29 giugno 2007

Giorni perduti (B. Wilder, 1945)

Giorni perduti (The lost weekend)
di Billy Wilder – USA 1945
con Ray Milland, Jane Wyman
**1/2

Visto in DVD.

Un film drammatico sull'alcolismo, apparentemente lontano dalle corde di Wilder, che pure gli ha fatto vincere l'Oscar (la pellicola se ne è aggiudicati addirittura quattro: miglior film, regia, sceneggiatura – sempre di Billy – e attore protagonista!). Il protagonista Don Birnam, uno scrittore fallito, lotta senza successo contro il demone del whisky nonostante gli sforzi della fidanzata e del fratello. Dovrebbe partire per un fine settimana disintossicante in campagna, e invece rimane in città lasciandosi trascinare in un'odissea sempre più disperata fra bar, locali e monti di pietà (la sequenza in cui vaga per le strade nel tentativo di impegnare la propria macchina da scrivere è una delle più memorabili), finendo persino in una clinica per alcolizzati. Mentre sprofonda sempre più nel degrado morale e sociale e negli impulsi autodistruttivi, alcuni flashback mostrano come ha conosciuto la sua ragazza, curiosamente al teatro dell'opera davanti al "Libiamo ne' lieti calici" della Traviata. Fino ad allora, l'alcolismo sullo schermo era sempre stato trattato in maniera umoristica, e gli ubriaconi erano figure comiche o ridicole, aspetto cui accenna lo stesso protagonista del film. Forse la sceneggiatura – che cerca di non essere moralista – va un po' sopra le righe, e il finale "ottimista" è poco convincente, ma la tensione e la drammaticità funzionano alla grande, sorrette da un evidente mestiere, anche se personalmente continuo a preferire il Wilder dei film di genere (noir e commedie) a quello a sfondo sociale.

28 giugno 2007

Bandidas (J. Roenning, E. Sandberg, 2006)

Bandidas (id.)
di Joachim Roenning, Esper Sandberg – Francia/Messico/USA 2006
con Penélope Cruz, Salma Hayek
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Ideato e scritto da Luc Besson (ma quanto lavora ultimamente? Peccato che abbia perso ormai ogni residuo di talento e di credibilità...), è uno pseudo-western comico dal taglio latino nel quale le due protagoniste si azzuffano fra loro prima di unire le forze contro i cattivi americani che vogliono espropriare le terre degli agricoltori messicani per farci passare la ferrovia. D'altronde, se recentemente nei film statunitensi i cattivi sono sempre francesi, è normale che nei film francesi le parti si invertano. Per raggiungere il loro scopo, le due si dedicano a una serie di rapine alle banche della compagnia ferroviaria, da qui il soprannome di "Bandidas". Esile e leggero, pieno di luoghi comuni e di scene improbabili, il film non annoia troppo ma non presenta proprio niente di memorabile. Nè la storia né i personaggi sono approfonditi a sufficienza, il ritmo e l'umorismo latitano e la regia è di una mediocrità assoluta (ridicolo il ralenti alla "Matrix" nella sparatoria finale sul treno). Come bellezza e carisma, la Cruz (che parla al proprio cavallo come Lucky Luke con Jolly Jumper) sfigura di fronte alla Hayek, ed è tutto dire. Il personaggio maschile viene sbaciucchiato a più riprese dalla due donzelle: l'attore Steve Zahn avrà forse pagato lo sceneggiatore o il produttore?

27 giugno 2007

I Fantastici 4 e Silver Surfer (T. Story, 2007)

I Fantastici 4 e Silver Surfer (Fantastic Four: Rise of the Silver Surfer)
di Tim Story – USA 2007
con Ioan Gruffudd, Jessica Alba
**

Visto ieri al cinema Colosseo.

Anche questo film conferma la regola secondo la quale i secondi episodi delle saghe supereroistiche Marvel al cinema sono migliori dei precedenti. Forse dipende dal fatto che i film "d'apertura" devono sacrificare gran parte del tempo e dello spazio a narrare le origini dei personaggi, e dunque non possono permettersi di imbastire una trama più complessa e sofisticata. Rispetto a Spider-Man e agli X-Men, i film dei Fantastici Quattro hanno senza dubbio un target più adolescenziale e scanzonato, che però – devo ammettere – non mi dispiace del tutto: personaggi "sbruffoni" come la Torcia Umana, anzi, sono caratterizzati a meraviglia. La storyline di Silver Surfer è poi una delle più belle e memorabili di tutto l'universo Marvel, e l'eroe cosmico sullo schermo fa la sua buona figura. È stata persino inserita la sottotrama del Dottor Destino che "ruba" i poteri del Surfer, anch'essa presa da una vecchia storia del duo Lee/Kirby (a proposito: questa volta Stan Lee compare nella parte di sé stesso!), che contribuisce a restituire al personaggio di Victor Von Doom (nel doppiaggio italiano chiamato "Van Doom") un po' di quell'aura mitica che aveva smarrito nel primo capitolo. Certo, il finale è un po' deludente e affrettato (la repentina sconfitta di Galactus a opera di Surfer è decisamente improbabile... avrei preferito l'inserimento del Nullificatore Assoluto, a costo del rischio del ridicolo), ma pone le basi per lo spin-off dedicato al surfista d'argento che dovrebbe apparire nelle sale fra un paio d'anni. Sono il solo ad aver visto un omaggio al Super Skrull nella sequenza in cui Johnny Storm si impadronisce dei poteri dei suoi tre compagni? In più c'è la tanto attesa introduzione della Fantasticar e si lascia intendere che fra la prima pellicola e la seconda siano accadute molte altre avventure. In conclusione, un film spensierato e senza troppe pretese, che proprio per questo riesce nel suo intento di divertire perlomeno i fan del fumetto, come me. Visto il matrimonio fra Reed e Sue, nel prossimo episodio mi aspetto la nascita di Franklin Richards (e magari gli Inumani!).

Doctor Who: the movie (G. Sax, 1996)

Doctor Who: the movie
di Geoffrey Sax – GB/USA 1996
con Paul McGann, Daphne Ashbrook
**1/2

Visto in DVD, con Martin, Monica, Roberto e Marco, in originale con sottotitoli inglesi.

Grazie a Martin, che sta acquistando i DVD inglesi, stiamo saltuariamente guardando i telefilm del leggendario Doctor Who, sia nelle sue incarnazioni degli anni '60, '70 e '80, sia nella nuova versione attualmente in onda. Di solito non ne scrivo in questo blog perché vorrei occuparmi soltanto di cinema e non di serie televisive. Stavolta faccio un'eccezione perché in questo caso si tratta di un vero e proprio tv movie realizzato per rilanciare il personaggio (che non compariva da diversi anni) e magari renderlo popolare anche negli Stati Uniti. Pensato come possibile pilota di una nuova serie televisiva, il film non riscontrò però il successo sperato e non se ne fece più nulla. E si dovette attendere un'altra decina d'anni prima che il Dottore rifacesse la sua comparsa sul piccolo schermo. Alieno (di Gallifrey), mezzo umano, immortale (è un Time Lord), viaggiatore nel tempo e nello spazio con il suo TARDIS (che all'esterno appare come la caratteristica cabina telefonica blu della polizia britannica), il Dottore è qui protagonista di una vicenda un po' cervellotica e più orientata all'azione che alla ricerca investigativa. Vittima di una trappola ordita dal suo arcinemico, the Master, la settima incarnazione del Dottore si ritrova bloccata a Los Angeles alla vigilia del capodanno del 2000. Qui perde la vita, e dunque assistiamo alla sua trasformazione nell'ottavo Dottore. Con l'aiuto di una giovane chirurga e di un teppistello di Chinatown, riesce però a impedire che il Master distrugga il pianeta Terra e si impadronisca del suo stesso corpo. Paul McGann non è male per la parte, ed è un peccato che dell'ottavo Dottore non si sia saputo più nulla (la nuova serie televisiva parte direttamente con il nono). Regia, fotografia ed effetti speciali sono di buona qualità, nulla a che vedere con lo stile artigianale dei vecchi telefilm della BBC, che pure ha parecchi estimatori ma che a me non ha mai entusiasmato più di tanto: d'altronde i pregi della serie risiedono nelle sceneggiature e nelle atmosfere, non nella tecnica di realizzazione.

26 giugno 2007

10.000 visite!

Oggi questo blog ha raggiunto i 10.000 visitatori unici (da quando ho messo il contatore, vabbè). Grazie a tutti! ^_^

Les amants (L. Malle, 1958)

Les amants (id.)
di Louis Malle – Francia 1958
con Jeanne Moreau, Jean-Marc Bory
***

Visto in DVD.

Jeanne (la coincidenza fra i nomi della protagonista e dell'attrice non è forse casuale), annoiata dalla vita in provincia e stufa di un marito che la trascura, comincia a frequentare assiduamente l'alta società parigina e intreccia una relazione con un fascinoso giocatore spagnolo di polo. Ma sarà soltanto un casuale incontro con un giovane archeologo, completamente al di fuori della sua abituale cerchia di conoscenze, a farle scoprire l'amore, consumato al chiaro di luna in una notte intensa e sensuale, e a spingerla ad abbandonare d'impulso il marito, la casa e la famiglia. Film liberatorio e "scandaloso" (in Italia venne ovviamente censurato, senza contare il fatto di aver lasciato il titolo in originale, cosa all'epoca senza dubbio più unica che rara; negli Stati Uniti fu accusato addirittura di pornografia e soltanto la Corte Suprema dichiarò innocente il proprietario di un cinema che aveva osato proiettarlo), incorniciato dalla bella musica da camera di Brahms e da una voce fuori campo dal tono letterario e forse un po' superflua, ha messo in scena secondo Truffaut "la prima notte d'amore mai vista nel cinema francese", in cui la Moreau interpreta senza remore una novella madame Bovary che lotta (anche inconsapevolmente) contro le costrizioni sociali, borghesi e di facciata.

Angeli perduti (Wong Kar-Wai, 1995)

Angeli perduti (Duo luo tian shi, aka Fallen angels)
di Wong Kar-Wai – Hong Kong 1995
con Leon Lai, Takeshi Kaneshiro
**1/2

Rivisto in DVD.

Avrebbe dovuto costituire un terzo segmento di "Hong Kong Express", ma alla fine il regista ha scelto di svilupparlo come film a parte. Le atmosfere dunque sono simili, altrettanto introverse ma anche più disperate e notturne. Per le strade di una Hong Kong sferzata dalla pioggia e illuminata soltanto dai bagliori delle insegne al neon si aggirano alcuni personaggi le cui vite si sfiorano appena. Leon Lai è un killer solitario che sta meditando di cambiare mestiere; Michelle Reis è la sua agente, forse innamorata di lui; Takeshi Kaneshiro è un giovane ragazzo muto che vive con il padre e che di notte si introduce nei negozietti del quartiere per "sostituire" i commessi a danno dei malcapitati clienti; Charlie Yeung è una ragazza in crisi perché abbandonata dall'uomo che ama; Karen Mok (frizzante come sempre) è una punk in cerca d'amore. Fra scene indimenticabili (la masturbazione di Michelle Reis davanti al jukebox) e piccoli riferimenti al film precedente (T.K. è muto per aver mangiato ananas in scatola avariato all'età di cinque anni; la Yeung diventa hostess; la musica finale è la stessa), la pellicola è caratterizzata dallo stile folgorante di WKW con lunghe carrellate notturne, ralenti e accelerazioni, i colori intensissimi dell'indispensabile fotografia di Christopher Doyle. Ho trovato i personaggi minori un po' troppo caricaturali. Pessima la qualità del DVD della Bim, che contiene una copia italiana della pellicola piena di graffi.

25 giugno 2007

I dimenticati (P. Sturges, 1941)

I dimenticati (Sullivan's travels)
di Preston Sturges – USA 1941
con Joel McCrea, Veronica Lake
***

Visto in DVD, con Albertino.

Un regista di Hollywood, giunto al successo grazie a una serie di commedie musicali, vorrebbe cambiare genere e realizzare una pellicola che mostri sullo schermo le miserie e le sofferenze dei poveri. D'altronde siamo nel 1941, a cavallo fra la Grande Depressione e la guerra. Non conoscendo l'argomento, si traveste da vagabondo e, in compagnia di un'aspirante attrice, si mescola alla folla dei senzatetto, dei diseredati, dei "train hoppers". Dopo alcune false partenze, quando sembra finalmente che le esperienze gli siano servite, finisce per errore in un carcere ai lavori forzati. E la vista dei detenuti che ridono di gusto di fronte a un cartoon di Topolino gli fa capire come anche la comicità abbia un proprio ruolo sociale. Celebre e programmatico, metacinematografico (i personaggi discorrono fra loro di Capra e Lubitsch) e forse autobiografico, è un film che si distende su più livelli di lettura. Se McCrea rifiuta con sdegno di attribuire valore alle pellicole leggere, ecco che Sturges lo rende protagonista nella prima parte di una serie di scene che nulla hanno da invidiare alle comiche di un tempo (l'inseguimento accelerato come in un film Keystone, le cadute nella piscina), per poi virare completamente verso il dramma: la sequenza nel carcere è infatti cupa, dura e angosciante, con il magnifico spiritual nella chiesa che fa da prologo all'inaspettato cartone disneyano. Chiaramente ispirato, sin dal titolo originale, ai "Viaggi di Gulliver" (c'è anche un accenno a un "castello volante", Laputa!), ha a sua volta influenzato i fratelli Coen per "Fratello, dove sei?" (questo, infatti, è il titolo del film che McCrea vorrebbe girare; e non mancano nemmeno chain gang e appunto cori gospel). Splendida Veronica Lake, prima con la sua celebre capigliatura bionda e poi vestita da ragazzo.

22 giugno 2007

Cannes e dintorni 2007 - conclusioni

È stata una bella rassegna, anche se forse senza il "capolavoro". Nelle prime giornate l'atmosfera dei film era piuttosto drammatica se non disperata: quanti film su malati, depressi, epilettici, autistici, paralizzati! Le pellicole dai toni leggeri si sono contate veramente sulle dita di una mano, e fra queste soltanto "Smiley face" era di taglio prettamente comico-umoristico. Fra le cose migliori, oltre a "Zodiac", citerei "Persepolis" e alcune sorprese come "Caramel" e "Vidange perdue". Non male nemmeno la palma d'oro rumena e i film di Gus Van Sant e Fatih Akin. Il peggio è stato rappresentato dall'insopportabile "Après lui" e dal documentario sulla spia russa Litvinenko, ma pure "La influencia" non scherzava. Deludenti i due film italiani. Per il resto, ho notato alcuni temi curiosamente ricorrenti: per esempio, molti film avevano un protagonista che lavorava in una libreria ("Auf der anderen Seite", "Après lui", "Yumurta" e, in un certo senso, "Centochiodi").

XXY – Uomini, donne o tutti e due? (L. Puenzo, 2007)

XXY - Uomini, donne, o tutti e due? (XXY)
di Lucía Puenzo – Argentina 2007
con Inés Efron, Martín Piroyansky
**1/2

Visto al cinema Colosseo (rassegna di Cannes).

Una pellicola più interessante che bella, che affronta un argomento piuttosto insolito in campo cinematografico: l'ermafroditismo. Per due settimane, leggendo sul programma della rassegna il titolo dell'ultimo film in programma (privo del sottotitolo, che è stato aggiunto in seguito per la distribuzione regolare), non avevo immaginato di cosa potesse parlare (anzi, avevo addirittura pensato a un seguito del film d'azione "xXx" con Vin Diesel!). Poi, non appena in sala è apparso il titolo a tutto schermo, ho avuto l'illuminazione. Alex, figlia di un ricercatore che gestisce una stazione biologica marina sulle coste dell'Uruguay, è nata con "qualcosa" in più: quando compie quindici anni (l'età più delicata per indirizzare le proprie pulsioni sessuali), la madre invita un amico chirurgo con tutta la famiglia a trascorrere qualche giorno insieme a loro. La sua velata intenzione è quella di proporre ad Alex un intervento "riparatore", mentre il padre è decisamente contrario. Mentre fra Alex e il figlio del chirurgo nasce una strana storia d'amore, la notizia della sua particolarità inizia a diffondersi fra gli amici e gli abitanti del villlaggio. Caratterizzato da (bravi) attori dai volti insoliti, il film si sofferma molto sui rapporti familiari, sulla confusione sessuale (non solo di Alex, ma anche dei suoi coetanei) e sul concetto di autodeterminazione del proprio destino.

19 giugno 2007

Paranoid Park (Gus Van Sant, 2007)

Paranoid Park (id.)
di Gus Van Sant – USA 2007
con Gabe Nevins, Lauren McKinney
***

Visto al cinema Arcobaleno, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Alex, teenager appassionato di skateboard, si reca spesso al Paranoid Park, una pista clandestina alla periferia di Portland, raduno di tutti i ragazzi più disagiati. Quando uccide accidentalmente una guardia di sicurezza presso i binari della vicina ferrovia, la sua vita cambia. Dopo "Elephant", Van Sant torna a ritrarre una gioventù americana dallo sguardo spento, priva di ideali, riunità in tribù e completamente avulsa dalla società. Come nel film sulla strage della Columbine, la famiglia ("prima o poi tutti i genitori divorziano") e gli insegnanti sono completamente assenti e i ragazzi sono lasciati a sé stessi, quando non trattati con condiscendenza come se fossero bambini. Il film è bello, destrutturato, con le vicende raccontate in flashback e ricordi (l'intera storia è scritta dal protagonista in una lettera) e le sequenze presentate in disordine cronologico: ma alla fine ogni cosa è chiara. E ad Alex ci si affeziona, nonostante tutto. Interessante la colonna sonora, davvero multigenere, così come le immagini sgranate e documentaristiche delle evoluzioni sullo skateboard. La fotografia è di Christopher Doyle.

Chop shop (R. Bahrani, 2007)

Chop shop
di Ramin Bahrami – USA 2007
con Alejandro Polanco, Isamar Gonzales
**

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Il piccolo Alejandro vive con la sorella maggiore Isamar nel retrobottega di un'autofficina e si procura da vivere con lavoretti di ogni tipo. Il suo sogno è quello di acquistare un furgoncino per vendere panini e bibite, e a questo scopo si dedica anche ad alcuni furtarelli, mentre la sorella – a sua insaputa – si prostituisce. Una bella ambientazione (una strada fangosa alla periferia di New York, nei pressi dello stadio del baseball, fra mille officine che riparano auto e vendono pezzi di ricambio) per un film piccolo ma ben fatto, con un bambino estremamente maturo e cresciuto troppo in fretta, che il regista (di origini iraniane?) ritrae senza concessioni al sentimentalismo e alla facile poesia.

Rebellion: The Litvinenko case (A. Nekrasov, 2007)

Rebellion: The Litvinenko case
di Alexei Nekrasov – Russia 2007
con Alexander Litvinenko, Andrei Nekrasov
*

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Noiosissimo documentario sulla vicenda di Alexander Litvinenko, l'ex agente dei servizi segreti russi (prima KGB, poi FSB) diventato accusatore del governo di Putin e misteriosamente morto a Londra per avvelenamento da polonio-210. Il film dà subito per scontato che tutti sappiano chi sia Litvinenko (amico del regista, fra l'altro) e come sia morto, e più che raccontare di lui si dilunga ad accusare Putin di ogni sorta di nefandezze e attività criminali, dall'aver deliberatamente provocato la guerra in Cecenia ordinando gli attacchi terroristici contro Mosca nel 1999 all'aver affamato San Pietroburgo impossessandosi delle donazioni internazionali per il cibo nei primi anni '90, dall'aver instaurato un regime oligarchico che utilizza i servizi segreti per eliminare i dissidenti (compresa la giornalista Politkovskaya) all'essere complice della narcomafia colombiana. Più che un documentario, dunque, è una sorta di pamphlet politico che non si preoccupa di citare fonti o testimonianze, ma parla di "metodi segreti" e mescola un po' di tutto (comprese immagini di repertorio di bambini mutilati e di anziani affamati) senza alcuna qualità né cinematografica né giornalistica. Magari le accuse a Putin avranno anche un fondamento, ma il tono "complottista" del film non riesce nemmeno a far interessare all'argomento. La narrazione è poi addirittura soporifera, e infatti è stato l'unico film della rassegna che ha davvero rischiato di farmi (letteralmente) addormentare.

18 giugno 2007

Persepolis (M. Satrapi, V. Paronnaud, 2007)

Persepolis
di Marjane Satrapi, Vincent Paronnaud – Francia 2007
animazione tradizionale
***

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Tratto dal fumetto autobiografico della stessa Satrapi (che non ho ancora letto, ma mi dicono che l'adattamento sia fedele), narra le vicende di una ragazza che nel 1978 ha vissuto da bambina la deposizione dello Shah e l'instaurazione della Repubblica Islamica in Iran. Seguono, negli anni a venire, sogni, passioni, delusioni e umiliazioni, le fughe in Europa e i ritorni in patria, gli affetti familiari, la saggezza degli anziani, la trasformazione del paese, il fanatismo religioso e misogino... il tutto raccontato attraverso una splendida e morbida animazione in bianco e nero (le uniche sequenze a colori sono quelle che fanno da cornice all'intera storia) di evidente derivazione fumettistica. Commovente ed emozionante. Le ottime voci originali sono di Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve e Danielle Darrieux.

Mio fratello è figlio unico (D. Luchetti, 2007)

Mio fratello è figlio unico
di Daniele Luchetti – Italia 2007
con Elio Germano, Riccardo Scamarcio
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele.
(rassegna di Cannes)

A differenza del fratello maggiore Manrico, che porta le proprie convinzioni comuniste fino alle estreme conseguenze, il giovane Accio – cresciuto fra gli orribili casermoni di Latina – sembra invece una banderuola: prima frequenta il seminario per diventare prete, poi si iscrive all'MSI e fa propria l'ideologia fascista, in seguito passa dall'altra parte della barricata e diventa un attivista di sinistra, e infine, dopo la tragica morte del fratello, scopre in sé una coscienza sociale che forse c'era sin dall'inizio e aiuta le famiglie più bisognose (compresa la propria) a occupare le case popolari per cui avevano fatto richiesta. Una "Meglio gioventù" dei poveri, con una mediocre ricostruzione storica (gli anni '60, in cui si svolge la vicenda, sono rievocati soltanto con qualche canzone alla radio e qualche automobile d'epoca) e con un protagonista superficiale ma tratteggiato come se fosse simpatico. La parlata in romanesco mi ha fatto capire due parole su tre: bisognerebbe doppiare i film italiani, non quelli stranieri! Il titolo, che non c'entra nulla con il film, è preso da una canzone di Rino Gaetano che nel film non si sente nemmeno.

La France (S. Bozon, 2007)

La France
di Serge Bozon – Francia 2007
con Sylvie Testud, Pascal Greggory
*1/2

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

1917, prima guerra mondiale. Dopo aver ricevuto una lettera dal marito soldato nella quale scrive misteriosamente che non intende più tornare a casa, la giovane Camille parte alla sua ricerca dopo essersi tagliata i capelli e vestita da ragazzo. Si imbatterà in una pattuglia di disertori francesi e si unirà a loro nel viaggio verso l'Olanda. Film bruttarello ma stranissimo e surreale, che da un certo momento in poi si fa fatica a prendere sul serio, punteggiato da bizzarri momenti in cui i soldati improvvisano un'orchestrina per cantare struggenti canzoni d'amore. La guerra non si vede (quasi) mai, e i soldati camminano in continuazione per campi e brughiere desolate, alla ricerca di sé stessi. E se fossero fantasmi, e tutto il resto solo un sogno?

Caramel (N. Labaki, 2007)

Caramel (Sukkar banat)
di Nadine Labaki – Libano 2007
con Nadine Labaki, Yasmine Al Masri
***

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Un salone da estetista e parrucchiere di Beirut è gestito da tre donne, ciascuna con i propri problemi: Layale ha una relazione con un uomo sposato che non sembra disposto a lasciare la moglie per lei e non si accorge delle attenzioni del poliziotto di quartiere; Nisrine deve sposarsi ma non è più vergine e vuole sottoporsi a un'operazione chirurgica per ricostruire l'imene; Rima, un maschiaccio, è attratta dalle donne e in particolare da una bellissima cliente dai lunghi capelli neri; a loro si aggiungono le amiche Jamale, matura attrice sempre in cerca di nuove parti; Rose, la sarta della porta accanto, che ha dedicato tutta la propria vita ad accudire l'anziana sorella Lili e che forse ha trovato l'amore per la prima volta; e Lili stessa, bizzarra e fuori di testa. Un film tutto al femminile, simpatico, colorato e quasi almodovariano nella sua levità e nel mostrare le varie facce dell'amore attraverso donne di tutte le età dai volti bellissimi. Il titolo fa riferimento al caramello che le ragazze usano per le cerette depilatorie.

Vidange perdue (G. Enthoven, 2006)

Vidange perdue
di Geoffrey Enthoven – Belgio 2006
con Nand Buyl, Marijke Pinoy
***

Visto all'Auditorium San Fedele, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Questa deliziosa pellicola non è stata presentata a Cannes, ma ha vinto il primo premio al Bergamo Film Meeting. Si tratta di un piccolo film sulla vecchiaia, incentrato su un magnifico personaggio caparbio e ben deciso a rimanere autonomo: scacciato di casa dalla figlia, che vorrebbe chiuderlo in un istituto, l'anziano Julien Knops non si piange addosso e si barcamena fra alcool e patatine fritte, una relazione clandestina con la moglie del suo miglior amico e la presidenza del circolo del quartiere, la scrittura di lettere di lamentela al giornale locale e la frequentazione della nuova vicina di casa, grazie al cui sostegno imparerà a essere autosufficiente e a godersi la vita anche da ottantenne. Delicato, divertente, con un ottimo protagonista dalla faccia burbera: una vera sorpresa! Il titolo significa "Vuoti a perdere" e fa riferimento a come sono considerati gli anziani nella società.

17 giugno 2007

L'età barbarica (D. Arcand, 2007)

L'età barbarica (L'âge des ténèbres)
di Denys Arcand – Canada 2007
con Marc Labrèche, Macha Grenon
**

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Dopo "La caduta dell'impero romano" e "Le invasioni barbariche", Arcand continua nel suo viaggio storico attraverso il presente visto come se si trattasse del passato, e arriva al primo medioevo, "l'âge des ténèbres" per l'appunto (sul titolo italiano, vedi poi). Questa volta il protagonista è un grigio e frustrato impiegato governativo del Québec che usa la fantasia per sfuggire a una vita anonima e triste e all'infelicità coniugale: nei suoi sogni a occhi aperti diventa così di volta in volta un signorotto feudale, nel cui harem di schiave ci sono le donne dei suoi sogni e la sua capoufficio da frustare; oppure uno scrittore, un attore, un politico di successo. Nel frattempo, intorno a lui, tutto il mondo sembra sgretolarsi e piombare nel caos sociale più grottesco: disagi ed epidemie, follia e insensibilità, una burocrazia governativa assurda che fa pensare addirittura a "Brazil". Ma se il film diverte nella prima mezz'ora, alla lunga diventa ripetitivo e la metafora del medioevo troppo insistita. Il finale consolante e conciliatorio, infine, ci azzecca poco con tutto il resto.

Inqualificabile il titolo italiano: dopo aver pubblicizzato inizialmente il film con il titolo "L'età dell'ignoranza" (che fa pensare più a una fase adolescenziale che a un periodo storico), quei deficienti dei distributori hanno scelto di mantenere un riferimento al film precedente con la parola "barbarica" (provo molto fastidio quando nei sequel si ripete una parola del titolo originale, usanza che in Italia viene sfruttata anche quando è assente nell'originale: vedi per esempio i primi due "Pirati dei Caraibi" con la parola "maledizione"), travisando completamente il contesto storico e fregandosene del fatto che nel film si parla soprattutto di medioevo. Era così difficile tradurre "L'era delle tenebre" o, al peggio, "I secoli bui"?

Yumurta (S. Kaplanoglu, 2007)

Yumurta
di Semih Kaplanoglu – Turchia/Grecia 2007
con Nejat Isler, Saadet Aksoy
**

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Un altro film turco, stavolta sullo stile di Nuri Bilge Ceylan. Il protagonista, Yusuf, ex poeta e ora libraio a Istanbul, torna nel paese d'origine per il funerale della madre. Intende trattenersi soltanto una notte, ma poi comincia a rinviare la partenza di giorno in giorno. Incontra parenti, amici, sconosciuti, e riscopre un po' sé stesso. Un film lento e con poco da dire, ma girato con un bello stile, un buon montaggio e una certa attenzione alle inquadrature. Un po' turistico, forse, come certi film iraniani, ma nel complesso piacevole.

Après lui (Gaël Morel, 2007)

Après lui
di Gaël Morel – Francia 2007
con Catherine Deneuve, Thomas Dumerchez
*

Visto all'Auditorium San Fedele, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Dopo la morte del figlio in un incidente stradale, una madre comincia a frequentare (e a tampinare in maniera ossessiva) l'amico che era alla guida dell'automobile, considerandolo come un sostituito del figlio che ha perso. Un personaggio cretino, incapace di elaborare il lutto, in un film orrendo, privo di stile e di intensità, il peggiore finora di tutta la rassegna. Pianti ostentati, scene madri da fiction televisiva, personaggi che si comportano in maniera idiota, un finale senza alcun significato: il confronto con altre pellicole che partono da spunti simili, come "Tutto su mia madre" o "La stanza del figlio" (al quale ruba persino una sequenza, quella dell'amica del figlio che viene a trovarlo dall'estero senza sapere che è morto), è impietoso. La Deneuve è completamente fuori parte: lei, tanto fredda e algida, viene costretta a interpretare una donna che sembra uscita da una telenovela. Il regista ha scritto la sceneggiatura insieme a Christophe Honoré, già autore dell'orribile "Dans Paris": un nome da tener d'occhio per evitarlo come la peste.

La question humaine (N. Klotz, 2007)

La question humaine
di Nicolas Klotz – Francia 2007
con Mathieu Amalric, Michael Lonsdale
*1/2

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Allo psicologo aziendale di una multinazionale, già incaricato di valutare le caratteristiche dei dipendenti in vista di una forte riduzione del personale, viene chiesto di indagare sulla sanità mentale del direttore generale di una filiale: il suo comportamento bizzarro e paranoico, che in un primo tempo sembra legato a un quartetto d'archi di cui faceva parte in gioventù, dipende in realtà da alcune lettere anonime che accusano suo padre di essere stato responsabile di un campo di concentramento nazista. Il film prosegue con un forte e azzardato parallelo fra i licenziamenti nelle aziende (le "ristrutturazioni") – che prevedono l'eradicamento di tutti gli impiegati giudicati inadatti al lavoro – e le stragi delle SS nei confronti di coloro giudicati inadatti alla società. C'è persino un personaggio che sostiene che le feste aziendali assomiglino a "sepolture collettive". Temi interessanti, è vero (c'è anche un'accusa al linguaggio da ingegnere, "freddo" e "tecnico", che viene usato sia dai dirigenti aziendali sia dai nazisti nei confronti degli esseri umani), ma trattati in maniera pesante e noiosa. Oltre metà del film (che dura quasi due ore e mezza!) trascorre prima che si giunga al punto centrale e che lo spettatore inizi a capire di che cosa tratti la vicenda. Una pellicola ambiziosa che non coinvolge e che stanca quasi subito. Il protagonista è lo stesso de "Lo scafandro e la farfalla".

16 giugno 2007

Ai confini del paradiso (F. Akin, 2007)

Ai confini del paradiso (Auf der anderen Seite)
di Fatih Akin – Germania/Turchia 2007
con Baki Davrak, Nurgul Yesilcay
***

Visto al cinema Anteo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Quando il suo anziano padre sessuomane uccide accidentalmente una prostituta, un professore turco che insegna tedesco ad Amburgo torna a vivere in patria in cerca della figlia della donna. Costei però è una terrorista di sinistra che è dovuta fuggire proprio in Germania, a sua volta in cerca della madre. Dall'ottimo regista de "La sposa turca", un altro bel film sui rapporti fra tedeschi e turchi (la Germania è il paese europeo dove ci sono più immigrati turchi), una pellicola corale che si dipana su più piani, la cui struttura ricorda addirittura "Pulp Fiction": c'è infatti un prologo che ritorna nel finale acquistando soltanto allora il proprio significato, mentre il resto del film è diviso in tre sezioni che si interlacciano cronologicamente, riportando in vita alcuni personaggi che nel frattempo abbiamo già visto morire. I titoli delle prime due sezioni sono inoltre "spoilerosi", in quanto anticipano la morte di due personaggi prima ancora che questi facciano la loro apparizione nel film: e la cosa aggiunge una tensione incredibile, visto che lo spettatore si attende continuamente che si verifichi il fattaccio. Le vicende dei protagonisti, legate talvolta a loro insaputa, sono dilatate nel tempo e nello spazio, si incrociano più volte e si "mancano" altrettante volte, fra personaggi che sembravano minori e invece acquistano importanza (Lotte e sua madre, per esempio, quest'ultima interpretata da Hanna Schygulla). Vivi e morti fanno la spola, in una direzione o nell'altra, fra Germania e Turchia, fra Brema e Istanbul, fra Amburgo e il Mar Nero, cambiando la propria vita e quella degli altri. Pur sfiorando temi sociali e politici, il film intende mettere in scena soprattutto l'amore, nelle sue varie forme: fra uomini e donne, fra prostitute e clienti, fra ragazze e, non ultimo (anzi, in primo piano), quello fra genitori e figli. Un film bello e riconciliante, che testimonia del buon momento sia del cinema tedesco (si pensi a "Le vite degli altri") sia di quello turco (si pensi a Nuri Bilge Ceylan).

Control (A. Corbijn, 2007)

Control
di Anton Corbijn – GB 2007
con Sam Riley, Samantha Morton
**1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Interessante biopic su Ian Curtis, leader, cantante e autore dei testi dei Joy Division, gruppo musicale dalla breve vita ma dalla forte influenza che fu protagonista sulla scena di Manchester alla fine degli anni '70. Debole, confuso e spaventato, anche a causa di un matrimonio forse precoce, Ian si suicidò quando non aveva che 23 anni, alla vigilia del primo tour del suo gruppo negli Stati Uniti. Il film mi è piaciuto abbastanza, con una bella fotografia in b/n. Più che sulla musica (si ascoltano comunque parecchi brani) è incentrato sui problemi psicologici e sentimentali di un ragazzo che – fra l'altro – soffriva di epilessia. Apparentemente trasgressivo, ma in realtà sensibile e intelligente, Ian non sembra consapevole né dell'importanza della sua musica, vista quasi come un lavoro come un altro, né di quella della sua stessa vita. "Non ho più il controllo", dice a un certo punto, riferendosi sia alle sue crisi epilettiche sia alla sua vita: da qui il titolo della pellicola, che fa riferimento anche a una sua canzone, "She's lost control".

La influencia (P. Aguilera, 2007)

La influencia
di Pedro Aguilera – Spagna/Messico 2007
con Paloma Morales, Jimena Jiménez
*1/2

Visto all'Auditorium San Fedele, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Una donna taciturna vive con i due figli: gli affari nel suo piccolo negozio di prodotti estetici non vanno bene e lei viene colta dalla depressione, lasciandosi lentamente morire d'inedia. I figli, lasciati a sé stessi, prima devastano la casa, poi la rimettono in ordine e infine partono in automobile. Un film insensato e sconclusionato, brutto e – è proprio il caso di dirlo – deprimente: pur durando meno di novanta minuti, si fa fatica a reggerlo fino in fondo. Lo salvano parzialmente la prova degli attori e il realismo nella descrizione di ambienti e personaggi. Ma la sceneggiatura non va assolutamente da nessuna parte e alla fine ci si chiede che cosa volesse mai dire.

Mutum (S. Kogut, 2007)

Mutum
di Sandra Kogut – Brasile 2007
con Thiago da Silva Mariz, Wallison Felipe Leal Barroso
**

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Thiago, un bambino di dieci anni, vive nel sudeste brasiliano con i suoi genitori, i fratelli, lo zio e la nonna: una povera famiglia di agricoltori. Sognatore e introverso, la sua vita scorre fra piccole e grandi tragedie (lo zio scacciato di casa perché innamorato della cognata; la perdita di un cagnolino; la morte del fratello preferito, Felipe) fino a quando un dottore di passaggio non decide di portarlo con sé in città per farlo andare a scuola. Tratto da un racconto di João Guimarães Rosa, il film ha una bella ambientazione ed è visto tutto attraverso gli occhi di un bambino, senza lesinare crudeltà e amarezze né ricorrere a una facile poesia o a estetismi fuori luogo. Sincero, ma poco interessante. Il titolo palindromo si riferisce alla regione nella quale vivono i protagonisti.

15 giugno 2007

Lo scafandro e la farfalla (J. Schnabel, 2007)

Lo scafandro e la farfalla (Le scaphandre et le papillon)
di Julian Schnabel – Francia/USA 2007
con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Nel 1995, a 43 anni, Jean-Dominique Bauby, affermato giornalista di Elle, venne colpito da un ictus che gli provocò la rara "locked-in syndrome": le sue capacità intellettive restarono intatte, ma il suo corpo rimase completamente paralizzato dalla testa ai piedi, con la sola eccezione dell'occhio sinistro. L'unico modo che gli rimase per comunicare con l'esterno era quello di sbattere la palpebra, una volta per dire "sì" e due volte per dire "no". Con l'aiuto di un'ortofonista dell'ospedale, sviluppò un complesso modo per comunicare (l'infermiera gli leggeva lentamente l'alfabeto, partendo dalle lettere di uso più frequente, e lui sbatteva la palpebra al momento opportuno). In questo modo riuscì a "dettare" lettera per lettera un intero libro per raccontare le sue sensazioni e la sua esperienza, componendolo e correggendolo prima interamente nella propria mente (un po' come faceva il protagonista de "Il miracolo segreto" di Borges). E proprio da quel libro è tratto questo film, che cerca di raccontare la vita di un uomo quasi completamente isolato dal mondo esterno. Ovviamente il regista privilegia il punto di vista soggettivo, con abbondanti inquadrature viste dall'occhio di Bauby e i suoi pensieri come voce fuori campo. Ma l'intero film realizzato così sarebbe stato forse insostenibile (anche se decisamente più interessante), e dunque ecco alcuni flashback, immagini e sequenze viste "dall'esterno" del suo corpo. La metafora dello scafandro è dovuta all'ambientazione marina, visto che il protagonista è ricoverato nell'ospedale marittimo di Calais. Lo stesso Bauby viene definito un "naufrago della solitudine". E per sottolineare il concetto, ci sono le note de "La mer" nei titoli di testa e di coda. Devo però ammettere che un film come "Mare dentro" (affine per titolo e argomento, anche se il tema dell'eutanasia, lì in primo piano, qui viene appena sfiorato*) mi aveva emozionato di più. E che scene come quella del confronto telefonico fra l'ex compagna di Bauby (la Seigner) e quella nuova mi sono sembrate un po' stucchevoli.

*Il fatto che Bauby morì pochi giorni dopo la pubblicazione del libro viene riportato nei titoli di coda, ma le cause della morte non sono mai state rese note.

I padroni della notte (J. Gray, 2007)

I padroni della notte (We own the night)
di James Gray – USA 2007
con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg
**

Visto al cinema Arlecchino, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Anche se la sua famiglia è composta solo da poliziotti (il padre, Robert Duvall, è capo della polizia; il fratello, Wahlberg, è appena stato promosso capitano), Bobby (un buon Joaquin Phoenix: mi piace la sua faccia 'sportiva') preferisce lavorare in un locale notturno e frequentare esponenti della mafia russa, disinteressandosi del fatto che sia "in atto una guerra" fra forze dell'ordine e spacciatori. Quando i suoi parenti vengono direttamente colpiti, però, passa dall'altra parte e si arruola per sconfiggere i cattivi. Un film di genere decisamente ordinario, senza infamia e senza lode, la cui presenza a Cannes lascia un po' perplessi. In realtà, soprattutto nella prima parte, è piuttosto piacevole, con il concetto di famiglia allargato all'ambiente in cui si vive (i poliziotti si considerano tutti fratelli; quando uno di loro viene ferito, il capo chiede "quale dei miei ragazzi?"; lo stesso Bobby chiama fratello il suo compare del locale, non il fratello vero) e atmosfere urbane e notturne; meno riuscito il finale, che fila liscio e prevedibile senza colpi di scena. Nel complesso, un film godibile ma non certo memorabile, che frulla insieme temi già visti in "The departed", "A better tomorrow" e in tante altre pellicole. Il titolo originale è il motto che figura su un badge della polizia di New York.

Elle s'appelle Sabine (S. Bonnaire, 2007)

Elle s'appelle Sabine
di Sandrine Bonnaire – Francia 2007
con Sabine Bonnaire, Sandrine Bonnaire
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Sabine, la sorella minore di Sandrine Bonnaire, è affetta da autismo sin dalla nascita. Col tempo le sue condizioni sono peggiorate, e oggi è ricoverata in un istituto psichiatrico con una sindrome psicoinfantile. La regista ha realizzato su di lei un documentario che alterna scene girate recentemente a filmati di quando era più giovane e più autonoma. Il confronto è spesso impietoso, sia nel mostrare come le sue capacità motorie e intellettive si siano ridotte, sia nell'esibire, a volte in maniera quasi voyeuristica, i problemi e le crisi di chi deve convivere con handicap cerebrali, crisi epilettiche e problemi di altro genere. Da parte dei parenti emerge un "senso di colpa perenne" (lo dice la madre di un ragazzo epilettico), e forse la stessa Bonnaire ha realizzato il film per togliersi un peso di dosso. In ogni caso, il documentario è toccante e riuscito.
Nota: il volto ebete, pigro e assente di Sabine mi ha ricordato in maniera impressionante quello di Anna Faris nel film che avevo visto la sera prima, "Smiley face" di Gregg Araki. ma quella era una farsa umoristica sulla droga, qui invece la droga è presente come medicinale indispensabile per mantenere sotto controllo alcuni sintomi della malattia: lo stesso mondo, un altro mondo.

14 giugno 2007

Smiley face (Gregg Araki, 2007)

Smiley face
di Gregg Araki – USA 2007
con Anna Faris, John Krasinski
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

È il primo film di Araki che vedo, ed è più o meno come me lo aspettavo: un film "fumato", con una protagonista "stoned" (sballata) dall'inizio alla fine, più o meno come Johnny Depp in "Paura e delirio a Las Vegas". Leggero e decisamente divertente, fra l'altro, anche se dopo una prima mezz'ora strepitosa il gioco comincia un po' a ripetersi e sfocia in un finale che non convince completamente. Il film segue le rocambolesche disavventure di Jane, alle prese con numerosi problemi (fra le altre cose: trovare il denaro con cui pagare il proprio spacciatore, al quale si è dovuta rivolgere per procurarsi la marijuana con cui cucinare nuovi dolcetti al posto di quelli del suo coinquilino che si è involontariamente mangiata; evitare che il suddetto spacciatore si rifaccia su di lei portandole via il letto comodissimo acquistato a un'asta su internet; pagare la bolletta della luce; presentarsi a un'audizione per una parte in un film; portare in salvo una copia originale del "Manifesto del partito comunista" di Marx ed Engels [!]). Cose non semplici da fare quando si è completamente "fuori". Brava la protagonista, che deve fare facce buffe e espressioni ebeti per tutta la pellicola.

Le voyage du ballon rouge (Hou Hsiao-Hsien, 2007)

Le voyage du ballon rouge
di Hou Hsiao-Hsien – Francia 2007
con Juliette Binoche, Fang Song
**

Visto al cinema Arcobaleno, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Anche Hou Hsiao-Hsien, dopo Tsai Ming-Liang con il suo "Che ora è laggiù?", va a girare in Francia. A differenza del compare taiwanese, che aveva mantenuto stile, lingua e personaggi, HHH però realizza un film francofono in tutto e per tutto, a cominciare dalla protagonista, una grande Juliette Binoche che recita soprattutto con la voce (veste i panni di una doppiatrice di marionette). Se mai il film dovesse essere distribuito nelle sale italiane doppiato, sarebbe quasi meglio che non uscisse affatto. Il film narra di una donna superimpegnata, delle sue beghe condominiali con il vicino-affittuario, del suo figlioletto che suona il pianoforte e della nuova babysitter, una ragazza cinese che studia cinema all'università e che intende realizzare un remake de "Il palloncino rosso", un cortometraggio del 1956 nel quale un palloncino seguiva un bambino per le strade di Parigi. A dire il vero, a me il titolo ha ricordato invece il film iraniano di Jafar Panahi "Il palloncino bianco", forse perché i rumori del traffico della prima parte e le scene girate in strada (con alcuni passanti occasionali che guardano addirittura in macchina) mi hanno fatto pensare a un altro classico di Panahi, "Lo specchio". In ogni caso, il film trascorre via senza impressionare più di tanto. Non è brutto, intendiamoci, ma fra tanto minimalismo e poeticità (nelle scene con il palloncino) non dice in fondo nulla di interessante.

Centochiodi (E. Olmi, 2007)

Centochiodi
di Ermanno Olmi – Italia 2007
con Raz Degan, Luna Bendandi
*

Visto al cinema Anteo.
(rassegna di Cannes)

Ermanno Olmi ha dichiarato che non girerà più film di finzione dopo questo, e francamente mi dispiace che concluda la sua carriera con una pellicola così brutta, senile e involontariamente demenziale, dai dialoghi ridicoli e dalla recitazione scadente. Ho trovato interessante giusto l'incipit, quello in cui si scopre che qualcuno ha "inchiodato" al pavimento e agli scrittoi i più preziosi volumi antichi della biblioteca storica di un'università. Responsabile del "delitto" è un giovane professore di storia delle religioni, con l'aspetto "da nazareno", convinto che "tutti i libri del mondo non valgono una carezza o un caffé con un amico". Dopo essersi liberato di (quasi) tutti i suoi averi, gettando documenti e chiavi dell'auto nel fiume (ma trattenendo denaro e carta di credito!) e aver bruciato le pagine del proprio trattato per scaldarsi (come Rodolfo nella "Bohéme"), va a vivere in una casupola sulle rive del Po, dove viene accolto dagli anziani abitanti del paese come se fosse Gesù Cristo. E proprio come Gesù, dispensa saggezza, conforto e amore, fino a quando la polizia non lo rintraccerà e lo arresterà. Se avessi pagato un biglietto a prezzo pieno per sentire Degan con la voce di Giannini che racconta le parabole (e non una poco nota, no: quella del figliol prodigo!), mi sarei sentito truffato. Populismo come se piovesse (ci sono persino le proteste contro l'ICI e contro le "grandi opere"), un'ambientazione che sembra di cinquant'anni fa, fellinismi da quattro soldi, e un confronto finale (fra il professore e un monsignore) a base di frasi fatte, schematismi e fanatismi incrociati ("A cosa è mai servita la religione?" "Eretico!"). L'unica battuta memorabile ("Lei ha mai fatto parte di un'organizzazione eversiva o terroristica?" "Sì, ho fatto parte del corpo insegnante") è, a ben vedere, a sua volta qualunquista e direi inaccettabile. Aggiungiamoci le frasi in dialetto sottotitolate e il titolo che storpia l'italiano (perché è scritto tutto attaccato?) ed ecco servito un film da dimenticare in fretta.

13 giugno 2007

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (C. Mungiu, 2007)

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (4 luni, 3 saptamini si 2 zile)
di Cristian Mungiu – Romania 2007
con Anamaria Marinca, Laura Vasiliu
***

Visto al cinema Colosseo con Hiromi, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Il titolo indica il tempo trascorso da quando Gabita, una giovane studentessa, è rimasta incinta. La sua coinquilina Otilia la aiuta a organizzare un aborto clandestino, racimolando i soldi, prenotando una camera d'albergo e contattando il "medico" che dovrà eseguire l'intervento (e che vorrà essere pagato in natura). Ambientato non a caso nella Bucarest del 1987, dunque prima del crollo del regime comunista, il vincitore della Palma d'Oro è un film intenso e straziante, che non condanna e non assolve, rappresentante di quella sorta di neo-neorealismo che spesso trionfa al festival di Cannes (vedi per esempio il cinema dei Dardenne). Tutta la vicenda si svolge nell'arco di meno di una giornata, nel corso della quale seguiamo le disperate peregrinazioni di Otilia (è lei la vera protagonista, non l'amica che deve abortire). Lo stile limpido e diretto di Mungiu fa abbondante uso di piani sequenza, abbinandoli a inquadrature fisse – come nella magnifica scena della cena a casa dei genitori del fidanzato della ragazza – o alla camera a spalla – per esempio nella sua disperata corsa notturna per disfarsi del feto lungo le strade cittadine vuote e bagnate dalla pioggia – e non è accompagnato da orpelli di alcun tipo: niente musica, per esempio (tranne che nei titoli di coda). Ne risaltano così la bravura delle interpreti, ottime nel tratteggiare personaggi complessi e profondi (l'inconscienza di Gabita, la responsabilità e le preoccupazioni di Otilia), e l'ambientazione a base di strade desolate con passanti scostanti, alberghi grigi anche quando ospitano una festa di matrimonio, autobus affollati ma riscaldati dalla solidarietà fra i passeggeri pronti a passarsi un biglietto al momento dell'arrivo dei controllori: un mondo dove in ogni momento possono essere controllati i documenti d'identità. Indimenticabile l'inquadratura che indugia sul feto per pochi e interminabili secondi, grottesco il finale al ristorante davanti a un piatto di carne.

Zodiac (David Fincher, 2007)

Zodiac (id.)
di David Fincher – USA 2007
con Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo
***

Visto al cinema Apollo, in v. orig. sottotitolata.
(rassegna di Cannes)

Ispirato alla cronaca (ossia alla lunga serie di delitti e di lettere spedite ai quotidiani dal sedicente "Zodiac", un serial killer la cui identità non venne mai identificata con certezza) questo film di Fincher spiazza decisamente chi si attendeva dal regista una pellicola come il suo precedente "Seven", che trattava di un tema simile. Siamo invece più dalle parti di "Tutti gli uomini del presidente" o, per certi versi, del coreano "Memories of murder": Fincher ci mostra le lunghe e interminabili indagini di una coppia di poliziotti (Ruffalo e Anthony Edwards) e, parallelamente, quelle di un reporter (il sempre ottimo Robert Downey jr.) e di un ostinato cartoonist (Gyllenhaal) del "San Francisco Chronichle", senza lesinarci tutte le false piste, i piccoli dettagli tecnici, le indecisioni, i fallimenti, le frustrazioni personali. Con poca o nessuna concessione allo spettacolo hollywoodiano, il film si dipana dal 1969 al 1991 attraverso una lunga serie di personaggi (fra i molti comprimari si riconoscono volti noti come Brian Cox, Chloë Sevigny o Elias Koteas) impegnati nella spasmodica ricerca o ricostruzione della verità. Forse verrà trovata, anche se ne mancherà la certezza al 100%. Grande stile, grande sceneggiatura, grandi attori: Jake Gyllenhaal, se saprà scegliersi con cura i ruoli giusti, potrebbe diventare un nuovo Al Pacino o Dustin Hoffmann. E pensare che una volta, per me, era soltanto "il fratello di Maggie Gyllenhaal", quella di "Secretary".

Nota: Il serial killer si ispirava al film "The most dangerous game" e la sua vicenda fornì a sua volta lo spunto per numerose pellicole, prima fra tutte "Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo", film d'esordio di Dirty Harry.

8 giugno 2007

Cannes e dintorni 2007

Ho appena comprato l'abbonamento per i 30 film della rassegna di Cannes 2007! Per impegni di lavoro, temo che questa volta non riuscirò a vedere proprio tutti i film, comunque ho visto che nel programma ci sono parecchie cose interessanti (Gus Van Sant, Hou Hsiao-Hsien e "Persepolis" su tutte), e spero di non farmele sfuggire. Stay tuned!

7 giugno 2007

Grindhouse - A prova di morte (Q. Tarantino, 2007)

Grindhouse - A prova di morte (Grindhouse - Death Proof)
di Quentin Tarantino – USA 2007
con Kurt Russell, Zoë Bell
*1/2

Visto al cinema Plinius, con Hiromi.

Un gruppo di ragazze si diverte al pub, ignorando di essere state prese di mira da Stuntman Mike, folle pilota che semina il terrore con la sua automobile nera e truccata "a prova di morte". Originariamente questo film doveva essere una delle due parti di un double feature realizzato insieme a Robert Rodriguez. In seguito al fallimento al box office americano, però, è stato separato dal gemello "Planet Terror", allungato con alcune scene extra e distribuito in quasi tutto il resto del mondo in maniera autonoma. Ho letto da qualche parte che negli States alcuni spettatori uscivano addirittura dalla sala al momento dei titoli di coda del film di Rodriguez, ignorando che sarebbe seguito l'episodio di Tarantino. In ogni caso, ancora una volta il regista si rifà al mondo dei B-movie e delle pellicole exploitation, questa volta ancora più smaccatamente (se è possibile) che in passato, citando atmosfere tipiche di Jack Hill e Russ Meyer (il finale ricorda "Faster Pussycat, Kill! Kill!"). Inoltre, più del solito, abbondano le ossessioni "feticiste" (quante inquadrature di piedi!). Ma da un genio come Tarantino mi aspetto di più: il film non mi ha fatto impazzire, anzi a tratti l'ho trovato proprio brutto. Forse avrebbe avuto più senso inserito nel suo contesto originale, ovvero fra i finti trailer e in coda all'episodio di Rodriguez. Così, invece, sembra un gioco inutile e fine a sé stesso, con personaggi superficiali e una trama idiota. Se un po' di divertimento, soprattutto nella prima parte, non manca (ma per la forma, non certo per i contenuti), nella seconda subentrano noia e fastidio per una sceneggiatura implausibile che gira in tondo e intorno a niente. E se quello che faceva Russ Meyer ai suoi tempi, nella società degli anni '60 e '70, aveva un significato ben preciso e una valenza liberatoria, riproporlo oggi è soltanto lo sfizio di un fan. La forma, dicevo, rimane la cosa migliore. Tarantino ha realizzato un film che sembra davvero un grindhouse di trenta o quarant'anni fa: pellicola sporca o graffiata, "cartelli" che coprono i titoli originali, montaggio "sbagliato", colori slavati: dopo qualche minuto di proiezione, Hiromi mi ha chiesto se si trattasse di un film vecchio. Però mancano appunto i contenuti: i dialoghi – piuttosto lunghi – sono privi di battute o frasi memorabili, e la trama è così povera da far pensare che il film avrebbe meritato non di essere ampliato bensì condensato, magari in un cortometraggio. Tutta la prima parte, e il modo in cui si conclude, serve solo come preparazione a quella successiva e a far temere allo spettatore che il secondo gruppo di ragazze, le vere "eroine" del film, possa fare la stessa fine del primo: a quel punto si è già visto di che cosa è capace il "cattivo" Kurt Russell. La neozelandese Zoë, la protagonista della seconda parte, interpreta praticamente sé stessa: si tratta infatti di una vera stunt(wo)man, ed era la controfigura di Uma Thurman in "Kill Bill": l'intero film, in fondo, è un po' un omaggio al mondo degli stuntmen e dei cascatori, a cominciare dal nome dell'antagonista e dal suo panegirico sui film d'azione di un tempo. Numerose anche le autocitazioni: dalla suoneria del cellulare che riprende un tema di "Kill Bill" al Big Kahuna Burger di "Pulp Fiction".

6 giugno 2007

Una gita in campagna (J. Renoir, 1936)

Una gita in campagna (Une partie de campagne)
di Jean Renoir – Francia 1936
con Sylvia Bataille, George D'Arnoux
***

Visto in DVD.

Un commerciante di Parigi, con moglie, suocera, figlia e l'inetto fidanzato di quest'ultima, si reca a trascorrere una giornata fuori città, sulle rive della Senna. Dopo il pranzo sull'erba, mentre i due uomini vanno a pesca, la moglie e la figlia fanno un'escursione in barca sul fiume, in compagnia di due pescatori che le corteggiano. La breve avventura romantica diventerà un triste e malinconico ricordo nei grigi anni a venire. Un piccolo film di meno di quaranta minuti, minimalista e pastorale, apparentemente leggero e spensierato, in realtà profondo e tristissimo, tratto da un racconto di Maupassant. Renoir progettava di inserirlo in un "programma" con altri due cortometraggi, ma le continue piogge gli impedirono addirittura di portare a termine le riprese (oltre a costringerlo a cambiare la sceneggiatura, inserendo i dialoghi che parlano del maltempo): incompiuto, il film è stato poi proiettato con due "cartelli" che riassumono le sequenze mancanti. Fra gli assistenti del regista c'è un giovane Luchino Visconti, che muove così i suoi primi passi nel mondo del cinema.

Man-Thing (B. Leonard, 2005)

Man-Thing (id.)
di Brett Leonard – USA 2005
con Matthew Le Nevez, Jack Thompson
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

L'uomo-cosa è uno dei personaggi meno celebri della Marvel, quasi un plagio dello Swamp Thing della DC, reso però interessante dai testi e dai disegni di autori come Steve Gerber e Mike Ploog (quest'ultimo citato nel film: un personaggio si chiama come lui). Si tratta di una creatura mostruosa e vegetale che vive in una palude nel sud degli Stati Uniti, fra mangrovie e alligatori, presso il Mississippi. Non una palude normale, ovviamente, ma "il nesso di tutte le realtà", punto d'incontro fra diverse dimensioni. Privo di elementi supereroistici, il film è essenzialmente un horror nel quale la creatura sta a guardia di un luogo sacro agli indiani e alla natura, e si scatena contro gli uomini che hanno osato profanarlo con trivellazioni petrolifere. Il vero protagonista è un giovane sceriffo appena insediato nel villaggio adiacente la palude. Il film, tutto sommato, non è male: nulla di speciale, certo, ma la bella fotografia e la discreta tensione reggono fino alla fine, riuscendo a trasformare la palude stessa in un'ambientazione realistica, quasi un personaggio a sua volta.

Thunderbirds (J. Frakes, 2004)

Thunderbirds (id.)
di Jonathan Frakes – GB/USA 2004
con Brady Corbet, Sophia Myles
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Non credo di aver mai visto una puntata della serie televisiva "Thunderbirds", telefilm di fantascienza con pupazzi animati degli anni '60. Questa versione live action, in ogni caso, è decisamente brutta e poco interessante, oltre che dal target infantile e a basso budget: basti pensare che le scene con i veicoli-razzi che danno il nome ai protagonisti (una famiglia di eroi: padre e figliolame) si contano sulle dita di una mano e che gli effetti e le scenografie – che peraltro intendono riprodurre lo stile plasticoso dell'epoca – sono poveri e scadenti. Per quasi tutta la pellicola, dunque, non ci sono combattimenti fantascientifici ma si seguono le vicende di tre insopportabili ragazzini che scappano da un gruppo di cattivi (guidati da Ben Kingsley, unico attore di nome nel cast) su un'isola tropicale, con gag imbarazzanti a metà strada tra "Mamma, ho perso l'aereo" e "Spy Kids". Gli unici personaggi un po' simpatici, anche se non proprio originali, sono la bionda agente Lady Penelope, che veste sempre di rosa, e il suo maggiordomo-autista-tuttofare. Il regista è il comandante Riker di "Star Trek: The Next Generation".

5 giugno 2007

La città proibita (Zhang Yimou, 2006)

La città proibita (Man cheng jin dai huang jin jia, aka Curse of the Golden Flower)
di Zhang Yimou – Cina/Hong Kong 2006
con Gong Li, Chow Yun-Fat
***

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi e Albertino.

Cina, inizio decimo secolo, tarda dinastia Tang, gruppo di famiglia in un interno: l'imperatore sta segretamente avvelenando l'imperatrice, e lei vuole vendicarsi organizzando un colpo di stato per mettere sul trono uno dei propri rampolli al posto del principe ereditario, figlio di un'altra donna. Dopo "Hero" e "La foresta dei pugnali volanti", che non mi erano piaciuti (soprattutto il secondo), il furbo Zhang Yimou realizza un terzo wuxiapian, anche se stavolta le scene d'azione sono limitate (tre in tutto, in crescendo di durata e di spettacolarità) e incastonate in una trama dai toni melodrammatici che si svolge tutta all'interno del microcosmo della famiglia imperiale, fra rituali e inchini, fedeltà e tradimenti. Lo stile barocco e le scenografie sontuose e colorate sono perciò finalmente funzionali a una vicenda e a dei personaggi, e non fini a sé stessi come nei due film precedenti. Lo sfarzo e la grandiosità della corte imperiale adempiono perfettamente al loro compito di sfondo teatrale della vicenda, mentre le passioni e le tensioni autodistruttive che corrono fra marito e moglie (soprattutto) e fra i loro figli (solo in parte) riescono a reggere il peso di una pellicola che non può che terminare su toni da tragedia shakespeariana. Ottimi gli interpreti.

Nota sul titolo italiano: come con "Le crociate" di Ridley Scott e innumerevoli altri esempi, i miopi distributori nostrani sembrano ormai allergici alla poetica bellezza dei titoli originali, preferendo secchi schematismi che non facciano volare, nemmeno per un istante, l'immaginazione degli spettatori.

4 giugno 2007

Le notti della luna piena (E. Rohmer, 1984)

Le notti della luna piena (Les nuits de la pleine lune)
di Eric Rohmer – Francia 1984
con Pascale Ogier, Fabrice Luchini
***

Visto in DVD.

Commedie e proverbi, quarto capitolo. Stavolta l'ispirazione proviene da un motto popolare, "Chi ha due donne perde l'anima, chi ha due case perde il senno". La vivace e mondana Louise si divide infatti fra la casa in periferia dove abita con il suo fidanzato Remy (un Tcheky Karyo giovanissimo!) e un piccolo appartamento in centro a Parigi, che le fa da "base" per i suoi divertimenti notturni. Troppo convinta dei propri sentimenti e di quelli degli altri, e inconsapevole del rischio che corre, nel tentativo di rivendicare la propria indipendenza e di cercare la libertà troverà però – in un finale triste e amaro che, se possibile, rende ancora più piacevole e realistica la pellicola – solo la solitudine. Rohmer descrive emozioni e sentimenti dirigendo gli attori con la consueta eleganza e mettendo in scena un'insolita struttura ciclica: la pellicola racconta praticamente una notte sola al mese, quella – lo capiremo poi – del plenilunio. Come sostiene un personaggio, infatti, "nelle notti di luna piena nessuno dorme: nemmeno chi è andato a letto". Ottimo Fabrice Luchini nei panni dell'amico-consigliere di Louise, innamorato di lei. Il titolo del film potrebbe aver ispirato quello del terzo numero di Dylan Dog, uscito solo due anni più tardi.

Nota: La protagonista, figlia fra l'altro di Bulle Ogier, vinse il premio come miglior attrice a Venezia e morì tragicamente per un attacco di cuore (stando all'IMDb) pochi mesi dopo l'uscita del film, un giorno prima del suo ventiseiesimo compleanno.

3 giugno 2007

Crimini invisibili (W. Wenders, 1997)

Crimini invisibili (The end of violence)
di Wim Wenders – USA/Germania 1997
con Bill Pullman, Gabriel Byrne
*1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Un produttore di Hollywood decide di cambiare vita dopo essere sfuggito a un attentato, che forse è legato a un misterioso progetto dei servizi segreti in collaborazione con un ingegnere della NASA: l'installazione di una rete di videocamere che sorveglino segretemente tutto il mondo (o quantomeno l'area di Los Angeles) per prevenire ogni crimine e perseguire così "la fine della violenza". Il "grande fratello" di Orwell (anni prima del reality show) messo in pratica. Con questo film, con il quale Wenders torna a girare in America dopo il periodo europeo-nipponico 1986-1995, comincia una nuova fase "statunitense", che continua tuttora, della cinematografia del regista tedesco. E comincia con una pellicola molto (troppo) ambiziosa, nella quale i temi che più lo ossessionano (il potere delle immagini, il ruolo del cinema, la ricerca di sé stessi e della libertà) sono rappresentati in maniera estretamente fredda. Quando lo avevo visto la prima volta, diversi anni fa, non mi era piaciuto per niente. Adesso, conoscendo meglio il regista, l'ho trovato un po' più gradevole ma continua a sembrarmi un film troppo "distante", i cui personaggi non si aprono mai con lo spettatore e non riescono a coinvolgerlo, come se la loro testa e i loro sentimenti fossero inaccessibili. Questo è probabilmente dovuto anche al fatto di voler trattare di massimi sistemi, di temi importanti e fondamentali come il significato della violenza all'interno della società, anziché di problemi intimi e di crisi personali come in "Paris, Texas" o "Lisbon story".

I maghi del terrore (R. Corman, 1963)

I maghi del terrore (The raven)
di Roger Corman – USA 1963
con Vincent Price, Peter Lorre, Boris Karloff
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Ispirata da una poesia di Edgar Allan Poe ("Il corvo"), i cui versi sono recitati in apertura e in chiusura di film, questa pellicola è un perfetto esempio dello "stile Corman": basso budget, location e costumi sempre uguali e riciclate da un film all'altro, sceneggiature quasi improvvisate. Il film è un godibile e sconclusionato divertissement sullo scontro fra tre maghi di indole quanto mai differente: l'ingenuo Price, perennemente innamorato della sua defunta moglie Leonora; il malvagio Karloff, assetato di potere; e il maldestro Lorre, ubriacone e pasticcione. Nel cast, che già sarebbe ricco così, c'è anche – in una delle sue prime parti – un giovane Jack Nicholson. Le atmosfere gotiche del ciclo cormaniano di Poe sono qui più leggere del solito, e il film – se non lo si prende troppo sul serio – è a tratti anche divertente. Price, in ogni caso, è sempre uno spettacolo.