30 novembre 2012

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (Kim Ki-duk, 2003)

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera
(Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2003
con Oh Young-su, Kim Young-min
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

In un eremo costruito su una piattaforma galleggiante, in mezzo a un lago isolato fra le montagne, vive un anziano monaco buddista. Con lui c'è un bambino, che seguiremo attraverso le stagioni della sua vita, fino a quando sarà anziano a propria volta e il ciclo ricomincerà... Un'ambientazione affascinante (il film è stato realizzato presso il lago di Jusan, in un parco naturale: la produzione ha avuto il permesso di girare a condizione che al termine delle riprese il set venisse distrutto e il lago tornasse allo stato originario) e una serie di esperienze più o meno edificanti, quasi una raccolta di aneddoti e di saggezza zen, per una pellicola – dal titolo ciclico e lunghissimo – che ha fatto breccia nel cuore del pubblico occidentale e ha reso di colpo popolare Kim Ki-duk (in precedenza, il solo film del regista coreano che aveva raggiunto una certa notorietà da noi era stato il disturbante "L'isola", presentato al Festival di Venezia). Peccato però che sia anche il film con cui Kim inizia ad abbandonare la sanguingua ma spontanea "cattiveria" che lo contraddistingueva e che donava spessore alle sue pellicole, in favore di una poetica e di un'estetica più rarefatta, che lascia un po' il tempo che trova e che sembra quasi studiata per compiacere il pubblico dei festival occidentali. Cito da una recensione che scrissi proprio all'epoca della sua uscita: "Kim è sempre garanzia di qualità, ma stavolta mi è sembrato più 'facile' e commerciale (ovvero accessibile ed 'esportabile') del solito". Per la prima volta, in effetti, si può notare nel regista un desiderio di "piacere" al pubblico, attraverso le immagini ma anche i vaghi insegnamenti morali, buoni – appunto! – "per tutte le stagioni". I suoi lavori successivi, e il fatto che abbiano trovato spazio più o meno regolarmente nelle nostre sale, mi hanno dato ragione. Il film, comunque, è bello, e molte sono gli elementi – spesso simbolici – che restano impressi: i portali di legno che si aprono sul lago come un sipario; l'eremo stesso, con i suoi spazi divisi da porte ma senza pareti; la barca a remi, unico mezzo a disposizione dei personaggi per muoversi dalla piattaforma alle sponde del lago (anche se il monaco anziano dimostra, a volte, di avere poteri soprannaturali che gli consentono di muoversi sull'acqua anche senza la barca, o di controllarne il movimento a distanza); gli animali che fanno compagnia ai monaci (diversi in ogni stagione: un cane, un gallo, un gatto, un serpente e una tartaruga).

I vari spezzoni presentano ciascuno una storia a sé, rendendo il lungometraggio quasi un film a episodi, anche se si concatenano in modo da raccontare l'esistenza del protagonista dall'infanzia alla vecchiaia, facendovi scorrere in parallelo l'inevitabile ciclicità della natura. Primavera: il monaco bambino gioca e si diverte a tormentare alcuni animali (un pesce, una rana e un serpente), legandoli a una pietra con una cordicella. Il maestro gli mostrerà il suo errore. Estate: nell'eremo viene ospitata una ragazza "malata nell'anima". Fra lei e il nostro monaco (ora adolescente) scatterà l'amore. Il maestro disapprova, perché "il desiderio genera dipendenza". Guarita e partita la ragazza, anche il giovane se ne andrà via (portandosi dietro la statua di Buddha custodita nel tempio). Autunno: come il maestro aveva previsto, la vita nel mondo mondano ha generato passioni incontrollabili. L'ex monaco, ora un uomo adulto, ha ucciso la propria moglie ed è tornato nell'eremo in cerca di un rifugio (ma anche per chiedere perdono). Lo raggiungeranno due poliziotti per condurlo via, ma non prima che l'anziano maestro lo abbia aiutato a "purificarsi" incidendo con il proprio coltello (lo stesso che aveva usato per il delitto) un sutra sulla piattaforma di legno. Al termine dell'episodio, il vecchio monaco muore e si reincarna in un serpente. Inverno: uscito di prigione, il protagonista (ormai maturo e interpretato in questo segmento dallo stesso regista) torna all'eremo, che era rimasto disabitato (a parte il serpente) e lo rimette in funzione. Tutto, attorno a lui, è ghiacciato. Ma pian piano la vita ricomincia: il monaco si allena con le arti marziali e accoglie una donna che ha portato lì il proprio neonato, con l'intenzione di abbandonarlo. Dopo che la donna è morta cadendo nell'acqua ghiacciata, il monaco porta la statua del Budda in cima alla montagna che domina il lago. Primavera: come all'inizio, l'eremo è di nuovo abitato da un anziano maestro e da un bambino. Nel corso della pellicola non mancano i momenti o le situazioni curiose, com'è nello stile di Kim, per esempio quelli legati agli animali: uno su tutti, l'utilizzo della coda del gatto per dipingere i caratteri cinesi incisi sulla piattaforma di legno.

28 novembre 2012

Argo (Ben Affleck, 2012)

Argo (id.)
di Ben Affleck – USA 2012
con Ben Affleck, Bryan Cranston
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nel 1979, subito dopo la rivoluzione iraniana e la nascita della repubblica islamica, gli impiegati dell'ambasciata statunitense a Teheran vennero tenuti prigionieri per molti mesi, in quella che è passata alla storia come la "crisi degli ostaggi". A margine degli eventi principali, sei addetti riuscirono a evadere dall'ambasciata e a rifugiarsi nell'abitazione privata del console canadese. Per permettergli di lasciare il paese, venne organizzata una messinscena che soltanto vent'anni dopo la CIA ha potuto rendere pubblica: i sei furono fatti passare per cittadini canadesi che si trovavano in Iran per effettuare i sopralluoghi per un film di fantascienza, "Argo" appunto. La pellicola di Affleck racconta una versione romanzata di quegli eventi, vi aggiunge connotazioni da thriller e si prende qualche libertà (in particolare, ridimensiona parecchio il ruolo dei canadesi per "gonfiare" invece quello dell'FBI; e anche sul ritratto che ne esce del popolo iraniano ci sarebbe da discutere), ma mantiene al contempo una buona attenzione ai dettagli, come suggeriscono le fotografie e i documenti originali mostrati nei titoli di coda. La tensione e la ricostruzione storica vanno di pari passo con una certa vena satirica, diretta soprattutto al mondo di Hollywood, dove nel 1979 – dopo il successo del primo "Star Wars" – tutti si buttavano a pesce sul genere fantascientifico (scenografie e costumi dell'ipotetico "Argo" scimmiottano proprio quelli del film di George Lucas). Si tratta del terzo lungometraggio con Affleck alla regia (e forse la battuta "Anche una scimmia può imparare a fare il regista in un giorno" è rivolta contro sé stesso). Il buon Ben interpreta anche il protagonista Tony Mendez, l'agente esperto in "esfiltrazioni" che guida la missione di salvataggio, anche se la sua recitazione monocorde e poco propensa a convogliare emozioni è fra i punti deboli del film: sarebbe stato meglio se il ruolo fosse stato ricoperto da George Clooney, che qui figura fra i produttori. Fra le scene più interessanti, la lettura in pubblico del copione a Hollywood, montata in parallelo con quella delle rivendicazioni degli studenti iraniani trasmessa in televisione. Gli episodi di tensione, invece, rispecchiano le classiche regole dei thriller (più volte i nostri eroi riescono a salvarsi da una brutta situazione proprio all'ultimo secondo disponibile, per esempio al momento dell'imbarco sull'aereo che da Teheran li avrebbe portati al sicuro in Svizzera). Nel cast, John Goodman e Alan Arkin sono appunto i soci hollywoodiani di Mendez (rispettivamente il truccatore e il produttore di film fantascientifici), mentre nel ruolo di uno degli ostaggi ritroviamo con piacere Clea DuVall, che da qualche tempo avevamo perso di vista.

27 novembre 2012

Bolbol Hayran (Khaled Marei, 2011)

Bolbol Hayran
di Khaled Marei – Egitto 2011
con Ahmed Helmy, Zeina, Sherin Adel
**

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

L'eccentrico designer Bolbol, ricoverato in ospedale per fratture multiple, racconta alla dottoressa che lo accudisce come è finito in quella situazione: la colpa è della sua incapacità di scegliere fra due ragazze, Yasmine e Hala, con le quali – dapprima in momenti diversi, e poi contemporaneamente – si è fidanzato. Le due sono diversissime fra loro (la prima è bellissima ma anche svagata e indipendente, apparentemente poco attenta ai suoi desideri e ai suoi sentimenti; la seconda, goffa e grassottella, è invece sensibile e premurosa, ma anche assai più gelosa e soffocante): e Bolbol, complice anche una temporanea perdita di memoria in seguito a un incidente, ha avuto la rara opportunità di conoscere ciascuna delle due "per la prima volta", giungendo in ogni caso alla conclusione che, se avesse visto prima l'altra, avrebbe invece scelto lei. Alla fine, recuperata la memoria e incapace di decidere quale delle due ama davvero, prova a "prendere tempo" fidanzandosi con entrambe (ovviamente tenendole all'oscuro l'una dell'altra): ma quando queste scoprono la verità, sapranno vendicarsi. Bizzarra commedia romantica (più o meno), vagamente maschilista, che punta le sue carte su un protagonista divertente e spregiudicato, dalla parlantina irrefrenabile e con la battuta sempre pronta: una specie di Groucho Marx medio-orientale. Forse un po' ripetitiva, costruita essenzialmente su una lunga (e sfilacciata) serie di gag, la pellicola offre comunque un simpatico spaccato dei rapporti amorosi nell'Egitto moderno (ma l'ambientazione è neutra, e potrebbe essere collocata in qualsiasi altro paese al mondo). La vicenda è raccontata interamente in flashback da Bolbol in ospedale, e non manca il finale a sorpresa. La morale? "Se mi chiedono se è più alta la palma o più veloce il treno, io rispondo che il mare è più largo".

25 novembre 2012

The amazing Spider-Man (M. Webb, 2012)

The amazing Spider-Man (id.)
di Marc Webb – USA 2012
con Andrew Garfield, Emma Stone
*1/2

Visto in volo da Bangkok a Parigi.

Un reboot di cui non si sentiva la necessità, che giunge a soli dieci anni di distanza dal primo episodio della saga di Raimi (alla quale, già non trascendentale, è comunque inferiore in ogni comparto: cast, regia, sceneggiatura) e che è stato concepito con il solo scopo di puntare sul 3D (ma la pellicola è perfettamente visionabile anche in 2D, senza che si perda alcunché) e sul pubblico teen di pellicole come “Twilight”. Insomma, un prodotto puramente commerciale e privo non solo di impronta autoriale ma anche di appeal, che ripropone per l'ennesima volta le origini dell'Uomo Ragno: stavolta c'è di mezzo la genetica trans-specie (in poche parole, il nuovo Spider-Man è un OGM). Si ritorna quindi alle origini, con il Peter Parker nerd liceale e maltrattato dai suoi coetanei come nelle storie di Steve Ditko e Stan Lee (che fa il suo solito cameo, nei panni del bibliotecario con le cuffie), mentre il ruolo di prima nemesi del nostro eroe è svolto da Lizard, ovvero il dottor Curt Connors, esperto di genetica con l'ambizione di "creare un mondo senza punti deboli", che nel tentativo di farsi ricrescere il braccio perso in guerra si trasforma in un'enorme lucertola assassina. L'anonima regia di Webb (un passo indietro rispetto al suo film d'esordio, la commedia romantica "(500) giorni insieme") fa sì che per buona parte della pellicola ci si annoi non poco (soprattutto nella prima ora, visto che tanto si deve attendere prima che Peter indossi per la prima volta una maschera, e in cui pare di assistere a un teen movie di cattiva qualità), mentre la sceneggiatura ricorre a una serie di coincidenze concatenate che mettono a dura prova la sospensione dell'incredulità (alcuni esempi: la scomparsa dei genitori di Peter, ammantata di mistero, è direttamente collegata alle ricerche scientifiche da cui poi trae i suoi poteri; e Gwen, la compagna di classe di cui si innamora, lavora alla Oscorp insieme al dottor Connors, a sua volta ex collega del padre del nostro eroe). Le lunghe scene d'azione nel finale riescono a tenere un po' desta l'attenzione, ma non rappresentano certo nulla che non si sia già visto in tanti altri film del genere: anche la spettacolarità sembra scarseggiare. Bello, comunque, il costume. Come al solito, a differenza dei fumetti, il numero di persone che scopre l'identità di Spider-Man è sempre elevatissimo (a Gwen, addirittura, lo dice subito lui stesso). Più che Emma Stone nei panni di Gwen Stacy e Rhys Ifans in quelli di Curt Connors, a brillare è soprattutto Denis Leary in quelli del capitano Stacy, il poliziotto inizialmente ostile all'eroe mascherato ma che poi diventa suo alleato (così come buona parte dei cittadini newyorkesi, ancora una volta in barba alla filosofia originale del fumetto, che vede nel personaggio il classico "eroe incompreso"). Martin Sheen è zio Ben, Sally Field è zia May, mentre meno si dice del protagonista Andrew Garfield, meglio è.

24 novembre 2012

Marsupilami (Alain Chabat, 2012)

Marsupilami (Sur la piste du Marsupilami)
di Alain Chabat – Francia/Belgio 2012
con Jamel Debbouze, Alain Chabat
**

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

Il Marsupilami è un personaggio ideato dal disegnatore belga André Franquin e apparso nei popolari albi a fumetti di "Spirou", chiaramente ispirato all'Eugene the Jeep (Eugenio il Gip) delle strisce di "Popeye". Si tratta di un bizzarro e rarissimo animale esotico, un marsupiale che vive nella giungla amazzonica di Palombia, stato fittizio dell'America del Sud. Protagonista di una serie di albi personali e di diversi cartoni animati, sbarca ora al cinema in una pellicola che mescola live action e animazione digitale. Chabat interpreta Dan Geraldo, reporter televisivo ormai caduto in disgrazia, che per risollevare i bassi ascolti della sua trasmissione viene inviato in Palombia alla ricerca di uno scoop (l'intenzione sarebbe quella di intervistare gli ultimi superstiti di una tribù amazzonica, i Paya) e si imbatte nello scalcinato Pablito, guida locale e veterinario imbroglione che sostiene di aver visto, tempo prima, proprio un esemplare del leggendario e mitologico Marsupilami. Nessuno gli crede, tranne l'anziano professor Hermoso, che ha scoperto che la creatura si nutre con un'orchidea dai cui fiori è possibile ricavare un filtro dell'eterna giovinezza. Per salvare il Marsupilami dal malvagio scienziato, che nel frattempo è diventato il dittatore della piccola nazione, Geraldo e Pablito dovranno imbarcarsi un'avventura dalle mille difficoltà e convincere il mondo di non essere quei bugiardi che tutti credono (Geraldo perché si scopre che tutti i suoi scoop precedenti erano falsi, Pablito perché è sempre vissuto di truffe e di piccoli espedienti). La comicità di Chabat (al suo secondo film tratto da un fumetto dopo "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", nel quale già figurava Debbouze) è al servizio di una storia che mescola avventura, azione e umorismo senza soluzione di continuità. Se la sceneggiatura a tratti arranca (forse perché mette troppa carne al fuoco, con il rischio di risultare eccessivamente stratificata per un pubblico infantile) e il messaggio ecologista contro lo sfruttamento della natura lascia un po' il tempo che trova, non mancano però le sequenze esilaranti, come l'esibizione canora del deposto generale Pochero (Lambert Wilson) nei panni di Céline Dion o la satira contro il mondo della televisione, comprese le finte pubblicità (Loréins, lo sponsor del programma di Geraldo, è chiaramente una parodia di L'Oréal), una trovata che era già presente nel capolavoro dei "Nuls", "La cité de la peur".

23 novembre 2012

Didier (Alain Chabat, 1997)

Dider (id.)
di Alain Chabat – Francia 1997
con Jean-Pierre Bacri, Alain Chabat
**1/2

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

Quando la sorella Annabelle, prima di partire per una vacanza, gli affida per una settimana il proprio labrador Didier, il procuratore calcistico Jean-Pierre (Bacri) pensa che si tratti soltanto dell'ennesima seccatura. Anche perché ha ben altro di cui preoccuparsi: la squadra locale – alla quale ha venduto i suoi migliori giocatori – naviga in cattive acque, fra sconfitte e infortuni, e l'irascibile presidente minaccia di rivalersi su di lui se non troverà una soluzione prima della partita decisiva per salvarsi dalla retrocessione (che verrà giocata contro il PSG al Parco dei Principi!). Una notte, magicamente, Didier da cane si ritrova trasformato in essere umano. Resosi conto dell'accaduto, Jean-Pierre ha il suo ben da fare nell'insegnare al suo ospite come comportarsi da uomo e non da animale (prima regola: non annusare il sedere alle persone!). Ma quando scopre che Didier ha un incredibile talento per il calcio, decide di farlo aggregare alla squadra, spacciandolo per un eccentrico campione lituano... Commedia surreale e quasi-disneyana (il meccanismo, seppur al contrario, è lo stesso di "Geremia, cane e spia") che è valsa a Chabat, geniale comico e uno dei fondatori del gruppo "Le Nuls", il premio César per il miglior debutto cinematografico. La sospensione dell'incredulità è obbligatoria per potersi godere il film (il motivo della misteriosa trasformazione di Didier non viene spiegato), ma il divertimento non manca. Chabat – esilarante nella parte del "cane", del quale imita ogni dettaglio del comportamento (gli istinti, i movimenti, gli sguardi) – tornerà a recitare in compagnia dell'ottimo Bacri anche ne "Il gusto degli altri".

21 novembre 2012

As one (Moon Hyun-sung, 2012)

As one (id.)
di Moon Hyun-sung – Corea del Sud 2012
con Ha Ji-won, Bae Du-na
**1/2

Visto in volo da Abu Dhabi a Bangkok, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel 1991, i governi della Corea del Sud e della Corea del Nord decisero per la prima volta di inviare ai campionati mondiali di ping pong, che si svolgevano in Giappone, una squadra unificata, composta da atleti di entrambe le nazioni, per competere sotto una bandiera comune. La campionessa sudcoreana Hyun Jung-hwa (Ha Ji-won) e quella nordcoreana Li Bun-hui (Bae Du-na), da sempre acerrime rivali, furono così costrette a unire le proprie forze e portarono la squadra femminile a vincere la medaglia d'oro, sconfiggendo l'avversaria di entrambe, la Cina. Ispirato a fatti realmente accaduti (che sono tuttora ricordati come una delle poche liete parentesi nel lento e ancora difficile processo di riunificazione delle due Coree), il film racconta la storia di quel leggendario torneo, mostrando la lenta e progressiva amicizia fra gli atleti delle due nazioni, dapprima "imposta" dall'alto e poi – quando finalmente i ragazzi si dimostrano in grado di superare diffidenze e pregiudizi – mal tollerata e anzi ostacolata dagli stessi responsabili istituzionali delle due squadre. Forse semplicistico, a tratti melodrammatico ma comunque sempre coinvolgente, è un originale teen movie a sfondo sportivo che invita a superare le divisioni politiche e ideologiche in nome dell'amicizia, dell'amore (si veda la sottotrama "romantica" che unisce due dei ragazzi della squadra) e del sano agonismo. Ottimi gli interpreti, fra cui spiccano le due protagoniste che hanno dovuto sottoporsi a lunghe sessioni di allenamento (sotto la consulenza della Hyun in persona, che fa anche un breve cameo nei panni dell'allenatrice della squadra francese) per poter interpretare in maniera convincente le sequenze degli incontri di ping pong, girati in stile drammatico e spettacolare da una regista (l'esordiente Moon) che dona tensione e dinamismo a ogni scambio, fra sudore e lacrime, senza comunque sacrificare l'autenticità e il realismo. Alla fine, sui titoli di coda, vengono mostrate immagini e fotografie delle vere atlete protagoniste di quell'evento.

20 novembre 2012

Vykrutasy (Levan Gabriadze, 2011)

Vykrutasy (aka Lucky Trouble)
di Levan Gabriadze – Russia 2011
con Konstantin Khabensky, Milla Jovovich
**1/2

Visto in volo da Milano ad Abu Dhabi, in originale con sottotitoli inglesi.

Quando Slava (Kabensky, già visto nei film di Bekmambetov sui "Guardiani della notte"), insegnante e aspirante scrittore senza successo, incontra la bellissima Nadya (Milla, al suo primo film girato in Russia), se ne innamora perdutamente. E la passione è ricambiata, tanto che la ragazza decide di mandare a monte il proprio fidanzamento precedente (con Daniel, un amico d'infanzia) per sposare invece lui. Mentre Nadya organizza a Mosca il sontuoso ricevimento di nozze, Slava si reca al proprio paese (un villaggio sulla costa) per dare le dimissioni da insegnante e sbrigare le ultime pratiche: ma qui – per una serie di equivoci – viene coinvolto come allenatore e costretto a partecipare a un torneo di calcio giovanile. La sua unica possibilità per lasciare il paese e partire subito per Mosca è quella di essere eliminato dal torneo. Ma i ragazzi – un gruppo di orfani presi dalla strada, tutti ladruncoli indisciplinati e apperantemente inesperti – dimostrano di avere mille risorse e riescono inaspettatamente a vincere ogni incontro nonostante il loro stesso allenatore complotti contro di loro. E così ogni giorno Slava deve inventarsi una scusa per giustificare il suo ritardo alla promessa sposa, che nel frattempo a sua volta ha il proprio da fare per tenere a bada i parenti e gli invitati al matrimonio (nonché le avances dell'ex fidanzato, che torna alla carica spalleggiato dalla futura suocera). Divertente commedia che sconfina spesso nella farsa e che alterna scene tipiche delle pellicole sportive (l'elogio del gioco di squadra, lo spirito di gruppo che si cementa man mano, il desiderio di rivalsa) a quelle dei film romantici (con l'interminabile festa di matrimonio che si protrae per giorni e giorni, ma anche i tentativi dell'ex fidanzato di riconquistare a ogni costo la ragazza). Il ritmo è spigliato e i colpi di scena non mancano, con la regia che ben si destreggia fra le riprese delle varie partite del torneo (mostrando anche azioni spettacolari quasi alla "Shaolin soccer") e sequenze che sviluppano i rapporti fra i personaggi. Milla, bellissima come sempre e pure autoironica, nei titoli di coda ringrazia per aver avuto finalmente l'opportunità di girare un film in russo (quando la vede per la prima volta, Slava commenta che gli sembra di trovarsi "in un film di Hollywood"). Vladimir Menshov, il regista di "Mosca non crede alle lacrime", partecipa nei panni del funzionario che impone al protagonista di allenare la squadra di ragazzini. Cameo anche per il calciatore Aleksandr Kerzhakov.

18 novembre 2012

Prometheus (Ridley Scott, 2012)

Prometheus (id.)
di Ridley Scott – GB 2012
con Noomi Rapace, Michael Fassbender
*1/2

Visto in volo da Milano ad Abu Dhabi.

Dopo trent'anni, Ridley Scott ritorna al genere che lo aveva reso celebre a inizio carriera, la fantascienza. Ma la tanto attesa pellicola non riesce a ripetere i fasti di "Alien" (di cui è una sorta di prequel) o di "Blade Runner", e risulta pesante e noiosa, del tutto in linea con gli ultimi deludenti lavori di un regista che forse ormai non ha più molto da dire. Il film racconta il viaggio dell'astronave "Prometheus" in cerca nientemeno che delle origini dell'umanità: a guidare la missione, finanziata dall'anziano milionario Weyland, è l'archeloga Elizabeth Shaw, che grazie alle sue scoperte ha elaborato la teoria che gli esseri umani siano stati creati da una razza di extraterrestri, da lei chiamati "ingegneri". Giunti a destinazione su un pianeta roccioso e deserto, Elizabeth e gli altri membri dell'equipaggio (fra cui spicca l'androide David) scopriranno dapprima che gli ingegneri sono ormai scomparsi, e poi che il loro intento era quello di dare vita a un'altra creatura, selvaggia e pericolosa, per distruggere gli stessi esseri umani che avevano creato. Filosofico, anti-darwiniano (sotto le spoglie fantascientifiche siamo di fronte alla teoria del "disegno intelligente") e fideistico (il tema dei "veri credenti" permea l'intera narrazione e in particolare i personaggi di Elizabeth e di Weyland, che intende chiedere agli "ingegneri" il dono dell'immortalità), il film affronta temi ambiziosi (su tutti il mistero della creazione, com'è evidente sin dal titolo: che si tratti di quella degli esseri umani da parte degli alieni oppure – di riflesso – di quella del robot David da parte degli umani stessi) che però si risolvono in sterili sequenze d'azione e in un finale inconcludente, quando non vengono pigramente posticipate e poi definitivamente rinviate a un possibile sequel. Molti, ovviamente, i rimandi e le similitudini con "Alien", a partire dal personaggio femminile che si rivela il più forte e l'unico in grado di sopravvivere alle mostruose creature aliene (alcune scene, come quelle del parto con taglio cesareo, riecheggiano anche sequenze dei film successivi della saga). Se però Ripley (Sigourney Weaver) nel film del 1979 emergeva poco a poco, qui il ruolo di protagonista di Elizabeth è evidente sin dall'inizio. Diverse le similarità anche a livello dell'ambientazione e della tecnologia (le capsule per l'ibernazione a bordo dell'astronave, la presenza di un ambiguo robot, la mega-corporazione Weyland – che poi diventerà Weyland-Yutani – alle spalle della missione): tutto però è meno fascinoso del prototipo, che faceva della fantascienza "sporca" e realistica uno dei suoi punti di forza. Qui c'è molta meno originalità, anche pensando che il film arriva dopo "Avatar" e dopo mille altre astronavi asettiche e tecnologiche viste nei decenni passati. Il problema principale della pellicola, comunque, è l'incapacità di stimolare l'immaginazione del pubblico: la storia non sembra mai decollare e offre allo spettatore soltanto velate suggestioni che lasciano più frustrati che entusiasti, in attesa di risposte che non verranno mai o, se arrivano, risultano molto meno interessanti di quanto si poteva credere all'inizio. Oltre alla fotografia (da sempre punto di forza dei film di Scott) e all'aspetto visivo dei panorami extraterrestri, si salvano alcune trovate legate principalmente al personaggio del robot David, subdolo e manipolatore, che parla con frasi tratte da altri film (grazie ai quali ha imparato la lingua inglese) e che mostra nei confronti dei suoi "creatori" lo stesso interesse, misto a curiosità e rancore, che gli umani mostrano nei confronti degli "ingegneri". Bravo Fassbender a interpretarlo (a tratti ricorda lo Jude Law di "A.I."), anche se mantenere sempre la stessa espressione non gli sarà costato troppo sforzo. Nel cast anche un irriconoscibile Guy Pearce (nei panni "invecchiati" di Weyland: ma perché non scritturare un attore anziano anziché applicare tutto quel pesante trucco?) e la solita "algida" Charlize Theron (il cui personaggio, del tutto inutile, è mantenuto in vita fin troppo a lungo, per poi essere spazzato via con nonchalance).

5 novembre 2012

Alice nelle città (Wim Wenders, 1974)

Alice nelle città (Alice in den Städten)
di Wim Wenders – Germania Ovest 1974
con Rüdiger Vogler, Yella Rottländer
***

Rivisto in divx, con Sabrina, in originale con sottotitoli.

Il giornalista tedesco Philip Winter avrebbe dovuto scrivere un reportage sul "paesaggio americano", ma ha vagato per settimane negli Stati Uniti senza combinare nulla se non scattare fotografie prive di ispirazione. Quando decide di tornare in Germania, si ritrova a viaggiare insieme a una bambina, Alice, che gli è stata affidata dalla madre affinché la riporti in patria. I due percorreranno le strade della Germania da città in città, alla ricerca della nonna di Alice, senza denaro e muniti soltanto di una foto della vecchia casa dove la nonna vive. Quarto lungometraggio di Wenders, è il primo dell'acclamata "trilogia della strada" (gli altri due, usciti l'anno seguente, sono "Nel corso del tempo" e "Falso movimento"). Girato in uno splendido bianco e nero, il film dedica molta attenzione ai paesaggi che circondano i personaggi: comincia nei classici scenari aperti degli Stati Uniti (l'America e il suo mito hanno sempre avuto un notevole fascino su Wenders: e lo si percepisce anche dalla continua presenza di musica, immagini, radio e schermi televisivi: anche dopo essere tornati in Germania, dai juke box esce musica americana; il protagonista si reca a un concerto rock; e nel finale, su un quotidiano campeggia la foto di John Ford, altro "mito americano" che era scomparso da poco) e prosegue con la rivisitazione dei paesaggi tedeschi (i villaggi della Ruhr, per esempio, dove le vecchie case si svuotano una dopo l'altra o vengono demolite). Si tratta in tutto e per tutto un road movie europeo – che parte dalla disillusione e dalla "fine del sogno americano", per andare alla scoperta di un nuovo equilibrio più giovane e spontaneo – e come tale veicola il classico tema di questo tipo di film: la ricerca di sé stessi. "Ho perso me stesso", confessa infatti Philip all'editore, per spiegargli come non sia riuscito a scrivere l'articolo che gli era stato commissionato. E le fotografie Polaroid (dunque da sviluppare immediatamente) che scatta in continuazione sono "prove" della sua stessa esistenza: è sintomatico che, da quando torna in Germania con Alice, smette di scattarne. Alla fine, grazie alla ragazzina, avrà finalmente una storia da scrivere. L'atmosfera avvolgente (grazie anche alla colonna sonora minimalista e ripetitiva di Irmin Schmidt), le memorabili interpretazioni (spicca in particolare la naturalezza della giovane Yella Rottländer), scene simboliche (come quella in cui Philip "spegne" il Chrysler Building fingendo di soffiarvi contro proprio allo scoccare della mezzanotte) e temi archetipici del cinema del regista tedesco (come il tentativo di catturare la realtà attraverso le immagini) lo rendono il primo vero capolavoro di Wenders. Peccato che sia anche uno dei pochi suoi film a non essere ancora uscito da noi in DVD. Da notare che Philip Winter è il nome con cui si chiamano quasi tutti i personaggi interpretati da Rüdiger Vogler nei vari film di Wenders (da "Nel corso del tempo" a "Così lontano, così vicino", da "Fino alla fine del mondo" a "Lisbon Story").

4 novembre 2012

Yes Man (Peyton Reed, 2008)

Yes Man (id.)
di Peyton Reed – USA 2008
con Jim Carrey, Zooey Deschanel
**

Visto in TV, con Sabrina.

Carl, impiegato all'ufficio prestiti di una banca, conduce una vita miserabile: dopo il divorzio si è ritirato dal mondo, rifiuta gli inviti degli amici e trascorre le serate da solo davanti alla tv, rinunciando a qualsiasi opportunità che gli viene offerta. Tutto cambia quando, spinto da un conoscente, partecipa al seminario di un guru il cui motto è quello di "dire di sì" alla vita. Di fronte agli altri adepti, Carl si ritrova a stringere un patto: dovrà rispondere di "sì" a ogni proposta che gli verrà fatta, altrimenti subirà gravi conseguenze. Spaventato dalla maledizione, Carl si accorge di non poter più rifiutare nulla a chi gli chiede qualcosa: ma incredibilmente, in questo modo la vita comincia a sorridergli. Per aver dato un passaggio in auto (e regalato tutto il suo denaro) a un barbone, incontra una deliziosa e stravagante ragazza (Zooey Deschanel) che si innamora di lui; per aver dimostrato intraprendenza sul lavoro (concedendo prestiti anche in casi apparentemente disperati, ma che si rivelano fruttuosi per la banca), riceve una promozione; per aver accettato di frequentare i corsi più improbabili (lezioni di volo, insegnamenti di lingua coreana, incontri matrimoniali con donne iraniane) si ritrova con un bagaglio di esperienze che gli saranno utili in più occasioni. Inoltre fa amicizia con il suo capo nerd (memorabile l'invito alla serata a tema "Harry Potter"), rinnova il rapporto con gli amici di vecchia data, si dedica al volontariato... Ma presto si accorgerà a proprie spese che qualche volta anche dire di "no" sarebbe altrettanto importante. Il solito (ottimo) Carrey nel solito (bizzarro) film: regia e sceneggiatura hanno forse qualche punto debole, e il messaggio è alquanto banale, ma nel complesso il divertimento non manca e la pellicola è sufficientemente simpatica da meritare la visione. Nel cast anche Rhys Darby (il capo di Carl), Fionnula Flanagan (la vicina di casa) e Terence Stamp (il guru).

3 novembre 2012

Splash (Ron Howard, 1984)

Splash - Una sirena a Manhattan (Splash)
di Ron Howard – USA 1984
con Tom Hanks, Daryl Hannah
**

Visto in TV, con Sabrina.

Il primo grande successo di Ron Howard come regista (e di Tom Hanks come attore, mentre Daryl Hannah era già salita alla ribalta per il suo ruolo da androide in "Blade Runner") è una romantica rivisitazione urbana della fiaba della Sirenetta di Andersen (che cinque anni dopo la Disney – forse spinta proprio dalla buona accoglienza di questa pellicola – adatterà anche a cartoni animati). Allen, che insieme al fratello Freddie dirige un'azienda che distribuisce frutta e verdura, aveva incontrato la giovane sirena Madison per la prima volta quando entrambi erano bambini, nelle acque al largo di Cape Cod. Anni dopo ripensa all'accaduto come a un sogno: ed essendo reduce da varie delusioni sentimentali, si convince di non essere in grado di innamorarsi mai più. Ma quando Madison lo rivede per caso, decide di uscire dall'acqua per vivere al suo fianco, mimetizzandosi fra gli esseri umani grazie al fatto che, all'asciutto, le sue pinne si trasformano magicamente in gambe perfette. Ha però a disposizione un tempo limitato, solo sei giorni, prima di dover tornare in mare per sempre. Il ritmo è spigliato, il tono (fortunatamente) mai troppo sdolcinato, e la sceneggiatura aggiorna con intelligenza la fiaba classica ai tempi moderni (la sirena, inizialmente muta, impara la lingua inglese dopo essere stata tutta un pomeriggio a guardare gli apparecchi televisivi esposti in un centro commerciale). Il finale, in particolare, è tutt'altro che scontato. Fra i comprimari spiccano John Candy (il fratello del protagonista) ed Eugene Levy (lo scienziato che vuole dimostrare al mondo che le sirene esistono, e che cerca in ogni modo di "innaffiare" Madison per farle spuntare le pinne). Memorabile l'uscita di Daryl Hannah dall'acqua, completamente nuda, sull'isola della Statua della Libertà. Il film fu la prima pellicola distribuita dalla Disney sotto la nuova etichetta Touchstone Pictures, creata appositamente e riservata a lungometraggi rivolti a un pubblico meno infantile. Una curiosità: Allen dà alla sirena il nome Madison ispirandosi al cartello stradale di Madison Avenue, commentando che non si tratta di un vero nome: eppure, in seguito all'uscita del film, questo divenne talmente popolare che numerose ragazze negli Stati Uniti furono chiamate proprio così, tanto che oggi Madison è un nome femminile piuttosto comune.

30 ottobre 2012

Mezzogiorno di fuoco (Fred Zinnemann, 1952)

Mezzogiorno di fuoco (High Noon)
di Fred Zinnemann – USA 1952
con Gary Cooper, Grace Kelly
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Eleonora, Ginevra, Florian e Daniele.

Lo sceriffo Will Kane si è appena sposato con la giovane quacchera Amy Fowler, ha rassegnato le dimissioni come tutore dell'ordine (spinto da lei, che non approva la violenza) e sta per lasciare la città per ritirarsi a vita privata. Ma un telegramma annuncia l’arrivo, con il treno di mezzogiorno, del bandito Frank Miller, appena uscito di prigione e deciso a vendicarsi dell’uomo che lo aveva arrestato. Pur non avendo più responsabilità in merito, Kane decide di restare in città per affrontare Miller, nonostante sia la moglie che i dignitari del paese cerchino di scoraggiarlo. Poiché l’avversario si presenterà insieme a tre compari, lo sceriffo cerca inutilmente di formare un gruppo di agenti giurati, ma sia il suo giovane vicesceriffo (che nutre del rancore nei suoi confronti) che gli altri abitanti del paese si tirano indietro spaventati. Mezzogiorno si avvicina e Kane si ritrova solo e abbandonato da tutti. Western assai atipico per i tempi, tutto costruito sull’attesa e sulla suspense: l’azione (se non consideriamo la breve scazzottata fra Cooper e Lloyd Bridges) è riservata solo ai dieci minuti finali, mentre il resto della pellicola scandisce in tempo reale l’approssimarsi del duello (il lungometraggio comincia alle dieci e trenta e termina poco dopo mezzogiorno), una sorta di “Aspettando Godot” in salsa western. Accolto alla sua uscita con qualche controversia, sia per motivi politici (vedi sotto) che per la rottura delle convenzioni e dei cliché del genere, ne è considerato oggi un caposaldo e ha generato numerose citazioni, omaggi, parodie e remake (persino in chiave fantascientifica: vedasi “Atmosfera zero”). Sergio Leone si ispirerà alla sequenza in cui i tre sgherri di Frank Miller attendono il loro capo alla stazione per il magnifico incipit di “C’era una volta il west” (e chissà, magari avrà notato qui per la prima volta Lee Van Cleef, che interpreta uno dei suddetti sgherri). Memorabile anche il montaggio che conduce allo scoccare fatidico delle dodici, mostrando in rassegna i volti tesi di tutti i personaggi – compresi coloro che hanno rifiutato di aiutare Kane – alternati al treno in arrivo e alla pendola che, inquadrata sempre più da vicino e di sbieco, batte il passaggio degli ultimi secondi. E proprio lo sferragliare del treno e il ticchettio dell'orologio riecheggiano continuamente nella title song (Do Not Forsake Me, O My Darlin’, cantata da Tex Ritter) e nella sofisticata colonna sonora di Dimitri Tiomkin.

La vicenda narrata dalla pellicola è generalmente considerata come una metafora del maccartismo. Lo sceneggiatore (nonché coproduttore, anche se non accreditato) Carl Foreman era infatti finito nelle liste nere di Hollywood perché in passato aveva fatto parte del partito comunista ma soprattutto perché, convocato dal comitato contro le attività anti-americane, aveva rifiutato – a differenza dei suoi ex compagni – di fare altri nomi. Il tema dell’uomo tradito o abbandonato dagli amici e lasciato a combattere da solo (e la scena finale, in cui Kane getta con disprezzo la stella di sceriffo nella polvere) furono percepiti come evidenti messaggi contro il clima che allora regnava nell’ambiente, anche se il soggetto della pellicola proveniva da un “innocuo” racconto western di John W. Cunnigham, “The tin star”. Anche il casting non fu immune da polemiche per la differenza di età fra Gary Cooper, allora cinquantunenne, e Grace Kelly, poco più che ventenne e quasi agli esordi. In ogni caso, Cooper vinse l’Oscar per il miglior attore: il film si portò a casa anche le statuette per il montaggio, la canzone e la colonna sonora (oltre alle nomination per miglior pellicola, regia e sceneggiatura). Katy Jurado è Helen Ramirez, la messicana che in passato aveva abbandonato Miller per Kane (notevole il contrasto anche cromatico e visivo fra lei e l’altra donna del film, Amy, la mora vestita di nero e la bionda vestita di bianco). In ruoli minori figurano Lon Chaney Jr., Harry Morgan e Ian MacDonald. Fra coloro ai quali il film non piacque ci fu John Wayne, che sosteneva le liste nere e che sette anni dopo, insieme a Howard Hawks (a sua volta critico: “Non penso che un buono sceriffo debba correre per la città come un coniglio a chiedere aiuto a tutti”), realizzò una sorta di risposta conservatrice con “Un dollaro d’onore”. Zinnemann, che ammirava Hawks, ne rimase deluso e rispose: “Gli sceriffi sono persone come le altre, e non esistono due persone uguali. Il film si svolge nel Vecchio West, ma in realtà si tratta di una storia su un conflitto di coscienza. In questo senso è simile al mio ‘Un uomo per tutte le stagioni’. In ogni caso, il rispetto per l’eroe western non è certo diminuito a causa di ‘Mezzogiorno di fuoco’.”

27 ottobre 2012

Io e te (Bernardo Bertolucci, 2012)

Io e te
di Bernardo Bertolucci – Italia 2012
con Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina.

Anziché partire per una settimana bianca con la scuola, come ha fatto credere alla madre, il quattordicenne Lorenzo – un ragazzo problematico che non ama la compagnia e non ha amici – si nasconde per una settimana nella cantina di casa, dopo essersi ben organizzato con le dovute provviste, il computer, musica e libri. I suoi piani di stare da solo vengono però stravolti dall'arrivo imprevisto della sorellastra Olivia, di qualche anno più grande di lui e tossicodipendente in fuga, con la quale sarà costretto a condividere i sette giorni in cantina. Per il suo ritorno al cinema a quasi dieci anni di distanza da "The Dreamers" (e a oltre trent'anni dal suo ultimo film di produzione italiana), Bertolucci sceglie di adattare un romanzo di Niccolò Ammanniti che sin dal titolo suggerisce quale sarà il tema trattato (le difficoltà di socializzazione) e che offre parecchi spunti in linea con i suoi lungometraggi precedenti: il giovane Lorenzo, con la sua introversione, i rapporti irrisolti con i genitori e le fantasie incestuose, può ricordare il protagonista de "La luna"; i ragazzi che si isolano dal resto del mondo e mettono in moto dinamiche personali all'interno di quattro mura fanno venire in mente lo stesso "The Dreamers"; mentre Olivia, che sogna di andare a vivere nella campagna toscana, ha velleità artistiche ed è l'oggetto dell'attenzione di uomini più anziani di lei, ha diversi punti in comune con la giovane protagonista di "Io ballo da sola". Simbolico l'interesse di Lorenzo per animali e insetti in grado di "mimetizzarsi" (il camaleonte, gli insetti stecco) o di vivere in maniera organizzata e autosufficiente (le formiche: nel suo rifugio il ragazzo si porta appunto un formicaio sotto vetro, che osserva con attenzione grazie alla stessa lente d'ingrandimento che poi utilizzerà per scrutare il volto della sorellastra mentre dorme). La sua analisi da entomologo è però sempre rivolta al mondo fuori da sé, mentre rifiuta o ignora ogni tentativo (quello dello psicanalista, quello della madre, quello della stessa Olivia) di rivolgere tale attenzione verso sé stesso. Rispetto al romanzo, Bertolucci ha scelto di eliminare il controfinale ambientato dieci anni più tardi. Ottima la prova dei due giovani attori, che reggono l'intera pellicola quasi da soli (in più ci sono Sonia Bergamasco, la madre; Veronica Lazar, la nonna; Pippo Delbono, lo psicanalista; e Tommaso Ragno, l'amico di Olivia). Nella colonna sonora spicca il folk psichedelico di David Bowie ("Ragazzo solo, ragazza sola", cantato in italiano su testi di Mogol, e la sua versione originale, "Space Oddity"). La regia rende vivo anche il polveroso scantinato che ospita i due personaggi, quasi come se fosse il terzo protagonista della vicenda.

23 ottobre 2012

Insalata russa (Yuri Mamin, 1994)

Insalata russa (Okno v Parizh)
di Yuri Mamin – Russia 1994
con Sergei Dontsov, Agnès Soral
**1/2

Visto in divx, con Paola, Marta e Florian.

In uno scalcinato e affollato appartamento di una San Pietroburgo in preda alla povertà e al caos (siamo negli anni immediatamente seguenti alla dissoluzione dell'Unione Sovietica), un gruppo di amici russi scopre l'esistenza di una finestra che si affaccia “magicamente” sui tetti di Parigi. Approfittando del misterioso varco, che però è destinato a chiudersi entro un paio di settimane (per riaprirsi solo vent'anni dopo), l'insegnante di musica Nikolai si lancia all’esplorazione della Ville Lumière, sperando che questa possa offrirgli migliori opportunità di vita e di lavoro, mentre il maneggione Gorokhov – con l’aiuto di moglia, figlia e suocera – ne approfitta per "contrabbandare" (da entrambi i lati) prodotti di lusso francesi e cimeli della Perestrojka, e altri inquilini dell’appartamento si scoprono divisi fra i rimpianti per il regime comunista e le lusinghe della vita occidentale. Il continuo viavai dei russi finisce col disturbare e far imbufalire Nicole, giovane artista parigina il cui loft è situato proprio in corrispondenza con il varco, ma dopo alcune disavventure (la ragazza si perde a sua volta per le strade dell'ex Leningrado) fra lei e Nikolai scatterà la simpatia. Insolita commedia dai toni surreali e grotteschi, basata su uno spunto simpatico e originale (che per certe cose anticipa “Essere John Malkovich”), con una comicità confusa e anarchica che va spesso sopra le righe ma anche una buona caratterizzazione dei personaggi (su tutti Nikolai, scapigliato musicista e insegnante che non resiste alla tentazione di accordare ogni pianoforte in cui si imbatte) e una certa vena satirica (per esempio contro la nuova tendenza dei russi ad abbracciare il capitalismo subito dopo essersi disfatti del comunismo: vedi la scuola dove insegna il protagonista, tutta volta a formare una classe di bambini manager, il cui motto è "Pecunia non olet" e alle cui pareti sono appese riproduzioni di banconote occidentali; a tratti ricorda il liceo Marilyn Monroe del "Bianca" di Nanni Moretti). Fra le gag migliori: Nikolai e Nicole che si spacciano per i "famosi cantanti" Elvis Presley ed Edith Piaf per ingannare gli sprovveduti poliziotti di San Pietroburgo, e l’insegnante che guida i suoi alunni con il suono del proprio flauto, come nella fiaba del pifferaio magico. Nel finale c’è anche un pizzico di retorica, con i bambini – portati da Nikolai a Parigi in "gita scolastica" – che vorrebbero rimanere nella capitale francese e l'insegnante che li esorta invece a tornare in Russia e a darsi da fare per risollevare la loro patria disastrata. Il titolo originale, ben più indicato di quello italiano, significa "La finestra su Parigi". Alla sua uscita il film conquistò in breve tempo il record di copie pirata (in videocassetta) vendute per le strade di Mosca.

21 ottobre 2012

Paycheck (John Woo, 2003)

Paycheck (id.)
di John Woo – USA 2003
con Ben Affleck, Uma Thurman
**

Rivisto in TV, con Sabrina.

Al suo sesto (e per ora ultimo) film americano, John Woo gioca di nuovo la carta della fantascienza (la pellicola è tratta da un racconto di Philip K. Dick, "I labirinti della memoria", del 1953) ma non riesce a ripetere il successo di "Face/Off", anche per colpa di una sceneggiatura che non sfrutta a dovere i buoni spunti offerti del soggetto. Il protagonista, Michael Jennings (Ben Affleck: la parte era stata proposta a Matt Damon, che l'ha rifiutata perché troppo simile a quella di Jason Bourne), è un brillante ingegnere specializzato in reverse engineering: se un'azienda senza troppi scrupoli intende scoprire i segreti di un prodotto tecnologico della concorrenza o mettere a punto un'idea ancora più innovativa e top secret, Jennings "vende" loro un periodo della propria vita (di solito un paio di mesi), isolandosi in laboratorio e dedicandosi completamente all'obiettivo, per poi farsi cancellare la memoria di quei mesi dall'amico Shorty (Paul Giamatti) in modo che quanto ha fatto non sia noto più a nessuno, nemmeno a lui. Quando il milionario Jimmy Rethrick (Aaron Eckhart) lo ingaggia per un lavoro più impegnativo del solito, gli occorreranno tre anni per dar vita a una macchina talmente rivoluzionaria e pericolosa da attirare anche l'attenzione dell'FBI. Alla fine dell'incarico, con la memoria cancellata (compresi i ricordi della sua relazione con la biologa Rachel, interpretata da Uma Thurman), scoprirà che non solo è braccato tanto dalla polizia quanto da Rethrick stesso (che lo vuole uccidere), ma anche che ha rinunciato al compenso milionario preferendo invece una busta contenente venti oggetti del tutto ordinari (un pacchetto di sigarette, una moneta, degli occhiali, una lente d'ingrandimento, ecc.). Come in un videogioco ad enigmi, dovrà usare ciascuno degli oggetti al momento giusto e nel posto giusto per salvarsi la vita e procedere verso la comprensione di ciò che è accaduto nei tre anni precedenti: quella che ha costruito è una macchina che permette di vedere nel futuro, e così ha potuto "prevedere" che cosa gli servirà per sopravvivere e per distruggere un apparecchio che, complice la natura umana, inevitabilmente finirà col far autoavverare proprio ciò che mostra (guerre, epidemie). Il tema dell'uomo inconsapevole ma costretto alla fuga è debitore a "Intrigo internazionale" di Hitchcock, quello della memoria cancellata selettivamente è un classico della SF (e anticipa di un anno "Se mi lasci ti cancello"). Se nel complesso il film può deludere per l'incapacità, come già detto, di approfondire in maniera soddisfacente i concetti e le idee di partenza (in più, alcune svolte legate ai singoli oggetti sembrano davvero implausibili), il ritmo e il buon cast valgono almeno una visione. E Woo condisce il tutto con i suoi classici stilemi: scene d'azione (anche se meno elaborate e coinvolgenti del solito) e inseguimenti in moto, riflessioni sull'amicizia (tradita o meno: vedi i casi rispettivamente di Rethrick e di Shorty) e la predeterminazione, un paio di mexican standoff e l'immancabile colomba bianca che appare nel momento clou.

20 ottobre 2012

Parto col folle (Todd Phillips, 2010)

Parto col folle (Due date)
di Todd Phillips – USA 2010
con Robert Downey Jr., Zach Galifianakis
*

Visto in TV.

L'architetto Peter Highman (Downey Jr.) deve recarsi da Atlanta a Los Angeles per assistere al parto della moglie, previsto con taglio cesareo entro due giorni. Ma un incontro casuale all'aeroporto con l'aspirante attore Ethan Tremblay (Galifianakis) gli fa perdere il volo e il bagaglio. Privo di denaro e di documenti, sarà costretto ad attraversare in auto tutto il paese e soprattutto ad accettare (e sopportare) la compagnia del problematico Ethan, che lo coinvolgerà in guai e vicissitudini di ogni tipo. Alla fine, però, l'amicizia fra i due si cementerà. Il regista de "Una notte da leoni" ripropone lo stesso menù a base di amici, sbornie e disavventure, ricorrendo stavolta al tema delle due persone diversissime fra loro (con una delle due insofferente verso l'altra, che di solito è invece quella che procaccia i guai), costrette a condividere uno spazio fisico, un viaggio o un altro tipo di situazione: un classico del cinema sin dai tempi del muto, passando per i film con Jack Lemmon e Walther Matthau e per le commedie francesi sui "cretini". Qui però tutto è artificioso e fasullo, le gag non strappano che deboli risate, la sceneggiatura non affonda quando dovrebbe farlo e ripete situazioni, spunti (il cagnolino, le ceneri del padre, le deviazioni impreviste) e ambientazioni (il confine messicano, il Grand Canyon) già visti millemila volte in passato. Ma soprattutto non approfondisce che superficialmente i due personaggi e la loro relazione, un grave difetto visto che l'unica idea su cui si basa l'intero film è proprio il contrasto fra il controllato, efficiente e arrogante Peter, e lo scalcinato, effemminato e "alternativo" Ethan. Dopo i primi dieci minuti, cessa di essere divertente. Downey Jr. è sempre in gamba, ma il resto del cast è sotto il livello di guardia. Nel finale, cameo per i protagonisti del telefilm "Due uomini e mezzo", la serie di cui Ethan è un fan e in cui aspira a recitare.

19 ottobre 2012

Histoire d'«O» (Just Jaeckin, 1975)

Histoire d'«O» (id.)
di Just Jaeckin – Francia 1975
con Corinne Cléry, Udo Kier
**

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Tratto dal celeberrimo romanzo erotico di Pauline Réage, pubblicato nel 1954, è il film-manifesto del bondage e del sadomaso al cinema. La giovane e bellissima «O» è talmente sottomessa al suo amante René da accettare di essere condotta al castello di Roissy, dove viene addestrata per diventare una schiava sessuale e subisce frustate e mortificazioni di ogni tipo. René la consegna infine al proprio mentore, il nobile sir Stephen, che diventa il suo padrone assoluto ma che finirà con l'innamorarsene, con conseguente capovolgimento di ruoli. Lo scandalo provocato dal romanzo alla sua uscita risulta certamente attenuato nel film (dopotutto erano passati vent'anni e i costumi erano cambiati), ma non del tutto: l'idea che una donna possa trovare la felicità nella più completa sottomissione e nel "totale annullamento della sua volontà, nel quale essa rinuncia alla propria libertà lasciando che sia un uomo a detenerla come una sorta di vera e propria proprietà personale" può risultare incomprensibile ancora a molti (gli intellettuali francesi, alla sua uscita, faticarono a credere che il romanzo fosse stato scritto da una donna). Nonostante l'aria da softcore patinato ante litteram (non saranno poche le pellicole che vi si ispireranno, riproponendo la fotografia luminosa e diffusa nella speranza di riprodurne anche l'atmosfera torbida), il film non ha perso la sua carica erotica e traspone abbastanza fedelmente sullo schermo le pagine scritte, trattando l'argomento con eleganza e senza sfociare mai nella volgarità. Numerosi i tagli nella versione italiana, ma i frammenti sono stati ripristinati nell'edizione in DVD. Fondamentale la bellezza "opalina, morbida e perfetta" della protagonista Corinne Cléry (la quale, dopo essere divenuta celebre con questa pellicola, ha lavorato parecchio in Italia ed è stata anche una bond girl nel film "Moonraker - Operazione spazio" del 1979). Nel cast anche Udo Kier (René), Anthony Steel (sir Stephen) e Li Sellgren (Jacqueline, la bionda modella che «O» seduce e introduce a sua volta a Roissy).

18 ottobre 2012

Safe (Boaz Yakin, 2012)

Safe (id.)
di Boaz Yakin – USA 2012
con Jason Statham, Catherine Chan
*1/2

Visto in TV.

Luke Wright, ex poliziotto dei servizi speciali infiltrato nel circuito dei combattimenti clandestini e ora caduto in disgrazia e in fuga dai suoi stessi compagni corrotti, rimane coinvolto nella guerra di potere fra la mafia cinese e quella russa quando decide di proteggere Mei, una bambina la cui stupefacente memoria per i numeri viene utilizzata dai malviventi allo scopo di "consegnare" la combinazione di una cassaforte. Un action movie senza particolari momenti memorabili: la presenza e la fisicità di Statham non bastano a sollevare una sceneggiatura priva di idee e una regia che non offre nulla che non si sia già visto in tante altre pellicole del genere (combattimenti, sparatorie, inseguimenti, senza un attimo di sosta ma anche senza sorprese o inventiva). Buono per passare il tempo, ma del tutto dimenticabile.

14 ottobre 2012

Sognando Beckham (G. Chadha, 2002)

Sognando Beckham (Bend It Like Beckham)
di Gurinder Chadha – GB 2002
con Parminder Nagra, Keira Knightley
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Divertente commedia sul calcio femminile, sulle difficoltà di integrazione delle nuove generazioni di espatriati e sull'importanza di saper "piegare" le regole della tradizione (to bend it, come recita il titolo originale, che si riferisce anche alla capacità di Beckham di dare l'effetto alla palla per aggirare la barriera sui calci di punizione) allo scopo di esprimere sé stessi e raggiungere i propri obiettivi. Jesminder ("Jess"), diciottenne di origine indiana che vive con la sua famiglia in Inghilterra, alla periferia ovest di Londra, è un'appassionata fan di David Beckham e ama giocare a pallone al parco con gli amici (maschi), il che non è visto di buon occhio dai genitori, assai conservatori (il padre è un sikh ortodosso, la madre sogna per lei un matrimonio punjabi). Avendola osservata in azione, la coetanea Juliette ("Jules", una Keira Knightley agli esordi) le propone di entrare a far parte della locale squadra amatoriale di calcio femminile. Combinando il loro talento, Jess e Jules portano il team in finale, ma la loro amicizia viene messa a repentaglio dal fatto che entrambe si innamorano dell'allenatore, il giovane irlandese Joe (Jonathan Rhys Meyers). E nel frattempo non mancano i problemi con le rispettive famiglie: la madre di Jules si convince che fra le due ragazze ci sia una relazione lesbica, mentre i genitori di Jess, dopo aver scoperto che la figlia fa parte della squadra, le impediscono di continuare a giocare, anche perché il matrimonio della sorella maggiore Pinky (Archie Panjabi) è imminente e tutta la famiglia deve mobilitarsi per organizzarlo al meglio. Il miglior film della regista anglo-indiana Gurinder Chadha (che non si ripeterà più) fonde in maniera leggera, fresca e (auto)ironica i luoghi comuni della pellicola sportiva (il riscatto, il gioco di squadra, il sacrificio, la vittoria finale), di quella romantica (i dilemmi dell'amicizia e dell'amore) e di quella a sfondo sociale (il contrasto fra il rispetto della tradizione e la lotta per l'autodeterminazione, i dissidi generazionali – "Non sempre i genitori hanno ragione" – e i cambiamenti nel comportamento dei figli degli espatriati – vedi la disinibita sorella Pinky, dedita al sesso pre-matrimoniale, o l'amico Tony, che si rivela essere gay). Significativa la scena in cui Jess vede – nella barriera da aggirare sul calcio di punizione decisivo – la madre, le zie e gli altri parenti, insomma tutti coloro che rappresentano una tradizione (famigliare, etnica, sociale) da superare. Se dunque il divertimento non manca, questo non va a discapito dei contenuti e della sostanza, il tutto in un setting realistico e ben definito (i personaggi vivono nei dintorni dell'aeroporto di Heathrow, i cui aerei in decollo si vedono spesso passare nei cieli sopra le loro teste: la scena finale della pellicola non poteva dunque che ambientarsi nell'aeroporto stesso, con le protagoniste che partono per una nuova avventura – una borsa di studio in America, dove il calcio femminile è praticato anche a livello professionistico), strizzando un occhio al cinema bollywoodiano (musiche, abiti, colori e balletti) e un altro a quello britannico ("My beautiful laundrette" ha fatto scuola). E dunque poco male se la trama presenta qualche cliche di troppo, se alcuni personaggi sono eccessivamente macchiettistici (i parenti), se l'alchimia fra la Nagra e Rhys Meyers non pare proprio perfetta e se le sequenze calcistiche non sono sempre convincenti. Il buon ritmo della storia e l'energetica simpatia delle due protagoniste compensano ogni cosa. Molte ragazze della squadra di calcio sono vere giocatrici dilettanti. Cameo, nei panni di sé stessi, per gli ex calciatori e commentatori sportivi Alan Hansen, John Barnes e Gary Lineker, mentre nel finale si intravede in aeroporto anche David Beckham (e signora) in persona. Nei titoli di coda la regista, la troupe e gli attori intonano a turno le strofe della canzone finale in hindi.

9 ottobre 2012

Crying fist (Ryoo Seung-wan, 2005)

Crying Fist - Pugni di rabbia (Jumeogi unda)
di Ryoo Seung-wan – Corea del Sud 2005
con Choi Min-sik, Ryoo Seung-beom
**

Visto in DVD, con Giovanni.

Storia parallela di due uomini in cerca di riscatto, che trovano nella boxe l'occasione per dimenticare i fallimenti del passato. Il quarantenne Tae-shik (Choi Min-sik, il protagonista di "Old boy") era stato un campioncino da giovane, vincendo anche la medaglia d'argento ai giochi asiatici, ma ora è un relitto: disoccupato, pieno di debiti e abbandonato dalla moglie (che progetta di risposarsi per dare un avvenire sicuro al figlioletto), non trova di meglio che offrirsi come punching-ball umano per la strada a tutti coloro che, prendendolo a pugni, vogliono sfogare in questo modo lo stress. Su suggerimento di un amico, però, decide di rimettersi in forma e di provare a risalire sul ring per conquistare il titolo, un ultimo disperato tentativo per riacquistare l'orgoglio e la fiducia in sé stesso, oltre che il rispetto di suo figlio. Il ventenne Sang-hwan (Ryoo Seung-beom, fratello del regista) è invece un teppistello che ne ha combinata una di troppo ed è finito in galera. Qui trova nel pugilato un modo per dare senso alla propria vita, anche agli occhi dell'anziana nonna malata che dall'esterno non ha mai smesso di preoccuparsi e di fare il tifo per lui. Il difficile ambiente carcerario diventa così uno stimolo che lo porta faticosamente a scalare i vertici delle classifiche, fino alla sfida finale. Quasi due film in uno, con tutti gli elementi tipici delle storie sportive di riscatto e rivincita (patetismi inclusi, soprattutto nel rapporto dei due personaggi con i propri famigliari: il figlio per Tae-shik, la nonna per Sang-hwan). La particolarità è che nel finale la pellicola mette i due protagonisti – che non si erano mai incontrati prima – a confronto sul ring l'uno contro l'altro: e solo uno dei due potrà risultare vincitore. Nonostante una regia nervosa e un montaggio un po' confuso, la buona prova degli interpreti rende il film abbastanza piacevole da seguire, anche se alla resa dei conti non si rivela particolarmente coinvolgente.

6 ottobre 2012

Io ballo da sola (B. Bertolucci, 1996)

Io ballo da sola
di Bernardo Bertolucci – Italia/GB 1996
con Liv Tyler, Jeremy Irons
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Eleonora, Benedetta e Francesca.

La diciannovenne americana Lucy Harmon (una Liv Tyler agli esordi, nel ruolo che l’ha fatta conoscere) giunge in Toscana per trascorrere una breve vacanza, ospite in una bella villa sulle colline senesi. I padroni di casa erano amici di sua madre, poetessa da poco defunta, e la ragazza ha ragione di credere di essere stata concepita proprio in quei luoghi: uno dei motivi del suo viaggio – oltre a fare da modella per una scultura – è proprio quello di scoprire la vera identità del padre. Nella villa, affollata da bizzarri personaggi dai costumi piuttosto liberi (in gran parte artisti, poeti e scultori), Lucy diventa ben presto l’attrazione di tutti. Lei vorrebbe rivedere un giovane italiano di cui, nella sua visita precedente, si era innamorata, e magari perdere con lui la propria verginità; ma alla fine colui al quale si concederà sarà un altro. I temi della crescita, della scoperta della sessualità e dell’ingresso nell’età adulta si fondono con quelli dell’arte (anche la ragazza compone estemporanee poesie, i cui versi – che appaiono scritti in sovrimpressione sullo schermo, alla Greenaway – vengono affidati a fogliettini e frammenti di pagine dispersi poi qua e là), della vita, della morte (indimenticabile lo scrittore malato terminale, interpretato da Jeremy Irons), sullo sfondo di uno scenario assai suggestivo: le campagne e le colline toscane, i campi di grano e i filari di ulivi, i cascinali e le ville antiche, i vasi di terracotta e le insolite sculture, per un’ambientazione che negli anni successivi sarà saccheggiata da altre pellicole (per lo più anglosassoni) o da spot pubblicitari. Anche se a tratti il film sembra girare un po’ a vuoto, con la sua andatura lenta e l’assenza di una trama ben definita, riesce comunque a catturare la complicità dello spettatore, facendolo sentire a sua volta come se fosse un ospite in vacanza insieme a Lucy e agli altri personaggi. Non manca una certa dose di ambiguità, anche a livello sessuale (si pensi alla coppia formata da Richard e Miranda), che pure non sfocia mai nel torbido, anche se alcuni critici – soprattutto statunitensi – hanno manifestato un certo disagio. Eccellente la prova della bellissima Tyler (all’epoca nota soltanto in quanto “figlia di Steven Tyler”, il leader degli Aerosmith), spontanea e radiosa nel ruolo di una ragazza innocente e romantica, all’interno di un cast comunque ricco e vario, che comprende fra gli altri Joseph Fiennes, Jean Marais, Carlo Cecchi, Rachel Weisz, Stefania Sandrelli e Sinéad Cusack.

3 ottobre 2012

Reality (Matteo Garrone, 2012)

Reality
di Matteo Garrone – Italia 2012
con Aniello Arena, Loredana Simioli
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina.

Luciano, estroverso pescivendolo che vive in un fatiscente palazzo nel cuore di Napoli e che “arrotonda” le proprie entrate travestendosi da drag queen alle feste di nozze e trafficando illegalmente in elettrodomestici venduti per corrispondenza, viene convinto dai propri familiari a partecipare alle selezioni locali per la nuova edizione del “Grande Fratello”. Quando gli viene fatta balenare innanzi la possibilità di entrare a far parte della trasmissione, Luciano è pervaso dall’illusione di diventare una celebrità e di poter così evadere dalla squallida vita quotidiana. L’ossessione per il programma lo porta a montarsi la testa: lascia il lavoro, vende la pescheria e si aliena sempre più dalla famiglia e da coloro che gli stanno attorno, perdendo gradualmente ogni contatto con la realtà. Tanto che, in attesa di una risposta dalla produzione (che non giungerà mai), viene colto dalla convinzione paranoica che “quelli della tv” lo stiano spiando, studiando tutto quello che fa, proprio come se si trovasse già nella casa del reality show. Dopo il successo di “Gomorra”, Matteo Garrone non abbandona Napoli ma cambia completamente registro narrativo: con i toni della parabola e della commedia, un tocco di esistenzialismo surreale e una fotografia che esalta i colori vivaci, sceglie di affrontare il tema dell’illusione che, soprattutto in tempi di crisi, colpisce tutti coloro che sperano di fare fortuna senza sforzo, in un mondo dove l’apparire in tv, anche per breve tempo, può trasformare chiunque in una celebrità popolare (come “Enzo”, l’idolo locale che, prima di Luciano, ha già avuto il suo momento di notorietà grazie allo spettacolo e che incoraggia il protagonista a non abbandonare mai il proprio sogno: “Never give up!”). Memorabile l'ambiguo finale in cui Luciano riesce a introdursi di soppiatto proprio nella sorvegliatissima casa dello show, senza che nessuno si accorga di lui mentre vi si aggira come un fantasma (ma forse i veri fantasmi sono gli altri personaggi dello show): che si tratti solo di una fantasia o, appunto, di un sogno che si autoavvera? L’ambientazione campana, la simpatia dei personaggi (il colorito parentame, tipicamente napoletano, o gli abitanti del quartiere dove vive il protagonista), la regia elegante e la buona scrittura sono al servizio di una lucida esposizione dei rischi che si corrono quando si rimane ossessionati dalla prospettiva di una facile popolarità. “Per molti la tv diventa come una certificazione della propria esistenza, un problema esistenziale più che narcisistico”, ha commentato il regista. “Vivendo in una società dei consumi si è sempre vulnerabili alle seduzioni che arrivano dall'esterno”. Anche se alla resa dei conti il film non dice nulla di particolarmente nuovo e originale sul tema: la miglior pellicola sui reality show rimane ancora quel capolavoro che – incredibile a dirsi – è stato realizzato ancora prima che il “Grande Fratello” televisivo vedesse la luce, vale a dire “The Truman Show”. Il bravo protagonista Aniello Arena è un’ergastolano, detenuto nel carcere di Volterra, che proprio nella recitazione (teatrale e cinematografica) ha trovato una nuova ragione di vita. Nel cast anche Nando Paone (l'amico Michele) e Ciro Petrone (il barista). La colonna sonora di Alexandre Desplat, in linea con il tono “fiabesco” della pellicola (si pensi anche all'incipit, con la carrozza trainata dai cavalli bianchi che giunge in un vero e proprio castello per la fastosa celebrazione delle nozze: qui Garrone si è ricordato di uno dei suoi primi documentari, "Oreste Pipolo"), ricorda le sonorità delle musiche di Danny Elfman per i film di Tim Burton. Una curiosità: i sottotitoli in italiano (almeno nella copia proiettata qui a Milano) su alcune frase in dialetto napoletano.

30 settembre 2012

Animal House (John Landis, 1978)

Animal House (National Lampoon's Animal House)
di John Landis – USA 1978
con John Belushi, Tim Matheson
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Ilaria.

Siamo nel 1962: gli studenti che si iscrivono al Faber College devono scegliere – com'è consuetudine nei campus degli Stati Uniti – una confraternita di cui far parte. Quelli che vengono scartati dalle più elitarie e prestigiose finiscono nella Delta Tau Chi, la più scalcinata e meno rispettabile dell'intero istituto, talmente famigerata che persino il rettore della scuola (John Vernon) complotta in ogni modo per poterla sciogliere e cacciarne i membri dal college. Più interessati a compiere scherzi e bravate e ad organizzare festini (come il mitico "toga party") che a studiare, i membri del Delta Tau Chi finiranno col combinarla talmente grossa (e col totalizzare punteggi talmente bassi negli esami) da farsi espellere. Sapranno però vendicarsi sabotando in maniera dirompente la parata di fine anno organizzata dal college nelle strade della città. Il tema degli "spostati" e dei disadattati che lottano contro un establishment troppo rigido con le armi dell'anarchia e della goliardia è di vecchia data (e nel cinema ha precedenti illustri: dai fratelli Marx a "Zero in condotta" di Jean Vigo), ma il film di Landis lo eleva alla massima potenza, donando alla pellicola una carica liberatoria senza pari, grazie a un gruppo di personaggi (e di attori) che si fanno beffe di ogni regola, mostrando così quanto sia ridicola quella caricatura dell'ordine costituito che regna in certe istituzioni (il confronto fra le cerimonie per essere accolti nelle varie confraternite è esemplare). La demenzialità non è dunque fine a sé stessa, come in molti dei successivi epigoni, ma all'interno di un contesto sociale e quindi con una valenza satirica ben precisa che riporta nel cinema americano quell'anarchia sovversiva e purificatrice che (con sporadiche eccezioni, tipo "MASH") mancava appunto dai tempi dei fratelli Marx. Nel cast, che comprende molti giovani attori alle prime armi ma destinati a fare fortuna (come Tom Hulce, Karen Allen e Kevin Bacon: ma nei progetti iniziali avrebbero dovuto esserci anche Chevy Chase, Bill Murray e Dan Aykroyd) nonché una guest star del calibro di Donald Sutherland (nel ruolo di un professore hippie), domina John Belushi, vero punto di forza della pellicola con la sua energia comica dirompente e sfacciata, incurante di tutto ciò che gli sta attorno (si pensi a quando si schiaccia le lattine sulla testa, a quando sfascia la chitarra di Stephen Bishop, a quando si infila le matite nel naso, a quando ammicca allo spettatore mentre sbircia dalla finestra le cheerleader che si spogliano). Belushi, fino ad allora star televisiva del "Saturday Night Live", era alla sua prima apparizione sul grande schermo. Molte le scene memorabili, dallo scherzo del cavallo allo scontro in mensa, dall'adescamento delle ragazze del college femminile al processo-farsa, fino naturalmente al momento più celebre di tutti, quello in cui Bluto (Belushi) recita il suo discorso d'incoraggiamento che termina con le immortali parole "...e quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare!". Ma indimenticabili restano anche le scritte sullo schermo nel finale che rivelano quale sarà il destino dei vari personaggi (il film è accreditato come uno dei primi ad aver utilizzato questo espediente), con l'esilarante "Senatore Blutarsky e signora" in sovrimpressione sulla fuga di Bluto e di una delle cheerleader, da lui rapita. Il titolo originale ("National Lampoon's Animal House") rivela che il lungometraggio è nato come spin-off della rivista satirica "National Lampoon": la sceneggiatura (di Douglas Kenney, Chris Miller e Harold Ramis) è infatti ispirata ad alcuni racconti pubblicati sulle sue pagine e alle reali esperienze universitarie di Miller, Ramis e del produttore Ivan Reitman. Insieme ad altri film usciti alla fine degli anni settanta (come "Ridere per ridere" dello stesso Landis) ha contribuito a definire la commedia demenziale americana negli anni a venire. Nonostante il tono del racconto, sempre sopra le righe, la regia di Landis è solida e controllata ma anche dinamica, e getta le basi per il successivo capolavoro “The Blues Brothers” del quale anticipa già alcune caratteristiche (non solo la presenza di Belushi e l’aria di scampagnata goliardica, ma anche sequenze musicali come le due in cui DeWayne Jessie si esibisce nei panni di Otis Day, con le canzoni "Shout" e "Shama Lama Ding Dong"). E a proposito di colonna sonora, oltre che dal title theme “Animal’s House”, questa è impreziosita da numerosi brani anni '50 e '60 come "Louie Louie" di Richard Berry e "Twistin' the Night Away" di Sam Cooke. La scelta del 1962 come anno in cui ambientare la pellicola non è dovuta soltanto alle esperienze autobiografiche dei suoi autori: per Miller e compagni il 1962 è stato "l'ultimo anno innocente degli Stati Uniti", e la parata che conclude il film si svolge il 21 novembre 1963, il giorno prima dell'assassinio del presidente Kennedy, di cui è una sorta di parodia (o di inquietante premonizione). Il film è stato girato nel campus dell'Università dell'Oregon di Eugene, il cui rettore diede l'assenso perché non voleva commettere lo stesso errore di quando aveva rifiutato il permesso alle riprese del film "Il laureato", ritenendolo di dubbio valore artistico.

27 settembre 2012

Prima dell'alba (R. Linklater, 1995)

Prima dell'alba (Before Sunrise)
di Richard Linklater – USA/Austria 1995
con Ethan Hawke, Julie Delpy
***1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Due ragazzi, l’americano Jesse (Hawke) e la francese Céline (Delpy), fanno conoscenza sul treno che va da Budapest a Parigi. Percependo la nascita di un certo feeling, Jesse le propone di scendere insieme a lui a Vienna, per trascorrere insieme la notte camminando per le strade della città e parlando a ruota libera fino all’alba, quando lei ripartirà per Parigi e lui prenderà un volo per gli Stati Uniti. Prima di lasciarsi, dopo aver inizialmente progettato di non rivedersi mai più e di consegnare quella notte al solo ricordo, prometteranno però di ritrovarsi nello stesso luogo dopo sei mesi. Originale e romantica love story costruita attorno a un incontro casuale e a una lunga notte in una città straniera dove i due protagonisti non conoscono nessuno e nessuno li conosce, fatta di passeggiate per piazze, ponti, bar, parchi, cimiteri o lungo le rive del Danubio, di incontri con artisti di strada, chiromanti, poeti barboni e suonatori di arpicorda, di lunghi dialoghi e scambi di pensieri e di opinioni sulla vita, la morte, i sogni dell'adolescenza, l’amore e le esperienze precedenti. La spontaneità degli attori ma soprattutto la naturalezza e il realismo della situazione (una vicenda simile può capitare a chiunque, durante le vacanze estive – magari con l’inter-rail – o nel corso di viaggi in paesi stranieri: l'idea, in effetti, è venuta al regista proprio dopo aver trascorso un'intera notte passeggiando e chiacchierando con una ragazza a Philadelphia) hanno reso la pellicola un vero e proprio cult movie, che esprime al meglio la magia che può concentrarsi in un particolare luogo e in momento unico al mondo. Molto bella, fra le altre cose, la sequenza finale che mostra nuovamente al mattino tutti i posti che i due ragazzi hanno visitato durante la notte: luoghi che sembrano ora del tutto ordinari, ma che per i due protagonisti (e per noi spettatori) manterranno per sempre un significato particolare. La sceneggiatura è dello stesso Linklater in collaborazione con Kim Krizan (trattandosi di un film tutto imperniato sui dialoghi di una coppia, il regista ha infatti voluto una sceneggiatrice donna al proprio fianco), anche se Delpy e Hawke avrebbero contribuito ai dialoghi con qualche improvvisazione. Il finale non rivela se Jesse e Céline manterranno la promessa di rivedersi sei mesi dopo: ma a distanza di nove anni, nel 2004, il regista ha riportato in scena gli stessi personaggi in un sequel, “Before Sunset – Prima del tramonto” (ambientato stavolta a Parigi), che rivela cosa è accaduto loro in tutto quel tempo.

25 settembre 2012

Venezia e Locarno 2012 - conclusioni

Nessun capolavoro ma tanti film di medio livello: questo il mio bilancio personale della rassegna veneziana appena conclusa. Dei dodici lungometraggi che ho visto, tre mi sono piaciuti in maniera particolare: "Pietà" di Kim Ki-duk, con cui il regista coreano è tornato alla "cattiveria" che lo contraddistingueva a inizio carriera e che la giuria ha voluto premiare con un Leone d'Oro che a questo punto ritengo abbastanza giusto (anche se non ho ancora visto le altre due pellicole che da alcune parti erano state indicate come meritevoli, vale a dire "Bella addormentata" di Bellocchio e "The Master" di Paul Thomas Anderson); il metaforico e surreale "La cinquième saison" della coppia Brosens/Woodworth; e "Paradise: Faith" di Ulrich Seidl, secondo capitolo di una trilogia interessante e controversa. Ho apprezzato, con qualche riserva, anche i film di Assayas, Kitano, Serebrennikov e – per quanto riguarda Locarno – Brisseau e Baker. Deludenti invece De Oliveira, Bier, Lo Cascio e Wakamatsu.

23 settembre 2012

Outrage beyond (T. Kitano, 2012)

Outrage beyond (id.)
di Takeshi Kitano – Giappone 2012
con Takeshi Kitano, Hideo Nakano
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Nel 2010 Kitano aveva realizzato "Outrage" con l'unico scopo di divertirsi e di far divertire lo spettatore. Addirittura, nello scrivere la sceneggiatura, il regista era partito inventandosi i modi più disparati per uccidere i personaggi e soltanto dopo vi aveva "cucito" sopra una storia. Ma il risultato – nonostante il successo di pubblico – lo aveva convinto solo in parte, e per questo motivo ha deciso, per la prima volta nella sua carriera, di realizzare un sequel nel quale riporta in scena quei (pochi) personaggi che erano sopravvissuti alla carneficina del lungometraggio precedente. La storia prende l'avvio cinque anni dopo la conclusione del primo film: il traditore Kano ha sostituito il vecchio capo del clan Sanno, attorniandosi di giovani spregiudicati e insofferenti all'antico stile degli yakuza ("non hanno nemmeno i tatuaggi giusti", commentano alcuni della vecchia guardia). Sotto il suo controllo la banda si è ingrandita a dismisura ed è arrivata persino a infiltrarsi nella vita politica, stringendo affari con vari ministri o – più spesso – ricattandoli. Anche per questo motivo, oltre che per fare carriera, l'infido poliziotto Kataoka complotta affinché scoppi una guerra fra il Sanno e un clan rivale di Osaka, gli Hanabishi. Nel suo progetto di mettere una banda contro l'altra si ritrova coinvolto anche Otomo, yakuza "vecchio stile" interpretato da Kitano stesso, che non era morto alla fine del film precedente come ci era stato lasciato intendere. Appena uscito di prigione, l'ormai vecchio e stanco Otomo non avrebbe intenzione di rituffarsi nel giro: ma il suo antico rivale Kimura, istigato da Kataoka, lo convince ad allearsi con lui e ad entrare in azione per vendicarsi di Kato e degli altri traditori. Rispetto alla pellicola precedente, questo sequel è più equilibrato e lineare, nonché più efficace nel mettere in scena la corruzione e la sete di potere di tutti i vari attori coinvolti nella guerra di bande: yakuza, poliziotti e politici si muovono tutti alla ricerca del proprio tornaconto e tramano l'uno alle spalle dell'altro senza onore e senza rispetto per i valori della lealtà e della "famiglia" (a parte Otomo, Kimura e i loro giovani sottoposti, unici baluardi rimasti di un mondo in cui anche i malviventi erano ancora "rispettabili"). Certo, pur nobilitato dall'ottima regia di Kitano e da alcuni momenti geniali, rimane un puro film di genere, senza la poesia o i guizzi che Beat Takeshi ha dispensato a piene mani nei film del passato. Ma il divertimento non manca, e nel mettere in scena le guerre intestine fra yakuza Kitano è ormai un vero e proprio maestro.

22 settembre 2012

Izmena (Kirill Serebrennikov, 2012)

Izmena
di Kirill Serebrennikov – Russia 2012
con Albina Dzhanabaeva, Dejan Lilic
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Un uomo e una donna scoprono che i rispettivi coniugi sono amanti. Cominciano così a frequentarsi per discutere dell'argomento e finiscono col pedinare i due adulteri fino alla stanza d'albergo dove si incontrano abitudinalmente. Dopo un incidente in cui i due traditori perdono la vita (e per il quale una bizzarra detective in gonnella sospetterà di loro), i due protagonisti scelgono di separarsi: ma qualche anno dopo, quando ormai si sono entrambi risposati, l'attrazione reciproca li farà ritrovare e diventare amanti a loro volta. Impossibile non pensare a un confronto con "In the mood for love", il capolavoro di Wong Kar-Wai che partiva da uno spunto simile ma che presentava sviluppi, toni e atmosfere completamente diverse. Se quello era un melodramma struggente, qui siamo più dalle parti del neo-noir esistenzialista ("gelido e metafisico", hanno scritto i critici). I personaggi rimangono sfuggenti e distanti dallo spettatore, che non ha quasi nessuna occasione per lasciarsi coinvolgere dalla vicenda, anche perché la sceneggiatura gioca a mantenere un velo di ambiguità su alcuni momenti chiave. La fotografia fredda, la regia elegante e ricercata (lunghi piani sequenza, spesso con la camera a mano che segue i personaggi, e un'attenzione estetica per inquadrature insolite che si svelano piano a piano), la cura negli effetti sonori (per esempio nella scena del temporale), il fondamentale ruolo delle scenografie (l'ospedale, l'albergo, i piazzali antistanti alle inospitali architetture di periferia della Russia post-sovietica) e le buone prove degli interpreti lo rendono comunque abbastanza interessante. Per non parlare di alcuni momenti imprevedibili che possono stimolare riflessioni sul caso, il destino e la predeterminazione. Il titolo significa "Tradimento".

21 settembre 2012

Love is all you need (S. Bier, 2012)

Love is all you need (Den skaldede frisør)
di Susanne Bier – Danimarca/Svezia/Italia 2012
con Trine Dyrholm, Pierce Brosnan
*1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Amici e parenti si ritrovano in Italia, in una grande villa circondata dai limoni sulla costiera amalfitana, per festeggiare il matrimonio fra i giovani Patrick e Astrid. Ma nonostante l'atmosfera romantica, i dubbi, le gelosie, i problemi famigliari e le incomprensioni finiranno col mandare a monte la cerimonia. Poco male: alla fine l'amore trionferà comunque, se non tra i figli, almeno tra i genitori. Saranno infatti il padre di Patrick e proprietario della villa, un ricco manager dal cuore indurito da una lunga vedovanza (Pierce Brosnan), e la madre di Astrid, un'imbranata parrucchiera reduce da un tumore al seno e che ha appena scoperto che il marito la tradisce (Trine Dyrholm, già protagonista del film precedente della Bier, "In un mondo migliore"), a capire di essere fatti l'uno per l'altra e a trovare in questo modo una via di fuga dalle rispettive crisi e solitudini. Un'Italia da cartolina, fra mare, cappuccini, limoni e mandolini (e "That's amore" in colonna sonora, insieme a "Sarà perché ti amo" e "Tintarella di luna"), un'ambientazione mediterranea che può ricordare "Mamma mia!", un finale altamente prevedibile e la presenza di Brosnan rendono il film pericolosamente simile a una commedia romantica hollywoodiana, al punto che ci si chiede che cosa ci facesse una pellicola del genere al festival di Venezia. Risate e divertimento non mancano, ma dalla Bier ci si attende ben altro. Nel cast anche il Ciro Petrone di "Gomorra".

20 settembre 2012

Paradise: Faith (Ulrich Seidl, 2012)

Paradise: Faith (Paradies: Glaube)
di Ulrich Seidl – Austria 2012
con Maria Hofstätter, Nabil Saleh
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Secondo episodio della trilogia “Paradise” di Ulrich Seidl, dedicata alle insolite vacanze dei membri di una famiglia austriaca: dopo il capitolo sull’amore (“Paradise: Love”), che era incentrato sul turismo sessuale, ecco quello sulla fede, che parla invece del fanatismo e del proselitismo religioso. La protagonista è Anna Maria, sorella della precedente Teresa. Fervida credente, approfitta del tempo concessole per le ferie (è un medico che lavora in un centro diagnostico) per girare di casa in casa nelle desolate periferie di Vienna, portando con sé una statua della Madonna, nel tentativo di convertire stranieri e protestanti al cattolicesimo. Frequenta inoltre un gruppo di preghiera (“Siamo le truppe d’assalto della chiesa!”) e, in privato, giunge addirittura a fustigarsi per espiare i propri e gli altrui peccati. Ma anche la devota Anna ha un segreto, una sorta di scheletro nell’armadio: prima di trovare la fede ha infatti sposato un musulmano, Nabil, paralizzato e costretto a stare sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente. La presenza di Nabil in casa, ora che Gesù è tutta la sua vita (sostituendo di fatto il marito), diventa per lei un tormento e una prova forse troppo difficile da superare. Se da un lato il fanatismo religioso di Anna è comunque sempre vissuto in maniera sincera, all’insegna della coerenza e non dell’ipocrisia (tanto che non si può non provare per lei una certa compassione: esilaranti o tragiche – a seconda dei casi – le sequenze in cui visita le case dei personaggi più vari e improbabili, dalla coppia di divorziati che “convivono nel peccato” agli immigrati che non capiscono che cosa lei voglia da loro, dalla giovane prostituta russa dedita all’alcolismo al grassone trasandato che vive nel disordine), dall’altro la pellicola mostra come in nome di quello stesso fanatismo si possa passare da un estremo all’altro: affidarsi completamente a Dio e vivere solo in funzione della fede può condurre senza troppe difficoltà dal dichiarare “Ti amo” al Cristo, quando tutto va bene, al dirgli “Ti odio”, quando le difficoltà si fanno insormontabili. Lo stile sobrio di Seidl si esprime anche attraverso le scenografie (come la casa di Anna, spoglia e decorata da crocifissi in ogni stanza). Non mancano alcune scene shock, come quella in cui la protagonista si masturba sotto le coperte con un crocifisso, o quella in cui assiste a un’orgia notturna in un parco pubblico. Il regista ha dichiarato di non voler mandare nessun messaggio, ma solo di far riflettere lo spettatore: ed è proprio quello che il film – interessante come il precedente e vincitore del premio speciale della giuria a Venezia – riesce a fare. Restiamo ora in attesa del terzo capitolo della trilogia, che sarà dedicato alla speranza (“Paradise: Hope”) e sarà incentrato sui campi per dimagrire.

19 settembre 2012

The millennial rapture (Koji Wakamatsu, 2012)

The millennial rapture (Sennen no yuraku)
di Koji Wakamatsu – Giappone 2012
con Shinobu Terajima, Kengo Kora
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Gli uomini della famiglia Nakamoto – un clan dal sangue “nobile ma empio” che vive all’interno di una piccola comunità di emarginati, in un villaggio situato fra il mare e le montagne – sembrano essere segnati da una maledizione: giovani e belli, attraggono con facilità donne e guai e sono tutti destinati a una morte prematura e violenta. Oryu, la levatrice che ha contribuito a portare alla luce molti di loro, giunta ormai in tarda età discorre con l’effige del suo defunto compagno (un monaco: se lei si occupava i nascituri, lui accompagnava i morti) e ricorda la turbolenta esistenza di alcuni di questi ragazzi, in particolare quella dello sciupafemmine Hanzo e quella dello sfaccendato e delinquente Miyoshi. Con un’ambientazione fuori dal tempo (siamo evidentemente ai giorni nostri, visto che sono presenti furgoni e automobili moderne; ma atmosfere, abiti e scenografie – per non parlare della colonna sonora, un accompagnamento con lo shamisen – rimandano al passato), il film – tratto da un romanzo di Kenji Nakagami, “Mille anni di piacere”, e diretto da un regista di pink eiga, i film erotici giapponesi degli anni sessanta e settanta – si snoda in maniera poco appassionante e ripetitiva, tanto che per ben due volte la narrazione riparte da capo con un nuovo personaggio di cui fino ad allora non era mai stata fatta menzione: quando Hanzo muore, a metà film, Miyoshi viene introdotto “dal nulla”; e lo stesso capita nel finale con Tatsuo, che a sua volta prende il testimone dal cugino. L’apparente cura nella fotografia e l’aura “mitica” che la sceneggiatura eredita dal romanzo è inficiata da una certa raffazzonatura generale: ne sono un esempio gli errori di continuità, come quello nella scena in cui Miyashi mostra a Oryu il suo tatuaggio (che dapprima sembra prolungarsi fino alle sue braccia e poi si rivela confinato alla sola schiena). Il simbolismo sui temi della vita, della morte e del sesso si limita al classico legame fra eros e thanatos, mentre le parabole umane dei personaggi non vanno al di là di una perenne sensazione di ciclicità e dell’impossibilità di scampare a un destino predeterminato e autodistruttivo. Resta il sospetto che il film sia stato prodotto soltanto per dare un’occasione di ribalta ad alcuni giovani attori “bellocci” (Kengo Kora, Sosuke Takaoka, Shota Sometani).

18 settembre 2012

Qualcosa nell'aria (Olivier Assayas, 2012)

Qualcosa nell'aria (Après mai)
di Olivier Assayas – Francia 2012
con Clement Metayer, Lola Créton
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La vita, gli amori, le ribellioni e la crescita di un gruppo di liceali inquieti e politicamente impegnati – fra anarchia e comunismo – nell’estate del 1971 (il titolo originale significa “Dopo maggio”): critici verso le istituzioni e gli idoli del passato, i protagonisti vivono pienamente l’ondata libertaria della controcultura, sognando di diventare artisti, pittori o registi e di portare a compimento quella rivoluzione che pochi anni prima, nel 1968, non avevano potuto cominciare perché ancora troppo giovani. Assayas stesso, che nel 1971 aveva sedici anni, fa parte di questa generazione: il film è dichiaratamente autobiografico e affonda a pieni mani in ricordi, canzoni, letture, visioni, sensazioni e illusioni di quegli anni. L’individualismo e il pluralismo, il lavoro e lo studio, i viaggi (in Italia, in Nepal, a Londra, in America) e l’impegno si fondono e si confondono in una narrazione frammentata e lineare al tempo stesso, che non segue una trama ma un flusso di vita dove trovano posto anche indecisioni e confusione (si pensi alla diatriba fra i documentaristi su quale “stile” cinematografico adottare: rivoluzionario ma incomprensibile alle masse o tradizionale ma più efficace?), l’incoscienza dovuta all’età e gli inevitabili intoppi nel percorso di crescita, fra amori e delusioni, certezze e dubbi, estremismi e ripensamenti. Il film è stato premiato a Venezia per la miglior sceneggiatura, anche se forse non sono i dialoghi il suo vero punto di forza bensì l’atmosfera generale (cui contribuisce una bellissima fotografia, luminosa ed eterea come solo i ricordi dell’adolescenza possono essere), la ricostruzione della cultura che si respirava in quegli anni, i sogni e gli ideali di chi cercava a fatica di individuare la propria strada in un mondo sempre più vasto e complicato. La politica, l’arte e la vita si fondono così in un mosaico di esperienze e di sensazioni, alla continua ricerca di coerenza e libertà. Fra i personaggi (tutti interpretati da bravi e giovanissimi attori) spicca Gilles, vero e proprio alter ego di Assayas, più interessato alla pittura che alla politica, diviso fra due amori e colto dai primi dubbi sul reale significato degli stravolgimenti che lo circondano. Il suo è un percorso alla scoperta della propria vita, fra compagni sempre più estremisti e rivoluzionari e altri che invece si ripiegano su sé stessi, sull’amore o sul misticismo, fra la sperimentazione artistica che si ribella al passato (“Odio i vecchi poeti”, recita una poesia di Gregory Corso che il ragazzo legge a un certo punto) e l’esperienza che solo un’industria culturale ben organizzata può garantire (gli sceneggiati televisivi su Maigret che il padre produce, le pellicole di fantascienza trash che si girano nei Pinewood Studios di Londra). Alla fine la vita continua, e quell’epoca – come ogni epoca – si rivelerà essere solo un momento di passaggio, per quanto importante, nel corso di un’esistenza.

17 settembre 2012

Gebo e l'ombra (M. de Oliveira, 2012)

Gebo e l'ombra (Gebo et l'ombre, aka O Gebo e a sombra)
di Manoel de Oliveira – Francia/Portogallo 2012
con Michael Lonsdale, Claudia Cardinale
**

Visto al cinema Mexico, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Gli anziani coniugi Gebo (Michael Lonsdale) e Doroteia (Claudia Cardinale) abitano in povertà insieme alla nuora Sofia (Leonor Silveira) e attendono inutilmente notizie del figlio (e marito) João, partito otto anni prima in cerca di fortuna. Tutti e tre, malgrado l’età e la stanchezza, continuano a vivere in funzione di un “ombra”, quella di João appunto, che si manifesta continuamente nei loro pensieri e nelle loro esistenze: la stessa ombra che spinge Gebo a mentire alla moglie, dicendole di aver ricevuto di tanto in tanto sue notizie. Ma quando João fa finalmente ritorno a casa, si rivela molto diverso da come era partito: quasi un estraneo, insofferente all’onesta vita del padre, ne deride la morale e spiega di essere diventato un ladro e di vivere di espedienti. Di notte fugge nuovamente, non prima di essersi impossessato del denaro che il genitore – che lavora come contabile – custodiva nella sua cassaforte. Per proteggerlo, sarà proprio Gebo ad assumersi la colpa del furto. Liberamente ispirato a una pièce teatrale teatrale di Raul Brandão (che il regista ha descritto come un'anticipazione di "Aspettando Godot"), ambientato nel tardo diciannovesimo secolo e interpretato da un nugolo di vecchi mostri sacri (c’è anche una strepitosa Jeanne Moreau, che a 84 anni illumina ancora la scena con la sua presenza), è l’ultimo film realizzato dall’ormai 103enne (!) De Oliveira. Certo, è un tipo di cinema decrepito e soporifero, ai limiti del teatro filmato: quasi tutta la pellicola consiste in inquadrature fisse su personaggi seduti attorno a un tavolo, in una stanza a malapena illuminata dalle candele o da deboli lampade, che senza nemmeno guardarsi fra di loro (lo sguardo è spesso rivolto allo spettatore) discutono a lungo su temi come il senso della vita, la menzogna, l’etica e la società. Ma in fondo il film è da apprezzare più per quello che lascia dentro che per quello che comunica durante la visione, e poi la qualità pittorica della fotografia (l’utilizzo della luce è strepitoso), il valore degli interpreti e le implicazioni morali dei lunghi dialoghi (che mettono in evidenza la psicologia di personaggi “condannati all’infelicità e alla povertà” come Gebo, che nonostante la sua onestà non può far altro che ricorrere alla menzogna per “erigere un muro di abitudini e di illusioni” in grado di proteggere la propria famiglia) possono aiutare a tenere desta l’attenzione.