16 aprile 2009

Lolita (Stanley Kubrick, 1962)

Lolita (id.)
di Stanley Kubrick – GB 1962
con James Mason, Sue Lyon
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Humbert Humbert, intellettuale europeo trasferitosi per lavoro in una cittadina americana, rimane folgorato dalla bellezza della quattordicenne "ninfetta" Lolita, al punto da sposarne la madre pur di poterle stare vicino. Dopo la morte (accidentale) della donna, si trasferirà con la ragazzina in un'altra città, ma i sospetti, la gelosia e la paranoia gli impediranno di vivere tranquillo insieme a lei. Tratto dal celebre e "scandaloso" romanzo di Vladimir Nabokov (che ha collaborato alla sceneggiatura, peraltro ampiamente rimaneggiata da Kubrick), è il film che ha portato il nome del regista definitivamente all'attenzione della critica e del grande pubblico. Visto l'argomento pruriginoso (ma sullo schermo non ci sono mai scene volgari o sessualmente esplicite, anche se è facile intuire cosa accade fra una dissolvenza e l'altra), Kubrick ha dovuto lottare duramente contro la censura dell'epoca, andando a girare in Inghilterra anziché negli Stati Uniti, innalzando l'età del personaggio (che nel romanzo ha solo dodici anni) ed eliminando alcuni dei passaggi più controversi (in alcune interviste successive, il regista si è lamentato di non aver potuto rendere più evidente l'attrazione erotica fra i due protagonisti). Anche così, tuttavia, la tensione psicologica rimane a livelli alti per tutto il film, mentre la scelta di cominciare la pellicola dal finale del libro (la resa dei conti fra Humbert e il suo "rivale" Quilty) e di narrare il resto attraverso un flashback aggiunge profondità alla seconda parte della vicenda, quella "on the road". Oltre ai due personaggi principali (la Lyon era all'esordio ma poi non ha avuto una carriera brillante, Mason rende bene la caratteristiche del suo personaggio, subdolo, ambiguo, intelligente e autodistruttivo), spiccano le ottime interpretazioni di Shelley Winters nei panni della madre di Lolita e di Peter Sellers (alla sua prima collaborazione con il regista che lo avrebbe poi diretto nel "Dottor Stranamore") in quelli del camaleontico e mefistofelico Clare Quilty. La scelta del cast fu alquanto problematica, visto che molti attori (come Laurence Olivier, cui era stata proposta la parte di Mason) rifiutarono di farsi coinvolgere, dati i temi tabù e l'assenza di personaggi positivi. Indimenticabile la scena (proposta anche all'inizio, sui titoli di testa), in cui Humbert mette lo smalto alle dita dei piedi di Lolita. Il nome del personaggio è entrato poi nel linguaggio comune e ha generato anche diversi neologismi (come "lolicon", da "lolita complex", usato spesso in Giappone).

Le avventure di Peter Pan (aavv, 1953)

Le avventure di Peter Pan (Peter Pan)
di Clyde Geronimi, Wilfred Jackson, Ham Luske – USA 1953
animazione tradizionale
**1/2

Rivisto in DVD, con Elena.

Tratto dalla commedia di J.M. Barrie, "Peter Pan" fa parte di quel gruppo di lungometraggi disneyani degli anni cinquanta che – benché non agli stessi livelli dei cinque capolavori degli inizi – hanno contribuito ad affermare la casa di Burbank come leader nel campo dell'intrattenimento a cartoni animati. La trama, pur semplificata, è essenzialmente fedele a quella dell'opera originale, di cui ripropone tutti i personaggi – Peter Pan, il bambino che non vuole crescere; Wendy Darling e i suoi fratellini John e Michael (Gianni e Michele nella versione italiana), che lo seguono dalla Londra vittoriana fino all'isola che non c'è; i Ragazzi Perduti, fedeli seguaci di Peter; la capricciosa fatina Trilli (il cui nome originale, Tinker Bell, è tradotto a volte come Campanellino); il perfido Capitan Uncino e la sua ciurma di pirati, fra i quali spicca il nostromo Spugna; l'affamato coccodrillo che ha ingoiato una sveglia e che segue Uncino come un ombra nella speranza di divorarlo; la principessa indiana Giglio Tigrato – in parte ispirandosi all'iconografia classica e in parte creandone una nuova, destinata a molta fortuna. Anche i principali temi del testo di Barrie sono fortunatamente sopravvissuti alla rielaborazione disneyana: il conflitto fra l'innocenza e la fantasia infantile da una parte (esemplificate da Peter Pan e dal suo desiderio di non crescere mai) e la responsabilità dell'età adulta dall'altra (impersonata soprattutto dal padre di Wendy – il cui interprete, in teatro, recita spesso anche il ruolo di Uncino – ma anche dalla scelta dei bambini, nel finale, di ritornare nel proprio mondo). Oltre al piacere dell'avventura, vissuta quasi sempre come un gioco, ci sono gradevoli e curiose sottotrame romantiche, con la gelosia di Trilli (e delle sirene) nei confronti di Wendy e quella di Wendy stessa nei confronti di Giglio Tigrato: per non parlare di come tutti i personaggi femminili, e in particolare Trilli (che secondo alcune voci dell'epoca, poi smentite, sarebbe stata modellata su Marilyn Monroe!), risultino sexy e spigliati. Rispetto ad altri classici disneyani, le musiche e le canzoni non sono particolarmente memorabili (il brano che mi piace di più è quello iniziale, "You can fly!"). Si tratta dell'ultimo film Disney distribuito dalla RKO prima della fondazione della Buena Vista Pictures, oltre che dell'ultima pellicola in cui i leggendari "nine old men" (i primi e più fedeli collaboratori di Walt) hanno lavorato tutti insieme.

15 aprile 2009

The matador (R. Shepard, 2005)

The matador (id.)
di Richard Shepard – USA/Irlanda 2005
con Pierce Brosnan, Greg Kinnear
**1/2

Visto in divx, con Giovanni.

Insolita pellicola su un killer professionista sull'orlo di un esaurimento nervoso che, incapace di continuare a svolgere il proprio lavoro (il suo compito è quello di eliminare bersagli selezionati, spostandosi da un capo all'altro del mondo senza mai avere la possibilità di tessere legami o di fermarsi da qualche parte), si rivolge all'unico amico che ha: un impiegato incontrato per caso nel bar di un albergo a Città del Messico e al quale ha confidato tutti i propri segreti, una persona che sembra la sua antitesi, visto che è sposato, razionale, integrato nella società. Non si tratta di un thriller (persino gli omicidi non vengono mai mostrati sullo schermo) ma di una commedia politicamente scorretta – a tratti anche malinconica – sull'amicizia che supera ogni differenza e ogni stile di vita, un film che mostra i lati più fragili e insospettabili di un freddo sicario. Entrambi gli interpreti sono bravi, ma strepitoso è soprattutto Pierce Brosnan, che dimostra ancora una volta tutta la propria versatilità e riesce a dar vita a un personaggio amorale, sociopatico, eccentrico e sessuomane, "cattivo" eppure simpatico, distante anni luce dal self-control britannico del suo James Bond.

14 aprile 2009

Changeling (Clint Eastwood, 2008)

Changeling (id.)
di Clint Eastwood – USA 2008
con Angelina Jolie, Michael Kelly
**

Visto in DVD, con Albertino, Ghirmawi ed Enzo.

Los Angeles, 1928: la centralinista e madre single Christine Collins denuncia l'improvvisa scomparsa del figlioletto Walter. Quando la polizia afferma di averlo trovato, lei nega fermamente che il bambino restituitole sia suo figlio. Per evitare di essere messi pubblicamente in imbarazzo e di dover ammettere il proprio errore, i corrotti vertici delle forze dell'ordine fanno passare la donna per pazza e la internano in un manicomio. Ma grazie alle indagini di un ostinato detective e all'appoggio di un predicatore radiofonico, la verità verrà a galla e lo scandalo travolgerà il capo della polizia. Tratto da una storia vera, il film non mi ha convinto molto: la sceneggiatura (del "fumettaro" J. Michael Straczynski) è forzata e manichea nel dividere i personaggi in assolutamente buoni e assolutamente cattivi, e il comportamento dei poliziotti e dei medici appare francamente esagerato e sopra le righe, lasciando il sospetto che Straczynski si sia preso molte libertà nel romanzare la storia originale, dando inoltre vita a situazioni stereotipate (tutta la parte ambientata nella clinica, per esempio). Ma anche la confezione è troppo ricercata nello stile, soprattutto per quanto riguarda la fotografia e le scenografie d'epoca. Inutilmente lunga, infine, la "coda" del film dopo il rilascio della protagonista dal manicomio. L'interpretazione della Jolie, che nelle scene ambientate nella clinica mentale sembra tornare alle origini (non dimentichiamo che si era fatta scoprire con "Ragazze interrotte") non esalta: molto meglio invece l'ottimo cast maschile. Eastwood (autore anche delle musiche) ha sostituito alla regia Ron Howard all'ultimo momento, e si vede: la pellicola ha ben poco in comune con i suoi lavori recenti. Il titolo, che fa riferimento a una figura del folklore scandinavo e britannico (una creatura fatata che prende il posto di un bambino umano), è forse un po' pretestuoso, visto che in realtà nel film è del tutto assente la dimensione fantastica, simbolica o misteriosa. Per la cronaca, "Changeling" era anche il nome di un personaggio della DC Comics, un giovane mutaforma che faceva parte dei Teen Titans (un albo dei quali è stato il primo lavoro di Straczynski in campo fumettistico).

13 aprile 2009

Ancora vivo (Walter Hill, 1996)

Ancora vivo (Last man standing)
di Walter Hill – USA 1996
con Bruce Willis, Christopher Walken
**1/2

Visto in divx, con Giovanni.

Per la trama del suo "Per un pugno di dollari", Sergio Leone si era ispirato (senza dichiararlo) a "La sfida del samurai" di Akira Kurosawa. Walter Hill fa lo stesso (ma segnalando il debito nei credits), trasportando la vicenda fra i gangster negli anni trenta e chiudendo quindi una specie di cerchio, visto che il lungometraggio giapponese era probabilmente influenzato a sua volta dal romanzo "Red Harvest" di Dashiell Hammett (in italiano, "Piombo e sangue"). La storia è quella di un individuo senza nome (nel film, a un certo punto, si fa chiamare John Smith), probabilmente un killer in fuga, che giunge in una cittadina texana non distante dal confine con il Messico dove spadroneggiano due bande di contrabbandieri in lotta fra loro, guidate rispettivamente dall'irlandese Doyle e dall'italiano Strozzi. Alleandosi ora con l'una ora con l'altra, facendo il doppio gioco e provocando sanguinose vendette, il protagonista farà divampare ai massimi livelli la feroce guerra fra le bande, portandole così a distruggersi a vicenda. Girato da Hill con un occhio verso il cinema di Tarantino e uno verso quello di Hong Kong (le sparatorie sembrano uscire da una pellicola di John Woo, con Bruce Willis che impugna due pistole alla volta come Chow Yun Fat), il film è scorrevole, anche se un po' monotono, e può contare su una fotografia che rende con efficacia la calura dell'ambiente e l'aria permeata di sabbia del deserto. Fra i personaggi minori rimangono impressi i due capibanda, le rispettive donne (vere vittime della violenza dei gangster), i pochi abitanti neutrali del villaggio, che in qualche modo aiutano l'opera di repulisti del protagonista (il locandiere, lo sceriffo), e soprattutto Hickey, il braccio destro di Doyle, interpretato da Christopher Walken.

12 aprile 2009

Il marito della parrucchiera (P. Leconte, 1990)

Il marito della parrucchiera (Le mari de la coiffeuse)
di Patrice Leconte – Francia 1990
con Jean Rochefort, Anna Galiena
*1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Sin da quando era soltanto un bambino, Antoine ha sempre sognato di sposare una parrucchiera. Da adulto riesce a realizzare il suo desiderio diventando il marito della bella Mathilde, e da allora la sua vita si svolge quasi interamente fra le mura della sua bottega. Tutti i film che avevo visto finora di Leconte mi erano piaciuti (da "La ragazza sul ponte" a "Il mio miglior amico", passando per "L'uomo del treno" e "Confidenze troppo intime"): questo, invece, non mi ha detto quasi niente, anzi l'ho trovato anche abbastanza noioso. È essenzialmente la storia di una perversione, con personaggi poco approfonditi e soprattutto poco credibili nei loro comportamenti (vedi il finale, per esempio). I due protagonisti non hanno amici, né interessi, né una vita degna di questo nome, e il loro rapporto è proposto sullo schermo in maniera piatta, a malapena ravvivata dall'incontro con alcuni clienti bizzarri e dai momenti in cui Antoine si esibisce in strani balletti con lo sfondo di musiche arabe. Le scene con il protagonista da piccolo, affascinato dalla prorompente parrucchiera della sua infanzia, ricordano naturalmente "Amarcord" di Fellini.

10 aprile 2009

Virgin stripped bare by her bachelors (Hong, 2000)

Virgin stripped bare by her bachelors (Oh! Soo-jung)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud 2000
con Lee Eun-ju, Jeong Bo-seok
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La giovane Soo-jung, assistente del regista indipendente Young-soo e sua compagna occasionale, accetta il lungo corteggiamento del ricco amico Jae-hoon e infine intreccia una relazione clandestina con lui, sorprendendolo però quando gli rivela di essere ancora vergine. La vicenda minimalista, narrata con uno stile che deve molto alla Nouvelle Vague e in particolare a Godard (fotografia in bianco e nero, storia divisa in capitoli con tanto di titoletti e numeri in sovrimpressione sullo schermo, ritmo dilatato, situazioni realistiche, dialoghi che danno l'impressione di essere improvvisati), non è particolarmente interessante in sé ma viene ravvivata dalla trovata che caratterizza in maniera indelebile il film, anche a rischio di un astratto formalismo: la molteplicità dei punti di vista, o per meglio dire dei ricordi e delle percezioni (un aspetto che ha spinto alcuni critici ad avanzare un paragone – forse azzardato – con "Rashomon"). Il titolo internazionale è ispirato a un'opera del surrealista Marcel Duchamp, "The bride stripped bare by her bachelors, even", e proprio come quella la pellicola è divisa in due metà. A un certo punto si ricomincia dall'inizio e riassistiamo agli stessi eventi, visti però dal punto di vista di Soo-jung (mentre all'inizio il protagonista era Jae-hoon). Molti particolari (dialoghi, situazioni, oggetti, stati d'animo) sono però differenti: come in ogni relazione, i due amanti ricordano infatti le cose in maniera diversa e spesso in contraddizione fra di loro. Il tutto dà una patina di maggior realismo alla vicenda, visto che è normale che due persone diverse percepiscano in maniera differente le esperienze comuni, a seconda della propria sensibilità, oppure che tendano a mischiarle e a confonderle nei propri ricordi. Anche la regia contribuisce a questo effetto, variando le inquadrature o capovolgendo i rapporti di campo e controcampo quando deve riproporre i medesimi episodi. E alla fine lascia lo spettatore nel dubbio su come si siano veramente svolti i fatti e sui reali contorni delle personalità dei due protagonisti.

Balls of fury (R. B. Garant, 2007)

Balls of fury (id.)
di Robert Ben Garant – USA 2007
con Dan Fogler, Christopher Walken
**

Visto in DVD, con Albertino.

Randy Daytona, ex bambino prodigio e promessa statunitense del ping pong, caduto in disonore dopo essere stato eliminato ignominosamente durante le olimpiadi di Seul del 1988 e ormai ridotto a umilianti esibizioni in cabaret di quart'ordine, viene reclutato dall'FBI per sgominare l'organizzazione del misterioso criminale Feng, di cui si ignora persino l'identità. Costui, infatti, è un noto appassionato di tennis tavolo, e organizza ogni cinque anni un grande torneo a inviti nel suo quartier generale segreto. Ma per raggiungere il livello di abilità necessario ad attirare la sua attenzione, e ricevere così l'invito, Randy deve affrontare un duro addestramento presso un anziano maestro cinese cieco e la sua affascinante figlia (la snellissima Maggie Q). La pellicola, stupidissima, è un incrocio fra i film demenziali-sportivi tipo "Dodgeball" o "Shaolin Soccer" e quelli di spionaggio e combattimenti a base di tornei segreti come "I tre dell'operazione Drago" o "La prova": l'umorismo è spesso sotto al livello di guardia, ma ci sono comunque alcune chicche che non ne rendono del tutto inutile la visione, prima fra tutte la presenza di Christopher Walken – un attore sempre disposto all'autoparodia – nei panni del cattivo, con costumi davvero improbabili. Non disprezzabile, inoltre, la presenza di alcune graziose fanciulle (oltre a Maggie Q, c'è anche la statuaria Aisha Tyler nei panni della guardiana che elimina a colpi di cerbottana i giocatori sconfitti). Fra le gag migliori, tutte quelle con la bambinetta soprannominata "Il drago".

9 aprile 2009

Amici x la morte (A. Bartkowiak, 2003)

Amici x la morte (Cradle 2 the grave)
di Andrzej Bartkowiak – USA 2003
con Jet Li, DMX
*1/2

Rivisto in DVD.

Una banda di rapinatori di colore, assoldati da un misterioso committente, svaligia un caveau blindato e si impadronisce di alcuni insoliti "diamanti neri". Ma le pietre, che non sono gioielli bensì una forma concentrata di energia nucleare, fanno gola a un trafficante internazionale di armi. Questi, pur di impossessarsene, rapisce la giovane figlioletta del capo della banda, che si vede così costretto ad allearsi con un freddo agente speciale di Taiwan. Dopo "Romeo deve morire", Jet Li torna a collaborare con il regista Andrzej Bartkowiak, ma il risultato è un film del tutto dimenticabile, di cui fra l'altro l'attore cinese non è nemmeno il vero protagonista. Al centro della vicenda, infatti, c'è semmai il rapper DMX (che aveva un ruolo minore già nel film precedente). Nel cast compaiono anche i "cattivi" Mark Dacascos e Kelly Hu. Le coreografie degli scontri a base di arti marziali sono di Corey Yuen Kwai. No comment sulla grafia da SMS del titolo (sia quello italiano, sia quello originale).

The One (James Wong, 2001)

The one (id.)
di James Wong – USA 2001
con Jet Li, Jason Statham
**

Rivisto in DVD.

Il nostro universo è in realtà composto da numerosi mondi paralleli, in ciascuno dei quali esiste una copia alternativa di ogni abitante. Uno speciale corpo di agenti speciali sorveglia i passaggi da un mondo all'altro per impedire ai malintenzionati di viaggiare tra gli universi, ma proprio uno di questi controllori si rende conto che eliminando le altre copie di sé stesso può acquisire enormi poteri, visto che le energie di chi viene soppresso si suddividono fra tutti i suoi "gemelli". Spinto dal desiderio di diventare "l'unico" (a un certo punto sbotta in un "Ne rimarrà soltanto uno!" che non può non ricordare "Highlander"), e dopo aver eliminato ben 123 suoi alter ego, scoprirà che l'ultimo sopravvissuto – un poliziotto di Los Angeles, nella nostra realtà – è un osso duro. Lo spunto fantascientifico, sebbene non originalissimo, è piuttosto inedito per un film con Jet Li. Peccato che la pellicola si riveli poi un action movie piuttosto convenzionale, se si toglie il fatto che l'attore cinese si ritrova per una volta a interpretare contemporaneamente il ruolo del buono e del cattivo. Al suo fianco c'è una coppia di agenti del multiverso composta da Delroy Lindo (già al fianco di Jet in "Romeo deve morire") e soprattutto da Jason Statham, che però è un po' sprecato. Fra effetti speciali alla "Matrix" (personaggi che schivano i proiettili), inseguimenti e sparatorie, c'è poco spazio per le arti marziali, tranne che nello scontro finale dove Jet lotta contro sé stesso. Nel cast, come moglie del protagonista, anche Carla Gugino.

7 aprile 2009

Elegia di Osaka (Kenji Mizoguchi, 1936)

Elegia di Osaka (Naniwa ereji)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1936
con Isuzu Yamada, Seiichi Takegawa
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Prima sceneggiatura di Yoshikata Yoda – che da questa pellicola in poi diverrà l'abituale collaboratore di Mizoguchi – "Elegia di Osaka" trasporta la consueta eroina femminile dei film del regista in un contesto contemporaneo: ma sebbene calati in un ambiente più moderno, quasi "alla Ozu", i temi e i rapporti fra i personaggi sono ancora quelli dell'epoca feudale (non a caso nel titolo originale figura Naniwa, l'antico nome di Osaka). Ayako, la protagonista, lavora come telefonista nell'ufficio di una compagnia farmaceutica ed è fidanzata con il giovane impiegato Nishimura. Suo padre, però, è pieno di debiti: pur di aiutarlo, la ragazza accetta di diventare segretamente l'amante e la mantenuta di Asai, il proprietario dell'azienda. Quando la moglie di Asai scopre tutto, lo costringe a troncare la relazione. Ayako, a questo punto, vorrebbe sposare Nishimura, ma per aiutare anche il fratello – che ha bisogno di denaro per pagare la retta universitaria – decide di ingannare Fujino, un altro dirigente della compagnia, fingendosi disposta a diventare anche la sua amante ma lasciandolo con un pugno di mosche dopo aver preso i suoi soldi. Denunciata da questi, viene arrestata. Nishimura la lascia sola, la famiglia la ripudia (il padre ha nascosto il denaro inviato da Ayako e ha tenuto segreto al figlio i motivi del comportamento della ragazza), e lei si ritrova così in mezzo alla strada, rinnegata e disprezzata di tutti. Ancora una volta, come si vede, al centro del film c'è il tema del sacrificio di una donna forte, altruista e coraggiosa, in favore di uomini deboli, sfruttatori e in questo caso anche ingrati. Anche se meno tragico di quelli di Taki no Shiraito o di O-Sen, il destino di Ayako è segnato: diventare dapprima una mantenuta e poi una delinquente ("una malattia che nemmeno io so curare", dice il dottore di famiglia nel finale). Se la simpatia del regista è tutta per lei, il mondo in cui si svolge la vicenda è descritto come oppressivo e dipendente solo dal denaro, dal dovere e dalla morale. Persino la famiglia, anziché un baluardo contro le asprezze della società come in Ozu, ne è uno specchio fedele che riflette al proprio interno meschinità ed egoismo. Forse un po' troppo melodrammatico per i miei gusti: il modo in cui il destino si accanisce contro i personaggi di Mizoguchi mi è sempre parso un po' esagerato. In un ruolo minore (un poliziotto) c'è anche Takashi Shimura. La musica è jazz, quasi gerschwiniana.

6 aprile 2009

Master with cracked fingers (Zhu Mu, 1979)

Master with cracked fingers (Guang dong xiao lao hu)
di Zhu Mu – Hong Kong 1979
con Jackie Chan, Yuen Siu-Tien
*1/2

Rivisto in VHS, in inglese.

Nonostante il padre gli abbia proibito di praticare le arti marziali, un ragazzo prende lezioni in segreto da un misterioso mendicante e diventa così un campione. Dovrà usare le proprie abilità per affrontare una banda di farabutti che terrorizzano il suo villaggio. Questo lungometraggio non è altro che il rimontaggio di alcune sequenze di una precedente pellicola, "Little Tiger of Canton", girata nel 1971 e distribuita nelle sale hongkonghesi soltanto nel 1973 con scarsissimo successo. Si trattava, fra l'altro, del primo film da protagonista per il giovane Jackie Chan (che in precedenza aveva già recitato in piccole parti, spesso non accreditate, come stuntman o come comparsa). Nel 1979, quando ormai l'attore era diventato una star grazie a titoli come "Snake in the Eagle's Shadow" e "Drunken Master", il film originale venne rimontato con l'aggiunta di nuove sequenze con Dean Shek, Yuen Siu-Tien e una controfigura dello stesso Jackie, e persino con una scena scartata da "Drunken Master"! Il risultato, naturalmente, è di qualità piuttosto altalenante e a volte sfiora il ridicolo (come in tutto il duello finale, nel quale la macchina da presa si mantiene distante dalla controfigura di Jackie e non lo riprende mai in volto per non far capire che non si tratta di lui). Questa nuova versione ha anche una trama piuttosto pasticciata, visto che tenta malamente di fondere due fili narrativi che hanno poco in comune fra di loro (quello in cui il nostro eroe lavora come cameriere nel ristorante dello zio, che proviene dai frammenti superstiti di "Little Tiger of Canton", e quello in cui si allena con l'anziano maestro). Peccato, perché gli spezzoni con un Jackie giovanissimo non sono poi così male: varrà la pena di procurarsi il film originale, distribuito in DVD solo nel 2007 con il titolo "The cub tiger from Kwang Tung". A causa della sua storia travagliata, nelle diverse filmografie di Jackie la pellicola viene fatta risalire di volta in volta al 1971, al 1973, al 1974 o persino al 1981 (quando in realtà arrivò in occidente e le venne imposto il titolo "Master with cracked fingers"). In alcune edizioni, inoltre, il titolo è "Snake fist fighter" e il nome del regista è traslitterato come Hdeng Tsu, mentre in Italia il film è noto anche come "La mano insanguinata". Curiosa la colonna sonora, che a un certo punto propone anche il tema di "Popeye".

5 aprile 2009

Two lovers (James Gray, 2008)

Two lovers (id.)
di James Gray – USA 2008
con Joaquin Phoenix, Gwyneth Paltrow
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Daniela.

I genitori di Leonard, ragazzotto trentenne da poco uscito da una relazione finita male e assai propenso al suicidio, spingono affinché si fidanzi con la dolce Sandra, figlia di alcuni amici di famiglia con i quali il padre ha anche degli affari in corso. Ma lui si innamora della nuova vicina di casa, la problematica Michelle, tossicodipendente e che trascina a fatica una relazione con un uomo sposato. Di James Gray finora avevo visto soltanto "I padroni della notte", che mi era parso un film del tutto convenzionale e dimenticabile. Questo invece non solo è decisamente migliore, ma è una pellicola che mi ha colpito profondamente e che mi è cresciuta sempre di più nei giorni successivi alla visione. Si tratta di un lungometraggio psicologico sui difficili equilibri sentimentali di un uomo che cerca la propria felicità in un mondo dove non tutte le storie d'amore hanno un lieto fine ma dove l'importante è non rimanere solo, girato con uno stile classico e controllato. I maggiori pregi della pellicola (ispirata, pare, a "Le notti bianche" di Dostoevskij) sono proprio l'assenza di enfasi e il grande realismo nel descrivere sentimenti e stati d'animo dei personaggi, senza trascurare i lati più opprimenti e devastanti di una storia d'amore. In più ci sono alcuni sviluppi imprevedibili (fino all'ultimo non si sa come andrà a finire), una bella ambientazione (la casa di Leonard, i ristoranti, le strade e i tetti di Brooklyn) e ottimi attori (nel cast c'è anche Isabella Rossellini, la madre del protagonista). Il bravo Joaquin Phoenix ha dichiarato che si tratterà del suo ultimo film come attore, visto che d'ora in poi vorrebbe dedicarsi esclusivamente alla carriera musicale. Gran parte dei personaggi sono ebrei di origine russa, come nei precedenti film di Gray.

Idiocracy (Mike Judge, 2006)

Idiocracy (id.)
di Mike Judge – USA 2006
con Luke Wilson, Maya Rudolph
***1/2

Visto in divx.

Senza predatori naturali e grazie allo sviluppo tecnologico che rende la vita ormai semplice e comoda, l'evoluzione degli esseri umani non viene più guidata dalla capacità di adattamento all'ambiente ma semplicemente dalla prolificità: e siccome gli individui con il quoziente intellettivo più elevato si fanno mille problemi e molte seghe mentali prima di fare figli, sono soprattutto gli idioti a riprodursi maggiormente e a trasmettere i propri geni e le proprie caratteristiche. Per questo motivo, da qui a cinquecento anni, l'umanità potrebbe essere formata soltanto da deficienti! Dietro un umorismo surreale e demenziale, questo film nasconde una satira sociale molto intelligente: il protagonista è un soldato che ai giorni nostri viene scelto per un esperimento di ibernazione. Dovrebbe essere risvegliato dopo un solo anno, ma qualcosa va storto e il malcapitato si ritrova a vivere nell'anno 2505, dove le sue pur limitate capacità intellettive (era stato selezionato perché tutti i suoi valori, compreso il Q.I., erano perfettamente nella media) lo rendono di fatto l'uomo più intelligente del pianeta! La pellicola è ambientata in un'America da incubo, dove nessuno ha più la capacità di compiere semplici ragionamenti, il presidente degli Stati Uniti è un ex wrestler, gli sponsor dettano legge e la cultura è ormai dimenticata se non sbeffeggiata: si dovrebbe ridere, ma spesso è un riso amaro perché in fondo – nonostante le esagerazioni – a tratti si ha l'impressione che la strada che stiamo prendendo è proprio quella. Il regista, noto per essere il creatore del cartoon "Beavis & Butt-Head", si prende gioco di diversi aspetti della società moderna: dall'eccessivo affidamento ai meccanismi automatici (in maniera non dissimile da "Wall-e") alle interfacce semplificate e a prova di idiota di molti apparecchi, che non fanno altro che rendere sempre più stupidi i loro utenti; dall'insensatezza delle pubblicità ("Contiene elettroliti!") al decadimento culturale dei prodotti di intrattenimento, cinema compreso. Un film da non sottovalutare, e che anzi merita di diventare un piccolo cult. E che, senza accorgercene, ci rimane dentro, al punto da essere oggetto di citazione e riferimento in parecchie situazioni della vita reale.

4 aprile 2009

Demoni e cristiani nel Nuovo Mondo (W. Herzog, 1999)

Demoni e cristiani nel Nuovo Mondo
(Christ and demons in New Spain, aka Gott und die Beladenen)
di Werner Herzog – Germania 1999
**1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Con questo documentario senza narratore (ci sono solo alcune didascalie in inglese), realizzato per la televisione tedesca all'interno di una miniserie chiamata "2000 Jahre Christentum", Herzog mostra alcuni curiosi aspetti della religiosità cristiana in Guatemala, caratterizzata da elementi che rimandano ancora ai culti pagani e alla mitologia maya. Le sequenze più interessanti sono quelle riprese nella chiesa di San Simone il carpentiere, la cui figura viene identificata e confusa con quella della divinità maya Maximòn, rappresentato con gli abiti di un ricco ranchero spagnolo. All'interno della chiesa, davanti a tavoli ricolmi di candele, i fedeli (compresi i bambini!) fumano enormi sigari in suo onore, mentre alcuni officianti soffiano loro addosso degli alcolici. La seconda parte del mediometraggio mostra invece le processioni della Pasqua, dove pesanti carretti con sculture e immagini della via crucis vengono trasportate da uomini incappucciati che camminano su tappeti di fiori, in maniera non dissimile da quello che avviene tuttora in molti paesini di Spagna e Italia.

3 aprile 2009

Noi tre (Pupi Avati, 1984)

Noi tre
di Pupi Avati – Italia 1984
con Cristopher Davidson, Dario Parisini
**1/2

Rivisto in divx.

Nell'estate del 1770, accompagnato dal padre, il quattordicenne Wolfgang Amadeus Mozart giunge in Italia e viene ospitato dall'anziano conte Pallavicini in una villa nella campagna emiliana, dove trascorre le giornate in attesa di un esame che dovrà sostenere presso l'Accademia Filarmonica di Bologna. Immerso in un ambiente per lui misterioso ed estraneo, fra la quiete dei boschi e le cupe stanze della grande casa, dopo un'iniziale ostilità il giovane musicista stringe una forte amicizia con Giuseppe, il figlio del conte, e si innamora (per la prima volta) di Antonia Leda, una ragazza che abita nei dintorni. I tre coetanei diventano inseparabili, al punto che "Amadè" medita persino di fallire volontariamente l'esame per poter rimanere per sempre in quel luogo, come per prolungare indefinitamente il momento magico dell'adolescenza e rinunciare così a quella carriera da compositore che sembra invece stare tanto a cuore a suo padre. Uscito nello stesso anno dell'"Amadeus" di Miloš Forman, con il quale ha però ben poco in comune, la pellicola di Avati è un film intimo e psicologico, incentrato soprattutto sui sentimenti e sulle dinamiche della fanciullezza (il fatto che uno dei protagonisti sia Mozart è in realtà del tutto marginale), che si fa apprezzare anche per l'ambientazione (mitiche le risse con i figli dei fattori) e per una punta di grottesco. Al racconto di formazione si sovrappongono infatti le vicende che vedono come protagonisti i personaggi di contorno, su tutti il vecchio conte (interpretato da Carlo Delle Piane), che ha terrore della morte e mangia la terra della sua proprietà per esorcizzare la paura di abbandonarla, e il cugino folle e dall'animo romantico (Gianni Cavina), che si aggira sperduto fra visioni e allegorie.

Tamara, figlia della steppa (J. Tourneur, 1944)

Tamara, figlia della steppa (Days of glory)
di Jacques Tourneur – USA 1944
con Tamara Toumanova, Gregory Peck
*1/2

Visto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

La ballerina Tamara (che nell'originale si chiama Nina) si unisce a un gruppo di partigiani russi che lottano contro l'invasione nazista con azioni di guerriglia. Retorico e inconcludente film di propaganda bellica (si tratta di una delle rare pellicole americane che esaltavano il coraggio degli "alleati" sovietici durante la seconda guerra mondiale), questo tributo alla resistenza russa si trascina in maniera noiosa e scontata, fra scene melodrammatiche e comprimari macchiettistici, ed è reso ancora peggiore dal doppiaggio italiano dell'epoca, che trasforma i nomi dei personaggi in "Vladimiro" e "Michele" e attribuisce alla protagonista quello dell'attrice che la interpreta. L'unico motivo di interesse è l'esordio cinematografico di Gregory Peck (ma praticamente tutti gli attori erano alla loro prima esperienza; la Toumanova era la fidanzata del produttore nonché una vera ballerina classica che a Hollywood non fece fortuna). La regia di Tourneur, senza un adeguato direttore della fotografia, è lontana anni luce dai livelli dei capolavori realizzati in coppia con il produttore Val Lewton.

2 aprile 2009

Tokyo gang (Kinji Fukasaku, 1992)

Tokyo gang (Itsuka giragirasuruhi, aka The triple cross)
di Kinji Fukasaku – Giappone 1992
con Kenichi Hagiwara, Kazuya Kimura
**

Rivisto in VHS.

A parte questo titolo, realizzato quando ormai la sua carriera volgeva al termine (prima di essere ravvivata proprio nel finale da "Battle royale"), non credo di aver visto mai nient'altro di Fukasaku, leggendario regista di film ultraviolenti su gangster e yakuza, celebre soprattutto per i suoi lavori degli anni sessanta e settanta che rappresentano quasi un trait d'union fra i poliziotteschi italiani, i polar francesi e il cinema di Tarantino o di Miike (non a caso suoi ferventi estimatori). La trama non sembra discostarsi molto dai temi centrali del genere, a base di tradimenti e vendette. Shiba, Kanzaki e Imura, tre esperti rapinatori che dopo numerosi colpi avevano deciso di ritirarsi, vengono spinti dalle necessità a tornare in scena per effettuare un ultimo "lavoretto", un assalto a un furgone portavalori. Ma il bottino è inferiore al previsto e soprattutto con loro, questa volta, c'è anche il giovane Kadomachi, che intende fregarli e tenere il malloppo tutto per sé per acquistare una discoteca. Nello scontro che ne segue, Shiba e Imura ci lasciano la pelle mentre Kanzaki riesce a sopravvivere e medita vendetta. Ma tra lui e Kadomachi (legato da uno strano rapporto di amore e odio alla giovane e sciroccata Mai, l'ex amante di Shiba, che ha contribuito a organizzare il colpo) ci sono anche la polizia e soprattutto la yakuza, alla quale il giovane deve un bel po' di denaro. Se la sceneggiatura non sembra offrire molto di nuovo o di originale rispetto ad altre pellicole del genere, l'azione comunque non latita e i personaggi (in particolare i due giovani, Kadomachi e Mai) sono ben costruiti, anche se un po' parodistici. Fra gli attori ci sono anche Sonny Chiba, Renji Ishibashi e soprattutto Keiko Oginome nei panni della pazza Mai.

31 marzo 2009

Fratelli e sorelle della famiglia Toda (Y. Ozu, 1941)

Fratelli e sorelle della famiglia Toda (Todake no kyodai)
di Yasujiro Ozu – Giappone 1941
con Mieko Takamine, Shin Saburi
***1/2

Rivisto in DVD, con sottotitoli (registrato da "Fuori Orario").

In occasione del compleanno della madre, i numerosi membri della facoltosa famiglia Toda si ritrovano tutti insieme per scattare una foto di gruppo in giardino: da lì a poco, però, la loro fortuna è destinata a mutare. L'improvvisa morte del patriarca lascia la famiglia con numerosi debiti da pagare, per estinguere i quali gli eredi sono costretti a vendere la grande villa dove abitava la madre con i due figli più giovani, la gentile Setsuko, che deve ancora sposarsi, e lo scapestrato Shojiro. Quest'ultimo decide di partire per la Cina, in cerca di fortuna e di un lavoro, mentre le due donne (insieme alla vecchia e fidata cameriera) si trasferiscono in casa del figlio maggiore, Shinichiro. Ma l'ospitalità dura ben poco: fra incomprensioni con la cognata e inaspettate umiliazioni, madre e figlia cominciano un triste vagabondaggio di casa in casa, da fratello a fratello, fino a essere costrette a stabilirsi nella fatiscente casa di famiglia sul mare. In occasione del primo anniversario della morte del padre, Shojiro torna dalla Cina e rimprovera aspramente i fratelli maggiori per le loro mancanze, smascherandone tutte le ipocrisie e le gentilezze di facciata. Invita poi la madre e la sorella a seguirlo in Cina, non prima che Setsuko lo abbia convinto a mettere la testa a posto sposando la sua cara amica Tokiko. E pazienza se quest'ultima è soltanto l'umile figlia di un impiegato: è giunto il momento di mettere da parte l'orgoglio e le pretese di una vita lussuosa (come quelle della sorella Chizuru, che giudicava umiliante il desiderio di Setsuko di mettersi a lavorare) per adattarsi a un futuro che è tutto da costruire e dove la semplicità e la sincerità saranno i veri valori guida.

Realizzato a quattro anni di distanza dall'ultimo lavoro, un periodo durante il quale il regista ha combattutto in guerra (dal 1937 al 1939) e poi ha inutilmente cercato di girare film che vengono bloccati dalla censura e vedranno la luce solo più tardi ("C'era un padre" e "Il sapore del riso al tè verde"), "Fratelli e sorelle della famiglia Toda" è una pellicola fondamentale nella filmografia di Ozu, un passaggio obbligato verso i film degli anni cinquanta (dove il tema della decadenza e della dissoluzione della famiglia sarà una costante) e nella quale è impossibile non riconoscere già in nuce il soggetto di "Viaggio a Tokyo". La trama sembra solo apparentemente estranea agli eventi bellici di quegli anni. Leggendo tra le righe, in realtà, il contesto è ben chiaro (e non potrebbe essere altrimenti): Shojiro va a lavorare in Cina, anche se l'occupazione militare giapponese non è menzionata; ci sono alcuni curiosi riferimenti culturali germanici, seppur in chiave ironica (Shojiro paragona la propria timidezza con le donne al punto debole di Sigfrido); si elogia l'arte di adattarsi a un tenore di vita inferiore a quello cui si era abituati un tempo, e alla necessità di superare le barriere fra le classi sociali; ma soprattutto viene esplicitato in maniera netta come il ruolo della famiglia debba essere quello di mutuo sostegno in tempi di crisi e di bisogno, e come l'unità familiare debba saper resistere agli egoismi della nuova borghesia che la vorrebbero minare. Ozu, comunque, guarda già al futuro, al mondo che verrà dopo la fine del conflitto: che l'insegnamento morale provenga dai membri più giovani della famiglia, secondo alcuni critici (come riportato sull'interessante Castorino di Dario Tomasi) "preannuncia l'affermarsi di una nuova generazione di uomini e donne che adempiranno ai loro doveri verso i genitori e verso la società meglio di quanto non abbiano fatto quelli della generazione precedente". Non a caso il Giappone del dopoguerra sarà caratterizzato da un'enorme frattura generazionale.

Dal lato stilistico, il regista padroneggia perfettamente ogni inquadratura e sfrutta il montaggio in maniera rigorosa ed estremamente funzionale. Nulla viene mostrato per caso, come dimostrano gli inserti con le piantine e la gabbia del merlo che la signora Toda porta con sé ogni volta che si trasferisce in una nuova casa, e che aprono ogni sequenza della pellicola, fungendo da transizione ripetuta, così come le geometrie degli interni (grazie all'uso lineare o prospettico di porte, infissi, pavimenti). Per i ruoli principali, cosa insolita per lui, Ozu ricorre a due attori con i quali non aveva mai lavorato ma che all'epoca erano delle vere star: questo valse al film – oltre al consenso della critica, che non era una novità – soprattutto un grande successo di pubblico, il maggiore mai avuto da Ozu fino a quel momento.

30 marzo 2009

Bersaglio di notte (Arthur Penn, 1975)

Bersaglio di notte (Night moves)
di Arthur Penn – USA 1975
con Gene Hackman, Jennifer Warren
**1/2

Visto in divx.

Harry Moseby, ex giocatore di football e ora detective privato da quattro soldi, viene incaricato di ritrovare una sedicenne scappata di casa. Il caso sembra semplice: Harry rintraccia la ragazza presso il patrigno, che vive con la sua compagna allevando delfini fra le isolette della Florida, e la convince a tornare in California dalla madre. Ma non è finita qui, anzi è solo l'inizio di un intrigo che si lascerà dietro una scia di sangue... Un bel noir, quasi esistenzialista e con una struttura da giallo chandleriano, che potrebbe fare il paio con "Il lungo addio" di Altman o con "Chinatown" di Polanski. Al centro del film, più che la vicenda investigativa, c'è soprattutto il protagonista, un "perdente" che nel proprio lavoro è un mediocre, che scopre che la moglie lo tradisce e che non può contare nemmeno sugli amici. Sullo sfondo scorrono gli anni settanta, con tutte le loro insicurezze (era l'epoca post-Watergate), gli scontri generazionali (la ragazzina, una lolita seduttrice interpretata da una giovanissima Melanie Griffith, appare quasi come un'aliena ai personaggi della generazione precedente), i complotti di una realtà traditrice, la decostruzione del mito del detective infallibile (Harry è tutt'altro che perfetto, e le soluzioni dei misteri gli sfuggono di mano per poi piombargli addosso nel modo più amaro e inaspettato. Come il giocatore di scacchi che cita in una scena, il quale non si accorge che con la mossa giusta avrebbe potuto vincere la partita, Harry non si rende conto di come stanno realmente le cose fino a quando non è troppo tardi). La sceneggiatura si concede qualche "sberleffo cinefilo" (la moglie di Harry va al cinema con l'amante a vedere "La mia notte con Maud" di Rohmer, ma il protagonista preferisce non accompagnarli: "Perché pagare per sbadigliare?"). Nel cast c'è anche James Woods, pure lui a inizio carriera, nei panni del meccanico Quentin.

28 marzo 2009

Hellboy 2 (Guillermo del Toro, 2008)

Hellboy: The golden army (Hellboy II: The golden army)
di Guillermo del Toro – USA 2008
con Ron Perlman, Selma Blair
**

Visto in DVD, con Hiromi.

Il secondo film di Hellboy (chissà perché nel titolo italiano è stato eliminato il numero e mantenuto il sottotitolo in inglese) è migliore del precedente, ma di poco. Stavolta Del Toro – il cui talento visivo continua a dimostrarsi straordinario ma, ahimè, è anche l'unica cosa che davvero vale la pena di salvare nel film, a parte forse il tono ironico e scanzonato del protagonista – punta maggiormente su un ambientazione da fiaba dark, a lui più congeniale, e si distacca sia dal filone supereroistico sia dalle indagini sul paranormale che caratterizzano il fumetto di Mignola. Hellboy e i suoi compagni (l'anfibio Abe e la pirocinetica Liz – che hanno più spazio e sono approfonditi maggiormente rispetto al primo capitolo – ai quali si aggiunge lo scienziato incorporeo Johann Krauss) sono alle prese con il principe di un regno fatato, popolato da elfi e troll, che intende scatenare un esercito di soldati meccanici e indistruttibili contro la razza umana e tornare così a dominare la Terra come avveniva un tempo. Si vedono molte creature fantastiche che non sfigurano di fronte a quelle de "Il labirinto del fauno" e che fanno ben sperare per l'imminente "Hobbit" (la scelta di Del Toro come sostituito di Peter Jackson mi sembra davvero azzeccata!): particolarmente riuscita è la piccola "fatina dei denti", spaventosa ma kawaii al tempo stesso. Bella anche la lotta contro la pianta gigante, mentre certe sequenze (l'incipit, il mercato dei troll) fanno venire in mente Neil Gaiman o Tim Burton. Ottimi i costumi e le scenografie, apprezzabile il rilevante ricorso a pupazzi e al trucco anziché alla computer grafica. Il punto debole continua a essere la sceneggiatura, non tanto per la caratterizzazione dei personaggi (che stavolta, come detto, è decisamente migliore anche nel caso delle figure minori) quanto per il plot, semplicistico e prevedibile; per la tensione, che non monta mai; e soprattutto per il ritmo, visto che la vicenda ha frequenti cadute di tono: la mia attenzione continuava ad avere alti e bassi e spesso non mi importava granché di quello che capitava sullo schermo. Comunque merita una visione, e per fortuna si può anche fare a meno di guardarsi prima il lungometraggio precedente.

27 marzo 2009

Hellboy (Guillermo del Toro, 2004)

Hellboy (id.)
di Guillermo del Toro – USA 2004
con Ron Perlman, John Hurt
**

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Hellboy è una creatura infernale (con la pelle rossa, le corna e la coda) uscita da un portale dimensionale creato nel 1944 dai nazisti (e da Rasputin!) per evocare una forza in grado di mutare le sorti della guerra. Adottato da uno scienziato americano, oggi è diventato un agente di una speciale divisione dell'FBI che si occupa di indagini sul paranormale. Al suo fianco combattono altri "freaks" come l'uomo-pesce Abe Sapien (interpretato dal versatile Doug Jones) e la ragazza pirocinetica Liz Sherman, di cui Hellboy è innamorato (una convincente Selma Blair). Il personaggio e le sue storie, ricche di temi alla "Martin Mystére", provengono dai fumetti di Mike Mignola, di cui questo film condivide pregi e difetti: stile grafico accattivante, ambientazione intrigante, narrazione noiosa. Pur lavorando "su commissione", Del Toro sfoggia tutto il suo talento visivo nel creare atmosfere dark e fumettose che rendono la pellicola un film di supereroi del tutto sui generis. I costumi, le scenografie e gli effetti speciali concorrono a dar vita a un mondo che sullo schermo cinematografico non perde nulla del fascino che aveva sulla pagina disegnata. Peccato però che la storia sia poco interessante, che il ritmo sia malamente dosato e che persino le scene d'azione facciano talvolta sbadigliare. Rasputin, come villain principale, convince poco: molto più memorabile è il personaggio minore del nazista Krönen, con il corpo semi-mummificato. A parte Hellboy, ben impersonato da quel Ron Perlman che si era già fatto notare nei film di Jean-Pierre Jeunet (e che con Del Toro stringe un vero e proprio sodalizio), gli altri "buoni" non lasciano un particolare ricordo. Nel complesso il film mi è parso un'occasione sprecata, con l'unico pregio di confermare le grandi capacità visive del regista messicano.

25 marzo 2009

Peking opera blues (Tsui Hark, 1986)

Peking Opera Blues (Do ma daan)
di Tsui Hark – Hong Kong 1986
con Brigitte Lin, Cherie Cheung, Sally Yeh
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

L'Opera di Pechino è una forma tradizionale di teatro cinese, caratterizzata – oltre che dal canto e dalla danza – da grandi acrobazie e combattimenti con arti marziali (non a caso in gioventù l'hanno praticata anche Jackie Chan, Sammo Hung e Yuen Biao). Ai tempi in cui è ambientato questo film (gli inizi del Novecento), in molti teatri era vietato l'ingresso alle donne, e anche i personaggi femminili erano interpretati da attori maschi. Sembra ironico dunque che le protagoniste della pellicola siano invece tre ragazze. Tsao Wan è la figlia del generale Tsao, che governa Pechino con il pugno di ferro nei primi anni della Repubblica Cinese. Wan, che ha studiato all'estero, collabora però con i ribelli della resistenza e complotta in segreto contro il padre. Sheung Hung, una musicista di corte, aspira invece al lusso e alla ricchezza e vorrebbe impadronirsi di una cassetta di gioielli che i soldati hanno sottratto alle amanti di un generale caduto in disgrazia. Pat Neil, infine, è la figlia di un impresario teatrale e sogna di esibirsi sul palcoscenico, ma le viene impedito perché è una donna. Nonostante la diversa estrazione sociale e soprattutto le differenti aspirazioni, gli eventi della storia le portano a diventare amiche e a battersi tutte insieme per riportare la democrazia nel loro paese. La pellicola, un classico fondamentale nella produzione "popolare" e multigenere di Tsui Hark (non ha nulla a che fare con cose tipo "Addio mia concubina", per intenderci!), rivista oggi ha certo i suoi bravi difetti: un tono ingenuo e melodrammatico che la rende un po' datata, una caratterizzazione dei personaggi forse superficiale, una certa mancanza di equilibrio fra le scene più leggere e quelle più violente. Tutto passa però in secondo piano rispetto al sincero gusto per lo spettacolo, al ritmo della narrazione che non si ferma mai, all'ambientazione storica e irreale al tempo stesso (grazie anche a una fotografia dai toni quasi onirici), alla ricchezza delle situazioni e agli improbabili colpi di scena, alle complesse dinamiche che muovono le varie figure della storia e le mettono in relazione tra loro. Certo, per apprezzarla fino in fondo bisogna amare il cinema di Hong Kong con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Fra le tre attrici, davvero ottime, spicca soprattutto l'androgina Brigitte Lin Ching-hsia, che veste abiti maschili per tutto il film (tranne nella "famigerata" e indimenticabile scena in cui le tre le fanciulle indossano candide camicie da notte, bevono champagne e ascoltano musica da un grammofono), è forte e coraggiosa come un vero eroe ma anche estremamente vulnerabile e combattuta fra l'amore per il padre e gli ideali patriottici. Spettacolare la fuga finale sui tetti della città, dove Tsui Hark (con il coreografo Ching Siu-tung) fa le prove generali per film successivi come "Once upon a time in China" o "New Dragon Gate Inn". Bellissime anche le elaborate sequenze di danza in costume sul palcoscenico. Molte scene, infine, fanno riferimento a celebri Opere di Pechino, come quella in cui Tsao Wan conforta Pat Neil sotto un'improvvisa nevicata in piena estate.

24 marzo 2009

Kiss of the dragon (C. Nahon, 2001)

Kiss of the dragon (id.)
di Chris Nahon – Francia/USA 2001
con Jet Li, Bridget Fonda
*1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Un poliziotto cinese (Jet Li), in trasferta a Parigi per collaborare con i colleghi francesi all'indagine su un traffico di droga, si ritrova "incastrato" da un commissario corrotto (Tcheky Karyo). Lo aiuterà una prostituta dal cuore d'oro (Bridget Fonda), che il cattivo ricatta tenendone in ostaggio la figlioletta. Le secche scene d'azione e i combattimenti a base di agopuntura (!) e arti marziali (coreografati da Corey Yuen Kwai) sono l'unica cosa da salvare in un film scontato e prevedibile, che si fa anche stucchevole quando è in scena il personaggio femminile. La sceneggiatura di Luc Besson si basa su un soggetto dello stesso Li, al suo secondo film da protagonista in occidente dopo "Romeo deve morire", ma non sfrutta in maniera adeguata né lo spaesamento del personaggio principale, calato in un contesto a lui estraneo, né l'interazione con i comprimari.

22 marzo 2009

Tre anni

Tomobiki Märchenland compie tre anni! Per festeggiare gli ho regalato un nuovo logo, che spero vi piaccia (fatemi sapere, faccio sempre in tempo a toglierlo). Nell'elenco dei film per regista, inoltre, ho inserito delle stelline "cliccabili" a fianco degli autori più rappresentativi (o di quelli di cui finora ho recensito più film). Come vedete, pur con una veste grafica relativamente immobile, anche questo blog si concede qualche cambiamento, almeno una volta l'anno!

E ora le consuete statistiche: nel suo terzo anno di vita TM ha ospitato le recensioni di 272 film (il totale sale a 864). Di questi, 55 li ho visti al cinema (26 nella rassegna di Cannes), 5 in aereo e 212 a casa. Le prime visioni sono state 191, mentre i film rivisti sono stati 81. Il regista di cui ho visto più film negli ultimi dodici mesi è stato Yasujiro Ozu, con ben 20 titoli. Seguono Lubitsch (8), Demy e Kiarostami (5), Kon, Miyazaki, Raimi, Spielberg e To (4).

21 marzo 2009

Mangiare, bere, uomo, donna (Ang Lee, 1994)

Mangiare, bere, uomo, donna (Yin shi nan nu)
di Ang Lee – Taiwan 1994
con Lung Sihung, Wu Chien-lien
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Il vecchio Chu, vedovo e cuoco provetto ormai in pensione, comunica con le sue tre figlie adulte praticamente soltanto attraverso il cibo: Jia-jen, la maggiore, insegna chimica in un liceo, si è convertita al cristianesimo e sembra ormai incapace di amare dopo aver sofferto per una delusione sentimentale; Jia-chien, la seconda, è una donna d'affari in carriera che aspira ad andare a vivere da sola ed è indecisa se accettare un'interessante proposta professionale; Jia-ning, la più giovane, è una studentessa che lavora in un fast food e che si innamora del compagno di una sua amica. Ogni personaggio, alla faticosa ricerca della felicità personale, nasconde i propri segreti e sembra incapace di condividere sentimenti e paure con le persone più care. Ma lentamente, con il passare del tempo, qualcosa sembra muoversi attorno al tavolo dove i protagonisti si radunano ogni settimana per un sontuoso pranzo domenicale, e anche le situazioni più stagnanti si rivelano in mutazione. Come in un film di Ozu, Ang Lee mette abilmente in scena i conflitti familiari e i contrasti fra modernità e tradizione (e il parallelo con i film del maestro giapponese sembra rispecchiarsi anche in alcune gag, come quella dello studente che si addormenta nella classe di Jia-jien, che pare uscita da "La ragazza che cosa ha dimenticato?") grazie a un cast di prim'ordine: Lung era apparso anche nei precedenti lavori del regista ("Pushing hands" e "Il banchetto di nozze"), mentre le tre sorelle sono la bravissima Yang Kuei-mei (già vista in molti film di Tsai Ming-liang), la bella Wu Chien-lien (apparsa in diversi film di Hong Kong) e la meno nota Wang Yu-wen. In più c'è la cucina cinese, vera protagonista del film sin dal titolo, che ci ricorda come il cibo e l'amore siano le due cose più importanti dell'esistenza umana. Le numerose scene in cui si vede Chu alle prese con pentole e coltelli, intento a preparare piatti tanto buoni quanto esteticamente belli, fanno venire l'acquolina in bocca: è decisamente un film da non vedere a stomaco vuoto!

19 marzo 2009

Gran Torino (Clint Eastwood, 2008)

Gran Torino (id.)
di Clint Eastwood – USA 2008
con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

La "Gran Torino" del titolo è una storica automobile della Ford (il modello di "Starsky & Hutch", per intenderci) che fa bella mostra di sé nel polveroso garage dell'anziano Walt Kowalski, reduce della guerra in Corea, metalmeccanico in pensione e vedovo da poco. L'anacronistico Walt vive ora da solo in compagnia del cane Daisy in una villetta nei sobborghi di Detroit: il quartiere è ormai degradato e invaso da immigranti del sud-est asiatico, che il burbero protagonista poco sopporta. Ma il suo razzismo è solo apparenza (non molto diverso dal tono sfrontato, di facciata, con cui si rivolge agli amici, come il barbiere italiano): scoprirà di avere molto più in comune con i nuovi vicini che con la sua stessa famiglia (i rapporti con i figli sono infatti ai minimi termini), e si prenderà a cuore le sorti del giovane Thao, introverso e poco propenso a entrare a far parte della gang di teppisti del quartiere che lo ha preso di mira. In fondo Walt è "solo" xenofobo, non razzista (e lo rimane fino alla fine del film, non c'è cambiamento, nonostante le apparenze): detesta il figlio perché compra auto straniere e "adotta" Thao non in quanto immigrato ma perché è un giovane in grado di adeguarsi ai valori americani (casa, ragazza, lavoro onesto e naturalmente auto americana). L'intero film – "piccolo" e intimo, tutto ambientato in un microcosmo (una casetta con giardino, un isolato e poco altro) che riflette l'intero pianeta, e girato con stile classico anche se a tratti caricaturale – è un elogio dell'integrazione all'american way of life, non certo dell'apertura al diverso e del rispetto delle culture straniere. Attento al contesto sociale e indulgente con la sua retorica e gli stereotipi, Eastwood riesce a coinvolgere lo spettatore senza rinunciare a molti dei suoi temi preferiti (il rapporto con la religione, quello fra genitori e figli, l'individualismo, l'uso e i limiti della violenza, la difficoltà del compiere una scelta drastica). Ma in un mondo che sta cambiando e che ha ormai perso la propria identità (la crisi economica, la globalizzazione, la microcriminalità, l'immigrazione), anche l'ispettore Callaghan deve aggiornare i propri metodi e modificare le sue prospettive. Peccato solo per una certa prevedibilità (dopo dieci minuti di film, è facile immaginare come proseguirà). Il valore aggiunto della pellicola, naturalmente, è Clint stesso, con il suo volto rugoso, i grugniti e lo sguardo tagliente: se veramente questo sarà il suo ultimo ruolo da protagonista sul grande schermo, come avrebbe fatto trapelare, non sarà stato in fondo un cattivo epitaffio. E con un finale davvero ironico se riportato alla sua intera carriera.

Romeo deve morire (A. Bartkowiak, 2000)

Romeo deve morire (Romeo must die)
di Andrzej Bartkowiak – USA 2000
con Jet Li, Aaliyah
**

Rivisto in DVD.

Dopo avergli dato una particina da cattivo in "Arma letale 4", il produttore Joel Silver fa esordire Jet Li a Hollywood come protagonista in questo film patinato e dai toni hip-hop che mescola (cercando di ripetere l'exploit del più fortunato "Rush Hour") l'universo degli immigrati cinesi con quello degli afro-americani, il cinema di kung fu e quello a sfondo gangsta-rap. Nessuna pretesa di realismo o di denuncia sociale, però: la pellicola è un fumettone ingenuo e prevedibile, anche se moderatamente gradevole. Le strade di una città californiana (ma il film è stato girato a Vancouver, in Canada) sono contese fra due bande malavitose in guerra fra loro, una composta da neri e una da cinesi. Il delicato equilibrio viene rotto quando il figlio del boss cinese è ritrovato morto. Suo fratello maggiore evade da un carcere a Hong Kong e raggiunge gli Stati Uniti in cerca di vendetta, ma dovrà allearsi con la figlia del capobanda avversario, visto che il "cattivo" è un nemico comune. L'aggancio a "Romeo e Giulietta" è comunque debolissimo, anche perché dal film sono state tagliate all'ultimo momento tutte le sequenze (compreso il bacio finale) che suggerivano una relazione romantica fra i due protagonisti. Jet Li è in forma, e si vede, ma ha poco spazio per mostrare le sue qualità atletiche visto che gli scontri a base di arti marziali sono limitati a poche sequenze (nelle quali, curiosamente, il regista inserisce anche alcuni effetti speciali che permettono di vedere – come in una radiografia – gli effetti dei colpi del nostro eroe sulle ossa degli avversari!). Divertente, in ogni caso, la scena in cui Jet utilizza Aaliyah come "arma" per sconfiggere una motociclista avversaria perché la sua educazione gli impedisce di colpire direttamente una donna. Il regista, all'esordio, è di origine polacca ed era stato un direttore della fotografia. La cantante Aaliyah è morta tragicamente l'anno successivo in un incidente aereo, a soli 22 anni.

17 marzo 2009

Watchmen (Zack Snyder, 2009)

Watchmen (id.)
di Zack Snyder – USA 2009
con Patrick Wilson, Malin Akerman
**

Visto al cinema Orfeo.

In un 1985 parallelo e cupissimo, dove l'America è ancora guidata da Nixon e ha vinto la guerra del Vietnam grazie agli straordinari poteri del Dottor Manhattan (un superuomo la cui esistenza ha però condotto il pianeta sull'orlo di un conflitto nucleare con l'Unione Sovietica), gli altri supereroi – in realtà semplici vigilantes mascherati, privi di superpoteri – sono ormai fuorilegge e invisi al pubblico. L'unico che non si è ritirato a vita privata è il manicheo Rorschach, che indagando sulla misteriosa morte di un collega, apparentemente ucciso da un "killer di maschere", riunirà i suoi vecchi compagni e scoprirà un terribile piano per distruggere il mondo... o forse per salvarlo.

Faccio parte di coloro che ritengono "Watchmen" (scritto magistralmente da Alan Moore e illustrato con precisione da Dave Gibbons) il più bel fumetto di tutti i tempi, per talmente tanti motivi – storici, culturali, formali e contenutistici – che sarebbe troppo lungo elencarli qui. Basti dire che racconta una storia di supereroi, in chiave metaforica, calandola in un contesto realistico mai visto prima nell'ambito del genere mainstream per eccellenza del fumetto nordamericano. Assieme ad altre opere cardine degli anni ottanta (come quelle di Frank Miller o dei fratelli Hernandez) ha avuto il merito di dimostrare come setting e personaggi superomistici potessero essere usati anche al di fuori del mondo puerile, colorato e fantascientifico che li aveva ospitati fino ad allora (e smascherandone in questo modo la natura folle e assolutistica), qualcosa di cui il cinema si è accorto con almeno vent'anni di ritardo (se mai se ne è accorto: un Nolan non fa primavera...). Alla notizia che il film tratto da questo caposaldo dell'arte sequenziale sarebbe stato diretto da Zack Snyder, ho subito temuto il peggio. Nulla in "300", il suo lavoro precedente, faceva infatti pensare che sarebbe stato capace di affrontare le finezze di un testo come quello di Alan Moore (che dopo le delusioni precedenti ha rifiutato polemicamente di essere accreditato nei titoli della pellicola, come d'altronde aveva fatto con "V per Vendetta" e farà in occasione di altri futuri adattamenti cinematografici delle sue opere). Quella di Snyder mi sembrava una scelta dovuta solo a motivi di marketing ("Se ha ottenuto successo facendo un film tratto da un fumetto, facciamogliene fare un altro, anche se non c'entra nulla con il precedente"). E purtroppo i timori si sono rivelati fondati: la pellicola non "respira" e brilla di luce riflessa, un nano che si appoggia sulla spalla del gigante Moore. Per questo motivo, nella recensione che segue ne sottolineerò soprattutto i difetti, dando i pregi (che pure ci sono, ma derivano tutti dal materiale originale) per scontati.

Si ha un bel dire che un film deve essere giudicato a sé stante, senza fare troppi paragoni con l'opera di partenza: quando questa è un capolavoro assolutamente perfetto, è difficile dimenticarsene. In realtà, ciò che si richiede è che l'opera cinematografica abbia una propria identità e sia valida in quanto tale, anche perché spesso l'eccessiva fedeltà al materiale originale può appiattire il risultato, rovinarne il ritmo o – nel caso più estremo – rendere il film superfluo. Snyder ha scelto di restare assai fedele alla trama del fumetto (a dire il vero il finale è cambiato in peggio, diventando più "realistico" ma anche più contraddittorio e illogico), riproponendone pari pari molte scene, sequenze, dialoghi e inquadrature, ma si conferma un cineasta grossolano, attento solo alla struttura esteriore della vicenda e interessato più a elaborare lo storyboard delle scene d'azione che a interrogarsi sui significati del testo originale, sull'opportunità di includere o meno un particolare dettaglio, una chiave di lettura, una metafora. I pregi della pellicola stanno quasi esclusivamente nella capacità di far "risuonare" qualcosa nella mente dello spettatore che ha letto il fumetto (come nel caso degli splendidi titoli di testa, la cosa migliore del film e forse l'unico momento in cui riesce a sintetizzare i contenuti originari, generando da essi qualcosa di nuovo e di emozionante). Tutte le modifiche (che si tratti di singole frasi aggiunte, di piccoli cambiamenti alla trama, di differenti scelte di regia, di decisioni su cosa sacrificare e cosa mantenere) sembrano invece infelici, arbitrarie o anche sciatte, a partire dal combattimento iniziale fra il Comico e il suo assassino (dove non si capisce perché Blake faccia resistenza e lotti anziché consegnarsi volontariamente alla morte). E persino l'ambientazione temporale, che comunque ha un suo fascino, in un certo senso sembra "sbagliata": per il lettore del fumetto, gli anni '80 erano l'attualità e avevano una valenza storica e simbolica ben precisa; nel film, invece, quel periodo è vissuto come distante e in chiave "vintage", e per lo spettatore non si differenzia dai decenni immediatamente precedenti: tanto che, per dargli più caratterizzazione, è necessario l'inserimento di personaggi come Andy Warhol e Lee Iacocca e l'utilizzo di un'invadente colonna sonora a base di Bob Dylan e Leonard Cohen (c'è persino "99 Luftballoons" di Nena!). La sceneggiatura, dopo un buon inizio, procede con l'unico scopo di stimolare il desiderio dello spettatore di rivedere questa o quella scena del fumetto prendere vita sullo schermo.

Il difetto principale, comunque, rimane il regista, che esagera con i ralenti, mirati a "congelare" la sequenza filmica per riprodurre in maniera esatta le vignette del fumetto (cosa che poteva avere un senso con i disegni di Miller, che si basano soprattutto sull'espressività, sulle pose precise dei personaggi e sul dinamismo, non certo con quelli di Gibbons, dove è l'insieme dei piccoli dettagli ad avere importanza); che è incapace di cogliere le simmetrie, i rimandi interni e i giochi di specchi (se apre il film con lo smile insanguinato, perché non lo chiude con lo stesso simbolo anziché con l'inquadratura del diario di Rorschach?); che avrebbe fatto meglio a tagliar via del tutto alcuni personaggi fondamentali, anziché introdurli senza poi sfruttarli pienamente (come il primo Gufo Notturno o lo psicanalista di Rorschach) o addirittura presentarli solo alla fine senza un adeguato aggancio emotivo (il giornalista di destra e il suo assistente scemo; l'edicolante e il bambino). Forse nel DVD verranno inserite le immancabili scene aggiuntive che li riguardano, è vero, ma il fatto che siano state tagliate tutte le parti con i personaggi "normali" (sullo schermo ci sono sempre e solo i sei supereroi protagonisti) dimostra come in fondo regista e produttori le ritenessero – assolutamente a torto – meno importanti, per esempio, di scene d'azione come quelle con Rorschach in prigione. Sul mancato inserimento del fumetto di pirati, vera e propria chiave di lettura metafumettistica del "Watchmen" originale, non me la sento invece di infierire. Mantenerlo tale e quale, in fondo, non avrebbe significato granché: semmai si poteva trasformarlo in un telefilm.

Le speranze che il film si rivelasse per il cinema di supereroi l'equivalente di quello che l'opera di Moore ha rappresentato per il fumetto svaniscono presto: si tratta di un lungometraggio che non farà storia e che probabilmente verrà dimenticato dal grande pubblico nel giro di qualche mese, fagocitato da nuove uscite più popolari: un deciso spreco di potenzialità. Certo, alcune cose buone ci sono comunque, come la resa di personaggi in bilico fra il bene e il male, l'atmosfera opprimente, la cura nelle scenografie e – tutto sommato – l'intero apparato tecnico (la fotografia, i costumi e gli effetti speciali). Mancano invece le emozioni che comunicavano certi passaggi della pagina scritta e disegnata (il racconto di Rorschach sulle sue origini, il dialogo fra Laurie e il Dottor Manhattan su Marte, il Comico sfregiato in Vietnam...: momenti indimenticabili nella versione fumettistica, quando non veri e propri pugni nello stomaco, che qui invece risultano anestetizzati e non si stagliano rispetto a ciò che li circonda). Snyder dà spesso la sensazione di non aver affatto colto lo spirito del testo di Moore, ma in un paio di punti c'è anche il sospetto che il travisamento sia anche colpa dell'edizione italiana (a proposito, davvero pessimo il doppiaggio): i supereroi chiamati "Watchmen" come se fosse questo il nome del loro gruppo (e senza alcun accenno, in tutto il film, alla frase di Giovenale "Quis custodiet ipsos custodes?" da cui proviene il titolo originale dell'opera), l'annuncio della candidatura di Ronald Reagan (anziché Robert Redford: altrimenti dove sarebbe la satira?) a presidente degli Stati Uniti, e così via. Il cast mi è parso adeguato, con nota di merito per Malin Akerman nei panni di Silk Spectre, e il volto di Jackie Earle Haley (Rorschach) mi ha fatto pensare più di una volta a Clint Eastwood. Non mi è piaciuto invece Ozymandias, né come attore né come personaggio, ritratto in maniera esageratamente solenne.

15 marzo 2009

Cinebloggers Connection

Grazie a Gparker (che mi ha nominato) e ad Ale55andra e Luciano (che hanno sostenuto la mia candidatura) sono stato invitato come giudice nella Cinebloggers Connection, una sorta di aggregatore di voti e recensioni ai film in sala da parte di chi gestisce blog che parlano di cinema. Anche se non l'avevo chiesto, accetto con piacere, visto che la cosa non comporterà un impegno eccessivo e non snaturerà la natura personale e individuale di questo blog. D'altro canto potrò contribuire alla pluralità delle opinioni fornendo una voce in più, spesso critica (visto che si parlerà solo di film recenti e sapete come la penso sul declino della cinematografia americana negli ultimi due decenni). Ringrazio dunque ancora Gparker e gli altri giudici e provvedo ad aggiungere il link della Connection nella colonna di sinistra.

14 marzo 2009

L'uomo leopardo (J. Tourneur, 1943)

L'uomo leopardo (The leopard man)
di Jacques Tourneur – USA 1943
con Dennis O'Keefe, James Bell
**1/2

Rivisto in DVD.

Per accrescere la propria notorietà, una ballerina viene convinta dal suo agente a presentarsi nel locale dove lavora portando un leopardo nero al guinzaglio. L'animale, spaventato, scappa però nelle strade e nei giorni successivi semina panico e morte fra la popolazione. Tre donne cadono vittime dei suoi artigli, ma qualcuno inizia a dubitare che la belva sia la vera responsabile degli omicidi: e se si trattasse di un maniaco? Ambientato in una vera e propria città di confine in un New Mexico spagnolo ed esotico, e tratto da un romanzo ("Black alibi") di Cornell Woolrich, il film è un thriller da un lato piuttosto prevedibile (a un certo punto l'identità del colpevole diventa quasi ovvia), dall'altro graziato da almeno tre sequenze magistrali e piene di suspense, quelle degli attacchi notturni alle tre vittime: una ragazzina che ha paura del buio, mandata controvoglia dalla madre a fare una commissione; una giovane che si reca al cimitero per incontrare il suo amante, e che rimane rinchiusa dopo l'ora di chiusura; e una danzatrice di flamengo alla quale una cartomante ha predetto un'imminente sventura. A differenza de "Il bacio della pantera", girato da Tourneur l'anno prima, qui sono assenti temi fantastici o soprannaturali (con l'eccezione del personaggio della cartomante) e il film si muove sui binari del giallo e dell'indagine psicologica. Stile e dialoghi sono moderni e coinvolgenti, e tutti i personaggi sono ben caratterizzati, dai due protagonisti (con i loro sensi di colpa per aver scatenato la belva) alle tre vittime, dallo studioso di antropologia all'indio proprietario del leopardo.

13 marzo 2009

Ho camminato con uno zombi (J. Tourneur, 1943)

Ho camminato con uno zombi (I walked with a zombie)
di Jacques Tourneur – USA 1943
con Frances Dee, Tom Conway
***

Rivisto in DVD.

Il secondo film della coppia Tourneur-Lewton è una delle pellicole che hanno maggiormente contribuito a rendere popolare il mito caraibico degli zombie, qui ancora ammantato di mistero e stregoneria voodoo e molto distante dalle versioni "moderne" di Romero che li hanno trasformati da fantocci controllati a distanza (ricordate il "gongoro" di Barks?) in crudeli mostri antropofagi. Più che un horror si tratta dunque di un dramma d'atmosfera, inquietante e avvolgente, che gioca sulla magica fotografia in bianco e nero e sulle suggestioni sensoriali in cui Tourneur era maestro. La protagonista è un'infermiera canadese che viene assunta da un ricco proprietario terriero delle Indie Occidentali affinché si trasferisca ai Caraibi per accudire sua moglie, caduta in un misterioso stato catatonico e sonnambulistico. Leggende e dicerie affermano che la donna sia stata trasformata in un morto vivente: e nonostante un medico le fornisca spiegazioni ben più razionali, l'infermiera cade preda del fascino esotico e macabro del luogo e comincia a credere che le superstizioni indigene abbiano un fondo di verità. Sarà anche un B-movie (Lewton imponeva ai suoi registi di girare con un budget limitato, in soli 20 giorni, e senza superare mai i 75 minuti di durata della pellicola), ma l'approccio e l'ambientazione (le piantagioni illuminate dalla luna, i simboli della schiavitù, i riti ancestrali, la casa coloniale) hanno un fascino che lo rende memorabile. Senza contare la disumanizzazione dello zombie, il rapporto fra scienza e superstizione, i sensi di colpa dei personaggi, il modo in cui l'elemento fantastico si fonde con sottotrame più "quotidiane" come quelle sentimentali.

12 marzo 2009

L'ultima onda (P. Weir, 1977)

L'ultima onda (The last wave)
di Peter Weir – Australia 1977
con Richard Chamberlain, Olivia Hamnett
**1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Lavorando a una causa che coinvolge un gruppo di aborigeni, un avvocato bianco scopre l'esistenza di un'antichissima comunità tribale che sopravvive segretamente a Sydney ed entra in contatto – attraverso i propri sogni e inquietanti visioni profetiche – con un mondo ancestrale di cui ignorava l'esistenza. Mentre la natura sembra impazzire con inspiegabili ondate di maltempo e forti inondazioni, piogge di rane o di petrolio e grandinate a ciel sereno, il protagonista si rende conto che un nuovo ciclo di "morte e rinascita" è ormai imminente: sarà la fine della civiltà? Dopo "Le macchine che distrussero Parigi" e il bellissimo "Picnic a Hanging Rock", Peter Weir (un regista che amo molto) completa la sua trilogia sui misteri australiani con un film lento e d'atmosfera, suggestivo ma tutt'altro che perfetto, anche perché gli snodi fondamentali sono sottolineati più volte, lasciando poco spazio all'immaginazione dello spettatore, e i concetti metafisici non sufficientemente profondi da far presa su chi (come me) è razionalmente poco propenso ad accoglierli. La pellicola ha però avuto il merito di portare sullo schermi i volti e soprattutto i miti degli indigeni dell'Australia, fino ad allora quasi ignorati non solo dal cinema ma anche da gran parte della cultura bianca stessa ("Sono australiana da tre generazioni e non ho mai conosciuto un aborigeno", dice la moglie del protagonista): "Le vie dei canti" di Bruce Chatwin sarebbe stato pubblicato solo dieci anni dopo, nel 1987. Inquietanti le scene in cui l'aborigeno Charlie domanda ipnoticamente al protagonista "Tu chi sei? ... Tu chi sei? ...", un vero e proprio invito alla riflessione sull'identità, e importante l'uso del sonoro, caotico e invasivo, mentre alcune svolte narrative – soprattutto nel finale – non sembrano del tutto giustificate. Pessimo l'audio italiano del DVD Dall'Angelo.

10 marzo 2009

The wrestler (D. Aronofsky, 2008)

The wrestler (id.)
di Darren Aronofsky – USA 2008
con Mickey Rourke, Marisa Tomei
***

Visto al cinema President.

Dopo aver toccato vent'anni prima l'apice della propria carriera in un incontro ancora leggendario, il wrestler Randy "The Ram" Robinson sopravvive alternandosi fra piccoli lavori e match fra vecchie glorie in palazzetti di quart'ordine. Rimasto solo (cerca inutilmente di riallacciare un rapporto con la figlia), malandato (dopo un infarto, i medici gli hanno proibito di combattere ancora) e ancorato al passato (fra canzoni degli anni ottanta – "gli anni novanta sono stati uno schifo" – e pupazzetti e videogiochi che gli ricordano i suoi giorni di gloria), l'unica cosa che può fare è rialzarsi e continuare a combattere: in fondo il ring è l'unico posto dove The Ram non si senta rifiutato. Devastante ritratto di un personaggio crepuscolare e patetico, che cerca di sopravvivere in un mondo dove non ci sono buoni o cattivi ma solo vincenti o perdenti e dove la solitudine è il peggior nemico, il film non offre facili scorciatoie o concessioni alla retorica e al sensazionalismo (anche se le sequenze melodrammatiche con la figlia le ho mal digerite). Aronofsky contribuisce al buon risultato tenendo parzialmente a freno il suo stile ruffiano e mettendosi per una volta completamente al servizio del personaggio, restandogli continuamente attaccato, seguendolo da vicino ma anche riprendendolo spesso di spalle, come a non voler svelare del tutto le sue espressioni mentre avanza lungo il cammino della vita (evidenti le similitudini fra l'ingresso nelle arene sportive e quello al bancone del supermercato); Rourke, di suo, ci mette invece il viso disfatto, la pelle lacerata e una recitazione intensa e sincera, anche se tutta corporea (motivo per il quale non me la sento di dar torto ai giurati dell'Academy che hanno preferito assegnare l'Oscar a un'interpretazione più completa come quella di Sean Penn in "Milk"), riuscendo però a tirar fuori dalla sua "carne maciullata" anche sorrisi e lacrime. Magnifiche certe battute (come quelle sul film "La passione di Cristo") e divertenti i momenti in cui i wrestler si accordano nel backstage sulle mosse da eseguire. Ma anche se tutto è finto, il sangue e le ferite sono veri. Complimenti infine alla quarantacinquenne Marisa Tomei, brava e coraggiosa nei panni dell'amica-spogliarellista alla quale Randy si appoggia come possibile ancora di salvezza: fra i due personaggi, entrambi sul viale del tramonto nelle rispettive carriere, c'è più di un parallelismo. Il Leone d'Oro al festival di Venezia è senza dubbio meritato: ma quanto è dipeso dalla mediocrità degli altri film in concorso?

9 marzo 2009

La contessa scalza (J. L. Mankiewicz, 1954)

La contessa scalza (The barefoot contessa)
di Joseph L. Mankiewicz – USA/Italia 1954
con Ava Gardner, Humphrey Bogart
***

Visto in DVD.

Nel cimitero di Rapallo, al funerale di Maria Vargas (alias Maria D'Amato, alias contessa Torlato-Favrini), gli uomini che l'hanno conosciuta più da vicino ricordano la sua vita in una lunga serie di flashback. Lo scrittore e regista Harry Dawes (Bogey, in un ruolo che forse Mankiewicz sentiva come parzialmente autobiografico) l'aveva scoperta quando faceva la ballerina in un locale di Madrid, dove si era recato in cerca di volti nuovi per conto del produttore Kirk Edwards, ed era diventato rapidamente il suo confidente, quasi una sorta di padre. L'esperto di relazioni pubbliche Oscar Muldoon (Edmond O'Brien) l'aveva introdotta prima a Hollywood e poi nel mondo dell'alta società, dove era diventata la compagna dell'ambiguo uomo d'affari sudamericano Alberto Bravano. E il conte Vincenzo (Rossano Brazzi) l'aveva sposata e portata in Italia, senza però rivelarle di essere impotente e di non poter dunque avere un erede. Le voci fuori campo e il sofisticato uso dei flashback (ce n'è persino uno, narrato da Maria, dentro un altro, ricordato da Harry; e una stessa scena ripetuta due volte, da punti di vista diversi) danno una patina noir a un film con il quale Mankiewicz attacca pesantemente il dorato mondo di Hollywood, falso, ipocrita e ingannevole; quello dei nuovi ricchi, volgare, dispotico e privo di valori; e quello dei vecchi aristocratici, chiuso in sé stesso, votato al passato e destinato all'estinzione: tre mondi attraversati come una meteora da una donna forte e indipendente, che preferisce camminare a piedi nudi perché le scarpe rappresentano un'insopportabile costrizione, che sembra incapace di amare ("L'amore è una malattia, e io non sopporto le persone malate") e di essere felice ovunque si trasferisca, che non sa resistere all'attrazione per il popolo e la gente semplice, e che – come Cenerentola (anche lei refrattaria alle scarpe!) – è alla continua ricerca di un Principe Azzurro, senza rendersi conto che la realtà e ben differente dalle fiabe o dal cinema (eppure il regista le spiega subito che "un copione deve avere senso, la vita no"). Forse anche per questi motivi, oltre che per la sua romantica tragicità, il film è molto più amato in Europa (e in particolar modo in Francia) che negli Stati Uniti.

8 marzo 2009

O-Sen delle cicogne di carta (K. Mizoguchi, 1935)

O-Sen delle cicogne di carta (Orizuru Osen)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1935
con Isuzu Yamada, Daijiro Natsukawa
**1/2

Rivisto in divx, con sottotitoli in inglese.

Ultimo film muto di Mizoguchi (anche se in realtà una colonna sonora è presente, con brani di musica classica – per esempio di Mussorgsky e Grieg – e un narratore che legge ad alta voce dialoghi e cartelli), è tratto come il precedente "Taki no Shiraito" da un romanzo dello scrittore Kyoka Izumi e si incentra ancora una volta su una figura femminile forte che sacrifica ogni cosa per il successo di un uomo buono ma debole. L'intera vicenda è mostrata attraverso un lungo flashback incorniciato da due sequenze, quelle di apertura e di chiusura, ambientate in un'affollata stazione ferroviaria: fra coloro che attendono l'arrivo dei treni, infatti, ci sono i due protagonisti che – all'insaputa l'uno dell'altra – rievocano la propria vita passata, a partire dal loro primo incontro sotto la luna presso il santuario Kanda Myojin, mentre il vento spazzava via le foglie degli alberi. Il giovane Sokichi era giunto in città con la speranza di iscriversi all'università, ma la mancanza di risorse economiche glielo aveva impedito. Intenzionato a suicidarsi, viene salvato dalla bella O-Sen, che si lascia commuovere dalla sua purezza e lo prende sotto la propria ala protettrice. O-Sen è costretta a lavorare per una banda di malviventi che trafficano in oggetti d'arte e che ne sfruttano la bellezza per organizzare un raggiro ai danni di un anziano monaco. Ma la donna si ribella e, oltre a proteggere Sokichi dalle continue angherie dei banditi, li farà arrestare. Prendendosi cura del giovane come una sorella maggiore (a differenza di Taki no Shiraito, che invece aveva ottenuto dal suo uomo almeno una notte d'amore), accetta di prostituirsi a sua insaputa per pagargli gli studi universitari. Ma verrà accusata di furto e arrestata a sua volta: i due si rincontreranno solo molti anni dopo, quando Sokichi è diventato uno stimato dottore e O-Sen ha ormai perso la ragione.
Il tema del sacrificio femminile è dunque lo stesso del film precedente: un uomo debole e senza personalità riesce ad avere successo nella vita soltanto grazie alla ferrea volontà e al favore di una donna che resta inevitabilmente vittima del destino avverso. Ma lo svolgimento è qui ancor più esplicito ed elaborato: tutti gli uomini che compaiono nella pellicola sono crudeli e insensibili (i truffatori, i poliziotti), oppure deboli o patetici (il monaco e lo stesso Sokichi). I contenuti sono quelli del melodramma, con toni opprimenti e personaggi a tratti un po' stereotipati. La forma, invece, stupisce spesso con rapidi movimenti di camera che a volte appaiono persino superflui (personalmente preferisco la sobrietà di un Ozu). Fra le scene più belle, quella in cui O-Sen estrae dal proprio kimono un origami a forma di cicogna (da cui il titolo del film) e soffiando lo spedisce verso il suo amato prima di essere portata via dalla polizia; e le sequenze nel finale dove la follia della donna è mostrata sovrimponendo le immagini delle sue visioni. La protagonista, Isuzu Yamada, è stata un'attrice prolificissima: oltre ad aver lavorato più volte con Mizoguchi (per esempio nei successivi "Elegia di Osaka" e "Le sorelle di Gion"), la ricordiamo anche in diverse pellicole di Mikio Naruse e ne "Il trono di sangue" e "I bassifondi" di Akira Kurosawa.

5 marzo 2009

36 Quai des Orfèvres (O. Marchal, 2004)

36 Quai des Orfèvres (id.)
di Olivier Marchal – Francia 2004
con Daniel Auteuil, Gérard Depardieu
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Cupo, teso, avvincente polar ambientato nel mondo della polizia parigina (il titolo non è altro che l'indirizzo della sede principale della police judiciaire), con cui il regista e sceneggiatore Marchal (a sua volta ex poliziotto) mette in scena dinamiche violente e personaggi che sembrano quasi i protagonisti di una tragedia greca (o, ancora meglio, di un romanzo d'appendice: nel finale i rimandi a "Il conte di Montecristo" sono evidenti). Ne risulta un film di genere riuscito e avvincente, che mi ha lasciato soddisfatto sotto ogni aspetto. La pellicola si incentra sulla forte rivalità fra Léo Vrinks (Auteuil) e Denis Klein (Depardieu), commissari un tempo amici ma ora in guerra fra di loro sul lavoro (sono a capo di divisioni contrapposte, fra le quali non corre buon sangue), in carriera (sono entrambi in lizza per succedere al capo della polizia) e in amore (la moglie di Vrinks è stata la donna di Klein). Pur di mettere le mani su una banda di sanguinosi rapinatori che assaltano furgoni blindati, Vrinks accetta di scendere a patti con uno dei suoi informatori e di lasciarsi coinvolgere in un delitto: l'ambizioso Klein approfitterà del suo errore ma a sua volta si macchierà di parecchie nefandezze. Una sceneggiatura eccellente, nella quale tutti i particolari si incastrano alla perfezione (vedi il coltello che Titi, Francis Renaud, sottrae all'inizio al malcapitato Bruno, e che tornerà nel finale); personaggi al confine fra il bene e il male (i poliziotti non esitano a usare mezzi illeciti, a dedicarsi a vendette private o a calpestare in continuazione il codice deontologico; e a volte sono più legati da amicizia o rispetto ai rappresentanti del sottobosco, come malviventi o prostitute, che ai propri colleghi); sviluppi inaspettati o inesorabili; colpi bassi di ogni genere e senza concessioni: già a metà film non si tratta più di uno scontro fra poliziotti e criminali, bensì di un duello tutto interno alla polizia. Se Auteuil è intenso e convincente come sempre, Depardieu è bravo a dare vita a un personaggio piuttosto inedito per lui, una vera canaglia. Nel cast ci sono anche André Dussolier (il capo della polizia) e Valeria Golino (la moglie di Vrinks). L'attrice che interpreta alla fine la figlia di Vrinks è la vera figlia di Auteuil, mentre Catherine Marchal (la poliziotta) è la moglie del regista.

4 marzo 2009

Il bacio della pantera (J. Tourneur, 1942)

Il bacio della pantera (Cat people)
di Jacques Tourneur – USA 1942
con Simone Simon, Kent Smith
***

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Il capostipite, nonché il più celebre degli horror prodotti da Val Lewton per la RKO negli anni quaranta: film di serie B e a bassissimo budget che hanno creato dal nulla un nuovo tipo di cinema di mistero, terrore e suspense, lasciando ampi margini all'immaginazione degli spettatori e basandosi più sul fascino e l'atmosfera, sulle suggestioni esistenziali e soprannaturali, sui giochi d'ombra e sugli effetti sonori, che non sull'esibizione scoperta e sensazionalistica della minaccia sullo schermo come invece accadeva nelle pellicole in voga fino ad allora, come le saghe dei "mostri" della Universal. Lewton (che collaborava spesso alle sceneggiature, non accreditato) e i suoi collaboratori (fra i quali i registi Jacques Tourneur, Mark Robson e Robert Wise) danno invece vita a un cinema fatto di inquietudini, di metafore e di psicologie contorte, uno stile al quale si sono poi ispirati sia i maestri europei del brivido (compresi Argento e Bava) sia quelli asiatici (si pensi agli horror giapponesi).

La protagonista del film è Irina, una bella e tormentata disegnatrice di moda di origine serba. Convinta di essere la discendente di una razza di mutanti in grado di trasformarsi in enormi felini, rifiuta di "consumare" il matrimonio con il marito Oliver perché teme di trasformarsi in una belva e di sbranarlo durante l'amplesso. Di fatto, i suoi continui dinieghi spingono il marito fra le braccia della collega Alice, da sempre innamorata di lui. Ma la gelosia di Irina nei confronti della ragazza sembra incanalarsi verso un'irrefrenabile sete di vendetta, e Alice per ben due volte si accorge di essere seguita da "qualcosa" che minaccia di aggredirla (le due scene, quella della passeggiata notturna e quella nella piscina, con i riflessi dell'acqua proiettati su soffitto e pareti, sono magistrali per tensione e suspense). Immaginazione o realtà? Metafora sessuale o puro escapismo fantastico? Per tutta la sua durata, attraverso simboli di un male ancestrale e immagini ambigue, la pellicola lascia lo spettatore nel dubbio sulla reale interpretazione dei fatti, complice anche il personaggio dello psicanalista che funge da contraltare razionale ai timori e alle convinzioni di Irina, la quale si sente irrimediabilmente attratta dai grandi felini dello zoo e la cui sola presenza terrorizza a morte i piccoli animali. Due anni dopo, Robert Wise ne realizzò un buon seguito con "Il giardino delle streghe". Nel 1982 Paul Schrader ne ha fatto invece un remake con Nastassja Kinski.

3 marzo 2009

Crisi (Ingmar Bergman, 1946)

Crisi (Kris)
di Ingmar Bergman – Svezia 1946
con Inga Landgré, Dagny Lind
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Si tratta del primissimo film di Bergman, e non è niente male. Già attento al lato più intimo e psicologico dei suoi personaggi, il regista svedese mette in scena una vicenda minimalista e corale che solo apparentemente è incentrata sul confronto fra la vita moderna nella grande città e quella, più tradizionale, nella campagna. La diciottenne Nelly vive infatti in un tranquillo paesino di provincia, dove sin dalla nascita è stata affidata dalla madre Jenny a un'altra donna, l'insegnante di pianoforte Ingeborg, che l'ha allevata come se fosse sua figlia. Quando Jenny, ora proprietaria di un salone di bellezza in città, torna in paese per riprenderla con sé, tutti i personaggi che gravitano intorno alla ragazza si ritrovano a fronteggiare una "crisi". Sia Jenny sia il suo compagno Jack, un giovane gigolò nichilista, vedono in Nelly una sorta di "ancora nella realtà", una persona di cui hanno bisogno per non sentirsi soli. E la stessa Ingeborg, fra l'altro gravemente malata, teme di non essere diversa da loro e inizia a provare dei forti sensi di colpa: vuole tenere Nelly con sé per il bene della ragazza o per una propria esigenza mai confessata? Di fronte a personaggi complessi e contraddittori (Jack, pur se gigolò di professione, è "innamorato di sé stesso"; Jenny, pur mantenendo economicamente sia Jack sia Nelly, emotivamente "vive a spese degli altri"; Ingeborg, pur affettuosa e disinteressata, viene accusata di "prendere senza mai dare"), all'ingenua ma autentica Nelly non resta altro che tornare al punto di partenza e all'unica persona che l'ama e la desidera per com'è, senza secondi fini, vale a dire il giovane studente Ulf, innamorato di lei, che l'ha aspettata per tutto il tempo.