30 agosto 2018

The young pope (Paolo Sorrentino, 2016)

The Young Pope
di Paolo Sorrentino – Italia/Francia/Spagna 2016
con Jude Law, Silvio Orlando
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Miniserie televisiva in 10 episodi di circa un'ora ciascuno, ideata, scritta e realizzata da Sorrentino (alla prima esperienza in questo campo) con una produzione e un cast internazionale. Visto l'ottimo riscontro di pubblico e di critica, è già in cantiere un sequel, che si intitolerà "The new pope". La storia racconta il pontificato (immaginario) di Pio XIII, al secolo Lenny Belardo (Jude Law), americano quarantasettenne che viene eletto a sorpresa dal conclave riunito in Vaticano. I cardinali, guidati dal potente segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando, ispirato alla figura di Tarcisio Bertone), lo scelgono nella speranza di poterlo manipolare a proprio piacimento, contando sulla sua inesperienza e sulla giovane età. Ma Lenny si rivela subito indipendente, irriverente, ambizioso e soprattutto imprevedibile. Se da un lato il suo pontificato è conservatore (anzi, reazionario) e all'insegna dell'intransigenza (con chiusura estrema verso il dialogo politico o l'omosessualità nel clero, e con l'intenzione di restaurare l'antico potere della Chiesa), dall'altro l'atteggiamento del nuovo papa è diverso da tutti quelli che l'hanno preceduto: rifiutando di apparire in pubblico (per essere "invisibile e irraggiungibile come una rock star") o di mostrarsi conciliante verso i credenti (al punto da rendersi controverso e impopolare), si aliena magari alcune simpatie ma costruisce attorno a sé un'aura di mistero che ne accresce a dismisura la fama. E soprattutto, conquista pian piano la fiducia e l'ammirazione di coloro che gli stanno attorno (a cominciare da Voiello) e che non esitano a considerarlo un santo, anche perchè in effetti sembra avere un rapporto privilegiato con Dio (che esaudisce, in alcune occasioni, le sue preghiere). Con una strizzatina d'occhio a Fellini (situazioni e momenti surreali, come la presenza del canguro nei giardini del vaticano, ricordano comunque scene già viste ne "La grande bellezza") e un'altra a Nanni Moretti (alcune sequenze, come le suore che giocano a calcio, sembrano uscire da "Habemus papam"), Sorrentino porta avanti con amore le vicissitudini del suo personaggio, insistendo sui suoi pregi e i suoi tanti difetti (è egocentrico, megalomane, sociopatico, vendicativo, scostante, arrogante, borderline), dapprima in un'atmosfera di complotti e intrighi (Voiello pensa di poterlo ricattare) e poi analizzando man mano le motivazioni del suo comportamento.

Tutto risale alla sua infanzia ("I preti non possono diventare padri perché devono rimanere bambini"), al fatto di essere stato abbandonato dai suoi genitori, che quando aveva sette anni lo lasciarono nell'orfanotrofio di Suor Mary (Diane Keaton). E il desiderio di ritrovarli, questi genitori che compaiono di frequente nei suoi sogni, è il motore di tutte le sue azioni. Provocatorio, onirico, filosofico, tutt'altro che canonico dal punto di vista religioso (si solleva il dubbio che Lenny in realtà non creda veramente in Dio: ma in generale gli aspetti metafisici e spirituali restano sullo sfondo), il serial è diretto con maestria ed eleganza (belle e affascinanti le immagini dei corridoi, delle lussuose stanze e dei giardini del Vaticano, ricolme di opere d'arte, molte delle quali fanno mostra di sé nella sigla d'apertura), anche se il formato della serie televisiva porta inevitabilmente con sé alcuni difetti congeniti: la vicenda risulta troppo "spalmata", con sottotrame e personaggi minori che distraggono o divagano troppo (così come le "trasferte" in Africa e negli Stati Uniti in un paio di episodi). Apprezzabili comunque i riferimenti alla realtà: oltre alla facile identificazione di alcuni personaggi con controparti reali, si sfiorano – attraverso il meccanismo della provocazione per eccesso – molti temi legati al clero, alla religione e alla società ai giorni nostri. E il cast è sicuramente ottimo: al trio Law (un giovane papa fumatore ed edonista, "più bello di Gesù"), Orlando (un cardinale intrigante e tifoso del Napoli), Keaton (una suora-consigliera e surrogato della figura materna), si affiancano James Cromwell (il cardinale Spencer, mentore di Larry, che nutre rancore nei suoi confronti perché sperava di diventare lui stesso papa), Javier Cámara (il mite cardinale Gutierrez, incaricato dal pontefice di una delicata trasferta americana per "incastrare" un arcivescovo pedofilo), Scott Shepherd (Dussolier, il tormentato amico d'infanzia di Lenny ) e Ludivine Sagnier (Esther, moglie di una guardia svizzera, che sviluppa con il papa un legame speciale). Cécile de France è la responsabile del marketing del Vaticano, Marcello Romolo è Don Tommaso (confessore e confidente del papa), Toni Bertorelli è l'anziano e ambiguo cardinale Caltanissetta, Stefano Accorsi è il presidente del consiglio italiano (modellato su Matteo Renzi).

28 agosto 2018

Fahrenheit 451 (Ramin Bahrani, 2018)

Fahrenheit 451 (id.)
di Ramin Bahrani – USA 2018
con Michael B. Jordan, Michael Shannon
**1/2

Visto in TV.

In un futuro distopico in cui leggere o possedere libri è severamente vietato, Guy Montag (Jordan) fa parte dei vigili del fuoco, corpo paramilitare con il compito di bruciare tutte le forme di cultura e in particolar modo i libri, che vengono chiamati con disprezzo "graffiti". Quando però entrerà in possesso di uno di essi, il suo mondo cambierà e le sue convinzioni cominceranno a crollare. Mi aspettavo brutte cose da questo remake del film di François Truffaut, nuovo adattamento del romanzo di Ray Bradbury realizzato sotto forma di tv movie per la HBO, ma sono rimasto piacevolmente sorpreso nel vedere come la vicenda non sia stata travisata o rovinata, e soltanto (moderatamente) modernizzata. La sceneggiatura (scritta dal regista insieme al collega iraniano Amir Naderi) tiene conto dei progressi tecnologici che ci sono stati dagli anni sessanta in poi (e dunque gli "eel" – i ribelli – custodiscono anche versioni digitali dei libri nei loro server, mentre la televisione da cui tutti sono dipendenti è più simile a un contemporaneo social network con il suo carico di haters e di conformismo). Buono il cast, dove spiccano Michael Shannon nel ruolo del capitano Beatty, l'ambiguo e simpatetico superiore di Montag, e Sofia Boutella in quello di Clarisse, la ragazza che instilla in Montag l'amore per la cultura. Keir Dullea è lo storico. Se il lungometraggio di Truffaut rimane superiore, questo fa comunque un buon lavoro nell'avvicinare un pubblico più giovane a un classico della fantascienza distopica, senza banalizzare i temi o affogare la caratterizzazione psicologica in inutili scene d'azione.

27 agosto 2018

Kingsman: Il cerchio d'oro (M. Vaughn, 2017)

Kingsman - Il cerchio d'oro (Kingsman: The Golden Circle)
di Matthew Vaughn – GB/USA 2017
con Taron Egerton, Colin Firth
*1/2

Visto in TV.

Secondo episodio delle avventure della Kingsman, la società privata di agenti segreti inglesi che si nascondono dietro un negozio di alta sartoria. Presi di mira dal "Cerchio d'oro", cartello criminale della droga messo in piedi dall'eccentrica e spietata Poppy Adams (Julianne Moore), i Kingsman subiscono attentati che li riducono ai minimi termini: gli unici sopravvissuti sono il giovane Eggsy/Galahad (Taron Egerton), l'agente di collegamento Merlino (Mark Strong) e il redivivo Harry (Colin Firth), che non era scomparso come si credeva nel film precedente. Per sconfiggere Poppy, che nel frattempo sta ricattando l'intero pianeta grazie a un virus iniettato nella droga che vende in tutto il mondo, avranno bisogno dell'aiuto della Statesman, organizzazione del tutto simile alla loro ma situata negli Stati Uniti e "mascherata" dietro una fabbrica di whisky. Stesso mix del film precedente (anche se stavolta il soggetto è originale, e non tratto dal fumetto di Mark Millar e Dave Gibbons): azione, commedia, spionaggio e tanti gadget elettronici. Anche il risultato, però, è lo stesso: nonostante il buon cast (i membri della Statesman, che hanno tutti liquori come nomi in codice, sono Jeff Bridges, Halle Berry, Channing Tatum e Pedro Pascal; piccoli ruoli per Bruce Greenwood, Emily Watson, Edward Holcroft e Poppy Delevingne; e c'è pure un cameo di Elton John nei panni di sé stesso), il divertimento rimane a livello autoreferenziale, adolescenziale e parodistico, con un abuso di effetti digitali che rendono "finte" le (lunghe) scene d'azione. E la storia è, come al solito, inverosimile: come si può pensare che la cattiva aspiri a far legalizzare il consumo di droga, quando è proprio il proibizionismo che consente ai trafficanti di fare affari (per non parlare della "minaccia" di uccidere tutti i consumatori, ovvero i suoi stessi clienti)? Facile, ma anche superficiale, giustificare tutto con l'ironia. Fra le location, spicca la nuova funivia Skyway sul Monte Bianco in Valle d'Aosta. Nella colonna sonora ricorre "Country Roads" di John Denver.

25 agosto 2018

Il piacere e l'amore (N. B. Ceylan, 2006)

Il piacere e l'amore (İklimler, aka Climates)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2006
con Nuri Bilge Ceylan, Ebru Ceylan
***

Visto in divx.

Durante una vacanza estiva, il fotografo İsa (Nuri Bilge Ceylan) rompe la relazione con Bahar (Ebru Ceylan, moglie del regista). Tornato a Istanbul, scopre di non riuscire a vivere da solo. E dopo aver inizialmente riallacciato i contatti con una vecchia amante, Serap (Nazan Kirilmis), decide di provare a riappacificarsi con Bahar, raggiungendola nel paese innevato dove la ragazza lavora per la produzione di una serie televisiva di cui è la direttrice artistica. Ma forse è troppo tardi... Ambientato in tre luoghi e in tre stagioni diverse (la costa di Kaş, presso Antalya, d'estate; la città di Istanbul, d'autunno; un remoto e innevato paesino nella provincia orientale di Ağrı, d'inverno), che simboleggiano le tre fasi sentimentali ed esistenziali contrapposte vissute dal protagonista (il desiderio di recuperare la propria indipendenza, l'inquietudine e il bisogno d'amore), un film delicato e contemplativo, fatto di silenzi, sguardi e tempi lunghi, dove alle poche parole si preferiscono le immagini (non a caso İsa, alter ego del regista come i protagonisti di altre sue pellicole, è un fotografo) con prolungati primi piani o inquadrature dei paesaggi, i suoni (la melodia di un carillon) e le atmosfere (le antiche rovine, una stanza d'albergo, un cimitero sotto la neve). I temi dell'incertezza e dell'indecisione, della felicità, della sincerità o del tradimento emergono con naturalezza, comunicando i sentimenti, la solitudine e la sofferenza dei personaggi senza bisogno di troppe parole. Il titolo italiano (quello internazionale è "Climates") è lo stesso del sottotitolo de "La ronde" di Max Ophüls.

24 agosto 2018

Basil l'investigatopo (aavv, 1986)

Basil l'investigatopo (The Great Mouse Detective)
di Ron Clements, Burny Mattinson, David Michener,
John Musker – USA 1986
animazione tradizionale
**

Rivisto in TV.

Parodia "topesca" di Sherlock Holmes, ispirata a una serie di libri per bambini di Eve Titus e ambientata nella Londra vittoriana. Basil (il nome è un omaggio all'attore Basil Rathbone, che interpretò proprio il personaggio di Conan Doyle in una serie di film degli anni trenta e quaranta) è un topo detective, la cui tana è situata proprio sotto l'appartamento del "vero" Sherlock in Baker Street. A lui si rivolge la piccola Olivia, il cui padre – un giocattolaio – è stato rapito da un misterioso pipistrello. Insieme al dottor Topson, Basil scoprirà che dietro il rapimento c'è il malvagio Professor Rattigan, che intende costringere il padre di Olivia a costruire un robot con le fattezze della Regina per trasferire a sé tutti i suoi poteri. Cartone animato senza infamia e senza lode, ma con alcuni meriti: nella sua semplicità (e poca originalità: qualche anno prima c'era stato lo Sherlock Holmes "canino" di Hayao Miyazaki, e la stessa Disney aveva realizzato una parodia a fumetti del personaggio con le storie di Ser Lock) è comunque gradevole e accattivante, e contribuì a rimettere in carreggiata il reparto animazione della Disney che negli anni precedenti aveva vissuto tempi grigi, toccando il fondo con il colossale flop di "Taron e la pentola magica". Tanto che il nuovo management dell'epoca, proprio in virtù del moderato successo di "Basil" (e del contemporaneo "Fievel" di Don Bluth), si convinse a dare il via libera a nuovi progetti, e questo portò al Rinascimento Disney a partire dal 1989 con "La sirenetta". Fra i quattro registi, oltre al veterano Mattinson e al misconosciuto Michener, figurano proprio i due nomi che più di altri saranno legati al periodo successivo, ovvero la coppia Clements-Musker (che dirigeranno, oltre alla "Sirenetta", anche "Aladdin" ed "Hercules"). Musiche di Henry Mancini, con alcune canzoni non proprio eccezionali. I personaggi, naturalmente, sono tutti corrispettivi di quelli delle reali storie di Holmes. Fra i doppiatori originali, spicca Vincent Price nel ruolo del cattivo. Nella scena del duello all'interno del Big Ben, gli ingranaggi in movimento sono stati disegnati al computer in wireframe.

23 agosto 2018

Manifesto (Julian Rosefeldt, 2015)

Manifesto (id.)
di Julian Rosefeldt – Australia/Germania 2015
con Cate Blanchett
*1/2

Visto in TV, in originale con sottotitoli.

Da un'installazione multischermo (di cui è il compendio), un film in cui Cate Blanchett – che interpreta 13 differenti personaggi – recita frasi tratte da numerosi e celebri "manifesti" politici, economici, artistici e culturali degli ultimi due secoli (da quello del partito comunista di Marx ed Engels, a quello del surrealismo di André Breton, passando per i futuristi, gli espressionisti, i costruttivisti...). I contesti sono i più vari: un barbone recita il manifesto situazionista di Guy Debord, un'insegnante a scuola impartisce ai suoi giovani alunni i dettami del Dogma 95 di Lars von Trier, una vedova a un funerale declama le idee dadaiste, una madre di famiglia cita l'editoriale di Claes Oldenburg sull'arte al posto della preghiera prima del pranzo... Ma a parte pochi casi ben riconoscibili, nella maggior parte delle situazioni le frasi sono presentate senza alcun contesto e senza riportarne gli autori o la provenienza. L'insieme è pertanto disgiunto e random, e la visione è francamente noiosa. Il tutto, oltre che essere pretenzioso, è altamente parassitario, visto che si nutre a destra e a manca del prodotto di gruppi, di provocatori o pensatori che non vengono nemmeno citati (a parte, rapidissimamente, nei titoli introduttivi). E l'accumularsi di frasi, concetti e idee finisce inevitabilmente per svuotare il tutto di ogni reale significato: sembrano solo parole in libertà. La multiforme Blanchett è brava nel calarsi in diversi personaggi (quasi tutte donne, a parte il barbone: ci sono anche una ricercatrice, un'annunciatrice televisive, un'operaia, una punk...) e situazioni, ma il risultato è davvero troppo elusivo.

22 agosto 2018

L'uomo che venne dalla Terra (R. Schenkman, 2007)

L'uomo che venne dalla Terra (The Man from Earth)
di Richard Schenkman – USA 2007
con David Lee Smith, Tony Todd
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

In procinto di trasferirsi altrove, il professore universitario di storia John Oldman (David Lee Smith) convoca i suoi colleghi e amici più intimi per dire loro addio. E si lascia sfuggire il motivo per cui, ogni dieci anni, sparisce nel nulla cambiando residenza e conoscenze: ha quattordicimila anni, è nato come uomo di Cro-Magnon e da allora non è mai invecchiato. Nel corso degli anni ha conosciuto personaggi come Hammurabi, Buddha, Colombo e Van Gogh, e lui stesso è stato nientemeno che Gesù Cristo. Il suo racconto, inverosimile ma denso di dettagli realistici, viene accolto dagli amici dapprima con scetticismo e incredulità, ma via via con curiosità e interesse (e in alcuni casi rabbia o rifiuto). Da una sceneggiatura di Jerome Bixby completata sul letto di morte (ironicamente, visto che parla di immortalità!) e il cui spunto ricorda un episodio di "Star Trek" del 1969 da lui stesso scritto, "Requiem per Matusalemme", un "piccolo" film di fantastoria a basso budget, girato quasi interamente in una stanza e soltanto parlato (nessuna immagine illustra sullo schermo il racconto del protagonista), che pure tiene sempre alta l'attenzione dello spettatore man mano che John risponde alle domande e ai dubbi dei suoi amici su questioni di natura pratica, storica, filosofica, intellettuale o religiosa. L'idea di base è semplice (e neppure troppo originale, a dire il vero, frequentata com'è dalla fantascienza di ogni epoca) ma regge bene fino in fondo, quando un colpo di scena conferma definitivamente la veridicità o meno del racconto di John. I suoi amici e colleghi sono interpretati da Tony Todd, John Billingsley, Ellen Crawford, Annika Peterson, William Katt, Richard Riehle e Alexis Thorpe. Nel 2017 il regista ha diretto un sequel (scritto dal figlio di Bixby), "The Man from Earth: Holocene".

20 agosto 2018

Il signore e la signora Smith (A. Hitchcock, 1941)

Il signore e la signora Smith (Mr. & Mrs. Smith)
di Alfred Hitchcock – USA 1941
con Robert Montgomery, Carole Lombard
**

Visto in divx alla Fogona.

I coniugi David e Ann Smith (Montgomery e Lombard), avvocato lui e casalinga lei, sono una coppia litigiosa ma affiatatissima. Dopo tre anni di vita insieme, però, scoprono che a causa di un disguido burocratico il loro matrimonio non è legalmente valido. La moglie si aspetterebbe che il marito voglia rimediare all'istante, sposandola una seconda volta: ma quando lui non accenna a prendere sul serio la questione, è lei a decidere di non volerne più sapere di lui, cacciandolo di casa e lasciandosi corteggiare invece dal suo socio in affari, Jeff (Gene Raymond). Fra bisticci e tentativi di ingelosirsi a vicenda, alla fine l'amore tornerà a trionfare. Una delle poche commedie “pure” di Hitchcock (priva cioè del benché minimo elemento giallo o di suspense), che ricorda in parte le pellicole screwball degli anni trenta sul “rimatrimonio” (quel genere di commedia romantica, così definito dal filosofo Stanley Cavell, basato sulla “rottura” di un legame coniugale per permettere ai due protagonisti di vivere la tentazione di avventure separate prima di rimettersi insieme a fine film, in modo da ottemperare formalmente all'obbligo – imposto dal codice Hays – di non rappresentare l'adulterio sullo schermo). Ma gli manca la verve e l'energia dei film migliori di Hawks o Cukor: i personaggi non escono dai limiti del loro ruolo nella storia, sono poco empatici e non capiamo mai cosa pensino veramente (perché all'inizio David tergiversa? E Ann ha davvero intenzione di sposare Jeff?). Inoltre la vicenda si trascina troppo a lungo e termina bruscamente, con un finale che giunge all'improvviso. Anche stilisticamente la pellicola sembra più datata di quanto non sia (i due attori maschili paiono uscire da un film muto). A parte il titolo, nulla in comune con la spy comedy "Mr. & Mrs. Smith" del 2005 con Brad Pitt e Angelina Jolie.

19 agosto 2018

Sotto tiro (Roger Spottiswoode, 1983)

Sotto tiro (Under fire)
di Roger Spottiswoode – USA 1983
con Nick Nolte, Joanna Cassidy
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Russell Price (Nolte), affermato fotoreporter che gira il mondo per catturare immagini di guerra con grande sprezzo del pericolo ma poco interesse per i reali motivi dei conflitti, si reca in Nicaragua per documentare la rivoluzione sandinista in atto contro la dittatura del presidente Anastasio “Tacho” Somoza, sostenuto dalla CIA ma in crescente difficoltà. Inizialmente neutrale e interessato soltanto a fotografare il leader dei ribelli (il comandante Rafael, una carismatica figura alla “Che” Guevara), senza volerlo Russell si lascerà coinvolgere sempre di più dalle ragioni del popolo in rivolta, finendo per aiutarne la causa grazie a una fotografia fasulla che mostra Rafael ancora in vita dopo la sua morte. E le cose precipiteranno quando il suo collega ed amico Alex (Gene Hackman) – con il quale è in rivalità per la stessa donna, Claire (Cassidy) – viene ucciso a sangue freddo dai soldati di Somoza. Il dittatore tenterà di insabbiare tutto, ma proprio le immagini scattate da Russell riveleranno la verità e daranno l'ultima spallata al regime, facendogli perdere i consensi del governo statunitense. Fra finzione e realtà (la vicenda è ispirata alla storia vera del giornalista Bill Stewart), un interessante film su una delle tante rivoluzioni dell'America latina nella seconda metà del ventesimo secolo, vista attraverso gli occhi di un giornalista che si illude che documentare la realtà con il suo obiettivo lo metta al riparo dallo schierarsi o dal dover compiere una scelta di campo. Jean-Louis Trintignant è l'ambiguo ma affabile Marcel Jazy, spia francese che agisce dietro le quinte per mantenere Somoza al potere. Ed Harris è il mercenario Oates che, incurante di ogni ideale e di ogni valore (come, in fondo, inizialmente è lo stesso Russell, tanto che i due sono amici), si presta alle maggiori nefandezze quasi senza badare alla parte da cui sta, al punto da festeggiare alla fine la vittoria dei ribelli nonostante abbia combattuto contro di loro. Buona la regia, la fotografia e le interpretazioni. Interessante la colonna sonora di Jerry Goldsmith con Pat Metheny (una traccia della quale è stata riciclata da Quentin Tarantino in "Django Unchained").

18 agosto 2018

Resident Evil: The final chapter (Paul W.S. Anderson, 2016)

Resident Evil: The Final Chapter (id.)
di Paul W. S. Anderson – USA 2016
con Milla Jovovich, Iain Glen
*1/2

Visto in divx.

Sesto e ultimo capitolo della serie ispirata al popolare videogioco, che questa volta si conclude davvero. La sceneggiatura rivela le autentiche origini del virus T (quello che ha dato vita agli zombie), della Umbrella Corporation e della stessa Alice (Jovovich), e la storia riporta la nostra eroina là dove tutto era iniziato: a Raccoon City, nell'Alveare, la base sotterranea dove era ambientato il primo film della saga. Dopo aver affrontato un redivivo Isaacs (Iain Glen) e il suo esercito di zombie, Alice – in compagnia di Claire (Ali Larter, di ritorno dal quarto film) e di un altro pugno di sopravvissuti – sarà aiutata dalla Regina Rossa (il cui avatar di bambina è interpretato stavolta da Ever Gabo, figlia della stessa Milla e del regista Anderson) a penetrare nella base, evitandone le trappole, per impadronirsi dell'antivirus aereo in grado di spazzare via definitivamente l'epidemia di non morti che ha sconvolto il pianeta. Così facendo, Alice scoprirà finalmente anche la verità su sé stessa. Ricordiamo infatti che nel primo film (che si svolgeva dieci anni prima di questo) si era svegliata senza alcuna memoria del proprio passato: facile leggervi una metafora del videogiocatore, il cui personaggio nasce di fatto nel momento in cui inizia una nuova partita. Se dunque la pellicola ha il pregio di mettere la parola fine a una serie non certo esaltante (Milla a parte) e di chiarire anche i ruoli dei "cattivi" visti nei precedenti film (il dottor Isaacs, di cui scopriamo che era morto soltanto un clone, e l'ambiguo Wesker, qui ridotto al semplice ruolo di braccio destro), restano però i soliti difetti congeniti: una continuity fra episodio ed episodio che lascia parecchio a desiderare (con personaggi abbandonati o che spariscono senza spiegazioni: che fine hanno fatto Jill Valentine, Ada Wong e gli altri compagni di Alice del capitolo precedente, per esempio?), una regia nervosa e confusa che rende illeggibili e spezzettate le scene d'azione (quando non assolutamente noiose) e personaggi di contorno senza una particolare caratterizzazione (buoni solo per il meccanismo del totomorti: la presenza di un traditore nel gruppo che aiuta Alice a introdursi nell'Alveare, per esempio, non aggiunge un briciolo di tensione perché in fondo non ci importa nulla di nessuno di loro). Apprezzabili comunque alcuni spunti nella seconda parte del film, come la presenza di una "trinità" di Alice (la protagonista, la Regina Rossa e l'anziana Alicia Marcus) e in generale i rimandi alla prima pellicola, che consentono di chiudere una sorta di cerchio. Al punto che si potrebbe consigliare a un neofita di guardarsi soltanto il primo e quest'ultimo capitolo, saltando tutti gli altri (benché il terzo e il quarto non fossero del tutto da buttar via). Nel cast, bene Glen in un doppio ruolo (il vero Isaacs e un altro clone, caratterizzato come fanatico religioso), mentre Milla mi è apparsa più stanca e con meno entusiasmo del solito: forse anche lei si era stufata di questa serie.

15 agosto 2018

Il laureato (Mike Nichols, 1967)

Il laureato (The Graduate)
di Mike Nichols – USA 1967
con Dustin Hoffman, Anne Bancroft
***1/2

Rivisto in DVD.

Tornato a casa dal college dopo essersi "laureato" a pieni voti (in realtà si tratta di un Bachelor of Arts, poco più che un diploma e non proprio corrispondente alla nostra laurea), il ventunenne Benjamin Braddock (un Dustin Hoffman a inizio carriera, che proprio con questa pellicola rivelò il suo straordinario talento al grande pubblico) non sa più cosa fare della propria vita. Incerto sul suo avvenire, disinteressato ai consigli dei genitori o dei loro amici (impagabile l'industriale che gli suggerisce di buttarsi nella "plastica"), sperso di fronte a un universo sociale, familiare ed economico in cui non si identifica (significativo lo sguardo apatico e fisso nel vuoto che mostra sin dalla primissima inquadratura del film, quella dell'atterraggio in aereo e del successivo passaggio sul nastro trasportatore in aeroporto), Ben attira su di sé le "attenzioni" della signora Robinson (Anne Bancroft), amica di famiglia e moglie di un socio in affari del padre, una donna ricca, annoiata, alcolizzata ma ancora piacente, che con suo grande imbarazzo tenta esplicitamente di sedurlo. Dopo un iniziale rifiuto, i due finiscono per diventare amanti, incontrandosi a più riprese in una camera d'albergo. Tutto cambierà però quando il ragazzo conoscerà la coetanea Elaine (Katharine Ross), figlia della signora Robinson, che infatti aveva fatto di tutto affinché i due giovani non uscissero insieme. Fra i due scatterà l'amore a prima vista: un amore vero, stavolta, non fasullo o imposto dalla noia, dalle circostanze, dal conformismo o dalle costrizioni... Una pellicola iconica, uno dei film più importanti della seconda metà degli anni sessanta, che come pochi seppe interpretare le inquietudini e l'insofferenza di un'intera generazione verso i valori e la morale di quella che l'aveva preceduta. Non a caso apparve nel momento storico in cui finalmente Hollywood stava superando gli obblighi e i paletti del codice Hays, le norme di autocensura che impedivano di affrontare sullo schermo in maniera realistica o matura temi sociali o sessuali (norme alle quali già altre pellicole, come "Chi ha paura di Virginia Woolf?" dello stesso Nichols, avevano dato le prime spallate). Perfettamente figlio dei suoi tempi e, se vogliamo, in linea con i temi del malessere e della "contestazione" giovanile (anche se nella sceneggiatura sono assenti riferimenti politici), il film riscosse un grande successo di pubblico e di critica, con sette nomination ai premi Oscar, vincendo quello per la miglior regia. Fondamentale, al riguardo, anche la colonna sonora, con le bellissime canzoni di Simon & Garfunkel ("The Sound of Silence", "April Come She Will" e "Mrs. Robinson", quest'ultima scritta appositamente per il film).

Se le influenze del cinema europeo sono evidenti (in particolare quelle de "La notte" e di altri film di Antonioni che raccontavano l'alienazione e l'incomunicabilità, specie nella borghesia), il film è comunque da considerare uno dei capolavori del cinema americano con il suo misto di commedia, satira e attenzione all'ambiente sociale. La regia di Nichols è innovativa e dinamica, e alterna sequenze con la macchina da presa mobile (che segue da vicino il protagonista) a memorabili scelte di montaggio o di campo: dall'incipit – già citato – all'aeroporto, alla celeberrima inquadratura della gamba della signora Robinson mentre il protagonista è sullo sfondo; dalla scena della fila interminabile di anziani che escono dall'hotel in cui Ben vorrebbe entrare, all'ardito passaggio con lui che esce dalla piscina e si ritrova a letto con l'amante; per non parlare del finale dirompente e dissacrante – del tutto irrealistico ma entrato nell'immaginario collettivo – dell'irruzione al matrimonio, con i pugni sbattuti sulla vetrata della chiesa e l'utilizzo del crocifisso come arma per sbaragliare gli invitati prima di fuggire con la sposa. Una fuga in autobus, si badi bene, visto che l'auto di lusso (un'Alfa Romeo Spider) regalata a Ben dai genitori come premio per la laurea era stata abbandonata in panne senza troppi rimpianti: per gran parte del film, ma soprattutto nella seconda parte (dall'incontro con Elaine in poi: in precedenza l'incertezza la faceva da padrona, frammista a timidezza e insicurezza) il ragazzo procede spedito per la sua strada senza più curarsi del perbenismo e delle opinioni degli altri. Certo, proprio nell'ultima inquadratura del film torna lo sguardo sperso che avevamo visto all'inizio, stavolta condiviso con Elaine: anche se ha seguito il proprio cuore, Ben sembra ripiombare nell'incertezza per il proprio futuro ("e ora dove andiamo?"). Dietro una trama all'apparenza puramente "scandalosa" (la relazione adulterina di un ragazzo con una donna che potrebbe essere sua madre) sono dunque leggibili tante metafore che il contesto sociale e culturale non fa che esacerbare (le piscine in cui si va "alla deriva", o sul cui fondale ci si adagia con la tuta da sub; l'acquario con i pesci senza via d'uscita; e ancora: scenari asettici o impermeabili alle emozioni, come le case, l'albergo per gli incontri clandestini, il locale di strip tease). Svariate attrici affermate (fra cui Doris Day) rifiutarono la parte della signora Robinson. Murray Hamilton è il signor Robinson, lo sceneggiatore Buck Henry (che insieme a Calder Willingham ha adattato il romanzo di Charles Webb) interpreta il receptionist dell'albergo.

14 agosto 2018

Maddalena... zero in condotta (V. De Sica, 1940)

Maddalena... zero in condotta
di Vittorio De Sica – Italia 1940
con Carla Del Poggio, Vera Bergman
**1/2

Visto in divx.

Il secondo film di De Sica come regista (ma il primo in cui dirige da solo, avendo firmato il precedente "Rose scarlatte" insieme a Giuseppe Amato) è una brillante commedia degli equivoci ispirata a un testo teatrale di Laszlo Kadar (cosa non rara nel cinema dei "telefoni bianchi", che infatti era anche detto "commedia all'ungherese"). Il titolo richiama il celebre film di Jean Vigo: non pretestuosamente, visto che anche questo è ambientato in una scuola. Si tratta di un istituto femminile superiore, le cui alunne studiano – fra le altre cose – come redigere corrispondenza commerciale sotto la guida della giovane signorina Malgari (Vera Bergman, nessuna parentela con Ingrid o Ingmar, e per età quasi coetanea delle sue allieve!). Le lettere vengono indirizzate a un fantomantico uomo d'affari di Vienna, il signor Alfredo Hartman: quando una di queste missive (per di più una lettera d'amore, scritta dalla stessa insegnante) viene affrancata e spedita per errore, si scopre che Alfredo (De Sica) esiste realmente. Innamoratosi dell'autrice della lettera, l'uomo si reca a Roma per rintracciarla, e per una serie di equivoci si convince che si tratti di Maddalena Lenci (Del Poggio, al debutto sullo schermo), l'alunna più indisciplinata della classe, che pure è assai affezionata alla sua insegnante e fa di tutto per favorire il suo incontro con il fascinoso Hartman... Gli scherzi della pestifera Maddalena e i suoi rapporti con i vari professori (quello burbero di chimica in primis) lasciano pian piano spazio alla doppia storia romantica (la stessa Maddalena si innamora di Stefano Armani (Roberto Villa), il cugino italiano di Alfredo: e per un breve momento, i due uomini pensano di essere in competizione per la stessa ragazza). Il tutto è narrato con toni spigliati e leggeri, con delicatezza e un ritmo fluente (ma mai indiavolato), simile a quello dei film di Mario Camerini in cui De Sica recitava. Ottimo il riscontro di pubblico e di critica. Il regista, in una breve scena, interpreta anche il padre e il nonno di Alfredo Hartman. Guglielmo Barnabò è il padre di Maddalena, protagonista di alcune delle migliori gag (quelle in cui è scambiato per un cacciatore di bisonti). Giuseppe Varni è il bidello (doppiato da Aldo Fabrizi). Irasema Dilian è la svampita contessina che si presenta alle lezioni come privatista. Fra i pochi riferimenti al periodo fascista, la lezione in classe sul "prototipo ideale della razza bianca".

12 agosto 2018

Zero in condotta (Jean Vigo, 1933)

Zero in condotta (Zéro de conduite)
di Jean Vigo – Francia 1933
con Jean Dasté, Robert le Flon
***

Rivisto in divx.

Gli alunni di un collegio scolastico sono sottoposti a una disciplina severa e repressiva. Alcuni di loro organizzeranno una rivolta contro gli insegnanti dell'istituto, prima di fuggire sui tetti verso la libertà. Il primo dei due film di finzione realizzati da Jean Vigo (prima di morire per tubercolosi a soli 29 anni) è, nella sua brevità (solo 41 minuti), uno dei più celebri ritratti della ribellione contro l'ordine costitutito e dell'insopprimibile desiderio infantile di esprimere la propria creatività contro il controllo, la rigidità e la morale degli adulti: non deve pertanto stupire se venne considerato "antipatriottico" e pesantemente osteggiato dalle autorità. La sua proiezione in Francia fu vietata fino al 1945. Albert Riéra, artista amico di Vigo, gli aveva consigliato di tagliare alcune scene per evitare di incorrere negli strali della censura, dicendogli che in fondo si trattava del suo primo film e che era necessario fare qualche concessione. Vigo, già consapevole di essere gravemente malato, rifiutò, sapendo che non avrebbe più avuto molte altre occasioni di esprimersi compiutamente. Ispirato a ricordi personali di gioventù, il film comincia con scenette e gag quasi da cinema muto (con protagonisti due ragazzi sul treno mentre tornano dalle vacanze estive), per poi mostrarci gli alunni ingabbiati da regole dure, severe punizioni ("Zero in condotta e domenica niente uscita", è il mantra che si sentono ripetere a ogni minima infrazione) e una disciplina quasi militare (Vigo, che era figlio di un giornalista anarchico morto in prigione, per gli insegnanti si è ispirato proprio alle guardie del carcere). Quattro di loro – Caussat, Colin, Tabard e Bruel – organizzano dunque un "complotto contro le vecchie mummie che ci opprimono": una vera e propria guerra incruenta, con tanto di bandiera pirata, che inizia con una ribellione alla mensa ("Basta fagioli!") e una battaglia di cuscini in dormitorio (le piume nell'aria, riprese al ralenti, fanno pensare a una nevicata), prima dell'assalto in cortile durante le festa della scuola. Riscoperto dopo la seconda guerra mondiale, il film influenzò fortemente il cinema francese (basti pensare a Truffaut e al suo "I quattrocento colpi", ma anche a molte altre pellicole di ambientazione scolastica) e internazionale (un esempio è "Se..." di Lindsay Anderson). La fotografia è di Boris Kaufman. Jean Dasté (che per Vigo reciterà anche ne "L'Atalante") è il nuovo istitutore, il giovane Huguet, l'unico che simpatizza per i ragazzi (che infatti lo ritengono "un buon diavolo": significativamente il sottotitolo del film stesso è "Piccoli diavoli in collegio"), partecipando ai loro giochi e intrattenendoli, per esempio imitando le movenze di Charlot. È anche il protagonista di alcuni momenti "impossibili" o surreali (come quando fa lezione stando in verticale sulle mani, o un suo disegno – la caricatura di un altro insegnante – si "anima" sul foglio). Il rettore della scuola sembra invece un bambino truccato con il barbone: in realtà era un attore nano (nome d'arte Delphin), già apparso in alcuni muti di Feuillade.

11 agosto 2018

Taris o del nuoto (Jean Vigo, 1931)

Taris o del nuoto (Taris, roi de l'eau, aka La natation par Jean Taris)
di Jean Vigo – Francia 1931
con Jean Taris
**1/2

Visto su YouTube.

Un breve documentario "didattico" di 10 minuti su Jean Taris, campione francese di nuoto, realizzato da Vigo per conto della GFFA (Gaumont). Si tratta del suo primo lavoro sonoro (Taris non parla, ma c'è un narratore e una colonna sonora), ed era destinato a far parte di un cine-notiziario. Il film riprende il nuotatore in azione e ne analizza in dettaglio la tecnica (usando primi piani o campi ravvicinati, e all'occorrenza anche particolari tecniche di montaggio: l'effetto reverse per mostrare l'ingresso in acqua, il ralenti per le bracciate, riprese sott'acqua per le virate, la respirazione o il movimento dei piedi). Quasi un corso accelerato di nuoto per il grande schermo. Anche se l'interesse è più storico che artistico, il cortometraggio appare a tratti decisamente innovativo: le immagini delle immersioni, in particolare, anticipano una delle sequenze più celebri dell'ultimo lavoro di Vigo, "L'Atalante" (la scena del tuffo nel canale, vista tante volte nella sigla di "Fuori Orario"). Nel finale, una sovrimpressione "veste" Taris dopo che è uscito dalla piscina, e un trucco ottico lo fa camminare sull'acqua mentre saluta gli spettatori.

10 agosto 2018

A proposito di Nizza (Jean Vigo, 1930)

A proposito di Nizza (À propos de Nice)
di Jean Vigo, Boris Kaufman – Francia 1930
con attori non professionisti
**1/2

Visto su YouTube.

Jean Vigo, morto di tubercolosi nel 1934 a soli 29 anni, ci ha lasciato in tutto quattro film: due brevi documentari ("A proposito di Nizza", di 23 minuti, e "Taris o del nuoto", di 10) e due film di finzione ("Zero in condotta" e "L'Atalante"). Eppure, tanto basta per considerarlo uno dei cineasti più visionari, significativi e influenti del ventesimo secolo. Figlio di un giornalista anarchico morto in prigione, nelle sue pellicole ha sempre celebrato la libertà, reale o ideale che sia. Questo primo lavoro è un documentario muto su Nizza, di cui mostra soprattutto la vita frenetica che affolla la città d'estate, nella stagione turistica. Molte scene sono state girate con la telecamera nascosta, per ottenere un effetto di maggiore realismo. Si comincia con scorci di paesaggi (anche con panorami aerei) e si passa alle attività degli abitanti, dai ricchi e sonnacchiosi turisti seduti in spiaggia o ai tavolini dei bar, talvolta impegnati in performance sportive (tennis, bocce, corse automobilistiche), ai preparativi per una sfilata carnevalesca di carri e mascheroni, dai riti ludici o religiosi della società (balli, funerali) alla vita nei bassifondi e nei vicoli più poveri (lavandaie, spazzini, un mercato rionale: alcuni critici ci hanno letto una denuncia delle disuguaglianze sociali). Le inquadrature sono assai varie, mobili e fantasiose (dal basso, dall'alto, sghembe), accostate da un montaggio rapido e creativo, che sfiora il voyeurismo e la volgarità (anche per mezzo di alcuni "trucchi" ottici, come le dissolvenze che "spogliano" una ragazza su una sedia o il piede dell'uomo che si fa pulire le scarpe). Impossibile non pensare a "L'uomo con la macchina da presa" di Dziga Vertov: e a ragione, visto che co-autore del film è il direttore della fotografia Boris Kaufman, fratello minore proprio del regista russo (Vertov era uno pseudonimo), che collaborerà con Vigo anche nei lavori successivi prima di trasferirsi a Hollywood (dove vincerà, fra le altre cose, l'Oscar per la fotografia di "Fronte del porto"). A parte alcune ispirazioni surrealiste ed espressioniste, il punto di riferimento è proprio il cinema sovietico. Ma l'energia strabordante (impersonificata dalle ragazze che ballano, riprese dal basso e montate alternativamente con parate militari o con le statue di un cimitero) e la ricchezza del ritmo e delle idee già anticipano i lavori successivi e restituiscono l'immagine di una città multiforme e brulicante di vita. Il film si conclude con altre immagini in (apparente) libertà: la natura (il cielo, le onde del mare, gli alberi mossi dal vento) e l'industria (le ciminiere fumanti, alternate ai volti ridenti di anziani operai). Anche se, per la breve durata o la minor esperienza del giovane Vigo, il film non è forse all'altezza del capolavoro di Vertov, ne può essere considerato un ottimo compendio che – oltre a documentare in maniera preziosa e versatile com'era la vita nella Nizza del 1930 – prefigura già la genialità del suo autore.

9 agosto 2018

L'amante perduta (Jacques Demy, 1969)

L'amante perduta (Model Shop)
di Jacques Demy – USA 1969
con Gary Lockwood, Anouk Aimée
**

Visto in divx.

George (Gary Lockwood), giovane architetto disoccupato, insofferente alle regole e al conformismo della società, incontra una donna misteriosa (Anouk Aimée), affascinante e più grande di lui, che lavora come "modella" – con il nome di Lola – presso uno studio fotografico dove è possibile scattare foto pornografiche alle ragazze. Innamoratosene all'istante (forse perché, essendo francese, rappresenta per lui un altro mondo, lontano e diverso da quello – legato ai genitori, ai valori e alle costrizioni della società – in cui si sente un pesce fuor d'acqua), trascorrerà con lei l'ultima notte prima di partire sotto le armi per il Vietnam. Il primo film di Demy in lingua inglese, pur essendo girato e ambientato a Los Angeles, fa parte dello stesso universo narrativo dei precedenti lavori, tanto che Anouk Aimée riprende essenzialmente il ruolo che aveva già interpretato nel suo film d'esordio, "Lola, donna di vita". Gli stessi ingredienti che però rendevano leggeri e disinvolti ma anche intensi e struggenti i film francesi non sembrano funzionare in ugual maniera nel setting americano. Nonostante l'agilità della sceneggiatura (che si svolge nell'arco di 24 ore, seguendo in continuazione il girovagare del protagonista maschile per le strade periferiche di una Los Angeles assolata) e i riferimenti alla contemporaneità (le contestazioni giovanili, la guerra in Vietnam, la liberazione sessuale), il film appare banale ("Solo l'amore ti fa andare avanti nella vita") e inconcludente come, in fondo, è il suo protagonista: un giovane indeciso sul proprio futuro, idealista e poco incline ai compromessi, che non intende farsi schiacciare dagli ingranaggi della società ma al contempo non ha la minima idea di cosa fare e di come vivere. Lockwood era noto al pubblico essenzialmente per "2001: Odissea nello spazio". Alexandra Hay è la fidanzata che lavora come modella per la pubblicità. Gli amici musicisti di George sono i membri della band Spirit, che firma la colonna sonora del film.

7 agosto 2018

Another Earth (Mike Cahill, 2011)

Another Earth (id.)
di Mike Cahill – USA 2011
con Brit Marling, William Mapother
**1/2

Visto in divx.

La notte stessa in cui viene scoperto in cielo un pianeta del tutto identico alla Terra, la giovane Rhoda (Brit Marling), appassionata di astronomia e in procinto di partire per il college, provoca per imprudenza un incidente stradale in cui perde la vita l'intera famiglia del compositore John. Dopo aver scontato quattro anni di prigione per omicidio colposo, la ragazza va in cerca dell'uomo (che ne ignora l'identità) per chiedergli perdono. Non riuscendoci, si fa assumere come donna delle pulizie in casa sua, cercando in qualche modo a rimettere in moto e in ordine la sua vita. E nel frattempo, la seconda Terra (sempre più vicina e ormai costantemente visibile in cielo) le ricorda che forse un'altra occasione per ricominciare è a portata di mano... Una piccola produzione indipendente e a basso budget (la protagonista è co-sceneggiatrice insieme al regista) per un film originale e psicologico che, con le dovute distanze, può ricordare per affinità "Melancholia" di Lars von Trier. Anche in questo caso, infatti, quello fantascientifico è solo uno spunto per parlare di problemi personali, crisi, paure, bivi della vita, sensi di colpa e ricerca di redenzione. Se la forma cinematografica è piuttosto grezza, le idee comunque non mancano e gli sviluppi sono intriganti. Interessante soprattutto l'ipotesi che Terra 2 sia non solo identica alla nostra, ma abitata da copie di noi stessi, e che la sincronicità si sia "interrotta" soltanto nel momento in cui i due pianeti si sono resi conto l'uno dell'esistenza dell'altro. Naturalmente tutto rimane a livello di suggestione e di metafora: il film non affronta le conseguenze realistiche o scientifiche dell'esistenza di una seconda Terra (né ne spiega l'origine), anche perchè il focus rimane costantemente sui tormenti esistenziali e sulle scelte della protagonista.

6 agosto 2018

Il prigioniero di Amsterdam (A. Hitchcock, 1940)

Il prigioniero di Amsterdam, aka Corrispondente 17
(Foreign Correspondent)
di Alfred Hitchcock – USA 1940
con Joel McCrea, Laraine Day
**

Visto in divx.

Alla vigilia della seconda guerra mondiale, il giornalista americano John Jones (McCrea) viene inviato in Europa come corrispondente estero con il compito di intervistare l'anziano diplomatico olandese Van Meer (Albert Bassermann). Questi viene apparentemente ucciso in un attentato, ma Jones scopre che si tratta di un complotto: la vittima è un sosia, mentre Van Meer è ancora vivo ed è stato portato a Londra contro la sua volontà. Indagando, anche con l'aiuto del collega Scott Ffolliot (George Sanders), risalirà al responsabile: nientemeno che Stephen Fisher (Herbert Marshall), un politico pacifista che in realtà vuole favorire lo scoppio della guerra. Il problema è che, nel frattempo, Jones si è innamorato di Carol (Day), l'inconsapevole figlia di Fisher... Il secondo film americano di Hitchcock è una pellicola di spionaggio che, nonostante il setting quasi da instant movie, ricorda diverse cose che il regista aveva fatto in passato ("Amore e mistero", "La signora scompare", "Il club dei 39"): e naturalmente il canovaccio sarà riutilizzato in futuro. La ragione del rapimento di Van Meer, del tutto pretestuosa, è un tipico MacGuffin (i rapitori vogliono conoscere la clausola di un trattato che solo lui conosce a memoria): quel che conta è che l'ingenuo Jones si ritrova catapultato in un intrigo politico e spionistico più grande di lui, in costante pericolo di vita, e imparerà a cavarsela nel corso di un'avventura inverosimile e rocambolesca. Forse troppo lungo e sfilacciato, il film si lascia comunque ricordare per alcune sequenze d'impatto e ad alta intensità (quella nel mulino a vento; quella in cui un sicario, che si finge sua guardia del corpo, cerca di uccidere Jones buttandolo giù dalla torre di Londra; e lo spettacolare ammaraggio forzato nel finale, con l'aeroplano civile abbattuto da una nave da guerra tedesca e i sopravvissuti a bordo di un'ala a mo' di zattera sull'oceano), anche per merito degli effetti speciali e dei modellini di William Cameron Menzies. A tratti Jones, più che un giornalista, ricorda proprio un agente segreto, con tanto di falso nome (il suo editore gli ha infatti affibbiato lo pseudonimo di Huntley Haverstock). Edmund Gwenn è il sicario inglese, Eduardo Ciannelli il "cattivo" Krug, Eddie Conrad il diplomatico lituano. In una scena, McCrea fischietta il tema musicale del film. Alla sceneggiatura (di Charles Bennett, da un romanzo autobiografico del giornalista Vincent Sheehan) ha collaborato anche Ben Hecht, che ha riscritto il finale. Sei nomination ai premi Oscar, fra cui quella per il miglior film.

5 agosto 2018

Space cowboys (C. Eastwood, 2000)

Space cowboys (id.)
di Clint Eastwood – USA 2000
con Clint Eastwood, Tommy Lee Jones
**

Visto in TV.

Quattro vecchi piloti collaudatori (Clint Eastwood, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland e James Garner), che negli anni '50 avevano dovuto mettere la parte il sogno di andare sulla Luna, vengono contattati dalla NASA per una missione di emergenza. Si tratta di partire con lo Space Shuttle per recuperare un vecchio satellite russo per le comunicazioni, uscito dall'orbita per un guasto ai sistemi di guida, e di ripararlo prima che rientri nell'atmosfera. Nonostante l'età avanzata e i tanti acciacchi (uno di loro è addirittura malato di cancro), i quattro amici dimostreranno di essere ancora in forma, nonché di cavarsela meglio di tanti astronauti giovani di fronte alle immancabili difficoltà. Con un occhio al cinema d'azione (in chiave... gerontologica!) e un altro ai classici dell'esplorazione spaziale (da "Uomini veri" ad "Apollo 13"), un divertissement senza troppe pretese ma decisamente gradevole, nonostante il ricorso a numerosi luoghi comuni e la struttura tradizionale dello spettacolo hollywoodiano. I buoni effetti speciali, il mestiere di Eastwood nel costruire la tensione e il carisma degli attori (impagabili soprattutto Tommy Lee Jones e Donald Sutherland) fanno il resto. Nel cast si riconoscono James Cromwell (il capo del progetto alla NASA), Marcia Gay Harden (l'astrofisica) e Rade Šerbedžija (l'ufficiale russo).

3 agosto 2018

Seul contre tous (Gaspar Noé, 1998)

Seul contre tous
di Gaspar Noé – Francia 1998
con Philippe Nahon, Blandine Lenoir
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il primo, sconvolgente, lungometraggio di Noé è il sequel del suo corto d'esordio, "Carne", da cui proseguono le vicissitudini dell'(ormai ex) macellaio protagonista (di cui non sapremo mai il nome). Girato nello stesso stile del lavoro precedente (angosciante e sensazionalista), è la drammatica e disturbante storia della discesa all'inferno di un personaggio cinico e nichilista, via via più chiuso e disadattato, che seguiamo da Lione alla periferia di Parigi nel disperato tentativo di rimettere in piedi la propria vita, di trovare un lavoro (cosa difficile in un momento di crisi economica, di tensioni e di ingiustizie sociali) o semplicemente di convivere con la solitudine, l'odio, i fallimenti e le umiliazioni. La voce narrante, sotto forma di monologo interiore, ci presenta il flusso incessante dei suoi pensieri, fra deliranti propositi di vendetta personale (o di "giustizia") contro tutto e tutti, rimuginazioni ed esternazioni (contro le donne, i politici, la società, la vita stessa) e fantasie incestuose sulla figlia quattordicenne Cynthia. Non siamo molto lontani da "Taxi Driver" (c'è addirittura una scena, davanti allo specchio con la pistola, che ricorda chiaramente il film di Scorsese), anche se il tono è ancora più gretto, claustrofobico e senza via d'uscita. Non per tutti, anche per via della presenza di immagini "esplicite". E poco prima del finale, un cartello avverte gli spettatori: "Attenzione: avete 30 secondi per abbandonare la proiezione di questo film". Intenso, a suo modo visionario (anche per via di un montaggio che ricorda Greenaway), benché rischi di imprigionare il pubblico nell'universo nichilista del suo personaggio, il film cresce man mano che la vicenda procede spedita verso il baratro, concedendosi un pre-finale liberatorio sulle note del Canone di Pachelbel. Straordinario Nahon. Il macellaio ricomparirà brevemente nel successivo film di Noé, "Irreversible".

2 agosto 2018

Paradiso perduto (A. Cuarón, 1998)

Paradiso perduto (Great Expectations)
di Alfonso Cuarón – USA 1998
con Ethan Hawke, Gwyneth Paltrow
*1/2

Visto in TV.

Finnegan Bell, giovane orfano in Florida con la passione per la pittura, si innamora della coetanea Estella, ragazzina ricca e snob che abita in un'enorme villa diroccata chiamata – come recita il titolo italiano del film – "Paradiso perduto". Da adulto, finanziato da un misterioso benefattore (scopriremo solo nel finale che si tratta di un galeotto evaso che aveva aiutato a sfuggire alla cattura), si recherà a New York nella speranza di fare fortuna come artista ma soprattutto di riconquistare Estella, che sta per convolare a nozze. Dal romanzo di formazione "Grandi speranze" di Charles Dickens, ambientato però ai giorni nostri e negli Stati Uniti, un vero filmaccio che – a parte la regia competente (anche se un po' patinata) di un Cuarón ancora agli esordi e non ancora "autore" – fonde caratterizzazioni insipide, rapporti sentimentali (e modo di affrontarli) infantili, luoghi comuni, scenari da cartolina ed erotismo alla Harmony (uno dei personaggi commenta pure: "come un romanzo d'appendice"). E naturalmente elimina o neutralizza tutti i sottotesti sociali, avventurosi o psicologici del testo di Dickens, focalizzandosi soltanto su una storia d'amore narrata in maniera sciatta e superficiale. Mai veramente appassionante o coinvolgente, il film si ravviva giusto nelle due brevi scene (una all'inizio, una alla fine) con Robert De Niro nei panni del galeotto Arthur Lustig. L'inquadratura con il nome della tenuta, scritto in italiano, è ripetuta almeno quattro volte sempre uguale. Nel cast anche Hank Azaria (Walter, il promesso sposo di Estella), Chris Cooper (lo "zio" Joe, che si prende cura di Finn dopo la scomparsa della sorella) e Anne Bancroft (la vecchia Nora Dinsmoor, che alleva la nipote Estella addestrandola "a spezzare il cuore degli uomini"). Lo stesso Cuarón, in seguito, ha disconosciuto il film: "Ho dovuto farlo. Passavo un periodo difficile, e mi servivano i soldi. Sono stato convinto dallo studio dopo che avevo detto loro di no per tre volte. La sceneggiatura non mi piaceva, ma continuavo a ripetermi: la compenseremo con altre cose. Non ha funzionato". Il romanzo di Dickens è stato portato sullo schermo molte altre volte in maniera più tradizionale: per esempio da David Lean nel 1946 e da Mike Newell nel 2012.

1 agosto 2018

Solaris (Steven Soderbergh, 2002)

Solaris (id.)
di Steven Soderbergh – USA 2002
con George Clooney, Natascha McElhone
**

Visto in divx.

Lo psicologo Chris Kelvin (Clooney) viene spedito a bordo della stazione spaziale che orbita attorno al pianeta Solaris per investigare sullo strano comportamento degli scienziati che la abitano (e che hanno il compito di studiare i misteriosi effetti del pianeta alieno sulla psiche umana). Scoprirà che Solaris, leggendo nei pensieri e nei ricordi degli abitanti, fa materializzare delle "copie" di persone del loro passato: nel caso di Kelvin, si tratta di Rheya (McElhone), la sua giovane moglie suicidatasi anni prima... Nel dirigere questo film di fantascienza privo di azione, psicologico e misterioso, Soderbergh ha dichiarato di non aver voluto realizzare un remake del capolavoro di Andrej Tarkovskij ma semplicemente un nuovo adattamento del romanzo di Stanislaw Lem da cui la pellicola del 1972 era tratta. Eppure è evidente che il film russo è stato visto e digerito, soprattutto nei suoi aspetti formali (più che contenutistici), con la regia che ne scimmiotta le atmosfere lente e sospese (anche se, trattandosi di un prodotto hollywoodiano, non può sostenerne la durata: il film dura praticamente la metà di quello di Tarkovskij!). Ma anche se non rinuncia ad toccare argomenti "filosofici" (la natura dell'essere umano, la consapevolezza di sé, il dilemma fra restare prigioneri del passato o provare a vivere una nuova occasione, e nel finale si sfiora addirittura una lettura quasi religiosa del limbo e del perdono), la pellicola rischia di sembrare più profonda e sofisticata di quanto non sia veramente. L'oceano vivente di Solaris è lasciato sullo sfondo (così come i temi, cari a Lem, della comunicazione o dei limiti della ragione umana), mentre al centro dell'attenzione c'è prepotentemente la storia d'amore fra Chris e Rheya, di cui ci vengono mostrati in flashback (o in sogno) anche diversi momenti trascorsi sulla Terra (il primo incontro, l'innamoramento, la crisi che porta al suicidio di lei). Inizialmente il regista aveva pensato a Daniel Day-Lewis per la parte del protagonista, prima di ripiegare sul suo sodale Clooney (che in certe scene, per quanto possa sembrare strano, assomiglia anche espressivamente al Donatas Banionis del film di Tarkovskij). Che sia un prodotto americano lo dimostra il fatto che, rispetto all'originale, uno degli scienziati (Sartorius) è trasformato in una donna di colore (Viola Davis). Jeremy Davies è l'altro scienziato, Snow. La musica è di Cliff Martinez. Il progetto iniziale era di James Cameron (che qui figura come produttore), che avrebbe voluto realizzare un film simile al suo "The Abyss". Soderbergh, sotto vari pseudonimi, ha diretto anche la fotografia e il montaggio.

30 luglio 2018

Solaris (Andrej Tarkovskij, 1972)

Solaris (id.)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1972
con Donatas Banionis, Natalya Bondarchuk
***1/2

Rivisto in divx.

Lo psicologo Kris Kelvin (Donatas Banionis) viene inviato a bordo della stazione spaziale che orbita attorno a Solaris, pianeta ricoperto per intero da un misterioso oceano i cui vortici e le cui correnti lo fanno somigliare a un gigantesco cervello (tanto che c'è chi suppone che sia "pensante"). Gli scarsi progressi ottenuti nel corso degli anni dalla "solaristica", la scienza che studia le strane proprietà del pianeta, stanno spingendo i burocrati verso lo smantellamento della stazione, che dalle decine di scienziati che ospitava un tempo è ora ridotta a soli tre occupanti, Sartorius (Anatolij Solonitsyn), Snaut (Jüri Järvet) e Gibarian (Sos Sargsyan). E in effetti il compito di Kelvin è proprio quello di valutare l'opportunità di mantenerla in funzione. Ma l'uomo scoprirà che nei suoi corridoi e nelle sue stanze appaiono strane presenze, che il pianeta materializza dai ricordi e dalla coscienza dei suoi occupanti. Kelvin ritrova così Hari (Natalya Bondarchuk), la sua giovane moglie che si era avvelenata dieci anni prima... Tratto dal romanzo omonimo di Stanislaw Lem, il terzo lungometraggio di Tarkovskij è un film di fantascienza, sì, ma decisamente sui generis. Pubblicizzato in occidente come "la risposta sovietica a '2001: Odissea nello spazio'", appartiene – come il capolavoro di Kubrick – al genere della fantascienza filosofica, ed è una pellicola che esplora i temi della conoscenza, della memoria, dell'inconscio e del significato stesso di umanità. In Italia venne "adattato" da Dacia Maraini, che lo mutilò di quasi un'ora, compresi i quaranta minuti introduttivi, aggiunti da Tarkovskij rispetto al romanzo originale e ambientati sulla Terra, in cui Kelvin – alla vigilia della sua partenza – riceve nella casa del vecchio padre (Nikolai Grinko) la visita di Benton (Vladislav Dvorzhetsky), pilota in pensione che anni prima aveva riferito strani avvistamenti sopra l'oceano di Solaris. Questa prima parte è importante perché in essa Kelvin, che si mostra scettico di fronte alle parole di Benton, lascia intendere che non vedrà più il padre, evidentemente troppo vecchio per essere ancora lì ad aspettarlo al suo ritorno (i tempi dei viaggi spaziali, si sa, possono essere lunghi: non viene mai specificato quando distante sia il pianeta, né i dettagli della tecnologia dei voli interstellari). E tutto ciò darà un particolare significato alla scena finale. Le parti tagliate in Italia saranno poi reintegrate (con sottotitoli) nel DVD.

L'oceano di Solaris è un'entità vivente, che si nutre dei ricordi degli uomini della stazione e comunica con loro generando dei simulacri immortali, "fantasmi" o "ospiti" (come vengono definiti) che in alcuni casi – come in quello di Hari – possono arrivare a ritenersi essi stessi umani. Lento ma ragionato, misterioso e metafisico, il film avvolge lo spettatore con le sue immagini legate all'acqua e alla vita (dalla prima inquadratura, quella delle alghe sommerse nello stagno, alle ripetute sequenze del vasto oceano di Solaris, con i suoi vortici, le onde e la schiuma), le riflessioni sui ricordi e la nostalgia (i sogni di Kelvin di sé stesso bambino, che gioca nella neve in compagnia della madre (Olga Barnet), una donna bellissima che finisce col confondersi con la stessa Hari), quello della conoscenza (che risalta dalla contrapposizione di vedute fra gli scienziati: c'è chi è disposto a distruggere l'oggetto studiato pur di comprenderlo, come lo sprezzante e arido "razionalista" Sartorius, e chi invece preferisce distruggere sé stesso, come fa Gibarian, che si suicida prima dell'arrivo di Kelvin; chi vuole proseguire nella sua eterna ricerca rivolta all'esterno, ancora Sartorius, e chi, come lo smarrito Snaut, afferma che prima di tutto "l'uomo deve conoscere l'uomo. Non abbiamo bisogno del cosmo ma di uno specchio", citando non a caso il titolo del film successivo del regista). Prima di studiare pianeti extrasolari, non sarebbe meglio proteggere e contemplare il nostro, con i suoi miracoli legati alla vita (umana, animale, vegetale)? Alcuni critici hanno parlato di "riflessione sui limiti del razionalismo e del cognitivismo umano". Di certo la sceneggiatura si domanda anche cosa significhi essere umani (Hari prova dolore ed amore, e sviluppa una sensibilità e una coscienza che gli altri simulacri non avevano mostrato, tanto che Kelvin si innamora nuovamente di lei ed è tentato di rimanere sulla stazione per sempre, forse anche per espiare i sensi di colpa dovuti al suo suicidio: dei tre scienziati Kelvin è l'unico che accetta il mistero di Solaris, quasi come un atto di fede). A differenza del romanzo, invece, Tarkovskij non sembra interessato più di tanto a una questione assai cara a Lem, quella del tentativo degli uomini di comunicare con una forma di vita aliena (di cui certifica la totale incapacità e inadeguatezza).

Se dunque come contenuti è tutt'altro che una pellicola di fantascienza convenzionale, anche stilisticamente "Solaris" è un film con un ritmo e un linguaggio tutto suo. La fotografia alterna in continuazione scene in bianco/nero e a colori, in maniera apparentemente casuale (ma non sono forse così anche i ricordi?), così come fonde immagini della realtà e quelle prodotte dalla coscienza (memorie, sogni, emozioni). Tarkovskij lo considerava un fallimento perché non era stato in grado di "trascendere il genere" (come farà, invece, con "Stalker") a causa della necessità di inserire frasi di dialogo "tecnologico" ed effetti speciali. Eppure il cuore della pellicola non sta in queste: le spiegazioni scientifiche sulla natura dei "fantasmi" creati dall'oceano sono ridicole (sarebbero composti di neutrini anziché di atomi, stabilizzati dal campo magnetico del pianeta), e le scenografie della stazione spaziale mostrano un ambiente decadente, degradato, tutt'altro che all'avanguarda tecnologica. I veri temi del film sono esistenzialisti, psicologici e soprattutto tarkovskiani fin nel profondo, al punto che molte scene o immagini evocano o addirittura anticipano elementi di tutte le altre pellicole del regista, passate e future (il bambino fra gli alberi nella neve ricorda "L'infanzia di Ivan"; a un certo punto si intravede l'icona della Trinità di Andrej Rublev, per non parlare del cavallo al galoppo; l'oceano di Solaris legge i pensieri e l'anima degli uomini, e ne esaudisce i desideri nascosti, come la Zona di "Stalker", tanto che Kelvin si domanda cosa accadrebbe se inconsciamente desiderasse che Hari muoia; il flusso di ricordi d'infanzia, la fusione di opere d'arte e immagini della famiglia evocano "Lo specchio" e "Nostalghia", senza contare che Snaut afferma esplicitamente "Non abbiamo bisogno del cosmo ma di uno specchio", ovvero di studiare e riflettere su noi stessi; in Hari, che si sacrifica per amore, c'è infine in nuce quel tema del sacrificio che darà il titolo all'ultimo film del regista). Ed è da ricordare la sala centrale della stazione, ricolma di libri, quadri, statue ed esempi dell'arte e della cultura umana, molti dei quali rimandano alle memorie o alle esperienze dei suoi occupanti: in particolare il "Don Chisciotte" di Cervantes e i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio (soprattutto "I cacciatori nella neve" con il suo paesaggio invernale, che riflette i ricordi d'infanzia di Kelvin e che sarà ripreso anche ne "Lo specchio").

A parte le scenografie della stazione spaziale (disegnata da Mikhail Romadin) e le immagini dell'oceano, gli effetti speciali si limitano alla bella ma brevissima sequenza dell'assenza di peso a gravità zero. Per evocare una città futuristica, nella lunga scena in cui Benton guida in autostrada, il regista ha fatto ricorso a immagini girate in Giappone, nel distretto di Akasaka a Tokyo, evidentemente considerate sufficientemente all'avanguardia per l'epoca (il progetto originale era di riprendere le strutture dell'Expo del 1970 a Osaka, ma non si fece in tempo). Sia la confusa e moderna città che l'asettica stazione spaziale contrastano visivamente e tematicamente con la campagna e i dintorni della casa paterna (lo stagno, le alghe, il cane, il cavallo). Sarà proprio questo ambiente che ritroveremo nel suggestivo ed enigmatico finale. Dapprima sembra che Kelvin sia tornato sulla Terra, ritrovando al tempo stesso il padre, il proprio passato e sé stesso, un ritorno che simboleggia la fine di un viaggio (forse anche a questo si deve il paragone con "2001"? quella di Kelvin è una vera e propria "odissea nello spazio") e la riappropriazione di tutto ciò cui aveva detto addio (dimenticando la moglie morta o bruciando le proprie cose nel falò prima di partire per la stazione). Ma c'è qualcosa di strano: piove all'interno della casa, e in precedenza un dialogo con il padre ci aveva lasciato intendere che il lungo viaggio interstellare gli avrebbe impedito di tornare in tempo per vedere il genitore ancora vivo. Le immagini ci rivelano poi che questo ambiente è riprodotto, come una sorta di microcosmo da preservare, su una delle isole che sorgono spontaneamente nell'oceano di Solaris ("la coscienza galleggia sull'inconscio collettivo come un'isola sul mare", ha scritto Jung). Una forma di esilio volontario, per espiare le proprie colpe, o per abbracciare fino in fondo il mistero del pianeta? Al fascino generale esercitato dal film contribuisce anche la colonna sonora, che oltre alla musica elettronica di Eduard Artemyev (poco più di un rumore ambientale) comprende il preludio corale "Ich ruf' zu dir, Herr Jesu Christ" di Johann Sebastian Bach. Nel cast, dove Tarkovskij ricorre ad alcuni attori con cui aveva già lavorato in "Andrej Rublev" e "L'infanzia di Ivan" (Solonitsyn e Grinko), spicca la bella Natalya Bondarchuk – dal volto enigmatico e dalle pose leonardesche – nel ruolo di Hari, per il quale il regista aveva inizialmente pensato a sua moglie Irma Raush, e poi alla bergmaniana Bibi Andersson. Il film vinse il Gran Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes. Nel 2002 Steven Soderbergh ne ha realizzato un remake americano, più breve e meno complesso e affascinante, con George Clooney come protagonista.

29 luglio 2018

Tatjana (Aki Kaurismäki, 1994)

Tatjana (Pidä huivista kiinni, Tatjana)
di Aki Kaurismäki – Finlandia 1994
con Matti Pellonpää, Mato Valtonen
**1/2

Rivisto in divx.

Il sarto Valto (Valtonen), un uomo taciturno che consuma caffè in continuazione, e l'amico meccanico Reino (Pellonpää), che invece ha la parlantina sciolta e beve solo vodka, partono in macchina senza una meta precisa. Daranno un passaggio a due donne, l'estone Tatjana (Kati Outinen) e la russa Klaudia (Kirsi Tykkyläinen), dirette a Helsinki per prendere il traghetto per Tallinn. Durante il viaggio, Reino si innamora di Tatjana e decide di rimanere con lei. Valto, invece, torna alla vita di un tempo. Uno strano, piccolo film (dura solo un'ora), girato da Kaurismäki in bianco e nero, con la sua solita atmosfera nostalgica e on the road, fra alberghetti, bar e ristoranti di provincia o periferia. Nella sua breve durata, non si fa mancare nulla: tocchi di humour surreale (prima di partire, Valto rinchiude la madre in uno sgabuzzino, dal quale la farà uscire al suo ritorno come se non fosse accaduto nulla), di poetica visionarietà (nel finale Valto si immagina di entrare in locale con tutta l'automobile, fracassando la vetrina: ma è soltanto un modo per uscire dal proprio guscio con la fantasia), di laconica espressività. Tutti i personaggi sono legati dalla solitudine e dalla dipendenza da qualcosa (le bevande, la musica, le abitudini), ed è tenerissimo vedere come Reino e Tatjana si avvicinino poco a poco: nella scena in cui i due si adagiano l'una sull'altro, non servono nemmeno le parole. Elina Salo è l'impiegata dell'albergo. Nella colonna sonora, tante canzoni dei Renegades e alcuni estratti della sesta sinfonia di Ciajkovskij.

27 luglio 2018

La strada (Federico Fellini, 1954)

La strada
di Federico Fellini – Italia 1954
con Anthony Quinn, Giulietta Masina
****

Rivisto in divx.

La giovane Gelsomina (Giulietta Masina), proveniente da una famiglia povera e numerosa, viene venduta dalla madre a Zampanò (Anthony Quinn), rozzo artista di strada che gira per i paesini di provincia dell'Italia centrale, esibendosi in prove di forza e numeri da circo (come spezzare una catena con i muscoli del petto). La ragazza diventa così la sua assistente e la sua compagna: e nonostante le sue maniere rudi e sgarbate, finisce con l'affezionarcisi, anche se a un certo punto sarà tentata di abbandonarlo per fuggire via con un altro saltimbanco, più giovane e affabile: l'equilibrista chiamato Il Matto (Richard Basehart)... Da un soggetto scritto da Fellini insieme al fedele collaboratore Tullio Pinelli (e sceneggiato con Ennio Flaiano), un film fiabesco e fuori dal tempo, forse la quintessenza della poetica fellinana (che infatti dichiarò a più riprese trattarsi del film che meglio lo rappresentava, a cui era affezionato nonostante le tante difficoltà durante la sua realizzazione), che innesta una vena tenera, comica e visionaria (il mondo dei clown e dei saltimbanchi) sugli scenari e gli elementi del neorealismo (la povertà, il patetismo, la durezza della strada), creando qualcosa di originale e completamente nuovo, che parla di fantasia e di solitudine, di speranza e di malinconia. Il finale, soprattutto con il drammatico epilogo, aggiunge spessore all'insieme e arricchisce ulteriormente la caratterizzazione dei personaggi. I produttori Dino De Laurentiis e Carlo Ponti avevano insistito per scritturare attori internazionali (Quinn e Basehart), guardando già al mercato estero (dove in effetti il film riscosse un grande successo, donando notorietà anche al regista), mentre Fellini lottò per imporre la propria moglie come protagonista. I risultati sono straordinari, al punto che si faticherebbe a pensare a questi personaggi interpretati da qualcun altro (come Alberto Sordi o Silvana Mangano, che furono presi inizialmente in considerazione). Ottima, in particolare, la prova di Quinn (doppiato in italiano da Arnoldo Foà), ma è soprattutto la Masina, con la sua faccia da clown triste, i suoi silenzi e le movenze da Charlie Chaplin (specialmente quando ne indossa la bombetta), a diventare immediatamente una memorabile icona del cinema italiano e felliniano (per non parlare di Basehart, con la finta lacrima sul viso). Il tema musicale, usato in funzione diegetica (viene suonato dal Matto e poi ripreso da Gelsomina) è firmato da Nino Rota. Il mondo degli artisti girovaghi, anche se si trattava di attori di teatro e non di saltimbanchi, era già stato descritto da Fellini nel suo primo lavoro, "Luci del varietà", girato in coppia con Lattuada. Il film vinse il Leone d'Argento al Festival di Venezia (scatenando una polemica con coloro, come Zeffirelli, che sostenevano invece "Senso" di Visconti) e soprattutto, nel 1957, l'Oscar per il miglior film straniero, il primo di quattro per Fellini (nonché il primo come categoria ufficiale). Enormemente influente: fra le tante imitazioni e parodie, da ricordare una storia di Topolino disegnata da Giorgio Cavazzano.

25 luglio 2018

I vitelloni (Federico Fellini, 1953)

I vitelloni
di Federico Fellini – Italia 1953
con Franco Interlenghi, Franco Fabrizi, Alberto Sordi
***

Visto in divx.

In una citta costiera di provincia (il film è stato girato a Ostia e Fiumicino, ma idealmente è ambientato sulla riviera adriatica), cinque giovani sfaccendati – Fausto (Franco Fabrizi), Alberto (Alberto Sordi), Leopoldo (Leopoldo Trieste), Moraldo (Franco Interlenghi) e Riccardo (Riccardo Fellini) – rifiutano di crescere e di assumersi le responsabilità della vita adulta, e bighellonano senza lavoro, fra donne, chiacchiere, giochi e sogni di fuga che non metteranno mai in atto. Sceneggiato da Fellini con i fidi Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano, parzialmente autobiografico e in quanto tale antesignano di "Amarcord" nel raccontare i piaceri e le frustrazioni legati alla crescita in una piccola città di provincia, il film ha una struttura libera, corale ed episodica, sgangherata e disarticolata come i suoi protagonisti, che favorisce l'atmosfera sopra le convenzioni narrative cinematografiche e accatasta scenette e momenti senza una vera trama. Un filo conduttore comunque c'è, ed è quello fornito dalle vicissitudini del donnaiolo Fausto, che non rinuncia alle avventure galanti nemmeno dopo essere stato costretto a sposare Sandra (Leonora Ruffo), la sorella di Moraldo, per averla messa incinta. Dal canto suo, il sensibile Moraldo è forse l'unico del gruppo a sviluppare una certa coscienza (e infatti nel finale sarà il solo a partire in cerca di una nuova vita), mentre gli altri non imparano mai dai propri errori e non provano sensi di colpa, se si eccettuano quei brevi momenti di lucidità e di consapevolezza dei propri fallimenti (come la scena che mostra Alberto ubriaco e piagnucolante al termine della festa di Carnevale). Leopoldo è l'intellettuale, aspirante drammaturgo i cui sogni di gloria non saranno mai realizzati, Alberto è l'impertinente sempre pronto agli scherzi (è diventata iconica la scena in cui irride un gruppo di operai stradali: "Lavoratori... Prrr!"), Riccardo è – insieme a Moraldo – l'alter ego dello stesso Fellini (non a caso è interpretato da suo fratello).

Il titolo, poi entrato nell'uso comune, è una parola forse inventata dallo stesso Fellini o da Flaiano, che definisce – per usare le parole del regista – "i disoccupati della borghesia, i figli di mamma", quelli che "brillano nei tre mesi della stagione balneare la cui attesa e i cui ricordi occupano tutto il resto dell'anno". E infatti i cinque amici, descritti con affetto e indulgenza, ma anche crudeltà e realismo, sono personaggi senza aspirazioni serie e senza particolari qualità, eterni scapestrati che vivono in un limbo che appare immobile, ma che in realtà è sospeso fra il passato di un'Italia che si appoggiava ai sacrifici e al duro lavoro (rappresentata qui dai genitori) e il futuro di un paese che sarà fondato sul boom economico e sullo svago. Proprio per questo, nonostante il carattere autobiografico e nostalgico, il film è lucido a modo suo nel riflettere i cambiamenti in atto nella società italiana agli inizio degli anni cinquanta. Riscosse un buon successo, anche all'estero (con una nomination all'Oscar per la sceneggiatura), e (ri)lanciò le carriere di Fellini e di Sordi dopo il flop de "Lo sceicco bianco". Con un tono agrodolce e malinconico (evidente, per esempio, nelle passeggiate invernali sulla spiaggia), e in mezzo ad elementi reminescenti del neorealismo (il bambino che lavora come ferroviere, fin troppo maturo per la sua età, con cui Moraldo si confida), sono presenti già sequenze prettamente felliniane: la suddetta festa di Carnevale, per esempio, fra pagliacci, figure di cartapesta (fra cui Totò ed Eta Beta) e un Sordi clownesco vestito da donna, ma anche il furto della statua dell'angelo o brevi momenti come la corsa dei seminaristi sulla spiaggia o il sacerdote arrampicato sull'albero. Carlo Romano e Lída Baarová sono il proprietario del negozio di articoli religiosi (per il quale Fausto lavora brevemente) e sua moglie. Enrico Viarisio e Paola Borboni sono i genitori di Moraldo e Sandra. Il ruolo dell'anziano e famoso attore omosessuale (Achille Majeroni) era stato pensato per Vittorio De Sica.

24 luglio 2018

Timecrimes (Nacho Vigalondo, 2007)

Timecrimes (Los cronocrímenes)
di Nacho Vigalondo – Spagna 2007
con Karra Elejalde, Candela Fernández
**

Visto in divx.

Hector, un uomo che si è appena trasferito con la moglie nella sua nuova casa in campagna, guardando con il cannocchiale in direzione del bosco intravede una ragazza che si sta spogliando. Incuriosito e avvicinatosi, viene aggredito da un misterioso individuo con il volto bendato. Per sfuggirgli si rifugia in un vicino edificio, che si rivela essere un laboratorio scientifico al cui interno è in costruzione una macchina del tempo. Questa lo proietta indietro di qualche ora: Hector scoprirà di essere lui stesso l'uomo bendato, e soprattutto che sarà necessario un ulteriore viaggio nel passato (di fatto "triplicandosi") per evitare una terribile sciagura... Il primo lungometraggio (dopo una serie di corti e di lavori per la TV) del regista spagnolo Nacho Vigalondo, specializzato in pellicole di fantascienza, è un'onesta storia sui viaggi nel tempo, che non inganna lo spettatore ed è coerente con sé stessa. Costruito come un thriller ed evidentemente a basso costo, il film impiega solamente quattro attori (Karra Elejalde è il protagonista Hector, Candela Fernández sua moglie Clara, Bárbara Goenaga la ragazza nel bosco, lo stesso Vigalondo è lo scienziato nel laboratorio), è privo di effetti speciali e punta le sue carte sulla tensione e sui colpi di scena. Siamo anche in assenza di paradossi temporali, visto che ogni viaggio di Hector fa sì che accadano quelle stesse cose che erano accadute la prima volta (benché lui non fosse consapevole di esserne la causa), e alla fine tutto si incastra. Nulla di particolarmente nuovo, dunque, ma a volte è piacevole vedere un film su questo argomento che non sia troppo complicato o cerebrale.

22 luglio 2018

I compari (Robert Altman, 1971)

I compari (McCabe & Mrs. Miller)
di Robert Altman – USA 1971
con Warren Beatty, Julie Christie
***

Rivisto in divx.

Un western insolito che – com'è tipico di Altman – più che sulla storia o sui personaggi si concentra sulla descrizione di un ambiente: quello delle città americane di frontiera che sorgevano nel giro di pochi giorni nei pressi delle miniere fra le montagne e si popolavano rapidamente di disperati pronti a tutti pur di fare fortuna. Il protagonista, John McCabe (un Beatty che, con il barbone, assomiglia quasi a Kris Kristofferson), ex giocatore d'azzardo professionista e forse ex pistolero, vede l'occasione di emergere mettendo in piedi qualcosa che alla comunità manca ancora: un bordello. L'impresa, grazie anche alla consulenza e alla collaborazione di una "professionista" del settore come la signora Miller (Julie Christie), ha rapidamente successo. Ma quando un'importante compagnia intende rilevare la sua attività, tira troppo la corda e si ritrova costretto a difendere la propria vita con le armi. Violenza, cinismo, opportunismo, prevaricazione: questa era la giovane America nell'ottocento. Il film ne ricrea bene il panorama, grazie anche alla fotografia d'atmosfera di Vilmos Zsigmond, cupa nel ritrarre tanto gli esterni (mostrandoci una cittadina fredda, sporca e perennemente sferzata dalla pioggia, dal vento e dalla neve: il climax finale si svolge proprio sotto una copiosa nevicata) che gli interni (illuminati fiocamente e con colori caldi). Ne risulta un western del tutto atipico, antiromantico e che va volontariamente contro le convenzioni del genere (dall'eroe tutto d'un pezzo al setting asciutto e soleggiato), illustrando un mondo dimenticato da Dio (significativa la chiesa che brucia nel finale) e dalla legge. Alcuni personaggi di contorno avrebbero potuto essere caratterizzati di più o avere maggior spazio nella vicenda (il barbiere nero, la giovane sposina), ma nel complesso si tratta di un film originale e "di rottura", giustamente celebrato. Nel cast anche René Auberjonois, John Schuck, Shelley Duvall e Keith Carradine. Interessante la colonna sonora, con tre canzoni di Leonard Cohen ("The Stranger Song", "Sisters of Mercy" e "Winter Lady").

21 luglio 2018

Gli amici di Peter (K. Branagh, 1992)

Gli amici di Peter (Peter's Friends)
di Kenneth Branagh – GB 1992
con Stephen Fry, Emma Thompson
**1/2

Rivisto in divx.

Dopo anni di lontananza l'uno dall'altro, Peter (Stephen Fry) invita gli amici di un tempo a trascorrere tre giorni insieme, in occasione del capodanno, nella villa di campagna che ha ereditato dal padre. La reunion, iniziata all'insegna della nostalgia, porterà alla luce imbarazzi e paure, rancori e rimpianti, crisi nascoste e questioni irrisolte, ma permetterà anche di riattivare l'antico legame di amicizia... Il terzo film da regista di Kenneth Branagh è una commedia sul tema della rimpatriata fra amici (nello spirito de "Il grande freddo", di cui è quasi una versione in chiave british, meno cinica e più affettuosa nei confronti dei suoi personaggi), con una buona sceneggiatura e soprattutto un notevole cast: i cinque amici di Peter, ex compagni di bagordi e di spettacoli di cabaret, sono Andrew (lo stesso Branagh), che nel frattempo si è sposato con Carol (Rita Rudner, co-sceneggiatrice del film insieme a Martin Bergman), salutista diva della televisione americana; Maggie (Emma Thompson), rimasta single, frustrata e insicura di sé; Roger (Hugh Laurie) e Mary (Imelda Staunton), il cui matrimonio è in crisi per la morte di uno dei loro gemellini, che ha reso la donna eccessivamente apprensiva verso il figlio rimasto; e Sarah (Alphonsia Emmanuel), che passa da un fidanzato all'altro, e che ha portato alla festa la sua ultima fiamma, il grezzo e volgare Brian (Tony Slattery). Gli onori di casa, oltre che da Peter, sono fatti dall'anziana cuoca Vera (Phyllida Law), quasi una figura materna, e dal giovane valletto Paul (Alex Lowe), suo figlio. Nel finale, dopo che litigi, incomprensioni e chiarimenti avranno mescolato le carte in tavola (portando alla "rottura" fra Andrew e Carol, e fra Sarah e Brian, ma anche alla riconciliazione fra Roger e Mary), Peter confesserà a tutti il motivo per cui ha voluto rivederli dopo tanti anni: è sieropositivo. La vita, l'arte, l'amore, il sesso, le relazioni di coppia ai tempi dell'AIDS e degli anni novanta, con uno sguardo nostalgico rivolto al passato (la colonna sonora saccheggia la musica del decennio precedente, con tante hit da Cindy Lauper ai Queen, da Eric Clapton a Bruce Springsteen, passando per "Everybody Wants to Rule the World" dei Tears for Fears). Forse non originalissimo, ma comunque un film gradevole e ricco di momenti interessanti. L'impanto complessivo della pellicola, con la sua ambientazione quasi tutta all'interno della casa, è ovviamente teatrale, anche se stavolta non c'è Shakespeare di mezzo. Gran parte degli attori erano amici, familiari, conoscenti o collaboratori anche nella vita reale: in particolare Stephen Fry e Hugh Laurie recitavano in coppia come comici già da molti anni, e si erano conosciuti all'università grazie alla comune amica Emma Thompson, figlia di Phyllida Law e allora moglie di Kenneth Branagh.

20 luglio 2018

Al fuoco, pompieri! (Miloš Forman, 1967)

Al fuoco, pompieri! (Hoří, má panenko)
di Miloš Forman – Cecoslovacchia 1967
con Jan Vostrčil, Josef Sebánek
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

In una piccola cittadina fervono i preparativi per l'annuale ballo dei pompieri, al quale sono invitati gran parte degli abitanti del villaggio. Ma nulla va per il verso giusto: il comitato locale dei vigili del fuoco fa fatica a selezionare le ragazze per il concorso di bellezza per eleggere la reginetta del ballo, un incendio scoppia in paese distruggendo la casa dove vive un anziano, e i premi della lotteria che per solidarietà sarebbero dovuti andare a quest'ultimo vengono rubati prima dell'estrazione finale. E alla fine scompare anche il regalo che i pompieri avevano preparato per il loro capo in pensione. Il terzo lungometraggio di Forman, nonché il suo primo film a colori, pur ricordando in parte alcune sequenze dei lavori precedenti ("L'asso di picche" e "Gli amori di una bionda"), quelle appunto incentrate su balli e feste di paese, è nel complesso essenzialmente una farsa di impianto corale, ricolma di scenette e gag comiche che si prendono gioco in maniera anarchica un po' di tutto e di tutti. Forman dichiarò di aver voluto realizzare semplicemente una commedia, e che eventuali messaggi o metafore erano lasciati all'intepretazione degli spettatori. In effetti il film non piacque agli apparati statali, che vi lessero una cinica allegoria del paese (in balia di una classe politica incapace o disonesta), ma nemmeno ai veri vigili del fuoco, che lo videro letteralmente come una presa in giro dei propri reparti. Venne invece più apprezzato all'estero, forse perché la leggerezza e l'ironia, proveniendo da un paese dell'Europa dell'Est, furono salutati con piacere. Il titolo originale significa letteralmente "Fuoco, ragazza mia". Si tratta dell'ultimo film girato da Forman in patria: il regista si trovava a Parigi, in trattativa con alcuni distributori, quando i sovietici invasero Praga, e decise di rimanere in esilio.

18 luglio 2018

Cleo dalle 5 alle 7 (Agnès Varda, 1962)

Cleo dalle 5 alle 7 (Cléo de 5 à 7)
di Agnès Varda – Francia 1962
con Corinne Marchand, Antoine Bourseiller
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Due ore (in realtà un'ora e mezzo: si comincia alle 17.00 e si termina, a dispetto del titolo, alle 18.30) della vita di Cléo (Corinne Marchand), giovane cantante parigina, seguita in tempo reale – compresi tempi morti, spostamenti, momenti di riflessione, sguardi e conversazioni apparentemente banali – con tanto di didascalie in sovrimpressione che dividono la vicenda in 13 capitoletti e indicano il minutaggio e il personaggio chiave di ogni sequenza (ma senza mai stacchi netti: tutto fluisce senza soluzione di continuità, come la vita vera). La storia si svolge nel tardo pomeriggio del 21 giugno 1961, giorno del solstizio d'estate. La ragazza, preoccupata perché in attesa di conoscere l'esito di un esame medico (e sospetta che si tratti di un tumore maligno), visita una cartomante che conferma i suoi timori (nella sequenza di apertura, l'unica a colori di un film per il resto tutto in bianco e nero), fa shopping insiema alla sua domestica Angèle (Dominique Davray), torna a casa in taxi, riceve la visita del suo sfuggente amante e poi quella di due musicisti (compositore e paroliere) che gli propongono nuove canzoni, esce a fare due passi, osserva la gente in un caffé (ed è osservata a sua volta dai passanti per la strada), va a trovare un'amica modella (Dorothée Blanck), si addentra nel parco Mountsouris dove conosce un militare in procinto di partire per la guerra in Algeria (Antoine Bourseiller), e infine si fa accompagnare da questi in ospedale per incontrare il medico... Il secondo film di Agnès Varda è uno dei piú significativi della cosiddetta "rive gauche" della Nouvelle Vague, della quale mette in pratica quasi alla lettera gli intenti di descrivere la vita quotidiana e di girare nelle strade, in mezzo alla gente. Ma soprattutto offre uno sguardo e un'attenzione al mondo tutta femminile (riflettendo per esempio sul modo in cui le donne, soprattutto se giovani e belle come Cléo, sono perepite dalla società). Dietro il minimalismo e l'apparente leggerezza della vita della protagonista, interprete di canzonette e ossessionata dalle apparenze, si sfiorano temi esistenziali come la morte e la malattia, la vita e l'amore, la bellezza e la pudicizia, l'arte e la società, l'immagine di sé e l'opinione degli altri.

Una sensazione di malinconia e di paura (dovuta al timore della malattia, certo) accompagna tutta la sua giornata, condizionando il suo rapporto con sé stessa (il senso di inadeguatezza), quello con gli altri (amici o sconosciuti, collaboratori di lavoro o semplici passanti), quello con il suo lavoro (chiede alla tassista di spegnere la radio quando è in onda una sua canzone, ma ne fa partire una lei stessa nel jukebox del caffè), e in generale con il mondo (spicca la sua forte superstizione, che carica di significati ogni evento e ogni oggetto). La sua immagine di bambola (bionda e angelica nella prima parte del film, quando veste di bianco; triste e malinconica nella seconda parte, quando veste di nero) nasconde un'anima tormentata, insicura e infelice, che cerca continuamente conforto o approvazione negli altri: e infatti basterà l'incontro con uno sconosciuto sensibile e sincero a sollevarla dalle preoccupazioni. La sceneggiatura, che pare quasi improvvisata, è in realtà densa di rimandi, dettagli e particolari interessanti: per esempio, il fatto che la storia si svolga il primo giorno d'estate può indicare il passaggio della protagonista (il cui vero nome, scopriremo, è Florence: la flora è il simbolo della primavera) verso la maturità, ma allude anche alla sua malattia (il sole passa nel segno del cancro). A dire il vero, l'intenzione originale di Agnès Varda era quella di filmare il 21 marzo ("per catturare il passaggio meraviglioso di Parigi dall'inverno alla primavera"), ma per motivi di budget non poté cominciare che tre mesi più tardi. Nel dialoghi è però rimasto il riferimento al fatto che siamo di martedì (il 21 marzo 1961 era effettivamente martedì, ma il 21 giugno era mercoledì: consideriamola una licenza poetica). Jean-Luc Godard, Anna Karina, Eddie Constantine e Jean-Claude Brialy sono gli interpreti dei "Les fiancés du Pont MacDonald", il cortometraggio muto, poetico e burlesque che Cléo e la sua amica Dorothée guardano dalla cabina del proiezionista. Il compositore Michel Legrand, autore della colonna sonora, interpreta il pianista Bob: fra le sue canzoni spicca la triste "Sans toi", su testi della stessa Varda, che Corinne Marchand canta guardando in macchina.

16 luglio 2018

Il corridoio della paura (S. Fuller, 1963)

Il corridoio della paura (Shock corridor)
di Samuel Fuller – USA 1963
con Peter Breck, Constance Towers
**1/2

Rivisto in DVD.

Per risolvere un caso di omicidio avvenuto all'interno di un ospedale psichiatrico, Johnny Barrett (Breck), ambizioso giornalista che sogna di vincere il premio Pulitzer, ignora i timori della fidanzata (Towers), si finge pazzo e si fa ricoverare in quello stesso istituto. Riuscirà a svelare l'enigma, ma perderà la sanità mentale. Antesignano di "Qualcuno volò sul nido del cuculo", un film celebre per il ritratto angosciante e claustrofobico del mondo delle turbe mentali, di cui porta sullo schermo le origini e i sintomi con immagini potenti: se la pellicola è girata in un espressionistico bianco e nero, le visioni, i ricordi e le allucinazioni degli alienati sono invece a colori (e con una distorsione del formato). All'epoca scosse molti spettatori, visto oggi mostra invece tutti i suoi limiti e le sue ingenuità nella descrizione dei malati e dei processi della schizofrenia, per non parlare del ritratto degli psichiatri, che si lasciano ingannare troppo facilmente dalla finzione del protagonista, coadiuvato dalla fidanzata che simula di essere sua sorella, molestata da lui sin da piccola. Non mancano cliché o situazioni sopra le righe (l'assalto delle ninfomani, per esempio), e il crescendo della follia del giornalista è poco verosimile. Ma la tensione è ben costruita e l'intensità emotiva della pellicola è innegabile, anche perché sfiora molteplici temi socio-politici e legati all'attualità (la guerra, il razzismo, la paura del nucleare). Fra i pazienti dell'ospedale psichiatrico, infatti, oltre al gigantesco Pagliacci (Larry Tucker), obeso cantante d'opera, spiccano i tre testimoni che Johnny deve interrogare approfittando dei loro brevi momenti di lucidità: un soldato della guerra di Corea che ha disertato per passare ai comunisti e che crede di essere un generale sudista (James Best), uno studente nero che inneggia al razzismo e al Ku Klux Klan (Hari Rhodes), e un fisico atomico regredito all'età di sei anni (Gene Evans). John Matthews è il dottor Cristo (!), direttore dell'istituto. Fuller aveva scritto il soggetto per Fritz Lang già negli anni quaranta. In apertura e chiusura del film c'è una citazione di Euripide: "Colui che gli dei vogliono distruggere, per prima cosa viene reso pazzo".