20 aprile 2008

Icarus XB 1 (Jindrich Polák, 1963)

Icarus XB 1 (Ikarie XB 1)
di Jindrich Polák – Cecoslovacchia 1963
con Zdenek Stepánek, Radovan Lukavský
**1/2

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli.

Un altro sorprendente film di fantascienza cecoslovacco, stavolta sul genere dell'esplorazione spaziale alla "Star Trek". L'Ikarie XB 1 è un'astronave con un equipaggio di quaranta persone, sia maschile sia femminile, composto più da scienziati che da militari (ci troviamo in un futuro nel quale si parla dei secoli passati come brutali e guerrafondai), in viaggio dal sistema solare verso Alpha Centauri alla ricerca di altre forme di vita. Il viaggio durerà quindici anni terrestri, ma per effetto della distorsione relativistica per l'equipaggio sarà come se fossero trascorsi solo 28 mesi. I pericoli non mancano: gli esploratori prima si imbatteranno in una vecchia astronave del ventesimo secolo, abbandonata e dotata di armi nucleari, e poi dovranno vedersela con una misteriosa Stella Nera che emette radiazioni in grado di provocare torpore e follia. Avvincente space opera di stampo heinleiniano, da un lato debitrice a "Il pianeta proibito" (c'è persino un robot simile a Robbie) e alla "Corazzata spaziale Yamato", dall'altro anticipatrice di certe cose di "2001: Odissea nello spazio" o "Solaris", in ogni caso perfettamente godibile come film a sé stante e dotato di una certa originalità stilistica. Non si respira mai aria di B-movie o di lavoro raffazzonato, anzi regia e scenografie sono di ottimo livello e il tema del viaggio verso l'ignoto si sposa con sottotrame più lievi come la descrizione della vita a bordo, con i suoi momenti di svago e di discussione, e una buona caratterizzazione dei moltissimi personaggi, nessuno dei quali assume mai al rango di vero protagonista.

19 aprile 2008

Rancho Notorious (Fritz Lang, 1952)

Rancho Notorious (id.)
di Fritz Lang – USA 1952
con Marlene Dietrich, Arthur Kennedy
***

Visto in DVD.

Alla disperata ricerca di un bandito che ha ucciso la sua promessa sposa pochi giorni prima delle nozze, un cowboy giunge in un ranch la cui proprietaria Ambra Altair, ex ballerina e cantante di saloon, offre ospitalità e un nascondiglio a rapinatori e ricercati in cambio di una percentuale del loro bottino. Forse l'omicida si nasconde fra loro?
Un western insolito e di grande atmosfera, lirico e crepuscolare, magistralmente diretto da Lang con toni barocchi e claustrofobici (cui contribuisce la bella fotografia a colori) e interpretato da una Dietrich carismatica e autoritaria come non mai, unica donna in un mondo di uomini tormentati dall'odio e dalla sete di vendetta, splendida sia in abiti sfarzosi sia in pantaloni da lavoro. Numorose le sequenze degne di nota, dalla "corsa dei cavalli" nel saloon alla giornata delle elezioni nel villaggio in cui Kennedy incontra Mel Ferrer, la "simpatica canaglia" innamorata di Ambra; dalla canzone intonata dalla donna durante la quale il protagonista scruta con odio i volti dei presenti, fino al duello finale. Il ranch della Dietrich, che in italiano si chiama Mulino d'Oro, prende il nome dal Chuck-a-Luck, una sorta di gioco d'azzardo simile alla ruota della fortuna: il titolo del film avrebbe dovuto essere proprio "The legend of Chuck-a-Luck", come quello della canzone che sin dai titoli di testa accompagna il cammino dei personaggi, ma venne cambiato in "Rancho Notorious" per volontà del produttore Howard Hughes.

17 aprile 2008

Juno (Jason Reitman, 2007)

Juno (id.)
di Jason Reitman – USA 2007
con Ellen Page, Michael Cera
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Rimasta incinta dopo la prima esperienza sessuale con un coetaneo, la sedicenne Juno decide di portare a termine la gravidanza per poi donare il bambino in adozione a una ricca coppia sterile (interpretata da Jason Bateman e Jennifer Garner), la cui vita perfetta e la cui armonia si rivelano però soltanto apparenti. Dopo "Thank you for smoking", il figlio di Ivan Reitman conferma il suo buon inizio di carriera con un altro film leggero, simpatico e un po' ruffiano, tutto incentrato come il precedente su una protagonista eccentrica (per la sua maturità) e su un tema, se non trasgressivo, comunque "delicato" ma trattato con ironia e senso della misura. Se il tentativo di alcuni media e pseudo-politici italiani di spacciarlo per un film contro l'aborto alla prova dei fatti si dimostra del tutto privo di senso (la pellicola parla infatti di tutt'altro, e il tema dell'interruzione di gravidanza è sfiorato appena in una breve scena all'inizio), si rimane invece piacevolmente colpiti dall'assenza di un certo tipo di retorica: non c'è un solo momento in cui Juno si lasci tentare dalle gioie della maternità, anzi la sua decisione è mantenuta con coerenza e convinzione fino alla fine e mai messa in dubbio. Nel complesso, un film gradevole che si iscrive perfettamente nello stile recente della commedia indipendente americana, ma senza graffiare particolarmente. La sceneggiatura, premiata con l'Oscar, è firmata da Diablo Cody, blogger ed ex spogliarellista.

16 aprile 2008

La collina degli stivali (G. Colizzi, 1969)

La collina degli stivali
di Giuseppe Colizzi – Italia 1969
con Terence Hill, Bud Spencer
*1/2

Rivisto in DVD.

Un pistolero, ferito e braccato da alcuni inseguitori, si rifugia nel carrozzone di una compagnia circense i cui membri lo aiuteranno a sgominare una banda di farabutti che intende appropriarsi delle concessioni di una comunità di minatori. Un oggetto strano, questo film, sicuramente un corpo estraneo nella filmografia della coppia Spencer-Hill, la cui caratterizzazione fa un passo indietro rispetto al precedente "I quattro dell'Ave Maria". Bud addirittura non compare prima di metà film, e i primi trenta minuti sono noiosi e pesanti. Che la pellicola non intendesse procedere sulla strada aperta dai due precedenti film di Colizzi lo dimostra anche l'assenza di gag: non c'è nessuna scazzottata (tranne quella nel finale, ambientata nel saloon ed evidentemente posticcia, visto che è completamente fuori luogo rispetto al tono generale del film e alla cruenta sparatoria che avviene all'esterno) né una particolare interazione comica fra i personaggi. Da notare la presenza di Woody Strode (era, fra le altre cose, uno dei tre uomini che attendevano l'arrivo del treno nell'incipit di "C'era una volta il west" di Leone) e di Lionel Stander (nei panni del direttore del circo). Il termine "collina degli stivali", che nel film non viene mai usato, si riferiva a un cimitero per pistoleri, ossia per coloro che "morivano con gli stivali ancora addosso".

15 aprile 2008

Justice, my foot! (Johnnie To, 1992)

Justice, my foot! (Sam sei goon)
di Johnnie To – Hong Kong 1992
con Stephen Chow, Anita Mui
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Stephen Chow è un avvocato brillante ed eccentrico, dalla parlantina irrefrenabile e in grado di vincere persino le cause in cui i suoi clienti sono colpevoli, ma sua moglie (una splendida Anita Mui, che si dimostra perfettamente adatta anche ai ruoli comici) lo convince a ritirarsi dalla professione perché convinta che il suo attaccamento al denaro porti sfortuna: non a caso tutti i figli della coppia muoiono ancora in fasce. Dovrà però tornare a esercitare per difendere una donna (Carrie Ng) accusata di aver avvelenato il marito e affrontare magistrati corrotti e intrighi di ogni tipo. Anche se la trama è seria e il film è essenzialmente un courtroom drama, il tono è comico: e non poteva essere altrimenti con un protagonista come Chow, pronto a farsi beffe di tutti, fra gag tipiche della commedia cantonese – a dire il vero stavolta più verbali che fisiche e spesso quasi incomprensibili per uno spettatore occidentale – e un pizzico di arti marziali (con abbondante uso di wire work). Non mancano nemmeno assurde citazioni, come quando Chow viene creduto pazzo ed è legato come Hannibal Lecter ne "Il silenzio degli innocenti". Ma il risultato convince solo a tratti e non lo annovererei né fra le migliori commedie dell'attore né fra i migliori film del regista, nonostante all'epoca fu un grande successo che contribuì a far decollare le carriere di entrambi.

14 aprile 2008

L'albero della vita (D. Aronofsky, 2006)

L'albero della vita (The fountain)
di Darren Aronofsky – USA 2006
con Hugh Jackman, Rachel Weisz
*1/2

Visto in DVD.

Già non ero fra quelli che si erano stracciati le vesti di fronte ai precedenti lavori di Aronofsky (anche se "Requiem for a dream" non mi era dispiaciuto), figuriamoci quanto poco possa avermi entusiasmato questo confuso polpettone misticheggiante, colmo di cialtronerie new age e di deliri storici e scientifici. E pensare che il regista ha lavorato parecchi anni (la gestazione del film risale al 1999 e inizialmente avrebbe dovuto intepretarlo Brad Pitt) per partorire un simile cumulo di banalità sull'amore e la morte, mescolando la leggenda della fontana dell'eterna giovinezza con il mito biblico dell'albero della vita (per una volta il titolo italiano non è a sproposito). Ma se il film è essenzialmente palloso e decisamente presuntuoso, pieno com'è di simboli vuoti e di immagini cortocircuitanti, devo anche ammettere che presenta un certo fascino dal punto di vista dell'estetica e persino della narrazione, così ipnotica, onirica e richiusa su sé stessa, e che nei giorni successivi alla visione può lasciare un retrogusto piacevole. Persino i due interpreti si salvano: Jackman veste i panni di un improbabile ricercatore che tenta disperatamente di trovare una cura per la moglie morente, scoprendo che la corteccia di una pianta sudamericana fa ringiovanire un macaco malato di tumore: la sua storia si intreccia con quella – narrata dalla moglie in un libro – di un conquistador spagnolo inviato dalla regina Isabella nel Nuovo Mondo a cercare l'albero della vita per salvare la Spagna dall'inquisizione (!) e con quella – forse sognata, forse proveniente dal futuro – di un misterioso viaggiatore astrale che medita a gambe incrociate all'interno di una bolla di sapone (sicuramente la parte più indifendibile del film). A parte i pochi pregi, resta essenzialmente una pellicola sbagliata che si merita più pernacchie che tentativi di analisi critica.

12 aprile 2008

I predatori dell'arca perduta (S. Spielberg, 1981)

I predatori dell'arca perduta (Raiders of the lost ark)
di Steven Spielberg – USA 1981
con Harrison Ford, Karen Allen
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Nel 1936 l'archeologo Indiana Jones (Harrison Ford) si reca in Egitto alla ricerca dell'arca dell'alleanza, il leggendario reperto che ha contenuto le tavole dei dieci comandamenti e che fa gola anche ai nazisti per via dei suoi (supposti) poteri soprannaturali. Un film fondamentale nel rinnovare gli stilemi del cinema di avventura, pur guardando al passato e rifacendosi direttamente ai fumetti e alle riviste pulp degli anni trenta (non a caso la grafica del titolo sui manifesti richiama il logo di riviste quali "Amazing stories"). Tratto da una storia di George Lucas sceneggiata da Lawrence Kasdan, ha dato vita a un personaggio talmente popolare da diventare protagonista di altri due film (e un quarto è in arrivo fra pochi mesi), di una serie televisiva, di numerosi videogiochi e soprattutto di innumerevoli imitazioni e parodie non solo cinematografiche. Gli elementi che lo caratterizzano visivamente (compreso il cappello e la frusta) lo rendono probabilmente uno dei character più riconoscibili della storia del cinema. E pensare che a interpretarlo non sarebbe dovuto essere Ford, bensì Tom Selleck, che rifiutò la parte perché troppo impegnato con le riprese del telefilm "Magnum P.I.". Spielberg fonde alla perfezione avventura e azione, ritmo e humour, inseguimenti e acrobazie, il fascino del mistero soprannaturale e quello della storia, cambiando anche più registri stilistici: il professor Jones si trasforma da compassato accademico in un vero e proprio avventuriero (come dimostra subito la bella sequenza iniziale dell'idolo nella giungla), protagonista di sequenze che recuperano l'ingenuità dei bei tempi andati (la sfera di roccia che gli rotola dietro, citazione da una storia di Carl Barks), di meravigliosi momenti umoristici (il nemico con la scimitarra nel mercato al Cairo o la gruccia appendiabiti del nazista), di episodi da brivido (i serpenti nel pozzo delle anime, autentici perché all'epoca non si parlava ancora di CGI, e naturalmente l'apertura dell'arca), di tesissime scene d'azione (l'inseguimento sul camion) e di battute memorabili ("Non sono gli anni... sono i chilometri!"). Fra i comprimari, oltre alla bella Karen Allen, sono da segnalare John "Gimli" Rhys-Davies, Denholm Elliott e un debuttante Alfred Molina ("Adios, imbecille!"). Degna di menzione anche la colonna sonora di John Williams e indimenticabile tanto l'incipit, con il vecchio logo della Paramount che si trasforma in un'autentica montagna (giochino che sarà ripetuto nei capitoli successivi), quanto il finale, con l'immenso magazzino di scatoloni (un omaggio a "Quarto potere"). Nei piani iniziali avrebbe dovuto trattarsi di una pellicola a basso budget, praticamente un B-movie, ma naturalmente Lucas e Spielberg si fecero prendere la mano. Il film è stato poi rieditato con il titolo "Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta", per coerenza con i capitoli successivi. Il nome Indiana era quello del cane di George Lucas, mentre il cognome Jones sarebbe stato scelto il giorno stesso dell'inizio delle riprese: in origine il personaggio avrebbe dovuto chiamarsi Indiana Smith. Una curiosità personale: ricordo ancora la campagna di lancio del film (avevo undici anni), con il claim "Il ritorno della grande avventura" sui manifesti che mi aveva fatto erroneamente pensare che si trattasse di un seguito del film "La grande avventura" di Stewart Raffill.

11 aprile 2008

I quattro dell'Ave Maria (G. Colizzi, 1968)

I quattro dell'Ave Maria
di Giuseppe Colizzi – Italia 1968
con Terence Hill, Bud Spencer
**1/2

Rivisto in DVD.

Dopo l'ottimo riscontro del film precedente, "Dio perdona... io no!", Colizzi prova subito a riproporre la stessa coppia di protagonisti che, stando agli screen test, quando comparivano insieme sullo schermo suscitavano l'entusiasmo del pubblico. Grazie al finanziamento di alcuni produttori americani, stavolta il regista può permettersi un budget decisamente più elevato e l'ingaggio di un attore di richiamo come Eli Wallach, già coprotagonista de "Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone. Nei titoli e nella locandina i nomi di Hill e di Wallach sono davanti a tutti gli altri, ma a tratti il mattatore è proprio Bud Spencer, la cui alchimia con il compagno comincia a decollare anche se le dinamiche fra i due sono ancora limitate. La pellicola è dichiaratamente un sequel della precedente (all'inizio vediamo Bud e Terence restituire il denaro rubato da Bill Santantonio e "riscuotere" la ricompensa), ma il tono è meno violento – pur se sparatorie e morti continuano a non mancare – e più ironico e scanzonato, anche per la presenza di Wallach nei panni di Cacopulos, pulcioso e inaffidabile bandito di origine greca, inizialmente rivale dei due amici e poi loro alleato in cerca di vendetta nei confronti di chi l'aveva tradito anni prima. Ai tre protagonisti si affianca, non si capisce bene perché, un pistolero e acrobata di colore (Brock Peters): insieme, i quattro sconfiggeranno i cattivi in un duello "all'ora dell'Ave Maria". Anche se l'ambientazione è ancora quella di un tipico western all'italiana, si intravedono squarci del "genere universale" del tutto particolare dei futuri film di Spencer e Hill: c'è persino la prima scazzottata in due contro molti. La trama presenta qualche lungaggine di troppo, è tutt'altro che compatta e procede per spunti ed episodi quasi slegati l'uno dall'altro (l'introduzione dei personaggi, la prima vendetta in Messico, lo scontro nella casa da gioco con la roulette truccata). Guardandolo, mi sono trovato a apprezzare e a rimpiangere il bel doppiaggio di quei tempi (indimenticabile la voce mellifua di Wallach: "e io miagolavo...") e un periodo in cui persino gli attori italiani accettavano di far sostituire la propria voce per risultare più adeguati (prendi esempio, Bellucci!).

10 aprile 2008

Dio perdona... io no! (G. Colizzi, 1967)

Dio perdona... io no!
di Giuseppe Colizzi – Italia 1967
con Terence Hill, Bud Spencer
**

Rivisto in DVD.

Dopo aver scoperto che il responsabile di una sanguinosa rapina al treno è un vecchio amico della cui morte – soltanto inscenata – si credeva responsabile, un avventuriero parte alla sua ricerca per vendicarsi e per sottrargli il bottino. Lo aiuterà un altro compare che ora lavora per la compagnia che ha assicurato il treno. Girato in Almeria quando il western all'italiana – dopo gli exploit di Leone – sembrava in fase calante, è il film che ha contribuito a rivitalizzare il genere ma soprattutto quello che ha dato vita alla coppia Bud Spencer-Terence Hill, peraltro nata in modo piuttosto casuale: Carlo Pedersoli, ex olimpionico di nuoto, venne scelto per debuttare sullo schermo soltanto in funzione della sua stazza, ma dimostrò buone doti recitative e soprattutto un eccellente physique du rôle; Mario Girotti sostituì a riprese già iniziate il protagonista ingaggiato in origine, Peter Martell, che si era infortunato al piede durante una lite con la fidanzata (!). Anche i loro nomi d'arte nascono con questa pellicola, su richiesta dei produttori che volevano vendere il film all'estero, e sembravano destinati a non essere riproposti in futuro. I due attori, a dire il vero, non costituiscono ancora una vera e propria coppia: compaiono raramente insieme sullo schermo (ma quando lo fanno mettono già in mostra un buon affiatamento) e sono soltanto due delle tre pedine sulle quali si regge una trama non memorabile, eppure sono già uniti dal consueto rapporto di amicizia/rivalità, incarnano ruoli ben delineati e offrono persino la loro prima scazzottata all'interno di un film che per il resto è ricco di morti violente (basti pensare che si apre con l'immagine di un treno pieno di cadaveri) e sicuramente meno ironico e scanzonato dei successivi. La pellicola doveva inizialmente intitolarsi "Il cane, il gatto e la volpe", ma il titolo venne cambiato all'ultimo momento, dando origine alla moda dei rimandi religiosi nei nomi degli spaghetti western (cui non si sottrassero Spencer e Hill con il successivo "I quattro dell'Ave Maria" e naturalmente con i due "Trinità"). Durante il film, infatti, la battuta del titolo non viene mai pronunciata né – a parte la musica, con un coro sulle parole del "Dies irae", e il nome del cattivo, Bill Santantonio – ci sono riferimenti di qualsivoglia tipo alla religione.

Doppio gioco (Robert Siodmak, 1949)

Doppio gioco (Criss cross)
di Robert Siodmak – USA 1949
con Burt Lancaster, Yvonne De Carlo
**

Visto in DVD.

Un uomo torna in città dopo una lunga assenza e cerca di riallacciare i rapporti con l'ex moglie, che nel frattempo si è sposata con un gangster (Dan Duryea). Per amor suo accetta di entrare nella banda e di partecipare come complice a una rapina al furgone portavalori di cui è l'autista, ma all'ultimo momento ci ripenserà e cercherà di fare il doppio gioco: troppo tardi. Sinceramente speravo che questo film mi piacesse di più, visto che gli altri noir di Siodmak li avevo graditi parecchio (soprattutto "La scala a chiocciola" e "I gangster"). Più che sull'azione e la suspense, la pellicola si concentra sulla costruzione psicologica del personaggio di Lancaster, un uomo disposto a perdersi completamente per amore e a rinunciare a ogni cosa, compresa la propria onestà, per una donna che sembra sfuggirgli e della quale si faticano a comprendere sentimenti e motivazioni. Non si tratta di una classica dark lady calcolatrice, infatti, ma di una semplice opportunista. Tutta la prima parte della vicenda viene raccontata in un lungo flashback, e la regia ha alcuni buoni momenti (l'incontro alla stazione, per esempio, permeato dal caso e dal destino), anche se le atmosfere non sono sempre memorabili e i colpi di scena sono poco efficaci. Il doppiaggio dell'epoca appioppa in maniera ridicola nomi italiani a tutti i personaggi.

9 aprile 2008

Frank Costello faccia d'angelo (J.P. Melville, 1967)

Frank Costello faccia d'angelo (Le samouraï)
di Jean-Pierre Melville – Francia 1967
con Alain Delon, François Périer
***1/2

Rivisto in DVD.

Rarefatto e sospeso, quasi muto e quasi in bianco e nero (la fotografia è a colori, sì, ma i toni di grigio e di beige predominano e l'atmosfera da noir pervade ogni ambiente e ogni personaggio), è l'indimenticabile ritratto di un killer solitario e metodico, che va incontro al proprio destino senza mostrare disperazione né accettare compromessi. Alain Delon, con la sua espressione immutabile e gli occhi di ghiaccio, è perfetto nel tratteggiare un personaggio freddo e silenzioso, che vive in un appartamento spoglio e ha come unico compagno un uccellino in gabbia, e che dopo aver commesso un omicidio in un locale notturno fugge inspiegabilmente senza eliminare la giovane pianista di colore che lo ha visto in volto. Nonostante tutto il suo alibi regge, meticolosamente costruito con l'aiuto della bella Jane (interpretata dalla moglie Nathalie Delon), ma la polizia continua a indagare su di lui e anche i suoi mandanti decidono di eliminarlo. La versione italiana modifica il titolo del film (nonché il nome del protagonista, che in originale si chiamava Jeff e non Frank), aggiunge una musica bossanova sopra il silenzio e il cinguettio dell'uccellino, ed elimina anche il cartello introduttivo nel quale Melville aveva voluto inserire una finta citazione del Bushido ("Non vi è solitudine più profonda di quella del samurai, se non quella di una tigre nella giungla, forse...), cancellando così del tutto il riferimento ai guerrieri giapponesi e alla loro aderenza a un codice di regole e di doveri che tanto ricorda, appunto, i protagonisti di molte pellicole orientali, il Kitano di "Sonatine" e "Hana-bi" in primis. Sono innumerevoli comunque i film e gli autori che hanno tratto ispirazione dalla pellicola: persino alcuni insospettabili, tanto il loro stile è diverso da quello di Melville, come John Woo (la trama di "The killer" gli assomiglia molto) e la coppia Bud Spencer/Terence Hill (ricordate il sicario Paganini in "Altrimenti ci arrabbiamo"?), oltre a naturalmente a Jim Jarmusch, che nel suo "Ghost dog" recupera il parallelo fra il codice del killer e quello dei samurai.

8 aprile 2008

Una notte al museo (S. Levy, 2006)

Una notte al museo (Night at the museum)
di Shawn Levy – USA 2006
con Ben Stiller, Robin Williams
**

Visto in DVD, con Hiromi.

Nel museo dove Ben Stiller è appena stato assunto come guardiano notturno, di notte la storia prende vita: a causa di un'antica maledizione egiziana, infatti, gli scheletri di dinosauro, gli animali impagliati, le statue di cera e i soldatini dei diorama si animano e se ne vanno in giro per le stanze e per i corridoi. L'idea è carina, ma la sceneggiatura non riesce a sfruttarla a dovere e tutte le sorprese vengono bruciate nei primi trenta minuti: dopo ci sono solo capitomboli, inseguimenti e situazioni prevedibili (per l'ennesima volta un padre divorziato che deve riconquistare la fiducia del figlio!) che rendono il film decisamente più infantile rispetto alla media di Stiller. Non a caso producono Chris Columbus e Stephen Sommers (quello de "La mummia"). In mano a un regista come Joe Dante forse ne sarebbe potuto uscire qualcosa di più interessante, ma chi si accontenta di poco si divertirà comunque: agli altri consiglio una diversa pellicola ambientata in un museo: "Arca russa" di Sokurov! La presenza di Robin Williams, che interpreta la statua del presidente Theodore Roosevelt, evoca "Jumanji". Da sottolineare comunque la partecipazione degli anziani Dick van Dyke e Mickey Rooney (oltre al meno noto Bill Cobbs) nei panni dei precedenti guardiani notturni. Naturalmente è già in programma un sequel.

7 aprile 2008

2022: i sopravvissuti (R. Fleischer, 1973)

2022: i sopravvissuti (Soylent green)
di Richard Fleischer – USA 1973
con Charlton Heston, Edward G. Robinson
***1/2

Rivisto in VHS.

Periodo di lutti, questo: è scomparso anche Charlton Heston, che voglio ricordare attraverso una delle sue interpretazioni più memorabili in uno dei miei film di fantascienza preferiti. Tratto da un romanzo di Harry Harrison noto in Italia con il titolo "Largo! Largo!", la pellicola offre il disperato ritratto di una società futura in cui la sovrappopolazione ha distrutto tutte le risorse disponibili, inquinato irrimediabilmente il mondo e sterminato la vita animale e vegetale, anche con il contribuito di un riscaldamento globale che ha annullato le stagioni dando vita a un'estate torrida che dura tutto l'anno. Il film è ambientato in una New York con 40 milioni di abitanti (che all'epoca sembravano tantissimi... e dire che oggi ci sono megalopoli, soprattutto in Asia, le cui aree metropolitane si stanno avvicinando a grandi passi a quella cifra!), dove l'aria è inquinatissima (Fleischer applica un filtro verde all'obiettivo), l'energia e il cibo sono razionati e non si produce più nemmeno cultura: i libri non vengono più stampati e le conoscenze sono affidate a biblioteche umane, i cosiddetti "uomini-libro"; di cinema e televisione non c'è traccia, mentre solo i più ricchi possono permettersi svaghi come vetusti videogiochi (che forse nei primi anni settanta non sembravano così vetusti!); soltanto a chi sceglie una nobile forma di eutanasia è permesso di godersi gli ultimi istanti della propria vita con un filmato che mostra le meraviglie ormai scomparse che il pianeta offriva un tempo ai suoi abitanti. Gli uomini si nutrono essenzialmente di soylent, un concentrato di alghe e plancton ad alto potere nutritivo, e l'azienda che lo produce e distribuisce governa praticamente il mondo. Heston, nei panni dell'agente di polizia Thorn, indaga sul misterioso omicidio di un potente politico (il film è strutturato quasi come un giallo), scoprendo poco a poco una terribile verità. Il grande Edward G. Robinson, al suo ultimo film, interpreta Sol Roth, "uomo-libro" di fiducia di Thorn e protagonista della scena più toccante del film, quella in cui si "reca al tempio". Leigh Taylor-Young è invece la giovane ragazza "in dotazione" all'appartamento in cui viveva l'uomo assassinato, della quale Thorn si innamora. L'uso di tutti questi eufemismi ("andare al tempio", in originale "going home", per l'eutanasia; "ragazza in dotazione" per la prostituzione, e così via) contribuisce alla descrizione di una società distopica non poi così diversa dalla nostra: e proprio la paura che il tragico mondo descritto dal film possa in fondo un giorno avverarsi rende la pellicola così avvincente. Bello l'incipit, con fotografie che seguono il percorso dell'umanità, dei consumi e dell'urbanizzazione dalla fine dell'800 fino ai giorni nostri, e grandioso il finale.

6 aprile 2008

Meltdown (Wong Jing, 1995)

Meltdown – La catastrofe (Shu dan long wei, aka High Risk)
di Wong Jing – Hong Kong 1995
con Jet Li, Jacky Cheung
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Ho un po' di nostalgia per quel periodo felice del cinema di Hong Kong in cui si realizzavano pellicole come questa, che spaziavano senza vergogna dall'azione pura e frenetica in stile "Die hard" (indirettamente citato), coreografata dal grande Yuen Kwai, alla comicità stupida e volgarotta che costituisce il marchio di fabbrica di Wong Jing. A dire la verità, quando l'avevo visto per la prima volta, su un video-cd di importazione e in lingua originale, mi era piaciuto di più. Stavolta, in italiano e con la brutta musica rap che ci hanno aggiunto gli americani, mi è sembrato meno divertente, ma resta comunque uno spettacolone ingenuo ed efficace. Jet Li interpreta un ex soldato dei servizi speciali che, dopo aver perso la moglie in un attentato terroristico, si ricicla come guardia del corpo e deve affrontare una banda di criminali che ha sequestrato un intero grattacielo. Gli ruba però spesso la scena Jacky Cheung, il cui personaggio di attore di arti marziali è una parodia di Bruce Lee (i nunchaku e la tutina gialla) ma soprattutto una feroce satira di Jackie Chan (il divo che non utilizza stuntmen), per il quale era stata scritta originariamente la parte e che avrebbe litigato con il regista sul set di "City Hunter": peccato, sarebbe stata la prima apparizione di Jackie e Jet fianco a fianco sullo schermo! Degno di nota il cast femminile: si va dalla procace Chingmy Yau, compagna e musa del regista (che veste i panni di una improbabile giornalista), alla timida Charlie Yeung, fino alla bella e cattiva Valerie Chow. Stranamente per Li ci sono poche arti marziali ma molte scene con automobili (nell'ascensore!), elicotteri e pistole.

Pasolini, un delitto italiano (M. T. Giordana, 1995)

Pasolini, un delitto italiano
di Marco Tullio Giordana – Italia 1995
con Carlo De Filippi, Giulio Scarpati
**

Visto in DVD.

Il 2 novembre 1975 veniva ritrovato sul lungomare di Ostia il cadavere di Pier Paolo Pasolini, ucciso dal giovane Pino Pelosi. Da quella notte prende il via questo film di Giordana, che ricostruisce (con l'aiuto anche di filmati d'epoca) le fasi successive dell'indagine fino al processo di primo grado presso il tribunale minorile, ed è essenzialmente un film giudiziario o un legal thriller. I protagonisti, l'avvocato di famiglia e un coriaceo ispettore, sono convinti che Pelosi non abbia agito da solo e che dietro l'omicidio possano nascondersi frange dell'estrema destra romana o addirittura nomi potenti della politica (Pasolini nei suoi ultimi anni aveva pesantemente attaccato l'establishment, proponendo provocatoriamente addirittura di processare la Democrazia Cristiana). Ma le autorità insabbieranno l'indagine. Pur interessante per l'argomento che tratta, Il film non coinvolge particolarmente, indeciso com'è fra il documentario e la fiction (con volti come Claudio Amendola e Nicoletta Braschi in parti minori), e soprattutto non rende alcuna giustizia all'arte di PPP, che rimane un "oggetto" misterioso ed estraneo. Buona invece la descrizione della Roma dell'epoca, con l'odio diffuso verso i gay e la "degradazione antropologica" che Pasolini stesso lamentava. Il finale, nel quale lo scatolone con i materiali dell'indagine viene portato nei meandri dell'immenso archivio del tribunale, ricorda quello de "I predatori dell'arca perduta" di Spielberg.

5 aprile 2008

Pandora (Albert Lewin, 1951)

Pandora (Pandora and the Flying Dutchman)
di Albert Lewin – USA 1951
con Ava Gardner, James Mason
***

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Mi piace andare a recuperare vecchi film hollywoodiani quasi dimenticati. Questa è una pellicola insolita e tragica, barocca e surreale, romantica ma senza molti termini di paragone (soprattutto per l'epoca), che gioca con i miti, le leggende e con il concetto di amour fou, ben rappresentato dalla frase che i protagonisti ripetono per tutto il film: "la misura di un amore dipende da quello cui si è disposti a rinunciare per esso". In un'esotica cittadina costiera della Spagna, la bellissima americana Pandora Reynolds attira le attenzioni di quasi tutti gli uomini della ristretta comunità che frequenta. Indifferente a tutti ma contesa in particolare da un pilota automobilistico e da un altezzoso torero, Pandora si innamora dell'enigmatico navigatore Hendrik van der Zee, ignorando che si tratta del leggendario Olandese Volante, immortale da oltre tre secoli e condannato a espiare le proprie colpe vagando in eterno per i mari fino a quando non troverà una donna disposta a morire per lui. Naturalmente, essendosi invaghito a sua volta di Pandora (reincarnazione della sua fiamma precedente?), l'Olandese vorrebbe allontanarla da sé per non costringerla a sacrificarsi, preferendo rinunciare così alla propria redenzione: ma il destino non potrà che spingerli di nuovo insieme. Le scenografie, condite da reperti archeologici di ogni tipo (alcune scene, come quella del ballo notturno fra statue e colonne, ricordano i dipinti di De Chirico), sono suggestive e coloratissime. Notevole anche il racconto delle origini dell'Olandese, narrato in un flashback nel flashback.

4 aprile 2008

Le ultime 36 ore (G. Seaton, 1965)

Le ultime 36 ore (36 Hours)
di George Seaton – USA 1965
con James Garner, Eva Marie Saint, Rod Taylor
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Brillante thriller bellico-spionistico, tratto da un racconto di Roald Dahl e basato su un'idea semplice e originale: nel 1944, alla vigilia dello sbarco in Normandia, i tedeschi rapiscono un maggiore americano, uno dei pochi a conoscere tutti i dettagli dell'invasione (e in particolare il luogo in cui avverrà), e lo trasportano, privo di sensi, in un finto ospedale statunitense ricostruito nel cuore della Germania. Qui gli fanno credere di trovarsi già nel 1950, che la guerra è finita da tempo, naturalmente con la vittoria americana, e che lui – "invecchiato" ad arte – soffre di amnesia. Fra giornali finti, trasmissioni radiofoniche artefatte e una miriade di attori che recitano per ingannarlo (proprio come in "The Truman Show"), il protagonista cade facilmente nell'inganno e, confidandosi con un affabile medico (nato negli Stati Uniti ma trasferitosi in Germania a sedici anni) e con una graziosa infermiera (proveniente da un campo di concentramento, forse il personaggio più debole della pellicola), si lascia così sfuggire il prezioso segreto. "Datemi un americano qualsiasi e in 36 ore ne farò un traditore", recitava la frase di lancio del film, che forse sarebbe stato più accattivante se il gioco non fosse stato svelato subito allo spettatore. La parte finale, dopo la fuga, è infatti forse un po' troppo lunga e meno interessante di quella ambientata nel falso ospedale di campo. La versione che ho visto era ricolorata.

3 aprile 2008

Un bacio romantico (Wong Kar-wai, 2007)

Un bacio romantico (My blueberry nights)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/USA 20007
con Norah Jones, Jude Law
**

Visto ieri al cinema Colosseo, con Hiromi.

Il primo film di Wong Kar-wai in lingua inglese, nonostante il regista mantenga il proprio stile, i temi e le ambientazioni preferite, mi ha un po' deluso. Non solo non sembra offrire molto di nuovo rispetto ad alcune pellicole precedenti (a tratti sembra quasi una versione made in USA di opere come "Hong Kong Express" e "Angeli perduti"), ma è anche meno efficace nel mettere in scena i soliti personaggi in cerca d'amore o di consolazione e le loro piccole manie, le abitudini, i sogni e i desideri. La protagonista, la cantante Norah Jones (al suo esordio sullo schermo), reduce da una delusione d'amore, trova conforto nell'amicizia con il barista Jude Law, nel cui locale si reca ogni sera all'ora di chiusura per scambiare qualche chiacchiera e divorare la torta al mirtillo che – immancabilmente – nessun cliente ha ordinato durante la giornata. Partirà poi per un anno di vagabondaggi da una costa all'altra degli Stati Uniti, lavorando come cameriera in diner e locali notturni e incrociando i destini di altri personaggi più o meno tormentati: un poliziotto alcolizzato (David Strathairn) abbandonato dalla moglie (Rachel Weisz) e una giovane giocatrice di poker (Natalie Portman) che non si fida delle altre persone. Alla fine la ragazza non potrà che tornare al punto di partenza, al locale newyorkese di Jude Law, dove i due si scambieranno il bacio che i distributori italiani hanno voluto proditoriamente mettere nel titolo della pellicola. Senza il fidato Christopher Doyle alla fotografia (ma Darius Khondji è altrettanto colorato, anche se più iperrealista), e affidandosi a una ricca colonna sonora rhythm'n'blues (a fianco di pezzi classici e di brani inediti di Ry Cooder e della stessa Jones c'è persino un rifacimento del tema di "In the mood for love"), Wong traspone le sue storie in un ambiente americano che sembra disposto ad accoglierle bene: peccato che i personaggi siano poco interessanti e che quello più promettente, ossia Jude Law, funga soltanto da cornice a tutta la vicenda. L'inizio del film, nel suo bar, è infatti la parte migliore di una pellicola che poi si perde in un viaggio a vuoto.

2 aprile 2008

Rififi (Jules Dassin, 1955)

Rififi (Du rififi chez les hommes)
di Jules Dassin – Francia 1955
con Jean Servais, Carl Möhner
***

Rivisto in DVD.

Due giorni fa è morto Jules Dassin, e come sempre non c'è modo migliore di ricordare un regista scomparso che quello di rivedersi uno dei suoi film. Americano di nascita e autore di pellicole come "Forza bruta" e "La città nuda", Dassin fu costretto a trasferirsi in Europa dopo essere finito sulla lista nera del maccartismo: questo "Rififi" (il termine, che fa parte del gergo della malavita, si riferisce a una lotta senza esclusione di colpi) è il suo primo film francese, un noir che vinse il premio per la miglior regia al festival di Cannes e avrebbe influenzato numerosi film "di rapine" successivi (compreso, probabilmente, "I senza nome" di Melville): la tesissima scena centrale, ovvero l'indimenticabile sequenza della rapina alla gioielleria, è completamente muta e dura quasi trenta minuti (anche di più se la facciamo partire dal momento in cui tre dei quattro protagonisti salutano silenziosamente le rispettive compagne e terminare nell'istante in cui contemplano il bottino). Anche se il film non è perfetto (i personaggi sono un po' stereotipati, ma dopo tutto fa parte del gioco: siamo di fronte a un noir archetipico), quel che risalta sono i dialoghi di Auguste Le Breton (che contribuì all'adattamento dal suo romanzo, uno dei capostipiti del filone) e naturalmente la regia, oscura, efficace e ricca di piani sequenza ma anche di primi piani sui volti degli attori, quasi tutti poco noti. Il protagonista della storia è il vecchio gangster Tony, detto "il laureato", un duro veterano che segue sempre le regole. Malato dopo cinque anni di carcere (che ha scontato pur di non tradire gli amici) e incattivito perché nel frattempo la sua donna Madò lo ha lasciato, Tony progetta un formidabile colpo a una gioielleria in compagnia di tre complici: il suo giovane protetto Joe, il loquace italiano Mario (Robert Manuel) e l'elegante e donnaiolo Cesare "il marsigliese", specialista in casseforti (Dassin stesso, che recita con lo pseudonimo di Perlo Vita: ma nella versione originale è "il milanese"!). Dopo il colpo, un'imprudenza di Cesare (che regala un anello alla ballerina di un night club, interpretata da Magali Noël) li tradirà: e una banda rivale cercherà di impossessarsi del bottino sequestrando il figlioletto di Joe e scatenando l'ira di Tony. Molto bella, nel finale, anche la sequenza del bandito che guida ferito attraverso tutta la città per riconsegnare il bambino alla madre. La scena della morte di Cesare non era prevista nella sceneggiatura originale: Dassin la aggiunse per alludere alla tragica situazione della lista nera di Hollywood e al prezzo da pagare per il "tradimento di amici e colleghi".

31 marzo 2008

Kirikù e gli animali selvaggi (M. Ocelot, 2005)

Kirikù e gli animali selvaggi (Kirikou et les bêtes sauvages)
di Michel Ocelot, Bénédicte Galup – Francia 2005
animazione tradizionale
**1/2

Visto in DVD, con Elena.

Più uno spin-off che un sequel, questo film non aggiunge molto di nuovo all'universo di Kirikù creato da Ocelot con la prima pellicola ("Kirikù e la strega Karabà"), ma ne ripropone l'ambientazione, i personaggi e i bellissimi disegni attraverso una serie di episodi decisamente più minimalisti e infantili che si svolgono contemporaneamente alle vicende precedenti. Scopriamo così come Kirikù abbia avuto a che fare con una serie di animali più o meno amichevoli (una iena, un bufalo, una giraffa) e come la sua saggezza e la sua intraprendenza (è stato giardiniere, vasaio, mercante, medico) abbiano salvato più volte il villaggio nei momenti di difficoltà. Carino, ma non all'altezza del film originale.

Kirikù e la strega Karabà (M. Ocelot, 1998)

Kirikù e la strega Karabà (Kirikou et la sorcière)
di Michel Ocelot – Francia/Belgio 1998
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD.

Ispirato a fiabe e leggende dell'Africa occidentale, è lo straordinario film che mi ha fatto conoscere il talento di Ocelot. Animazione bidimensionale e "povera" fin che si vuole, ma elegante, colorata (si dice che il regista abbia preso spunti anche dai dipinti "primitivi" di Henri Rousseau) e piena di invenzioni visive (gli alberi di corallo, i feticci di legno), con una storia che offre diversi livelli di lettura e risulta avvincente sia per i bambini (per l'avventura, gli animali esotici, la simpatia del protagonista) sia per gli adulti (per i temi antropologici, il fascino del mito, il sorprendente finale). Kirikù, stupefacente neonato che parla ancora prima di venire alla luce e che "si mette al mondo da solo", è una creatura curiosa, saggia e coraggiosa che protegge il proprio villaggio dalle angherie della minacciosa strega Karabà. Costei non solo ha "divorato" tutti gli uomini, lasciando al villaggio soltanto le donne, i vecchi e i bambini, ma pretende tributi e gioielli con la minaccia di privare gli abitanti di ogni risorsa, acqua compresa, e di scatenare i suoi feticci, statuette di legno animate che si muovono come robot. Dopo un lungo viaggio pieno di pericoli, Kirikù scoprirà la verità su di lei. Una delle morali più indovinate della fiaba è quella della relatività del bene e del male: ben lungi dal voler distruggere la strega, il piccolo protagonista ne è invece innamorato ed è curioso di scoprire il motivo per cui essa è cattiva. La musica di Youssou N'Dour contribuisce a rendere il film un autentico gioiellino, una delle opere più fresche che il cinema d'animazione abbia partorito negli ultimi anni.

30 marzo 2008

Superman vuole uccidere Jessie (V. Vorlícek, 1966)

Superman vuole uccidere Jessie (Kdo chce zabít Jessii?)
di Václav Vorlícek – Cecoslovacchia 1966
con Jirí Sovák, Dana Medrická
***

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Una scienziata mette a punto un sofisticato apparecchio per visualizzare i sogni degli esseri viventi e persino un siero in grado di eliminare gli incubi sgradevoli, ma quando scopre che il marito di notte sogna la sexy eroina di una serie a fumetti (anche se in realtà desidera soltanto i guanti anti-gravitazionali che lei indossa), per gelosia decide di utilizzarlo su di lui. Peccato però che l'invenzione abbia come effetto collaterale quello di materializzare i sogni nel mondo reale: e così la procace (e geniale) Jessie e i suoi due nemici, un malvagio supereroe e un burbero cowboy, seminano il panico per le strade di Praga, pur continuando a comportarsi come in un fumetto e a parlare attraverso balloon. Un film incredibile e divertente, surreale e fantasioso, che forse sorprenderebbe meno se provenisse dagli Stati Uniti o dalla Francia, colmo com'è di suggestioni e riferimenti alla cultura pop fantascientifica e (soprattutto) fumettistica degli anni cinquanta-sessanta: una vera e propria sorpresa per chi fosse convinto che il cinema nei paesi del blocco orientale fosse esclusivamente lento, impegnato e tarkovskiano! Non per nulla lo scenario culturale cecoslovacco era ben più vivace e fresco di quello della Germania dell'Est (si pensi anche ai primi film di Forman). Il tono da commedia brillante, il ritmo e le gag non hanno nulla da invidiare ad alcune pellicole di Wilder, Hawks ("Il magnifico scherzo") o Lubitsch, gli elementi fantastici e fumettistici (che anticipano addirittura "Barbarella" e il telefilm di Batman) aggiungono vivacità e colpi di scena, e c'è persino qualche accenno di satira sociale (a spese dei pianificatori, degli scienziati, dei giudici, dei poliziotti, dei secondini, oltre che naturalmente dei rapporti di coppia...). Il fumetto da cui provengono Jessie e i suoi due nemici (il cui titolo, nonché quello originale del film, è "Chi vuole uccidere Jessie?") è dichiaratamente ispirato a serie tipo "The perils of Pauline" o al personaggio di Gwendoline di John Willie, ovvero al filone delle damsel in distress, nel quale al termine di ogni puntata la protagonista si trovava legata e alla mercé dei cattivi, per poi riuscire a sfuggire in qualche modo nell'episodio successivo. In America si pensò addirittura di farne un remake con Jack Lemmon e Shirley MacLaine nelle parti dei due coniugi protagonisti (mentre Juraj Visny, Karel Effa e la graziosissima Olga Schoberová, che interpretano i tre personaggi del fumetto, avrebbero mantenuto i propri ruoli: fra l'altro, grazie all'uso dei balloon, non avrebbero certo avuto bisogno di imparare l'inglese!), poi l'occupazione della Cecoslovacchia nel 1968 mandò a monte il progetto. In Italia alcune scene del film vennero tagliate e altre, girate appositamente, vennero aggiunte. Il bel DVD, che fa parte del cofanetto "Stelle Rosse 2", contiene entrambe le versioni.

Batman & Robin (J. Schumacher, 1997)

Batman & Robin (id.)
di Joel Schumacher – USA 1997
con George Clooney, Arnold Schwarzenegger
*1/2

Rivisto in DVD.

Ancora più infantile e fracassone del terzo episodio (e stavolta persino Burton si defila completamente, visto che risulta assente anche come producer), il quarto film di Batman si rifà a un concetto del personaggio (e di supereroe) rimasto fermo agli anni sessanta. La fotografia e le luci sono sempre più colorate, le inquadrature sghembe come nel telefilm, i personaggi ridicoli e dialoghi colmi di doppi sensi e battutine da scuola elementare. Nonostante il titolo (che forse sarebbe stato più adatto al film precedente), adesso gli eroi sono in tre: a Batman e Robin si aggiunge anche Batgirl, una Alicia Silverstone che eccede in smorfie. I cattivi, invece, sono sempre due: un improponibile Schwarzy nei panni di Mr. Freeze (personaggio davvero minore, non lo ricordo affatto nei fumetti) e un'affascinante Uma Thurman come Poison Ivy (l'unica davvero efficace del cast e l'unica a salvare parzialmente il film). Non mancano comunque comparsate di altri character che diranno qualcosa ai lettori dei comics: da Jason Woodrue ("l'uomo floronico" dello Swamp Thing di Alan Moore, qui completamente snaturato) al Flagello (Bane). Maggiore importanza rispetto ai film precedenti l'ha anche il maggiordomo Alfred, colpito da una strana malattia che naturalmente trova una rapida cura nel finale. Clooney, un Batman brizzolato, non fa molto meglio dei suoi due predecessori nel rendere giustizia all'uomo pipistrello e si esibisce in gag pietose (come quella della carta di credito), mentre Robin entra in conflitto con l'amico per l'amore della bella Ivy. Carine comunque alcune scenografie, come le statue colossali che reggono strade ed edifici di Gotham.

29 marzo 2008

Schiava d'amore (N. Michalkov, 1975)

Schiava d'amore (Raba ljubvi)
di Nikita Michalkov – URSS 1975
con Elena Solovéj, Rodion Nachapetov
**1/2

Rivisto in DVD alla Fogona, con Marisa.

È il secondo lungometraggio di Michalkov, ma il primo ad aver avuto una certa notorietà in occidente. Basato su una sceneggiatura del fratello Andrei Konchalovsky (il futuro regista di "A trenta secondi dalla fine" che – a differenza di Nikita – ha scelto di usare il cognome della madre), a sua volta rimaneggiamento di un film dallo stesso titolo che era rimasto incompiuto per dissidi fra il precedente regista e la casa di produzione, è ambientato a Odessa e in Crimea nell'ottobre del 1918, ossia quando il paese era scosso dalla guerra civile. Ma gli eventi storici sembrano lontani, confinati a Mosca, mentre a Odessa – nonostante la mobilitazione dell'esercito contro i sovversivi rivoluzionari – l'attrice Olga Voznesenskaja (Elena Solovéj) e la troupe del film muto che sta girando (un melodramma esotico e strappalacrime intitolato appunto "Schiava d'amore") sembrano immersi in un'atmosfera onirica ed estraniante. Pur frivola e capricciosa, l'attrice però si annoia e sogna di impegnarsi attivamente in qualcosa di concreto: e riesce ad soddisfare la propria coscienza sociale aiutando un operatore di cui è innamorata e che è compromesso con i bolscevichi. Il film, piuttosto piacevole, non punta tanto le sue carte sulla ricostruzione storica quanto su barlumi di quell'atmosfera conviviale e "cechoviana" che diventerà il marchio di fabbrica del regista russo (si pensi per esempio al successivo "Partitura incompiuta per pianola meccanica"). I personaggi sembrano quasi lasciarsi trasportare dagli eventi ed essere in perenne attesa che il destino decida per loro quale sia la giusta direzione da prendere. La protagonista Olga è ispirata alla diva del cinema muto russo Vera Cholodnaja.

28 marzo 2008

Tickets (Olmi, Kiarostami, Loach, 2005)

Tickets
di Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami, Ken Loach – Italia/GB 2005
con Carlo Delle Piane, Silvana de Santis
**

Visto in divx alla Fogona.

Tre episodi – ambientati in un convoglio ferroviario – che sfumano l'uno nell'altro senza una separazione netta, con alcuni personaggi comuni che "traghettano" lo spettatore attraverso le varie storie. Nel segmento di Ermanno Olmi (*1/2), un anziano farmacologo (Delle Piane) che sta tornando in Italia dalla Germania rimpiange un possibile amore mai nato con la bella interprete (Valeria Bruni Tedeschi) che lo ha aiutato a trovare il posto in treno. Mentre i vagoni vengono perlustrati da una pattuglia di militari alla misteriosa ricerca di qualcosa, il professore ha un gesto di solidarietà nei confronti di un bambino albanese in viaggio con la sua famiglia. Nell'episodio di Abbas Kiarostami (**), un giovane che sta svolgendo il servizio civile pianta in asso l'arrogante e odiosa moglie di un generale che deve accompagnare e che lo schiavizza in continuazione. Nell'episodio di Ken Loach (**1/2), infine, tre tifosi scozzesi della squadra di calcio del Celtic, in viaggio verso Roma per assistere a una partita, cedono generosamente uno dei loro biglietti alla famiglia albanese di cui sopra, per poi sfuggire alla polizia una volta giunti in stazione grazie all'aiuto dei tifosi romanisti. L'ambientazione all'interno di un convoglio di Trenitalia è il filo conduttore dell'intera pellicola, ma solo Loach sfutta anche il titolo del film ("Biglietti"). Nel complesso, una pellicola che non graffia e non colpisce particolarmente. Olmi è troppo populista, Kiarostami è simpatico ma effimero, solo Loach mette in scena dei "veri" personaggi.

Uomo bianco, tu vivrai! (J. L. Mankiewicz, 1950)

Uomo bianco, tu vivrai! (No way out)
di Joseph L. Mankiewicz – USA 1950
con Richard Widmark, Sidney Poitier
**1/2

Visto in DVD.

Per ricordare il grande caratterista Richard Widmark, scomparso un paio di giorni fa, mi sono guardato questo bel drammone a sfondo sociale (anche se il titolo italiano fa pensare semmai a un western revisionista!) in cui interpreta la parte di un cattivone balordo e razzista, ricoverato in ospedale insieme al fratello dopo essere rimasto ferito in una tentata rapina. Quando il fratello muore sotto i ferri di un giovane medico di colore (Poitier, al suo esordio sullo schermo), Widmark lo accusa senza mezzi termini di averlo ucciso e provoca una tumultuosa rivolta contro i neri nei bassifondi della città. L'unico modo che il medico avrebbe per dimostrare di aver agito correttamente sarebbe quello di fare l'autopsia del cadavere, ma ovviamente il fratello rifiuta di dare il suo assenso. Insolitamente duro per l'epoca, il film è solido grazie agli ottimi protagonisti (ci sono anche Linda Darnell nei panni della vedova del paziente morto, inizialmente a sua volta razzista ma che poi si ravvede, e Stephen McNally in quelli del primario dell'ospedale che nutre fiducia nell'operato del medico) e al grande mestiere del regista-sceneggiatore. Parallelo al conflitto razziale c'è il (consueto per Mankiewicz) conflitto di classe, dove i rapporti di forza fra le parti sono curiosamente invertiti: Poitier, come gli altri medici, è infatti educato e benestante, mentre Widmark e la Darnell sono di bassa estrazione.

27 marzo 2008

Poliziotto in blue jeans (B. Evans, 1992)

Poliziotto in blue jeans (Kuffs)
di Bruce A. Evans – USA 1992
con Christian Slater, Milla Jovovich
**1/2

Visto in divx alla Fogona.

Un film che si apre con una Milla Jovovich sedicenne che balla in mutande e maglietta non può essere veramente brutto, nemmeno se se ha una trama piuttosto stereotipata e se Milla è soltanto una comprimaria. E infatti non mi è affatto dispiaciuto, anzi a tratti l'ho trovato piuttosto divertente. Il giovane e impulsivo protagonista, George Kuffs, non sa bene cosa fare della propria vita, ma quando il fratello poliziotto viene ucciso da un malvivente che viene poi lasciato in libertà, decide di arruolarsi a propria volta per fare giustizia. Il tono della pellicola però è leggero, quasi comico, con scene come quella dell'agguato del killer a casa di George che sembrano uscite da un film di Jackie Chan, arti marziali a parte. Slater rompe continuamente il "quarto muro", guardando in camera e parlando con gli spettatori (lo fa persino quando è imbavagliato, aiutato dai sottotitoli!). Ambientato a San Francisco, il film affronta anche il tema delle pattuglie speciali, poliziotti "privati" pagati direttamente dai cittadini, che collaborano con i veri agenti e si possono passare la licenza in eredità. Una serie di personaggi simpatici e ben caratterizzati completa una pellicola d'azione senza pretese ma piuttosto godibile e con una discreta verve.

26 marzo 2008

La regola del gioco (J. Renoir, 1939)

La regola del gioco (La règle du jeu)
di Jean Renoir – Francia 1939
con Marcel Dalio, Nora Grégor
***1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Era la prima volta che vedevo questo classico, considerato da alcuni (Truffaut, per esempio) uno dei film più belli di tutti i tempi. Aperta da una citazione di Beaumarchais, la pellicola è dichiaratamente ispirata a "Le nozze di Figaro": ma l'ambientazione alla vigilia della seconda guerra mondiale la rende un ritratto di un mondo che sta per scomparire, quello di un'alta borghesia frivola e svagata che non sarebbe sopravvissuta al conflitto imminente. Nella tenuta di campagna del marchese Robert de la Cheyniest vengono accolti numerosi ospiti per una settimana di divertimento che prevede una battuta di caccia. Fra gli invitati c'è l'aviatore André Jurieux, il nuovo idolo delle folle che ha appena compiuto una trasvolata oceanica e che è innamorato della marchesa Christina, come ben tutti – compreso il marito – sanno. Anche il marchese ha comunque la sua amante, Geneviève, che ha però intenzione di lasciare. I tradimenti amorosi non mancano nemmeno dal lato della servitù: la cameriera della marchesa, Lisette, accetta di buon garbo la corte dell'ex bracconiere e ora domestico Marceau, scatenando la gelosia del marito e guardiacaccia Schumacher (il cui nome è pronunciato da tutti alla francese, Sciumascèr). Una scena nel finale rispecchia quasi alla lettera quella della commedia di Beaumarchais (e dell'opera di Da Ponte/Mozart), con la marchesa che si incontra con uno dei suoi spasimanti nella serra del giardino, indossando il mantello della sua cameriera. Il ritmo vivace, la ricchezza dei personaggi, la fluidità dei sentimenti (non è mai chiaro chi ami veramente chi, e se la marchesa o anche la cameriera intendano restare fedeli ai mariti o consegnarsi ai propri amanti; gli uomini, a dire il vero, sembrano decisamente più stabili nei sentimenti) rendono la pellicola un piccolo capolavoro "fuori dal tempo" (e infatti fu rifiutato dal pubblico), più simile alle commedie degli anni venti e dei primi anni trenta, come quelle di Lubitsch, che al cinema contemporaneo e successivo. Anche il regista recita sullo schermo nei panni di Octave, amico del marchese e di Julian e confidente (innamorato) di Christina. Il "gioco" del titolo è naturalmente quello amoroso, che ha anch'esso le sue inderogabili regole e prevede drammatiche conseguenze per chi non le rispetta. Celebre la battuta "Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni".

25 marzo 2008

Batman forever (J. Schumacher, 1995)

Batman forever (id.)
di Joel Schumacher – USA 1995
con Val Kilmer, Chris O'Donnell
*

Visto in DVD.

Dal terzo episodio Burton si limita a produrre e lascia la manovella al mediocre Schumacher. Anche Keaton si defila dal ruolo dell'uomo pipistrello, ma non è che le cose migliorino di molto con l'ingessatissimo Kilmer. Con il passaggio di consegne tra i registi si passa dall'estetica del cinema a quella del telefilm, dalle scenografie gotico-futuristiche a quelle di un parco dei divertimenti, da una Gotham City labirintica e oscura a una città finta, plasticosa e coloratissima, con neon e luci fluorescenti. Le psicologie (già semplici) si superficializzano, i cattivi si riducono a mostri ridacchianti. Due Facce, in particolare, è la delusione maggiore: si trattava probabilmente del più interessante fra tutti i nemici di Batman nel fumetto, eppure qui (lo interpreta Tommy Lee Jones) non lascia alcuna traccia di sé: le sue origini sono rivelate en passant, in una decina di secondi o forse meno, senza evidenziare alcun legame con l'Harvey Dent visto nel primo film della saga, mentre le riflessioni sulla sua doppia natura si limitano alla scena – carina – della dimora divisa in due, con tanto di doppia amante (quella "angelica" è Drew Barrymore!). A rubare la scena è invece Jim Carrey, alias l'Enigmista, ma solo perché la sua mimica facciale spicca rispetto alla mancanza di recitazione del resto del cast, compresa una Nicole Kidman che non si spreca certo negli inutilissimi panni di una psicologa innamorata di Batman. Come se non bastasse, ecco Robin: non se ne sentiva certo la mancanza, ma se non altro avrebbero potuto scegliere un attore più giovane del venticinquenne O'Donnell. Forse si voleva evitare ogni possibilità di lettura ambigua del rapporto fra i membri del Dinamico Duo? In ogni caso, il peggio del film è dato senza dubbio dalla sceneggiatura, puerile e noiosa, che tocca il punto più basso nei dialoghi fra la Kidman e Kilmer, fra allusioni, battute e frecciatine.

Tutta colpa di Voltaire (A. Kechiche, 2000)

Tutta colpa di Voltaire (La faute à Voltaire)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2000
con Sami Bouajila, Élodie Bouchez
**

Visto in divx.

È il primo lungometraggio del franco-tunisino Kechiche, autore in seguito del bellissimo "La schivata" e del sopravvalutato "Cous cous". Da subito mette in scena personaggi e situazioni di un paese multietnico e multiculturale, o almeno che vorrebbe esserlo ma non si accorge (alla faccia di Voltaire, appunto) di emarginare gli stranieri e di costringerli a una vita quasi parallela (immigrati e francesi non si incrociano praticamente mai, come se vivessero in due mondi a parte). Jellal, il protagonista, è un sans-papier appena arrivato in Francia. Pur senza permesso di soggiorno, riesce a trovare ospitalità in un ostello per stranieri e senzatetto e si adatta vendendo prima frutta nella metropolitana e poi rose per la strada. Una relazione infelice con una giovane cameriera di un bar lo conduce a un periodo di depressione e a un breve ricovero in un ospedale psichiatrico, dove conosce una giovane sciroccata e appiccicosa che si affeziona a lui. Ma per tutta la vicenda incombe un senso di precarietà: Jallel e i clandestini come lui fanno fatica a costruire un rapporto con le persone, gli amici, una donna, e poi all'improvviso tutto può infrangersi in un solo momento, con un controllo della polizia e un rimpatrio forzato. E il finale giunge così improvviso, come la vita vera. Kechiche mette in mostra un mondo di poveri ed emarginati che vivono in armonia, amicizia e solidarietà, un mondo poetico e "abbellito" (Jallel è sensibile e amante della poesia), nel quale non c'è quasi traccia di tensioni sociali, politiche o religiose, se non quelle legate allo scontro fra i caratteri dei singoli individui. Il tono realista, senza drammatizzazioni, gioca a favore della pellicola, ma nella seconda parte c'è qualche lungaggine di troppo e il film comincia a stancare: questo, in ogni caso, è un difetto connaturato a Kechiche, che spesso trascina a dismisura alcune scene (vedi per esempio la lite durante la partita a bocce): anche "Cous cous" non ne era immune, anzi era persino peggio sotto questo punto di vista. Uno dei temi che ho trovato più interessanti è quello della sopravvivenza di Jallel attraverso i continui "furti" di identità: dapprima cerca di ottenere asilo politico facendosi passare per algerino ("I francesi hanno un occhio di riguardo per gli algerini, per via dei sensi di colpa. Pensano di essere gli inventori della libertà, hanno il pallino dei diritti umani"), poi si fa ricoverare in ospedale con i documenti dell'amico Franck, infine utilizza la patente di un altro amico che si è trasferito all'estero.

24 marzo 2008

Fine agosto all'hotel Ozon (J. Schmidt, 1967)

Fine agosto all'hotel Ozon (Konec srpna v Hotelu Ozon)
di Jan Schmidt – Cecoslovacchia 1967
con Beta Ponicanová, Ondrej Jariabek
**1/2

Visto in DVD con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

Un film fantascientifico piuttosto interessante, ambientato in un mondo post-apocalittico nel quale l'umanità è quasi scomparsa in seguito a una guerra nucleare. Sono passati svariati decenni dalla distruzione e un gruppo di otto donne (sette giovani più un'anziana che fa loro da guida, l'unica che ha conosciuto la Terra prima della catastrofe) si aggira attraverso una natura desolata, selvaggia e inospitale che non offre più alcun mezzo di sostentamento. Dopo numerose peregrinazioni nel corso delle quali la vecchia cerca segni di vita (e segnatamente di maschi, nella speranza di ricreare la razza umana), le donne sembrano trovare un'oasi di pace in un vecchio albergo, l'hotel Ozon del titolo, il cui vecchio proprietario vive ormai soltanto di ricordi e circondato da oggetti ormai inutili. Ma se l'edificio e i barlumi di una cultura precedente possono costituire un punto di riferimento per i due anziani, non significano invece nulla per le ragazze, ormai selvatiche e abituate a una vita più dura e ben diversa, quasi primitiva e barbarica (l'unica cosa che le affascina, pur senza comprenderla, è la musica proveniente da un vetusto grammofono). Tarkovskiano nel ritmo e bressoniano nell'estetica, il film scritto da Pavel Jurácek è in bianco e nero e completamente privo di effetti speciali, ma non se ne sente la mancanza: la distruzione del mondo è mostrata attraverso dissolvenze in bianco sui scenari ai quattro angoli del globo (con un conteggio alla rovescia recitato nelle diverse lingue), mentre il trascorrere degli anni viene conteggiato grazie agli anelli di un tronco d'albero, in una scena che rimanda a "La donna che visse due volte" di Hitchcock. Alcune sequenze in cui le donne uccidono degli animali (un cane, un serpente, una mucca) sembrano decisamente realistiche e fanno fatto venire il dubbio che non si tratti di messa in scena. La versione che abbiamo visto (quella nel cofanetto di DVD "Stelle rosse 2", contenente tre film fantascientifici cecoslovacchi) aveva i sottotitoli inglesi impressi sulla pellicola: una nota avvertiva che era impossibile eliminarli perché, vista la diffusione limitata del film, non è stato possibile trovare una copia migliore. Quasi tutte le attrici non erano professioniste: ho letto che probabilmente si trattava di soldatesse dell'esercito cecoslovacco, che ha contribuito alla produzione della pellicola.

22 marzo 2008

Due anni

Tomobiki Märchenland compie due anni!

Oltre a cogliere l'occasione per ringraziare tutti coloro che mi leggono e per inserire finalmente i tag con i nomi dei registi (ma solo per gli autori più importanti e/o per quelli di cui ho recensito un numero cospicuo di film), ne approfitto per ribadire (per l'ennesima volta?) un concetto che mi sta particolarmente a cuore e che è meglio precisare periodicamente. È vero che, come il Mereghetti, affibbio un voto in stelline ai film che vedo. Ma a differenza dei suoi, non si tratta di un giudizio sulla qualità del film quanto piuttosto di un "indice di gradimento" personale. In poche parole: se dò **1/2 a "Persona" e *** a "Fong Sai Yuk", non significa che ritengo il primo meno bello, ma soltanto che ho provato più piacere a guardare il secondo. Chiaro, no?

E ora, per la vostra gioia, un po' di cifre. Nel suo secondo anno di vita, TM ha parlato di 309 film (nel primo anno erano stati 283, per un totale di 592). Di questi, 86 sono stati visti al cinema (erano 102, totale 188), di cui 54 solo nelle due rassegne di Cannes e Venezia (l'anno prima 69, totale 123), e dunque ben 223 a casa (l'anno prima 181, totale 404). 226 li ho visti per la prima volta (236 l'anno scorso, il totale sale a 462), mentre per 83 si trattava almeno di una seconda visione (erano 47, si va a 130).
Il regista di cui ho visto più film nel secondo anno di vita del blog è stato ancora Wim Wenders (11), come l'anno scorso (quando erano 10): naturalmente questo si spiega col fatto che il regista tedesco è stato il protagonista della rassegna che ho fatto con Martin nel 2007. Seguono Lang con 7, Godard e Rohmer con 6, Antonioni, Burton e Tsukamoto con 5, Almodovar e Zhang Yimou con 4.

21 marzo 2008

Horse feathers (Norman McLeod, 1932)

I fratelli Marx al college (Horse feathers)
di Norman McLeod – USA 1932
con Groucho, Chico, Harpo e Zeppo Marx
***

Rivisto in DVD, con sottotitoli.

Groucho, nominato nuovo rettore del prestigioso Huxley College (è sempre un mistero come riesca a occupare incarichi importanti, visto il suo comportamento indisponente), si presenta con un discorso surreale che si riassume nella canzone "Whatever it is, I'm against it" ("Di qualsiasi cosa si tratti, io sono contrario"). Deve però affrontare due problemi: convincere il figlio Zeppo a dedicare più tempo agli studi e meno al corteggiamento della bella Thelma Todd ("Dodici anni in un college! Alla tua età, in dodici anni io ero stato in tre college!") e fare in modo che la squadra di football della scuola vinca l'imminente partita con i rivali del Darwin. Per riuscirci, si reca in uno speak-easy (gli spacci illegali di alcolici) per ingaggiare due giocatori professionisti, ma per errore assolda il venditore di ghiaccio Chico e l'accalappiacani Harpo. Dopo aver portato scompiglio durante le lezioni, i fratelli riusciranno a vincere la partita (imbrogliando ripetutamente e assurdamente) e sposeranno – tutti e tre insieme! – la ragazza di Zeppo. Il quarto film dei Marx, il secondo diretto da McLeod, porta l'anarchia e il caos all'interno delle istituzioni accademiche, del mondo dello sport amatoriale e soprattutto, nel finale, del matrimonio (siamo ben prima del Codice Hays!): non c'è da stupirsi che il film sia uno dei più incompresi e "disturbanti" di tutta la loro carriera. Decisamente buoni i numeri musicali e le canzoni, in particolare il tormentone "Everyone says I love you" che tutti i fratelli, a turno e cambiando le parole, intonano alla ragazza. Diverse le battute memorabili di Groucho ("Domani demoliremo le camerate" – "Ma dove dormiranno gli allievi?" – "Dove hanno sempre dormito, in classe!"; oppure "Non è una cattiva proposta. Sentirò il mio avvocato e se mi consiglia di accettare... cambio avvocato!"), che a un certo punto – durante l'esibizione al piano di Chico – si rivolge direttamente al pubblico invitandolo a rifugiarsi nell'atrio del cinema finché non sarà finita, ed esilarante la scena (intraducibile) in cui deve entrare nello speak-easy dicendo la parola d'ordine ("swordfish", ossia "pescespada"). Alcune note: il personaggio di Thelma Todd viene definito "college widow", un termine con il quale si indicava una donna che rimane nel campus anche dopo la laurea, in cerca di un marito. Il termine fu reso popolare da una commedia teatrale di George Ade, adattata in un film del 1927, "La vedova del collegio", di cui questa pellicola dei fratelli Marx è praticamente una parodia. Se nel film i college Huxley e Darwin sono acerrimi rivali, nella realtà Thomas Huxley (nonno dello scrittore Aldous) fu uno dei più fedeli sostenitori delle teorie darwiniane. La gag della parola d'ordine ha ispirato il titolo di un brutto film recente, "Codice Swordfish".

20 marzo 2008

Parigi che dorme (René Clair, 1923)

Parigi che dorme (Paris qui dort)
di René Clair – Francia 1923
con Henri Rollan, Myla Seller
***

Visto in divx, con Marisa.

Innanzitutto ringrazio Luciano, un cui post mi ha spinto a ricercare questo piccolo gioiellino del muto realizzato nel 1923 (ma uscito nelle sale francesi solo nel 1925, stando all'IMDb). Pur nella sua brevità (dura una ventina di minuti) è un film intenso e dalle mille suggestioni: l'inizio, con il guardiano notturno della Torre Eiffel che si sveglia per scoprire che la città è completamente deserta, è onirico e surreale (e la potenza delle immagini, quasi da incubo, ha fatto scuola: recentemente, per esempio, situazioni simili si sono viste in "28 giorni dopo" e "Io sono leggenda"). Il mistero tiene lo spettatore col fiato sospeso per diversi minuti. Ben presto il protagonista scopre di essere l'unica persona ancora sveglia in tutta Parigi: gli altri – con l'eccezione del pilota e dei quattro passeggeri di un piccolo aeroplano – sono stati "congelati" dal misterioso raggio di una macchina creata da uno scienziato più distratto che pazzo. I non del tutto innocenti protagonisti (fra loro c'è anche un ladro di professione) cercheranno di sfruttare la situazione a proprio vantaggio, ma alla fine tutto tornerà alla normalità. Con il suo film d'esordio e uno dei primi film di fantascienza dell'epoca (dopo quelli di Méliès, naturalmente), Clair mette subito in mostra la sua propensione verso le storie fantastiche e il suo amore per gli spazi aperti (gran parte del film è girato in esterni), creando un opera geniale e poetica, avvincente e divertente, futurista e conservatrice, concreta ed eterea allo stesso tempo, che gioca con gli effetti speciali e la narrazione cinematografica, con le paure individuali e quelle collettive.

Furyo (Nagisa Oshima, 1983)

Furyo (Merry Christmas Mr. Lawrence, aka Senjou no Merii Kurisumasu)
di Nagisa Oshima – Giappone/GB 1983
con David Bowie, Ryuichi Sakamoto
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

In un campo giapponese per prigionieri di guerra, a Giava nel 1942, giunge il maggiore Jack Celliers (David Bowie), soldato britannico particolarmente irriverente e – agli occhi dell'inflessibile e disciplinato comandante Yonoi (Ryuichi Sakamoto) – estremamente seducente. L'attrazione fra i due è palpabile, oltre che "impossibile", ma Oshima è abile a mantenerla a un livello di "non agito". Col tempo conosceremo anche qualcosa del suo passato di Jack, scoprendo come la sua incoscienza autodistruttiva derivi dal tragico rapporto con il fratello minore. Entrambi gli interpreti (Sakamoto è anche autore della bella colonna sonora) sono curiosamente musicisti prima che attori, ma si dimostrano incredibilmente in parte. Un film assolutamente non stereotipato, lento ma affascinante, nel quale l'ambientazione storica, le ingiustizie della guerra e la descrizione dei contrasti fra la filosofia giapponese e quella occidentale riguardo alla prigionia, alla resa e alla sconfitta si fondono perfettamente con le vicende personali dei protagonisti. La prima volta che l'avevo visto mi aveva piuttosto spiazzato e confuso: stavolta, sapendo già cosa aspettarmi, l'ho apprezzato decisamente di più. Il film è indimenticabile anche per la presenza di Takeshi Kitano (che nei titoli è accreditato solo come "Takeshi" e non si era ancora dato alla regia) nel ruolo fondamentale del sergente Hara, la cui amicizia/rivalità con il colonnello Lawrence, intepretato da Tom Conti, fa da contraltare al rapporto tormentato fra Bowie e Sakamoto. Kitano ha l'onore di aprire il film e soprattutto di chiuderlo, con il suo faccione ("Che buffa faccia", esclama Bowie la prima volta che lo vede) che pronuncia la frase del titolo originale (non ho mai capito a cosa si riferisca invece il titolo italiano).

19 marzo 2008

Peppermint candy (Lee Chang-dong, 1999)

Peppermint candy (Bakha satang)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 1999
con Sol Kyung-gu, Moon So-ri
***1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Il quarantenne Kim Yong-ho si suicida su un ponte della ferrovia (gridando "Voglio tornare indietro!") mentre sulle sponde rocciose del fiume sottostante i suoi compagni di un tempo stanno festeggiando il loro ritrovo con un picnic. Da questo punto di partenza, il film prosegue raccontando a ritroso la sua amara storia, fatta di rimpianti, di occasioni perdute e di eventi traumatici che hanno cancellato la sua innocenza e le sue passioni giovanili fino a portarlo al punto di non ritorno. Con una serie di flashback che scavano sempre più lontani nel tempo (proprio come "Memento", "CinquePerDue" e "Irreversible", tutti film peraltro usciti successivamente), il regista dell'acclamato "Oasis" realizza una pellicola commovente nella sua tragicità, che mi ha sorpreso davvero in positivo (avevo cominciato a guardarla senza molte aspettative, visto che ultimamente i miei incroci con il cinema coreano non erano stati troppo felici). Lo stratagemma di invertire il flusso temporale mi è sembrato più efficace e coinvolgente che in alcuni dei titoli sopra citati, e in ogni caso assolutamente non fine a sé stesso. I segmenti dei vari flashback sono intervallati dall'immagine di binari che scorrono – come ben presto capiremo – a ritroso anch'essi: e proprio l'onnipresente ferrovia, oltre ad altri temi e oggetti ricorrenti (come le caramelle alla menta del titolo), costituisce il filo conduttore di una pellicola che documenta un'esistenza in parallelo con i tragici eventi di vent'anni di storia della Corea, dalle contestazioni studentesche – represse con metodi fascisti dalla polizia e dall'esercito – alla crisi dei mercati finanziari asiatici di metà anni novanta. Il bellissimo finale chiude un cerchio (l'ultima inquadratura del film è praticamente identica alla prima) e dona all'insieme un senso di eterna e onirica ciclicità ("Che strano... non ho mai visitato questo posto prima d'ora, eppure mi sembra di esserci già stato", commenta Kim ventenne quando si ritrova nello stesso luogo dove in futuro porrà fine alla propria vita). Mostrando prima le conseguenze e poi le cause che le hanno provocate, il regista lavora come uno psicanalista che indaga nel passato alla ricerca degli eventi in grado di cambiare irrimediabilmente un uomo mentre procede lungo il percorso della propria vita: l'abbandono dei sogni di gioventù, un'esperienza traumatica sotto le armi, la perdita del primo amore, un matrimonio infelice, la consuetudine alla violenza, il rifiuto dei sentimenti, il viaggio verso la follia: tutti snodi cruciali che l'ottima sceneggiatura prima preannuncia e poi svela, sorprendendo lo spettatore per crudeltà e profondità.

Persona (Ingmar Bergman, 1966)

Persona (id.)
di Ingmar Bergman – Svezia 1966
con Bibi Andersson, Liv Ullmann
***

Visto in DVD.

Elisabeth (Ullmann), attrice di teatro stufa di "recitare" e stanca dell'ipocrisia della vita, si chiude in un ferreo mutismo. Per scuoterla da questa strana apatia nei confronti del mondo e distoglierla dal silenzio e dall'immobilità, la giovane e loquace infermiera Alma (Andersson) la conduce in una villa sul mare. Le due donne diventano amiche e Alma si lascia andare a confessioni e ricordi personali, ma nemmeno il tentativo di Elisabeth di ripararsi dalla vita per non dover più mostrare reazioni false e insincere le impedisce di ferire i sentimenti della ragazza. Un film esistenzialista e introspettivo sul concetto di individuo e sul suo rapporto con il mondo esterno, forse un po' pallosetto nella sua astrazione ma sicuramente interessante per lo stile, con primissimi piani sui volti delle protagoniste e una bellissima fotografia (di Sven Nykvist) molto contrastata. Pur essendo votata al "privato", ossia a scrutare all'interno dell'animo delle persone, la pellicola non tralascia accenni a fatti "pubblici" (si intravede la celebre foto del bambino del ghetto di Varsavia; si parla della guerra del Vietnam, con le immagini dei bonzi che si danno fuoco per protesta), forse per indicare l'impossibilità di astrarsi completamente dal mondo come vorrebbe fare Elisabeth. Nel finale una scena (un frammento di discorso di Alma) viene ripetuta per due volte, inquadrando prima il volto di chi ascolta e poi quelli di chi parla, come se le due protagoniste si rispecchiassero l'una nell'altra e di fondessero in un'unica "persona". I primi minuti del film, un montaggio di immagini subliminali (anche di un pene eretto!), vecchi filmati e ricordi d'atmosfera, hanno una carica crudele, surreale e metacinematografica che mi ha fatto venire in mente "Un chien andalou" di Buñuel (ma anche Lynch). A metà film, inoltre, la pellicola sembra spezzarsi e prendere fuoco, proprio nel punto in cui Alma è soggetta a un esaurimento nervoso e il suo rapporto con Elisabeth si degrada irrimediabilmente. Belle ed brave le due attrici.

18 marzo 2008

Kika (Pedro Almodóvar, 1993)

Kika – Un corpo in prestito (Kika)
di Pedro Almodóvar – Spagna 1993
con Verónica Forqué, Peter Coyote
**1/2

Visto in DVD.

Kika, estroversa truccatrice, è fidanzata con il complessato Ramon ma ha una relazione con il patrigno del ragazzo, Nicholas, scrittore di origine americana che è forse coinvolto nel suicidio della moglie e ha una strana attrazione per i serial killer e le storie di omicidi. A complicare la vicenda si aggiungono strani personaggi: Pablo, attore porno e stupratore evaso dal carcere; Juana (la "solita" Rossy de Palma), lesbica dichiarata, sorella di Pablo e domestica in casa di Kika e Ramon; Susana, una misteriosa bionda che frequenta Nicholas; e soprattutto Angela "la sfregiata" (Victoria Abril), ex psicologa e conduttrice di un programma di tv spazzatura, che gira con una tuta bondage/fantascientifica e una videocamera in testa per raccogliere notizie e filmati da trasmettere sul suo network. Fra menzogne, segreti (molti personaggi nascondono agli altri il proprio passato o anche il semplice fatto di conoscersi), tradimenti e vendette, il film mi è piaciuto parecchio nella sua prima parte, irriverente, frenetica e col tono trasgressivo e grottesco delle migliori commedie di Almodóvar, come "Donne sull'orlo di una crisi di nervi". Il passaggio nel finale ad atmosfere da thriller-horror più drammatiche e cruente lo rende invece poco equilibrato. E la denuncia della televisione spazzatura non convince fino in fondo, visto che in realtà il regista sembra nutrire una certa simpatia e accondiscendenza verso quello che Angela manda in onda (tanto da non tirarsi indietro nel mostrarci, con ironia, lo stupro prolungato di Kika da parte di Pablo). Interessanti comunque i temi dei guardoni, della privacy, dell'occhio televisivo, insoliti per Almodóvar (sono invece più nelle corde di un Wenders). Belli i costumi e le scenografie, colorate come sempre. Peter Coyote, che interpreta Nicholas, è perfetto come personaggio ambiguo e dai lati oscuri (lo ricordo come tale anche in "Luna di fiele" di Polanski). Con il successivo "Tutto su mia madre" il film non ha in comune soltanto la venerazione di Ramon per la madre ma anche una citazione esplicita del cinema hollywoodiano classico: Ramon guarda in tv "The prowler" ("Sciacalli nell'ombra") di Joseph Losey, una scena del quale è fondamentale per la soluzione della vicenda. Senza senso il sottotitolo italiano.

Batman – Il ritorno (Tim Burton, 1992)

Batman – Il ritorno (Batman returns)
di Tim Burton – USA 1992
con Michael Keaton, Danny DeVito, Michelle Pfeiffer
**

Rivisto in DVD.

Per stile, contenuti, personaggi e ambientazione (una Gotham City fiabesca, invernale e imbiancata dalla neve), il sequel di Batman è un film decisamente più "burtoniano" del primo. Quello che si guadagna in atmosfera (grazie anche alle ottime musiche di Elfman) si perde però in realismo, e la pellicola a tratti sembra un film-giocattolo, forse a causa del setting natalizio, del personaggio di Max Schreck e della presenza della gang di criminali circensi: non a caso, questa volta, batmobile e batcaverna vengono chiamate per nome (e compare pure il batarang!). Dimenticati gran parte dei personaggi del primo film (c'è giusto un accenno a Vicky Vale), la sceneggiatura introduce subito i tre comprimari che, a dire il vero, a tratti assurgono al ruolo di protagonista molto più di Wayne/Batman: il deforme e crudele Pinguino (un ottimo DeVito), la patetica prima e sexy poi Catwoman (una Pfeiffer con frusta e costume in latex che dona al film inedite suggestioni sadomaso, peraltro mutuate dal fumetto di Frank Miller "Batman: Year One": ma lì Selina Kyle era una prostituta e non certo una segretaria!) e il malvagio magnate dei giocattoli Max Schreck (un deludente Christopher Walken, imparruccato e inespressivo). Le dinamiche fra i personaggi in costume e la descrizione della città stessa di Gotham (sempre più caotica, fredda e inospitale) costituiscono l'ossatura di una storia banalotta che nel finale procura anche qualche sbadiglio. Ottimo invece l'inizio, con l'abbandono del piccolo Oswald Cobblepot da parte dei terrorizzati genitori (il padre del Pinguino è Pee-Wee Herman, protagonista del primo lungometraggio di Burton), e a suo modo suggestiva anche l'origine, con morte e rinascita, della Donna Gatto: come al solito, i cattivi sono più interessanti dell'eroe. Il costume di Batman mi è sembrato più convincente rispetto a quello di tre anni prima.

17 marzo 2008

Il coltello nell'acqua (R. Polanski, 1962)

Il coltello nell'acqua (Nóz w wodzie)
di Roman Polanski – Polonia 1962
con Leon Niemczyk, Jolanta Umecka, Zygmunt Malanowicz
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni e Chiara.

Il primo lungometraggio di Polanski (realizzato dopo una serie di brillanti cortometraggi e considerato uno dei migliori esordi nel mondo del cinema) è un affascinante thriller psicologico basato su tre soli personaggi, isolati dal resto del mondo e in preda alle forti dinamiche delle loro relazioni. Andrea e Cristina (questi i nomi del doppiaggio italiano) sono una coppia alto-borghese che si appresta a trascorrere una tranquilla giornata domenicale in barca a vela. Durante il tragitto verso il lago i due coniugi danno un passaggio a un giovane autostoppista che, una volta giunti al molo, il marito invita in maniera sarcastica e con aria di sfida a salire a bordo insieme a loro. Il ragazzo, nonostante non sia mai stato in barca, accetta per orgoglio. Le continue provocazioni fra i due uomini, i battibecchi fra i coniugi, l'attrazione fra il giovane e la donna fanno lentamente crescere la tensione fino al punto di non ritorno: e le pulsioni, che l'eccellente regia è abile nel mettere in scena con estrema semplicità (aiutata da una suggestiva ambientazione e dalla bella musica jazz) paiono sempre sul punto di esplodere, come se scorressero sotto la superficie dell'acqua che viene solcata dall'imbarcazione. Due dei tre attori (la donna e il giovane) non avevano esperienze da attori professionisti. Il titolo si riferisce al grosso coltellaccio che l'autostoppista porta con sé, "utile nei boschi ma inutile su un lago", costantemente al centro di molte scene.