31 luglio 2010

Tropic thunder (Ben Stiller, 2008)

Tropic thunder (id.)
di Ben Stiller – USA 2008
con Ben Stiller, Robert Downey jr.
**

Visto in DVD, con Marisa e Monica.

Un gruppo di attori hollywoodiani sta girando un costosissimo film sulla Guerra del Vietnam, ma i loro continui capricci mettono a repentaglio il piano di lavorazione ("dopo cinque giorni siamo già in ritardo di un mese!"). Incapace di tenerne sotto controllo gli atteggiamenti da prime donne, e messo sotto pressione dalla furia dell'irascibile produttore, l'inesperto e frustrato regista decide – dietro suggerimento del veterano di guerra sulle cui memorie si basa la sceneggiatura – di portarli a recitare nella vera giungla, lontano dal set. Qui, sperduti nel "triangolo d'oro", se la dovranno però vedere con autentici guerriglieri e trafficanti di droga. La vera satirica e parodistica di Stiller si scatena stavolta contro l'industria del cinema di cui lui stesso fa parte: un bersaglio facile ma che offre l'occasione per gag divertenti se si sta al gioco. La parte migliore, comunque, è all'inizio, con i falsi trailer dei film che presentano i personaggi illustrando, a beneficio dello spettatore, i "tipi" di attore hollywoodiano interpretati rispettivamente da Ben Stiller, Jack Black e Robert Downey jr.: l'eroe di film d'azione sempre uguali (che cerca di salvare la propria carriera e di battere nuove strade perché ormai sulla via del tramonto), il protagonista di commedie demenziali e volgari per famiglie (naturalmente cocainomane) e l'interprete "impegnato" e multipremiato (che impiega mesi per "entrare" nel personaggio, facendo di tutto – in questo caso, addirittura scurendosi chirurgicamente la pigmentazione – per immedesimarsi, e non uscendone "fino a quando non sono stati girati gli extra del dvd"). Da sottolineare anche "Simple Jack", l'impresentabile parodia di "Forrest Gump" nella quale Stiller recita la parte di un ritardato mentale. Se Downey jr. è sicuramente il migliore del lotto, nel resto del cast (che comprende anche Nick Nolte, Steve Coogan e Matthew McConaughey) sorprende un irriconoscibile Tom Cruise che interpreta il produttore Les Grossman con protesi e finta calvizie. La scena in cui gli effetti speciali di una grande esplosione vengono sprecati, perché le cariche sono state azionate quando la macchina da presa non stava girando, potrebbe essere un omaggio alla sequenza iniziale di "Hollywood party" con Peter Sellers (peraltro citato a un certo punto, insieme a molti altri attori celebri).

30 luglio 2010

Il bacio nudo (Samuel Fuller, 1964)

Il bacio nudo (The naked kiss)
di Samuel Fuller – USA 1964
con Constance Towers, Anthony Eisley
**1/2

Visto in DVD.

La prostituta Kelly, che due anni prima si era ribellata al suo protettore (memorabile e di grande effetto la sequenza d'apertura, vista in doppia soggettiva, in cui la donna – calva e senza parrucca – infierisce sull'uomo sulle note del jazz di Charlie Parker), giunge a Grantville, una tranquilla cittadina di provincia. Dapprima intenzionata a vendere la propria "mercanzia" (il suo primo cliente è il "duro" Griff, il capo della polizia), decide in seguito di cambiare vita: comincia a lavorare come infermiera in un ospedale pediatrico per bambini e riesce anche a conquistare l'amore del giovane magnate e filantropo locale, Grant (Michael Dante), che le chiede di sposarlo. Anche questi, però, ha un lato oscuro e perverso: è infatti un pedofilo, che spera di trovare complicità e comprensione in una donna dal torbido passato. Kelly invece lo uccide: ma saprà spiegare le proprie ragioni agli occhi della comunità? Innestando sul classico canovaccio della donna perduta e in cerca di redenzione un plot twist dai risvolti socio-psicologici e anticonformisti, Fuller realizza un melodramma noir che, per l'epoca e per il codice Hays allora in vigore, non va certo per il sottile. Pur trattandosi essenzialmente di un film a basso budget e senza nomi di richiamo (la Towers, che domina la pellicola, era più nota per la sua carriera teatrale e televisiva che per quella cinematografica), è efficace nel mettere in scena le dinamiche del peccato e della redenzione, grazie anche a una buona fotografia in bianco e nero e a un montaggio disinvolto. Nel cinema di Grantville si proietta "Il corridoio della paura" dello stesso Fuller, mentre tanto Kelly quanto Grant sembrano avere una passione per l'Europa (la musica di Beethoven, la poesia di Goethe, i canali di Venezia). Un po' stucchevole, invece, la lunga sequenza con il canto dei bambini, benché funzionale allo sviluppo della storia. In Italia il film è noto anche con il titolo "Il bacio perverso".

28 luglio 2010

Vivere (Akira Kurosawa, 1952)

Vivere (Ikiru)
di Akira Kurosawa – Giappone 1952
con Takashi Shimura, Miki Odagiri
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Probabilmente il capolavoro della produzione umanista e neorealista di Kurosawa, "Vivere" affronta temi individuali (la paura della morte, l'importanza di vivere pienamente la propria vita) e sociali (l'inefficienza e la desensibilizzazione della burocrazia, l'ipocrisia della politica) senza scivolare – o almeno non troppo – nella retorica o nel patetismo. Il film si apre in maniera insolita: sullo schermo viene mostrata la lastra di una radiografia, mentre una voce fuori campo ci informa che "l'eroe di questa storia" ha un tumore ai polmoni e gli restano pochi mesi di vita. Il protagonista, Kenji Watanabe (interpretato da un espressivo Takashi Shimura) è un anziano funzionario comunale, direttore dell'ufficio richieste, abituato da anni – come tutti i suoi colleghi, peraltro – a "perdere tempo" invece che lavorare, facendo rimbalzare le domande dei cittadini da uno sportello all'altro, senza mai prendere alcuna iniziativa per risolvere davvero i loro problemi. Lavora da trent'anni nello stesso ufficio, senza un giorno di assenza (perché, come recita la barzelletta, "altrimenti si accorgerebbero che possono benissimo fare a meno di me"). Vedovo, ha dedicato tutta la propria esistenza al figlio Mitsuo, che ora – sposato – farebbe volentieri a meno di lui e attende soltanto che vada in pensione per poter mettere le mani sulla sua liquidazione. Quando Watanabe si rende conto di avere ormai soltanto pochi mesi da vivere, la consapevolezza di aver sprecato la propria esistenza gli piomba addosso tutta d'un colpo: confuso e disperato, dapprima vaga per la città senza meta; poi si lascia convincere da uno scrittore a godersi alcune serate nei quartieri notturni di Tokyo; e infine accoglie il saggio suggerimento di una giovane impiegata: fare qualcosa di utile. Si prende dunque a cuore la richiesta di alcune donne, fino ad allora snobbate da tutti gli uffici competenti, e si prodiga perché un terreno paludoso e ricoperto da un malsano acquitrino venga bonificato e trasformato in un campo giochi per bambini. Molte sono le scelte di sceneggiatura non convenzionali, come quella di far morire il protagonista a due terzi del film e di dedicare gli ultimi 45 minuti alla sua veglia funebre, dove i colleghi si interrogano sui motivi del suo cambiamento, ricordano la tenacia con cui ha perseguito il progetto del giardino pubblico (non mollando mai la presa sui responsabili degli altri uffici e sul recalcitrante sindaco, che poi finirà invece con l'attribuirsi tutto il merito davanti ai giornalisti) e si ripromettono di seguire il suo esempio: ma la buona volontà dura ben poco, e la burocrazia inerte e passiva torna a prevalere. L'ultima scena, che mostra finalmente i bambini giocare nel campo voluto così ostinamente da Watanabe (e nel quale è addirittura andato a morire), suggerisce che forse un uomo non ha il potere di cambiare il mondo intero: ma almeno un pezzettino sì.

27 luglio 2010

Yankee (Tinto Brass, 1966)

Yankee
di Tinto Brass – Italia/Spagna 1966
con Philippe Leroy, Adolfo Celi
**

Visto in DVD, con Martin.

Curioso western all'italiana diretto da un Tinto Brass che all'epoca non si era ancora indirizzato verso il filone erotico che lo avrebbe poi reso famoso. Più che per i contenuti (la storia non è molto diversa da quella di mille altri spaghetti western, con un avventuriero senza nome – chiamato da tutti "Yankee" perché evidentemente americano – che giunge nel Nuovo Messico per sgominare la banda di un criminale sanguinario e megalomane, il grande Concho), il film si fa notare per la forma: la regia di Brass è espressionista e dinamica, con abbondanza di primissimi piani, angolature insolite e attenzione ai dettagli (il regista dichiarò di essersi ispirato alle vignette dei fumetti americani, imitandone la composizione e le inquadrature ravvicinate); la fotografia di Alfio Contini è colorata, surreale e quasi psichedelica, e gioca con la luce e con il fuoco. Da antologia le riprese controluce, come quella in cui il sole al tramonto forma riflessi circolari sull'obiettivo che pervadono l'intera inquadratura. Molto orecchiabile il tema musicale di Nini Rosso. E davvero interessante il comparto attoriale, con Philippe Leroy e Adolfo Celi rispettivamente nei panni del protagonista e del cattivo (il resto del cast è formato da caratteristi italiani e spagnoli).

25 luglio 2010

Address unknown (Kim Ki-duk, 2001)

Address unknown (Suchwiin bulmyeong)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2001
con Yang Dong-kun, Ban Min-jung
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Film duro e fra i migliori di Kim Ki-duk, racconta i traumi di una nazione attraverso le vicende di alcuni personaggi che abitano nei pressi di una base militare americana in Corea del Sud. Siamo in "un autunno degli anni settanta": la guerra con il Nord è terminata da anni ma continua a vivere nei ricordi di coloro che l'hanno combattuta, influenza le esistenze di chi è nato in seguito ed è perennemente rievocata proprio dalla presenza dei soldati americani, impegnati in continue esercitazioni di cui pochi percepiscono la vacua inutilità. Il giovane e robusto Chang-guk, figlio illegittimo di un soldato afroamericano e di una prostituta, non ha mai conosciuto il padre (da tempo ritornato nel proprio paese), lavora come assistente di un "macellaio di cani" (che acquista gli animali per poi ucciderli a bastonate e venderne la carne ai ristoranti) e abita in un vecchio autobus con la madre, la quale insiste nel continuare a scrivere al "marito" e si vede tornare indietro tutte le missive con l'indicazione "indirizzo sconosciuto". L'introversa studentessa Eun-ok, figlia di un soldato scomparso durante la guerra, è rimasta accecata a un occhio da bambina a causa del fratello e ha come unico compagno il suo cagnolino, al quale concede tutta sé stessa. Il timido e gentile Ji-hum lavora come assistente di un ritrattista, è innamorato a distanza di Eun-ok e ha un difficile rapporto con un padre che si vanta delle imprese compiute in battaglia, sognando una medaglia che gli è sempre stata negata. Come capita spesso nei film di Kim, i protagonisti sono vittime di disagi fisici e psicologici, di ferite interne ed esteriori, che trovano nella follia (Chang-guk), nella rassegnazione (Eun-ok) o nella vendetta (Ji-hum) la forza per ribellarsi al mondo violento che li circonda. "Sono come quelle lettere che non hanno trovato il loro destinatario", ha commentato il regista. "Chang-guk ha subito una violenza totale, Eun-ok ne ha subita una a metà e Ji-hum sarà capace di riprendersi, come un'erba cattiva". Anche i personaggi di contorno (il macellaio di cani, i due bulli che tormentano Ji-hum e violentano Eun-ok, il soldato americano alla ricerca di qualcosa – le droghe, l'amore di Eun-ok – che lo aiuti a superare l'alienazione e la nostalgia di casa) contribuiscono alla descrizione di un mondo disperato e pessimista, rendendo il film paragonabile per certi versi al capolavoro di Kim, "L'isola". In un panorama di desolazione e crudeltà (la natura perennemente spoglia, le violenze sui cani) fanno occasionalmente la loro comparsa squarci di dolce ironia (i protagonisti, come per solidarietà, sfoggiano a un certo punto tutti e tre una benda sull'occhio destro), di poesia surreale (il ritaglio sull'occhio di Eun-ok, che prefigura la "maschera" di "Time") e di umorismo grottesco (Chang-guk infilato a testa in giù nel terreno ricoperto da una nevicata). Non mancano naturalmente metafore sociali e politiche: Eun-ok, che può guarire dalla sua parziale cecità attraverso un'operazione nell'ospedale militare americano (in cambio della quale dovrà concedersi al giovane soldato), è forse un simbolo della Corea, dimezzata, che spera nell'aiuto degli Stati Uniti (ma cosa dovrà dare in cambio?) per tornare in possesso della sua "altra metà".

23 luglio 2010

Destino cieco (K. Kieślowski, 1981)

Destino cieco (Przypadek)
di Krzysztof Kieślowski – Polonia 1981
con Bogusław Linda, Monika Goździk
**1/2

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Il caso governa l'esistenza del giovane Witek, nato a Poznań durante la rivolta del 1956. A seconda che urti un ubriaco alla stazione o lo eviti, riuscendo così a prendere o meno il treno che dovrebbe riportarlo a Varsavia dopo la morte del padre, finirà col conoscere persone differenti e seguire percorsi di vita alternativi: diventerà un attivista politico e farà carriera all'interno del partito comunista; o collaborerà con un movimento di resistenza clandestina e si convertirà al cristianesimo; oppure ancora terminerà gli studi di medicina, sposerà una compagna di corso e si manterrà equidistante da ogni presa di posizione politica. Prima di "Sliding doors", "Smoking/No smoking" e "Lola corre", Kieślowski ha messo in scena l'idea che un evento insignificante possa cambiare completamente il corso della vita di un uomo, mostrandone tre differenti svolgimenti come nelle "storie a bivi" di disneyana memoria. Ma alla fine il destino incombe e porta comunque nella direzione che vuole lui. Anche se non si sfugge alla sensazione di trovarsi di fronte a un giochino intellettuale un po' fine a sé stesso e che esprime in fondo concetti non troppo profondi (per non parlare della nonchalance con la quale il protagonista intraprende strade completamente diverse l'una dall'altra, come se per sua natura fosse privo di convinzioni, ideologie o inclinazioni personali in grado di dirigerlo comunque in una determinata direzione), il film è interessante per il suo approccio "politico" e per la descrizione sfaccettata di un periodo turbolento della storia polacca (le ingerenze del partito comunista nella vita di tutti i giorni, le comunità giovanili che si organizzavano per far circolare idee libere e pubblicazioni non autorizzate, le pastoie burocratiche e di regime che controllavano l'attività di ogni cittadino). Non a caso, per problemi di censura, uscì nei cinema soltanto nel 1987. Formidabile l'incipit, quasi incomprensibile a una prima visione della pellicola, con una successione di brevi flash che riassumono in pochi minuti l'intero passato di Witek.

21 luglio 2010

Witness (Peter Weir, 1985)

Witness - Il testimone (Witness)
di Peter Weir – USA 1985
con Harrison Ford, Kelly McGillis
**1/2

Rivisto in DVD.

Il piccolo Samuel, membro di una comunità religiosa di agricoltori (gli Amish) che rifiutano ogni forma di modernità e che vivono come se si trovassero ancora nell'ottocento, assiste casualmente a un omicidio nei bagni della stazione ferroviaria di Filadelfia, dove è di passaggio con la madre (la giovane vedova Rachel) per recarsi in visita da alcuni parenti. Quando il detective John Book scopre che il responsabile del delitto è a sua volta un poliziotto, si rende conto che la propria vita e quella del bambino – unico testimone oculare – sono in pericolo. In fuga dagli agenti corrotti, John si nasconde con Rachel e Samuel proprio presso gli Amish, dove entra lentamente in sintonia con uno stile di vita ben diverso da quello cui era abituato e si innamora (ricambiato) della donna. Ma il mondo esterno, e con esso la resa dei conti, non tarderà a ripresentarsi e ad irrompere violentemente nella comunità. Innestando sulla struttura di un poliziesco tutta una parte centrale che per lungo tempo sembra quasi dimenticarsi della trama principale, come se si trattasse di due film in uno, Weir (al suo primo lavoro americano) torna a descrivere – come suo solito – l'incontro fra mondi e culture diverse, quasi agli antipodi: una che vive nel passato (le prime inquadrature, con scene di vita rurale e carretti trainati da cavalli, lasciano sbigottito lo spettatore quando compare la didascalia "Pennsylvania, 1984") e l'altra nel presente, seguendo regole e codici che sembrano reciprocamente assurdi. A differenza delle pellicole sugli aborigeni australiani, però, manca il senso del mistero e del soprannaturale: la storia si dipana su un livello più umano e intimo. Il bambino è Lukas Haas, che continuerà a recitare anche da adulto. C'è anche una particina per Viggo Mortensen, al suo esordio sul grande schermo, nei panni di uno dei contadini Amish. La musica, Vangelis-style, è di Maurice Jarre.

20 luglio 2010

La fantastica sfida (R. Zemeckis, 1980)

La fantastica sfida (Used cars)
di Robert Zemeckis – USA 1980
con Kurt Russell, Jack Warden
**

Rivisto in DVD.

Due concessionarie di auto usate, di proprietà di due fratelli (interpretati entrambi da Jack Warden) in diretta concorrenza, si fanno la guerra con tutti i mezzi, leciti e illeciti, compresi spot pubblicitari pirata che vengono inseriti fraudolentemente sulle frequenze televisive. Venuto a sapere che la rampa d'accesso alla nuova superstrada – foriera di grandi affari – sarà costruita proprio in prossimità dell'area del rivale, il fratello "cattivo" fa di tutto per spingere quello "buono" al fallimento (e all'infarto!) prima che la notizia venga resa pubblica. Ma dovrà fare i conti con le iniziative del super-venditore Rudy (un giovane e spigliato Kurt Russell), dalla parlantina sciolta e dalle mille risorse (irresistibile come si presenti ai potenziali clienti con un cognome sempre diverso, di chiara origine polacca, latina o afroamericana a seconda delle circostanze). Il secondo lungometraggio di Zemeckis, scritto dal regista insieme al suo sodale Bob Gale e basato su un'idea di Steven Spielberg e John Milius (che figurano come produttori esecutivi), è una farsa ambientata nella profonda provincia americana – siamo in Arizona – che gioca sui luoghi comuni relativi ai venditori di auto usate, percepiti nell'immaginario pubblico come imbroglioni e truffatori pronti a ogni inganno pur di rifilare vetture scassate ai loro clienti (la pellicola si apre proprio con Rudy che "tarocca" un contachilometri). Simpatico e socialmente scorretto (Rudy ambisce a entrare in politica e a diventare senatore, come a dire che si tratta di un lavoro adatto a chi non è proprio onesto; e non mancano frecciatine rivolte a Jimmy Carter, l'allora presidente degli Stati Uniti) ma divertente solo a tratti, il film ha comunque i suoi buoni momenti, soprattutto quando si movimenta nel finale con il tentativo dei protagonisti di far giungere sul proprio terreno duecentocinquanta automobili usate prima che il giudice della contea arrivi a constatare se la loro pubblicità – che prometteva la presenza di "un miglio di macchine" – fosse ingannevole. Memorabile il collega iper-superstizioso di Rudy, che si rifiuta di guidare automobili rosse perchè portano sfortuna.

17 luglio 2010

Toy story 3 (Lee Unkrich, 2010)

Toy story 3 - La grande fuga (Toy story 3)
di Lee Unkrich – USA 2010
animazione digitale
***

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Paola, Paola, Viviana e Francesco.

Andy è cresciuto, ha compiuto diciassette anni e sta per partire per il college: i suoi vecchi giocattoli – con l'unica eccezione di Woody – sono destinati a finire nella spazzatura o in soffitta. Non c'è dunque da stupirsi se Buzz Lightyear e compagni preferiscano invece essere donati all'asilo locale, il Sunnyside: ma ben presto scopriranno che restare in balia di bambini troppo piccoli può essere devastante... e distruttivo! Come se non bastasse, l'asilo è gestito col pugno di ferro dall'infido orsetto Lotso, che lo ha trasformato in un terribile campo di prigionia dal quale è impossibile evadere... A oltre dieci anni dal precedente episodio, la Pixar ripropone (un po' a sorpresa) i personaggi del suo primo lungometraggio animato e della sua unica franchise (ma non per molto: sono in arrivo "Cars 2" e "Monsters & Co. 2"), completando così una trilogia di altissimo livello per forma e contenuti. Messi in secondo piano l'apologo dell'amicizia e il discorso filosofico sull'identità (anche se le gag sulla personalità di Buzz non mancano nemmeno stavolta: formidabile la variante spagnola), la sceneggiatura si concentra sull'altro tema fondamentale della serie: il rapporto affettivo che si crea fra i bambini e i giocattoli, e il timore di questi ultimi di essere abbandonati e messi da parte. Stavolta il distacco da Andy è inevitabile: d'altronde era già stato adombrato in "Toy story 2", quando Stinky Pete domandava retoricamente a Woody "Pensi che Andy ti vorrà ancora con sé quando andrà al college, o in viaggio di nozze?". Ma gli sceneggiatori della Pixar sono abilissimi a commuovere il pubblico nella sequenza finale in cui il ragazzo dice addio ai compagni di tanti giochi e dunque alla sua infanzia, una scena toccante e intensa al tempo stesso, superata forse soltanto da quella precedente nell'inceneritore, quando i giocattoli – ormai convinti di essere destinati a una brutta fine – si tengono per mano e si preparano alla morte con una serie di sguardi ad altissima tensione emotiva. Al gruppo di personaggi classici (Woody, Buzz, Jessie, Slinky, Hamm, Rex, Mr. e Mrs. Potato, Bullseye e gli alieni con tre occhi) se ne affiancano di nuovi, buoni e cattivi, fra i quali spiccano – oltre a Lotso – una Barbie che per rompere i luoghi comuni dimostra di avere un cervello (lanciandosi in un convinto discorso socio-politico: "L'autorità dovrebbe derivare dal consenso dei governati, non dalla minaccia della forza!"), e di contro un Ken effemminato e accusato più volte di non essere altro che un accessorio (o peggio, "un giocattolo per bambine"!). Fra i camei c'è persino un peluche di Totoro, chiaro omaggio degli animatori al maestro Hayao Miyazaki. Gran parte della pellicola è comunque all'insegna dell'intrattenimento e strizza l'occhio ai più classici prison movie americani: Mr. Potato rinchiuso nel cassone della sabbia, per esempio, ricorda Steve McQueen ne "La grande fuga" e Paul Newman in "Nick mano fredda". Inutile, come sempre, il 3D, che aggiunge qualcosa solo nella dinamica sequenza introduttiva (uno scenario western che bilancia quello fantascientifico con cui iniziava il secondo episodio).

16 luglio 2010

36a camera dello Shaolin (Liu Chia-liang, 1978)

36a camera dello Shaolin (Shao Lin san shi liu fang)
di Lau Kar-leung – Hong Kong 1978
con Gordon Liu, Lo Lieh
***

Visto in DVD.

Liu Yu De, giovane studente cinese che si ribella al governo Manchu (siamo all'inizio del diciottesimo secolo), è costretto a fuggire dal proprio villaggio e si rifugia nel leggendario tempio buddhista di Shaolin, il luogo dove sono nate le arti marziali, dove spera di apprendere il kung fu per proteggere il popolo dagli oppressori. Diventato monaco con il nome di San Te, nel giro di pochi anni supera le difficili prove delle trentacinque camere del tempio, ciascuna custodita da un diverso maestro e studiata per affinare una differente capacità. Fra le altre cose inventa un'arma particolare, il bastone a tre sezioni, che gli è necessario per vincere la sfida finale. Dopo essere tornato nel mondo esterno e aver chiuso i conti con i suoi nemici, fonderà la trentaseiesima camera, quella in cui si insegnano le arti marziali alla gente comune: prima di allora, infatti, la disciplina del kung fu era mantenuta segreta e non poteva essere diffusa al di fuori del tempio. Una delle più classiche pellicole prodotte dagli studi degli Shaw Brothers: ispirata a un personaggio realmente esistito, si tratta probabilmente del capolavoro di Lau Kar-leung (che qui si firma con il suo nome in mandarino, Liu Chia-liang) e mostra con sincerità e passione quali sono le basi, lo spirito e l'essenza delle arti marziali (quelle "vere", non quelle cinematografiche!). Gran parte del film, infatti, si concentra sul lungo addestramento del protagonista, raccontando il suo percorso attraverso differenti forme di pratica (non solo combattimenti a mani nude o con le armi, ma anche esercizi di vario genere, fisici e mentali) e prendendosi il giusto tempo nel mostrarne il lento progresso da giovane studente avventato e impulsivo (vorrebbe iniziare subito dalla prima camera, ovvero quella più difficile) a monaco saggio e in grado a sua volta di trasmettere la propria conoscenza a degli allievi. Campione d'incassi, il film ha influenzato profondamente il genere e ha contribuito a renderlo più realistico. Ottima la regia, con scene d'azione dinamiche e diversificate (lo stesso regista ha anche coreografato i combattimenti), e convincenti gli interpreti (fra gli avversari di San Te spiccano Wilson Tong e il "cattivo" Lo Lieh). Il protagonista Gordon Liu, che divenne subito una star (appare anche nel "Kill Bill" di Tarantino), è il fratello adottivo del regista.

15 luglio 2010

Ken il guerriero – Il film (T. Ashida, 1986)

Ken il guerriero - Il film (Hokuto no ken)
di Toyoo Ashida – Giappone 1986
animazione tradizionale
*1/2

Rivisto in DVD.

Dopo una guerra nucleare che ha trasformato la Terra in un immenso deserto senza vita, il mondo è piombato nel caos e nella violenza. I maestri di Hokuto e di Nanto, due potenti scuole di arti marziali, si fronteggiano fra loro. Kenshiro, legittimo successore della scuola di Hokuto, va in cerca dell'amata Julia che è stata rapita da Shin di Nanto; ma deve anche fronteggiare l'ambizione di Raoul, suo fratello adottivo, che intende dominare il mondo con la forza. Realizzato mentre la serie animata furoreggiava sugli schermi giapponesi, questo lungometraggio abbastanza inutile condensa gli eventi della prima parte del manga di Ken il guerriero, concedendosi giusto qualche piccola deviazione dalla storia canonica. Il regista è lo stesso della serie televisiva e anche il character design è identico (anatomie sproporzionate comprese), il che è contemporaneamente una buona cosa (i recenti OAV e i nuovi film cinematografici prendono strade diverse e spesso sgradevoli, rendendo irriconoscibili i personaggi) e un limite (non ci si discosta poi molto da un'estetica di livello televisivo). Se la pellicola è vivacizzata dalla consueta dose di violenza grafica (i colpi di Kenshiro e dei suoi avversari fanno esplodere i nemici o li tagliano a pezzi, in sequenze estremamente splatter e gore) e può contare su una solida ambientazione alla "Mad Max", le mancano però il respiro e l'epicità della serie regolare: c'è continuamente la sensazione di assistere a un riassunto, con l'evidente compressione di diverse storyline. A parte piccole modifiche relative a personaggi minori (il colossale Heart è qui al servizio di Jagger; i fratelli Cobra vengono affrontati da Raoul), e l'assenza totale di altri (come Toki), i cambiamenti maggiori riguardano le figure femminili: Julia ha nel complesso un ruolo meno importante, mentre più significativo è quello di Lynn, la misteriosa bambina in grado di empatizzare con le persone e di riportare la vita sul pianeta (è l'unica che riesce a far germogliare i semi dei fiori, dimostrando che la terra è ancora fertile). Insolito il finale aperto (Lynn interrompe lo scontro fra Ken e Raoul prima che quest'ultimo possa sferrare il colpo finale; poi Ken vaga nel deserto, e per un attimo ha la visione di un mondo dove la natura è rifiorita, fra boschi e laghi di montagna): forse i produttori avevano in progetto un secondo lungometraggio, poi mai realizzato. Bella la colonna sonora, di Tsuyoshi Ujiki, con due canzoni ("Heart of madness", mentre si svolge lo scontro fra Raoul e Rey, e "Purple eyes", sui titoli di coda) interpretate dal gruppo Kodomo Band.

13 luglio 2010

The aviator (Martin Scorsese, 2004)

The aviator (id.)
di Martin Scorsese – USA 2004
con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett
**1/2

Rivisto in DVD, con Ilaria, Ginevra ed Eleonora.

Nel raccontare la vita del magnate Howard Hughes, e in particolare gli anni che vanno dal 1927 al 1947 (Hughes morì poi nel 1976), Scorsese realizza uno dei suoi film più "grandi", programmaticamente parlando, e bigger-than-life. Come "Quarto potere", è un monumento alla genialità, alla megalomania e alla follia di un personaggio straordinario, tipicamente americano, che – fra le altre cose – ha lasciato la sua impronta indelebile nei campi dell'aviazione militare e civile e della produzione cinematografica (e non è facile immaginare che proprio il suo ruolo in quest'ultimo settore sia stato il motivo che ha attirato in primo luogo l'interesse del regista, da sempre innamorato del cinema statunitense classico degli anni trenta e quaranta, come sa bene chi ha visto lo splendido documentario "Viaggio nel cinema americano"). Industriale, ingegnere, pilota, appassionato di film (da produttore – "Scarface" di Howard Hawks – e da regista – "Gli angeli dell'inferno" e "Il mio corpo ti scalderà": tutte pellicole eccessive e di forte impatto) e di volo (oltre ad aver stabilito numerosi recordi di velocità, ha costruito apparecchi innovativi – come il mastodontico "Hercules" – ed è stato il proprietario della TWA, che ha aperto alle rotte internazionali), Hughes è diventato celebre presso il grande pubblico per i suoi numerosi flirt con grandi dive del cinema (su tutte Katharine Hepburn e Ava Gardner, nel film interpretate rispettivamente da Cate Blanchett e Kate Beckinsale; ma pare che abbia frequentato anche Bette Davis, Gene Tierney, Faith Domergue, Linda Darnell, Joan Fontaine, Olivia De Havilland e altre ancora: un uomo fortunato!), e successivamente per il suo stile di vita eccentrico: ossessionato dall'igiene, finì con l'isolarsi dal mondo e trascorse i suoi ultimi anni da recluso nelle proprie tenute, in preda a disturbi di natura ossessiva-compulsiva. L'episodio in cui rimane chiuso per quattro mesi nella sala proiezioni del suo studio è realmente accaduto. L'ottimo DiCaprio interpreta il personaggio calandosi nella parte senza freni ed esibendone tutte le manie di grandezza e di protagonismo, ma anche la sincera passione per quello che fa e l'inarrestabile ostinazione che lo spinge a battersi in prima persona contro ogni ostacolo (esemplari le scene in cui si impegna a far valere le proprie ragioni prima contro la commissione di censura cinematografica e poi contro il senatore che vuole impedirgli di espandere l'attività delle sue linee aeree). L'abile regia di Scorsese, dal canto suo, si sbizzarrisce con le spettacolari scene di volo (notevole quella dell'incidente durante il collaudo dell'aereo-spia, che quasi costò la vita a Hughes) e con una ricostruzione storica piena di fascino e di amore per un periodo "mitico" della storia di Hollywood e degli Stati Uniti in generale (basti citare, su tutte, la scena dell'incontro fra Hughes e la Hepburn sul set di "Il diavolo è femmina", con una brevissima apparizione di Cukor e Grant). Fra le numerose partecipazioni all'interno di un cast vasto ed eterogeneo, sono da segnalare quelle di Gwen Stefani (nei panni della platinata Jean Harlow), Jude Law (in quelli di Errol Flynn), Ian Holm (l'anziano meteorologo, costretto da Hughes a dimostrare "matematicamente" ai censori come le tette di Jane Russell non fossero più oltraggiose di quelle di attrici che l'avevano preceduta), John C. Reilly (il tuttofare di Hughes), Alec Baldwin (il presidente della Pan Am, suo acerrimo rivale per i voli transcontinentali), Alan Alda (il senatore Brewster, che lo mette sotto inchiesta), Willem Dafoe (un giornalista scandalistico), Brent Spiner (il presidente della Lockheed). Una scena in cui sarebbe dovuta apparire anche l'aviatrice Amelia Erhart (interpretata da Jane Lynch) è stata tagliata in fase di montaggio.

10 luglio 2010

Toy story 2 (John Lasseter, 1999)

Toy story 2 - Woody & Buzz alla riscossa (Toy story 2)
di John Lasseter – USA 1999
animazione digitale
***1/2

Rivisto in DVD.

Messo in cantiere nel periodo in cui la Disney aveva iniziato a sfornare sequel direct-to-video dei suoi classici lungometraggi cinematografici, anche "Toy story 2" avrebbe dovuto essere distribuito soltanto nel circuito dell'home video. Ma sin dai primi screen test, la manifesta qualità del film realizzato da Lasseter e soci (come co-registi figurano Ash Brannon e Lee Unkrich) ha suggerito invece di farlo uscire al cinema. E giustamente: la pellicola è uno dei massimi capolavori della Pixar, migliore anche del prototipo nel riflettere in maniera tutt'altro che superficiale sul rapporto affettivo che si crea fra i bambini e i giocattoli della loro infanzia. Stavolta c'è anche una profonda vena di nostalgia e di malinconia: cosa succede quando i bimbi crescono e perdono ogni interesse per quelli che sono stati per anni i loro compagni di gioco? Si tratta quasi della fine di una storia d'amore, come sottolinea la sequenza cantata e strappalacrime che illustra la relazione fra la cowgirl Jessie e la sua precedente padroncina Emily, la quale passa nel giro di pochi mesi dal divertimento spensierato dell'infanzia ai nuovi interessi dell'adolescenza. In più c'è la sopraggiunta consapevolezza della propria caducità, per esempio quando Woody si ritrova con un braccio scucito: "I giocattoli non sono eterni", spiega la mamma di Andy al figlio. L'altro tema del film è il contrasto fra gioco e collezionismo: Woody scopre di non essere un semplice cowboy di pezza, ma di avere un background e di essere stato protagonista negli anni quaranta e cinquanta – insieme ad altri tre compagni (la cowgirl Jessie, il cavallo Bullseye e il vecchio minatore Stinky Pete) – di una serie televisiva e di numerose iniziative di merchandising: ora pare destinato a un museo in Giappone (e a un certo punto è persino tentato da questa prospettiva), sempre se i suoi amici non lo salveranno in tempo, in tutti i sensi.

Ma anche Buzz Lightyear ha i suoi problemi di identità, benché di tipo diverso, quando scopre sugli scaffali di un negozio centinaia di "cloni" identici a sé, uno dei quali – ancora privo della consapevolezza di essere un giocattolo – si unirà al gruppo nella missione di salvataggio. A proposito di Buzz, il film si apre in maniera suggestiva con sequenze che sembrano provenire in tutto e per tutto da una pellicola di fantascienza (anche in questo caso siamo invece di fronte a un gioco, anzi a un videogioco!): e altrettanto memorabile è l'incontro con la sua nemesi, il malvagio tiranno intergalattico Zurg, che come in "Guerre stellari" rivelerà al coraggioso space ranger di essere suo padre (prima di precipitare nella tromba di un ascensore!). Non mancano altre strizzatine d'occhio fantascientifiche (il tema di "Also sprach Zarathustra") o autocitazioni della Pixar (il restauratore di giocattoli è il vecchietto già protagonista del cortometraggio "Il gioco di Geri" – a proposito, la rappresentazione degli esseri umani ha fatto passi da gigante dal primo episodio: vedi anche Al, il trasandato venditore e collezionista di giocattoli). Da segnalare l'esilarante sequenza del party delle Barbie nel negozio di giochi, mentre il livello tecnico dell'animazione è elevatissimo per tutto il film. In ogni caso, il maggior pregio della pellicola (come capita spesso con i prodotti Pixar) è di essere godibile su più piani: quello della pura avventura e del divertimento (per i bambini, ma non solo) e quello che invece riflette sulla natura stessa dei suoi personaggi e sul loro rapporto con i bimbi (che credo che possa essere apprezzato solo dagli adulti, visto che osserva i bambini "dal di fuori" e parla della loro crescita: come avranno reagito i piccoli spettatori nel sentirsi dire che col tempo perderanno interesse per ciò che adesso li fa divertire?). Nei titoli di coda, ecco i falsi bloopers in stile Jackie Chan, dove si immagina che il film sia stato girato per davvero e che i personaggi siano autentici attori (c'è anche una buffa apparizione dei protagonisti di "A bug's life").

9 luglio 2010

L'inferno nella mano (Kwan Shan, 1972)

L'inferno nella mano (Tang ran ke, aka Brutal boxer)
di Kwan Shan – Hong Kong 1972
con Alan Tang, Chen Sing
*1/2

Visto in divx, in inglese.

Due fratelli della Cina continentale giungono a Hong Kong in cerca di fortuna, ma senza saperlo si ritrovano a lavorare per un boss della malavita, lo stesso che gestisce il racket che ha portato alla rovina il loro zio, proprietario di un ristorante. Uno dei tanti prodotti a base di arti marziali e di ambientazione contemporanea sfornati a HK nei primi anni settanta sull'onda lunga del successo di Bruce Lee: senza uno straccio di trama elaborata né la minima caratterizzazione psicologica dei personaggi, il film ha la sua unica ragion d'essere nelle continue scene di lotta e nei numerosi combattimenti (spesso in uno o in due contro molti, anche se la maggior parte degli assalitori rimane regolarmente fuori dalla mischia, a fare strane mosse sullo sfondo), che nel finale – per tener fede a un altro dei titoli inglesi con cui è conosciuto, "Blood fingers" – si fanno estremamente violenti e sanguinosi. Pessimo il doppiaggio dell'edizione americana. Nel cast è riconoscibile un giovane Mars, mentre il cattivo è Chen Sing. Da alcune filmografie risulta che Jackie Chan abbia interpretato una particina, ma non mi sembra proprio di averlo notato: è forse uno degli uomini coinvolti nella rissa al ristorante, all'inizio del film?

7 luglio 2010

Il segreto dei suoi occhi (J. Campanella, 2009)

Il segreto dei suoi occhi (El secreto de sus ojos)
di Juan José Campanella – Argentina 2009
con Ricardo Darín, Soledad Villamil
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Eleonora.

Vincitore dell'Oscar per il miglior film straniero e opera di un regista attivo soprattutto in campo televisivo (ha diretto, fra le altre cose, svariati episodi di "Law & Order" e "Dr. House"), "Il segreto dei suoi occhi" è un interessante thriller-noir ad alto tasso di melodrammaticità, incentrato sui temi del passato e del ricordo. Benjamin Esposito, investigatore del tribunale di Buenos Aires ora in pensione, decide di scrivere un romanzo su un caso che venticinque anni prima lo aveva particolarmente segnato, l'omicidio di una giovane sposa. Il catartico tuffo nel passato non gli serve soltanto per mettere la parola fine su una storia che all'epoca non si era conclusa bene (il responsabile del delitto, rintracciato e arrestato, era stato poi liberato segretamente dal governo per essere usato come collaboratore negli anni della dittatura), ma anche per riallacciare i contatti con Irene, la donna alla quale non aveva mai dichiarato il proprio amore, e per tirare le fila di una vita mai veramente vissuta. Il film è tratto da un romanzo (di Eduardo Sacheri), e mi è rimasta l'impressione che il libro possa essere più bello: se la storia riserva non poche sorprese e i personaggi sono ben caratterizzati (per esempio il marito della vittima, talmente ossessionato dall'idea di punire il suo assassino da trovarsi "prigioniero" con lui per tutta la vita), la messa in scena tende a trascinarsi un po' stancamente, anche se il regista è bravo a gestire con efficacia i continui passaggi temporali fra passato e presente. Il vero punto di forza della pellicola, comunque, è la sceneggiatura. Bravi gli attori, invecchiati ad arte nelle scene ambientate nel presente, e spettacolare il piano sequenza che comincia con la panoramica aerea di un campo di calcio e prosegue con l'inseguimento di un sospetto nei meandri dello stadio: ma si tratta di una scena che stilisticamente c'entra poco con il resto del film, ed essenzialmente è uno sfoggio di stile fine a sé stesso.

6 luglio 2010

Toy story (John Lasseter, 1995)

Toy story - Il mondo dei giocattoli (Toy story)
di John Lasseter – USA 1995
animazione digitale
***

Rivisto in DVD.

All'insaputa degli esseri umani, i giocattoli – quando i bambini non sono presenti – prendono vita, parlano e si muovono. E soprattutto vivono nel terrore che nuovi arrivi li scalzino dalle preferenze dei loro padroncini. Il cowboy di pezza Woody è sempre stato il preferito del piccolo Andy, ma questo ruolo (e la sua leadership nei confronti degli altri giochi di casa) vacilla quando al bimbo viene regalata l'action figure di Buzz Lightyear, astronauta superaccessoriato. "Toy story" è stato il primo lungometraggio della Pixar, nonché il primo film animato a grande diffusione – lo distribuiva la Disney – realizzato interamente in computer grafica tridimensionale (logo iniziale compreso!). Quando uscì, ricordo che ero molto scettico: non credevo che l'animazione al computer potesse reggere il confronto con quella tradizionale, anche perché gli esempi che avevo visto fino ad allora erano stati tutt'altro che incoraggianti, con risultati freddi e poco fluidi, nonché più simili a un videogioco che a un film. Come molti, ho dovuto ricredermi: ma il merito non è solo della qualità tecnica dei lavori targati Pixar (che da allora, fra l'altro, è ulteriormente cresciuta) bensì anche della cura nella realizzazione della storia e soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi. La scelta di rendere protagonisti dei giocattoli, probabilmente imposta dalle limitazioni di allora nel rendering delle persone in carne e ossa (la plastica è infinitamente più facile da rappresentare in maniera realistica e credibile), non è fine a sé stessa ma al servizio di una sceneggiatura che affronta con intelligenza temi come l'amicizia (si tratta di un buddy movie con tutti i crismi) e l'affetto che lega un bimbo ai suoi giocattoli (esemplare, al riguardo, la differenza fra Andy, che ama i suoi giochi, e il "villain" Sid, l'appassionato di esplosivi che invece li maltratta in ogni modo), ma anche il confine fra realtà e finzione (Buzz, essendo appena uscito dalla scatola, inizialmente non è cosciente di essere un semplice giocattolo e crede davvero di essere uno space ranger impegnato in pericolose missioni e in grado di volare: "Verso l'infinito e oltre!", recita la sua popolarissima catchphrase). Al fianco di personaggi creati per l'occasione, come Woody e Buzz (che ovviamente poi sono diventati giocattoli per davvero: potenza del merchandising!) o i mitici alieni con tre occhi e in crisi mistica, gli animatori si sono divertiti a inserire celebri giocattoli presenti nelle camerette di molti bambini americani e non solo (il "leggendario" Mr. Potato Head, i classici soldatini di plastica, automobili radiocomandate, un dinosauro di gomma, un porcellino-salvadanaio, una lavagnetta magnetica, ecc.): lo stesso faranno negli episodi successivi. E già, perché il primo film della Pixar ha dato vita a una vera e propria franchise, con altri lungometraggi altrettanto (se non di più) riusciti e piacevoli, oltre che tecnicamente sempre più raffinati. Il supervisore dell'animazione è Pete Docter, e fra gli sceneggiatori figurano Andrew Stanton e Joss Whedon. Le canzoni sono di Randy Newman, mentre le voci originali di Woody e Buzz (i cui nomi sono un omaggio all'attore western Woody Strode e all'astronauta Buzz Aldrin) sono rispettivamente di Tom Hanks e Tim Allen.

4 luglio 2010

Scrivimi fermo posta (E. Lubitsch, 1940)

Scrivimi fermo posta (The shop around the corner)
di Ernst Lubitsch – USA 1940
con James Stewart, Margaret Sullavan
***1/2

Visto in DVD.

Alfred Kralik (James Stewart) e Klara Novak (Margaret Sullavan), due commessi di un negozio di articoli da regalo che nella vita di tutti i giorni litigano in continuazione, intrecciano un'intensa corrispondenza epistolare inviandosi romantiche e appassionate lettere anonime attraverso una casella di posta, naturalmente ignorando le rispettive identità. Nel frattempo il proprietario del negozio, il signor Matuschek (Frank Morgan), scopre che la moglie lo tradisce con uno dei suoi dipendenti e comincia a sospettare proprio di Kralik... Un classico della commedia romantica americana, ispirato a una pièce teatrale dell'ungherese Miklos Laszlo (adattata da Samson Raphaelson, abituale collaboratore di Lubitsch) e ambientato in una Budapest ricostruita evidentemente in studio, dove la commistione fra i sogni romantici e i timori per il futuro (la guerra è già iniziata, anche se nel film non se ne fa menzione) genera un palpabile senso di inquietudine e di amaro pessimismo. Dietro l'ironia e il ritmo brillante, infatti, aleggia continuamente lo spettro della disoccupazione e soprattutto quello della solitudine, con la commedia che a tratti assume i colori del dramma. Il negozio di Matuschek, oltre che una metafora del consumismo (amplificata ancor di più dall'ambientazione natalizia dell'ultima parte della pellicola, con i clienti che lo affollano per acquistare i regali), è un vero e proprio microcosmo, dove ci si sente come in una grande famiglia: sarà per questa atmosfera o per la presenza di James Stewart, ma di tutti i lavori di Lubitsch è forse quello che più assomiglia a un film di Frank Capra. Non mancano comunque tormentoni comici tipicamente lubitschiani (come quello della scatola di sigarette che suona "Oci ciornie" quando viene aperta) e personaggi di contorno simpatici e ben caratterizzati (come il pavido collega Pirovich, interpretato da un Felix Bressart che sembra Groucho Marx, o l'intraprendente fattorino Pepi). Lo stesso soggetto è alla base di due remake: "I fidanzati sconosciuti" (1949), musical con Van Johnson e Judy Garland, e "C'è post@ per te" (1998), con Tom Hanks e Meg Ryan, aggiornato all'epoca delle e-mail.

2 luglio 2010

Il cineamatore (K. Kieślowski, 1979)

Il cineamatore (Amator)
di Krzysztof Kieślowski – Polonia 1979
con Jerzy Stuhr, Malgorzata Zabkowska
***

Visto in DVD, con Martin.

In occasione della nascita di sua figlia, il timido impiegato Filip (che lavora come addetto alle vendite in un'azienda di una grigia cittadina polacca) acquista una piccola telecamera super8. Quando lo vengono a sapere, i superiori gli chiedono di realizzare un documentario sui festeggiamenti previsti per l'anniversario della ditta: la pellicola, inviata a un concorso di cinema aziendale amatoriale, vincerà un premio e spingerà l'uomo ad appassionarsi al mondo della celluloide, girando una serie di documentari sempre più attenti e aderenti alla realtà. Ma il direttore, che non vede di buon occhio le sue ambizioni artistiche, gli suggerisce a più riprese di evitare determinati argomenti (come il ritratto di un lavoratore portatore di handicap). E anche l'armonia familiare comincia ad andare in crisi, complice la tentazione di un'avventura extraconiugale. Se inizialmente Filip credeva di essere felice con il poco che aveva, presto si rende conto di non poter più fare a meno del cinema e dell'espressione artistica, anche se questa rischia di danneggiare la sua relazione con la moglie, i parenti e i colleghi. Decisamente autobiografico (come hanno rivelato sia Kieślowski, che fino ad allora aveva girato soprattutto documentari, sia Stuhr, che ha contribuito ai dialoghi), il film si concentra sul rapporto fra l'individuo e la società attraverso l'arte e sulle conseguenze da pagare (non esclusivamente in prima persona, come dimostrano le ricadute delle azioni di Filip anche su coloro che gli stanno intorno) a fronte delle proprie scelte etiche. Molte le scene memorabili: dal dialogo in cui il capo del protagonista confessa di invidiarlo per la sua famiglia e lo mette in guardia dal dedicarsi troppo al cinema ("Ma anche lei ha un hobby" – "Sì, ma io non ho altro") al momento in cui, mentre la moglie sta per lasciarlo e andarsene via di casa, Filip ha l'impulso di "inquadrarla" nell'obiettivo formato dalle dita a finestrella. Il regista Krzystof Zanussi e il critico Andrzej Jurga recitano nelle parti di sé stessi.

1 luglio 2010

Flippaut (Allan Arkush, 1983)

Flippaut (Get crazy)
di Allan Arkush – USA 1983
con Daniel Stern, Malcolm McDowell
**1/2

Rivisto in VHS, con Giovanni e Rachele.

Quando si tratta di film comico-surreal-demenziali semisconosciuti, ognuno ha i propri cult da citare e da far conoscere agli amici: fra i miei, al fianco di numerose pellicole asiatiche (i giapponesi e gli hongkonghesi sono veri maestri del genere) e di titoli come "Quattro delitti in allegria", "Motorama" e la saga di "Bill & Ted", figura questo "Flippaut", che può contare su una dissacrante vena musical-lisergica (camp, scorretta e non convenzionale, all'insegna del cocktail sesso, droga & rock'n'roll) e su gag che sembrano uscire da un cartone animato (in particolare, dalla serie animata di "Lamù"). L'impresario Max Wolfe (Allen Goorwitz/Garfield), proprietario dello storico Saturn Theater, sta organizzando un grande concerto per la notte di capodanno del 1983: ma il perfido e megalomane discografico Colin Beverly (Ed Begley jr.), con l'aiuto dell'infido Sammy, nipote di Max, intende sabotare la serata. Mentre il giovane e inesperto direttore di scena Neil (Daniel Stern) cerca a fatica di tenere la situazione sotto controllo, sul palco si esibiscono musicisti come King Blues (Bill Henderson), leggendario bluesman di colore che si fa accompagnare da un'improbabile "jews band"; Nada (Lori Eastside) e il suo variopinto gruppo tutto al femminile, fatta eccezione per "la bestia Piggy" (Lee Ving); il vanesio e tormentato Reggie Wankers (uno straordinario Malcolm McDowell che parodizza Mick Jagger), in crisi d'ispirazione e di sentimenti; l'anziano e flippato Capitan Nuvola (Howard Kaylan), che crede di essere ancora nel 1968; e il problematico cantautore autorecluso Auden (un Lou Reed che gioca a fare il Bob Dylan). E in platea si scatena la folla, fra danze, pogate, spinelli, costumi di ogni tipo, in un'atmosfera resa incandescente anche dalla misteriosa presenza di Electric Larry, il "pusher di salvataggio", presenza arcana e aliena che interviene nei momenti più (o meno) opportuni con il suo carico di droghe, acidi e anfetamine. Oltre che con la satira del mondo musicale (rock, punk, blues, folk, pop), questa scatenata commedia sorprende continuamente con inaspettati sketch visivi, come i "viaggi mentali" di Neil, innamorato a prima vista della bella Willy (Gail Edwards), che si vede trasportato con lei nella giungla o all'epoca dell'inquisizione, con tanto di scritta in sovrimpressione "Boy meets girl"; con un ricchissimo cast di personaggi minori (da Susie, sorella minore di Neil, che fugge di casa per assistere al suo primo concerto; all'imbranato e magrolino Joey, addetto alle quinte che riesce a conquistare la contessa Chantamina, amante di Reggie; dal pompiere iperattivo interpretato dal trekkiano Robert Picardo; al batterista di Reggie, John Densmore dei Doors); e infine con gag che compensano la qualità altalenante con la quantità (il funerale dei ciechi, Auden che girovaga in taxi per tutto il film, Reggie che dialoga con il suo pene, lo squalo nei bagni degli uomini). Se molte trovate (in particolare quelle legate ai personaggi di Sammy e di Colin Beverly), come dicevo, sembrano sembrano uscire da un cartone animato, a un certo punto un cartoon viene davvero mostrato sullo schermo: è "The sunshine makers", del 1935, che ben si sposa con l'atmosfera partecipativa, hippy e lisergica del concerto. Fra le canzoni spiccano "Hoochie Coochie Man", interpretata con stili diversi da quasi tutti i performer, e "Hot Shot", cantata prima con energia e poi in maniera straziante da Malcolm McDowell in persona (ma tutti i brani sono eseguiti dagli attori stessi). Il Saturn Theater è ispirato al leggendario Fillmore East di New York, nel quale il regista Allan Arkush aveva lavorato da giovane.

28 giugno 2010

La vendetta dei 47 ronin (K. Mizoguchi, 1941)

La vendetta dei 47 ronin (Genroku Chushingura)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1941/42
con Chojuro Kawarazaki, Kanemon Nakamura
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Per aver sguainato la spada all'interno del palazzo dello shogun e aver ferito l'infido cerimoniere Kira che lo aveva insultato, il nobile daimyo Asano è costretto a fare seppuku. Tutte le sue proprietà vengono confiscate e la sua famiglia è destituita; ma i suoi seguaci (ormai diventati ronin, ossia samurai senza padrone), guidati dal ciambellano Kuranosuke Oishi, giurano vendetta in ossequio al codice del bushido. Dopo oltre un anno di attesa, di preparativi e di temporeggiamenti, assaltano la fortezza di Kira e uccidono il nemico, portandone poi la testa sulla tomba del loro signore. Verranno condannati a morte dallo shogun, ma la loro lealtà e devozione li consegnerà alla leggenda. Ispirato a un episodio storico realmente accaduto nell'era Tokugawa e reso celebre da decine di rivisitazioni letterarie e teatrali (la più nota è un dramma che risale al 1748), il "Chushingura" è un racconto che esprime molti dei più classici valori culturali del Giappone (la fedeltà, la memoria, il sacrificio: in breve, "lo spirito del vero samurai"). Il film, realizzato con un grande sforzo produttivo, viene messo in cantiere dopo l'ingresso del paese nella Seconda Guerra Mondiale, quando il governo esige dal cinema produzioni epiche, popolari e legate alla tradizione nipponica, rendendo difficile a Mizoguchi proseguire con le sue pellicole intimiste, di ambientazione contemporanea e di critica sociale. Il regista è dunque praticamente "costretto" a dirigerlo (un rifiuto avrebbe significato partire per il fronte), ma ottiene che la sceneggiatura si basi su una versione del dramma più moderna e realista, scritta nel 1934 da Seika Mayama, e che gli attori siano gli stessi interpreti teatrali che l'avevano portata sul palcoscenico. Ne nasce così un film che rinuncia alla spettacolarità e alle scene d'azione (manca clamorosamente, per esempio, il momento clou dell'assalto alla dimora del nemico, che viene narrato allo spettatore soltanto attraverso una missiva letta ad alta voce da una dama di compagnia alla vedova di Asano) in favore di una messa in scena austera e solenne, con prolungati piani sequenza, movimenti di macchina lentissimi o assenti, lunghe inquadrature dall'alto (come nelle tipiche pitture su rotoli) per consentire allo spettatore di familiarizzare con i vari ambienti prima ancora che uno dei personaggi parli o si muova, affascinanti ellissi (anziché il seppuku di Asano, Mizoguchi mostra allo spettatore il rito del taglio dei capelli della sua sposa, che avviene in contemporanea), dialoghi che insistono sull'etica dei samurai (coraggio, onore e sacrificio, in opposizione a codardia, tradimento e interesse) e sulle motivazioni dei personaggi. Oishi, diviso fra il desiderio di vendicare subito il suo signore e l'opportunità di farlo in maniera onorevole, ovvero soltanto dopo aver provato a chiedere allo shogun di riabilitarne la famiglia, è il vero protagonista di una pellicola in cui il tema del dovere feudale (dei samurai nei confronti del daimyo, dei vassalli nei confronti dello shogun) sostituisce quello del dovere sociale (delle donne nei confronti dell'uomo, dei figli nei confronti dei genitori) che invece caratterizzava le precedenti opere di Mizoguchi. Non mancano comunque spunti cari al regista come il sacrificio femminile, evidente nel breve episodio della moglie di Oishi che lo lascia per liberarlo dai suoi obblighi sociali, e soprattutto in quello più elaborato, nel finale, della promessa sposa del giovane Isogai che si traveste da uomo per poterlo rivedere un'ultima volta. Le oltre tre ore e mezza di durata sono divise in due parti, uscite in sala rispettivamente nel dicembre 1941 (pochi giorni prima dell'attacco di Pearl Harbor) e nel febbraio 1942: nonostante l'imponenza della produzione (il costo complessivo, soprattutto a causa delle scenografie, superò di almeno dieci volte quello di un film medio), il film si rivelò un flop e venne pressoché ignorato da pubblico e critica. Resta però senza dubbio un grandioso e solenne affresco storico che può aiutare a comprendere, almeno in parte, lo spirito del Giappone feudale.

23 giugno 2010

Apocalisse nel deserto (W. Herzog, 1992)

Apocalisse nel deserto (Lektionen in Finsternis)
di Werner Herzog – Germania/GB/Francia 1992
***1/2

Rivisto in DVD con Giovanni, Rachele, Paola e Giuseppe.


Una frase attribuita a Blaise Pascal ma in realtà inventata dallo stesso Herzog ("Il crollo delle galassie avverrà con la stessa, grandiosa bellezza della creazione") e la voce fuori campo del regista ci introducono a quella che sembra l'esplorazione di un pianeta inospitale, un paesaggio di stupefacente e sublime grandiosità, da parte di un osservatore alieno: si tratta invece delle riprese dei pozzi di petrolio in fiamme nel deserto kuwaitiano, effettuate subito dopo la prima Guerra del Golfo e montate (insieme ad alcune sequenze di repertorio della CNN) con l'aggiunta di suggestioni fantascientifiche, citazioni dall'Apocalisse e musiche di Wagner, Grieg, Verdi, Schubert, Pärt, Prokofiev e Mahler che consentono di guardare con distacco al terribile spettacolo della distruzione e della morte di un ecosistema. Il risultato è uno dei documentari herzoghiani più belli e riusciti (da lui considerato come la parte centrale di una trilogia composta anche da "Fata Morgana" e "L'ignoto spazio profondo"), che curiosamente non fornisce informazioni geografiche o politiche sul contesto cui si riferiscono le immagini, presentandole quasi senza commento allo spettatore come simbolo universale della follia dell'uomo e della sua impari lotta contro le forze della natura. A parte alcune brevi testimonianze di sopravvissuti al conflitto, quasi tutta la pellicola – divisa in capitoletti dai titoli significativi – è costituita dalle spettacolari immagini dei pozzi in fiamme e del petrolio che ricopre il deserto, con i difficili e disperati tentativi dei tecnici di spegnere gli incendi e di tappare le fuoriuscite di greggio. Il rosso delle fiamme, il grigio del fumo e il nero del petrolio sono immortalati dalla splendida fotografia di Paul Berriff. Indimenticabile la scena in cui gli operai-pompieri, dopo aver estinto finalmente il fuoco, lo riattizzano come se non ne potessero più fare a meno (il regista stesso è stato accusato di aver fatto riaccendere i pozzi per poter girare alcune scene del film, novello Fitzcarraldo che cerca di piegare la natura alle proprie esigenze). Il titolo originale significa "Lezioni nell'oscurità" (per approfondimenti su di esso e sulle scelte musicali, suggerisco di leggere questo post di Giuliano).

21 giugno 2010

A tempo pieno (L. Cantet, 2001)

A tempo pieno (L'emploi du temps)
di Laurent Cantet – Francia 2001
con Aurélien Recoing, Karin Viard
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Licenziato dall'azienda dove lavorava, il consulente finanziario Vincent non ha il coraggio di dirlo alla propria famiglia e per diversi mesi continua a fingere di recarsi ogni giorno in ufficio, girovagando invece in macchina senza meta. Poi fa credere di essere stato assunto a Ginevra presso un'agenzia dell'ONU, e per mantenere il proprio tenore di vita convince amici e parenti ad affidargli il loro denaro per investirlo in lucrose (ma inesistenti) speculazioni in borsa. Ma alla fine il castello di menzogne crollerà inevitabilmente. Ispirato alla storia vera di Jean-Claude Romand (alla base anche de "L'avversario", uscito nel 2002 e assai più fedele alla vicenda originale), il film ritrae una personalità disturbata e in fuga dalla realtà, come suggerisce anche l'ambiguo finale, e guarda ai temi del lavoro e della disoccupazione più da un punto di vista individuale ed esistenziale che politico-sociale. Pur nella sua drammaticità, la situazione di Vincent appare meno estrema di quella di Romand (e del personaggio interpretato da Daniel Auiteil ne "L'avversario"): l'inganno dura da meno tempo, il punto di non ritorno non è stato ancora raggiunto (i parenti, quando scoprono le bugie di Vincent, sarebbero anche disposti a perdonarlo) e il protagonista trova persino un amico (in un trafficante e contrabbandiere di merce contraffatta, interpretato da Serge Livrozet) che potrebbe aiutarlo a rimettersi in carreggiata, ma rifiuta ogni possibile via d'uscita. Se Cantet è abile a riflettere con stile sobrio e asciutto sul tema del rapporto fra l'uomo e il lavoro (o meglio, il "tempo" dedicato al lavoro e sottratto dunque alla famiglia e a sé stessi), il film appare però meno incisivo di quello con Auteuil e si conclude in modo non del tutto convincente.

19 giugno 2010

Cannes e dintorni 2010 - conclusioni

Rassegna deludente, soprattutto per la mancanza di idee e di fantasia evidenziata dalla maggior parte dei film. Tranne rari casi, quasi tutte le pellicole hanno preferito "volare basso", raccontando storie quotidiane e minimaliste e spaccati di vita poco interessanti: fa (in parte) eccezione proprio la Palma d'Oro, "Uncle Boonmee who can recall his past lives", che forse andrebbe rivalutata e che ha scontato il fatto di essere stata programmata nel primo giorno della rassegna, quando le aspettative erano più alte. Magari in futuro proverò a rivederla per giudicarla meglio almeno dal punto di vista formale (visto che come contenuti, comunque, offre ben poco). Il film che mi è piaciuto di più, l'unico che a distanza di tempo potrei potenzialmente definire un capolavoro, è stato l'originale documentario italiano "Le quattro volte" di Michelangelo Frammartino. Ma ho gradito anche la commedia americana "City Island", il thriller nippo-britannico "Chatroom" di Hideo Nakata, l'estenuante rumeno "Aurora", il messicano "Año bisiesto" e il francese "Pieds nus sur les limaces". Fra i film peggiori ci metto senza dubbio il noiosissimo "Bright star" della Campion (per la quale ho una vera e propria idiosincrasia), mentre non mi hanno particolarmente convinto né "La nostra vita" di Daniele Luchetti né due pellicole britanniche che invece hanno ottenuto un buon riscontro di critica: "Another year" di Mike Leigh e "Tamara Drewe" di Stephen Frears.

18 giugno 2010

City Island (R. De Felitta, 2009)

City Island (id.)
di Raymond De Felitta – USA 2009
con Andy Garcia, Julianna Margulies
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Tutti hanno i propri segreti, tenuti accuratamente nascosti agli occhi degli altri: persino le città come New York. La City Island del titolo, infatti, è una piccola isola situata nella circoscrizione newyorkese del Bronx e ignota quasi a tutti, un tempo sede di un villaggio di pescatori. Qui vive Vince Rizzo (uno strepitoso Andy Garcia), che lavora come agente di custodia in un carcere ma sogna in segreto di diventare attore come il suo idolo Marlon Brando. La decisione di ospitare in casa il "delinquente" Tony (Steven Strait), figlio illegittimo nato da una relazione precedente al suo matrimonio (e di cui non ha mai parlato alla consorte) scatena una serie di eventi che costringeranno tutti i membri della famiglia a svelare i numerosi segreti che si nascondono a vicenda (a cominciare dalle cose più piccole, come il fatto che tutti fumano all'insaputa degli altri). Oltre all'esistenza di Tony, Vince infatti non ha mai rivelato alla moglie Joyce (Juliana Margulies) che frequenta un corso di recitazione; quando la sua compagna di corso Molly (Emily Mortimer) lo convince a presentarsi a un'audizione per un ruolo in un film di Martin Scorsese (!), Joyce crede invece che i due siano amanti e per ripicca si getta fra le braccia di Tony, che dal suo canto ignora la propria parentela con Vince; il figlio minore della coppia, Vinnie (Ezra Miller), ha una passione per le ragazze "in carne" e comincia a frequentare una vicina di casa dalla taglia extralarge; la figlia maggiore Vivian (Dominik Garcia-Lorido), che tutti credono una seria studentessa di college, fa invece la spogliarellista in un locale notturno. Ma tutte le finzioni, i segreti e le bugie salteranno all'aria al termine di una giornata ricca di esilaranti eventi, e perdonarsi sarà facile visto che ognuno ha i propri scheletri nell'armadio. Ottimo tutto il cast, vero punto di forza della pellicola. Fra i momenti più memorabili di questa divertente commedia indipendente c'è senza dubbio la scena del provino di Vinnie con la sua improvvisazione in stile De Niro.

Alting bliver godt igen (C. Boe, 2010)

Everything will be fine (Alting bliver godt igen)
di Christoffer Boe – Danimarca 2010
con Jens Albinus, Marijana Jankovic
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Uno sceneggiatore che sta lavorando allo script di un film bellico (e che contemporaneamente, insieme alla moglie, cerca di rimediare ai disguidi della pubblica amministrazione che ostacolano il loro tentativo di adottare un figlio) rimane coinvolto nel caso di un soldato ritornato dal Medio Oriente con fotografie che mostrano le torture perpetrate dai militari danesi su alcuni prigionieri di guerra. Vorrebbe renderle pubbliche, ma si ritrova invischiato in una rete di complotti e scopre di non potersi fidare di nessuno... o forse ogni cosa è soltanto frutto della fantasia e della paranoia di una mente disturbata? Etichettato superficialmente come il nuovo Lars von Trier, in realtà Boe guarda più a Hitchcock (come suggerisce la locandina originale del film) e a Godard (citato più volte: la casa di produzione della pellicola si chiama Alphaville, un personaggio Lemmy, su una parete si vede un poster de "Il maschio e la femmina"). Il suo film comincia bene ma brucia in fretta tutte le cartucce, fino a un finale prevedibile e non del tutto soddisfacente per come mette a posto i frammenti del puzzle. Il titolo originale significa "Andrà tutto bene".

17 giugno 2010

Picco (Philip Koch, 2010)

Picco
di Philip Koch – Germania 2010
con Constantin von Jascheroff, Joel Basman
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Ispirato a un evento realmente accaduto, questo film tedesco ambientato in un carcere minorile racconta un episodio particolarmente scioccante: la morte di un giovane prigioniero, costretto a "suicidarsi" dai suoi compagni di cella dopo una lunga serie di vessazioni e maltrattamenti. "Picco" è il soprannome che nel carcere viene dato agli ultimi arrivati, costretti a sopportare le angherie e i capricci dei compagni più anziani. Quando Kevin, il protagonista, entra in cella, si rende subito conto che la prigione – ben lungi dall'essere un moderno istituto di rieducazione, come si illudono gli stessi carcerieri – è in grado di tirar fuori la parte più cattiva di chi vi è rinchiuso. All'inizio la sua sensibilità lo porta a stare dalla parte dei più deboli, ma ben presto capisce che se un ragazzo viene preso di mira dal resto del gruppo non ha più speranza di salvezza: i più fragili e gli isolati devono soccombere ai più forti. Pur di salvarsi, sceglierà dunque di adattarsi alle "regole", individuando una vittima sacrificale su cui far accanire gli altri al proprio posto. Se la prima parte del film è piuttosto convenzionale e presenta molti luoghi comuni sulle dinamiche (basate su violenza e omofobia) che caratterizzano una prigione, pian piano la tensione monta fino alla lunga e drammatica sequenza finale. Dunque, un film interessante: peccato per un'eccessiva drammatizzazione e per toni e dialoghi non sempre convincenti.

Tutti per uno (R. Goupil, 2010)

Tutti per uno (Les mains en l'air)
di Romain Goupil – Francia 2010
con Linda Doudaeva, Valeria Bruni Tedeschi
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il cinema francese si è spesso dedicato a ritrarre bambini e ragazzi all'interno del sistema scolastico, e questo film (la cui vicenda è curiosamente raccontata in un lungo flashback dagli stessi protagonisti, ormai invecchiati, nell'anno 2067) si iscrive appieno nel filone inaugurato da "Zero in condotta". Ma il tema trattato – le espulsioni dei figli di extracomunitari e immigrati illegali – è talmente preciso e circostanziato da far assumere alla pellicola valenze più "politiche" che sociali. La protagonista, l'undicenne Milana, è infatti di origine cecena e vive nel terrore che un giorno o l'altro i poliziotti si presentino in casa sua per costringerla ad abbandonare il paese, soprattutto dopo aver già visto accadere la stessa cosa ad alcuni compagni di scuola. Mentre la questione comincia a preoccupare anche insegnanti e genitori (con alcuni, come Valeria Bruni Tedeschi, che dimostrano solidarietà offrendosi di ospitare in casa propria i bambini a maggior rischio di espulsione), Milana e alcuni dei suoi amici più stretti (fra cui spiccano il coetaneo Blaise, innamorato di lei, e la sua sorellina Alice, di soli otto anni) mettono in atto una singolare forma di protesta, fuggendo di casa e nascondendosi in uno scantinato per alcuni giorni, attirando così l'attenzione dei media sul problema. Quando alla fine usciranno dalla loro tana, convinti dagli appelli di compagni e genitori, lo faranno tenendo le mani in alto, come prigionieri politici. Come capita spesso in questo tipo di film, la spontaneità dei piccoli attori è una delle cose migliori di un lungometraggio "a tema" e privo di particolare mordente.

15 giugno 2010

Le quattro volte (M. Frammartino, 2010)

Le quattro volte
di Michelangelo Frammartino – Italia 2010
con Giuseppe Fuda, Bruno Timpano
***

Visto al cinema Anteo (rassegna di Cannes).

L'esistenza arcaica e senza tempo in un paesino nell'interno della Calabria (la pellicola è stata girata a Caulonia e dintorni), scandita dal ritmo della natura, dalle attività degli uomini e dalla vita degli animali: al suo secondo film, con una lavorazione durata cinque anni, Frammartino stupisce con un documentario assolutamente sui generis, dal fascino antropologico e naturalista, che dopo un primo impatto un po' faticoso svela pian piano tutta la propria magia, conquistando lo spettatore e accompagnandolo in un mondo fatto di immagini e di suoni (il silenzio del villaggio, la tosse del pastore, il belato delle capre, il vento che soffia fra gli alberi), di situazioni divertenti e surreali (il cane – che a Cannes ha vinto un premio speciale per la sua interpretazione! – che provoca un piccolo incidente, immortalato sullo schermo in un meraviglioso piano sequenza; i giochi delle caprette), di tradizioni affascinanti e arcaiche (la polvere raccolta in chiesa che viene usata come medicina; il lavoro dei "carbonai" di Serra San Bruno). Accanto agli uomini, i veri protagonisti sono gli animali (anche formiche e lumache!), gli alberi, il vento, persino le pietre e il carbone. Come in un continuo passaggio di testimone (c'è addirittura chi ha parlato di reincarnazione), la macchina da presa segue diversi soggetti che si danno periodicamente il cambio: un pastore anziano e malato che conduce i suoi animali al pascolo; una capretta appena nata che si smarrisce durante la sua prima escursione all'aperto; un maestoso abete, lo stesso che aveva offerto protezione alla capretta, che viene abbattuto per usarne il tronco durante la festa del paese; e infine i carbonai che ne trasformano la legna in preziosa materia prima per i camini del paese attraverso un lungo ed elaborato procedimento. Quattro stagioni, quattro soggetti, quattro regni (umano, animale, vegetale e minerale), intimamente legati fra loro, con lo schermo che occasionalmente si tinge di nero a segnalare la fine di un ciclo e l'inizio di uno nuovo. Se lo sguardo attento, asciutto e minimalista di Frammartino può far pensare ai grandi documentaristi del passato (ma anche a Bresson), la surreale quotidianità che il film mette in mostra ricorda, soggetto a parte, quella dei lavori di Jacques Tati, con i quali ha anche in comune l'inintelligibilità (o meglio l'irrilevanza) dei dialoghi umani, l'acuta osservazione del comportamento di uomini e animali e almeno una scena (quella del palo della cuccagna) che sembra provenire da "Giorno di festa".

Tamara Drewe (Stephen Frears, 2010)

Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese (Tamara Drewe)
di Stephen Frears – Gran Bretagna 2010
con Gemma Arterton, Roger Allam
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La quiete di un villaggio nella campagna inglese – e in particolare quella di una fattoria che la proprietaria Beth ha trasformato in una residenza per scrittori in cerca di tranquillità e di ispirazione – viene turbata dal ritorno di Tamara Drewe, una ragazza che aveva abbandonato il paese quando era ancora adolescente e che ora è tornata con una plastica al naso e un corpo "burroso" che attira gli sguardi di tutti, in particolare quelli del suo ex boyfriend Andy (che ora lavora come giardiniere) e di Nicholas (marito di Beth, impenitente adultero e autore di una serie di romanzi polizieschi di successo). Ma un celebre batterista rock di passaggio e gli intrighi di una coppia di ragazzine impiccione daranno vita a una serie di equivoci e di eventi che mescoleranno le carte in tavola. È un po' una stupidaggine, questo film di Frears tratto da un fumetto di Posy Simmonds, che si disperde fra troppi personaggi (c'è anche un serioso accademico che si innamora di Beth), al punto da dimenticarne alcuni per strada (molti degli scrittori visti all'inizio, la barista), e con una trama che sembra procedere a casaccio. L'immoralità di fondo e il tono da black comedy strappano qualche risata, ma è difficile affezionarsi ai personaggi o simpatizzare con loro. Si salva la fotografia solare e colorata, che illustra l'avanzare delle stagioni ammantando di irrealtà l'ambiente rurale in cui si svolge la vicenda, ma nel complesso è un film perdibile, anche perché la protagonista è assai antipatica e il finale è telefonato.

Somos lo que hay (J. M. Grau, 2010)

Somos lo que hay
di Jorge Michel Grau – Messico 2010
con Francisco Barreiro, Adrián Aguirre
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In un isolato appartamento di una grande città vive una famiglia di cannibali: ogni sera il padre, che di giorno ripara orologi al mercato, esce a caccia in cerca di "prede" per sfamare la moglie e tre figli (due maschi e una femmina): ma quando l'uomo muore improvvisamente, i rimanenti membri della famiglia discutono su chi dovrà prenderne il posto come leader e procacciatore di cibo. Nel frattempo, alcuni poliziotti indagano sulle persone scomparse (in gran parte prostitute)... Cupo e atipico horror con velleità autoriali: originale sì, cupo e violento, ma anche poco appassionante e difficile da prendere sul serio: nel finale, come al solito in questo tipo di pellicole, non mancano momenti di ridicolo involontario.

14 giugno 2010

Pieds nus sur les limaces (F. Berthaud, 2010)

Pieds nus sur les limaces
di Fabienne Berthaud – Francia 2010
con Ludivine Sagnier, Diane Kruger
**1/2

Visto allo Spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Dopo l'improvvisa morte della madre, la giovane Lily rimane da sola nella confusione della sua grande casa in campagna, vivendo come uno spirito selvaggio in armonia con la natura, tra bambole, strane decorazioni e animali vivi e morti, dedicandosi a insolite attività come fare il bagno nuda nel fiume e realizzare pantofole e collane con le pelli di lepri e topi che conserva nel frigorifero. La sorella maggiore Clara, impiegata in città nello stesso studio legale dove lavora il marito, è costretta a decidere cosa fare di questa ragazza "un po' matta", che si rifiuta di seguire le regole sociali e che dice sempre tutto quello che le passa nella testa, infastidendo non poco le persone che le stanno attorno con le sue impertinenti verità. Dopo un primo tentativo di tenerla con sé in appartamento, che fallisce per l'impossibilità di Lily di adattarsi alla vita cittadina, Clara decide di prendersi una pausa dal lavoro e di trasferirsi con la sorella in campagna: e qui sarà proprio lei a lasciarsi lentamente contagiare – non senza difficoltà e momenti di crisi, in una continua alternanza fra momenti piacevoli e problemi – dallo stravagante stile di vita di Lily, superando grazie all'amore tutte le tensioni e imparando come lei a vivere "un giorno alla volta". Un film strano e delicato che mette a confronto follia e normalità, la natura selvaggia e quella borghese, finendo col tessere l'elogio della prima come la strada più diretta verso la felicità. Il tono è quello della commedia dolceamara, e non mancano momenti piuttosto intensi (la scena in cui Clara ha l'impulso di affogare Lily nella vasca da bagno giunge inaspettata e tremenda), per fortuna senza mai scivolare nel patetico o nello stucchevole. Ottima l'interpretazione delle due bionde protagoniste. Il titolo significa "A piedi nudi sulle lumache".

13 giugno 2010

Aurora (Cristi Puiu, 2010)

Aurora
di Cristi Puiu – Romania 2010
con Cristi Puiu, Clara Voda
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Ultimamente il cinema rumeno sta attraversando un buon momento (basti pensare a Mungiu e Porumboiu) e anche questo "Aurora" ha i suoi motivi d'interesse: in parte ricorda addirittura l'assurdità esistenziale di "Dillinger è morto" di Ferreri, pur con le dovute differenze. Vediamo un uomo (interpretato dallo stesso regista) uscire di casa, apparentemente per recarsi a ripulire e imbiancare un vecchio appartamento. Ma porta con sé anche un fucile, con il quale intende compiere una serie di omicidi. Soltanto nel finale ci verrà rivelato il vero significato delle sue azioni. La durata estenuante (tre ore) e la rarefazione dei dialoghi non impediscono di provare una certa curiosità per le azioni enigmatiche del personaggio sullo schermo, che si muove in un contesto urbano e casalingo con spersa inquietudine. Lo stile è compatto e coerente, il ritmo rilassato, con numerosi e lunghi piani sequenza: da un lato lo spettatore è tenuto a distanza, in quanto non gli viene spiegato né fatto capire cosa stia pensando il protagonista (è assente qualsiasi tipo di inserto o di dialogo di carattere didascalico); dall'altro ne diventa però il "compagno di viaggio", visto che l'uomo non viene abbandonato nemmeno per un istante ed è sempre presente sullo schermo per tutta la durata del film. La lunga successione di piccoli gesti, azioni, spostamenti, visite a familiari, inframmezzata dai colpi di fucile che rompono improvvisamente il silenzio, ha un qualcosa di ipnotico che – grazie anche all'iniziale enigmaticità della vicenda – lascia incollati allo schermo fino alla fine.

The light thief (Aktan Arym Kubat, 2010)

The light thief (Svet-ake)
di Aktan Arym Kubat – Kirghizistan 2010
con Aktan Arym Kubat, Taalaikan Abazova
*1/2

Visto allo Spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In un piccolo e remoto villaggio del Kirghizistan, situato in una vallata spazzata dal vento, l'anziano elettricista Svet-ake ("signor Luce") vorrebbe che tutti potessero disporre di energia gratis, e dunque aiuta gli abitanti realizzando allacciamenti abusivi alle linee elettriche e manomettendo i contatori. Il suo sogno è comunque quello di costruire una centrale eolica fra le montagne: e un ambizioso uomo politico, giunto da fuori in cerca di voti per le imminenti elezioni, promette di aiutarlo a realizzare il progetto. Ma quando Svet-ake scopre come l'uomo umilia le tradizioni e gli abitanti del posto durante un incontro con alcuni investitori cinesi, si ribella. Film di puro interesse antropologico, che essenzialmente lascia il tempo che trova. Il protagonista è lo stesso regista (il cui vero nome è Aktan Abdykalykov).

Año bisiesto (Michael Rowe, 2010)

Año bisiesto
di Michael Rowe – Messico 2010
con Monica del Carmen, Gustavo Sánchez Parra
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Laura vive sola e infelice nel suo appartamento di Città del Messico: lavora in casa da precaria scrivendo articoli per alcune riviste, mangia cibo in scatola, telefona sporadicamente ai genitori, spia di nascosto i vicini e ogni tanto si reca in qualche locale per rimorchiare un ragazzo che la abbandona immancabilmente dopo un breve rapporto sessuale. Triste e depressa, conosce infine Arturo, con cui imbastisce una relazione di stampo sadomasochistico che si fa via via più estrema. Ma quando Laura gli chiederà addirittura di ucciderla, il 29 febbraio (l'anniversario della morte del padre, che aveva segnato in rosso sul calendario), lui si tirerà indietro e a lei non resterà che voltare pagina: è marzo. Ambientato nell'arco di un mese e girato quasi completamente all'interno delle quattro mura dell'appartamento della protagonista, è un film "piccolo" ma incisivo che scava con forza nell'animo del personaggio principale, in un crescendo emotivo, spingendo lo spettatore a empatizzare con lei e con la sua malinconica disperazione. Ottima l'interprete, ma la cosa che mi è piaciuta di più è la sincerità che traspare dalla pellicola, che non si preoccupa mai di edulcorare i toni o di cercare le soluzioni più facili.

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

La nostra vita
di Daniele Luchetti – Italia 2010
con Elio Germano, Raoul Bova
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Capocantiere edile rimasto vedovo dopo che la moglie è morta di parto dando alla luce il suo terzo figlio, Claudio si getta a capofitto nel lavoro in cerca di soldi per dare ai figli "tutto quello che ci manca e che non abbiamo mai avuto". Ricattando il responsabile dei lavori con la minaccia di rivelare che un guardiano notturno rumeno è morto cadendo nella tromba di un ascensore (una denuncia alla polizia o la scoperta del corpo, che è stato occultato, farebbero bloccare i lavori per mesi), ottiene il lucroso incarico di edificare una palazzina per conto proprio. Ma il compito rischia di rivelarsi superiore alle sue forze e il denaro per pagare gli operai comincia subito a scarseggiare. Nel frattempo, in preda ai sensi di colpa, si prende a cuore le sorti della famiglia del guardiano morto, frequentandone la compagna e assumendo il figlio come operaio. Troppa carne al fuoco per un film che accosta temi su temi, individuali (l'incapacità di elaborare il lutto; i rapporti familiari; la redenzione attraverso i sensi di colpa: ma i Dardenne avevano trattato l'argomento con ben maggior efficacia ne "La promesse") e sociali (uno sguardo cinico sul mondo dell'edilizia, con cantieri che si reggono sul lavoro in nero "perché siamo gente per bene"; la tirannia del denaro) senza fonderli tra loro in modo convincente e passando dall'uno all'altro con spudorata nonchalance, al punto da chiedersi se c'era davvero bisogno della morte della moglie per dare l'avvio alla vicenda. E non mancano dettagli e personaggi inutili (il fratello timido, interpretato da Raoul Bova) o sopra le righe (il trafficone paralitico, un Luca Zingaretti poco riconoscibile). La caratterizzazione del protagonista non è certo un esempio di coerenza, anzi è piena di contraddizioni e di cambi di personalità. Fra scene azzeccate e altre insopportabili (su tutte il canto a squarciagola al funerale), la pellicola non rinuncia al lieto fine e al buonismo (con tutti i parenti disposti ad aiutare il protagonista) e francamente offre ben poco a parte le buone interpretazioni degli attori, Germano (premiato a Cannes) in testa. Come al solito certi film italiani andrebbero doppiati perché, fra inflessioni dialettali e suono in presa diretta, buona parte dei dialoghi risulta inintellegibile.

12 giugno 2010

Chatroom (Hideo Nakata, 2010)

I segreti della mente (Chatroom)
di Hideo Nakata – GB/Giappone 2010
con Aaron Johnson, Imogen Poots
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Cinque adolescenti londinesi si ritrovano a conversare in una chat privata (chiamata "Chelsea Teens!") su internet. Tutti hanno problemi, principalmente con i genitori, percepiti come distanti e assenti, e cercano conforto negli altri. William detesta il mondo che lo circonda e soprattutto la madre, scrittrice di una popolare serie di libri per l'infanzia (ogni riferimento a J.K. Rowling è probabilmente voluto); Jim, abbandonato dal padre quando aveva solo sette anni, è timido, senza amici e prende antidepressivi; Emily si sente trascurata e oppressa dai genitori; Eva fa la modella ma non sopporta né l'ambiente né le sue amiche snob; Mo è innamorato della sorella minore del suo miglior amico, anche se ha solo undici anni. Il subdolo e manipolativo William, inizialmente con la complicità di Eva, si diverte a elargire agli amici falsi consigli, incitandoli a comportamenti aggressivi o (auto)distruttivi. Ma quando cercherà di spingere il fragile Jim al suicidio in diretta via webcam, gli altri si alleeranno contro di lui per fermarlo prima che sia troppo tardi. Girato in Gran Bretagna dal giapponese Nakata, "Chatroom" non è un horror come i lavori che hanno reso celebre il regista ("The ring", "Dark water") ma un interessante thriller psicologico che riesce a raffigurare visivamente sullo schermo, in modo azzeccato e potente, l'ambiente virtuale della rete: i siti, i social network e le chatroom sono mostrati come luoghi e stanze "reali" che si aprono su un lungo e spettrale corridoio, affollato e dai muri scrostati (che rappresenta l'intero world wide web). La fotografia aiuta a distinguere le scene ambientate nella realtà (caratterizzate da tonalità fredde e smunte) e quelle nel mondo virtuale (con colori caldi e forti), mentre anche situazioni come l'utilizzo di false identità o l'accesso con password vengono trasposte fisicamente. La sceneggiatura (adattata da un testo teatrale di Enda Walsh) si basa sui meccanismi di interazione su internet, così diversi da quelli della vita reale, che consentono a individui senza scrupoli di manipolare e sottomettere quelli più fragili. I temi della solitudine e dei suicidi giovanili si sarebbero sposati perfettamente anche con un'ambientazione giapponese, ma tutto sommato lo scenario di Londra non stona. Da segnalare l'inserimento di alcune animazioni a passo uno, in plastilina. Bravi gli attori e buona la caratterizzazione dei personaggi: una piacevole (e inaspettata) sorpresa!

Bright star (Jane Campion, 2009)

Bright star (id.)
di Jane Campion – GB/Australia 2009
con Abbie Cornish, Ben Whishaw
*

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Inghilterra, 1818: la frivola Fanny, appassionata di moda e di cucito, si innamora del giovane e squattrinato poeta romantico John Keats, nonostante l'ostilità che Charles Brown (Paul Schneider) – possessivo amico e collega dell'uomo – nutre nei suoi confronti. Anche se l'affetto sarà ricambiato ("Bright star", stella lucente, è il sonetto che lui le dedica), la passione tra i due non si consumerà perché Keats morirà di tubercolosi a Roma, all'età di soli 25 anni, prima di poter raggiungere il successo. Non frequentavo Jane Campion da "Lezioni di piano" (pellicola che avevo detestato; ma da allora non l'ho più rivista e forse dovrei: sono passati così tanti anni!) e ho trovato un film piatto e noioso, stucchevole e senza alcun guizzo, pieno di romanticismo adolescenziale, dove le emozioni e i sentimenti vengono dati per scontati, senza stimolare la partecipazione dello spettatore per le vicende amorose della protagonista (tutta la storia è narrata infatti dal punto di vista del personaggio femminile, peraltro piuttosto insulso) né suscitare il desiderio di approfondire la conoscenza di Keats (qui ritratto senza personalità) o della sua poesia.

11 giugno 2010

Another year (Mike Leigh, 2010)

Another year (id.)
di Mike Leigh – Gran Bretagna 2010
con Jim Broadbent, Ruth Sheen, Lesley Manville
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Tom e Gerri (che nomi!) sono una coppia felice: lui è geologo, lei consulente psicologica, ed entrambi hanno la passione per il giardinaggio. Attorno a loro si muovono però parenti e amici tristi, soli e insicuri: il figlio Joe, sempre senza una ragazza; l'amico di famiglia Ken, sovrappeso e trasandato; Ronnie, fratello di Tom, vedovo e incapace di comunicare con il figlio; e soprattutto la patetica Mary, collega di Gerri, disperatamente in cerca di una via di fuga dalla propria solitudine. Attraverso quattro lunghe sequenze ambientate nelle diverse stagioni dell'anno, Leigh mette a confronto la perfetta armonia degli anziani coniugi (talmente perfetta da renderli quasi antipatici: che diritto hanno di fare la morale agli altri?) con il malessere di coloro che li circondano e che si aggrappano come parassiti alla loro felicità. Anche se la pellicola è corale, la vera protagonista è comunque Mary, che a un certo punto si illude persino di poter iniziare una relazione con il giovane Joe e rimane delusa quando lui si presenta finalmente con una ragazza. Leigh cerca di replicare il cocktail di realismo psicologico e analisi sociale della piccola e media borghesia britannica che gli era valsa la Palma d'Oro anni prima con "Segreti e bugie", ma stavolta convince di meno e i personaggi sembrano delle macchiette, nonostante alcuni momenti in cui l'inadeguatezza di Mary (ottima la mimica dell'interprete, Lesley Manville) appare quasi esilarante. La mancanza di una vera conclusione è sicuramente voluta, dato che l'intento è quello di mostrare la tristezza di "un altro anno" come tanti in un'esistenza vuota e disagiata, ma troppi spunti vengono lasciati cadere nel nulla (vedi il cameo di Imelda Staunton all'inizio, nei panni di una paziente di Gerri che soffre d'insonnia) o si sviluppano in modo banale.

Lo zio Boonmee... (A. Weerasethakul, 2010)

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti
(Loong Boonmee raleuk chat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2010
con Thanapat Saisaymar, Jenjira Pongpas
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

L'anziano Boonmee, gravemente malato, gestisce una fattoria ai margini della giungla con l'aiuto di immigrati laotiani. Qui riceve la visita della cognata Jen e del nipote Tong, ma soprattutto quelle del fantasma della moglie, morta diciannove anni prima, e del figlio, che era scomparso nella foresta e che ora ritorna trasformato in uno scimmione dagli occhi rosso fuoco. Dopo una lunga scena apparentemente slegata dal resto (ma che, alla luce del fin troppo esplicito titolo del film, potrebbe essere interpretata come un momento di una vita passata) in cui un'antica principessa cerca di ritrovare la gioventù e la bellezza facendosi possedere da uno spirito-pesce, vediamo Boonmee e i suoi cari addentrarsi nella giungla fino a una grotta dove l'uomo si lascerà morire, circondato da presenze ancestrali e primitive. Dopo il funerale, Jen e Tong (diventato ora un monaco) si "sdoppieranno". L'incomprensibile (in tutti i sensi) Palma d'Oro di Cannes 2010 è un film ermetico e animista che alterna sequenze realistiche e concrete con altre fiabesche e oniriche, cercando di costruire un'atmosfera sospesa e magica che però elude costantemente lo spettatore, senza mai dare l'impressione di sviluppare in maniera sensata i temi della morte, della memoria e della trasformazione. Proprio la contaminazione di momenti prosaici e realisti con altri più surreali e inquietanti gioca a sfavore della pellicola, che alla fine non risulta né carne né pesce. Il ritmo è lentissimo (come il modo di parlare e di muoversi dei personaggi), lo stile impescrutabile (cosa c'entrano i fermo immagine con i soldati e l'uomo travestito – questa volta apertamente, si vede anche la lampo! – da gorilla?), i costumi ridicoli (l'uomo-scimmia sembra un incrocio fra un Wookie con i peli neri e il testimonial del Crodino), e regia e fotografia non impressionano in alcun modo. Non sempre l'atmosfera basta a salvare un film o a fornire una chiave di lettura, soprattutto quando allo spettatore è preclusa qualsiasi connessione emotiva con i personaggi e gli eventi.