20 gennaio 2008

Pickpocket (Robert Bresson, 1959)

Diario di un ladro (Pickpocket)
di Robert Bresson – Francia 1959
con Martin LaSalle, Marika Green
***

Visto in divx.

Il punto di forza di Bresson è senza dubbio l'estremo rigore che riversa tanto nella forma quanto nei contenuti delle sue pellicole. Per certi versi "Pickpocket" mi ha ricordato il suo film che finora mi era piaciuto di più, ovvero "Un condannato a morte è fuggito", anche se il tema trattato è completamente diverso: ma lo stile asciutto, quasi documentaristico, e il tentativo di scavare nell'anima del personaggio principale, solo contro tutti (qui per scelta, lì per obbligo), resta identico. Michel, il protagonista, è un giovane disoccupato che per disperazione diventa un borseggiatore. Nonostante il suo miglior amico, una sua graziosa vicina di casa e persino un poliziotto cerchino di rimetterlo sulla dritta via, lui prosegue nella sua “professione” fino a quando, inesorabilmente, non verrà arrestato. Ma proprio nel punto più basso della sua vita, quando addirittura arriverà a meditare propositi di suicidio, troverà inaspettatamente un amore salvifico. Bresson indugia sui movimenti delle dita e sui piccoli trucchi usati dai borseggiatori per sfilare portafogli e orologi senza essere visti (Michel che si allena sembra quasi un Oliver Twist cresciuto), e i titoli di testa accreditano persino un certo Kassagi – che interpreta il complice di Michel – come "consulente tecnico per le gesta dei ladri". Notevole la tensione di alcune scene, costruita quasi completamente con la scelta delle inquadrature: per esempio quando la macchina da presa rimane fissa sul volto di Michel, mentre noi sappiamo che le sue mani stanno sfilando un portafogli, oppure quando si muove rivelandoci solo all'ultimo minuto – e spesso in ritardo rispetto alla voce fuori campo del protagonista, onnipresente in tutta la pellicola – un elemento chiave che fornisce sorpresa (il volto di un personaggio del quale avevamo visto solo i piedi, oppure la bambina che gioca per terra nella stanza). Michel, la cui disperazione sembra avergli alienato ogni fiducia nell'esistenza o nel genere umano, è un personaggio ai limiti dell'amoralità che trova nel finale una sorta di redenzione quasi divina (e dire che poco prima dichiara di essere ateo: "Ho creduto in dio... per tre minuti").

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