25 settembre 2013

Still life (Uberto Pasolini, 2013)

Still life (id.)
di Uberto Pasolini – GB 2013
con Eddie Marsan, Joanne Froggatt
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il signor May, un ometto dall'apparenza triste e grigia, svolge un insolito lavoro: si occupa, per conto del comune di Londra, di rintracciare i parenti di coloro che muoiono soli e abbandonati da tutti, prima di dare loro una degna sepoltura. Spesso però i suoi sforzi non vanno a buon fine, visto che la maggior parte delle volte è proprio lui l'unico presente alle funzioni funebri. La cura e la dedizione che ha nel ricordare i defunti (le cui fotografie appunta diligentemente in un album che custodisce a casa) e nell'organizzare le cerimonie (dalla scelta delle musiche alla stesura di orazioni piene di sentimenti, fino all'individuazione del miglior posto nel cimitero) sono forse dovute al fatto che anche lui, come i suoi "clienti", è solo e senza famiglia; e in fondo sa che, quando verrà il suo turno, anche al suo funerale non parteciperà nessuno. Quando riceve la notizia che il suo ufficio verrà chiuso, perché ritenuto ormai inutile e troppo costoso, May si getta a capofitto nell'ultimo caso su cui lavorerà, ancora più "sentito" perché il defunto abitava proprio di fronte a casa sua. Si tratta di un uomo dal passato turbolento e violento, che pure da qualche parte potrebbe avere lasciato una figlia che lo amava. L'indagine per ricostruire i suoi trascorsi diventa così l'ultima ragione di vita di May, una missione da cui forse potrà sgorgare un cambiamento anche per lui. Seconda opera da regista di Pasolini, cineasta italiano trapiantato da anni a Londra (è stato il produttore di "Full Monty"), è un film dai toni asciutti e dalle atmosfere che più british non si può, ambientato com'è fra cimiteri e plumbee periferie e incentrato sui temi della morte e della solitudine, trattati peraltro con mano leggera, attenta ai dettagli (il titolo significa "natura morta", e molte scene – a partire dal meticoloso ordine con cui May si prepara il pranzo e gestisce il suo ufficio – ricordano proprio quei dipinti) e capace di mescolare dramma e commedia. Lo stile sobrio e dimesso, le scenografie essenziali, la recitazione asciutta (Marsan è perfetto) e la distillazione dei sentimenti sono tutti pregi che si accumulano man mano che la trama scorre. Complesso il finale, che passa in pochi minuti da un lieto fine forse troppo facile a una più inevitabile conclusione tragica, sfociando infine in un inatteso e commovente controfinale che va a smentire il superiore di May, quando – accusandolo di dare troppa importanza ai defunti – gli diceva "I funerali sono per i vivi".

24 settembre 2013

La prima neve (Andrea Segre, 2013)

La prima neve
di Andrea Segre – Italia 2013
con Matteo Marchel, Jean-Christophe Folly
**

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Dani, immmigrato togolese, è giunto in Italia fuggendo dalla guerra civile in Libia: in attesa di ricevere il permesso di soggiorno, è ospitato in una casa d'accoglienza a Pergine, un piccolo paesino di montagna nella Val dei Mocheni, in Trentino. Qui dà una mano all'anziano falegname e apicoltore Pietro e ha modo di conoscere la sua famiglia, la nuora Elisa e il nipote Michele, rimanendo colpito in particolare da quest'ultimo, un irrequieto bambino di dieci anni. Sia Dani che Michele devono convivere con un grande vuoto, visto che sono stati colpiti di recente da un terribile lutto: per Dani, la morte della moglie Layla, che non appena giunti in Italia lo ha lasciato dando alla luce una neonata alla quale non si sente in grado di fare da genitore; per Michele, la scomparsa del padre, cui era legatissimo e che ancora sogna in continuazione. Un film lento (forse fin troppo, prima che si sciolga nel bel finale) e meditato, che scava con sensibilità nelle anime di personaggi molto diversi fra loro eppure legati dalla comune tristezza e dalla comune difficoltà di continuare a vivere. Dani progetta di abbandonare la figlia e di fuggire a Parigi, mentre Michele marina la scuola, si ribella alla madre e trascorre le giornate nei boschi con gli amici. Ma al termine dell'autunno, con l'arrivo della prima neve (che Dani peraltro non ha mai visto prima), che colora tutto di bianco e permette una nuova visione del mondo e di sé stessi, le tensioni si scioglieranno e tutti impareranno ad accettare la propria perdita e il proprio ruolo. Nel cast, anche la bravissima Anita Caprioli (la madre), Peter Mitterrutzner (il nonno) e Giuseppe Battiston (l'amico "orso"). L'ambientazione alpina è forse insolita per parlare di immigrazione e integrazione; ma c'è da dire che questo è solo uno dei temi, e per di più minore, nel contesto della pellicola, che è soprattutto un viaggio nell'anima, intimo e personale. La regia, sobria e mai forzata, è impreziosita dalla cura antropologica e documentaristica con cui Segre ritrae la valle e i suoi abitanti, i dialetti (trentino e tedesco, con sottotitoli) e i paesaggi.

Ana arabia (Amos Gitaï, 2013)

Ana arabia (id.)
di Amos Gitaï – Israele 2013
con Yuval Scharf, Yussuf Abu Warda
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Una giovane giornalista si reca in una zona periferica di Jaffa, dove è da poco morta una donna con un'interessante storia alle spalle: sopravvissuta ad Auschwitz e all'Olocausto, si è poi convertita all'Islam per sposare un arabo. Aggirandosi nei cortili della casa dove abitava, la giornalista incontra il marito, la figlia, la nuora, parenti, vicini e amici della defunta, che le parlano di lei e di mille altre cose... Girato in un unico piano sequenza (come "Arca russa", ma con meno maestria tecnica) e in tempo reale, è un film che scava nella vita di una comunità di arabi ed ebrei che convivono pacificamente in una "terra di confine", quasi invisibile al resto del mondo: un insieme di case, di baracche e di orti alla periferia della città, come rivela l'ultima inquadratura in cui finalmente la macchina da presa, all'imbrunire e sulle note della prima sinfonia di Mahler, si innalza per mostrarci una visuale a 360 gradi dell'ambiente circostante. Come capita spesso con il cinema di Gitaï, mi è parso un lavoro che nasce più da uno sfoggio di stile che dal sincero desiderio di raccontare qualcosa. Le conversazioni e i dialoghi si susseguono senza sosta, attraversando i più diversi argomenti (la vita, il lavoro, l'amore), mentre la giornalista annota diligentemente sul suo taccuino gli spunti più interessanti; ma alla pellicola manca un centro nevralgico e sembra più tenuta insieme dall'aspetto tecnico (il piano sequenza, appunto) che non dai personaggi o dalle esigenze narrative. E alla fine, ci si annoia pure un bel po'.

23 settembre 2013

We are the best! (Lukas Moodysson, 2013)

We are the best! (Vi är bäst!)
di Lukas Moodysson – Svezia 2013
con Mira Barkhammar, Mira Grosin
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Le tredicenni Bobo e Klara non sono certo le ragazzine più popolari della scuola: anticonformiste nell'aspetto e nel comportamento, refrattarie alla disciplina e all'ordine, hanno un'anima punk e vitale che esprimono attraverso i capelli corti e il desiderio di opporsi all'ipocrisia e all'establishment imperante a tutti i livelli, scolastico e familiare in primis. Quasi per caso decidono di mettere su una band musicale, benché nessuna delle due sappia suonare. Risolveranno il problema prendendo a bordo una terza ragazza, Hedvig, leggermente più grande di loro ma altrettanto emarginata: abile con la chitarra classica, verrà rapidamente "convertita" al rock e al taglio di capelli (con conseguente ira della madre). L'amicizia e lo spirito di gruppo saranno solo leggermente incrinati dai primi amori e dalle inevitabili gelosie, ma rimarranno fino alla fine il faro che le terrà unite. Dopo una serie di passi falsi, il regista svedese Lukas Moodysson torna ai temi e alle atmosfere del suo primo successo, quel "Fucking Åmål" che metteva in scena in maniera libera e rinfrescante il coming out sessuale di una coppia di giovani ragazzine. Stavolta il tono è anche più leggero, quasi goliardico, ma la pellicola è permeata dalla stessa schiettezza e mancanza di buonismo: che la ribellione delle protagoniste sia sincera lo dimostra l'ultima scena, quella del concerto, in cui preferiranno insultare il pubblico piuttosto che eseguire in maniera accondiscendente la loro canzone. Tratto da una graphic novel scritta dalla moglie dello stesso regista, Coco (che ha ritratto sé stessa in Bobo, la più sensibile e introversa del gruppo), il film forse non è dirompente come la pellicola d'esordio di Moodysson ma merita un plauso per la naturalezza con cui ritrae le tre ragazzine e la loro irrefrenabile vitalità.

The canyons (Paul Schrader, 2013)

The canyons (id.)
di Paul Schrader – USA 2013
con Lindsay Lohan, James Deen
*

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Christian, produttore annoiato e figlio di papà, costringe la compagna Tara a incontri sessuali con sconosciuti trovati su internet. Ma quando scopre che la ragazza ha da tempo una tresca con il fidanzato della sua assistente, un giovane attore che proprio lei lo ha spinto ad assoldare per un film da girare in New Mexico, si ingelosisce e comincia a farla seguire di nascosto... Difficile salvare qualcosa in uno dei più brutti film visti sul grande schermo da parecchio tempo a questa parte, una pellicola di un livello talmente imbarazzante e amatoriale che quasi non si crede che dietro possa esserci la mano di un cineasta come Schrader, che in passato qualcosa di buono – per usare un eufemismo – lo ha pure fatto. Quelle del budget basso e del cinema indipendente (destinato inevitabilmente al circuito dei video on demand, il film è stato finanziato attraverso un sito di crowdfunding) sono scuse che non reggono: proprio perché libero dai "lacci" delle major hollywoodiane, e soprattutto perché firmato da due autori da cui ci si aspetterebbe qualcosa di potente e di ribelle (lo sceneggiatore è Bret Easton Ellis), la delusione è ancora maggiore. La trama non va da nessuna parte, l'ambientazione (nella stessa Hollywood) è piatta, le scene di sesso (già, perché in teoria si tratterebbe di un "thriller erotico") sono del tutto dimenticabili, la carica eversiva è completamente assente, e in generale la confezione è sciatta e dozzinale, da tv movie di bassa qualità. La mediocre recitazione di Lindsay Lohan (ormai un'ex attrice), invece, non delude più di tanto, ma solo perché è attorniata da interpreti ancora meno dotati di lei (a partire dal pornodivo James Deen). Breve comparsata per Gus Van Sant nel ruolo dello psicanalista (l'unico personaggio con un cognome, visto che tutti gli altri si fanno chiamare solo per nome, come nelle peggiori soap opera).

22 settembre 2013

L'arte della felicità (Alessandro Rak, 2013)

L'arte della felicità
di Alessandro Rak – Italia 2013
animazione tradizionale
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Sergio, un tempo musicista insieme al fratello Alfredo (i due suonavano rispettivamente il piano e il violino), è diventato ora un tassista che vaga per le strade di una Napoli perennemente sommersa dalla pioggia e infestata da montagne di spazzatura. L'aver rinunciato alla musica è stato il suo modo di reagire alla decisione del fratello di trasferirsi in Nepal per vivere in un monastero buddista. E alla notizia dell'improvvisa morte di Alfredo, si chiude ancora di più in sé stesso, trascorrendo tutto il suo tempo nel taxi, senza nemmeno tornare a casa a dormire. Ma qualcosa cambierà... Film d'animazione italiano dai toni filosofici ed esistenzialisti, che intende far riflettere sul significato della vita (con forti rimandi alle teorie orientali della reincarnazione e dei cicli di morte e rinascita), sull'importanza dei legami familiari, sul caso e sulle opportunità. Francamente, le ambizioni si risolvono in gran parte in "fuffa", e se non fosse stata realizzata a cartoni animati sarebbe una pellicola dalla visione quasi insostenibile. I disegni, invece, riescono a rendere in parte accettabile l'insolita commistione fra la filosofia orientale e la realtà napoletana (per sua natura altrettanto "filosofica") e la leggera scorrevolezza con cui l'autore – al suo esordio – riesce a portare avanti il discorso. L'animazione "povera", ma ricca di dettagli, è però forse l'unico punto a favore di una pellicola che si snoda confusamente fra passato e presente, fra le lunghe conversazioni di Sergio con i suoi passeggeri (dall'ingegnere che ricicla rifiuti al dj di una trasmissione radiofonica dai toni apocalittici), i rimpianti per il passato e la sfiducia verso il futuro, da cui sgorga la consapevolezza dell'importanza di vivere pienamente il presente. Il tutto in una Napoli che viene mostrata come degradata ma ricca di potenzialità, al tempo stesso assai concreta e metafora universale di tutto il paese, se non di tutto il mondo. Visto il contesto (si parla di musicisti), delude parecchio la colonna sonora.

Con il fiato sospeso (C. Quatriglio, 2013)

Con il fiato sospeso
di Costanza Quatriglio – Italia 2013
con Alba Rohrwacher, Anna Balestrieri
*

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Mediometraggio (35 minuti) che – ispirandosi a un caso realmente avvenuto all'Università di Catania – intenderebbe denunciare le condizioni pericolose in cui vivono gli studenti dei laboratori di chimica nelle facoltà di farmacia, esposti continuamente al pericolo di intossicazione. Forse è stata realizzata con le migliori intenzioni, ma è difficile salvare qualcosa in una pellicola dai toni qualunquisti e pressapochisti (non si fanno nomi, non si citano istituzioni, persone o casi specifici, si parla in maniera generica di "professori", di "laboratori" e di "sostanze") oltre che sensazionalista e ricattatoria (d'altronde, si sa, la chimica e la scienza in Italia sono viste con sospetto e percepite come pericolose a prescindere, e parlarne male è comodo e facile). In più, anche l'impianto narrativo è fondamentalmente sbagliato: abbiamo un'attrice assai nota, dal volto riconoscibilissimo, che finge di essere una studentessa che offre una testimonianza "spontanea" durante un'intervista: il metodo migliore per non prendere sul serio quello che dice, sapendo che sta solo recitando. E naturalmente non c'è contraddittorio né replica, segno che si sta portando avanti una tesi precostituita: se questo è il modo di fare film di denuncia...

Zoran, il mio nipote scemo (M. Oleotto, 2013)

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto – Italia 2013
con Giuseppe Battiston, Rok Prašnikar
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Il cinico, burbero e scostante Paolo (uno straordinario Giuseppe Battiston) vive in un paesino nel goriziano, dove trascorre le sue giornate a bere vino all'osteria dell'amico Gustino, a maltrattare il collega Ernesto, a rimpiangere l'ex moglie Stefania che si è risposata con il suo capo Alfio. Quando riceve la notizia che una sua lontana parente è morta in Slovenia, lasciandogli il compito di badare per cinque giorni al nipote Zoran (Rok Prašnikar), un ragazzo leggermente autistico, prima che venga affidato a un istituto per minori, la considera solo una notevole seccatura. Cambierà però idea nello scoprire che il ragazzo ha un autentico talento per le freccette: colpisce sempre il bersaglio. Decide allora di tenerlo con sé, con l'intenzione di iscriverlo ai campionati mondiali. Il piano non si concretizzerà, ma la presenza di Zoran contribuirà a farlo uscire dal guscio che da solo si è costruito. Un film simpatico, scorrevole, prevedibile ma gradevole, pieno di siparietti e di scene comiche che hanno solo da guadagnare dall'insolita ambientazione al confine fra il Friuli e la Slovenia, e ravvivato da una serie di personaggi-macchiette che suscitano un'innata empatia. Indimenticabile il coro a cappella che intona tipici canti da osteria. Grandissimo (in tutti i sensi) Battiston, che riesce a infondere simpatia in un personaggio altrimenti deprecabile per la sua misantropia e la mancanza di sensibilità verso il prossimo: e sul piano fisico, in certi primi piani, sembra un Nano della Terra di Mezzo! Cameo per il regista Sylvain Chomet nel video del "guru delle freccette".

21 settembre 2013

La gelosia (Philippe Garrel, 2013)

La gelosia (La jalousie)
di Philippe Garrel – Francia 2013
con Louis Garrel, Anna Mouglalis
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ancora una volta in bianco e nero, ancora una volta con tempi e toni da Nouvelle Vague, ancora una volta con il figlio Louis come protagonista: il cinema di Philippe Garrel è sempre uguale a sé stesso, e di solito non è certo un bene (ricordiamo ancora i pessimi "La frontière de l'aube" e "Un été brûlant"). Stavolta, però, bisogna riconoscerlo, è più misurato e meno "palloso" del solito (sarà forse per la durata limitata, soltanto 77 minuti?) e riesce a coniugare forma e contenuti con raffinatezza e una certa sensibilità. La pellicola racconta con toni realistici e quotidiani una breve storia di amore e tradimenti, quella che vede Louis abbandonare all'improvviso moglie e figlioletta per andare a vivere con Claudia, attrice teatrale come lui ma senza lavoro. Se però lui fa di tutto per rimanerle fedele, rinunciando a parecchie tentazioni, lei – in preda alla solitudine, alla paura, alla gelosia – si lascia più facilmente sedurre da altre avventure, e alla fine deciderà inevitabilmente di lasciarlo. Uno spaccato di vita dai toni poetici, intellettuali, con cartelli che recano i titoli dei capitoli, ravvivato più dalle sequenze che vedono sullo schermo la piccola figlia di Louis (Olga Milshtein) che da quelle con protagonista una coppia la cui alchimia sullo schermo non è certo ai massimi livelli. La storia, in ogni caso, è fortemente autobiografica, come ha dichiarato lo stesso regista: "Ero un bambino quando mio padre Maurice, attore famoso, lasciò mia madre per un’altra. Adesso che mio figlio Louis ha la stessa età che aveva lui allora, gli ho affidato il compito di rievocare quel momento". Nel cast anche Esther Garrel, sempre figlia di Philippe, che interpreta appunto la sorella minore di Louis.

Tracks (John Curran, 2013)

Tracks - Attraverso il deserto (Tracks)
di John Curran – Australia 2013
con Mia Wasikowska, Adam Driver
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La storia vera di Robyn Davidson, una ragazza che nel 1975 decise di attraversare a piedi (accompagnata solo dal cane Diggity e da quattro cammelli) il deserto australiano, da Alice Springs fino all'Oceano Indiano: 2700 chilometri da percorrere in circa sei mesi. Ispirato al reportage fotografico di Rick Smolan per la rivista "National Geographic", oltre che al libro che la stessa Davidson scrisse in seguito (intitolato, appunto, "Tracks"), un film che racconta di un viaggio effettuato, come tutti i viaggi, alla scoperta di sé, senza un vero motivo se non un bisogno viscerale, primordiale, di compierlo. Peccato però che la pellicola rimanga del tutto fine a sé stessa, talmente piatta e banale che oserei definirla insignificante. Il regista si limita a svolgere il compitino, riprendendo bellissime immagini di paesaggi, di tramonti, di animali, con una fotografia patinata da documentario, e la sceneggiatura procede in maniera che più lineare non si può: ogni difficoltà, ogni problema, ogni incertezza viene risolta nel giro di due o tre minuti (esemplare il momento in cui Robyn smarrisce la bussola, che ovviamente ritrova subito), senza né pathos né dramma. Alla fine, da salvare c'è quasi solo l'interpretazione della Wasikowska, che si cala perfettamente nei panni di una ragazza coraggiosa e indomita, soprannominata "La signora dei cammelli" da curiosi e giornalisti che seguono a distanza il suo cammino, tormentata dai ricordi d'infanzia e decisa in fondo a compiere la traversata solitaria più per i suoi genitori (il padre esploratore, la madre suicida) che non per sé stessa.

20 settembre 2013

Miss Violence (Alexandros Avranas, 2013)

Miss Violence (id.)
di Alexandros Avranas – Grecia 2013
con Themis Panou, Rena Pittaki
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La piccola Angeliki, proprio mentre la famiglia sta festeggiando il suo undicesimo compleanno, si suicida gettandosi dal balcone. Le ragioni del suo gesto le scopriremo solo più avanti, verso la fine di un film che fa emergere lentamente il disagio all'interno di una famiglia che ha qualcosa da nascondere, dominata da un padre/nonno severo e aguzzino. Vincitore di due premi a Venezia (miglior regia e miglior attore), una pellicola dai toni freddi e anafettivi che si inserisce nel filone "nero" della cosiddetta nouvelle vague greca. Pur scoprendo lentamente (e in maniera in fondo prevedibile) le sue carte allo spettatore, riesce a trascinarlo in un vortice di orrori tanto più profondi perché nascono dall'apparente normalità della vita quotidiana. L'esistenza di questa famiglia in cui tutti cercano di dimenticare il più in fretta possibile "l'incidente" di Angeliki, in cui le donne tacciono rassegnate o subiscono la forza psicologica del capofamiglia, le ragazzine si tagliano con lamette e forbici, i bambini sono costretti a schiaffeggiarsi a vicenda o a subire severe punizioni senza reagire, si dipana in una serie di episodi che all'inizio lasciano soltanto intravedere qualcosa di strano, lanciando segnali che con il senno di poi andranno reinterpretati. La fotografia plumbea, la regia geometrica e controllata, e la recitazione misurata degli attori (Panou è stato premiato, ma il riconoscimento sarebbe dovuto andare a tutto il cast) fanno da gelido contraltare, sul piano formale, ai contenuti disturbanti.

Tom à la ferme (Xavier Dolan, 2013)

Tom à la ferme
di Xavier Dolan – Canada 2013
con Xavier Dolan, Caleb Landry Jones
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Eleonora, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tom, giovane pubblicitario di Montréal, arriva in una fattoria nella campagna del Quebec per assistere al funerale dell'amico Guillaume, di cui (all'insaputa della sua famiglia) era l'amante. Il fratello maggiore di Guillaume, Francis, ha infatti sempre tenuto la madre Agatha all'oscuro del fatto che suo figlio era gay. Costretto con la forza dal violento e omofobo Francis a trattenersi nella fattoria di famiglia e a proseguire la finzione, visto che la sua presenza apparentemente è gradita alla vecchia Agatha, Tom sviluppa una sorta di sindrome di Stoccolma e comincia ad abituarsi alla vita rurale, al punto da subirne il fascino: ai tentativi di fuga si alternano momenti in cui ha l'impressione di aver trovato una famiglia e un posto dove rimanere per tutta la vita. Dramma esistenzialista che assume a tratti i toni del thriller psicologico (con tanto di colonna sonora che riecheggia i film di Hitchcock), quasi una versione noir (ma non horror) di "Non aprite quella porta". Al suo quarto film, il giovane regista/attore Xavier Dolan conferma tutto il suo talento, ma la pellicola – il cui baricentro si sposta progressivamente da Tom a Francis, con quest'ultimo che si rivela il vero fulcro della narrazione grazie alla sua personalità ambigua e complessa – resta con qualcosa di incompiuto nel suo tentativo di raccontare "il forte disagio dell’omosessualità nella spaccatura crescente tra città e campagna e le rispettive nature degli uomini che le abitano". Tratto da una piéce teatrale di Michel Marc Bouchard.

19 settembre 2013

The zero theorem (Terry Gilliam, 2013)

The zero theorem - Tutto è vanità (The zero theorem)
di Terry Gilliam – GB 2013
con Christoph Waltz, Mélanie Thierry
***

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

In un futuro dominato dalla pubblicità, dai computer e dalle videocamere, e dove tutto – dal lavoro al sesso – ha i connotati di un videogioco, l'asociale programmatore Qohen Leth (Christoph Waltz) si occupa di calcolare "entità" per divisione di ricerca ontologica della mega-corporazione Mancom. In seguito alle sue continue richieste di poter lavorare da casa, viene incaricato da Management, l'elusivo e cameleontico boss della società, di dimostrare il "teorema zero", un complesso calcolo sul destino finale dell'universo e sul significato stesso dell'esistenza umana. Terry Gilliam torna con successo alla fantascienza visionaria, distopica e sociale che gli è tanto cara ("Brazil", "L'esercito delle dodici scimmie") e sforna una pellicola intima, claustrofobica, dai toni psicologici e – soprattutto – filosofici. Al centro di tutto (è praticamente sempre in scena) c'è il personaggio di Qohen Leth con la sua personalità complessata e antisociale, emotivamente disturbato, che parla di sé stesso al plurale (come Gollum) ed è convinto che riceverà, prima o poi, una telefonata di origine divina che gli spiegherà il senso della sua vita. Per questo motivo non ama uscire di casa (abita in una chiesa sconsacrata e abbandonata, infestata da topi e colombe) e rifugge la compagnia degli altri esseri umani. A tirarlo fuori dal suo guscio proveranno, con esiti diversi, la prostituta Bainsley (Mélanie Thierry), che lo spinge a unirsi a lei in sedute di sesso virtuale, e il giovane hacker Bob (Lucas Hedges), figlio di Management, interessato affinché Qohen completi la dimostrazione del teorema zero. Secondo quest'ultimo, l'universo si concluderà come è iniziato, collassando nel nulla all'interno di un buco nero, e dunque non esiste né un aldilà né un significato ultimo: quale scenario migliore per una corporazione come la Mancom – il cui slogan è "Dare un senso alle cose belle" – per prosperare a colpi di consumismo e di edonismo virtuale? Ma a Qohen tutto questo non interessa, e l'uomo esegue i suoi estenuanti calcoli senza curarsi di quello che significano... almeno fino a quando la giovane Bainsley non lo porterà a mutare radicalmente le sue prospettive. Concepito già nel 2009 (il ruolo di protagonista avrebbe dovuto essere di Billy Bob Thornton), il film è stato rinviato in seguito alla morte del produttore Richard D. Zanuck, alla cui memoria è dedicato. Alla fine è stato girato a Bucarest, in Romania, con un budget relativamente basso e in un limitato periodo di tempo (almeno rispetto agli altri film del regista). Fra i molti rimandi kafkiani, da segnalare l'eterna attesa di Qohen per una telefonata che forse non arriverà mai, forse un rimando al racconto dello scrittore ceco "Davanti alla legge". Ma il vero punto di forza del film (oltre alla prova di Waltz) è la straordinaria capacità inventiva di Gilliam, capace di deformare in modo grottesco e visionario il presente, le sue tendenze e le sue ossessioni, per dare vita a un futuro che non è altro, in fondo, che una ironica parodia della nostra vita quotidiana. Nel cast anche David Thewlis (l'"amichevole" supervisore di Qohen), Matt Damon (il camaleontico Management, che si confonde con l'ambiente) e un'eccezionale e irriconoscibile Tilda Swinton (la psicanalista virtuale).

Our Sunhi (Hong Sang-soo, 2013)

Our Sunhi (Uri Seonhui)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud 2013
con Jung Yoo-mi, Kim Sang-joong
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Sunhi (Jung Yoo-mi), giovane studentessa di cinema, si ripresenta in facoltà dopo una lunga assenza per chiedere al professor Choi (Kim Sang-joong) una lettera di raccomandazione: intende infatti trasferirsi negli Stati Uniti e frequentare laggiù una scuola di specializzazione. La sua ricomparsa riaccende l'interesse verso di lei tanto del professore quanto di altri due uomini: il suo ex ragazzo Munsu (Lee Sun-kyun) e il più anziano studente (e ora regista) Jaehak (Jung Jae-young). Tutti e tre sono invaghiti di lei e, nonostante la ragazza dichiari a più riprese di non essere interessata agli uomini, si convincono di poter essere i destinatari del suo affetto, di essere capaci di comprendere i suoi sentimenti e di saperne descriverne il carattere. Un film apparentemente semplice e lineare, costruito su lunghe sequenze con la camera fissa che segue il dialogo fra due personaggi, ma in realtà complesso ed elusivo come la sua protagonista, che tutti cercano in continuazione di definire (spesso usando le stesse parole, frasi che si "passano" l'uno all'altro come un testimone) ma che rimane distante, misteriosa e chiusa in sé stessa. In ogni sequenza – caratterizzata da una regia quasi invisibile, se si eccettuano i saltuari e improvvisi zoom – assistiamo a un lungo colloquio fra Sunhi e uno dei tre uomini (oppure fra due di questi), all'insegna di una ripetitività che, lungi dal risultare noiosa o estenuante, rafforza la comunicazione e si rispecchia nel ricorrere di numerosi elementi: luoghi (il parco, il caffè Arirang), cibi (il pollo, le birre, il soju), musiche (la canzone nostalgica). Alla fine, naturalmente, gli uomini si ritroveranno tutti e tre insieme, senza di lei, nell'unica scena che mostra più di due personaggi sullo schermo.

Tableau noir (Yves Yersin, 2013)

Tableau noir
di Yves Yersin – Svizzera 2013
con Gilbert Hirschi
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Documentario che segue per un anno la vita in una piccola scuola elementare di montagna, quella di Derrière-Pertuis nel cantone di Neuchâtel, dove i bambini (da 6 a 11 anni) studiano, lavorano e giocano tutti insieme, in una classe unica, sotto la guida dell'anziano insegnante Hirschi, al suo quarantunesimo (e ultimo, visto che la scuola è destinata a essere chiusa) anno di lavoro presso l'istituto. Impossibile non andare con la mente al celebre "Essere e avere" di Nicolas Philibert, che sicuramente ne è stato un modello e un punto di riferimento. Vediamo i piccoli alunni in classe alle prese con le materie scolastiche (matematica, francese, tedesco, ecc.) ma anche con numerose attività fisiche (nuoto, sci, pattinaggio), sperimentali e pratiche a 360 gradi: dalla gita scolastica alla recita teatrale natalizia, dall'esplorazione di boschi e campagne alle visite alle fattorie e ai caseifici, con le interazioni sociali fra di loro e con gli insegnanti come filo conduttore. Da un lato la spontaneità dei piccoli "attori", dall'altro la denuncia della chiusura di queste piccole scuole periferiche, che evidentemente in tempo di crisi sono i primi rami a essere tagliati (nonostante l'importante valore sociale che assumono per la comunità, soprattutto negli ambiti rurali), valgono sicuramente la visione. Il regista, comunque, ha dichiarato che "la chiusura della scuola è un tema minore" e che il suo "è piuttosto un film sulla trasmissione del sapere".

18 settembre 2013

Sacro GRA (Gianfranco Rosi, 2013)

Sacro GRA
di Gianfranco Rosi – Italia 2013
con attori non professionisti
**

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Il GRA, Grande Raccordo Anulare, è l'autostrada urbana che circonda Roma. Ai suoi margini vive un'umanità di cui la macchina da presa osserva alcuni esemplari con curiosità e interesse: il portantino di un'ambulanza che soccorre gli automobilisti incidentati e che abita da solo, mantenendosi in contatto con i propri famigliari attraverso il computer; un anziano ricercatore che sonda le palme per stanare le larve e gli insetti che le infestano; un attore disoccupato che accetta di lavorare per i fotoromanzi; un nobile decaduto che trascorre il tempo ad annoiarsi nella sua villa; un pescatore di anguille che vive sotto il cavalcavia con la moglie ucraina e si lamenta della disinformazione sui giornali; gli abitanti delle case popolari che osservano il mondo fuori dalla loro finestra e parlano di vari argomenti. E ancora: prostitute, perditempo, lavoratori di vario genere, squallidi locali notturni, villette disabitate, campi pascolati da greggi di pecore, cimiteri, nevicate. Più che della strada in sé (solo il paramedico circola effettivamente sul GRA), il film – cui manca forse un baricentro – si interessa delle periferie cittadine e dei loro abitanti, tutti personaggi soli, emarginati o dimenticati dalla società. Qualche critico ha detto che, rispetto a "La grande bellezza" (di cui è un contraltare e al tempo stesso un completamento), questo film si occupa dell'altra faccia di Roma, completandone un ritratto di decadenza, di contraddizioni e di fascino. Ma a differenza del film di Sorrentino, c'è da dire che chiunque, in qualsiasi città del mondo, avrebbe potuto girare una pellicola più o meno equivalente a questa, o con poche variazioni (magari nella scelta dei personaggi), visto che gli stereotipi dell'umanità ai margini sono esattamente gli stessi. Per questo motivo, anche se il lungometraggio è comunque interessante e merita la visione (anche perché in fondo tradisce in parte la sua natura di documentario: i personaggi sono comunque attori che recitano davanti alla macchina da presa, pur se nella parte di sé stessi), trovo assolutamente ingiustificato il Leone d'Oro come miglior film alla Mostra di Venezia (a meno che tutte le altre pellicole in gara fossero a livelli infimi). Altrimenti quanti premi avrebbero dovuto vincere i tanti grandi documentari del passato (per citarne qualcuno, quelli di Werner Herzog) che hanno avuto la sfortuna di uscire in periodi in cui questo genere cinematografico non veniva nemmeno ammesso in concorso ai festival? Nota finale: l'architetto Renato Nicolini, scrivendo del GRA, lo ha così definito: “Non produce alcuna organizzazione, non supporta nessuna struttura, esiste solo in funzione del suo inventore, delle sue entrate e delle sue uscite. È un’opera eccentrica, totalmente fine a sé stessa, che maschera e nasconde le contraddizioni della città”. Le stesse parole potrebbero benissimo descrivere il film di Rosi!

Trap street (Vivian Qu, 2013)

Trap street (Shuiyin jie)
di Vivian Qu – Cina 2013
con Lu Yulai, He Wenchao
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il giovane Li Quiming (Lu Yulai) lavora per un'azienda topografica che si sta occupando di "mappare" la città, e nel tempo libero installa illegalmente telecamere spia per conto dei proprietari di alberghi o bagni pubblici. Mentre si trova in strada per prendere rilievi, scopre l'esistenza di una via privata che, a quanto pare, non è possibile segnare sulle mappe (e non figura nemmeno nel database dei navigatori GPS), visto che gli strumenti digitali si rifiutano di memorizzarne i dati. Nella strada c'è un misterioso laboratorio governativo dove lavora Guan Lifen, una ragazza di cui Li si innamora, tanto che comincia a frequentarla. Ma a un certo punto il giovane viene accusato di aver sottratto preziosi dati segreti dal laboratorio, e il governo comincia a far terra bruciata attorno a lui. Un film misterioso e dalle due anime: parte come una commedia romantica e si trasforma in una spy story, concludendosi poi senza dare tutte le risposte. Come il protagonista, rimaniamo a brancolare nel buio. In fondo si tratta quasi di un noir mascherato, con tanto di protagonista perdente e di silenziosa femme fatale. L'atmosfera crescente di mistero e di paranoia (con un nemmeno troppo velato attacco al governo e all'invadenza dei servizi segreti che controllano la vita delle persone) si sposa bene con il realismo di fondo della pellicola, tipicamente cinese (magnifici i momenti di vita quotidiana o quelli dell'appuntamento al parco fra Li e Guan). Già produttrice, Vivian Qu è al suo primo film come regista, e dimostra di sapersi giostrare bene con la macchina da presa: a tratti evoca (con le dovute distanze!) il cinema di Lynch (per il senso di mistero e di impotenza), di Wenders (per l'uso delle camere di sorveglianza e l'analisi dei personaggi) e di Tsai Ming-liang (per la focalizzazione sul protagonista e i suoi sentimenti).

La variabile umana (B. Oliviero, 2013)

La variabile umana
di Bruno Oliviero – Italia 2013
con Silvio Orlando, Alice Raffaelli
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Locarno).

Il ricco e anziano imprenditore edile Mirko Ulrich viene ucciso in casa sua, nel centro di Milano: a indagare è chiamato l'ispettore Monaco (Orlando), che tenta in questo modo di scuotersi dalla recente morte della moglie, che lo ha lasciato da solo con una figlia diciassettenne e ribelle, Linda (Alice Raffaelli). Ma quando Monaco scopre che Ulrich frequentava minorenni, inizia prima a temere e poi a sospettare che proprio sua figlia Linda possa essere implicata nell'omicidio. Ambientato nei riconoscibilissimi luoghi di una Milano moderna e scostante, fredda e immorale, un giallo atipico di cui viene rivelato tutto già a metà film. E non bastano le prove degli attori (soprattutto di un Orlando triste e grigio, lontano dai suoi soliti personaggi) a sollevare l'interesse per una vicenda piena di banalità e di luoghi comuni, che oltre a far riflettere sulla deriva della società odierna vorrebbe far partecipare lo spettatore al dolore e al dramma del protagonista ma si rivela incapace di scavare dentro di lui (o degli altri personaggi, se è per questo) e ne mostra soltanto la superficie. Nel cast, ma in ruoli assolutamente marginali, anche Giuseppe Battiston (il vice di Monaco) e Sandra Ceccarelli (la moglie di Ulrich). Primo film di finzione di un regista di documentari: proprio la regia, elegante e avvolgente soprattutto quando si dedica agli ambienti, è in parte da salvare. Peccato sia al servizio di una sceneggiatura incompiuta e impalpabile. Ridateci "Milano calibro 9"!

17 settembre 2013

Class enemy (Rok Biček, 2013)

Class enemy, aka Nemico di classe (Razredni sovražnik)
di Rok Biček – Slovenia 2013
con Igor Samobor, Nataša Barbara Gračner
***1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

A pochi mesi dalla conclusione del semestre scolastico, mentre gli studenti già si preparano a organizzare la gita di fine anno, l'affabile professoressa di tedesco di un liceo deve assentarsi, causa maternità, ed è sostituita da un nuovo insegnante, assai più severo e intransigente di lei. I ragazzi lo prendono subito in antipatia, e la situazione peggiora quando una delle alunne più sensibili, Sabina, si suicida senza apparente motivo. Convinti che il responsabile sia proprio il nuovo professore, gli alunni della classe danno vita a una vera e propria ribellione contro di lui, con una serie di atti di sabotaggio e di resistenza che allargano lo scontro a macchia d'olio. Opera prima di un giovanissimo regista di cortometraggi, è un'interessante narrazione antropologica di un "attacco al sistema" che attraversa differenti fasi (come, nel finale, riassume lo stesso professore): individuazione di un "nemico", coalizzazione contro di lui, divisioni interne e infine l'inevitabile collasso. Il nuovo insegnante è "l'avversario" perfetto per la classe: freddo e rigoroso (tanto che, all'inizio, persino la preside lo scambia per un insegnante di matematica), altero e scostante (anche nei confronti dei suoi colleghi), apparentemente distante dalle problematiche dei ragazzi e interessanto soltanto all'aspetto educativo. Ma non tutto è bianco o nero, come i protagonisti impareranno sulla loro pelle. Alla fin fine, nonostante l'indubbia importanza e la sensibilità con cui è ritratto, l'ambiente scolastico appare quasi un pretesto, uno scenario per imbastire un trattato sui rapporti umani all'interno di una società chiusa e per seguire l'evoluzione di un "casus belli" di cui, fino al termine, rimangono misteriose le motivazioni (non sapremo mai il vero motivo per il quale Sabina si è suicidata: stress scolastico, problemi in famiglia, fragilità o altro ancora?).

Via Castellana Bandiera (Emma Dante, 2013)

Via Castellana Bandiera
di Emma Dante – Italia 2013
con Emma Dante, Elena Cotta, Alba Rohrwacher
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Una domenica pomeriggio, in una stretta via di un quartiere periferico di Palermo, si incrociano due automobili. Sulla prima viaggia Rosa (Emma Dante) con la fidanzata Clara (Alba Rohrwacher), giunte in città per il matrimonio di un amico; sulla seconda, guidata dall'anziana Samira (Elena Cotta), c'è la famiglia Calafiore, che abita proprio in quella via. Entrambe le conducenti, Rosa e Samira, si intestardiscono e pretendono che sia l'altra a spostarsi per concedere il passaggio. La situazione non si sblocca, le ore passano, e mentre le due automobili rimangono una di fronte l'altra ad oltranza, gli uomini che abitano nella strada cominciano a scommettere su quale delle due cederà il passo per prima. L'esordio cinematografico (tratto da un suo romanzo) dell'attrice, regista e drammaturga teatrale Emma Dante è una pellicola che comincia bene ma si impantana quasi subito in una situazione che, più che surreale o grottesca, pare senza via d'uscita non solo per le protagoniste ma anche per lo spettatore. Si è parlato di "duello western" (anche per l'incrocio di sguardi e l'intensità muta dell'ostinazione delle due donne) o di natura metaforica della sfida (che riflette lo stallo sociale e culturale in cui si trova il nostro paese: da notare come i passeggeri delle due auto rappresentino anche due modi diversi di intendere la famiglia: quella "tradizionale" dei Calafiore e quella alternativa di Rosa e Clara), ma francamente lo spunto è talmente esile e artificioso che fatica a reggere la durata di un lungometraggio. Nonostante il tentativo di costruire loro un background, i personaggi hanno poco di interessante da dire o da svelare, e non si capisce perché – sia loro che noi – debbano perdere tanto tempo in quel vicolo (che peraltro in numerose inquadrature sembrerebbe anche abbastanza largo da permettere il passaggio di due auto affiancate: hai voglia a parlare di "magia del cinema" per giustificare ogni cosa!). Come se non bastasse, nel finale non manca nemmeno una scontatissima sequenza onirica-soprannaturale. La regia è concreta e nervosa, e ricorre spesso a inquadrature storte e a una macchina da presa traballante, mentre i pochi dialoghi soffrono della formazione teatrale dell'autrice e si rivelano, soprattutto nella prima parte, didascalici e ridondanti. Anche la prolungata e interminabile sequenza finale, in cui tutti corrono verso l'obiettivo, lascia il tempo che trova. Molte scene parlate in siciliano stretto sono sottotitolate. Qualche dubbio infine sul premio veneziano assegnato a Elena Cotta come miglior attrice: davvero non c'era di meglio?

Questione di tempo (Richard Curtis, 2013)

Questione di tempo (About time)
di Richard Curtis – GB 2013
con Domhnall Gleeson, Rachel McAdams
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Quando compie 21 anni, il giovane Tim scopre di essere in grado – come tutti gli uomini della sua famiglia – di viaggiare nel tempo: ma solo nel passato e solo in luoghi che conosce o dove è già stato. Trasferitosi dalla nativa Cornovaglia a Londra, sfrutta questa capacità per rimediare agli errori commessi e "aggiustare" le cose riguardo il lavoro, le amicizie e soprattutto l'amore, conquistando la bella Mary e mettendo su famiglia con lei. Con il passare degli anni, scoprirà che il dono del viaggio temporale è, tutto sommato, superfluo: quel che conta è vivere sempre la propria vita con ottimismo e curiosità, giorno dopo giorno. Il regista/sceneggiatore di "Quattro matrimoni e un funerale", "Love Actually" e "Notting Hill" travalica per una volta i ristretti confini della commedia romantica, che occupa soltanto una porzione della pellicola, addentrandosi in territori più vasti, all'insegna di una filosofia di vita che abbraccia ogni cosa: dal rapporto con il padre alla scoperta della bellezza che ci circonda. Un film rilassato, garbato, che non sfrutta il tema dei viaggi per tempo per imbastire una trama cervellotica (altrimenti, con gli inevitabili paradossi temporali che ne scaturiscono, non se ne uscirebbe più) ma per tessere un elogio dei sentimenti e dell'esistenza quotidiana: se a tratti rischia di risultare un pochino melenso, in altri momenti riesce a suscitare punte di vera commozione (come nel momento dell'addio al padre), e comunque garantisce sempre un sorriso grazie all'ironia british che lo permea. Paragonabile forse a "Ricomincio da capo" per la filosofia di fondo (ma non per l'atmosfera), è ricco di scene e di battute esilaranti ("Non mi tolgo le mutandine per la Scozia!"), sostenute da intepreti quasi perfetti (la maggior parte britannici e provenienti dal teatro): oltre all'ottimo Domhall Gleeson (figlio dell'attore Brendan) e all'adorabile Rachel McAdams (curiosamente già protagonista di un film su temi simili, "Un amore all'improvviso"), sono da segnalare Bill Nighy nel ruolo del padre, Lydia Wilson in quello della problematica sorella Kit Kat, e Vanessa Kirby in quello della bella Joanna. Memorabili in particolare il matrimonio di Tim e Mary (sulle note de "Il mondo" di Jimmy Fontana: un bell'omaggio per il cantante, scomparso solo pochi giorni fa), funestato dal vento e dalla pioggia, e il funerale del padre (su quelle di "Into my arms" di Nick Cave).

15 settembre 2013

Venezia e Locarno 2013

Inizia domani la rassegna milanese dei film di Venezia (e di Locarno). Prevedo di guardare una ventina di pellicole, fra cui il Leone d'Oro ("Il sacro GRA" di Gianfranco Rosi), "The zero theorem" di Terry Gilliam e altri di cui si parla bene ("Locke" di Steven Knight, "Tom à la ferme" di Xavier Dolan, "Nemico di classe" di Rok Bicek, per dirne alcuni). Per incastrare le varie proiezioni dovrò rinunciare a qualcosina: su tutti, a "Gravity" di Alfonso Cuarón, che comunque verrà distribuito ufficialmente a breve. Purtroppo dal cartellone della rassegna mancano i film orientali che attendevo di più (quelli di Hayao Miyazaki, Kim Ki-duk e Tsai Ming-liang): se per il primo (e forse per il secondo) è ipotizzabile un'uscita in sala, temo che l'amato Tsai andrà recuperato in altri modi.

12 settembre 2013

Green Card (Peter Weir, 1990)

Green Card - Matrimonio di convenienza (Green Card)
di Peter Weir – USA/Australia/Francia 1990
con Gérard Depardieu, Andie MacDowell
**1/2

Rivisto in TV.

Georges, un compositore francese, e Brontë, un'ortocultrice newyorkese, contraggono matrimonio pur essendo perfetti sconosciuti e promettendo di non rivedersi più. In questo modo lui può ottenere la carta verde (il permesso di residenza illimitata negli Stati Uniti per gli stranieri) e lei può occupare l'appartamento dei suoi sogni, con annessa una favolosa serra, che i proprietari intendevano affittare soltanto a una giovane coppia. Ma quando gli ispettori dell'immigrazione cominciano ad indagare su di loro, i due dovranno iniziare una forzata convivenza, e studiare alla perfezione il passato e le abitudini l'uno dell'altra, per "dimostrare" di essere davvero marito e moglie. Naturalmente, alle iniziali idiosincrasie per le rispettive differenze (lei è ambientalista, vegetariana, chiusa in sé stessa e rigorosa in tutto ciò che fa; lui è un artista scapigliato, estroverso e spontaneo, che vive alla giornata) seguirà un reale innamoramento. Peter Weir si dà alla commedia romantica leggera (oggi diremmo "chick flick"), allontanandosi per una volta dalla complessità psicologica degli altri suoi lavori, con l'aiuto di due attori assai carismatici e di una sceneggiatura (dello stesso regista) che cerca di superare – o almeno di non far pesare troppo – i limiti intrinseci del genere, su tutti la prevedibilità. Certo, lo spunto di partenza è assai esile, per non dire poco credibile, ma il risultato è quanto meno gradevole, anche perché a ben vedere riesce a "riciclare" sotto forme più facili molti dei temi che Weir aveva già affrontato nei suoi precedenti film: il cambiamento che arriva all'improvviso, l'incontro (o lo scontro) fra culture diverse, il confronto con ciò che ci è estraneo. E anche l'amore fra i due protagonisti, che nasce quasi dal nulla, può essere ricondotto a quel fascino per il mistero e per l'inspiegabile che permea tutto il cinema del regista australiano. Nota a margine: chissà come l'avrebbe girato un Polanski, magari ai tempi de "L'inquilino del terzo piano", vista la presenza inquietante di vicini e dirimpettai ficcanaso. Il film servì a introdurre Depardieu alle audience americane. La scena in cui i due protagonisti si "fabbricano" foto e falsi ricordi sembra riecheggiare "L'ultima donna" di Ferreri (con lo stesso Depardieu). La colonna sonora di Hans Zimmer saccheggia Mozart ed Enya.

8 settembre 2013

Monsters University (Dan Scanlon, 2013)

Monsters University (id.)
di Dan Scanlon – USA 2013
animazione digitale
**

Visto al cinema Odeon, con Sabrina.

Prequel di uno dei più bei lungometraggi Pixar, ovvero "Monsters & Co.", racconta la storia del primo incontro fra Mike Wazowski (la palla verde con un occhio) e James P. Sullivan (il gigante peloso) quando entrambi frequentavano come matricole la facoltà di Spavento alla Monsters University, con l'intenzione di diventare Spaventatori (come rivelato nel primo film, infatti, l'energia del mondo dei mostri è prodotta dalle grida di terrore dei bambini). Inizialmente rivali (Mike condivideva addirittura la stanza con Randy, il camaleonte che sarà il cattivo del primo film), i due protagonisti stringeranno amicizia quando, espulsi dalla facoltà, dovranno unire le forze nel tentativo di farsi riammettere vincendo le "Spaventiadi", una gara inter-universitaria aperta a tutti gli studenti. Indubbiamente divertente, è però più infantile e molto meno originale del prototipo: la trama, mostri a parte, non si discosta dalle tante pellicole a sfondo universitario ambientate nel mondo reale (con tanto di confraternite, tipiche dei college americani), e il tema, oltre alla scoperta di sé e del proprio potenziale, è quello visto e stravisto della rivincita dei "loser" (il gruppo che Mike e Sulley guidano alla vittoria è composto dai peggiori studenti del college, rifiutati da tutte le altre case: peccato che non ci fosse anche un John Belushi come in "Animal House" a sollevare la situazione!). Il film è preceduto come al solito da un cortometraggio, "L'ombrello blu": ma anche questo, che racconta la storia d'amore fra due ombrelli, mi è sembrato meno originale e ispirato rispetto ai corti Pixar visti in passato.

4 settembre 2013

La mala educación (P. Almodóvar, 2004)

La mala educación (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2004
con Gael García Bernal, Fele Martínez
***

Rivisto in TV.

Enrique, regista gay in crisi creativa, riceve la visita inattesa di Ignacio, suo compagno (e amante) ai tempi in cui erano bambini in un collegio religioso. Ignacio, che ora si fa chiamare Angel, si propone come attore e gli lascia da leggere un racconto da lui scritto, ispirato alle loro esperienze passate. Nel testo, intitolato "La visita", si parla del tentativo di Zahara, un travestito, di ricattare Padre Manolo, il prete che aveva abusato di lui quando era al collegio. Affascinato, Enrique decide di trarne un film, scritturando per la parte di Zahara (dopo molte esitazioni) proprio Ignacio. Ma questi nasconde un terribile segreto. Sin dai titoli di testa il film dichiara il proprio debito verso il cinema di Hitchcock: e infatti proprio di un thriller melodrammatico si tratta, in linea con lavori precedenti del regista spagnolo (come "Matador" o "La legge del desiderio"), e non di una pellicola di denuncia contro gli abusi sessuali (alla "Magdalene") come molti, all'epoca della sua uscita, lo avevano etichettato. Certo, i temi scabrosi non mancano, ma come sempre sono alleggeriti e immersi nell'atmosfera sospesa e stilizzata che scaturisce dalla regia di Almodóvar , coadiuvato come al solito dalla coloratissima fotografia di José Luis Alcaine. La narrazione procede a strappi in una serie di scatole cinesi dove realtà e finzione (i ricordi dei personaggi, il racconto scritto da Ignacio), presente e passato si fondono, e non mancano i misteri che si svelano poco a poco, anche se a dire il vero la vicenda non è proprio memorabile (a diversi anni di distanza dalla prima visione, avevo rimosso gran parte della trama). Ottima la prova di Bernal, che si sdoppia (e triplica) in abiti maschili e femminili, mentre Fele Martínez (Enrique da adulto) era il protagonista dei primi film di Alejandro Amenábar. Javier Cámara, già nel precedente "Parla con lei", ha il piccolo ruolo di Paquito. Assai curiosa la colonna sonora, che comprende – fra le altre – "Cuore matto", "Quizas quizas quizas", "Torna a Surriento" e "Moon River" (queste ultime, cantate in spagnolo da Ignacio bambino).

30 agosto 2013

Ricatto (Alfred Hitchcock, 1929)

Ricatto (Blackmail)
di Alfred Hitchcock – GB 1929
con Anny Ondra, John Longden
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Alice è fidanzata con Frank, un detective di Scotland Yard, ma accetta il corteggiamento di uno sconosciuto, il pittore Crewe, seguendolo imprudentemente fino a casa sua. Qui l'uomo cerca di usarle violenza, e lei per difendersi lo accoltella a morte. Sconvolta, fugge dopo aver cancellato tutte le tracce della propria presenza nell'appartamento, ma non si accorge di aver dimenticato i guanti. Uno di questi viene trovato da Frank, cui sono state affidate le indagini, che lo nasconde per non compromettere la ragazza; l'altro, invece, finisce nelle mani del pregiudicato Tracy, che si presenta a casa di Alice per ricattarla. Il primo film sonoro di Hitchcock (e in generale uno dei primi della cinematografia britannica) è un thriller ad alta tensione che presenta già molti elementi che diventeranno marchi di fabbrica del regista: la suspense che monta poco a poco, coinvolgendo un personaggio inizialmente "innocente" in una vicenda da incubo; una "bionda" come protagonista (in questo caso si tratta di Anny Ondra, attrice di origine ungherese e di nazionalità cecoslovacca, che con sir Alfred aveva già lavorato nel precedente "L'isola del peccato" e che vide la sua carriera britannica interrompersi proprio con l'avvento del sonoro, per via del suo forte accento mitteleuropeo – qui è "doppiata" da Joan Barry); lo scontro finale collocato in un celebre luogo pubblico (in questo caso al British Museum). Inizialmente il film avrebbe dovuto essere muto, ma su richiesta dei produttori (che volevano sfruttare la popolarità della nuova tecnologia), Hitchcock ne realizzò due versioni diverse, di cui una sonorizzata. Stilisticamente, comunque, anche quest'ultima è ancora debitrice del cinema precedente: tutta la prima parte, addirittura, presenta rumori ambientali e una musica incalzante, ma i personaggi muovono la bocca senza emetter parole, proprio come in un film muto. Diversi gli elementi e le "trovate" registiche da segnalare: l'uso espressionistico delle ombre sui muri (che Hitchcock mutua dal cinema tedesco), la potenza evocativa del dipinto di Crewe che mostra un clown (Rigoletto?) che ride della ragazza, la chiacchierata metacinematografica tra Frank e Alice sul film da andare a vedere al cinema (il detective è convinto che la pellicola, che parla di Scotland Yard, sarà piena di errori), la salita delle scale (viste in sezione), l'inquadratura di Alice che si spoglia a casa di Crewe mentre lui suona il pianoforte, la sequenza in cui la ragazza, dopo il delitto, vaga tutta la notte per Londra, ossessionata dall'immagine del pittore morto (al punto da trasfigurare, nella sua immaginazione, persino le insegne pubblicitarie), e naturalmente l'inseguimento al ricattatore per le sale del British Museum, fino al confronto finale sul tetto. Hitchcock stesso compare in uno dei suoi camei più lunghi, nei panni dell'uomo che legge in treno e a cui un ragazzino fa i dispetti.

29 agosto 2013

L'isola del peccato (A. Hitchcock, 1929)

L'isola del peccato (The Manxman)
di Alfred Hitchcock – GB 1929
con Carl Brisson, Malcolm Keen, Anny Ondra
**

Visto su YouTube.

Il titolo originale significa "L'uomo dell'isola di Man", ed è proprio su quell'isola – un protettorato britannico nel Mare d'Irlanda – che si svolge la storia. Il pescatore Pete e l'avvocato Philip sono amici sin dall'infanzia, nonostante la diversa estrazione: il primo è povero, il secondo appartiene a una "dinastia" di giudici. Innamorato della bella Kate, che serve al banco della taverna locale, Pete viene rifiutato dal padre di lei: decide allora di lasciare l'isola per girare il mondo in cerca di fortuna, affidando nel frattempo la ragazza (che ha promesso di sposarlo al suo ritorno) alle cure dell'amico. In sua assenza, naturalmente, fra Kate e Phil sboccia segretamente l'amore. Tuttavia, quando Pete torna arricchito, Kate non può mancare alla promessa fattagli. Il matrimonio viene celebrato (con Philip come testimone dell'amico) e ben presto nasce anche un bambino, che all'insaputa di tutti non è figlio di Pete ma di Philip. Non sopportando di continuare a vivere nella menzogna, Kate però abbandona il tetto coniugale: e la verità verrà a galla in modo drammatico. L'ultimo film muto di Hitchock (o il penultimo, se teniamo conto che "Ricatto" fu girato in due versioni) è un melodramma sentimentale girato con mestiere ma senza guizzi, in grado comunque di superare i limiti del genere grazie all'interessante ambientazione (ma in realtà le belle sequenze che mostrano gli scenari naturali dell'isola, come faraglioni e rocce, furono girate in Cornovaglia) e un tris di interpreti affiatati: oltre al danese Carl Brisson (già protagonista di un altro triangolo amoroso in "Vinci per me!") nei panni dell'ingenuo Pete, e Malcolm Keen (già ne "Il pensionante") in quelli del tormentato Phil, spicca la deliziosa biondina Anny Ondra, che con sir Alfred girerà un altro film ("Ricatto", appunto) prima che la sua carriera britannica fosse stroncata dall'avvento del sonoro (di origine cecoslovacca, aveva un forte accento dell'Europa dell'est). Da segnalare la sequenza in cui il passare del tempo (e il rapporto sempre più stretto di Kate con Philip) vengono mostrati sfogliando le pagine del diario della ragazza. Il film è ispirato a un romanzo di Hall Caine di fine ottocento, assai popolare all'epoca, da cui era già stata tratta una pellicola nel 1917.

28 agosto 2013

Bubba Ho-tep (Dan Coscarelli, 2002)

Bubba Ho-tep (id.)
di Dan Coscarelli – USA 2002
con Bruce Campbell, Ossie Davis
***

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

In una casa di riposo per anziani nel profondo Texas, due ospiti che sostengono di essere rispettivamente Elvis Presley (quello morto per droga sarebbe stato un imitatore) e il presidente J.F. Kennedy (nonostante la pelle nera!) affrontano una mummia egiziana (con cappello da cowboy) che si introduce nottetempo nell'ospizio per succhiare le anime dei residenti allo scopo di mantenersi in vita. Tratta da un racconto di Joe R. Lansdale, un'ironica e sarcastica commedia horror che ha i suoi punti di forza – oltre che nella trama assurda – nella spiazzante contaminazione fra l'ambientazione decadente e i cliché del cinema d'avventura, nella divertita recitazione dei protagonisti (a rubare la scena è soprattutto Campbell, già protagonista della trilogia de "La casa" di Sam Raimi) e nei dialoghi e monologhi cinici, volgari e dissacranti, un misto fra la prosa di Bukowski e le sceneggiatura di certi film di Carpenter ("Grosso guaio a Chinatown", per esempio): non a caso su tutto il film aleggia un'aura anni ottanta (o addirittura da drive in), che ricorda appunto i migliori lavori dei vari Raimi, Carpenter e Dante. Gli stereotipi e i luoghi comuni del cinema horror vengono reinventati o capovolti, all'insegna della nostalgia e dell'elegia della vecchiaia: indimenticabili, infatti, i due protagonisti, pazzi o mitomani (ma almeno per "Elvis" il dubbio che sia quello vero rimane) che si trasformano coraggiosamente in avventurieri pur non reggendosi in piedi (uno si muove con il girello, l'altro in sedia a rotelle). Nei titoli di coda si allude scherzosamente a un seguito, "Bubba Nosferatu", che però non è stato mai girato.

26 agosto 2013

Il mio amore brucia (K. Mizoguchi, 1949)

Il mio amore brucia (Waga koi wa moenu)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1949
con Kinuyo Tanaka, Mitsuko Mito
**

Rivisto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli inglesi.

Alla fine dell'ottocento, la giovane insegnante Eiko Hirayama si batte per i diritti delle donne in un'epoca in cui gli antichi sistemi feudali e familiari le vedevano ancora sottomesse alla volontà degli uomini. Ispirata dalla visita di un'attivista del partito liberale, abbandona il suo villaggio natale per seguire a Tokyo l'amico d'infanzia Hayase, che ne è diventato membro. Qui affianca il leader del partito, Kentaro Omoi, nel suo tentativo di costringere il governo a promuovere una costituzione e istituire un parlamento. Ma dovrà scontrarsi, oltre che con ingiustizie e incomprensioni, anche con l'ostilità dei suoi stessi compagni, che nonostante i discorsi retorici su libertà e uguaglianza ancora non credono alla parità dei sessi. Da un soggetto di Kogo Noda (abituale collaboratore di Ozu), sceneggiato da Yoshikata Yoda e Kaneto Shindo, un caposaldo del cinema di critica sociale giapponese che affronta il tema – carissimo a Mizoguchi – dell'oppressione maschile nei confronti delle donne, scegliendo però una protagonista che non si arrende di fronte a questo stato di cose ma lotta ostinatamente per cambiarlo. Ne risulta un lungometraggio ingessato e ideologico, con personaggi manichei e dall'incedere lento e melodrammatico, che si vivacizza solo a tratti (per esempio nella sequenza dell'incendio della fabbrica di seta durante le rivolte dei contadini). "Non rimpiango la mia giovinezza" di Akira Kurosawa era decisamente tutt'altra cosa. La personalità di Eiko, a sua volta monolitica, emerge soprattutto dal confronto con Chiyo, la domestica che viene venduta, sfruttata, maltrattata in ogni modo, eppure si dimostra incapace – anche quando acquista la libertà – di una vera indipendenza, essendo lei la prima a dare per scontata la propria subalternità nei confronti degli uomini. Eiko, invece, non perde mai di vista il proprio obiettivo, anche a costo di sofferenze e sacrifici personali: tanto Hayase quanto Omoi, i due uomini che ama, la deludono non per motivi sentimentali bensì ideologici; non è ferita dal tradimento di Omoi, in particolare, ma dallo scoprire che non condivide la sua battaglia ("non tradisci solo me, ma tutte le donne").

25 agosto 2013

La cuccagna (Luciano Salce, 1962)

La cuccagna
di Luciano Salce – Italia 1962
con Donatella Turri, Luigi Tenco
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

La diciottenne Rossella, appena diplomata alla scuola di stenografia e dattilografia, vaga per le strade di Roma alla ricerca di un lavoro. Ma nell'Italia del miracolo economico, dove si fa a gara a sfoggiare la ricchezza e le auto sportive, si lanciano inchieste di mercato e si inventano slogan pubblicitari, non sembra esserci posto per lei. Trovare un impiego è tanto facile quanto perderlo, fra uomini d'affari che millantano contratti milionari, avvocati spiantati, intrallazzatori spennaturisti, tutti pronti a sfruttare la sua bellezza o la sua ingenuità, disposti (a parole) a offrirle incarichi redditizi che però si rivelano effimeri o equivoci, spesso perché da lei vogliono una cosa sola. L'unico fuori dal coro è Giuliano, nullafacente in perenne conflitto con la società, anticonformista e antimilitarista, che guarda con sospetto all'arricchimento collettivo. Insieme a lui, la ragazza mediterà anche un farsesco suicidio, ma non avrà il coraggio di andare fino in fondo. Uscito nello stesso anno de "Il sorpasso" e sceneggiato da Salce (il futuro regista di "Fantozzi") a partire da un soggetto di Alberto Bevilacqua, Goffredo Parise, Carlo Romano e Luciano Vincenzoni, è un'altra commedia che attraverso una graffiante satira di costume metteva in guardia contro l'apparente benessere che derivava dal boom. Più osteggiata che favorita dalla sua bellezza, e boicottata anche dalla famiglia (che – a parte il fratello effemminato e dunque a sua volta emarginato – non approva la sua ricerca di lavoro e che si ritrova unita soltanto per guardare "Carosello" o Mike Bongiorno in televisione), la protagonista sperimenta sulla propria pelle quanto sia difficile per una ragazza giovane e carina trovare un lavoro "serio". Esordio sullo schermo per Luigi Tenco (al suo primo e unico film, dagli inquietanti risvolti autobiografici), che canta, accompagnandosi con la chitarra, "La ballata dell'eroe" di Fabrizio De André. I titoli di testa parlano di prima apparizione sullo schermo anche per la protagonista Turri e il caratterista Umberto D'Orsi (l'iperattivo e inconcludente uomo d'affari veneto), ma non è vero: entrambi avevano già recitato in precedenza. Camei per Ugo Tognazzi (un automobilista), Liù Bosisio (la suora) e lo stesso Salce (il comandante dell'esercito). Da ricordare il ferro da stiro usato da Tenco come piastra elettrica per fare il caffé.

24 agosto 2013

My boss, my hero (Yoon Je-kyoon, 2001)

My boss, my hero (Dusabu ilche)
di Yoon Je-kyoon – Corea del Sud 2001
con Jung Joon-ho, Jung Woong-in
*1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Il giovane gangster Du-shik, ritenuto troppo ignorante per poter comandare su un ampio territorio, viene costretto dai suoi superiori a tornare a scuola per prendere il diploma. Fingendosi uno studente pluriripetente, si iscrive così a un prestigioso istituto superiore privato. Di fronte a compagni di scuola teppisti, a professori violenti e a tutte le dinamiche della vita liceale (compresa la "cotta" per una compagna di scuola), avrà il suo da fare per tenere a bada i propri istinti da delinquente; ma non potrà far finta di nulla quando scoprirà che la scuola è guidata da un preside corrotto che favorisce la compravendita dei voti, licenziando gli insegnanti onesti, e che può contare sull'appoggio di una banda rivale. Opera prima del regista Yoon Je-kyoon, è una commedia d'azione che mescola due fortunati filoni del cinema coreano: quello sulle bande mafiose (spesso oggetto di "contaminazioni" di questo tipo, dove si vede un boss calato in un contesto quotidiano e insolito: si pensi per esempio a "Ho sposato una gangster") e quello di ambientazione scolastica, con esagerazioni soltanto apparenti (la durezza e l'estrema competitività del sistema educativo della penisola, così come d'altronde di quello giapponese, non sono di poco conto). Se lo spunto di partenza ha le sue potenzialità, il film però stenta a decollare e si "accontenta" di portare pigramente avanti la storia, fra luoghi comuni e personaggi caratterizzati banalmente (da ricordare almeno il vice di Du-shik, che si spaccia per suo "zio" per frequentare l'insegnante di inglese, di cui è innamorato). E i momenti divertenti o memorabili si contano sulle punte delle dita. Con due seguiti ("My boss, my teacher" nel 2006 e "The mafia, the salesman" nel 2007) e un remake sotto forma di telefilm giapponese (nel 2006).

23 agosto 2013

Metade fumaca (Yip Kam-hung, 1999)

Metade fumaca (Ban zhi yan)
di Yip Kam-hung – Hong Kong 1999
con Eric Tsang, Nicholas Tse
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Dopo aver trascorso trent'anni in Brasile, l'anziano gangster Mountain Leopard (Eric Tsang) torna a Hong Kong con l'intenzione di uccidere il suo antico rivale Nine Dragons (i nomi derivano dai tatuaggi che i due recano sulla schiena) e di ritrovare la donna (Shu Qi) che lui gli aveva sottratto. Qui stringe amicizia con il giovane delinquentello Smokey (Nicholas Tse), al quale chiede aiuto per portare a termine il proprio compito. Ma le cose non stanno come sembrano... Struggente e spiazzante melò che rivela le sue carte poco a poco e che gioca su più piani: inizialmente quello del conflitto generazionale, con il contrasto fra i mafiosi della vecchia guardia – che si mettono il parrucchino, si tingono i capelli, indossano abiti sgargianti per sembrare più giovani – e i nuovi malavitosi, che parlano inglese e non rispettano più i codici d'onori di un tempo; ma soprattutto quello della memoria, visto che il protagonista soffre di Alzheimer e cerca disperatamente di aggrapparsi ai pochi ricordi che ancora gli rimangono, su tutti il volto della donna amata, da lui incontrata nello spazio di una notte i cui eventi potrebbero non essersi svolti esattamente come va raccontando. Falsi ricordi, falsi eroismi e false vendette fanno da sfondo alla storia di un'amicizia fra due "outcast", l'uomo venuto da lontano (e ormai inevitabilmente fuori posto in una città che è cambiata) e il ragazzo che cerca di sopravvivere in una giungla urbana che probabilmente non è fatta per lui, anima fragile e sensibile che protegge le prostitute (lui stesso è figlio di una donna di strada e di un padre ignoto che cerca continuamente senza successo) e che è innamorato di una giovane poliziotta (Kelly Chen). Nell'insolito cast ci sono anche Anthony Wong (il gangster chiacchierone) e Sandra Ng (la donna capobanda). Il titolo significa "mezza sigaretta" e fa riferimento al mozzicone che Mountain Leopard ha conservato come ricordo della donna che ama. Bella la fotografia di Peter Pau, già responsabile di quella di "The killer".

22 agosto 2013

Benvenuti al nord (L. Miniero, 2012)

Benvenuti al nord
di Luca Miniero – Italia 2012
con Claudio Bisio, Alessandro Siani
*

Visto in divx alla Fogona.

Sull'onda del successo di "Benvenuti al sud", ecco l'inevitabile sequel che ne ribalta l'idea di partenza: stavolta è il meridionale Mattia (Siani) a trasferirsi al nord, a Milano, dove sarà ospite di Alberto (Bisio) e avrà modo di sfatare – almeno fino a un certo punto, visto che spesso la pellicola invece di confutare i luoghi comuni li rafforza – i tanti pregiudizi sulla vita nel settentrione (il freddo perenne, la nebbia, la cattiva cucina, la gente che va sempre di fretta). Non potendo contare su una sceneggiatura già pronta come nel primo capitolo (che era il remake del film francese "Giù al nord") ed essendo costretti a inventarsi una nuova trama (imperniata su un alto dirigente delle poste, interpretato da Paolo Rossi, che vuole trasformare l'ufficio postale in cui lavorano i nostri eroi in un modello teutonico di efficienza e puntualità) e nuovi spunti (legati perlopiù alle rispettivi "crisi" dei due uomini con le proprie compagne: Alberto è criticato perché pensa troppo al lavoro, Mattia perché non è sufficientemente responsabile), gli autori non fanno altro che accatastare gag deboli, stiracchiate e prive di mordente. La comicità è di livello televisivo, la satira e l'analisi sociale sono inesistenti o, nei rari casi, superficiali, e la pellicola mostra tutti i limiti di scrittura e regia che ci si attende da una commediola realizzata per pure esigenze di cassetta. Francamente i motivi per perderci tempo sono ben pochi: giusto la curiosità di rivedere i personaggi del primo film (alcuni riciclati fuori contesto) e di assistere al capovolgimento dei ruoli precedenti. La cosa migliore sono i titoli di coda, sui quali Emma Marrone canta "Volare".

21 agosto 2013

Le vie del signore sono finite (M. Troisi, 1987)

Le vie del signore sono finite
di Massimo Troisi – Italia 1987
con Massimo Troisi, Jo Champa
***

Visto in divx, con Sabrina.

Camillo (Troisi), che gestisce con il fratello Leone (Marco Messeri) una bottega di barbiere in una cittadina termale nell'Italia degli anni '30, perde l'uso delle gambe dopo la separazione dalla fidanzata Vittoria (Jo Champa). Il medico del paese, che aspira a introdurre la psicanalisi in Italia, sospetta che si tratti di una malattia psicosomatica: ma né le sue cure né un viaggio a Lourdes, durante il quale il ragazzo stringe amicizia con il timido poeta Orlando (Massimo Bonetti), producono il miracolo desiderato. A determinare la salute di Camillo è in effetti la sua altalenante relazione con Vittoria: tanto che, quando la ragazza rompe il fidanzamento con un altro pretendente, l'uomo torna a camminare. Al terzo film come regista, Troisi abbandona la piccola quotidianità napoletana e sceglie di collocare le vicende del suo personaggio in un periodo ben preciso della storia italiana recente (anticipando in questo il Benigni de "La vita è bella"), forse per evitare di ripetersi e per uscire dalla gabbia dei lungometraggi precedenti. L'ambientazione storica, pur funzionale alla trama, non è comunque preponderante: in primo piano rimangono sempre le vicende personali di Camillo, e gli elementi della dittatura fascista irrompono con prepotenza – e senza preavviso – solo a metà pellicola, dalla scena in cui il protagonista, a causa di un'innocua battuta su Mussolini, viene denunciato come possibile agitatore politico. Pur dando spazio anche ad alcuni comprimari (su tutti l'infantile Leone, che colleziona soldatini, legge fumetti – il "Corrierino", naturalmente! – e vive solo per accudire gelosamente il fratello malato; ma anche il timido e complessato Orlando), che peraltro gravitano sempre intorno a lui, Troisi non rinuncia ai monologhi surreali e alle battute memorabili (come quella sulla lettura: "Io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere, non li raggiungerò mai") e trasforma il suo personaggio solitario e stralunato in un individuo più attivo, esuberante e mentitore. Camillo, che sperimenta innovativi ritrovati contro la perdita dei capelli e il dolore, è un personaggio che va sempre e comunque per la propria strada, incurante delle ideologie (aborrisce il fascismo, ma non gli lotta contro: ne è semplicemente una vittima innocente) e della religione (impara ben presto che è inutile attendersi un miracolo, anche se la Madonna continua ad apparire in sogno ai suoi conoscenti), e che si costruisce da solo il proprio destino. Enzo Cannavale è il padre, Clelia Rondinella è la sorella che si fa suora. Musiche (e una canzone, "Qualcosa arriverà") di Pino Daniele.

18 agosto 2013

Ribelle – The Brave (M. Andrews, B. Chapman, 2012)

Ribelle - The brave (Brave)
di Mark Andrews, Brenda Chapman – USA 2012
animazione digitale
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Nella Scozia medievale, l'irrequieta Merida – ribelle quanto la sua folta chioma rossa – si mostra recalcitrante di fronte ai tentativi della madre di educarla al ruolo di principessa. Insofferente alle formalità di corte e all'irreprensibile comportamento che le viene richiesto, preferisce cavalcare all'aria aperta e tirare con quell'arco che il padre, capo del clan dei Dumbrok, le ha regalato in occasione del suo compleanno. Le cose peggiorano quando i genitori convocano gli altri clan per scegliere chi sarà il suo promesso sposo. Dapprima Merida, che non ha alcuna intenzione di sposarsi, si presenta a sua volta alle gare di abilità per "vincere" lei stessa la propria mano (e naturalmente sbaraglia tutti gli avversari); e poi – dopo una lite furiosa con la madre – fugge nella foresta dove incontra una strega, alla quale chiede un incantesimo per cambiare il proprio destino. Verrà esaudita, ma non come desiderava: la mamma si trasforma in un orso, e Merida avrà il suo gran da fare per metterla in salvo dalla furia del padre, che proprio con gli orsi ha una questione aperta sin da quando uno di loro, anni prima, gli aveva divorato una gamba. A parte la consueta maestria tecnica – l'animazione è eccellente; e salvo i personaggi, assai stilizzati (la strega sembra addirittura una versione femminile del vecchio Geri), scenografie e paesaggi sono incantevolmente realistici – sembra quasi di assistere a un film Disney anziché a uno della Pixar: un plot semplice e schematico, tutto costruito su un tema tipico dell'adolescenza (la ribellione di una figlia alla madre) con morale annessa (a proposito, per una volta il titolo italiano centra il punto più di quello originale, che significa semplicemente "coraggiosa"); un'ambientazione quasi fiabesca, con tanto di "principessa" come protagonista; le inevitabili macchiette comiche (come i tre pestiferi fratellini di Merida); e persino qualche canzone qua e là. La contaminazione fra le due case, che da sempre procedono a braccetto, era inevitabile. Ma una volta la Disney si limitava a distribuire i prodotti Pixar, ora invece sempre più spesso si assiste a ibridazioni fra le diverse filosofie (come dimostra la presenza di John Lasseter come produttore esecutivo sia qui che nel "Rapunzel" disneyano: due pellicole che possono essere paragonate sotto numerosi aspetti, non solo grafici o tecnici ma anche contenutistici). Se si pensa che il più recente cartone Disney sembrava invece un prodotto Pixar (mi riferisco all'ottimo "Ralph Spaccatutto"), ecco che il cerchio si chiude.

17 agosto 2013

The myth (Stanley Tong, 2005)

The Myth - Il risveglio di un eroe (Sam wa)
di Stanley Tong – Hong Kong 2005
con Jackie Chan, Tony Leung Ka-fai
*1/2

Visto in TV.

L'archeologo Jack Lee (Jackie Chan) fa un sogno ricorrente in cui si identifica con Meng Yi, un generale della dinastia Qin (attorno al 200 avanti Cristo) incaricato dall'imperatore di proteggere la principessa coreana Ok-soo (Kim Hee-sun), destinata a diventare la sua concubina. Che ne sia la reincarnazione? Indagando, scopre l'esistenza di pietre di origine meteoritica in grado di annullare la gravità, e soprattutto di un gigantesco mausoleo sotterraneo dove l'imperatore è stato sepolto e la principessa – resa immortale da una medicina – attende il ritorno del generale di cui si era innamorata. Sulle sue tracce, però, c'è anche un ricco tombarolo, attirato fin lì dall'ingenuità di William (Tony Leung Ka-fai), scienziato amico di Jack. Confuso pastiche di arti marziali, avventura e fantasy, che per gran parte viaggia su due binari paralleli (meglio le scene ambientate nel presente, che comunque offrono una qualche dose di azione e divertimento, rispetto a quelle nel passato, che non mostrano nulla di diverso rispetto ai tanti polpettoni storici cinesi) prima di tirare le somme nel finale. Jackie mostra ormai i suoi anni, tanto che in alcune acrobazie c'è bisogno di effetti speciali (come nel salto della cascata), ma non mancano sequenze colme di inventiva come ai vecchi tempi (in particolare il combattimento sopra la piattaforma "collosa", che da solo vale la visione del film). Peccato per l'assenza di un avversario al suo livello. Lo scontro finale nella grotta-mausoleo priva di gravità sembra voler "giustificare" i classici voli dei personaggi dei wuxiapian. Da segnalare la presenza della supersexy attrice indiana Mallika Sherawat, mentre il tombarolo cattivo è Sun Zhou. Nel complesso, un film eccessivamente ambizioso e decisamente noiosetto, che gioca a lungo con la pazienza dello spettatore e gli offre troppo poco in cambio.

16 agosto 2013

Don Giovanni (Joseph Losey, 1979)

Don Giovanni (id.)
di Joseph Losey – Francia/Italia 1979
con Ruggero Raimondi, José van Dam
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il nobile libertino Don Giovanni (Ruggero Raimondi) tenta di insidiare Donna Anna (Edda Moser), ne uccide il padre in duello, si fa beffe dell'ex amante Donna Elvira (Kiri Te Kanawa), prova a sedurre la contadina Zerlina (Teresa Berganza), suscitando l'ira del suo promesso sposo Masetto (Malcolm King), si scambia d'abito con il servitore Leporello (José van Dam) e infine irride la statua funebre del Commendatore (John Macurdy), invitandola a cena: ma il "convitato di pietra" si presenterà davvero, per punirlo dei suoi misfatti – là dove la giustizia degli uomini, impersonificata da Don Ottavio (Kenneth Riegel), si era dimostrata impotente – e portarlo con sé all'inferno. Adattando per il grande schermo l'opera immortale di Mozart e Da Ponte, Losey non azzarda una lettura personale, si attiene piuttosto fedelmente al materiale di partenza e fa ricorso, anziché ad attori cinematografici, a veri cantanti lirici, anche a scapito dell'espressività e dell'intensità recitativa (spicca comunque Raimondi, che dà vita a un Don Giovanni più che mai arrogante e carismatico; ma una menzione speciale – e la mia personale preferenza – va all'eccezionale Kiri Te Kanawa nei panni di Donna Elvira). Come tocco in più, però, vi aggiunge la presenza inquietante di un giovane e pallido valletto (Eric Adjani), muto e onnipresente testimone degli eventi. Se dal lato musicale la confezione è di ottimo livello (a dirigere c'è Lorin Maazel), il vero punto di forza sono le scenografie (curate da un "mostro sacro" come Alexander Trauner). La vicenda, anziché in Spagna come da tradizione, è ambientata nel Veneto, fra i canali di Venezia (che suggeriscono un accattivante parallelo con Giacomo Casanova) e le ville palladiane di Vicenza: in particolare sullo schermo si riconoscono la Villa Almerico Capra, detta "Villa Rotonda" (che diventa la residenza di Don Giovanni), la Basilica Palladiana (casa di Donna Anna, tanto che il duello fra Don Giovanni e il Commendatore avviene nell'antistante Piazza dei Signori) e il Teatro Olimpico. Tutto attorno, uno scenario a volte agreste e a volte lagunoso, tipico della costa veneta. Unico difetto: la non sempre eccellente qualità dell'audio (i critici lamentano un'acustica dall'eccessivo riverbero), il che è paradossale e naturalmente un peccato, visto la natura musicale della pellicola.

15 agosto 2013

Ratataplan (Maurizio Nichetti, 1979)

Ratataplan
di Maurizio Nichetti – Italia 1979
con Maurizio Nichetti, Angela Finocchiaro
**1/2

Visto in TV.

Poetico e surreale, il film d'esordio alla regia di Maurizio Nichetti (già attore e sceneggiatore per Bruno Bozzetto – in "Allegro non troppo" – e Guido Manuli, che qui ricambia disegnando i titoli di testa) è stato paragonato – e non senza ragione – alle opere di Charlie Chaplin, di Buster Keaton e di Jacques Tati, anche perché presenta un personaggio essenzialmente muto, protagonista di gag che sembrano uscire proprio alle vecchie comiche, oltre che da quel mondo di cartoni animati a lui tanto caro. Il film è una raccolta di sketch che si susseguono senza un vero filo conduttore, se non quello di mostrare la vita e le difficoltà (lavorative, sociali, sentimentali) di un personaggio "candido" e creativo in una Milano caotica e incapace di apprezzarne l'estro, la fantasia e l'immaginazione. Assai significativa, al riguardo, la gag con cui si apre la pellicola, forse la più celebre di tutto il cinema di Nichetti, che ne riassume al tempo stesso la poetica e il senso: il giovane ingegnere Colombo partecipa a un test attitudinale per l'assunzione in un'importante azienda, dove ai candidati è richiesto di tratteggiare un albero su un foglio di carta; tutti gli altri si limitano a uno schizzo rigido e schematico (e vengono assunti), mentre lui propone un magnifico disegno a colori, pieno di amore e di dettagli, e naturalmente viene scartato. Altre scene memorabili: quella in cui Colombo, cameriere in un chiosco-bar, attraversa tutta Milano per portare un bicchier d'acqua che, durante il lungo tragitto, viene a tal punto "contaminato" da diventare un miracoloso elisir capace di guarire i paralitici. E ancora: il nostro protagonista, che vive in una decrepita casa di ringhiera dove ne avvengono di tutti i colori, a un certo punto costruisce un robot con le proprie fattezze, da pilotare a distanza, per corteggiare (e portare a ballare in discoteca!) la bella vicina di cui è innamorato (Edy Angelillo). Il sosia è tutto quello che lui non è: elegante, "inquadrato", ripetitivo; non a caso si troverà a suo agio in quel mondo moderno che invece rifiuta il "vero" Colombo. Ma anche questi, per fortuna, nel finale troverà l'anima gemella in un'altra ragazza (Angela Finocchiaro), a lui assai più simile. Dicevamo dei "debiti" cinematografici: da Chaplin proviene l'indole del personaggio, buono e tenero ma incompreso ed emarginato; da Keaton la geniale inventiva, come dimostrano i complessi meccanismi che arredano la sua casa e gli fanno trovare sempre pronti al mattino colazione e vestiti (li ritroveremo, anni più tardi, anche nei cortometraggi animati di "Wallace & Gromit"); da Tati, infine, la babele di lingue straniere, di borbotti incomprensibili e di rumori ambientali e onomatopeici (sin dal titolo del film!) che fanno da sfondo alla stralunata comicità e al sostanziale mutismo del personaggio principale, oltre che la satira della vita moderna, a sua volta alquanto chapliniana. Ma Nichetti vi aggiunge anche una impronta personale, che ne fa a tutti gli effetti un autore originale: l'entusiasmo infantile, la voglia di stupire, l'amore per la leggerezza e l'intrattenimento clownesco (si pensi a tutta la parte che mostra la compagnia di teatranti "Quelli di Grock" – di cui faceva parte anche nella realtà – mentre si esibisce di fronte a un riottoso pubblico in una cascina di campagna). Nel cast anche Lidia Biondi (la donna sempre incinta), Enrico Grazioli (il dispotico impresario della compagnia teatrale) e Roland Topor (il manager che ordina il bicchier d'acqua). Girato con un budget ridottissimo, il film riscosse un ottimo successo di pubblico e si conquistò una certa fama anche all'estero (il doppiaggio in altre lingue, fra l'altro, fu relativamente poco dispendioso, visto che i personaggi che parlano sono ben pochi).

14 agosto 2013

Benvenuti al sud (Luca Miniero, 2010)

Benvenuti al sud
di Luca Miniero – Italia 2010
con Claudio Bisio, Alessandro Siani
**

Visto in divx, con Sabrina.

Alberto Colombo (Bisio), direttore dell'ufficio postale di Usmate Velate, in Brianza, sogna un trasferimento a Milano: per punizione verrà invece inviato per due anni a Castellabate (in provincia di Salerno, anche se nel film si dice genericamente che è vicino Napoli). Partito colmo di pregiudizi (teme la criminalità, il caldo, la sporcizia...) scoprirà invece che il soggiorno al sud è migliore di quanto credesse: l'ospitalità (tutti gli offrono in continuazione caffé, cibo e limoncello), il sole, il mare, la vita rilassata e l'amicizia e la simpatia degli abitanti lo conquisteranno al punto che darà ragione al suo impiegato Mattia Volpe (Siani) quando gli dice "Un forestiero che viene al sud piange due volte, quando arriva e quando parte". Fortunato (e fedele) remake della già fortunata commedia francese "Giù al nord", la cui ambientazione si prestava perfettamente a essere "virata" in versione italiana, vista la contrapposizione fra settentrione e meridione che impera nella nostra commedia sin dai tempi di "Totò, Peppino e... la Malafemmina" (e che francamente stupisce di trovare ancora a cinquant'anni di distanza: in effetti il film potrebbe essere tranquillamente ambientato negli anni '50 o '60 senza cambiare quasi nulla della sceneggiatura). Evidentemente però il pubblico ha gradito la riproposizione (e il superamento) di stereotipi vecchi ormai di decenni (compresi quelli più "simpatici": dalle mamme invadenti agli orari di lavoro "disinvolti", per non parlare delle gag sul dialetto incomprensibile): il film ha incassato decine di milioni di euro, rendeno di fatto "necessaria" la realizzazione di un sequel uscito un anno e mezzo dopo, "Benvenuti al nord". Certo, nonostante la bella atmosfera e le molte situazioni divertenti, la pellicola non fa altro che rimpiazzare gli stereotipi negativi con altri stereotipi positivi, senza azzardare una vera analisi sociale (men che mai contestualizzata) e senza andare al di là di un buonismo popolare e di facciata. Non a caso è stata scelta come ambientazione Castellabate (e la sua frazione Santa Maria, sul mare), "isola felice" nel parco nazionale del Cilento, e non la città di Napoli vera e propria. Sceneggiatura e setting a parte (che a tratti ricordano anche classici come "Pane, amore e fantasia"), la confezione è mediocre: la regia di Miniero (che proviene dalla pubblicità) è scolastica, mentre gli attori sono cabarettisti o al servizio di personaggi-macchiette. Angela Finocchiaro è la moglie di Alberto, Valentina Lodovini la ragazza di cui si innamora Mattia.

13 agosto 2013

Vacanze di Natale (C. Vanzina, 1983)

Vacanze di Natale
di Carlo Vanzina – Italia 1983
con Jerry Calà, Christian De Sica
*

Visto in divx, con Sabrina.

Un variopinto gruppo di personaggi, per lo più romani, si ritrova a Cortina d'Ampezzo per festeggiare il Natale. Il cantante Billo (Jerry Calà), dongiovanni da un'avventura a notte, ritrova una sua vecchia fiamma, Ivana (Stefania Sandrelli), ora sposata al ricco Donatone (Guido Nicheli). Mario (Claudio Amendola), in vacanza con la famiglia "burina", si aggrega al gruppo dell'amico Luca (Marco Urbinati), compagno di fede romanista ma proveniente da una famiglia ricca e snob, e si innamora di Samantha (Karina Huff), fiamma americana del fratello maggiore di Luca, Roberto (Christian De Sica). Serenella (Antonella Interlenghi), fidanzata di Luca, complotta contro Mario perché il suo ragazzo lo ignora a causa sua. Scritto dal regista insieme al fratello Enrico e prodotto dalla Filmauro di Aurelio De Laurentiis, è di fatto il primo "cinepanettone" vanziniano (è vero che nasce in seguito al successo dei due "Sapore di mare", usciti l'anno prima, di cui è una versione natalizia e invernale: ma quelli si svolgevano negli anni sessanta, in chiave di revival, mentre è a partire da questo che gli autori "mettono in scena" – se così si può dire – l'attualità). A cercargli con ostinazione dei pregi, in effetti, si può sottolineare come la pellicola mostri fedelmente il consumismo e la cafonaggine imperante nella società italiana dei primi anni ottanta, dove le classi sociali – povere o ricche, giovani o vecchie che fossero – si preoccupavano soprattutto di ostentare benessere e di fare "presenzialismo" nei luoghi di villeggiatura più "in", incuranti della volgarità e dell'imbarbarimento di cui erano portatrici (sono numerosi, fra l'altro, i riferimenti in chiave promozionale alla galassia-Berlusconi: si citano le sue televisioni, le sue riviste di gossip, ecc.). Peccato che, al servizio di tutto questo, ci sia una regia amatoriale; una sceneggiatura che affastella gag di una pochezza imbarazzante ed è incapace di andare al di là di una struttura a episodi che non salgono mai di livello; attori di stampo televisivo o con evidenti limiti, come dimostreranno le loro carriere future (i migliori, ça va sans dire, sono la Sandrelli e – tutto sommato – De Sica); una scarsa cura per ogni aspetto tecnico della messa in scena (evidentissima la neve finta in alcune sequenze con protagonista Calà). Non che ci fosse molto altro da aspettarsi se si pensa che la pellicola è stata girata in sole tre settimane. Nel cast, comunque, si riconoscono in ruoli minori (fra gli altri) anche Moana Pozzi e Mario Brega. A rimpolpare come canditi il "cinepanettone" c'è tutta una serie di canzoni e canzonette del momento (da "Moonlight Shadow" di Mike Oldfield – nella versione cantata da Maggie Reilly, usata come sigla iniziale – ad "Amore disperato" di Nada, passando per Vasco Rossi, Lucio Dalla, Gazebo ed Anna Oxa), molte delle quali ("Maracaibo", per esempio) non c'entrano assolutamente nulla con il setting dolomitico.