19 marzo 2010

Gioventù bruciata (Nicholas Ray, 1955)

Gioventù bruciata (Rebel without a cause)
di Nicholas Ray – USA 1955
con James Dean, Natalie Wood
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Eleonora e Marco.

Appena trasferitosi in una nuova città e in una nuova scuola, l'irrequieto Jim – rampollo di buona famiglia con un rapporto problematico con i genitori – cerca inutilmente di tenersi lontano dai guai. Provocato dalla banda di teppisti del liceo, accetta di sfidarne il capo in una corsa automobilistica che si conclude in tragedia: il rivale, rimasto impigliato alla maniglia della portiera, non riesce a tuffarsi fuori dalla vettura e finisce in un precipizio. Ma l'odissea notturna di Jim e dei suoi nuovi amici – la ribelle Judy, ex ragazza del capo della banda, e il timido e tormentato Plato – non è ancora finita... "Rebel without a cause" (il titolo viene da un saggio psichiatrico del 1944) è uno dei tre soli film interpretati da James Dean, e quello che forse più degli altri ha contribuito a crearne il mito e l'icona: rivisto oggi può sembrare un po' datato, ma bisogna considerare che un tema come la ribellione e l'inquietudine giovanile – tredici anni prima del sessantotto! – era abbastanza inedito e scioccante per l'epoca. I protagonisti non provengono infatti dai bassifondi o da situazioni disagiate, come potevano essere i personaggi di pellicole precedenti o contemporanee: sono figli di buona famiglia che si ribellano alle regole della società e ai genitori, i quali non riescono a comprendere le ragioni del loro malessere esistenziale né tantomeno di esserne in gran parte responsabili. Jim cerca infatti inutilmente conforto e sostegno in un padre debole e succube della moglie; a Judy è negato anche l'affetto e la tenerezza, oltre che la comprensione; e Plato, figlio di genitori separati e perennemente assenti, è talmente solo da attaccarsi morbosamente a Jim e di vedere in lui – suo coetaneo! – un padre che il ragazzo non può certo essere. Se la sceneggiatura sottolinea l'intensità della vicenda, che si svolge tutta nell'arco di ventiquattr'ore, e la regia è sempre funzionale allo svolgersi degli eventi, è però importante anche l'uso del colore, iperreale ed espressionistico, con il giubbotto rosso di Jim che risalta in maniera netta ed evidente in ogni scena; della musica, che accompagna in modo forse anche troppo invadente ogni momento drammatico; e del formato panoramico, che il regista esalta con alcune inquadrature oblique. Ma la sequenza che rimane più impressa nella mente dello spettatore è senza dubbio quella della gara di coraggio, insieme realistica e metaforica, con le automobili che sfrecciano verso il precipizio nel buio della notte. Sal Mineo è Plato, Dennis Hopper (al suo primo ruolo importante) è uno dei teppisti, Edward Platt è il poliziotto minorile.

18 marzo 2010

Le sorelle di Gion (K. Mizoguchi, 1936)

Le sorelle di Gion (Gion no shimai)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1936
con Isuzu Yamada, Yoko Umemura
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Umekichi e Omocha sono due sorelle che lavorano come geishe di basso livello nel distretto di Gion, il quartiere dei piaceri di Kyoto. Pur condividendo la stessa professione, hanno modi assai diversi di rapportarsi con gli uomini: la maggiore, Umekichi, è una geisha tradizionale e prova forti sentimenti di lealtà nei confronti dei suoi clienti, al punto da sentirsi in obbligo di accogliere in casa propria – nonostante le difficoltà economiche – il suo vecchio "patrono", Furusawa, che un tempo era un ricco commerciante e ora è caduto in disgrazia. La minore, Omocha, disprezza invece gli uomini e il modo in cui essi le trattano, ovvero come semplici oggetti di piacere. Perciò decide di ingannarli a sua volta: complotta per costringere Furusawa ad andarsene, lasciandogli credere che Umekichi non lo desideri più in casa e che stia cercando un nuovo protettore, mentre lei stessa si prende gioco dell'amore del giovane Kimura, commesso in una fabbrica di kimono, facendo di tutto per sedurre invece Kudo, l'anziano e ricco proprietario del negozio. Ma il suo comportamento manipolatore e lo sprezzo dei sentimenti altrui finirà per scatenare la vendetta di Kimura, mentre anche la sorella Umekichi rimarrà da sola quando Furusawa – richiamato dalla moglie – non ci penserà un attimo ad abbandonarla. Nonostante le loro differenze, nel finale le sorelle si ritroveranno dunque di nuovo insieme, sole e umiliate. Qualsiasi cosa le donne facciano, è l'amara conclusione di Omocha, sono destinate a soffrire e ad essere sfruttate dagli uomini. E mentre Umekichi si vanta di avere almeno reso Furusawa felice, e per questo di poter andare in giro a testa alta, la pellicola si conclude con il commovente pianto di Omocha, che grida tutta la sua rabbia contro l'esistenza stessa delle geishe. Come nel precedente "Elegia di Osaka", anche la seconda collaborazione fra Mizoguchi e lo sceneggiatore Yoshikata Yoda affronta dunque in chiave realista e contemporanea il tema della donna vittima del potere e della sopraffazione in una società patriarcale e mercantile. La novità è però costituita dal presentare due diverse protagoniste, portatrici di due differenti filosofie femminili: una più tradizionale, amorevole e all'insegna del disinteresse, l'altra più emancipata, cinica ed egocentrica, ma comunque destinata alla sconfitta. Siamo quasi di fronte a uno sdoppiamento della classica eroina mizoguchiana nelle sue due anime fondamentali: la donna che si sacrifica per l'uomo (non ricevendo nulla in cambio) e quella che si ribella alla società (tentando un impossibile rovesciamento dei ruoli). Stilisticamente è interessante l'incipit, con una lunga carrellata laterale attraverso gli ambienti della casa di Furusawa, dove è in corso una vendita all'incanto di tutti i suoi mobili. Inoltre sono assai numerosi i piani sequenza: Mizoguchi ricorre raramente agli stacchi e preferisce una sorta di "montaggio interno", collocando i suoi personaggi in una stanza e lasciandoli spostare e interagire fra loro a seconda delle posizioni e dei movimenti (esemplare, a questo proposito, la scena in cui Kudo fa visita per la prima volta a Omocha).

17 marzo 2010

Terra di mezzo (M. Garrone, 1996)

Terra di mezzo
di Matteo Garrone – Italia 1996
con Pascal, Ahmed Mahgoub
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Attraverso tre episodi ambientati alla periferia romana e narrati con stile semidocumentaristico, Garrone illustra la vita e le difficoltà di alcuni immigrati extracomunitari che cercano di sbarcare il lunario in Italia come possono, fra lavori precari e l'attesa di migliori opportunità, confinati ai margini della società, senza speranza di una vera integrazione ma senza rinunciare al tentativo di sopravvivere in un mondo che sembra escluderli o accorgersi di loro soltanto per sfruttarli. In "Silhouette", alcune prostitute nigeriane si vendono lungo la cintura periferica di Roma. In "Euglen & Gertian", operai e muratori albanesi si prestano a eseguire lavoretti di ogni tipo, naturalmente in nero e sottopagati. In "Self service", un egiziano di mezza età lavora di notte come benzinaio abusivo presso una stazione di servizio. Lo sguardo attento e incisivo di Garrone, il sonoro in presa diretta, una sceneggiatura che non drammatizza la realtà ma si limita a riprodurla e la caratterizzazione efficace dei personaggi da parte di "non attori" che interpretano di fatto sé stessi rendono la pellicola un quadro sociale che non risulta mai didascalico o accondiscendente. Il regista ha potuto finanziare il resto del film grazie al primo episodio che – presentato come cortometraggio a sé stante – aveva vinto un premio a un festival organizzato da Nanni Moretti.

16 marzo 2010

Galaxy Quest (Dean Parisot, 1999)

Galaxy Quest (id.)
di Dean Parisot – USA 1999
con Tim Allen, Alan Rickman, Sigourney Weaver
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Un gruppo di attori televisivi in declino, celebri per aver interpretato decenni prima il telefilm fantascientifico a basso budget "Galaxy Quest", sbarca ora il lunario grazie ad apparizioni come ospiti d'onore alle convention dei fan della serie o lavoretti di quart'ordine come testimonial pubblicitari. Ma i thermiani, autentici extraterrestri che hanno captato le trasmissioni televisive e che – non conoscendo il concetto di finzione – hanno creduto che si trattasse di "documenti storici", giungono sulla Terra per chiedere il loro aiuto nella lotta contro un crudele tiranno galattico. Catapultati nello spazio a bordo di un'astronave identica in tutto e per tutto a quella in cui erano abituati a recitare (gli alieni l'hanno ricostruita perfettamente, basandosi sulle puntate del telefilm!), dovranno dimostrare di essere all'altezza dei ruoli che li hanno resi famosi. Non credo di sbagliare dicendo che "Galaxy Quest" è probabilmente il miglior film di "Star Trek" mai girato! Anche se ufficialmente la pellicola non è legata alla franchise creata da Gene Roddenberry, ne è contemporaneamente una satira e un affettuoso omaggio che parodizza non solo la serie televisiva (guardando con tenerezza a tutte le sue ingenuità) ma anche e soprattutto il fandom che le gira attorno, un fenomeno che negli Stati Uniti ha ormai assunto proporzioni inimmaginabili: "Star Trek", per i moltissimi appassionati che affollano le convention, è quasi una religione, e i suoi adepti (i "trekkies", che nel film diventano i "questoidi") prendono maledettamente sul serio ogni dettaglio dello show. Il film di Parisot, comunque, non si limita a farsene gioco ma ne esalta anche lo spirito e la passione, trasformandoli in eroi che contribuiscono a salvare la situazione grazie alla conoscenza enciclopedica di tutti i dettagli tecnici e fittizi dell'universo trekkiano.

Pur godibile per proprio conto (regia ed effetti speciali sono solidi e funzionali, gli attori sono autoironici e davvero in parte, la sceneggiatura non lascia un attimo di respiro), il divertimento è maggiore se ci si rende conto che ogni elemento di "Galaxy Quest" può essere ricondotto a uno di "Star Trek", a partire dai personaggi/attori. Jason Nesmith (il comandante Taggart, interpretato da un Tim Allen vanesio e impulsivo) è ovviamente William Shatner, ovvero il capitano Kirk; Alexander Dane (il dottor Lazarus, l'ufficiale scientifico extraterrestre interpretato da uno straordinario Alan Rickman) è Leonard Nimoy, e dunque il signor Spock; Gwen De Marco (il tenente Madison, l'addetta alle comunicazioni il cui unico compito è ripetere pari pari quello che dice il computer), impersonata da una Sigourney Weaver in grande forma fisica e lontana anni luce dal ruolo fantascientifico che l'aveva resa famosa (la Ripley di "Alien", tanto dura e mascolina quando Madison è una bambola bionda), è l'alter ego di Nichelle Nichols, il tenente Uhura; il flemmatico Tony Shalhoub/Fred Kwan, il tecnico Chen, ricorda naturalmente Scotty, il capo ingegnere dalle mille risorse; il giovane Daryl Mitchell, alias Tommy Webber/tenente Laredo, il pilota della nave, rappresenta lo stereotipo del ragazzino come il Wesley Crusher di "Next Generation"; Sam Rockwell/Guy, infine, è la comparsa che interpreta il membro dell'equipaggio che muore nei minuti iniziali di ogni episodio per mostrare agli spettatori quanto sia pericolosa la situazione: nel gergo di "Star Trek" queste vittime sacrificali sono chiamate "redshirt", in quanto indossavano sempre una tutina rossa (a differenza di quelle gialle o blu sfoggiate dai personaggi principali come Kirk o Spock). Ma anche l'astronave (la NSEA Protector, che rimanda sin dal nome alla USS Enterprise), con la sua struttura (il ponte di comando, la sala macchine, il teletrasporto), la tecnologia (i comunicatori, la fonte di energia con la sfera di berillio al posto dei cristalli di dilitio, i meccanismi di autodistruzione che si fermano solo quando manca un secondo, ma anche gli assurdi cunicoli – come quello con i pistoni – che sembrano esistere solo per esigenze degli sceneggiatori della serie tv ma che naturalmente gli alieni hanno riprodotto pari pari senza nemmeno chiedersi il perché), l'ambientazione (la superficie del pianeta sul quale sbarcano i nostri eroi, con tanto di mostro da combattere da parte di Taggart, che rimane a petto nudo come capitava sempre anche a Kirk) e in generale il mood della serie (lo stile di recitazione, le scenografie "povere", il tema musicale) ricordano talmente "Star Trek" da far sorgere il dubbio che la sceneggiatura fosse stata scritta con l'intenzione di scritturare davvero Shatner & co., e che solo in un secondo momento – magari per obiezioni dei produttori, o per il timore di scatenare l'ira dei fan – si sia ripiegato su personaggi fittizi. Una situazione, per intenderci, paragonabile a quella del "Watchmen" di Alan Moore, che inizialmente avrebbe dovuto essere una storia sui vecchi personaggi della Charlton e solo in un secondo tempo si è trasformata in un'opera sugli archetipi supereroistici universali. Oltre alle battute, alle strizzatine d'occhio e alle numerose occasioni di divertimento, non mancano momenti toccanti come quando Alexander, tenendo fra le braccia l'alieno morente che aveva sempre idolatrato il suo personaggio, recita con grande intensità e commozione la frase che lui – da consumato attore scespiriano – aveva sempre odiato e reputato stupida: "Per il martello di Grabthar!".

14 marzo 2010

Shutter Island (M. Scorsese, 2010)

Shutter Island (id.)
di Martin Scorsese – USA 2010
con Leonardo DiCaprio, Ben Kingsley
***

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nel 1954, l'agente federale Teddy Daniels sbarca con un collega su un'isola al largo di Boston che ospita una sorvegliatissima prigione-manicomio per criminali folli e violenti. Qui dovrà indagare sulla misteriosa scomparsa di una detenuta, ma anche sulle strane pratiche compiute dai medici, che Teddy sospetta effettuare esperimenti sui pazienti ai limiti della legalità e con la complicità delle alte sfere, non dissimili da quelli dei nazisti nei campi di concentramento. Proprio gli orrori di Dachau, ai quali aveva assistito durante la guerra, uniti al trauma della morte della moglie in un incendio a opera di un piromane – che, guarda caso, è ospitato nella struttura – metteranno a rischio la salute mentale del protagonista, in un crescendo di paranoia e di allucinazioni. Con una confezione sontuosa come al solito (splendida, in particolare, la fotografia di Robert Richardson), una regia solida e ottime interpretazioni (oltre all'intenso DiCaprio, ci sono Mark Ruffalo nei panni del suo partner, Ben Kingsley come direttore del manicomio e Max von Sydow è il medico di origine tedesca; il piromane sfregiato non è De Niro, come mi era parso a prima vista, ma Elias Koteas), Scorsese sforna un thriller dalle venature horror sulla follia, la violenza, la perdita di identità e la rimozione del dolore, che ha forse il difetto di essere un po' lungo, a tratti didascalico ed eccessivamente prevedibile. I colpi di scena nel finale, infatti, non possono sorprendere uno spettatore pronto a cogliere i tanti dettagli che vengono suggeriti in precedenza, talora anche esplicitamente. Bello comunque il controfinale risolutivo, all'insegna della frase "Cos'è peggio: vivere da mostro o morire da uomo per bene?". A sostenere il film c'è comunque anche una bella ambientazione: l'isola-microcosmo è quasi protagonista alla pari di DiCaprio, un'isola fisica e psicologica insieme, con i suoi padiglioni, le costruzioni, le scogliere e il faro, separata dal resto del mondo e sconvolta dalla furia della natura (le onde, il tornado). Anche la collocazione temporale negli anni cinquanta, con i continui flashback sugli orrori della guerra che si fondono ai traumi personali, contribuisce a dar vita a un'atmosfera torbida e ossessiva che può ricordare altri classici del cinema americano sulla follia, come "Il corridoio della paura" di Samuel Fuller. E nonostante alcuni echi hitchcockiani, la riflessione sulla natura violenta dell'uomo è tipicamente scorsesiana.

13 marzo 2010

Mystery men (Kinka Usher, 1999)

Mystery men (id.)
di Kinka Usher – USA 1999
con Ben Stiller, William H. Macy
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Capitan Amazing (Greg Kinnear), il supereroe di Champion City, ha un problema: tutti i suoi nemici sono ormai morti o in galera, e gli sponsor iniziano a tirarsi indietro perché non ha più imprese grandiose da compiere. In cerca di nuove occasioni per accrescere la propria popolarità, fa così uscire dal manicomio il perfido supercriminale Casanova Frankenstein (Geoffrey Rush): ma questi lo coglie alla sprovvista e riesce a catturarlo. A salvare la città dovrà allora intervenire un gruppo di scalcinati supereroi dilettanti: Mister Furioso (Ben Stiller), il cui potere consiste... nell'arrabbiarsi; lo Spalatore (William H. Macy), il migliore con una pala!; Blue Raja (Hank Azaria), maestro di posateria e lanciatore di forchette; il Ragazzo Invisibile (Kel Mitchell), che riesce a scomparire solo se nessuno lo guarda; la Puzzola (Paul "Pee-Wee Herman" Reubens), dotato di un peto sovrumano; e la Bocciofila (Janeane Garofalo), che conserva il teschio di suo padre in una palla da bowling (ma non ce l'ha messo lei, "sono stati quelli del negozio di articoli sportivi"). Guidati dalla "terribilmente misteriosa" Sfinge (Wes Studi), maestro nell'elargire massime dai significati più o meno profondi ("se dubiti dei tuoi poteri, darai potere ai tuoi dubbi"), ed equipaggiati con le armi "non letali" ideate dal folle Dottor Heller (Tom Waits), questi "uomini misteriosi" sconfiggeranno – non senza qualche difficoltà – il terribile nemico. Clamoroso flop al botteghino nonostante i nomi coinvolti (nel ricchissimo cast figurano anche Claire Forlani, Lena Olin e Eddie Izzard) e il dispendio considerevole di risorse (le scenografie ricordano il Batman di Tim Burton e gli effetti speciali sono di tutto rispetto), nonché unico film diretto finora da un regista di spot pubblicitari, questa scombinata parodia del genere supereroistico è in realtà abbastanza divertente se la si guarda con il cervello spento e con una sincera predisposizione verso le continue battute, le trovate demenziali, i superpoteri surreali (memorabile la sequenza in cui i nostri eroi, per reclutare nuovi membri per il loro gruppo, fanno un'audizione a tutti gli aspiranti eroi della città: mi ha ricordato le scene analoghe che si incontrano talvolta nella serie "Legion of Super Heroes" della DC Comics. A proposito, chi si ricorda la parodia che ne fece il geniale Aragones nell'albo "Sergio Aragones Destroys DC"?) e lo sprezzo del ridicolo che tutti gli attori manifestano a più riprese. Il film è liberamente tratto da una serie a fumetti, "Flaming Carrot", ma gli adattatori, a quanto pare, si sono presi molte libertà.

12 marzo 2010

Alice in Wonderland (C. M. Hepworth, 1903)

Alice in Wonderland
di Cecil M. Hepworth e Percy Stow – Gran Bretagna 1903
con May Clark, Mrs. Hepworth
***

Visto su YouTube.

È la prima versione cinematografica in assoluto di "Alice nel paese delle meraviglie". L'unica copia esistente (circa 8 minuti, all'epoca si trattava del film inglese più lungo mai prodotto!), conservata negli archivi nazionali del British Film Institute, è purtroppo gravemente danneggiata e ne mancano alcune parti. Il BFI l'ha restaurata e le ha restituito le originali tinte di colore. Nel film vediamo Alice seguire il coniglio nella sua tana, rimpicciolire e aumentare le proprie dimensioni, prendere il té con il Cappellaio Matto e la lepre marzolina, assistere alla parata della Regina di Cuori, e infine svegliarsi di nuovo nel nostro mondo. Naturalmente, vista l'età del film, è assente qualsiasi movimento di camera: la regia consiste in poco più che nella coreografia e nella direzione degli attori. Tuttavia, il risultato è notevole e in particolare i costumi (come quello del coniglio o della lepre marzolina) ma soprattutto gli effetti speciali (Alice che cambia dimensioni, il gatto del Cheshire – un vero gatto, fra l'altro – che appare e scompare) sono davvero convincenti per un'epoca così pionieristica (anche se Méliès sperimentava già da tempo). Le didascalie sono relativamente poche, e molti passaggi possono risultare poco chiari a un pubblico che non conosca già la storia: il film è più illustrativo che narrativo, come era la consuetudine dell'epoca. L'attrice che interpreta Alice, all'epoca quattordicenne, è apparsa in diversi film fra il 1900 e il 1907, ed è morta a 95 anni nel 1984! La Regina di Cuori era invece la moglie di Hepworth (produttore, co-regista e direttore della fotografia), il che lega questo film a quello di Tim Burton (ricordo infatti che Helena Bonham Carter, che ha interpretato la Regina Rossa nel 2010, è la moglie di Tim). Sempre Mrs. Hepworth recita sotto il costume del coniglio bianco, Hepworth stesso è il guardiano con la testa di rana, mentre il gatto del Cheshire era il gatto di famiglia! Le carte da gioco sono infine impersonate da un gran numero di attori bambini.

Alice in Wonderland (W.W. Young, 1915)

Alice in Wonderland
di W.W. Young – Gran Bretagna 1915
con Viola Savoy
**

Visto in divx.

Il terzo adattamento del libro di Lewis Carroll per il cinema (dopo quelli del 1903 e del 1910) è anche il primo a disporre di una lunghezza superiore a un singolo rullo di pellicola. Con quasi un'ora di durata, e dunque tempi meno compressi, il film può raccontare le avventure di Alice nel paese delle meraviglie con maggiore fedeltà e anche con più calma, come dimostra il bellissimo incipit nel quale la bambina passeggia per la campagna in compagnia della sorella maggiore, e prima di addormentarsi incontra molti animali (fra cui un coniglio e un gatto) che torneranno trasfigurati nel suo sogno. La struttura del film è essenzialmente episodica, e le sequenze rappresentate sono praticamente tutte quelle del libro (in altre versioni cinematografiche, come in quella animata della Disney, ne mancano invece molte): la sala delle porte, la convention degli animali, la visita alla casa del coniglio, l'incontro con il bruco e la recita della poesia "You are old, father William", la zuppa della Duchessa, il gatto del Cheshire, la corte della Regina di Cuori e la partita di croquet, la Finta Tartaruga, la quadriglia delle aragoste, il processo al Fante di Cuori. Curiosamente è assente proprio una delle scene più celebri, il té con la lepre marzolina e il Cappellaio Matto, ma forse si tratta di una parte andata perduta, visto che alla fine del secondo rullo Alice dichiarava di voler appunto andare a far visita alla lepre, e che poi il Cappellaio ricompare durante il processo. L'estetica del film deve molto all'iconografia classica. Tecnicamente la cosa più interessante sono le maschere e i costumi da animali indossati dagli attori. Rispetto alla versione del 1903 c'è ovviamente una maggior profondità di campo e più cura nei dettagli, ma anche più staticità e un minor dispiego di effetti ottici, quasi inesistenti (mancano, in particolare, tutte le sequenze in cui Alice cambia dimensioni). Le didascalie sono numerose, il che permette di dare spazio anche alla vena poetica e ai paradossi linguistici di Carroll ma rallenta a volte l'azione in modo eccessivo. L'attrice protagonista è decisamente più attraente rispetto a quella del 1903: si tratta di Viola Savoy, all'epoca quindicenne e piuttosto popolare come baby diva. Aveva già recitato in oltre un centinaio di film, ma all'epoca di "Alice" era praticamente a fine carriera (!).

11 marzo 2010

Alice in Wonderland (Tim Burton, 2010)

Alice in Wonderland (id.)
di Tim Burton – USA 2010
con Mia Wasikowska, Johnny Depp
*

Visto al cinema Arcobaleno (in 3D), con Giovanni, Rachele, Ginevra, Paola e Stefano.

Dopo tredici anni, Alice – ormai cresciuta – fa ritorno nel paese delle meraviglie, dove combatterà al fianco dei suoi vecchi amici (a partire dal Cappellaio Matto) contro la Regina Rossa e il suo Jabberwocky (non riesco a ricordarmi come è stato tradotto in italiano, mi dispiace). Se visivamente questa rilettura/sequel disneyano-burtoniana del classico di Carroll ha i suoi buoni momenti (le scenografie sono sicuramente la cosa migliore, e valgono da sole la visione), come operazione nel suo complesso si rivela, alla resa dei conti, una delusione. Il mondo fantastico e onirico creato da Carroll era tutto all'insegna del nonsense, del paradosso e di una follia anarchica che stravolgeva le consuetudini sociali e i comportamenti logici, calando la protagonista e la sua ragionevolezza vittoriana in un mondo incoerente e sovversivo. Qui, invece, si sono eliminate le metafore, il caos e l'odissea psichedelica, e si è cercato di ingabbiare il tutto in un'avventura lineare e imperniata sui consueti canoni del cinema hollywoodiano, con tanto di divisione fra buoni e cattivi, un destino eroico da compiere e uno scontro finale in stile fantasy con il nemico, con risultati banalotti e rinunciando di fatto a quegli elementi eccentrici e assurdi che rendevano unica e preziosa la storia di Alice. Un'altra dimostrazione, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che l'anticonformismo di Burton è sempre stato solo di facciata. Se l'inizio del film fa ben sperare, e tutta la prima parte fino alla caduta nel buco sotterraneo è bella e convincente, la pellicola si trasforma poi in una sorta di "Ritorno a Oz" (d'altronde i racconti di Baum, rispetto a quelli di Carroll, sono sicuramente di gusto più americano e meno europeo). E visto che storia e personaggi diventano presto irriconoscibili (persino lo stregatto è "inquadrato" e arruolato al servizio del bene!), di Carroll rimangono soltanto i giochi di parole, peraltro in gran parte decontestualizzati e annacquati da una versione italiana che dà un lato si rifà al cartone animato del 1951 e dall'altra ricorre ad alcune traduzioni infelici: si veda per esempio la poesia del Jabberwocky, che recitata in quel modo dal Cappellaio impedisce persino allo spettatore di soffermarsi a riflettere sulle singole parole, che sembrano un'accozzaglia di termini senza alcun senso (e invece il senso, per quanto diverso, c'è). Nella versione originale il film può contare su voci del calibro di Alan Rickman (il brucaliffo), Stephen Fry (lo stregatto), Christopher Lee (il Jabberwocky). Fra gli attori in "carne e ossa", invece, oltre a Depp nei panni del Cappellaio (il cui ruolo viene ingigantito a dismisura, e che nel finale si esibisce in un'imbarazzante "deliranza"), si riconoscono Helena Bonham Carter (la regina rossa, forse il personaggio migliore di tutta la pellicola), Anne Hathaway (la regina bianca, che invece è piuttosto insulsa) e Crispin Glover (il fante di cuori). Il 3D mi è parso avere più senso narrativo e filmico qui che in "Avatar", visto che contribuisce a rendere tangibile e materiale un ambiente circostante fantastico e visionario. Un altro sequel (non di Burton) nel 2016.

10 marzo 2010

Battlefield baseball (Y. Yamaguchi, 2003)

Battlefield baseball (Jigoku Koshien)
di Yudai Yamaguchi – Giappone 2003
con Tak Sakaguchi, Atsushi Ito
*1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il preside del liceo Seido sogna che la squadra della sua scuola raggiunga le finali del torneo studentesco di baseball, che si svolgono nel leggendario stadio Koshien. Ma sulla sua strada dovrà affrontare la terribile squadra del liceo Gedo, i cui giocatori hanno l'aspetto di mostri disumani che letteralmente smembrano e uccidono brutalmente gli avversari, trasformando il terreno di gioco in un campo di battaglia. Per fortuna un nuovo studente, Jubeh, è dotato di formidabili capacità atletiche: grazie al suo "baseball da combattimento" (e all'aiuto di alcuni compagni ritornati dalla morte o trasformati in cyborg), i crudeli nemici verranno sconfitti. Una discreta scemenza, ispirata a un manga (e infatti lo stile e l'estetica sono tipicamente da fumetto) che mescola il genere sportivo con quello di combattimenti, aggiungendovi ironia a tinte splatter e horror. Estremo, demenziale, incoerente, surreale, irriverente: ma purtroppo anche poco divertente, nonostante l'accumulo di situazioni assurde e di trovate sopra le righe riesca a stimolare una sospensione dell'incredulità che permette se non altro di apprezzare la totale mancanza di gusto e di senso critico degli autori. Di "vero" baseball se ne vede pochino, e il film si incentra soprattutto su arti marziali, atti di teppismo e rivalità scolastiche, con la tipica retorica del genere e molti luoghi comuni rivisitati con piatta ironia e intenzionale stupidità. La gag migliore è nel finale, quando si scopre che il narratore dell'intera pellicola era un cane. Solo per gli amanti del trash.

9 marzo 2010

Man on the moon (M. Forman, 1999)

Man on the moon (id.)
di Miloš Forman – USA 1999
con Jim Carrey, Danny DeVito
***1/2

Rivisto in DVD, con Giuseppe, Giovanni e Rachele.

Andy Kaufman è stato un comico americano (anche se lui non si definiva tale, bensì showman – per la precisione "song and dance man" – e si vantava di non aver mai dovuto raccontare una barzelletta per far ridere il pubblico), divenuto celebre per la capacità di disorientare gli spettatori con comportamenti e messinscene ai limiti della provocazione e un umorismo incompreso e alternativo. Fra litigi in diretta (dove non era facile capire se gli insulti fossero fasulli o meno), spettacolari incontri di wrestling (per lo più contro donne, ma anche contro veri lottatori), sfoggio di personalità multiple (la più celebre era il cantante litigioso e volgare Tony Clifton, interpretato a volte anche dall'amico Bob Zmuda in modo da lasciar credere che si trattasse di un personaggio reale) e performance spiazzanti per l'apparente assenza di comicità (durante uno spettacolo arrivò a leggere ad alta voce "Il grande Gatsby" di Scott Fitzgerald per intero), ha diviso le platee degli anni settanta e ottanta, trovando modi sempre nuovi per sorprendere il pubblico. Artista originale ed eclettico, da lui era lecito aspettarsi di tutto, al punto che non pochi hanno dubitato della sua morte per un tumore ai polmoni nel 1984, all'età di soli 35 anni, e ritengono che sia ancora vivo e nascosto sotto una falsa identità, proprio come quell'Elvis Presley del quale faceva un'eccellente imitazione a inizio carriera. Da noi era noto per la sua partecipazione (controvoglia) alla sitcom "Taxi" nel ruolo di Latka, ingenuo meccanico immigrato che potrebbe aver ispirato il "Borat" di Sacha Baron Cohen. L'ottimo Forman, specializzato in biografie di personaggi geniali ed eccentrici (da "Amadeus" a "Larry Flint"), ne racconta la vita con un bel film che è al contempo un omaggio sincero e commovente all'artista e un ritratto dissacratorio dello show business dell'epoca, e si affida completamente all'estro di Jim Carrey: l'attore, grande fan di Kaufman e nato il suo stesso giorno, il 17 gennaio, dimostra una volta di più di essere – quando vuole – un interprete di altissimo livello.

Ma chi era il vero Kaufman e qual era la sua personalità più autentica? È difficile stabilirlo, visto che l'anticonformista Andy era una miniera di contraddizioni: oscillava tra una maschera aggressiva e l'amore per la meditazione trascendentale, e lasciava che la finzione dominasse continuamente anche la sua vita privata. E dunque la pellicola non può che incentrarsi soprattutto sulla sua carriera artistica, di cui ripropone i principali momenti clou, ricostruendoli con grande cura (provate a confrontare le scene del film con gli spezzoni del vero Kaufman su YouTube, per esempio le sue memorabili apparizioni televisive), e nel finale rende omaggio al mito della sua "finta morte" mostrando un'esibizione di Tony Clifton (che canta "I will survive"!) avvenuta un anno dopo la sua dipartita. Effettivamente, anche nella realtà Clifton è comparso in pubblico dopo il 1984, ma si suppone che sotto i suoi panni si celasse Bob Zmuda (che invece Forman inquadra tra la folla) o addirittura il fratello di Andy, Michael. Geniale anche la scena iniziale, nella quale Kaufman/Carrey annuncia che il film è venuto male perché "tutte le cose più importanti della mia vita sono state cambiate per motivi drammaturgici" e che pertanto il film è già finito, invitando gli spettatori ad andarsene mentre scorrono i titoli di coda, accompagnati dal disco con la sigla del telefilm di Lassie. Dopo alcuni secondi di schermo buio, si riaffaccia dal bordo dell'inquadratura e spiega che lo ha fatto per sbarazzarsi di coloro che comunque non lo avrebbero apprezzato: ora il film può davvero cominciare. Numerosi personaggi che hanno conosciuto Kaufman recitano nella parte di sé stessi (da David Letterman al wrestler Jerry Lawler, da Christopher Lloyd a Paul Shaffer) o in ruoli minori (l'agente George Shapiro, lo stesso Bob Zmuda). Il cast comprende anche Danny DeVito, Courtney Love e il bravissimo Paul Giamatti nei panni della spalla di Andy. Il titolo del film è lo stesso della canzone che i R.E.M. hanno dedicato a Kaufman (e alle teorie del complotto).

7 marzo 2010

L'isola (Kim Ki-duk, 2000)

L'isola (Seom)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2000
con Seo Jeong, Kim Yu-seok
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, in originale con sottotitoli.

Il primo film di Kim Ki-duk ad aver ottenuto una certa notorietà in occidente (venne presentato al Festival di Venezia) gode di un'ambientazione particolarmente suggestiva: un lago dalle acque calme e scure sul quale galleggiano piccole casette a disposizione dei pescatori o di uomini che, per qualche motivo, vogliono nascondersi dalla legge o dalla società. A gestire questa strana riserva di pesca è Hee-jin, una donna muta (o comunque che rifiuta di parlare) che accompagna con la propria barca i clienti fino alle case, li rifornisce di ami e di esche, e procura loro – se lo richiedono – persino compagnia femminile, portando fin lì giovani prostitute o concedendo talvolta anche sé stessa. Fra lei e Hyun-shik, un uomo forse in fuga dopo aver commesso un delitto (come suggerisce la sequenza del suo sogno), nasce un'attrazione che li unirà attraverso la solitudine, l'ossessione, il sesso e il sangue. Rispetto ai film precedenti del regista coreano, con i quali condivide peraltro molti spunti (l'isolamento dei personaggi, che qui è addirittura letterale, con le case galleggianti che simboleggiano l'atomizzazione della società moderna e la difficoltà nell'instaurare rapporti sinceri; l'incomunicabilità e il mutismo; la crudeltà e la violenza; il sesso come sopraffazione; gli scherzi del destino, come nella scena dell'annegamento della giovane prostituta), "L'isola" rappresenta un notevole passo avanti verso un cinema più estremo ed esplicito nella forma e nei contenuti, ma al contempo anche più ricco di metafore e di significati (il lago come l'inconscio, dove nascondere cadaveri e colpe che prima o poi torneranno a galla), e si fa ricordare in maniera indelebile per le numerose scene scioccanti o controverse (come le crudeltà sugli animali: pesci mutilati e poi ributtati in acqua, uccellini annegati, rane scuoiate). La narrazione procede invece in maniera lenta e contemplativa, sullo sfondo di uno scenario dominato dalla natura e dal tempo (vediamo il lago immerso nella nebbia, illuminato dal sole, avvolto dalla notte, spazzato dalla pioggia e dal vento). Al centro di tutto c'è il rapporto fra l'uomo e la donna, vero motore – a volte irrazionale e impulsivo – di ogni azione dei personaggi. Fra Hee-jin e Hyun-shik, figure "anfibie" e sfuggenti, misteriose e senza un passato, sorge una strana affinità che si esplicita nelle due scene parallele in cui entrambi si mutilano con gli ami da pesca (l'uomo infilandoseli in bocca, la donna nella vagina) e si fanno "pescare" con la canna l'uno dall'altra, che poi pazientemente estrae i ganci di metallo (i quali, appoggiati a terra ancora insanguinati, formano un cuore: un'immagine di improvvisa tenerezza che fa il paio con quella in cui la coppia, mentre ridipinge di giallo la casetta galleggiante, incrocia i pennelli come a simulare un bacio appassionato). Anche la scena finale ha un valore simbolico: il cespuglio di canne nel quale l'uomo si nasconde si trasforma nei peli pubici della donna, ritratta nella sua barca semisommersa in un'immagine che ricorda il dipinto "Ophelia" di Millais. Ottima la regia, che con l'aiuto di una fotografia incisiva e multiforme riesce a creare in maniera assai originale un'atmosfera onirica e avvolgente.

6 marzo 2010

Dragon fist (Lo Wei, 1979)

Dragon fist (Long quan)
di Lo Wei – Hong Kong 1979
con Jackie Chan, Nora Miao
**

Rivisto in VHS, in inglese.

Girato agli inizi del 1978 insieme a "Karate ghostbuster" e poi messo da parte per le difficoltà economiche degli studi di Lo Wei, questo film fu distribuito solo l'anno seguente, quando Jackie Chan era ormai diventato una star grazie alle pellicole dirette da Yuen Woo-ping ("Snake in the eagle's shadow" e "Drunken master"). Nonostante il regista torni a ingabbiare Jackie in un ruolo "serio", senza concedere spazio alle sue improvvisazioni e alle sue divagazioni comiche, il film non è certo fra i peggiori che l'attore ha girato mentre era sotto contratto con lui. La trama prende le mosse dal classico tema della vendetta, anche se poi se ne discosta: Jackie è infatti il discepolo di un maestro di kung fu che viene ucciso da un malvagio rivale di un'altra scuola. Dopo aver promesso alla vedova e alla figlia (Nora Miao) del defunto maestro di vendicarlo ed essersi addestrato per tre anni, il protagonista scopre che il nemico, pentitosi delle sue azioni, si è tagliato una gamba per fare ammenda e non è più in grado di combattere. La situazione si complica ulteriormente quando Jackie – per procurarsi una preziosa medicina necessaria alla vedova del suo maestro – accetta di mettere le proprie capacità marziali al servizio di una gang di banditi. Quando se ne renderà conto, per sconfiggerli dovrà unire le forze con l'uomo che ha sempre odiato. Come nei precedenti film di Lo Wei, dunque, non mancano colpi di scena, tradimenti e capovolgimenti inattesi di alleanze e rivalità, ma stavolta il tutto è amalgamato con un certo equilibrio e i personaggi non vanno troppo sopra le righe. Inoltre le capacità atletiche di Jackie Chan sono ormai mature, e dunque il film – pur con qualche ingenuità nella prima parte – si lascia vedere con piacere e può essere considerato propedeutico agli imminenti successi di pubblico e di critica che l'attore avrebbe riscosso negli anni successivi.

5 marzo 2010

Il diavolo è femmina (G. Cukor, 1935)

Il diavolo è femmina (Sylvia Scarlett)
di George Cukor – USA 1935
con Katharine Hepburn, Cary Grant
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Per accompagnare il padre vedovo (Edmund Gwenn), ricercato dalla polizia per appropriazione indebita e in fuga dalla Francia verso l'Inghilterra, la giovane Sylvia Scarlett (Hepburn) si taglia i capelli e si traveste da maschio, facendosi passare per suo "figlio" Sylvester. A Londra i due incontreranno Jimmy Monkley (Grant), un simpatico furfante che vive di imbrogli e di raggiri, e ne diventeranno complici. I loro tentativi di arricchirsi con il furto e le truffe, tuttavia, non andranno a buon fine, e il gruppo si convertirà in una compagnia di saltimbanchi e attori girovaghi che va in giro a esibirsi per le campagne inglesi. Ma l'amore per un ricco pittore dandy, Michael (Brian Aherne), spingerà "Sylvester" ad abbandonare il proprio travestimento da maschio. Tratto da un romanzo di Compton Mackenzie (i cui contenuti vengono compressi e compattati per esigenze cinematografiche), questo insolito film a base di ambiguità sessuali e morali disorientò all'epoca pubblico e critica, che ne decretarono il clamoroso insuccesso: in realtà, nonostante una certa anarchia narrativa e il continuo e improvviso cambio di toni e di setting, è una pellicola moderna che dietro la classica leggerezza da commedia sentimentale alla Cukor (ma stavolta tutt'altro che raffinata o sofisticata) affronta il tema dell'amore da punti di vista inediti e contrastanti. Gli stessi personaggi non sanno bene cosa fare con i propri sentimenti, tendono a confonderli (il pittore, pur affezionato a Sylvia, la deride per la sua eccentricità) e solo nel finale si renderanno veramente conto della loro natura. La sceneggiatura, che forse procede un po' troppo a "strappi", punta dunque molto sull'accurato resoconto psicologico dei primi turbamenti amorosi di una ragazza, e utilizza a questo scopo l'androginia della Hepburn, le sue insicurezze, il continuo passaggio da un comportamento maschile a uno femminile, la sua esitazione sul come rapportarsi con l'uomo che ama. Fu il terzo film di Cukor con la Hepburn, nonché il primo dell'attrice insieme a Grant (prima di capolavori come "Susanna", "Incantesimo" e "Scandalo a Filadelfia"). E la personalità dei due interpreti (forte, volitiva ma anche fragile, la Hepburn; sbruffone, farabutto e con un caratteristico accento Cockney, Grant) domina in maniera evidente quasi ogni scena. Senza senso il titolo italiano.

3 marzo 2010

M, il mostro di Düsseldorf (F. Lang, 1931)

M, il mostro di Düsseldorf (M)
di Fritz Lang – Germania 1931
con Peter Lorre, Otto Wernicke
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Monica, Ilaria e Ginevra.

Una città tedesca (che il titolo italiano identifica in Düsseldorf, forse perché il film si ispira alla serie di delitti commessi negli anni venti da Peter Kürten, il "Vampiro di Düsseldorf", ma che in realtà è Berlino) è terrorizzata da un misterioso maniaco omicida che sceglie le sue vittime fra le bambine, adescandole per strada con giochi e dolciumi. La paura e la paranoia montano fra i cittadini, e tutti sono pronti a denunciare ogni passante sospetto, mentre la polizia incrementa a dismisura la sorveglianza in ogni angolo della città ed effettua frequenti retate nei locali e nei quartieri della malavita. Per mettere fine a questo stato di cose, che rende loro impossibile continuare a svolgere le consuete attività illegali, gli stessi criminali decidono di dare la caccia al misterioso omicida, con il quale fra l'altro rifiutano di essere apparentati, e riescono a identificarlo grazie ai mendicanti dislocati in maniera scientifica su tutto il territorio. L'uomo, marchiato con una "M" (da "Mörder", assassino) scritta con il gesso sul suo cappotto, viene pedinato e infine catturato dopo una drammatica incursione notturna nel palazzo dove si era rifugiato. Sottoposto a un vero e proprio processo da parte di tutti i criminali della città, verrà condannato a morte – nonostante un appassionato monologo in propria difesa, in cui manifesta tutto il tormento per essere incapace di tenere sotto controllo i propri impulsi – ma sarà salvato all'ultimo momento dalla polizia e portato davanti alla "vera" legge. Prima che la sentenza sul suo destino venga pronunciata (pena capitale o infermità mentale?), il film – che si era aperto con un gruppo di bambini che giocava sulle note di una canzoncina macabra ("Scappa, scappa monellaccio – se no viene l'uomo nero – col suo lungo coltellaccio – per tagliare a pezzettini – proprio te!") – si conclude con il pianto di alcune madri delle vittime che mettono in guardia gli spettatori ("Bisogna vigilare meglio sui nostri bambini!").

Uno dei massimi capolavori di Lang e del cinema tedesco anteguerra, "M" è una pellicola ancora attuale e modernissima, eccezionale per diversi motivi: tecnicamente superbo, con una regia che cattura lo spettatore e lo sovrasta con una tensione costante e palpabile, può contare anche su una fotografia forte ed evocativa che gioca con le metafore visive, le ombre e i chiaroscuri, movimenti di macchina precisi e rigorosi, inquadrature angolate o curiosamente ardite (spesso i personaggi sono ripresi dal basso, con l'illuminazione o la distanza ravvicinata che ne deformano le fattezze, anticipando talvolta quello che farà nei suoi film Orson Welles), transizioni incredibilmente esplicite o significative (si pensi alla sequenza iniziale, con la madre che attende la figlioletta per il pranzo, e le inquadrature della palla che rotola e del palloncino impigliato nei fili della luce), una sceneggiatura che fonde diversi generi (il police procedural, il thriller sui serial killer, il noir, il documentario) e che cambia continuamente il "punto di vista" della narrazione, e dialoghi precisi e convincenti. Al suo primo film sonoro, fra l'altro, Lang riesce a sfruttare in maniera coerente e innovativa la nuova opportunità tecnologica, rendendo il motivo fischiettato da Peter Lorre (Nella sala del re della montagna, dal "Peer Gynt" di Edward Grieg: in realtà lo fischiava Lang stesso, in quanto l'attore non ne era capace) non solo un elemento caratterizzante del personaggio (che annuncia il suo arrivo o la sua presenza, aumentando la tensione e l'inquietudine dello spettatore) ma anche uno strumento narrativo, in quanto è proprio quello che provoca la sua identificazione da parte del venditore cieco di palloncini.

Se il bravissimo Lorre è costantemente al centro della vicenda, anche nella prima parte del film quando la sua figura è ancora avvolta nel mistero (ne intravediamo soltanto l'ombra, in silhouette, proiettata su un manifesto che parla proprio dei suoi delitti), in realtà la vera protagonista è l'intera città, con le sue madri, i bambini, i passanti, i negozianti, i senzatetto, i poliziotti e i criminali che si attivano alla ricerca dell'assassino, come suggerisce anche il sottotitolo tedesco ("Eine Stadt sucht einen Mörder") e come avverrà in un successivo film di Lang ("Anche i boia muoiono"). Ognuno può essere il colpevole, anzi – fra le righe viene addirittura implicato – ognuno lo è, magari anche solo per complicità morale. Non esiste una divisione netta fra bianco e nero (il "mostro" stesso è anche una vittima), o fra bene e male, come dimostra il fatto paradossale e grottesco che gli stessi criminali, che a loro volta si sono macchiati di numerosi delitti, si sostituiscono ai poliziotti e ai giudici: e questo, alla luce del clima socio-politico della Germania nel quale il film venne girato, cioè agli albori del nazismo, non è un dettaglio da poco. Anche sul tema della giustizia e del sistema legale, dunque, il film ha il merito di non imporre allo spettatore un messaggio preconfezionato o unilaterale: al processo imbastito dalla malavita si discute se sia giusto condannare l'assassino alla pena di morte anche se questi non è del tutto responsabile delle sue azioni, e sullo schermo vengono presentati i diversi punti di vista. Magnifici ed espressivi i volti degli attori, compresi quelli minori e le numerose comparse, in un miscuglio di realismo e di caricatura, mentre fra i personaggi principali spiccano – oltre a Lorre, la cui carriera specializzata in noir, thriller e horror decollò proprio da questo incisivo ritratto di una creatura orribile, anonima e patetica al tempo stesso – il massiccio commissario Lohmann (interpretato da Otto Wernicke) e il rigido capo della malavita (Gustaf Gründgens).

2 marzo 2010

Il dottor Miracolo (R. Florey, 1932)

Il dottor Miracolo (Murders in the Rue Morgue)
di Robert Florey – USA 1932
con Bela Lugosi, Sidney Fox
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Nella Parigi del 1845, uno scienziato folle e misterioso rapisce giovani donne per mescolare il loro sangue con quello di un gorilla, che esibisce in un luna park come un fenomeno da baraccone, e dimostrare così la teoria dell'evoluzione. Pierre Dupin, giovane studente di medicina, indaga su di lui per salvare dalle sue grinfie la propria fidanzata Camille. La tenebrosa presenza di Bela Lugosi e la suggestiva fotografia di Karl Freund sono fra le cose da salvare in un film che può contare su una buona regia e su scenografie che ricordano l'espressionismo tedesco, ma che contamina senza molta brillantezza il racconto "Gli omicidi della Rue Morgue" di Edgar Allan Poe con temi tratti da "Il gabinetto del dottor Caligari" e "King Kong". Il dottor Miracolo, personaggio che non esisteva nel racconto di Poe, venne introdotto nel tentativo di replicare il successo di altri film Universal come "Frankenstein" e "Dracula". Le inquietanti atmosfere in chiaroscuro e alcune scene decisamente "forti" per l'epoca (la prostituta legata e torturata, il cadavere della madre di Camilla che pende dal caminetto) fanno comunque perdonare le ingenuità della sceneggiatura e la debole caratterizzazione dei personaggi.

1 marzo 2010

Il mare e l'amore (Kei Kumai, 2002)

Il mare e l'amore (Umi wa miteita)
di Kei Kumai – Giappone 2002
con Nagiko Tono, Misa Shimizu
**1/2

Visto in DVD alla Fogona, con Giovanni e Rachele.

Giappone, diciannovesimo secolo. Quattro ragazze lavorano in una casa di piacere presso il lungomare e sognano di cambiare vita, sperando magari che uno dei loro clienti regolari li aiuti a "riconquistare la purezza perduta". Fra di loro c'è O-Shin, che ha la tendenza a innamorarsi dei propri clienti: dapprima si illude che un giovane samurai decida di sposarla, poi – smaltita la delusione – si affezionerà a un povero contadino che giungerà in suo soccorso quando una tremenda alluvione devasterà ogni cosa. Diviso di fatto in due parti e realizzato da Kumai (il regista di "Morte di un maestro del tè") sulla base di una sceneggiatura che Akira Kurosawa aveva tratto da due racconti di Shugoro Yamamoto (avrebbe dovuto essere l'ultimo film del maestro, che scomparve prima di poterlo dirigere), è un film elegante, lento e calligrafico che non sfugge a una certa sensazione di artificialità, forse addirittura voluta: ha tutti i crismi dell'illustrazione iperrealista e patinata ma gli manca il calore e la vitalità di pellicole come "La strada della vergogna" di Mizoguchi, benché sia assai caratteristica la sensibilità giapponese con cui vengono presentati sentimenti quali l'accettazione, la rassegnazione, l'amore, il sacrificio e i sinceri rapporti di amicizia fra le donne, in particolare quelli fra O-Shin e Kikuno, la prostituta più esperta. Molto curata la ricostruzione estetica e ambientale, così come i costumi e le scenografie (bella, per esempio, la scena nel finale con le due donna sedute sul tetto dell'edificio ad ammirare le stelle, mentre l'acqua le circonda).

28 febbraio 2010

Le mie attrici preferite

Trattandosi comunque di cinema, vi segnalo che su "Il club di Groucho" ho pubblicato la classifica delle mie attrici preferite... Naturalmente, è personale e insindacabile! ^^

27 febbraio 2010

I pugni in tasca (M. Bellocchio, 1965)

I pugni in tasca
di Marco Bellocchio – Italia 1965
con Lou Castel, Paola Pitagora
****

Rivisto in DVD, con Marisa, Ginevra, Eleonora e Marco.

In uno dei più grandi esordi del cinema italiano, Bellocchio racconta la storia della dissoluzione di una famiglia un tempo facoltosa ma ormai funestata dalla pazzia e dalla malattia. Le tare e le dipendenze ostacolano i possibili sogni di benessere e di riscatto individuali, lasciando spazio solo alla rabbia e all'autodistruzione. Il figlio maggiore Augusto, cinico e insensibile, è infatti l'unico relativamente "normale", il solo che lavora e che – nonostante la sua mediocrità – è integrato nella società. Gli altri tre fratelli vivono più o meno reclusi nella villa di famiglia, in provincia di Piacenza (il film è ambientato a Bobbio, città natale di Bellocchio, fra i colli della Val Trebbia), prigionieri di sé stessi e in compagnia della madre ormai cieca: Leone è un disabile mentale, completamente dipendente dagli altri; Giulia è infantile, irrazionalmente gelosa di Augusto (al punto da inviare lettere anonime alla sua fidanzata Lucia) e con un rapporto ai limiti dell'incestuoso con Alessandro; e quest'ultimo, il vero protagonista della pellicola, soffre di epilessia e matura propositi suicidi, decidendo poi di sopprimere uno alla volta – per calcolo o per pietà, per egoismo o per altruismo – tutti i suoi familiari. Il malessere e il disagio giovanile (il film anticipa di qualche anno il sessantotto), la tensioni malsane e autodistruttrici all'interno del nucleo familiare, il senso di inevitabile decadenza e di inutilità, le ossessioni narcisistiche e autocontemplative dei personaggi, l'incapacità di indirizzare le proprie energie in maniera costruttiva sono portate sullo schermo da Bellocchio anche per mezzo di un'ambientazione realistica e convincente, la regia ferma e controllata, la suggestiva fotografia in bianco e nero e la "disturbante" colonna sonora di Ennio Morricone, che sembra quasi scritta per un film di Dario Argento (ma nel finale, sulle immagini dell'attacco epilettico di Alessandro, scorrono le note della quasi orgiastica aria "Sempre libera degg'io" da "La Traviata"). Davvero ottime anche le prove degli attori, soprattutto quella di Lou Castel, capace di mostrare tutte le sfaccettature (rabbia, dolcezza, frustrazione, follia, consapevolezza, tristezza, violenza e rassegnazione) di un personaggio unico e indimenticabile. Fra le scene più dissacranti, quella del funerale della madre e quella in cui Alessandro e Giulia distruggono e bruciano il vecchio mobilio. È curioso come i nomi dei quattro fratelli evochino tutti grandi sovrani o imperatori: è un segno delle passate ambizioni della famiglia, che contrasta ancor di più con la sua decadenza attuale. Un film crudele ed emozionante, intimo e terribile, claustrofobico e tormentato, drammatico ma non melodrammatico: una vera pietra miliare della cinematografia degli anni sessanta.

26 febbraio 2010

Karate ghostbuster (Lo Wei, 1978)

Karate ghostbuster, aka Spiritual kung fu (Quan jing)
di Lo Wei – Hong Kong 1978
con Jackie Chan, James Tien
*1/2

Rivisto in VHS, in inglese.

In questo film, uno degli ultimi girati da Jackie con Lo Wei, il nostro eroe è un apprendista del tempio di Shaolin che viene costantemente punito dai monaci per la sua poca disciplina. Dopo che dal monastero è stata sottratta una preziosa pergamena contenente i segreti di una terribile tecnica di arti marziali, Jackie scopre che nella biblioteca del tempio esiste un libro – considerato perduto da lungo tempo – che insegna i rudimenti dell'unico stile in grado di superare quello rubato. Ne diventerà un esperto grazie all'insegnamento di cinque "fantasmi" dispettosi dalla pelle bianca e dai capelli rossi, che dimorano nel libro stesso e che si divertono a compiere scherzi di ogni tipo ai monaci (in sequenze degne dei film comico-soprannaturali con Abbott e Costello). Se la prima parte del film, quella con gli spiriti, è piuttosto stucchevole e assai debole nelle gag (e con grezzi e imbarazzanti effetti speciali di sovrimpressione, per non parlare della colonna sonora "elettronica"), la pellicola vale la visione almeno per le coreografie dello stesso Jackie Chan nei combattimenti del finale: dapprima la prova con i bastoni che Jackie sostiene davanti ai monaci per ottenere il permesso di lasciare il tempio, e poi i lunghi ed elaborati scontri con James Tien prima e con l'abate poi. Gli stili che i cinque fantasmi insegnano a Jackie Chan (il drago, il serpente, la tigre, la gru, il leopardo) sono quelli dei cinque animali sacri del tempio di Shaolin. Un irriconoscibile Yuen Biao interpreta uno dei fantasmi, mentre Mo Man-Sau è la ragazza che Jackie affronta (è la prima che vede, come Goku in "Dragon Ball"!) e di cui si innamora. Il titolo "Karate ghostbuster" non ha molto senso, visto che il protagonista non pratica certo il karate (e non dà nemmeno la caccia ai fantasmi): meglio quello alternativo con cui il film è noto in occidente, "Spiritual kung fu".

24 febbraio 2010

La sposa turca (Fatih Akin, 2004)

La sposa turca (Gegen die Wand)
di Fatih Akin – Germania/Turchia 2004
con Birol Ünel, Sibel Kekilli
***

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ginevra, Ilaria e Giuseppe.

Quarto lungometraggio di Akin, è il film che ha dato al regista turco-tedesco la notorietà internazionale (ha vinto, fra l'altro, l'Orso d'Oro al festival di Berlino), segnalandolo come uno dei talenti europei più interessanti degli ultimi anni. Si svolge ad Amburgo, la città natale del regista, e ha come protagonisti due dei tantissimi turchi che vivono in Germania: ma non si tratta di una pellicola a sondo sociale o su temi come l'immigrazione e la multietnicità, bensì della storia di una risalita dall'inferno, con la descrizione di due personaggi alla disperata ricerca della felicità e dell'equilibrio personale. Il quarantenne Cahit e la ventenne Sibel si conoscono infatti in una clinica, dove sono entrambi ricoverati dopo aver tentato il suicidio: lui per sfuggire a un doloroso passato, lei come sfida verso i genitori tradizionalisti che le impediscono di uscire e divertirsi. La ragazza chiede all'uomo di sposarla, un matrimonio di comodo per poter lasciare la casa di famiglia e permettersi quello che più le piace: l'alcol, il fumo, la droga e il sesso. Ma la convivenza fra i due li porterà pian piano ad avvicinarsi. Proprio quando Cahit sembra aver finalmente superato il proprio rifiuto della vita, però, finirà in carcere per aver ucciso accidentalmente un amico. Nel frattempo Sibel si trasferirà a Istanbul, dove troverà la pace con un nuovo compagno. Uscito di galera, Cahit si recherà a cercarla, ma Sibel saprà resistere alla tentazione di fuggire con lui e all'uomo non resterà che partire per la propria città natale e tornare alle proprie radici. Attraverso due vite, due mondi, due paesi e due esistenze, il film mostra un percorso difficile e pieno di ostacoli: Sibel e Cahit passano rispettivamente dalla trasgressione e dall'autodistruzione a una nuova consapevolezza della propria vita. Molto belli e incisivi i volti dei due protagonisti, e notevole la colonna sonora. Il titolo originale significa "Contro il muro", con riferimento agli istinti suicidi dei due protagonisti.

23 febbraio 2010

The birdcage inn (Kim Ki-duk, 1998)

The birdcage inn (Paran daemun)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 1998
con Lee Ji-eun, Lee Hae-eun
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Jin-ah, bella e dall'aria fragile, si trasferisce a vivere in una locanda sul mare, una sorta di bordello clandestino, dove si prostituisce per i clienti che chiedono una stanza. Qui è vista con ostilità da Hye-mi, sua coetanea e figlia dei proprietari, che la disprezza e le nega con ostinazione ogni parvenza di amicizia, vergognandosi dell'attività della propria famiglia e cercando orgogliosamente di condurre invece una vita "normale". Ma alla fine, come due animaletti rinchiusi insieme nella stessa gabbia (che si tratti di uccelli, come suggerisce il titolo internazionale – quello originale significa invece "Il cancello blu", dal nome della porta d'accesso alla locanda – o di pesci rossi, come quelli che Jin-ah – e prima di lei la ragazza che l'aveva preceduta – custodisce nella sua stanza), riusciranno non senza fatica a entrare in contatto e a stabilire un legame profondo. La pellicola si apre sull'immagine di una tartarughina che attraversa la strada, rischiando di essere calpestata dai passanti e dalle automobili: a raccoglierla e a portarla sulla spiaggia, in mare, è proprio Jin-ah, che si dimostra da subito una persona sensibile e piena di empatia verso gli altri: di lei e del suo passato non sapremo quasi nulla, tanto meno cosa l'ha spinta a diventare una prostituta, ma scopriremo che ama l'arte (disegna ritratti, come molti personaggi nei primi film di Kim) ed è perseguitata da un ragazzo che non perde occasione per sfruttarla e maltrattarla. La pellicola racconta soprattutto i suoi rapporti con i quattro membri della famiglia che la ospita: il padre, un uomo corpulento e taciturno, con trascorsi legati alla malavita ma tuttora rispettato dai poliziotti del quartiere, che spesso "chiudono un occhio" sulla sua attività illegale; la madre, vero fulcro della famiglia e gestore della locanda; il figlio minore, aspirante fotografo e interessato voyeur; e soprattutto la figlia maggiore, studentessa universitaria alle prese con qualche problema legato alla sua sessualità. Terzo film di Kim Ki-duk, è sicuramente uno dei miei preferiti: puro e cristallino, duro e crudele, dal soggetto semplice ma pieno di vita e con una profonda caratterizzazione dei personaggi. Peccato che il regista coreano sembri recentemente aver perso la capacità di girare pellicole come questa, dove la poesia non è fine a sé stessa ma sgorga con naturalezza dal mondo turbolento che circonda i personaggi.

22 febbraio 2010

I guerrieri della notte (Walter Hill, 1979)

I guerrieri della notte (The warriors)
di Walter Hill – USA 1979
con Michael Beck, James Remar
***

Rivisto in DVD, con Marisa, Ginevra, Eleonora e Marco.

Tutte le bande giovanili di New York (ciascuna rappresentata da nove membri) vengono convocate in un grande raduno nel Bronx dal carismatico Cyrus, che vuole proporre un'alleanza per conquistare la città. Fra di loro ci sono anche i Guerrieri, una gang di Coney Island dai caratteri tribali e multietnici, che indossano gilet di pelle rossa sul petto nudo. Ma Cyrus viene assassinato, e proprio i Guerrieri sono accusati di esserne i responsabili: in fuga attraverso un territorio ostile, in un'odissea notturna e disperata, dovranno lottare da soli contro tutte le altre bande nel tentativo di tornare sani e salvi a casa. Vero e proprio cult movie agli inizi degli anni ottanta, caposaldo del cinema d'avventura urbana e "carpenteriano" fin nel midollo, la pellicola di Hill si svolge tutta in una notte ed è ispirata nientemeno che alla "Anabasi" di Senofonte (dove si narra il viaggio di ritorno di un gruppo di mercenari greci che si erano recati in Persia per combattere al soldo di Ciro il grande e che, rimasti senza il loro capo e isolati dietro le linee nemiche, hanno dovuto affrontare difficoltà di ogni tipo per tornare in patria), come dimostra l'assonanza fra i nomi di Ciro e di Cyrus; e forse c'è anche un pizzico di Omero (la poliziotta che adesca nel parco ricorda Circe, le Lizzies sono le Sirene, i Rogues che attendono i Guerrieri a casa rappresentano i Proci). Indimenticabili le varie e pittoresche gang, ognuna con una propria "divisa", fra cui spiccano i Baseball Furies (con volto dipinto e mazza di legno) e i Punks (su pattini a rotelle), più molte altre che purtroppo vengono intraviste solo al raduno e non hanno l'occasione di combattere (come i Boppers, gli elegantoni neri con gilet viola che si scorgono durante i titoli di testa). Gran parte del viaggio di ritorno avviene in metropolitana, all'interno di carrozze deserte e ricoperte da graffiti. Fra i protagonisti spicca naturalmente Swan, il secondo in carica dei Guerrieri, che assume il comando dopo la scomparsa del capo e riesce a riportare i suoi uomini a casa. "Duro" e di poche parole, è sprezzante con le donne ma capace a suo modo di gesti di tenerezza. La frase-tormentone del cattivo che invita i nostri eroi allo scontro finale, prima della resa dei conti sulla spiaggia di Coney Island davanti alla grande ruota panoramica, si staglia con forza nella mente dello spettatore ed è diventata la più celebre del film, nonostante pare che sia stata improvvisata dall'attore David Patrick Kelly: "Guerrieri, giochiamo a fare la guerra?" (in originale era "Warriors, come out to play!"). Grandiosa la fotografia notturna di Andrew Laszlo e fondamentale la dinamica colonna sonora di Barry De Vorzon, oltre alle numerose canzoni alla radio che accompagnano la fuga dei Guerrieri e la caccia che viene data loro dalle altre bande.

19 febbraio 2010

La carrozza d'oro (Jean Renoir, 1952)

La carrozza d'oro (Le carrosse d'or)
di Jean Renoir – Francia/Italia 1952
con Anna Magnani, Duncan Lamont
**1/2

Visto in divx.

Siamo all'inizio del diciottesimo secolo: una compagnia italiana di attori e saltimbanchi, specializzati nella commedia dell'arte, giunge in un insediamento spagnolo nel Nuovo Mondo per mettere in scena il proprio spettacolo. Fra di loro c'è Camilla, che interpreta il ruolo di Colombina e viene corteggiata da tre diversi pretendenti: Felipe, giovane soldato idealista; Ramón, un vanesio torero; e infine (e soprattutto) il vicerè della colonia, che le dona addirittura la sua prestigiosa carrozza d'oro, invidiata e desiderata da tutti i nobili del circondario. Ma Camilla rinuncerà a tutti e tre, non senza qualche rimpianto, preferendo continuare la sua vita di teatrante: e pur di ricomporre ogni dissidio, donerà la carrozza alla Chiesa. Una strana pellicola, colorata e barocca, vero e proprio tributo al mondo del teatro e dello spettacolo, che fonde continuamente i piani della vita reale e di quella recitata (come dimostrano l'incipit e la conclusione, che mostrano un palco e un sipario che incorniciano le scenografie in cui si muovono i personaggi). Non solo Camilla, ma anche le altre figure della vicenda interpretano ruoli che stanno loro stretti e dai quali vorrebbero fuggire: il vicerè, per esempio, è insofferente agli obblighi di corte e rinucerebbe volentieri allo sfarzo del palazzo e alle parrucche impomatate in cambio dell'amore e di un'esistenza più sincera; Felipe, d'altro canto, esprime il desiderio di abbandonare la "civiltà" dopo essere entrato in contatto con gli indiani; e Ramón, infine, è prigioniero della sua popolarità e della sua fama di toreador. La carrozza è il simbolo di uno status sociale che si rivela ben più effimero e meno prezioso di quanto non sembri, e alla fine Camilla deve riconoscere che la vera vita, la sua realtà, è quella sul palcoscenico. Realizzato da Renoir a Cinecittà e presentato – in una didascalia introduttiva – come "una fantasia in stile italiano", il film si fa notare per i colori usati in maniera pittorica, per le scenografie "dipinte" (come le porte nella casa di Camilla), per i costumi (con un proliferare di bambini-arlecchini che danzano e saltano da tutte le parti) e per le musiche (di Vivaldi). Il soggetto è ispirato alla commedia "La carrosse du Saint Sacrement" di Prosper Mérimée, lo stesso autore della "Carmen".

18 febbraio 2010

Febbre di vivere (G. Cukor, 1932)

Febbre di vivere (A Bill of Divorcement)
di George Cukor – USA 1932
con John Barrymore, Katharine Hepburn
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Dopo essere rimasto chiuso in manicomio per quindici anni, un uomo torna a casa e scopre che nel frattempo la moglie ha ottenuto il divorzio e sta per sposarsi con un altro. La donna sarebbe anche disposta a rinunciare alla propria felicità per rimanere con l'ex marito, nonostante non lo ami più: ma quando questi si accorge che lo farebbe solo per pietà, rinuncia a lei e la lascia partire verso una nuova vita. A prendersi cura di lui rimarrà invece la figlia, che gli assomiglia moltissimo e che, temendo che nella famiglia scorra una vena di pazzia, sceglie di mandare all'aria a sua volta il proprio matrimonio. Melodrammone lacerante, forse un po' datato e di evidente impostazione teatrale (si svolge completamente in interni, nella casa di famiglia, e nell'arco di una sola giornata), ma toccante e sorprendente nei suoi sviluppi e con un perfetto finale dolce-amaro. La breve durata (poco più di un'ora) consente alla pellicola di mantenere compattezza senza perdersi in inutili fronzoli retorici o ricattatori, e la sceneggiatura è sempre equilibrata nel mostrare (e far comprendere allo spettatore) i diversi punti di vista di una vicenda assai delicata, dove tutti hanno le proprie ragioni e soffrono perché i sentimenti cozzano fra loro. Il tema del sacrificio (che coinvolge, in diversi momenti, tutte le figure della storia: il padre, la madre, la figlia) mi ha ricordato – anche se naturalmente l'approccio è completamente diverso – molti lungometraggi di Ozu, come "Tarda primavera". Il film è tratto da un lavoro teatrale (di Clemence Dane) portato sullo schermo altre due volte: nel 1922 (muto) e nel 1940. Classica ed efficace la regia di Cukor, e ottimi gli attori, come l'istrionico John Barrymore e la composta Billie Burke. Ma il film segna in particolare l'esordio cinematografico di Katharine Hepburn, una delle più grandi attrici di tutti i tempi, che Cukor dirigerà altre sei volte. Pur giovane e alle prime armi, la Hepburn risplende già di luce propria.

17 febbraio 2010

I diabolici (Henri-Georges Clouzot, 1955)

I diabolici (Les diaboliques)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1955
con Véra Clouzot, Simone Signoret
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Monica e Giuseppe.

Cristina, direttrice di un collegio per ragazzi, progetta l'omicidio del suo tirannico marito insieme a Nicole, insegnante nell'istituto ed ex amante dell'uomo. Non senza qualche difficoltà, le due donne portano a termine quello che sembrerebbe un delitto perfetto: ma il corpo della loro vittima, anziché essere ritrovato nella piscina come avevano previsto, scompare nel nulla. E altri eventi misteriosi cominciano a verificarsi, mettendo a dura prova i nervi delle due complici, scosse dal terrore e da crescenti sensi di colpa.

"Non siate diabolici! Non distruggete l'interesse che i vostri amici potrebbero nutrire per questo film. Non raccontate loro quello che avete visto": così recita il cartello che conclude la pellicola e che pregava gli spettatori dell'epoca di non svelare il finale e i colpi di scena ai quali avevano appena assistito. Forse a un pubblico odierno, più smaliziato e abituato ai twist ending, il film di Clouzot può fare meno effetto. Ma all'epoca la pellicola destò sensazione, e ancora oggi rimane uno dei migliori thriller e noir francesi del dopoguerra, che punta tutte le sue carte sull'atmosfera di dubbio e di tensione che riesce abilmente a costruire (motivo per cui gli si possono perdonare alcune implausibilità nella trama) attraverso una sceneggiatura che si dipana lentamente seminando falsi indizi e false aspettative, il ricorso ai più oliati meccanismi di costruzione della suspense e una vibrante fotografia in bianco e nero quasi espressionista che trasforma in un luogo da incubo i corridoi e le stanze del collegio. Ogni dettaglio e ogni personaggio, anche minore, concorre a dar forma a un mosaico di inquietudine e di angoscia, oscuro e torbido come l'acqua della piscina della scuola (acqua che, fra l'altro, è un tema ricorrente nel film: dalle immagini della pioggia sull'asfalto che aprono la pellicola alla vasca da bagno nella quale viene immerso il cadavere). Fondamentale la trovata di costringere lo spettatore a identificarsi con le due assassine, ritratte non senza ambiguità morali: Nicole (una Signoret statuaria e dominatrice) è fredda e impenetrabile, ma anche la più fragile, sottomessa e religiosa Cristina, che soffre di problemi cardiaci (impersonata da Vera Clouzot, moglie dello stesso regista e scomparsa cinque anni più tardi – coincidenza inquietante! – per un attacco di cuore), in fondo non esita più di tanto a diventare complice dell'omicidio del marito fedifrago. Quest'ultimo è il caratterista Paul Meurisse, mentre il personaggio del detective impiccione, interpretato da Charles Vanel, può ricordare un tenente Colombo ante litteram. Degna di nota la colonna sonora, o meglio la sua assenza: a parte la musica che si sente sui titoli di testa e di coda, infatti, le scene di maggior tensione sono accompagnate da un silenzio angosciante. Il titolo italiano, con il senno di poi, è ben più rivelatore di quello originale. Pare che anche Alfred Hitchcock volesse trarre un film dal romanzo "Celle qui n'était plus" di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, ma venne preceduto per poche ore da Clouzot nell'aquisto dei diritti: si rifece con "La donna che visse due volte" (anch'esso tratto da un libro di Boileau e Narcejac). Nel 1996 ne è stato realizzato un brutto remake made in USA, "Diabolique", con Sharon Stone e Isabelle Adjani.

16 febbraio 2010

The hurt locker (K. Bigelow, 2008)

The hurt locker (id.)
di Kathryn Bigelow – USA 2008
con Jeremy Renner, Anthony Mackie
**

Visto in DVD.

Nella Bagdad occupata dalle truppe americane, una squadra speciale composta da un artificiere e dai suoi due compagni – alle prese con bombe da disinnescare, terreni da bonificare e ordigni da rimuovere dalle strade della città (o, talvolta, direttamente dai corpi dei kamikaze) – sfida quotidianamente la morte e cerca di esorcizzare le proprie paure. Le loro missioni, scandite dal countdown dei giorni che mancano prima di tornare a casa, sono illustrate attraverso una serie di situazioni e di episodi slegati l'uno dall'altro. Il vero punto di forza del film non è infatti la trama ma l'ambientazione: un paese straniero, desolato e "alieno", ostile e pieno di nemici invisibili, dove i soldati sono circondati dagli sguardi e dalla curiosità di mille volti che li scrutano in silenzio dalle case attorno. I nemici, che si tratti di ribelli, di guerriglieri o di terroristi, rimangono quasi sempre nell'ombra, al limite intravisti a distanza attraverso le ottiche di un binocolo: la loro esistenza è per lo più testimoniata dalle bombe, dai fili e dagli inneschi che disseminano un po' dappertutto, sotto il terreno, dentro una macchina o persino all'interno del corpo di un bambino. Qualche ingenuità nella sceneggiatura e i dialoghi didascalici riducono in parte la forza della pellicola, che non brilla particolarmente nemmeno per la regia: ho trovato fastidiosi l'uso della camera a mano e il ricorso indiscriminato agli zoom e ai ralenti. Interessanti invece alcune suggestioni fantascientifiche: il robot che gli artificieri usano per controllare le bombe a distanza ricorda molto quelli che la NASA ha inviato in esplorazione su Marte, mentre la protezione che il protagonista indossa per avvicinarsi agli ordigni assomiglia a una tuta spaziale (l'inquadratura ravvicinata del casco fa venire in mente lo scafandro dell'astronauta di "2001"). Come dire: non siamo sulla Terra ma su un altro pianeta, e infatti la guerra in Iraq è completamente svuotata di contesto e di significato. Brevi apparizioni in ruoli minori, fra gli altri, per Guy Pearce (l'artificiere che salta in aria nella scena iniziale) e Ralph Fiennes (il capo del gruppo di contractors che i nostri incontrano nel deserto). Brutte le voci del doppiaggio italiano. Nel complesso, è un film che ha il merito di fuggire dalla classica impostazione del cinema bellico, anche a livello narrativo e semantico, e che – in mezzo a tanta astrazione – nel finale approfondisce il tema suggerito dalla didascalia introduttiva ("La guerra è come una droga"). Ma nove nomination agli Oscar (poi tradottesi in sei statuette, fra cui quella per il miglior film e quella "storica" per la regia, assegnata per la prima volta a una donna) sono francamente troppe.

14 febbraio 2010

Amabili resti (Peter Jackson, 2009)

Amabili resti (The lovely bones)
di Peter Jackson – USA/NZ 2009
con Saoirse Ronan, Mark Wahlberg
**

Visto al cinema Colosseo, con Marisa e Monica.

La quattordicenne Susie Salmon viene uccisa da un vicino di casa, che dietro l'apparente normalità è uno spietato serial killer: ma anziché andare direttamente nell'aldilà, si ritrova intrappolata in un "mondo di mezzo" da dove può osservare la Terra e comunicare in qualche modo con i propri cari, aiutandoli ad elaborare il lutto e assistendo ai loro tentativi di individuare l'assassino, che nel frattempo progetta nuovi delitti. Più che un thriller soprannaturale o un horror fantasy, come alcuni critici lo hanno impropriamente descritto, è l'insolita storia del percorso di accettazione della propria morte da parte della vittima stessa, narrata con uno stile originale e visionario che fonde diversi piani di realtà. La protagonista, che racconta la propria vicenda rivolgendosi in voice over direttamente agli spettatori, non sarà in grado di "andare oltre" prima di aver visto il colpevole punito, i propri familiari ritrovare la pace e il suo più intimo desiderio esaudito. Forse c'è qualche lungaggine di troppo nella seconda parte, e il messaggio metafisico lascia un po' il tempo che trova, ma il film ha senza dubbio il merito di trattare con fantasia e relativa grazia e leggerezza un argomento duro e controverso come l'omicidio di una ragazzina e le conseguenze sulla sua famiglia. Le atmosfere e i paesaggi del limbo personale in cui si ritrova Susie, una continua successione di scenari surreali e onirici, sono in linea con l'immaginario new age e psichedelico degli anni settanta (il periodo in cui si svolge la vicenda), così come la colonna sonora di Brian Eno. Fra le scene più interessanti ambientate nel mondo reale, invece, mi hanno colpito quelle che mostrano dall'interno la casa delle bambole costruita dal serial killer (la casa stessa richiama le trappole che l'uomo progetta per attirare le sue vittime, come il nascondiglio sotto terra nel quale uccide Susie). Brava la giovane Saoirse Ronan (già vista in "Espiazione") e buono il cast di contorno, con Mark Wahlberg nei panni del padre, Rachel Weisz in quelli della madre e Rose McIver nel ruolo della sorella minore: ma a spiccare sono soprattutto Stanley Tucci, il killer psicopatico, e Susan Sarandon, la nonna giovanile e alcolista (protagonista di alcune sequenze esagerate ed esilaranti). Notevole la fotografia digitale di Andrew Lesnie, storico collaboratore del regista, che gioca con colori vivaci e intensi, dando un senso di artificialità anche alla natura. Peter Jackson è l'uomo che prova una videocamera nel negozio di fotografia, mentre sulle vetrine della libreria del centro commerciale si può osservare per un attimo un manifesto pubblicitario per una nuova edizione de "Il signore degli anelli" di J.R.R. Tolkien (come se lo stesso Jackson, al pari della protagonista, non fosse ancora pronto ad abbandonare il proprio passato).

13 febbraio 2010

Un ragazzo come gli altri (L. Gottlieb, 1985)

Un ragazzo come gli altri (Just one of the guys)
di Lisa Gottlieb – USA 1985
con Joyce Hyser, Clayton Rohner
**1/2

Visto in divx.

Terry, liceale bella e popolare, vorrebbe diventare una reporter ma si sente discriminata dai professori in quanto ragazza. Per partecipare a un concorso di giornalismo decide così di travestirsi da maschio per una settimana, frequentando un'altra scuola dove nessuno la conosce. Non solo scoprirà che anche i ragazzi hanno i loro problemi, ma si innamorerà del suo "miglior amico". Spigliata teen comedy dalle atmosfere tipicamente anni ottanta, sul tema dell'ambiguità sessuale: se il soggetto non è il massimo dell'originalità e la confezione (regia, fotografia, recitazione) è da tv movie, la sceneggiatura è comunque vivace e il risultato finale, pur senza troppe pretese, è decisamente simpatico. La pellicola affronta a viso aperto tutti i luoghi comuni delle pellicole sul travestitismo (i problemi di Terry con le lezioni di ginnastica, lo spogliatoio maschile, i bagni, gli equivoci sessuali, i continui e frenetici cambi di abito per gestire la sua doppia vita), oltre naturalmente a quelli delle commedie liceali (i bulli, i corteggiamenti, le gelosie, il ballo della scuola). La brava Joyce Hyser è assai credibile anche in versione "maschile", più di quanto non fosse Hilary Swank in "Boys don't cry", e memorabile è la scena in cui, per convincere l'amico Rick del fatto che è una donna, si mostra a seno nudo. Billy Jacoby è il fratello minore e sessuomane che le elargisce consigli su come "comportarsi da uomo".

12 febbraio 2010

Agitator (Takashi Miike, 2001)

Agitator (Araburu tamashii-tachi)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Masaya Kato, Naoto Takenaka
**

Visto in DVD.

Fra due clan di yakuza rivali scoppia una guerra che è stata segretamente orchestrata da una terza banda, maggiore di entrambi, con l'intenzione di eliminarne i capi e di sostituirli con marionette sotto il proprio controllo. L'unico a opporsi è il giovane Kenzaki, che si ribella dopo aver visto uccidere il suo superiore. Miike gira (per una volta) in modo assai classico e sobrio una saga quasi noir e vecchio stile, tutta incentrata su giochi di potere, alleanze, tradimenti, vendette e ritorsioni, che però concede poche sorprese allo spettatore e si snoda in maniera assai lineare (se si eccettuano alcune brevi scene con un misterioso personaggio femminile, completamente avulse dal resto della pellicola e forse addirittura immaginarie). Il film cresce e si dipana lentamente: eppure, nonostante la lunghezza (due ore e mezza: ma esiste addirittura una versione da 200 minuti per la televisione), nel finale si interrompe in modo brusco e affrettato, senza nemmeno mostrare la resa dei conti fra il protagonista e il principale antagonista. Quello di "Agitator" è un mondo autoreferenziale, popolato solo da yakuza e regolato dalle loro dinamiche interne, dove sono assenti non solo le forze dell'ordine (non si vede un poliziotto in tutto il film) ma anche le persone comuni. I numerosi personaggi sono anche ben caratterizzati, ma in gran parte vengono poco sfruttati (come il ragazzino appena entrato nel gruppo di Kenzaki o i vari sottoposti): forse la versione televisiva, che non ho visto, potrebbe rivelarsi migliore sotto questo aspetto. La frase simbolo della pellicola è "Siamo yakuza!", pronunciata spesso dai personaggi per giustificare le proprie azioni, come a rivendicare il fatto di non essere tenuti a piegarsi agli obblighi e ai compromessi che regolano l'esistenza degli uomini normali. Miike interpreta la parte del balordo che sodomizza una ragazza al karaoke con un microfono (una scena che ne ricorda una analoga in "Visitor Q").

11 febbraio 2010

Il colore del melograno (S. Paradžanov, 1968)

Il colore del melograno (Sayat Nova)
di Sergej Paradžanov – URSS 1968
con Sofiko Chiaureli, Giorgi Gegechkori
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Ispirato alla vita di Sayat Nova, poeta e trovatore armeno del XVIII secolo (ma le didascalie lo chiamano semplicemente "il poeta", come a volerlo rendere un personaggio universale), è il film più rappresentativo di Paradžanov, da molti considerato il suo capolavoro. Affonda a piene mani nella cultura tradizionale armena, che ai tempi della realizzazione della pellicola – come tutte quelle delle singole repubbliche sovietiche, in particolare le più periferiche e ai margini dell'URSS – era pesantemente ostracizzata dal regime: anche per questo motivo, oltre che per la forma e il linguaggio assolutamente personale e innovativo che "deviava dal realismo russo", il film fu ritirato dalla circolazione e proibito quasi subito dalle autorità. La carriera di Paradžanov giunse a una battuta d'arresto: negli anni successivi gli fu ripetutamente negato il permesso di girare altre pellicole. Tornerà dietro la macchina da presa solo negli anni ottanta, con "La leggenda della fortezza di Suram", proseguendo il discorso stilistico che aveva iniziato. Si tratta di un cinema in gran parte puramente estetico e concettuale, praticamente senza trama, una successione di "quadri viventi", ritratti, nature morte e pantomime. Sinceramente non è nelle mie corde: da bravo contenutista, di fronte a queste cose mi stanco piuttosto in fretta; se devo restare nello stesso genere, preferisco allora Jodorowsky o Greenaway, nei cui lavori c'è maggior tensione drammatica. Però dal lato formale il film è indiscutibilmente bello, con una notevole ricchezza di immagini, simboli, architetture, costumi e allegorie, spesso ispirate all'iconografia medievale armena, russa e bizantina. Ed è anche riposante e contemplativo, con una staticità quasi assoluta rispetto al lungometraggio precedente di Paradžanov, "Le ombre degli avi dimenticati", che invece era caratterizzato da continui movimenti di macchina. Qui i personaggi si muovono con estrema lentezza o restano addirittura fermi in posa davanti all'obiettivo, come i soggetti di una pinacoteca, tenendo in mani oggetti, libri, tessuti, icone, frutta, pani, strumenti, armi, sfere dorate e altro ancora, sullo sfondo di chiese, antichi palazzi, tappeti e affreschi. La colonna sonora è invece costituita da preghiere, canti e musiche tradizionali e da frammenti di poesie dello stesso Sayat Nova. Fra le scene memorabili, ricordo quella – citatissima – dei libri fradici d'acqua stesi ad asciugare nel cortile e sui tetti; e quella della chiesa invasa dalle pecore durante il funerale del patriarca armeno. L'attore Sofiko Chiaureli, oltre a interpretare il poeta da giovane, ricopre anche numerosi altri ruoli (sei in tutto), persino femminili.

10 febbraio 2010

C'eravamo tanto amati (E. Scola, 1974)

C'eravamo tanto amati
di Ettore Scola – Italia 1974
con Nino Manfredi, Vittorio Gassman
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra, Monica e Giuseppe.

Uno dei capolavori del cinema italiano, questa ispiratissima commedia dolce-amara segue per trent'anni – attraverso speranze, amori, delusioni e fallimenti, in un paese che cambia e che si trasforma – le vite parallele e incrociate di tre amici che si conoscono da partigiani, durante la resistenza, ma prendono poi strade diverse, assistendo lungo la via al crollo dei loro ideali sociali, politici e culturali. L'infermiere e portantino romano Antonio (Nino Manfredi), il più spontaneo dei tre, aspira ad un'esistenza semplice e onesta ma sconta la fedeltà alle proprie idee politiche e la mancanza di ambizioni; il meridionale Nicola (Stefano Satta Flores), dapprima insegnante frustrato e poi intellettuale cinefilo, si pone in continua polemica con il mondo e si smarrisce in rivendicazioni astratte e iperboliche; l'arrivista Gianni (Vittorio Gassman), avvocato rampante, mette da parte i propri valori e tradisce amici ed affetti, sposando per interesse la figlia di un ricco palazzinaro. Tutti e tre, a un certo punto della loro vita, si innamoreranno di Luciana (Stefania Sandrelli, figura centrale ma sfuggente nell'economia del film), aspirante attricetta che alla fine sceglierà Antonio, lasciando Gianni a rimpiangerla per tutta la vita. Come nei migliori esempi di commedia all'italiana, il film fonde – grazie all'intensa e scoppiettante sceneggiatura di Scola, Age e Scarpelli – momenti di riuscitissimo umorismo (con battute memorabili come "Nocera è inferiore perché ha dato i natali a gente come voi!"), uno sguardo amaro e realista sulle vicissitudini della vita (con tutta la delusione nell'assistere al crollo delle speranze che avevano animato gli anni della liberazione e del dopoguerra), ficcanti ritratti delle categorie che caratterizzavano allora – e tuttora – lo scenario socio-politico del paese (i tre protagonisti impersonano rispettivamente il populismo di sinistra, l'inconcludenza degli intellettuali, il trasformismo degli opportunisti) e una convinta caratterizzazione dei personaggi che, lungi dal trasformarsi in caricature fini a sé stesse, sono delineati con sincera umanità e convincente introspezione, al punto che al termine del film dispiace quasi dover dire loro addio. Molto bravi gli attori: oltre ai protagonisti, nel magnifico cast brillano anche il grande – in tutti i sensi – Aldo Fabrizi (impresario edile ricco e ruspante, simbolo di una concezione degli affari "familiare" e prevaricatrice, convinto – a ragione – che i ricchi siano le persone più sole al mondo e talvolta inquadrato dal basso come Orson Welles ne "L'infernale Quinlan") e Giovanna Ralli (sua figlia Elide, la moglie di Gianni, che da semianalfabeta cerca teneramente di "elevarsi" per dimostrarsi degna del marito), comprimari a loro volta ritratti da Scola con grande simpatia e indulgenza.

La ricostruzione storica e ambientale si giova della trovata di girare in bianco e nero le scene del dopoguerra (tutta la prima metà del film), passando al colore in concomitanza con il momento in cui l'Italia si trasforma da paese arretrato e "neorealista" in nazione moderna e industrializzata senza però mettere da parte squilibri e contraddizioni (il passaggio vero e proprio avviene sull'inquadratura del dipinto di un madonnaro sul selciato, nella scena in cui i tre amici si separano per poi ritrovarsi solo molti anni dopo, alla fine del film). Ma anche la regia ci mette del suo, con numerose trovate geniali – talvolta ai limiti del surreale – come quelle che fanno comunicare tra loro i personaggi in maniera inusuale, dandogli modo di esplicitare pensieri e frasi non dette: dallo spoof dello "Strano interludio" di Eugene O'Neill alla scena in cui Antonio e Luciana si parlano per bocca dei personaggi del film che stanno guardando al cinema ("Schiavo d'amore", con Kim Novak); dalla solitudine di Nicola che, nella sua "redazione", interloquisce con la moglie e il figlio a chilometri di distanza, al dialogo fra Gianni e la moglie Elide, appena scomparsa in un incidente stradale, nella spettrale penombra di uno sfasciacarrozze. L'utilizzo delle luci e della fotografia risulta fondamentale in molte di queste sequenze che, prese singolarmente, sembrano giocare con lo spazio (riducendolo, ampliandolo, destrutturandolo), mentre la pellicola nel suo complesso sembra attraversare invece un'altra dimensione, quella del tempo. Non a caso, è come se tutto il film si svolgesse nello spazio di un attimo, di una frazione di secondo: quella che servirà a Gianni a completare il suo "tuffo" in piscina, interrotto con un fermo immagine all'inizio della pellicola e portato a termine – come aveva preannunciato Nicola rivolgendosi direttamente agli spettatori (un'altra trovata che i personaggi continueranno a sfruttare in continuazione, parlando al pubblico come per invitarlo a partecipare alle loro vicende) – soltanto dopo aver concluso quello che di fatto è un lungo, lunghissimo flashback.

Ma il film è anche un omaggio a trent'anni di cinema italiano, con citazioni esplicite dalle pellicole di De Sica (Nicola e la moglie assistono a "Ladri di biciclette", accapigliandosi con i notabili del paese che condividono le opinioni di Andreotti sui panni sporchi da lavare in casa), Fellini (Antonio incontra nuovamente Luciana, dopo averla persa di vista per qualche tempo, sul set de "La dolce vita") e Antonioni (Elide si identifica con Monica Vitti, paladina dell'alienazione e dell'incomunicabilità), mentre molti protagonisti della scena culturale e dello spettacolo di quegli anni vi recitano nei panni di sé stessi (Mike Bongiorno, Fellini, Mastroianni; era prevista anche la partecipazione di Vittorio De Sica, ma il regista morì proprio durante le riprese, e dunque le scene in cui compare sono tratte da immagini di repertorio. Il film, naturalmente, è dedicato a lui). Non mancano citazioni atipiche per Visconti e Rossellini, e nemmeno riferimenti a Eisenstein ("La corazzata Potëmkin", che l'esaltato Nicola illustra a Luciana sulla scalinata di Piazza di Spagna) e Resnais (gli amici di Antonio si recano a vedere "L'anno scorso a Marienbad"). Fra le tante sequenze che varrebbero da sole la visione del film, vorrei citare quella quasi straziante di Nicola che si presenta a "Lascia e raddoppia" e sbaglia una risposta proprio su "Ladri di biciclette"; Antonio che scambia Gianni per un parcheggiatore a Piazza del Popolo; gli abitanti della villa di Gianni che non riescono a incontrarsi e a comunicare fra di loro (e che poi, quando escono di casa, utilizzano ognuno un'automobile diversa); l'attesa davanti al falò per iscrivere i bambini a scuola; le litigate sotto la pioggia e nelle piazze di una Roma che assurge al rango di scenario ideale, vero contenitore di emozioni e di esistenze di ogni tipo. Molte pure le frasi da annotarsi sul taccuino: "Vincerà l'amicizia o l'amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?, "Erano tempi duri, ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi", "Il futuro è già passato, e non ce ne siamo accorti", "Vivere come ci pare e piace costa poco, perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità", "L'intellettuale è più avanti, è più su, è più giù, egli è irraggiungibile, egli è più oltre!", e la più celebre e citata di tutte: "Credevamo di cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato noi". La bella colonna sonora è di Armando Trovajoli (compresa la canzone "Ed io ero Sandokan"). Il titolo del film, da allora entrato nel linguaggio comune, proviene invece da un verso di una canzone degli anni venti, "Come pioveva", a suo tempo cantata – fra gli altri – anche da Vittorio De Sica.

9 febbraio 2010

La cosa giusta (M. Campogiani, 2009)

La cosa giusta
di Marco Campogiani – Italia 2009
con Paolo Briguglia, Ennio Fantastichini
**1/2


Eugenio, agente di polizia alle prime armi ma avviato a una carriera brillante e con un matrimonio e una laurea in vista, viene dapprima incaricato di sorvegliare di nascosto (insieme a Duccio, un collega più anziano ed esperto) un immigrato tunisimo sospettato di fiancheggiare alcuni terroristi internazionali, e poi – dopo che l'uomo si è accorto del pedinamento ed è entrato in contatto con i due poliziotti – addirittura di fargli da scorta. La vicinanza con l'indecifrabile Khalid porterà Eugenio a simpatizzare con lui, complice anche una certa sensibilità verso la sua cultura d'origine (ha studiato e parla perfettamente l'arabo), il desiderio di comprendere il "diverso" e l'insofferenza verso pregiudizi e prevaricazioni. Ma ne farà le spese, scoprendo che ci sono barriere che la società non permette di oltrepassare. Il primo lungometraggio di Campogiani (ispirato a un fatto di cronaca reale) è un poliziesco atipico e interessante, con toni più da commedia amara che da cinema di denuncia, e che fugge dai luoghi comuni del genere: anziché sull'esasperazione drammatica della vicenda, con sequenze d'azione o colpi di scena rivelatori (fino alla fine si rimane con il dubbio se Khalid sia innocente o colpevole), punta sulla rappresentazione di una realtà complessa e sfaccettata, sulla caratterizzazione dei personaggi e soprattutto sui rapporti che intercorrono fra loro. I protagonisti vorrebbero instaurare relazioni "umane", ma sono prigionieri dei rispettivi ruoli professionali e sociali, che li trasformano in ingranaggi di un meccanismo inesplicabile e sfuggente. Il giovane Eugenio si illude che l'amicizia e la simpatia possano aiutare a uscire da questi compartimenti stagni, mentre il più navigato e pratico Duccio si fa meno illusioni, a costo di apparire più cinico di quanto non sia. E il confronto finale fra i due all'aeroporto di Tunisi non può che essere foriero di nuovi dubbi, nonostante i personaggi siano avvolti in una luce calda che contrasta col clima freddo di Torino, dove si svolge gran parte della storia. Ottima la confezione e bravi gli attori: su tutti mi sono piaciuti Fantastichini (nei panni di Duccio) e Camilla Filippi (la fidanzata e poi moglie di Eugenio).