8 settembre 2009

The yards (James Gray, 2000)

The yards (id.)
di James Gray – USA 2000
con Mark Wahlberg, Joaquin Phoenix
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Appena uscito di prigione, dove era stato rinchiuso per un furto d'auto commesso insieme ad altri amici (ma l'unico ad aver pagato era stato lui), il giovane Leo vorrebbe mettere la testa a posto. Chiede così un lavoro a Frank, suo zio acquisito, la cui impresa si occupa della manutenzione dei vagoni ferroviari della metropolitana, aggiudicandosi – attraverso mezzi non sempre leciti – gli appalti e le sostanziali commesse dalla municipalità di New York. Ma quando Leo viene coinvolto dall'amico d'infanzia Willie (che nel frattempo si è fidanzato con sua cugina Erica, della quale lo stesso Leo è innamorato sin da bambino) in un'operazione di sabotaggio ai danni di una compagnia concorrente, le cose precipitano: il ragazzo si ritrova infatti sospettato dell'omicidio di un sorvegliante, commesso in realtà da Willie, e deve darsi alla macchia. Tradito tanto dallo zio quanto dall'amico, Leo si stuferà di fare il capro espiatorio e saprà trovare il coraggio di smascherare e denunciare la corruzione che unisce politica e affari. Il secondo film – e forse il migliore – della trilogia d'esordio di Gray dedicata al binomio crimine e famiglia: la cruda descrizione ambientale (vero punto di forza di tutti i lavori del regista), i sogni di successo e di rispettabilità che nascono all'interno della working class, le contraddizioni e le ambiguità celate dietro i rapporti familiari e i dilemmi morali di personaggi avvolti da tonalità di grigio ne fanno un film solido e ricco di momenti interessanti. Il titolo si riferisce ai depositi e ai centri di smistamento dei vagoni ferroviari. In un cast di tutto rispetto (ci sono anche James Caan, Charlize Theron, Ellen Burstyn, Faye Dunaway e Tomas Milian!), l'anello debole è proprio il protagonista, l'inespressivo Mark Wahlberg, che reciterà al fianco del ben più efficace Joaquin Phoenix anche nel successivo film di Gray, "I padroni della notte".

6 settembre 2009

Reds (Warren Beatty, 1981)

Nota: facendo bene i conti, pare che questo sia il 1000° film di cui scrivo su questo blog!

Reds (id.)
di Warren Beatty – USA 1981
con Warren Beatty, Diane Keaton
***

Visto in divx, con Marisa.

In una pellicola lunga (quasi tre ore), epica e intima allo stesso tempo, Beatty racconta gli ultimi cinque anni di vita (dal 1915 al 1920) del giornalista americano John "Jack" Reed, militante socialista e comunista, convinto pacifista e autore del libro "I dieci giorni che sconvolsero il mondo", nel quale descrisse i momenti salienti della rivoluzione bolscevica del 1917, vissuti in prima persona durante la sua permanenza in Russia. La sceneggiatura mescola abilmente le vicende pubbliche di Reed (il supporto ai sindacati operai, il coinvolgimento nelle lotte politiche e nella fondazione del primo partito comunista d'America, i viaggi in Russia, la partecipazione al secondo congresso dell'Internazionale Comunista) con quelle personali (soprattutto il rapporto romantico e tumultuoso con la moglie Louise Bryant, giornalista come lui), e lascia che i dialoghi, i discorsi, i dibattiti, i litigi e le riflessioni fluiscano in totale libertà, con le voci che a volte si sovrappongono come in un film di Altman. Se la prima ora del lungometraggio – quella che descrive la vita di Jack e Louise a New York nel quartiere bohémienne di Greenwich Village – ha qualche lungaggine di troppo ed è a tratti forse un po' noiosetta, quando l'attenzione si sposta sui grandi eventi storici della prima guerra mondiale e della rivoluzione d'ottobre la pellicola riesce a comunicare in maniera convincente il senso di cambiamento, le speranze, le illusioni (e le successive, quasi immediate, disillusioni) di un momento fondamentale nella storia del ventesimo secolo. Beatty (anche produttore, oltre che regista, interprete e co-sceneggiatore) affronta inoltre la questione della memoria, inserendo a più riprese – a mo' di documentario – spezzoni con le testimonianze di persone più o meno celebri (fra le quali Henry Miller e Scott Nearing) che conobbero i coniugi Reed o che vissero a modo loro gli eventi di quegli anni, nonché la questione delle lingue, come indicano le difficoltà di traduzione di cui è vittima Jack durante i dibattiti in Russia. Jack Nicholson impersona con cinismo il commediografo Eugene O'Neill, con cui Louise ha una breve relazione. Il film ebbe ben 12 nomination agli Oscar, e ne vinse tre (per la miglior regia, per la fotografia di Vittorio Storaro e per Maureen Stapleton come attrice non protagonista).

5 settembre 2009

Chéri (Stephen Frears, 2009)

Chéri (id.)
di Stephen Frears – GB/Francia 2009
con Michelle Pfeiffer, Rupert Friend
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nella Francia della Belle Époque, la cinquantenne cortigiana Léa, mantenuta di professione, ha una relazione con il ventenne Fred, detto Chéri, vanitoso e viziato figlio di una sua "collega". Entrambi gli amanti vivono inizialmente il loro rapporto in maniera leggera, frivola e dissoluta: quando decidono di separarsi perché il ragazzo deve sposarsi con una coetanea, però, scopriranno di amarsi veramente. Per lui, in realtà, si tratta di un rapporto inconsapevolmente incestuoso e "materno", per lei un modo di illudersi di non invecchiare. Dopo il recente "The Reader" – e, volendo, "Benjamin Button" – ancora un film su una relazione fra un ragazzo giovane e una donna più grande: una nuova tendenza del cinema contemporaneo? Questa volta, però, lo spunto viene da lontano: si tratta infatti di un testo di Colette (anzi, di due romanzi: "Chéri" e "La fine di Chéri"), disinibita scrittrice francese di inizio secolo, quasi una sorta di Oscar Wilde al femminile. Frears è a suo agio nel narrare "relazioni pericolose", aiutato anche da buoni attori (c'è pure Kathy Bates), anche se alcuni momenti (come quelli in cui i due protagonisti si struggono d'amore quando sono lontani) funzionano meglio di altri. Nonostante sembri una commedia, alla fine la pellicola – che si conclude prefigurando lo scoppio della prima guerra mondiale e la fine di un'era edonistica e disimpegnata, una rivoluzione alla quale molti non sarebbero sopravvissuti – lascia sicuramente tristezza e un po' di amaro in bocca.

4 settembre 2009

Dieci piccoli indiani (R. Clair, 1945)

Dieci piccoli indiani (And then there were none)
di René Clair – USA 1945
con Barry Fitzgerald, Walter Huston
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Prima versione filmata del celebre giallo di Agatha Christie che ha ispirato, fra le altre cose, anche un memorabile episodio di Lamù ("E poi non rimase nessuno"). Dieci persone, che non si conoscono fra loro ma che hanno tutte qualcosa da nascondere nel loro passato, vengono invitate da un misterioso anfitrione in una villa su un'isola disabitata: qui, una dopo l'altra, sono vittime di una serie di delitti, ciascuno dei quali si ispira a un verso di una canzoncina per bambini, "Dieci piccoli indiani" (che nella prima stesura erano "negretti"): che l'assassino si nasconda fra loro? La pellicola è piuttosto fedele al testo originale, pur alleggerendone i toni con alcune situazioni e caratterizzazioni spiritose (quasi da black comedy), ma ne cambia il finale facendo sopravvivere due dei dieci personaggi, come nella versione teatrale curata dalla stessa Christie. La tensione va di pari passo con l'atmosfera di paranoia che si diffonde quando i vari invitati cominciano a sospettarsi a vicenda, mentre l'abile ed esperta regia di Clair non si fa mai sfuggire le redini della storia. Nel cast anche Louis Hayward e C. Aubrey Smith. Il tema musicale della funerea canzoncina è del compositore italiano Mario Castelnuovo-Tedesco.

3 settembre 2009

The reader (Stephen Daldry, 2008)

The reader - A voce alta (The reader)
di Stephen Daldry – USA/Germania 2008
con Kate Winslet, Ralph Fiennes
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Germania, anni '50: il quindicenne Michael si innamora di Hanna, una donna dal passato misterioso che gli fa scoprire il sesso e gli chiede ogni sera di leggerle un libro a voce alta. Ma la relazione dura una sola estate, dopo la quale la donna scompare all'improvviso. Qualche anno dopo, Michael – ora studente in legge – scoprirà che durante la guerra Hanna era stata una sorvegliante delle SS nei campi di concentramento e sarà costretto ad assistere al suo processo. Un film interessante e con molti pregi: la regia è buona, le interpretazioni ottime (la Winslet continua a confermarsi una delle migliori attrici in circolazione, ma anche Fiennes e il giovane David Kross – che interpreta Michael da giovane – sono all'altezza, e vedere Bruno Ganz in una piccola parte, quella del professore di legge, fa sempre piacere) e soprattutto la sceneggiatura affronta ben tre temi “di peso”, vale a dire la relazione fra un minorenne e una donna adulta (che condiziona in negativo tutta la vita sentimentale di Michael), la questione della colpa e della responsabilità dei cittadini tedeschi coinvolti nelle atrocità del nazismo (memorabile il momento in cui Hanna, processata, domanda al giudice "Lei cosa avrebbe fatto?", ma anche quello in cui gli studenti accusano il professore, simbolo della generazione precedente, di non aver fatto nulla per fermare l'orrore) e infine il problema dell'analfabetismo e l'importanza della lettura: Hanna, come si scoprirà a un certo punto, non sa né leggere né scrivere, ed è per questo motivo che aveva lasciato un lavoro tranquillo per accettare il posto di sorvegliante; dopo la sua condanna, Michael continuerà a inviarle per anni in carcere delle cassette dove ha inciso i capolavori della letteratura (degli audiolibri ante litteram!), che lei imparerà quasi a memoria (un richiamo a "Fahrenheit 451"?) e utilizzerà per imparare, faticosamente, a scrivere. Ma proprio lo spunto dell'analfabetismo, elemento centrale nello sviluppo narrativo del film, mina in realtà la credibilità di fondo di tutta la vicenda: sembra davvero esagerato, per non dire assurdo, che Hanna si lasci condannare all'ergastolo pur di non ammettere in pubblico di essere illetterata (e, prima ancora, che cambi più volte vita, lavoro e città per lo stesso motivo, senza mai tentare di imparare a leggere e scrivere a un livello almeno elementare, visto anche l'amore che in ogni caso nutriva per la letteratura). E la pellicola non lascia nemmeno il dubbio che a spingerla a comportarsi così siano i rimorsi o i sensi di colpa per i crimini cui aveva preso parte (sensi di colpa che comunque prova, nonostante lo neghi manifestando un'ottusa indifferenza: lo dimostra la scena in cui piange in chiesa). Un'altra cosa che non mi è piaciuta è il fatto che, nonostante la storia si svolga in Germania, tutti i testi e le pagine scritte che si vedono sono in inglese. Sbavature che lasciano qualche perplessità su un film bello ma che potenzialmente avrebbe potuto essere migliore.
Nota: con questo film la Winslet ha vinto l'Oscar come miglior attrice. Giusto così, anche se forse avrebbe meritato di più per la sua performance in "Revolutionary Road".

31 agosto 2009

Dragon Gate Inn (King Hu, 1967)

Dragon Gate Inn (Long men kezhan)
di King Hu – Hong Kong 1967
con Shih Chun, Polly Shang-kwan, Bai Ying
***1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Noto anche semplicemente come "Dragon Inn", questo classico wuxiapian – uno dei capolavori di King Hu – è un film fondamentale nel genere "cappa e spada" cinese, nella cinematografia di Hong Kong e in quella dell'intera Asia continentale, come testimoniano i ripetuti omaggi, riferimenti e citazioni di cui è stato fatto oggetto negli anni a seguire (basti pensare al moderno remake prodotto da Tsui Hark nel 1992 con un cast stellare, "New Dragon Gate Inn", o alla malinconica dichiarazione d'affetto di Tsai Ming-Liang, che in "Goodbye Dragon Inn" del 2003 identifica il film con le sale cinematografiche di una volta, ormai popolate solo da spettatori fantasma e destinate a sparire con l'avvento dei circuiti multisala). Ambientato nel quindicesimo secolo, all'epoca della dinastia Ming, quando gli eunuchi spadroneggiavano alla corte imperiale e di fatto detenevano il potere, narra la storia di un manipolo di valorosi eroi che si battono per salvare i figli del generale Yu, ministro caduto in disgrazia a causa dei complotti del perfido e potente eunuco Zhao. Decapitato Yu, infatti, i suoi giovani figli vengono spediti in esilio oltre confine con una scorta. Ma Zhao, in segreto, invia una truppa di suoi fedelissimi per sterminarli prima che varchino la frontiera. I soldati attendono le loro prede ai margini dell'impero, presso uno scalcinato ostello isolato fra le montagne, la Locanda del Drago, dove però fanno sosta anche un misterioso spadaccino di nome Xiao e una coppia di ribelli (un fratello e una sorella, lei vestita da uomo) che intende aiutare i ragazzi a scappare. E anche l'oste nasconde qualcosa, visto che in passato era stato generale e collega di Yu. Fra i numerosi personaggi alloggiati alla locanda, quasi tutti in incognito, si svolge così un gioco di tattiche e sotterfugi, con la tensione che monta a mille, fra duelli con la spada, agguati notturni, bevande avvelenate, trappole, tradimenti e inganni, fino a quando le carte vengono definitivamente scoperte con l'arrivo dei figli di Yu e della loro scorta (e il successivo intervento di Zhao in persona, provetto spadaccino ed esperto di arti marziali, interpretato da un grande Bai Ying al suo esordio sullo schermo). Quasi tutta l'azione, con l'eccezione dell'incipit e dello scontro finale fra le montagne, si svolge all'interno e nei dintorni della vecchia locanda, spazio fisico chiuso e ristretto, un vero e proprio microcosmo che, in contrasto con la spaziosità e l'ampiezza di altre pellicole del genere, garantisce un inconsueto rispetto drammaturgico delle unità d'azione, di tempo e (soprattutto) di luogo, consentendo anche allo spettatore, nonostante i numerosi personaggi e i continui colpi di scena, di non perdere mai il filo della vicenda. Efficacissime le coreografie dei numerosi duelli; potente, anche se un po' invadente, il commento sonoro; ottima, infine, la confezione visiva: l'abile e vigorosa regia di King Hu è ben servita da uno spettacolare cinemascope, mentre il technicolor fa risaltare i costumi, le scenografie e gli splendidi paesaggi di frontiera.

New Dragon Gate Inn (R. Lee, 1992)

New Dragon Gate Inn (Sun lung moon hak chan)
di Raymond Lee – Hong Kong 1992
con Maggie Cheung, Brigitte Lin, Tony Leung Ka-fai
***

Rivisto in DVD alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Remake del classico "Dragon Gate Inn" di King Hu (1967), realizzato dalla factory di Tsui Hark in piena "new wave" hongkonghese ("Once upon a time in China" era uscito appena l'anno precedente) e con un cast pieno di stelle. La regia è accreditata al solo Raymond Lee, un carneade, ma pare che in realtà il coreografo Ching Siu-tung e lo stesso Tsui Hark abbiano diretto numerose scene. Anche se la sceneggiatura presta maggior attenzione al lato intimo dei personaggi e alle relazioni fra di loro, rispetto alla pellicola originale lo scheletro della vicenda cambia ben poco: all'epoca della dinastia Ming, il perfido eunuco Cao fa sterminare la famiglia di un ministro ribelle e intende usare i suoi figli come esca per attirare in trappola i suoi alleati. Presso la Locanda del Drago, desolato avamposto dalle pareti di fango e dai pavimenti di legno che sorge praticamente nel nulla fra il deserto e le montagne ai margini dell'impero, si ritrovano così sotto false identità tanto i seguaci del ministro deposto quanto gli agenti segreti inviati da Cao, costretti a una prolungata e difficile convivenza a causa del maltempo che imperversa all'esterno; al gioco di duelli notturni segreti e silenziosi partecipa però anche una terza fazione, quella guidata dalla seducente Jin (una Maggie Cheung splendida e ammiccante), proprietaria della locanda e in realtà capo di un gruppo di banditi che non esitano ad uccidere gli ospiti sgraditi e ad usarne i cadaveri per preparare la cena! L'aggiunta di un pizzico di sesso e di gore rende il film più vicino al gusto dello spettatore moderno, come testimonia anche lo stile che fa ampio uso di ralenti e wire work per mettere in scena combattimenti "volanti" e irrealistici, più spettacolari ma anche più confusi e meno rigorosi rispetto a quelli del film originale. Straordinari i paesaggi di frontiera, con il deserto roccioso la cui polvere sollevata dalle tempeste di sabbia o dai cavalli al galoppo contribuisce a rendere quasi oniriche le scene d'azione, che sembrano così svolgersi davvero ai confini del mondo conosciuto. In più c'è anche una sottotrama romantica e melò, con il triangolo fra il prode Tony Leung Ka-fai, la sua amata Brigitte Lin (che, come spesso le capita, si traveste da uomo per tutto il film) e la "terza incomoda" Maggie Cheung, subdola e intrigante. Imperdibile, in particolare, il combattimento-spogliarello fra le due attrici. Nel finale il film si colora anche di grottesco, con il cuoco dazi (una minoranza etnica del nord della Cina) – fino ad allora personaggio del tutto secondario – che spunta dalla sabbia nel momento in cui il cattivo sembra trionfare e "spolpa" gamba e braccio con il suo coltellaccio al malcapitato Donnie Yen. La fotografia, che sarebbe piaciuta a Ridley Scott, sfrutta la luce che filtra dalle pareti e i granelli di polvere sospesi nell'aria per costruire un'atmosfera onirica e ovattata, dominata dal colore bianco e a tratti anche più claustrofobica di quella del suo predecessore.

30 agosto 2009

Quattro minuti (Chris Kraus, 2006)

Quattro minuti (Vier Minuten)
di Chris Kraus – Germania 2006
con Monica Bleibtreu, Hannah Herzsprung
**

Visto in divx alla Fogona.

In un carcere femminile di massima sicurezza, un'anziana pianista insegna musica alle poche detenute interessate. La donna, la cui esistenza è stata segnata da una tragica esperienza durante la guerra (crocerossina in un reparto delle SS, aveva visto condannare a morte la ragazza che amava perché colpevole di idee comuniste), si accorge del grande talento della giovane Jenny, ex bambina prodigio ora condannata per omicidio, e decide di prepararla per un concerto. La collaborazione fra insegnante e allieva non è però facile, anche perché le loro personalità – entrambe dure, solitarie e chiuse in sé stesse – sembrano inconciliabili: tanto arcigna e scontrosa è la prima, tanto irriverente e ribelle è la seconda. I quattro minuti del titolo sono quelli necessari per l'esibizione di Jenny, che però – anziché per suonare il previsto Schumann – li utilizza per fare musica improvvisata, personale e in totale "libertà". Film interessante ma con qualche difetto, a partire da una certa artificialità della vicenda, personaggi costruiti a tavolino e troppi elementi melodrammatici forse inutili (il tema lesbico, il racconto del parto). Il contrasto fra le due protagoniste, oltre che generazionale e caratteriale, è legato anche a diversi tipi di musica: rigorosamente classica per l'insegnante, jazz e sperimentale per la ragazza. Monica Bleibtreu, scomparsa proprio qualche mese fa, è la madre dell'attore Moritz (quello di "Lola corre").

29 agosto 2009

Still walking (Hirokazu Koreeda, 2008)

Still walking (Aruitemo, aruitemo)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2008
con Hiroshi Abe, Yui Natsukawa
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Una gran bella pellicola, delicata e con una punta di malinconia, sui rapporti familiari (soprattutto quelli fra padri e figli), sull'incapacità di cogliere le occasioni al momento giusto, sulle speranze e le delusioni. In una calda domenica d'estate, i membri della famiglia Yokoyama si riuniscono nella casa degli anziani genitori nell'anniversario della morte del figlio maggiore, Jumpei, scomparso in mare dodici anni prima. Ma la ricorrenza porta con sé incomprensioni e dolorosi ricordi. Il vecchio padre Kyohei (Yoshio Harada), scontroso medico in pensione, fatica ad accettare la vecchiaia e rimpiange che nessuno dei figli abbia seguito le sue stesse orme; la madre Toshiko (Kirin Kiki) lo sopporta con pazienza e nel frattempo cerca di convivere con rancori e risentimenti; la figlia Chinami (You, un'attrice dalla voce strana e infantile) vorrebbe trasferirsi a vivere nell'ex ambulatorio del genitore, insieme all'inetto marito Nobuo e ai suoi due bambini, anche se la madre non è convinta; il figlio Ryota (l'ottimo Hiroshi Abe), infine, è quello che ha il rapporto più problematico con il padre, che gli aveva sempre preferito Jumpei: il suo lavoro di restauratore di quadri gli dà poche garanzie per il futuro, e come se non bastasse si è sposato con una vedova, Yukari (Yui Natsukawa), che aveva già un bambino, Atsushi (Shohei Tanaka), cosa che i genitori faticano ad accettare. Nell'arco delle 24 ore in cui si svolge il film (con l'eccezione di un breve epilogo ambientato qualche anno dopo) assistiamo a chiacchierate, ricordi e interazioni di ogni tipo, fra gesti semplici (la preparazione del pranzo, i giochi dei bambini, il bagno) ed emozioni complesse (i conflitti generazionali, l'elaborazione del lutto, l'accettazione della vecchiaia, il bisogno di autodeterminazione), mentre continuamente aleggia la consapevolezza della morte e dello scorrere del tempo. Il pregio maggiore del cinema di Koreeda, che davvero può essere considerato l'erede moderno di Ozu, sta sicuramente nel realismo e nella naturalezza con cui presenta i sentimenti, che non vengono mai ostentati o gridati eppure emergono con grande chiarezza e sincerità. L'ottima sceneggiatura, opera dello stesso regista, scorre che è un piacere (i dettagli della morte di Jumpei, per esempio, vengono fuori poco a poco): nonostante la sua leggerezza, il film è talmente denso che le scene e i dialoghi fondamentali si succedono senza sosta dall'inizio alla fine, contribuendo a caratterizzare magnificamente ogni personaggio. Il titolo originale ("Camminiamo, camminiamo, ma...") proviene da un verso di una canzone anni '70 ("Blue Light Yokohama", cantata da Ayumi Ishida) che si sente nel film. In occidente il film è noto anche come "Even if you walk and walk...".

Maborosi (Hirokazu Koreeda, 1995)

Maborosi (Maboroshi no hikari)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 1995
con Makiko Esumi, Takashi Naito
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Dopo la morte del marito (apparentemente e inspiegabilmente suicida), la giovane Yumiko accetta di risposarsi con un uomo che vive in un remoto villaggio di pescatori e si trasferisce lì con il figlio di primo letto. La sua nuova vita trascorre con calma e lentezza: dalle finestre si sente il rumore del mare, le stagioni si succedono pigramente, piccoli incidenti movimentano la vita del paese (come quando si teme per la sorte di un'anziana pescatrice, uscita in mare durante una tempesta), ma sogni e incubi non smettono di tormentarla mentre continua a interrogarsi sulla morte del primo marito. La nostalgia e il rimpianto per il passato, però, verranno superati dalla serena accettazione del presente. Il primo lungometraggio di finzione di Koreeda è una pellicola delicata e intima, dominata dagli scenari e dall'atmosfera, e in cui per lunghi tratti sembra non accadere nulla. Il soggetto è semplicissimo, e i temi sono quelli – che diverranno consueti per il regista – della perdita e dei ricordi. Se a tratti si ha quasi l'impressione che in fondo il film non abbia poi molto da dire, nel complesso lascia buone sensazioni, anche e soprattutto per merito dello stile, sobrio e controllato: molti campi lunghi, assenza quasi totale di primi piani, camera fissa, inquadrature e inserti-transizioni alla Ozu. Bella e statuaria l'attrice Makiko Esumi. Il titolo originale significa "La luce di un fantasma".

28 agosto 2009

Brother (Aleksei Balabanov, 1997)

Brother (Brat)
di Aleksei Balabanov – Russia 1997
con Sergei Bodrov Jr., Viktor Sukhorukov
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Un ottimo esempio di film di genere proveniente dalla cinematografia russa recente, con uno stile originale, coerente e moderno: il regista, anche sceneggiatore, è coadiuvato dai contributi fondamentali del direttore della fotografia Sergei Astakhov, che vira tutte le immagini in una tonalità di rosso cupo, e dell'autore della colonna sonora Vyacheslav Butusov (a un certo punto citato persino nei dialoghi dai personaggi, come già era capitato a Michel Legrand ne "Les demoiselles de Rochefort" di Demy). In patria ha avuto grande successo e un sequel. Il protagonista è Danila, detto Danny, un ragazzo che ha appena concluso il servizio militare e che, senza prospettive di un lavoro nel proprio paese, lascia la campagna per recarsi a San Pietroburgo, dove il fratello maggiore Viktor si guadagna da vivere come sicario per la mafia russa. Inizialmente suo protetto e apprendista, il ragazzo saprà però ribaltare i ruoli e si dimostrerà persino più abile di lui nel farsi strada nel corrotto mondo della malavita. Il prezzo da pagare sarà però la solitudine. Se la trama e le situazioni sono forse già viste, spicca invece la caratterizzazione del giovane protagonista, che compie le sue azioni in un misto di impulsività, leggerezza e disinvoltura: freddo killer ma anche persona normale, appassionato di musica, fan del gruppo punk-rock Nautilus, in cerca di amore, di amicizie e di affetti, disposto a fraternizzare con i più deboli e gli emarginati e a perdonare persino i tradimenti.

In Bruges (Martin McDonagh, 2008)

In Bruges (id.)
di Martin McDonagh – GB/USA 2008
con Colin Farrell, Brendan Gleeson
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Bruges è una cittadina fiamminga in Belgio, con poco più di centomila abitanti, soprannominata la "Venezia del nord" per i suoi canali solcati dai cigni e le stradine medievali acciottolate. Sembrerebbe il rifugio più improbabile per due sicari londinesi, eppure è proprio lì che il boss (Ralph Fiennes) ordina loro di rintanarsi, furibondo dopo che un incarico è stato portato a termine con conseguenze impreviste. Se il placido Ken (Gleeson) si lascia conquistare dalla quiete del luogo e si trasforma in interessato turista, il tormentato Ray (Farrell) è invece insofferente e annoiato da una città che ai suoi occhi manca di ogni attrattiva. Ma in mezzo al nulla qualcosa sta per accadere, e la vendetta del boss sta per piombare su di loro... Un filmetto insolito e originale, che trascende il genere del gangster movie travestendolo da noir esistenzialista, con un ritmo lento e rilassato (non distante da certe cose di Kitano): il suo punto di forza sta proprio nell'ambientazione mitteleuropea che lo spettatore impara ad apprezzare, piano piano, insieme ai personaggi. La mimica facciale di Colin Farrell, gli improvvisi squarci grotteschi e surreali alla Bosch (citato esplicitamente), i rapporti d'onore fra i gangster e il loro capo, i colpi di scena nel finale lo rendono un oggetto simpatico e originale all'interno del suo genere. Come sempre, il doppiaggio italiano fa danni: per distinguere i personaggi nordamericani da quelli inglesi, i primi vengono fatti parlare con un accento assurdo e inspiegabile.

27 agosto 2009

Le ricamatrici (E. Faucher, 2004)

Le ricamatrici (Brodeuses)
di Éléonore Faucher – Francia 2004
con Lola Naymark, Ariane Ascaride
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

La giovane Claire vive in un villaggio di campagna nelle Alpi francesi, proviene da una famiglia di agricoltori, lavora come commessa in un supermercato ed è una provetta ricamatrice. Quando scopre di essere incinta, decide di tenere nascosta a tutti la gravidanza e di partorire in anonimato, con l'intenzione di dare poi il bambino in adozione. Nell'attesa si trasferisce dalla signora Mélikian, esperta ricamatrice che di recente ha perduto il figlio in un incidente stradale e soffre di depressione. Fra le due donne – quella che ha perso un figlio e quella che sta per darne alla luce uno – nasce lentamente lentamente una sorta di legame empatico. E mentre realizzano raffinati ricami, riescono poco alla volta a superare i rispettivi traumi, l'una a elaborare il lutto e l'altra ad accettare l'imminente maternità. Grazie a un tono dolce e delicato, a un'ambientazione realistica e all'ottima recitazione delle due protagoniste, la pellicola (tutta al femminile) evita evita per fortuna il rischio di precipitare nel buonismo e soprattutto nel poetismo, restando all'interno dei confini del piccolo film ben riuscito.

Le nozze di Muriel (P.J. Hogan, 1994)

Le nozze di Muriel (Muriel's wedding)
di P. J. Hogan – Australia 1994
con Toni Collette, Sophie Lee
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

La ventunenne Muriel, bruttina, sovrappeso e disoccupata, ha un unico sogno nella vita: sposarsi, non importa con chi, e nemmeno se ci sia o meno l'amore. Vive con la famiglia in un paesino sulla costa australiana, dove è continuamente umiliata dal padre (un politico locale che non perde occasione per rinfacciarle la sua mediocrità) e derisa dalle ex compagne di scuola (perché del tutto fuori moda per gusti, vestiario e stile di vita). Si trasferisce allora a Sydney con l'intenzione di cominciare una nuova vita e, magari, di trovare l'uomo giusto per farsi portare all'altare. Il regista de "Il matrimonio del mio migliore amico" (e di un bel "Peter Pan") si è fatto conoscere proprio con questa commedia vivace, agrodolce e spigolosa, a volte fin troppo sopra le righe, condita da una forte dose di cinismo e travestita da satira di costume. I toni sono tragicomici e grotteschi, e le ipocrisie e le bugie dei personaggi si scontrano con un retroterra culturale che sembra uscito da "Schegge di follia". La colonna sonora è completamente a base di canzoni degli Abba, di cui Muriel e l'amica Rhonda (l'unica con cui la protagonista si trova in sintonia) sono grandi fan.

26 agosto 2009

Last hurrah for chivalry (John Woo, 1978)

Last hurrah for chivalry (Hao xia)
di John Woo – Hong Kong 1978
con Wei Pai, Damian Lau
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

L'unico wuxiapian realizzato da Woo a inizio carriera, in gran parte ispirato allo stile e alle opere del suo mentore Chang Cheh (di cui era stato assistente alla regia), è una pellicola nella quale i classici temi del regista sono già tutti presenti in dosi massicce, in particolare l'elogio dell'amicizia virile, la lealtà (la "cavalleria" del titolo inglese), il tradimento e la vendetta. I protagonisti sono lo spadaccino attaccabrighe Chang, detto "Magic Sword", ritiratosi a vita privata per non dover più affrontare in duello i numerosi sfidanti che lo cercano a causa della sua fama, e l'assassino a pagamento Green, che rifugge dal mondo e dall'amore di una bella prostituta e che beve in continuazione per dimenticare gli uomini che ha ucciso. I due, diventati casualmente amici, vengono coinvolti nella faida familiare che oppone il giovane Kao, figlio di un maestro d'arti marziali, al perfido Pai, che ha sterminato la sua famiglia. Ma dopo aver sconfitto Pai, scoprono che il vero cattivo è proprio il traditore Kao, che li ha manovrati come pedine. I combattimenti con la spada o a mani nude, accesissimi e cruenti (gli abiti dei personaggi si macchiano ben presto di abbondante sangue), sono intervallati da inconsuete gag che stemperano i toni melodrammatici della pellicola, virando spesso verso la commedia (per esempio nelle scene in cui Chang se la prende con il povero vasaio che non intende sposare sua sorella) e dando all'intero film un'impronta svagata e disinvolta. Molto interessanti alcuni personaggi minori, come il "Mago Dormiente" che combatte mentre russa, o il braccio destro di Kao che rifiuta di rimanere al fianco del suo padrone quando si rende conto della sua vera indole. L'incipit, con Pai che fa irruzione nella dimora di Kao, intenzionato a vendicarsi per non essere stato invitato alle sue nozze, è – come hanno sottolineato alcuni critici – una situazione tipicamente fiabesca che contribuisce da subito ad allontanare ogni pretesa di verosimiglianza storica.

25 agosto 2009

Anima e corpo (R. Rossen, 1947)

Anima e corpo (Body and soul)
di Robert Rossen – USA 1947
con John Garfield, Lilli Palmer
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

La storia di Charley Davis, giovane promessa del pugilato che diventa un campione grazie agli intrallazzi di un losco promoter. Proveniente dai bassifondi, il protagonista sfrutta lo sport per uscire dalla povertà e per raggiungere la gloria e la ricchezza. Ma dopo aver sacrificato ogni cosa, compresi gli amici, la famiglia e l'amore, all'ultimo momento riesce a ribellarsi ai meccanismi in cui si trova rinchiuso e rifiuta di lasciarsi sconfiggere in un incontro truccato. Narrato quasi tutto in un lungo flashback, tranne l'incipit e l'incontro finale sul ring (assai realistico), il film può contare su una sceneggiatura efficace e venata di noir, che descrive bene le commistioni fra sport e criminalità, sulla buona regia di Rossen e su un'affascinante fotografia in bianco e nero, mentre la recitazione non sempre è all'altezza (vedi per esempio la Palmer). All'epoca fu salutato come il primo, grande capolavoro cinematografico sulla boxe: anche se mi è parso inferiore al di poco successivo "Stasera ho vinto anch'io" di Robert Wise, bisogna dargli atto di aver anticipato temi che verranno ripresi più volte negli anni a venire in moltissimi film (come "Il grande campione" o "Il colosso d'argilla", entrambi di Mark Robson). Prodotto dallo stesso protagonista John Garfield, è stato rifatto nel 1981 ("Il guerriero del ring", di George Bowers) con Leon Isaac Kennedy e una particina per Cassius Clay nella parte di sé stesso, ma il remake – a quanto leggo – risulta decisamente più moralistico e scontato.

Rischiose abitudini (S. Frears, 1990)

Rischiose abitudini (The grifters)
di Stephen Frears – USA 1990
con John Cusack, Anjelica Huston
*1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il giovane Roy Dillon è un truffatore di piccolo cabotaggio che sta iniziando a pensare di non essere tagliato per quella vita; la sua ragazza Myra (Annette Bening), ambiziosa e disinvolta, ha un passato di "adescatrice di polli" per un grande esperto di "stangate" e vorrebbe rimettersi in attività entrando in società proprio con Roy; la madre di quest'ultimo, Lilly, piazza invece scommesse di copertura per il racket delle corse ippiche e fa la cresta sui guadagni all'insaputa del boss. Ambizioni, interessi, rivalità e contrasti fra i tre scateneranno un conflitto di caratteri che si concluderà nel sangue. Una bruttura di film, prodotta da Martin Scorsese e sceneggiata da Donald Westlake (da un romanzo di Jim Thompson), fra personaggi amorali, sviluppi snervanti e noiosi, e un finale che non lascia scampo a nessuno, anche se è apprezzabile il tentativo di uscire dagli schemi classici del genere grazie a un maggior approfondimento dei personaggi e persino all'inserimento di un maldestro risvolto edipico. Incredibilmente candidato a quattro premi Oscar (miglior film, sceneggiatura, attrice e non protagonista), senza peraltro vincerne nessuno.

24 agosto 2009

Zebraman (Takashi Miike, 2004)

Zebraman (id.)
di Takashi Miike – Giappone 2004
con Sho Aikawa, Kyoka Suzuki
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Poco rispettato dai suoi studenti ed emarginato dalla famiglia, un timido insegnante di scuola elementare trova una valvola di sfogo nel cosplay, travestendosi da Zebraman (supereroe protagonista di un oscuro serial televisivo degli anni settanta, cancellato dopo pochi episodi) con un rudimentale costume che si è cucito in segreto con le proprie mani. Ma quando nel quartiere di Yokohama in cui vive cominciano a verificarsi strani incidenti (provocati da una misteriosa forma di vita aliena che si impadronisce del corpo degli esseri umani e li spinge a commettere delitti, aggressioni e vandalismi di ogni tipo), scopre di possedere autentici superpoteri e si trasforma in un vero eroe, salvando la città dalla minaccia extraterrestre. Anche se lo scontro finale è spettacolare, con grande dispiego di effetti digitali, la parte migliore del film è la prima, più low tone, ironica e realistica, quasi una parodia semi-malinconica del filone dei guerrieri mascherati alla Ultraman o Kamen Rider. In mezzo, anche qualche momento di stanca. Non siamo comunque di fronte al Miike più estremo: essenzialmente è una stupidaggine per un pubblico generalista, per quanto godibile. Da cult, comunque, la scena onirica in cui la donna amata dal protagonista compare vestita da infermiera, Zebra Nurse.

Full metal yakuza (T. Miike, 1997)

Full metal yakuza (Full metal gokudo)
di Takashi Miike – Giappone 1997
con Tsuyoshi Ujiki, Yasu Kitamura
**

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Hagane, gangster imbranato e fallimentare, rimane ucciso in uno scontro a fuoco quando il suo superiore Tosa, al quale è devotissimo, viene tradito dal boss della banda. Ma uno scienziato pazzo e otaku lo riporta in vita, innestando il suo cervello e alcuni organi di Tosa (compreso il pene!) in un corpo d'acciaio e trasformandolo così in un cyborg dalla forza sovrumana, che mangia metallo per accumulare energia e va in tilt se si lascia dominare dalle emozioni. Delirante e sconclusionato incrocio fra "Robocop" e "Tetsuo" (non a caso c'è anche Tomorowo Taguchi, il protagonista del film di Tsukamoto, nel ruolo del creatore dell'uomo-macchina), a opera del folle regista di "Ichi the killer", che alterna momenti brillanti e sopra le righe ad altri decisamente più convenzionali (la sottotrama romantica con l'ex ragazza di Tosa, per esempio, non è forse all'altezza del resto). Naturalmente non mancano combattimenti sanguinosi e splatter. Rudimentali ma efficaci gli effetti speciali, in un ironico pastiche che va dai "Power Rangers" a "Terminator" (oltre a citare, nel titolo, il capolavoro di Kubrick "Full metal jacket"). Nel cast anche Shoko Nakahara, Koji Tsukamoto (il fratello di Shinya) e Ren Osugi.

25 luglio 2009

Buone vacanze!

E dopo queste bellissime pellicole di Herzog e di Kitano, questo blog se ne va in ferie per un mesetto. A differenza dell'anno scorso, quando mi ero concesso un magnifico viaggio in Giappone (e ricordo che alcune foto sono visibili qui), stavolta mi accontenterò della Fogona. Ciao a tutti!

Il silenzio sul mare (T. Kitano, 1991)

Il silenzio sul mare (Ano natsu, ichiban shizukana umi)
di Takeshi Kitano – Giappone 1991
con Claude Maki, Hiroko Oshima
***1/2

Rivisto in VHS, in originale con sottotitoli, con Marisa e Daniela.

Poetico, delicato, minimalista e riflessivo: il terzo film di Kitano – il primo in cui il regista non recita di persona e in cui si distacca dalle consuete e sanguinose vicende a base di yakuza e poliziotti – spiazza ancora una volta gli spettatori raccontando la storia di una coppia di fidanzati sordomuti alle prese con la passione del ragazzo per il surf. Lui, Shigeru, è un netturbino che un giorno trova una tavola buttata via e decide quasi casualmente di provare a praticare quello sport; lei, Takako, assiste amorevolmente ai suoi progressi guardandolo dalla riva, ripiegando con cura gli abiti che lui lascia sulla spiaggia e incitandolo quando decide di iscriversi a una gara impegnativa. Quasi senza trama e senza dialoghi (già normalmente nei lungometraggi di Kitano si parla poco, figuriamoci in questo!), la pellicola scorre lenta e rilassata ed è ravvivata da alcuni momenti romantici e da deliziosi tocchi umoristici (la scena in cui il ciclista cade improvvisamente dal molo, sorprendendo tanto gli spettatori quanto i personaggi sullo schermo, è geniale), in parte incentrati sulle disavventure di alcuni personaggi minori – inconfondibilmente kitaniani – come i due amici di Shigeru che, dopo averlo preso in giro, ne seguono le orme. Nel finale, in maniera inaspettata vista la sostanziale assenza fino ad allora di momenti drammatici, irrompe una misteriosa tragedia che aggiunge un particolare spessore fatalista all'intera vicenda.

Il mare è un tema ricorrente nelle opere di Kitano, che spesso ama mostrare i suoi personaggi sulla spiaggia o di fronte alle onde. Con questo lungometraggio comincia anche la fondamentale collaborazione con il compositore Joe Hisaishi (già noto per le musiche dei film di Hayao Miyazaki), che realizza una bella colonna sonora nella quale spicca il tema principale, "Silent love". Da segnalare il cameo di Susumu Terajima (quasi un attore feticcio di Kitano) nel ruolo del camionista che dà un passaggio a Shigeru e Takako. Il titolo originale si può tradurre con "Quell'estate, il mare era molto calmo". Il film è noto in occidente anche con il titolo inglese "A scene at the sea", mentre quello italiano è identico a quello di una pellicola di Jean-Pierre Melville ("Le silence de la mer").

24 luglio 2009

Fitzcarraldo (Werner Herzog, 1982)

Fitzcarraldo (id.)
di Werner Herzog – Germania/Perù 1982
con Klaus Kinski, Claudia Cardinale
****

Rivisto in DVD, con Giovanni.

"Chi sogna può muovere le montagne."

Un film straordinario, larger-than-life come il suo protagonista, il folle e visionario Brian Sweeney Fitzgerald che gli indios dell'Amazzonia chiamano "Fitzcarraldo" perché non riescono a pronunciare correttamente il suo nome. Inventore e imprenditore dalle mille idee, sempre destinate al fallimento, e grande appassionato di musica lirica, Fitzcarraldo sogna di costruire a Iquitos – minuscolo villaggio sul Rio delle Amazzoni – un teatro dell'opera all'altezza di quello della vicina città di Manaus e in grado di accogliere grandi cantanti europei come Enrico Caruso (la pellicola è ambientata agli inizi del novecento). Per racimolare il denaro necessario, decide di lanciarsi nel commercio del caucciù: e per raggiungere una regione ricca di alberi della gomma e non ancora sfruttata, si imbarca in un'impresa apparentemente assurda: trasportare una nave sopra una collina – con l'aiuto di una tribù di selvaggi che lo credono un dio – per evitare un tratto di fiume infestato da pericolose rapide. Fra splendidi paesaggi e character pittoreschi, presentati allo spettatore con un ritmo lento, languido, onirico e avvolgente come le acque del fiume che trasporta i personaggi, Herzog si dimostra ancora una volta a proprio agio nella descrizione di un uomo che sfida i propri limiti pur di realizzare il suo sogno, e Kinski lo assiste fedelmente donando al personaggio l'energia necessaria per renderlo indimenticabile, un vero e proprio simbolo della forza di volontà che si batte contro gli ostacoli posti sul suo cammino dalla natura selvaggia e dalla società umana (come i ricchi signori della gomma che lo deridono per il suo idealismo). La virtù di Fitzcarraldo sta nel fatto di non essere alla ricerca di una ricchezza personale, bensì di essere spinto dal desiderio di condividere con tutti (persino con il suo maiale, al quale intende riservare una poltrona di velluto nel palco principale!) la propria passione per la musica. L'unica persona che lo sostiene incondizionatamente sin dall'inizio è la sua donna, la tenutaria del bordello locale (una splendida Cardinale), che gli fornisce i fondi necessari per acquistare la nave e dare così inizio all'avventura.

Inizialmente Herzog aveva pensato a Jason Robards per il ruolo principale (ed era prevista anche una parte per Mick Jagger!), ma poi si è rivolto nuovamente al suo "miglior nemico", quel Kinski che sul set di "Aguirre" aveva dovuto minacciare con un fucile pur di fargli portare a termine le riprese. Anche durante "Fitzcarraldo" i rapporti fra i due, a quanto pare, furono accesissimi, al punto che alcuni indios avrebbero approcciato il regista offrendosi di uccidere l'attore per conto suo! Più tardi Herzog ha commentato così: "Avevo ancora bisogno di Kinski per alcune scene, così ho declinato l'invito. Ma ho sempre rimpianto di aver perso quell'opportunità". Sul film e sulla sua lunghissima lavorazione (quasi quattro anni!) circolano comunque numerose altre leggende e dicerie, compreso quella secondo cui diversi indios sarebbero morti di fatica durante le scene in cui la nave (che pesava oltre trecento tonnellate) viene trasportata su per la montagna con un rudimentale sistema di corde e paranchi. In realtà nessuno morì durante le riprese, anche se è vero che ci furono diversi incidenti (il direttore della fotografia si ferì la mano sulle rapide, un membro della troupe venne morso da un serpente velenoso e gli fu amputato il piede, un altro rimase ferito nell'atterraggio del suo aereo). La pellicola (ispirata a una storia vera) consentì a Herzog di vincere a Cannes il premio per la miglior regia.

23 luglio 2009

Harry Potter 6 (D. Yates, 2009)

Harry Potter e il principe mezzosangue (Harry Potter and the Half-Blood Prince)
di David Yates – USA/GB 2009
con Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Emma Watson
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela e Alfredo.

Non lascia certo l'impressione di aver assistito a un buon film, questo sesto capitolo delle avventure del giovane mago: lungo, noioso e sostanzialmente inutile tranne l'ultima mezz'ora, l'unica parte in cui viene fatta avanzare la storia. La sottotrama del titolo (quella relativa al misterioso "principe mezzosangue", ex alunno di Hogwarts un cui libro di testo – accuratamente annotato – consente ad Harry di eccellere nel corso di Pozioni) non soltanto è del tutto marginale, come in fondo era anche nel romanzo, ma nell'adattamento cinematografico viene ulteriormente ridotta (la rivelazione finale sull'identità del "principe", quando arriva, non comunica assolutamente nulla) e serve soltanto per consentire al protagonista di avvicinarsi al professor Lumacorno (Jim Broadbent: unica novità di rilievo nel cast), anziano docente che si attornia di una cerchia di pupilli e allievi brillanti: eppure Harry, per la sua natura di "prescelto", non avrebbe certo avuto problemi ad attirare l'attenzione del professore. E se proprio vogliamo dirla tutta, a cosa serviva metterci tanto impegno per recuperare il ricordo di Lumacorno sull'intenzione del malvagio Voldemort di creare sette Horcrux (oggetti nei quali riporre un frammento della propria anima, in modo da proteggerla e diventare di fatto immortale), quando il preside Silente ne era al corrente sin dall'inizio, visto che parte alla loro ricerca e riesce (chissà come) a rintracciarne uno? Dove il film sembra invece giocare qualche buona carta è nella caratterizzazione dei personaggi, particolarmente felice – paradossalmente – proprio nei "tempi morti" della prima parte, quando si sofferma su amicizie e relazioni sentimentali fra adolescenti: siamo comunque a livelli appena sufficienti, e la mediocre recitazione di Radcliffe non giova di certo alla causa (la migliore fra i giovani attori, come sempre, è Emma Watson; la più simpatica è Evanna Lynch nei panni della sciroccata Luna). La regia di Yates continua a non brillare e a non stupire, nemmeno in una sequenza chiave come quella dello scontro finale nella Torre dell'Astronomia. Forse è eccessiva anche la fotografia digitalizzata, che pure dona un certo fascino onirico ad alcune particolari scene (come i ricordi del passato di Voldemort). Nel complesso, anche se forse non è il più brutto, si tratta sicuramente del film meno "magico" e meno interessante di tutta la serie.

22 luglio 2009

Avvenne domani (René Clair, 1944)

Avvenne domani (It Happened Tomorrow)
di René Clair – USA 1944
con Dick Powell, Linda Darnell
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Uno dei più belli, se non il migliore, fra i lavori americani di Clair. Come in un episodio di "Ai confini della realtà", assistiamo a una vicenda fantastica calata radicalmente nel quotidiano: un giovane e ambizioso reporter riceve in esclusiva ogni sera, dall'anziano archivista del quotidiano dove lavora, il giornale del giorno dopo. Inizialmente lo sfrutta per realizzare formidabili scoop, potendo essere sempre presente sul luogo dove si verificano importanti avvenimenti; in seguito pensa bene di sfruttare i risultati delle corse dei cavalli per racimolare un po' di denaro facile; infine si rende conto con orrore che nella prima pagina del giornale è riportata anche la notizia della sua stessa morte... Il regista francese dirige con tono lieve e aggraziato una sceneggiatura scorrevole e ricca di colpi di scena, ispirata a un racconto di Lord Dunsany e ambientata a inizio secolo. L'ottimo Jack Oakie, nei panni del falso veggente italiano Cigolini (che nell'edizione nostrana diventa rumeno), fornisce il necessario comic relief, mentre Linda Darnell è la sua affascinante nipote, della quale il protagonista si innamora. I temi universali della pellicola (il desiderio di conoscere il futuro, i pericoli a esso collegati, l'impossibilità di sfuggire al proprio destino) la rendono piacevole e accattivante anche a distanza di tempo. Il film ha ispirato, fra le altre cose, un bell'albo di Dylan Dog (il numero 40, "Accadde domani").

Calamari wrestler (M. Kawasaki, 2004)

Calamari wrestler (Ika resuraa)
di Minoru Kawasaki – Giappone 2004
con Osamu Nishimura, Kana Ishida
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli, con Monica, Roberto, Marco ed Elena.

Il giovane lottatore Taguchi ha appena conquistato il titolo nazionale della federazione Super Japan Pro Wrestling, quando all'improvviso sul ring sale un... calamaro gigante che lo sfida e gli strappa la cintura! Comincia da qui un film che sembrerebbe seguire il classico schema delle pellicole sportive (allenamenti, sfide, rivincite, momenti di difficoltà e vittoria finale) se non fosse per la demenziale trovata di metterci un cefalopode come protagonista. Il bello è che tutti i personaggi, a parte un primo attimo di sbigottimento, accettano la cosa senza particolari problemi ("È un preconcetto delle menti mediocri pensare che i calamari possano vivere solo in acqua"): e dunque vediamo il calamaro che viene intervistato dai giornalisti, che va a fare la spesa, che si allena (in un tempio buddista!) e che ha una storia d'amore con una ragazza che ha riconosciuto in lui il suo ex fidanzato, con tanto di momenti strazianti e strappalacrime. L'invertebrato, dall'aspetto tenero e incazzoso allo stesso tempo, è interpretato da un attore in un evidente costume di gomma (una lunga tradizione del cinema nipponico, per fortuna – a quanto pare – non accantonata con l'arrivo delle tecniche digitali), e lo stesso vale per i suoi successivi rivali, un lottatore-piovra e un pugile-crostaceo. Girato con pochi mezzi e ancor meno senso del ridicolo, è naturalmente un film da gustare a cervello spento, senza badare alla qualità di regia e recitazione e senza spirito critico (uno dei personaggi, a proposito di un plot twist nel finale, ha persino il coraggio di commentare "È difficile da spiegare razionalmente"). Oltre che ai fan del cinema trash, ha tutto per piacere anche agli appassionati di wrestling, del quale non è solo una parodia ma anche un sentito omaggio: nel personaggio di Godozan, per esempio, si può riconoscere il leggendario Rikidozan, la prima star nipponica della disciplina. Lo stesso regista ha realizzato in seguito altri film su animali umanizzati (un genere in cui si può inserire, volendo, anche "Porco rosso"), come "Executive Koala" o "Crab Goalkeeper".

21 luglio 2009

L'isola misteriosa (Cy Endfield, 1961)

L'isola misteriosa (Mysterious Island)
di Cy Endfield – USA/GB 1961
con Michael Craig, Herbert Lom
**1/2

Visto in divx.

Durante la guerra civile americana, cinque uomini (tre soldati nordisti, uno sudista e un corrispondente di guerra, in fuga da un campo di prigionia confederato a bordo di un pallone aerostatico) e due donne (nobili inglesi scampate a un naufragio) si ritrovano su una misteriosa isola vulcanica, caratterizzata da una natura mostruosa e abitata da creature di dimensioni abnormi. I protagonisti si adattano lentamente a una vita da Robinson Crusoe: dimenticano le passate divergenze, affrontano granchi, polli preistorici, api e piovre giganti, e fanno infine la conoscenza del Capitano Nemo, che si è rifugiato con il Nautilus in una grotta sottomarina... Se la fedeltà al celebre romanzo di Jules Verne (il terzo della trilogia comprendente anche "I figli del capitano Grant" e "Ventimila leghe sotto i mari") non è sempre garantita, lo è però il divertimento, visto che la pellicola può contare su un ritmo senza soste, su una bellissima ambientazione e soprattutto sui superbi effetti speciali di Ray Harryhausen, che anima a passo uno e con la consueta abilità tutta una serie di animali giganti (senza dimenticare scene spettacolari come l'affondamento della nave pirata, il crollo della città sottomarina e l'eruzione vulcanica). Anche il cast, dove spicca Lom nei panni del Capitano Nemo, non delude, così come la regia di Cy "Zulu" Endfield.

20 luglio 2009

Grido di pietra (W. Herzog, 1991)

Grido di pietra (Schrei aus Stein)
di Werner Herzog – Germania/Francia/Canada 1991
con Vittorio Mezzogiorno, Donald Sutherland
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Uno spregiudicato giornalista sportivo (Sutherland) organizza una sfida fra uno scontroso e affermato alpinista, che ha già conquistato tutti gli "ottomila", e un giovane arrampicatore acrobatico: quale dei due raggiungerà per primo l'inaccessibile vetta del Cerro Torre, in Patagonia? Basandosi su un'idea di Reinhold Messner (ispirata a sua volta alla supposta ascensione compiuta da Cesare Maestri nel 1959), Herzog realizza un interessante film che, se da un lato può contare su un'affascinante ambientazione (è stato girato nei luoghi reali), dall'altro presenta alcuni punti deboli nel ritmo e nella sceneggiatura (è l'unica pellicola di finzione di Herzog che il regista non ha scritto personalmente: anche per questo motivo ha confessato di non "sentire" il film come suo). Rispetto alla prima volta che l'avevo visto, diversi anni fa, questa volta comunque mi è piaciuto di più e ho apprezzato l'atmosfera di attesa e la lunga preparazione – anche mentale – prima della scalata. Gli manca forse un personaggio folle, ambizioso e visionario come quelli interpretati da Klaus Kinski: non a caso, più che il protagonista "Roccia" Hinerkofler (un Mezzogiorno arcigno e solitario), quello che rimane maggiormente impresso è il vagabondo (interpretato da Brad Dourif) sciroccato e innamorato di Mae West che afferma di essere già salito in cima alla montagna, da lui battezzata "Mangiadita" perché durante la scalata ha perso quattro dita della mano destra. La presenza di una donna contesa fra i due scalatori (la bella Mathilda May), può invece spingere a considerare il film come una versione alpinistica de “Il grande blu” di Luc Besson.

18 luglio 2009

Una gallina nel vento (Y. Ozu, 1948)

Una gallina nel vento (Kaze no naka no mendori)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1948
con Kinuyo Tanaka, Shuji Sano
***

Visto in DVD, in originale con sottitoli (registrato da "Fuori Orario").

La guerra è finita da qualche anno ma Shuji, il marito della giovane Tokiko, risulta ancora disperso. La ragazza vive con il figlioletto Hiroshi in una stanza in affitto, e deve fare i conti con la crisi economica e la cronica mancanza di risorse. Quando il bambino si ammala di colite, pur di racimolare il denaro necessario al suo ricovero Tokiko è costretta ad accettare una proposta della tenutaria Orie e di prostituirsi per una sera nella sua casa. Pochi giorni dopo il marito ritorna: dopo l'iniziale felicità, Tokiko non può fare a meno di confessargli la propria colpa. Inizialmente Shuji reagisce male e, pur comprendendo le ragioni della moglie, si dimostra incapace di perdonarla; ma dopo aver fatto visita alla casa di appuntamenti di Orie e aver conosciuto un'altra ragazza, Fusako, anch'essa costretta dalla povertà a vendere il proprio corpo, inizia a cambiare atteggiamento. Dopo un aspro confronto, i due coniugi decidono di mettere una pietra sul passato.

La seconda pellicola girata da Ozu nel dopoguerra è un melodramma piuttosto atipico per lui, colma com'è di situazioni aspre e di scene forti (per esempio il litigio fra Shuji e Tokiko nel quale l'uomo spinge la donna giù dalle scale, forse la sequenza più "violenta" mai apparsa in un film del regista giapponese). Forse questo si spiega con il fatto che non si tratta di una sceneggiatura originale ma di un adattamento da un romanzo di Shiga Naoya, il cui intreccio peraltro è stato ridotto all'osso. Risulta chiaro, comunque, il messaggio che Ozu rivolge a un paese ancora scosso dalla conclusione della guerra: meglio dimenticare gli errori del passato e cominciare a pensare seriamente al futuro e alla ricostruzione, una filosofia in linea con quella dell'accettazione serena del proprio destino che diventerà sempre più il cardine delle opere del regista. Molto bello, come sempre, lo scenario che circonda i personaggi, in questo caso composto da baracche di legno sovrastate da un immenso acquedotto e dalle molte gru che testimoniano dei numerosi cantieri aperti in città. Fra le scene migliori c'è quella di Shuji nella casa di appuntamenti in compagnia di Fusako, mentre dalle finestre aperte giungono i canti innocenti degli alunni di una scuola elementare. La pellicola appare quasi divisa in due parti: la prima, incentrata esclusivamente su Tokiko, è dominata da toni cupi e da una fotografia scura; la seconda, dove la macchina da presa segue invece prevalentemente Shuji, è più illuminata e contrastata. In ogni caso si tratta di un film minore e "di passaggio": dalla pellicola successiva, "Tarda primavera", comincerà la collaborazione fissa con lo sceneggiatore Kogo Noda e l'ultima fase della carriera di Ozu, forse meno acclamata nell'immediato (d'altronde anche in Giappone stava per esplodere la nouvelle vague) ma oggi più celebre e rinomata.

17 luglio 2009

Il chi è di un inquilino (Y. Ozu, 1947)

Il chi è di un inquilino (Nagaya shinshiroku)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1947
con Choko Iida, Hohi Aoki
***

Visto in DVD, con Marisa, in originale con sottitoli (registrato da "Fuori Orario").

È il primo film realizzato da Ozu dopo la guerra. Nel 1942, al termine della lavorazione di "C'era un padre", il regista aveva subito messo in cantiere una serie di progetti legati al tema bellico, senza però superare mai la fase della sceneggiatura. E nel 1943 era stato nuovamente arruolato e inviato a Singapore con il compito di realizzare una pellicola di propaganda (da lui stesso distrutta nel 1945, all'arrivo delle truppe britanniche). Tornato in patria solo nel 1946 dopo aver trascorso alcuni mesi in un campo di prigionia inglese, si rimise al lavoro realizzando questo film, che stilisticamente non sembra molto diverso da quelli precedenti, anche se il clima post-bellico traspare in maniera evidente dall'ambientazione nel quale si svolge la vicenda, fra piccoli artigiani che si adattano a qualsiasi lavoretto pur di sopravvivere e orde di ragazzini orfani o abbandonati che si radunano lungo i fiumi o (come nella scena finale del film) al parco di Ueno, attorno alla celebre statua di Saigo Takamori. Al centro della pellicola c'è proprio un bambino che un uomo, impietosito, trova per strada e porta con sé nel quartiere dove abita, sperando di trovare qualcuno che se ne prenda cura. Nessuno pare però aver voglia di ospitarlo, e alla fine il ragazzino viene sistemato in casa di Otane, un'anziana vedova che lo accoglie malamente e non vede l'ora di sbarazzarsene. Pian piano però la donna comincia ad affezionarsi al bimbo, che risveglia in lei istinti materni. Proprio quando ormai si immagina una vita lunga e felice al suo fianco, il padre si rifà vivo: il bambino non era stato abbandonato ma si era soltanto smarrito. Nonostante la cornice possa sembrare drammatica e (neo)realista, i toni sono leggeri, a tratti persino umoristici, e movimentano una trama forse un po' prevedibile. Da sottolineare alcune sequenze girate in esterni e in campo lungo: su tutte, quella in cui Otane e il bimbo (che non ha nome: Otane e gli altri adulti lo chiamano semplicemente "bambino") camminano lungo la spiaggia, con lei che cerca ripetutamente di cacciarlo via come se fosse un animale. Il piccolo è una versione più semplice e innocente dei protagonisti di precedenti pellicole di Ozu, come quelli interpretati da "Tokkan Kozo" (Tomio Aoki). Il film è noto anche con i titoli "Note di un inquilino galantuomo" e "Rendiconto di un buon inquilino".

16 luglio 2009

Il settimo viaggio di Sinbad (N. Juran, 1958)

Il settimo viaggio di Sinbad (The 7th Voyage of Sinbad)
di Nathan Juran – USA 1958
con Kerwin Mathews, Torin Thatcher, Kathryn Grant
**1/2

Visto in divx.

La graziosa principessa Parisa, promessa sposa di Sinbad, è stata rimpicciolita dal perfido mago Sokurah: per farla tornare alle sue dimensioni originali, il coraggioso eroe è costretto a recarsi su un'isola abitata da mostruosi e colossali ciclopi. Liberamente ispirato ai racconti de "Le mille e una notte" (ci sono lampade magiche con tanto di genio, giganteschi uccelli Roc e diversi altri mostri o incantesimi), questo film d'avventura è uno dei migliori esempi dell'arte del grande animatore Ray Harryhausen, alla sua prima pellicola a colori, che dà vita a tutta una serie di mostri (oltre al ciclope spiccano una magnifica donna-serpente e un gigantesco drago incatenato a guardia del castello del mago) e di effetti speciali (la principessa miniaturizzata, le lisergiche apparizioni del genio, Sinbad che combatte contro uno scheletro in una scena che verrà poi sviluppata e ampliata ne "Gli argonauti") che, pur nella loro irrealisticità (peraltro voluta: lo scopo era quello di meravigliare lo spettatore, non di confondergli le idee), strappano ammirazione e meraviglia. Diversi episodi sembrano richiamare le avventure di Ulisse (i ciclopi, la necessità di tapparsi le orecchie per non sentire il richiamo dei demoni che fanno naufragare le navi), mentre con ogni probabilità la pellicola ha costituito una notevole fonte di divertimento e di ispirazione per il giovane Peter Jackson (che si è ricordato dell'aspetto visivo delle grotte sotterranee, dei ponti di pietra, della lampada che precipita nel fiume di lava, e dell'isola popolata di mostri al momento di girare "Il Signore degli Anelli" e "King Kong"). Nel complesso il film è sicuramente uno dei più piacevoli del suo genere, forse ingenuo ma dal ritmo serrato e senza tempi morti, divertente anche perché non pretenzioso nonostante le notevoli ambizioni dal punto di vista tecnico. Buona anche la colonna sonora di Bernard Herrmann. La parte ambientata a Bagdad, con i suoi colori da favola, mi ha ricordato a tratti il quasi contemporaneo dittico indiano di Fritz Lang (anche la scena in cui il mago si esibisce davanti al vizir lanciando un incantesimo sulla dama di compagnia della principessa è simile a quella analoga con il fachiro che si vedrà ne "La tigre di Eschnapur").

15 luglio 2009

Hand of death (John Woo, 1976)

Hand of death (Shao Lin men)
di John Woo – Hong Kong 1976
con Dorian Tan, James Tien
**

Rivisto in VHS, in inglese.

Un discepolo del tempio di Shaolin, perseguitato dai Manchu insieme ai suoi compagni dopo la distruzione del monastero, parte in missione per vendicarsi di un perfido traditore passato al nemico. Lungo la strada troverà alcuni alleati, fra i quali un giovane fabbro (Jackie Chan) e uno spadaccino vagabondo (Paul Chang). Per molti versi un ordinario gongfupian vecchio stile, il film è degno di nota non soltanto per la regia di John Woo – ai tempi ancora lontano dal diventare il guru dell'heroic bloodshed – ma anche per la presenza contemporanea dei "tre fratelli" Jackie Chan, Sammo Hung e Yuen Biao in ruoli minori: Sammo, in particolare, spicca come uno degli sgherri del cattivo, con tanto di grossolana dentatura finta; Yuen Biao, oltre a fare lo stuntman, è invece il soldato che viene trafitto da una freccia, mentre Woo stesso compare nel ruolo del giovane studioso che gli eroi devono portare in salvo. La pellicola è di impostazione piuttosto tradizionale ma si lascia guardare con piacere grazie anche ai numerosi combattimenti (coreografati da Sammo Hung) che, pur nello stile "rigido" dei film degli Shaw Brothers, vivacizzano soprattutto la parte finale. Da sottolineare anche il tema musicale, molto ritmato, di Joseph Koo (il futuro compositore della colonna sonora di "A better tomorrow"). Il protagonista (Dorian Tan) è abbastanza anonimo, non male invece il cattivo (James Tien). Il film è noto anche con il titolo "Countdown in kung fu".

14 luglio 2009

Coraline e la porta magica (H. Selick, 2009)

Coraline e la porta magica (Coraline)
di Henry Selick – USA 2009
animazione a passo uno
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Giovanni.

Coraline, spigliata bambina dai capelli azzurri, si trasferisce con la famiglia in una vetusta dimora su una collina isolata e fangosa. La casa, i dintorni e i vicini sono grigi e noiosi, mentre i genitori sembrano avere ben poco tempo da dedicarle. Attraverso una misteriosa porticina sul muro, però, la ragazzina scopre però un passaggio verso un'altra dimensione dove le persone hanno bottoni al posto degli occhi e – soprattutto – ogni cosa appare più accattivante e colorata: i suoi "altri" genitori, per esempio, sono premurosi e vivaci, e tutti sembrano farsi in quattro per intrattenerla e farla divertire. Dietro tante meraviglie, tuttavia, si nasconde una trappola, e il sogno si tramuta presto in un incubo angosciante... Una gradevole fiaba dark e visionaria, diretta dal regista di "Nightmare before Christmas" (ormai un vero specialista dell'animazione di pupazzi a passo uno), tratta da un racconto di Neil Gaiman (l'autore di "Sandman") e ovviamente ispirata ad "Alice nel paese delle meraviglie" (c'è persino un gatto che svanisce dietro i rami degli alberi!), con il grande pregio di essere uno dei rari prodotti fantasy-horror di qualità rivolto a un pubblico infantile, grazie al giusto dosaggio di elementi terrorizzanti e meravigliosi, anche se a tratti forse un po' noiosetta per un adulto abituato a sviluppi più complessi e meno prevedibili. Bello il character design, affascinanti gli scenari (l'aspetto visivo è senza dubbio la cosa migliore del film) e ottima l'animazione, mentre sul 3D (l'ho visto con i famigerati "occhialini") c'è da fare un discorso a parte.

L'effetto tridimensionale non mi è sembrato aggiungere granché al film, che probabilmente mi sarebbe piaciuto allo stesso modo (se non di più!) anche nella versione in 2D. In effetti sono piuttosto scettico su questa tecnologia, che continuo a reputare sopravvalutata, non necessaria e poco coinvolgente, oltre che – in certi casi – persino fastidiosa. E fra l'altro non ho notato particolari miglioramenti tecnologici rispetto al passato. Certo, la tridimensionalità degli ambienti può aggiungere qualcosina a film incentrati solo sull'azione e l'avventura (l'effetto è quello di trovarsi all'interno di un'attrazione di un parco di divertimenti), ma non può che avere una minimissima parte nella buona riuscita o meno di una pellicola, la quale continuerà a dipendere soprattutto dai contenuti, dalla storia e dai personaggi. Per capire se si tratta di uno strumento utile anche alla creatività degli autori, e non solo agli interessi dei produttori e degli addetti del marketing, bisognerà probabilmente attendere – a fine anno – il primo film in 3D di un grande regista, vale a dire "Avatar" di James Cameron, e vedere l'uso che ne farà lui.

11 luglio 2009

Legittima difesa (H.-G. Clouzot, 1947)

Legittima difesa (Quai des Orfèvres)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1947
con Bernard Blier, Suzy Delair
***1/2

Visto in divx, con Marisa.

Il timido ma gelosissimo Maurice non sopporta che la provocante moglie Jenny accetti le avance dell'anziano, ricco e viscido Brignon, e minaccia in pubblico di ucciderlo. Si procura maldestramente un alibi e si reca in casa dell'uomo, convinto di trovarlo in compagnia della moglie: invece il vecchio è già stato ucciso. Un ostinato poliziotto, naturalmente, sospetterà proprio di lui. Girato dopo alcuni anni di ostracismo perché il suo film precedente, "Il corvo", era stato accusato di propaganda antifrancese e antiborghese (era stato prodotto durante l'occupazione tedesca), questo lungometraggio dai toni noir (ma non mancano tocchi di commedia e di tragedia, abilmente dosati e conditi con uno stile secco ed essenziale) dà l'opportunità a Clouzot di difendersi direttamente sullo schermo, mostrando come accuse e giudizi troppo frettolosi possano rivelarsi ingannevoli. Straordinaria la caratterizzazione dei personaggi, tutti dotati di lati oscuri o moralmente ambigui: dal pianista Maurice, timido ma vendicativo, alla cantante Jenny, esuberante e disinibita; dall'ispettore Antoine (Louis Jouvet), caparbio e con un figlioletto di colore a carico "portato dalle colonie, insieme alla malaria", alla fotografa Dora (Simone Renant), amica dei coniugi e segretamente lesbica. Ma lo stesso vale per gli scenari e gli ambienti dove si muovono i protagonisti: il mondo dell'editoria musicale e quello del teatro d'avanspettacolo, la società rispettabile e quella più malfamata, l'ambiente sordido delle fotografie erotiche e quello severo e burocratico della procura vengono ritratti senza sconti, con tutta la loro misoginia, il grigiore, le contraddizioni e le ipocrisie. Eppure gli stessi mondi sono anche pieni di uomini e donne sensibili e profondi, che si amano, si odiano, si tradiscono e si proteggono a vicenda, intrappolati in ruoli sociali (il marito e la moglie, l'amante e l'amica, il padre e il figlio, il poliziotto e l'indagato) che spesso stanno loro un po' stretti. Se "Il corvo" e "I diabolici" avevano forse maggior suspense, "Legittima difesa" è sicuramente il film di Clouzot dove la sua descrizione dell'umanità raggiunge i livelli più alti.

8 luglio 2009

Tutti i battiti del mio cuore (J. Audiard, 2005)

Tutti i battiti del mio cuore (De battre mon coeur s'est arrêté)
di Jacques Audiard – Francia 2005
con Romain Duris, Niels Arestrup
***

Visto in divx, con Marisa.

Il giovane Tom Seyr è uno scontroso speculatore edilizio senza scrupoli, che non si fa problemi a compiere violente incursioni notturne per "liberare" gli appartamenti che gli interessano dagli occupanti abusivi. Ma il suo stile di vita cambia improvvisamente quando gli si prospetta la possibilità di fare un audizione come pianista: l'amore per la musica classica, trasmessogli dalla madre scomparsa (che era una concertista), torna così a far capolino, anche se sembra difficile conciliarlo non solo con gli impegni di "lavoro" ma anche con i tanti problemi di natura personale che lo affliggono: aiutare il suo problematico padre a chiudere i conti in sospeso con un losco trafficante russo, e coprire le scappatelle coniugali di un suo socio, della cui moglie è segretamente innamorato. Un gran bel film sul potere salvifico dell'arte (della musica, nella fattispecie), che – come ne "Le vite degli altri" – si rivela capace di stimolare una crescita interiore e di portare luce e umanità anche nelle esistenze più squallide e disperate. Al terzo film di Audiard che vedo (dopo "Sulle mie labbra" e "Un prophète"), mi sembra ormai evidente quanto il regista sia particolarmente interessato – oltre che ai temi fondamentali della redenzione e del cambiamento – a quello del linguaggio e della ricerca di un idioma comune in grado di superare le barriere etniche o sociali (belle, per esempio, le sequenze in cui Tom prende lezioni di pianoforte dall'insegnante cinese, con la quale non è in grado di scambiare che pochissime parole e con cui comunica – oltre che con la musica – attraverso gli stati d'animo). Duris offre una memorabile e intensa interpretazione, mentre Audiard dirige con eleganza e fermezza, confermandosi un regista estremamente interessante anche se poco prolifico. Curiosamente anche suo padre Michel Audiard era un regista, e questo spiegherebbe come mai nei suoi lavori le relazioni fra padri e figli (reali o "adottivi") siano così importanti. Il ritratto psicologico del protagonista è assai curato e la macchina da presa, di fatto, non lo abbandona per un solo istante, senza però che questo vada a discapito della partecipazione o del coinvolgimento emotivo dello spettatore. Alcune note: il film sarebbe ispirato a una pellicola americana con Harvey Keitel, "Rapsodia per un killer" ("Fingers", 1978) di James Toback; i brani al pianoforte che si sentono nel film (in particolare la toccata in mi minore di J. S. Bach) sono stati eseguiti dalla sorella del protagonista, la concertista Caroline Duris.

7 luglio 2009

Come Dio comanda (G. Salvatores, 2008)

Come Dio comanda
di Gabriele Salvatores – Italia 2008
con Alvaro Caleca, Filippo Timi
**

Visto in divx, con Marisa.

Il quattordicenne Cristiano cresce – fra amore e rabbia – nell'amicizia e nel culto del padre neonazista (della madre non ci viene detto nulla), del quale assorbe le idee e gli insegnamenti: scrive così in un tema scolastico la sua ammirazione per Adolf Hitler (senza consegnarlo all'insegnante, però), si appassiona alle armi da fuoco, si dimostra incline alla violenza, manifesta odio verso "neri, ebrei, froci e immigrati" e condivide con il genitore persino l'introversione e l'isolamento. Se il padre ha infatti come unico amico Quattroformaggi, un ritardato mentale che un tempo era suo collega di lavoro, anche il figlio rifugge a scuola da ogni amicizia. Ma quando, in una notte di pioggia, il ragazzo trova l'uomo in coma in mezzo ai boschi con il cadavere di una ragazza violentata al suo fianco, non può che pensare che il colpevole del delitto sia proprio lui. Eppure nasconde accuratamente le prove, occulta il cadavere e ripulisce il padre prima di portarlo in ospedale. Quando scoprirà che invece il genitore era innocente, il sollievo sarà grande. La catartica scena finale, in cui il figlio confessa al padre (che ritiene ancora privo di conoscenza, ma non lo è) tutti i sensi di colpa per averlo "naturalmente" ritenuto un criminale, acquista un particolare valore liberatorio, come testimoniano le lacrime di entrambi. Proprio la conclusione dona significato e accresce il valore di un film che per il resto, durante la visione, non mi è sembrato particolarmente efficace, anche perché molti aspetti dei protagonisti e della trama sono davvero poco credibili, a partire dalla loro natura di fascisti in segreto ("Le cose che ci diciamo non le devi dire a nessuno!", dice il padre al figlio) e dalle contraddizioni di un Timi che da un lato manifesta odio verso gli immigrati e gli sfruttati, dall'altra se la prende con gli arricchiti (l'uomo con il SUV) e i "padroni" (il proprietario della cava). La parte centrale, quella che si svolge di notte sotto la pioggia, è poi eccessivamente lunga, noiosa e confusa. Buoni gli attori, compreso Elio Germano nella parte di Quattroformaggi, mentre è odioso il personaggio dell'assistente sociale interpretato da Fabio De Luigi. Il film è tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti, che ha collaborato alla sceneggiatura.

6 luglio 2009

La rimpatriata (D. Damiani, 1963)

La rimpatriata
di Damiano Damiani – Italia 1963
con Walter Chiari, Francisco Rabal
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Cinque amici quasi quarantenni si ritrovano nella Milano del boom economico (ma c'è già chi dice "qui costruiscono, costruiscono, ma il miracolo economico è già finito, ce ne accorgeremo..."): quattro di loro hanno fatto fortuna (avvocati, medici, imprenditori edili), mentre il quinto, Cesare, lavora in un piccolo cinema di periferia. Eppure è proprio a lui, eterno fanciullo e da sempre il collante del gruppo, che gli altri si rivolgono per trascorrere insieme una serata spensierata. "Il Cesarino", infatti, ha la fama di abile intrattenitore e procacciatore di ragazze, e l'intento del gruppo è proprio quello di trovare della compagnia femminile e di divertirsi – per una volta – stando lontano dalle mogli asfissianti e dalle preoccupazioni lavorative. Dietro le battute e gli scherzi di un tempo, si nascondono però insoddisfazioni e frustrazioni. Tutte le grandi amicizie nascondono vittime e scheletri nell'armadio, e ogni personaggio si ritroverà a fare i conti con sé stesso e con il mondo che lo circonda. Un bel film ambientato "tutto in una notte", semisconosciuto e da riscoprire, che anticipa pellicole come "Il grande freddo" e che funziona molto bene grazie alla sceneggiatura in continuo movimento e alle ottime prove degli attori (che vengono un po' da tutta Europa: oltre al buñueliano Rabal, gli altri "amici" sono Paul Guers, Riccardo Garrone e Mino Guerrini, mentre le donne sono Letícia Román, Dominique Boschero, Mimma Di Terlizzi, Tiziana Frada e Jacqueline Pierreux; c'è anche una parte piccola ma significativa per Gastone Moschin, ma naturalmente il mattatore resta Walter Chiari, che interpreta praticamente sé stesso aggiungendo però molta tristezza al suo istrionismo). La carriera di Damiano Damiani, autore di diversi film "impegnati" negli anni '60 e '70, si è praticamente conclusa con la prima miniserie tv "La piovra". Recentemente è caduto piuttosto in basso, visto che ha fatto quasi solo fiction televisive e soprattutto ha diretto il film più brutto che io abbia visto in vita mia, "Alex l'ariete" (e non capisco come un regista con un briciolo di dignità non abbia deciso di firmarlo con uno pseudonimo).

Young tiger (Zhu Mu, 1973)

Young tiger, aka Police woman (Ru jing cha)
di Zhu Mu – Hong Kong 1973
con Charlie Chin, Yuen Qiu
*

Visto in VHS, in inglese.

Questo film (noto anche come "Rumble in Hong Kong") viene spesso pubblicizzato come un film di Jackie Chan. E in effetti, a differenza del contemporaneo e quasi omonimo "The young tiger" di cui ho scritto un mesetto fa, il buon Jackie è sì presente ma non è affatto il protagonista della pellicola: è anzi l'antagonista, per la precisione il principale sgherro di una gang di criminali. Con tanto di gigantesco finto neo che gli sfregia il volto (una caratteristica fisica tipica dei "cattivi" dei film di Hong Kong), commette ogni sorta di nefandezza e perseguita un tassista per recuperare una borsa (contenente foto compromettenti) che una ragazza ha lasciato nella sua vettura prima di morire. Ma il tassista si alleerà con una donna poliziotto, sorella della vittima, per sgominare la banda. Anonimo, noioso, recitato male e a tratti ridicolo, il film ha ben pochi motivi di interesse: persino i combattimenti non sono nulla di speciale, con Jackie che deve trattenere i propri colpi per farsi sconfiggere facilmente dall'eroe. La versione che ho visto era doppiata in maniera pedestre (lo spezzone in cui il capo della gang spiega i suoi piani è stato addirittura lasciato in cantonese!) ed era pure in full screen.

5 luglio 2009

Little Odessa (James Gray, 1994)

Little Odessa (id.)
di James Gray – USA 1994
con Tim Roth, Edward Furlong
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Nonostante "I padroni della notte" non mi fosse piaciuto particolarmente, il magnifico "Two Lovers" mi ha spinto a recuperare i precedenti film di Gray, a cominciare da questo primo lungometraggio, ambientato (come praticamente tutti i suoi lavori) nel microcosmo degli ebrei di origine russa trapiantati a New York. Tanto nello stile quanto nei contenuti la pellicola mostra già molte caratteristiche dei lavori successivi, a cominciare dall'attenzione verso le relazioni famigliari. Il protagonista è Joshua, un spietato killer che viene incaricato di eliminare un uomo a Little Odessa, il quartiere di Brooklyn dov'era cresciuto e che ha abbandonato da tempo. Tornatovi clandestinamente (il boss locale, infatti, gli ha giurato vendetta perché ha ucciso suo figlio), Josh rientra così in contatto con i membri della propria famiglia che non vedeva da anni: il padre (Maximilian Schell), con il quale ha un difficile rapporto; la madre (Vanessa Redgrave, un po' sprecata), in fin di vita per un tumore al cervello; e soprattutto il fratello minore Reuben (Furlong, che quattro anni dopo avrebbe interpretato un ruolo simile in "American History X"), cui è invece legato da una forte amicizia fatta di ammirazione e rispetto reciproco. Grazie anche a una buona regia e a una fotografia scura e ombrosa, il film riesce a fondere abilmente i contrasti esistenziali fra i personaggi con la sottotrama criminale, che non viene eccessivamente drammatizzata. Ma i toni cupi e il ritmo blando sono esacerbati da un finale senza speranza, forse un po' troppo pessimista e affrettato. Ottimo Tim Roth, più misurato del solito.

4 luglio 2009

Ho sposato una strega (R. Clair, 1942)

Ho sposato una strega (I married a witch)
di René Clair – USA 1942
con Fredric March, Veronica Lake
**

Visto in DVD, con Martin.

Reincarnatasi dopo 270 anni, una strega vorrebbe tormentare il discendente del puritano che l'aveva fatta bruciare sul rogo: ma per sbaglio è lei stessa a bere il filtro d'amore destinato a lui e ad innamorarsene... Il secondo film americano di Clair è una commedia romantica condita da elementi fantastici: ma anche se alcune situazioni e alcuni tormentoni sono divertenti (come l'interminabile matrimonio del protagonista, continuamente interrotto, o il suo trionfo alle elezioni da governatore dove riceve il 100% dei voti – anche quello del suo avversario! - a causa delle magie di lei), la pellicola nel complesso mi è parsa deboluccia, con una trama esile e scontata e soprattutto personaggi assai superficiali. Nonostante la bellezza della Lake, che in questo film sfoggia (per la prima volta?) la celebre pettinatura che le copre l'occhio destro, anche il lato romantico della vicenda lascia un po' a desiderare: lei si innamora perché beve il filtro, lui... non si sa bene perché, visto che cambia atteggiamento nei suoi confronti da un momento all'altro, senza spiegazioni. Fra i due attori, inoltre, sembra esserci poca alchimia o affiatamento: pare infatti che sul set si sopportassero a malapena. La regia di Clair non aggiunge nulla di particolare, così come gli effetti speciali decisamente artigianali (per lo più sovrimpressioni e sbuffi di fumo).

3 luglio 2009

After life (Hirokazu Koreeda, 1998)

After life (Wandaafuru raifu)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 1998
con Arata, Erika Oda
***1/2

Rivisto in VHS, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Tutte le persone, non appena muoiono, si ritrovano per una settimana in un edificio, dove – con l'aiuto di alcuni "consiglieri" – devono scegliere un ricordo particolarmente felice fra tutti quelli della propria vita. Tale episodio verrà "ricostruito" e filmato su un set cinematografico: solo a quel punto le anime potranno "proseguire", dimenticando ogni cosa e portando con sé solo quel determinato ricordo. Un soggetto bizzarro e un'ambientazione che può ricordare un episodio di "Ai confini della realtà" per un film nel quale gli elementi soprannaturali sono raccontati come se si trattasse di qualcosa di assolutamente normale, con uno stile a volte addirittura da documentario: a una lunga serie di interviste ai defunti segue la difficile fase della scelta e della ricostruzione dei loro ricordi (con scene che ricordano quelle dei "making of" di un film). Il luogo dove si svolge la vicenda ha l'aspetto di una struttura statale o scolastica in disuso e un po' trasandata; l'intera procedura è assai burocratica, con tanto di scadenze fisse; la ricostruzione cinematografica dei ricordi – scenografie ed effetti visivi compresi – è decisamente artigianale (niente computer graphics!); e per chi è indeciso nella scelta ci sono a disposizione le videocassette che contengono tutti i momenti della propria vita (un anno in ogni nastro!). Il ruolo degli consiglieri è simile a quello di uno psicanalista che aiuta il paziente a scavare nella propria memoria per identificare gli episodi che meritano di essere ricordati. Più tardi si scoprirà che questi stessi addetti – ognuno con la propria storia – vengono reclutati fra coloro che non hanno saputo (o voluto) scegliere e che pertanto non sono stati in grado di "partire". Particolarmente curioso e significativo è il parallelo fra il cinema e la memoria (i defunti possano abbandonare definitivamente questo mondo solo dopo aver visionato il loro ricordo trasposto su pellicola). Tra riflessioni sulla vita, la morte, i ricordi e la perdita, ci si ritrova naturalmente a pensare cosa faremmo se ci trovassimo nella stessa situazione dei personaggi, a quale ricordo ci attaccheremmo, sapendo che sarebbe poi l'unica cosa che rimarrebbe di noi...