30 giugno 2021

Police story (Jackie Chan, 1985)

Police story (Ging chaat goo si)
di Jackie Chan – Hong Kong 1985
con Jackie Chan, Brigitte Lin
***1/2

Rivisto in DVD.

Il poliziotto hongkonghese Chan Ka-Kui (ribattezzato Kevin nella versione internazionale) deve proteggere fino al processo una testimone riluttante (Brigitte Lin), indispensabile per sgominare la banda di un ricco trafficante di droga (Chor Yuen) che però riuscirà a farla franca. Accusato ingiustamente di essere responsabile della morte di un collega, e abbandonato dai propri superiori, sarà tentato di farsi giustizia da solo. Uno dei titoli più belli e importanti della ricchissima filmografia di Jackie Chan (che come nel precedente "Project A", oltre a recitare, collabora alla sceneggiatura (con Edward Tang), cura la regia e canta persino la canzone dei titoli di coda). Rimasto deluso da come l'americano James Glickenhaus lo aveva appena diretto in "Protector" (uno dei tanti tentativi falliti di "sfondare" in Occidente), Jackie volle mostrare a tutti qual era la sua idea di un poliziesco d'azione: il risultato fu un film assai influente e dall'enorme successo di pubblico, capostipite di un intero filone che lo lancerà in versione "moderna", aggiornando il suo kung fu comico a un'ambientazione urbana e dando vita a un personaggio – il poliziotto bonaccione ma coraggioso – che l'attore riprenderà in numerosi altri lungometraggi (lo stesso "Police story" avrà diversi seguiti). Al di là della trama, Jackie appare come uno spericolato funambolo che gioca e si diverte nel cacciarsi (e districarsi) in situazioni acrobatiche e pericolose. Non solo combattimenti e arti marziali, dunque, ma anche salti, capitomboli e inseguimenti mozzafiato. In effetti è proprio in questo periodo che l'intera industria cinematografica di Hong Kong si affranca definitivamente dagli stilemi del vecchio gongfupian di ambientazione storica, trasferendo i classici temi della vendetta, della giustizia e della fratellanza in un setting contemporaneo ("A better tomorrow" di John Woo, per esempio, è del 1986: c'è però da dire che già Bruce Lee aveva recitato in pellicole di ambientazione moderna). Lo stesso Jackie ha affermato a più riprese di considerare "Police story" il suo titolo migliore in termini di pura azione. Ciò nonostante, il film è incredibilmente rimasto inedito in Italia per molti anni, fino a quando è finalmente uscito in DVD.

Moltissime le sequenze indimenticabili e di forte impatto, a seconda dei casi frenetiche (la catastrofica distruzione della baraccopoli lungo la collina, l'inseguimento all'autobus con l'aiuto di... un ombrello), comiche (la falsa aggressione alla testimone, la deposizione al processo, la scena in cui Kevin si giostra con innumerevoli telefoni) o spettacolari (il salto dalla cima del palazzo nella piscina, e naturalmente la discesa lungo la pertica elettrificata). A causa dell'enorme quantità di vetri infranti durante il combattimento finale nel grande magazzino, gli stuntmen e la troupe intera ribattezzarono la pellicola "Glass story". Il film è rimasto celebre anche per i molti "infortuni" occorsi agli attori: nella scena in cui Jackie ferma l'autobus, per esempio, i cattivi proiettati fuori dai finestrini avrebbero dovuto attutire la caduta finendo sul tetto dell'automobile; invece il veicolo ha frenato troppo presto e i malcapitati stuntmen sono caduti sull'asfalto. Lo stesso Jackie è stato ricoverato in ospedale dopo alcune scene troppo "realistiche", con le mani ustionate (in seguito alla discesa lungo il palo elettrificato) e qualche vertebra quasi rotta... ma in fondo è anche questo il bello dei suoi film: siamo sempre sicuri che tutto ciò che vediamo sullo schermo è stato fatto davvero, senza controfigure o effetti speciali. Oltre alle sequenze d'azione e agli elaborati e pericolosissimi stunt, però, Jackie si concede come detto (e come suo solito) alcuni irresistibili momenti slapstick che rendono omaggio ai grandi comici del muto (ci sono persino le torte in faccia!), lasciando che il tono del film ondeggi continuamente fra il thriller poliziesco e la commedia degli equivoci. E in assenza dei fidi compagni Sammo Hung e Yuen Biao, e anche senza un vero e proprio cattivo da affrontare nel finale, al protagonista fanno da contraltare soprattutto i due personaggi femminili: Brigitte Lin si rivela un'ottima spalla, mentre resta indelebile nella memoria (anche per le divertenti scene con il motorino!) la performance di una giovanissima e quasi esordiente Maggie Cheung nei panni della fidanzatina May, timida e gelosa.

29 giugno 2021

Lost in translation (Sofia Coppola, 2003)

Lost in translation - L'amore tradotto (Lost in Translation)
di Sofia Coppola – USA/Giappone 2003
con Bill Murray, Scarlett Johansson
***

Rivisto in TV (Netflix).

In Giappone per girare uno spot pubblicitario per una marca di whisky, Bob Harris (Bill Murray), attore americano in declino nonché in crisi esistenziale e personale, si scopre sperduto e alienato, vittima del fuso orario ma anche di una cultura che non comprende. Troverà però una sorta di anima gemella nella giovane Charlotte (Scarlett Johansson), che risiede nel suo stesso albergo, dove ha seguito il marito per lavoro. Nonostante la differenza di età, i due si aggrapperanno l'uno all'altra per resistere e sopravvivere in qualche maniera in un mondo che appare vacuo ed estraneo. Forse tuttora il miglior film della Coppola, nonostante i tanti (troppi) stereotipi sul Giappone e le sue eccentricità possano renderlo fastidioso per chi conosce e ama quel paese. Ma in fondo non è importante dove veramente si svolge la storia: avremmo potuto trovarci in qualsiasi altro contesto "estraneo" in cui ci si senta intrappolati (e più il paese è esotico e distante, meglio è), volendo persino su un altro pianeta (tanto che la Coppola ripeterà l'operazione in "Somewhere", stavolta rappresentando sullo schermo il trash della tv italiana). Quel che è importante è il racconto malinconico e introspettivo di due solitudini che si incontrano e cercano di restare a galla insieme. Non è una storia romantica tradizionale (e infatti il sottotitolo italiano, "L'amore tradotto", è fuorviante oltre che stupido: molto indovinato invece quello originale, che oltre al livello metaforico fa riferimento alla buffa scena in cui l'interprete giapponese traduce a Bob a modo suo le lunghe sfuriate del regista dello spot pubblicitario), ma mette a confronto due personaggi che si trovano nell'impasse in differenti momenti della propria vita. Bob (interpretato da un Bill Murray il cui consueto sarcasmo è per una volta al servizio non della comicità ma di un personaggio depresso e introverso, e che proprio per questo sembra ancora più reale: che sia tale il vero lato privato dei comici?) è in crisi di mezza età, stanco della vita e di un matrimonio che va avanti per inerzia; Charlotte è invece all'inizio della propria vita ma già appare delusa e disillusa. E il fatto che siano lontani da casa, in un paese che sembra incomprensibile, e anche senza punti di riferimento (sono entrambi trascurati e ignorati dai rispettivi coniugi), non aiuta di certo ("Diventa più facile, poi?" chiede lei a lui). Alcune scene ritraggono il Giappone moderno (Tokyo) e quello antico (Kyoto), ma gran parte della pellicola è ambientata fra le mura dell'albergo (memorabile la scena in cui i due guardano in tv, di notte, una scena della "Dolce vita" di Fellini con i sottotitoli). E a proposito di "traduzioni" mancanti: alla fine, prima di separarsi, Bob abbraccia Charlotte e le sussurra qualcosa all'orecchio, ma noi non lo sentiamo: per noi spettatori il messaggio rimarrà un mistero. Oscar per la miglior sceneggiatura (firmata dalla stessa Coppola), più tre nomination per il film, la regia e l'attore protagonista. Giovanni Ribisi è il marito di Charlotte. Anna Faris è Kelly, divetta svampita. Catherine Lambert è la cantante nella lounge dell'albergo che canta "Scarborough Fair".

28 giugno 2021

Lego Batman - Il film (Chris McKay, 2017)

Lego Batman - Il film (The Lego Batman Movie)
di Chris McKay – USA/Danimarca 2017
animazione digitale
**

Visto in TV (Netflix).

Spin-off di "The Lego Movie" dedicato a uno dei personaggi che più aveva suscitato simpatia in quella pellicola, ovvero la versione "mattoncino" di Batman, che rispetto alla sua controparte fumettistica è particolarmente sborone. Con un'elevata opinione di sé, e abituato a lavorare da solo, scoprirà di aver bisogno anche lui di un gruppo di amici, o di una "famiglia" (composta dal maggiordomo Alfred, dal "figlio adottivo" Dick alias Robin, e dalla nuova commissaria Barbara Gordon alias Batgirl), per sconfiggere il Joker e il nutrito gruppo di "supercattivi" (provenienti da differenti franchise: abbiamo fra gli altri Sauron, Voldemort, King Kong e i Dalek) che questi ha portato a Gotham dalla Zona Fantasma. Colorato, infantile e campy come il telefilm degli anni sessanta (che infatti è citato a più riprese: dal "bat-repellente per squali" alle onomatopee che appaiono durante le scazzottate), il film è divertente e non privo di gag e battute indovinate, anche se un po' troppo citazioniste; peccato però che il messaggio (l'importanza di una famiglia, appunto, e il fatto che l'unione faccia la forza) sia insistito eccessivamente, ripetuto in continuazione ed esplicitato allo sfinimento, dal primo all'ultimo fotogramma. Persino il rapporto fra Batman e Joker è rappresentato all'insegna della dipendenza dell'uno dall'altro (la loro è una vera e propria "relazione", che Batman all'inizio vuole negare e poi finisce per riconoscere). Come nel prototipo, l'animazione è tutta digitale (niente stop motion), il che a mio parere ne diminuisce il valore.

27 giugno 2021

Opera (Dario Argento, 1987)

Opera
di Dario Argento – Italia 1987
con Cristina Marsillach, Ian Charleson
*1/2

Visto in divx.

Una giovane cantante lirica (Cristina Marsillach), convinta che il "Macbeth" di Verdi in cui sta per debuttare a teatro porti sfortuna, vede le sue paure confermate quando un misterioso assassino, in qualche modo legato al suo passato, comincia ad uccidere le persone intorno a lei. Giallo-thriller che segna l'inizio del declino di Dario Argento, visto che ripete senza particolare fantasia (a parte l'ambientazione teatrale, comunque poco sfruttata) struttura ed elementi già visti in abbondanza nei precedenti film: dal misterioso maniaco con le mani guantate e la voce sussurrante, alla sequela di delitti cruenti. A essere particolarmente carente, qui, è la sceneggiatura, già non uno dei punti di forza del regista romano: anche lasciando perdere le ingenuità anni ottanta, l'inverosimiglianza e l'irrealtà di fondo (aspetti che per qualcuno potrebbero essere addirittura un pregio), abbiamo personaggi quasi senza caratterizzazione (a partire dalla protagonista) e situazioni schematiche. Anche la recitazione dei comprimari non aiuta, mentre – a parte le solite "soggettive" che dovrebbero far paura ma appaiono ormai meccaniche e abusate – le scene d'impatto o visivamente memorabili si contano sulle dita di una mano (quella del proiettile sparato attraverso lo spioncino della porta, l'attacco dei corvi all'interno del Teatro Regio di Parma – forse una reminiscenza degli "Uccelli" di Hitchcock – e ovviamente l'immagine simbolo, quella degli spilli che il maniaco colloca sulle palpebre della protagonista per impedirle di chiudere gli occhi). Un po' fuori luogo il controfinale ambientato sulle Alpi Svizzere (già location del precedente "Phenomena"), che infatti i distributori americani volevano tagliare (ma Argento si oppose). Nel cast anche Ian Charleson (il regista horror prestato all'opera), Urbano Barberini (il commissario), Daria Nicolodi (l'agente), Coralina Cataldi Tassoni (la costumista). Alcuni spunti della trama (come l'assassino sfigurato che dice a Betty "Come puoi amarmi ora che sono un mostro?", e poi "Voglio sparire, nessuno deve trovarmi") ricordano "Il fantasma dell'opera" di Gaston Leroux, di cui lo stesso Dario Argento firmerà un adattamento cinematografico undici anni più tardi. L'ambiente del melodramma è rappresentato in modo pretestuoso, impreciso e stereotipato: è evidente che Argento non fosse un cultore di questo genere. La colonna sonora è di Claudio Simonetti, integrata da un paio di brani heavy metal. Tanti comunque i pezzi lirici, provenienti non solo dal Macbeth ma anche dalla Traviata, dalla Madama Butterfly ("Un bel dì vedremo") e dalla Norma ("Casta diva"). Curiosità: nella realtà il Macbeth di Verdi, a differenza del dramma originale di Shakespeare, non ha alcuna fama di opera maledetta (che semmai è riservata a "La forza del destino").

26 giugno 2021

Andremo in città (Nelo Risi, 1966)

Andremo in città
di Nelo Risi – Italia/Jugoslavia 1966
con Geraldine Chaplin, Nino Castelnuovo
***

Visto in divx, alla Fogona.

Durante la seconda guerra mondiale, la giovane Lenka (Geraldine Chaplin) vive con il fratellino cieco Mischa (Federico Scrobogna) nella campagna serba. Il padre, insegnante, è partito in guerra e poi, in quanto ebreo, è stato rinchiuso in un campo di concentramento. E nell'attesa del suo ritorno, la ragazza – innamorata di Ivan (Nino Castelnuovo), un partigiano che si rifugia con i suoi compagni nel bosco circostante – cerca di badare al fratello, promettendogli che prima o poi prenderanno uno dei treni che attraversano la regione per "andare in città" in cerca di una vita migliore. Ma ciò che il bambino cieco ignora è che quei treni trasportano i deportati verso i campi di sterminio: dapprima gli ebrei, poi gli zingari (portati via fra l'indifferenza o la rassegnazione del resto della popolazione, il che ricorda il famoso discorso di Martin Niemöller, talvolta attribuito a Bertolt Brecht: "Prima vennero..."), e infine anche i loro congiunti, come Lenka e lo stesso Mischa. Tratto dal romanzo omonimo di Edith Bruck (moglie del regista, e a sua volta sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti), adattato fra gli altri da Vasco Pratolini e sceneggiato da Cesare Zavattini una potente e crudele testimonianza della difficoltà della vita dei civili durante l'occupazione nazista. Il film si svolge in Jugoslavia, ma potrebbe ambientarsi benissimo anche in Italia. In certe cose (il modo in cui Lenka cerca di "proteggere" il fratellino dalle crudeltà del mondo che li circonda) sembra anticipare "La vita è bella" di Benigni, anche se in questo caso siamo più dalle parti del neorealismo che della commedia. Ottima la prova della giovane Chaplin (a inizio carriera e al primo ruolo da protagonista assoluta: era reduce dal "Dottor Zivago") e bella la fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli. Un po' invadente invece la colonna sonora di Ivan Vandor. Aleksandar Gavric è Ratko Vitas, il padre di Lenka e Mischa. Slavko Simić è il medico.

25 giugno 2021

Waking life (Richard Linklater, 2001)

Waking life (id.)
di Richard Linklater – USA 2001
con Wiley Wiggins
**1/2

Visto in divx, alla Fogona, con Marisa.

In un sogno, o meglio una serie di sogni contenuti l'uno nell'altro (e dai quali non riesce a uscire), un ragazzo (Wiley Wiggins) interagisce con numerose altre persone, che gli spiegano le loro idee e le loro teorie – filosofiche, scientifiche, esistenzialiste – sulla vita, il mondo, la coscienza, il libero arbitrio, la natura della realtà e il suo rapporto con i sogni stessi. Girato in animazione rotoscope (ovvero "ricalcando" con il disegno dei filmati con attori in carne e ossa, rielaborati al computer), un film singolare che intende esplorare l'intera gamma dei possibili stati di coscienza che si possono incontrare durante l'attività onirica. Certo, l'operazione è molto intellettuale e costruita, senza quei simboli o significati archetipici che si ritrovano davvero nei sogni: va semmai letta come un catalogo di teorie e di filosofie che, da punti di vista diversi (sottolineati anche dai differenti stili dei disegni, dei colori e dell'animazione), cercano di spiegare il rapporto fra la vita e il sogno. Un sogno che, man mano che la pellicola procede, si fa sempre più lucido: il protagonista diventa consapevole di stare sognando e di non essere in grado di tornare alla realtà (chissà: magari la realtà non è "disegnata" ma in live action). Fra gli indizi che siamo nel sogno c'è il fatto che oggetti e ambienti continuano a ondeggiare e ad apparire cangianti, quasi fosse impossibile stabilizzarli. È un film dall'impianto corale (i personaggi che il nostro eroe incontra si succedono senza sosta, come nel precedente "Slacker") e sperimentale (come gran parte della filmografia di Linklater), con un suo strano fascino ma anche a rischio noia (e fuffa). In una scena riconosciamo Ethan Hawke e Julie Delpy, la coppia di "Prima dell'alba". Linklater stesso è il passeggero della barca-automobile. Altri partecipanti comprendono il regista Steven Soderbergh e il complottista Alex Jones. Il titolo proviene da una frase del filosofo George Santayana ("La vita da svegli è un sogno sotto controllo"). Cinque anni più tardi Linklater tornerà all'animazione rotoscope per "A scanner darkly".

24 giugno 2021

Louis van Beethoven (Niki Stein, 2020)

Louis van Beethoven (id.)
di Niki Stein – Germania/Austria/Rep. Ceca 2020
con Tobias Moretti, Anselm Bresgott
**

Visto in TV (Now Tv).

Mentre nel 1826 si sta recando con il nipote Karl in visita al fratello per un breve soggiorno, un Ludwig van Beethoven già sordo e in procinto di scrivere gli ultimi quartetti d'archi torna con la memoria ai suoi anni giovanili a Bonn (dal 1778 al 1791, quando lasciò la città natale per sempre), al difficile rapporto con un padre autoritario e ubriacone, alla sua prima storia d'amore con la giovane aristocratica Eleonore von Breuning, al viaggio a Vienna per conoscere Wolfgang Amadeus Mozart, e all'incontro con quegli ideali politici libertari (ispirati all'imminente rivoluzione francese) che lo guideranno per tutta la vita (il nome "Louis", con cui si firmerà sempre, deriva anche da questo, oltre che dal fatto che all'epoca Bonn era un principato filo-francese: lo stesso padre si firmava Jean anziché Johann). Un biopic ben fotografato, dalla bella ricostruzione storica, ambientale e musicale, ma forse un po' ingessato e a tratti ingenuo e schematico, soprattutto nel modo di affrontare i temi politici. La scelta è quella di alternare sequenze che illustrano gli ultimi mesi di vita di un Beethoven ormai vecchio e scontroso, che ha già scritto la nona sinfonia, preoccupato per l'inconcludenza del nipote Karl (praticamente un figlio adottivo) e in difficoltà economiche, a lunghi flashback che narrano gli "inizi" della sua carriera di compositore e in particolare l'incontro con Mozart, suo modello di riferimento (tanto che i brani mozartiani presenti nella colonna sonora sono numerosi almeno quanto quelli dello stesso Beethoven). Sono invece del tutto assenti scene che si riferiscono al periodo fra il 1791 e il 1826, ovvero quello delle grandi composizioni. Tobias Moretti e Anselm Bresgott interpretano rispettivamente Beethoven da anziano e da giovane. Ulrich Noethen è Christian Gottlob Neefe, maestro di cappella e suo primo insegnante. Caroline Hellwig è Eleonore, Silke Bodenbender sua madre Helene. Ronald Kukulies è il padre di Beethoven, Peter Lewys Preston è il nipote Karl. Manuel Rubey è un Mozart eccentrico e sregolato, che il giovane Beethoven incontra mentre sta componendo il "Don Giovanni".

23 giugno 2021

I tre volti (Antonioni, Bolognini, Indovina, 1965)

I tre volti
di Michelangelo Antonioni, Mauro Bolognini, Franco Indovina – Italia 1965
con Soraya, Richard Harris, Alberto Sordi
*1/2

Visto su YouTube.

Film in tre episodi con cui il produttore Dino De Laurentiis avrebbe voluto lanciare la carriera da attrice di Soraya, ex regina di Persia (fu ripudiata dal marito, l'ultimo scià del paese, nel 1958, quando fu chiaro che non avrebbe potuto dargli dei figli) e celebrità dell'epoca, frequente protagonista delle cronache mondane e del jet-set, proprio come i personaggi che interpreta nel secondo e nel terzo episodio della pellicola. Il primo, invece, è praticamente un documentario che ne mostra il provino, con Soraya nei panni di sé stessa. Di scarso valore cinematografico, il film ha interesse soltanto dal punto di vista del costume (persino Antonioni, il regista di maggior nome fra i tre, non sembra essersi impegnato più di tanto). E comunque, a parte questa esperienza, Soraya non ha più recitato. Come attrice non sarebbe stata neanche male, anche se poco espressiva: ma pare che De Laurentiis la avesse chiesto di non sorridere mai per andare incontro all'immagine di "principessa dagli occhi tristi" che i giornali e i rotocalchi le avevano cucito addosso.

"Introduzione/Il provino", di Michelangelo Antonioni (*1/2)
Un giornalista del quotidiano "Paese sera" (Ivano Davoli) viene a sapere che Soraya è giunta a Roma in segreto per fare un provino cinematografico per Dino De Laurentiis (che appare nei panni di sé stesso). Per scattare delle foto cercherà inutilmente di introdursi negli studi, al cui interno la principessa si esibisce davanti al produttore, al costumista Piero Tosi e a una troupe.

"Gli amanti celebri", di Mauro Bolognini (*)
La relazione fra Linda e Robert (Richard Harris), scrittore fallito che mal tollera la vita mondana, entra in crisi quando dopo alcuni anni si ripresenta il marito di lei: la donna crede che sia tornato a riprendersela, ed è pronta a dare il benservito all'amante, ma lui voleva soltanto concederle la libertà (ovvero la separazione). L'episodio peggiore: temi stantii e poca o nessuna idea di cinema.

"Latin lover", di Franco Indovina (*1/2)
Armando Riboni (Alberto Sordi) è uno stagionato "amante latino per turiste straniere", ovvero un playboy a pagamento che le accompagna per Roma a beneficio dei fotografi. È l'episodio più affine alla commedia all'italiana, ma senza particolare appeal. Indovina, già assistente di Visconti e dello stesso Antonioni, si innamorerà (ricambiato) di Soraya e resterà con lei per il resto della sua vita.

22 giugno 2021

Rise of the legend (Roy Chow, 2014)

Rise of the Legend (Huang feihong zhi yingxiong you meng)
di Roy Chow Hin Yeung – Cina/Hong Kong 2014
con Eddie Peng, Sammo Hung
**

Visto in TV (Netflix).

Cina, 1868. Con la dinastia Qing al declino, e deciso a proteggere i poveri e gli innocenti abitanti di Guangzhou dalle angherie della Banda della Tigre Nera, organizzazione che gestisce tutte le attività criminali nel porto della città, il giovane esperto di arti marziali Wong Fei-hung (Eddie Peng) si guadagna il favore del maestro Lui (Sammo Hung), capo della gang, ed entra a farne parte. Lavorando dall'interno, con la complicità esterna del "fratello" e amico d'infanzia Fiery (Jing Boran), che nel frattempo ha radunato un gruppo di ribelli, riuscirà a sgominare la banda. Nuova rilettura del "mito" di Wong Fei-hung, personaggio realmente esistito ma assunto ormai a fama leggendaria, soprattutto nell'ambito del cinema di Hong Kong (dove è stato interpretato, fra gli altri, da Jackie Chan in "Drunken master", da Jet Li in "Once upon a time in China", e persino dallo stesso Sammo Hung nell'hollywoodiano "Il giro del mondo in 80 giorni"): la pellicola ne racconta se vogliamo le "origini", in maniera però impostata, calligrafica e pachidermica, con una fotografia patinata e una regia scolastica e manierista. Persino le (poche) scene di combattimento appaiono artificiali, visto l'abuso di effetti digitali (non sempre di buona fattura: irrealistiche, per esempio, le fiamme che circondano i due lottatori nello scontro finale), di controfigure (d'altronde Sammo ha ormai una certa età), di inquadrature ravvicinate o spezzettate. Il risultato è troppo freddo se paragonato, per esempio, alla serie di film con Jet Li, forse la migliore sul personaggio. I punti di forza sono la presenza carismatica di Hung e la colonna sonora di Shigeru Umebayashi, che però soltanto nel finale ingloba il classico tema musicale di Wong Fei-hung. Angela Yeung Wing ("Angelababy") è la cortigiana Xiao Hua, Wang Luodan è la ribelle Chun (entrambe innamorate del protagonista). Tony Leung Ka-fai appare nel flashback nel ruolo del padre di Fei.

20 giugno 2021

L'uomo che amava le donne (F. Truffaut, 1977)

L'uomo che amava le donne (L'homme qui aimait les femmes)
di François Truffaut – Francia 1977
con Charles Denner, Brigitte Fossey
***

Rivisto in DVD.

Bertrand Morane (Denner), ingegnere di laboratorio a Montpellier, è un moderno Don Giovanni che colleziona amanti a getto continuo, impossibilitato a resistere al fascino delle belle donne ("la compagnia delle donne mi era indispensabile; se non la loro compagnia, la loro vista") e soprattutto delle loro gambe, da cui è attratto in maniera particolare. A differenza del libertino mozartiano, è privo di vanità, di orgoglio maschile o di desiderio di sopraffazione. Tenero e quasi malinconico, sempre cortese e sensibile, corteggia e ama sinceramente tutte le donne che incontra e che lo colpiscono per un motivo o un altro. E da loro è ricambiato (non si "impone" mai), segno dei tempi che cambiano (un'era in cui nell'amore "ci sarà sempre una parte di gioco, ma stanno per cambiare le regole che lo conducono. I primi a sparire saranno senz’altro i rapporti di forza. Si giocherà ancora, ma alla pari"). Come per chiarire a sé stesso la natura del suo bisogno, decide di scrivere un libro di memorie, un testo autobiografico che comincia dai ricordi d'infanzia legati alla madre (che, come lui ma probabilmente per motivi diversi, passava da un amore all'altro) e prosegue raccontando numerose delle sue avventure galanti (e realizzando così, in fondo, un equivalente del "catalogo" di Don Giovanni). Dalla giovane prostituta che rappresentò la sua prima esperienza (da cui derivò "un gusto mai smentito per le donne che si incontrano per la strada"), che portava curiosamente lo stesso nome – Ginette – del suo primo amore di gioventù, alla problematica Delphine (Nelly Borgeaud), talmente gelosa e ossessiva da sparare al marito (e finire in prigione) pur di essere "libera" di stare con Bertrand; dalla proprietaria di un negozio di biancheria intima (Geneviève Fontanel) alla commessa di un autonoleggio (Sabine Glaser), da Véra (Leslie Caron), vecchia amante in cui si imbatte nuovamente a Parigi, ad "Aurora", di cui conosce solo la voce che gli dà ogni mattino la sveglia radiofonica. Per finire con Geneviève (Brigitte Fossey), impiegata della casa editrice cui ha mandato il proprio manoscritto, che verrà pubblicato con il titolo "L'uomo che amava le donne" subito dopo la sua morte. Già, perché per inseguire l'ennesimo paio di gambe per la strada verrà investito. E al suo funerale, che apre e chiude la pellicola incorniciando un lungo flashback (d'altronde il legame fra Eros e Thanatos, come sappiamo, è bello forte), si presenteranno solo donne, una piccola parte di tutte quelle che lui ha amato. Scritto dallo stesso Truffaut (nei momenti di pausa mentre si trovava come attore sul set di "Incontri ravvicinati del terzo tipo") insieme a Michel Fermaud e Suzanne Schiffman, nella sua delicata ma approfondita esplorazione delle tante "variazioni sul rapporto fra uomini e donne" il film ha il pregio di mantenersi sempre su un tono leggero, disincantato, a tratti quasi ironico, senza essere mai sfiorato dall'ombra di un giudizio morale (tanto meno negativo) su un personaggio che la stessa Geneviève – che in un certo senso è la "voce narrante" per noi spettatori – ci tiene a distinguere dalla figura classica del casanova o del dongiovanni. Denner, perfetto nel ruolo con la sua aria al tempo stesso tenebrosa e vulnerabile, aveva già recitato per Truffaut ne "La sposa in nero" e "Mica scema la ragazza!", mentre il vasto cast femminile è un rimando a quel "cinema dei ruoli secondari" come le pellicole di Carné e Prévert. Da notare che, pur essendo Bertrand il protagonista centrale, nelle sue interazioni con le donne sono quasi sempre queste a parlare, ad agire e ad essere inquadrate maggiormente dalla macchina da presa. Interessante anche l'approccio quasi "scientifico" che Bertrand ha nella ricerca e nell'abbordaggio, costruito più sulla cura dei dettagli che sullo sfruttamento del proprio fascino maschile (il che riflette in un certo senso il proprio lavoro come tecnico in un laboratorio di dinamica dei fluidi). Disseminate qua e là ci sono piccole auto-citazioni, variazioni quasi minime di situazioni viste in altri film del regista. Nel 1983 è uscito un remake americano di Blake Edwards con Burt Reynolds, virato in chiave psicanalitica (in italiano "I miei problemi con le donne").

19 giugno 2021

7 psicopatici (Martin McDonagh, 2012)

7 psicopatici (Seven Psychopaths)
di Martin McDonagh – GB/USA 2012
con Colin Farrell, Sam Rockwell
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Martin (Colin Farrell), sceneggiatore irlandese trapiantato a Hollywood, non riesce a scrivere la sceneggiatura del film "7 psicopatici" che gli è stata commissionata. Gli giunge in aiuto l'amico Billy (Sam Rockwell), che gli suggerisce le storie di alcuni dei possibili protagonisti, a cominciare dal misterioso giustiziere mascherato "Jack di quadri", che va in giro a uccidere gangster e mafiosi, senza però rivelargli che si tratta proprio di lui. In effetti la realtà e la finzione si intrecciano a più riprese, e così la sceneggiatura di Martin finisce col diventare il film che noi stessi stiamo guardando. Surreale e grottesca, questa black comedy sopra le righe (nella vena di un Tarantino) è di fatto il making of di sé stessa. I personaggi eccentrici, le tante sottotrame incrociate, i colpi di scena e le esplosioni di violenza e di gore si succedono senza sosta, così come i riferimenti cinematografici (si citano Kitano, Kieslowski, Melville, Woo) e soprattutto l'autoreferenzialità: il film contiene infatti anche la propria critica, dai punti di forza (la stratificazione) a quelli deboli (i personaggi femminili), e si diverte a decostruire i cliché delle pellicole a base di gangster, sparatorie e vendette, stravolgendone tutti gli elementi cardine (l'amicizia, il tradimento, lo scontro finale con il nemico). Il rischio, come sempre con questo tipo di approccio, è quello di svuotare gli eventi di significato. Quantomeno il relativismo post-moderno e l'eccessivo citazionismo sono qui proposti in maniera consapevole e in chiave praticamente parodistica. McDonagh (anche sceneggiatore: il protagonista è in tutto e per tutto un suo alter ego), al primo film "americano", si ripeterà poi con "Tre manifesti a Ebbing, Missouri". Grande il cast: oltre a Farrell e a Rockwell hanno un ruolo centrale Christopher Walken (che, insieme a Billy, rapisce cani per poi incassare le ricompense per il loro ritrovamento) e Woody Harrelson (boss mafioso, il rapimento del cui shih tzu di nome Bonny scatena la sua vendetta). Ma ci sono anche Harry Dean Stanton, Tom Waits, Željko Ivanek, Abbie Cornish e Olga Kurylenko (più Michael Pitt e Michael Stuhlbarg in un cameo all'inizio).

18 giugno 2021

Secondo la legge (Lev Kuleshov, 1926)

Secondo la legge, aka Dura lex (Po zakonu)
di Lev Kuleshov – URSS 1926
con Alexandra Khokhlova, Vladimir Fogel
***

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Siamo nel Grande Nord, all'epoca della corsa all'oro. Dopo aver trovato un prezioso giacimento presso le rive del fiume Yukon, l'irlandese Dennin (Vladimir Fogel), colto da un improvviso raptus di follia, uccide due dei suoi compagni, prima di essere immobilizzato dagli altri membri del gruppo, i coniugi Hans ed Edith Nelson (Sergei Komarov e Alexandra Khokhlova), che lo legano e lo tengono prigioniero nella loro capanna. Qui, isolati dal resto del mondo e in preda alle forze della natura che infuria all'esterno (neve, oscurità, inondazioni), la coppia dovrà decidere cosa fare dell'uomo: farsi giustizia da soli, oppure aspettare che passi l'inverno per consegnarlo alla legge? Dopo la commedia slapstick ("Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi") e l'action movie di fantascienza/spionaggio ("Il raggio della morte"), Kuleshov continua a ispirarsi al cinema americano e realizza una sorta di western, per quanto atipico e dall'ambientazione ristretta (praticamente tutta la vicenda si svolge fra quattro mura e con soli tre attori, quasi un antesignano del "cinema da camera" alla Roman Polanski). Tratto da un breve racconto di Jack London ("L'imprevisto") e sceneggiato dal critico Viktor Shklovsky, si tratta forse del suo film migliore per via della compattezza della vicenda narrata, dello studio psicologico dei personaggi, della forte espressività degli attori, del setting che porta sullo schermo in maniera impressionante il rapporto fra gli uomini e la natura. Inoltre, a differenza dei lavori precedenti, è assente l'uso eccessivo o forzato della propaganda politica, né sono presenti schematismi o inutili aggiunte a una vicenda che pur scarna e minimalista riesce ad affrontare temi complessi e stratificati (la giustizia, l'etica, la religione, l'avidità, la follia, la vendetta). Notevole in particolare la tensione sempre presente durante la difficile convivenza fra i due coniugi e il criminale nello spazio ridotto della capanna circondata dal fiume in piena (il film fu girato sulle sponde della Moscova). Da sottolineare il finale modificato rispetto al racconto originario di London, con Dennin che sopravvive all'impiccagione dopo il "processo" cui Hans ed Edith lo sottopongono "secondo la legge inglese" (davanti a un ritratto della regina Vittoria). Alexandra Khokhlova era la moglie del regista.

17 giugno 2021

Il raggio della morte (Lev Kuleshov, 1925)

Il raggio della morte (Luch smerti)
di Lev Kuleshov – URSS 1925
con Sergei Komarov, Vsevolod Pudovkin
*1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli.

In un paese occidentale non specificato (la Germania? i cattivi sfoggiano la svastica nazista come simbolo), i lavoratori della fabbrica Helium – che si oppongono ai progetti del proprietario di convertire l'intera produzione in pallottole – vengono oppressi e la loro rivolta soffocata nel sangue dalle milizie fasciste. Per sfuggire alle persecuzioni, uno dei capi della ribellione, Thomas Lann (Sergei Komarov), è costretto a cercare rifugio in Unione Sovietica con l'aiuto della spregiudicata avventuriera Edith (Aleksandra Khokhlova). Qui fa la conoscenza di Podobed (Porfiri Podobed), eccentrico scienziato che ha messo a punto un "raggio della morte" con cui può disintegrare oggetti a distanza. Le spie fasciste vogliono impadronirsene, ma Lann riuscirà a sgominarle e a riportare il raggio in patria per usarlo contro la flotta aerea nemica che si appresta a bombardare la fabbrica... Bizzarra commistione di avventura pulp, fantascienza (ante litteram) e propaganda comunista, con un ritmo serrato, scene d'azione (inseguimenti, combattimenti) e personaggi variopinti: la storia è molto complessa e confusa, oltre che piena di personaggi, tanto che deve ricorrere a numerosi cartelli (alcuni dei quali si limitano a commenti ironici) che rendono la vicenda un po' difficile da seguire. Come se non bastasse, l'ultimo rullo è andato perduto e quindi non possiamo assistere allo scontro finale e all'utilizzo del "raggio della morte". Forse proprio per la commistione di generi e la curiosa "fumettosità" dell'insieme, nonostante i temi fossero in linea con l'ideologia di stato, la pellicola fu male accolta in patria dalla critica: Kuleshov si giustificò dicendo che si trattava di un "esperimento" per mettere in pratica le proprie capacità professionali. Vsevolod Pudovkin e Vladimir Fogel sono le due spie fasciste in lotta fra loro per impadronirsi del "raggio della morte".

16 giugno 2021

Il progetto dell'ingegner Prite (L. Kuleshov, 1918)

Il progetto dell'ingegner Prite (Proekt inzhenera Prayta)
di Lev Kuleshov – Russia 1918
con Boris Kuleshov, Leonid Polevoj
**

Visto su YouTube, con sottotitoli inglesi.

Il giovane ingegnere Mack Prite sta progettando un'innovativa centrale a torba che rivoluzionerà l'industria elettrica, inimicandosi così il magnate del petrolio Orvil Ross, della cui figlia Betsy è peraltro innamorato. Ross gli scatena inutilmente contro una serie di spie, ma alla fine riesce a convincere Gem Torrinuol, amico e compagno di studi di Prite (nonché suo rivale in amore), a sabotare la centrale nel giorno dell'inaugurazione... Primo film di finzione da regista per Lev Kuleshov, all'epoca appena diciannovenne e impiegato presso la compagnia cinematografica di Aleksandr Khanzhonkov. Suo fratello Boris è lo sceneggiatore, nonché l'attore protagonista. Nonostante una generale ingenuità e il fatto che ne sopravvivano solo alcuni frammenti (per un totale di circa mezz'ora), che consentono comunque di ricostruire la trama, il film è da apprezzare per come al tempo stesso sa costruire una storia moderatamente interessante e lanciare messaggi ideologici (la vicenda si svolge negli Stati Uniti, il cattivo è ovviamente un capitalista, mentre il buono un idealista che pensa al bene della popolazione). Certo, più che per i suoi film (i migliori dei quali saranno la commedia "Le straordinarie avventure di Mr. West nel paese dei bolscevichi" del 1924 e il western "Secondo la legge" del 1926) Kuleshov passerà alla storia per il ruolo di direttore della neonata scuola statale di cinematografia (dal 1920), laboratorio creativo dal quale usciranno autori come Vsevolod Pudovkin e Sergei Eisenstein, e per il suo lavoro di teorico (in particolare per gli studi sul montaggio, come l'esposizione di quell'"effetto Kuleshov" che porta il suo nome).

15 giugno 2021

Matthias & Maxime (Xavier Dolan, 2019)

Matthias & Maxime (id.)
di Xavier Dolan – Canada 2019
con Xavier Dolan, Gabriel D'Almeida Freitas
**1/2

Visto in TV (Now Tv), con Sabrina.

Amici sin da bambini, Matthias (Gabriel D'Almeida Freitas) e Maxime (Xavier Dolan) vengono convinti a "recitare" una scena in cui si baciano davanti alla videocamera della sorella di un amico, aspirante cineasta. L'episodio, apparentemente banale e scherzoso, li scuoterà profondamente, facendoli interrogare sui reali sentimenti che nutrono l'uno per l'altro. Forse non originalissimo come temi, il film – con cui Dolan torna a recitare in una pellicola da lui diretta (con un'evidente "voglia di vino" sulla faccia), affrontando le consuete tematiche dell'amicizia, dell'omosessualità e, tanto per non farsi mancare nulla, del rapporto con la madre (quella di Maxime, con problemi psichiatrici e di cui il ragazzo è costretto a prendersi cura) – è nobilitato dalla forma, con tante soluzioni registiche raffinate, ottime interpretazioni e un geniale (come sempre) uso delle musiche (brani classici o pop che siano). Le vicende dei personaggi seguono quasi due binari paralleli (Max, con i suoi problemi familiari, che sta apprestandosi a lasciare il Canada per trasferirsi in Australia; Matt, che lavora nello studio legale del padre e ha una compagna stabile, ma che attraversa una profonda crisi d'identità e si interroga sul proprio futuro). Il cast è completato da Pier-Luc Funk (l'amico Rivette), Camille Felton (la sorella cineasta di questi, che parla in un comico miscuglio di francese e inglese), Anne Dorval (la madre di Max), Marilyn Castonguay (Sarah, la compagna di Matt), Harris Dickinson (il "belloccio" venuto da Toronto). Per una volta il doppiaggio italiano fa la cosa giusta, adattando nella nostra lingua solo un idioma (il francese) e lasciando l'altro (l'inglese) in originale, visto che la loro contrapposizione o contaminazione è importante a fini espressivi.

13 giugno 2021

Cantando sotto la pioggia (Donen, Kelly, 1952)

Cantando sotto la pioggia (Singin' in the rain)
di Stanley Donen, Gene Kelly – USA 1952
con Gene Kelly, Debbie Reynolds
****

Visto in TV (Now Tv).

Siamo nel 1927: mentre Hollywood si appresta alla grande rivoluzione del cinema sonoro, il divo del muto Don Lockwood (Gene Kelly) – che dagli umili inizi come controfigura è diventato una star scavezzacollo alla Errol Flynn – si innamora della ballerina Kathy Selden (Debbie Reynolds): e sarà proprio la ragazza a salvare la sua carriera, doppiando con la propria voce incantevole quella gracchiante e sgradevole di Lina Lamont (Jean Hagen), la sua partner sullo schermo. Capolavoro della commedia musicale, romantico, leggero, appassionante ed energetico, costruito a partire da un gruppo di canzoni pre-esistenti scritte da Arthur Freed e musicate da Nacio Herb Brown per vari musical della MGM del periodo 1929-39: la celeberrima title song "Singin' in the Rain", per esempio, proviene dall'antologia "Hollywood che canta" del 1929. Altri brani noti sono "All I Do Is Dream of You", "You Were Meant for Me" e "Good Morning". Solo due canzoni furono invece scritte appositamente per il film: si tratta dei pezzi comici "Make 'Em Laugh" (peraltro ispirato a un brano di Cole Porter) e "Moses Supposes". Kelly, oltre a cantare, danza e si esibisce in sequenze reminiscenti delle pellicole di Fred Astaire (si pensi ai numeri di tip tap e soprattutto all'eccezionale "Broadway Melody" con la sua bellissima scenografia artificiale). Ma la trama è arricchita da tutto il contorno metacinematografico, con le riflessioni sulla differenza fra cinema muto e sonoro (molti divi e dive videro in effetti terminare bruscamente la propria carriera perché non adatti alla nuova tecnologia: chi per problemi di dizione o di voce, chi perché di origine straniera e poco ferrati con l'inglese, chi semplicemente per uno stile di recitazione non adeguato), riflessioni che verranno riproposte in seguito in un'altra celebre pellicola, la francese "The artist". Curioso come si suggerisca che, insieme alla nascita del sonoro (con tutti i suoi problemi tecnici, come dimostra l'esilarante proiezione in anteprima del film in costume con Don e Lina), venga inventato subito anche il doppiaggio. Paradossalmente, se nel film Kathy doppia Lina, nella realtà la stessa Jean Hagen presta la voce alla Reynolds in una scena (e Betty Noyes ne interpreta le canzoni).

Fra i momenti più memorabili: la scena in cui Don e Lina, mentre recitano una scena d'amore, si insultano a vicenda; gli equivoci legati al primo incontro fra Don e Kathy (con lei che finge di non conoscerlo e anzi di disprezzare gli attori cinematografici); il corteggiamento fra i due in un teatro di posa, immersi in uno scenario magico e artificiale con tanto di effetti speciali (per creare "l'ambiente adatto"); e ovviamente la sequenza più iconica di tutte, il ballo solitario di Don sotto la pioggia (creata artificialmente e illuminata in controluce per farla risaltare di più), scena che fu girata di giorno (con "effetto notte") e mentre Kelly aveva la febbre a 39. Donald O'Connor è Cosmo Brown, l'entusiasta amico di Don nonché direttore delle musiche del suo film, Millard Mitchell è il produttore, Douglas Fowley è il regista, Cyd Charisse la strepitosa vamp dalle gambe lunghissime, vestita di verde e con acconciatura alla Louise Brooks in una sequenza di "Broadway Melody" così sensuale che la censura costrinse i cineasti a tagliarne un segmento in fase di montaggio. La sceneggiatura è della coppia di commediografi musicali formata da Betty Comden e Adolph Green, mentre Kelly e Donen firmano insieme sia la regia che le coreografie (come già in "Un giorno a New York"). Notevole la fotografia a colori iperrealistica di Harold Rosson. Pur registrando nell'immediato un minore successo critico e di pubblico rispetto alla precedente hit di Kelly, "Un americano a Parigi" (soltanto due nomination agli Oscar, per la Hagen come attrice non protagonista e per l'orchestrazione di Lennie Hayton), la pellicola si conquisterà pian piano un'aura di culto e diventerà un indiscusso caposaldo del genere (c'è chi dice addirittura che si tratta del miglior musical di tutti i tempi), ispirando (in maniera diversa), fra gli altri, "La La Land", "Les demoiselles de Rochefort", il citato "The artist", e naturalmente l'"Arancia meccanica" di Stanley Kubrick (dove la canzone "Singin' in the rain" sarà usata in maniera decisamente disturbante).

12 giugno 2021

Giovani si diventa (Noah Baumbach, 2014)

Giovani si diventa (While We're Young)
di Noah Baumbach – USA 2014
con Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver
**1/2

Visto in TV (Now Tv).

Il film si apre con una citazione da "Il costruttore Solness" di Ibsen, cui vagamente si ispira nel mettere a confronto vecchiaia e gioventù. Josh (Ben Stiller) e Cornelia (Naomi Watts) sono una coppia di ultraquarantenni in crisi di mezza età, che stanno cominciando a rendersi conto di quanto la loro vita sia ormai trascorsa in maniera improduttiva. Lui è un documentarista che sta lavorando da dieci anni al suo nuovo lavoro ("Un film di sei ore e mezza che sembra avere sette ore di troppo"), con la paura di concluderlo. Lei, figlia di un maestro del cinema nonché ex mentore del marito (Charles Grodin), ha abbandonato la danza e guarda con perplessità e timore a tutte le coppie di amici che hanno fatto figli. Naturalmente i due non hanno bambini, non viaggiano, non prendono decisioni e ripetono in maniera monotona e noiosa sempre le stesse cose. Ma questa routine viene sconvolta quando conoscono i venticinquenni Jamie (Adam Driver) e Darby (Amanda Seyfried), giovani e spregiudicati, pieni di idee e di iniziative che intraprendono senza paure. La nuova amicizia dona loro una carica di energia, gettandoli in avventure stravaganti e inedite, e spingendoli a ripensare la propria vita, i propri fallimenti e il vicolo cieco in cui si erano cacciati. Fino a quando capiranno però che anche Jamie e Darby non sono perfetti, che anche loro mentono o approfittano della situazione per il proprio tornaconto personale (Jamie, a sua volta aspirante documentarista, ambiva a entrare nelle grazie del padre di Cornelia per farsi produrre una pellicola). Quasi due film in uno: la prima parte è un confronto fra le mentalità di due diverse generazioni (con alcuni interessanti corollari, quasi paradossali: i "giovani", per esempio, si riappropriano delle cose che i "vecchi" hanno buttato, e così hanno la casa piena di vinili, VHS e audiocassette, mentre i "vecchi" sono diventati ormai dipendenti dalle abitudini, dai social media e dai cellulari); la seconda fa riflettere invece sul lavoro del documentarista e sul valore stesso dei documentari: risiedono nel ricercare l'autenticità a tutti i costi (come sostiene Josh, che rifiuta ogni compromesso, a costo di non completare il proprio lavoro o di renderlo noioso e inaccessibile al pubblico) o nella rappresentazione dell'esperienza (per rendere accattivante la quale si può anche mentire o modificare la realtà dei fatti, come fa Jamie)? Un ottimo cast e una buona sceneggiatura completano un film gradevole e sincero, divertente (anche se su toni dolce-amari) e profondo.

11 giugno 2021

Le cronache dei morti viventi (G. Romero, 2007)

Le cronache dei morti viventi (Diary of the dead)
di George A. Romero – USA 2007
con Michelle Morgan, Josh Close
*1/2

Visto in divx.

Il quinto film sugli zombi di Romero, anziché proseguire la storia dei precedenti quattro (ed esplorare la società che i morti viventi avevano cominciato a formare), ne è una sorta di prequel/reboot, visto che ritorna all'origine dell'epidemia, mostrandone i primi giorni attraverso l'occhio della videocamera di un gruppo di studenti universitari e cineasti dilettanti. Abbiamo così una continua ripresa in soggettiva con la camera a mano (sempre accesa, tranne occasionali spegnimenti necessari per il raccordo fra una sequenza e l'altra), e un protagonista – Jason (Joshua Close) – che non si vede quasi mai, se non nei momenti in cui è ripreso dalla videocamera di uno dei suoi compagni, in particolare la fidanzata Debra (Michelle Morgan). La trovata, insomma, sembra anticipare di un anno "Cloverfield", anche se l'idea del found footage è sempre stata di casa nel cinema horror sin dai tempi di "Cannibal holocaust" e poi "The Blair witch project". Altro spunto interessante per differenziare questo film dai precedenti è la riflessione sulla produzione e la condivisione delle informazioni nell'era di internet, con i ragazzi che pubblicano i loro video sul web e sui social media e che intendono "documentare" l'apocalisse zombi a beneficio degli altri sopravvissuti. E poi c'è l'evidente tema del voyeurismo e del desiderio di riprendere ogni cosa ("Se non accade davanti alla telecamera è come se non fosse successo"). Ma per il resto la pellicola offre poco di accattivante: i personaggi – un gruppo di studenti universitari, appunto, e il loro professore (Scott Wentworth) – sono del tutto dimenticabili; la fotografia, anziché realistica, è buia, livida e filtrata; e il ritmo è monotono. Shawn Roberts torna dal quarto film, ma in un ruolo differente.

10 giugno 2021

Mystery train (Jim Jarmusch, 1989)

Mystery Train - Martedì notte a Memphis (Mystery Train)
di Jim Jarmusch – USA 1989
con Youki Kudoh, Nicoletta Braschi
***

Visto in TV (Prime Video), in originale con sottotitoli.

Diversi personaggi (provenienti da varie parti del mondo) si ritrovano a Memphis, in Tennessee, e finiscono col pernottare nello stesso albergo. Diviso in tre parti distinte (ciascuna con un proprio titolo), il quarto lungometraggio di Jarmusch prosegue la sua esplorazione dell'America di provincia, pigra e desolata, vista dal di dentro ma anche dal di fuori (con gli occhi, cioè, di stranieri) e con il suo consueto minimalismo, attraverso atmosfere al tempo stesso realistiche, stranianti e surreali. E pur se lo stile è completamente diverso, col senno di poi sembra in molte cose un precursore di "Pulp fiction": storie parallele che si intersecano (sia pur debolmente), cronologia sfasata (con occasionali scene o momenti che si ripetono), dialoghi "liberi" e realistici su argomenti quotidiani o di cultura pop, vicende criminali. Da apprezzare, come dicevo, il bizzarro ma divertente scarto culturale nelle interazioni fra personaggi che provengono letteralmente da altre parti del pianeta e si ritrovano, come naufraghi da un mondo distante ("Lost in space"), sperduti a Memphis e ospiti nel suo albergo vecchio e cadente, le cui stanze tutte uguali (e dallo stesso prezzo) sono prive di televisione ma con un immancabile ritratto di Elvis Presley alle pareti. Proprio "il re", naturalmente, aleggia con la sua figura in ogni momento della pellicola. Nel primo episodio, "Lontano da Yokohama", una coppia di fidanzatini giapponesi (Masatoshi Nagase e Youki Kudoh) giunge in città in treno per visitare i luoghi simbolo del cantante e della sua musica. Nel secondo, "Il fantasma", una giovane vedova italiana (Nicoletta Braschi), costretta a farvi scalo per una notte, incontra il suo spettro. Nel terzo, "Perduti nello spazio", un operaio inglese (Joe Strummer) che ha perso il lavoro e la ragazza nello stesso giorno, e che è soprannominato proprio Elvis dagli amici per via della sua acconciatura, rapina un negozio di liquori. Oltre a personaggi ricorrenti che le legano l'una all'altra, le tre storie hanno in comune diversi elementi (l'accendino Zippo, la canzone "Blue moon" ascoltata alla radio nel cuore della notte) e sono unite anche stilisticamente dalla fotografia di Robby Müller (che enfatizza, per esempio, il colore rosso: l'abito del concierge dell'albergo, la valigia dei fidanzati giapponesi, il rossetto con cui giocano, il vestito e la borsa di Luisa, il pickup con cui Johnny/Elvis e i suoi due amici fuggono). La musica è di John Lurie, la voce dello speaker radiofonico è di Tom Waits (entrambi avevano recitato, insieme alla Braschi, nel precedente film di Jarmusch, "Daunbailò"). Il cast comprende anche Elizabeth Bracco (Dee Dee, la ragazza di Johnny), Steve Buscemi (il barbiere Charlie, suo fratello), Rick Aviles (Will Robinson), Tom Noonan (il tipo strambo che Luisa incontra nel bar), Screamin' Jay Hawkins e Cinqué Lee (rispettivamente il portiere notturno e il facchino dell'albergo). Cameo per Rufus Thomas (l'uomo nella stazione che chiede ai due giapponesi di fargli accendere il sigaro). Il titolo del film, oltre a far riferimento al treno delle scene iniziali e finali, è ovviamente lo stesso di una canzone di Elvis.

9 giugno 2021

Dragon (Indar Dzhendubaev, 2015)

Dragon (On – drakón)
di Indar Dzhendubaev – Russia 2015
con Maria Poezzhaeva, Matvey Lykov
**1/2

Visto in TV (Prime Video).

Nel giorno del suo matrimonio, la principessa Miroslava viene rapita da un drago, che la conduce con sé nella sua isola. In attesa dell'arrivo del suo promesso sposo Igor, che dovrebbe salvarla, la ragazza scopre però che il drago può assumere le fattezze di un uomo, da lei ribattezzato Arman, e lentamente se ne innamora... Rilettura in chiave fantasy de "La bella e la bestia" (passando per "Laguna blu"!), questa pellicola è un'interessante variazione del genere romantico per young adult che in tempi recenti (da "Twilight" in poi) ha saccheggiato un po' tutti i luoghi dell'immaginario horror/fantastico. La buona confezione, gli effetti speciali e la rappresentazione del mondo ancestrale russo/scandinavo da cui proviene la protagonista (il villaggio sul mare e immerso nella neve) lo rendono assai gradevole, almeno più degli equivalenti prodotti hollywoodiani, visto che rispetta e non banalizza gli archetipi delle fiabe. Ovviamente la metafora sottostante è quella dell'innamoramento e della scoperta della sessualità ("Hai paura dei draghi, ma vuoi giocarci"). Il produttore è Timur Bekmambetov. Flop al botteghino in patria, il film è stato invece ben accolto all'estero (per esempio in Cina, dove è diventato il film russo con il maggiore incasso).

8 giugno 2021

I ragazzi di Fengkuei (Hou Hsiao-hsien, 1983)

I ragazzi di Fengkuei (Fenggui lai de ren)
di Hou Hsiao-hsien – Taiwan 1983
con Niu Doze, Lin Hsiu-ling
***

Visto in TV (RaiPlay), in originale con sottotitoli.

Ah-ching (Niu) e i suoi amici vivono nel villaggio costiero di Fengkuei, dove trascorrono il tempo bighellonando pigramente e facendo risse con altre bande di ragazzi. Decisi a mettere la testa a posto, si trasferiscono nella più grande città di Kaohsiung in cerca di lavoro. Ma anche qui non mancheranno le delusioni e le disavventure. Il quarto film di Hou Hsiao-hsien è il suo primo vero capolavoro. Scritto da Chu Tien-wen, con il quale il regista lavorerà in tutti i suoi film successivi (i due avevano già collaborato insieme alla sceneggiatura di "Growing up", uscito lo stesso anno e diretto da quel Chen Kunhou che qui è il responsabile della fotografia, film che secondo molti critici segna il punto d'avvio del Nuovo Cinema Taiwanese di cui proprio HHH – insieme ad Edward Yang – sarà uno dei principali esponenti), è un racconto di coming-of-age dai toni realistici, i cui i temi dell'amicizia e dell'adolescenza sono trasfigurati attraverso i ricordi d'infanzia. Il rapporto del protagonista con il proprio padre (divenuto disabile ma che continua a ricorrere nei suoi sogni e nelle memorie), quello con gli amici e quello con le ragazze (segnatamente Hsiao-hsing (Lin), fidanzata del vicino di casa che proviene dal loro stesso villaggio) è raccontato con sensibilità e attenzione, descrivendo personaggi e ambienti senza mai andare sopra le righe. Se i tre film precedenti di HHH, in particolare i primi due, obbedivano a loro modo a regole ed esigenze del cinema commerciale, qui si respira sincerità e un afflato personale senza filtri, come se i protagonisti fossero il regista stesso e i suoi collaboratori da giovani, spersi fra la fine della scuola, la spensieratezza dell'adolescenza, la speranza di un lavoro, l'inizio del servizio militare che incombe, nella disperata ricerca di un posto nel mondo e nella vita. E l'atmosfera è commentata e amplificata da una straordinaria colonna sonora a base di musica barocca (Bach e Vivaldi).

7 giugno 2021

L'incredibile storia dell'Isola delle Rose (S. Sibilia, 2020)

L'incredibile storia dell'Isola delle Rose
di Sydney Sibilia – Italia 2020
con Elio Germano, Leonardo Lidi
**

Visto in TV (Netflix), con Sabrina.

In cerca di libertà, l'ingegnere idealista Giorgio Rosa costruisce una piattaforma nel Mar Adriatico, al largo di Rimini, appena fuori dalle acque territoriali. Finché ospiterà feste e turisti andrà tutto bene; ma quando farà domanda all'ONU per essere riconosciuto come "stato indipendente" (dopo essersi dotato di una "lingua ufficiale" – l'esperanto – e aver cominciato a emettere francobolli e battere moneta), il governo italiano reagirà con ostilità... Ispirato a una storia (incredibilmente) vera, accaduta alla fine degli anni sessanta (ma la sceneggiatura romanza molti particolari), una pellicola divertente ma la cui sceneggiatura scolastica banalizza un argomento che aveva un grande potenziale. E così, fra battute e personaggi macchiettistici – l'amico alcolizzato e razzista (Leonardo Lidi), l'apolide tedesco e organizzatore di feste (Tom Wlaschiha), il "naufrago" taciturno (Alberto Astorri), la barista incinta (Violetta Zironi), la fidanzata esperta di diritto internazionale (Matilda De Angelis) – tutto scorre in maniera comica e fondamentalmente innocua. Le scene migliori sono quelle che riguardano i politici italiani, interpretati da Fabrizio Bentivoglio (il ministro dell'interno Franco Restivo) e Luca Zingaretti (il presidente del consiglio Giovanni Leone), anche se pure la satira politica è all'acqua di rose o volge in burletta. Alla regia (ma anche al cast) mancano la forza e la corrosività del film d'esordio di Sibilia, "Smetto quando voglio". Andrea Pennacchi è il padre di Giorgio, François Cluzet il presidente del Consiglio d'Europa. Tanto il product placement.

6 giugno 2021

Mortal Kombat (Simon McQuoid, 2021)

Mortal Kombat (id.)
di Simon McQuoid – USA/Australia 2021
con Lewis Tan, Jessica McNamee
*1/2

Visto in TV (Now Tv).

L'ex lottatore professionista Cole Young (Lewis Tan) scopre di essere il discendente di un leggendario ninja giapponese, Hanzo Hasashi/Scorpion (Hiroyuki Sanada), e in quanto tale viene reclutato fra i "campioni" della Terra che dovranno battersi in un torneo contro quelli del Regno esterno, una dimensione popolata da creature malvagie. Terzo film (dopo quelli del 1995 e del 1997, con cui non ha nulla in comune: siamo di fronte a un reboot) ispirato al celebre videogioco picchiaduro/fantasy degli anni novanta. I fan ritroveranno numerosi personaggi del gioco, divisi fra buoni – Sonya Blade (Jessica McNamee), Jax (Mehcad Brooks), Liu Kang (Ludi Lin), Kung Lao (Max Huang) – e cattivi – Sub-Zero (Joe Taslim), Kano (Josh Lawson), Goro e Reptile (in CGI), Kabal (Daniel Nelson), Mileena (Sisi Stringer), Nitara (Mel Jarnson), Reiko (Nathan Jones) – con i loro poteri speciali (chi lancia palle di fuoco, chi manipola il freddo e la temperatura, chi è semplicemente un mostro con quattro braccia). Tadanobu Asano è Lord Raiden, il "protettore" della Terra, mentre Chin Han è Shang Tsung, il suo corrispettivo a capo del Regno esterno. Quanto alla sceneggiatura, pur fedele alle linee generali della backstory del gioco, è soltanto una goffa scusa per mettere in scena prima l'addestramento degli eroi (che devono risvegliare le proprie capacità) e poi i combattimenti, un mix fra arti marziali coreografate ed effetti speciali digitali (che consentono, fra l'altro, di rappresentare le violente "fatalities", ovvero le assai cruente conclusioni degli scontri). Nulla di particolarmente interessante o sconvolgente, comunque. Tutto è ovviamente apparecchiato per un sequel: a tutti gli effetti il "decimo torneo" tanto atteso non inizia mai, e nelle ultime scene Cole va alla ricerca di altri lottatori, il primo dei quali sarà Johnny Cage.

5 giugno 2021

Il re degli straccioni (Sam Taylor, 1926)

Il re degli straccioni (For Heaven's Sake)
di Sam Taylor – USA 1926
con Harold Lloyd, Jobyna Ralston
**1/2

Visto su YouTube.

Innamorato della bella Hope (Ralston), il giovane J. Harold Manners (Lloyd), ricco sfondato e perdigiorno, finanzia il padre di lei (Paul Weigel), aiutandolo a istituire una missione nei bassifondi per dare conforto ai poveri e un'educazione religiosa ai malviventi. Saranno proprio straccioni e gangster, che hanno imparato ad apprezzarlo, a "salvarlo" quando i suoi amici milionari vorranno impedirgli di sposare la ragazza. Fra commedia degli equivoci (tutta la prima parte, incentrata sul filantropismo involontario del protagonista), satira e gag slapstick (le sequenze finali, con sketch acrobatici e corse sfrenate su vari mezzi di trasporto, come il bus scoperto che viaggia impazzito e senza conducente per le strade della città), uno dei maggiori successi al botteghino per Harold Lloyd, nonostante il comico non fosse soddisfatto del girato finale e abbia pensato più volte di rinviare il film (parte del materiale scartato verrà riciclato nel successivo "A rotta di collo").

4 giugno 2021

Il bi e il ba (Maurizio Nichetti, 1985)

Il bi e il ba
di Maurizio Nichetti – Italia 1985
con Nino Frassica, Marco Messeri
*1/2

Visto in TV (Prime Video).

Dal paesino siciliano di Scasazza, lo sconclusionato Antonino Scannapieco decide di recarsi a Roma per consultare un sedicente professore-veggente a proposito dei misteri della vita. Ma nella grande città vivrà avventure di ogni tipo. Primo ruolo da protagonista per Nino Frassica, con un personaggio scombinato e inconsapevole, dalle caratteristiche (e dal nome) simili a quello che contemporaneamente lo rendeva celebre nella trasmissione televisiva "Quelli della notte", in particolare l'eloquio surreale ricco di malapropismi, parole storpiate e modi di dire inventati. A differenza dei suoi lavori precedenti, la mano di Nichetti – che per la prima volta non recita in un film da lui diretto – si vede poco (forse solo nella satira del consumismo, come nelle scene del negozio di elettrodomestici o della venditrice di enciclopedie): è essenzialmente un film di Frassica (anche co-sceneggiatore). Si salva una certa vena anarchica alla Totò, con Antonino che causa ed è vittima di numerosi equivoci, e qualche gag indovinata, ma complessivamente resta una pellicola debole e frammentaria. La cosa migliore è senza dubbio il personaggio interpretato da Marco Messeri, Armando Maria Balestri, aspirante cineasta fallito che inveisce contro l'establishment, la tv ("Silvio Berlusconi non mi avrà" – "Perché, ti voleva?" – "No") e il cinema impegnato ("Ma chi sono i fratelli Taviani?"). Piccoli ruoli per Maria Giovanna Elmi (l'oggetto del desiderio di Antonino, nei panni di sé stessa), Leo Gullotta, Nino Terzo, Roberto Della Casa, Luca Sportelli.

3 giugno 2021

Reach (James Cameron, 1988)

Reach
di James Cameron – USA 1988
con Bill Paxton, Kathryn Bigelow
**

Visto su YouTube.

Mentre era impegnato nella preparazione di "The abyss" (1989), James Cameron girò questo video musicale per Bill Paxton, attore che era apparso in piccoli ruoli nei suoi film precedenti (era uno dei punk presenti all'arrivo di Schwarzy in "Terminator", nonché uno dei marines spaziali in "Aliens") e che tornerà anche nei lavori successivi (da ricordare, su tutti, il cacciatore di tesori sottomarini nel prologo di "Titanic"). Qualche anno prima Paxton aveva fondato con l'amico Andrew Todd Rosenthal una band musicale chiamata Martini Ranch, che nel 1988 produsse il suo primo e unico album, "Holy Cow". Per il videoclip del singolo "Reach", Cameron pensò a un'ambientazione western polverosa e anacronistica (i cavalli sono sostituiti da moto di grossa cilindrata), in qualche modo reminiscente del mondo post-apocalittico di "Mad Max". All'inizio vediamo un biker giungere in un villaggio di frontiera, mentre una serie di flashback ci rivela che si tratta di un rapinatore in fuga. Sulle sue tracce c'è infatti una banda di cacciatrici di taglie, tutte donne, che non avranno problemi ad acciuffarlo. I marchi di fabbrica di Cameron (le donne forti, toste o muscolose: Paxton coinvolse tre bodybuilder che conosceva) si intrecciano con citazioni esplicite degli spaghetti western (anche musicali: nel brano si ode chiaramente il fischio morriconiano de "Il buono, il brutto, il cattivo"), all'insegna dell'ironia e delle strizzatine d'occhio. I membri della band (compreso il tastierista Robert O'Hearn) appaiono vestiti da mariachi messicani. Camei per diversi volti noti, da Kathryn Bigelow (che Cameron stava per sposare) agli attori Lance Henriksen, Paul Reiser, Jenette Goldstein, Bud Cort, Judge Reinhold, Adrian Pasdar e Brian Thompson. Quanto alla canzone, non è niente di che, ma è comunque gradevole.

2 giugno 2021

The fighting generation (A. Hitchcock, 1944)

The Fighting Generation
di Alfred Hitchcock – USA 1944
con Jennifer Jones
[sv]

Visto su YouTube.

Oltre ai due cortometraggi di propaganda in francese girati per il ministero dell'informazione britannico ("Bon voyage" e "Avventura malgascia"), nel 1944 Hitchcock (non accreditato nei titoli di testa, così come non sono menzionati lo sceneggiatore Stephen Longstreet e il direttore della fotografia Gregg Toland) realizzò anche questo breve short per il dipartimento del tesoro americano con l'obiettivo di promuovere le vendite dei titoli di guerra (war bond). Il film dura poco meno di due minuti (è praticamente uno spot pubblicitario) e soltanto un breve stacco dopo trentatré secondi gli impedisce di essere composto da un solo piano sequenza. Jennifer Jones, unica attrice (il corto è prodotto dal suo futuro marito David O. Selznick), appare nel ruolo di sé stessa e nei panni di un'aiuto infermiera che si prende cura di un soldato ferito in guerra, suo "amico d'infanzia". La Jones parla rivolta in camera, direttamente agli spettatori, invitandoli a partecipare allo sforzo bellico acquistando war bond. Nulla più che una curiosità o un documento storico, il film fu girato in un solo giorno e fa parte di una serie di "annunci di pubblico interesse" prodotti negli anni della guerra, spesso coinvolgendo celebri star del cinema come testimonial.

31 maggio 2021

Fantasia (aavv, 1940)

Fantasia (id.)
di Samuel Armstrong, James Algar, Bill Roberts, Hamilton Luske, Norman Ferguson, Wilfred Jackson, et al. – USA 1940
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD.

Sin dall'avvento del sonoro, il legame fra musica classica e cinema d'animazione è sempre stato molto stretto. Proprio Walt Disney si era reso rapidamente conto del grande potenziale artistico insito nell'abbinare perfettamente la musica e i disegni animati (si dice che il grande successo di "Steamboat Willie", il primo cortometraggio di Topolino, fosse dovuto anche a questo aspetto). E contemporaneamente alla serie dedicata al topo, aveva messo in cantiere un ciclo di corti a tema musicale, le "Silly Symphonies" ("Sinfonie allegre" in italiano), dove proprio la colonna sonora (e il suo abbinamento con l'animazione, perfettamente sincronizzato) giocava un ruolo fondamentale, scandendo i tempi dell'azione e accompagnando i movimenti dei personaggi. Apprezzata dal pubblico e dalla critica, la serie non aveva un personaggio o un tema fisso, e spaziava in generi, ambientazioni e stili molto diversi, inaugurando fra l'altro (con "Flowers and trees", nel 1932) l'uso del colore in casa Disney. Anche il primo cortometraggio a colori di Mickey Mouse, "The band concert" ("Fanfara") del 1935, era a tema musicale, con Topolino nei panni del direttore di una banda di paese e Paperino in quelli del disturbatore. Nel 1937, infine, in collaborazione con il direttore d'orchestra Leopold Stokowski fu messo in cantiere "L'apprendista stregone", basato sul poema sinfonico di Paul Dukas (a sua volta ispirato all'omonima ballata di Goethe), che venne realizzato l'anno successivo. Resosi però conto che il cortometraggio era troppo bello (e costoso!) per uscire da solo nelle sale, Disney pensò di costruirvi attorno un intero film. Insieme a Stokowski e al critico musicale Deems Taylor, la cui voce narrante introdurrà i singoli pezzi, selezionò così altri sette brani di musica classica da trasformare in altrettante sequenze animate: nacque così il suo progetto culturalmente più ambizioso, una pellicola con cui avrebbe tentato di coniugare l'arte "popolare" e quella "colta", desiderio che aveva sempre covato nel profondo. E il risultato è effettivamente affascinante, un film bello e multiforme, che per molti bambini può costituire forse il primo incontro con l'incanto della musica classica. A questo proposito è da apprezzare la varietà: si va dal barocco (Bach) al contemporaneo (Stravinsky). Oltre a quelli presenti nel film, fra i brani presi in considerazione c'era inizialmente anche il "Clair de lune" dalla Suite bergamasque di Claude Debussy: ma la sequenza, già completamente animata, venne poi tagliata all'ultimo momento e riutilizzata con una nuova colonna sonora nell'antologia "Musica maestro" del 1946.

Il titolo "Fantasia" (in italiano, in quanto facente parte della terminologia musicale: quello di lavorazione era semplicemente "The concert feature") è programmatico: l'obiettivo era infatti di lasciare che "la fantasia si liberasse (...), che l'azione controllata dalla musica producesse fascino nel reame dell'irrealtà". A questo scopo, la pellicola nei suoi vari segmenti esplora stili molto diversi, passando da sequenze astratte (la "Toccata e fuga") ad altre più espressive ("Lo schiaccianoci", "La sagra della primavera"), da episodi comici e slapstick ("L'apprendista stregone", "La danza delle ore", la "Pastorale") a momenti ad alta intensità drammatica ("Una notte sul Monte Calvo") e persino religiosa (l'"Ave Maria"). In tutto questo, la ricerca sul rapporto fra musica e immagine non viene mai meno, e la grande cura nella sincronizzazione della colonna sonora con i disegni è evidente. Distribuito inizialmente in forma limitata fra il 1940 e il 1942, in una serie di roadshow in giro per l'America (il che ne fa cronologicamente il terzo lungometraggio classico della Disney, dopo "Biancaneve" e "Pinocchio"), il film venne infine distribuito dalla RKO nelle sale di tutta la nazione soltanto nel 1942 ma in una versione tagliata che eliminava la "Toccata e fuga" (troppo sperimentale) e le sequenze di raccordo, che vennero poi reintegrate a partire dal 1946. Nonostante i primi commenti positivi, però, il successo non arrise: i critici musicali lamentarono i rimaneggiamenti nelle partiture, quelli cinematografici l'arbitrarietà di alcune interpretazioni (su tutte la "Pastorale" e "La sagra della primavera"), mentre il pubblico trovò il film troppo lungo e i bambini si annoiarono durante le sequenze meno narrative. Per la delusione (sia per il flop commerciale che per il rifiuto da parte del mondo accademico), Disney accantonò ogni ulteriore proposito di accostarsi al mondo della cultura "alta". Il progetto iniziale era quello di riproporre "Fantasia" al cinema a intervalli regolari, sostituendo di volta in volta alcuni brani con altri nuovi, in modo che il pubblico potesse assistere sempre a qualcosa di diverso. Di fatto, questo avverrà soltanto sessant'anni più tardi, quando uscirà il sequel "Fantasia 2000" con sette nuovi segmenti al fianco dell'"Apprendista stregone". Il film originale, come quasi tutti i lungometraggi disneyani, sarà invece riedito nelle sale a più riprese, nel 1956, 1963, 1969 (quando finalmente rientrò nei costi!), 1977, 1982 (con una nuova colonna sonora diretta da Irwin Kostal al posto di quella di Stokowski, ormai deteriorata), 1985 e 1990 (con la musica originale digitalmente restaurata).

- "Toccata e fuga in re minore" di Johann Sebastian Bach.
Dopo l'introduzione di Taylor nei panni del maestro di cerimonie, e l'ingresso di Stokowski e dell'orchestra che accorda i suoi strumenti, proprio come in un concerto, si comincia con il primo brano. E non poteva trattarsi di un inizio più ardito e ostico. Non tanto per la musica, una versione sinfonica del celebre pezzo per organo di Bach, quanto per l'accompagnamento visivo, forse la sequenza più astratta mai prodotta dalla Disney (secondo alcuni critici, la sua fantasia psichedelica e caleidoscopica di colori e forme geometriche anticiperebbe addirittura il "2001" di Kubrick). La regia è di Samuel Armstrong, mentre l'animatore tedesco Oskar Fischinger è accreditato come responsabile dello sviluppo visivo (anche se le sue idee non piacquero a Disney, che inizialmente pensava addirittura di proiettare la sequenza in 3D, con tanto di occhialini distribuiti al pubblico).

- "Suite dello Schiaccianoci" di Pyotr Ilyich Ciajkovskij.
Il secondo brano è costituito da un pot-pourri di danze tratte dal balletto "Lo schiaccianoci", fra cui il celebre "Valzer dei fiori", interpretate visivamente da varie creature della natura durante l'alternanza delle stagioni (fatine che irrorano di rugiada i fiori, fanno appassire le foglie o pattinano sui ruscelli ghiacciati; funghi dalle fattezze "cinesi", pesci "arabi" dalle pinne seducenti, foglie e semi portati dal vento, fiocchi di neve o i fiori stessi – come campanule e tulipani "cosacchi" – che ballano vorticosamente le differenti danze). Le coreografie, che seguono il ritmo e le note della musica con mirabile sincronizzazione, sono opera di Jules Engel e (nel caso dei funghi) dell'animatore Art Babbitt. Anche questa sequenza, forse la più lodevole tecnicamente ma anche la più "innocua" e meno originale della pellicola, è diretta da Samuel Armstrong, con la direzione artistica di Sylvia Holland.

- "L'apprendista stregone" di Paul Dukas.
Il segmento più famoso, nonché il vero "manifesto" del film. Il brano sinfonico di Dukas, con la sua melodia assai orecchiabile, è ispirato a un poema di Goethe che racconta essenzialmente la stessa storia che possiamo vedere nel cartone animato, in cui Topolino interpreta il giovane apprendista di uno stregone che, approfittando dell'assenza del suo padrone, prova a usare la magia per animare una scopa affinché questa porti l'acqua dal pozzo al suo posto. Seguiranno sogni di gloria, ma anche inevitabili disastri. Comico e con morale annessa, il cortometraggio segna l'esordio del restyling di Mickey Mouse pensato da Fred Moore (movenze più morbide, corpo più flessibile, occhi più espressivi al posto delle enormi iridi precedenti). Per il ruolo del protagonista ingenuo e combinaguai, a dire il vero, in un primo momento si era pensato al Cucciolo (Dopey) di "Biancaneve", che perse così l'occasione di diventare una star autonoma: forse sarebbe stato più adatto, visto che la caratterizzazione di Topolino (anche nei fumetti) aveva ormai preso strade diverse, perdendo la trasgressività giovanile che qui recupera almeno in parte. In ogni caso, visivamente questa è una delle sue raffigurazioni più iconiche. Il nome (non ufficiale) dello stregone è Yen Sid, ovvero Disney letto al contrario: il suo rapporto autoritario e paternalistico con Mickey sarebbe simile a quello di Walt con gli animatori e i disegnatori al suo servizio. Un critico paragonò il segmento, e i suoi temi dell'abuso di potere e del "perverso tradimento delle migliori intenzioni", a una rappresentazione del nazismo che in quegli anni dominava l'Europa. La regia è di James Algar. Al termine del brano, Topolino – smessi i panni di "attore" – raggiunge il palco per stringere la mano a Stokowski (in silhouette).

- "La sagra della primavera" di Igor Stravinsky.
La storia della Terra, dalle origini geologiche alle violente eruzioni vulcaniche con la formazione della crosta, fino alla comparsa delle prime creature viventi, all'epoca dei grandi dinosauri e infine alla loro estinzione. Insieme alla "Pastorale", è l'episodio più controverso: non per la sua qualità (disegni, animazione e atmosfera sono di alto livello), ma per l'interpretazione data da Disney a quello che era un balletto su temi antropologici e tribali (peraltro pesantemente "tagliato" da Stokowski: in un primo momento gli animatori avevano pensato di adattare "L'uccello di fuoco"). Per evitare di indispettire i creazionisti, si preferì evitare di mostrare sullo schermo uomini preistorici, il che non impedì l'insorgere di polemiche legate a una concezione "materialistica" dell'origine della vita. Venne comunque richiesta la consulenza di celebri paleontologi, biologi e astronomi. John Hubley è il direttore artistico, Bill Roberts e Paul Satterfield i registi. È il brano musicalmente più "recente" del film: Stravinsky, unico compositore ancora in vita al momento della sua uscita, non apprezzò l'arrangiamento e la semplificazione della partitura. Bruno Bozzetto, quando realizzerà il suo spoof "Allegro non troppo", si ricorderà forse di questo segmento per il "Bolero".

Segue un breve intermezzo, come a spezzare il concerto in due parti, nel quale i musicisti si dilettano in improvvisazioni di stampo jazzistico. Viene poi introdotta la "colonna sonora", rappresentata in maniera stilizzata, che timidamente emette suoni per dimostrare al pubblico come i diversi strumenti possono apparire visivamente sotto forma di linee e onde sullo schermo.

- "Sinfonia n. 6, Pastorale" di Ludwig van Beethoven.
Un'ambientazione mitologica (il monte Olimpo, residenza degli dèi) fa da sfondo alle vicende quotidiane di unicorni, pegasi, satiri, amorini e centauri (maschi e femmine, che amoreggiano). L'arrivo di Dioniso (o meglio, Bacco) e del suo corteo segna il momento della vendemmia, ma la festa è interrotta dai fulmini di Zeus e dalla tempesta che scuote ogni cosa. Però poi torna il sereno e tutti salutano il carro del sole trainato da Apollo, prima del sopraggiungere della notte. Il mondo del mito greco-romano, rappresentato in modo colorato e simpatico, ha fatto storcere il naso a gran parte dei critici, anche per l'arbitrarietà con cui è stato abbinato a una sinfonia così celebre e importante (per quanto si tratti di una delle composizioni di Beethoven più "descrittive", ovvero che più si presta a essere legata a immagini narrative e di natura bucolica, "pastorale" appunto, come un poema sinfonico). Da notare che nel programma iniziale si pensava a tutt'altro brano, "Cydalise et le Chèvre-pied" di Gabriel Pierné, con la sua marcia di apertura, "L'entrata dei piccoli fauni": ma gli animatori ebbero problemi nello sviluppare la storia e si decise di cambiare la musica. I registi sono Hamilton Luske, Jim Handley e Ford Beebe. Questo segmento è famigerato anche per la presenza delle stereotipate centaurine "nere" al servizio di quelle "bianche": furono rimosse a partire dagli anni sessanta, uno dei più celebri di casi di censura in un lungometraggio della Disney.

- "La danza delle ore" di Amilcare Ponchielli.
Il popolare balletto tratto dall'opera "La gioconda" è interpretato da una serie di animali, scelti fra quelli esteticamente più improbabili e apparentemente meno adatti alla danza classica: struzzi, ippopotami, elefanti (femmine) e alligatori (maschi). È l'episodio più buffo, divertente, comicamente contagioso, e probabilmente quello che meglio interpreta la natura giocosa della musica di partenza. I quattro gruppi di animali rappresentano i quattro momenti della giornata che si succedono (mattina, pomeriggio, sera e notte: le "ore", appunto), prima dello scatenato finale in cui tutti interagiscono fra di loro, fino al rovinoso crollo del palazzo neoclassico che li ospita. L'espressività degli animali antropomorfi è sempre stata uno dei punti di forza dei disegnatori della Disney, e qui dimostrano il perché. La regia è di T. (Thornton) Hee e Norman Ferguson. Gli animatori studiarono i movimenti di veri ballerini per realizzare una danza che, pur caricaturale, apparisse legittima.

- "Una notte sul Monte Calvo" di Modest Mussorgsky.
Si conclude con il botto. Da sempre i "cattivi" sono uno dei segreti del successo dei lungometraggi disneyani, e Chernabog, il gigantesco diavolo che emerge dalla montagna e ricopre di oscurità il sottostante villaggio con il suo sabba infernale di spiriti maligni e anime risvegliate dal cimitero, non fa eccezione. Evidenti le reminiscenze della prima "Silly Simphony", "La danza degli scheletri" del 1929 (a sua volta forse ispirata a un altro celebre brano musicale, la "Danse macabre" di Camille Saint-Saëns). Al culmine del sabba degli spiriti, che danzano e si contorcono, il suono di una campana segna il sopraggiungere dell'alba che li spazza via, mentre il demone ripiega le sue ali e si riaddormenta. Il terribile Chernabog venne animato da Vladimir Tytla ispirandosi a un disegno dell'artista svizzero Albert Hurter e ai bozzetti dell'illustratore Kay Nielsen. Il regista è Wilfred Jackson.

- "Ave Maria" di Franz Schubert.
Senza soluzione di continuità, come se si trattasse di un unico brano, dal pezzo di Mussorsgky si passa a una versione corale dell'Ave Maria di Schubert che accompagna una processione di monaci verso una cattedrale, attraversando un ponte e un bosco, ciascuno recante una fiaccola in mano che si riflette nel fiume sottostante. Evidente il desiderio di Disney di contrapporre subito una forza del bene, religiosa e celeste, alle potenze del male evocate sullo schermo in precedenza (il conflitto fra bene e male è sempre al centro dei suoi lavori), per terminare la pellicola su toni di quiete e speranza. La voce solista è di Julietta Novis, su un testo scritto appositamente da Rachel Field. Quasi statica, la sequenza fa ampio uso della cosiddetta multiplane camera, un dispositivo che permetteva di filmare, animare e fondere insieme diversi livelli di profondità (da quelli in primo piano fino ai fondali). Come nel segmento precedente, la regia è di Wilfred Jackson e i bozzetti di Kay Nielsen.

30 maggio 2021

Catherine (A. Dieudonné, J. Renoir, 1924)

Catherine, aka Une vie sans joie
di Albert Dieudonné [e Jean Renoir] – Francia 1924
con Catherine Hessling, Louis Gauthier
*1/2

Visto su YouTube.

Impiegata come domestica presso una famiglia alto-borghese, in una cittadina di provincia nel sud della Francia, l'orfana Catherine (Hessling) viene scacciata di casa dopo la morte del suo padrone Maurice (Albert Dieudonné), l'unico che provava affetto per lei. Vivrà di stenti e di espedienti fino a quando non sarà accolta da un politico (Louis Gauthier) che la assume come segretaria, nonostante le maldicenze che vorrebbero farla passare come sua amante, e che per lei non esiterà a mettere a repentaglio la propria carriera. Melodramma a sfondo sociale, poco più di un feuilleton dai toni patetici e morali (l'attacco è all'ipocrisia e al falso moralismo delle classi agiate), questo film muto non sarebbe altro che una curiosità se non rappresentasse l'esordio dietro la macchina da presa di Jean Renoir, figlio del pittore Pierre-Auguste, che scrisse appositamente la sceneggiatura per sua moglie Andrée Heuchling (ex modella del padre, che qui recita con un nome d'arte) e che sul set "non poteva trattenersi dall'intervenire continuamente nella regia" (come scrive lui stesso nella sua autobiografia). Molte scene sono state girate a Nizza. Renoir stesso interpreta il sotto-prefetto. Cinematograficamente è interessante la sequenza finale, anche se avulsa dal resto della pellicola, in cui la povera Catherine si trova a bordo della carrozza di un tram lanciato a tutta velocità verso un burrone. Il titolo "Une vie sans joie" è quello della riedizione del 1927, dopo che una battaglia legale aveva attribuito la paternità del film al solo Dieudonné, accreditando Renoir come aiuto regista.

29 maggio 2021

Il buio si avvicina (Kathryn Bigelow, 1987)

Il buio si avvicina (Near Dark)
di Kathryn Bigelow – USA 1987
con Adrian Pasdar, Jenny Wright
**1/2

Visto in divx.

In una notte stellata, il giovane cowboy Caleb (Pasdar) incontra la bella Mae (Wright), ragazza misteriosa ed enigmatica che lo morde sul collo e lo trasforma in un vampiro. Vagherà per le strade dell'America insieme a lei e al gruppo di cui fa parte, nascondendosi di giorno e andando a caccia di notte, rifiutandosi sempre però di uccidere per placare la propria sete, prima di riuscire a trovare una cura... Realizzato sulla scia di "Ragazzi perduti" e di altre pellicole che avevano riportato in auge il tema dei vampiri in modo non convenzionale (ma è da notare che la parola "vampiro" non viene mai pronunciata) e co-sceneggiato con Eric Red, il secondo film della Bigelow (ma il primo in cui firma la regia da sola) può vantare una bella atmosfera che mescola horror esistenziale, thriller, western moderno on the road e l'ambientazione nel sud degli Stati Uniti (Texas e dintorni), senza contare l'attrazione romantica fra Caleb e Mae, ma soffre per le tante ingenuità nella trama e per un'evidente povertà di budget. Da sottolineare la presenza di molti attori "cameroniani" nei ruoli di contorno (James Cameron e la Bigelow si sposeranno nel 1989, ma in questo film lui non è coinvolto in alcun modo): i membri del gruppo a cui Caleb si aggrega sono infatti interpretati da Lance Henriksen (il leader Jesse), Jenette Goldstein (la sua compagna Diamondback) e Bill Paxton (il tamarro e psicopatico Severen, che con il suo comportamento antagonista e sopra le righe è probabilmente il personaggio più memorabile del film, vedi per esempio la scena del massacro nel bar, che sembra anticipare Tarantino), cui si aggiunge il "piccolo" Joshua John Miller (Homer). Tim Thomerson è il padre di Caleb, che parte alla sua ricerca (evidente il contrasto fra la famiglia originale e quella di adozione, formata dai vampiri). Musica dei Tangerine Dream.

28 maggio 2021

Army of the dead (Zack Snyder, 2021)

Army of the dead (id.)
di Zack Snyder – USA 2021
con Dave Bautista, Ella Purnell
**

Visto in TV (Netflix).

In una Las Vegas invasa dagli zombie e isolata dal resto della nazione, un gruppo di superstiti e mercenari che era riuscito a fuggire dalla città progetta di introdurvisi di nuovo per raggiungere il caveau sotterraneo di un casinò e impadronirsi dei milioni di dollari in esso contenuti. Snyder fonde insieme due generi ben distinti e codificati del cinema action/horror/thriller americano, vale a dire lo zombie movie alla Romero (con alcune varianti che ricordano "Resident Evil") e l'heist movie (il "cinema di rapine", meglio se tecnologiche alla "Mission: Impossibile"), per produrre uno spettacolone che possa soddisfare un'ampia fetta di pubblico. E nonostante i suoi limiti, in fondo ci riesce: a parte le goffe battutine nei dialoghi e i personaggi stereotipati (su tutti la figlia del protagonista), la tensione e l'azione si mantengono alte per tutta la durata, forse eccessiva (due ore e mezza), della pellicola, e i colpi di scena non mancano (anche se non giungono certo inattesi, come in ogni film da "totomorti" che si rispetti). Peccato che l'ambientazione, Las Vegas appunto, sia solo un pretesto per scenari e situazioni più da videogioco che da film, e non sfruttata fino in fondo (almeno non quanto aveva fatto John Carpenter in una pellicola per certi versi analoga a questa, "1997: Fuga da New York": c'è anche il conto alla rovescia per portare a termine la missione, in questo caso perché una bomba nucleare sta per arrivare a distruggere la città). Il roster dei personaggi è ricco, ma si tratta di figure fumettistiche o costruite a tavolino, da dividere fra buoni e cattivi, e fra comici e drammatici, in pochi però capaci di lasciare qualcosa allo spettatore, a partire dall'anonimo protagonista interpretato da un Dave Bautista col pilota automatico. Da segnalare invece in positivo il tedesco Matthias Schweighöfer (Dieter, lo scassinatore, che lavora sulle note del "Crepuscolo degli dei" di Wagner), Nora Arnezeder (Lily "Coyote", la guida, uno dei personaggi più ambigui) e Raúl Castillo (Guzman, la testa calda caciarona e amante dei social media). Memorabile anche la tigre zombie. Molto belli i titoli di testa, quasi un film nel film, che raccontano gli antefatti della storia (e in questo ricordano il "Watchmen" sempre di Snyder). Curiosità: Tig Notaro, che interpreta il pilota dell'elicottero, è stata sostituita digitalmente all'attore inizialmente scritturato per la parte, Chris D'Elia, dopo che questi aveva già girato le sue scene.

27 maggio 2021

Pagine sommesse (A. Sokurov, 1994)

Pagine sommesse, aka Pagine silenziose (Tikhie stranitsy)
di Aleksandr Sokurov – Russia 1994
con Aleksandr Cherednik, Elizaveta Koroleva
**1/2

Visto su YouTube.

Tormentato dai sensi di colpa per un omicidio che ha commesso, un uomo vaga per le strade di una città, interagendo con i suoi abitanti. Ispirandosi al "Delitto e castigo" di Dostoevsky (anche se la didascalia iniziale allarga il campo, riferendosi "alle opere di scrittori russi del XIX secolo"), Sokurov firma un film breve (poco più di un'ora) ma lento e intenso, con atmosfere a tratti decisamente tarkovskiane (siamo in una sorta di limbo, con persone che sembrano quasi anime perdute, strade che emettono vapore e umidità, cani randagi e strane strutture architettoniche: il tutto ricorda "Stalker"). Notevole il lavoro sull'immagine e sul sonoro, con una fotografia (di Aleksandr Burov) dalla qualità quasi pittorica, dai colori desaturati che rendono i fotogrammi come vecchie foto sbiadite, e la rarefazione dei dialoghi (nei quali il protagonista si interroga sui motivi del proprio gesto e sull'esistenza di una volontà superiore) che dà vita a sequenze praticamente mute. La regia abbonda di long take e piani sequenza con movimenti di macchina lentissimi. Non per tutti i gusti, insomma, ma ricco di fascino. Certe cose (come le distorsioni delle immagini sullo schermo) anticipano il successivo "Faust". Musiche di Mahler (i Kindertotenlieder).

26 maggio 2021

Buñuel nel labirinto delle tartarughe (S. Simó, 2018)

Buñuel nel labirinto delle tartarughe
(Buñuel en el laberinto de las tortugas)
di Salvador Simó – Spagna/Ola/Ger 2018
animazione tradizionale
**

Visto in TV (Prime Video).

Nel 1930, dopo lo scandalo suscitato a Parigi da "L'age d'or", Luis Buñuel fatica a trovare finanziamenti per altri film. Gli giunge in aiuto l'amico Ramón Acín, scultore anarchico che si offre di produrgli una nuova pellicola grazie a una vincita alla lotteria. Su suggerimento di un antropologo, decide così di girare un documentario su Las Hurdes, nella regione dell'Estremadura in Spagna, una delle zone più povere e arretrate del paese. Insieme a Ramón e a una troupe di due uomini, Buñuel si reca dunque sul posto per effettuare le riprese di quello che diventerà il suo terzo film, "Terra senza pane", uscito nel 1933. Tratto da una graphic novel di Fermín Solís, questo biopic sceglie curiosamente di raccontare la lavorazione della pellicola attraverso il cinema d'animazione: il tratto stilizzato ma realistico è perfettamente al servizio di personaggi e ambientazioni, con occasionali inserti di sequenze del film di Buñuel, di cui è a tutti gli effetti un making of e di cui mostra i retroscena delle sequenze più crudeli e d'impatto (animali morti, bambini malati, riti e cerimonie ancestrali). Il regista appare tormentato da sogni e visioni, da ricordi d'infanzia e confronti con la morte, da paure irrazionali ed eccentricità (il terrore dei galli, il vestito da suora), da un rapporto irrisolto con il padre (che ricorre nei suoi incubi) e con Salvador Dalì (con cui aveva condiviso l'esperienza surrealista). Nel finale la pellicola rende giustizia anche a Ramón, ucciso dai franchisti nel 1936, il cui nome nei titoli di testa del film venne reintegrato soltanto nel 1960.