana (come la divertente lezione di storia di Tairo) senza mai risultare pretenziosa e senza avere bisogno di "caricare" i sentimenti: non ci sono colpi di scena, scene madri, situazioni melodrammatiche o svolte stereotipate, e il film scorre liscio fino a un finale aperto e irrisolto.

Cordero de dios (Lucia Cedrón, 2008)

Cordero de dios
di Lucía Cedrón – Argentina 2008
con Mercedes Morán, Leonora Balcarce
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Quando il suo anziano padre viene sequestrato da una banda di rapitori, Teresa torna dall'Europa in Argentina per aiutare la propria figlia Guillermina a mettere insieme la somma richiesta per il riscatto. Ma i fantasmi del passato sembrano un ostacolo insormontabile. Attraverso l'intersecazione di due piani temporali (parte del film è ambientata nel 1978, quando Guillermina era solo una bambina e guardava al mondo con ingenuità e innocenza, e parte nel 2002, quando la ragazza si renderà finalmente conto di cosa stava davvero accadendo in quei giorni tumultuosi), la pellicola che ha vinto il primo premio al Bergamo Film Meeting 2009 sceglie di riflettere sul periodo della dittatura militare argentina e dei desaparecidos attraverso i contrasti generazionali e i rapporti fra genitori e figli. Teresa, infatti, ha sempre sospettato che il padre fosse coinvolto nell'uccisione di suo marito, un giornalista radiofonico di idee socialiste, e ha deciso di testimoniare al processo contro alcuni membri della giunta militare, rinunciando di fatto alla possibilità che uno di questi – un vecchio amico di famiglia – possa aiutarla a trovare la somma necessaria per pagare il riscatto. Nel finale, comunque, sembra esserci spazio per una riconciliazione. Non a caso, come suggerisce il titolo ("Agnello di dio"), il messaggio che la regista vuole lanciare è quello del perdono e della redenzione. Il film gioca così le proprie carte su un registro intimo e personale, ma corre il rischio di non restare particolarmente impresso.

14 giugno 2009

Il profeta (Jacques Audiard, 2009)

Il profeta - Uccidi o sarai ucciso (Un prophète)
di Jacques Audiard – Francia 2009
con Tahar Rahim, Niels Arestrup
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il diciannovenne Malik El Djebena viene condannato a sei anni di prigione. Entra in carcere ignorante, impaurito e senza alcuna prospettiva: ne uscirà istruito, maturato e soprattutto a capo di un piccolo impero criminale. La prigione come maestra di vita e come via d'ingresso principale al mondo della criminalità organizzata: i temi non sono nuovi, ma lo stile di Audiard è efficace nel mostrarli con una grande concretezza drammatica. Il suo controllo sulla materia trattata non viene mai meno, anche se alcune divagazioni metafisiche sembrano un po' dei corpi estranei rispetto al resto della pellicola. Fra i punti di forza del film ci sono senza dubbio la descrizione di un mondo duro e amorale, dove ogni amicizia nasconde un interesse e che tuttavia offre grandi opportunità a chi è in grado di coglierle; e soprattutto la lenta ma serrata progressione degli eventi, che porta lo spettatore quasi a convivere con Malik per tutti i sei anni della sua prigionia, osservandone la trasformazione e i continui passi in avanti, dall'apprendimento delle lingue alla comprensione delle regole interne ed esterne. Il regista è bravo anche a evitare molti luoghi comuni dei lungometraggi ambientati nelle carceri e a sfuggire a ogni inutile didascalismo, e qua e là regala immagini di gran classe e piccoli momenti di approfondimento dei personaggi che mostrano la cura nella sceneggiatura e nella progettazione del film (che a Cannes ha vinto il Grand Prix).

Pur essendo arabo (ma non praticante), Malik diventa un protetto del boss corso Luciani, che lo sfrutta per uccidere un pericoloso testimone rinchiuso in un altro blocco. L'impressionante omicidio, il primo della sua vita, scuote il ragazzo a tal punto che il “fantasma” della sua vittima continuerà ad apparire nella sua cella e a tenergli compagnia, regalandogli squarci di visioni del futuro (da qui il titolo del film: ma ripeto, quello soprannaturale è forse l'unico elemento che mi è sembrato superfluo). All'apparenza ingenuo e sempliciotto, in realtà intelligente e veloce ad apprendere, Malik continuerà a lavorare per il gangster corso, studiandolo in segreto e appropriandosi dei segreti del mestiere, e contemporaneamente metterà in piedi per proprio conto una serie di traffici di droga dentro e fuori dalla prigione, approfittando delle poche libere uscite per stringere legami con criminali sempre più potenti. Fondamentali, per la riuscita del film, sono i volti degli attori: tutti sporchi, brutti, feriti dalla vita e dalla violenza. Non so come sarà la versione italiana, ma è senza dubbio un film da vedere in originale, visto che la commistione delle lingue (il corso, l'arabo, il francese) è davvero splendida e particolarmente rilevante nell'economia del film. Fra l'altro, anche nell'unico altro lavoro di Audiard che avevo visto, “Sulle mie labbra”, il linguaggio aveva un ruolo importante.

Humpday (Lynn Shelton, 2009)

Humpday - Un mercoledì da sballo (Humpday)
di Lynn Shelton – USA 2009
con Mark Duplass, Joshua Leonard
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Ben e Andrew sono grandi amici fin dai tempi dall'università, ma poi le loro vite si sono separate. Il primo si è sposato, ha una casa e un lavoro rispettabile, mentre il secondo conduce un'esistenza avventurosa ed è sempre in viaggio da un capo all'altro del mondo. Rincontratisi dopo diverso tempo, e complice un'ubriacatura a una festa, decidono di partecipare allo "Humpfest" – un festival di cinema pornografico amatoriale – con una pellicola "mai vista", ovvero con due eterosessuali come protagonisti di un porno gay. A spingerli ad andare fino in fondo non è solo la paura di arrendersi davanti a una sfida: per Ben si tratterebbe di dimostrare di essere ancora aperto e anticonformista, mentre per Andrew sarebbe l'occasione di portare a termine, per una volta, qualcosa nella vita. Divertente apologo sull'amicizia, sul passaggio all'età adulta e sull'identità, è sorprendentemente efficace nel mettere in scena le diverse sfaccettature dei singoli individui (le contrapposizioni fra borghese e anticonformista e quelle fra gay ed etero vengono continuamente confuse o superate), con una sceneggiatura da manuale e situazioni fresche e intelligenti. Tutta la parte finale, quella all'interno della stanza d'albergo dove gli imbarazzatissimi Ben e Andrew dovrebbero girare il loro film, è in particolare un gioiellino di umorismo e caratterizzazione psicologica.

Daniel & Ana (Michel Franco, 2009)

Daniel & Ana
di Michel Franco – Messico 2009
con Dario Yazbek Bernal, Marimar Vega
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Daniel e Ana sono fratello e sorella, rampolli di una famiglia benestante: lui è un timido diciassettenne, lei sta per sposarsi con il fidanzato Rafael. Un giorno, mentre sono in macchina, vengono rapiti da alcuni sconosciuti, costretti a fare l'amore tra loro davanti a una videocamera, e poi rilasciati. Non sapranno mai cosa ne sarà del video, ma l'esperienza – di cui non fanno parola a genitori e conoscenti – sconvolgerà le loro esistenze, facendoli piombare in uno stato di silenzio, depressione e chiusura verso il mondo esterno. Ana riuscirà comunque a superare lo shock e a tornare a una vita normale, grazie all'aiuto di una psicologa, mentre Daniel si chiuderà sempre più in sé stesso e in un comportamento antisociale. Il film si basa su fatti reali: stando ai titoli di coda, pare che il fenomeno della pornografia clandestina sia abbastanza diffuso nell'America Latina. La pellicola però non affronta direttamente questo tema e preferisce soffermarsi sulle reazioni e sui problemi psicologici dei due ragazzi dopo la sconvolgente esperienza, limitandosi a mostrare tutto da fuori e da lontano, con una certa freddezza di stile, senza indagare in profondità pensieri e sensazioni e senza mai entrare nella mente dei personaggi.

Amreeka (Cherien Dabis, 2009)

Amreeka
di Cherien Dabis – USA/Canada 2009
con Nisreen Faour, Melkar Muallem
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Proprio alla vigilia della "guerra al terrore" contro Saddam Hussein, Muna (divorziata e sovrappeso) e suo figlio Fadi si trasferiscono dai territori palestinesi negli Stati Uniti, ospiti dalla sorella di lei che vive in un paesino dell'Illinois già da quindici anni. Ma l'integrazione si rivela più difficile del previsto, e all'isolamento nella patria di origine (dove era da poco stato costruito il muro israeliano) si sostituisce quello in America: la donna ha problemi a trovare un lavoro e si ritrova costretta a fare la cameriera in un fast food, mentre il ragazzo deve fare i conti con l'ostilità dei compagni di classe e con i pregiudizi contro gli arabi, visti tutti come terroristi kamikaze. Per fortuna, l'amicizia e la famiglia aiuteranno a superare le difficoltà. Un film sulla tolleranza e sul rispetto delle identità culturali, leggero e con una protagonista simpatica, ma anche con molti luoghi comuni e una dose forse eccessiva di buonismo (vedi il preside ebreo della scuola che diventa amico di Muna).

13 giugno 2009

Amore & altri crimini (S. Arsenijevic, 2008)

Amore & altri crimini (Ljubav i drugi zlocini)
di Stefan Arsenijevic – Serbia/Germania 2008
con Anica Dobra, Vuk Kostic
**1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Il giovane Stanislav, timido gangster e aspirante prestigiatore, lavora per Milutin, un criminale di basso cabotaggio di Belgrado che taglieggia (ma con moderazione) i piccoli commercianti del quartiere. È innamorato da sempre di Anica, la donna del capo, e per confessarglielo sceglie proprio il giorno in cui lei ha progettato di fuggire per rifarsi una vita altrove. Permeato da un umorismo sottile e stralunato, il film – bello e minimalista – si svolge tutto nell'arco di una sola giornata e tratteggia con simpatia e calore, fra contraddizioni e malinconia, rimpianto per le scelte passate e incertezza per il futuro, tutta una serie di personaggi che vivono ai margini della legalità in una città di cui intravediamo soltanto grigie e disagiate periferie, immensi casermoni, chioschi senza clienti e strade spazzate dal vento e dalla neve. Restano impressi, per esempio, figure come Ivana, la figlia quattordicenne e introversa di Milutin, che passa le giornate a mangiare arance e a guardare soap operas in spagnolo quando non minaccia di suicidarsi buttandosi dalla terrazza del palazzo; o la madre di Stanislav, una vecchia cantante che si esibisce in un ristorante solo perché il figlio paga il proprietario. Tormentone della pellicola è la canzone "Besame mucho", sentita da Milutin fino allo sfinimento.

Polytechnique (D. Villeneuve, 2009)

Polytechnique
di Denis Villeneuve – Canada 2005
con Sébastien Huberdeau, Karine Vanasse
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il terzo film del promettente regista canadese Villeneuve, girato a ben nove anni di distanza dal precedente "Maelström", mette in scena il massacro del Politecnico di Montrèal, avvenuto il 6 dicembre 1989, quando un folle che conduceva una personale crociata “antifemminista” uccise con il fucile quattordici studentesse dell'istituto prima di suicidarsi con la stessa arma. Girato in bianco e nero, mostra le tragiche vicende di quel giorno attraverso gli occhi di due personaggi, Jean-François e Valerie, quest'ultima ferita ma sopravvissuta alla tragedia. La confezione è curata, finanche patinata, ma il coinvolgimento emotivo scatta soltanto nelle scene del massacro vero e proprio. Per il resto il film rimane un po' freddo, perfettino e di maniera, e ogni paragone con “Elephant” di Gus Van Sant non può che andare a favore di quest'ultimo. La sceneggiatura, con i suoi scostamenti temporali, è comunque efficace nel mettere a confronto le folli idee dell'assassino (che odiava le donne perché “vogliono i diritti dei maschi senza rinunciare ai privilegi delle femmine”) e i disagi di Valerie, che sogna di diventare ingegnere areonautico ma deve fronteggiare le discriminazioni contro le donne sul posto di lavoro (per esempio, mentendo sul suo desiderio di avere figli pur di essere assunta). Acclamato dalla critica, nonostante qualche controversia in patria per aver riproposto sullo schermo un fatto di cronaca così doloroso.

Ajami (S. Copti, Y. Shani, 2009)

Ajami
di Scandar Copti, Yaron Shani – Israele 2009
con Shahir Kabaha, Ibrahim Frege
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Storie di israeliani e di palestinesi, criminali o poliziotti, integrati o clandestini, che si intrecciano a Jaffa (Ajami è il nome di un quartiere della città, vero e proprio incrocio di culture, etnie e religioni) e che il regista mette in scena rompendo il corretto ordine cronologico, mostrando in anticipo il destino di alcuni personaggi e ribaltandolo poi completamente nel finale. Diviso in cinque capitoli (i primi quattro dedicati ad altrettanti personaggi, l'ultimo che tira le fila di tutta la narrazione), racconta le vicende di Omar, coinvolto in una faida familiare con una banda di taglieggiatori beduini e costretto a chiedere aiuto a un ricco cristiano, della cui figlia si innamora; di Malek, rifugiato palestinese che entra clandestinamente in città, alla disperata ricerca di denaro per far operare la propria madre malata; di Dando, un poliziotto israeliano in cerca del fratello scomparso, un soldato probabilmente ucciso dai palestinesi; di Binj, che sogna di sposarsi con la sua fidanzata e nel frattempo entra in possesso di un grande quantitativo di eroina... Grande importanza ha l'ambiente in cui si svolgono le loro storie, case, vicoli e strade dove la violenza e la criminalità arrivano a contaminare anche i più innocenti (come il fratellino di Omar, Nasri, adolescente sensibile che disegna fumetti e ha foschi presagi del futuro), dove si può essere uccisi o accoltellati per qualsiasi motivo, dove il nome di Dio (di qualunque religione si tratti) viene nominato centinaia di volte al giorno, dove famiglie e clan si riuniscono per trattare tregue, dove il denaro sembra in grado di comprare ogni cosa, dove si vive nella paura o nella speranza, dove le barriere etniche e sociali si rivelano ogni giorno più insormontabili. Il film ha l'indubbio merito di mostrare le tensioni del conflitto israeliano-palestinese spogliandolo di ogni aspetto politico (e, in un certo senso, anche religioso) e riducendolo al rapporto fra i singoli individui, ai loro desideri e alle loro esigenze. Gli manca però un collante emotivo: le svolte narrative si succedono stancamente e si perde presto la voglia di seguirle, anche se l'interesse viene ravvivato nel finale dai colpi di scena.

De helaasheid der dingen (F. Van Groeningen, 2009)

De helaasheid der dingen
di Felix Van Groeningen – Belgio 2009
con Kenneth Vanbaeden, Koen De Graeve
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Gunther Strobbe, tredicenne, vive in un paesino delle Fiandre con la nonna, il padre e tre zii (quattro omoni, uno più buzzurro dell'altro e tutti grandi bevitori di birra). Nonostante cresca in un ambiente caciarone e disadattato (al punto da essere infine costretto a “fuggire” in collegio per completare gli studi), il suo affetto per i parenti – cementato anche da un forte legame di famiglia – rimane immutato fin quando da grande, diventato scrittore di successo, si ritroverà a ricordare gli anni passati insieme. Pittoresco affresco di personaggi sopra le righe, a tratti anche simpatico e divertente, fra sbornie colossali, volgarità e sceneggiate varie (corse in bicicletta nudi, feste en travesti, gare di bevute): ma resta un filmetto senza particolare spessore. Il titolo significa "La merdosità delle cose".

12 giugno 2009

Vincere (Marco Bellocchio, 2009)

Vincere
di Marco Bellocchio – Italia 2009
con Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

La storia di Ida Dalser, la donna che ebbe un figlio (inizialmente riconosciuto e poi rinnegato) da Benito Mussolini prima della sua ascesa al potere, e che il Duce fece rinchiudere in un manicomio perché continuava a insistere pubblicamente di essere sua moglie. Per anni la sua vicenda rimase del tutto sconosciuta, e solo dopo la fine della guerra la sua esistenza e quella del figlio (nel frattempo morti entrambi) vennero alla luce. Il film, che si dipana plumbeo fra stereotipi e melodramma, purtroppo è tutt'altro che convincente: l'impressione è che a Bellocchio della storia di Ida non importi niente, e che la pellicola sia una scusa per riproporre in un nuovo contesto temi a lui cari come l'anticlericalismo (notevole la trasformazione di Mussolini da sindalista socialista e ateo in dittatore alleato della Chiesa per interesse personale), l'antifascismo e le ossessioni e la follia. I personaggi sono tratteggiati con superficialità, e in certe scene sembra di assistere a una fiction televisiva – d'autore, sì, ma sempre una fiction. Colpa anche di una sceneggiatura fiacca e retorica (che fra l'altro – ma non è certo il peggior difetto – non ha nemmeno il coraggio di mostrare quale fu la fine della Dalser e del figlio), di una recitazione espressionistica e monocorde, di una colonna sonora troppo invadente e di una fotografia (di Daniele Ciprì) cupa e perennemente scura. Molte le scene metacinematografiche in cui si vedono i personaggi andare al cinema o assistere a proiezioni varie: bella, per esempio, la rissa fra pacifisti e guerrafondai (fra cui Mussolini) che scoppia di fronte alle immagini di un cinegiornale, oppure il momento in cui Ida si commuove guardando “Il monello” di Chaplin. C'è anche un ampio ricorso a diverse immagini di repertorio, con inserimento dei discorsi di Mussolini o sovraimpressioni di motti dell'epoca. Brutte e inutilmente lunghe, invece, le due scene di sesso nella parte iniziale. Bisogna comunque dare atto a Bellocchio di aver mostrato Ida come la donna folle e autodistruttiva che fu, attratta ottusamente da un uomo di potere e incapace di vivere una vita propria, tutt'altro che l'eroina coraggiosa che qualche regista (magari televisivo) avrebbe potuto essere tentato di dipingere.

Il padre dei miei figli (M. Hansen-Løve, 2009)

Il padre dei miei figli (Le père de mes enfants)
di Mia Hansen-Løve – Francia 2009
con Louis-Do de Lencquesaing, Chiara Caselli
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Grégoire, infaticabile ed entusiasta produttore di film d'essai dallo scarso appeal commerciale, ha una bella moglie italiana (la Caselli), tre splendide figlie e una magnifica casa in campagna. Ma preferisce dedicare quasi tutto il proprio tempo al lavoro: e quando le difficoltà finanziarie mettono in crisi la sua attività, sceglie il suicidio. Moglie e figlie cercano di elaborare il lutto, provando nel contempo a evitare la liquidazione della società di produzione e a portare a termine in qualche modo la lavorazione delle pellicole in corso. L'impresa si rivelerà però superiore alle loro forze. Un film dal ritmo e dalle atmosfere rohmeriane (è prodotto da Les Films du Losange), che scorre senza lasciare quasi nulla allo spettatore. E le due ore di durata (il suicidio che cambia le carte in tavola avviene dopo 45 minuti) sono decisamente troppe.

J'ai tué ma mère (Xavier Dolan, 2009)

J'ai tué ma mère
di Xavier Dolan – Canada 2009
con Xavier Dolan, Anne Dorval
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il sedicenne Hubert ha un rapporto estremamente conflittuale con la madre, con cui vive da solo (i genitori sono separati): non sopporta niente di lei e non perde l'occasione per dirglielo in faccia, anche se fra sé e sé ammette in fondo di amarla (e poi, "tutti hanno odiato la propria madre, per un secondo o per un anno"). I due però sono del tutto incompatibili, anche perché Hubert (più intelligente e sensibile dei suoi coetanei, aspirante scrittore e – ma questo alla madre non lo ha mai detto – omosessuale) necessita tremendamente di maggior spazio per sé. La cosa più sorprendente di questo film (il cui titolo è quello di una dissertazione scritta da Hubert) è che il regista e sceneggiatore, nonché attore protagonista, ha solo vent'anni (è nato nel 1989!): e questo fatto, che ho scoperto soltanto dopo la visione, getta una luce particolare su un lungometraggio che comunque è intenso e interessante di suo (anche se fino a un certo punto). Dolan si rivela un cineasta già maturo e rigoroso, riesce a evitare le trappole degli stereotipi e del già visto e scava in profondità nei personaggi principali, che si barcamenano fra amore e odio, senza rinunciare a tratteggiare brevemente quelli secondari (come l'insegnante che prende Hubert in simpatia).

11 giugno 2009

I gatti persiani (B. Ghobadi, 2009)

I gatti persiani (Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh)
di Bahman Ghobadi – Iran 2009
con Ashkan Koohzad, Negar Shaghaghi
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Con questa bella pellicola di denuncia, Ghobadi – già autore de "Il tempo dei cavalli ubriachi" – porta lo spettatore nel mondo della musica underground in Iran, un sottobosco abitato da musicisti costretti a vivere in clandestinità e lontano dai riflettori, visto che corrono costantemente il rischio di essere arrestati anche quando seguono semplicemente la propria passione e fanno di tutto per non contravvenire alle leggi o alla morale islamica. I protagonisti sono due giovani interpreti di indie rock, Ashkan e Negar, che sognano di scappare all'estero per partecipare a un concerto a Londra e sfuggire finalmente alla censura del regime. Il simpatico maneggione Nader si offre di aiutarli e di procurare loro visti e passaporti (naturalmente falsi), mentre per ottenere dalle autorità il permesso di espatriare dovranno prima costituire un gruppo più numeroso. Comincia così un viaggio alla ricerca di nuovi membri fra le strade e le periferie di Teheran, un viaggio che porta lo spettatore a contatto con cantanti, suonatori e musicisti di ogni tipo, tutti però accomunati dall'amore per la musica e per la sua valenza liberatoria, ma anche dalla cautela e dal terrore di attirare troppo l'attenzione dei vicini o della polizia. Ogni genere musicale sembra rappresentato, dal rap all'heavy metal, dal folk al blues. Il film è semidocumentaristico e guardandolo può sorgere spontaneo un paragone con "Buena Vista Social Club", nonostante il contesto sia decisamente diverso. Ottima la regia, vivace e multiforme: a ciascuna delle band e dei musicisti è dedicato un inserto che si rivela un vero e proprio videoclip, con immagini che mostrano i volti della gente comune nelle strade, le luci della città, le case e i mezzi di trasporto, l'Iran più moderno e quello delle tradizioni più arretrate. Nel complesso un film coraggioso (anche Ghobadi, naturalmente, è stato costretto a lavorare in clandestinità: pare che per girare in esterni abbia dovuto spesso corrompere i poliziotti, a volte anche regalando loro dvd piratati fra cui quelli dei suoi film precedenti) e lontano anni luce dalla cinematografia iraniana "da festival" cui ero abituato. Il titolo originale dovrebbe significare "Nessuno conosce i bravi musicisti iraniani", quello inglese recita "No one knows about persian cats".

Sacro e profano (Madonna, 2008)

Sacro e profano (Filth and Wisdom)
di Madonna – GB 2008
con Eugene Hutz, Vicky McClure, Holly Weston
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In fondo non è male, questo film d'esordio di Madonna come regista, forse solo un po' noiosetto. Il protagonista è Eugene Hutz, cantante del gruppo gypsy-punk Gogol Bordello, con il suo divertente inglese sgrammaticato e l'accento ucraino che avevo già apprezzato in "Ogni cosa è illuminata". Hutz interpreta A.K., personaggio bizzarro, sopra le righe e in parte anche autobiografico (sogna di sfondare come cantante), che dispensa consigli e aforismi rivolgendosi spesso in camera direttamente allo spettatore, si guadagna da vivere mettendo in scena giochi di ruolo sadomaso e abita in un appartamento di Londra insieme a due coinquiline, delle quali seguiamo parallelamente le vicende: Juliette, commessa in una farmacia, ha abbandonato la propria famiglia e vorrebbe trasferirsi in Africa per assistere i bambini malati di AIDS; Holly, aspirante danzatrice classica, si ritrova trasformata in lap dancer e spogliarellista. Le loro storie si intrecciano con quelle di altri personaggi: il datore di lavoro hindi di Juliette, in crisi coniugale; la sorella della stessa Juliette, che trova a propria volta il coraggio di lasciare i genitori; le "colleghe" di Holly, che la sostengono e la consigliano; i clienti feticisti di A.K.; e uno scrittore cieco e recluso, in crisi di depressione. il filo conduttore di tutto il film, forse un po' esile, resta comunque la filosofia di A.K. all'insegna della dualità ("Inferno e paradiso, sporcizia e saggezza, sono due lati della stessa medaglia"), come recita anche il titolo che in italiano è stato alterato. Il lieto fine generalizzato, però, convince poco.

Il primo bacio (Riad Sattouf, 2009)

Il primo bacio (Les beaux gosses)
di Riad Sattouf – Francia 2009
con Vincent Lacoste, Alice Trémolière
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Hervé, adolescente di origini nordafricane, è alle prese con le prime esperienze sentimentali. Timido e goffo, a scuola fa parte del gruppo degli "sfigati", ma incredibilmente riesce a far breccia nel cuore di Aurore, una delle ragazze più belle della classe. Fra madri invadenti, amici impiccioni, professori bizzarri e situazioni imbarazzanti, il ragazzo crescerà – come tutti – grazie a esperienze e delusioni. Un film svagato e divertente, lontano dall'approccio documentaristico de "La classe", anche se la sensibilità francese nel raccontare storie di ambientazione scolastica resta intatta. E l'approfondimento dei personaggi riesce ad andare oltre gli stereotipi. Partecipazione speciale di Valeria Golino nei panni della protagonista di un assurdo video pornografico.

Racconti dell'età dell'oro (aavv, 2009)

Racconti dell'età dell'oro (Amintiri din epoca de au)
di Hanno Höfer, Razvan Marculescu, Cristian Mungiu, Constantin Popescu, Ioana Uricaru – Romania 2009
con Vlad Ivanov, Diana Cavallioti
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

"L'età dell'oro" era la definizione che la propaganda del partito comunista attribuiva al periodo in cui la Romania era governata da Ceausescu. Questo film a episodi è ambientato appunto negli anni ottanta e racconta cinque "leggende urbane" sullo sfondo della dittatura, con toni che vanno dal grottesco al malinconico, dal sarcastico al (finto) nostalgico. Più che sui personaggi storici, il film si sofferma su figure minori più o meno significative, dai piccoli lavoratori che si arrangiano per sbarcare il lunario a una miriade di funzionari e ispettori troppo solerti o incapaci che si affannano a compiacere i propri superiori, dando vita a un quadro tragicomico e surreale ma a suo modo realistico ed efficace nel rappresentare l'assurdità di quel periodo. Non a caso quasi tutte le storie, più o meno verosimili, sono ambientate in cittadine e province ben lontane dai veri centri di potere e non affrontano temi politici, preferendo divertire lo spettatore con una sorta di commedia degli errori. Fra i registi il più noto è Mungiu, già vincitore della Palma d'Oro con "Quattro mesi, tre settimane e due giorni". Nei vari episodi assistiamo alla mobilitazione di un intero paesino di campagna che si prepara al passaggio di un corteo politico ufficiale, ma le cose andranno storte e tutti i responsabili si ritroveranno (letteralmente e metaforicamente) a girare su una giostra che non può essere fermata; alla stravagante trovata di un ragazzo e una ragazza che si trasformano in imbottigliatori di aria per impadronirsi di una grande quantità di bottiglie vuote da rivendere; alle peripezie di due fotografi incaricati di ritoccare le foto ufficiali di Ceausescu prima che vadano in stampa; alla toccante vicenda di un camionista che trasporta pollame e che pensa bene di rubare le uova che gli animali depongono durante il viaggio; alle vicissitudini di un poliziotto di quartiere al quale il cognato di campagna regala un maiale vivo: non potendo macellare l'animale senza richiamare l'attenzione dei vicini, decide di ucciderlo con il gas, facendolo però esplodere nell'appartamento!

9 giugno 2009

Cannes e dintorni 2009

Ho fatto l'abbonamento alla rassegna dei film del festival di Cannes (in programma a Milano dal 10 al 16 giugno), nonostante anche quest'anno la scelta delle pellicole che verranno proiettate lasci parecchio a desiderare. Era prevedibile che mancassero i lavori di Tarantino, Almodovar e Ang Lee, ma l'assenza completa di pellicole asiatiche proprio non la digerisco: speravo di avere l'occasione di vedere i nuovi film di Tsai Ming-Liang, Park Chan-wook, Johnnie To, ecc., e invece nulla. Pazienza! Mi rifarò con Haneke (che ha vinto la Palma d'Oro), Resnais, Bellocchio e Loach, sperando di scoprire qualcosa di interessante anche fra la marea di autori semisconosciuti che li accompagneranno.

Mr. Vendetta (Park Chan-wook, 2002)

Mr. Vendetta (Boksuneun naui geot, aka Sympathy for Mr. Vengeance)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2002
con Shin Ha-kyun, Song Kang-ho
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Ryu, un giovane operaio sordomuto alla disperata ricerca di denaro per consentire alla propria sorella un trapianto di rene (dopo che una banda di trafficanti di organi gli ha sottratto tutti i soldi che aveva faticosamente accumulato), decide di rapire la figlioletta di Park, il suo ex datore di lavoro, e di chiedere un riscatto. Ma il destino è in agguato: la sorella si suiciderà prima di essere operata, mentre la bambina affogherà in un fiume per un incidente prima che Ryu possa restituirla al genitore, scatenando la ritorsione di quest'ultimo. Primo film della cosiddetta "trilogia della vendetta" di Park Chan-wook (i titoli successivi sono "Old Boy" e "Lady Vendetta"), tre pellicole slegate fra loro ma che hanno in comune il tema appunto della vendetta, che in questo film non è solo quella di Park nei confronti dei giovani rapitori, ma anche quella di Ryu stesso verso i trafficanti di organi. Ogni atto di violenza, in effetti, finisce con lo scatenare una rappresaglia da parte di qualcun altro, in un vortice di morte che termina soltanto con i titoli di coda. Caratterizzato da toni che sfiorano il grottesco e il caricaturale e da una violenza truce e sanguinosa che non lascia scampo a nessun personaggio, ma anche da uno stile elegante e asciutto (i dialoghi sono essenziali, le inquadrature sono accuratamente studiate e gli snodi narrativi sono mostrati allo spettatore senza inutili didascalismi), il film è interessante e non lascia indifferenti, anche se non è certo per tutti i gusti e adombra un certo autocompiacimento nell'esibire torture ed efferatezze sullo schermo. A tratti la mano del regista ricorda il miglior Kitano, con echi anche di Peckinpah e di Cronenberg: peccato che in seguito Park virerà invece verso istrionismi alla Tarantino. Nel cast spicca Bae Du-na nei panni della ragazza del protagonista, attivista politica di sinistra che lo aiuta nel rapimento della bambina. Brutta l'edizione italiana: meglio vederselo in coreano con sottotitoli.

8 giugno 2009

America oggi (Robert Altman, 1993)

America oggi (Short cuts)
di Robert Altman – USA 1993
con Andie MacDowell, Jack Lemmon
***1/2

Visto in DVD, con Martin e Marisa.

Se c'è un tipo di pellicola alla quale il nome di Altman rimarrà legato per sempre, questo è senza dubbio il film corale. Il regista americano è stato infatti un vero maestro nel mostrare sullo schermo le vite di decine e decine di personaggi che si sfiorano, si incontrano o si incrociano ripetutamente, in maniera più o meno stretta, raccontando nel contempo storie minimaliste o drammatiche, leggere o sconvolgenti, esistenziali o paradossali. "America oggi", che segue per tre giorni le vicende di alcuni gruppi di coniugi, di famiglie o di amici a Los Angeles e dintorni, mostrandone tutti gli egoismi e le ipocrisie e ricamando sui temi del caso, della morte, della felicità e dell'infedeltà, ne è uno degli esempi più alti. Molti altri cineasti (da Paul T. Anderson a Paul Haggis) hanno tentato di imitare il suo stile, ma il tocco di Altman rimane insuperabile. In questa pellicola, le cui tre ore di durata non stancano affatto e dove non si ha mai l'impressione che qualche segmento o qualche personaggio sia "di troppo", il regista si appoggia a una sceneggiatura di ferro (che lega insieme una decina di racconti brevi di Raymond Carver) e a un cast di tutto rispetto, riuscendo a caratterizzare meravigliosamente ogni singolo personaggio. Il risultato è un mosaico di situazioni, di vite e di esistenze che lascia allo spettatore un'impressione di coerenza e compattezza che non si ritrova facilmente in altre pellicole di questo genere, in particolare in quelle dei succitati imitatori. Ann (Andie MacDowell) e Howard Finnigan (Bruce Davison) sono una coppia felice, il cui figlioletto Casey di otto anni viene investito da un'automobile ed entra in coma. Alla guida dell'auto c'era Doreen (Lily Tomlin), una cameriera che cerca di riallacciare i legami con il marito ubriacone (Tom Waits). Il medico che cura il bambino (Matthew Modine) e sua moglie Marian (Julianne Moore), una pittrice, hanno invitato a cena una coppia conosciuta a un concerto: Claire (Anne Archer), che lavora come clown negli ospedali, e Stuart (Fred Ward), appassionato di pesca. Sherri (Madeleine Stowe), la sorella di Marian, è alle prese con i continui tradimenti di suo marito Gene (Tim Robbins), un poliziotto arrogante e bugiardo che odia il cane di famiglia e che intreccia una relazione con Betty (Frances McDormand), moglie del pilota di elicotteri Stormy Weathers (Peter Gallagher), che si vendica distruggendo l'appartamento della consorte in sua assenza. All'ospedale dove è ricoverato Casey, nel frattempo, giunge Paul (Jack Lemmon), il padre di Howard, che non parla con il figlio da molti anni, mentre un pasticciere infuriato (Lyle Lowett) lascia messaggi ingiuriosi nella segreteria telefonica dei Finnigan. La figlia di Doreen, Honey (Lili Taylor), deve custodire la casa dei suoi vicini e ne approfitta per scattarci fotografie sadomaso con il marito Bill (Robert Downey jr.), truccatore cinematografico. I loro migliori amici sono Lois (Jennifer Jason Leigh), che lavora da casa come operatrice di una linea erotica, e Jerry (Chris Penn), un uomo placido che forse ha dovuto inghiottire troppe umiliazioni nella vita e che finirà con esplodere. I quattro si ritrovano spesso nel locale jazz dove canta l'anziana Tess (Annie Ross), vicina dei Finnigan e madre di Zoe (Lori Singer), una violoncellista depressa e sempre sull'orlo del suicidio... La pellicola si apre con gli elicotteri della protezione civile che spargono insetticida contro un insetto che funesta i raccolti, e si conclude con un tremendo terremoto che scuote le case e le vite di tutti gli abitanti della città, suggellando la conclusione, più o meno aperta, di tutte le storie. Regia e montaggio non perdono mai il controllo del film, mentre alcune attrici non si fanno problemi a mostrarsi nude: in particolare resta indelebile la scena in cui Julianne Moore si aggira in casa a pube scoperto. L'episodio in cui Stuart e i suoi due compagni di pesca (Buck Henry e Huey Lewis) trovano un cadavere nel fiume fra le montagne e scelgono di rimanere a pescare anziché avvertire subito la polizia ha ispirato nel 2006 una (brutta) pellicola australiana, "Jindabyne".

Il grande racket (E. G. Castellari, 1976)

Il grande racket
di Enzo G. Castellari – Italia 1976
con Fabio Testi, Vincent Gardenia
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

L'ispettore Palmieri è alle prese con una banda di violenti ricattatori che semina il terrore fra i negozianti di Roma, violentando e uccidendo i familiari di chi osa ribellarsi. Sospetta che i balordi facciano parte di un'organizzazione che intende prendere il controllo della città, ma le sue indagini vengono frustrate, oltre che dalla scarsa collaborazione dei cittadini minacciati, dalle ingerenze delle alte sfere. Sospeso dal servizio, farà giustizia con le proprie mani radunando un gruppo di vittime-vendicatori e sterminando tutti i malviventi in un feroce conflitto a fuoco. Forse il migliore dei tre poliziotteschi di Castellari, cruento, sadico, stilizzato e con un'ottima sceneggiatura senza momenti di stanca, sia pure a tratti un po' ingenua ed esagerata: pur non rinunciando a molti cliché del genere (il poliziotto dai modi bruschi e refrattario alle regole; il fedele assistente e guardaspalle; i superiori incompetenti o corrotti; il ladro napoletano di buon cuore), il film non lesina colpi di scena e nemmeno un certo approfondimento delle figure minori (come i vari componenti del commando di vigilantes messo insieme da Palmieri, per esempio il ristoratore che si trasforma in un vendicatore psicopatico dopo la morte della figlia). Anche la regia mostra alcuni tocchi di classe: restano impresse sequenze come quella dell'auto che rotola dalla scarpata (inquadrata dall'interno dell'abitacolo) o del tiratore al piattello che immagina che i suoi bersagli siano i criminali che hanno ucciso la moglie. Ottimo il cast, composto da molti volti noti del cinema italiano di genere (da Renzo Palmer a Orso Maria Guerrini, da Sal Borgese a Glauco Onorato).

7 giugno 2009

Boiling point (Takeshi Kitano, 1990)

Boiling point - I nuovi gangster (3-4 x jūgatsu)
di Takeshi Kitano – Giappone 1990
con Masahiko Ono [Yurei Yanagi], Takeshi Kitano
**1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Nella sua seconda pellicola, la prima in cui è accreditato anche come sceneggiatore, Kitano si ritaglia un ruolo marginale (ma indimenticabile: un folle yakuza di Okinawa, gay e vendicativo) e lascia spazio a un gruppo di giovani attori. Come suggerisce il titolo originale (il punteggio di una partita di baseball combattuta colpo su colpo e risoltasi soltanto per un punto), la storia è quella di uno scontro fra un gruppo di ragazzi e una banda di yakuza, condotto a base di vendette e di ripicche, fra aggressività repressa e sopraffazione arrogante. La rivalità nasce da un innocuo incidente presso la stazione di servizio dove lavora Masaki, il protagonista. Quando i gangster se la prendono anche con il suo coach di baseball, Masaki e un amico si recano a Okinawa per procurarsi un'arma da fuoco, ma si riveleranno incapaci di usarla. Il bizzarro finale, dopo un'escalation di violenza, lascia con un dubbio: tutto è realmente accaduto o è stato soltanto immaginato? Pur essendo senza dubbio un film minore, "Boiling point" rappresenta un passo importante nello sviluppo dello stile di Kitano. Nascono qui, più che nel precedente "Violent cop", la sua abitudine di inquadrare a lungo ciò che avviene prima e dopo (ma non durante) gli snodi importanti della trama; l'humor nero e grottesco che uno spettatore disorientato può addirittura faticare a cogliere, visto che i volti dei personaggi restano impassibili anche nelle situazioni più assurde; gli scoppi improvvisi di violenza insensata, dovuti non solo alla personalità schizofrenica dei characters coinvolti ma anche ai rapporti di forza tra loro e ai rispettivi ruoli all'interno delle gerarchie sociali; l'apparente apatia che caratterizza molti personaggi, Masaki in primis, alle prese con gravi problemi di incomunicabilità; i lati ludici e infantili dei gangster e dei malviventi più crudeli; alcune inquadrature pittoriche o poetiche, come il volto di Beat Takeshi incorniciato da una corona di fiori di campo, che fungono da interludio tra un momento di violenza e l'altro. La parte centrale del film, quella ambientata a Okinawa, più che un corpo estraneo sembra quasi una sorta di prova generale per uno dei successivi lungometraggi di Kitano, il magnifico "Sonatine", mentre la relazione fra Masaki e la sua ragazza pare anticipare quella fra i due protagonisti de "Il silenzio sul mare". Curiosamente la pellicola è completamente priva di musica, se si eccettua la scena al karaoke dove uno dei personaggi intona goffamente la bella canzone "Akujo" di Miyuki Nakajima.

6 giugno 2009

Violent cop (Takeshi Kitano, 1989)

Violent cop (Sono otoko, kyōbō ni tsuki)
di Takeshi Kitano – Giappone 1989
con Takeshi Kitano, Maiko Kawakami
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Takeshi Kitano è forse il mio regista vivente preferito. Autore di capolavori come "Hana-bi", "Sonatine", "L'estate di Kikujiro", "Dolls" e "Il silenzio sul mare", ha uno stile elegante e consapevole che mette al servizio di storie caratterizzate da violenza, lirismo e un umorismo grottesco e catartico. È anche un artista variegato e multiforme, che prima di esordire alla regia con questo film è stato – ed è tuttora – comico teatrale e televisivo, presentatore, pittore, poeta e scrittore. In Giappone è noto soprattutto con il nome d'arte "Beat Takeshi" (assunto quando, a inizio carriera, faceva parte di un duo comico manzai chiamato "The Two Beats"), con il quale si firma tuttora quando recita. Più che per i suoi film, presso il grande pubblico nipponico è popolare soprattutto per le numerose apparizioni televisive, le sue opinioni provocatorie e la sua personalità sopra le righe: è la star e il conduttore di programmi come "Oretachi Hyōkin-zoku" e "Takeshi's Castle", alcuni spezzoni del quale sono stati trasmessi da noi in "Mai dire banzai". In Italia, prima di raggiungere il successo grazie al trionfo di "Hana-bi" al festival di Venezia, lo ha fatto conoscere Enrico Ghezzi, che ne ha trasmesso spesso i film a "Fuori Orario". Ricordo che la prima volta che vidi una sua pellicola, proprio "Violent cop", rimasi abbastanza spaesato dal suo stile così insolito e straniante. Mi convinsi persino che non mi fosse piaciuto, ma non era vero: le visioni successive mi fecero capire la sua grandezza e la sua genialità.

Prima di questo poliziesco sui generis, Kitano aveva già recitato in diversi film (il più celebre è "Furyo" di Nagisa Oshima). "Violent cop" avrebbe dovuto essere diretto da Kinji Fukasaku, che però diede forfait all'ultimo momento per problemi di salute. Kitano chiese allora di subentrare come regista, ne riscrisse la sceneggiatura e ne cambiò completamente il tono (inizialmente doveva trattarsi di una commedia!), disorientando non poco gli spettatori che non si aspettavano da lui un film tanto duro e cinico. La storia è quella di Azuma, poliziotto sociopatico dai modi spicci e refrattario alle regole, che indaga sull'apparente suicidio di un collega e amico, sospettato di collusione con una banda di trafficanti di droga. Dopo estenuanti inseguimenti, scazzottate al ralenti e spietate sparatorie, la pellicola termina con un finale nichilista che non risparmia nessuno. Pur con uno stile ancora lontano dai livelli che raggiungerà in seguito, l'idea di cinema del regista è già lucida, coerente e originale: lunghe carrellate – o, più spesso, inquadrature fisse – si soffermano sui personaggi e sulle ambientazioni (per esempio nelle prolungate riprese del protagonista che cammina sul ponte della ferrovia), la musica di Daisaku Kume (non c'è ancora Joe Hisaishi, che dal terzo film diventerà un collaboratore fondamentale), che si ispira a Erik Satie, sottolinea in maniera eterodossa tanto le scene concitate quanto i momenti di riflessione, mentre la sceneggiatura descrive le azioni dei personaggi senza inutili didascalismi. Nessun elemento della pellicola è messo a caso, e si ha sempre l'impressione che il controllo del regista su tutto ciò che si vede sullo schermo sia totale, come in Ozu. Molti dei temi e degli elementi più cari al regista sono già presenti, come l'amicizia, il tradimento, la malattia (con la sorella del protagonista che soffre di disturbi mentali e che viene rapita e ripetutamente violentata da una gang di drogati) e le scelte radicali ma necessarie. Il titolo originale significa "Quest'uomo è pericoloso!"

5 giugno 2009

L'uomo del treno (P. Leconte, 2002)

L'uomo del treno (L'homme du train)
di Patrice Leconte – Francia 2002
con Jean Rochefort, Johnny Hallyday
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Un uomo scende dal treno e arriva in un piccolo paese. Ha una valigia, un giubbotto di pelle, la barba poco curata ed è di poche parole: è un criminale, giunto fin lì per preparare una rapina in banca con i suoi tre complici. Poiché l'unico albergo della cittadina è chiuso, trova ospitalità nella villa di un vecchio insegnante di poesia francese in pensione, che è il suo esatto contraltare: non ha mai viaggiato, ricopre un ruolo "rispettabile" nella società e ha sempre dovuto soffocare ogni impulso di ribellione al sistema. Ben presto i due uomini cominciano a desiderare ciascuno di trovarsi nei panni dell'altro: lo stanco rapinatore gradirebbe infatti un'esistenza tranquilla, restare in pantofole a fumare la pipa, leggere libri, mettere finalmente radici da qualche parte; il professore sogna invece – in maniera quasi infantile – l'avventura, il rischio e la trasgressione. Il tempo passa e si avvicina il giorno in cui entrambi i loro destini dovranno compiersi: la rapina in banca per il primo, un delicato intervento chirurgico per il secondo... Forse il miglior film di Leconte, almeno tra quelli che ho visto finora: più che la storia di un'amicizia al maschile (tema, fra l'altro, che ricorre ripetutamente nella filmografia del regista francese, da "Tandem" a "Il mio migliore amico") o di una mutua identificazione nella figura dell'altro, la pellicola mostra la ricerca della propria parte “mancante”, quella che non si è mai riusciti a concretizzare. Il tono è malinconico, permeato comunque da tocchi di ironia surreale (vedi il complice del rapinatore che dice una sola frase al giorno, alle dieci in punto. E prima? Medita. E dopo? Si riposa). Il finale triste, seppur ammantato da un'aura onirica, sembra quasi inevitabile, visto che ormai i reciproci ruoli sono talmente cristallizzati (come è evidente dalla scena nel locale, quando l'insegnante cerca senza successo di partecipare a una rissa) che solo la morte può permettere di sfuggirvi. Perfetti i due interpreti.

4 giugno 2009

Antichrist (Lars von Trier, 2009)

Antichrist (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Sve/Ger/Fra/Italia 2009
con Charlotte Gainsbourg, Willem Dafoe
***

Visto al cinema Eliseo, con Ginevra.

Mentre fanno l'amore sotto la doccia, il loro bambino esce dalla culla e si getta dalla finestra di casa. Per riprendersi dal dolore e dallo shock, la coppia si trasferisce in uno chalet nei boschi, dove lui – che è un terapeuta – spera di riuscire ad analizzare le paure latenti della donna, che a quanto pare sono legate proprio a quel luogo isolato e immerso nel verde. Ma strani eventi scatenano la follia di lei, ossessionata dai suoi studi sulle torture subite dalle donne attraverso i secoli. Fra animali-totem parlanti, boschi di cadaveri, mutilazioni genitali, incubi alienanti, il sempre geniale Lars von Trier offre allo spettatore un viaggio nell'inconscio e nella follia. Ma nonostante la trama e il setting (che può ricordare, alla lontana, persino "La casa" di Raimi!), non si tratta di un vero e proprio film horror: più che orrore e paura, infatti, la pellicola vuole comunicare angoscia e disperazione, disgusto e raccapriccio, incubi interiori, fobie e sensi di colpa. E le scene esplicite di sesso e violenza non sono provocazioni fini a sé stesse, ma contribuiscono ad accompagnare lo spettatore dentro il mondo caotico e disturbante creato dal regista. Naturalmente "Antichrist", come i precedenti lavori di LVT, è anche una pellicola estremamente misogina: la donna appare legata al lato più ostile e maligno della natura (che definisce "la chiesa di Satana"), mentre l'uomo è in grado di coglierne anche gli aspetti positivi e protettivi (per esempio nel finale, quando si nutre di more). Curioso, a questo proposito, il ribaltamento di ruoli rispetto ai consueti slasher, dove solitamente la vittima/protagonista è di sesso femminile, mentre il maniaco/oppressore è un maschio (ci sono eccezioni, naturalmente, come "Audition" di Takashi Miike). Ora che ci penso, da questo punto di vista rappresenta un'inversione di rotta anche rispetto ai precedenti lavori dello stesso LVT. Certo, si può pensare anche a un'altra lettura, dove il male è l'istinto e l'irrazionalità, mentre il bene è la ragione e l'autocontrollo: non a caso il regista ha dichiarato di aver realizzato questo film per compiere una sorta di autoterapia e superare i propri problemi psicologici. Davvero splendido il prologo, girato in bianco e nero e in ralenti: uno stile forse oggi un po' abusato – si pensi all'incipit di "Watchmen" – ma un minuto di LVT da solo vale più dell'intera filmografia (presente e futura) di Zack Snyder. Suggestiva la fotografia di Anthony Dod Mantle. A parte il bambino e le comparse nella scena finale, in tutto il film recitano soltanto due attori. Una didascalia finale dedica la pellicola a Tarkovsky: il bosco di "Antichrist" è come la "zona" di "Stalker", il luogo dove le nostre paure inconsce prendono vita?

3 giugno 2009

Jarhead (Sam Mendes, 2005)

Jarhead (id.)
di Sam Mendes – USA 2005
con Jake Gyllenhaal, Peter Sarsgaard
**1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Un giovane marine americano (o "jarhead", come sono chiamati in slang) viene addestrato per diventare tiratore scelto, è inviato in Arabia Saudita ai tempi della prima guerra del golfo, resta in attesa per oltre sei mesi nel deserto con i suoi commilitoni, vede infine la guerra scoppiare e concludersi nel giro di pochi giorni, e ritorna in patria senza aver sparato neppure un colpo. Tratto da un libro di memorie di un soldato americano nel golfo, il terzo film di Mendes, antimilitarista senza retorica, offre una prospettiva del tutto inedita sull'esperienza del conflitto bellico: più che sulle scene di guerra, quasi assenti (il nemico non viene praticamente mai mostrato), la pellicola si sofferma sulle percezioni emotive e sui problemi psicologici delle giovani reclute, addestrate duramente a combattere ma poi abbandonate a sé stesse nell'attesa di una guerra di cui ignorano le cause e che – come la maggior parte delle truppe – vedranno soltanto da lontano, fra crisi di nervi e prove di virilità, noia e isolamento, esaltazione e frustrazione, panico e follia, dubbi e timori (spesso fondati) sulla fedeltà delle ragazze o delle mogli rimaste ad attenderli negli Stati Uniti, esercitazioni e spostamenti in scenari al limite del surreale (il deserto bianco e infinito, come una sorta di limbo; i pozzi di petrolio in fiamme; la strada con le vetture e i corpi carbonizzati). La guerra sembra "finta", pochi la comprendono veramente, ancora meno sono quelli che si fanno venire qualche dubbio su motivo della loro presenza laggiù, giustificando in questo modo il nomignolo "testa di barattolo" (cioè vuota). E quando tornano a casa e scoprono che nel frattempo la vita è andata avanti senza di loro, non gli resta altro che continuare a sognare e a vedere il deserto fuori dalla loro finestra... Divertenti le citazioni o i riferimenti ad altri film bellici, come "Full metal jacket" (durante l'addestramento iniziale), "Apocalypse Now" (visto al cinema prima di partire per il deserto) e "Il cacciatore" (una cui copia viene inviata a un soldato dalla moglie fedifraga). Ottimo come sempre Gyllenhaal, che si rivela molto meno mingherlino di come appariva nelle sue altre pellicole, mentre Jamie Foxx è il sergente maggiore. Decisamente Mendes è un regista che migliora col tempo, ogni suo film mi pare più bello del precedente: i primi due, "American beauty" ed "Era mio padre", non mi erano piaciuti (il primo l'ho addirittura odiato); questo e il successivo "Revolutionary Road", invece, me l'hanno fatto rivalutare.

Il giovane tigre (Wu Ma, 1973)

Il giovane tigre (Xiao lao hu, aka The young tiger)
di Wu Ma – Hong Kong 1973
con Meng Fei, Maggie Lee
*1/2

Visto in DVD.

Un giovane praticante di arti marziali viene accusato ingiustamente di omicidio. Arrestato dalla polizia, si dà alla fuga per poter rintracciare i veri responsabili, una banda di criminali e ricattatori che a loro volta provano in tutti i modi a eliminarlo. Se la trama è debole e scontata, così come la caratterizzazione dei personaggi, la pellicola ha anche alcuni pregi nella regia dell'esperto Wu Ma e nei combattimenti, tutto sommato dinamici, in particolare quello in tre contro uno sulla terrazza sopraelevata con la baia di Hong Kong sullo sfondo. Da non confondersi con "Ru jing cha" di Zhu Mu, uno dei primissimi film di Jackie Chan, uscito nello stesso anno e noto in occidente con lo stesso titolo, "Young tiger". Il capo dei cattivi è il baffuto Stanley Fung, in seguito uno delle "five lucky stars". Fra gli attori si riconoscono anche Dean Shek e Mars, habitué dei primi film dello stesso Jackie.

2 giugno 2009

Asfalto che scotta (C. Sautet, 1960)

Asfalto che scotta (Classe tous risques)
di Claude Sautet – Francia/Italia 1960
con Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo
***

Visto in divx, con Marisa.

Braccato dalla polizia e in fuga dall'Italia verso la Francia (il film si apre nella stazione centrale di Milano!), un esperto rapinatore (Ventura) vede morire in una sparatoria sulla spiaggia di Mentone sia la propria donna, che lo aveva sempre seguito fedelmente, sia il complice che lo accompagnava (Stan Krol), e si ritrova solo con i due figlioletti di tre e otto anni. In cerca di un aiuto per raggiungere Parigi da Nizza evitando i posti di blocco della polizia, contatta i suoi compari di un tempo: ma rimane deluso dalla loro fredda accoglienza e dal ritrovarli vigliacchi e rammolliti. Stringe invece una forte amicizia con un giovane ladruncolo (Belmondo), che lo nasconde in casa sua e lo aiuta a trovare una sistemazione per i due bambini. Ma alla fine, anche perché costretto a intraprendere una sanguinosa vendetta contro i suoi ex amici, si stancherà di una vita ormai priva di senso e condotta sempre sul filo del rasoio. Insolito noir, incentrato su un personaggio in continua fuga dalla società civile prima e dal sottobosco criminale poi. Il regista ha adattato un romanzo di José Giovanni ed è bravo a dirigere una vicenda caratterizzata dai toni asciutti e realistici, dai temi dell'amicizia e del tradimento, da una tensione sempre alta e dal minuzioso susseguirsi degli eventi, anche se la conclusione è piuttosto brusca e improvvisa. Misurato l'utilizzo della voce fuori campo, che compare solo quando è necessaria, come appunto nel finale. Ottimi anche gli attori, con un Ventura insolitamente espressivo al quale fa da contraltare un Belmondo frizzante e simpatico che nello stesso anno interpretava "Fino all'ultimo respiro" di Godard (film che, a quanto leggo, contribuì a eclissare questo lungometraggio, considerato troppo "datato" ). Nel cast ci sono anche Sandra Milo (la ragazza che aiuta Belmondo) e Marcel Dalio (l'infido ricettatore).