1 novembre 2015

The amazing Spider-Man 2 (M. Webb, 2014)

The amazing Spider-Man 2: Il potere di Electro
(The Amazing Spider-Man 2: Rise of Electro)
di Marc Webb – USA 2014
con Andrew Garfield, Emma Stone
*

Visto in divx.

Secondo episodio del reboot dell'Uomo Ragno di Marc Webb, brutto quanto il primo e forse di più. Nelle intenzioni della Sony, licenziataria del personaggio, avrebbe dovuto essere seguìto non solo da un terzo e da un quarto capitolo, ma anche da una serie di spin-off (già annunciati quelli su Venom e sui Sinistri Sei) che avrebbero dato vita a uno Spider-universo in grado di fare concorrenza a quello prodotto direttamente dalla Marvel. I piani, invece, sono stati cancellati: non tanto per lo scarso interesse al botteghino (negli ultimi anni i film di supereroi vanno sempre per la maggiore, anche se è da segnalare come questo in particolare abbia avuto incassi inferiori alle attese) quanto per la decisione di riportare il personaggio nell'alveo dal quale proviene. Grazie a un accordo con i Marvel Studios, infatti, Spider-Man entrerà a far parte del Marvel Cinematic Universe a partire dal'imminente "Captain America: Civil War", e nel 2017 sarà oggetto di un nuovo, ennesimo reboot, ricominciando dalle origini e con un nuovo attore nei panni del protagonista. Che peggio di Andrew Garfield sarà difficile che faccia. Tornando a questo secondo e dunque ultimo film della sua serie, siamo di fronte a una storyline che incrocia vari elementi in maniera goffa e a tratti stupida. Dal capitolo precedente torna il subplot della misteriosa scomparsa dei genitori di Peter Parker, che scopriamo coinvolti nell'origine dei suoi superpoteri. C'è poi l'introduzione di Harry Osborn (Dane DeHaan), vecchio amico di Peter che eredita dal padre l'impero di famiglia, le industrie Oscorp, ma anche una malattia genetica: per trovare una cura a questa, finisce non solo per sviluppare un forte rancore nei confronti di Spider-Man (di cui scopre ovviamente l'identità segreta, che in questi film a quanto pare non rimane mai segreta per nessuno) ma anche per acquisire i poteri che lo trasformeranno in Goblin (il tutto avviene in pochi minuti, decisamente anticlimatici, nel finale). E infine, come da titolo, la minaccia di Electro (Jamie Foxx), un ex impiegato della Oscorp che a causa di un incidente ottiene la capacità di convertire il proprio corpo in energia elettrica. La sceneggiatura è priva di equilibrio, incapace di risultare accattivante, costellata da svolte frettolose e artificiose, e stucchevole nella caratterizzazione dei personaggi (che nonostante la lunghezza della pellicola non vengono sviluppati oltre la banalità, come nel caso di Electro, o che ammiccano a pellicole romance fantasy tipo "Twilight": vedi per esempio Harry, presentato come un belloccio e tenebroso amico-rivale di Peter), mentre la regia è mediocre e priva di idee. Il grande climax, quello della morte di Gwen, ripreso dal celeberrimo albo degli anni settanta scritto da Gerry Conway, è male eseguito e non trasmette alcuna emozione. Il controfinale mostra Rhino (Paul Giamatti!) e sembra introdurre i Sinistri Sei (nei laboratori Oscorp si intravedono le armature dell'Avvoltoio e del Dottor Octopus), ma come detto i successivi capitoli di questa versione di Spider-Man non vedranno mai la luce. Fra le curiosità: Peter fischietta il tema del cartoon dell'Uomo Ragno degli anni sessanta (e lo usa anche come suoneria del cellulare), mentre il personaggio di Felicia, la segretaria di Harry, suggeriva una possibile apparizione della Gatta Nera. Stan Lee compare fra i presenti alla consegna del diploma di Peter e Gwen.

30 ottobre 2015

Nulla sul serio (William A. Wellman, 1937)

Nulla sul serio (Nothing sacred)
di William A. Wellman – USA 1937
con Carole Lombard, Fredric March
***

Visto in divx.

Per un errore, alla giovane Hazel Flagg (Lombard), abitante in un paesino del Vermont, viene diagnosticato un avvelenamento da radio che le lascerebbe solo sei mesi di vita. Presto scopre la verità, ma nel frattempo la stampa si è già interessata a lei. Il giornalista Wally Cook (March), infatti, decide di portarla a New York per farle trascorrere in maniera felice i suoi ultimi giorni, fra feste, balli, ricevimenti e apparizioni in pubblico, trasformando il suo triste caso in un fenomeno mediatico. Hazel accetta, pur sapendo di non essere affatto in fin di vita: per lei, ragazza di campagna, sarà un'opportunità di visitare la Grande Mela e di concedersi quei divertimenti che ha sempre sognato. Di fronte al "coraggio" con cui affronta il suo "tragico destino", le istituzioni e i normali cittadini la celebrano come un modello e una fonte di ispirazione, rendendola una celebrità. Le cose però si complicano quando Hazel si innamora di Wally, ricambiata, e decide di rivelargli che in realtà la sua salute è di ferro, proprio mentre l'uomo sta addirittura organizzandole un funerale in grande stile e ad alto impatto mediatico. Da una sceneggiatura di Ben Hecht, una commedia che fa satira sul cinismo e l'ipocrisia, sulla morbosa attrazione del pubblico per i casi drammatici e sull'impatto manipolatorio dei mass media nella vita privata delle persone. A New York tutti fingono: da un lato si spargono lacrime per il destino della povera ragazza, dall'altro le pagine di giornale con poemi ispirati a lei vengono usati, la mattina dopo, per incartare il pesce. Simbolica la scena in cui Hazel e Flagg si recano ad assistere a un incontro di wrestling, e le viene spiegato che quella dei lottatori è solo una messinscena a beneficio del pubblico, che pure ne è al corrente ma finge che sia tutto vero. La regia di Wellman è dinamica e inventiva, e gioca con il tema della verità nascosta anche con inquadrature in cui è ostruita dagli oggetti, come nelle scene in cui i volti dei personaggi sono coperti da rami o da vasi di fiori (per non parlare del bacio, celato fra gli scatoloni lungo il molo). Memorabile in particolare "l'incontro di boxe" fra Hazel e Wally nella camera d'albergo, allo scopo di farle salire la temperatura prima che il medico la visiti (mai la "battaglia fra i sessi" è stata rappresentata in maniera così esplicita sullo schermo!). Curiosità: il burbero direttore del giornale, interpretato da Walter Connolly, si chiama Oliver Stone. Charles Winninger è il medico di campagna, Sig Ruman è il luminare tedesco. Dal punto di vista tecnico, il film è rilevante per essere stato la prima commedia screwball girata a colori (nonché l'unica apparizione della Lombard in technicolor). Rifatto nel 1954 da Norman Taurog ("Più vivo che morto"), con Jerry Lewis, Dean Martin e Janet Leigh.

29 ottobre 2015

Election (Alexander Payne, 1999)

Election (id.)
di Alexander Payne – USA 1999
con Matthew Broderick, Reese Witherspoon
**1/2

Visto in divx.

Al liceo Carver di Omaha, nel Nebraska, le imminenti elezioni scolastiche per scegliere il presidente del consiglio studentesco si trasformano in una ragnatela di intrighi che cambierà il corso di numerose vite. Poiché la principale (e inizialmente unica) candidata è l'ambiziosa e arrivista Tracy Flick (Witherspoon), i cui modi spregiudicati hanno già portato alla rovina un suo collega, l'insegnante di storia ed educazione civica Jim McAllister (Broderick) decide di metterle i bastoni fra le ruote, procurandole innanzitutto un avversario. Spinge così a candidarsi anche Paul Metzler (Chris Klein), sempliciotto ma popolare atleta della squadra di football della scuola. E a sorpresa, come terzo incomodo, si presenta anche la sorella minore di quest'ultimo, Tammy (Jessica Campbell), alternativa e lesbica non dichiarata. Nonostante la vicenda sia decisamente su piccola scala (confinata com'è a un liceo di provincia e alla corsa a una carica di poco conto), i sottintesi relativi alla politica e al sistema educativo dell'intera nazione sono evidenti. E i colpi bassi, i tradimenti, le menzogne e l'ipocrisia non mancheranno, anche perché gli eventi della "campagna elettorale" si mescolano con quelli delle vite private dei protagonisti (in particolare, con la tentazione di un'avventura extraconiugale da parte del professor McCallister, che lo porta a smarrire la sua integrità). Ne risulta una commedia cinica e amorale, con personaggi quasi tutti sgradevoli per un motivo o per l'altro. Tratta da un romanzo di Tom Perrotta ("Intrigo scolastico"), la pellicola è raccontata a più voci: i quattro personaggi principali, a turno, assumono infatti il ruolo di narratore in prima persona. In ogni caso il ritmo non manca, e la sceneggiatura mette efficacemente alla berlina vizi e virtù degli americani in tema di etica e morale (che, non a caso, è l'argomento della lezione introduttiva di McAllister). Ma forse c'è troppa carne al fuoco: e con tanti bersagli a cui puntare (la politica, l'educazione, i rapporti famigliari, ecc.) non si riesce a fare sempre un centro completo.

27 ottobre 2015

Lucy (Luc Besson, 2014)

Lucy (id.)
di Luc Besson – Francia 2014
con Scarlett Johansson, Morgan Freeman
*1/2

Visto in TV, con Sabrina.

Avendo assorbito involontariamente una cospicua dose di una nuova droga sperimentale, Lucy (Johansson), una ragazza americana che vive a Taipei (chiamata così in omaggio all'ominide considerato il più antico precursore della specie umana), comincia a sperimentare una rapida evoluzione delle proprie capacità cerebrali. Se inizialmente, come il resto dell'umanità, era in grado di utilizzare soltanto il 10% delle potenzialità del cervello, ben presto comincia a salire di livello, sviluppando nuovi poteri. Man mano che il conteggio sale verso il 100% (che raggiungerà alla fine del film), Lucy si scopre in grado di controllare ogni parte del proprio corpo, di gestire completamente i propri ricordi, di interagire con le onde elettromagnetiche, di manipolare gli altri esseri umani, e poi via via la materia, l'energia e persino il tempo. Inseguita dagli sgherri del mafioso coreano che le aveva impiantato la droga (la ragazza avrebbe dovuto fare da corriere), si reca a Parigi per condividere le sue nuove conoscenze con il dottor Norman (Freeman), luminare nel campo dell'evoluzione del cervello. E pur non perdendo le stimmate del film d'azione, in un crescendo inarrestabile la pellicola si fa sempre più metafisica, filosofica e infine cosmica. Besson ha dichiarato di aver voluto realizzare un film che nella prima parte ricordasse "Leon", nella seconda "Inception" e nella terza "2001: Odissea nello spazio". Ma a giudicare dal risultato, sembra interessato soltanto all'aspetto estetico e superficiale della vicenda, non alle riflessioni che possono scaturire dal soggetto. Se durante la visione si è presi dalla forza degli eventi, giunti alla fine la pellicola lascia una forte sensazione di inconcludenza, nonché di occasione sprecata. Non aiuta il fatto di alternare sequenze che mostrano l'evoluzione di Lucy, sempre più slegata dalla realtà, con scene d'azione, inseguimenti in auto e sparatorie alla John Woo. Per non parlare delle immagini di repertorio sugli animali e sulla natura (utili all'inizio, quando paragonano un'ancora inerme Lucy a un topo in trappola o a una gazzella braccata dai predatori, ma didascaliche e puramente illustrative man mano che la storia prosegue). Nei panni del mafioso coreano c'è Choi Min-sik, che ascolta in cuffia il Requiem di Mozart (come Gary Oldman ascoltava Beethoven in "Leon"). Amr Waked è il poliziotto francese Pierre Del Rio, altro personaggio francamente inutile.

26 ottobre 2015

Giovane e innocente (A. Hitchcock, 1937)

Giovane e innocente (Young and Innocent)
di Alfred Hitchcock – GB 1937
con Nova Pilbeam, Derrick De Marney
**

Visto in divx.

Accusato ingiustamente di un delitto che non ha commesso, il giovane Robert Tisdall (De Marney) fugge dalla polizia grazie all'aiuto – dapprima involontario, poi convinto – di Erica (Pilbeam), la figlia del commissario che indaga su di lui. Insieme, i due troveranno la traccia che conduce al vero colpevole. Questa volta i soliti ingredienti dei thriller di Hitchcock (in primis l'innocente in fuga) danno vita a un piatto sciapo. Quasi un remake del precedente "Il club dei 39", ma senza gli elementi spionistici e con un tono più leggero (a tratti da commedia romantica, in stile "Accadde una notte"), il film ha non pochi difetti: una trama piena di buchi, un personaggio maschile scarsamente caratterizzato, gag francamente deboli, una sorprendente mancanza di suspense (la prima scena suggerisce immediatamente chi è il vero colpevole). Ma naturalmente l'intento era proprio quello di rileggere il giallo all'insegna della commedia (si pensi a scene come la visita alla zia, con la festa di compleanno della nipotina, o a tutte le interazioni con il vecchio barbone). Il meglio è rappresentato dai quindici minuti conclusivi, con il climax nella sala da ballo del Grand Hotel dove i nostri eroi cercano di inviduare il vero colpevole (George Curzon), riconoscibile da un tic agli occhi... peccato che sia uno dei membri del complesso che sta suonando, con la pittura in volto (in stile "blackface") che ne maschera le fattezze. Buona comunque la regia, con scene spettacolari come quella nella vecchia miniera, con l'auto di Erica inghiottita dal terreno, e, come detto, il finale, dove spicca la lunga e celebre panoramica con lo zoom che si avvicina sempre più al volto dell'assassino (girata con un carrello). Nova Pilbeam aveva già recitato per sir Alfred nel ruolo della figlia in "L'uomo che sapeva troppo", mentre il colonnello Burgoyne, suo padre, è interpretato da Percy Marmont, già visto in "Ricco e strano" e "L'agente segreto". Edward Rigby è il barbone Old Will, che nel finale aiuta Erica a individuare il colpevole. Hitchcock stesso appare nei panni di un reporter con macchina fotografica all'uscita del tribunale. Il titolo è ambiguo: potrebbe riferirsi tanto a Robert quanto a Erica; in America l'ambiguità fu arbitrariamente risolta reintitolando il film "The girl was young".

24 ottobre 2015

Ritorno al futuro - Parte III (R. Zemeckis, 1990)

Ritorno al futuro - Parte III (Back to the Future Part III)
di Robert Zemeckis – USA 1990
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd
**

Rivisto in DVD.

La trilogia di "Ritorno al futuro" giunge a compimento con quello che, decisamente, è il meno bello dei tre film. Forse perché il tema dei viaggi nel tempo e dei paradossi gioca un ruolo assai più limitato, essendo in pratica tutta ambientata nel Vecchio West (tranne l'incipit nel 1955 e la conclusione nel 1985), alla pellicola mancano sia l'approccio paradossale e nostalgico del primo che il senso di sfrenato divertimento del secondo. Anche la trama è molto più lineare: partendo dalla conclusione del secondo capitolo (ricordo che i due film sono stati girati insieme, per essere distribuiti poi nelle sale a sei mesi di distanza l'uno dall'altro), questa volta Marty viaggia indietro nel tempo fino al 1885 per salvare la vita di Doc, rimasto intrappolato nel Vecchio West e destinato a essere ucciso in duello da Buford Tannen, l'antenato fuorilegge di Biff. Nella Hill Valley di fine ottocento, fra le altre cose, Marty incontra i propri antenati (Seamus McFly è interpretato dallo stesso Michael J. Fox), mentre Doc si innamora a prima vista di Clara Clayton (Mary Steenburgen), la maestrina del villaggio, che condivide con lui la passione per la scienza e per i libri di Giulio Verne. Il problema sorge al momento di tornare nel presente: per rimediare all'assenza di benzina, la DeLorean – i cui circuiti di volo sono andati distrutti – viene portata alla velocità di 88 miglia orarie facendola spingere da una locomotiva. La trama comprende tutti i cliché del western (il saloon, i duelli, gli indiani) e le consuete strizzatine d'occhio al pubblico moderno (Marty si fa chiamare Clint Eastwood, sa sparare perché si è allenato "a Disneyland", cita il monologo di "Taxi driver") e naturalmente ai fan della saga (diversi personaggi, luoghi, oggetti ed eventi prefigurano quelli già visti nelle pellicole precedenti: per esempio lo sceriffo Strickland è l'antenato del bidello della scuola di Hill Valley, e i nostri eroi assistono all'inaugurazione dell'orologio della torre).

Il vero protagonista del film, questa volta, è Doc Brown. D'altronde se nel primo film assistevamo all'impatto che il viaggio nel tempo aveva sul giovane McFly, ora i riflettori sono tutti puntati su Doc, mentre Marty assume quasi un ruolo da giovane sidekick. Il che non gli impedisce, in ogni caso, di evolvere, superando le sue paure e i suoi difetti, come la perdita di controllo ogni volta che qualcuno lo accusa di essere un codardo: grazie alla nuova maturità raggiunta, nel finale Marty modificherà il destino che gli era stato previsto nel secondo capitolo, rinunciando ad accettare la stupida provocazione che avrebbe compromesso il suo futuro. La trilogia si conclude all'insegna di un messaggio chiaro: "Il vostro futuro non è ancora stato scritto", dice Doc a Marty e Jennifer. "Il vostro futuro è come ve lo creerete, perciò createvelo buono". C'è da dire che la fantascienza e il western, nel cinema come in altri media, non hanno quasi mai funzionato bene insieme, se non in qualche sorta di commistione steampunk. E se fa piacere vedere come molti elementi delle pellicole precedenti facciano una ricomparsa per essere usati in maniera utile (il volopattino salva ancora una volta la situazione; e la scena in cui Marty indossa una protezione di metallo sotto il poncho durante il duello con Buford riecheggia quella di "Per un pugno di dollari" che Biff guardava in televisione nel secondo capitolo), altri risultano del tutto pretestuosi (gli antenati di Marty, per esempio). I membri del gruppo rock ZZ Top compaiono nel ruolo dell'orchestrina che suona alla festa del paese, mentre Flea, bassista dei Red Hot Chili Peppers, figura nei panni di Needles, il bullo che sfida Marty nel presente (era già apparso nel secondo film, come suo capufficio nel futuro, in un rapporto di forza simile a quello di Biff nei confronti di George McFly). In ogni caso, nonostante le debolezze, il film rappresenta una conclusione degna e coerente per una saga cinematografica rimasta nella memoria e nel cuore di tanti spettatori.

21 ottobre 2015

Ritorno al futuro - Parte II (R. Zemeckis, 1989)

Ritorno al futuro - Parte II (Back to the Future Part II)
di Robert Zemeckis – USA 1989
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd
***1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Pubblico questo post il 21 ottobre 2015, il "Back to the Future day", ovvero il giorno esatto in cui i protagonisti di questo film sbarcano nel futuro con la loro macchina del tempo. Visto che quello che per loro era il futuro per noi è il presente, è molto divertente andare a scoprire quante delle previsioni e delle meraviglie tecnologiche immaginate nel film si sono realmente avverate. Alcune naturalmente sono rimaste fantascienza (le auto volanti in primis, ma anche i reattori per la fusione nucleare a uso famigliare, il collare che porta fuori il cane da solo, la pizza disidratata, "Lo squalo 19"), altre potrebbero essere in arrivo o in via di sviluppo (le scarpe autoallaccianti, gli skateboard fluttuanti e – almeno al momento in cui scrivo – i Chicago Cubs che vincono le World Series) e tante, invece, sono già fra noi (i telefoni con videochiamata, i televisori piatti, giganti e multischermo, i tablet e i palmari, i videogame senza comandi manuali, i droni, i computer parlanti o interattivi, gli ologrammi 3D, i metodi di identificazione tramite voce o impronte digitali, la domotica, l'incremento della chirurgia plastica, e persino – se vogliamo – la nostalgia per gli anni 80!). Non male, in fondo, per una saga che di certo non puntava sul realismo delle previsioni o sull'accuratezza scientifica, sempre in secondo piano rispetto all'intrattenimento e all'avventura. La prima pellicola terminava con un finale aperto, che prometteva per Marty McFly (Fox) e Doc Brown (Lloyd) un nuovo viaggio di trent'anni, questa volta nel futuro, in compagnia anche di Jennifer, la fidanzata di Marty (interpretata stavolta da Elisabeth Shue, che sostituisce la Claudia Wells del primo film). Da quello che allora poteva sembrare solo uno spunto comico (anche con qualche controindicazione, come la costrizione a inserire anche Jennifer nella trama, personaggio di cui peraltro ci si libererà in fretta), Zemeckis e lo sceneggiatore Bob Gale traggono una storia ricolma di paradossi, linee temporali e realtà alternative, scatenata e divertente ma anche molto più intricata e densa del relativamente più lineare primo episodio. Non a caso, il titolo di lavorazione era "Paradox".

Visto l'enorme successo del primo film, i produttori decisero di mettere in cantiere non uno ma ben due seguiti, da girare back-to-back, ovvero in un'unica soluzione: questo spiega il colossale cliffhanger con cui termina questa seconda parte e la presenza, prima dei titoli di coda, di un trailer che annuncia la terza. La realizzazione di due o più film in contemporanea era una procedura allora insolita per il cinema di intrattenimento, ma che poi è stata replicata in numerosi casi (per esempio, per i tre film de "Il signore degli anelli", ma anche per i capitoli 2 e 3 delle saghe di "Matrix" o de "I pirati dei Caraibi"). Il film riparte esattamente da dove si concludeva il primo capitolo (la scena è stata girata nuovamente, però, visto che l'attrice che interpreta Jennifer è cambiata). Doc conduce Marty e la sua fidanzata nel 2015, allo scopo di salvare i loro figli, destinati a finire in prigione per colpa di Griff Tannen, il nipote di Biff. L'impresa riesce, ma per un momento la DeLorean rimane incustodita: e il vecchio Biff ne approfitta per tornare indietro nel tempo, nel 1955, e consegnare alla versione giovane di sé stesso un almanacco con tutti i risultati sportivi della seconda metà del ventesimo secolo. Biff lo utilizzerà per vincere alle scommesse e diventare uno degli uomini più ricchi e influenti del mondo, al punto che quando i nostri eroi torneranno nel presente, lo troveranno cambiato in una sua versione cupa, decadente e distopica, dominata dal crimine e dal gioco d'azzardo, dove – fra le altre cose – Doc è stato internato, il padre di Marty è morto e la madre è stata costretta a risposarsi con Biff. Per rimediare, non resta altro che tornare nuovamente nel 1955 e recuperare l'almanacco sportivo. E qui la storia del secondo film si intreccia con quella del primo in un'intricata ma riuscitissima rappresentazione visiva del concetto dei paradossi temporali. Dopo una lunga serie di eventi, che si succedono in maniera densa e frenetica, tutto sembra risolto: ma un fulmine colpisce la DeLorean, proiettando Doc ancora più indietro nel tempo (nel 1885, ovvero nel Vecchio West) e lasciando Marty da solo, ancora una volta, negli anni cinquanta. Da notare come l'ambientazione del terzo episodio venga prefigurata a più riprese (il videogioco western, il film con Clint Eastwood, l'antenato di Biff, l'asserzione di Doc sul Vecchio West come il suo periodo storico preferito).

Questa volta, dunque, i nostri eroi visitano ben tre epoche diverse – il 2015, il 1985 "alternativo" e distopico, e il 1955 già visto nella pellicola originale – di cui il film mostra le differenze e gli inevitabili paralleli. E fra i tanti paradossi, capiterà loro di incontrare o di incrociare sé stessi, dando vita a scene in cui lo stesso attore interpreta due ruoli contemporaneamente sullo schermo (che si tratti della stessa persona in diversi momenti della propria vita, come capita a Marty, Doc, Biff e Jennifer, oppure di un proprio antenato/discendente: Thomas F. Wilson interpreta sia Biff che suo nipote Griff, mentre Fox recita anche nei panni di suo figlio Marty jr. e persino di sua figlia, Marlene!). La trovata di ritornare nel 1955, e proprio nello stesso giorno già visto nel primo film, offre ai cineasti l'opportunità di mostrarci nuovamente tantissime scene del capitolo precedente, rimontate e rivisitate con la presenza di un altro Marty e un altro Doc, che si muovono dietro le quinte all'insaputa degli stessi personaggi del prototipo, in certi casi interagendo con essi! La sezione del presente alternativo colpisce per i toni cupi: qui il personaggio di Biff, da semplice bullo che era, si trasforma in un nemico ben più pericoloso e letale. Nel mondo futuro, invece, sono relativamente assenti temi distopici od orwelliani, anche se ritorna il concetto delle scelte sbagliate che possono rovinare una vita (quella di Marty e dei suoi figli) o di come la percezione di qualcosa possa cambiare con il tempo (il quartiere di Hilldale, ritenuto esclusivo e di pregio negli anni ottanta, è considerato "un quartieraccio" nel ventunesimo secolo). Divertente la presenze del "Caffè 80", ricolmo di nostalgia per gli Eighties, con foto e video di Michael Jackson o Ronald Reagan (quest'ultimo già aveva un ruolo "comparativo" nel primo film). Fra gli elementi più iconici, stavolta, spicca il volopattino, ovvero lo skateboard volante usato da Marty (rosa e della Mattel, visto che lo prende in prestito da una bambina!). Tornano molti tormentoni (frasi come il "Pronto? C'è nessuno in casa?" di Biff, o il trucco "Ehi, che diavolo è quello?" di Marty) e se ne creano di nuovi (Marty che perde il controllo di sé quando viene chiamato fifone, Biff che sbaglia le espressioni idiomatiche). La mancanza di un vero finale, il che rende necessaria la visione anche del terzo episodio, è forse l'unico punto debole di una pellicola densissima ma per il resto memorabile almeno quanto la prima.

19 ottobre 2015

Ritorno al futuro (Robert Zemeckis, 1985)

Ritorno al futuro (Back to the Future)
di Robert Zemeckis – USA 1985
con Michael J. Fox, Christopher Lloyd
****

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Okay, è giunto il momento di riguardarsi (per l'ennesima volta!) la trilogia di "Ritorno al futuro", in vista del "Back to the Future day" che sta per cadere fra pochi giorni, il 21 ottobre 2015. Si tratta della data in cui, nel secondo film della saga, i protagonisti sbarcano in quello che per loro era il futuro ma che per noi è il presente: se in questo primo lungometraggio, infatti, il protagonista viaggia di trent'anni nel suo passato (dal 1985 al 1955), nel secondo si sposterà di trent'anni in avanti. Scritto da Zemeckis con l'amico Bob Gale (con il quale aveva già collaborato nelle sue precedenti pellicole), "Ritorno al futuro" è uno dei film più iconici degli anni ottanta, nonché uno dei titoli più popolari del frequentatissimo filone fantascientifico dei viaggi nel tempo, anche se a suo modo se ne discosta parecchio e offre allo spettatore un approccio del tutto differente, non basato soltanto su concetti classici della fantascienza come i paradossi temporali (per quelli ci sarà ben più spazio, per usare un eufemismo, nel sequel) ma sui toni della commedia teen, di quella romantica e sulla nostalgia per gli anni cinquanta. Grazie a una sceneggiatura perfettamente calibrata e scoppiettante, a una coppia di protagonisti memorabili (in particolare lo scienziato che inventa la macchina del tempo, il dottor Emmet Brown detto "Doc", caratterizzato in modo mirabile da un eccellente Christopher Lloyd), per non parlare di elementi quintessenziali come la DeLorean (sì, la macchina del tempo qui è una macchina vera e propria, in senso cioè automobilistico!), "Ritorno al futuro" ha spopolato al botteghino (il che giustificherà la messa in cantiere di due sequel, peraltro già potenzialmente anticipati da un finale ironicamente aperto) e conquistato un posto nel cuore e nell'immaginario di tantissimi spettatori. Ha inoltre reso Michael J. Fox una star (per breve tempo, ahimè) e fatto decollare la carriera di Robert Zemeckis che, nata all'ombra di Steven Spielberg (qui produttore esecutivo), lo porterà alle vette dell'Oscar ("Forrest Gump") e del cinema mainstream ("Cast Away", "Contact"), prima di collassare su sé stessa negli anni duemila con una serie di inspiegabili pellicole in motion capture.

Marty McFly (Fox) è un diciassettenne che vive nella cittadina di Hill Valley. Il suo amico "Doc" Brown, eccentrico inventore da sempre ossessionato con il tempo (lo dimostrano le centinaia di orologi che possiede in casa: il tema è ovviamente ricorrente in tutto il film, come dimostrerà il climax sulla torre dell'orologio nella piazza centrale della città), ha messo a punto un'automobile in grado di viaggiare in questa dimensione. Peccato solo che per generare l'energia necessaria abbia dovuto trafugare una gran quantità di plutonio a un gruppo di terroristi libici (a proposito: curiosa la preveggenza di Zemeckis che, ancora prima della caduta del muro, non ha scelto i soliti russi come cattivi). Quando questi si presentano, decisi a vendicarsi, Marty è costretto a fuggire con la DeLorean: e raggiungendo le 88 miglia orarie, si ritrova proiettato indietro di 30 anni, senza alcuna possibilità di tornare nel suo tempo. Tranne, ovviamente, quella di rivolgersi allo stesso Doc, di trent'anni più giovane, per trovare il modo di "ricaricare" la batteria della macchina. Nel frattempo, la sua permanenza nel 1955 non è senza conseguenze: senza volerlo interferisce nel primo incontro fra i suoi genitori (che qui hanno la sua stessa età!). La sua futura madre, Lorraine (Lea Thompson), finisce così con l'innamorarsi di lui anziché di quello che dovrebbe diventare suo marito, George McFly (Crispin Glover). E questo mette a repentaglio l'esistenza dello stesso Marty, che dovrà ingegnarsi per correggere l'errore prima di tornare nel 1985, spingendo l'inetto George a conquistare Lorraine. Complicazioni su complicazioni rendono avvincente la storia, movimentata dalle classiche dinamiche dei film scolastici (il bullo cattivo, la rivincita del loser) e da divertenti anacronismi (Marty che suona il rock al ballo della scuola, ispirando di fatto Chuck Berry). Il fatto che la maggior parte della pellicola si svolga negli anni cinquanta non solo non va a detrimento dell'aspetto "fantascientico" della storia, ma veicola un senso di familiarità e di nostalgia nello spettatore che, come il protagonista, si ritrova a riflettere su quanto (o quanto poco) il mondo e le persone siano cambiate nel corso del tempo. Alcuni critici, a causa del setting, hanno addirittura paragonato il film a classici di Frank Capra come "La vita è meravigliosa".

Rivedendo il film trent'anni dopo, colpisce come anche quello che allora era inteso come "presente" ci sembra ormai "passato": gli abiti del 1985 (il piumino senza maniche di Marty, che nel 1955 tutti scambiano per un "giubbotto di salvataggio"), le musiche, i riferimenti socio-culturali sono ormai quasi altrettanto distanti per noi quanto quelli di trent'anni prima lo erano per Marty. Eppure non si può non apprezzare la cura per i dettagli che gli sceneggiatori e gli scenografi hanno immesso nella pellicola: quasi ogni elemento, simbolo o luogo di Hill Valley appare in due versioni, mostrando la differenza fra le due epoche. Ci sono anche diverse strizzatine d'occhio, come il "Twin Pines Ranch" del 1955 su cui sorgerà il "Twin Pines Mall" nel 1985 che diventa "Lone Pine Mall" dopo che Marty ha abbattuto uno dei suddetti alberi con la sua automobile. E poi, lo skateboard di Marty (che nel passato è una semplice tavola di legno), gli slogan elettorali del sindaco, i negozi e i cinema... Nei due film successivi, ovviamente, vedremo ancora gli stessi elementi ulteriormente trasfigurati (nel "futuro" del 2015 e nel "passato" del 1885!). Il trucco consente di utilizzare gli stessi attori per entrambe le epoche, invecchiandoli nel presente (non solo i genitori di Marty, ma anche il "bullo" Biff Tanner, interpretato da Thomas F. Wilson). Fra i tanti temi c'è quello del contrasto generazionale: Marty arriva a scoprire che i suoi genitori (la madre in particolare) non erano poi così differenti da lui, e che in fondo tutti gli adolescenti fanno le stesse cose e amano le stesse trasgressioni. Più delicato il risvolto edipico, per quanto trattato con umorismo. E naturalmente, le citazioni culturali ("Sono Darth Vader del pianeta Vulcano", "Levis Strauss" - che in originale era "Calvin Klein" - o "Johnny B. Goode"). Nella colonna sonora, oltre al memorabile tema di Alan Silvestri, spicca la canzone "The power of love" di Huey Lewis and the News. Tante le frasi e i tormentoni destinati a rimanere nella storia: "McFly? McFly? C'è nessuno in casa?", "Ehi tu, porco, levale le mani di dosso", "Scusa la rozzezza di questo modello, ma non ho avuto il tempo di farlo in scala e di dipingerlo", "Strade? Dove stiamo andando non c'è bisogno di strade!", mentre il "Great Scott!" ("Grande Giove!") di Doc viene tradotto in questo primo film come "Bontà divina!".

18 ottobre 2015

Coherence (James Ward Byrkit, 2013)

Coherence (id.)
di James Ward Byrkit – USA/GB 2013
con Emily Baldoni, Maury Sterling
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Quattro coppie di amici si ritrovano a cenare in casa di una di loro. Ma il passaggio di una cometa scatena strani effetti: i telefoni e internet smettono di funzionare, la luce va via e gli otto amici si scoprono isolati dal resto del mondo. Ben presto si rendono conto che l'unica casa visibile nel quartiere è in realtà la loro stessa casa, abitata da versioni "parallele" di sé stessi. La cometa ha infatti portato a "coesistere" delle realtà differenti, incoerenti fra loro e normalmente separate, ma che per breve tempo condividono lo stesso spazio... Proprio come gli stati della meccanica quantistica (resi popolari dal celebre esperimento del gatto di Schrödinger). Opera prima del regista e sceneggiatore James Ward Byrkit, un thriller pseudoscientifico, girato praticamente tutto in una stanza, che prende spunto dai concetti della fisica moderna per far riflettere i personaggi su sé stessi, sul proprio passato e presente, su cosa avrebbe potuto essere e non è stato, e sulle possibile svolte della propria vita (si cita anche "Sliding doors"), al punto da voler affrontare e sopprimere il proprio lato oscuro (o, al contrario, scoprire che i "gemelli malvagi" sono loro e non gli altri). Il tutto con la tensione che monta man mano che il tempo scorre e ci si rende conto che "nessuno torna alla casa che ha lasciato": le varie realtà si mescolano in continuazione, col rischio che – dopo che il corpo celeste sarà passato – gli stati collassino in uno solo, magari non quello più auspicabile. Accattivante dal punto di vista intellettuale e girato con pochi mezzi ma tante idee, il film potrebbe essere accostato ad altre pellicole indipendenti come "Cube" o "Primer". I dialoghi, assai realistici e che spesso vedono più voci sovrapporsi (come nelle chiacchiere reali, o nei film di Rohmer), sono stati in parte improvvisati dagli attori stessi.

16 ottobre 2015

Sopravvissuto - The martian (R. Scott, 2015)

Sopravvissuto - The martian (The Martian)
di Ridley Scott – USA 2015
con Matt Damon, Jessica Chastain
***

Visto al cinema Colosseo.

Abbandonato a malincuore su Marte dai suoi compagni, costretti a ripartire verso la Terra a causa di un'improvvisa tempesta che ha messo a repentaglio la missione, l'astronauta della NASA Mark Watney è creduto morto da tutti. Invece è incredibilmente sopravvissuto, anche se si ritrova da solo su un pianeta a 200 milioni di chilometri dalla Terra, senza possibilità di comunicare con nessuno e con problemi urgenti da risolvere: primo fra tutti, il cibo. Ridley Scott torna a sfornare un ottimo film dopo una decina di anni costellati da pellicole sempre più deludenti e noiose, adattando un romanzo di Andy Weir che si inserisce nel filone dei "naufragi spaziali", già frequentato di recente al cinema da pellicole come "Gravity" (con cui condivide la volontà del protagonista di sopravvivere a ogni costo), "Interstellar" (che vedeva lo stesso Matt Damon nel cast) e "Moon" (sul tema dell'uomo costretto a un lungo periodo da solo su un corpo celeste lontano). Qui, però, i toni sono meno claustrofobici e più avventurosi, a tratti addirittura divertenti, grazie a un personaggio pieno di risorse e che non perde mai la voglia di scherzare. Pur trovandosi in una situazione apparentemente senza via d'uscita, Watney – che è un botanico – riuscirà a trovare il modo di coltivare patate (concimandole con i suoi escrementi), di comunicare con la NASA (riesumando il rover di una precedente missione), di spostarsi sul pianeta rosso e infine di farsi salvare dai suoi compagni, tornati indietro per prelevarlo. La vicenda è raccontata in parallelo: alla permanenza di Mark su Marte si accostano le riunioni e i tentativi, da parte degli scienziati sulla Terra, di trovare un modo di soccorrerlo. Da notare la collaborazione dei cinesi: nell'esplorazione spaziale, si auspica, le divisioni politiche possono essere messe da parte. La narrazione è avvincente (senza zavorre pretenziose, intellettuali o metafisiche) e gran parte degli aspetti tecnici e scientifici sono ben curati grazie alla collaborazione della NASA, anche se non mancano momenti assurdi o implausibili come tutta la manovra di salvataggio nel finale. Diverse le strizzatine d'occhio alla cultura nerd: la riunione segreta dei vertici della NASA è paragonata al Consiglio di Elrond del "Signore degli Anelli" (e il fatto che nel cast ci sia anche Sean Bean, che nei film di Peter Jackson era presente a quel Consiglio nei panni di Boromir, rafforza la citazione), mentre le evoluzioni di Mark con la tuta spaziale lo portano a paragonarsi ad Iron Man. Ottima l'interpretazione di Damon, che da un certo punto in poi appare notevolmente dimagrito. Nel cast anche Jeff Daniels, Chiwetel Ejiofor, Michael Peña e Kate Mara. Il film nasce da un progetto dello sceneggiatore Drew Goddard, che avrebbe dovuto anche dirigerlo, ma la produzione ha dato il via libera solo dopo che sono saliti a bordo nomi noti come Scott e Damon. Se Kubrick aveva fatto risuonare nello spazio i valzer di Strauss e altri brani classici, Scott ci propone una divertente colonna sonora a base di canzoni pop e disco anni '70 e '80, con l'inevitabile "I will survive" sui titoli di coda.

15 ottobre 2015

John Rambo (Sylvester Stallone, 2008)

John Rambo (Rambo)
di Sylvester Stallone – USA/Germania 2008
con Sylvester Stallone, Julie Benz
**

Visto in TV.

Il quarto film della saga di Rambo giunge a vent'anni di distanza dal precedente. Dopo Rocky, rivisitato nel 2006, Stallone ha scelto infatti di riprendere anche il secondo dei due personaggi che gli avevano dato la fama di eroe d'azione negli anni ottanta: e lo fa senza tradirne lo spirito, e anzi approfondendo il personaggio più di quanto non provassero a fare i capitoli due e tre (il primo rimane una cosa a parte). Scopriamo subito che in questi vent'anni l'ex guerrigliero è rimasto in Thailandia, dove si guadagna da vivere catturando e vendendo serpenti velenosi (!). Quando un gruppo di missionari americani lo assolda affinché li conduca con la sua barca fino in Birmania (dove intendono portare medicine e la parola di Dio ai poveri contadini), il vecchio John si ritrova in mezzo all'azione: il gruppo viene infatti catturato dai soldati dell'esercito birmano, e toccherà a lui – insieme a un pugno di mercenari assoldati per l'occasione – liberarli e portarli in salvo. Se all'inizio il personaggio appare (giustamente) stanco, disilluso e anche un po' bolso e sovrappeso, per il resto nella franchise nulla sembra cambiato: una trama che più lineare non si può, cattivi cattivissimi (la parte tocca stavolta alla giunta militare che governa la Birmania, i cui soldati sono mostrati mentre assaltano e compiono nefandezze ai danni dei contadini cristiani, uccidendo gli uomini, stuprando le donne e rapendo i bambini per farne dei soldati a loro volta), sparatorie e tattiche di guerriglia, violenza e centinaia di morti, il tutto recitato e girato in stile anni ottanta (ed è un pregio). Di fronte all'idealista e pacifista Sarah, che ritiene che le cose possano cambiare facilmente, o ai mercenari ingaggiati, che al contrario ragionano in termini troppo pragmatici, Rambo esprime la sua filosofia, riassumibile nella frase più memorabile del film: "Vivere per niente o morire per qualcosa, scegliete voi". Nel gruppo dei comprimari spiccano l'inglese arrogante e razzista (Graham McTavish) e il giovane marine School Boy (Matthew Marsden): ma naturalmente Rambo funziona meglio quando agisce da solo, come nell'attacco alla chiatta dei pirati o nella fuga dopo l'assalto al campo. I mercenari inizialmente lo guardano dall'alto in basso, ritenendolo troppo vecchio o addirittura un semplice barcaiolo: ma si dovranno ricredere. Nel finale, vediamo John che dopo tanto tempo torna finalmente in patria, nella fattoria di famiglia: una sorta di (meritato) lieto fine per il personaggio, anche se Sly ha dichiarato che – a differenza di Rocky, su cui ha posto ormai la parola fine – immagina altre possibili avventure per lui.

13 ottobre 2015

Master & Commander (Peter Weir, 2003)

Master & Commander - Sfida ai confini del mare
(Master and Commander: The Far Side of the World)
di Peter Weir – USA 2003
con Russell Crowe, Paul Bettany
***

Rivisto in TV.

Nel 1805, durante le guerre napoleoniche, il comandante della marina britannica Jack Aubrey (Crowe) viene incaricato di rintracciare la nave da guerra francese Acheron al largo delle coste del Brasile, per catturarla o affondarla. L'impresa si rivela difficile, visto che l'Acheron è più grande, veloce e potente della HMS Surprise di Aubry, oltre a sovrastarla anche tatticamente. Ma questi, con tenacia e ostinazione, la inseguirà oltre il Capo Horn e fino alle isole Galapagos... Dai romanzi marinareschi di Patrick O'Brian, un film epico e d'avventura su larga scala con cui Weir, per la prima volta, fa ricorso agli effetti digitali, peraltro perfettamente fusi con le riprese dal vivo. Il tema, come spesso avviene nelle opere del regista australiano, è quello del rapporto fra l'uomo e l'ambiente che lo circonda: più che contro i nemici, in fondo, la battaglia di Aubry è con sé stesso e il mondo di cui fa parte. L'ampio respiro della vicenda, i personaggi mirabilmente caratterizzati, l'eccellente ricostruzione storica, le immagini suggestive, la riuscita fusione fra la trama principale e la coralità della storia, lo rendono un piacevolissimo kolossal d'autore. Pur incentrato su una rivalità fra due navi che rappresentano – anche così lontano dall'Europa – i due paesi in guerra ("Questa nave è l'Inghilterra", grida Aubry al suo equipaggio per incitarlo a combattere), il punto di vista rimane sempre parziale: il regista non si allontana mai dalla nave inglese, mentre quella francese – prima dello scontro finale – compare solo fugacemente, come un fantasma nella nebbia, senza che se ne intraveda mai l'equipaggio o il comandante, alimentando in questo le superstizioni della ciurma che la paragonano a una creatura infernale. A proposito di superstizioni: la sequenza in cui i marinai accusano il giovane ufficiale Hollom (Lee Ingleby) di essere un "Giona", spingendolo al suicidio, è decisamente tipica del cinema di Weir, fra le cui tematiche figura da sempre la scoperta del mondo da parte di ragazzi e adolescenti (a volte con gravi conseguenze). Al fianco di Aubry, tenace navigatore cresciuto nel culto di Nelson, c'è l'inseparabile Stephen Maturin (Bettany), medico di bordo al quale è legato da un'amicizia fraterna non scalfita dai frequenti battibecchi (che ricordano quelli fra il capitano Kirk e il dottor McCoy di "Star Trek") e cementata dal comune amore per la musica (i due suonano rispettivamente violino e violoncello: nel film si ascoltano brani di Bach, Mozart, Corelli e Boccherini). Maturin, che è anche un esperto naturalista, nel passaggio per le Galapagos rimane affascinato dalle insolite specie animali dell'arcipelago ed è sul punto di anticipare le intuizioni di Charles Darwin, ma è continuamente distratto in ciò dalle ragioni della guerra. Curiosità: proprio Bettany interpreterà Darwin in un film del 2009, "Creation". La coralità, cui accennavo, è garantita dal resto della ciurma, che comprende marinai esperti e giovani ufficiali, fra cui anche bambini come il piccolo Blakeney (Max Pirkis), che nonostante perda un braccio si rivela un ottimo aiutante tanto per Aubry (che gli affida addirittura il comando della nave, temporaneamente, durante un abbordaggio) quanto per Maturin (dal quale assorbe l'interesse per le scienze naturali). Nel cast anche Billy Boyd (il timoniere Bonden), James D'Arcy (il secondo in comando), Chris Larkin, Edward Woodall e Max Benitz. Finale con sberleffo, come per lasciare aperta l'avventura a una continuazione, potenzialmente infinita. Ma le voci di un possibile sequel non hanno mai avuto riscontro.

11 ottobre 2015

Fuga (Pablo Larraín, 2006)

Fuga (id.)
di Pablo Larraín – Cile 2006
con Benjamín Vicuña, Gastón Pauls
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Eliseo Montalbán, giovane musicista cileno rimasto traumatizzato da bambino per aver assistito all'assassinio della sorella maggiore, compone un'unica opera, un concerto per pianoforte ed orchestra chiamato "Rapsodia macabra" e ispirato in qualche modo a quegli eventi. Durante la prima esecuzione, però, la pianista muore mentre lo sta suonando, e lo shock è tale da spingere Eliseo a distruggere tutte le copie della partitura, prima di essere ricoverato in un ospedale psichiatrico e poi sparire nel nulla. Qualche anno dopo, il mediocre compositore argentino Gastón Pauls, giunto in qualche modo in possesso di una parte dello spartito, si lancia alla sua ricerca, intenzionato a recuperare il concerto... Il film d'esordio di Pablo Larraín (poi autore degli eccellenti "Tony Manero" e "Post mortem") è un dramma sul tema della "musica maledetta", che segue – in un'alternanza di passato e presente – le vicissitudini trascorse da Eliseo e i tentativi di Gastón (non del tutto avulsi da motivi personali) di ritrovarlo e riportarne alla luce la musica. Una buona idea, un'ottima tecnica realizzativa, ma scarso controllo sulla materia, poca tensione narrativa e interpretazioni non all'altezza (se si eccettua il grandioso Alfredo Castro nei panni del paziente gay dell'ospedale psichiatrico, in un'interpretazione che ricorda Al Pacino: non a caso diventerà l'attore feticcio di Larraín e sarà il protagonista dei suoi successivi film) per una pellicola comunque interessante e che lascia intravedere tutto il talento del regista. La follia di Eliseo è al centro di ogni cosa, con i traumi familiari alla sua origine (non solo la morte della sorella, ma anche il rapporto con il padre, un ministro più interessato alla propria carriera politica che a lui), a cui fa da contraltare il desiderio di fama e notorietà di Gastón. Da notare che lo stesso Pablo Larraín è figlio di un senatore di ultradestra, Hernán Larraín, il che può suggerire qualche connotazione autobiografica nel personaggio di Eliseo (anche perché, non in questa ma nelle pellicole successive, il regista si è posto decisamente in antitesi con la corrente politica paterna). Bello il finale sul mare, che rispecchia l'incipit dell'intera vicenda con Eliseo bambino nella piscina di casa Montalbán.

8 ottobre 2015

Nausicaä della valle del vento (H. Miyazaki, 1984)

Nausicaä della valle del vento (Kaze no tani no Nausicaä)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1984
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto al cinema Uci Bicocca, con Sabrina, Monica, Roberto e Claudio.

Il secondo lungometraggio di Miyazaki (dopo "Lupin III: Il castello di Cagliostro"), realizzato un anno prima della nascita dello Studio Ghibli (che sorse proprio in seguito a questa esperienza), è un'affascinante fiaba post-apocalittica che presenta già tutti i temi e le caratteristiche dei futuri lavori del regista giapponese: l'ecologia, il pacifismo, una forte protagonista femminile e la passione per il volo. Siamo in un mondo futuro in cui la civiltà è regredita e gran parte del pianeta è contaminato per gli effetti di una guerra nucleare avvenuta mille anni prima. A parte poche oasi felici, come la Valle del vento in cui abita la protagonista, la Terra è ricoperta da deserti e da una foresta di alberi tossici che emettono spore velenose (il "Mar Marcio"), in continua espansione e popolata da feroci insetti giganti. In mezzo a tutto ciò, la bellicosa nazione di Torumekia tenta di mettere le mani su un "soldato titano", ovvero l'ultima sopravvissuta delle macchine da guerra che avevano portato alla distruzione del mondo, attualmente in possesso del regno di Pejite. lo scontro fra le due nazioni coinvolgerà anche i pacifici abitanti della Valle del vento. Nausicaä, avventurosa principessa che comprende la natura e sa comunicare con gli insetti (in particolare con i terribili Ohm, giganteschi animali corazzati i cui occhi cambiano colore, da azzurro a rosso, quando sono inferociti), scopre il vero segreto del Mar Marcio: il compito della foresta tossica è in realtà quello di assorbire il veleno presente nel terreno, purificando così il mondo inquinato dagli uomini. Il lungometraggio è tratto da un manga disegnato dallo stesso Miyazaki (ancora in corso di pubblicazione al momento dell'uscita del film, tanto che sarebbe proseguito per altri dieci anni, espandendo la vicenda in diverse direzioni). Nonostante il suo nome, Nausicaä non ha nulla a che vedere con il personaggio dell'Odissea (se non l'essere una principessa e avere un animo gentile).

La trama è particolarmente densa di eventi (con complessi intrighi di guerra e geopolitica) e di personaggi minori, quasi tutti ottimamente caratterizzati (dall'avventuriero vagabondo Yupa, anziano mentore di Nausicaä, agli abitanti della Valle del vento, fra i quali ci sono il vecchio re Jill, l'anziana profetessa cieca e il capo delle guardie Mito; dai soldati di Torumekia – fra cui spiccano la cinica principessa Kushana e il suo disincantato braccio destro Kurotova – a quelli di Pejite, in primo piano il giovane principe Asbel, che finisce con l'allearsi con Nausicaä; senza dimenticare gli animali, come le cavalcature di Yupa o lo scoiattolino di Nausicaä, e persino gli insetti, come gli indimenticabili Ohm). Eccellente anche il design "vintage" di edifici (i mulini della valle), aeronavi (dai grandi veicoli da guerra di Torumekia alle agili "ali" della Valle del vento), abiti e armature. Quanto all'ambientazione, il tocco magico di Miyazaki riesce a rendere poetico anche uno scenario di insetti, muffe e funghi! Da rimarcare la bella colonna sonora di Joe Hisaishi, di cui – oltre al tema principale – rimane in mente l'inquietante canzoncina infantile legata ai sogni di Nausicaä (e, poi, all'avverarsi della profezia). Il film è uscito nelle sale italiane a 31 anni di distanza dalla sua realizzazione, con un doppiaggio differente rispetto a quello con cui era stato trasmesso dalla Rai nel 1987: la traduzione è più fedele all'originale, ma decisamente meno suggestiva (niente più "giungla tossica", "ala" o "mostrotarli"), mentre l'indecente adattamento di Gualtiero Cannarsi rovina come al solito gran parte dell'esperienza dello spettatore con l'abuso di termini desueti e il mantenimento della costruzione giapponese delle frasi. Certo, essendo ambientato in un mondo futuro ma medievale, si può immaginare che il modo di parlare e l'insolita scelta di parole da parte dei personaggi siano dovute al tempo trascorso: ma l'effetto non è certo voluto, visto che Cannarsi adatta i dialoghi in questa ignobile maniera anche nelle pellicole ambientate ai giorni nostri.

7 ottobre 2015

Nightmare 3 (Chuck Russell, 1987)

Nightmare 3 - I guerrieri del sogno (A Nightmare on Elm Street 3: Dream Warriors)
di Chuck Russell – USA 1987
con Heather Langenkamp, Craig Wasson
**1/2

Visto in divx.

Il terzo "Nightmare" è indubbiamente il migliore dei sequel canonici della serie, anche perché è l'unico che vede coinvolto il suo creatore Wes Craven: non come regista, ma come sceneggiatore. Non a caso, "bypassa" il secondo film e fa tornare in scena i personaggi del primo lungometraggio, dando così una continuità alla storia e approfondendo in maniera coerente il villain Freddy Krueger (a proposito, finalmente viene chiamato "Freddy" e non "Fred"). Ambientato sei anni dopo il film originale, ci rivela che Nancy (Heather Langenkamp) è diventata dottoressa ed esperta in casi di disturbo del sonno, come quelli che affliggono i giovani pazienti di un istituto psichiatrico di Springwood. Ricoverati per aver tentato il suicidio (in realtà indotti in questo da Freddy), i ragazzi sono terrorizzati dalla possibilità di ritornare vittime di Krueger durante gli incubi, e fanno di tutto per non addormentarsi. Sfruttando i poteri paranormali di una di loro, Kristen (Patricia Arquette), che ha la capacità di far entrare gli altri nei propri sogni, cercheranno insieme di resistere agli assalti di Freddy: il tutto mentre, nel mondo reale, un medico della clinica (Craig Wasson) e il padre di Nancy (John Saxon) indagano sulla vera origine del nemico. Rispetto al deludentissimo secondo capitolo, ma anche al grezzo film originale (che aveva dovuto fare i conti con un budget assai ridotto), questo terzo film è senz'altro più convincente nel mettere in scena gli incubi dei ragazzi, molto più onirici e orrorifici. In più regala alcune inquietanti suggestioni (la suora fantasma) e ha la buona idea di rendere protagonisti e vittime del mostro dei ragazzi disadattati anziché i soliti borghesucci figli di papà. Craven intendeva completare una "trilogia" che avrebbe dovuto mettere la parola fine alla serie, con il chiarimento sulle origini del mostro dei sogni (Freddy è il frutto della violenza subita da sua madre da parte dei pazzi criminali dello stesso ospedale psichiatrico) e la sua definitiva sconfitta (attraverso la sepoltura dei suoi resti in terra consacrata). Ma, come nei film precedenti, proprio nell'ultima scena c'è il consueto sberleffo che lascia una porta aperta. E infatti, negli anni successivi, ecco spuntare come funghi (quasi uno all'anno!) altri sequel di mediocre fattura per allungare la serie, fino a quando Craven non interverrà di nuovo per dire la sua, con l'atipico e metareferenziale "Nuovo incubo". Nel cast si riconoscono Laurence Fishburne (uno dei custodi della clinica) e Zsa Zsa Gabor (in un cameo nei panni di sé stessa in televisione, massacrata ovviamente da Freddy). Curiosità: il doppiaggio italiano traduce ogni volta in maniera diversa la filastrocca che i bambini intonano per proteggersi dall'uomo nero, che appare in tutti i film e che nella versione originale è sempre la stessa ("One, two, Freddy's coming for you...").

6 ottobre 2015

Nightmare 2 (Jack Sholder, 1985)

Nightmare 2 - La rivincita (A Nightmare on Elm Street Part 2: Freddy's Revenge)
di Jack Sholder – USA 1985
con Mark Patton, Kim Myers
*1/2

Visto in divx.

Il grande successo del primo "Nightmare" spinse i produttori della New Line a mettere rapidamente in cantiere un seguito, al quale non partecipò però Wes Craven, regista e sceneggiatore dell'originale. Ambientato cinque anni dopo la precedente pellicola, "Nightmare 2" ha in realtà poco in comune con essa: giusto il personaggio di Freddy Krueger (chiamato così nel sottotitolo, ma ancora "Fred Krueger" nei dialoghi), interpretato sempre da Robert Englund, che però agisce stavolta in maniera diversa rispetto al solito: si "impadronisce" del corpo del giovane Jesse (che con la sua famiglia si è trasferito a vivere in Elm Street, proprio nella casa dova abitava Nancy nel primo film) e tramite lui riesce a scatenare la sua violenza anche nel mondo reale. La mancanza del binomio sogni-realtà (e del tema "resta sveglio o muori" che caratterizzava il prototipo) toglie parecchio fascino alla vicenda: a questo si aggiunge una regia piatta (le numerosissime scene di pericolo o di minaccia si susseguono senza scuotere più di tanto lo spettatore), una sceneggiatura senza ritmo, e personaggi decisamente anonimi e senza spessore (con l'eccezione forse di Lisa, la ragazza di Jesse, che infatti è la protagonista dello scontro finale con Freddy nella fabbrica dove questi lavorava da vivo). Fra cliché e noia, la pellicola è da salvare in parte solo per l'atmosfera anni ottanta, per la trovata del caldo come filo conduttore della presenza di Freddy, e per poche sequenze di un certo fascino (l'incipit con lo scuolabus che precipita all'inferno, e la scena in cui Freddy fuoriesce letteralmente dal corpo di Jesse). Il pubblico comunque apprezzò, e il film fece faville al botteghino, dando così il via libera alla realizzazione di ulteriori seguiti. Craven (che tornerà, ma solo come sceneggiatore, nel terzo capitolo) alluderà scherzosamente alla cattiva qualità del film nel secondo "Scream", facendo dire a un personaggio ""Il genere horror è stato solo danneggiato dai sequel!".

3 ottobre 2015

Inside out (Pete Docter, 2015)

Inside out (id.)
di Pete Docter [e Ronnie del Carmen] – USA 2015
animazione digitale
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Elena, Andrea, Eva, Marisa e Sabrina.

Nella mente della undicenne Riley, da un'apposita sala di controllo, le sue emozioni "personificate" immagazzinano i suoi ricordi e gestiscono i suoi comportamenti e, dunque, la sua personalità. A svettare su tutti è Gioia, che ha il suo gran da fare per tenere a bada Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto. E apparentemente ci riesce, visto che l'infanzia di Riley non potrebbe essere più felice: ma gli sconvolgimenti dello status quo, in occasione del trasferimento della famiglia dalle montagne del Minnesota alla città di San Francisco, con conseguente perdita delle amicizie e l'insorgere di stress e malumori, porteranno Gioia a comprendere come anche le emozioni apparentemente negative – la Tristezza in testa – possano avere un importante valore e un profondo significato per la crescita della bambina. Dopo un paio di film inferiori alla sua media, la Pixar torna ai massimi livelli con una pellicola che, come nei suoi migliori lavori, è godibile a più livelli e comunica in maniera diversa a seconda del pubblico: dall'avventura colorata e divertente (per gli spettatori più piccoli) alle riflessioni sulle emozioni e sui rapporti umani (attraverso un inedito e umoristico meccanismo che mostra come "funziona il cervello" dall'interno). E mentre sfiora concetti come la memoria a lungo termine, il pensiero astratto, la nascita dei sogni e altri ancora, il film racconta il passaggio dall'infanzia all'adolescenza in maniera toccante e sincera, per una volta senza tingere tutto di rosa. Il messaggio più importante, infatti, è quello succitato: se da piccoli, quello che conta è solo "divertirsi", man mano che si cresce e bisogna affrontare anche le difficoltà o le avversità della vita, è importante lasciarsi indietro alcune cose (gli amici immaginari) e dare valore anche alla malinconia e alla sofferenza, senza metterle da parte o rimuoverle. Un concetto quasi catartico, decisamente controcorrente nell'ambito dell'intrattenimento hollywoodiano, ancora più prezioso perché veicolato a un pubblico giovane attraverso un linguaggio che lo visualizza simbolicamente in maniera diretta e geniale. Nulla da lamentare, come al solito, sul versante tecnico: dal disegno dei personaggi alle ambientazioni, dal ritmo all'animazione, dalla dicotomia fra realtà e "interno del cervello" agli esilaranti scorci nelle menti degli altri personaggi (i genitori di Riley, ma anche altre persone e persino cani e gatti), tutto concorre a fare della pellicola l'ennesimo gioiellino di Lasseter & Co. Il regista Pete Docter, che aveva già firmato "Monster & Co." e "Up", è qui affiancato dal co-sceneggiatore Ronaldo Del Carmen: per la trama i due hanno consultato anche psicologi e neuroscienziati. Da apprezzare, fra le tante, la citazione a "Chinatown" di Roman Polanski ("Lascia perdere, Jake, è la città delle nuvole"). Al cinema il film era preceduto dal cortometraggio "Lava", storia d'amore fra due vulcani nell'Oceano Pacifico, accompagnata da una ballata tropicale.

30 settembre 2015

Venezia e Locarno 2015 - conclusioni

Anche se non ha offerto capolavori o film che si stagliano nettamente sugli altri nel ricordo (anche perché erano assenti nomi di grandi registi, Sokurov a parte), la rassegna appena conclusa è stata abbastanza soddisfacente. Alla fine, la pellicola che ha vinto il Leone d'Oro, il venezuelano "Ti guardo", si è rivelata una delle più interessanti: il premio ci sta, decisamente. Il filo conduttore della maggior parte dei film programmati era la rappresentazione della realtà: tante pellicole raccontavano storie realmente accadute ("The danish girl", "Everest", "Tanna", "Il caso Spotlight", "Marguerite"), molti erano documentari ("Francofonia", "Behemoth", "Janis"), e non sono mancati nemmeno il film-diario ("Heart of a dog") e la satira sociale ("Pecore in erba"). Persino i lavori di fiction hanno scelto spesso temi realisti o toni neorealisti ("Right now, wrong then", "Arianna", "Per amor vostro", "Petting zoo"). Indice di una tendenza consapevole o semplicemente di scarsa immaginazione per imbastire una trama più originale, fantastica o visionaria? In ogni caso, i film belli non sono mancati: su tutti, oltre al Leone d'Oro, i lavori di Giannoli, Zhao Liang, Hong Sang-soo, Sokurov e Dani de la Torre. Fra le delusioni, direi "Everest", "Heart of a dog" e "The danish girl". E a proposito di quest'ultimo, l'altro tema plurifrequentato è stato quello della sessualità, spesso in versione non convenzionale, alternativa o distorta: da "Arianna" ad appunto "The danish girl", da "Petting zoo" a "Il caso Spotlight", fino allo stesso "Ti guardo" (dove però l'omosessualità era un red herring).

29 settembre 2015

Pecore in erba (Alberto Caviglia, 2015)

Pecore in erba
di Alberto Caviglia – Italia 2015
con Davide Giordano, Anna Ferruzzo
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, Daniela, Alessandro, Paola, Costanza, Marta, Francesca, Tiziana e Annapaola (rassegna di Venezia).

Surreale mockumentary che fa satira sull'antisemitismo (e sulla discriminazione in generale) immaginando un mondo alla rovescia, in cui il vero problema sociale è la cosiddetta "antisemifobia" e ad essere considerati discriminati sono coloro che non possono manifestare liberamente l'odio verso gli ebrei. Ecco così che il protagonista Leonardo Zuliani, la cui vita viene ricostruita da un servizio giornalistico trasmesso in tv in occasione di una manifestazione pubblica in suo onore, è considerato un paladino dei diritti civili per aver sempre lottato contro gli ebrei, sin da quando era bambino. Fumettista, designer, inventore, Leonardo è diventato una figura pubblica di grande ispirazione per la paradossale società descritta nella pellicola: e la sua storia viene raccontata attraverso interviste ad amici e familiari, ma anche a personaggi celebri di vario genere, molti dei quali si sono prestati al gioco e recitano nella parte di sé stessi (per esempio Corrado Augias, Carlo Freccero, Vittorio Sgarbi, Aldo Cazzullo, Ferruccio De Bortoli, Gianni Canova, Giancarlo De Cataldo: ma ci sono anche Fabio Fazio, Tinto Brass, Gipi, Linus, Mara Venier, e molti altri ancora). Leggero e divertente, ricco di battute e di situazioni surreali che deformano la realtà, il film procede per accumulo e forse pecca di ripetitività e ridondanza. In fondo, tenendo buona l'idea di partenza, avrebbe potuto durare 30 minuti come 3 ore. La vita di Leonardo (dalla quale si immagina anche che sia stato tratto un film neorealista, "Paura d'odiare", di cui si mostrano alcuni – irresistibili – spezzoni) è costellata di alti e bassi che si succedono senza però una reale progressione: ne risulta quindi un andamento che alla lunga – una volta compreso il messaggio e digerito il "gioco" del regista – potrebbe stancare. In ogni caso, per le intenzioni e il risultato, resta un piacevole e riuscito esperimento di satira sociale, che con la sua comicità parodistica, basata sul ribaltamento delle prospettive, strizza l'occhio persino ai Monty Python e a Luis Buñuel.

Desconocido (Dani de la Torre, 2015)

Desconocido - Resa dei conti (El desconocido)
di Dani de la Torre – Spagna 2015
con Luis Tosar, Javier Gutiérrez
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Carlos, dirigente di banca, esce di casa una mattina per accompagnare i figli a scuola. Non appena è salito in auto, però, riceve una chiamata da un numero sconosciuto: un uomo lo informa che sotto i sedili della macchina è collocata una bomba che esploderà non appena qualcuno di loro si alzerà dal proprio posto. Il misterioso individuo esige da Carlos una forte somma di denaro: e l'ipotesi che si tratti di uno scherzo evapora non appena l'auto di un suo collega, che aveva ricevuto una chiamata simile, salta in aria. Thriller d'azione teso e avvincente, già pronto per un possibile remake made in Usa (magari con Jason Statham come protagonista), l'adrenalinica opera prima del galiziano Dani de la Torre vede il personaggio principale sempre nell'abitacolo della sua vettura (come in "Locke") a dialogare via cellulare con il ricattatore, mentre la vita dei figli è in crescente pericolo e la sua scala di valori (il lavoro prima, la famiglia poi) viene completamente ribaltata e stravolta. In parallelo al confronto con l'avversario, infatti, Carlos dovrà fare i conti con sé stesso, il proprio passato e il proprio presente, rendendosi per esempio finalmente conto dei problemi nel rapporto ormai incrinato con la moglie e con i figli. In più, c'è spazio per riflettere e stigmatizzare il ruolo delle banche nei periodi di crisi economica, l'ingordigia di denaro e l'ossessione per il guadagno che può portare alla rovina risparmiatori e investitori. La sceneggiatura è abile a non perdere mai la presa sulla materia narrata, tenendo la tensione alta fino alla fine, senza svaccare nemmeno nel finale, mentre la regia si dimostra all'altezza dei migliori action hollywoodiani e si concede anche alcuni convincenti piani sequenza (come quello che mostra l'arrivo dell'artificiere Belèn nella piazza dove l'auto di Carlos è stata bloccata dalla polizia).

28 settembre 2015

Petting zoo (Micah Magee, 2015)

Petting zoo (id.)
di Micah Magee – USA 2015
con Devon Keller, Deztiny Gonzales
**1/2

Visto al cinema Beltrade, con Laura e Angelo, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Layla, diciassettenne all'ultimo anno di liceo, vive con la nonna e ha vinto una borsa di studio per andare all'università. Ma tutti i suoi piani vanno a monte quando scopre di essere rimasta incinta, per via di una relazione fugace con un ragazzo che ha appena lasciato. Un piccolo film indipendente, dai toni realisti e delicati, girato da una regista all'esordio nel lungometraggio (37enne e madre di tre figli) e con attori non professionisti: non viene da Venezia ma da Berlino, dove era fuori concorso, e ha vinto il premio del pubblico al Festival di Pesaro. Nonostante lo spessore del soggetto, con i travagli di una protagonista che si ritrova da sola contro tutti (i genitori – siamo nel profondo Texas! – non approvano le sue scelte, e gli altri parenti sono dei farabutti, a parte la nonna che ben presto però la lascerà sola), lo svolgimento è privo di melodrammaticità e lo sguardo della regista è garbato e affettuoso, come suggerisce il titolo (i "petting zoo" sono quelli dove è possibile accarezzare gli animali, evidentemente abbastanza docili da consentirlo). Tra frustrazioni, amicizie, problemi di lavoro e un forte desiderio di autodeterminazione da parte di un'adolescente messa all'improvviso di fronte alle svolte della vita e costretta a crescere, il film scorre gradevole fino al finale, e potrebbe essere considerato una versione realistica di "Juno".

Janis (Amy Berg, 2015)

Janis (Janis: Little Girl Blue)
di Amy Berg – USA 2015
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Alessandro, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Bel documentario su Janis Joplin, raccontata nella sua dimensione più "intima" attraverso filmati di concerti, interviste a coloro che l'hanno conosciuta e moltissimo materiale di repertorio, in particolare lettere e diari della cantante, spezzoni di interviste e dietro le quinte delle sue esibizioni e delle sue (poche) incisioni. Ne esce un ritratto a tutto tondo di un personaggio sincero, ribelle e fragile, che metteva tutto sé stesso nella musica e, al di fuori di essa, soffriva. Significative, più che le sue esibizioni (dalle quali traspaiono comunque un'energia e una vitalità che hanno pochi termini di confronto nella storia del rock e del blues al femminile), le sue parole, spesso profonde e malinconiche anche in contesti apparentemente allegri e caciaroni, che ne mostrano al tempo stesso la consapevolezza e la vulnerabilità. Filo conduttore sono i rapporti con le sue origini, la cittadina del Texas dalla quale si è allontanata dopo un'adolescenza infelice, e la continua ricerca di sé stessa in luoghi più "liberi" e accoglienti, come la California ribollente di novità alla fine degli anni sessanta; una ricerca funestata dalla mancanza di punti fermi (di un uomo ma anche di una band alla sua altezza, dopo i primi successi con i Big Brother and the Holding Company) e i problemi con le droghe (che la porteranno alla morte a soli 27 anni, facendola entrare in quel macabro "club dei 27" di cui fanno parte altri musicisti come Jim Morrison, Jimi Hendrix, Brian Jones, Kurt Cobain e Amy Winehouse). Se dal punto di vista cinematografico il documentario è piuttosto classico e lineare, come contenuti sale in fretta di livello e riesce a coinvolgere anche grazie a una colonna sonora che raccoglie alcuni dei brani più celebri della Joplin, da "Piece of My Heart" a "Little Girl Blue" (che dà il sottotitolo al film), da "Summertime" a "Me and Bobby McGee".

27 settembre 2015

Heart of a dog (Laurie Anderson, 2015)

Heart of a dog (id.)
di Laurie Anderson – USA 2015
con Archie, Laurie Anderson
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Laura, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Un oggetto strano, questo film sperimentale, esistenzialista ed autobiografico realizzato dall'artista d'avanguardia newyorkese, musicista e vedova di Lou Reed. Prendendo come filo conduttore i ricordi del suo passato, in particolare quelli legati alla cagnetta Lolabelle, rat terrier morta pochi anni prima, il film mette insieme – come in una specie di diario intimo e personale – racconti, immagini, suggestioni di vario tipo a proposito degli animali, della vita e della morte. Aneddoti su Lolabelle, sull'11 settembre e sul conseguente cambiamento del mondo, citazioni filosofiche (Wittgenstein, Kierkegaard), ricordi d'infanzia, sogni, insegnamenti buddisti (in particolare dal Libro Tibetano dei Morti) sono esposti in un flusso continuo e ininterrotto dalla voce narrante della stessa Anderson, mentre sullo schermo scorrono fotografie e filmati, composizioni concettuali e ricostruzioni di esperienze d'infanzia o addirittura oniriche. Il rischio "fuffa" è sempre in agguato, e in alcuni punti (quelli in cui si parla della morte e delle sue conseguenze) il film non riesce ad evitarlo. La Anderson si concede a cuore aperto ai suoi spettatori, che possono rimanere un po' perplessi di fronte a certe bizzarrie (far dipingere, scolpire o suonare il pianoforte alla cagnolina, facendole persino tenere dei concerti o incidere un disco!) e a certi temi (il "bardo" tibetano, quella sorta di limbo in cui le anime dei morti restano per 49 giorni dopo il decesso), così come nell'affastellarsi di immagini non sempre originali e un po' troppo new age (il vetro rigato dalle gocce d'acqua, che come uno schermo è posto davanti ai filmati), ma nel complesso riesce a dare una coerenza d'insieme a tali contenuti e a suggestionare con il suo modo di porsi davanti al mondo e all'esistenza, raccontando – più che il suo cane, i suoi amici o la sua famiglia – soprattutto sé stessa. Il titolo proviene ovviamente dal romanzo di Bulgakov, "Cuore di cane".

26 settembre 2015

The endless river (Oliver Hermanus, 2015)

The endless river (id.)
di Oliver Hermanus – Sudafrica/Francia 2015
con Nicolas Duvauchelle, Crystal-Donna Roberts
**

Visto al cinema Centrale, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Gilles, francese trasferitosi a vivere in un ranch in Sudafrica, vede la propria famiglia sterminata nottetempo in maniera efferata da tre uomini introdottisi in casa sua. Fra i sospettati c'è Percy, delinquente da poco uscito di prigione dopo aver scontato quattro anni per una rapina: ma qualche giorno più tardi anche lui è ritrovato morto, proprio lungo la strada che conduce alla fattoria. Uniti dai rispettivi lutti, Gilles e Tiny – la moglie di Percy che lavora come cameriera nella locale tavola calda – si scoprono vicini e cercano conforto l'uno nell'altra per vincere le rispettive solitudini. Diviso pretestuosamente in tre capitoli, il film mette in primo piano il dolore, la rabbia e i sentimenti dei suoi personaggi, lasciando sullo sfondo le spiegazioni: ma gli manca forse un climax, soprattutto in una terza parte che convince poco con la posticcia storia d'amore fra i due protagonisti e che scorre inutilmente in attesa di una svolta chiarificatrice, congedandosi dallo spettatore con una scena tutta da interpretare (quella della pioggia notturna). Con un titolo preso da un album dei Pink Floyd, il film del trentaduenne Oliver Hermanus ha sconcertato il pubblico e ha raccolto fischi al festival di Venezia, anche se in fondo è meno peggio di quanto si è scritto in giro. Ha certo il demerito di una sceneggiatura che non convince nelle sue svolte e che si rivela inconcludente; ma in compenso, soprattutto nella parte centrale, affronta con realismo e amara intensità il dolore e lo spaesamento di chi ha subito un'incomprensibile violenza ed è alla disperata ricerca di appigli per continuare a vivere.

Marguerite (Xavier Giannoli, 2015)

Marguerite (id.)
di Xavier Giannoli – Francia/Belgio/Rep.Ceca 2015
con Catherine Frot, André Marcon
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

La facoltosa baronessa Marguerite Dumont, nella Parigi degli anni venti, organizza nella propria villa concerti di beneficenza a favore degli orfani di guerra, durante i quali si esibisce come cantante d'opera, essendo la musica per lei una vera passione. Peccato che... sia stonata come una campana, che non se ne renda minimamente conto, e che nessuno di coloro che le stanno attorno abbia il coraggio di dirglielo: chi per interesse, chi per compassione e chi per pavidità. Tragicomica vicenda ispirata alla storia vera di Florence Foster Jenkins (è sua la registrazione dell'aria della Regina della Notte che si sente nel finale), soprano statunitense passata alla storia come la peggior cantante di tutti i tempi. Ma quella di Marguerite per la musica è una passione "pura" e sincera, anche a sprezzo del ridicolo che si attira addosso nel momento di esibirsi in pubblico. E che finisce col coinvolgere e contagiare tutti, guadagnandole simpatie e persino l'amore di un marito che l'aveva sposata solo per i soldi. "Non è importante fare qualcosa di grande e di bello, ma fare quello che si fa con grandezza e bellezza", ovvero la passione vale più del talento: è una delle morali di un film che si dipana come una commedia attorno a una figura straordinaria, di cui sarebbe facile ridere ma che finisce con l'ispirare anche chi all'inizio ne approfittava (il giornalista, il giovane poeta dadaista, il marito, il maestro di canto). Come in "Angel" di Ozon, di cui Marguerite è uno specchio o un contraltare, le passioni possono essere vissute in due modi: sognandole o realizzandole. Ed è interessante, su tutte, la figura del maggiordomo Mandelbos (Denis Mpunga), che come lo Stroheim di "Viale del tramonto" è il custode delle memorabilia della sua padrona, nonché lo schermo che la protegge dal mondo esterno e dal conoscere la verità, anche se resta il dubbio che lo faccia, a sua volta, per interesse. Ottima la protagonista, Catherine Frot, che riesce a veicolare il ventaglio di emozioni che muovono il personaggio (l'amore per la musica, subordinato tuttavia all'amore per il marito), così come il resto del cast (dove spicca Michel Fau nei panni del maestro Atos Pezzini, divo gay in decadenza, circondato da una sorta di corte dei miracoli), fra giovani artisti che vedono in Marguerite quell'elemento di "rottura" in grado di scardinare i valori della cultura classica (il poeta Kirill von Priest, interpretato da Aubert Fenoy) e altri che le si affezionano sinceramente (il giornalista Lucien Beaumont e il soprano Hazel, ovvero Sylvain Dieuaide e Christa Théret). Tramite le sue stonature, Marguerite riafferma (involontariamente, certo) il valore stesso della musica e il significato profondo di ciò che essa dovrebbe convogliare: persino storpiare la Marsigliese, simbolo di libertà, diventa così un atto programmatico che mette in luce la libertà stessa. Un po' troppo lungo e certamente ridondante, il film è graziato da una colonna sonora ricca di brani celebri che spaziano attraverso quattro secoli di musica: Marguerite si "esibisce" con Mozart ("Der Hölle Rache", "Voi che sapete"), Bizet (la habanera della "Carmen") e Bellini ("Casta diva"), ma c'è spazio anche per Händel, Delibes (il duetto dei fiori), Leoncavallo e Verdi ("Addio del passato"). Nel finale, una breve tentazione – per fortuna subito abbandonata – di un inverosimile lieto fine in stile "Il concerto". Il nome della protagonista è probabilmente un omaggio a Margaret Dumont, l'attrice che faceva da spalla comica a Groucho in quasi tutti i film dei fratelli Marx. L'anno successivo (2016) uscirà un film praticamente identico (ma a mio parere inferiore a questo) su Florence Forster Jenkins, "Florence" di Stephen Frears, con una strepitosa Meryl Streep.

25 settembre 2015

Ti guardo (Lorenzo Vigas, 2015)

Ti guardo (Desde allá)
di Lorenzo Vigas – Venezuela 2015
con Alfredo Castro, Luis Silva
***

Visto al cinema Ariosto, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

La strana relazione fra Armando, uomo di mezza età che adesca ragazzi per rapporti gay a pagamento, ed Elder, delinquentello per le strade di Caracas. Dopo un inizio violento (il ragazzo rifiuta le avances dell'uomo, lo picchia e lo deruba), una serie di successivi incontri li fanno avvicinare sempre più, al punto che Elder comincia a vedere in lui quel padre che avrebbe voluto avere. Ma forse non tutto è come sembra, e l'estrema ambiguità di Armando nasconde un piano per approfittare del giovane. Giostrato su molti livelli e ambientato in una città colma di "distanze" (il titolo originale significa "Da lontano"), omofobie e solitudini, un film intenso e coinvolgente, che spiazza continuamente lo spettatore (il tema dell'omosessualità, col senno di poi, si rivela secondario) e che lascia molte cose non dette, al punto da stimolare riflessioni e ipotesi di vario genere (siamo di fronte a un dramma psicologico, a un thriller o magari ad entrambi?). Fra attrazioni e repulsioni, scelte di individualità e bisogno di legami familiari, scenari di povertà e violenza e scorci di ricchezza usata come esca o tentazione (il denaro è una forza potente a ogni latitudine, anche se poi si rivela il surrogato di qualcos'altro), il regista è abile a non lasciare indizi evidenti sulla reale natura della personalità di Armando, tenendo dunque per valido il tema dei rapporti familiari (la relazione padre-figlio si riflette da un personaggio all'altro e si trasferisce nel rapporto fra Armando stesso e il ragazzo, con evidenti connotazioni edipiche) anche se, per paradosso, la vera storia fosse invece quella ben più banale di un killer che sfrutta un innocente per fargli fare il proprio lavoro. Ogni lettura in fondo potrebbe essere giustificata, perché gli elementi che la consentirebbero non mancano: alcuni di essi, semplicemente, sono "fuori fuoco", come suggerisce la fotografia delle scene iniziali e finali. L'estremo controllo del regista (esordiente) sulla vicenda, la sua torbidità e l'ambiguità generale, ben sostenuta comunque da personaggi a loro modo indimenticabili, sono valsi al film il Leone d'Oro a Venezia, forse a sorpresa ma anche meritato. Ottimi gli attori: alla fragilità del giovane Silva si contrappone l'espressiva enigmaticità di un impeccabile Castro (già protagonista dei capolavori di Pablo Larraín, "Tony Manero" e "Post mortem").

Chevalier (Athina Rachel Tsangari, 2015)

Chevalier
di Athina Rachel Tsangari – Grecia 2015
con Giannis Drakopoulos, Kostas Filippoglou
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Sei uomini, in barca per una vacanza a base di immersioni subacquee nel Mar Egeo, danno casualmente vita a un gioco che sulle prime sembra una cosa da nulla: misurarsi in una serie di gare sempre più competitive per stabilire chi di loro è il "migliore in tutto". E così, prendendo diligentemente nota su un taccuino del comportamento degli altri e attribuendosi voti a vicenda, valutano come ci si veste, si nuota, si mangia, si dorme... Le sfide sono di vario genere, fisiche o intellettuali: qual è il loro livello di salute, quanto rapidamente sono in grado di montare un mobile Ikea o di avere un'erezione, com'è lo stato dei loro rapporti familiari. E naturalmente, in un'inevitabile escalation, verranno alla luce tensioni, gelosie, conflittualità e rapporti irrisolti. Una buona idea, ma una realizzazione "timida" che dona alla pellicola – non priva comunque di momenti divertenti – la sensazione di trovarsi di fronte a un'occasione sprecata. Si nota che la regista è una donna, visto che trasferisce ai suoi protagonisti (che pure, essendo uomini, non difettano di competitività) una serie di caratteristiche tipicamente femminili: la tendenza a giudicarsi a vicenda, spesso su aspetti qualitativi (i maschi lo farebbero semmai su quelli quantitativi), e un forte spirito di osservazione. Buona, in ogni caso, la caratterizzazione dei personaggi, legati fra loro da rapporti di famiglia, di lavoro o di amicizia che posano su basi fragili.

Tanna (M. Butler, B. Dean, 2015)

Tanna (id.)
di Martin Butler e Bentley Dean – Australia/Vanuatu 2015
con Mungau Dain, Marie Wawa
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

"Giulietta e Romeo" in salsa Vanuatu e antropologica. Ambientato sull'isola vulcanica di Tanna, nell'arcipelago del Pacifico, racconta una storia avvenuta nel 1987 all'interno di una tribù Yakel, popolazioni indigene che hanno scelto di vivere secondo le usanze Kastom (da "Custom"), ossia le leggi tradizionali che precedono l'arrivo delle potenze coloniali. Abitando in mezzo alla natura e rifuggendo dalle tentazioni dell'Occidente (tecnologia, soldi, cristianità), i popoli Yakel seguono leggi rigide e antichissime, fra cui spicca quella del matrimonio combinato. Ma quando la giovane Wawa viene promessa in sposa a un membro di una belligerante tribù rivale, la ragazza preferisce fuggire insieme a Dain, l'uomo che ama. Braccati da entrambe le tribù, i due innamorati non avranno altra via di fuga che il suicidio: e l'evento spingerà tutti gli abitanti dell'isola ad integrare nella loro Kastom anche il matrimonio d'amore. I due registi realizzano di solito documentari, ma qui scelgono la via del film di finzione. I paesaggi, con i loro colori accesi (il verde della vegetazione, l'azzurro del mare, il rosso e il nero del vulcano attivo), dominano ogni inquadratura, mentre i personaggi, con la loro vitalità (si pensi a Selin, la sorellina di Wawa, che corre da ogni parte scatenata e irrefrenabile ed è di fatto la principale testimone della tragedia; ma anche al vecchio sciamano, ai genitori, alla nonna, e a tutti gli altri abitanti del villaggio) fanno da contorno a una storia che assume sempre più intensità man mano che procede. Non mancano momenti di straniante comicità, come quando il nonno spiega a Wawa che "anche la regina Elisabetta e il principe Filippo si sono sposati con un matrimonio combinato", o quando i due innamorati in fuga si avvicinano all'insediamento dei cristiani; ma dopo aver assistito alle loro stravaganti cerimonie, preferiscono andare a vivere nella foresta.

24 settembre 2015

Il caso Spotlight (Tom McCarthy, 2015)

Il caso Spotlight (Spotlight)
di Tom McCarthy – USA 2015
con Mark Ruffalo, Michael Keaton
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

La storia vera dell'indagine effettuata da Spotlight, la redazione investigativa del quotidiano "Boston Globe", sui tanti casi di abuso di bambini da parte di sacerdoti negli Stati Uniti e sulla loro copertura da parte delle alte sfere della gerarchia cattolica, che si limitavano a patteggiare in tribunale senza informare l'opinione pubblica e a trasferire poi i preti in questione in altre parrocchie, dove tutto inevitabilmente si ripeteva. Sin dai tempi di "Tutti gli uomini del presidente" il giornalismo d'inchiesta, che proprio in America vanta i suoi migliori rappresentanti, è spesso oggetto di film d'impegno sociale serrati e avvincenti. E questa pellicola ne è un perfetto esempio. Di impianto corale (i giornalisti sono Michael Keaton, Liev Schreiber, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Brian d'Arcy James, Gene Amoroso e John Slattery, ma fra gli interpreti spiccano anche Stanley Tucci e Billy Crudup) illustra tutte le tappe dell'indagine effettuata fra il 2000 e il 2002, che valse al "Globe" il premio Pulitzer l'anno successivo. Partendo dal caso di un singolo prete, e cercando le prove che l'arcivescovo della diocesi di Boston, il cardinale Law, fosse a conoscenza degli abusi, i reporter ampliarono poco a poco lo spettro dello scandalo, scoprendo una vera e propria procedura sistematica di rimozione e ricollocamento dei numerosissimi sacerdoti incriminati. E rivelando, inoltre, che la percentuale di preti coinvolti in abusi su minori era enormemente alta (ed è un peccato che questo non abbia stimolato riflessioni a più ampio raggio, per esempio sulle conseguenze della castità imposta dalla Chiesa ai suoi ministri e che viene spesso comunque violata in un modo o nell'altro – nel film si dice nel 50% dei casi – anche se non sempre con conseguenze così traumatiche). McCarthy dirige con piglio e controllo una pellicola solida, ben inquadrata nel suo genere (ma anche con i suoi limiti: vedi lo scarso coinvolgimento psicologico dei personaggi), che non intende tanto scandalizzare o scuotere le coscienze (anche se fa comunque un buon lavoro di informazione sul tema e di ricostruzione storica), quanto raccontare i meccanismi del lavoro dei giornalisti, la nascita e lo sviluppo di una vasta indagine fino alla pubblicazione finale dell'articolo. In fondo l'oggetto dell'inchiesta avrebbe potuto essere un altro (per esempio, un caso di corruzione politica o di inquinamento ambientale) e il film non sarebbe cambiato di una virgola. Per affrontare direttamente l'argomento della pedofilia nella chiesa, in maniera equilibrata o anche ambigua, ci sono altri film, come "Il dubbio" o "Calvario".

Francofonia (Aleksandr Sokurov, 2015)

Francofonia - Il Louvre sotto occupazione (Francofonia)
di Aleksandr Sokurov – Fra/Ger/Ola 2015
con Louis-Do de Lencquesaing, Benjamin Utzerath
***

Visto al cinema Anteo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dopo l'Ermitage di San Pietroburgo, protagonista del capolavoro "Arca russa", Sokurov dedica un film a un altro dei maggiori musei del mondo, il Louvre: ma la pellicola che ne esce è molto diversa dalla precedente, anche se – come quella – utilizza l'arte, le collezioni e il palazzo stesso che ospita il museo come un pretesto per parlare di qualcosa di più ampio: la natura umana, la storia, e in particolare la guerra. Ricorrendo anche a filmati e materiale d'epoca, infatti, il regista ci racconta i giorni del 1942 in cui Parigi fu occupata dall'esercito tedesco, e si incentra su due figure in particolare: l'allora direttore del museo, Jacques Jaujard, e l'ufficiale nazista addetto alla gestione delle opere d'arte nei territori invasi, il conte Franz Wolff-Metternich. Nonostante le loro differenze (l'uno un repubblicano francese, l'altro un aristocratico tedesco), i due unirono le forze per difendere il prezioso patrimonio culturare dalla guerra e dalla distruzione: Metternich giunse al punto di nascondere molte collezioni nei castelli della provincia francese, pur di tenerle lontano dalle grinfie dei suoi superiori. Il documentario – ma chiamarlo così è riduttivo, visto come Sokurov mescola su più livelli la ricostruzione storica, le riflessioni personali, i documenti d'epoca e momenti di oggettiva suggestione – parla soprattutto del legame indissolubile fra arte, guerra e potere: non a caso gran parte delle opere contenute nel Louvre sono trofei di guerra, come quelli sottratti da Napoleone nei paesi che via via conquistava. E proprio Bonaparte, insieme a Marianna, è uno dei due "fantasmi" che si aggirano per le sale del museo, invisibili a tutti tranne che al cineasta stesso, al quale fanno da insolite guide (Napoleone commentando "C'est moi" davanti a ogni suo ritratto, ma persino davanti alla Gioconda; Marianna ripetendo a pappagallo quelle tre parole – "Liberté, egalité, fraternitè" – che rappresentano la sua essenza). Fra scene ricostruite con attori (con tanto di "ciak" in scena), spezzoni di film francesi dell'epoca, gallerie di ritratti, cinegiornali che mostrano Hitler in una Parigi deserta e occupata, e sequenze con Sokurov stesso al lavoro nel suo studio, il regista racconta la storia, illustra le sue tesi, lancia ogni tanto frecciatine – ai francesi ("Si preoccupavano tanto del bolscevismo in Russia e non si accorsero del pericolo assai più vicino del nazismo") ma anche ai tedeschi ("Stupiti di aver perso la guerra? Perché? Ne avevate mai vinta una prima?") e persino a sé stesso o agli spettatori ("Vi state annoiando? Vi capisco. Coraggio, non manca molto alla fine del film") – e spesso rivendica con un certo orgoglio il suo essere russo, al punto da invocare gli spiriti di Cechov e Tolstoj come ultimi baluardi, in quanto uomini dell'ottocento, della cultura umanista prima delle follie del novecento ("I genitori si addormentarono, e il ventesimo secolo arrivò"). Ne risulta un film complesso, che scorre in mille rivoli che potrebbero da soli ispirare interi documentari (si pensi per esempio al rapporto fra Russia ed Europa; alle origini stesse dei musei; alla "cacofonia" che nasce dal riunire insieme e in un solo luogo le testimonianze di epoche e culture così differenti), e che con "Arca russa" ha in comune il tema dell'arte come elemento centrale dell'esistenza umana, preziosa ma così fragile da essere facilmente in balia delle forze e delle tempeste della storia (l'immagine della nave, carica di container con opere d'arte, scossa delle violente onde del mare, è al tempo stesso un richiamo al film precedente e un'esplicita metafora di tutto questo). Alla fine il Louvre, più che il mondo esterno, racconta e ritrae soprattutto sé stesso: il museo, l'istituzione, il paese ("Si vorrebbe una Francia senza Louvre? O una Russia senza l'Ermitage? Cosa saremmo senza i musei?").

23 settembre 2015

Per amor vostro (Giuseppe M. Gaudino, 2015)

Per amor vostro
di Giuseppe M. Gaudino – Italia 2015
con Valeria Golino, Massimiliano Gallo
*1/2

Visto al cinema Arlecchino (rassegna di Venezia).

La napoletana Anna ha una vita difficile, barcamenandosi fra il lavoro (scrivere e reggere i cartelli per il "gobbo" in una telenovela prodotta in tv), i tre figli (il primo dei quali è sordomuto), i problemi economici dei genitori, e un marito violento e delinquente che si guadagna da vivere con un giro di usura. Le pressioni sociali, familiari e lavorative cominciano a essere tante: i vicini e gli inquilini dello stabile dove abita le mostrano ostilità per le attività del marito; un collega la accusa di averle rubato il posto; l'attore protagonista della telenovela le fa avances alle quali lei non è così insensibile... In mezzo a tutto questo, la donna è una vittima, ignava e sottomessa: ma troverà la forza per ribellarsi, affrontando finalmente anche le proprie paure (simboleggiate dalla tempesta che sconvolge il mare fuori dal suo balcone). Secondo lungometraggio di finzione (a quasi vent'anni di distanza dal primo, "Giro di lune tra terra e mare") per un regista che solitamente fa documentari: qui usa uno stile spurio, mescolando un bianco e nero da film neorealista a inserti colorati e animati da video-arte piuttosto kitsch, per lo più legati al passato di Anna, alla sua personalità, alle emozioni più profonde e alla metafora religiosa che la mostra come una martire e poi una santa in una serie di immagini votive elaborate in post-produzione. Ma la combinazione fra sceneggiata napoletana (tante le "scene madri") e lo stile pretenzioso non sempre risulta piacevole, eccedendo in più direzioni, puntando al sensazionalismo, abusando della pazienza del pubblico e lasciandosi tentare da una lettura moraleggiante. Al punto da far sembrare quasi un peccato che la buona prova della Golino (vincitrice a Venezia della Coppa Volpi) sia sovrastata da tutto questo: in un film che avesse lavorato invece per "sottrazione", per esempio, l'attrice sarebbe stata ben più splendente. Nel finale, inutili spiegoni (come il telegiornale che racconta quello che si era già visto e capito) e una capziosa giustificazione del titolo (Anna, rivolgendosi ai figli, dice "L'ho fatto per amor vostro"). Fondamentali le canzoni, scritte dallo stesso regista e composte da Sergio De Vito.