17 giugno 2007

Après lui (Gaël Morel, 2007)

Après lui
di Gaël Morel – Francia 2007
con Catherine Deneuve, Thomas Dumerchez
*

Visto all'Auditorium San Fedele, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Dopo la morte del figlio in un incidente stradale, una madre comincia a frequentare (e a tampinare in maniera ossessiva) l'amico che era alla guida dell'automobile, considerandolo come un sostituito del figlio che ha perso. Un personaggio cretino, incapace di elaborare il lutto, in un film orrendo, privo di stile e di intensità, il peggiore finora di tutta la rassegna. Pianti ostentati, scene madri da fiction televisiva, personaggi che si comportano in maniera idiota, un finale senza alcun significato: il confronto con altre pellicole che partono da spunti simili, come "Tutto su mia madre" o "La stanza del figlio" (al quale ruba persino una sequenza, quella dell'amica del figlio che viene a trovarlo dall'estero senza sapere che è morto), è impietoso. La Deneuve è completamente fuori parte: lei, tanto fredda e algida, viene costretta a interpretare una donna che sembra uscita da una telenovela. Il regista ha scritto la sceneggiatura insieme a Christophe Honoré, già autore dell'orribile "Dans Paris": un nome da tener d'occhio per evitarlo come la peste.

La question humaine (N. Klotz, 2007)

La question humaine
di Nicolas Klotz – Francia 2007
con Mathieu Amalric, Michael Lonsdale
*1/2

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Allo psicologo aziendale di una multinazionale, già incaricato di valutare le caratteristiche dei dipendenti in vista di una forte riduzione del personale, viene chiesto di indagare sulla sanità mentale del direttore generale di una filiale: il suo comportamento bizzarro e paranoico, che in un primo tempo sembra legato a un quartetto d'archi di cui faceva parte in gioventù, dipende in realtà da alcune lettere anonime che accusano suo padre di essere stato responsabile di un campo di concentramento nazista. Il film prosegue con un forte e azzardato parallelo fra i licenziamenti nelle aziende (le "ristrutturazioni") – che prevedono l'eradicamento di tutti gli impiegati giudicati inadatti al lavoro – e le stragi delle SS nei confronti di coloro giudicati inadatti alla società. C'è persino un personaggio che sostiene che le feste aziendali assomiglino a "sepolture collettive". Temi interessanti, è vero (c'è anche un'accusa al linguaggio da ingegnere, "freddo" e "tecnico", che viene usato sia dai dirigenti aziendali sia dai nazisti nei confronti degli esseri umani), ma trattati in maniera pesante e noiosa. Oltre metà del film (che dura quasi due ore e mezza!) trascorre prima che si giunga al punto centrale e che lo spettatore inizi a capire di che cosa tratti la vicenda. Una pellicola ambiziosa che non coinvolge e che stanca quasi subito. Il protagonista è lo stesso de "Lo scafandro e la farfalla".

16 giugno 2007

Ai confini del paradiso (F. Akin, 2007)

Ai confini del paradiso (Auf der anderen Seite)
di Fatih Akin – Germania/Turchia 2007
con Baki Davrak, Nurgul Yesilcay
***

Visto al cinema Anteo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Quando il suo anziano padre sessuomane uccide accidentalmente una prostituta, un professore turco che insegna tedesco ad Amburgo torna a vivere in patria in cerca della figlia della donna. Costei però è una terrorista di sinistra che è dovuta fuggire proprio in Germania, a sua volta in cerca della madre. Dall'ottimo regista de "La sposa turca", un altro bel film sui rapporti fra tedeschi e turchi (la Germania è il paese europeo dove ci sono più immigrati turchi), una pellicola corale che si dipana su più piani, la cui struttura ricorda addirittura "Pulp Fiction": c'è infatti un prologo che ritorna nel finale acquistando soltanto allora il proprio significato, mentre il resto del film è diviso in tre sezioni che si interlacciano cronologicamente, riportando in vita alcuni personaggi che nel frattempo abbiamo già visto morire. I titoli delle prime due sezioni sono inoltre "spoilerosi", in quanto anticipano la morte di due personaggi prima ancora che questi facciano la loro apparizione nel film: e la cosa aggiunge una tensione incredibile, visto che lo spettatore si attende continuamente che si verifichi il fattaccio. Le vicende dei protagonisti, legate talvolta a loro insaputa, sono dilatate nel tempo e nello spazio, si incrociano più volte e si "mancano" altrettante volte, fra personaggi che sembravano minori e invece acquistano importanza (Lotte e sua madre, per esempio, quest'ultima interpretata da Hanna Schygulla). Vivi e morti fanno la spola, in una direzione o nell'altra, fra Germania e Turchia, fra Brema e Istanbul, fra Amburgo e il Mar Nero, cambiando la propria vita e quella degli altri. Pur sfiorando temi sociali e politici, il film intende mettere in scena soprattutto l'amore, nelle sue varie forme: fra uomini e donne, fra prostitute e clienti, fra ragazze e, non ultimo (anzi, in primo piano), quello fra genitori e figli. Un film bello e riconciliante, che testimonia del buon momento sia del cinema tedesco (si pensi a "Le vite degli altri") sia di quello turco (si pensi a Nuri Bilge Ceylan).

Control (Anton Corbijn, 2007)

Control
di Anton Corbijn – GB 2007
con Sam Riley, Samantha Morton
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Interessante biopic su Ian Curtis, leader, cantante e autore dei testi dei Joy Division, gruppo musicale dalla breve vita ma dalla forte influenza che fu protagonista sulla scena di Manchester alla fine degli anni '70. Debole, confuso e spaventato, anche a causa di un matrimonio forse precoce, Ian si suicidò quando non aveva che 23 anni, alla vigilia del primo tour del suo gruppo negli Stati Uniti. Il film mi è piaciuto abbastanza, con una bella fotografia in b/n. Più che sulla musica (si ascoltano comunque parecchi brani) è incentrato sui problemi psicologici e sentimentali di un ragazzo che – fra l'altro – soffriva di epilessia. Apparentemente trasgressivo, ma in realtà sensibile e intelligente, Ian non sembra consapevole né dell'importanza della sua musica, vista quasi come un lavoro come un altro, né di quella della sua stessa vita. "Non ho più il controllo", dice a un certo punto, riferendosi sia alle sue crisi epilettiche sia alla sua vita: da qui il titolo della pellicola, che fa riferimento anche a una sua canzone, "She's lost control".

La influencia (P. Aguilera, 2007)

La influencia
di Pedro Aguilera – Spagna/Messico 2007
con Paloma Morales, Jimena Jiménez
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Una donna taciturna vive con i due figli: gli affari nel suo piccolo negozio di prodotti estetici non vanno bene e lei viene colta dalla depressione, lasciandosi lentamente morire d'inedia. I figli, lasciati a sé stessi, prima devastano la casa, poi la rimettono in ordine e infine partono in automobile. Un film insensato e sconclusionato, brutto e – è proprio il caso di dirlo – deprimente: pur durando meno di novanta minuti, si fa fatica a reggerlo fino in fondo. Lo salvano parzialmente la prova degli attori e il realismo nella descrizione di ambienti e personaggi. Ma la sceneggiatura non va assolutamente da nessuna parte e alla fine ci si chiede che cosa volesse mai dire.

Mutum (Sandra Kogut, 2007)

Mutum
di Sandra Kogut – Brasile 2007
con Thiago da Silva Mariz, Wallison Felipe Leal Barroso
**

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Thiago, un bambino di dieci anni, vive nel sudeste brasiliano con i suoi genitori, i fratelli, lo zio e la nonna: una povera famiglia di agricoltori. Sognatore e introverso, la sua vita scorre fra piccole e grandi tragedie (lo zio scacciato di casa perché innamorato della cognata; la perdita di un cagnolino; la morte del fratello preferito, Felipe) fino a quando un dottore di passaggio non decide di portarlo con sé in città per farlo andare a scuola. Tratto da un racconto di João Guimarães Rosa, il film ha una bella ambientazione ed è visto tutto attraverso gli occhi di un bambino, senza lesinare crudeltà e amarezze né ricorrere a una facile poesia o a estetismi fuori luogo. Sincero, ma poco interessante. Il titolo palindromo si riferisce alla regione nella quale vivono i protagonisti.

15 giugno 2007

Lo scafandro e la farfalla (J. Schnabel, 2007)

Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon)
di Julian Schnabel – Francia/USA 2007
con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Nel 1995, a 43 anni, Jean-Dominique Bauby, affermato giornalista di Elle, venne colpito da un ictus che gli provocò la rara "locked-in syndrome": le sue capacità intellettive restarono intatte, ma il suo corpo rimase completamente paralizzato dalla testa ai piedi, con la sola eccezione dell'occhio sinistro. L'unico modo che gli rimase per comunicare con l'esterno era quello di sbattere la palpebra, una volta per dire "sì" e due volte per dire "no". Con l'aiuto di un'ortofonista dell'ospedale, sviluppò un complesso modo per comunicare (l'infermiera gli leggeva lentamente l'alfabeto, partendo dalle lettere di uso più frequente, e lui sbatteva la palpebra al momento opportuno). In questo modo riuscì a "dettare" lettera per lettera un intero libro per raccontare le sue sensazioni e la sua esperienza, componendolo e correggendolo prima interamente nella propria mente (un po' come faceva il protagonista de "Il miracolo segreto" di Borges). E proprio da quel libro è tratto questo film, che cerca di raccontare la vita di un uomo quasi completamente isolato dal mondo esterno. Ovviamente il regista privilegia il punto di vista soggettivo, con abbondanti inquadrature viste dall'occhio di Bauby e i suoi pensieri come voce fuori campo. Ma l'intero film realizzato così sarebbe stato forse insostenibile (anche se decisamente più interessante), e dunque ecco alcuni flashback, immagini e sequenze viste "dall'esterno" del suo corpo. La metafora dello scafandro è dovuta all'ambientazione marina, visto che il protagonista è ricoverato nell'ospedale marittimo di Calais. Lo stesso Bauby viene definito un "naufrago della solitudine". E per sottolineare il concetto, ci sono le note de "La mer" nei titoli di testa e di coda. Devo però ammettere che un film come "Mare dentro" (affine per titolo e argomento, anche se il tema dell'eutanasia, lì in primo piano, qui viene appena sfiorato*) mi aveva emozionato di più. E che scene come quella del confronto telefonico fra l'ex compagna di Bauby (la Seigner) e quella nuova mi sono sembrate un po' stucchevoli.

*Il fatto che Bauby morì pochi giorni dopo la pubblicazione del libro viene riportato nei titoli di coda, ma le cause della morte non sono mai state rese note.

I padroni della notte (J. Gray, 2007)

I padroni della notte (We own the night)
di James Gray – USA 2007
con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg
**

Visto al cinema Arlecchino, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Anche se la sua famiglia è composta solo da poliziotti (il padre, Robert Duvall, è capo della polizia; il fratello, Wahlberg, è appena stato promosso capitano), Bobby (un buon Joaquin Phoenix: mi piace la sua faccia 'sportiva') preferisce lavorare in un locale notturno e frequentare esponenti della mafia russa, disinteressandosi del fatto che sia "in atto una guerra" fra forze dell'ordine e spacciatori. Quando i suoi parenti vengono direttamente colpiti, però, passa dall'altra parte e si arruola per sconfiggere i cattivi. Un film di genere decisamente ordinario, senza infamia e senza lode, la cui presenza a Cannes lascia un po' perplessi. In realtà, soprattutto nella prima parte, è piuttosto piacevole, con il concetto di famiglia allargato all'ambiente in cui si vive (i poliziotti si considerano tutti fratelli; quando uno di loro viene ferito, il capo chiede "quale dei miei ragazzi?"; lo stesso Bobby chiama fratello il suo compare del locale, non il fratello vero) e atmosfere urbane e notturne; meno riuscito il finale, che fila liscio e prevedibile senza colpi di scena. Nel complesso, un film godibile ma non certo memorabile, che frulla insieme temi già visti in "The departed", "A better tomorrow" e in tante altre pellicole. Il titolo originale è il motto che figura su un badge della polizia di New York.

Elle s'appelle Sabine (S. Bonnaire, 2007)

Elle s'appelle Sabine
di Sandrine Bonnaire – Francia 2007
con Sabine Bonnaire, Sandrine Bonnaire
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Sabine, la sorella minore di Sandrine Bonnaire, è affetta da autismo sin dalla nascita. Col tempo le sue condizioni sono peggiorate, e oggi è ricoverata in un istituto psichiatrico con una sindrome psicoinfantile. La regista ha realizzato su di lei un documentario che alterna scene girate recentemente a filmati di quando era più giovane e più autonoma. Il confronto è spesso impietoso, sia nel mostrare come le sue capacità motorie e intellettive si siano ridotte, sia nell'esibire, a volte in maniera quasi voyeuristica, i problemi e le crisi di chi deve convivere con handicap cerebrali, crisi epilettiche e problemi di altro genere. Da parte dei parenti emerge un "senso di colpa perenne" (lo dice la madre di un ragazzo epilettico), e forse la stessa Bonnaire ha realizzato il film per togliersi un peso di dosso. In ogni caso, il documentario è toccante e riuscito.
Nota: il volto ebete, pigro e assente di Sabine mi ha ricordato in maniera impressionante quello di Anna Faris nel film che avevo visto la sera prima, "Smiley face" di Gregg Araki. ma quella era una farsa umoristica sulla droga, qui invece la droga è presente come medicinale indispensabile per mantenere sotto controllo alcuni sintomi della malattia: lo stesso mondo, un altro mondo.

14 giugno 2007

Smiley face (Gregg Araki, 2007)

Smiley face
di Gregg Araki – USA 2007
con Anna Faris, John Krasinski
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

È il primo film di Araki che vedo, ed è più o meno come me lo aspettavo: un film "fumato", con una protagonista "stoned" (sballata) dall'inizio alla fine, più o meno come Johnny Depp in "Paura e delirio a Las Vegas". Leggero e decisamente divertente, fra l'altro, anche se dopo una prima mezz'ora strepitosa il gioco comincia un po' a ripetersi e sfocia in un finale che non convince completamente. Il film segue le rocambolesche disavventure di Jane, alle prese con numerosi problemi (fra le altre cose: trovare il denaro con cui pagare il proprio spacciatore, al quale si è dovuta rivolgere per procurarsi la marijuana con cui cucinare nuovi dolcetti al posto di quelli del suo coinquilino che si è involontariamente mangiata; evitare che il suddetto spacciatore si rifaccia su di lei portandole via il letto comodissimo acquistato a un'asta su internet; pagare la bolletta della luce; presentarsi a un'audizione per una parte in un film; portare in salvo una copia originale del "Manifesto del partito comunista" di Marx ed Engels [!]). Cose non semplici da fare quando si è completamente "fuori". Brava la protagonista, che deve fare facce buffe e espressioni ebeti per tutta la pellicola.

Le voyage du ballon rouge (Hou Hsiao-hsien, 2007)

Le voyage du ballon rouge
di Hou Hsiao-hsien – Francia 2007
con Juliette Binoche, Fang Song
**

Visto al cinema Arcobaleno, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Anche Hou Hsiao-hsien, dopo Tsai Ming-Liang con il suo "Che ora è laggiù?", va a girare in Francia. A differenza del compare taiwanese, che aveva mantenuto stile, lingua e personaggi, HHH però realizza un film francofono in tutto e per tutto, a cominciare dalla protagonista, una grande Juliette Binoche che recita soprattutto con la voce (veste i panni di una doppiatrice di marionette). Se mai il film dovesse essere distribuito nelle sale italiane doppiato, sarebbe quasi meglio che non uscisse affatto. Il film narra di una donna superimpegnata, delle sue beghe condominiali con il vicino-affittuario, del suo figlioletto che suona il pianoforte e della nuova babysitter, una ragazza cinese che studia cinema all'università e che intende realizzare un remake de "Il palloncino rosso", il celebre cortometraggio di Albert Lamorisse del 1956 nel quale un palloncino seguiva un bambino per le strade di Parigi. A dire il vero, a me il titolo ha ricordato invece il film iraniano di Jafar Panahi "Il palloncino bianco" (a sua volta ispirato al corto di Lamorisse), forse perché i rumori del traffico della prima parte e le scene girate in strada (con alcuni passanti occasionali che guardano addirittura in macchina) mi hanno fatto pensare a un altro classico di Panahi, "Lo specchio". In ogni caso, il film trascorre via senza impressionare più di tanto. Non è brutto, intendiamoci, ma fra tanto minimalismo e poeticità (le scene con il palloncino) non dice in fondo nulla di interessante. Da notare che si tratta del primo e unico film di Hou Hsiao-hsien dal 1983 a oggi senza l'apporto del fido Chu Tien-wen alla sceneggiatura (che è firmata da HHH stesso e da François Margolin).

Centochiodi (Ermanno Olmi, 2007)

Centochiodi
di Ermanno Olmi – Italia 2007
con Raz Degan, Luna Bendandi
*

Visto al cinema Anteo (rassegna di Cannes).

Ermanno Olmi ha dichiarato che non girerà più film di finzione dopo questo, e francamente mi dispiace che concluda la sua carriera con una pellicola così brutta, senile e involontariamente demenziale, dai dialoghi ridicoli e dalla recitazione scadente. Ho trovato interessante giusto l'incipit, quello in cui si scopre che qualcuno ha "inchiodato" al pavimento e agli scrittoi i più preziosi volumi antichi della biblioteca storica di un'università. Responsabile del "delitto" è un giovane professore di storia delle religioni, con l'aspetto "da nazareno", convinto che "tutti i libri del mondo non valgono una carezza o un caffé con un amico". Dopo essersi liberato di (quasi) tutti i suoi averi, gettando documenti e chiavi dell'auto nel fiume (ma trattenendo denaro e carta di credito!) e aver bruciato le pagine del proprio trattato per scaldarsi (come Rodolfo nella "Bohéme"), va a vivere in una casupola sulle rive del Po, dove viene accolto dagli anziani abitanti del paese come se fosse Gesù Cristo. E proprio come Gesù, dispensa saggezza, conforto e amore, fino a quando la polizia non lo rintraccerà e lo arresterà. Se avessi pagato un biglietto a prezzo pieno per sentire Degan con la voce di Giannini che racconta le parabole (e non una poco nota, no: quella del figliol prodigo!), mi sarei sentito truffato. Populismo come se piovesse (ci sono persino le proteste contro l'ICI e contro le "grandi opere"), un'ambientazione che sembra di cinquant'anni fa, fellinismi da quattro soldi, e un confronto finale (fra il professore e un monsignore) a base di frasi fatte, schematismi e fanatismi incrociati ("A cosa è mai servita la religione?" "Eretico!"). L'unica battuta memorabile ("Lei ha mai fatto parte di un'organizzazione eversiva o terroristica?" "Sì, ho fatto parte del corpo insegnante") è, a ben vedere, a sua volta qualunquista e direi inaccettabile. Aggiungiamoci le frasi in dialetto sottotitolate e il titolo che storpia l'italiano (perché è scritto tutto attaccato?) ed ecco servito un film da dimenticare in fretta.

13 giugno 2007

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (C. Mungiu, 2007)

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (4 luni, 3 saptamini si 2 zile)
di Cristian Mungiu – Romania 2007
con Anamaria Marinca, Laura Vasiliu
***

Visto al cinema Colosseo con Hiromi, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Il titolo indica il tempo trascorso da quando Gabita, una giovane studentessa, è rimasta incinta. La sua coinquilina Otilia la aiuta a organizzare un aborto clandestino, racimolando i soldi, prenotando una camera d'albergo e contattando il "medico" che dovrà eseguire l'intervento (e che vorrà essere pagato in natura). Ambientato non a caso nella Bucarest del 1987, dunque prima del crollo del regime comunista, il vincitore della Palma d'Oro è un film intenso e straziante, che non condanna e non assolve, rappresentante di quella sorta di neo-neorealismo che spesso trionfa al festival di Cannes (vedi per esempio il cinema dei Dardenne). Tutta la vicenda si svolge nell'arco di meno di una giornata, nel corso della quale seguiamo le disperate peregrinazioni di Otilia (è lei la vera protagonista, non l'amica che deve abortire). Lo stile limpido e diretto di Mungiu fa abbondante uso di piani sequenza, abbinandoli a inquadrature fisse – come nella magnifica scena della cena a casa dei genitori del fidanzato della ragazza – o alla camera a spalla – per esempio nella sua disperata corsa notturna per disfarsi del feto lungo le strade cittadine vuote e bagnate dalla pioggia – e non è accompagnato da orpelli di alcun tipo: niente musica, per esempio (tranne che nei titoli di coda). Ne risaltano così la bravura delle interpreti, ottime nel tratteggiare personaggi complessi e profondi (l'inconscienza di Gabita, la responsabilità e le preoccupazioni di Otilia), e l'ambientazione a base di strade desolate con passanti scostanti, alberghi grigi anche quando ospitano una festa di matrimonio, autobus affollati ma riscaldati dalla solidarietà fra i passeggeri pronti a passarsi un biglietto al momento dell'arrivo dei controllori: un mondo dove in ogni momento possono essere controllati i documenti d'identità. Indimenticabile l'inquadratura che indugia sul feto per pochi e interminabili secondi, grottesco il finale al ristorante davanti a un piatto di carne.

Zodiac (David Fincher, 2007)

Zodiac (id.)
di David Fincher – USA 2007
con Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo
***

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Ispirato alla cronaca (ossia alla lunga serie di delitti e di lettere spedite ai quotidiani dal sedicente "Zodiac", un serial killer la cui identità non venne mai identificata con certezza) questo film di Fincher spiazza decisamente chi si attendeva dal regista una pellicola come il suo precedente "Seven", che trattava di un tema simile. Siamo invece più dalle parti di "Tutti gli uomini del presidente" o, per certi versi, del coreano "Memories of murder": Fincher ci mostra le lunghe e interminabili indagini di una coppia di poliziotti (Ruffalo e Anthony Edwards) e, parallelamente, quelle di un reporter (il sempre ottimo Robert Downey jr.) e di un ostinato cartoonist (Gyllenhaal) del "San Francisco Chronichle", senza lesinarci tutte le false piste, i piccoli dettagli tecnici, le indecisioni, i fallimenti, le frustrazioni personali. Con poca o nessuna concessione allo spettacolo hollywoodiano, il film si dipana dal 1969 al 1991 attraverso una lunga serie di personaggi (fra i molti comprimari si riconoscono volti noti come Brian Cox, Chloë Sevigny o Elias Koteas) impegnati nella spasmodica ricerca o ricostruzione della verità. Forse verrà trovata, anche se ne mancherà la certezza al 100%. Grande stile, grande sceneggiatura, grandi attori: Jake Gyllenhaal, se saprà scegliersi con cura i ruoli giusti, potrebbe diventare un nuovo Al Pacino o Dustin Hoffmann. E pensare che una volta, per me, era soltanto "il fratello di Maggie Gyllenhaal", quella di "Secretary".

Nota: Il serial killer si ispirava al film "The most dangerous game" e la sua vicenda fornì a sua volta lo spunto per numerose pellicole, prima fra tutte "Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo", film d'esordio di Dirty Harry.

8 giugno 2007

Cannes e dintorni 2007

Ho appena comprato l'abbonamento per i 30 film della rassegna di Cannes 2007! Per impegni di lavoro, temo che questa volta non riuscirò a vedere proprio tutti i film, comunque ho visto che nel programma ci sono parecchie cose interessanti (Gus Van Sant, Hou Hsiao-Hsien e "Persepolis" su tutte), e spero di non farmele sfuggire. Stay tuned!

7 giugno 2007

Grindhouse - A prova di morte (Q. Tarantino, 2007)

Grindhouse - A prova di morte (Grindhouse - Death Proof)
di Quentin Tarantino – USA 2007
con Kurt Russell, Zoë Bell
*1/2

Visto al cinema Plinius, con Hiromi.

Un gruppo di ragazze si diverte al pub, ignorando di essere state prese di mira da Stuntman Mike, folle pilota che semina il terrore con la sua automobile nera e truccata "a prova di morte". Originariamente questo film doveva essere una delle due parti di un double feature realizzato insieme a Robert Rodriguez. In seguito al fallimento al box office americano, però, è stato separato dal gemello "Planet Terror", allungato con alcune scene extra e distribuito in quasi tutto il resto del mondo in maniera autonoma. Ho letto da qualche parte che negli States alcuni spettatori uscivano addirittura dalla sala al momento dei titoli di coda del film di Rodriguez, ignorando che sarebbe seguito l'episodio di Tarantino. In ogni caso, ancora una volta il regista si rifà al mondo dei B-movie e delle pellicole exploitation, questa volta ancora più smaccatamente (se è possibile) che in passato, citando atmosfere tipiche di Jack Hill e Russ Meyer (il finale ricorda "Faster Pussycat, Kill! Kill!"). Inoltre, più del solito, abbondano le ossessioni "feticiste" (quante inquadrature di piedi!). Ma da un genio come Tarantino mi aspetto di più: il film non mi ha fatto impazzire, anzi a tratti l'ho trovato proprio brutto. Forse avrebbe avuto più senso inserito nel suo contesto originale, ovvero fra i finti trailer e in coda all'episodio di Rodriguez. Così, invece, sembra un gioco inutile e fine a sé stesso, con personaggi superficiali e una trama idiota. Se un po' di divertimento, soprattutto nella prima parte, non manca (ma per la forma, non certo per i contenuti), nella seconda subentrano noia e fastidio per una sceneggiatura implausibile che gira in tondo e intorno a niente. E se quello che faceva Russ Meyer ai suoi tempi, nella società degli anni '60 e '70, aveva un significato ben preciso e una valenza liberatoria, riproporlo oggi è soltanto lo sfizio di un fan. La forma, dicevo, rimane la cosa migliore. Tarantino ha realizzato un film che sembra davvero un grindhouse di trenta o quarant'anni fa: pellicola sporca o graffiata, "cartelli" che coprono i titoli originali, montaggio "sbagliato", colori slavati: dopo qualche minuto di proiezione, Hiromi mi ha chiesto se si trattasse di un film vecchio. Però mancano appunto i contenuti: i dialoghi – piuttosto lunghi – sono privi di battute o frasi memorabili, e la trama è così povera da far pensare che il film avrebbe meritato non di essere ampliato bensì condensato, magari in un cortometraggio. Tutta la prima parte, e il modo in cui si conclude, serve solo come preparazione a quella successiva e a far temere allo spettatore che il secondo gruppo di ragazze, le vere "eroine" del film, possa fare la stessa fine del primo: a quel punto si è già visto di che cosa è capace il "cattivo" Kurt Russell. La neozelandese Zoë, la protagonista della seconda parte, interpreta praticamente sé stessa: si tratta infatti di una vera stunt(wo)man, ed era la controfigura di Uma Thurman in "Kill Bill": l'intero film, in fondo, è un po' un omaggio al mondo degli stuntmen e dei cascatori, a cominciare dal nome dell'antagonista e dal suo panegirico sui film d'azione di un tempo. Numerose anche le autocitazioni: dalla suoneria del cellulare che riprende un tema di "Kill Bill" al Big Kahuna Burger di "Pulp Fiction".

6 giugno 2007

Una gita in campagna (J. Renoir, 1936)

Una gita in campagna (Une partie de campagne)
di Jean Renoir – Francia 1936
con Sylvia Bataille, George D'Arnoux
***

Visto in DVD.

Un commerciante di Parigi, con moglie, suocera, figlia e l'inetto fidanzato di quest'ultima, si reca a trascorrere una giornata fuori città, sulle rive della Senna. Dopo il pranzo sull'erba, mentre i due uomini vanno a pesca, la moglie e la figlia fanno un'escursione in barca sul fiume, in compagnia di due pescatori che le corteggiano. La breve avventura romantica diventerà un triste e malinconico ricordo nei grigi anni a venire. Un piccolo film di meno di quaranta minuti, minimalista e pastorale, apparentemente leggero e spensierato, in realtà profondo e tristissimo, tratto da un racconto di Maupassant. Renoir progettava di inserirlo in un "programma" con altri due cortometraggi, ma le continue piogge gli impedirono addirittura di portare a termine le riprese (oltre a costringerlo a cambiare la sceneggiatura, inserendo i dialoghi che parlano del maltempo): incompiuto, il film è stato poi proiettato con due "cartelli" che riassumono le sequenze mancanti. Fra gli assistenti del regista c'è un giovane Luchino Visconti, che muove così i suoi primi passi nel mondo del cinema.

Man-Thing (B. Leonard, 2005)

Man-Thing (id.)
di Brett Leonard – USA 2005
con Matthew Le Nevez, Jack Thompson
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

L'uomo-cosa è uno dei personaggi meno celebri della Marvel, quasi un plagio dello Swamp Thing della DC, reso però interessante dai testi e dai disegni di autori come Steve Gerber e Mike Ploog (quest'ultimo citato nel film: un personaggio si chiama come lui). Si tratta di una creatura mostruosa e vegetale che vive in una palude nel sud degli Stati Uniti, fra mangrovie e alligatori, presso il Mississippi. Non una palude normale, ovviamente, ma "il nesso di tutte le realtà", punto d'incontro fra diverse dimensioni. Privo di elementi supereroistici, il film è essenzialmente un horror nel quale la creatura sta a guardia di un luogo sacro agli indiani e alla natura, e si scatena contro gli uomini che hanno osato profanarlo con trivellazioni petrolifere. Il vero protagonista è un giovane sceriffo appena insediato nel villaggio adiacente la palude. Il film, tutto sommato, non è male: nulla di speciale, certo, ma la bella fotografia e la discreta tensione reggono fino alla fine, riuscendo a trasformare la palude stessa in un'ambientazione realistica, quasi un personaggio a sua volta.

Thunderbirds (J. Frakes, 2004)

Thunderbirds (id.)
di Jonathan Frakes – GB/USA 2004
con Brady Corbet, Sophia Myles
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Non credo di aver mai visto una puntata della serie televisiva "Thunderbirds", telefilm di fantascienza con pupazzi animati degli anni '60. Questa versione live action, in ogni caso, è decisamente brutta e poco interessante, oltre che dal target infantile e a basso budget: basti pensare che le scene con i veicoli-razzi che danno il nome ai protagonisti (una famiglia di eroi: padre e figliolame) si contano sulle dita di una mano e che gli effetti e le scenografie – che peraltro intendono riprodurre lo stile plasticoso dell'epoca – sono poveri e scadenti. Per quasi tutta la pellicola, dunque, non ci sono combattimenti fantascientifici ma si seguono le vicende di tre insopportabili ragazzini che scappano da un gruppo di cattivi (guidati da Ben Kingsley, unico attore di nome nel cast) su un'isola tropicale, con gag imbarazzanti a metà strada tra "Mamma, ho perso l'aereo" e "Spy Kids". Gli unici personaggi un po' simpatici, anche se non proprio originali, sono la bionda agente Lady Penelope, che veste sempre di rosa, e il suo maggiordomo-autista-tuttofare. Il regista è il comandante Riker di "Star Trek: The Next Generation".

5 giugno 2007

La città proibita (Zhang Yimou, 2006)

La città proibita (Man cheng jin dai huang jin jia, aka Curse of the Golden Flower)
di Zhang Yimou – Cina/Hong Kong 2006
con Gong Li, Chow Yun-fat
***

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi e Albertino.

Cina, inizio decimo secolo, tarda dinastia Tang, gruppo di famiglia in un interno: l'imperatore sta segretamente avvelenando l'imperatrice, e lei vuole vendicarsi organizzando un colpo di stato per mettere sul trono uno dei propri rampolli al posto del principe ereditario, figlio di un'altra donna. Dopo "Hero" e "La foresta dei pugnali volanti", che non mi erano piaciuti (soprattutto il secondo), il furbo Zhang Yimou realizza un terzo wuxiapian, anche se stavolta le scene d'azione sono limitate (tre in tutto, in crescendo di durata e di spettacolarità) e incastonate in una trama dai toni melodrammatici che si svolge tutta all'interno del microcosmo della famiglia imperiale, fra rituali e inchini, fedeltà e tradimenti. Lo stile barocco e le scenografie sontuose e colorate sono perciò finalmente funzionali a una vicenda e a dei personaggi, e non fini a sé stessi come nei due film precedenti. Lo sfarzo e la grandiosità della corte imperiale adempiono perfettamente al loro compito di sfondo teatrale della vicenda, mentre le passioni e le tensioni autodistruttive che corrono fra marito e moglie (soprattutto) e fra i loro figli (solo in parte) riescono a reggere il peso di una pellicola che non può che terminare su toni da tragedia shakespeariana. Ottimi gli interpreti.

Nota sul titolo italiano: come con "Le crociate" di Ridley Scott e innumerevoli altri esempi, i miopi distributori nostrani sembrano ormai allergici alla poetica bellezza dei titoli originali, preferendo secchi schematismi che non facciano volare, nemmeno per un istante, l'immaginazione degli spettatori.

4 giugno 2007

Le notti della luna piena (E. Rohmer, 1984)

Le notti della luna piena (Les nuits de la pleine lune)
di Éric Rohmer – Francia 1984
con Pascale Ogier, Fabrice Luchini
***

Visto in DVD.

Commedie e proverbi, quarto capitolo. Stavolta l'ispirazione proviene da un motto popolare, "Chi ha due donne perde l'anima, chi ha due case perde il senno". La vivace e mondana Louise si divide infatti fra la casa in periferia dove abita con il suo fidanzato Remy (un Tcheky Karyo giovanissimo!) e un piccolo appartamento in centro a Parigi, che le fa da "base" per i suoi divertimenti notturni. Troppo convinta dei propri sentimenti e di quelli degli altri, e inconsapevole del rischio che corre, nel tentativo di rivendicare la propria indipendenza e di cercare la libertà troverà però – in un finale triste e amaro che, se possibile, rende ancora più piacevole e realistica la pellicola – solo la solitudine. Rohmer descrive emozioni e sentimenti dirigendo gli attori con la consueta eleganza e mettendo in scena un'insolita struttura ciclica: la pellicola racconta praticamente una notte sola al mese, quella – lo capiremo poi – del plenilunio. Come sostiene un personaggio, infatti, "nelle notti di luna piena nessuno dorme: nemmeno chi è andato a letto". Ottimo Fabrice Luchini nei panni dell'amico-consigliere di Louise, innamorato di lei. Il titolo del film potrebbe aver ispirato quello del terzo numero di Dylan Dog, uscito solo due anni più tardi.

Nota: La protagonista, figlia fra l'altro di Bulle Ogier, vinse il premio come miglior attrice a Venezia e morì tragicamente per un attacco di cuore (stando all'IMDb) pochi mesi dopo l'uscita del film, un giorno prima del suo ventiseiesimo compleanno.

3 giugno 2007

Crimini invisibili (W. Wenders, 1997)

Crimini invisibili (The end of violence)
di Wim Wenders – USA/Germania 1997
con Bill Pullman, Gabriel Byrne
*1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Un produttore di Hollywood decide di cambiare vita dopo essere sfuggito a un attentato, che forse è legato a un misterioso progetto dei servizi segreti in collaborazione con un ingegnere della NASA: l'installazione di una rete di videocamere che sorveglino segretemente tutto il mondo (o quantomeno l'area di Los Angeles) per prevenire ogni crimine e perseguire così "la fine della violenza". Il "grande fratello" di Orwell (anni prima del reality show) messo in pratica. Con questo film, con il quale Wenders torna a girare in America dopo il periodo europeo-nipponico 1986-1995, comincia una nuova fase "statunitense", che continua tuttora, della cinematografia del regista tedesco. E comincia con una pellicola molto (troppo) ambiziosa, nella quale i temi che più lo ossessionano (il potere delle immagini, il ruolo del cinema, la ricerca di sé stessi e della libertà) sono rappresentati in maniera estretamente fredda. Quando lo avevo visto la prima volta, diversi anni fa, non mi era piaciuto per niente. Adesso, conoscendo meglio il regista, l'ho trovato un po' più gradevole ma continua a sembrarmi un film troppo "distante", i cui personaggi non si aprono mai con lo spettatore e non riescono a coinvolgerlo, come se la loro testa e i loro sentimenti fossero inaccessibili. Questo è probabilmente dovuto anche al fatto di voler trattare di massimi sistemi, di temi importanti e fondamentali come il significato della violenza all'interno della società, anziché di problemi intimi e di crisi personali come in "Paris, Texas" o "Lisbon story".

I maghi del terrore (R. Corman, 1963)

I maghi del terrore (The raven)
di Roger Corman – USA 1963
con Vincent Price, Peter Lorre, Boris Karloff
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Ispirata da una poesia di Edgar Allan Poe ("Il corvo"), i cui versi sono recitati in apertura e in chiusura di film, questa pellicola è un perfetto esempio dello "stile Corman": basso budget, location e costumi sempre uguali e riciclate da un film all'altro, sceneggiature quasi improvvisate. Il film è un godibile e sconclusionato divertissement sullo scontro fra tre maghi di indole quanto mai differente: l'ingenuo Price, perennemente innamorato della sua defunta moglie Leonora; il malvagio Karloff, assetato di potere; e il maldestro Lorre, ubriacone e pasticcione. Nel cast, che già sarebbe ricco così, c'è anche – in una delle sue prime parti – un giovane Jack Nicholson. Le atmosfere gotiche del ciclo cormaniano di Poe sono qui più leggere del solito, e il film – se non lo si prende troppo sul serio – è a tratti anche divertente. Price, in ogni caso, è sempre uno spettacolo.

30 maggio 2007

Pirati dei caraibi 3 (G. Verbinski, 2007)

Pirati dei Caraibi: ai confini del mondo (Pirates of the Caribbean: At the world's end)
di Gore Verbinski – USA 2007
con Johnny Depp, Keira Knightley
*1/2

Visto al cinema Maestoso, con Hiromi.

Mastodontico e pesante, cupo e involuto, il terzo capitolo della trilogia dei Pirati dei Caraibi (che ormai di caraibico hanno ben poco: il film si svolge ovunque tranne che lì, da Singapore al mondo dei morti) smarrisce definitivamente quel poco credito che era rimasto alla saga dopo il disastroso secondo episodio, del quale comunque è giusto un pelino migliore. Mi sorge ormai il dubbio che la freschezza, la leggerezza e il divertimento del primo film – sul quale evidentemente avevo sbagliato a puntare le mie carte come alfiere della rinascita di un cinema di pura avventura – fossero dovuti non a una precisa volontà degli autori di riportare in auge il genere di cappa e spada, ma soltanto alle minori ambizioni di quello che doveva essere un semplice prodotto di appoggio all'attrazione pubblicitaria di Disneyland. Come in "Matrix", invece, il successo ha dato alla testa. E dunque la saga, acquistata una vita propria, è stata appesantita dai mediocrissimi sceneggiatori con una pletora esagerata e infinita di personaggi (di alcuni minori, come le due guardie, potevano anche sbarazzarsene, no?) e con una trama così contorta e ricca di pseudo-colpi di scena da rendere praticamente impossibile farne un riassunto. Ogni dieci minuti qualcuno tradisce qualcun altro, fa il doppio gioco, cambia motivazioni, passa dai buoni ai cattivi e viceversa. Se il Jack Sparrow interpretato da Johnny Depp, che compare soltanto dopo oltre mezz'ora di film, è ormai l'ombra di sé stesso (e si lascia ricordare soltanto per le buffe scenette con i suoi alter ego), altrettanto sprecati sono attori del calibro di Jonathan Pryce e Chow Yun-fat (quest'ultimo, carismatico come sempre, era il motivo principale per cui sono andato a vedere il film al cinema, ma sparisce quando la pellicola non ha ancora raggiunto il giro di boa), mentre Keira Knightley e soprattutto Orlando Bloom avevano cessato di rappresentare un motivo di interesse già nel film precedente e sono privi di qualsivoglia alchimia. Il migliore, così, risulta ancora Geoffrey Rush. Comunque spettacolari certe sequenze ricche di effetti speciali, come la battaglia finale (e in particolare la lenta avanzata del commodoro mentre la sua nave va – letteralmente – in pezzi). Fra i tanti spunti presi a destra e manca, c'è persino un "raggio verde" rohmeriano. Come ormai sembra d'obbligo in questo tipo di film, il "vero finale" si presenta agli spettatori soltanto dopo i lunghi titoli di coda.

29 maggio 2007

Le vacanze di monsieur Hulot (J. Tati, 1953)

Le vacanze di monsieur Hulot (Les vacances de Monsieur Hulot)
di Jacques Tati – Francia 1953
con Jacques Tati, Nathalie Pascaud
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Con la sua vecchia automobile, rumorosa e fuori moda, Monsieur Hulot arriva in una località balneare per trascorrere l'estate insieme ad altri turisti di un albergo sulla spiaggia. La stagione passa tra piccole avventure e disavventure di ogni tipo, raccontate in tono comico e garbato e con una leggerezza da film muto (il protagonista è di poche parole, come anche la bella biondina che, fra i numerosi comprimari, spicca come secondo personaggio più importante del film, mentre gli altri parlano sì – e in più lingue: francese, inglese, italiano – ma non dicono mai nulla di significativo). Con Hulot, personaggio solitario e stralunato che non abbandonerà più, Tati si propone come erede dei grandi comici del passato (la sua attenzione per l'ambientazione, la messinscena e la coreografia è pari a quella di Buster Keaton, mentre nel suo rapporto con il mondo frenetico e moderno ricorda Charlie Chaplin) e al tempo stesso anticipa personaggi "disturbatori della quiete altrui" quali lo Hrundi V. Bakshi di Peter Sellers e il Mr. Bean di Rowan Atkinson. Ma Hulot non è un semplice disturbatore: è un poeta, un'anima candida, un osservatore della realtà che lo circonda e del mal di vivere moderno, al quale si oppone con la sua semplicità, la sua gentilezza e la sua goffaggine. Spesso inquadrato di spalle, con l'immancabile pipa e il buffo cappello, lo spilungone e dinoccolato Hulot è sempre pronto a dare una mano agli altri ma anche a nascondersi rapidamente quando si rende conto di aver combinato un guaio (la scena in cui si rifugia in fretta e furia nella sua mansarda mi ha ricordato l'altrettanto rapida fuga di Peter Sellers dietro la piscina dopo aver centrato un commensale con una freccetta in fronte in "Hollywood Party"). Quando scuote la tranquillità di chi lo circonda, lo fa inconsapevolmente e senza cattiveria, anche se immancabilmente con effetti comici. E quando la stagione estiva si conclude, fra fuochi d'artificio, balli in maschera disertati da turisti svogliati (vi partecipano solo Hulot, la biondina e un bambino pestifero, i soli personaggi – oltre all'anziano signore che segue docilmente la moglie come un cagnolino – cui vanno le simpatie del regista), bizzarre partite a tennis, gite a cavallo e picnic fuori città, non resta che una punta di malinconia: si parte e si ritorna a casa, da soli come si era arrivati.

25 maggio 2007

Ricky Bobby (Adam McKay, 2006)

Ricky Bobby - La storia di un uomo che sapeva contare fino a uno (Talladega nights: The ballad of Ricky Bobby)
di Adam McKay – USA 2006
con Will Ferrell, John C. Reilly
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Commedia ambientata nel mondo delle corse automobilistiche Nascar, quei monotoni e infiniti giri di pista che tanto appassionano gli americani. Will Ferrell veste i panni di un ignorante pilota del profondo sud che deve vedersela con un raffinato rivale francese e omosessuale, proveniente dalla Formula 1 (interpretato da Sacha Baron Cohen, il migliore del cast). Se il primo ha chiamato i suoi due figli "Walker" e "Texas Ranger" ed è convinto che l'America abbia donato al mondo il cibo cinese, il secondo guida mentre beve il caffé, ascolta Mozart o legge "L'Étranger" di Camus. Ma il film è la solita miscela di luoghi comuni su sfida e amicizia, rivisitato con un umorismo che punta tutto su battute a sfondo sessuale, e non può non infastidire chi cerca anche in una commedia demenziale un briciolo di genialità. Adam McKay (al terzo film, tutti con Ferrell come protagonista e co-sceneggiatore) ha lavorato in precedenza per lo show comico televisivo "Saturday Night Live": lo stile è quello. Nel cast anche John C. Reilly e Amy Adams.

23 maggio 2007

Champions League 2007

22 maggio 2007

Giorno di festa (J. Tati, 1949)

Giorno di festa (Jour de fête)
di Jacques Tati – Francia 1949
con Jacques Tati, Guy Decomble
***

Rivisto in DVD con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Il primo lungometraggio di Tati (che integra ed espande le gag di un precedente cortometraggio, "L'école des facteurs", realizzato nel 1947) ne rivela già tutta la bravura di metteur en scène e l'attenzione ai dettagli per una vicenda corale al centro della quale si aggira, sperduto come un pesce fuor d'acqua, il suo personaggio. Non ancora Monsieur Hulot, Tati qui impersona un bizzarro postino di campagna, oggetto dell'ironia e degli scherzi dei suoi compaesani. In occasione di una festa domenicale, assiste a un documentario sulle meraviglie del servizio postale americano: postini che si lanciano in elicottero, che attraversano cerchi di fiamme. e così via. Per non essere da meno, decide di compiere il suo prossimo giro in bicicletta con straordinaria rapidità ed efficienza. Ovviamente i risultati non sono quelli sperati. Le gag comiche, derivate dal cinema muto ma al contempo originali, si inseriscono in una vicenda giocosa e allegra, caratterizzata da mille spunti e personaggi minori. Ma per trovare maggior coesione e omogeneità bisognerà aspettare Monsieur Hulot. L'attore, che prestava grande attenzione anche all'aspetto tecnico dei suoi film, girò "Giorno di festa" con due cineprese differenti: la prima con una pellicola sperimentale a colori, che però non riuscì mai a far sviluppare, e la seconda (per precauzione) nel tradizionale bianco e nero. Soltanto nel 1995 la versione a colori venne restaurata e proiettata per la prima volta (ed è questa che ho visto io). Non si tratta dunque di una colorizzazione "a posteriori", ma dell'aspetto che il film avrebbe dovuto avere sin dal principio secondo le intenzioni dell'autore. I colori sono slavati, è vero, ma rendono comunque giustizia al clima di festa che caratterizza il film e alla sua ambientazione rurale, fra bambini e animali da cortile, carrozze e trattori, nell'assenza di qualsivoglia modernità.

Il tesoro della sierra madre (J. Huston, 1948)

Il tesoro della Sierra Madre (The treasure of the Sierra Madre)
di John Huston – USA 1948
con Humphrey Bogart, Walter Huston, Tim Holt
***

Visto in DVD.

Alla metà degli anni venti, due americani caduti in disgrazia (Humphrey Bogart e Tim Holt) si barcamenano senza troppa fortuna in una città messicana. Quando incontrano un vecchio cercatore d'oro (Walter Huston, padre del regista), decidono di seguirlo in una spedizione sui monti della Sierra Madre in cerca del prezioso metallo. Troveranno un ricco filone, ma l'improvvisa ricchezza seminerà fra loro discordia e sfiducia verso i propri compagni. Da un romanzo del "misterioso" scrittore tedesco B. Traven (di cui si ignora la reale identità), un bel film d'avventura come non se ne fanno più, con una grande interpretazione di Bogey (una delle sue migliori, oserei dire) nei panni di un uomo che si lascia vincere dalla febbre dell'oro fino a perdere la ragione e l'umanità. Fra avventure e pericoli di ogni genere (compreso lo scontro con un gruppo di bandidos messicani), la pellicola – la prima girata da Huston dopo il lavoro come documentarista durante la guerra – procede con brio verso un finale ironico e amaro, un vero e proprio apologo sull'avidità umana. Gli scenari, il ritmo e la caratterizzazione negativa del personaggio protagonista concorrono a renderlo un piccolo classico, che ha influenzato non poco il genere avventuroso non solo nel cinema, ma anche nei fumetti. Fu uno dei primi film hollywoodiani a essere girato interamente in Messico (in quegli stessi anni l'impresa fu ripetuta, per esempio, da "La collana insanguinata" di Robert Wise e "Il tesoro di Vera Cruz" di Don Siegel). John Huston – che aveva lavorato con Bogart, suo grande amico sin dai tempi di "Una pallottola per Roy", già ne "Il mistero del falco" (il suo film d'esordio) e "Agguato ai tropici" – vinse i premi Oscar per la miglior regia e per la sceneggiatura non originale, suo padre Walter quello per l'attore non protagonista. Amato da registi come Kubrick e Raimi, fu nominato anche come miglior film.

21 maggio 2007

La polizia sta a guardare (R. Infascelli, 1973)

La polizia sta a guardare
di Roberto Infascelli – Italia 1973
con Enrico Maria Salerno, Lee J. Cobb
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Il dottor Cardone (Salerno), trasferito come nuovo questore di una città del Nord Italia (mai nominata esplicitamente, ma si tratta di Brescia), deve vedersela con una banda di rapitori che prendono di mira i rampolli di ricchi industriali ma soprattutto con un procuratore (Jean Sorel) secondo il quale è meglio pagare il riscatto e non indagare troppo per non mettere in pericolo le vite dei sequestrati. Quando a essere rapito sarà il suo stesso figlio, il questore dovrà decidere se tener fede alle proprie convinzioni di non trattare con i delinquenti o se cedere al ricatto. Un poliziottesco bello e vibrante, incentrato su un personaggio caparbio e umano, seconda e ultima regia del produttore Roberto Infascelli (deceduto pochi anni dopo in un incidente stradale e padre dell'odierno regista Alex Infascelli). Non mancano, come capitava spesso in quegli anni e in questo tipo di film, accenni a cospirazioni eversive e agli incroci fra politica e terrorismo. Bella anche la colonna sonora di Stelvio Cipriani (che mi sembra però di aver già sentito in qualche altro film simile). Nell'interessante cast ci sono anche Lee J. Cobb (il questore che Cardone ha sostituito), Luciana Paluzzi, Claudio Gora, Gianni Bonagura e Laura Belli. Il figlio di Salerno è interpretato dal suo vero figlio Giambattista.

20 maggio 2007

Terapia di gruppo (R. Altman, 1987)

Terapia di gruppo (Beyond therapy)
di Robert Altman – USA 1987
con Jeff Golblum, Julie Hagerty
*

Visto in DVD, con Martin.

Robert Altman è un regista tutt'altro che perfetto: lavora per accumulo, e dunque ogni tanto sbraca. Questo "Terapia di gruppo" (basato su una commedia di Broadway) è un'insopportabile caricatura della psicanalisi che, se durasse dieci minuti, sarebbe già troppo. Personaggi ridicolmente grotteschi, dialoghi fuori registro, storia priva di senso e di interesse: ambientato quasi interamente fra un ristorante francese di New York e gli studi di due terapisti che sembrano peggio dei loro pazienti, prende di mira i "soliti" bersagli, gay e mamme, maniaci del jogging o del sesso, senza mai far ridere né pensare.

I fratelli Skladanowsky (W. Wenders, 1995)

I fratelli Skladanowsky (Die Gebrüder Skladanowsky)
di Wim Wenders – Germania 1995
con Udo Kier, Nadine Büttner
**

Rivisto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Girato da Wenders in collaborazione con gli studenti di una scuola di Monaco, è un documentario sui tre fratelli Max, Emil ed Eugen Skladanowsky, pionieri tedeschi del cinema alla fine del diciannovesimo secolo. Max, in particolare, inventò il "bioscopio", un apparecchio con il quale nel 1895 proiettò delle immagini in movimento un paio di mesi prima dei fratelli Lumiére. A differenza del cinematografo dei rivali francesi, l'invenzione tedesca era però ingombrante e poco pratica (per via del formato di pellicola usato, ma anche perché si ispirava alla tecnologia della lanterna magica), e la durata dei filmati prodotti era assai ridotta (5-6 secondi, da ripetere in continuazione, anziché i 50 secondi dei Lumière) e perciò finì rapidamente nel dimenticatoio. Interessante soprattutto per i cinefili e i cultori della storia della settima arte, il film è comunque reso simpatico dalla scelta di Wenders di alternare alle immagini di un'intervista alla novantenne figlia di Max alcuni spezzoni che ricostruiscono la vicenda dei tre fratelli come se si trattasse di un film muto, con la voce fuori campo dei protagonisti (in particolare di Max e di sua figlia Gertrud, che si prende il merito dell'invenzione). Interminabili i titoli di coda (oltre quindici minuti, mentre il resto del film è di soli sessanta).

17 maggio 2007

Le implacabili lame di Rondine d'oro (King Hu, 1966)

Le implacabili lame di Rondine d'oro (Da zui xia, aka Come drink with me)
di King Hu – Hong Kong 1966
con Cheng Pei-Pei, Yueh Hua
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Un gruppo di banditi rapisce un magistrato, nipote del governatore della regione, e offre la sua libertà in cambio di quella del capo della loro banda, arrestato di recente. A combatterli giunge la sorella del giudice, una provetta spadaccina chiamata Rondine d'oro, aiutata da un misterioso mendicante ubriacone esperto di arti marziali. Considerato uno dei classici di kung fu degli Shaw Brothers (ci sono critici che lo definiscono addirittura "il miglior film mai prodotto a Hong Kong"), il film mi ha profondamente deluso: il ritmo latita, i combattimenti sono lentissimi e i personaggi poco o male approfonditi. Difetti prevedibili, se vogliamo, in un film che si colloca agli albori del genere e che ha profondamente influenzato i suoi successori: ma a guardarlo oggi, risulta irrimediabilmente datato e noioso. La regia di King Hu, del quale avevo apprezzato i film trasmessi su Fuori Orario ("A touch of zen", "Raining in the mountain") si limita a campi lunghi che, pur rendendo un buon servizio ad ambienti e location, non riescono sollevare il livello dei fiacchi combattimenti. E nella seconda parte del film Cheng Pei-Pei passa in secondo piano rispetto al suo alleato: l'attrice, rivista molti anni dopo in "Wing Chun" e ne "La tigre e il dragone", mi ha ricordato per bellezza e glacialità una delle mie attrici di Hong Kong preferite, Brigitte Lin.

16 maggio 2007

L'école des facteurs (Jacques Tati, 1947)

La scuola dei postini (L'école des facteurs)
di Jacques Tati – Francia 1947
con Jacques Tati, Paul Demange
**1/2

Visto su YouTube.

Prima di esordire nel lungometraggio con "Giorno di festa" del 1949, Tati fa le prove generali con questo divertente corto, le cui gag saranno riciclate ed espanse nel film successivo. Il comico, che fino ad allora aveva lavorato come attore di varietà nei music-hall (ma occasionalmente anche al cinema), interpreta un postino di campagna, appena uscito dall'addestramento, che deve dar prova di efficienza compiendo il proprio giro di consegne nel tempo più rapido possibile per non perdere la "coincidenza" con l'aereo postale. Anche se i personaggi parlano, gran parte delle trovate ricordano quelle del cinema muto (la bicicletta che rimane impigliata alla sbarra del passaggio ferroviario o al furgoncino, oppure che procede da sola) e l'attore dà già prova del suo tempismo nella costruzione anche "fisica" delle scenette e delle gag. Il corto venne prodotto dalla Cady Films, società fondata dallo stesso Tati con Fred Orain, direttore degli studi cinematografici di Nizza, che produrrà anche i suoi primi lungometraggi. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo René Clément: ma essendo questi impegnato su un altro set, Tati decise di occuparsi in persona della regia.

15 maggio 2007

I Fantastici 4 (Tim Story, 2005)

I Fantastici 4 (Fantastic Four)
di Tim Story – USA 2005
con Ioan Gruffudd, Jessica Alba
*1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

I personaggi-simbolo dell'universo Marvel, i protagonisti del "world's greatest comic magazine" (come recitava lo strillo sulle copertine degli albi), i primi a essere creati dal duo Stan Lee/Jack Kirby nonché i miei supereroi preferiti quando ero bambino (ma questa è un'altra storia...) avrebbero forse meritato qualcosa di meglio per il loro esordio sul grande schermo (se si trascura una pellicola di una decina d'anni prima, talmente brutta da non essere nemmeno distribuita nelle sale). A differenza dei film sull'Uomo Ragno e sugli X-Men, infatti, qui abbiamo un regista e un cast di attori semisconosciuti (Jessica Alba a parte, e non per le sue capacità recitative; Chris Evans diventerà invece famoso solo in seguito, paradossalmente interpretando un altro personaggio Marvel), un budget tecnico limitato (anche se il make-up della Cosa è comunque bello, mentre gli effetti della Torcia Umana e della Ragazza Invisibile sono piuttosto ordinari e quelli di Mr. Fantastic decisamente deludenti) e una sceneggiatura che punta in basso, rinunciando all'epica e all'avventura e limitandosi a raccontare le origini del quartetto e del loro arcinemico, il Dottor Destino, in un setting moderno da telefilm adolescenziale. Se comunque l'intrattenimento – per quanto infantile (vedi dialoghi del tipo "Come ti senti?" "Una roccia!") – non manca, grazie a una buona e non affrettata caratterizzazione dei quattro protagonisti, Torcia e Cosa su tutti, non posso perdonare agli scrittori di aver banalizzato la figura del Dottor Destino, uno dei personaggi più carismatici di Stan Lee, che da onnipotente dittatore di uno stato sovrano diventa un "semplice" uomo d'affari, per quanto dotato di superpoteri (novità!), che fa agguati notturni nei parcheggi ai membri del proprio consiglio di amministrazione. In ogni caso, consideriamo questo film come un "capitolo zero" in attesa dei successivi sequel, primo fra tutti quello con Silver Surfer di imminente uscita, e accontentiamoci: in fondo poteva andare peggio, come è capitato a Devil o a Elektra...

14 maggio 2007

È arrivata la felicità (F. Capra, 1936)

È arrivata la felicità (Mr. Deeds goes to town)
di Frank Capra – USA 1936
con Gary Cooper, Jean Arthur
**

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Dopo aver ereditato venti milioni di dollari da uno zio mai conosciuto, il generoso e sempliciotto Longfellow Deeds – suonatore di tuba e poeta a tempo perso – si trasferisce dal piccolo paesino di Mandrake Falls a New York. Qui tutti vorrebbero approfittare della sua ingenuità, da questuanti di ogni tipo ai disonesti amministratori del suo patrimonio, fino a una giornalista che riesce a conquistare il suo affetto nascondogli la propria professione e scrivendo a sua insaputa articoli che ne dileggiano il comportamento; nauseato dalla vita cittadina, Deeds decide di donare tutta l'eredità agli agricoltori vittime della Depressione, ma per questa sua scelta viene accusato di essere pazzo. In tribunale, difendendosi da solo, riuscirà a dimostrare di essere più sano lui di tutti gli altri abitanti della città. Non ho mai amato particolarmente il populismo di Frank Capra, e questo film non fa eccezione. A parte alcune battute qua e là (come quella sulle abitudini della gente mentre si concentra, sottolineate da Deeds al processo), la storia risulta fiacca soprattutto nella parte centrale e in quella sentimentale, banale e telefonata, e non offre altro che i soliti buoni sentimenti e l'elogio della semplicità, dell'infantilismo, del buon senso e della generosità che si ritrovano negli altri film del regista. Cooper mi è sembrato fuori parte in un ruolo che sarebbe calzato meglio a James Stewart, mentre nel cast spicca un giovane e simpatico Lionel Stander nella parte della guardia del corpo incaricata di tenere lontano i giornalisti.

13 maggio 2007

Appuntamento a Belleville (S. Chomet, 2003)

Appuntamento a Belleville (Les Triplettes de Belleville)
di Sylvain Chomet – Francia/Canada/Belgio 2003
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi e Martin.

Lo stile retrò, caricaturale e malinconico di Chomet può forse sembrare insolito in un lungometraggio commerciale. Ma a me, che conoscevo già il regista dal suo splendido corto "La vieille dame et le pigeons", visto al festival di Annecy una decina di anni fa, non dispiace affatto. La storia vede come protagonista un'anziana nonnetta che – dopo aver scoperto che l'unico interesse del nipote sono le biciclette – fa di tutto per allenarlo e consentirgli di partecipare al Tour de France. Durante la corsa, però, il ragazzo viene rapito da alcuni misteriosi individui legati alla mafia francese che lo conducono, insieme ad altri due corridori, nella lontana e "americana" città di Belleville per organizzare delle corse clandestine. La nonna, insieme al goffo e grasso cane Bruno e alle Triplette di Belleville, un trio di anziane cantanti, riuscirà a salvarlo. Un film praticamente muto (non a caso viene esplicitamente citato, in un paio di occasioni, Jacques Tati), con atmosfere decadenti e azione "lenta" (si veda l'inseguimento finale), molto originale sia come ambientazione sia come realizzazione. Nonostante la tristezza e il patetismo siano sempre dietro l'angolo, l'ironia di Chomet riesce sempre a evitare la trappola, spingendo gli spettatori a ridere dei tratti insoliti dei personaggi (fisici e fisiognomici, come la "squadratura" dei cattivi, i nasi pronunciati, l'eccessiva "scioltezza" del cameriere al ristorante; o comportamentali, come la strategia di pesca delle rane di una delle vecchie cantanti o l'abitudine del cane Bruno di abbaiare a tutti i treni che passano).

10 maggio 2007

Spider-Man 3 (Sam Raimi, 2007)

Spider-Man 3 (id.)
di Sam Raimi – USA 2007
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst
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Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Come già per gli X-Men, anche nel caso dell'Uomo Ragno il terzo capitolo della saga è senza dubbio il peggiore, ma anche quello di maggior interesse per gli appassionati di comics. Le citazioni, gli eventi e i personaggi rappresentati sono infatti così tanti da superare i primi due film messi insieme (ma questo è anche il punto debole della pellicola, che mette troppa carne al fuoco): e lo scontro finale a quattro (oltre a Spidey ci sono il nuovo Goblin, l'Uomo Sabbia e Venom) è abbastanza accattivante. Se la love story con Mary Jane continua a sembrarmi stucchevole, gli elementi provenienti dal fumetto costituiscono per l'appunto la cosa migliore del film: scientificamente assurda ma intrigante l'introduzione dell'Uomo Sabbia, un po' troppo rapida e forzata quella di Venom, che forse avrebbe meritato di non dividere la scena con così tanti altri characters (non che sia mai stato uno dei miei supercattivi preferiti, beninteso, ma ho gradito il fatto che i concetti principali della saga del costume nero, come la nascita di un "doppio malvagio" dell'eroe, siano stati mantenuti). Gwen Stacy è presentata un po' troppo come una ragazza svampita e sexy (come avrebbe dovuto essere Mary Jane, invece), ma si dimostra anche sensibile e intelligente. Ed è interpretata da una Bryce Dallas Howard che a ogni film mi sorprende sempre di più per bravura, bellezza e versatilità. Buffo, peraltro, che a indossare i panni di un personaggio biondo sia stata chiamata un'attrice rossa di capelli, mentre per interpretare una rossa (MJ, appunto) sia stata scelta una bionda. Bravo anche Thomas Haden Church (già visto in "Sideways"), un'ottima scelta di casting: sembra proprio disegnato da Steve Ditko! Completamente gratuito, ancora una volta e più del solito, il cameo di Stan Lee, mentre è gustoso quello di Bruce Campbell, il terzo consecutivo, nelle vesti del cameriere francese. La trama prosegue con la discutibile filosofia di rendere Spider-Man un eroe "popolare" e amato dai cittadini, e in un certo senso chiude il cerchio iniziato con il primo episodio: l'intenzione era comunque quella di proseguire la saga con altri film (nei quali ci si poteva aspettare un maggior coinvolgimento del professor Connors e della famiglia Stacy). Ma Raimi si tirerà indietro, e la Sony avrà la sciagurata idea di far ripartire la franchise da zero con "Amazing Spider-Man" (e Andrew Garfield al posto di Tobey Maguire) nel 2012.

9 maggio 2007

Rashomon (Akira Kurosawa, 1950)

Rashomon (id.)
di Akira Kurosawa – Giappone 1950
con Toshiro Mifune, Machiko Kyo
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Rivisto in DVD con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Il film che ha fatto conoscere Kurosawa e la cinematografia giapponese in occidente (vinse a sorpresa il Leone d'Oro a Venezia nel 1951) è una pellicola così ricca di spunti e di temi da continuare ancora oggi a influenzare il mondo del cinema e della cultura. Nietzsche ha scritto: "non esistono fatti, solo interpretazioni" (ma anche Pirandello avrebbe da dire la sua sull'argomento). E il regista nipponico, partendo dalla rielaborazione di due racconti di Ryunosuke Akutagawa, presenta una situazione nella quale tutti i personaggi mentono o "abbelliscono la realtà" per presentarla sotto un differente punto di vista. La trama si riassume in poche righe: in un'imprecisata epoca medievale, remota e quasi pre-storica, tre passanti costretti dalla pioggia torrenziale a ripararsi sotto la fatiscente porta di Rasho discutono di un fatto di sangue avvenuto in un bosco vicino: un brigante avrebbe violentato una donna e ucciso il samurai suo marito. Ma ciascuno dei protagonisti della storia, interrogato dall'autorità giudiziaria, ha riferito una diversa versione dei fatti. Tanto il brigante quanto la donna si autoaccusano del delitto, mentre il samurai ucciso (che parla per bocca di una medium) afferma di essersi suicidato. Ognuno dei tre, però, fa ricadere la colpa "morale" dell'accaduto sugli altri due. La quarta versione, quella di un boscaiolo che aveva assistito al tutto, è infine ancora diversa, pur mantenendo elementi delle prime tre. Da notare come le quattro storie non si contraddicano interamente ma soltanto su pochi punti, comunque fondamentali. Lo scopo dei tre protagonisti non è quello di essere assolti dal tribunale giudicante (i cui membri – per di più – non si vedono mai sullo schermo: che siano gli spettatori stessi del film?), quanto piuttosto salvaguardare la propria immagine e il proprio "onore", che per ciascuno di essi assume un significato differente a seconda del rispettivo ruolo sociale.

Il film, come fa notare un interessante contributo extra del dvd, un'intervista al docente di semiotica Ugo Volli, è strutturato attorno al numero "tre": tre sono infatti gli ambienti principali in cui si svolge la vicenda: la porta di Rasho (in evidente disfacimento, esattamente come il mondo esterno, dove l'umanità è sconvolta da calamità naturali come terremoti e inondazioni e da un vistoso caos sociale, come testimoniano la disperazione del prete buddista e la ripetuta affermazione del taglialegna: "non capisco!"), la stazione di polizia (un cortile spoglio e sobrio, dove si ricerca l'ordine all'interno del caos) e il bosco (labirintico e selvatico), ciascuno contenuto "narrativamente" nel precedente; tre sono i protagonisti del fatto di cronaca; tre sono gli stessi passanti che si raccontano (e raccontano a noi) la storia. Ma sul finire si aggiunge sempre un quarto elemento, che li supera, li sublima o li condensa: un quarto ambiente (terminata la pioggia, la macchina da presa può spaziare sulla pianura), un quarto racconto (quello del taglialegna, che da osservatore "esterno" può fornire un punto di vista probabilmente più attendibile rispetto a quelli dei personaggi coinvolti in prima persona), un quarto personaggio (il neonato, la cui introduzione serve a concludere il film su un tono di speranza).

Anche stilisticamente, "Rashomon" è interessantissimo. Per essere una pellicola basata su racconti e su "testimoni inattendibili", è incredibile come non sia mai presente – durante i racconti stessi – alcuna inquadratura in soggettiva (se si eccettua, appunto, il punto di vista dei giudici/spettatori durante gli interrogatori). Il regista mostra le vicende, pur contrastanti fra loro, come se si trattasse di "verità". Non solo l'occhio della camera da presa appare "neutro", ma addirittura insiste su dettagli fisici e realistici (il sudore, gli insetti, la forza e il vigore degli uomini, le lacrime e le emozioni della donna, il bacio fra lei e il bandito). Anche le immagini "false" sono dunque proposte con estrema forza, senza apparenza di finzione (si vedano per esempio i due duelli, sia quello eroico sia quello impacciato, che non sembrano fasulli nemmeno per un attimo). "È disonesto che siano così credibili", afferma Volli. Proprio come i suoi personaggi, Kurosawa maschera la realtà per abbellirla. E come pochi altri, "Rashomon" scuote lo spettatore mettendo in chiaro come il cinema non mostri una realtà oggettiva, e che anche le immagini che vediamo con i nostri occhi possono mentire. Brecht ammoniva di non farsi sedurre dalle immagini, perché sono disoneste. Sempre Volli condensa il concetto spiegando come il cinema "non sia trasparente". Certo, oggi – abituati agli effetti speciali – la cosa può non sembrare così sconvolgente come era sicuramente negli anni cinquanta. Ma tanto basta per fornire spunti a volontà agli studiosi di linguaggio e di metacinema. E anche a suggerire un paragone con la meccanica quantistica, dove l'impossibilità di conoscere la "verità" è dimostrata scientificamente: un osservatore, infatti, perturba il sistema, proprio come un personaggio che racconta un fatto al quale ha partecipato tenderà a modificare la realtà delle cose. Per conoscere la reale verità bisognerebbe essere Dio, o un osservatore/narratore onnisciente (come capita di solito nei film e nei libri, e come Kurosawa sceglie invece di non fare in questo film). Un'ultima menzione per gli attori (tutti bravissimi), la fotografia (implacabile nel mostrare i cambiamenti atmosferici, il sole, la pioggia) e la musica di Fumio Hayasaka, che a tratti ricorda il Bolero di Ravel.

8 maggio 2007

Braveheart (Mel Gibson, 1995)

Braveheart - Cuore impavido (Braveheart)
di Mel Gibson – USA 1995
con Mel Gibson, Sophie Marceau
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Rivisto in DVD con Hiromi.

La storia di William Wallace, patriota ed eroe della ribellione scozzese contro l'occupazione inglese di re Edoardo I Plantageneto a cavallo fra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo. Va subito detto che l'unico vero pregio del film sono le magnifiche battaglie (in particolare la prima, quella di Stirling), girate in maniera realistica, viva e coinvolgente, e che hanno costituito un punto di riferimento per pellicole "medievali" successive, come la "Giovanna d'Arco" di Luc Besson e "Il signore degli anelli" di Peter Jackson. Per tutto il resto, invece, il film non mi è mai sembrato nulla di speciale sin dalla prima volta che lo avevo visto. Gli eventi storici sono estremamente semplificati e schematizzati, e la loro verosimiglianza lascia parecchio a desiderare (lo stesso Gibson ammise che numerosi elementi, come la relazione con la regina Isabella, furono aggiunti di sana pianta per rendere il tutto più romanzato e avvincente), ma questo in sé non sarebbe nemmeno un difetto. Il vero problema è che i personaggi sono prevedibili e mai indagati in profondità: su tutti lo stesso Wallace, figura monolitica che non mostra mai un dubbio o un ripensamento. Anche i suoi seguaci più fedeli non sembrano nulla più che macchiette. L'unico character con un po' di "ambiguità" a renderlo interessante, Robert Bruce (interpretato da Angus Macfadyen), è fondamentalmente un debole e un inetto. La Marceau (nel ruolo di Isabella di Francia) è bella, ma il suo ruolo avrebbe potuto essere tagliato senza troppe conseguenze: sembra quasi inserito soltanto per la necessità di avere un personaggio femminile di rilievo. Buono e convincente, invece, il re Edoardo I interpretato da Patrick McGoohan. La prima mezz'ora del film, prima che scoppi la rivolta, è davvero noiosetta, mentre poi la storia si lascia seguire giusto perché si parteggia per i "buoni", e non per particolari qualità cinematografiche. Al secondo film da regista dopo "L'uomo senza volto", Gibson comunque fece il botto: ben dieci nomination agli Oscar e cinque statuette vinte, fra cui quelle per il miglior film e la migliore regia.