29 marzo 2007

Still life (Jia Zhangke, 2006)

Still life (Sanxia haoren)
di Jia Zhangke – Cina 2006
con Zhao Tao, Han Sanming
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Hiromi.

Ecco il Leone d'oro a sorpresa dell'ultimo festival di Venezia: un film che mette in scena la Cina dei grandi cambiamenti, delle immense dighe che sommergono lentamente città e villaggi, costringendo le popolazioni a spostarsi in massa in nuovi centri abitati, mentre orde di operai smantellano e demoliscono fabbriche ed edifici per salvare il salvabile; ponti immensi e moderni che attraversano vallate desolate, e che si illuminano di notte su precisa richiesta dei costruttori orgogliosi di mostrare agli amici la propria opera; colleghi di lavoro che mostrano la propria regione d'origine immortalata sul retro delle banconote come se fossero cartoline, in attesa che le grandi opere distruggano o alterino definitivamente il paesaggio e che di esso non ne rimanga che una "natura morta" (still life, appunto); giovani che si atteggiano al Chow Yun Fat di "A better tomorrow" con una ventina d'anni di ritardo (ma qui siamo ben lontani da Hong Kong, forse le mode viaggiano più lente); e soprattutto la frammentazione dei nuclei familiari, con mariti e mogli che vivono separati per anni senza aver notizie gli uni delle altre. La spersonalizzazione degli individui è evidente nelle due vicende principali della pellicola, che non si incrociano mai fra loro: quella di uno straniero che giunge a Fengjie (dove è in costruzione la diga delle Tre Gole) in cerca della moglie, che non vede da sedici anni, e della figlia mai incontrata; e quella di una ragazza che invece intende trovare il marito per chiedergli il divorzio. Le loro storie, delicate e mai urlate, non mi hanno coinvolto particolarmente, anche perché non spiccano su quelle degli altri individui e si perdono in un quadro d'insieme che più che sui singoli soggetti punta a una descrizione globale di un paesaggio più vasto. Ed è una caratteristica comune agli altri film di Jia Zhangke che avevo già visto: alla fine quella che rimane è l'immagine di un mondo immenso e sconosciuto, nel quale il regista riesce a condurre lo spettatore e fargli "vivere" la sua realtà, fredda e apocalittica, con uno stile essenziale e naturalistico sia pur condito da un paio di bizzarri inserti "alieni" (ma il palazzo che prende il volo è forse una metafora di un peso che si solleva dall'anima).

28 marzo 2007

Orfeo negro (M. Camus, 1959)

Orfeo negro (Orfeu negro)
di Marcel Camus – Francia/Brasile 1959
con Breno Mello, Marpessa Dawn
***

Rivisto in DVD con Marisa, Luigi, Roberto e Anna.

Il mito greco di Orfeo rivisitato e ambientato in Brasile, durante il carnevale di Rio, in un atmosfera di caos, allegria, danze e samba che sembra rispecchiare perfettamente le antiche feste orgiastiche dionisiache. E ogni personaggio, fin dal nome, ha il proprio corrispettivo nel mito orfico. Orfeo suona la chitarra anziché la lira e si esibisce come "dio del sole" (in quanto figlio di Apollo) durante la sfilata del carnevale: i bambini delle favelas ritengono infatti che sia proprio lui, con le sue canzoni, a far sorgere il sole ogni mattina; Euridice è una ragazza appena giunta in città e tormentata da un misterioso individuo, vestito da scheletro, che la minaccia costantemente di morte; la discesa agli inferi si traduce nella visita a una medium che comunica con gli spiriti dei defunti attraverso le pratiche voodoo; e non manca nemmeno una baccante che, come nelle Georgiche di Virgilio, si vendica di Orfeo dopo la scomparsa di Euridice. Caldo e colorato, violento e dolce, triste e allegro, il film vinse la Palma d'Oro al festival di Cannes e l'Oscar per il miglior film straniero. Ed è condito da celebri canzoni in stile bossa nova (su tutte "Manhã De Carnaval" e "A felicidade").

Questa è la mia vita (J.L. Godard, 1962)

Questa è la mia vita (Vivre sa vie)
di Jean-Luc Godard – Francia 1962
con Anna Karina, Saddy Rebbot
**1/2

Visto in DVD.

Il film racconta in dodici quadri, introdotti da titoli multipli come quelli dei libri di una volta, alcuni episodi della vita di Nanà (una bellissima Anna Karina con un'acconciatura alla Louise Brooks): commessa in un negozio di dischi e perennemente in ristrettezze economiche, abbandona il suo uomo e sogna di fare del teatro o del cinema. A un certo punto comincia, un po' per caso e un po' per necessità, a prostituirsi. Trova un protettore, poi forse un amante, e infine va incontro al proprio destino in un finale improvviso e tragico. Sotto i riflettori di Godard c'è la "vita", in tutti i sensi: da quella di Nanà, vissuta con innocenza e curiosità, a quella delle prostitute (l'argomento era stato suggerito al regista dalla lettura di un'inchiesta giornalistica), non a caso dette "ragazze di vita". La vita è oggetto di discussioni filosofiche, come quella intavolata da Nanà con uno sconosciuto in un bar. Ed è anche arte e bellezza, come suggeriscono il brano di Edgar Allan Poe che viene letto da un personaggio o le immagini de "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer che Nanà va a vedere al cinema. La regia è notevole e molto curata, sperimentale ma al tempo stessa coerente e consapevole, con piani sequenza, insoliti movimenti di macchina, prolungati primissimi piani del volto della protagonista e personaggi ripresi da dietro la nuca. Godard stesso si stupì del fatto che il film sembrasse "il più composto fra tutti quelli che ho fatto, mentre non lo era per niente. Ho preso il materiale grezzo, dei rulli perfettamente avvolti che ho sistemato l'uno accanto all'altro, e questo materiale si è organizzato" da solo.

27 marzo 2007

Anche i nani hanno cominciato da piccoli (W. Herzog, 1970)

Anche i nani hanno cominciato da piccoli
(Auch Zwerge haben klein angefangen)
di Werner Herzog – Germania 1970
con Helmut Döring, Pepi Hermine
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

In una strana colonia penale per nani, ai margini del deserto, scoppia una rivolta. Approfittando della temporanea assenza delle autorità, i prigionieri distruggono ogni cosa nell'istituto e nel suo cortile, in un crescendo di anarchia infantile e rivoluzionaria: oltre a bruciare e demolire case ed oggetti, si accaniscono con scherzi di ogni tipo anche sugli animali e persino sui più deboli del loro stesso gruppo. Girato in un livido bianco e nero, esclusivamente con attori nani, è un film bizzarro, grottesco e disturbante che si pone a metà strada fra "Freaks" di Tod Browning e "Zero in condotta" di Jean Vigo. Herzog descrive un mondo folle e crudele nel quale persino le galline si attaccano e si spiumano a vicenda. Il comportamento ribelle e distruttivo dei personaggi è da intendersi in chiave di critica sociale, se non addirittura politica: il che ne fa, al di là della trama assai esile, un film originale e interessante, che va ben oltre i suoi limiti (forse avrebbe potuto durare meno di 90 minuti). Imperdibile, naturalmente, per gli estimatori di Herzog, che qui dimostra già di saper fondere in maniera unica e personale una storia e un ambiente, la finzione e il documentario. Il film è stato girato a Lanzarote, nelle isole Canarie, durante il viaggio in Africa compiuto dal regista tedesco – allora solo ventisettenne – a cavallo del 1969, quando realizzò anche "Fata Morgana".

Center stage (Stanley Kwan, 1992)

Center stage (Yuen Ling-Yuk, aka The Actress)
di Stanley Kwan – Hong Kong 1992
con Maggie Cheung, Carina Lau, Tony Leung Ka-fai
*1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Ambientato a Shanghai, racconta gli ultimi anni della vita di Ruan Ling Yu, celebre star cinese del cinema muto, morta suicida a soli 25 anni dopo esser rimasta vittima di una campagna stampa che la accusava di essere l'amante di un uomo sposato. Maggie interpreta la protagonista con la consueta grazia e bravura, ma anche il suo impegno non riesce a sollevare il film – che pure in patria ha vinto svariati premi – da un freddo manierismo. Il regista sembra più interessato alla ricostruzione storica (non mancano accenni alle proteste contro l'occupazione giapponese della Manciuria) che a coinvolgere il pubblico, e il ritratto dell'attrice che ne esce, aspetti protofemministi compresi, è noioso e non del tutto convincente. Curiosi, nella prima mezz'ora di film, alcuni "godardismi" come l'inserimento di brevi interviste a Maggie e ad altri membri del cast che parlano, "fuori dal personaggio", del loro ruolo nella pellicola o di cosa pensano di Ruan; oppure inserti con le testimonianze di persone che avevano davvero conosciuto l'attrice.

25 marzo 2007

300 (Zack Snyder, 2007)

300 (id.)
di Zack Snyder – USA 2007
con Gerard Butler, Leda Headey
**

Visto al cinema Colosseo, con Monica e Albertino.

Tratto da uno dei fumetti meno belli di Frank Miller, il film racconta in maniera barocca, romanzata e irrealistica la battaglia delle Termopili, dove un manipolo di trecento soldati spartani guidati dal re Leonida riuscì a tener testa all'esercito persiano di Serse e a guadagnare il tempo necessario ai greci per riorganizzarsi e resistere all'invasione. La tecnica con cui gran parte delle scene è stata girata è praticamente la stessa di "Sin City" (ma già il fatto di arrivare secondo toglie valore al film): le vignette del fumetto sono ricostruite con estrema precisione e i personaggi disegnati sulla carta sembrano quasi prendere vita in una sorta di animazione "live", con tanto di ralenti e brevi fermi immagine nei momenti in cui le pose sono più eroiche e spettacolari. Ma se nel film di Rodriguez il bianco e nero, l'ambientazione noir/pulp e la storia riuscivano a fornire una solida ossatura alla pellicola, qui la spettacolarità visiva risulta monocorde e fine a sé stessa, e tutto si risolve nel mettere in mostra una continua carneficina, un bagno di sangue nel quale i soldati spartani, come in un videogioco, affrontano una dopo l'altra ondate di nemici sempre più assurdi e improbabili: fra questi, ninja, orchi, rinoceronti e olifanti. Il tutto è inoltre condito con dialoghi retorici su patriottismo, libertà e coraggio. Peccato: se fosse stato meno serio e più cialtrone, il film – visto l'indubbio impatto visivo – sarebbe risultato più piacevole e divertente. Così invece, fra tanta esaltazione guerresca e la completa disumanizzazione del nemico, soltanto nel finale (quando "Faramir" incita i suoi all'attacco) la pellicola riesce a emozionare un po'. Orrendo il doppiaggio italiano, in particolare la voce del narratore e quella della regina di Sparta, un'insopportabile Anita Caprioli il cui accento ricorda quello della Bellucci. Ogni volta che dal passo delle Termopili l'azione si spostava a Sparta, facendo tornare in scena la regina (che nel fumetto non aveva tutto questo spazio), mi cadevano le braccia. Direi che non ci sono più dubbi: la grande scuola del doppiaggio italiano è definitivamente tramontata, e le nuove leve sono men che mediocri.

24 marzo 2007

Lisbon story (W. Wenders, 1994)

Lisbon story (id.)
di Wim Wenders – Germania/Portogallo 1994
con Rüdiger Vogler, Patrick Bauchau
***

Visto in DVD, con Martin.

Philip Winter, rumorista e tecnico del suono, si reca in auto dalla Germania fino a Lisbona su invito di un suo amico regista che sta realizzando un film sulla città portoghese. Ma l'amico sembra essere sparito nel nulla. Bivaccando in casa sua, il protagonista ha l'occasione di conoscere meglio la città, di percorrerne le salite e le discese, di catturarne i suoni con l'aiuto di un gruppo di ragazzini, di leggere Pessoa e di incontrare il gruppo musicale dei Madredeus, della cui cantante si innamora. Solo nel finale l'amico regista, che ha scelto di vivere in clandestinità per poter riprendere immagini che nessuno – nemmeno l'operatore – ha mai visto o vedrà, si rifarà vivo. Il film, colorato, leggero e ironico, ricorda le pellicole del Wenders del primo periodo: la struttura, anzi, è quasi parallela a quella de "Lo stato delle cose", seppur meno cinica e tragica e più votata alla conoscenza del mondo. Winter non è un turista (anzi, si scaglia apertamente contro le immagini e i filmini "da turista" che i bambini riprendono) ma un uomo curioso che ama scoprire lentamente le cose e crede nelle capacità del cinema di descrivere il reale e raccontare una storia. Ma questa storia deve essere vista e fruita da qualcuno, non può rimanere chiusa in un magazzino virtuale senza alcuno spettatore, come invece sembra desiderare l'amico regista, a tal punto ossessionato dal video digitale da aver completamente "spersonalizzato" la propria arte e, in un certo senso, anche la propria vita. Splendidi i titoli di testa, con il viaggio di Winter verso Lisbona sottolineato, più che dalle immagini dei paesi europei che attraversa, dai rumori e dalle trasmissioni radio nelle diverse lingue. Un film che andrebbe visto a fianco di altre pellicole totalmente incentrate sulla forza del sonoro: da "Blow out" di De Palma a "Lo specchio" di Jafar Panahi.

Appunti di viaggio su moda e città (W. Wenders, 1989)

Appunti di viaggio su moda e città (Notebook on cities and clothes)
di Wim Wenders – Germania/Francia 1989
con Johji Yamamoto, Wim Wenders
*

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Un documentario sul mondo della moda commissionato a Wenders dal centro Pompidou. L'intera pellicola si concentra quasi esclusivamente sullo stilista giapponese Yohji Yamamoto, interrogandolo sul suo processo creativo e seguendolo durante il suo lavoro di preparazione della nuova collezione e dietro le quinte di una sfilata. Difficilmente un argomento potrebbe interessarmi di meno, e infatti ho quasi dormito durante la mezz'ora finale del film. Di Wenders, a parte le ossessioni per le immagini elettroniche e alcune riflessioni sul rapporto fra creazioni originali e copie, c'è ben poco.

22 marzo 2007

Un anno

È iniziata la primavera, e questo blog ne approfitta per festeggiare un anno di vita! L'ho cominciato infatti proprio il 22 marzo di un anno fa: era nato (e lo è tuttora) come un piccolo diario nel quale tener conto dei molti film che vedo, registrando le impressioni "a caldo" e i miei giudizi da spettatore... non di rado, infatti, mi rendevo conto che pellicole viste anni prima non avevano quasi lasciato traccia nella mia memoria, sebbene ricordassi magari se mi fossero piaciute oppure no. Dover scrivere qualche riga su ciascuna di esse mi aiuta decisamente a ricordarle meglio. In più mi divertirà, tra qualche anno, rileggere cosa pensavo di determinati film o autori, visto che non è raro il caso di un radicale cambiamento di opinione su certi film a distanza di tempo. Mi dispiace anzi non aver cominciato prima!

Ne approfitto, comunque, per ribadire il concetto (forse ovvio) che i miei voti e i miei giudizi si riferiscono sempre e solamente al mio rapporto da spettatore con il film: per questo mi riservo il diritto di dare a un film demenziale o di serie B un voto più alto e lusinghiero di quello dato a un capolavoro di un grande maestro, se la visione del primo mi ha procurato più piacere.

E ora un po' di cifre. In questi dodici mesi ho parlato di ben 283 film. Di questi, 102 li ho visti al cinema (69 soltanto nelle due rassegne di Cannes e Venezia) e 181 in casa. 236 li ho visti per la prima volta, mentre in 47 casi si trattava (come minimo) di una seconda visione, magari ad anni di distanza dalla prima. Il regista più rappresentato è stato Wim Wenders, con ben 10 titoli, grazie alla "rassegna" che sto facendo insieme a Martin. Segue con 5 titoli Akira Kurosawa, tutti dei suoi esordi. E poi, con 4 ciascuno, Lubitsch, Malle e Mankiewicz.

Nota: come avrete notato, per festeggiare il compleanno ho aggiornato il template passando a quello del Nuovo Blogger (ho dovuto trovare un nuovo codice per i commenti recenti, quello precedente non funzionava più) e sto inaugurando le etichette nei post.

21 marzo 2007

Ali G (Mark Mylod, 2002)

Ali G (Ali G Indahouse)
di Mark Mylod - GB 2002
con Sacha Baron Cohen, Michael Gambon
**

Visto in DVD, con Albertino.

Prima di Borat (che comunque fa una comparsata anche qui), Sacha Baron Cohen era noto soprattutto per il personaggio di Ali G, rapper e "gangsta" bianco del westside di Slaines, cittadina alla periferia di Londra. In questo film, prodotto in seguito al successo delle sue apparizioni televisive nel corso delle quali intervistava personaggi famosi (soprattutto politici) ignari della sua natura di comico, Ali G viene eletto parlamentare britannico e diventa stretto collaboratore del primo ministro, rafforzandone la popolarità con una serie di proposte di legge quantomeno "bizzarre" (come consentire l'ingresso agli immigrati soltanto se si tratta di ragazze giovani e carine). L'umorismo è abbastanza stupido e demenziale, ma alcune gag strappano più di un sorriso. Meno geniale di "Borat", comunque non completamente da buttar via.

20 marzo 2007

Green snake (Tsui Hark, 1993)

Green snake (Ching se)
di Tsui Hark – Hong Kong 1993
con Maggie Cheung, Joey Wong
***

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Un film bizzarro e affascinante, visivamente molto bello, tratto da un'antica leggenda cinese. La smeraldina Maggie Cheung (splendida!) e la sorella maggiore Joey Wong sono due spiriti-serpente, malvage per natura eppure dotate di un animo gentile, che assumono forma umana per integrarsi fra gli uomini: la seconda arriva addirittura a sposare un essere umano (nascondendogli la sua reale identità), mentre la prima – meno abile nel controllare la propria metamorfosi – va in cerca di avventure. Devono però vedersela con un monaco dai grandi poteri spirituali che dà la caccia a tutte le creature sovrannaturali. Meno pretenzioso di altri wuxia di Tsui Hark, presenta per una volta una trama lineare e facile da seguire ed è graziato, oltre che dalla bellezza delle due protagoniste, da una fotografia caleidoscopicamente colorata e da paesaggi straniti e surreali. Belle anche le musiche. Piuttosto buona la qualità del dvd Mei Ah.

19 marzo 2007

Casablanca (Michael Curtiz, 1942)

Casablanca (id.)
di Michael Curtiz – USA 1942
con Humphrey Bogart, Ingrid Bergman
****

Rivisto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

"Everybody comes to Rick's."
"Play it, Sam."
"Of all the gin joints, in all the towns, in all the world, she had to walk into mine."
"Here's looking at you, kid."
"Kiss me. Kiss me as if it were the last time."
"Was that cannon fire or is it my heart pounding?"
"We'll always have Paris."
"It doesn't take much to see that the problems of three little people don't amount to a hill of beans in this crazy world."
"Round up the usual suspects."
"Louis, I think this is the beginning of a beautiful friendship."

Durante la seconda guerra mondiale, la città di Casablanca nel Marocco francese è diventata un fondamentale punto di passaggio per tutti coloro – rifugiati, patrioti o semplici disperati – che cercano di fuggire dall’Europa. Da Casablanca, grazie ad apposite e ambitissime “lettere di transito” firmate dalle autorità, è possibile infatti raggiungere Lisbona e da lì imbarcarsi per l’America. È quello che cercano di fare il partigiano Victor Laszlo (Paul Henreid), eroe della resistenza ricercato dai nazisti, e sua moglie Ilsa Lund (Ingrid Bergman), approfittando del fatto che due di queste preziose lettere, trafugate dal subdolo malvivente Ugarte (Peter Lorre), sono finite nelle mani dell’americano Rick Blaine (Humphrey Bogart), gestore del Rick's Café ed ex amante di Ilsa. Cinico e disilluso, anche se con un passato di combattente repubblicano in Spagna e contrabbandiere d’armi in Africa, Rick si mantiene apparentemente distaccato e neutrale rispetto al conflitto, tollerando la presenza nel proprio locale di membri di tutte le parti in guerra. Ma il ritorno di Ilsa, dal quale era stato abbandonato senza spiegazioni e che ancora ama, lo spingerà a prendere una decisione. Ci sono film che non fanno semplicemente parte della storia del cinema: sono la storia del cinema. Certo, Curtiz non è Hawks, Welles o Wilder: ma poco importa. A volte un film diventa un capolavoro non per merito di un singolo individuo (regista, attore o sceneggiatore che sia), ma perché tutte le parti che lo compongono contribuiscono insieme al risultato finale, convergendo miracolosamente nella stessa direzione e producendo un fenomeno simile all'“interferenza costruttiva” nella fisica delle onde. Ed è qui che nasce il mito. Nella scheda sul suo dizionario del cinema, il Mereghetti cita Umberto Eco: "Quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza, si raggiungono profondità omeriche. Due cliché fanno ridere, cento commuovono". Per nessun film, forse, questo è vero come per "Casablanca", una struggente celebrazione del sacrificio.

Tratta da un testo teatrale di Murray Burnett e Joan Alison che non era ancora mai andato in scena, e fortemente voluta dal produttore Hal B. Wallis, la pellicola ebbe un successo oltre ogni aspettativa. Vinse i premi Oscar per il miglior film, la regia e la sceneggiatura (oltre ad altre cinque nomination) e colpì l'immaginazione del pubblico non solo al momento della sua uscita ma anche, e soprattutto, negli anni a venire. Contribuì a rendere mitici Bogart e la Bergman, cui il regista non lesina primi piani e la sceneggiatura (dei fratelli gemelli Julius e Philip Epstein, con Howard Koch) frasi memorabili come quelle citate in apertura, ma sono indimenticabili tutti i personaggi, anche quelli minori: dall’ambiguo capitano francese Renault (Claude Rains), che cerca di restare a galla in un mondo corrotto in cui pure sguazza con nonchalance, al maggiore tedesco Strasser (Conrad Veidt), principale "cattivo" del film; dal pianista Sam (Dooley Wilson), che canta la canzone di Herman Hupfeld "As time goes by" (la frase "Suonala ancora, Sam", resa celebre anche da Woody Allen, non è mai pronunciata esattamente in questi termini nella pellicola) al fidato cameriere Carl (S.Z. Sakall), fino a Ferrari (Sydney Greenstreet), proprietario del locale rivale Blue Parrot. Ancora oggi citatissimo a destra e a manca (due esempi su tanti: Emir Kusturica in "Gatto nero gatto bianco" e Steven Soderbergh in "Intrigo a Berlino"), oltre che oggetto di omaggi parodie (dai fratelli Marx al già menzionato Allen, senza dimenticare una storia di Topolino firmata da Giorgio Cavazzano), va assolutamente gustato in lingua originale. Soltanto quando l'ho visto per la prima volta in inglese, infatti, mi sono reso conto che si trattava davvero di un capolavoro assoluto e non del classico film sopravvalutato dalla critica per meriti pregressi. Nell'edizione italiana, oltre ai dialoghi cambiati qua e là, manca completamente il personaggio del capitano Tonelli, forse ritenuto offensivo ai tempi dell’uscita nel nostro paese (nel 1946).

18 marzo 2007

Il libro della giungla (W. Reithermann, 1967)

Il libro della giungla (The jungle book)
di Wolfgang Reithermann – USA 1967
animazione tradizionale
***

Rivisto in DVD con la mia nipotina Elena.

Walt Disney morì proprio durante la lavorazione di questo film, che dunque funge da ideale spartiacque fra la produzione disneyana "classica" e quella "moderna" e segna l'inizio di una crisi creativa per la casa di Topolino che sarebbe perdurata per una ventina d'anni. La pellicola è tratta dai racconti di Rudyard Kipling ambientati nella giungla indiana con protagonista Mowgli, giovane tarzanide allevato dai lupi e amico degli animali selvaggi (in particolare di Bagheera, la pantera che funge anche da voce narrante, e di Baloo, l'orso). La prima vorrebbe che il "cucciolo d'uomo" facesse ritorno tra i propri simili, anche per sfuggire alla minaccia della tigre Shere Khan; il secondo, invece, vorrebbe che restasse nella giungla, dove per vivere "bastan poche briciole". Il film è costituito da una serie di scenette poco collegate fra loro, che introducono di volta un diverso gruppo di animali: gli elefanti, le scimmie, gli avvoltoi, eccetera, il tutto mentre i due mentori di Mowgli gli insegnano due diversi approcci alla vita: responsabile quello di Bagheera, disinvolto e "alla giornata" quello di Baloo. Caratterizzata dall'animazione "povera" tipica degli anni '60-'70, la pellicola ha il suo vero punto di forza nella colonna sonora, con canzoni di impronta jazzistica fra le quali spiccano quella di Re Luigi ("I wanna be like you") nonché quella, celeberrima, di Baloo ("The bare necessities"), di cui esiste anche una versione interpretata nientemeno che da Louis Armstrong: in lingua originale sono molto più gradevoli che in italiano. Disneyanamente parlando, il film ispirerà per certi versi alcuni pellicole successive come "Tarzan" (ovviamente) ma anche "Il re leone" (la filosofia di Timon e Pumbaa ricorda quella di Baloo).

16 marzo 2007

Rapina a mano armata (S. Kubrick, 1956)

Rapina a mano armata (The killing)
di Stanley Kubrick – USA 1956
con Sterling Hayden, Elisha Cook Jr.
***

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Heist movie tesissimo, scandito da un narratore metodico che descrive le azioni dei personaggi sottolineando le ore e i minuti con una precisione pari a quella del piano organizzato in ogni dettaglio dai protagonisti per rapinare l'incasso delle scommesse di una giornata all'ippodromo. Ma come in ogni noir che si rispetti, il destino incombe: basterà qualche granello di polvere in un ingranaggio ritenuto perfetto per mandare a monte il colpo e condannare, in maniera diversa, tutti i membri della banda, che si tratti di criminali recidivi o di impiegati onestissimi (fino ad allora). Le motivazioni di alcuni di essi vengono descritte con brevissime scene (il barista che si occupa della moglie malata, il poliziotto alle prese con un debito da pagare), altri hanno decisamente più spazio nella trama (il cassiere umiliato dalla moglie che lo tradisce), altri ancora "recitano" semplicemente il ruolo che la sceneggiatura impone loro (la ragazza del protagonista, l'amico-padre putativo). La fotografia è scura e ombrosa, carica di tensione e ricca di primi piani, attenta a mostrare solo il necessario al momento giusto. E ben prima di Tarantino in "Jackie Brown" e con risultati di più alto livello, Kubrick si diverte a giocare con il flusso temporale accompagnando lo spettatore al momento decisivo, la partenza della corsa all'ippodromo, per ben quattro (o più?) volte, per poi tornare indietro nel tempo e ricominciare da capo l'avvicinamento. Brillante e indimenticabile il finale, tragico e beffardo.

15 marzo 2007

Il bacio dell'assassino (S. Kubrick, 1955)

Il bacio dell'assassino (Killer's kiss)
di Stanley Kubrick – USA 1955
con Jamie Smith, Frank Silvera
**1/2

Rivisto in DVD.

Il secondo lungometraggio di Kubrick (dopo "Paura e desiderio", ritirato dalla distribuzione e di cui lo stesso regista ha fatto distruggere quasi tutte le copie), da lui anche scritto, prodotto, montato e fotografato, è un noir basato su una trama piuttosto semplice che racconta fondamentalmente dell'incontro tra due personaggi soli in una New York ostile (basti pensare alle strade deserte e desolate dell'ultima parte). Lui è un pugile fallito ma dal cuore d'oro, lei (Irene Kane) la sua vicina di casa: quando il padrone del dancing dove la ragazza lavora la aggredisce, il pugile – che ha assistito a tutto dalla finestra di fronte – interviene, e tra i due nasce l'amore. Ma il "cattivo" non demorde e cercherà di impedire che la coppia lasci la città per rifarsi una vita altrove. Strutturato come un lungo flashback, il film introduce lentamente i personaggi in una ventina di minuti forse memori di "Day of the fight", il primo corto di Kubrick, anch'esso incentrato sulla giornata di un pugile. Qua e là affiorano squarci che mostrano già l'abilità del regista: mi riferisco al breve sogno notturno con lo scorrere delle strade della città, deserte e viste "in negativo"; al lungo racconto della ragazza su sua sorella Iris, tutto in voice over sulle immagini della ballerina che danza nell'oscurità; alla scena con Silvera che scaglia il bicchiere contro la macchina da presa, rompendone anche il vetro; e ovviamente alla fuga finale sui tetti e soprattutto al combattimento nella fabbrica di manichini. Belle le musiche di Gerald Fried.

14 marzo 2007

I cinque segreti del deserto (B. Wilder, 1943)

I cinque segreti del deserto (Five graves to Cairo)
di Billy Wilder – USA 1943
con Franchot Tone, Anne Baxter
***

Visto in DVD.

Intrigante mystery di ambientazione bellica, ricco di tensione e di colpi di scena e incentrato sulla figura del leggendario feldmaresciallo Rommel, "la volpe del deserto", interpretato dal carismatico Erich von Stroheim. Per certi versi è anche un instant movie, visto che gli eventi descritti avevano avuto luogo pochi mesi prima della realizzazione del film. Pur essendo un "nemico", Rommel comunque non ne esce male: viene descritto come un abilissimo stratega che mette in atto un piano programmato con lungimiranza addirittura molti anni prima dell'inizio della guerra.
La trama vede come protagonista un soldato inglese, unico sopravvissuto allo scontro di Tobruk contro i tedeschi, che trova rifugio in un'isolata locanda in mezzo al deserto egiziano, dove sono rimasti solo il proprietario e una cameriera francese. Ma lo stato maggiore tedesco sta per arrivare, e il soldato decide di assumere l'identità del cameriere che era appena scomparso sotto i bombardamenti dell'edificio, ignorando che si trattava in realtà proprio di una spia tedesca. Ne approfitterà per cercare di scoprire il segreto che consente a Rommel di spostarsi fra le dune a gran velocità, senza preoccuparsi troppo di approvvigionamenti e rifornimenti. Un'ottima sceneggiatura (con battute quali "Abbiamo scacciato gli inglesi come mosche, ora scacceremo le mosche come inglesi") e un'ambientazione circoscritta che mi ha ricordato per certi versi il wuxiapian "Dragon Inn". Da antologia la suspense di alcune sequenze, come il combattimento fra il protagonista e il tenente tedesco nell'oscurità, sotto i bombardamenti inglesi, con la torcia elettrica che cade di mano all'uno e viene raccolta poi dall'altro solo quando lo scontro è terminato. Come in "Casablanca", nell'edizione italiana era stato evidentemente eliminato il personaggio del militare italiano: tutte le scene in cui compare il simpatico e bonaccione generale Sebastiano di Milano, infatti, nel DVD sono state ripristinate in lingua originale con i sottotitoli.

13 marzo 2007

Frutto proibito (B. Wilder, 1942)

Frutto proibito (The major and the minor)
di Billy Wilder – USA 1942
con Ginger Rogers, Ray Milland
**1/2

Visto in DVD.

Non avendo abbastanza denaro per comprare il biglietto del treno che da New York la deve riportare al paese, una donna si traveste da dodicenne per pagare la tariffa ridotta. In carrozza però incontra e si innamora di un giovane ufficiale militare che, dopo una serie di equivoci, la condurrà con sé nel campo di addestramento dove lavora, ospitandola per un paio di giorni: le saranno sufficienti per mandare a monte l'imminente matrimonio del maggiore, che a sua volte si scopre infatuato di quella che crede essere una minorenne? Al suo primo film americano (e primo vero film della sua carriera di regista) Wilder, co-autore anche della sceneggiatura, realizza una commedia su misura per l'estro di Ginger Rogers. Lo spunto su cui si basa la vicenda è decisamente implausibile (è davvero assurdo che una donna adulta come la Rogers possa passare per dodicenne), e forse oggi sarebbe difficile realizzare un film simile senza suscitare polemiche o scendere nello scabroso: l'attrazione che il maggiore prova per la "bambina" è solo accennata, ma il bacio finale liberatorio è ben poco equivocabile. La sceneggiatura si mantiene comunque sempre su toni divertenti e leggeri, anche quando mostra la protagonista costretta a districarsi fra centinaia di giovani cadetti goffamente intenzionati a sedurla. Simpatica anche la sorella minore della "rivale", una giovane aspirante scienziata che diventa la miglior alleata della Rogers e che naturalmente è l'unica, vista la propria età, a smascherare il suo travestimento a prima vista. Nel finale la Rogers, dopo essere "ringiovanita" per tutto il film, giunge a "invecchiarsi" vestendo anche i panni della propria madre!

11 marzo 2007

Intrigo a Berlino (S. Soderbergh, 2006)

Intrigo a Berlino (The good german)
di Steven Soderbergh – USA 2006
con George Clooney, Cate Blanchett
**

Visto al cinema President, con Martin.

Soderbergh non mi piace, ma devo riconoscergli di essere un regista che non ha paura di sperimentare e di uscire dagli schemi dell'industria mainstream, anche se sempre a scapito di un certo intellettualismo. Questo "Intrigo a Berlino" è un tentativo, evidente sin dalla locandina e dalla scelta della fotografia in b/n, di realizzare qualcosa nello stile dei thriller politici e noir degli anni '40. Ambientato nella capitale tedesca semidistrutta alla fine della guerra, divisa dagli alleati nelle rispettive zone d'occupazione, dove si attende l'esito della conferenza di Potsdam e si avviano le prime indagini sui crimini di guerra, è un intricato giallo che soffre purtroppo per una sceneggiatura decisamente imperfetta, molto confusa e persino un po' presuntuosa (citare nel finale la scena di "Casablanca" sulla pista dell'aeroporto è decisamente troppo!). La vicenda, che vede protagonista un reporter militare alle prese con il misterioso omicidio del suo autista e i segreti del passato della donna che ama, risulta inutilmente complicata. Il tema di fondo è però enunciato con chiarezza (già dal titolo originale) e riguarda l'eventuale innocenza o colpevolezza di un intero popolo: esistevano anche "tedeschi buoni" oppure l'intera popolazione era nazista e corresponsabile delle malefatte di Hitler? Ma alla fine il film non prende una vera posizione, e i vari personaggi sostengono l'una o l'altra tesi a seconda del proprio tornaconto personale. Dopo "Good night e good luck", Clooney interpreta ancora un giornalista in un film in bianco e nero. Brutto il doppiaggio italiano, in particolare la voce della Blanchett.

8 marzo 2007

Borat (Larry Charles, 2006)

Borat – Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan (Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan)
di Larry Charles – USA 2006
con Sacha Baron Cohen, Ken Davitian
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Albertino.

Il personaggio di Borat Sagdiyev, giornalista della tv kazaka, è stato ideato da Baron Cohen nella sua trasmissione televisiva "Da Ali G Show" e giunge ora al cinema con un film solo parzialmente di finzione. La trama principale (che vede Borat incaricato di realizzare a New York un documentario sulla vita negli Stati Uniti: ma dopo aver assistito a una puntata di "Baywatch" in televisione, il reporter decide di attraversare il continente per recarsi in California e sposare Pamela Anderson) non è infatti altro che la cornice per una serie di scene nelle quali il comico interagisce con persone ignare della sua vera natura e convinte di parlare davvero con un kazako ignorante, antisemita e maschilista. Politicamente scorretto verso tutto e tutti, la sua comicità consiste principalmente nel mostrare le imbarazzate reazioni degli intervistati e dei testimoni delle sue "imprese", il cui comportamento genuino svela le ipocrisie della nostra società nei confronti di noi stessi, delle minoranze e degli stranieri. Se gli stessi comportamenti o le affermazioni offensive di Borat provenissero da un occidentale, infatti, la reazione sarebbe probabilmente diversa; trattandosi invece del cittadino di un paese assolutamente sconosciuto (cosa sappiamo del Kazakistan?), subentrano tentativi di comprensione e di giustificazione che fanno passare per valide posizioni decisamente insostenibili. In questo senso il film non è molto diverso da un documentario che avevo visto l'anno scorso, "The Yes Men", nel quale alcuni studenti si spacciavano per incaricati del WTO e partecipavano a congressi ufficiali sostenendo le tesi più assurde, ricevendo non proteste ma applausi. In altri momenti, invece, Borat non mira a suscitare reazioni accondiscendenti ma a smascherare semplicemente il vero modo di pensare della gente, magari convinta che quello che sta dicendo non uscirà mai dai palinsesti della televisione kazaka. In alcuni casi (per esempio nella sequenza che precede il rodeo o nell'incontro con gli studenti sul camper) si può assistere a un volto dell'America (per fortuna non l'unico) bigotto e razzista. Di tutte le scene, però, quella che più mi ha impressionato è stato l'impatto iniziale con la città di New York: a Borat che saluta ogni persona che incontra per strada tendendo la mano, la maggior parte dei passanti reagisce terrorizzata, fuggendo via in preda al panico pur di evitare persino il minimo contatto fisico con uno sconosciuto. Ora, non so voi, ma se qualcuno mi si avvicina con la mano tesa mentre cammino per strada il mio primo impulso è proprio quello di stringergli la mano, non certo scappare via gridando come un ossesso... In certe situazioni, comunque, il comico si è dovuto trattenere: mi riferisco all'incontro con i neri nel ghetto e soprattutto al congresso dei Pentecostali, dove si "limita" a fare l'ingenuo e lo stupido, ma non si spinge certo a offendere: se può infatti permettersi volgarità e comportamenti oltraggiosi in contesti tutto sommato "innocui", come la scuola di bon ton, di certo avrebbe rischiato la vita a fare la stessa cosa in ambienti caratterizzati da una forte dose di fanatismo religioso o sociale. Già ha rischiato abbastanza storpiando l'inno nazionale al rodeo o tentando di rapire Pamela Anderson di fronte alle sue guardie del corpo! Buono l'apporto della "spalla", il grasso e brutto Ken Davitian, che raggiunge vette quasi poetiche con il suo travestimento da Oliver Hardy ("un uomo vestito da Hitler"). Infine, alcune considerazioni: francamente mi aspettavo di ridere di più. Probabilmente la "colpa" è del doppiaggio in italiano. Il problema non è tanto nella voce di Borat, quanto in quella delle persone comuni. Mettere una voce impostata – quella cioè di un attore o di un doppiatore – in bocca a individui presi dalla strada ne "falsifica" la naturalezza. Se aggiungiamo la consapevolezza della presenza della videocamera (giustificata, perché veniva detto che si girava per la tv kazaka), si ottiene la sensazione di una "messinscena" che attenua di molto la vis comica. E se gli sketch non fossero spontanei ma preparati, allora il film non sarebbe diverso da una delle molte farse del cinema demenziale. Dovrò dunque rivederlo in lingua originale, in DVD, per dare un giudizio definitivo.

7 marzo 2007

Continuavano a chiamarlo Trinità (E.B. Clucher, 1971)

Continuavano a chiamarlo Trinità
di E.B. Clucher [Enzo Barboni] – Italia 1971
con Terence Hill, Bud Spencer
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

L'enorme e inaspettato successo del primo "Trinità" convinse rapidamente i produttori, il regista e gli attori a girarne il seguito. Qui la personalità della coppia viene definita ancora di più, i due character funzionano meglio e diventano definitivamente quelli che saranno protagonisti nei decenni successivi di numerose altre pellicole, non più western ma d'avventura, ambientate in ogni parte del mondo, in fondo tutte variazioni sullo stesso tema. La prima metà del film è la più brillante: dopo la gag sui "rapinatori rapinati" nel deserto, che attraverso il tegame di fagioli fornisce da subito un punto di contatto con il film precedente, vengono introdotti i genitori della coppia e si pongono le basi per la trama successiva: i due partono in cerca di avventure, con Bambino che dovrà insegnare a Trinità il mestiere di fuorilegge. Seguono sequenze una migliore dell'altra, fra le quali vanno ricordate la partita a poker (di cui ci si ricorderà in un film successivo, "Pari e dispari") e quella della cena al ristorante (che addirittura anticipa l'analoga sequenza di John Belushi e Dan Aykroyd in "The Blues Brothers"). La seconda metà, quella in cui la trama prende il sopravvento con la vicenda dei frati costretti a "riciclare" il denaro sporco dei biechi affaristi di città, la trovo invece meno divertente. E anche la scazzottata finale non è delle migliori. Nel complesso, comunque, si tratta di un film importante per la coppia, nonché di un ottimo punto di partenza per abbandonare l'ambientazione western e veleggiare verso nuovi orizzonti. I risultati al botteghino furono fenomenali, e Bud e Terence divennero i beniamini di un pubblico tanto vasto quanto eterogeneo, in Italia come all'estero.

Nota: è curioso come il tema religioso fosse così presente in queste prime pellicole, dal nome del protagonista e dal titolo dei film alle trame vere e proprie, che vedono i nostri eroi alle prese con una comunità di mormoni (nel primo "Trinità") e con una missione cattolica (nel sequel). La cosa è buffa se si pensa che i due attori, a fine carriera, hanno chiuso il cerchio finendo con l'interpretare davvero personaggi legati alla religione, stavolta però senza sbeffeggiarli: Don Camillo e Don Matteo per Terence Hill, Padre Speranza per Bud Spencer.

6 marzo 2007

Lo chiamavano Trinità (E.B. Clucher, 1970)

Lo chiamavano Trinità...
di E.B. Clucher [Enzo Barboni] – Italia 1970
con Terence Hill, Bud Spencer
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

"Salve, fratelli!"
"Salve... Glielo hai detto tu che siamo fratelli?"
"È il signore che vi manda!"
"No, passavamo di qua per caso."

Dopo i primi tre film insieme ("Dio perdona... io no!", "I quattro dell'Ave Maria", "La collina degli stivali"), che ne avevano già messo in luce l'alchimia di coppia, Terence Hill e Bud Spencer raggiungono il grande successo con questa pellicola che incredibilmente, secondo i suoi realizzatori, non era stata inizialmente concepita come un western comico, anche se il lato giocoso e scanzonato era presente intenzionalmente (e questa fu una grande intuizione di Barboni). L'ironia, però, non avrebbero dovuto essere molto diversa da quella dei tipici spaghetti western del periodo, e questo è forse dimostrato dal fatto che nella prima parte del film i due protagonisti continuano a usare le pistole come se si trattasse di un western normale, passando soltanto in seguito agli "sganassoni" che sarebbero diventati il loro marchio di fabbrica. Interessante, al riguardo, osservare lo zelo con il quale gli sceneggiatori cercano da un certo punto in poi di fare in modo che gli avversari si disarmino spontaneamente. Molte gag vennero poi letteralmente inventate e improvvisate in fase di lavorazione, e non erano presenti nello script originale, che fra l'altro Barboni faticò a far accettare ai produttori ("Troppo pochi morti", dicevano).
Divertente, memorabile e ormai leggendario (ho perso il conto di quante volte l'avrò visto), il film è introdotto dal magnifico brano musicale di Franco Micalizzi. E già dopo pochi minuti compare subito anche un altro tema che diverrà una costante nei film della coppia Spencer/Hill: il cibo. Ogni volta che rivedo la scena di Trinità che ripulisce il tegame di fagioli, mi viene fame! Segue poi la costruzione della "rivalità" fra i due, alleati contro i cattivi ma comunque sempre in conflitto fra loro, con Hill nei panni del furbo e manipolatore (Trinità), e Spencer in quella del "sucker" (Bambino), serio e pragmatico ma alla fine trascinato nelle sue avventure dal fratello minore che se lo rigira come vuole.
Il film, in ogni caso, è ben costruito, con una regia solida, una sceneggiatura attenta ai dettagli (si veda per esempio l'introduzione dei vari personaggi, anche di quelli minori come i due complici di Bud Spencer) e un buon ritmo. Ma si sa: in quei tempi il cinema italiano di genere non aveva nulla da invidiare a nessuno!

5 marzo 2007

American graffiti (G. Lucas, 1973)

American graffiti (id.)
di George Lucas – USA 1973
con Ron Howard, Richard Dreyfuss
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Il secondo lungometraggio di Lucas è qualcosa di davvero particolare nella sua filmografia. Niente fantascienza, anzi tutto il contrario: un nostalgico sguardo al passato, un vero e proprio revival dei primissimi anni '60, della musica e della vita in una cittadina californiana di provincia dove i ragazzi si divertono scarrozzando la propria automobile per le strade da un drive-in all'altro, un film che ha dato vita a un trend sfociato l'anno seguente nella serie televisiva "Happy Days", con protagonista proprio Ron Howard. La pellicola mostra l'ultima notte delle vacanze estive che un gruppo di amici appena diplomati trascorre in compagnia prima della sospirata (o temuta) partenza per il college. Se Steve è esaltato dall'avventura che lo attende, anche a costo di dover lasciare dietro di sé la propria ragazza, Curt invece è pieno di dubbi e medita di non partire più. Cambierà idea soltanto la mattina successiva, dopo aver vissuto alcune memorabili esperienze che lo aiuteranno a traghettarsi nell'età adulta. Il "duro" John, che ha la fama di essere il pilota più veloce della città, deve invece vedersela con uno straniero (un giovanissimo Harrison Ford con cappello da cowboy) intenzionato a sfidarlo, ma anche con un'appiccicosa ragazzina che si è intrufolata nella sua macchina e cui è costretto a fare da babysitter fino all'alba. Terry, infine, è lo "sfigato" del gruppo: riesce a rimorchiare una spettacolare bionda ma finisce immancabilmente col mettersi nei guai, e a lui naturalmente sono destinati i momenti più comici del film. Oltre che dalla musica (dai Beach Boys ai Platters, da Elvis e Chuck Berry), la pellicola è punteggiata dalla voce dello speaker radiofonico Lupo Solitario (Wolfman Jack nella versione originale), misterioso deejay sul cui programma sono sintonizzati praticamente tutti e che fra uno sberleffo e l'altro interviene anche direttamente nella storia.

4 marzo 2007

La moglie dell'aviatore (E. Rohmer, 1981)

La moglie dell'aviatore (La femme de l'aviateur)
di Éric Rohmer - Francia 1981
con Philippe Marlaud, Marie Rivière
**

Visto in DVD, con Hiromi.

Primo film della serie "Commedie e proverbi", la nuova sequenza di sei pellicole con la quale Éric Rohmer – dopo l'esperienza dei lungometraggi storici in costume "La marchesa Von..." e "Perceval" – torna allo stile minimalista e naturalista di sentimenti e gelosie che aveva caratterizzato i suoi "Racconti morali". La storia, incentrata sul proverbio fittizio "Non è possibile non pensare a niente" (inventato dallo stesso Rohmer parafrasando una frase di Alfred de Musset), parla di François, un giovane che dopo aver visto uscire dalla casa della sua ragazza il suo ex amante, decide di pedinarlo per tutto il giorno in compagnia di una simpatica quindicenne incontrata per caso. La sera avrà un colloquio chiarificatore con la sua ragazza in una scena lunga e verbosa ma stranamente intrigante. Un film strano e delicato, a tratti incerto e a tratti solare, con personaggi ben descritti, vivi e "reali", ma che forse lascia un po' il tempo che trova.

3 marzo 2007

Pocahontas (M. Gabriel, E. Goldberg, 1995)

Pocahontas (id.)
di Mike Gabriel, Eric Goldberg – USA 1995
animazione tradizionale
*1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Con il primo lungometraggio animato ispirato agli indiani d'America (la storia della principessa pellerossa, realmente esistita, che si innamora del colono inglese John Smith), la Disney ha dato vita a uno dei suoi film meno belli e meno ispirati. Devo però ammettere che me lo ricordavo anche più brutto: quando l'avevo visto al cinema non mi era piaciuto proprio per niente, anche perché era uscito subito dopo "Il re leone" e dunque nel bel mezzo di un "rinascimento disneyano" ricco di pellicole di buon livello qualitativo. Rivisto oggi, in un periodo invece decisamente infelice per la casa di Burbank (e meno male che c'è la Pixar a tener alto – indirettamente – il nome del papà di Topolino), tutto sommato non fa una pessima figura e ne ho apprezzato almeno il tratto. Il character design di alcuni personaggi, come Pocahontas stessa, non è male (da notare come sia "seriosa" e adulta, per nulla caricaturale, nemmeno al livello "carino" delle precedenti principesse): brutto, invece, quello degli inglesi, di stampo più televisivo. Comunque si tratta di un film decisamente scialbo, privo di fascino e di magia, con una trama piatta e caratterizzazioni che non fanno mai presa. Persino la musica, spesso punto di forza dei film Disney, è sottotono: le canzoni sono onnipresenti ma assolutamente dimenticabili, e si termina la visione senza nemmeno un motivo che rimanga in mente. L'unica sequenza che si lascia ricordare con un certo piacere è quella dei preparativi dei soldati (e degli indiani) per la guerra. Peccato però che sfoci poi in un finale completamente anticlimatico, e che dunque si riveli un fuoco di paglia.

28 febbraio 2007

Amadeus (Miloš Forman, 1984)

Amadeus (id.)
di Miloš Forman – USA 1984
con F. Murray Abraham, Tom Hulce
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Tratto da un testo teatrale di Peter Shaffer e vincitore di 8 premi Oscar (tutti meritatissimi: miglior film, regista, protagonista, sceneggiatura, costumi, sonoro, trucco e scenografie), questa biografia romanzata del più grande genio musicale della storia dell'umanità, Wolfgang Amadeus Mozart (di cui racconta in particolare gli ultimi anni a Vienna, presso la corte dell'imperatore Giuseppe II, e la misteriosa morte a soli 37 anni), è uno dei miei film preferiti sin da quanto l'ho visto per la prima volta, alla sua uscita, ormai oltre vent'anni fa. Da allora l'ho riguardato così spesso da conoscerlo praticamente a memoria, ma soltanto adesso ho finalmente visto l'edizione "Director's cut" nella quale Forman ha reintegrato circa 20 minuti di sequenze a suo tempo scartate dal montaggio. La lunghezza totale del film raggiunge così quasi le tre ore, ma la soavità della musica mozartiana, le sontuose scenografie e la forza della vicenda non le fanno minimamente pesare. Le scene aggiunte, a parte alcuni piccoli frammenti, consistono in due sequenze principali: quella delle lezioni di musica e quella che prolunga la scena in cui Constanze fa visita a Salieri. La prima è tutto sommato superflua, anche se aiuta ad approfondire meglio le difficoltà economiche e sociali di Mozart, mentre la seconda è fondamentale per comprendere la reazione scostante di Constanze nel finale, quando trova Salieri in casa del marito febbricitante, oltre a gettare un'ombra ancor più negativa sul personaggio centrale del film, quello appunto interpretato da Abraham.

Anche se tutto il film ruota intorno alla figura di Mozart, il vero protagonista è infatti Antonio Salieri, il compositore di corte, tragicamente consapevole della propria mediocrità di fronte al genio del collega. Salieri, allora uno dei musicisti più apprezzati d'Europa, è caduto poi nel dimenticatoio e in un certo senso oggi è ricordato quasi solo per la sua presunta rivalità con Mozart. La teoria che sia stato lui ad avvelenare il rivale è naturalmente una leggenda mai dimostrata ma già diffusa nei secoli passati e resa celebre da un dramma scritto da Puškin nel 1830, nel quale si suggeriva l'idea (ripresa da Shaffer e da Forman) che il geloso Salieri avesse commissionato a Mozart una messa da requiem con l'intenzione poi di ucciderlo e di spacciare l'opera per propria. Alcuni critici, per sottolineare l'ingiusta fama che il testo di Puškin ha addossato al compositore italiano, scrissero "Forse Salieri non ha ucciso Mozart, ma di sicuro Puškin ha ucciso Salieri". Anche in "Amadeus", comunque, gli intenti di Salieri non giungono davvero a compimento. Lo sregolato Mozart, già debilitato nel fisico e nello spirito da una serie di problemi economici e di salute (non ultima l'angosciante presenza dello spirito del padre defunto, che si rispecchia nel Commendatore del "Don Giovanni"), sembra quasi scavarsi la fossa per proprio conto ben prima che Salieri possa intervenire di persona e soprattutto prima che il Requiem venga completato, facendo così fallire il progetto di rivalsa del compositore italiano. Ma soprattutto, l'odio di Salieri non è diretto propriamente verso Mozart in quanto persona, bensì verso Dio: a tormentarlo è l'incapacità di poter esaudire il proprio desiderio di cantarne la gloria e la potenza con la musica e di acquisire così una fama immortale. Perché, si chiede, Dio gli ha instillato l'ambizione di diventare il più grande musicista di tutti i tempi, a costo di ogni sacrificio, per poi negargli quel talento che invece ha conferito a un giovane volgare e dissoluto?

La sceneggiatura insiste ripetutamente su questo concetto: la "lotta" fra Salieri e Dio è sottolineata da innumerevoli inquadrature e commenti, mentre le vicende biografiche di Mozart restano quasi in secondo piano per tutta la prima parte del film. Ciò non impedisce a Forman di presentare scene deliziose come quella in cui l'esuberante musicista salisburghese viene ricevuto per la prima volta dall'imperatore (con la "marcetta di benvenuto" scritta da Salieri che viene trasformata nel tema dell'aria "Non più andrai, farfallone amoroso". La seconda parte del film, dopo l'introduzione del padre Leopold che raggiunge il figlio a Vienna, dedica invece più spazio alla vita privata di Mozart e culmina in una sequenza da antologia, fra le mie preferite del cinema di tutti i tempi: la "dettatura" del Confutatis maledictis a un confuso Salieri da parte di un Mozart febbricitante. Ma troppe sono le scene memorabili: dalla commovente prima rappresentazione delle "Nozze di Figaro" (con il tema del perdono della Contessa già anticipato più volte in precedenza, quando Mozart ci lavora in segreto), al ballo in maschera; così come eccellente è la scelta dei brani in colonna sonora, non sempre scontati: dalla Sinfonia n. 25 per i titoli di testa, al Concerto per piano n. 20 per quelli di coda. Un film da vedere e da rivedere, dove tutto funziona alla perfezione, ricolmo di dettagli monumentali, tragici o divertenti (come non ricordare l'imperatore Giuseppe II interpretato con grande ironia da un grande Jeffrey Jones? In generale, tutte le dinamiche e le lotte "culturali" interne alla corte, con le diffidenze verso il giovane e rivoluzionario autore salisburghese, sono da manuale, anche se non sempre fedeli – vedi proprio il carattere dell'imperatore – alla realtà storica).

Nota 1: La "Director's cut" in DVD è stata ridoppiata rispetto alla versione uscita nelle sale vent'anni prima. È una pratica non insolita per la Warner, forse per l'impossibilità di utilizzare i doppiatori originali per le sole scene inedite, o perché la vecchia traccia audio si era irrimediabilmente deteriorata. Il nuovo doppiaggio non è male, ma – anche per questioni nostalgiche – gli preferisco il vecchio. La voce di Salieri anziano, in particolare, mi pare troppo aggressiva. La traduzione dei dialoghi è quasi immutata, tranne in un paio di punti dove mi sembra meno efficace. Certo, la qualità audio (e questo è un bene per la colonna sonora) adesso è decisamente più pulita.
Nota 2: Mi ha sempre incuriosito l'assenza di un personaggio importante quale Lorenzo da Ponte, il più celebre librettista di Mozart (autore dei testi delle sue tre opere italiane, ovvero "Le nozze di Figaro", "Don Giovanni" e "Così fan tutte"), che non viene mai neppure nominato, a differenza di Emanuel Schikaneder, librettista del "Flauto magico" e primo interprete di Papageno, che invece compare in più scene.

27 febbraio 2007

Ascensore per il patibolo (L. Malle, 1958)

Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l'echafaud)
di Louis Malle – Francia 1958
con Jeanne Moreau, Maurice Ronet
***

Visto in DVD, con Hiromi.

La moglie di un industriale convince l'amante ad assassinare il marito: ma l'uomo, dopo aver commesso il delitto, rimane imprigionato nell'ascensore mentre sta fuggendo, mettendo in moto tutta una serie di tragici eventi. Un noir disperato, teso e avvincente, modernissimo tanto nella narrazione quanto nella messa in scena. Alcuni snodi della vicenda appaiono forse un po' forzati, ma è il prezzo da pagare per rendere l'idea che il caso e il destino governino le sorti di tutti i personaggi. Per molti versi anticipa la stagione della nouvelle vague ("À bout de souffle" di Godard uscirà soltanto due anni dopo). Ovviamente è anche il film d'esordio di Malle (aveva solo 24 anni), nonché quello che ha reso celebre l'allora giovanissima Jeanne Moreau, grande e indimenticabile nella sua passeggiata notturna e disperata per le strade e i locali (mi ha ricordato quella della Totter in "Stasera ho vinto anch'io" di Wise), mentre Lino Ventura è il poliziotto che indaga nella seconda parte del film. Gran parte del fascino è anche dovuto alla colonna sonora jazz di Miles Davis, realizzata espressamente per la pellicola.

26 febbraio 2007

Days of being wild (Wong Kar-wai, 1991)

Days of being wild (A Fei jing juen)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 1991
con Leslie Cheung, Maggie Cheung
***

Rivisto in DVD.

Non me lo ricordavo così bello. Come il suo primo film, "As tears go by", anche il secondo lungometraggio di WKW non mi era piaciuto molto quando lo avevo visto per la prima volta, mentre adesso ne riconosco tutti i pregi, soprattutto stilistici. La pellicola, un viaggio malinconico attraverso amori, solitudini, delusioni e sofferenze nella Hong Kong degli anni sessanta, è quasi tutta incentrata sul personaggio di Leslie Cheung, giovane nichilista che passa da una donna all'altra e che sembra più interessato alla morte e all'oblio che alla vita. Prima di partire per le Filippine all'inutile ricerca della sua vera madre che lo ha abbandonato alla nascita, ha il tempo di spezzare il cuore di due ragazze, la prima delle quali, Maggie Cheung, troverà conforto nell'amicizia con un poliziotto notturno (Andy Lau) a sua volta testimone poi della fine del protagonista. Con uno stile misurato e rarefatto, il regista fa le prove generali per i suoi capolavori successivi, soprattutto "In the mood for love", del quale condivide già epoca e ambientazione, qualche ralenti e i ritmi latino-americani nella colonna sonora. Il risultato è di altissimo livello, grazie soprattutto alle ottime interpretazioni degli attori e alla magica fotografia di Christopher Doyle, giocata tutta su tenebrosi toni di verde. Curiosa l'ultima scena, con protagonista il gigolò interpretato da Tony Leung Chiu-wai, che in questo film ha un ruolo davvero marginale ma che successivamente diventerà l'attore per eccellenza di WKW.

25 febbraio 2007

L'amore in città (aavv, 1953)

L'amore in città
di Cesare Zavattini, Carlo Lizzani, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Federico Fellini, Citto Maselli, Alberto Lattuada – Italia 1953
con attori non professionisti
*1/2

Visto in DVD.

Nelle intenzioni di Cesare Zavattini, teorico del neorealismo, questo film a episodi avrebbe dovuto essere il primo numero de "Lo spettatore", una "rivista cinematografica" semestrale, strutturata proprio come una rivista cartacea, con tanto di editoriale e di sommario. Ma i risultati deludenti e l'assoluta mancanza di interesse da parte del pubblico impedirono di proseguire l'esperimento. Oggetto del film sono i diversi aspetti dell'amore in una grande città moderna: una Roma gigantesca e ostile, quasi refrattaria a ogni forma di affetto, con i muri ricoperti di manifesti elettorali e le strade che di notte appaiono vuote e deserte. Lo stile è quello dell'inchiesta, con divagazioni all'insegna del "pedinamento" e dell'osservazione della vita reale. I vari episodi sono diretti da giovani promettenti registi che (Fellini a parte) girano senza attori professionisti e spesso con i reali protagonisti delle vicende descritte.

"Amore che si paga" di Carlo Lizzani (*)
Un viaggio-inchiesta nel mondo della prostituzione, raccontato da un narratore moralista, accondiscendente e ammiccante verso il pubblico. Di scarso interesse anche dal punto di vista storico e di costume.

"Tentato suicidio" di Michelangelo Antonioni (*1/2)
I protagonisti di alcuni tentativi di suicidio per amore raccontano la propria storia. Noia, noia, noia. Non siamo molto lontani da programmi televisivi odierni come quelli in onda di pomeriggio su Raidue o simili. E dire che avevo acquistato il DVD soltanto per questo segmento...!

"Paradiso per tre ore" di Dino Risi (**1/2)
Le tre ore del titolo sono quelle che le collaboratrici domestiche si concedono la domenica pomeriggio nelle sale da ballo della capitale. La macchina da presa si muove tra le coppiette che danzano, mostrando approcci timidi o sfrontati, sguardi romantici, ritmi lenti e scatenati, e mille storie che si intrecciano nei brevi momenti di pausa fra un brano musicale e l'altro. Forse l'episodio migliore, assieme a quello di Maselli.

"Agenzia matrimoniale" di Federico Fellini, con Antonio Cifariello (**)
Per realizzare un'inchiesta sul funzionamento delle agenzie matrimoniali, un giornalista finge di essere interessato a trovare una moglie a un amico... licantropo (!). Fellini usa toni surreali (si veda anche la prima parte, con la faticosa "ricerca" dell'agenzia in un condominio di dimensioni colossali) in maniera tutto sommato efficace.

"Storia di Caterina" di Francesco [Citto] Maselli, con Caterina Rigoglioso (**1/2)
Scritto e co-diretto da Zavattini, è tratto da un reale fatto di cronaca, la storia di una donna lasciata dal compagno e costretta dalla povertà ad abbandonare il proprio figlio in un parco, solamente per pentirsene quasi subito e tornare a reclamarlo. Asciutto e toccante.

"Gli italiani si voltano" di Alberto Lattuada (*)
È l'unico episodio muto: soltanto la musica accompagna ironicamente le passeggiate di una serie di giovani ragazze dietro le quali tutti i maschi si voltano: gag "originalissime" (?) come l'uomo in macchina che si schianta perché distratto da una ragazza, o il ciccione (il regista Marco Ferreri) che fatica a salire una lunga scalinata per seguire una fanciulla. Una perdita di tempo: ha tutta l'aria di un riempitivo per terminare il film su un tono più leggero.

21 febbraio 2007

Lettere da Iwo Jima (C. Eastwood, 2006)

Lettere da Iwo Jima (Letters from Iwo Jima)
di Clint Eastwood – USA 2006
con Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya
***1/2

Visto al cinema Eliseo, con Hiromi e Albertino, in originale con sottotitoli.

Secondo titolo del dittico di Eastwood dedicato alla battaglia di Iwo Jima, narrata da entrambi i punti di vista (quello americano e quello giapponese). Purtroppo non ho ancora visto il primo film, "Flags of our fathers", e quindi non posso fare un confronto diretto fra i due, magari relativo al diverso atteggiamento dei due schieramenti nei confronti della guerra (ho avuto l'impressione che le due pellicole si distinguano proprio per questo), ma Albertino mi ha detto che comunque i due film sono indipendenti e – argomento a parte – assai diversi fra loro. In ogni caso, questo secondo film descrive perfettamente lo scontro dalla prospettiva giapponese, con tutto il senso di ineluttabilità (la battaglia è disperata e destinata alla sconfitta ancor prima di iniziare, vista la disparità di uomini e di mezzi), la "rassegnazione" al destino, il profondo senso delle gerarchie e soprattutto le costrizioni sociali, che culminano con l'obbligo morale del suicidio in caso di sconfitta, anche se il concetto di "morire per la patria" non è mai vissuto come vuota retorica: il tutto attraverso una serie di personaggi di diversa origine, classe e personalità.
"Lettere da Iwo Jima", come indica il titolo, descrive il conflitto utilizzando come spunto proprio le lettere scritte dai soldati al fronte: missive che forse non verranno mai spedite e dunque mai lette dalle persone cui sono destinate, ma che costituiscono un formidabile punto in comune fra tutti i soldati – dai quelli semplici ai grandi generali – di entrambi gli schieramenti. Tanto che quando i giapponesi leggono ad alta voce la lettera del soldato americano che catturano, non solo non vi trovano alcuna differenza con le proprie, ma il tenente colonnello Nishi ne cita alcune parole nel suo successivo discorso di incoraggiamento alla truppa. Il film è splendidamente girato con una fotografia slavata che ricorda il bianco e nero, e descrive in maniera eccellente tutti gli aspetti della sanguinosa battaglia, dalla lunga attesa che precede l'attacco americano fino all'inevitabile conclusione. Fra i numerosi personaggi messi sotto i riflettori ne spiccano due in particolare: il comandante in capo, il generale Kuribayashi, e l'ultimo dei soldati, l'impacciato Saigo che però riesce sempre – in un modo o nell'altro – a sopravvivere: un character quasi kurosawiano, anche se il flashback di lui seduto in casa con la moglie ricorda anche lo stile di Ozu. Ma anche altri personaggi (come il già citato barone Nishi, ex cavallerizzo alle olimpiadi, o il kempeitai fallito Shimizu) rimangono impressi nella memoria, così come i vari compagni di Saigo che spariscono dalla scena, uno dopo l'altro, spesso in maniera improvvisa o crudele. Nel complesso Eastwood realizza una rappresentazione della guerra ancor più meritevole se si pensa che è vista dalla prospettiva del "nemico" (almeno per quanto riguarda il regista e i produttori). C'è da dire che USA e Giappone, in seguito, si sono riconciliati abbastanza in fretta: se durante la guerra il Giappone era il "nemico" per eccellenza agli occhi dell'opinione pubblica e per la propaganda statunitense, nel dopoguerra il bersaglio si è spostato – col senno di poi e forse con qualche senso di colpa – più verso la Germania di Hitler. Chissà quali sarebbero state le reazioni se un film del genere fosse stato girato dal punto di vista dei nazisti. E chissà se un giorno, fra qualche decina di anni, non sarà possibile fare un'operazione simile anche con la guerra del Vietnam o addirittura con quella dell'Iraq.

Nota: la scena del soldato che dall'alto del monte Suribachi vede avvicinarsi la sterminata flotta americana, che occupa tutto il mare a perdita d'occhio, mi ha ricordato le sequenze analoghe degli eserciti di Saruman e Sauron ne "Il signore degli Anelli"!

20 febbraio 2007

Lo straniero (Orson Welles, 1946)

Lo straniero (The stranger)
di Orson Welles – USA 1946
con Orson Welles, Edward G. Robinson
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin.

Un gerarca nazista, "principale responsabile" dei campi di concentramento, si nasconde in una cittadina del Connecticut sotto la falsa identità di un insegnante di college, e addirittura sposa la figlia di un giudice della corte suprema. Ma un detective, che sospetta di lui, riuscirà a far uscire la verità allo scoperto.
Il terzo lungometraggio di Welles (il primo dopo la guerra) è uno dei suoi film meno riusciti, schematico tanto nella trama quanto nei personaggi. Ma il grande regista lo abbellisce con il proprio stile visivo, con inquadrature dal basso e dall'alto, piani sequenza e giochi di ombre, oltre che naturalmente con la propria interpretazione (indimenticabili gli occhi aperti e luciferini). Il detective "ficcanaso" è invece interpretato dal sempre ottimo Robinson. Pur essendo il protagonista un criminale nazista, per buona parte del tempo il pubblico è quasi spinto a "tifare" per lui, solo contro tutti e – in un certo senso – alla ricerca di una vita tranquilla dopo la guerra (non viene affatto dipinto come un esaltato, anzi sembra perfettamente integrato nella vita tranquilla della cittadina). La sua natura riemerge però occasionalmente, come quando si lascia sfuggire che "Karl Marx non era tedesco, ma ebreo" e quando disegna sovrappensiero una svastica su un foglio di carta per poi coprirla velocemente con altri schizzi.

Perdita Durango (A. de la Iglesia, 1997)

Perdita Durango (id.)
di Álex de la Iglesia - Messico/Spagna 1997
con Rosie Perez, Javier Bardem
*1/2

Visto in DVD, con Martin.

Pseudo-tarantinata ambientata lungo il confine fra Usa e Messico: forzata, sconclusionata e piena di difetti. Una coppia di amanti balordi, rapinatori e satanisti, rapisce due ragazzi con l'intenzione di fare un sacrificio umano e contemporaneamente viene incaricata di condurre a Las Vegas un camion pieno di feti umani (nel film chiamati impropriamente "embrioni") destinati a un'industria di cosmetici. Dopo il folgorante inizio nel quale Perdita incontra il suo complice Romeo Dolorosa (un eccellente Bardem), il film si perde completamente. La protagonista del titolo passa presto in secondo piano rispetto all'uomo (nonostante un poliziotto dica che è forse "più pericolosa" di Romeo, da metà film in poi non fa più niente, cambiando addirittura personalità); l'intera sottotrama dei due ragazzi rapiti – che in termini di tempo sullo schermo prende ben più di mezzo film – mi è sembrata completamente inutile e avulsa dalla pellicola, e serve soltanto per caratterizzare la "malvagità pura" dei due protagonisti: riducendola ai minimi termini, il film non ci perderebbe niente e forse ci guadagnerebbe; anche il personaggio del detective interpretato da James Gandolfini, a ben vedere, occupa spazio senza motivo e non interagisce praticamente mai con i protagonisti. Nel complesso, dunque, il film sembra composto da elementi buttati lì a caso e poco approfonditi. Si tratta di un tipo di cinema che non mi piace: preferisco quando ogni cosa ha un motivo più che valido per esserci e svolge un ruolo ben preciso nella pellicola... non dico che si debba sempre puntare all'essenzialità (anche se i miei registi preferiti sono proprio quelli che lo fanno), ma che almeno gli elementi inseriti nel film siano coerenti o abbiano una ragione d'essere. Il personaggio di Perdita Durango era già apparso in "Cuore selvaggio" di Lynch, interpretato là da Isabella Rossellini (entrambi i film sono tratti da romanzi dello scrittore Barry Gifford).

Nota: guardando il film, avevo notato una forte somiglianza fra la ragazza rapita e Heather Graham. Per forza! Si tratta di sua sorella minore, Aimee Graham, che per restare in tema tarantiniano ha avuto piccole parti anche in "Jackie Brown" e "Dal tramonto all'alba".

19 febbraio 2007

Il cielo sopra Berlino (W. Wenders, 1987)

Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin)
di Wim Wenders – Germania 1987
con Bruno Ganz, Otto Sander
***1/2

Visto in DVD, con Martin.

Con questo celebre film si può dire che cominci una seconda fase della carriera di Wim Wenders. La prima, culminata con "Paris, Texas", era più "concreta" e calata nel mondo reale (si pensi al finale di "Lo stato delle cose"), nonché caratterizzata dal tema del viaggio, dell'eterna ricerca, del passato. Da questa pellicola in poi, invece, i suoi film si fanno decisamente più eterei, filosofici e – in un certo senso –astratti e "tecnologici", per certi versi quasi new age. Non a tutti il cambiamento è piaciuto: se il pubblico che accorre a vedere i suoi film è aumentato, il buon Wim ha probabilmente perso il favore di parte di quella critica che lo aveva incensato negli anni settanta.
Il film è completamente ambientato in una Berlino della quale Wenders non esista a mostrare i lati più squallidi (le periferie, le zone adiacenti al Muro, una Potsdamerplatz che prima della seconda guerra mondiale era una delle piazze più belle d'Europa ma che nel 1987 era ridotta in rovina). Proprio la città è la vera protagonista delle vicende, assieme a Damien (Ganz) e Cassiel (Sander), due dei numerosi angeli che si aggirano invisibili per i cieli e le strade di Berlino, appoggiando di quando in quando la mano sulla spalla delle persone per confortarle o semplicemente per leggerne i pensieri. Quando si innamora della trapezista di un circo, Damien – già stanco di assistere in eterno alle vicende degli esseri umani e curioso di sperimentarne le esperienze in prima persona – decide di rinunciare alla propria immortalità e alla propria natura angelica per diventare uno di loro. Da allora il suo mondo, fino allora impalpabile e in bianco e nero, diventa a colori e ricco di sensazioni. Caratterizzato da uno stile lento e avvolgente e dall'insolita prospettiva del punto di vista degli angeli, il film si lascia ricordare anche per la partecipazione speciale di Peter Falk: il "tenente Colombo" interpreta se stesso nel corso di un viaggio a Berlino, dove rivela di essere a sua volta un ex angelo che aveva scelto, una trentina di anni prima, di vivere in mezzo agli uomini. Ma c'è anche Nick Cave, con la sua musica: proprio a un concerto dei Bad Seeds, Damien ritroverà la ragazza che ama (Solveig Dommartin, poi compagna di Wenders e protagonista di "Fino alla fine del mondo", scomparsa circa un mese fa). Molto bella e affascinante l'alternanza fra b/n (ottenuto tramite un filtro) e colore, così come il flusso dei pensieri delle persone per la strada e nelle case, trasmesso telepaticamente agli angeli e allo spettatore. Alcune note: il film è internazionalmente noto con il titolo "Wings of Desire", che lo stesso Wenders ha dichiarato di preferire all'originale; Peter Handke ha collaborato alla sceneggiatura di alcune scene. Wenders, comunque, afferma che il film è parzialmente ispirato alle poesie di Rainer Maria Rilke, che parlano spesso di angeli; nel 1987 non era stato possibile girare nei pressi del Muro di Berlino, così quello che si vede in numerose scene della pellicola è un fac simile, costruito per l'occasione; il film, del quale Wenders dirigerà poi un seguito ("Così lontano, così vicino"), nel 1998 ha avuto anche il discutibile onore di un remake americano, "City of Angels", di Brad Silberling con Nicolas Cage e Meg Ryan, che fino ad adesso non ho mai visto.

12 febbraio 2007

Inland Empire (D. Lynch, 2006)

Inland Empire – L'impero della mente (Inland Empire)
di David Lynch – USA/Polonia 2006
con Laura Dern, Justin Theroux
**

Visto al cinema Arlecchino, con Marisa.

L'ultimo film di Lynch è un incubo visionario caratterizzato dalla sovrapposizione di diversi piani di realtà (o di universi paralleli). Ma se in "Mulholland Drive" i piani erano sostanzialmente due, quello "reale" e quello onirico, qui invece le cose sembrano – a una prima visione, ma ne serviranno altre – ben più complicate. "Inland Empire" (ma il titolo, per volontà esplicita del regista stesso, andrebbe scritto tutto in maiuscolo) è forse la storia di un'attrice alle prese con una difficile parte nel remake di un film "maledetto"? O è la storia del suo personaggio e della sua vicenda di degradazione fino alla morte sul selciato della via delle stelle di Hollywood? Si tratta forse soltanto dell'immaginazione di una giovane ragazza che si lascia troppo coinvolgere da quello che vede in tv, al punto da inserire i propri cari (il marito e il figlio) all'interno della vicenda? Oppure è il racconto profetico di una vecchia megera, una vicina di casa che gioca con il passato e il futuro? Sono domande senza risposta, ma se a questo si aggiungono strani personaggi che parlano in polacco, una misteriosa stanza popolata da conigli alle cui frasi rispondono le sonore risate di una platea invisibile (oppure si tratta di una laugh track, come quelle delle sitcom?), angoscianti flussi spazio-temporali e il solito campionario di atmosfere, suoni e colori tipico del cinema del regista, ecco che le tre ore del film si traducono in un frastuono emotivo da gustare senza mettere troppo in funzione il cervello. In fondo Lynch ha cominciato a piacermi quando mi sono reso conto che guardare le sue opere è come ammirare un quadro astratto: non bisogna sempre cercarci una storia, facendo combaciare a forza tutti i pezzi, ma basta lasciarsi assorbire dalle atmosfere proprio come se si assistesse a un sogno privo di consequenzialità logica. Purtroppo, però, "Inland Empire" non ha la brillantezza, il calore e la sensualità del già citato "Mulholland Drive", è un po' troppo lungo e pesante per essere davvero un capolavoro e a tratti mi ha persino annoiato. Ho letto che Lynch ha iniziato a realizzarlo senza avere uno script, e che scriveva ogni scena appena prima di girarla: questo non va a discapito del risultato finale, ma in un certo senso spiega il senso di improvvisazione e di dispersione che si percepisce durante la visione e la mancanza di valore simbolico delle situazioni e dei personaggi. La Dern è un'habituè di Lynch, avendo già recitato in "Velluto blu" e "Cuore selvaggio". Fra gli altri volti noti, ci sono Jeremy Irons (il regista), Harry Dean Stanton (il suo assistente Freddy) e Nastassja Kinski in un'apparizione speciale.

10 febbraio 2007

Cul de sac (R. Polanski, 1966)

Cul de sac (Cul-de-sac)
di Roman Polanski – GB 1966
con Donald Pleasance, Lionel Stander, Françoise Dorléac
***1/2

Visto in DVD.

Un bandito in fuga, insieme a un complice ferito gravemente durante una rapina, si rifugia in un castello sperduto nel Northumberland, isolato dalla terraferma a causa dell'alta marea. Qui porta lo scompiglio nella vita della coppia che lo abita e che ha già problemi per conto proprio (lui, Pleasance, è pavido e nevrotico, mentre lei, la Dorléac, è ambigua, insoddisfatta e traditrice). Al suo terzo lungometraggio, Polanski torna ai temi de "Il coltello nell'acqua", ma in maniera ben più grottesca e surreale. L'attesa del gangster, che spera inutilmente che il suo capo Katelbach gli mandi i rinforzi, ricorda decisamente il teatro dell'assurdo di Beckett ("Aspettando Godot") e – a posteriori – "Sonatine" di Takeshi Kitano, mentre la magnifica location (il maniero appartenuto a Walter Scott) e l'altrettanto magnifica fotografia in bianco e nero amplificano il disagio esistenziale dei protagonisti. Ottimi i tre attori principali: mi è piaciuto in particolare Stander, che interpreta il bandito con toni da buffone-sbruffone. Personaggi che scelgono di vivere come reclusi e isolati dal mondo esterno non sono una novità nel cinema di Polanski, e nemmeno il tema del male o della corruzione che si introduce nella tranquilla vita borghese (vedi per esempio il successivo "Luna di fiele").

Nota: qualche parola sulla protagonista femminile, Françoise Dorléac. Era la sorella maggiore di Catherine Deneuve e all'epoca di "Cul de sac" aveva già lavorato con Truffaut ne "La calda amante", stava per interpretare "Les demoiselles de Rochefort" di Demy insieme a Catherine ed era considerata una delle più bravi e promettenti attrici francesi della sua generazione. Se non fosse scomparsa in un incidente stradale l'anno successivo, il 1967, forse avrebbe avuto una carriera pari a quella della sorella.

9 febbraio 2007

Il favoloso Andersen (C. Vidor, 1952)

Il favoloso Andersen (Hans Christian Andersen)
di Charles Vidor - USA 1952
con Danny Kaye, Farley Granger
**

Visto in DVD, con Albertino.

È il secondo film con Danny Kaye che vedo (il primo era stato "L'ispettore generale"), attore simpatico e protagonista di commedie musicali leggere, colorate e infantili. La pellicola vede come protagonista il celebre scrittore di favole danese, ma è tutt'altro che una noiosa biografia: come recita la didascalia all'inizio, "questa non è la storia della sua vita, ma una fiaba che si ispira al grande narratore di fiabe". Un operazione simile, per certi versi, a quella compiuta recentemente da Terry Gilliam con i fratelli Grimm. Certo i toni non sono cupi e avventurosi come nella pellicola di Gilliam, ma solari e ingenui, e le avventure di Andersen, ciabattino cacciato dal suo villaggio perché con i suoi racconti fantastici distraeva i bambini dall'andare a scuola, non tengono mai con il fiato sospeso: al limite si può sorridere ai suoi sogni a occhi aperti quando si innamora (non ricambiato) di una ballerina del balletto reale, per la quale scriverà "La sirenetta". Ma le deliziose scenografie "finte" e disegnate e le canzoni orecchiabili garantiscono un paio di ore spensierate. E la regia di Charles Vidor (quello di "Gilda") rende un buon servizio alla storia, soprattutto nelle sequenze musicali e in quelle oniriche.

7 febbraio 2007

Memories (Morimoto, Okamura, Otomo, 1995)

Memories (id.)
di Koji Morimoto, Tensai Okamura, Katsuhiro Otomo – Giappone 1995
animazione tradizionale
**

Visto in DVD, con Hiromi, in originale con sottotitoli.

Tre episodi tratti da altrettanti racconti brevi di Otomo: soltanto il terzo è anche diretto dal regista di "Akira", ed è il più interessante, anche se il fascino resta a livello di ambientazione.

"Magnetic rose", di Koji Morimoto (**)
Una navicella di cacciatori di rifiuti spaziali riceve un SOS proveniente da un ammasso di relitti in rovina. Si recano in esplorazione e scoprono che i ricordi di una vecchia cantante d'opera si sono materializzati e hanno preso vita. Atmosfere fantascientifiche anni '70 che ricordano "Solaris" e il primo film di "Star Trek": avvincente all'inizio ma un po' deludente nel finale.

"Stink bomb", di Tensai Okamura (**)
Un giovane impiegato di un'industria farmaceutica inghiotte accidentalmente una medicina top secret e si trasforma in una "bomba puzzolente" umana. Polizia ed esercito tenteranno inutilmente di arrestare la sua lenta avanzata verso Tokyo. È l'episodio più leggero e divertente, ma probabilmente il meno bello dei tre.

"Cannon fodder", di Katsuhiro Otomo (**1/2)
In una misteriosa città nel deserto, tutti gli abitanti lavorano e vivono in funzione dei cannoni eternamente puntati nella direzione del "nemico", che non si vede mai. Al bambino che chiede "Ma chi sono i nemici?", il padre risponde "Lo capirai quando sarai cresciuto". Una curiosa (e innocua) satira antimilitarista: disegno e animazione sono tecnicamente interessanti, stilizzati e infantili (la sequenza in cui il disegno a pastello del bambino prende vita è molto carina!), peccato che manchi una vera storia.

6 febbraio 2007

Ladyhawke (R. Donner, 1985)

Ladyhawke (id.)
di Richard Donner - USA 1985
con Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer
**1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Negli anni '80, quando "Il Signore degli Anelli" di Peter Jackson era ancora di là da venire, questo film era uno dei migliori esempi di fantasy cinematografica. Ma forse definirlo "fantasy" è sbagliato: è praticamente privo di effetti speciali, e l'unico spunto fantastico è quello della maledizione che trasforma Rutger Hauer in lupo durante la notte e Michelle Pfeiffer in falco durante il giorno, impedendo ai due innamorati di incontrarsi in forma umana se non nei brevissimi istanti dell'alba o del tramonto. Per il resto l'ambientazione è teoricamente realistica, un medioevo italo-francese dove la chiesa governa su tutto e dove proprio un vescovo veste i panni del cattivo. Il vero protagonista del film (si tende a dimenticarlo) è Matthew Broderick, giovane ladro che fugge dalle prigioni della città e che successivamente incontra l'affascinante e nerovestito capitan Navarre, ex comandante della guardia del castello che brama vendetta contro il malvagio vescovo, autore della maledizione. Romantico e avventuroso, con bei paesaggi e location (il film è girato tutto in Italia, per lo più in Abruzzo) e con una buona colonna sonora.

1 febbraio 2007

Ninotchka (Ernst Lubitsch, 1939)

Ninotchka (id.)
di Ernst Lubitsch – USA 1939
con Greta Garbo, Melvyn Douglas
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Ninotchka, austera e severissima ispettrice russa, viene inviata a Parigi per controllare l'operato di tre agenti incaricati di vendere i gioielli confiscati a una contessa. Si innamorerà proprio del frivolo aristocratico che tutela i diritti della nobildonna e si lascerà affascinare dallo stile di vita parigino. Come commedia romantica il film funziona benissimo, e non poteva essere altrimenti visto che il Lubitsch's touch è al servizio di una sceneggiatura realizzata in parte nientemeno che da Billy Wilder. Putroppo la pellicola è un po' appesantita da una satira politica (in chiave antibolscevica) fin troppo facile e superficiale, benché all'acqua di rose. È evidente che agli sceneggiatori (e a Lubitsch stesso) l'aspetto ideologico non stesse tanto a cuore e che badassero più al lato romantico della vicenda, eppure il tema politico non può essere ignorato ed è presente, anzi onnipresente, in tutto il film. Va comunque detto che non tutti gli strali sono scagliati contro la Russia dei soviet: il personaggio della contessa nostalgica, esule russa a Parigi, non è che ne esca nel migliore dei modi. E le simpatie maggiori sono riservate al conte di cui si innamora Ninotchka: ricco, gaudente, nullafacente, ma simpatico e disposto a godersi la vita, l'unico personaggio in tutto il film per il quale la politica non conta nulla e che per amore di Ninotchka sarebbe disposto ad abbracciare (senza la minima convinzione) qualsiasi ideale. Non mancano comunque scene divertenti anche in chiave politica, come quella in cui i tre agenti russi attendono alla stazione l'arrivo del misterioso inviato e credono di averlo individuato in una persona con una folta barba, rimanendo poi di stucco quando questa li saluta con il braccio teso e gridando "Heil Hitler!".

31 gennaio 2007

Tokyo-ga (W. Wenders, 1985)

Tokyo-ga (id.)
di Wim Wenders – Germania 1985
con Chishu Ryu, Werner Herzog
***

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

In occasione di una visita in Giappone a vent'anni dalla morte di Yasujiro Ozu (il regista più amato da Wim Wenders, e anche uno dei miei preferiti), il cineasta tedesco ha voluto girare un documentario che mescola testimonianze e interviste a persone che hanno lavorato con il maestro nipponico (il suo attore feticcio Chishu Ryu, l'operatore Yuharu Atsuta) con un "diario di viaggio" che mostra aspetti curiosi e particolari di Tokyo e dei suoi abitanti. Si va da curiosità "tipiche" per un turista occidentale, come le sale dei Pachinko o gli alberghi dove si può giocare a golf sui tetti (e dove lo scopo del gioco è completamente dimenticato: non lo si pratica per mandare la palla in buca, ma semplicemente per celebrare e perfezionare l'armonia del movimento), a immagini più insolite e personali come la visita a uno studio dove si producono i fac-simili di cera delle pietanze che vengono esposte all'esterno dei ristoranti; l'occhio di Wenders vaga qua e là mostrando immagini dei picnic collettivi sotto i ciliegi in fiore (una pratica denominata "hanami") ed esibizioni di gruppi di giovani appassionati di musica e cultura americana degli anni cinquanta, gli schermi televisivi presenti all'interno dei taxi e il panorama che si può scorgere dalla Torre di Tokyo. E ovviamente, c'è anche una visita alla tomba di Ozu, mentre qui e lì compaiono altri registi come Werner Herzog e Chris Marker. Il risultato è interessante proprio nel suo spaziare da una cosa all'altra, e riesce a comunicare l'interesse e la passione di Wenders per il Giappone, per le immagini video, per la riproduzione della realtà, per i rapporti familiari: tutti temi presenti nelle sue opere di quel periodo e successive.

30 gennaio 2007

Vacanze romane (W. Wyler, 1953)

Vacanze romane (Roman Holiday)
di William Wyler – USA 1953
con Gregory Peck, Audrey Hepburn
***

Visto in VHS, con Hiromi.

Un classico della commedia romantica che però finora non avevo mai visto, anche se si tratta di uno di quei film così citati che di loro si sa già tutto anche prima di vederli: essendo stato girato interamente a Roma, poi, soprattutto nel nostro paese gode di una fama quasi esagerata rispetto ai suoi pregi. La trama è semplicissima: la giovane principessa di una piccola nazione europea, a Roma per un noioso viaggio diplomatico, fugge nottetempo dal palazzo per concedersi, per la prima e unica volta, una giornata di svago e di evasione dagli impegni dell'etichetta e dal rigido programma burocratico. Gira così per la città in incognito, in compagnia di uno spregiudicato giornalista americano che, a sua insaputa, l'ha riconosciuta e intende scrivere un articolo sulla sua fuga. Un film leggero e simpatico grazie anche a due interpreti in stato di grazia (soprattutto la Hepburn, al suo debutto come protagonista). Ma anche se la visita a una Roma presentata come un vero e proprio museo a cielo aperto (il Colosseo, la Bocca della Verità, Castel Sant'Angelo...) è briosa e vivace, la scena che mi è piaciuta di più è decisamente l'ultima, più triste e malinconica, quella della conferenza stampa in cui la principessa ringrazia con lo sguardo il giornalista per la splendida giornata trascorsa, prende commiato da lui e accetta serenamente il proprio destino di "reclusa regale". Una favola delicata e senza lieto fine, bella proprio per questo. Visto il successo, si pensò anche a un sequel, che però non venne mai fatto. Nominato a ben dieci premi Oscar, il film ne vinse tre: quelli per la miglior attrice, i costumi e la sceneggiatura. Quest'ultimo fu assegnato a Ian McLellan Hunter, nonostante il vero autore fosse Dalton Trumbo, che però non poteva essere accreditato apertamente perché sulla lista nera del Maccartismo. Soltanto nel 1993 l'Academy rimediò al'ingiustizia e attribuì ufficialmente la statuetta (postuma) a Trumbo.