27 ottobre 2006

Il massacro di Fort Apache (John Ford, 1948)

Il massacro di Fort Apache (Fort Apache)
di John Ford – USA 1948
con John Wayne, Henry Fonda
***

Visto in DVD.

Un classico di Ford che presenta – in versione romanzata – uno degli episodi più celebri delle guerre contro gli indiani, la battaglia con gli Apache di Cochise e Geronimo. Se John Wayne interpreta un capitano di cavalleria che conosce molto bene i "selvaggi" e desidera instaurare con loro una trattativa di pace, il vero protagonista del film (pur se in negativo) è Henry Fonda nei panni del colonnello appena assegnato al forte, un uomo orgoglioso e ambizioso che disprezza gli indiani ed è convinto di poterli sconfiggere facilmente per coprirsi di gloria e farsi così assegnare a incarichi più prestigiosi. Ma non otterrà altro che la sconfitta e il massacro dei propri soldati in un finale amaro e tutt'altro che glorioso, privo del consueto "arrivano i nostri", con Cochise e i suoi guerrieri che svaniscono lentamente, vittoriosi, fra le nuvole di polvere. Comincerà una nuova era di guerra, che coinvolgerà anche i "pacifisti" come Wayne e che vedrà il colonnello ricordato come un eroe. Per una volta, anche se lo sguardo di Ford è naturalmente tutto puntato sui bianchi, la consueta divisione in buoni e cattivi è tutt'altro che marcata e c'è una discreta sensibilità verso i pellerossa. Del film mi sono piaciute le consuete caratteristiche dei western fordiani. Oltre alla maestria tecnica (e agli stupendi paesaggi della Monument Valley, corredati da altrettanto stupende nuvole che nel bianco e nero risaltano ancora di più) c'è la coralità della vicenda, che segue i numerosi personaggi durante la loro quotidiana vita al forte: il giovane tenente appena giunto dall'accademia, il suo amore con la figlia del colonnello (Shirley Temple!), i rudi sergenti cui sono affidati i momenti più comici della storia, le reclute da addestrare, il vecchio dottore, l'infido agente del governo, il tragico ex comandante del forte che morirà alla vigilia del suo trasferimento, le mogli rimaste ad attendere durante la battaglia, la cameriera messicana, ecc. ecc.). Per oltre un'ora, all'inizio, non si parla poi né di guerre né di massacri: al forte è tempo di risate, di danze e di balli, di corteggiamenti e di battibecchi, in un misto di leggerezza e dramma davvero indimenticabile. Molti personaggi e situazioni mi hanno ricordato alcuni episodi di Tex: non c'è dubbio che questo tipo di film ne abbia costituito una grande fonte di ispirazione.

26 ottobre 2006

Pinocchio (B. Sharpsteen, H. Luske, 1940)

Pinocchio (id.)
di Ben Sharpsteen, Hamilton Luske – USA 1940
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con la mia nipotina Elena (quasi quattro anni).

Il secondo lungometraggio Disney dopo "Biancaneve" è tuttora uno dei migliori classici di animazione della casa di Burbank. Stupenda soprattutto la prima parte, con la magnifica sequenza nella casa di Geppetto (ben 35 minuti), fra orologi a cucù di ogni tipo, un'atmosfera da villaggio alpino (sembra di essere in Svizzera, in Tirolo o in Baviera, non certo nella Toscana di Collodi!), il grillo parlante che introduce lo spettatore alla storia, i battibecchi fra il gatto Figaro e la pesciolina Cleo, l'arrivo della fata azzurra (unico personaggio in rotoscope). L'animazione è calda, fluida e convincente. Gradevole anche la colonna sonora: non a caso il tema di When you wish upon a star è diventato il motivo musicale per eccellenza della Disney, presente tuttora nel suo logo introduttivo. La trama non è fedelissima al racconto di Collodi (gli elementi moralistici e pedagogici sono annaquati da un taglio più avventuroso e simpatico; Pinocchio stesso, più che bugiardo e indisciplinato, è fondamentalmente buono e ingenuo, vittima innocente dei raggiri del Gatto e della Volpe), ma ne conserva gli elementi principali (il naso che si allunga è presente in una sola occasione e non ha grande importanza nell'economia della vicenda, per esempio). Certo che a rivederlo oggi, alcuni passaggi del film fanno scalpore: i bimbi che fumano, per esempio, o il fatto che i "cattivi" rimangano impuniti o che nessuno salvi Lucignolo e gli altri bambini dal loro crudele destino (d'altronde era così anche nel romanzo di Collodi). È strano che gli americani non ne abbiano ancora fatto una versione politically correct (a differenza di "Fantasia", dal quale sono state epurate le scene con le centaurine "di colore"), anche se prima o poi arriverà l'inevitabile adattamento in live action. La parte finale, quella con la balena, è forse meno bella di tutto il resto, ma nel complesso il film rimane un grande classico degno del primissimo periodo dell'era Disney, quello dei cinque capolavori in cinque anni (1937-1942). Oltre a Sharpsteen e Luske, hanno diretto alcune sequenze anche Bill Roberts, Norman Ferguson, Jack Kinney, Wilfred Jackson e T. Hee.

18 ottobre 2006

L'alba dei morti dementi (E. Wright, 2004)

L'alba dei morti dementi (Shaun of the dead)
di Edgar Wright – Gran Bretagna 2004
con Simon Pegg, Kate Ashfield, Nick Frost
***

Rivisto in DVD, con Valeria e Martin.

Il genere zombi alla Romero mi piace molto, e questa parodia ne fonde perfettamente i tratti caratteristici con quelli dell'umorismo britannico e della commedia sentimentale. La prima parte, nella quale il protagonista non si rende conto dell'invasione in atto perché troppo preso dai suoi problemi quotidiani, è davvero esilarante. La regia non perde occasione per sottolineare paralleli ironici fra l'apatia degli zombi e quella dei "normali" esseri umani, con un'ironia tipicamente british che è anche una sorta di satira sociale. Persino i classici momenti costruiti per far sussultare gli spettatori, con la comparsa improvvisa di una possibile minaccia proveniente da fuori campo, sono sempre associati a situazioni del tutto innocue. La seconda parte si dipana invece più sullo stile di un classico zombie movie, con i protagonisti asserragliati in un luogo chiuso (ovviamente un pub!) e alle prese con orde di mostri, anche se non mancano gag e battute più o meno irriverenti, fino al finale risolutivo. Chi ama i classici di Romero non potrà non restarne affascinato, anche se il lungometraggio brilla comunque di luce propria, con situazioni spassose e personaggi tremendamente inglesi, oltre che diverse citazioni a film, serial e videogiochi, e una contagiosa energia di fondo. Nel cast, diversi attori e comici britannici, soprattutto televisivi (fra gli altri: Dylan Moran, Martin Freeman, Tamsin Greig, Julia Deakin). Il successo del film ha lanciato le carriere del regista Edgar Wright (praticamente esordiente al cinema: un suo precedente lavoro, l'amatoriale "A fistful of fingers", non è mai stato distribuito commercialmente) e del protagonista Simon Pegg (entrambi co-sceneggiatori), che in precedenza avevano lavorato insieme nella sitcom televisiva "Spaced" e che in seguito torneranno a collaborare in altre pellicole comico-parodistiche ("Hot Fuzz" e "La fine del mondo", che con questa, pur non avendo personaggi in comune, formano un'ideale trilogia "ai tre gusti del Cornetto").

17 ottobre 2006

Prima del calcio di rigore (W. Wenders, 1971)

Prima del calcio di rigore (Die Angst des Tormanns beim Elfmeter)
di Wim Wenders – Germania 1971
con Arthur Brauss, Kai Fischer
**1/2

Visto in VHS con Martin, in originale con sottotitoli.

Abbiamo finalmente recuperato una copia del primo film di Wenders (in realtà il secondo: esiste un lungometraggio precedente, "Summer in the City", mai distribuito), che al momento non è ancora uscito in DVD. Quando lo avevo visto per la prima volta, anni fa, non mi era piaciuto molto e lo avevo trovato inconcludente e confuso. Adesso invece, dopo aver già "macinato" tante altre pellicole di Wenders, l'ho apprezzato di più perché vi ho ritrovato molti dei temi presenti nelle sue opere successive: l'ossessione per gli Stati Uniti (i personaggi ascoltano canzoni americane, parlano di viaggi in America, hanno monete e banconote statunitensi mescolate a quelle austriache), l'ambientazione di confine (qui, credo, fra Austria e Germania), il girovagare senza meta di un personaggio irrequieto, l'alienazione, i bar e i juke-box. È proprio vero che i registi bravi più li si conosce e più li si apprezza. Il titolo originale completo recita "La paura del portiere prima del calcio di rigore" (al di là della metafora, il protagonista è in effetti un portiere di calcio. Dopo che è stato espulso in una partita, lo vediamo viaggiare per l'Austria, commettere un misterioso e inspiegabile omicidio e poi cercare di riallacciare i contatti con un'amica del passato). Il film è tratto da un romanzo di Peter Handke, che ha collaborato con Wenders alla sceneggiatura.

16 ottobre 2006

Memorie di una geisha (Rob Marshall, 2005)

Memorie di una geisha (Memoirs of a Geisha)
di Rob Marshall – USA 2005
con Zhang Ziyi, Michelle Yeoh, Gong Li
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Ancora bambina, la giovane Chiyo (Zhang Ziyi) viene venduta dalla famiglia a una casa di geishe di Kyoto. Tormentata dalla veterana Hatsumomo (Gong Li), ma protetta dalla sua rivale Mameha (Michelle Yeoh), dopo anni di sofferenze e sacrifici diventerà una delle geishe più celebri del paese con il nome di Sayuri. Mi ero accinto a vedere questo film con molti pregiudizi, convinto che si trattasse di un polpettone barocco e pesante, dal gusto americano e lontano dalla sensibilità giapponese nonostante il tema fosse uno di quelli più legati alla cultura nipponica: la figura della geisha, intrattenitrice ed artista che in occidente viene spesso scambiata con una prostituta. Ma se in effetti la prima parte – quella con la protagonista ancora bambina – è un po' stucchevole, e il finale sembra quasi posticcio (mi chiedo se fosse uguale nel libro di Arthur Golden da cui il film è tratto), la parte centrale non mi è dispiaciuta. Grazie anche a tre protagoniste di ottima levatura (due delle quali, la superba Gong Li e l'elegante Michelle Yeoh, sono fra le mie attrici preferite), la "rivalità" fra le due geishe esperte che coinvolge la giovane maiko diventa il vero cuore del film, mentre la descrizione di un mondo e di riti e costumi che dopo la guerra iniziano a scomparire forse troppo in fretta è efficace solo a tratti e non aiuta a capire se ci si trova di fronte a un rimpianto genuino o meno. Colpa della sceneggiatura, che semplifica eccessivamente i sentimenti e le emozioni dei personaggi, e di una regia manieristica che punta troppo sulla fotografia. Per comprendere davvero il mondo delle geishe c'è sicuramente di meglio, per esempio uno dei tanti film di Mizoguchi sull'argomento. Una nota sulle attrici: quando il film è uscito c'è stata una certa polemica sul fatto che le tre protagoniste non fossero giapponesi ma cinesi. Spielberg e gli altri produttori hanno probabilmente preferito affidarsi a nomi già noti in occidente, anche perché raramente i nipponici hanno una buona padronanza dell'inglese. Nel cast, comunque, ci sono anche Ken Watanabe, Koji Yakusho e Kaori Momoi.

14 ottobre 2006

Lola corre (Tom Tykwer, 1998)

Lola corre (Lola rennt)
di Tom Tykwer – Germania 1998
con Franka Potente, Moritz Bleibtreu
***

Rivisto in DVD, con Michele.

Fantasioso e videoclipparo, il film che ha fatto conoscere Tykwer è un energico e movimentato viaggio nel mondo del caso e delle coincidenze, ispirato probabilmente a Tarantino per i personaggi e la struttura temporale ma anche e soprattutto a pellicole "a bivi" come "Destino cieco", "Sliding Doors" o "Smoking/No Smoking": la vicenda viene infatti ripetuta tre volte, ogni volta con lievi modifiche che portano a un risultato del tutto differente. La trama, in sé, è molto semplice: Lola, una giovane ragazza, ha solo venti minuti di tempo per trovare 100.000 marchi prima che il suo balordo fidanzato, che li doveva consegnare a un gangster e li ha dimenticati sulla metropolitana, compia una rapina per disperazione. Tykwer ricorre a ogni espediente tecnico per raggiungere un risultato finale molto estetizzante: la musica, ritmica e ossessiva come il ticchettio di un orologio; i disegni animati, realizzati da Gil Alkabetz (di cui, anni fa, avevo visto ed apprezzato ad Annecy un divertente cortometraggio chiamato "Rubicon"); gli improvvisi squarci nel futuro delle persone che Lola incrocia durante la sua forsennata corsa; l'uso rapido e conciso dei flashback; i cambi di inquadrature e di prospettive nel mostrare sequenze apparentemente ininfluenti (come l'attraversamento di una piazza dalla pavimentazione geometrica). C'è anche il sospetto, a dire il vero, che alcuni elementi del film siano stati inseriti in maniera un po' gratuita e velleitaria (i discorsi filosofici introduttivi, per esempio, che vogliono dire tutto e nulla), ma la pellicola si lascia ricordare anche per i due bravi attori e per le immagini della Potente (nomen omen) che corre con la capigliatura rosso fuoco al vento.

11 ottobre 2006

Chicken Little (M. Dindal, 2005)

Chicken Little – Amici per le penne (Chicken Little)
di Mark Dindal – USA 2005
animazione digitale
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Già nel 1943 la Disney aveva realizzato un cortometraggio sulla favola di Chicken Little, un pulcino dotato di troppa immaginazione che metteva in subbuglio l'intero pollaio perché convinto che il cielo gli stesse cadendo sulla testa. Nel tentativo di affrancarsi dalla Pixar, per il suo primo film in CGI ("Dinosaur" a parte) la casa di Burbank ha ripescato il vecchio personaggio, modificandolo però profondamente e rivoluzionandone la morale di fondo. Se nella vecchia versione Chicken Little si sbagliava (era stato soltanto colpito da una ghianda), adesso ha ragione e diventa un eroe: il cielo che cade fa infatti parte di un'astronave di alieni che metteranno in pericolo la sua città natale, una metropoli abitata da buffi animali antropomorfi (ci sono persino pesci che vanno in giro con lo scafandro, come i mostri Dappya di Lamù!). A questo si aggiungono i temi triti e ritriti del rapporto con il padre, della ricerca della vittoria e della sicurezza in sé stessi. Graficamente il film non è affatto male: peccato però che le battute non facciano ridere, che le situazioni siano scontate e che i personaggi siano tutt'altro che memorabili. Numerosissime le citazioni da altri film, a volte solo accennate (Truman Show) e a volte esplicitamente dichiarate (Il re leone, Indiana Jones, La guerra dei mondi).

9 ottobre 2006

Mancia competente (E. Lubitsch, 1932)

Mancia competente (Trouble in Paradise)
di Ernst Lubitsch – USA 1932
con Herbert Marshall, Miriam Hopkins, Kay Francis
***1/2

Rivisto in DVD alla Fogona.

Approfittando del DVD Ermitage, l'ho visto per la prima volta in italiano. E per fortuna traduzione e doppiaggio erano piuttosto buoni. Il film, ovviamente, rimane un capolavoro: lo stesso Lubitsch ebbe a dire che, "quanto a stile" non aveva mai fatto di meglio. "Trouble in paradise" è una commedia sofisticata che ancora oggi risulta modernissima, con dialoghi raffinati, inquadrature allusive, ritmo scoppiettante (con la colonna sonora che fa da adeguato contrappunto alle varie situazioni), personaggi simpatici. Stupisce vedere come a pochissimi anni dall'avvento del sonoro fosse già possibile sfruttarne le caratteristiche in maniera così compiuta e matura. Dopo una prima parte praticamente perfetta, quella ambientata a Venezia dove si introducono i due protagonisti, la storia si sposta a Parigi per seguire il loro tentativo di ingannare una ricca signora dell'alta società, facendosi assumere come suoi collaboratori per poi derubarla. Seguono complicazioni sentimentali. In tempi pre-codice Hays, Lubitsch e i suoi sceneggiatori possono permettersi di giocare con allusioni di ogni genere e con inquadrature maliziose. Anche la scelta di due furfanti come protagonisti (tratteggiati con simpatia e senza "punizione finale") testimonia di una libertà che a Hollywood, in epoca successiva, sarebbe stata impossibile. L'inquadratura iniziale del film (un bidone di rifiuti e una chiatta di spazzatura a pochi passi da un raffinato hotel internazionale a Venezia) introduce immediatamente il tema della dissonanza e dell'imperfezione nel paradiso, dove non tutto è come sembra. La frase d'esordio di Gaston che deve scegliere come cominciare la cena ("Gli inizi sono sempre difficili") sembra quasi pronunciata dal regista stesso, alle prese con l'arduo compito di cominciare un nuovo film.

7 ottobre 2006

The seafarers (Stanley Kubrick, 1953)

The seafarers (id.)
di Stanley Kubrick – USA 1953
con Don Hollenbeck, Paul Hall
*1/2

Visto su YouTube, in originale.

Girato su commissione per la SIU (Seafarers International Union, un sindacato dei lavoratori marittimi), questo cortometraggio di 30 minuti che Kubrick realizzò subito dopo aver terminato il suo primo lungometraggio ("Paura e desiderio", mai distribuito nelle sale) rappresenta anche il suo primo lavoro a colori. Con la voce narrante del giornalista Don Hollenbeck, il film racconta la storia della SIU, ne descrive l'organizzazione e il modus operandi, ed elenca i vari servizi che offre agli associati (marinai, pescatori e in generale personale di bordo sulle navi commerciali e mercantili), in particolare nei periodi in cui sono a terra: non solo benefici legati al lavoro, come gestione degli incarichi e dei contratti e battaglie per i diritti, ma anche quelli relativi alla famiglia e al tempo libero. Semplicemente poco interessante (se non come documento storico e sociale), il film non presenta quasi traccia dello stile registico di Kubrick, tanto che potrebbe averlo girato chiunque (a partire da immagini di repertorio). Da segnalare giusto la carrellata nella scena della caffetteria, mentre secondo alcuni critici la sequenza del discorso del segretario della SIU davanti agli associati ricorda alcune pellicole di Eisenstein come "Sciopero" e "Ottobre". Del film, per lungo tempo, gli storici del cinema hanno ignorato l'esistenza: è stato "scoperto" solo nel 1973, il che ha portato a domandarsi se Kubrick non abbia diretto altri documentari dello stesso genere.

5 ottobre 2006

Cabaret (Bob Fosse, 1972)

Cabaret (id.)
di Bob Fosse – USA 1972
con Liza Minnelli, Michael York
**1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Berlino, 1931: durante la repubblica di Weimar, una ballerina di un teatro di varietà sogna di diventare una grande attrice e intanto conosce un giovane inglese che si guadagna da vivere dando lezioni private. Le loro vicende, che si intrecciano con quelle di un amico che si innamora di una ricca ebrea e con quelle di un frivolo nobile, si dipanano leggere su uno sfondo ben più cupo: lentamente, infatti, assistiamo alla presa del potere del partito nazista, quasi silenziosa e sottovalutata dai più. Il valore del film (che peraltro vinse ben 8 premi Oscar) sta proprio in questo contrasto fra un mondo di divertimenti incoscienti e le tragedie che strisciano sullo sfondo. Tratto da un musical di Broadway, non ne conserva la struttura: anziché far cantare i personaggi principali, le canzoni e i numeri da ballo restano confinati agli spettacoli di varietà, sporadici siparietti fra una scena e l'altra. Molto bello registicamente (una scena per tutte: quella del canto dei nazisti in un locale all'aperto, che comincia dolce e accattivante e termina pieno di tensione e impeto bellicoso), con una brava interprete che tratteggia un personaggio egocentrico e sognatore.

2 ottobre 2006

Lady in the water (M. N. Shyamalan, 2006)

Lady in the Water (id.)
di M. Night Shyamalan – USA 2006
con Paul Giamatti, Bryce Dallas Howard
**1/2

Visto ieri al cinema Excelsior, con Albertino e Ghirmawi.

Dopo il successo de "Il sesto senso", sembra che Shyamalan stia progressivamente perdendo i favori di critica e pubblico. Eppure di questo film, stroncato un po' da tutti, ho gradito il modo delicato e naturale in cui il fantastico, il fiabesco e l'irreale fanno irruzione nel quotidiano. Giamatti (grandissimo, come al solito) è il custode di un condominio alle prese con una misteriosa ninfa acquatica che trova nella piscina del complesso. Insieme a un gruppo di stravaganti inquilini scelti forse da un destino superiore, l'uomo dovrà aiutare la ninfa a completare la sua missione, proteggendola da un mostro che vive nel giardino dell'edificio e che le impedisce di far ritorno a casa. Ispirato a una sedicente fiaba orientale della buona notte, probabilmente inventata di sana pianta dal regista stesso, e ambientato interamente in pochi metri quadri (l'azione non esce mai dal cortile della casa e dai piccoli appartamenti dove vivono i personaggi), il film riesce a stare miracolosamente in equilibrio su un filo sottilissimo fra tensione e implausibilità narrativa. A differenza che nei film di Roman Polanski, inoltre, qui il condominio non è fonte di paranoia e ossessioni bensì un microcosmo popolato da persone talvolta bizzarre ed eccentriche ma comunque solidali fra loro. Alcune scene con il personaggio del critico cinematografico mi hanno ricordato "Scream" e persino "Ghostbusters". Il direttore della fotografia è Christopher Doyle, noto per i suoi film a Hong Kong (è l'abituale collaboratore di Wong Kar-Wai). Come sua abitudine, il regista stesso si è ritagliato una parte nel film: stavolta, però, non si tratta di un breve cameo ma di un ruolo abbastanza importante nell'economia della storia.

1 ottobre 2006

Cars - Motori ruggenti (J. Lasseter, 2006)

Cars – Motori ruggenti (Cars)
di John Lasseter [e Joe Ranft] – USA 2006
animazione digitale
***

Visto al cinema Europlex, con Saveria e Stefano.

In un mondo dove le automobili – e i mezzi di trasporto in generale – sono "antropomorfe" (non esistono piloti umani), l'auto da corsa Saetta McQueen (il cognome è un evidente omaggio all'attore Steve McQueen, grande appassionato di automobili, ma anche all'animatore della Pixar Glenn McQueen) ha fame di sponsor e di vittorie: metterà da parte l'arroganza e la frenesia e imparerà l'umiltà quando sarà costretto a risiedere per una settimana nell'isolata cittadina di Radiator Springs, nel bel mezzo del deserto, adeguandosi ai suoi ritmi lenti e trovando amicizia (Carl Attrezzi detto "Cricchetto", fra gli altri; ma c'è anche Luigi, una Fiat 500 italiana!) e amore (Sally Carrera). La cosa che più stupisce nei film della Pixar è la commistione fra una tecnica di animazione al computer sbalorditiva (di molto, ma molto, superiore a tutti i potenziali concorrenti) e storie e personaggi ben più curati e approfonditi rispetto ai prodotti DreamWorks, Disney, Fox, e via dicendo. Persino gli stereotipi non sembrano tali perché rivestiti di nuovo materiale. Lasseter, che torna alla regia dopo sette anni sia pure coadiuvato da Joe Ranft, ha evidentemente un debole per l'umanizzazione di personaggi di plastica o di metallo: dopo lampadine e giocattoli, è la volta delle automobili. Il film è lungo (oltre due ore), sfiora quasi la monotonia (in scena ci sono solo macchine: quando non sono semplici automobili, sono camion, trattori o elicotteri) e forse manca un po' di umorismo, ma i personaggi sono simpatici, vivi e ben caratterizzati. E l'inevitabile messaggio morale sullo sfondo, per una volta, è ampiamente condivisibile: anche un auto da corsa ha bisogno qualche volta di rallentare per godersi il paesaggio. Belle le canzoni, brutto il doppiaggio italiano: nella versione originale il protagonista aveva la voce di Owen Wilson, ma soprattutto Doc Hudson aveva quella di Paul Newman (anch'egli grande appassionato di corse). Il successo porterà alla realizzazione di sequel e spin-off.

In sala il film era preceduto dall'ennesimo cortometraggio "sperimentale" Pixar: "One Man Band", di Mark Andrews e Andrew Jimenez. Eccezionale! Quattro minuti di puro divertimento con due suonatori ambulanti che si contendono una moneta che una bambina è disposta a elargire loro.

Blindman (Ferdinando Baldi, 1971)

Blindman
di Ferdinando Baldi – Italia 1971
con Tony Anthony, Ringo Starr
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

Se Sergio Leone aveva preso ispirazione da Kurosawa, anche altri autori italiani di spaghetti-western si sono rivolti all'oriente. Questo film di Baldi sembra quasi una versione occidentale di "Zatoichi": il protagonista è infatti un pistolero cieco, che nonostante il suo handicap sconfigge a colpi di fucile (e di dinamite) un'intera banda di nemici. Aiutato da un cavallo che talvolta sembra quello di Lucky Luke, combatte contro un bandito messicano che ha rapito ben cinquanta donne giunte dall'Europa che lui avrebbe dovuto condurre in un villaggio dove le attendono i loro promessi sposi "per corrispondenza". La storia e i personaggi sono inverosimili, ma alcune scene non sono poi male (il "funerale-matrimonio", la fuga delle donne nella sabbia). Nel complesso, però, si sfiora spesso il ridicolo involontario. Ringo Starr interpreta il fratello del cattivo.

29 settembre 2006

As you like it (K. Branagh, 2006)

As you like it - Come vi piace (As you like it)
di Kenneth Branagh – USA/GB 2006
con Bryce Dallas Howard, David Oyelowo
***

Visto al cinema Eliseo.

Poche cose mi mettono di buon umore come le commedie di Shakespeare rivisitate da Branagh. Anche stavolta il regista britannico gioca con il tempo e lo spazio, spostando l'azione di questa opera minore del bardo addirittura in un'enclave britannica nel Giappone del diciannovesimo secolo. In questo modo, senza bisogno di tradirne il testo, riesce a esplicitare oltre ogni limite il contenuto di fondo della commedia, un elogio della vita pastorale e della necessità di superare i conflitti e le barriere di classe attraverso il buonsenso, la meditazione e l'amore. Come già in "Molto rumore per nulla" e in "Pene d'amor perdute", Branagh cala Shakespeare in un contesto multietnico che ne amplifica l'universalità: i suoi personaggi sono bianchi, neri e gialli, e si amano senza distinzione di classe, gruppo o ceto sociale. Tra complotti e travestimenti, la commedia (che non conoscevo) scorre vivace e profonda e si snoda lungo numerosi fili conduttori: la lotta fra il duca e il fratello usurpatore, il travagliato amore fra Rosalinda (una sempre più stupefacente Bryce Dallas Howard, vestita da uomo per quasi tutto il film) e il giovane Orlando, e la filosofia di contorno espressa di volta in volta con saggezza o follia da personaggi quali il duca, il buffone Touchstone o il malinconico Jacques. Oltre alla protagonista, nel cast spiccano i sempre ottimi Kevin Kline, Alfred Molina e Brian Blessed ma anche la simpatica Romola Garai nei panni di Celia. E se il finale in Shakespeare era meta-teatrale, in Branagh non può che diventare meta-cinematografico!

25 settembre 2006

Pirati dei Caraibi 2 (G. Verbinski, 2006)

Pirati dei Caraibi: La maledizione del forziere fantasma
(Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest)
di Gore Verbinski – USA 2006
con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley
*1/2

Visto al cinema Maestoso, con Monica, Nando e Irene.

Dispiace parlar male del sequel di un film che mi era piaciuto molto, ma questo secondo "Pirati dei Caraibi" non mi ha proprio convinto. Il suo problema principale è il ritmo: sullo schermo succede qualcosa praticamente ogni trenta secondi, col risultato che in due ore e mezza di durata non c'è mai un istante per fermarsi a riflettere o per approfondire la trama o i personaggi. Di conseguenza la vicenda è piena di battute, capitomboli, mostri, dettagli e particolari spesso inutili, mentre i personaggi restano, stavolta sì, vere e proprie macchiette su uno sfondo che ormai ha abbandonato ogni pretesa di verosimiglianza storica. Johnny Depp gigioneggia per strappare risate, e forse esagera, mentre i personaggi di Knigthley e Bloom sono piuttosto piatti. Anche i cattivi non mi sono sembrati assolutamente all'altezza del Capitan Barbossa del primo film, con origini, motivazioni, psicologie e comportamenti appena abbozzati. Tutta la prima ora è poi del tutto superflua, con scene d'azione troppo lunghe che vengono poi ripetute quasi uguali nella seconda parte (la fuga all'interno della gabbia che rotola, per esempio, è simile alla scena successiva con la ruota del mulino). Non avrebbe fatto male una sforbiciata in fase di montaggio, e magari avrebbe consentito agli sceneggiatori un maggior approfondimento della trama principale, quella dell'Olandese Volante e della sua ciurma. Il senso di insoddisfazione nasce non solo dal confronto con la freschezza e il divertimento fornito da "La maledizione della prima luna" (la maledizione andrebbe rivolta ai titolisti italiani: ancora non si sono resi conto dei danni che producono con la loro infedeltà ai titoli originali?), ma dal sospetto che i seguiti dei "Pirati" siano stati messi in cantiere sulla falsariga di quelli di "Matrix": un'operazione esclusivamente commerciale per sfruttare una franchigia di sicuro successo. Dopotutto i produttori erano ormai ben consapevoli che qualunque fosse stata la qualità del film il ritorno in termini di box office (e di home video) sarebbe stato comunque elevatissimo.

Meglio un mercoledì da leone... (P. Sturges, 1947)

Meglio un mercoledì da leone... (The sin of Harold Diddlebock)
di Preston Sturges – USA 1947
con Harold Lloyd, Frances Ramsden
**

Visto in DVD, con Martin.

Partendo da una bobina di materiale girato nel 1925 per il film di Lloyd "The freshman", Sturges imbastisce una commedia che avrebbe dovuto omaggiare e, nelle intenzioni, rilanciare il grande comico del muto, da tempo ormai assente dalle scene. Ma i risultati al botteghino non furono particolarmente soddisfacenti, e il film costituisce così l'ultima apparizione dell'attore sul grande schermo. La pellicola alterna alcune scene abbastanza divertenti (quella nel bar, per esempio) ad altre che sembrano soltanto una pallida copia delle gag dell'epoca d'oro del muto. Ma il vero motivo per cui non sono riuscito ad apprezzarlo fino in fondo è che la copia che io e Martin abbiamo visto era priva di quasi mezz'ora! Durava infatti 67 minuti anziché 90, con la parte centrale completamente e inspiegabilmente rimossa (forse a causa della "riedizione" voluta da Howard Hughes nel 1950). Ed è un peccato, anche se ho avuto l'impressione che il meglio del film stesse comunque tutto nella prima parte, quella che ci mostra il passaggio di Lloyd da ingenuo e esuberante ragazzo (nel 1923) a impiegato invecchiato e disilluso (nel 1945) che in seguito a un'occasionale ubriacatura si lascia andare a una giornata di totale e ardita follia.

23 settembre 2006

The mission (Johnnie To, 1999)

The mission (Cheung fo)
di Johnnie To – Hong Kong 1999
con Anthony Wong, Francis Ng
****

Rivisto in DVD, con Michele.

Ogni volta che rivedo questo capolavoro firmato da To con la sua casa di produzione Milkyway rimango sempre più colpito dal rigore stilistico e dalla perfezione dei dettagli. La storia è piuttosto semplice: un boss delle triadi, scampato a un agguato di misteriosi sicari, assolda cinque guardie del corpo per farsi proteggere giorno e notte. Ma il regista, pur con uno sguardo apparentemente distaccato, sottolinea a dismisura l'aspetto umano dei protagonisti, come nella splendida sequenza in cui giocano con una pallina di carta nel corridoio, che illustra magnificamente, senza bisogno di spendere troppe parole, il passaggio dall'iniziale indifferenza e ostilità a uno stato di complicità. I personaggi peraltro mostrano rispetto anche nei confronti degli avversari: esemplare la scena in cui siedono al tavolo con il killer che hanno appena catturato. Per personaggi simili, l'amicizia appena cementata è qualcosa di estremamente importante: e questo aggiunge tensione all'ultima parte della pellicola, quando il loro leader, Curtis, viene incaricato dal boss (fino ad allora dipinto come una persona generosa, pronta a comprendere e a perdonare tutti) di eliminare uno dei suoi stessi compagni, un dilemma che divide gli eroi e li mette l'uno contro l'altro. Lo stile della pellicola è fenomenale, secco, preciso: non mi riferisco tanto alla gelida fotografia e ai dialoghi scarni che dicono e non dicono (per esempio, nella scena in cui il giovane Shin torna a casa tardi dopo aver "accompagnato" la moglie del capo), ma soprattutto alla coreografia delle scene d'azione, su tutte la sparatoria nel centro commerciale. Per citare quel che avevo scritto al tempo della prima visione, To in questo film sembra l'anti-John Woo: stessi temi, stessi risultati, stessa tensione ma utilizzando metodologie contrapposte. Mentre Woo sfrutta il dinamismo e il movimento, To si basa sulla staticità, la geometria delle inquadrature e la freddezza dei protagonisti che rimangono immobili a sparare anche se i proiettili sfrecciano a pochi centimetri dai loro volti.

20 settembre 2006

Venezia e Locarno 2006 - conclusioni

A rassegna finita, e dopo aver riveduto e corretto alcuni giudizi a mente più fredda, posso provare a fare un bilancio: nel complesso positivo, anche se veri e propri capolavori non ne ho visti. Su tutti mi sono piaciuti "Il flauto magico" di Branagh, ma anche gli ottimi "The queen" e "Little Miss Sunshine". Meglio del previsto la selezione americana (con la prevedibile eccezione di Oliver Stone). Deludenti, invece, i francesi (a parte Resnais) e gli italiani (a parte Amelio, peraltro non eccezionale). Non male nel complesso gli orientali, con nota di merito per Johnnie To. Devo però confessare che negli ultimi giorni della rassegna la fatica e la stanchezza accumulata nella visione di così tanti film (spesso sei al giorno) mi hanno portato ad acuire ed "estremizzare" i giudizi: o un film mi piaceva veramente tanto oppure lo detestavo, senza via di mezzo. Per questo motivo sono stato particolarmente duro con pellicole (per esempio "Nuovomondo"), che magari in altre condizioni non avrei stroncato così duramente ma che non sono riuscite a convincermi che non stavo sprecando il mio tempo.

16 settembre 2006

Il flauto magico (K. Branagh, 2006)

Il flauto magico (The magic flute)
di Kenneth Branagh – GB 2006
con Joseph Kaiser, Amy Carson
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Di fronte al difficile compito di portare sullo schermo un'opera di Mozart, e specialmente una complessa e così ricca di simboli e significati come "Il flauto magico", un regista ha due possibili scelte davanti a sé: limitarsi al teatro filmato, come aveva fatto Bergman, oppure farsi audace e cercare una propria strada, infilandosi dove è possibile nei pochi spazi lasciati a disposizione dall'opera e tenendo testa alla potenza della musica con immagini ardite, visionarie e di grande impatto. Branagh, naturalmente, non poteva che scegliere questo secondo approccio, più cinematografico e personale, anche a rischio di sfiorare il kitsch. Visivamente, perciò, questo "Flauto" contiene di tutto e di più: sogni e incubi a colori e in bianco e nero, immagini astratte e surreali, scene di guerra e di passione, campi fioriti e fangose trincee. Nell'anno del 250esimo anniversario della nascita di Mozart, Branagh gli resta musicalmente fedele: non è stato tagliato alcun brano, e il cast dei cantanti mi è sembrato ottimo, con una menzione particolare per Pamina e Sarastro. Per quanto riguarda il testo, invece, il regista ha effettuato due grandi cambiamenti: l'ambientazione è stata spostata dall'antico Egitto alla Prima Guerra Mondiale (almeno per quanto riguarda iconografia, armi e tecnologie: in realtà gli eserciti che si scontrano non corrispondono a due milizie specifiche, ma rappresentano tutte le armate di tutte le guerre combattute dall'umanità) e l'opera è cantata in inglese. Questa scelta, che sul momento può lasciare perplessi, è però ampiamente giustificata: Mozart aveva realizzato "Die Zauberflöte" in tedesco (era un cosiddetto Singspiel), nonostante la tradizionale lingua dell'opera fosse l'italiano, proprio per raggiungere più facilmente il popolo. Allo stesso modo Branagh persegue un'ideale di democraticizzazione dell'arte: il suo "Flauto" viene cantato nella lingua più diffusa al mondo e proiettato al cinema per portarlo a quegli spettatori che non si sognerebbero mai di entrare in un teatro lirico. La stessa cosa, del resto, il regista la fa da sempre con Shakespeare, attualizzandolo senza tradirne il testo ma rendendolo più glamour, hollywoodiano e musicale, con ottimi risultati. Il libretto è stato tradotto (e adattato qua e là) da Stephen Fry – sì, proprio Wilde e Jeeves! – che ha eliminato i recitativi e trasformato il simbolismo massonico in un inno alla pace universale e contro le guerre. Tamino è diventato un prode soldato mentre Papageno è l'addestratore dei canarini usati per individuare la presenza di gas nelle trincee. L'ouverture, bellissima, scorre sulle immagini di un lunghissimo piano sequenza che (ispirato forse dal finale del classico "All'ovest niente di nuovo") parte dall'inquadratura ravvicinata di un fiore per passare a una panoramica delle trincee, segue il volo di una farfalla e quello di una flotta di aerei, e termina con una battaglia campale. La regina della notte arriva su un carro armato e poi, mentre canta Der Hölle Rache, vola come Superman. Sarastro recita O Isis und Osiris (una scena superlativa) in un immenso cimitero di guerra sulle cui tombe compaiono i nomi dei caduti di tutti i tempi e di tutte le nazionalità. L'aria di Papageno Ein Mädchen oder Weibchen è onirica e surreale e cita Magritte a piene mani. Ma le idee profuse nell'intera pellicola sono così tante che ricordarle tutte diventa quasi impossibile: già cult, per esempio, il coro degli armigeri cantato dai sacchi di sabbia delle trincee! È uno di quei film che, quando partono i titoli di coda, si vorrebbe immediatamente rivedere dal principio.

La stella che non c'è (G. Amelio, 2006)

La stella che non c'è
di Gianni Amelio – Italia 2006
con Sergio Castellitto, Tai Ling
**1/2

Visto al cinema Anteo (rassegna di Venezia).

Un bel film sulla Cina moderna, sulle sue molteplici facce nascoste, sulle contraddizioni e le speranze di un popolo che sta attraversando una fase di profondo cambiamento. La pellicola comincia con lo smantellamento di un impianto siderurgico italiano che gli acquirenti intendono trasferire e ricostruire in Cina. Vincenzo Bonavolontà, ingegnere burbero e coscienzioso, è però consapevole che nell'altoforno si nasconde un pericoloso difetto. Di propria iniziativa si reca dunque in Cina per consegnare una nuova centralina, da lui stesso progettata, ma si scontra con l'indifferenza dei nuovi proprietari della fabbrica. In compagnia di una giovane interprete, decide di recarsi personalmente in cerca dell'impianto, rimontato chissà dove. Intraprende così un lungo viaggio nelle regioni più remote e sconosciute del paese, lontano dai tragitti turistici: la Cina delle grandi città di provincia in rapida espansione, dei cantieri e delle fabbriche, delle case popolari trasformate in alberghi clandestini, dei fiumi e delle dighe, dei bambini abbandonati. Un viaggio alla scoperta di un mondo che conosciamo poco e che forse gli stessi cinesi non intendono mostrarci (scenari e ambientazioni sono così diversi da quelli che si vedono nei film orientali che giungono fin qui!). Ottimo, come sempre, Castellitto.

Il diavolo veste Prada (D. Frankel, 2006)

Il diavolo veste Prada (The devil wears Prada)
di David Frankel – USA 2006
con Anne Hathaway, Meryl Streep
*1/2

Visto al cinema Excelsior, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Che non fosse il mio genere di film l'ho capito subito dalla prima scena, quella in cui la protagonista entra nella redazione della rivista di moda per sostenere il colloquio di assunzione e viene presa in giro da tutti per la maniera sciatta nel vestire. Ebbene, con tutta la mia buona volontà, io non riuscivo a distinguere alcuna differenza nel modo in cui si vestiva rispetto alle altre impiegate: mi sembrava altrettanto elegante e bella, se non di più. Questo forse dimostra come io di moda non me ne intenda granché (non so assolutamente distinguere un capo firmato da uno che non lo è), ma spiega anche perché abbia riso ben poco o non abbia capito gran parte delle battute del film. Appesantita dal solito carrozzone di falsi sentimenti hollywoodiani, la pellicola non brilla nemmeno come commedia sofisticata: i tempi di Lubitsch e di Cukor, ahimé, sono ben lontani. Tutto è prevedibile, i personaggi scontati, il finale telefonato. La Streep è brava, sì, ma il suo personaggio è monocorde. Pubblicità dovunque, sin dal titolo: inutile contare i marchi e i nomi che vengono citati, sono centinaia.

The banquet (Feng Xiaogang, 2006)

The banquet (Ye yan)
di Feng Xiaogang – Cina 2006
con Zhang Ziyi, Ge You, Daniel Wu
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

L'ennesimo colossal cinese dalle ambientazioni sontuosissime, dalle coreografie spettacolari (c'è la mano di Yuen Woo-ping) e dallo stile leccato. Solitamente questi film sono belli ma senz'anima; stavolta, però, l'anima in parte la fornisce Shakespeare. La vicenda è infatti una rilettura dell'Amleto, calata in un medioevo fantastico dove un malvagio imperatore ha assassinato il fratello, ne ha sposato la giovane vedova e ne ha usurpato il trono. Ma se le vicende ricalcano quasi fedelmente la tragedia originale (con qualche variazione qua e là), il testo non ne ha la profondità filosofica: niente pazzia e niente dubbi "amletici". Kurosawa era molto più bravo a rileggere in chiave orientale i grandi testi del bardo britannico: Feng, che come stile si candida a erede di Zhang Yimou, ha talento per lo spettacolo ma non sempre mantiene il controllo sulla tensione narrativa. E Zhang Ziyi, una presenza evidentemente irrinunciabile in questo genere di film, sarà sì carina (anche se io continuo a preferirle Maggie Cheung e Shu Qi), ma come attrice ha molto da imparare da Gong Li.

Nuovomondo (E. Crialese, 2006)

Nuovomondo
di Emanuele Crialese – Italia/Francia 2006
con Vincenzo Amato, Charlotte Gainsbourg
*1/2

Visto al cinema Brera (rassegna di Venezia).

Stando a quel che si legge in giro, questo film sembra essere piaciuto a tutti tranne che al sottoscritto. Questione di gusti, certamente: a me è parso il solito film italiano da festival, altamente pretenzioso e retorico, stereotipato e un po' ruffiano, sugli emigranti buona gente. Piacerà senza dubbio agli americani, un ottimo motivo per presentarlo come candidato nostrano agli Oscar per il miglior film straniero, a scapito di pellicole ben più meritevoli. La storia, che segue il viaggio di una famiglia verso gli Stati Uniti dove sogna di nuotare nel latte (letteralmente!) e di trovare verdure giganti e soldi che crescono dagli alberi, si divide in tre parti ben distinte: nella prima, ambientata in una Sicilia arretrata e permeata di superstizioni popolari, facciamo la conoscenza dei protagonisti (padre vedovo, due figli di cui uno muto, vecchia madre bisbetica) e di una misteriosa donna inglese che per caso e senza fornire spiegazioni sceglie di condividerne il destino. La seconda è quella che mi ha detto di meno e che fatico persino a ricordare: il viaggio per mare, la solita divisione in classi, i timidi tentativi di far interagire personaggi che non hanno niente da dire e da dirsi. La terza, peraltro la parte migliore del film, è una pura e semplice barzelletta: gli emigranti sbarcano a Ellis Island e vengono sottoposti a una serie di ridicoli test d'ingresso per stabilire chi avrà il diritto di entrare nel "Nuovomondo". L'America vera e propria non viene mai mostrata (al massimo intravista, attraverso un finestrone), e tutto puzza di qualunquistico attacco alla burocrazia. A una regia anonima si accompagna una sceneggiatura appena sufficiente, con personaggi poco approfonditi e un protagonista che da un certo punto comincia a comportarsi come Troisi. Va bene che gli emigranti erano persone semplici, ma non certo dei deficienti come li fa sembrare questo film. L'ho visto in siciliano sottotitolato in inglese ma per quanto mi riguarda, visto il livello deprimente dei dialoghi, avrebbe potuto essere anche in uzbeco. Gli inserti surreal-felliniani vorrebbero forse aggiungere una patina "mitica" all'emigrazione, ma francamente mi sono sembrati una stupidaggine da spot televisivo. L'unica scena che mi è piaciuta è quella in cui le ragazze rimangono deluse alla vista dei loro nuovi mariti.

7 ans (Jean-Pascal Hattu, 2006)

7 ans
di Jean-Pascal Hattu – Francia 2006
con Valérie Donzelli, Bruno Todeschini, Cyril Troley
*1/2

Visto al cinema Ariosto, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La storia di un bizzarro triangolo amoroso: un uomo in carcere condannato a sette anni convince il secondino, con cui fa amicizia, a sedurre la moglie per farsi poi raccontare i dettagli dei loro incontri. Classico esempio di una buona idea (anche se non originalissima: ora non ricordo dove, ma sicuramente ho già visto qualche film basato su uno spunto simile) realizzata però con poca forza e poco mordente. È interessante giusto nei primi trenta minuti, quando ci si chiede quali sviluppi prenderà la vicenda. Ma poi la mancanza di ritmo affossa la pellicola nella noia, nonostante la buona prova degli interpreti. Al debutto nel lungometraggio dopo due corti, il regista non girerà praticamente più nulla in seguito, tranne alcuni documentari per la televisione.

El Amarillo (S. Mazza, 2006)

El Amarillo
di Sergio Mazza – Argentina 2006
con Alejandro Barratelli, Gabriela Morano
**1/2

Visto al cinema Gnomo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Un viaggiatore sconosciuto, ingenuo e solitario, giunge dal mare in un villaggio sulla costa e si ferma nell'unico bar del paese, gestito da tre donne anziane. Qui si innamora della cantante che intrattiene il pubblico con la chitarra e la sua bellissima voce, e chiede di essere assunto come factotum in cambio di vitto e alloggio. La giornata successiva trascorre tranquilla e serena, e la sera l'uomo può finalmente cominciare il suo lavoro. Un film di atmosfera e malinconia, ambientato in un luogo non meglio identificato che simboleggia, forse, la fine del mondo. Lento ma gratificante, struggente come un tramonto, mi ha lasciato una buona impressione e un buon ricordo: guardarlo è stato come restare seduti per un'ora e mezza a uno dei tavolini del locale ascoltando le belle canzoni in spagnolo cantate dalla protagonista.

Opera Jawa (G. Nugroho, 2006)

Opera Jawa
di Garin Nugroho – Indonesia 2006
con Martinus Miroto, Artika Sari Devi
*

Visto al cinema Gnomo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

In ogni rassegna c'è almeno un film che provoca una fuga di massa degli spettatori, un titolo che inizia con la sala quasi piena e termina con il cinema semivuoto. Non necessariamente si tratta di un film brutto (capita spesso, per esempio, alle bellissime pellicole di Tsai Ming-Liang): basta che sia poco accessibile, per forma o per contenuti, o che richieda una particolare sensibilità che non tutti, e non per loro colpa, hanno. Lo scomodo ruolo di film "devastante", in questa rassegna, è toccato a "Opera Jawa", una pellicola che per l'appunto non sarebbe affatto disprezzabile dal punto di vista tecnico. Molto belle, per esempio, le immagini e le scenografie. Il problema è che si tratta di un'opera musicale giavanese ispirata a un grande classico della letteratura asiatica, il Ramayana (in particolare alla vicenda del "rapimento di Sinta", un triangolo senza lieto fine fra un marito, la sua moglie e un seduttore innamorato di lei). Quando ne avevo letto la descrizione sul programma mi ero immaginato un musical in stile Bollywood, vivace e allegro. Invece la musica è lenta, le melodie mi sono sembrate nenie tutte uguali, impossibili da apprezzare per un orecchio non abituato a questo tipo di teatro. Sono rimasto fino alla fine della proiezione soltanto per puro principio, ma dopo dieci minuti già non ne potevo più.

Gradiva (Alain Robbe-Grillet, 2006)

Gradiva (C'est Gradiva qui vous appelle)
di Alain Robbe-Grillet – Francia/Belgio 2006
con James Wilby, Arielle Dombasle
*1/2

Visto al cinema Gnomo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Un giovane studioso che sta scrivendo un libro su Eugene Delacroix in una casbah marocchina, in prossimità di Marrakech, rimane invischiato in una misteriosa vicenda quando incrocia per le strade una donna bionda che potrebbe essere il fantasma di una concubina uccisa da un sultano oltre un secolo prima. Strani incontri lo portano poi nelle stanze di un misterioso cabaret dove vengono inscenati spettacoli sadici e dove giovani ragazze vengono torturate e uccise. Ma è verità o finzione? Un film erotico soft e sadomaso che ricorda i fumetti di Milo Manara e alcune pellicole degli anni '70 come "Histoire d'O". Se l'atmosfera onirica e irreale può sembrare a tratti lynchiana, la scarsa qualità delle intepretazioni (con l'eccezione di Dany Verissimo nella parte della giovane schiava-amante del protagonista) impedisce di prendere la vicenda troppo sul serio. Il regista, ultraottantenne, non è nuovo a film di questo tipo: celebre intellettuale, scrittore e saggista, è stato – fra le altre cose – lo sceneggiatore de "L'anno scorso a Marienbad" di Alain Resnais. Questo è il suo ultimo film. Il nome Gradiva è ispirato a un romanzo del 1903 di Wilhelm Jensen, del quale Sigmund Freud scrisse una celebre interpretazione psicanalitica.

15 settembre 2006

Cuori (Alain Resnais, 2006)

Cuori (Coeurs)
di Alain Resnais – Francia 2006
con Sabine Azéma, André Dussolier
**1/2

Visto al cinema Anteo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

È il film che ha vinto il premio per la migliore regia a Venezia 2006, un giusto riconoscimento per un autore delicato, sensibile e sempre sulla breccia come Resnais. Anche qui, come in "Parole, parole, parole...", si tratta di una vicenda corale, con sei personaggi le cui storie si intrecciano più e più volte, anche se sulla scena ne compaiono quasi sempre solo due alla volta: una coppia di conviventi in crisi, un imbarazzato agente immobiliare con una figlia in cerca d'affetto, un barista comprensivo, una lavoratrice devota dal misterioso e scandaloso passato. A fungere da trait d'union, alcuni luoghi e oggetti che ricompaiono più volte: un'agenzia immobiliare, il bar di un albergo, un paio di appartamenti, alcune videocassette galeotte... I "cuori" del titolo sono cuori in inverno, come puntualmente sottolinea l'intensa nevicata che separa le scene come un sipario teatrale. La neve cade fuori ma anche all'interno delle stanze, ricoprendo volti e mani, e addirittura il film termina su uno schermo televisivo che non mostra altro che un "effetto neve". Ottimi gli attori, in particolare la sempre strepitosa Azéma e il simpatico Dussolier (ma ci sono anche Laura Morante, Pierre Arditi, Isabelle Carré e Lambert Wilson).

Proprietà privata (J. Lafosse, 2006)

Proprietà privata (Nue propriété)
di Joachim Lafosse – Belgio/Francia 2006
con Isabelle Huppert, Jérémie Renier
*1/2

Visto al cinema Brera, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

La Huppert è una madre divorziata che sogna di rifarsi una vita con un nuovo compagno e un nuovo lavoro. A impedirglielo, però, ci sono i due figli gemelli, nullafacenti e perdigiorno, che ne monopolizzano tempo e risorse: uno, in particolare, è odioso ed egoista, mentre l'altro sembra un po' più comprensivo. Non potrà che finire in tragedia. Un film dal contenuto assai sgradevole, che durante la visione non mi è piaciuto molto. A distanza di qualche giorno, comunque, mi è un po' cresciuto, soprattutto per l'intensità della seconda parte. Resta comunque uno spaccato di vita familiare brutto e detestabile.

L'amore giovane (E. Hawke, 2006)

L'amore giovane (The hottest state)
di Ethan Hawke – USA 2006
con Mark Webber, Catalina Sandino Moreno
**1/2

Visto al cinema Excelsior, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Per la sua seconda regia, Ethan Hawke ha scelto di adattare un romanzo scritto da lui stesso: si tratta di una "semplice" storia d'amore, quella fra un ragazzo proveniente dal Texas, aspirante attore, e una giovane cantante. I due si conoscono a New York, stanno insieme per qualche mese, trascorrono una settimana in Messico nel corso della quale meditano addirittura di sposarsi, e poi si lasciano per decisione di lei senza alcun motivo apparente. Il film non è male, l'atmosfera è calda e convincente, il ritmo funziona e i personaggi sono belli. Piacevoli anche le musiche e le canzoni country che echeggiano qua e là nella pellicola. Hawke interpreta il padre del protagonista, una parte non poco importante nell'economia della storia visto che il rapporto con i genitori riveste un ruolo principale nella psicologia del personaggio.

Farewell Falkenberg (J. Ganslandt, 2006)

Farewell Falkenberg (Farväl Falkenberg)
di Jesper Ganslandt – Svezia/Danimarca 2006
con Holger Eriksson, David Johnson
*

Visto al cinema Ariosto, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Cinque amici trascorrono l'estate in una piccola cittadina svedese. Chiacchierano del più e del meno, fanno il bagno nudi nel fiume, compiono piccoli furtarelli, ricordano episodi della loro infanzia, fanno progetti per il futuro. Per un'ora di film, in realtà, non succede assolutamente nulla di rilevante. Poi uno si spara, e nella restante mezz'ora continua a non succedere nulla. Un film che è corso su un binario parallelo a quello della mia attenzione: non mi ha detto niente e non ricordo una sola parola o una sola immagine che mi abbia in qualche modo colpito o interessato.

Courthouse on the horseback (Liu Jie, 2006)

Courthouse on the horseback (Mabei shang de fating)
di Liu Jie – Cina 2006
con Li Baotian, Yang Yaning, Lu Yulai
***

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Ha vinto a Venezia il premio come miglior film della sezione Orizzonti. Ambientato nell'estremo sud-ovest della Cina, in una regione montuosa abitata da minoranze etniche dagli strani costumi e dalle strane usanze (non sembrano nemmeno cinesi), racconta di un giudice e dei suoi due assistenti che devono percorrere gli scoscesi sentieri a dorso di cavallo e attraversare i più remoti villaggi per portare la "giustizia" dello stato e celebrare i processi: si tratta naturalmente di cause del tutto fuori dal comune, come quella di un uomo che si lamenta perché il maiale del vicino ha scavato nel cimitero mangiando le ossa dei suoi antenati. L'anziano giudice, un uomo pieno di salomonico buon senso, è accompagnato da una donna al suo ultimo incarico e da un giovane studente appena laureato, pieno di sogni e di illusioni. Realistico e ironico, umano e non allineato, il film ricorda alcune pellicole iraniane come "Lavagne" o "Il voto è segreto".

Rain dogs (Ho Yuhang, 2006)

Rain dogs (Taiyang yue)
di Ho Yuhang – Malesia/Hong Kong 2006
con Kuan Choon Wai, Liu Wai Hung
*1/2

Visto al cinema Gnomo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Il giovane Tung, ingenuo e timido, vive con la madre anziana in un piccolo paese, mentre suo fratello lavora a Kuala Lumpur nel sottobosco della malavita. Quando quest'ultimo rimane ucciso in una rissa, Tung si trasferisce dallo zio e fa nuove conoscenze, fra cui una ragazza della quale forse si innamora. Il titolo (che non ho capito) compare a 40 minuti dall'inizio e divide la pellicola in due parti, quella ambientata principalmente nella capitale e quella (migliore) che si svolge nella campagna malese. Non c'è però una vera trama: il film mi è parso sommario e insicuro sulla direzione da prendere. Si lascia vedere, questo è vero, ma non mi ha comunicato poi molto.

12 settembre 2006

Exiled (Johnnie To, 2006)

Exiled (Fangzhu)
di Johnnie To – Hong Kong 2006
con Anthony Wong, Francis Ng
***

Visto al cinema Mexico, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Johnnie To gira il suo "Mucchio selvaggio", una storia d'amicizia e di morte che in parte ricorda anche il suo capolavoro "The mission", del quale potrebbe quasi essere considerato il seguito (anzi, se non ricordo male, era stato proprio annunciato come tale). Quattro gangster in trasferta a Macao decidono di tradire il loro boss quando questi ordina loro di eliminare un ex compagno che ha abbandonato la gang per farsi una famiglia. Il consueto stile impeccabile di To (e i suoi attori feticcio: ci sono anche Lam Suet e Simon Yam) è al servizio di una storia tesa e avvincente, con le solite sparatorie eleganti e calligrafiche intervallate da intermezzi di quiete e di umorismo, e personaggi che in un attimo passano dallo spararsi addosso a mettersi intorno a un tavolo a mangiare e ridere in compagnia. In fondo, che la storia finisca bene o male non importa né agli spettatori né ai personaggi stessi, che affrontano le prove più difficili e le decisioni più ardue con leggerezza e rassegnazione, al punto da lanciare una moneta per decidere se gettarsi o meno in una pericolosa azione.

World trade center (O. Stone, 2006)

World Trade Center (id.)
di Oliver Stone – USA 2006
con Nicolas Cage, Michael Pena
*1/2

Visto al cinema Odeon, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

A distanza di cinque anni, gli americani hanno deciso che girare film sull'11 settembre è diventato lecito: basta che siano elegiaci o agiografici, e dunque kitsch come solo loro sanno fare. Più che sulla ricostruzione di tutti gli eventi di quel tragico giorno, Stone sceglie di concentrarsi sulla storia personale di due agenti di polizia che rimasero sepolti sotto le macerie per molte ore dopo il crollo delle Torri Gemelle e sui rispettivi familiari in ansia per la loro sorte. È perciò costretto a far leva esclusivamente sull'emotività dello spettatore, visto che tutto il resto non è altro che la brutta copia di un film catastrofico e fracassone, funestato da una pessima colonna sonora, invadente e fastidiosa, dalla retorica degli eroi e dalle lacrime dei sopravvissuti. Essendo una storia vera, ecco che scatta il ricatto emotivo che vuole costringere lo spettatore a commuoversi. Ma il film è privo di idee, di spunti e di scene memorabili, e procede in maniera stanca e snervante verso la scontata conclusione, fra ridicole apparizioni mistiche, idilliaci flashback di vita familiare e ripetuti elogi della solidarietà fra i vari reparti delle forze dell'ordine.

Daratt (M. Haroun, 2006)

Daratt – La stagione del perdono (Daratt)
di Mahamat-Saleh Haroun – Ciad 2006
con Ali Barkai, Youssouf Djaoro
***

Visto al cinema Excelsior, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

È il film che ha vinto a Venezia il premio speciale della giuria: un'opera che descrive un odio feroce che lentamente si trasforma in amore. Quando il governo proclama un'amnistia che cancella tutti i delitti commessi durante la guerra civile che ha insanguinato il paese negli anni passati, un giovane decide di farsi giustizia da solo e parte alla ricerca dell'uomo che aveva assassinato suo padre prima che lui nascesse. Lo trova a fare il panettiere in una città vicina, ma anziché ucciderlo diventa il suo apprendista e pian piano il bastone della sua vecchiaia, conquistandone l'affetto al punto che il vecchio vorrebbe adottarlo. Un bel film, girato con uno stile secco e diretto ma anche caldo e fragrante come il pane che i due protagonisti sfornano e donano ai bambini che vengono a elemosinare ogni giorno alla loro porta. Anche se non c'entra molto, mi ha fatto pensare a "Pane e fiore" di Mohsen Makhmalbaf... anche lì una pagnotta nascondeva (e aveva la meglio) su un'arma. Ma la vera ispirazione, con ogni probabilità, è data da "Il figlio" dei fratelli Dardenne, dove un simile rapporto di apprendistato nascondeva il rancore di un precedente omicidio (in quel caso era il ragazzo ad aver causato la morte del figlio dell'uomo, ed era quest'ultimo il solo ad esserne consapevole).

Baaz ham sib daari? (B. Fazli, 2006)

Baaz ham sib daari?
di Bayram Fazli – Iran 2006
con Zabih Afshaar, Leila Mousav
**1/2

Visto al cinema Orfeo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Per una volta dall'Iran non arriva il solito film di stampo neorealista ma una commedia d'azione e d'avventura caratterizzata da una comicità cinica e grottesca. In un territorio immaginario e fantastico dove una tribù malvagia, i "falciatori", terrorizza tutti i villaggi circostanti, un pastore che sembra interessato soltanto al cibo e che non brilla per intelligenza o per generosità fa una serie di strani incontri e si scopre eroe per caso. Fra predoni a cavallo e in motocicletta che sembrano usciti da "Mad Max", assedi da film western, caricature e gag alla Monty Python (i finti mendicanti, l'evasione dalla torre), il film scorre divertente e fornisce un esempio dei tentativi dei giovani registi iraniani di trovare nuove strade. Il titolo significa "Avete un'altra mela?", la frase rivolta dal protagonista agli abitanti di un villaggio.

The city of violence (Ryoo Seung-wan, 2006)

The city of violence (Jak-pae)
di Ryoo Seung-wan – Corea del Sud 2006
con Jung Doo-hoon, Ryoo Seung-wan
**1/2

Visto al cinema Orfeo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Un poliziotto torna da Seul nella sua città d'origine per partecipare ai funerali di un vecchio amico, ucciso in una rissa da alcuni giovani teppisti. Decide di indagare sull'accaduto, scoprendo ben presto che proprio uno dei suoi vecchi compagni è il responsabile di tutto. I temi non sono nuovi, anzi sono gli stessi dei film di John Woo di vent'anni fa (e alcuni passaggi ricordano "Bullet in the head"). Ma il punto di forza della pellicola sono i numerosi combattimenti, ricchi di salti e acrobazie, spettacolari e divertenti ma anche cruenti ed estenuanti. In uno (o due) contro decine, se non centinaia, di avversari, i "buoni" si trovano ad affrontare bande di breakdancers, guerrieri della notte con mazze da baseball, gangster armati di katana, come in un videogioco dove a ogni livello ne segue un altro con nuovi nemici. Durante il combattimento finale nel ristorante non può non venire in mente il Tarantino di "Kill Bill vol. 1", anche per la musica da western che gli fa da sfondo.

11 settembre 2006

Belle toujours (M. de Oliveira, 2006)

Belle toujours - Bella sempre (Belle toujours)
di Manoel de Oliveira – Portogallo/Francia 2006
con Michel Piccoli, Bulle Ogier
*1/2

Visto al cinema Anteo, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Dopo "Belle de jour", ecco "Belle toujours" (notare l'assonanza). A quarant'anni di distanza dal capolavoro di Luis Buñuel, ne ritroviamo due personaggi, invecchiati e profondamente cambiati. Il film si apre sulle bellissime note della sinfonia n. 8 di Dvořak, che funge da contrappunto all'intera pellicola: è proprio a un concerto che Henri e Séverine si rivedono (ma la Deneuve ha saggiamente rifiutato la parte, ritenendo non necessario un sequel di questo tipo), e l'incontro riaccende la curiosità di entrambi. Tutti e due, in maniera diversa, sono ancora legati al passato. Fra lungaggini e ripetizioni (vedi le scene con il barista), il film si rivela – come era ampiamente nelle previsioni – un'operazione superflua e discutibile. De Oliveira, d'altronde, non ha l'inventiva di Buñuel (e non basta l'apparizione a sorpresa di una gallina nel corridoio di un albergo per evocare il surrealismo), e riportarne in vita i personaggi non ha alcuna giustificazione se non quella di togliersi un capriccio.

Black book (P. Verhoeven, 2006)

Black book (Zwartboek)
di Paul Verhoeven – Olanda 2006
con Carice van Houten, Sebastian Koch
***

Visto al cinema Plinius, in v. orig. sottotitolata
(rassegna di Venezia)

Una giovane ebrea olandese, scampata al massacro della propria famiglia a opera delle SS, entra a far parte della resistenza e accetta di diventare l'amante di un capitano tedesco per estorcergli informazioni, ma poi finisce per innamorarsene. Verhoeven ricorre a tutta l'esperienza maturata a Hollywood per girare un romanzone storico-avventuroso coinvolgente e di ottima fattura, dove tragedie e speranze, tradimenti e complotti, sparatorie ed evasioni si succedono senza interruzione per oltre due ore. Alcuni snodi narrativi sono forse un po' esagerati, e non mancano momenti maliziosamente sopra le righe e quasi trash, ma nel complesso lo spettacolo funziona e il film mi ha tenuto con il fiato sospeso fino alla fine. Brava la protagonista, che sfoggia un look alla Jean Harlow. E bella l'ultimissima scena, che fa riflettere sulla ciclicità degli orrori della guerra e degli errori dell'uomo. Ci sono state alcune polemiche sul fatto che il regista abbia presentato i nazisti (alcuni, almeno) come esseri umani a tutti gli effetti, con pregi e difetti, così come alcuni membri della resistenza come bastardi pronti a tradire i compagni. Ho addirittura sentito accusare il film di antisemitismo: evidentemente il povero Verhoeven è destinato a essere sempre incompreso, almeno politicamente, come ai tempi di "Starship troopers".