26 novembre 2010

Drunken master (Yuen Woo-ping, 1978)

Drunken master (Jui kuen)
di Yuen Woo-ping – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, Yuen Siu-tien
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

L'abile ma indisciplinato Wong Fei-hung (chiamato Freddy Wong nel classico doppiaggio inglese), sempre pronto ad attaccar briga o a mettersi nei guai, viene affidato per un anno dal padre a un insegnante di arti marziali tanto bizzarro quanto severo, il vagabondo Beggar So. Questi sottopone il ragazzo a un addestramento durissimo ma efficace: Fei-hung apprende infatti la straordinaria tecnica dell'ubriaco, che consiste nell'evadere i colpi dell'avversario simulando i movimenti imprevedibili di un avvinazzato che non si regge in piedi, e riuscirà così a sconfiggere il temibile Thunderleg (o Thunderfoot), spietato sicario a pagamento che era stato assoldato per uccidere proprio suo padre. Realizzato pochi mesi dopo "Snake in the eagle's shadow" (di cui condivide la troupe e l'intero cast, comprimari compresi), questo film leggendario, divertente e appassionante ha consacrato Jackie Chan come il nuovo divo del cinema di arti marziali alla fine degli anni settanta e ha reso estremamente popolare il suo approccio comico al kung fu (è proprio qui che Jackie comincia a sfruttare, durante i combattimenti, tutto ciò che gli capita sottomano: sgabelli, capi di vestiario, persino cibo). Ispirato a una figura realmente esistita, Wong Fei-hung è un personaggio che era già apparso sullo schermo in centinaia di pellicole, per non contare le serie televisive: in seguito verrà interpretato ancora, fra gli altri, da Jet Li nella serie "Once upon a time in China". Nella versione di Jackie Chan lo vediamo attraversare tutte le fasi del suo sviluppo caratteriale: inizialmente discolo e smargiasso (memorabile la scena in cui riesce con l'inganno a farsi abbracciare al mercato da una ragazza, che si rivelerà essere sua cugina!), sulle prime tenta di evadere dalla ferrea sorveglianza di Beggar So e dai suoi esercizi al limite della tortura; ma dopo essere stato pesantemente umiliato in uno scontro a mani nude da Thundeleg, ritorna con la coda fra le gambe dall'anziano maestro e accetta di sottoporsi ai suoi allenamenti estremi. Il film è ricco di momenti umoristici ma anche di combattimenti realistici, lunghi e diversificati – da ricordare quello al mercato con la zia (Linda Lin), che punisce Fei-hung per aver importunato la nipote; la rissa al ristorante in cui il ragazzo viene aiutato per la prima volta da Beggar So; lo scontro con l'imbonitore dalla testa d'acciaio; e quello con il lottatore che usa il bastone (Hsu Hsia) – nel corso dei quali Jackie fa uso di molti stili differenti (compresi quelli ispirati agli animali, che derivano dallo Hung Ga messo a punto dal Wong Fei-hung storico). Anche il maestro ubriacone Beggar So (So Chan, o Su Hua Chi) è una popolare figura del folklore cinese legato alle arti marziali, una delle "dieci tigri di Canton": interpretato da Yuen Siu-tien (sostituito da Yuen Biao come controfigura in alcune sequenze), padre del regista Yuen Woo-ping, insegna a Wong Fei-hung lo stile degli "otto dèi ubriaconi". Il ragazzo apprende velocemente i primi sette, ma si rifiuta di studiare la tecnica dell'ottava divinità, Miss Ho, la "dea signora", in quanto la ritiene troppo effemminata. Inutile dire che nel corso dello scontro finale con Thunderleg (Hwang Jang-lee) si troverà in difficoltà proprio per questa mancanza, e dovrà improvvisarne lo stile. Nella colonna sonora è riconoscibile il classico tema musicale legato a Wong Fei-hung, che compare in tutte le pellicole con il celebre personaggio. Nel 1994 Jackie realizzerà un sequel, "Drunken master 2", nel quale i suoi genitori saranno interpretati nientemeno che da Ti Lung e Anita Mui.

24 novembre 2010

Bokassa (Werner Herzog, 1990)

Bokassa - Echi da un regno oscuro
(Echos aus einem düsteren Reich)
di Werner Herzog – Francia/Germania 1990
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Jean-Bédel Bokassa, eccentrico e megalomane dittatore della Repubblica Centrafricana fra il 1966 e il 1979, a un certo punto proclamatosi addirittura imperatore e accusato dai nemici di praticare il cannibalismo, era ovviamente il protagonista ideale per uno dei documentari di Herzog sulla grandiosità della follia umana. Alternando immagini di repertorio (come quelle della sontuosa e costosissima cerimonia di incoronazione in stile napoleonico, "un'operetta messa in scena per sé stesso", accompagnate dalle note del medesimo trio di Schubert che figura nella colonna sonora di "Barry Lindon") a una serie di interviste realizzate dal giornalista Michael Goldsmith a diversi personaggi legati a vario titolo a Bokassa (alcune ex mogli del dittatore – che ne avrebbe avuto in tutto 17, con oltre 50 figli –, i suoi avvocati, i rivali politici), il regista tedesco realizza un interessante reportage su una delle più bizzarre figure storiche del ventesimo secolo. Lo stesso Goldsmith aveva già avuto a che fare con l'imperatore: accusato di essere una spia (perché un suo articolo, trasmesso con un telex difettoso, era diventato così illeggibile da far credere agli operatori che fosse un messaggio cifrato in codice!), era stato rinchiuso in prigione, picchiato personalmente da Bokassa e minacciato di essere messo a morte. Come sempre Herzog ha la grande capacità di unire al racconto storico (di per sé arricchito da curiosità e aneddoti impagabili, come la storia della "falsa figlia" vietnamita) piccoli squarci, immagini e suggestioni che valgono più di mille parole: la visita all'ex reggia del sovrano, con i bambini che si aggirano fra saloni disadorni e statue abbattute; le immagini dei granchi di mare che escono dalle acque e che invadono la terra, ricoprendo il mondo intero (un sogno dello stesso Goldsmith); e la sequenza conclusiva dello scimpanzé in gabbia che fuma una sigaretta. Quanto a Bokassa, dopo essere stato deposto si era rifugiato in Francia nel castello di Hadricourt, dove è vissuto in esilio fino al 1986, quando ha scelto volontariamente di tornare in patria nonostante fosse stato condannato a morte in contumacia. Dopo un nuovo processo, ricevette l'ergastolo e morì in prigione nel 1996, non senza essersi reso protagonista di altre farneticazioni e manie di grandezza (come quella di ritenersi "il tredicesimo apostolo"). Herzog avrebbe voluto intervistare anche lui, ma prima di poterlo fare la troupe venne espulsa dal paese: il dittatore compare così soltanto in immagini di repertorio (comprese quelle del secondo processo). Il documentario, per una volta privo della consueta voce narrante di Herzog, è aperto da un intervento del regista che si dichiara preoccupato per la sorte di Goldsmith, disperso durante la guerra civile in Liberia (il giornalista sarebbe morto poco dopo l'uscita del film).

22 novembre 2010

Il profumo del mosto selvatico (A. Arau, 1995)

Il profumo del mosto selvatico (A walk in the clouds)
di Alfonso Arau – USA 1995
con Keanu Reeves, Aitana Sanchez-Gijon
*1/2

Visto in TV, con Hiromi.

Un giovane reduce della Seconda Guerra Mondiale, insoddisfatto del suo lavoro e con un matrimonio infelice alle spalle, si offre di accompagnare una ragazza incinta e abbandonata, fingendo di essere suo marito, fino alla sua tenuta vinicola nel sud della California (la ragazza proviene da una ricca famiglia di agricoltori di origine ispanica). Nonostante l'iniziale ostilità del padre di lei, i due finiranno per innamorarsi davvero. Lineare e sdolcinato, scontato e prevedibile, il film è il remake di una pellicola di Blasetti del 1942, "Quattro passi fra le nuvole". Gran spreco di paesaggi da cartolina, illuminati da una fotografia ruffiana: il resto sono situazioni stereotipate (le ragazze che pestano l'uva), personaggi-macchietta (i nonni, i domestici), conflitti schematici, risoluzioni facili e senza alcuna fatica, per non parlare di diversi passaggi improbabili (l'incendio che si attacca all'intero vigneto nel giro di pochi secondi). Non male il cast maschile (Keanu Reeves è in buona forma, il padre della ragazza è Giancarlo Giannini, il nonno è Anthony Quinn); del tutto dimenticabile invece la protagonista femminile.

19 novembre 2010

Nostalgia (Sergio Sgrilli, 2010)

Nostalgia
di Sergio Sgrilli – Italia 2010
con Sergio Sgrilli
***

Visto in DVD, con Marisa.

Comincia come una mattina qualsiasi: un uomo è solo, in bagno, davanti allo specchio. Si lava i denti, si osserva compiaciuto. Ma poi qualcosa prende il sopravvento, e in un'escalation di alternanze emotive (ride, piange, fa smorfie) il personaggio finisce col radersi totalmente barba e capelli: un atto che può essere dettato dalla necessità di un rinnovamento, forse un modo per riazzerare anche il mondo che lo circonda. E come in tutti i processi di rinnovamento, ci sono momenti di rischio: in certi passaggi, si teme quasi che il protagonista stia per farsi del male. In questo cortometraggio di 24 minuti, girato in un unico piano sequenza con la camera fissa e dagli echi scorsesiani (ma più che a "Taxi Driver" il riferimento è al corto d'esordio "The big shave"), Sergio Sgrilli – già musicista, autore e comico teatrale e televisivo – offre il proprio volto e le proprie espressioni in pasto allo spettatore che si trova dall'altra parte dello schermo/specchio, mettendo in scena un taglio radicale che appare addirittura ringiovanirlo, pur senza cancellare del tutto il suo vissuto e la sua identità. Come una maschera del teatro greco (quando la testa dell'attore è completamente ricoperta e avvolta dalla schiuma da barba, questa lascia spazi liberi solo per gli occhi e la bocca e trasforma il suo volto, a seconda delle espressioni, nei simboli della commedia o della tragedia), l'autore dà vita a un one-man-show che comunica le emozioni in maniera diretta, senza filtrarle attraverso un'ingombrante struttura narrativa, delle parole o anche un accumulo di informazioni che potrebbero potenzialmente distrarre l'attenzione. Angoscia o soddisfazione sgorgano di volta in volta in maniera spontanea, mentre le loro cause ci rimangono ignote. E chissà che non siano da ricercare dall'altro lato dello specchio, il nostro.

Nota: il film non è ancora in commercio. L'ho potuto vedere in "anteprima" grazie alla gentilezza di Sergio, che me ne ha fatto avere una copia, informandomi che nei suoi progetti questo è il primo di una trilogia di cortometraggi che dovrebbero finire in un unico cofanetto. Le immagini del film si trasformeranno anche in un videoclip per la canzone "L'unica cosa" del gruppo italiano Marta sui Tubi.

17 novembre 2010

Crank (M. Neveldine, B. Taylor, 2006)

Crank (id.)
di Mark Neveldine, Brian Taylor – USA 2006
con Jason Statham, Amy Smart
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Frenetico action movie, dalla trama semplicissima e sopra le righe, con il sempre simpatico Jason Statham nei panni di un killer professionista i cui nemici gli hanno iniettato in corpo una pericolosa droga sintetica. Il veleno, che agisce sui recettori dell'adrenalina, lo ucciderà nel momento in cui il battito del suo cuore rallenterà sotto una certa soglia: per restare in vita, dunque, deve mantenersi costantemente in agitazione e in movimento, impegnato in una folle corsa fra inseguimenti, sparatorie, droghe ed emozioni forti (a un certo punto ricorre persino a un amplesso in pubblico con la propria fidanzata!), seminando il caos nelle strade di Los Angeles e cercando contemporaneamente di vendicarsi e di trovare un antidoto. Divertente, improbabile, esagitato, videogiocoso (vedi anche la scena finale, dopo i credits), con un ottimo ritmo (l'intera pellicola si svolge nell'arco di poche ore), uno stile estetico fra Guy Ritchie e Robert Rodriguez, e un seguito ("Crank: High Voltage").

14 novembre 2010

The social network (D. Fincher, 2010)

The social network (id.)
di David Fincher – USA 2010
con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield
**1/2

Visto al cinema Eliseo.

Il film racconta la storia della nascita di Facebook, social network ideato in un campus dell'Università di Harvard e che conta oggi 500 milioni di iscritti in tutto il mondo per un valore di circa 25 miliardi di dollari (come recitano le didascalie alla fine della pellicola), attraverso i dissidi e le due cause legali che ne hanno opposto il creatore Mark Zuckerberg al suo ex miglior amico Eduardo Saverin (finanziatore e socio iniziale dell'impresa, poi estromesso da Mark per motivi mai del tutto chiariti) e a un terzetto di studenti che lo avevano accusato di aver rubato loro l'idea. Lo stile classico e senza fronzoli di Fincher, l'incisiva sceneggiatura a flashback di Aaron Sorkin e la fotografia fredda e scura di Jeff Cronenweth mettono la figura di Mark – molto più che la sua creatura, della quale in realtà si parla pochissimo – al centro dell'attenzione, presentandolo come un nerd inespressivo e con scarse capacità comunicative e relazionali (il che è ironico, se si pensa che il suo sito serve proprio a coltivare le relazioni sociali). Forse perché si occupa di persone ancora in vita e di eventi così recenti, per giunta oggetto di controversie in tribunale, il film non si azzarda a spiegare i "tradimenti" di Mark nei confronti dei suoi compagni, lasciandoli solo intuire (la frustrazione e una rivalsa contro il mondo esclusivo – come le confraternite di Harvard – che lo teneva a distanza?). Il personaggio rimane distante e impenetrabile, e i soli momenti in cui qualcosa sembra accendersi nei suoi occhi sono quelli in cui trova una sorta di anima gemella in Sean Parker (interpretato da Justin Timberlake), fondatore di Napster e a sua volta giovane genio dell'informatica, l'unico con il quale sembra trovarsi in sintonia di idee. Il finale mette comunque in luce la profonda solitudine in cui si trova prigioniero "il più giovane miliardario del mondo", rimasto senza un vero amico al di fuori del suo mondo virtuale: forse chi ha ironicamente ribattezzato il film "Sesto potere" non ha tutti i torti. A Fincher non interessa dunque analizzare il fenomeno dei social network o l'impatto che hanno sui loro utenti: non approfondisce le spinose questioni relative alla perdita della privacy, alla profilazione a fini di marketing cui gli utilizzatori di Facebook si consegnano volontariamente, o al distacco dal mondo reale, argomenti ai quali la maggior parte degli aficionados del sito presta sconsideratamente poca attenzione. Pur ripercorrendo le varie tappe della crescita del social network (che inizialmente era riservato solo agli studenti di Harvard e di pochi altri college americani), queste per la sceneggiatura sono soltanto un pretesto per illustrare la frustrazione e la personalità complessata del protagonista. Allo stesso modo, non viene spiegato il motivo del successo di Facebook ("è fico", si limitano a dire i ragazzi: ma cosa lo distingue da altri siti simili se non l'aver raggiunto più velocemente una "massa critica" di utenti?), e nemmeno quello del suo valore commerciale (anzi, uno dei punti chiave della pellicola è proprio l'opposizione di Mark allo sfruttamento pubblicitario della sua creazione, perseguito invece da Eduardo). Dove il film brilla, oltre che sul versante formale, è invece nella rappresentazione di un ambiente dominato dalle disfunzioni sociali (le personalità problematiche di Mark e di Sean, il rapporto fra Mark ed Eduardo, quello patologico con le ragazze). Bella, ma sostanzialmente fuori posto, la sequenza della gara di canottaggio sulle note (riarrangiate) di Grieg: è l'unico momento in cui il film perde di vista l'oggetto del racconto e si concede una divagazione che forse poteva risparmiarsi.

13 novembre 2010

Il primo ragazzo (S. Paradžanov, 1959)

Il primo ragazzo (Pervyy paren)
di Sergej Paradžanov – URSS 1959
con Georgij Karpov, Lyudmila Sosyura
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Fra i film "di regime" girati da Paradžanov prima della sua svolta personale e artistica del 1964, questo è forse uno dei più sopportabili, grazie a una messa in scena sbarazzina (sebbene naturalmente molto impostata), a una fotografia dai colori vivaci (belli soprattutto i cieli rossi al tramonto) e alle numerose canzoni patriottiche che donano alla pellicola un tono leggero, per l'appunto quasi da musical. Ambientato in un kolchoz ucraino nel quale seguiamo la vita di un gruppo di "giovani comunisti", fra amori e corteggiamenti, studio e lavoro nei campi, sagre paesane e balli contadini, ricorda un po' "Il fiore sulla pietra", anche perché ne condivide l'attore protagonista (Georgij Karpov, che secondo me assomiglia all'Aleksey Batalov di "Quando volano le cicogne"). Il giovane Juscka – come ci spiega la voce narrante – si ritiene il ragazzo più in gamba della regione, e in effetti il suo comportamento audace e spudorato lo rende assai popolare presso gli amici e le ragazze (benché non riesca a fare breccia nel cuore della bella Odarka, allevatrice di maiali e ottima atleta ma dotata di un caratterino pari al suo). La sua leadership sembra vacillare quando nel villaggio ritorna Danilo, appena congedato dall'esercito, che ben presto diventa il centro dell'attenzione di tutti e stimola i compagni a fare sport (corse ciclistiche o campestri, partite di calcio). Juscka lo crede anche suo rivale in amore, e per mettergli i bastoni fra le ruote si "arruola" come portiere nella squadra avversaria durante un incontro amichevole. Alla fine, però, gli equivoci saranno risolti e l'amicizia e l'amore trionferanno. A tratti quasi corale (a quella di Juscka e Danilo si intrecciano altre storie parallele, come la vicenda romantica fra il negoziante Sidor e la bambinaia Frosenka), il film può essere considerato un equivalente sovietico delle contemporanee pellicole occidentali a sfondo giovanile: naturalmente qui i valori sono quelli del lavoro e della solidarietà, che vanno di pari passo con l'amicizia, l'amore e lo sport.

10 novembre 2010

Angelo (Ernst Lubitsch, 1937)

Angelo (Angel)
di Ernst Lubitsch – USA 1937
con Marlene Dietrich, Herbert Marshall
***

Visto in DVD, con Marisa.

La moglie di un brillante diplomatico inglese, trascurata dal marito, vive un'avventura di una sola sera a Parigi con un affascinante gentiluomo, al quale non rivela il proprio nome (lui la chiama "Angelo") e che non intende rivedere mai più. Ma pochi giorni dopo se lo ritroverà in casa a Londra, invitato dal marito, che naturalmente non è al corrente della loro fugace relazione. Come in molti altri lavori di Lubitsch, i temi sono quelli del desiderio e dei rapporti coniugali, e non manca il solito triangolo amoroso: ma stavolta non si tratta di una commedia, o almeno non soltanto (non mancano comunque infatti dialoghi e situazioni assai comiche, in particolare quelle legate alla servitù che commenta puntigliosamente il comportamento dei padroni, per non parlare dell'understatement britannico: "Com'è il tempo?" "Discreto", mentre diluvia). La pellicola è permeata da un retrogusto malinconico e struggente, quasi disperato, che non si dissipa nemmeno nel finale, anzi si rafforza con l'inquadratura dei coniugi che si prendono sottobraccia, allontanandosi di spalle, senza neanche guardarsi in volto: è il trionfo dell'amore ritrovato o piuttosto quello della rassegnazione? Marlene Dietrich è bellissima, misteriosa ed enigmatica: il suo personaggio ha molte ombre nel proprio passato (è stata un'escort di lusso?), eppure prova più volte a confessare tutto al marito (come nella scena in cui, durante la colazione, gli rivela di avere un amante, anche se sembra solo una provocazione fatta per gioco); Marshall e Douglas (entrambi già attori lubitschiani) sono soltanto satelliti che ruotano attorno a lei, perfetti nelle parti del flemmatico marito inglese che nemmeno si accorge di trascurare la consorte e dell'appassionato amante pronto a tutto pur di rivedere la sua adorata. Per queste caratteristiche ambigue, il film fu un flop ed è considerato uno dei meno popolari di Lubitsch: eppure non mancano i consueti "tocchi" di genio del regista, come nella scena in cui Marlene parla del brano che ha appena suonato al pianoforte alludendo invece alla sua avventura sentimentale ("Quando l'inizio di una cosa è molto bello, mi domando se è bene portarla a termine...") e naturalmente in quella – citatissima, anche da Truffaut nel saggio "I film della mia vita" – in cui la tensione durante la cena viene risolta senza inquadrare la sala da pranzo ma mostrando invece la cucina, attraverso i commenti dei camerieri che osservano i piatti man mano che ritornano: la signora non ha toccato cibo, l'invitato ha tagliato la bistecca in cento pezzettini senza mangiare nulla, e invece il marito – che sollievo! – ha fatto piazza pulita! A parte questi picchi, la pellicola (di cui è evidente l'origine teatrale) ha una consistenza strana e impalpabile, quasi come un sogno a occhi aperti. E il regista si adegua, mostrando personaggi che svaniscono nel nulla (Marlene nel parco di Parigi, quando lascia la fioraia e le violette sole sullo schermo) o risparmiandoci momenti chiave della storia (l'amante che, osservando il ritratto, capisce che "Angelo" è la moglie del suo anfitrione). Pessimo l'audio (non restaurato) del DVD italiano.

8 novembre 2010

Malcolm X (Spike Lee, 1992)

Malcolm X (id.)
di Spike Lee – USA 1992
con Denzel Washington, Angela Bassett
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Monumentale (dura tre ore e quaranta minuti) biopic su una figura cardine delle lotte e delle rivendicazioni degli afroamericani negli anni cinquanta e sessanta, il film è tratto dalla "Autobiografia di Malcolm X" scritta da Alex Haley e racconta con dovizia di dettagli la movimentata vita di uno dei personaggi più carismatici e controversi della cultura statunitense del ventesimo secolo, considerato da alcuni un paladino dei diritti civili e da altri un seminatore di odio. Anche il ritratto che ne fa Spike Lee non è privo di contraddizioni: se da un lato il film ne mostra tutti gli aspetti più scomodi (le origini umili a Boston, le attività criminali in gioventù, la tossicodipendenza, il carcere, la conversione all'Islam, le violente prediche contro la razza bianca, i dissidi con gli altri leader neri, il pellegrinaggio alla Mecca, la svolta verso una riappacificazione sociale e razziale, e infine l'assassinio durante un comizio a Manhattan di cui sono tuttora ignoti i mandanti – benché la sceneggiatura suggerisca una complicità fra i suoi ex compagni della Nazione dell'Islam e i servizi segreti americani), dall'altro utilizza spezzoni e immagini di repertorio per celebrare l'importanza e l'influenza che Malcolm X – come persona, ma anche come simbolo – ha avuto e continua ad avere tuttora per la comunità nera negli Stati Uniti e nel mondo (c'è anche un frammento di un discorso di Nelson Mandela). Altrettanto controverso è l'incipit, che fonde insieme l'immagine di una bandiera americana in fiamme – fino a quando non ne rimane che un brandello a forma di X – con quelle del pestaggio di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles, avvenuto l'anno prima dell'uscita della pellicola. La visione del film, dunque, non chiarisce le idee: chi era Malcolm X? Un fanatico idealista o un maestro da seguire? Ogni fase della sua vita sembra contraddire quella precedente, eppure la sua figura nel complesso ha saputo catalizzare come poche altre l'attenzione sulla discriminazione dei cittadini di colore negli Stati Uniti: e se oggi la situazione è migliorata, lo si deve sicuramente anche a lui. Per tutta la sua durata, il film poggia su alcuni pilastri – l'interpretazione solida di Denzel Washington e la regia classica di Lee – che non cedono mai. Il cast è completato da Angela Bassett (la moglie Betty), lo stesso Spike Lee (Shorty, il compagno di bravate in gioventù), Delroy Lindo (Archie, il piccolo boss di Harlem per il quale Malcolm lavora da giovane), Albert Hall (Baines, colui che lo converte alla religione musulmana) e Al Freeman jr. (Elijah Muhammed, il leader della Nazione dell'Islam, l'organizzazione per la quale Malcolm predica per anni prima di rompere ogni contatto). Inizialmente la pellicola avrebbe dovuto essere diretta da Norman Jewison, ma proteste e discussioni sull'opportunità di lasciare un'icona nera in mano a un regista bianco (per quanto fosse l'autore di un film iconico come "La calda notte dell'ispettore Tibbs") hanno spinto i produttori a affidare le redini del film a Spike Lee, che ne ha riscritto la sceneggiatura mantenendo però il protagonista già scelto da Jewison (con Denzel Washington, peraltro, aveva già lavorato in "Mo' better blues"). Per consentirgli di portare a termine le riprese, molte personalità di colore dello sport e dello spettacolo hanno contribuito al finanziamento della pellicola, alcune delle quali apparendo anche con un cameo. Per la prima volta, inoltre, una troupe statunitense ha avuto il permesso di girare alcune scene di un film di finzione all'interno della Mecca.

6 novembre 2010

L'illusionista (Sylvain Chomet, 2010)

L'illusionista (L'illusionniste)
di Sylvain Chomet – Francia/GB 2010
animazione tradizionale
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Paola.

Un prestigiatore francese, che si sposta di teatro in teatro e di città in città in cerca di scritture, giunge fino in Scozia dove conosce una ragazzina che lo seguirà per qualche tempo, affascinata dalla sua capacità di trasformare la grigia realtà in qualcosa di sempre nuovo e sorprendente. Ma sullo sfondo c'è tutta la malinconia e la tristezza di un mondo che sta cambiando a grande velocità. Tratto da un soggetto e da una sceneggiatura inedita di Jacques Tati, il secondo lungometraggio di Chomet (che già nel suo primo film, "Appuntamento a Belleville", aveva reso omaggio all'arte del grande comico) sembra in molte cose un film di Monsieur Hulot, a partire dalla rinuncia al linguaggio parlato (il film non è propriamente muto, ma i dialoghi sono del tutto inessenziali). Il protagonista, modellato anche fisicamente su Tati (il cui vero nome è lo stesso del personaggio, Tatischeff), si muove con gentilezza ma fuori posto in un mondo in cui gli spettacoli di magia e di varietà non riscuotono più l'interesse del pubblico, contagiato da nuove mode (esilarante la parodia dei complessi rock che elettrizzano le folle di giovani a Londra), distratto dai venti di guerra, dal consumismo o dalle nuove tecnologie. Come l'illusionista, anche gli altri abitanti di questo microcosmo sono destinati al fallimento: si veda il clown che tenta il suicidio o il ventriloquo che, costretto a impegnare il suo pupazzo, finisce col chiedere l'elemosina (altri, come gli acrobati, si riciclano con più facilità lavorando nel campo del marketing). E anche il nostro mago, nel finale, sembra abbracciare la disillusione, rinunciando ai giochi di prestigio (esemplare quando non sostituisce la matita della bambina in treno con una più lunga) e facendo aprire gli occhi alla ragazzina con il suo ultimo messaggio: "I maghi non esistono". Alla fine, rassegnato, stringe fra le mani la foto della figlia (Sophie Tatischeff, la vera figlia di Tati, alla quale Chomet dedica il film con gratitudine per avergli dato il permesso di realizzare quello che era un suo sogno da tempo: riportare sullo schermo lo spirito un artista unico e indimenticabile). Per un breve momento, nel buio di una sala che proietta "Mio zio", il Tati disegnato e quello in carne e ossa hanno anche l'occasione di incontrarsi e di confrontarsi. Splendidi i disegni e soprattutto i fondali e le scenografie ad acquarello, che rendono giustizia agli scenari dell'Europa degli anni cinquanta (Parigi, Londra, le isole scozzesi e soprattutto Edimburgo).

4 novembre 2010

Vendicami (Johnnie To, 2009)

Vendicami (Vengeance)
di Johnnie To – Hong Kong/Francia 2009
con Johnny Hallyday, Anthony Wong
***

Visto in DVD, con Hiromi.

Francis Costello (Hallyday), cuoco francese che nasconde un passato da killer (e il cui cognome riecheggia inevitabilmente quello del protagonista del leggendario "Le samourai" di Jean-Pierre Melville, da noi intitolato per l'appunto "Frank Costello faccia d'angelo"), giunge a Macao dove la famiglia di sua figlia (Sylvie Testud) è stata sterminata da misteriosi sicari. Per rintracciare i colpevoli e ottenere la giusta vendetta, assolda tre gunmen esperti del luogo (Anthony Wong, Lam Ka-Tung e Lam Suet) affinché lo aiutino a individuare la pista giusta e a seguirla fino a Hong Kong. I tre uomini, quando scopriranno che il mandante dell'omicidio è lo stesso boss per il quale solitamente lavorano, Mister Fung (Simon Yam), sceglieranno di rimanere dalla parte del francese e di tener fede alla parola datagli, sacrificando la propria vita in nome della lealtà e dell'amicizia. Ma Costello, nel frattempo, ha perso la memoria per colpa di una pallottola nella testa ("a bullet in the head"!)... E "a che serve la vendetta se non ricordi più niente?". Proprio il tema della memoria dona a questo malinconico noir d'azione, frutto della collaudata coppia Johnnie To-Wai Ka-Fai (il primo regista, il secondo sceneggiatore), una patina tutta particolare, quasi alla "Memento" (come il protagonista del film di Nolan, Hallyday ricorre a fotografie e ad appunti per riconoscere o distinguere gli amici e i nemici). Ma anche se To, alle prese con una coproduzione internazionale, aggiunge qualche ingrediente europeo alla solita ricetta, i temi rimangono gli stessi dei suoi lavori migliori: l'amicizia (che viene cementata dai consueti momenti di condivisione attorno a un tavolo), il cameratismo (anche fra nemici: vedi la scena del picnic che precede la sparatoria al parco), la famiglia, il tradimento, la vendetta. Nelle intenzioni originarie, il personaggio di Costello avrebbe dovuto essere interpretato proprio da Alain Delon, esplicitando ancora di più il richiamo a Melville: di fronte al suo rifiuto, il regista ha dovuto ripiegare su un altro attore transalpino, Johnny Hallyday, che comunque non se la cava affatto male con il suo volto scavato e lo sguardo che sembra adombrare un tragico passato, la cui cancellazione è forse un sollievo e un'occasione per ricominciare da capo. Numerose le scene da antologia, fra cui vanno ricordati almeno gli inseguimenti sotto la pioggia (magnifica la fotografia di Cheng Siu-keung) e lo scontro a fuoco nella discarica, con i personaggi che si fanno scudo con le enormi balle di carta riciclata.

3 novembre 2010

Wild Wild West (B. Sonnenfeld, 1999)

Wild Wild West (id.)
di Barry Sonnenfeld – USA 1999
con Will Smith, Kevin Kline
*1/2

Visto in TV.

Nel 1869, due agenti speciali al servizio del presidente Grant (l'eroe di guerra nero James West e il bizzarro sceriffo-inventore Artemus Gordon) cercano di salvare gli Stati Uniti dalla minaccia di un folle scienziato sudista, il dottor Loveless. Assurdi meccanismi pseudoscientifici, treni a vapore superaccessoriati, letali armi magnetiche, gadget anacronistici, gigantesche tarantole meccaniche: poteva essere una buona occasione per portare finalmente alla ribalta un genere poco frequentato dal cinema come lo steampunk (per l'occasione in salsa western). E invece, se pure l'abbinamento fra la tecnologia ottocentesca e gli scenari di frontiera si conferma intrigante, il resto è un vero disastro: l'avventura non decolla mai (anche perché per tener desti gli spettatori si ricorre a una lunga serie di capitomboli e inseguimenti degni di "Mamma, ho perso l'aereo"), i personaggi non sono che macchiette (in alcuni casi, vedi quello interpretato da Salma Hayek, del tutto inutili ai fini della trama), il cast è poco ispirato (l'unico a salvarsi è Kevin Kline, grazie anche ai suoi molteplici travestimenti, mentre Will Smith – che per girare il film ha rinunciato alla parte di Neo in "Matrix" – è quasi impresentabile e Kenneth Branagh nei panni del cattivo fa il minimo sindacale), stereotipi e luoghi comuni si sprecano, la regia è anonima e la sceneggiatura è sciatta e pedestre. Più immaturo che infantile (le imbarazzanti gag a sfondo sessuale non si contano), il lungometraggio – tratto da una serie televisiva degli anni sessanta, poco nota da noi – si rivela alla resa dei conti un giocattolone costoso, vuoto e disarmante, da ricordare solo per la contaminazione di generi e per due fugaci inquadrature dei fondoschiena di Salma Hayek e Bai Ling.

29 ottobre 2010

L'angelo del male (Jean Renoir, 1938)

L'angelo del male (La bête humaine)
di Jean Renoir – Francia 1938
con Jean Gabin, Simone Simon
***1/2

Visto in DVD.

Il macchinista ferroviario Jacques Lantier soffre di occasionali e incontrollabili impulsi omicidi, forse per una tara ereditaria ("Sembra che io debba pagare per gli altri. I padri, i nonni che bevevano. Ho nel sangue generazioni e generazioni di ubriachi"). E proprio per il timore di far del male a qualcuno non ha voluto mai sposarsi e di fatto "convive" con la sua locomotiva (che chiama con un nome di donna, Lisa), a bordo della quale percorre la tratta fra Parigi e Le Havre insieme all'inseparabile fuochista Pecqueux. Quando conosce Séverine, giovane e bella moglie del vicecapostazione Roubaud, se ne innamora immediatamente. Ma la donna gli chiede di uccidere il suo gelosissimo marito, che la tiene legata a lui e che l'ha resa complice dell'omicidio di un suo precedente amante, un delitto di cui proprio Lantier è l'unico testimone... Adattando un romanzo di Émile Zola (all'inizio della pellicola vengono mostrate anche una foto e una citazione dello scrittore), Renoir realizza un torbido noir ad alta tensione che precorre molti archetipi del genere e che scava nelle zone d'ombra di personaggi vittime e carnefici al tempo stesso, immersi in una società marcia (si pensi al ricco e rispettato Grandmorin, l'anziano padrino di Séverine con un debole per le ragazzine) e dominata da gelosie, interessi, tradimenti, violenza e cinismo, un mondo dove l'amore puro sembra impossibile. I pregi tecnici del film vanno di pari passo con quelli contenutistici: la fotografia in bianco e nero avvolge i personaggi come l'ambientazione proletaria e il vapore che fuoriesce dalle locomotive, mentre il montaggio secco e la colonna sonora essenziale li accompagnano nel loro cammino verso la perdizione, la passione e il rimorso. Ottimi gli interpreti: Fernand Ledoux (Robaud) era un membro della Comédie Française; Gabin (in un ruolo che aveva fortemente voluto, essendo lui stesso figlio di un conduttore di treni) si mostra fragile, tormentato e in balia del proprio destino; e la seducente Simon, femme fatale ante litteram, quattro anni prima de "Il bacio della pantera" sembra già profondamente "felina": nella prima scena in cui appare tiene in braccio un gatto bianco, appena prima di baciare Lantier accenna a dargli un morso, e a suo proposito Pecqueux commenta "Certe donne sono come i gatti, non gli piace bagnarsi i piedi". Renoir stesso interpreta la parte di Cabuche, il cantoniere che viene ingiustamente accusato dell'omicidio di Grandmorin. Il film si apre con una lunga e celebre sequenza, impressionante per l'epoca, che mostra la soggettiva di un treno in corsa, lanciato a tutta velocità nei tunnel e sui binari. L'immagine del treno si sposa perfettamente con il determinismo che permea il romanzo di Zola (Lantier fa parte della famiglia dei Rougon-Macquart, protagonista di un suo ciclo di romanzi sul tema dell'ereditarietà): è impossibile deviare dal percorso segnato dalle rotaie, se non con la scelta radicale di gettarsi giù dal treno in corsa. La pellicola ha influenzato, fra gli altri, Luchino Visconti ("Ossessione") e soprattutto Fritz Lang ("La bestia umana", praticamente un remake).

27 ottobre 2010

Snake in the eagle's shadow (Yuen Woo-ping, 1978)

Il serpente all'ombra dell'aquila (Se ying diu sau)
di Yuen Woo-ping – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, Yuen Siu-tien
**1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

All'apparenza un gongfupian come tanti altri, si tratta invece di un film fondamentale nella storia del cinema di Hong Kong. Oltre a segnare il debutto alla regia di Yuen Woo-ping (il futuro coreografo, fra le altre cose, di "Matrix", "Kill Bill" e "La tigre e il dragone"), è anche la pellicola che – insieme a "Drunken master", realizzato pochi mesi più tardi dalla stessa troupe e con lo stesso cast – trasforma definitivamente Jackie Chan nella nuova superstar del cinema di arti marziali, rendendolo popolarissimo dapprima in oriente e poi anche in occidente. Se il film si apre con un combattimento che più classico non si può, ben presto prende le distanze dai vecchi stilemi del genere grazie all'innesto di gag e momenti umoristici che sembrano provenire direttamente dalle comiche mute del cinema americano degli anni venti. Il protagonista è un orfano sempliciotto, vessato in continuazione nella scuola di kung fu dove vive: novello "cenerentolo", gli è impedito di seguire le lezioni e ha invece il compito di fare le pulizie, oltre a essere utilizzato dagli inetti insegnanti (fra cui il caratterista Dean Shek) come punching bag umano durante le dimostrazioni. Dopo aver accolto e curato un vecchio mendicante (che in realtà è l'ultimo maestro sopravvissuto della scuola del Pugno del Serpente, in fuga dalla setta rivale dell'Artiglio dell'Aquila), viene da lui sottoposto a un duro addestramento e impara a padroneggiarne le tecniche. Nello scontro finale con il capo del clan rivale (Hwang Jang-Lee) utilizzerà però uno stile ancora diverso, da lui stesso ideato e ispirato alle zampate del gatto. Oltre alle gag e alle smorfie, che lo differenziano dai tanti seriosi imitatori di Bruce Lee che infestavano i film di arti marziali dell'epoca, Jackie dà sfoggio di tutta la propria prestanza fisica in una serie di combattimenti tanto inusuali quanto dinamici (nel corso di quello finale perde persino un dente!): gli manca ancora la caratteristica di sfruttare a proprio vantaggio l'ambiente e gli oggetti che lo circondano, ma l'equilibrio fra i momenti comici e quelli d'azione è già ben dosato. La colonna sonora è a base di musica elettronica "rubata" a Jean-Michel Jarre (si riconosce il tema di "Oxygene"), com'era consuetudine nelle produzioni di Hong Kong di allora. L'anziano maestro è interpretato dall'ottimo Yuen Siu-tien (noto anche come Simon Yuen), padre del regista, che tornerà – in un ruolo simile ma ancora più leggendario – in "Drunken master". Fra i cattivi, si fa ricordare per curiosità il falso prete occidentale (Roy Horan).

26 ottobre 2010

The warrior (Asif Kapadia, 2001)

The warrior (id.)
di Asif Kapadia – India/GB 2001
con Irrfan Khan, Noor Mani
**1/2

Visto in DVD, con Giovanni, in originale con sottotitoli inglesi.

Un taciturno mercenario fa parte di un gruppo di guerrieri al servizio di un crudele signore feudale, che se ne serve per punire chi disubbidisce al suo dovere e per mettere a ferro e fuoco i villaggi che non pagano i tributi. Durante una di queste missioni punitive, l'uomo ha una visione mistica del proprio futuro e decide così di cambiare vita, abbandonando per sempre la spada e mettendosi in cammino per tornare al proprio villaggio. Perderà il figlio, ucciso per vendetta dai suoi ex compagni, ma nel corso del lungo viaggio dai deserti del Rajasthan alle cime innevate dell'Himalaya troverà la compagnia di un giovane ladruncolo in cerca, come lui, di redenzione. Girato in lingua hindi ma di produzione inglese (il regista, al suo primo lungometraggio dopo alcuni corti, è un britannico di origine indiana), il film è ambientato in un'epoca senza tempo ed è caratterizzato da toni epici-fiabeschi, da paesaggi di grande impatto e da pochissimi dialoghi, con immagini e silenzi di grande intensità che fanno perdonare una trama forse sin troppo semplice (ispirata, a quanto pare, da un racconto di samurai). La pellicola era stata proposta dalla Gran Bretagna come il proprio candidato agli Oscar per il miglior film straniero, ma è stata rifiutata dall'Academy perché non era parlata in una lingua nativa del Regno Unito.

23 ottobre 2010

Tarda primavera (Yasujiro Ozu, 1949)

Tarda primavera (Banshun)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1949
con Setsuko Hara, Chishu Ryu
****

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario"),
con Giovanni, Rachele e Paola.

Noriko ha da tempo raggiunto l'età in cui dovrebbe sposarsi, come le suggeriscono di fare con insistenza tanto le amiche quanto i parenti. Ma lei preferirebbe continuare a vivere con l'anziano padre, un professore universitario vedovo e solo, per accudirlo e stargli sempre vicina. Pur di convincerla a non sacrificare la propria vita per lui, il genitore fingerà di essere intenzionato a sua volta a risposarsi: ma non è altro che una sofferta bugia. Alla fine la ragazza accetterà un matrimonio combinato dalla zia, anche se non sapremo se sarà felice (d'altronde sullo schermo non vedremo mai nemmeno il marito). Il film, che personalmente considero il capolavoro di Ozu, contiene alcune fra le sequenze più belle di tutto il cinema del regista nipponico: quella della gita in bicicletta di Noriko e Hattori, il giovane assistente del padre, che lascia per un attimo immaginare allo spettatore (e anche al padre di Noriko) una qualche sorta di intesa romantica fra i due, immediatamente smentita dalla scena successiva in cui viene rivelato che Hattori è già fidanzato con un'altra; quella in cui padre e figlia si recano ad assistere a una rappresentazione di teatro No, un capolavoro di montaggio in cui la macchina da presa mostra alternativamente il palscoscenico e il pubblico, soffermandosi sulle reazioni di Noriko nello scorgere, fra la folla, la presunta futura moglie del padre; e il confronto finale fra i due personaggi nell'albergo di Kyoto, quando Noriko chiede per l'ultima volta al genitore di lasciarla rimanere con lui: c'è qui la famosissima sequenza – su cui i critici cinematografici hanno sparso fiumi di inchiostro – con l'immagine del vaso che intervalla due primi piani del volto di Setsuko Hara, dapprima sorridente e poi piangente. La mia personale interpretazione di questa enigmatica scena è simile a quella che Dario Tomasi avanza nel suo "castorino": si tratta di un inserto con cui Ozu, per pudicizia, ci nasconde il delicato momento in cui Noriko raggiunge finalmente l'accettazione del proprio destino. Il regista "distoglie lo sguardo" per un attimo, e come un maestro zen offre allo spettatore un vaso da riempire con le sue emozioni. E proprio il tema dell'accettazione – cosa ben diversa dalla semplice rassegnazione – è il vero fulcro del film (si veda anche la scena finale del padre che acquista improvvisamente la consapevolezza di essere rimasto da solo nella casa ormai vuota), insieme a quello del contrasto fra la ricerca della felicità personale e la fedeltà agli obblighi sociali (curiosamente in un melodramma occidentale si sarebbe identificata la prima con il matrimonio e la seconda col restare a casa, mentre qui è l'esatto contrario!), o fra tradizione e spirito democratico, "due realtà che il Giappone, sotto il controllo americano, sembra pensare antitetiche".

Con "Tarda primavera" inizia l'ultima fase della carriera di Ozu, contrassegnata da uno stile sempre più asciutto ed essenziale (ma non mancano alcune sorprese: proprio in questo film, per esempio, sono presenti alcuni carrelli, il più significativo dei quali è quello che segue i personaggi, di spalle, mentre escono dal teatro dove hanno assistito alla rappresentazione No), da un'ancora più costante attenzione al tema dei rapporti familiari, dalla collaborazione fissa con lo sceneggiatore Kogo Noda e dall'utilizzo di un ristretto nucleo di attori fra i quali spiccano proprio i due ottimi protagonisti di questo lungometraggio, Chishu Ryu e Setsuko Hara. Si tratta di elementi che avevano caratterizzato già la sua produzione precedente, ma che nei film del dopoguerra si "cristallizzano" e si purificano sempre di più, liberando le pellicole da ogni orpello e trasformandole in tanti piccoli tasselli di un unico discorso narrativo e stilistico. Lo stesso regista, accusato dai critici suoi contemporanei di essere rimasto legato ai linguaggi del passato (in quegli anni il Giappone stava cambiando alla velocità della luce dal punto di vista sociale ed economico, ma anche artistico: al cinema, per esempio, stava per arrivare la nuberu bagu di Oshima, Imamura e compagni), ha replicato spiegando che i suoi film degli anni cinquanta e sessanta vanno considerati come una serie di "variazioni sul tema", al pari dei dipinti di alcuni maestri dell'arte pittorica, tanti tentativi di mettere a fuoco lo stesso soggetto, avvicinandosi ogni volta di più all'obiettivo finale. Proprio sul canovaccio di "Tarda primavera", per esempio, Ozu realizzerà in seguito ben due pseudo-remake: "Tardo autunno" e "Il gusto del sakè" (che sarà fra l'altro il suo ultimo film, in cui Setsuko Hara – che qui interpreta la figlia – vestirà i panni dell'altra protagonista della storia, la madre).

In ogni caso, è ingeneroso accusare Ozu di rivolgere il suo sguardo esclusivamente al passato. Al contrario, i suoi film mostrano in maniera evidente e puntuale i cambiamenti in atto nella società giapponese: lo facevano già quelli degli anni trenta, e lo fanno a maggior ragione i lavori della maturità, sebbene sempre fra le righe e in maniera non gridata. Piccoli elementi (un cartello pubblicitario della Coca-Cola, un bar con l'insegna in caratteri occidentali, gli abiti o gli arredi moderni, le donne emancipate come l'amica divorziata di Noriko che lavora come dattilografa) ci fanno capire che non siamo più nel Giappone nazionalista di prima della guerra. Curiosamente, rispetto ai personaggi più anziani come il padre o il suo collega Onodera, proprio la giovane Noriko si dimostra più legata ai valori del passato: si dichiara – per sua stessa ammissione – molto "più all'antica" del padre, per esempio accusando (sia pure bonariamente) il professor Onodera di immoralità per aver osato risposarsi. Il suo sorriso perenne (tranne nelle scene in cui manifesta il proprio disappunto per la decisione del padre di prendere una nuova moglie) è il simbolo del ruolo sottomesso e servizievole della donna che storicamente ha caratterizzato il paese del Sol Levante. Persino per uscire dalla casa paterna e cominciare a vivere la propria vita, Noriko sceglie la strada del matrimonio combinato, un altro retaggio del Giappone feudale. Ma forse proprio le dure esperienze della guerra (cui si accenna brevemente in un dialogo) e quelle ancora più dure del dopoguerra spingevano tanti giovani giapponesi a nutrire un certo timore per i cambiamenti radicali, come quelli che le forze di occupazione stavano imponendo in quegli anni: esemplare il momento in cui Noriko chiede al padre se non è possibile lasciare per sempre le cose come stanno. Che non sia possibile, naturalmente, ce lo rivela l'ultimissima inquadratura della pellicola, quella con le onde del mare che si riversano sulla spiaggia: nulla è per sempre.

21 ottobre 2010

Adèle e l'enigma del faraone (Luc Besson, 2010)

Adèle e l'enigma del faraone (Les aventures extraordinaires d'Adèle Blanc-Sec)
di Luc Besson – Francia 2010
con Louise Bourgoin, Jacky Nercessian
**1/2

Visto al cinema Orfeo, con Hiromi.

Parigi, 1911: un uovo custodito nel museo di scienze naturali si schiude nottetempo, liberando uno pterodattilo che semina il panico per le strade e i cieli della "ville lumière". L'animale preistorico è stato riportato in vita dal professor Espérandieu, esperto di antichità e occultismo, che per questo motivo viene arrestato e condannato a morte. A salvarlo è l'ardita giornalista e avventuriera Adéle Blanc-Sec, che ne ha bisogno per rianimare la mummia del medico di fiducia del faraone Ramsete II, da lei trafugata in una tomba egiziana e portata di nascosto a Parigi. È infatti convinta che Patmosis, grazie alle sue leggendarie conoscenze, sia l'unico in grado di curare la sua sorella gemella Agathe, in coma da cinque anni. Ispirandosi a un fumetto (poco noto in Italia) di Jacques Tardi, Besson continua la sua frequentazione del cinema-giocattolo e sforna un prodotto all'insegna del puro intrattenimento, infarcito di situazioni grottesche, personaggi caricaturali e macchiettistici (come il poliziotto inetto e perennemente affamato, il cacciatore giunto dall'Africa per cacciare lo pterodattilo, o le stesse mummie), gag da cinema muto e una protagonista acida e sfrontata, a dire il vero non particolarmente simpatica. Però, se si sta al gioco, il divertimento non manca, anche perché il film scorre leggero e sbarazzino, l'ambientazione retrò di inizio secolo ha il suo fascino, il registro comico è ben fuso con quello avventuroso (la sequenza in cui Adèle trafuga la mummia dalla piramide sembra una parodia di Indiana Jones, che già di suo non brillava per realismo) e il buon Luc è il primo a non commettere l'errore di prendersi sul serio, risparmiandoci scontri epici fra il bene e il male e facendosi perdonare alcuni dei recenti passi falsi (leggi "Angel-A"). Siamo dalle parti, per intenderci, delle pellicole di Asterix con attori in carne e ossa: con la differenza che qui c'è almeno un vero regista, mentre in quelli no (con l'eccezione, naturalmente, del capolavoro "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", guarda caso sempre con l'Egitto di mezzo, per il quale i francesi nutrono una certa fascinazione sin dai tempi di Napoleone). Una delle prime scene è ambientata nei pressi del monumento a Giovanna d'Arco: autocitazione di Besson? Ma non mancano altri curiosi rimandi: la scena in cui le autorità di Parigi si attivano per catturare lo pterodattilo, con ciascun burocrate che passa l'ordine a un proprio subalterno riducendo il tempo a sua disposizione, proviene dritta dal primo film di Henri-Georges Clouzot, "L'assassino abita al 21"; e nella colonna sonora si può sentire il celebre motivo "Nella sala del re della montagna" dal "Peer Gynt" di Grieg. La protagonista Louise Bourgoin, semiesordiente, ha lavorato in precedenza in televisione come annunciatrice delle previsioni del tempo: dopo Anne Parillaud, Natalie Portman e Milla Jovovich, Besson – che ha dichiarato che il film sarà il primo di una trilogia – riuscirà a lanciare anche la sua carriera? Poco da dire sul resto del cast, con attori irriconoscibili fra trucco pesante (come Mathieu Amalric nei panni del "cattivo" Dieuleveult) o baffoni posticci (come Gilles Lellouche in quelli dell'ispettore Caponi).

20 ottobre 2010

Il monaco (Paul Hunter, 2003)

Il monaco (Bulletproof Monk) di Paul Hunter – USA 2003 con Chow Yun-fat, Seann William Scott *1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Nel 1943 un monastero tibetano viene attaccato da un drappello di soldati nazisti, in cerca di una magica pergamena che permetterebbe di "riplasmare" il mondo a proprio piacimento. Prima di morire, l'anziano monaco che la custodiva la affida al suo allievo, che grazie al suo potere non invecchierà nei successivi sessant'anni. Ai giorni nostri, in una moderna città americana, il monaco senza nome diventerà a sua volta il mentore di un giovane ladruncolo che compie i suoi furti nei tunnel della metropolitana. Insieme, i due dovranno vedersela con il vecchio comandante nazista, che non ha ancora rinunciato al suo obiettivo. Mediocre e scontata pellicola d'azione, tratta da un fumetto, che soffre soprattutto per la banale caratterizzazione dei personaggi, pieni di cliché (il monaco misterioso e campione di arti marziali, il ladruncolo dal cuore d'oro, la bad girl in fondo buona, per non parlare del cattivo nazista che sembra uscito da "Hellboy"), e a cui non basta un Chow Yun-fat poco in parte (la scena in cui impugna due pistole sembra giusto un contentino per i fan) per raggiungere la sufficienza. Fra i pochi spunti curiosi, il ladro che ha imparato il kung fu grazie al suo lavoro come proiezionista in un cinema specializzato in pellicole di Hong Kong.

18 ottobre 2010

2046 (Wong Kar-wai, 2004)

2046 (id.)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/Cina 2004
con Tony Leung Chiu-wai, Zhang Ziyi
***

Rivisto in DVD.

Tornato a Hong Kong dopo un breve soggiorno a Singapore, sullo sfondo dei turbolenti disordini dei tardi anni sessanta, il giornalista Chow – un Tony Leung bravo come non mai, qui con baffetti alla Clark Gable – cerca di dimenticare la sua infelice storia d'amore con Su Li-Zhen, la signora Chan (narrata in "In the mood for love", di cui questo film è il sequel), trasformandosi in un cinico seduttore e vivendo numerose avventure sentimentali senza lieto fine. "Ho amato una sola donna nella mia vita, ma non ho mai saputo se anche lei mi amava", spiega. Insediatosi in una camera dell'Oriental Hotel, scrive un romanzo di fantascienza ambientato nel 2046 (ovvero il numero della stanza d'albergo in cui si incontrava di nascosto con la sua amata nel film precedente): più che un anno (che fra l'altro indica la data in cui terminerà l'amministrazione autonoma di Hong Kong rispetto al resto della Cina), un luogo mentale dove è possibile ritrovare i ricordi perduti, anche a costo di non tornare più indietro. E difatti il tema dei sentimenti si intreccia fortemente a quello della memoria, come dimostra la sottotrama di Lulu (personaggio che proviene da uno dei primi film di WKW, "Days of being wild"), che non ricorda di aver mai incontrato Chow.

Se negli inserti fantascientifici – che fondono atmosfere di "Alphaville", "Blade Runner" e "Galaxy Express 999" – un viaggiatore diretto verso il 2046 a bordo di un treno speciale si innamora di un'androide (Faye Wong) dotata di "emozioni differite", nella realtà Chow frequenta prima la giovane ed elegante escort di lusso Bai Ling (Zhang Ziyi), inizialmente altezzosa ma che finisce con il legarsi troppo a lui, tanto che a un certo punto è costretto a respingerla; poi Jing Wen (ancora Faye Wong), figlia maggiore del proprietario dell'albergo, fidanzata a distanza con un giapponese e aspirante scrittrice che diventa la sua assistente, ispirandogli fra l'altro gran parte del suo romanzo; e infine ricorda la sua relazione con la "vedova nera" Su (Gong Li), un'affascinante giocatrice d'azzardo dal passato misterioso che ha curiosamente lo stesso nome della sua amata perduta (Maggie Cheung, che compare solo per pochi istanti in un breve flashback). Con ciascuna di loro, così come con la ballerina Lulu (Carina Lau), trascorrerà una diversa vigilia di Natale: nel suo romanzo, le zone 24 e 25/12 dello spazio sono infatti quelle più fredde, dove c'è assolutamente bisogno di calore umano per sopravvivere. Rispetto a "In the mood for love" il film è più passionale ed erotico, più frammentato ma altrettanto struggente e visivamente stupendo. Splendido il cast, con una concentrazione di attrici da brivido. E meravigliose, come sempre, l'elegante e coloratissima fotografia di Christopher Doyle (coadiuvato da Kwan Pung-leung) e la suggestiva colonna sonora di Shigeru Umebayashi (integrata con brani come "Casta diva", associata a Faye Wong, e "Siboney", associata a Zhang Ziyi).

17 ottobre 2010

Resident Evil: Afterlife (Paul W.S. Anderson, 2010)

Resident Evil: Afterlife (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/USA/Germania 2010
con Milla Jovovich, Ali Larter
**

Visto al cinema Uci Bicocca (in 3D).

Ebbene sì, sono andato al cinema per guardarlo in 3D, pur avendo espresso più volte le mie perplessità verso questo tipo di tecnologia. Ma l'opportunità di ammirare per una volta Milla in tre dimensioni ha avuto la meglio su ogni altra considerazione! Il quarto episodio della serie, che segna il ritorno di Paul W. S. Anderson alla regia, comincia con una bella scena ambientata a Tokyo – per la precisione al celebre incrocio di Shibuya – in cui Alice e i suoi cloni irrompono nel quartier generale giapponese della malvagia Umbrella Corporation, al termine della quale la nostra protagonista perde i suoi poteri e torna a essere una donna normale: e questo restituisce alla serie un po' di quel fascino da zombie movie classico che si era perduto dopo il primo film. Successivamente, partita in cerca di Arcadia (il misterioso luogo dove si sarebbero rifiugiati gli ultimi sopravvissuti rimasti sulla faccia della terra), Alice si ritrova bloccata in una prigione di Los Angeles insieme a una smemorata Claire Redfield, circondata dalle solite orde di non-morti. Con l'aiuto di un gruppo di pochi compagni (fra cui il fratello di Claire, Chris), riuscirà a venirne fuori e scoprirà che Arcadia non è una città ma una nave che si mantiene al largo della costa; e soprattutto che al suo interno la attendono altre sorprese, non tutte piacevoli. Come i precedenti, il film termina all'improvviso con un cliffhanger che annuncia un ulteriore sequel: finirà mai questa serie? A livello di contenuti la ricetta non cambia, e la pellicola – che si rivolge evidentemente a un pubblico di soli fan – aggiunge ben poco al genere, seguendo con fedeltà le regole del totomorti e presentando personaggi minori caratterizzati appena quanto basta per distinguerli l'uno dall'altro, scene d'azione prese dal videogioco, effetti speciali alla "Matrix", citazioni da Carpenter e dialoghi di basso livello: ma è inutile lamentarsi, in fondo il film non prometteva più di quanto non mantenga, e poi Milla è sempre bellissima (in particolare nella scena iniziale con i cloni, dove appare anche in versione multipla) e i due scontri con il malvagio boss della Umbrella, Wesker (il cui interprete è cambiato dal terzo film), non sono da buttare via. Come già in parte negli episodi precedenti, la stessa Milla ha contribuito a disegnare i propri costumi. Il 3D, nel complesso, è poca cosa e si rivela sostanzialmente inutile.

16 ottobre 2010

Resident Evil: Extinction (R. Mulcahy, 2007)

Resident Evil: Extinction (id.)
di Russell Mulcahy – GB/USA/Ger/Fra/Aus 2007
con Milla Jovovich, Oded Fehr
**

Visto in DVD.

Sono passati alcuni anni dalla conclusione del secondo episodio. La Umbrella Corporation non è riuscita a fermare il diffondersi del virus, che ha contagiato il mondo intero (e da questo film si comincia a parlare di città reali come Las Vegas, non più fittizie come Raccoon City). A parte piccoli gruppi di superstiti che si spostano in continuazione per evitare i non-morti, e i dipendenti della stessa Umbrella che vivono rifugiati in complessi sotterranei, la superficie del pianeta è ormai invasa dagli zombie e ridotta a un deserto: il che dona a questo episodio, ambientato nel midwest americano fra lo Utah e il Nevada, un'accattivante atmosfera alla "Mad Max". Alice, dotata ora anche di poteri psionici, aiuta il convoglio di Claire Redfield a partire in direzione dell'Alaska, dove – se si presta fede ad alcune trasmissioni radiofoniche – si troverebbe un rifugio in cui l'epidemia non è ancora arrivata. E nel frattempo scopre che il dottor Isaacs (Iain Glen), uno degli scienziati della Umbrella, ha clonato il suo corpo per proseguire gli esperimenti su di lei. Isaacs, che sta anche tentando di "addomesticare" i non-morti, entrerà in conflitto con il presidente della Umbrella, Wesker, e subirà una mutazione trasformandosi a sua volta in un mostro. Ma Alice lo eliminerà con l'aiuto dei propri cloni. Mentre Paul W.S. Anderson continua a sceneggiare, l'inesperto Alexander Witt di "Resident Evil: Apocalypse" viene sostituito alla regia dal veterano Russell Mulcahy (uno che passerà alla storia per un unico film, "Highlander") e in effetti la situazione migliora. Se la parte centrale nel deserto è piuttosto ordinaria, va apprezzato almeno il tentativo di cambiare radicalmente ambientazione rispetto agli episodi precedenti. Le cose migliori sono comunque l'incipit (che recupera scenografie e costumi dal primo film) e lo scontro conclusivo nel laboratorio sotterraneo. Non mancano comunque molti luoghi comuni del genere, compreso il personaggio che viene morso dai non-morti e non lo dice agli altri fino a quando non è troppo tardi. In più, oltre ai soliti cani-zombie (presenti in tutte le pellicole della serie), i nostri eroi devono vedersela anche con minacciosi corvi contagiati dal virus, che ricordano "Gli uccelli" di Hitchcock. Da "Apocalypse" ritornano – ma durano poco – i personaggi di Olivera e L.J., mentre nulla ci viene detto del destino di Jill Valentine e di Angela. Milla, tosta e bellissima, ruba comunque la scena a tutti.

15 ottobre 2010

Resident Evil: Apocalypse (A. Witt, 2004)

Resident Evil: Apocalypse (id.)
di Alexander Witt – GB/Ger/Fra/Can 2004
con Milla Jovovich, Sienna Guillory
*

Rivisto in DVD.

Il virus T, che trasforma gli esseri umani in non-morti, è fuoriuscito dal laboratorio segreto della Umbrella Corporation e l'infezione ha raggiunto Raccoon City, le cui strade sono ora invase dagli zombie (termine, quest'ultimo, che peraltro non viene mai usato nel corso dell'intera franchise). Dopo aver tentato un'inutile evacuazione, la corrotta multinazionale mette in quarantena l'intera metropoli, sigillandone il perimetro e rinchiudendo al suo interno anche i sopravvissuti. Per uscire dalla città prima che venga "nuclearizzata", Alice (che nel frattempo è stata geneticamente modificata dal virus, acquisendo una super forza) e un gruppo di compagni improvvisati (fra i quali la poliziotta dei reparti speciali Jill Valentine, il mercenario Carlos Olivera e il ladruncolo L.J.) devono rintracciare Angela, la giovane figlia del creatore del virus, che in cambio ha garantito loro una via di fuga: ma la situazione è resa più complicata da Nemesis, mostruosa creatura nata da un esperimento segreto, che la Umbrella ha scatenato nelle strade allo scopo di testarne le potenzialità belliche. Se il primo episodio della serie era carino, il secondo – dall'ambientazione meno asettica e più "sporca" – è un vero disastro. La pessima regia di Witt (direttore della fotografia alla sua prima – e finora unica – esperienza come regista) è confusa e senza idee, abusa di ralenti e di montaggi ad effetto, rendendo incomprensibili le scene d'azione; i personaggi non mostrano il minimo approfondimento (alcuni, come Jill Valentine, sono sostanzialmente inutili ai fini della trama e sembrano inseriti solo per ammiccare ai fan del videogioco, al quale probabilmente questo secondo film è più fedele); le situazioni e i dialoghi sono scontati, gratuiti o improbabili, e non offrono nulla che non si sia già visto in decine di film di questo tipo; in più non è nemmeno particolarmente divertente. Se non fosse per Milla, non ci sarebbe alcun motivo di guardarlo. Il titolo doveva essere "Resident Evil: Nemesis", ma venne cambiato perché era appena uscito "Star Trek: Nemesis".

14 ottobre 2010

Resident Evil (Paul W.S. Anderson, 2002)

Resident Evil (id.)
di Paul W.S. Anderson – GB/Francia/Germania 2002
con Milla Jovovich, Michelle Rodriguez
**1/2

Rivisto in DVD.

Ispirato a una popolare collana di videogiochi, il film – vagamente carpenteriano e primo di una serie che a oggi conta quattro pellicole (ma altre sono già in programma) – aggiorna il filone dei classici zombie movie alla Romero con un'ambientazione moderna, asettica e fantascientifica, e ha contribuito a trasformare Milla – sexy e aggressiva come non mai – in un'icona del genere action/horror. A parte l'incipit nella sontuosa villa neoclassica in cui la protagonista si risveglia senza alcun ricordo del proprio passato (una tipica situazione da videogioco, appunto, come una nascita) e la bella inquadratura finale in cui si scopre che il contagio ha ormai invaso l'intera Raccoon City, quasi tutto il film è ambientato nelle stanze e nei corridoi di un complesso sotterraneo chiamato "l'Alveare", un sofisticato laboratorio di ricerca di proprietà della potente e corrotta Umbrella Corporation dove vengono sperimentate armi virali e batteriologiche. Proprio una di queste, il Virus T, in grado di trasformare gli esseri viventi in non-morti affamati di carne umana, ha contaminato l'intera struttura: e il computer centrale, la Regina Rossa (riferimenti ad "Alice nel paese delle meraviglie" sono sparsi un po' ovunque, a partire dal nome della protagonista), l'ha isolata dall'esterno per impedire che l'epidemia si diffonda. A una prima parte fredda e piena di tensione, con Alice e un gruppo di soldati che cercano di penetrare nell'Alveare per scoprire che cosa è successo e devono vedersela con il computer (una versione femminile dello HAL 9000 di "2001: Odissea nello spazio") e le trappole in stile "The cube" (come il laser che taglia a fettine) che questi ha disseminato attorno a sé, ne segue una seconda più concitata e ricca invece di azione, in cui i personaggi devono fuggire dall'assalto dei non-morti, fra i quali – oltre a uomini – ci sono anche animali (memorabile la scena in cui Alice lotta contro i cani: a proposito, Milla ha effettuato tutti gli stunt in prima persona, senza controfigure!) e mostri vari (il cosiddetto "licker"). Fra i comprimari si segnalano Michelle Rodriguez (la tosta soldatessa Rain, un classico personaggio "alla Vasquez"), Eric Mabius (Matt, attivista contro le multinazionali) e James Purefoy (Spence, il misterioso "marito" di Alice). Tranne che nella scena iniziale, in cui si sveglia nuda nella doccia, e in quella finale, in cui indossa soltanto un telo da ospedale, Milla veste per tutta la pellicola un costume molto essenziale, che comprende stivaletti neri e un leggero abito da sera rosso. Il regista Paul W.S. Anderson – che aveva già sfornato l'adattamento cinematografico di un videogioco con "Mortal Kombat" – si limiterà a scrivere e a produrre il secondo e il terzo film della serie ("Resident Evil: Apocalypse" e "Resident Evil: Extinction"), tornando dietro la macchina da presa soltanto con il quarto episodio ("Resident Evil: Afterlife"). Nel frattempo è diventato il fortunato marito di Milla, nonché il padre di sua figlia Ever (il cui padrino è Wim Wenders!).

13 ottobre 2010

Miracolo a Sant'Anna (Spike Lee, 2008)

Miracolo a Sant'Anna (Miracle at St. Anna)
di Spike Lee – USA/Italia 2008
con Derek Luke, Michael Ealy
**

Visto in DVD, con Martin.

Nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, quattro soldati di colore appartenenti alla 92a divisione "Buffalo" (un'unità formata da soli neri) rimangono isolati dietro le linee tedesche e si rifugiano in un paesino montuoso della Toscana, con l'incarico di fare prigioniero un soldato nemico. La loro storia si intreccia con quella della strage di Sant'Anna di Stazzema, il massacro in cui i nazisti uccisero oltre cinquecento civili – compresi donne, vecchi e bambini – accusati di collaborare con i partigiani. Non è certo un film perfetto, quello di Lee: troppo lungo e pasticciato, schematico nell'affrontare le questioni razziali e poco equilibrato nell'ondeggiare fra realismo bellico e favola metafisica, persino debitore di qualcosa al neorealismo italiano (il personaggio del bambino, unico sopravvissuto alla strage, sembra quasi uscire da un film di De Sica o – non so cosa è peggio – di Benigni). L'atmosfera non manca, la regia è più che buona e alcuni momenti sono interessanti (la suadente speaker nazista che cerca di seminare dubbi nei soldati afroamericani mentre questi attraversano il fiume; i sensi di colpa dei partigiani; la love story con la ragazza toscana, con una scena tanto assurda quanto intrigante di Valentina Cervi a seno scoperto mentre stende i panni), ma nel complesso i personaggi sono tagliati con l'accetta, gli stereotipi culturali abbondano e molti elementi sono accatastati senza fornire un vero valore aggiunto (il bambino che vede il fantasma del proprio amico ucciso; la testa della statua di marmo trafugata da uno dei soldati, che la considera un portafortuna; in generale il tema fantastico-religioso; per non parlare della "cornice" ambientata ai giorni nostri – in realtà negli anni ottanta – che appare posticcia e forzata). È evidente che a Lee, più che la strage (che infatti ha un peso marginale nella storia, a dispetto del titolo), interessa il ruolo dei soldati di colore durante la guerra: nonostante il razzismo cui erano soggetti (anche da parte del comandante bianco della divisione), il loro arruolamento in battaglioni regolari rappresentò per gli afroamericani un primo gradino per affrancarsi dalle discriminazioni dell'epoca. Si tratta di una tema ovviamente più congeniale al regista di quelli che può offrire un normale film bellico: prima della visione mi ero infatti chiesto perché mai si fosse impelagato a dirigere una pellicola di questo tipo. Fra gli attori italiani, tutti all'altezza, spiccano Pierfrancesco Favino, Sergio Albelli e Omero Antonutti, mentre Luigi Lo Cascio compare solo in due brevi sequenze (compreso il discutibile finale alle Bahamas) e di Valentina Cervi si è già detto. Assai stupide le polemiche sorte in Italia sulla mancanza di verosimiglianza storica, che ha portato all'inserimento di un disclaimer introduttivo per esplicitare l'ovvio (ossia che si tratta di un film di finzione e non di un documentario). A dare fastidio è stato il fatto che l'eccidio di Sant'Anna venga presentato come una rappresaglia e non un atto premeditato, la risposta tedesca a un attacco dei partigiani (secondo il criterio ordinato da Hitler: dieci civili uccisi per ogni soldato tedesco morto), come se questo rendesse il crimine dei nazisti meno grave o più giustificato. Ma forse non è piaciuto che Spike Lee abbia mostrato che esistevano anche tedeschi "buoni" e partigiani "cattivi" (uno dei quali è addirittura un traditore), il che accomuna il film – pretestuose accuse di revisionismo comprese – a "Black Book" di Verhoeven.

11 ottobre 2010

Quarto potere (Orson Welles, 1941)

Quarto potere (Citizen Kane)
di Orson Welles – USA 1941
con Orson Welles, Joseph Cotten
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Ilaria e Paola.

Alla scomparsa del magnate della stampa Charles Foster Kane, uomo ricco e potente che dalla propria vita ha avuto tutto e niente (modellato da Welles su William Randolph Hearst, che per questo motivo cercò in tutti i modi di boicottare l'uscita del film), un giornalista (William Alland) si interroga sul significato dell'ultima parola da lui pronunciata prima di morire nella sua immensa e sontuosa residenza di Xanadu: "Rosabella" (in originale, "Rosebud"). Nel corso delle sue indagini, il reporter intervisterà numerose persone che hanno conosciuto Kane, amandolo od odiandolo: la sua seconda moglie Susan Alexander (Dorothy Comingore), ex cantante d'opera fallita e alcolizzata; il suo braccio destro Bernstein (Everett Sloane), l'unico che gli è rimasto fedele; Jed Leland (Joseph Cotten), un tempo il suo migliore amico e ora in una casa di riposo; il maggiordomo di Xanadu, Raymond (Paul Stewart); in più consulterà le memorie del tutore di Kane da ragazzo, il defunto banchiere Thatcher (George Coulouris), che gli riveleranno informazioni sul suo passato e la sua famiglia. Ma l'insieme – complesso e contraddittorio – delle testimonianze e dei dettagli raccolti non gli permetterà di risolvere il rompicapo di "Rosebud", che invece Welles svelerà ai suoi spettatori soltanto nell'ultima inquadratura della pellicola: ciò che Kane rimpiangeva, giunto solo e infelice alla fine dei suoi giorni, era la serenità perduta della propria fanciullezza, quando non era altro che un bambino povero che giocava con una slitta sulla neve.

Forse non sarà il film più bello di tutti i tempi, come risulta dalla maggior parte dei sondaggi effettuati fra i critici cinematografici, ma sicuramente è uno dei più importanti: personalmente lo considero fra le tre pellicole che hanno maggiormente cambiato il linguaggio del cinema e fatto evolvere l'industria della settima arte, dividendone la storia – come uno spartiacque – in un prima e un dopo (le altre due sono naturalmente "Nascita di una nazione", 1915, e "Guerre stellari", 1977). A causa delle sue molteplici innovazioni, si tratta probabilmente anche della pellicola su cui sono stati scritti più saggi critici in assoluto, che ne sviscerano in ogni modo la tecnica (la fotografia di Gregg Toland, che consente di mettere a fuoco contemporaneamente gli elementi in primo piano e quelli sullo sfondo; le riprese dal basso, che mostrano il soffitto degli ambienti, una soluzione fino ad allora evitata perché si girava in teatri di posa; gli arditi movimenti di macchina, come quelli che dall'esterno entrano nel locale di Susan passando per il lucernario), la forma (la struttura a flashback, non lineare e antinarrativa; l'inserimento del finto cinegiornale all'inizio, che dona a tutto il film un'atmosfera da documentario; le scenografie barocche, con conseguente complessità visiva; l'utilizzo inedito degli effetti speciali; l'ampio ricorso al trucco, con l'invecchiamento di quasi tutti i personaggi principali) e i contenuti (la "dissezione" del protagonista, o meglio della figura centrale del film, mostrata da molteplici punti di vista che talvolta ricordano uno stesso episodio in maniera diversa; la personalità enigmatica di Kane, narcisista e ambizioso ma anche liberale e difensore degli oppressi, accusato di essere fascista o comunista a seconda dei casi ma indubbiamente un uomo grandioso, eccessivo e pienamente "americano", come lui stesso si definisce; la fusione della sua vicenda personale con gli ultimi decenni della storia degli Stati Uniti, dalla guerra di Cuba alla grande depressione; e naturalmente la denuncia del potere dei mass media, in grado di manipolare l'opinione pubblica, di influenzare le carriere politiche nel bene o nel male e persino di scatenare conflitti bellici, come nel caso della guerra ispano-americana che lo stesso Hearst/Kane fu accusato di aver istigato: un aspetto, questo, messo in particolare risalto dal titolo italiano del film, che indica nel controllo dei media il "quarto potere" dopo quello legislativo, giudiziario ed esecutivo – argomento quanto mai d'attualità!), per non parlare delle vicissitudini produttive, a loro volta così tormentate e leggendarie da essere state narrate in molti altri film e documentari.

Il giovane e talentuoso Welles aveva infatti solo 25 anni (!) quando ha realizzato "Quarto potere", ma si era già conquistato una certa notorietà per le sue produzioni teatrali (dal Mercury Theatre da lui gestito proviene la maggior parte degli attori del film, molti dei quali al loro debutto cinematografico, come Joseph Cotten, Agnes Moorehead, Everett Sloane, Ray Collins, George Coulouris) e radiofoniche (celebre il caso de "La guerra dei mondi" che aveva terrorizzato gli ascoltatori, facendo credere che fosse davvero in atto un'invasione aliena), al punto da ottenere dalla RKO un contratto mai visto prima, con il diritto di sviluppare a sua completa discrezione il soggetto e la sceneggiatura, e persino il privilegio del final cut. Nonostante il successo di critica, il film incassò poco al box office – anche a causa del boicottaggio da parte di Hearst – e cadde quasi subito nel dimenticatoio: e Welles perse il proprio credito presso i produttori della RKO, che interferirono notevolmente nel successivo "L'orgoglio degli Amberson". La rivalutazione della pellicola comincia a partire dagli anni cinquanta, grazie ai critici francesi della Nouvelle Vague, e oggi – come detto – è tradizionalmente considerato "il più grande film di sempre". Per chi avesse qualche dubbio, sono innumerevoli le immagini, le sequenze, le frasi e i momenti entrati nell'immaginario collettivo (a partire dal meraviglioso incipit, con la morte di Kane mentre regge in mano la palla di vetro), così come gli spunti, le atmosfere e i concetti riutilizzati o citati in seguito da mille altri registi. Alcune curiosità: la sceneggiatura (che valse al film il suo unico premio Oscar) è stata scritta da Welles insieme a Herman J. Mankiewicz, fratello minore di Joseph L. Mankiewicz, a sua volta grande regista e sceneggiatore; la colonna sonora di Bernard Herrmann (anche lui all'esordio come compositore per il cinema e destinato a una grande carriera), considerata molto innovativa per come fonde la musica con le immagini, è stata in gran parte sostituita nell'edizione italiana da brani di musica classica.

9 ottobre 2010

Il nome della rosa (J.J. Annaud, 1986)

Il nome della rosa (Der Name der Rose)
di Jean-Jacques Annaud – Germania/Francia/Italia 1986
con Sean Connery, Christian Slater
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Nel quattordicesimo secolo, ospiti in un isolato monastero benedettino fra le montagne dell'Italia settentrionale, il monaco francescano Guglielmo da Baskerville e il suo novizio Adso da Melk indagano su una serie di morti inspiegabili che potrebbero essere legate a un misterioso testo in greco, nascosto nell'enorme e labirintica biblioteca dell'abbazia. Nell'adattare il fortunato romanzo di Umberto Eco – colmo di dettagli storici, rimandi intertestuali e riferimenti postmoderni, semiotici ed ermeneutici – Annaud sceglie di "volare basso", elimina gran parte delle complessità e delle divagazioni filosofiche, spettacolarizza la vicenda e dà maggior spazio alla trama gialla, evidenziando ulteriormente come il protagonista Guglielmo sia modellato su Sherlock Holmes (lo suggerivano già numerosi indizi, a partire da quel "Baskerville"; il nome, invece, rimanda a Guglielmo da Occam), indagatore razionale, colto e intelligente, la cui fede nell'osservazione e nella logica lo contrappone al fanatismo dell'inquisizione e alle superstizioni degli altri monaci. La vicenda è immersa in un medioevo cupo e disperato, dove povertà e indigenza regnano sovrane e la religione sembra incapace di offrire conforto, anzi è causa essa stessa di tensioni, divisioni e ingiustizie. In un tale scenario, persino la cultura e l'amore devono soccombere. Pur non restituendo la stessa soddisfazione intellettuale che la lettura del libro di Eco forniva, il film è un piacevole thriller che forse andrebbe rivalutato (quando lo vidi la prima volta non mi era affatto piaciuto) e che si lascia apprezzare soprattutto per l'ambientazione storica e l'atmosfera opprimente. Ottima, in ogni caso, la prova del gigione Connery; un po' meno quella dei principali comprimari (Slater, al suo esordio, sembra dotato di una sola espressione; e anche F. Murray Abraham, nei panni dell'inquisitore Bernardo Gui, non brilla più di tanto). Indimenticabili invece i personaggi secondari, una galleria di volti grotteschi e caricaturali fra i quali spiccano Michael Habeck (Berengario), Volker Prechtel (Malachia) e Feodor Chaliapin jr. (il cieco Jorge, personaggio ispirato a Jorge Luis Borges). Michael Lonsdale è l'abate, Ron Perlman è il gobbo Salvatore, mentre Valentina Vargas è la ragazza semiselvaggia e senza nome che si concede ad Adso in una scena di sesso forse sopra le righe (durante la quale, per ottenere dal giovane Slater una recitazione più "autentica", il regista non gli aveva spiegato cosa sarebbe accaduto!).

7 ottobre 2010

Clockers (Spike Lee, 1995)

Clockers (id.)
di Spike Lee – USA 1995
con Mekhi Phifer, Harvey Keitel
***

Visto in DVD, con Martin.

I clockers sono i piccoli spacciatori di droga che trascorrono il loro tempo seduti sulle panchine dei parchi pubblici in attesa di clienti. La giovane testa calda Ronny "Strike" (Phifer), che non ha mai lasciato il proprio quartiere, è uno di loro: il detective Rocco Klein (Keitel) della squadra omicidi sospetta proprio di lui quando si trova a indagare su uno dei tanti episodi violenti che bagnano di sangue le strade di Brooklyn, l'omicidio di uno spacciatore rivale, benché ad autoaccusarsi del delitto sia invece Victor, fratello maggiore di Ronny e apparentemente un uomo con la testa a posto. L'incapacità di Klein di comprendere la cultura in cui vive Ronny (fatta di vita di strada, droga e violenza), unita ai dubbi e al disagio esistenziale dello stesso ragazzo (con il malessere mentale che va di pari passo e si esplicita in un malessere fisico che lo tormenta per tutta la pellicola), darà vita a una catena di sospetti, vendette e tragedie. Uno dei migliori film di Spike Lee, e di certo fra i suoi lavori più complessi e ispirati, questa drammatica pellicola urbana mette in scena un mondo dove la violenza e i rapporti umani formano una rete talmente intricata da rendere confuse e superate le banali divisioni fra buoni e cattivi, bianchi e neri, razzisti e tolleranti, insomma quel manicheismo e quella retorica che avrebbero potuto affossare la storia. È quasi un sequel di "Fa' la cosa giusta", che alla sua uscita era stato criticato perché non menzionava minimamente il problema della droga. Inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo Martin Scorsese (che comunque figura come produttore) e il protagonista doveva essere il detective Klein: quando il progetto è passato a Spike Lee, questi ha deciso di cambiare il punto di vista della vicenda e di scegliere Ronny come personaggio centrale, evidenziandone al massimo gli impossibili sogni di fuga (vedi la metafora dei trenini giocattolo), le illusioni di ricchezza e riscatto, i problemi di coscienza e la crisi d'identità che lo porta a mettere in discussione persino i propri rapporti familiari (che si tratti di veri parenti, come la madre e il fratello Victor, o di surrogati, come il boss Rodney per il quale spaccia droga – una sorta di secondo padre – o il piccolo Tyrone, verso il quale agisce come un fratello maggiore). Straordinaria la fotografia di Malik Hassan Sayeed, dai colori sgargianti e dalle atmosfere iperreali e visionarie. Nel cast anche John Turturro e Delroy Lindo.

4 ottobre 2010

Inception (Christopher Nolan, 2010)

Inception (id.)
di Christopher Nolan – USA 2010
con Leonardo DiCaprio, Ken Watanabe
***

Visto al Medusa Multisala di Rozzano, con Martin, Eliana e Gabriele.

Il tormentato Dom Cobb (DiCaprio) lavora come spia industriale grazie a un fenomenale apparecchio che consente a lui e ai suoi complici di entrare nella mente delle persone mentre dormono, muovendosi in un "sogno condiviso" ed estraendo dal loro subconscio le informazioni desiderate. Ma il potente uomo d'affari Saito (Ken Watanabe) lo assume per portare a termine un incarico ben più difficile: effettuare un "innesto", ovvero impiantare un'idea nella testa di un suo concorrente, facendogli credere che sia invece sorta in modo spontaneo. La vittima designata è Robert Fischer (Cillian Murphy), erede di un potente impero finanziario, che Saito vuole spingere a dividere il gruppo dopo la morte del padre. Della squadra che parte per la missione, oltre a Cobb e allo stesso Saito, fanno parte la giovane Ariadne (Ellen Page) in qualità di architetto dei sogni (ovvero costruttrice di labirinti: nomen omen); Arthur (Joseph Gordon-Levitt), socio e collaboratore di Cobb; il falsario e imitatore Eames (Tom Hardy); e il chimico Yusuf (Dileep Rao). La missione è resa ancora più difficile, oltre che dalla sua complessità (tre livelli di sogni, ciascuno contenuto dentro un altro) e dalle bellicose difese del subconscio di Robert, anche dalle interferenze di Mal (Marion Cotillard), "ombra" della defunta moglie di Cobb e creata dai suoi sensi di colpa (un elemento, questo, che accomuna il personaggio a quello che lo stesso DiCaprio aveva interpretato in "Shutter Island" di Martin Scorsese).

Realizzato dopo una lunga gestazione (il progetto risaliva a dieci anni prima, e pare che sia stato ispirato al regista dalla lettura di alcuni racconti di J. L. Borges), il film è assai complesso e stratificato ma per fortuna non risulta mai confuso: la straordinaria abilità di narratore di Nolan fa sì che lo spettatore abbia sempre ben chiara la situazione, evitando l'impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di eccessivamente illogico o assurdo. Come ha scritto Iosif, "dei film che mostrano e abitano i sogni è forse il meno onirico": una volta accettate le regole del gioco (la cosiddetta sospensione dell'incredulità), la storia si muove su binari solidi e coerenti. Anche per questo motivo, e perché si tratta fondamentalmente di un thriller di spionaggio (seppure sui generis), è inutile fare paragoni con pellicole più visionarie o psicanalitiche come "Se mi lasci ti cancello", "L'arte del sogno", "Paprika" o "Surviving life", che trattano parimenti il tema del viaggio nei sogni o nel subconscio. Non per nulla qui è fondamentale il ruolo dell'architetto, che deve costruire un ambiente il più realistico possibile per ingannare la vittima e non fargli capire di trovarsi in un sogno. Proprio come deve essere un ottimo thriller, la pellicola cattura l'interesse dello spettatore dall'inizio alla fine senza concedere un attimo di tregua, anche se forse non emoziona fino in fondo: proprio l'eccessivo rigore della messa in scena e la solidità dell'impalcatura finiscono per limitare il coinvolgimento emotivo. Si ammira la maestria di Nolan nel gestire un soggetto intricato e ricco di "scatole cinesi", ma il film non ci dice veramente nulla di interessante sul tema dei ricordi o dei sogni.

Naturalmente è da sottolineare l'evidente parallelo fra il funzionamento del mondo dei sogni e il linguaggio del cinema: grazie al montaggio, infatti, anche in un film – proprio come in un sogno – i personaggi possono ritrovarsi di colpo in un ambiente diverso senza che venga mostrato come ci siano arrivati, oppure il tempo può scorrere in maniera alterata o non lineare. Anche per questo motivo è quasi inutile chiedersi se l'intera vicenda narrata in "Inception" sia soltanto un sogno del protagonista (come suggerirebbero alcuni dettagli) o no. In fondo quello che conta è il livello più "esterno" della narrazione: che questo sia un sogno o una sceneggiatura scritta da Nolan, per lo spettatore che differenza fa? Un particolare lascerebbe comunque pensare che alla fine Cobb si ritrovi effettivamente nella "realtà": riesce infatti a vedere finalmente in volto i propri figli, mentre è tipico dei sogni non riuscire mai a portare a termine un'azione anche molto semplice (e infatti, tutte le volte che i figli comparivano durante le sue missioni, il subconscio gli impediva di vederli in volto). Nel ricco cast ci sono parti anche per Pete Postlethwaite (il vecchio Fischer, padre di Robert); Michael Caine (il suocero e mentore di Cobb) e Tom Berenger (Peter Browning, il padrino di Robert e socio di suo padre). Curiosa la scelta di utilizzare la canzone "Non, je ne regrette rien" per il conto alla rovescia prima del risveglio, visto che la Cotillard aveva da poco interpretato proprio un biopic su Edith Piaf. Fra i mille spunti inseriti nel film (persino citazioni da Kubrick – la stanza con il letto del padre di Robert ricorda il finale di "2001" – e da Welles – la girandola in cassaforte è come la slitta di "Quarto potere"), non mancano le paradossali scale di Penrose rese celebri dai dipinti di M. C. Escher: a proposito, nel realizzare la colonna sonora il compositore Hans Zimmer si è sarebbe ispirato, per sua ammissione, proprio al libro di Douglas Hofstadter "Gödel, Escher, Bach".

3 ottobre 2010

Conan il barbaro (John Milius, 1982)

Conan il barbaro (Conan the barbarian)
di John Milius – USA 1982
con Arnold Schwarzenegger, James Earl Jones
**

Rivisto in DVD, con Monica, Andrea ed Elena.

Conan il cimmero, personaggio creato dallo scrittore Robert E. Howard e reso popolare dalle illustrazioni di Frank Frazetta (oltre che dalla serie a fumetti Marvel scritta da Roy Thomas e disegnata da Barry Windsor-Smith e John Buscema), è il character simbolo per eccellenza del genere heroic fantasy, filone narrativo a base di spade e stregoneria, che molta influenza ha avuto anche nello sviluppo dei giochi di ruolo alla "Dungeons & Dragons". Il film che lo ha portato per la prima volta sullo schermo, sceneggiato dallo stesso Milius insieme a Oliver Stone, è anche quello che ha dato per la prima volta ampia notorietà al muscolosissimo Arnold Schwarzenegger, fino ad allora conosciuto soltanto per la sua attività di bodybuilder (pur avendo già recitato in qualche film di scarso successo). La citazione introduttiva di Nietzsche ("Quello che non ci uccide ci rende più forti") mette subito in chiaro qual è la filosofia del personaggio, peraltro ribadita dopo pochi minuti di pellicola ("Qual è il meglio della vita?" – "Schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono, e ascoltare i lamenti delle femmine"). Conan, che proviene da una tribù di barbari del Nord e che vive le sue avventure in un mondo primordiale e fantastico, deve vedersela con lo stregone Thulsa Doom, che ha dato vita a un terribile culto del serpente. Nel cast, caratterizzato dalla presenza di numerosi attori con poca esperienza (Gerry Lopez, che interpreta il ladro Subotai, era un surfista; Sandahl Bergman, la guerriera Valeria, una danzatrice), c'è una breve parte anche per il veterano Max von Sydow nei panni del sovrano che incarica Conan di liberare la propria figlia, una principessa irretita dal perfido mago. Il barbaro accetterà di buon grado di portare a termine questo compito, anche perché proprio Thulsa Doom è colui che ha ucciso i suoi genitori. Il film dunque racconta le origini del personaggio, che erano assenti dai racconti di Howard, ma accenna anche alla sua futura grandezza: Conan è infatti destinato a diventare addirittura un re. Rivisto oggi, il film colpisce in negativo per i molti cliché e per la sua mancanza di ritmo: più che dalle parti dei blockbuster d'azione, siamo da quelle dei peplum storici o mitologici. I numerosi luoghi comuni sono comunque scusabili, visto che è nella natura stessa delle storie di Conan farvi ricorso a piene mani. Degna di nota la colonna sonora, sinfonica e corale, di Basil Poledouris. La pellicola ha avuto un sequel nel 1984, "Conan il distruttore", meno ambizioso e più leggero: nel 2011, invece, dovrebbe arrivare un remake.

29 settembre 2010

Harold e Maude (Hal Ashby, 1971)

Harold e Maude (Harold and Maude)
di Hal Ashby – USA 1971
con Bud Cort, Ruth Gordon
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Giuseppe.

Harold è un giovane ricco, apatico e ossessionato dalla morte: guida un carro funebre, ama partecipare ai funerali degli sconosciuti, e soprattutto mette in atto continui (ed esilaranti) tentativi di suicidio nel vano scopo di attirare l'attenzione della madre (che dal canto suo cerca in ogni modo di pianificare la vita del figlio); Maude, invece, è una vecchietta simpatica ed eccentrica, uno spirito libero che ama sperimentare cose sempre nuove senza lasciarsi ingabbiare dalle regole e dalle costrizioni sociali: "prende in prestito" le vetture altrui, realizza opere d'arte tattili e olfattive, e trapianta gli alberi di città nella foresta. L'incontro fra i due farà scattare la scintilla, con Maude che insegnerà ad Harold a vivere la propria vita con pienezza, a non legarsi alle cose materiali e a riscoprire l'amore e la curiosità per tutto ciò che lo circonda. Un vero e proprio cult movie per coloro che lo hanno visto, questo piccolo film comico e romatico è davvero fuori dal comune. A suo modo trasgressivo già all'epoca in cui uscì (e infatti fu un flop commerciale), lo è a maggior ragione oggi per come mette in scena un'implausibile storia d'amore fra un quasi ventenne e una quasi ottantenne e la condisce con situazioni assurde e paradossali. Eppure l'umorismo macabro, da black comedy britannica (in realtà il film è girato a San Francisco), si sposa perfettamente con la dolcezza e la delicatezza della storia e con la simpatia del personaggi, che hanno alle spalle tragedie che la sceneggiatura lascia solo immaginare (dov'è il padre di Harold? e cosa significa il numero tatuato sul braccio di Maude?). Esilarante, fra le tante, la scena in cui il ragazzo – che ha appena manifestato alla madre il desiderio di sposarsi con Maude – viene "rimproverato" in sequenza dallo zio militare, da uno psicanalista e da un prete, ciascuno con il ritratto del proprio nume tutelare (il Presidente, Freud, il Papa) appeso sulla parete alle sue spalle. Oltre ai due protagonisti, nel cast brilla anche Vivian Pickles nei panni della madre di Harold. Da rimarcare la bella colonna sonora di Cat Stevens, all'epoca non ancora convertitosi all'Islam, con canzoni come "Don't Be Shy" e "If You Want To Sing Out, Sing Out" (quest'ultima cantata anche dai personaggi).

28 settembre 2010

Salita al cielo (Luis Buñuel, 1952)

Salita al cielo (Subida al cielo)
di Luis Buñuel – Messico 1952
con Esteban Márquez, Lilia Prado
**1/2

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Appena sposato, il giovane Oliverio deve rinviare la luna di miele per correre al capezzale della madre malata. Per impedire ai fratelli maggiori di mettere le mani sull'eredità (che la madre vorrebbe destinare invece a un nipote), parte in corriera per raggiungere il notaio di famiglia che abita in una città distante. Il viaggio in autobus sarà lungo e irto di difficoltà, fra strade impervie e maltempo, e si rivelerà una metafora della vita: ci saranno nascite, morti e sesso (Oliverio consumerà a modo suo la prima notte di mozze tradendo la moglie con la seducente Raquel) e saranno messe in luce debolezze e fragilità umane. Come molti film del periodo messicano, anche questo è stato girato da Buñuel in poco tempo e con pochi soldi (improvvisando alcune scene, come quella del funerale della bambina, a causa di problemi organizzativi sorti all'ultimo momento), ma il risultato è di tutto rispetto. E non mancano sequenze surrealiste e tipicamente buñueliane, su tutti quella del sogno a occhi aperti in cui Oliverio fa l'amore con Raquel nell'autobus trasformato in serra, si scopre legato alla madre attraverso la buccia di un frutto che funge quasi da cordone ombelicale, e getta in acqua la moglie. Ben caratterizzati tutti i personaggi della corriera, anche quelli minori, come l'autista del bus o il politico spaccone. Molti interpreti, a partire dal protagonista, erano dilettanti o comunque non destinati a una lunga carriera. Fa eccezione la formosa Lilia Prado nei panni della mangiauomini Raquel, un tipo di personaggio al quale Don Luis guarda sempre con simpatia e senza moralismo.