7 luglio 2020

C'era una volta in America (Sergio Leone, 1984)

C'era una volta in America (Once upon a time in America)
di Sergio Leone – Italia/USA 1984
con Robert De Niro, James Woods
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina, per ricordare Ennio Morricone.

L'ultimo film di Sergio Leone, prodotto dopo una gestazione di oltre dieci anni e realizzato insieme ai suoi collaboratori più fidati (il direttore della fotografia Tonino Delli Colli, il montatore Nino Baragli e naturalmente il compositore Ennio Morricone, che firma qui una delle sue colonne sonore più belle), è una lunga – quasi quattro ore – e sofisticata gangster story, il cui titolo "fiabesco" sembra voler riecheggiare l'altro suo capolavoro "C'era una volta il west". Per la prima e unica volta, se non contiamo i peplum degli esordi, il regista romano si allontana dal territorio che ha frequentato con successo per tutta la sua carriera, ovvero il western: ma non dall'epica americana, di cui racconta a ben vedere un'altra sfaccettatura, affidandosi al secondo genere per eccellenza del cinema statunitense e realizzandone un titolo imprescindibile, che potremmo considerare il punto d'arrivo di un percorso che parte da "Nemico pubblico" e "Piccolo Cesare", passando per "Scarface" e "Il padrino". E anche in questo caso il titolo è programmatico: con esso Leone intende andare alle origini di un mondo vasto e legato all'immaginario culturale attraverso tanti film, romanzi e fumetti, ma soprattutto raccontare l'essenza dell'America, quegli Stati Uniti che sono una nazione giovane ("Questo è un paese in crescita, e certe malattie è meglio farle subito, da piccoli") e costruite sulla violenza, il tradimento e la sopraffazione. Il soggetto è ispirato al romanzo semiautobiografico "The Hoods" (1952) di Harry Grey, con una trama che Leone e i suoi sceneggiatori (Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli, Franco Ferrini) rendono complessa e articolata mediante l'incrocio di più piani temporali, con il continuo passaggio dal passato al presente attraverso una serie di flashback e flashforward. Si inizia in media res, nel 1933, alla fine del proibizionismo, quando il gangster David Aaronson detto "Noodles" (Robert De Niro) è costretto a fuggire da New York dopo la morte dei suoi tre soci, nonché più cari amici, "Max" Bercovicz (James Woods), "Patsy" Goldberg (James Hayden) e "Cockeye" Stein (William Forsythe). Tornerà nella Grande Mela soltanto trentacinque anni dopo, nel 1968 ("Che hai fatto in tutti questi anni?" - "Sono andato a letto presto", citando l'incipit de "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust), richiamato da una lettera anonima e da qualcuno che vuole assoldarlo per un ultimo misterioso lavoro...

Siamo a trenta minuti di film, e ancora non sappiamo nulla dei retroscena. Ma la storia fa ora un improvviso tuffo all'indietro, portandoci nei ruggenti anni Venti, quando un giovane Noodles cresceva in libertà e spensieratezza per le strade del quartiere ebraico del Lower East Side di Manhattan, con gli inseparabili amici Patsy, Cockeye e Dominic, guadagnandosi da vivere con furtarelli o piccoli "lavoretti" per il boss della zona, altercando con il poliziotto locale e spiando di nascosto la bella Deborah, aspirante ballerina e sorella dell'amico Fat Moe, il locale della cui famiglia funge da base e punto di aggregazione dell'intera comitiva. Quando Noodles e compagni stringono amicizia con il nuovo arrivato Max, le loro sorti iniziano a sollevarsi, cosa che non fa piacere a Bugsy (James Russo), il galoppino che prima di loro gestiva gli affari della malavita nel quartiere: a cadere vittima della sua vendetta sarà il più piccolo del gruppo, il simpatico monello Dominic, ancora soltanto un bambino. La sua morte rappresenta la fine improvvisa dell'infanzia, in tutti i sensi. Per vendicarlo, Noodles pugnalerà Bugsy e finirà in prigione, dalla quale uscirà solo all'inizio del decennio successivo, trovando i restanti tre amici ormai ben avviati nell'ambiente della malavita, visto che gestiscono di fatto il commercio illegale di alcolici nel quartiere dal locale di Fat Moe (Larry Rapp). Attraverso contatti con boss di maggior calibro, come l'italo-americano Frankie Monaldi (Joe Pesci), i quattro faranno ulteriore strada e acquisiranno sempre più potere, non disdegnando di interferire nelle dinamiche sociali e politiche della loro epoca, per esempio sostenendo (con la forza, naturalmente) le attività del sindacalista James O'Donnell (Treat Williams). E nel frattempo Noodles riallaccia i contatti con l'amata Deborah (Elizabeth McGovern), che però lo lascia per andare a Hollywood in cerca di fama. Intanto il sempre più ambizioso Max non intende fermarsi, nemmeno di fronte alla fine del proibizionismo: e nella speranza di salvargli la vita Noodles decide di denunciarlo alla polizia, causando senza volerlo la morte sua e degli altri due amici. O almeno questo è quanto ha creduto nei trentacinque anni successivi, vissuti nel rimorso, prima di scoprire che a essere tradito era stato proprio lui...

Il tema, come dicevamo, è quello dell'America che cresce come nazione (dopo che in "C'era una volta il west" si era celebrata la fine dell'età della frontiera). Ne è metafora non solo Max con la sua sfrenata ambizione, per la quale non esita a tradire gli amici, ma anche e soprattutto Noodles che, pur senza essere davvero cattivo, non può che agire sopraffacendo gli altri, rovinando le cose belle e prendendosi quello che vuole con la forza (emblematica la scena dello stupro ai danni di Deborah), proprio come l'America si è storicamente presa la terra e ha sfruttato la natura, per poi cercare di dimenticare le proprie colpe (magari attraverso l'oppio, di cui Noodles è un avido consumatore). Un'America che ha costruito il proprio potere e la propria fortuna sulla legge del più forte, sul tradimento, sulla corruzione, sulla connivenza fra malavita e politica. E che pure non può fare a meno di guardare a sé stessa nello specchio o a ripensare al proprio passato con una certa nostalgia, respirando nuovamente il fascino degli inizi, le botteghe di quartiere, i ragazzi e le ragazze che giocavano per le strade o amoreggiavano per le scale, i sogni di gloria e le piccole gioie della vita. Nella sua lunga esposizione, il film attraversa tutte queste fasi e accatasta situazioni e dialoghi indimenticabili, passando da momenti di poesia e di tenerezza ad altri in cui scoppia improvvisa la violenza (l'ultimo appuntamento fra Noodles e Deborah ne è un perfetto esempio). Lo fa anche grazie alla sua complessa struttura a incastro, che "ingarbuglia" la vicenda come in un gioco di scatole cinesi. E cinese è anche il teatro di ombre che ospita la fumeria d'oppio dove Noodles trova rifugio più volte, compresa la scena conclusiva del film, ambientata nel 1933. Non è chiaro se si svolga dopo lo stupro di Deborah, dopo la morte di Max o in un'altra occasione: ma il sorriso che De Niro rivolge agli spettatori nell'inquadratura ferma sui titoli di coda, immerso nella nebbia della dimenticanza e della confusione mentale, ha sempre affascinato critici e spettatori, spingendoli alle interpretazioni più azzardate, molte delle quali (come quella per cui tutto ciò che avviene in seguito non è altro che il frutto dell'immaginazione del personaggio) ben poco fondate.

La lavorazione del film fu assai lunga: le riprese durarono quasi un anno (dal giugno 1982 all'aprile 1983) e si svolsero per lo più a Brooklyn (in molte sequenze si può seguire la progressiva costruzione del ponte sullo sfondo: celebre per esempio quella della morte del piccolo Dominic), ma anche in New Jersey, in Florida, a Cinecittà e al Lido di Venezia. Fondamentale come sempre, nell'economia della pellicola, la musica di Morricone: meravigliosi in particolare il tema principale, lento, melodico e struggente; quello con il flauto di pan (suonato da Gheorghe Zamfir) legato ai ricordi d'infanzia dei protagonisti; e il tema di Deborah, che ricorre in più varianti, spesso diegetiche, sulle note del quale la bambina danza davanti a Noodles. Ottimi gli interpreti, che recitavano per la prima volta con Leone (naturalmente molti di loro, come De Niro o Pesci, non erano nuovi ai film di gangster!). Oltre a quelli già citati, sono da ricordare gli attori che interpretano i personaggi da ragazzi/bambini (per oltre un'ora di film!): Scott Tiler (Noodles), Rusty Jacobs (Max), Brian Bloom (Patsy), Adrian Curran (Cockeye), Noah Moazezi (Dominic), Mike Monetti (Fat Moe) e una Jennifer Connelly al suo esordio (Deborah). Nel cast anche Tuesday Weld (Carol, la donna di Max), Darlanne Fluegel (Eve), Danny Aiello (il poliziotto), Burt Young (Joe) e il produttore israeliano Arnon Milchan (l'autista di Noodles). Pur con un buon riscontro, la pellicola è stata rivalutata soprattutto negli anni successivi alla sua uscita: oggi è considerata uno dei capolavori del regista. Ironia della sorte, ebbe successo ovunque tranne che negli Stati Uniti, dove venne pesantemente tagliata dai produttori, che ne rimontarono anche le sequenze in ordine cronologico, alterandone così l'equilibrio ed eliminando gran parte del fascino e del mistero. In occasione dell'uscita in DVD del 2003, il film è stato completamente ridoppiato (cosa vergognosa, visto che il doppiaggio originale era stato curato dallo stesso Leone, come quelli di tutti i suoi film). Nel 2012, per fortuna, la pellicola è stata restaurata (con l'aggiunta di piccole scene inedite) e il doppiaggio originale è stato ripristinato. Leone morirà nel 1989 senza fare più altri film, anche se stava lavorato a un progetto sulla battaglia di Stalingrado. Il sorriso di De Niro nel freeze frame finale rappresenta dunque anche il commiato del grande regista dal cinema e da noi spettatori.

3 commenti:

Marisa ha detto...

Film grandioso che coglie senza retorica il sogno americano dove nessuno è innocente, ma che la nostalgia e la grande musica di Morricone rendono umanissimo...
Si capisce perchè non è stato amato subito in America.

In The Mood For Cinema ha detto...

Da bambina l'ho guardato un milione di volte e poi ho continuato anche da adulta. E' stato il film che, in tenera età, mi ha fatto capire di essere letteralmente innamorata di questa arte.

Christian ha detto...

Magnifico dal punto di vista tecnico, ed emozionante per come scava nel passato dei personaggi. Anche se personalmente di Leone preferisco i western ("C'era una volta il west" è il mio film preferito!), è impossibile rimanere indifferenti di fronte a questa epica monumentale.