17 aprile 2020

Il palazzo delle notti arabe (G. Méliès, 1905)

Il palazzo delle notti arabe (Le palais des mille et une nuits)
di Georges Méliès – Francia 1905
con Georges Méliès, Jeanne Calvière
*1/2

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Dopo i grandi successi degli anni precedenti, a partire dal 1905 i film di Méliès iniziano a riscuotere meno consenso presso un pubblico ormai abituatosi alla novità cinematografica e assuefatto ai “trucchi” da prestigiatore che caratterizzavano le pellicole del regista francese. Si tratta di un pubblico che non si stupisce più per le sparizioni o le sostituzioni di personaggi e oggetti sullo schermo, e che non si accontenta di sfondi e quinte palesemente teatrali, iniziando a pretendere dai film non solo intrattenimento ma anche dramma di un certo spessore, come quello che i cineasti inglesi e americani, con il loro realismo nella recitazione e negli ambienti, e anche i concorrenti francesi della Pathé e della Gaumont, con il loro dispiego di mezzi (numerose comparse, vasti studi per le riprese), possono mettere a disposizione di registi che, a differenza dell'artigiano Méliès, fanno parte di una “catena di montaggio” all'insegna della produzione collaborativa. Il tutto senza parlare della maggior sofisticazione del linguaggio cinematografico (il montaggio, gli inserti, i primi piani) che si inizia timidamente a vedere in alcuni lavori contemporanei (come quelli di Williamson, Porter o Zecca) ma che è del tutto assente nei pur affascinanti ma ingenui film di Méliès. Infine, le “favole avventurose” di cui il regista parigino era un maestro cominciano a lasciare il posto, nelle preferenze degli spettatori, ad altri generi più calati nella realtà, come quelli a sfondo sociale (storie famigliari o di crimine) o storico. Non a caso, proprio dal 1905, Gaston Méliès – il fratello di Georges che si occupava della vendita dei suoi film – fu costretto a ridurre il prezzo di tutte le pellicole del catalogo della Star Film nel tentativo di risollevarne le vendite, soprattutto negli Stati Uniti. Questo “Palazzo delle notti arabe” (che in originale durava ben 28 minuti, ma Méliès ne predispose anche delle versioni più corte), nonostante la sua evidente ambizione, la ricchezza dei costumi e delle scenografie esotiche e l'ampio uso di sagome mobili ed effetti pirotecnici, non riesce a offrire nulla di veramente nuovo rispetto ai lavori precedenti: ispirato ai racconti delle “Mille e una notte”, narra le avventure di un principe che, guidato da un genio (interpretato dallo stesso Méliès), parte alla ricerca di un tesoro che gli consentirà di poter sposare la donna che ama, attraverso una sarabanda di situazioni che si succedono con ritmo monotono e senza soluzione di continuità, fra stregoni, fate, odalische, scheletri che ballano (nella scena più interessante del film), giungle, templi, grotte e palazzi, annoiando forse tanto lo spettatore di allora (è alquanto difficile seguire la storia) quanto quello moderno.

16 aprile 2020

The nihilist (Wallace McCutcheon, 1905)

Il nichilista (The Nihilist)
di Wallace McCutcheon Sr – USA 1905
con Edward Dillon
**

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In Russia, un uomo anziano è denunciato come dissidente politico dal proprio domestico (in realtà una spia del governo, che ha controllato la sua posta: evidentemente era in corrispondenza con qualche oppositore dello zar). Arrestato dalle guardie mentre cena con la sua famiglia, viene portato in prigione dove è torturato e frustato. I suoi parenti fanno inutilmente appello al governatore, che non li ascolta. Spedito in Siberia con altri prigionieri, l'uomo muore durante il viaggio. In cerca di vendetta, i suoi famigliari (due maschi e una femmina: probabilmente il figlio, la figlia e il genero) si uniscono allora a un gruppo di rivoluzionari nichilisti. Uno di loro è scelto per compiere un attentato al governatore, gettando una bomba al passaggio della sua carrozza, ma viene ucciso durante l'agguato. Gli altri due assaltano allora il palazzo del governatore e lo fanno saltare in aria, a costo della propria vita. Pur non offrendo nulla di particolarmente innovativo dal punto di vista cinematografico, almeno rispetto alle precedenti pellicole dirette da McCutcheon per la Biograph (ma è apprezzabile il mix dinamico fra scene girate in interni ed esterni), il corto è degno di nota soprattutto per il soggetto e l'ambientazione, attenti all'attualità e al momento storico: il 1905 fu un anno di rivoluzione in Russia. Nonostante la brevità (circa 5 minuti), il film riesce a raccontare una storia abbastanza complessa, facendo anche un uso limitato dei cartelli (che precedono ogni scena a mo' di intertitoli) e costruendo una certa tensione. Da notare poi l'evidente simpatia con cui sono ritratti i terroristi, individui che lottano contro l'ingiustizia e l'oppressione.

15 aprile 2020

Rêve à la Lune (F. Zecca, G. Velle, 1905)

Rêve à la Lune, aka L'amant de la Lune
di Ferdinand Zecca, Gastón Velle – Francia 1905
con Ferdinand Zecca
**1/2

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Un ubriaco (interpretato dallo stesso Zecca) torna a casa dopo una serata di bagordi. Infilatosi a letto non senza fatica, sogna di trovarsi ancora all'aperto e comincia a bisticciare con la Luna nel cielo, dapprima tirandole contro una bottiglia e poi cercando di raggiungerla: ma salire su un lampione e poi arrampicarsi lungo la parete di un edificio fino al tetto non servirà a nulla (se non a svegliare la gente che dorme). Una folata di vento lo porta poi via insieme al caminetto cui è aggrappato. E dopo aver attraversato un temporale, fra le nuvole che si aprono scorge finalmente il suo obiettivo: il gigantesco faccione della Luna, che con uno sbadiglio lo ingoia per poi risputarlo a terra. Il sogno si conclude e l'uomo si risveglia nella propria stanza, ma la sua lotta non è terminata: a farne le spese è questa volta l'orologio a pendola della casa che, proprio come la Luna in precedenza, viene centrato con una bottigliata. Movimentato film comico-onirico nello stile di Méliès, con cui Zecca – che lo ha girato in collaborazione con Gastón Velle – ritorna in chiave comica sul tema dell'alcolismo che già aveva affrontato in maniera più seria nel precedente “Les victimes de l'alcoolisme”. La miscela di commedia, avventura e sogno è affascinante, ma la pellicola presenta anche alcune inquadrature e soluzioni tecniche innovative per l'epoca: su tutte la scena in cui Zecca si arrampica sulla parete del palazzo, girata mediante un carrello in movimento verso l'alto (la prospettiva sembra anticipare quella di videogiochi come “Donkey Kong”!). Da notare anche il primo piano della porta che mostra le difficoltà dell'uomo nell'infilare la chiave nella toppa, e soprattutto la pendola che oscilla incessantemente, sulla sinistra dell'inquadratura, nelle scene ambientate all'interno della casa, per essere arrestata soltanto dalla rottura dell'orologio nel finale: il suo movimento, che attira irresistibilmente lo sguardo dello spettatore (è quasi impossibile non catalizzare l'attenzione su di essa), è ipnotico nel vero senso della parola, visto che ricorda gli oggetti in movimento che gli ipnotizzatori usano per portare i propri pazienti nello stato di trance. E naturalmente l'oscillazione si ripresenta trasfigurata nel sogno, attraverso quella del lampione e poi del caminetto su cui l'uomo si arrampica nel suo tentativo di raggiungere la Luna.

14 aprile 2020

An interesting story (J. Williamson, 1904)

An interesting story
di James Williamson – GB 1904
**1/2

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Un gentiluomo è talmente immerso nella lettura di un libro da non rendersi conto dove cammina. Dopo svariati incidenti, viene schiacciato da un rullo compressore che lo appiattisce sulla strada: per fortuna due ciclisti provvederanno a “rigonfiarlo” con le loro pompe. Una gag da fumetto, o da cartoon (l'uomo appiattito dal rullo), è solo il culmine di un percorso che sembra anticipare certe comiche di Chaplin, Lloyd o Keaton, o addirittura i cartoni animati di Mr. Magoo, e in generale tutto il genere delle commedie slapstick. Williamson, con la sua regia innovativa, sa ormai sfruttare in maniera fluida e a scopi narrativi il montaggio di diverse scene e ambientazioni (si va dalla prima, in interni, che ci mostra l'uomo mentre fa colazione e si versa distrattamente il caffè nel cappello, alle successive in esterni, con gli incontri con le bambine che giocano al salto con la corda, il carretto con il mulo e un altro passante): rispetto a pochissimi anni prima, quando il montaggio era praticamente sconosciuto, il mezzo cinematografico sembra aver ormai acquisito la consapevolezza di come sia possibile raccontare una vicenda in modo fluido e naturale attraverso più inquadrature concatenate. La “storia interessante” del titolo potrebbe essere quella mostrata dal film stesso, ma anche quella del libro che il protagonista sta leggendo, talmente interessante appunto da distogliere la sua attenzione da ogni altra cosa. Oggi si potrebbe girare una pellicola del tutto simile, anche se la fonte di distrazione non sarebbe più un libro ma un tablet o un cellulare!

13 aprile 2020

Christophe Colomb (V. Lorant-Heilbronn, 1904)

Cristoforo Colombo (Christophe Colomb)
di Vincent Lorant-Heilbronn – Francia 1904
con Vincent Denizot
*1/2

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Vincent Lorant-Heilbronn era un pittore e illustratore francese, autore a inizio secolo di diversi affreschi e manifesti pubblicitari. Per qualche anno si dedicò anche alla nascente industria cinematografica, lavorando come scenografo per la Pathé e dirigendo (dal 1904 al 1906) alcuni drammi storici come questo “Cristoforo Colombo”, che racconta le varie tappe della vita del navigatore. Si comincia in media res, ovvero in pieno mare, con una rivolta a bordo delle caravelle (ma forse nella copia giunta fino a noi – e restaurata – manca l'inizio, visto che questo primo quadro dura pochissimi secondi). Assistiamo poi allo sbarco di Colombo nelle Americhe, agli indigeni che lo accolgono con una danza, al ritorno in Spagna dove viene ricevuto trionfalmente dal re e dalla regina (davanti ai quali conduce alcuni “selvaggi”), alla sua caduta in disgrazia per via delle accuse del clero, e alla sua prigionia. Pur sfarzoso per scenografie e costumi (l'iconografia è quella classica), e sicuramente interessante in prospettiva storica (anche per documentare il punto di vista europeo con cui si guardava all'epoca alla conquista dell'America), il film appare oggi ben poco cinematografico: si tratta di una successione di tableaux vivants con i personaggi immersi in una ricostruzione ambientale, senza alcuna continuità drammatica fra l'una e l'altra scena (tutte riprese con macchina fissa) e senza nessuna delle interessanti soluzioni di montaggio o dei rudimenti del linguaggio cinematografico che già si potevano trovare nelle coeve opere britanniche, americane o di altri registi francesi. Da notare giusto l'uso del mascherino ellittico per mostrare in sovrimpressione i “ricordi” di Colombo (il momento in cui era stato accolto trionfalmente a corte) mentre si trova in prigione, e la conclusione enfatica con l'“apoteosi” (una sfilata di bandiere degli stati americani moderni, e una folla festante composta da donne e bambine di diverse etnie che inneggiano alla sua gloria): la prima trovata era stata già usata, sempre alla Pathé, da Ferdinand Zecca nel suo “Histoire d'un crime” del 1901; la seconda caratterizzerà per esempio il finale de “La presa di Roma”, il primo film italiano a soggetto, del 1905.

12 aprile 2020

La vie et la passion de Jésus-Christ (Zecca, Nonguet, 1903)

La vie et la passion de Jésus-Christ
di Ferdinand Zecca, Lucien Nonguet – Francia 1903
**

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Ispirato nell'iconografia alle illustrazioni della Bibbia di Gustave Doré, questo vero e proprio kolossal dell'epoca porta sullo schermo il racconto evangelico, dall'annunciazione alla nascita di Gesù Cristo, dal massacro degli innocenti alla fuga in Egitto, dai primi miracoli alla predicazione, dall'arrivo a Gerusalemme all'ultima cena, dalla via crucis alla resurrezione ed ascensione. Non è la prima trasposizione cinematografica della vita di Gesù (fra il 1897 e il 1900 c'erano già state quelle firmate da Anthelme Léar, Georges Hatot, Gaston Breteau e Henry C. Vincent) ma, al momento della sua realizzazione, era senza dubbio la più ambiziosa. Iniziato nel 1902 e co-diretto da Lucien Nonguet e Ferdinand Zecca sotto la supervisione di quest'ultimo, con i suoi 44 minuti si trattava forse del più lungo film di finzione mai girato fino ad allora. In realtà è sbagliato parlarne come se si trattasse di un'opera unica: la pellicola è infatti composta da 32 tableaux (quadri o episodi) separati, autonomi e indipendenti, progettati per essere venduti – e proiettati – sia in gruppo che singolarmente. Secondo il progetto iniziale avrebbero dovuto essere soltanto 18, ma il grande successo spinse rapidamente la Pathé, la casa produttrice, a incrementarne il numero (in seguito vennero comunque allestiti anche dei pacchetti “ridotti”, composti da soli 12 o da 20 tableaux, a beneficio degli eventuali acquirenti). Pur non potendolo definire perciò un lungometraggio (o mediometraggio, secondo i criteri odierni), è comunque innegabile che il filo conduttore – il racconto evangelico – doni all'insieme una sua coerenza e un'identità ben precisa. A parte i titoli che introducono ogni episodio, sono assenti altri cartelli: d'altronde si presumeva che gli spettatori conoscessero già a menadito la storia narrata, rendendo facile seguire sullo schermo quella che non è altro che una rappresentazione di eventi già visti tante volte nell'arte e sulle pareti delle chiese, con episodi che si succedono senza bisogno di essere spiegati e personaggi introdotti senza presentazione (o caratterizzazione). Buona, comunque, la cura delle scenografie (quinte teatrali, evidentemente artificiali, ma in fondo realistiche e a tratti spettacolari) e dei costumi, per non parlare di occasionali “effetti speciali”, per lo più sovrimpressioni come nelle apparizioni degli angeli o nella scena di Gesù che cammina sulle acque (con l'attore sovrapposto a immagini del mare ondoso). La colorazione è fatta a mano, e si concentra sulle tuniche dei personaggi e su alcuni oggetti di scena. Pur sporadici, compaiono anche alcuni movimenti di macchina (carrelli) e stacchi (con due campi medi assai espressivi, entrambi durante la via crucis: Gesù con la corona di spine e la scritta “Ecce homo”, e la donna – santa Veronica – che mostra il panno in cui si è impresso il suo volto). Da notare come in ogni scenografia, per motivi di copyright, sia ben visibile il simbolo della Pathé (un gallo). I nomi degli attori sono sconosciuti, a parte quelli che interpretano Giuseppe e la vergine Maria (monsieur e madame Moreau). Il film riscosse un grande successo internazionale: la Gaumont lo imiterà nel 1906 (a opera di Alice Guy), mentre Zecca ne realizzerà un'altra versione nel 1907 (“Vie et passion de notre seigneur Jésus-Christ”), stavolta insieme a Segundo de Chomón.

11 aprile 2020

Parla con lei (Pedro Almodóvar, 2002)

Parla con lei (Hable con ella)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2002
con Darío Grandinetti, Javier Cámara
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore e giornalista Marco (Darío Grandinetti) si innamora della torera Lydia (Rosario Flores), che però finisce in coma dopo una corrida. Nella clinica in cui è ricoverata, Marco stringe amicizia con l'infermiere Benigno (Javier Cámara), che accudisce amorevolmente la giovane ballerina Alicia (Leonor Watling), anch'essa in stato vegetativo, e che gli insegna come prendersi cura di una donna in coma (prima regola: "Parla con lei"). Colmo di riferimenti e rimandi artistici (gli spettacoli di danza di Pina Bausch: è a uno di questi, "Café Müller", che Benigno e Marco, seduti a fianco, si incontrano per la prima volta, con il primo che rimane colpito dalla risposta emotiva del secondo; il cameo di Caetano Veloso che canta una versione particolarmente struggente di "Cucurrucucú paloma"; il cinema muto, grande passione di Alicia, che Almodóvar omaggia nella sequenza surreale in cui un uomo miniaturizzato va all'esplorazione del corpo gigantesco della sua amata (Paz Vega), forse ispirata a "Storie di ordinaria follia" di Charles Bukowski), è uno dei film più stimolanti del regista spagnolo, che nonostante i temi scabrosi si rivela anche commovente e delicato nel portare sullo schermo molteplici storie d'amore. Un amore spesso a senso unico (Marco ama Lydia, che però pensa solo al proprio ex; Benigno ama Alicia, che essendo in coma non può certo ricambiarlo) ma non per questo meno sincero e sofferto, che si manifesta in forma sia astratta che concreta, con tanto di invasione (anche non autorizzata) della sfera più intima di una persona, fino a perdersi in essa (lo spezzone del film muto, ancora una volta, ne è una perfetta rappresentazione). E che investe sia il lato mentale/intellettuale che quello fisico e corporeo (i corpi, specialmente quelli femminili, guidano tutta la storia: non a caso sia Lydia che Alicia sono legate ad attività che richiedono proprio un uso forte e consapevole del proprio corpo, la corrida e la danza classica). La sceneggiatura, che vinse l'Oscar, è strutturata con flashback e inserti che aiutano a vivacizzare la storia, ricostruendo il passato dei personaggi e in particolare di Benigno, raccontando l'origine della sua ossessione per Alicia. Proprio Benigno, nel suo misto di fragilità e ingenuità, di innocenza e "saggezza", resta un personaggio indimenticabile: le scene in cui parla delle proprie inclinazioni (omo)sessuali o dei crimini pedofili dei preti rimanda forse a esperienze autobiografiche del regista che ispireranno poi il successivo "La mala educación". Geraldine Chaplin è l'insegnante di danza di Alicia. La sequenza con Veloso è stata girata nella villa privata dello stesso Almodóvar. La colonna sonora, di Alberto Iglesias, comprende anche "Por toda minha vida" di Antônio Carlos Jobim e un brano di Henry Purcell da "The Fairy Queen".

10 aprile 2020

Niente di nuovo sul fronte occidentale (D. Mann, 1979)

Niente di nuovo sul fronte occidentale (All quiet on the western front)
di Delbert Mann – USA 1979
con Richard Thomas, Ernest Borgnine
**1/2

Visto in divx.

Arruolatosi volontario per combattere contro i francesi nella prima guerra mondiale, il giovane soldato tedesco Paul Bäumer (Richard Thomas) è testimone degli orrori del conflitto. Secondo adattamento dell'omonimo romanzo di Erich Maria Remarque dopo il classico di Lewis Milestone del 1930 ("All'ovest niente di nuovo"), di cui è praticamente un remake, questo TV movie è sicuramente ben fatto sotto tutti i punti di vista (per essere un prodotto televisivo, la qualità realizzativa è ottima: non a caso ha anche goduto di una limitata distribuzione cinematografica), ma ha il difetto di giungere fuori tempo massimo, quando i temi antibellici non fanno più notizia o scalpore e, anzi, sono stati ampiamente assimilati e sdoganati (anche in chiave dissacrante o parodistica, si pensi al "Dottor Stranamore", a "MASH" o a "Comma 22"). Inoltre le scene di battaglia non reggono minimamente il confronto con l'originale, per violenza o intensità, e appaiono più convenzionali e derivative. Bene invece il cast di contorno, in particolare i personaggi "adulti", interpretati da attori del calibro di Ernest Borgnine ("Kat", il veterano che prende Paul e agli altri giovani soldati sotto la propria ala protettrice, insegnando loro come sopravvivere al fronte), Ian Holm (il severo caporale istruttore Himmelstoss, personaggio a dire il vero un po' macchiettistico) e Donald Pleasence (il professor Kantorek, i cui discorsi retorici spingono gli studenti ad arruolarsi). Patricia Neal è la madre di Paul. Molte scene sono identiche a quelle del prototipo (come la nottata trascorsa da Paul nella fossa insieme al nemico che ha ucciso), altre sono inedite (l'incontro con il Kaiser), mentre altre ancora non hanno semplicemente la stessa intensità, anche per via di un protagonista meno convincente. Girato in Cecoslovacchia, come il film del 1930 anche questo è stato tagliato dalla produzione rispetto alla versione originale (di due ore e mezza). Borgnine era già stato interprete del film più famoso di Delbert Mann, "Marty, vita di un timido".

9 aprile 2020

All'ovest niente di nuovo (L. Milestone, 1930)

All'ovest niente di nuovo (All quiet on the western front)
di Lewis Milestone – USA 1930
con Lew Ayres, Louis Wolheim
***1/2

Visto in divx.

Germania, poco dopo l'inizio della prima guerra mondiale. Incitati dai discorsi retorici e patriottici del loro professore, lo studente Paul (Paolo) Bäumer (Lew Ayres) e i suoi compagni si arruolano con entusiasmo come volontari e vengono inviati al fronte occidentale a combattere contro i francesi. Qui scopriranno però cosa sia veramente la guerra, un mondo molto più duro, cupo e disperato di quanto immaginavano: sangue e fango, trincee e filo spinato, bunker e bombardamenti incessanti, fame e dolore, con la morte che incombe in ogni momento. Tratto dal romanzo "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Erich Maria Remarque (pubblicato solo due anni prima, nel 1928), un lungometraggio seminale per come propone un punto di vista fortemente antibellico e antimilitarista, fra i primi film "seri" a farlo (se escludiamo cioè le comiche di Charlot e affini). A colpire, ancora oggi, è la resa drammatica ma soprattutto realistica del conflitto. Le scene di battaglia sono incredibilmente dinamiche e potenti, spettacolari e violente (e non hanno nulla da invidiare a tanti blockbuster bellici moderni, da "Salvate il soldato Ryan" a "1917"), girate con profluvio di carrellate laterali e un montaggio serrato che sembra anticipare addirittura il Peckinpah de "Il mucchio selvaggio", vedi la mitragliatrice che falcia i soldati all'assalto della trincea. Il filo conduttore è la progressiva acquisizione di coscienza di Paolo, man mano che vede morire i suoi amici, impara a conoscere gli orrori (e la futilità) della guerra, perde l'idealismo e le illusioni dell'inizio ed è costretto a diventare adulto. Fra le scene memorabili: l'addestramento agli ordini dell'ex postino del villaggio, ora sergente istruttore; l'amicizia con un gruppo di veterani (fra cui Louis Wolheim e Slim Summerville) che prendono Paolo e compagni sotto la loro (sia pur ruvida) ala protettrice; la visita nell'ospedale da campo all'amico ferito e moribondo; la notte trascorsa in una fossa insieme al cadavere di un soldato francese (una delle pochissime scene in cui si vede anche il "nemico"), per la cui uccisione Paolo prova rimorso; l'episodio delle contadine francesi, che abitano oltre il fiume, cui Paolo e due compagni fanno visita durante la notte; la degenza in ospedale, da cui lotta per uscire vivo; la breve licenza a casa, in un mondo di cui ormai non sente più di far parte; e il finale, che fu cambiato rispetto al romanzo di Remarque: la mano di Paolo che estende fuori dalla trincea per prendere la farfalla è dello stesso Milestone (l'attore non era più disponibile perché si era già in fase di montaggio). Inoltre, momenti come quello in cui i soldati si interrogano sulle ragioni della guerra, concludendo che essa è voluta solo da chi ha qualcosa da guadagnarci (che siano politici o commercianti), o sul fatto di essere solo "carne da cannone", da mandare allo sbaraglio (d'altronde in tutto il film non si parla mai di tattiche o strategie e non si vedono mai comandanti o alti ufficiali: c'è solo caos e confusione), o ancora in cui si lascia intendere che la guerra ormai è persa, mancano uomini (tanto che vengono richiamati anche i sedicenni), armi e munizioni, eppure si parla ancora retoricamente di "marciare su Parigi": sono tutti momenti che testimoniano senza ambiguità l'afflato antimilitarista della pellicola (come del romanzo, scritto da un autentico veterano della prima guerra mondiale). Nonostante l'enorme successo (vinse l'Oscar per il miglior film e per il miglior regista, primo lungometraggio nella storia a conquistarli entrambi), i nazionalismi imperanti portarono a farla vietare un po' ovunque, a partire dalla Germania nazista. In Italia, per esempio, uscirà solo nel 1956. La versione originale durava oltre due ore e mezza, ma la produzione tagliò diverse sequenze. Fra le duemila comparse impiegate nelle scene di battaglia c'è anche il futuro regista Fred Zinnemann. Un remake per la TV nel 1979, "Niente di nuovo sul fronte occidentale" di Delbert Mann, e uno nel 2022, di Ed Berger.

8 aprile 2020

Panda Kopanda (Isao Takahata, 1972)

Panda! Go, Panda! (Panda Kopanda)
Il circo sotto la pioggia (Panda Kopanda - Amefuri sakasu no maki)
di Isao Takahata – Giappone 1972/73
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Nel 1972 i panda godevano di una particolare popolarità presso il grande pubblico (era il periodo in cui la Cina, per motivi diplomatici, ne regalava o "prestava" degli esemplari agli zoo di tutto il mondo, Giappone compreso). I futuri fondatori dello Studio Ghibli, Isao Takahata (regista) e Hayao Miyazaki (sceneggiatore e fondali), insieme agli animatori Yoichi Kotabe e Yasuo Otsuka (quest'ultimo anche character designer), ne approfittarono per realizzare un cortometraggio (di una trentina di minuti) che anticipa in molte cose i loro lavori successivi, a partire da "Totoro". Pur essendo chiaramente destinato a un pubblico infantile, il corto venne proiettato nelle sale in abbinamento a un film di mostri, "Daigoro contro Goliath" (!). E visto l'ottimo riscontro, l'anno successivo fu prodotto un secondo episodio, "Il circo sotto la pioggia". Le storie sono minime ed episodiche. Mimiko è una bambina orfana che vive in una casa fuori città con la nonna: e quando questa deve assentarsi per un lungo periodo, la piccola si ritrova ad abitare da sola. Non per molto, però, perché in casa sua si presentano due panda, padre (Papanda) e figlio (Kopanda), con cui stringe subito amicizia e forma una sorta di "famiglia". Nel primo dei due film, si scoprirà che sono fuggiti dallo zoo, ma dopo alcune peripezie otterranno di rimanere a casa con la bambina (anche se durante il giorno Papanda si reca allo zoo a "lavorare"). Nel secondo, i nostri amici fanno la conoscenza di un cucciolo di tigre (Tora-chan) e salveranno lui e gli altri animali del circo da un'inondazione che ha ricoperto d'acqua l'intera campagna. Personaggi amichevoli, senso della famiglia e totale assenza di conflitti (ma anche un pizzico di pericolo) sono gli ingredienti di storie che sembrano uscire da un libro illustrato per bambini. A rendere il tutto assai gradevole anche per uno spettatore adulto, però, c'è la maestria tecnica dei suoi realizzatori, il design simpatico dei personaggi e l'animazione morbida e dolce. Oltre, per l'appunto, all'interesse che le due storie rivestono per gli esegeti dello Studio Ghibli. Le maggiori similitudini, come dicevo, sono quelle con "Il mio vicino Totoro": a parte la protagonista (Mimiko è una fusione fra Satsuki e Mei; le sue trecce rosse, invece, sono un omaggio a Pippi Calzelunghe, di cui Takahata e Miyazaki avrebbero voluto realizzare una serie animata) e l'accattivante canzoncina-filastrocca (di Masahiko Sato), Papanda ricorda Totoro in tutto e per tutto, dal nome con la prima sillaba ripetuta alle dimensioni, dal sorriso gigante al carattere. Fra gli altri elementi che torneranno nell'opera di Miyazaki e soci ci sono le capriole sulle mani di Mimiko (le faranno anche Heidi e Conan!) e l'inondazione che sommerge i dintorni della casa (che rivedremo in "Ponyo sulla scogliera"). Condiscono il tutto i rimandi a celebri fiabe (l'incipit del secondo episodio, quando i nostri amici scoprono che il tigrotto si è intrufolato in casa, è uguale a quello della favola di Riccioli d'oro e i tre orsi).

7 aprile 2020

Lock & Stock (Guy Ritchie, 1998)

Lock & Stock - Pazzi scatenati (Lock, stock and two smoking barrels)
di Guy Ritchie – GB 1998
con Nick Moran, Jason Statham
***

Rivisto in TV.

Per ripagare il boss del crimine con cui si sono indebitati, dopo aver perso alle carte una forte somma di denaro, quattro amici dell'East End londinese – Eddie (Nick Moran), Bacon (Jason Statham), Tom (Jason Flemyng) e Soap (Dexter Fletcher) – decidono di derubare una gang di rapinatori, subito dopo che questa ha a sua volta derubato un gruppo di coltivatori di marijuana, scatenando l'ira degli spacciatori che venivano da loro riforniti. Ne seguirà un marasma di vendette e rese dei conti incrociate. L'opera prima di Guy Ritchie, che segna anche l'esordio cinematografico di molti dei suoi attori (in particolare di Jason Statham, in precedenza modello e tuffatore, e di Vinnie Jones, ex calciatore), è una scatenata commedia ambientata in un sottobosco di piccoli e grandi criminali, fra professionisti e balordi, che guarda a Tarantino (senza farne mistero: uno dei personaggi, a un certo punto, commenta: "Ma che è, Pulp Fiction questo?") e alla sua commistione di anti-eroi, trame noir e pulp, stile pop, dialoghi scoppiettanti e citazioni cinematografiche (nella colonna sonora si echeggia Morricone), ma che riesce ad essere a suo modo originale per via dell'ambientazione londinese e della ricchezza con cui gli innumerevoli personaggi vengono caratterizzati. Inoltre, nonostante tutto (e non è una cosa scontata), fra sanguinose sparatorie e scommesse clandestine, i multipli fili della vicenda si lasciano seguire fino in fondo, consentendo allo spettatore di avere sempre ben chiara la situazione e di comprendere quali sono i legami fra i personaggi, grazie a una serie di MacGuffin che questi si contendono (il denaro, la droga, i due moschetti d'antiquariato). La successione di eventi tragicomici e senza un attimo di respiro (dalla sequenza della rapina fino al finale sospeso) segue proprie regole di coerenza e non una semplice casualità postmodernista (nulla a che spartire con i fratelli Coen, per fortuna!). Nel cast corale, oltre ai quattro protagonisti citati, spiccano P. H. Moriarty (il boss Harry "l'accetta"), Lenny McLean (il suo violento braccio destro Barry "il battista"), Vinnie Jones (Big Chris, l'esattore di Harry, che va sempre in giro con il figlioletto Little Chris), Stephen Marcus (l'intrallazzatore Nico il greco), Frank Harper (il capo dei rapinatori), Vas Blackwood (il capo degli spacciatori), Nicholas Rowe e Steven Mackintosh (due dei coltivatori di marijuana), Victor McGuire e Jake Abraham (i due ladruncoli assoldati da Barry). Sting interpreta il padre di Eddie, Vera Day il giudice della partita di carte sul ring (che si rifà a "The hard case", un precedente cortometraggio di Ritchie), Alan Ford è il narratore nella versione inglese. Il produttore Matthew Vaughn resterà al fianco di Ritchie anche nei successivi "Snatch" e "Travolti dal destino". La colonna sonora comprende anche musica da "Zorba il greco". Il titolo originale (quello italiano non ha alcun senso, sembra quasi che il film abbia come protagonisti due personaggi chiamati Lock e Stock!) si riferisce letteralmente alle parti di un'arma da fuoco ("Otturatore, impugnatura e due canne fumanti") ma è anche un modo di dire che significa "tutto quanto", analogo ai nostri "armi e bagagli" o "baracca e burattini".

6 aprile 2020

Stripes (Ivan Reitman, 1981)

Stripes - Un plotone di svitati (Stripes)
di Ivan Reitman – USA 1981
con Bill Murray, Harold Ramis
*1/2

Visto in divx.

Di fronte ai continui fallimenti, dopo aver perso il lavoro e la ragazza, il tassista John Winger (Bill Murray) decide di arruolarsi nell'esercito e convince l'amico Russell Ziskey (Harold Ramis) a fare lo stesso. L'addestramento sarà duro e difficile, per via della naturale irriverenza dell'indisciplinato John, dell'imbranataggine dei suoi commilitoni e dei continui contrasti con il rigido sergente istruttore Hulka (Warren Oates). Ma dopo molte disavventure, Winger e i compagni si dimostreranno degli eroi durante un'incursione fuori programma in Cecoslovacchia, a bordo di un innovativo "veicolo d'assalto urbano" (di fatto un camper corazzato!), per recuperare gli uomini del proprio plotone finiti per errore oltre la cortina di ferro a causa dell'insipienza del capitano Stillman (John Larroquette). Pensato inizialmente come film parodistico per la coppia di comici Cheech & Chong, che rifiutarono di interpretarlo senza un maggiore controllo creativo, il secondo film di Reitman con Bill Murray come protagonista dopo "Polpette" (di cui è quasi una versione adulta, con i soldati al posto dei bambini del campo estivo) è una spuntata satira dei film di ambientazione militare. Nonostante l'ampio spazio lasciato all'improvvisazione degli attori – fra i quali figurano John Candy, John Diehl, Conrad Dunn e Judge Reinhold – non si sfugge dai luoghi comuni e manca una precisa idea di fondo: è debole sia la satira antimilitarista (alla "MASH") che l'anarchia demenziale (alla "Animal House"). Ramis, anche co-sceneggiatore, era alla prima vera prova da attore cinematografico. P. J. Soles e Sean Young sono le due ragazze della polizia militare che amoreggiano con i nostri eroi. L'edizione "Director's cut" contiene una sequenza aggiuntiva in cui John e Russell, sotto LSD, si paracadutano fra un gruppo di guerriglieri in America Centrale. Il trio Reitman/Murray/Ramis, naturalmente, farà il botto tre anni più tardi con "Ghostbusters".

5 aprile 2020

Assassinio sull'Orient Express (K. Branagh, 2017)

Assassinio sull'Orient Express (Murder on the Orient Express)
di Kenneth Branagh – USA 2017
con Kenneth Branagh, Michelle Pfeiffer
**

Visto in TV.

Fra un caso (il delicato furto di una reliquia al Santo Sepolcro di Gerusalemme) e un altro (il film si chiude con l'aggancio a un'altra celebre avventura di Poirot, "Assassinio sul Nilo", di cui è in lavorazione una trasposizione cinematografica che conferma come siamo di fronte a una vera e propria serie), l'investigatore belga Hercule Poirot (Kenneth Branagh) sale a bordo dell'Orient Express, il treno di lusso che da Istanbul si inoltra fino al cuore dell'Europa. Con il convoglio momentaneamente bloccato nei Balcani dalla neve, il detective dovrà risolvere un intricato caso di omicidio. Il losco mercante d'arte Ratchett (Johnny Depp) viene infatti trovato morto nella sua cabina: e tutti i passeggeri del vagone, per un motivo o per l'altro, sembrano aver avuto un legame con lui e con il suo torbido passato (Ratchett infatti non era colui che dichiarava di essere)... Nuovo adattamento del romanzo di Agatha Christie, che nel 1974 godette già di una popolare versione cinematografica diretta da Sidney Lumet, di cui questa è a tutti gli effetti un remake. Il principale difetto è che la nuova versione non aggiunge in fondo nulla di nuovo, a parte dei visual teatrali e spettacolari e un tono più (melo)drammatico che da commedia. Chi già conoscesse la storia tramite il libro o il film precedente non avrà sorprese: è la stessa, pur con qualche sforbiciata nei dialoghi (che eliminano indizi e allusioni, come il riferimento alla giuria di dodici persone) e l'aggiunta di un paio di fugaci scene d'azione. La sequenza migliore è forse quella che mostra in flashback l'omicidio, girata in bianco e nero e con il solo accompagnamento musicale. A spiccare in negativo ci sono invece i fondali digitali un po' farlocchi (vedi il passaggio del treno a Istanbul o fra le montagne). Resta il piacere di vedere all'opera un ricco cast di celebrità (con nomi del calibro di Michelle Pfeiffer, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Derek Jacobi, Daisy Ridley, Olivia Colman), anche se non tutti apportano qualcosa di particolare al proprio personaggio, limitandosi a svolgere il compitino. Notevole invece lo spazio riservato al protagonista: Branagh dà vita a un Poirot megalomane ("Voi raccontate bugie e pensate che nessuno lo scoprirà, ma ci sono due persone che lo faranno, il vostro Dio... e Hercule Poirot"), ossessionato da equilibri e simmetrie, convinto che esistano "solo il giusto e lo sbagliato", senza vie di mezzo, che però dovrà mettere in discussione le proprie certezze di fronte a un caso diverso da tutti quelli che ha risolto in passato. Un Poirot tormentato e senza autoironia, che sovrasta e mette in ombra – nel bene e nel male – tutti gli altri personaggi, lontano dunque dalle caratteristiche del detective di un whodunit classico.

4 aprile 2020

La grande avventura del piccolo principe Valiant (I. Takahata, 1968)

La grande avventura del piccolo principe Valiant, aka
Il segreto della spada del sole (Taiyo no oji - Horusu no daiboken)
di Isao Takahata – Giappone 1968
animazione tradizionale
**1/2

Visto in divx.

Alla morte del padre, e armato della leggendaria "spada del sole", il giovane Hols parte verso il Nord per difendere gli abitanti di un villaggio dagli attacchi del demone Grunwald e dei suoi malvagi lupi argentati. Il nemico ordinerà alla propria sorella Hilda di infiltrarsi nel villaggio per carpire la fiducia di Hols e ucciderlo. Ma la ragazza, combattuta fra il bene e il male, finirà con l'aiutare il giovane eroe. Ambientato in un mondo scandinavo barbaro e fiabesco, popolato da mostri e animali parlanti, e realizzato (nel corso di tre anni!) quasi in totale autonomia creativa da un gruppo di giovani artisti dello studio d'animazione Toei (guidati dal direttore e supervisore dell'animazione Yasuo Otsuka), che dal canto suo ne consentì la lavorazione soltanto per andare incontro alle richieste dello staff in un periodo in cui lo studio era scosso da scioperi e rivendicazioni di vario genere (tanto che, una volta completato, ne boicottò la distribuzione nelle sale, dove rimase solo dieci giorni), questo film rappresenta uno spartiacque per l'industria dell'animazione giapponese. Innanzitutto si discosta notevolmente sia dagli altri lavori animati della Toei (e degli altri studi nipponici), che fino ad allora si rivolgevano a un pubblico esclusivamente infantile, sia dai coevi lungometraggi Disney, indicando la strada che farà la fortuna degli anime giapponesi negli anni a venire (storie più adulte e complesse, ricche di energia e di azione, con personaggi moralmente ambigui, temi politici e sociali, e violenza stilizzata). Inoltre segna l'inizio della lunga collaborazione fra Isao Takahata (all'esordio nella regia) e Hayao Miyazaki (qui animatore e disegnatore delle scene), che anni più tardi avrebbero dato vita allo Studio Ghibli. In effetti molti elementi sembrano anticipare i lavori successivi del duo, e in particolare di Miyazaki. Il protagonista, e l'incipit della pellicola, non possono non ricordare la serie televisiva "Conan il ragazzo del futuro". Gli scenari fantasy anticipano "Nausicaä della valle del vento", e non mancano suggestioni che torneranno in "Laputa", mentre il complesso personaggio femminile di Hilda (che da metà film in poi diventa di fatto la protagonista) sembra quasi l'archetipo dell'eroina miyazakiana che ritroveremo un po' ovunque: da Lana di "Conan" alla Clarissa de "Il castello di Cagliostro". Se Hols ha una caratterizzazione piuttosto semplice (come semplici e stilizzati sono i disegni, a volte poco più che bozzetti: attenzione, semplici ma non piatti o scialbi, anzi assai efficaci!), Hilda è sicuramente il personaggio più originale e memorabile di una pellicola che nel suo piccolo ha avuto un forte impatto sul mondo dell'animazione giapponese. Nonostante il nome del protagonista sia chiaramente Hols (o Horus, come il dio egizio, nella versione in lingua inglese), il titolo italiano – e solo il titolo! – lo identifica inspiegabilmente come "principe Valiant", attribuendogli il nome del personaggio del celebre fumetto di Hal Foster.

3 aprile 2020

The voices (Marjane Satrapi, 2014)

The voices (id.)
di Marjane Satrapi – USA/Germania 2014
con Ryan Reynolds, Anna Kendrick
**1/2

Visto in TV.

Lo schizofrenico Jerry (un ottimo Ryan Reynolds), quando non assume i farmaci che la sua psicoterapeuta (Jacki Weaver) gli prescrive, "sente le voci", che la sua mente malata gli fa percepire come provenienti dai suoi animali domestici, il cane Bosco e il gatto Mr. Whiskers. Questi rappresentano rispettivamente la sua coscienza buona (che lo invita a contenere i propri istinti) e quella cattiva (che lo incita a vivere secondo la "legge della giungla"). Invaghito della bella Fiona (Gemma Arterton), adetta alla contabilità presso la fabbrica di vasche da bagno dove lavora, la uccide senza volerlo: e con la testa della ragazza, anch'essa "parlante", rinchiusa nel suo frigo, finirà per trasformarsi suo malgrado in un serial killer... Il primo lavoro in lingua inglese della (ex?) fumettista Marjane Satrapi (già nota per "Persepolis") è una pellicola decisamente bizzarra, scritta dallo sceneggiatore televisivo Michael R. Perry (alla prima esperienza con il cinema), che parte come una rom-com leggera e dai toni surreali per poi trasformarsi in una black comedy, senza risparmiare momenti di puro horror e da cupo thriller psicologico. Complessivamente, però, la miscela funziona. E per due ragioni: la sceneggiatura, che non si prende mai troppo sul serio, mantenendosi in bilico fra il punto di vista allucinato e deformato del protagonista (la cui immaginazione "colora" il mondo che gli sta intorno) e i drammi familiari che stanno alla base dei suoi problemi mentali; e il buon cast, che comprende anche Anna Kendrick nei panni di Lisa, la collega di Fiona che, innamorata a sua volta di Jerry, riesce brevemente a far breccia nella sua personalità. Co-prodotto dalla Germania, pur essendo ambientato negli Stati Uniti (nella fittizia cittadina di Milton) il film è stato girato a Berlino, con attori tedeschi in ruoli di contorno.

2 aprile 2020

Le jene di Chicago (R. Fleischer, 1952)

Le jene di Chicago (The narrow margin)
di Richard Fleischer – USA 1952
con Charles McGraw, Jacqueline White
***

Visto in divx.

Il tenente di polizia Walter Brown (Charles McGraw) ha il compito di scortare la signora Neal (Marie Windsor), vedova di un gangster ucciso da poco, da Chicago fino a Los Angeles, dove dovrà testimoniare in tribunale. Ma a bordo del treno su cui viaggiano si trovano anche alcuni membri della banda, che pur ignorando il volto della donna sono intenzionati ad eliminarla per non farla parlare. E mentre Brown cerca di tenere nascosta la signora nella propria cabina, deve anche capire di quali degli ambigui e sospetti passeggeri del treno può fidarsi e di quali no. Un piccolo gioiello di B-movie ambientato (quasi) interamente all'interno delle carrozze di un treno, fra cuccette, corridoi e scompartimenti, e capace, pur con pochi mezzi, di tenere sempre alta la tensione e l'attenzione dello spettatore, grazie non solo ai molti colpi di scena (alcuni, a dire il vero, un po' improbabili) ma anche a una regia priva di pretenziosità e alle interpretazioni di attori relativamente sconosciuti nei panni di personaggi che giocano al gatto con il topo. A tratti è anche vagamente hitchcockiano (chi ricorda "La signora scompare"?) nel fondere venature da giallo classico con gli stilemi del poliziesco contemporaneo. Fra i vari passeggeri, molti dei quali nascondono legami fra di loro, ci sono Jacqueline White (la mamma col bambino pestifero), Paul Maxey (il "ciccione"), David Clarke (il gangster baffuto, l'unico che Brown identifica sin dall'inizio), Peter Virgo (il killer con il "bavero di pelo"), Peter Brocco e Harry Harvey. Don Beddoe è Forbes (Smith nell'edizione italiana), il partner di Brown che viene ucciso all'inizio. Curiosità: a parte il brano suonato dal giradischi di Marie Windsor, manca una colonna sonora, sostituita dai rumori del treno. Una nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura. Il film piacque talmente al produttore Howard Hughes che volle reclutare il regista e lo sceneggiatore (Earl Felton) per rigirare alcune scene de "Il suo tipo di donna" di John Farrow, una pellicola su cui puntava molto, minacciandoli se avessero rifiutato di non distribuire il loro lavoro (che in effetti uscì nelle sale quasi due anni dopo essere stato completato). Un remake nel 1980, "Rischio totale" con Gene Hackman.

1 aprile 2020

The kingdom 2 (Lars von Trier, 1997)

The Kingdom 2 (Riget II)
di Lars von Trier – Danimarca 1997
con Ernst-Hugo Järegård, Kirsten Rolffes
**1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

La seconda stagione della serie horror-ospedaliera "Il regno" riprende le vicende dei numerosi personaggi dove erano state lasciate al termine della prima parte e le porta avanti per altri 4 episodi (diventati, chissà perché, 6 – ma di durata più breve – nel DVD italiano), senza però giungere a una conclusione: Lars von Trier e il suo co-sceneggiatore Niels Vørsel avevano infatti in programma una terza stagione, che purtroppo non è stata realizzata, nonostante la sceneggiatura degli episodi finali fosse già pronta [aggiornamento: è uscita nel 2022!]. A differenza della prima serie, in questa le diverse vicende sembrano dipanarsi parallelamente: e gli elementi horror (legati essenzialmente alla signora Drusse (Rolffes) che, sempre in compagnia del figlio Bulder, indaga questa volta sui riti satanici che qualcuno sta praticando all'interno dell'ospedale) lasciano spesso spazio a quelli più comici o grotteschi relativi agli altri personaggi. Se pure non mancano i momenti inquietanti, l'insieme risulta meno coeso rispetto alla stagione precedente, con molte gag e trovate che appaiono estemporanee. L'impressione è di assistere più a una soap opera che a un lungo film cinematografico. Il chirurgo Stig Helmer (Järegård), trasformato in un personaggio sempre più parodistico, è tornato da Haiti con una boccetta di veleno per trasformare in zombie il suo nemico Krogshøj, ma ottiene soltanto di farlo precipitare in uno stato di morte apparente dal quale si risveglierà con una personalità più fredda e cinica. E nel frattempo parla con le proprie feci (!), deve difendersi dal rancore di Rigmor e dal rischio di un procedimento giudiziario legato all'operazione di Mona. L'ingenuo primario Moesgaard cade in preda a una crisi personale e si affida a un eccentrico psicoterapeuta, Ole, dai metodi assai discutibili. Lo studente Mogge, mentre cerca un modo non ortodosso per superare il suo esame e al contempo tenere a bada gli slanci amorosi di Camilla, scopre che nell'ospedale è attivo un giro di scommesse clandestine sulle corse di un'ambulanza nel traffico contromano. Ma la sottotrama più grottesca e inquietante è senza dubbio quella legata a Judith, che accudisce il bambino mostruoso che ha dato alla luce alla fine della prima serie e che cresce a velocità rapidissima, anche perché si tratta del figlio di un demone. Chiamato "Fratellino" e interpretato da Udo Kier (in un secondo ruolo oltre a quello di Aage Krüger), è uno dei nuovi personaggi introdotti in questa seconda serie, oltre a Ole (Erik Wedersøe), alla segretaria di Helmer, la signora Svendsen (Birthe Neumann), al direttore generale dell'ospedale, Bob (Henning Jensen), e al suo assistente Nivesen (John Hahn-Petersen). Maggiore spazio nella storia hanno anche personaggi minori già visti in precedenza, come Christian (Ole Boisen), amico di Mogge che per conquistare l'amore di Sanne (Louise Fribo) sostituisce il pilota dell'ambulanza pirata. Pur ricca di bizzarrie, e a tratti sinceramente divertente, questa seconda tranche di episodi risulta dunque meno riuscita della prima, forse perché il gioco di LVT comincia a farsi scoperto e le situazioni appaiono più artificiali e scollegate, dunque meno facili da prendere sul serio. In ogni caso rimane una delle serie televisive più interessanti degli anni novanta.

30 marzo 2020

The kingdom (Lars von Trier, 1994)

The Kingdom - Il regno (Riget)
di Lars von Trier – Danimarca 1994
con Ernst-Hugo Järegård, Kirsten Rolffes
***1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

"Il suolo sotto l'ospedale del Regno anticamente era una palude, dove i tintori venivano a inumidire i loro grandi teli, che poi stendevano per la sbiancatura. In seguito qui fu costruito il grande ospedale, e gli sbiancatori furono sostituiti da medici e ricercatori, geni della scienza e della tecnologia, che per coronare i loro lavoro chiamarono questo luogo "il Regno". Essi erano i padroni della vita: ignoranza e superstizione non avrebbero più potuto scuotere i bastioni della scienza. Forse fu la loro spiccata arroganza che li portò a negare la spiritualità. E adesso è come se il freddo e l'umidita fossero tornati. Si cominciano a vedere piccole tracce di stanchezza negli edifici, non più così solidi e moderni. Nessun essere vivente ancora lo sa, ma la porta del Regno sta per aprirsi."

Miniserie televisiva in quattro episodi (divenuti cinque nell'edizione italiana, con un montaggio differente), ambientata nel Rigshospitalet di Copenhaghen, grande e antico complesso ospedaliero soprannominato Riget ("il Regno"), dove si verificano strani fenomeni paranormali che turbano le già complicate dinamiche interne fra i vari medici e i loro pazienti. Una geniale commistione fra horror e medical fiction, con ampie pennellate di humour nero e inquietudini sparse a piene mani da un Lars von Trier in stato di grazia, che si presenta poi di persona sui titoli di coda di ogni episodio (indossando lo smoking che appartenne a Carl Theodor Dreyer, suo mentore spirituale) per commentare ironicamente l'accaduto e salutare gli spettatori. L'ambientazione claustrofobica e circoscritta, i misteri che si dipanano, i tormentoni, le storie incrociate dei numerosi personaggi (tutte caratteristiche adattissime a una serie tv) lo distinguono nettamente da una pellicola cinematografica, ma il ritmo serrato, la regia mai banale, la fotografia sgranata e virata sul color seppia gli donano comunque una qualità superiore a a un prodotto televisivo medio. Per non parlare dell'atmosfera malsana e onirica. In ogni caso, la miniserie è stata distribuita nei paesi di lingua inglese sotto forma di un unico film (di oltre quattro ore), mentre il DVD italiano la presenta solo divisa in capitoli, nelle due versioni italiana (in 5 episodi) e danese (in 4). In un intreccio di sottotrame che pian piano convergono verso uno sconvolgente finale di stagione, assistiamo a misteriose apparizioni soprannaturali che coinvolgono, in maniera diversa, un nutrito gruppo di personaggi, tutti ottimamente caratterizzati. Nel 1997 è stata prodotta una seconda stagione, "Kingdom 2". Era in programma anche una terza, che Lars von Trier aveva già scritto e pianificato (avrebbe dovuto essere l'ultima), ma la morte di alcuni degli interpreti ha reso impossibile la sua realizzazione. Nel 2004 è stato comunque realizzato una sorta di remake in lingua inglese, la serie americana "Kingdom Hospital" sviluppata da Stephen King. Quanto alle ispirazioni, più che a serie ospedaliere quali "E.R.", LVT ha dichiarato di essersi rifatto alle atmosfere di "Twin Peaks" e della serie francese "Belfagor" degli anni sessanta (oltre che a un cult della tv danese come "Matador", serie del 1978 da cui provengono alcuni degli attori, come Hansen e Nørby).

Fra i protagonisti spicca l'arrogante Stig Helmer (Ernst-Hugo Järegård), nuovo neurochirurgo giunto dalla Svezia: scostante ed egocentrico, mal sopporta chi gli sta intorno, a partire dal primario Moesgaard (Holger Juul Hansen), che con le sue ingenuità e bizzarrie (come la ridicola operazione "Aria del mattino", un insieme di trovate e iniziative infantili per migliorare l'atmosfera e i rapporti all'interno dello staff) gli rende la vita difficile, al punto che periodicamente deve recarsi sul tetto dell'edificio per gridare al cielo la sua rabbia e la sua frustrazione, urlando a squarciagola "Maledetti danesi!" ("Danskjävlar!") e rimpiangendo la sua amata Svezia (le cui coste può osservare con un binocolo). Se l'unica che gli si mostra comprensiva è la dottoressa Rigmor (Ghita Nørby), altri crucci gli provengono dall'aiuto medico Krogshøj, detto Krogen/"Hook" (Søren Pilmark), con cui ha un rapporto fortemente antagonistico, e soprattutto dalla signora Drusse (Kirsten Rolffes), anziana paziente ipocondriaca che si ritrova sempre fra i piedi e che in realtà è una sensitiva (qui lo scontro è anche sul piano filosofico: la razionalità di Helmer contro l'apertura al soprannaturale della Drusse). È proprio lei, per prima, a rendersi conto che nell'ospedale si celano strane presenze, entrando in contatto con il fantasma di una ragazzina, Mary, morta nella clinica quasi cento anni prima. Mentre la signora Drusse, con l'aiuto del figlio Bulder (Jens Okking), che lavora al Regno come inserviente, cerca in vari modi di "esorcizzare" Mary e di farle abbandonare il modo dei vivi, e mentre Helmer è alle prese con il tentativo di nascondere le prove di un grave errore che ha commesso durante un'operazione chirurgica, si dipanano le storie anche di altri personaggi. Hook, che abita in segreto nei labirintici sotterranei dell'ospedale, da dove gestisce una sorta di mercato nero, si innamora della ricercatrice Judith (Birgitte Raaberg), la cui misteriosa gravidanza sembra procedere a velocità innaturale. Il patologo Bondo (Baard Owe), per amore della scienza, si fa trapiantare su sé stesso un fegato affetto da sarcoma. Mogge (Peter Mygind), studente di medicina poco serio, si offre come cavia nel "laboratorio del sonno" perché innamorato di Camilla (Solbjørg Højfeldt), la dottoressa che conduce gli esperimenti. E un'ambulanza fantasma si presenta ogni sera alle porte dell'edificio. Tutto culmina in un finale di stagione al cardiopalma, quando gli eventi soprannaturali precipitano proprio mentre nell'ospedale è in atto una (comicamente disastrosa) visita a sorpresa da parte del ministro della sanità. Cameo per Udo Kier nei panni del professor Aage Krüger, il malvagio padre di Mary. E da non dimenticare i due inquientanti inservienti con sindrome di Down, che lavorano nelle cucine come lavapiatti e commentano fra loro gli eventi come se fossero al corrente di tutto quello che accade, soprattutto sul piano soprannaturale.

29 marzo 2020

L'ingorgo (Luigi Comencini, 1979)

L'ingorgo - Una storia impossibile, aka Black-out in autostrada
di Luigi Comencini – Italia/Fra/Spa/Ger 1979
con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni
***

Visto in divx.

Alle porte di Roma, un gigantesco ingorgo stradale blocca centinaia di autovetture, costringendo i proprietari a bivaccare letteralmente in macchina. E quando cala la notte, vengono fuori anche i peggiori istinti dell'uomo. Pellicola apocalittica e corale, con decine di personaggi e di storie minime e grottesche che si intersecano, con la quale Comencini (coadiuvato da un eccezionale gruppo di attori) lancia strali un po' a tutta la società italiana. C'è il ricco avvocato interpretato da Alberto Sordi, in auto con il segretario (Orazio Orlando), che disprezza il popolino nonostante si trovi nella stessa situazione; il famoso attore Marco Montefoschi (Marcello Mastroianni), con la fobia del pubblico, che viene ospitato da un ammiratore (Gianni Cavina) che vorrebbe in cambio una raccomandazione a Cinecittà, e per questo motivo sarebbe disposto a concedergli una notte con la moglie incinta (Stefania Sandrelli). Un "professore" (Ugo Tognazzi) che ha una tresca con la giovane Angela (Miou-Miou) all'insaputa del marito di lei (Gérard Depardieu). Una coppia che, fra una tenerezza e un litigio, sta festeggiando le nozze d'argento (Fernando Rey e Annie Girardot). E ancora: una numerosa famiglia napoletana, con il padre (Lino Murolo) furioso con la figlia Germana (Giovannella Grifeo) perché è rimasta incinta; un nevrotico in crisi d'astinenza da tabacco (Patrick Dewaere); un malato in ambulanza (Ciccio Ingrassia); quattro uomini armati di pistola (fra cui José María Prada e Ferdinando Murolo); una giovane hippie (Angela Molina) che fraternizza con l'autista di un camion (Harry Baer) ma che poi, durante la notte, sarà violentata da tre giovinastri. E anche in un ambiente così ristretto (l'intero film è ambientato su un tratto di pochi metri di strada, oltre che nei terreni circostanti) si affrontano quasi tutte le questioni sociali, politiche o di costume dell'italia di quegli anni: le speculazioni edilizie, i conflitti di classe, i cambiamenti del costume (l'aborto, il divorzio), la politica, le contestazioni giovanili, il calcio, l'informazione (con la tv che è costretta a sospendere le trasmissione e a interrompere i telegiornali per mancanza di personale: sono tutti imbottigliati nel traffico), oltre che vizi individuali come la violenza, il menefreghismo, l'opportunismo, l'ipocrisia. E naturalmente al centro di tutto c'è il consumismo, di cui proprio l'automobile, ormai alla portata di tutti, è il simbolo per eccellenza. Metaforica anche la sequenza del bambino (la coscienza collettiva?) che dorme sin dalla nascita. Anna Melato (sorella minore di Mariangela), che doppia Angela Molina, canta "Il treno dei bambini" su testo di Gianni Rodari, mentre Giovannella Grifeo canta la canzone dell'ingorgo ("Ingorgo, paralisi di vita...."). Nel cast anche Nando Orfei (l'autista di Mastroianni), José Sacristán (il prete comunista), Ester Carloni (la nonna) e il pilota di moto Enrico Lorenzetti (il ciclista). La sceneggiatura, ispirata a un racconto di Julio Cortázar ("L'autostrada del sud"), è firmata da Comencini insieme a Ruggero Maccari e Bernardino Zapponi. Juan Luis Buñuel è regista della seconda unità: chissà che film sarebbe venuto fuori se l'avesse diretto il suo celebre padre (in fondo l'ingorgo nasce senza un vero motivo, proprio come l'impasse de "L'angelo sterminatore")!

28 marzo 2020

Contagion (Steven Soderbergh, 2011)

Contagion (id.)
di Steven Soderbergh – USA 2011
con Matt Damon, Laurence Fishburne
***

Visto in divx.

Storia di una pandemia, che dal sud-est asiatico si diffonde rapidamente a tutto il mondo (anche se il film, con l'eccezione di alcune sequenze ambientate a Hong Kong, si concentra quasi esclusivamente sugli Stati Uniti): di impianto corale, e caratterizzata da un'insolita accuratezza scientifica per un film hollywodiano (lo sceneggiatore Scott Z. Burns, ispirato dalle allora recenti epidemie di SARS e H1N1, ha consultato medici ed esperti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per redigere ogni passaggio dello script), la pellicola racconta l'insorgere e la diffusione dei sintomi, le prime morti sospette, l'attivazione di medici e ricercatori competenti, le reazioni dei politici e dei media, il panico e il caos fra la popolazione, la ricerca di un vaccino, la lotta "in trincea" degli operatori sanitari, le misure e le precauzioni della gente comune, i confini chiusi e le quarantene, le fosse comuni, fino alla (temporanea?) risoluzione. A parte alcune esagerazioni (il virus MEV-1 è altamente contagioso, molto letale e dalla rapida incubazione), colpisce appunto per l'accuratezza scientifica con cui descrive un caso del genere: e vederlo in questo giorni, quando è in corso una pandemia (quella di Covid-19) anche nel mondo reale, risulta al tempo stesso inquietante e, in certo senso, tranquillizzante. La narrazione comincia dal "Giorno 2" (il racconto del "Giorno 1" – quello in cui il virus, dal pipistrello passando per il maiale, giunge in contatto per la prima volta con l'essere umano e quindi con il "paziente zero", che lo diffonderà poi nel resto della popolazione – è riservato per le ultime immagini, prima dei titoli di coda). L'ampio cast comprende Matt Damon, che si scopre immune quando invece sua moglie (Gwyneth Paltrow) è la prima a morire per la malattia (ed è lei, in effetti, ad averla portata dall'Asia fino in America); Laurence Fishburne (un medico del CDC, il centro per le prevenzione e il controllo delle malattie negli Stati Uniti); Jennifer Ehle (la ricercatrice che scopre il vaccino); Marion Cotillard (la dottoressa dell'OMS che si reca a indagare a Hong Kong); Kate Winslet (l'agente del reparto malattie infettive del CDC); Elliot Gould (il virologo che riesce a riprodurre il virus in coltura); Jude Law (il blogger "complottista"). Insieme, coprono un po' tutti i punti di vista relativi all'epidemia: quello dei medici e dei ricercatori, quello dei pazienti e della gente comune, quello degli informatori (o disseminatori di "fake news", nel caso del personaggio interpretato da Jude Law). La regia di Soderbergh si pone giustamente al servizio della storia e della sceneggiatura, così come la fotografia fredda e realistica e le scenografie. A parte poche sequenze (il caos nelle strade), il film riesce a evitare le trappole dei classici film catastrofici (d'altronde l'idea di spettacolarizzare la lotta a un nemico invisibile sarebbe stata persa in partenza) e ha ottenuto un buon successo di pubblico, con una popolarità che, visto l'argomento d'attualità, è comprensibilmente tornata a impennarsi in questi giorni.

27 marzo 2020

Polpette (Ivan Reitman, 1979)

Polpette (Meatballs)
di Ivan Reitman – Canada 1979
con Bill Murray, Harvey Atkin
**

Visto in divx.

È tempo di vacanze al campo estivo per bambini "Stella del Nord", dove l'istrionico capo istruttore Tripper (Bill Murray, al suo primo ruolo da protagonista) gestisce le numerose attività dedicate ai piccoli ospiti, tiene a bada i suoi imbranati assistenti, amoreggia con la collega Roxanne (Kate Lynch), organizza scherzi ai danni del direttore del campeggio Morty (Harvey Atkin), e stringe una particolare amicizia con uno dei bimbi, l'introverso Rudy (Chris Makepeace), aiutandolo a uscire dal suo guscio. A metà strada fra la commedia anarchica alla Altman (è quasi una versione più infantile e innocua di "MASH"), o addirittura alla "Porky's", e un racconto di coming-of-age, il terzo film di Ivan Reitman fu il suo primo lavoro a riscuotere una qualche notorietà, tanto da dar vita a ben tre sequel (solo il terzo capitolo, però, riprende un personaggio dell'originale). Ma nonostante la trascinante presenza di Murray, al film manca un po' di tutto, da un umorismo davvero efficace (le gag sono spuntate) alla corrosività. Eppure, tutto sommato, riesce a trasmettere l'atmosfera conviviale di un campo estivo dove, tra scherzi e sfide sportive (vedi la rivalità con il vicino campo Mohawk), possono nascere amicizie e amori. Da salvare anche il rapporto – più simile a quello tra due amici che non tra un padre e un figlio – fra Tripper e il piccolo Rudy. "Polpette" è il nomignolo con cui gli istruttori si rivolgono ai bambini. Fra gli sceneggiatori spicca Harold Ramis, che già aveva lavorato con Murray a teatro ("The Second City") e in radio ("The National Lampoon Radio Hour"), e che resterà un frequente collaboratore sia dell'attore che del regista (per esempio nei successivi "Stripes" e "Ghostbusters"). L'anno precedente Reitman aveva prodotto "Animal House", co-sceneggiato da Ramis: la scena del discorso motivazionale di Tripper ricorda quella di John Belushi. La pellicola è stata girata in Ontario, sul lago Hurricane.

26 marzo 2020

Amico tra i nemici, nemico tra gli amici (N. Michalkov, 1974)

Amico tra i nemici, nemico tra gli amici
(Svoy sredi chuzhikh, chuzhoy sredi svoikh)
di Nikita Michalkov – URSS 1974
con Yuri Bogatyryov, Aleksandr Kajdanovskij
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sullo sfondo della guerra civile russa, dopo la rivoluzione d'ottobre, l'ufficiale "rosso" Yegor Shilov (Yuri Bogatyryov) viene incaricato di scortare un prezioso carico d'oro da una regione periferica fino a Mosca. Ma il treno che lo trasporta viene assaltato dai nemici "bianchi", guidati dal capitano Lemke (Aleksandr Kajdanovskij). Accusato dai suoi stessi compagni di essere un traditore, Yegor si dà alla fuga per dimostrare la propria innocenza e recuperare l'oro, che nel frattempo è finito nelle mani di un gruppo di banditi guidati da Brylov (Nikita Michalkov). Sulle tracce dell'oro, sia Shilov che Lemke sono così costretti a infiltrarsi nella banda. Il primo lungometraggio di Michalkov come regista, anche sceneggiatore insieme a Eduard Volodarsky, è praticamente un western. Del genere infatti non manca quasi nulla: cavalli, assalti al treno, sparatorie fra le rocce, tradimenti e rese dei conti. Se personaggi e situazioni sembrano uscire da una pellicola di Sergio Leone (ci sono anche alcune scene "nostalgiche" che guardano al passato, girate in color seppia, come in "Giù la testa"), la violenta sequenza della rapina al treno, con il suo montaggio rapido, pare invece guardare a Sam Peckinpah. Certo, non mancano passaggi che contestualizzano la vicenda all'interno della storia russa, nonché alcuni inevitabili dialoghi propagandistici (come quelli in cui Shilov illustra a uno dei banditi le lezioni del marxismo, o quando rifiuta l'offerta di tenersi l'oro per sé anziché dividerlo con i suoi "fratelli"), ma nel complesso l'intera trama potrebbe essere trasposta nel Far West con pochissime modifiche. Persino la colonna sonora di Eduard Artemev fa la sua parte in questo senso. Nel cast anche Sergej Shakurov, Anatolij Solonitsyn e Aleksandr Porokhovshchikov.

25 marzo 2020

Un giorno tranquillo alla fine della guerra (N. Michalkov, 1970)

A quiet day during the end of war (Spokoynyy den v kontse voyny)
di Nikita Michalkov – URSS 1970
con Sergej Nikonenko, Natalya Arinbasarova
**1/2

Visto su YouTube.

Nel 1944, mentre il fronte della guerra si è ormai spostato verso l'Europa, un soldato rimasto nelle retrovie e ferito a una gamba si rifugia in una vecchia chiesa diroccata, in mezzo alla campagna russa. Qui protegge con ostinazione alcune casse di dipinti che i tedeschi hanno lasciato dietro di sé durante la ritirata. Per un breve momento fraternizza con una giovane soldatessa, giocando, scherzando e facendo progetti per il futuro. Ma quando alcuni soldati tedeschi si rifaranno vivi per riprendersi i quadri, si sacrificherà per evitarne la distruzione. Dopo tre primi cortometraggi realizzati durante gli studi – "La bambina e le cose", "Bella bocca e occhi miei verdi" (tratto da un racconto di J.D. Salinger), "E io torno a casa" – questo fu il saggio finale di diploma di Nikita Michalkov al corso di regia presso la prestigiosa scuola di cinema VGIK di Mosca. E nonostante la breve durata (31 minuti) è un'opera già matura, che mette in mostra le qualità espressive del futuro regista, comunque attivo già da diversi anni come attore. Coadiuvato dal soggetto di Rustam Ibragimbekov e dalla fotografia di Dmitri Korzhikhin, riesce a rendere al meglio l'atmosfera di un territorio dove "la guerra è già finita, ma la pace non è ancora arrivata", come recitano i titoli introduttivi, dove basta poco per dare l'illusione di normalità (come un bagno nel fiume) e dove soldati provenienti dagli angoli più remoti dell'URSS (Andrej è della regione di Vologda, Adalat è addirittura kazaka) condividono ricordi e speranze, anche se poi il pericolo è sempre dietro l'angolo. Non manca l'aspetto poetico: Andrej, che si autodefinisce "un po' un artista", è disposto a perdere la vita pur di difendere dei quadri di cui ignora persino il valore, ma che appesi ai muri diroccati del suo accampamento di fortuna contribuiscono a spandere un po' di bellezza. In ruoli minori si riconoscono Yuri Bogatyryov (uno dei tedeschi), che tornerà in diversi film di Michalkov, e Aleksandr Kajdanovskij (il sergente), futuro protagonista dello "Stalker" di Tarkovskij.

La bambina e le cose (Nikita Michalkov, 1967)

La bambina e le cose (Veshchi, aka Devochka i veshchi)
di Nikita Michalkov – URSS 1967
***

Visto su YouTube.

Questo corto di 8 minuti è il primo dei quattro film studenteschi realizzati da Michalkov mentre frequentava il corso di regia diretto da Mikhail Romm all'Istituto Gerasimov (VGIK), la leggendaria scuola di cinema di Mosca. Essenzialmente muto (a parte la colonna sonora e i rumori di fondo), il corto è firmato da Michalkov insieme all'operatore Igor Klebanov e mostra una bambina di cinque anni – il nome dell'attrice è sconosciuto – che curiosa, interagisce e osserva gli oggetti di una stanza elegante, probabilmente la camera dei suoi genitori (il film fu girato nell'appartamento moscovita del poeta Sergej Michalkov, padre di Nikita, nella stanza della moglie in cui i cineasti accatastarono numerosi oggetti prima delle riprese). Pur senza una trama, la pellicola è sincera e accattivante: il montaggio gioca su vari livelli sensoriali, come la visione (la bimba osserva un quadro da vari punti di vista, chiudendo gli occhi a turno per modificare la prospettiva; oppure esamina le piante con una lente di ingrandimento, od osserva sé stessa allo specchio) e il sonoro (i suoni che provengono da un magnetofono, quando viene riavvolto il nastro e quando viene poi riprodotto: dapprima della musica, poi frammenti di una conversazione fra adulti, registrati durante una festa svoltasi il giorno prima nello stesso appartamento). In un'atmosfera intima e familiare, la bimba gioca con gli oggetti (i bigodini della mamma), si rotola nel letto, osserva dentro e fuori dalle finestre (si intravede un panorama urbano innevato), fornendo uno sguardo innocente e disincantato sulla complessità del mondo che la circonda. La colonna sonora comprende il Largo dal concerto in fa minore (BWV 1056) di Bach rivisitato "a cappella" dagli Swingle Singers.

24 marzo 2020

Arcana (Giulio Questi, 1972)

Arcana
di Giulio Questi – Italia 1972
con Lucia Bosè, Maurizio Degli Esposti
**1/2

Visto in divx, per ricordare Lucia Bosè.

Nell'appartamento di un grande condominio alla periferia milanese, la signora Tarantino (Lucia Bosè), con la complicità del figlio (Maurizio Degli Esposti), si guadagna da vivere come maga, sensitiva e chiromante, attraverso sedute sia di gruppo (i cui partecipanti vanno "in trance") sia individuali. Forse è soltanto una ciarlatana. O forse ha davvero poteri arcani, come d'altronde li avevano i suoi antenati: di questo almeno è convinto il figlio, che si dedica a strani rituali personali nella propria stanza, mostra a sua volta di avere poteri di precognizione e telecinesi, e rimane ossessionato da Marisa (Tina Aumont), giovane cliente in cerca d'amore che torna ripetutamente a farsi predire il futuro... Il terzo film di Giulio Questi, scritto come sempre insieme al montatore Franco Arcalli, è una pellicola onirica, psichedelica e surreale, che perde via via la concretezza che la caratterizza all'inizio (i caseggiati con i bambini che giocano negli androni e sulle scale; le strade, ricolme di passanti curiosi; le poste e le banche, con la fila dei disabili che devono ritirare la pensione; le metropolitane, con gli operai intenti a scavare nuove gallerie, di una Milano moderna) per accogliere in sé l'ignoto, le tradizioni ancestrali delle comunità rurali e contadine, fenomeni di poltergeist, strani legami fra oggetti di uso comune... La signora Tarantino legge le mani, i tarocchi, i fondi di caffè, inventa quello che i suoi clienti vogliono sentirsi dire. Eppure sia lei che il figlio hanno anche delle premonizioni autentiche: e sogni e visioni, realtà e fantasia finiscono col mescolarsi, verso un finale misterioso e aperto. A condire il tutto non mancano sottotesti edipici e violenti, con alcune sequenze che ricordano Antonioni o Buñuel (le rane che escono dalla bocca della donna) o anticipano addirittura Lynch. Resta il dubbio se il tutto serva solo a stimolare la suggestione dello spettatore o se ci sia un messaggio di fondo, che potrebbe essere quello dell'alienazione dell'uomo contemporaneo, della mancanza di comunicazione diretta e della perdita delle proprie radici (individuali o collettive che siano), al di là della compenetrazione fra diversi piani di realtà. Come nella lettura dei tarocchi, ognuno può trovarci il significato che più si adatta a sé. D'altronde l'enigmatico cartello iniziale mette subito in guardia gli spettatori: "Questo film non è una storia. È un gioco di carte. Perciò non è credibile l'inizio né tanto meno il finale. Giocatori siete voi. Giocate bene e vincerete". La Bosè è bellissima ed elegante, il figlio (senza nome) davvero straniante, sadico e inquietante. Un film originale, bizzarro e particolare, girato con pochi mezzi e che godette di una scarsissima diffusione, tanto da essere considerato un "film maledetto": di fatto il regista, dopo di questo, si ritirò dal mondo del cinema e continuò a lavorare solo in televisione.

23 marzo 2020

L'ora più buia (Joe Wright, 2017)

L'ora più buia (Darkest Hour)
di Joe Wright – GB/USA 2017
con Gary Oldman, Lily James
**1/2

Visto in TV, con Sabrina.

L'ora più buia non è solo quella dell'Inghilterra (e dell'Europa tutta) di fronte alla minaccia nazista (il film è ambientato nel maggio 1940, durante le prime fasi del secondo conflitto mondiale), ma anche quella personale di Winston Churchill (un irriconoscibile Gary Oldman, premiato con l'Oscar), nominato primo ministro da pochi giorni e già messo sotto pressione dai membri del suo stesso partito e del gabinetto di guerra (segnatamente dall'ex premier Neville Chamberlain e soprattutto dal visconte Halifax, segretario di stato per gli affari esteri), che davanti all'inarrestabile offensiva di Hitler insistono affinché il Regno Unito accetti la proposta di mediazione italiana e intavoli colloqui di pace con il Terzo Reich. La pellicola si svolge tutta fra l'8 maggio, alla vigilia delle dimissioni di Chamberlain dalla carica di primo ministro, e il 30 dello stesso mese, quando Churchill ottiene la fiducia del parlamento e l'appoggio a continuare la guerra. In mezzo, fra le altre cose, c'è la prima grande crisi del conflitto, con i soldati britannici in suolo francese circondati dalle truppe tedesche e destinati all'annientamento: saranno salvati grazie all'Operazione Dynamo, con l'evacuazione da Dunkerque per mezzo di una flotta di imbarcazioni civili (come raccontato, di recente, nel film "Dunkirk" di Christopher Nolan). Battaglie e azioni belliche non sono però mai mostrate sullo schermo: qui la guerra è tutta vista da una prospettiva interna, attraverso gli scontri di personalità fra Churchill e i membri del suo gabinetto dalle stanze sotterranee o dal parlamento a Westminster, e mediante i timori, i dubbi e le incertezze di chi è costretto a prendere decisioni difficili e impopolari (che spesso possono costare migliaia di vite umane) ma necessarie se non si vuole capitolare davanti a un nemico spietato. Certo, il senno di poi rende facile capire chi avrà ragione e chi torto, se sia stato giusto proseguire la guerra a ogni costo e rinunciare a ogni compromesso col nemico. Non manca pertanto un pizzico di agiografia e di retorica (anche più di un pizzico in scene come quella nella metropolitana, dove Churchill interpella direttamente la gente comune). E la grande maestria registica sembra a volte nascondere uno sfoggio di stile fine a sé stesso. In ogni caso, al netto di alcune semplificazioni o concessioni alle esigenze narrative, la ricostruzione storica è ottima, così come la fotografia e il cast. Kristin Scott Thomas è la moglie Clementine, Lily James è la (nuova) segretaria Elizabeth, Stephen Dillane è Halifax, Ronald Pickup è Chamberlain, Ben Mendelsohn è re Giorgio VI (quello de "Il discorso del re"). La pellicola ebbe sei nomination agli Oscar (compreso miglior film), vincendo anche quello per il trucco. Qualche dubbio sulla qualità del doppiaggio italiano, che non rende giustizia al protagonista.

22 marzo 2020

Quattordici anni

Oggi questo blog compie quattordici anni. Non è forse il momento migliore per festeggiare, visto che scrivo da una Milano in piena emergenza per l'epidemia di coronavirus che, fra le altre cose, ha fatto chiudere anche tutti i cinema (l'ultimo film visto in una sala cinematografica risale a due mesi fa, e chissà quando potremo ricominciare ad andarci). In ogni caso, e sperando che la situazione migliori al più presto, vi propongo le consuete statistiche. Negli ultimi dodici mesi su "Tomobiki Märchenland" sono state pubblicate ben 312 recensioni (20 in più dell'anno precedente: è il record di sempre, superando le 309 recensioni del 2007/08, il secondo anno di vita del blog), divise fra 53 film visti in sala e 259 fra le pareti domestiche. Le prime visioni sono state 262, i film rivisti invece 50. Il totale dei film recensiti sale così a 3449. Quanto ai registi, il più gettonato nel corso dell'anno è stato Dario Argento con 8 pellicole, seguito da David Lynch con 7 (ma 4 erano cortometraggi) e da Ingmar Bergman, Jia Zhangke, Jason Reitman, Mark Sandrich, Andrej Tarkovskij e Valerio Zurlini con 3. Il tutto, naturalmente, se escludiamo i vari pionieri del cinema muto cui ho dedicato alcune retrospettive (altrimenti a dominare la classifica ci sarebbe Georges Méliès con 23 titoli). A proposito: adesso il blog ospita almeno un film (anzi, più di uno) per ogni anno dal 1888 a oggi!
Un saluto a tutti, e speriamo di arrivare a festeggiare i quindici anni in condizioni più normali!

21 marzo 2020

L.A. Confidential (Curtis Hanson, 1997)

L.A. Confidential (id.)
di Curtis Hanson – USA 1997
con Guy Pearce, Russell Crowe, Kevin Spacey
***1/2

Rivisto in TV.

Nella Los Angeles dei primi anni cinquanta, dove effimeri sogni di gloria hollywoodiani nascono e muoiono accanto ai traffici della criminalità organizzata, le storie di tre agenti del dipartimento di polizia si intrecciano turbinosamente. Edmund "Ed" Exley (Guy Pearce), figlio di un leggendario detective rimasto ucciso sul lavoro, è idealista, incorruttibile e ligio al dovere, aspira a fare carriera, non ammette alcuno strappo alle regole e non esita a denunciare i colleghi che "sgarrano", conquistandosi le simpatie dei superiori ma anche le antipatie degli altri poliziotti. Wendell "Bud" White (Russell Crowe), impulsivo e picchiatore, ha una particolare avversione (dovuta a trascorsi familiari) contro chi usa violenza contro le donne: il suo temperamento e l'essere disposto a eseguire anche i lavori più sporchi lo porteranno in conflitto diretto con Ed. Infine c'è Jack Vincennes (Kevin Spacey), affamato di gloria, consulente per una serie televisiva poliziesca ("Badge of Honor", modellata su "Dragnet", che glorifica l'efficienza della polizia) e ammanicato con il giornalista scandalistico Sid Hudgens (Danny DeVito), che pubblica sulla propria rivista "Hush-hush" ("Zitti, zitti") notizie relative agli scandali delle celebrità. Le vicende dei tre personaggi, che nonostante le loro differenze perseguono tutti un proprio ideale di giustizia, finiranno con l'intrecciarsi quando le loro indagini su alcuni crimini apparentemente separati (il "massacro del Nite Owl", una sparatoria in una caffetteria; un giro di prostituzione d'alto bordo con ragazze che assomigliano a celebri dive del cinema; la morte di un giovane attore omosessuale in un motel) convergeranno verso lo stesso punto. Dal romanzo neo-noir di James Ellroy, adattato da Brian Helgeland e dallo stesso regista, uno straordinario poliziesco che ha i suoi punti di forza, oltre che nel cast, proprio nella sceneggiatura, capace di tenere le fila di una storia intricata (siamo dalle parti di un moderno Raymond Chandler) e piena di personaggi, che mette lo spettatore su false tracce ma lascia che alla fine tutto torni e che anche i dettagli o le figure più marginali si rivelino fondamentali per il dipanarsi dell'intreccio. Questo perché a guidare il tutto c'è la caratterizzazione dei protagonisti, con le loro personalità contrastanti e la loro psicologia sempre evidente dietro ogni scena d'azione e ogni twist della trama. Sono i personaggi a condurre l'azione, mai il contrario. E nonostante l'alto livello della regia, ma soprattutto della fotografia naturalistica (di Dante Spinotti), delle scenografie (di Jeannine Oppewall) e della ricostruzione d'epoca, non si ha mai l'impressione di assistere a uno sterile esercizio di stile. Da notare che ai tempi Crowe e Pearce erano praticamente sconosciuti, nonostante qualche particina interessante in passato (rispettivamente in "Skinheads" e "Priscilla"): grazie a questo film diventarono volti noti, e negli anni a seguire furono protagonisti di film di grande rilievo (come "Il gladiatore" e "Memento").

La vicenda ruota intorno a un periodo particolare della storia di Los Angeles, quando l'arresto del boss del crimine Mickey Cohen lasciò un vuoto di potere che altri gruppi della malavita organizzata aspiravano a riempire, e sfiora a più riprese celebri scandali ed eventi realmente accaduti, come il famigerato "Natale di sangue" del 1951, quando alcuni agenti di polizia si resero protagonisti di un brutale pestaggio ai danni di alcuni detenuti latino-americani. La stessa rivista "Hush-hush" di Danny DeVito è modellata su un autentico giornale scandalistico di quegli anni, "Confidential". E i temi della corruzione, della sete di celebrità, della giustizia e della criminalità si fondono su più piani. Memorabile, per esempio, "Rollo Tomasi", il nome (fittizio) che Ed ha affibbiato all'uomo che uccise suo padre, simbolo di tutti i criminali che, per un motivo o per l'altro, riescono a "farla franca": proprio questo nome si rivelerà fondamentale per svelare la vera identità del cattivo che tira le fila di tutto l'intreccio. Degno di nota anche il cast di contorno, a cominciare da Kim Basinger (che vinse l'Oscar come miglior attrice non protagonista: il film rivitalizzò la sua carriera) nei panni di Lynn Bracken, la prostituta con le fattezze di Veronica Lake. Di lei si innamorerà Bud, e per lei comincerà a sentirsi stanco della brutalità e della violenza in cui sguazza. Il grande caratterista James Cromwell è il capitano della polizia Dudley Smith, figura "paterna" e di riferimento per gli agenti del dipartimento, che però nasconde lati oscuri ed ambigui. David Strathairn è il milionario Pierce Patchett, l'uomo d'affari che, fra le altre cose, si serve di Lynn e di altre ragazze per ricattare politici e magistrati. Piccoli ruoli, infine, per Ron Rifkin, Graham Beckel, Simon Baker e Paolo Seganti. Brenda Bakke è Lana Turner in una delle scene più comiche della pellicola, quella in cui Ed la scambia per una prostituta che imita appunto la Turner. Da notare che si tratta dell'unica vera celebrità che appare nel film: pur ambientato in prossimità della "fabbrica dei sogni", di loro ne sentiamo soltanto il profumo, o ne intravediamo l'immagine in alcuni spezzoni di pellicole, come "Vacanze romane" (che Bud e Lynn vanno a vedere al cinema) o "Il fuorilegge" (il film con Veronica Lake che Lynn proietta a casa sua). La musica è di Jerry Goldsmith. Nominato a nove premi Oscar (compresi quelli per il miglior film e la regia), "L.A. Confidential" ne vinse due, quelli per la miglior sceneggiatura non originale (che, incredibile a dirsi, semplifica un intreccio che nel romanzo era ancora più denso, e si distacca in molti punti dalla fonte originale: il libro, d'altra parte, era il terzo di una saga dedicata da Ellroy alla città di Los Angeles, dopo "Dalia nera" e "Il grande nulla", che già introducevano alcuni dei personaggi) e per la miglior attrice non protagonista, perché gli altri sette andarono tutti al "Titanic" di Cameron. Tanto che Hanson commentò ironicamente: "Mai fare il tuo miglior film nello stesso anno di Titanic!".

20 marzo 2020

La morte ha fatto l'uovo (G. Questi, 1968)

La morte ha fatto l'uovo
di Giulio Questi – Italia/Francia 1968
con Jean-Louis Trintignant, Gina Lollobrigida
**

Visto in divx.

Marco (Trintignant) dirige l'allevamento di polli – interamente meccanicizzato – di proprietà della ricca moglie Anna (Lollobrigida), ha tendenze sadomasochistiche che sfoga "simulando" delitti ai danni delle prostitute di un vicino motel, e sogna di fuggire con la giovane e bionda Gabri (Ewa Aulin), cugina di Anna che vive insieme alla coppia e fa loro da segretaria. Ma ignora che questa, insieme a un giovane agente pubblicitario (Jean Sobieski), sta complottando alle sue spalle... Il secondo film della coppia Giulio Questi (regista) e Franco Arcalli (montatore), entrambi sceneggiatori, dopo il western "Se sei vivo spara", è uno stranissimo oggetto, un thriller sociologico ed esistenziale che francamente oggi appare un po' pretenzioso e datato, oltre che intellettualistico (guarda ad Antonioni e a Resnais). Ha certo i suoi pregi, su tutti l'atmosfera straniante e onirica, enfatizzata dalla colonna sonora di Bruno Maderna, ricca di dissonanti sonorità acustiche. Fra spunti sociali (il pollaio, con i suoi impianti moderni, può fare a meno dei lavoranti), di costume (l'invasione della pubblicità, le riunioni dell'associazione dei produttori di polli), morbosi (lo strano rapporto a tre fra Marco, Anna e Gabri, le feste borghesi con il gioco delle coppie rinchiuse in camera) e persino fantascientifici (il chimico industriale (Biagio Pelligra) che, trattando le colture con isotopi radioattivi, crea dei polli mostruosi senza testa né ali), la pellicola lancia i suoi sguardi a 360 gradi, per poi focalizzarsi progressivamente sulla trama gialla. Al centro, comunque, rimane il personaggio interpretato da Trintignant, sempre fuori posto e sperso nei suoi istinti, nel suo bisogno di violenza e nei suoi sogni che mal si amalgamano con la noiosa società che lo circonda.

19 marzo 2020

Se sei vivo spara (Giulio Questi, 1967)

Se sei vivo spara, aka Oro Hondo
di Giulio Questi – Italia/Spagna 1967
con Tomas Milian, Marilù Tolo
**1/2

Rivisto in divx.

Tradito dai suoi stessi complici dopo una rapina e lasciato a morire nel deserto, il messicano Hermano (Tomas Milian) viene salvato da due sciamani indiani ed esce dalla tomba per vendicarsi. Ma i banditi che insegue sono già stati uccisi tutti dagli abitanti della cittadina dove si erano rifugiati: tutti tranne il capo, Oaks (Piero Lulli), di cui fa giustizia proprio Hermano con i suoi proiettili d'oro (!). Tormentato e disilluso, il messicano decide di rimanere nel villaggio (che gli indiani chiamano "Il campo dell'angoscia"!) e si ritrova così in mezzo alle faide incrociate che scoppiano fra i suoi abitanti per entrare in possesso del bottino, "gente onesta" che di fronte all'oro si dimostra crudele e spietata, come il proprietario del saloon Tembler (Milo Quesada) e il negoziante Hagerman (Francisco Sanz). Opera prima (dopo alcuni episodi di film collettivi) di Giulio Questi e del suo co-sceneggiatore (e montatore) Franco Arcalli, con cui forma un sodalizio destinato a durare per il resto della sua (poco prolifica) carriera, è un western atipico e nichilista che gode di molta fama fra i cultori del genere per via della sua atmosfera inquietante e della sua violenza, con scene estremamente cruente e scabrose (su cui si scagliò la censura italiana): si pensi al bandito scempiato dagli abitanti del paese per recuperare le pallottole d'oro, ad alcune morti atroci, o alla sequenza in cui si lascia intendere che il giovane Evan (Raymond Lovelock) sia stato violentato dagli uomini del ranchero Sorrow (Roberto Camardiel). Per alcuni di questi episodi, il regista si sarebbe ispirato agli orrori di cui era stato testimone in guerra, quando aveva fatto parte della resistenza partigiana. Al netto di tutto ciò, però, temi e situazioni sono in fondo simili a quelli di molti altri spaghetti western (dal capostipite "Per un pugno di dollari" in poi), con il forestiero che rimane implicato nelle dinamiche di un villaggio sconvolto da tensioni sotterranee. E la pellicola, forse un po' lunga e compiaciuta, si trascina cambiando focus più volte: di certo le parti sono superiori all'insieme. Marilù Tolo e Patrizia Valturri interpretano i due unici personaggi femminili, rispettivamente l'amante di Tembler (che lo manipola come Lady Macbeth) e la moglie di Hagerman, fatta credere pazza e reclusa nella sua stanza dal marito geloso. Interessanti la fotografia di Franco Delli Colli (cugino del più celebre Tonino) e la colonna sonora di Ivan Vandor. Gianni Amelio è aiuto regista. Sequestrato pochi giorni dopo la sua uscita e poi ridistribuito con diversi tagli, il film è stato riproposto nelle sale nel 1975 con il titolo "Oro Hondo". In diversi paesi (come USA e Germania) è stato spacciato come un capitolo della saga di Django.

16 marzo 2020

Quando i mondi si scontrano (R. Maté, 1951)

Quando i mondi si scontrano (When Worlds Collide)
di Rudolph Maté – USA 1951
con Richard Derr, Barbara Rush
**1/2

Rivisto in divx.

"But when worlds collide,
said George Pal to his bride,
I'm gonna give you some terrible thrills..."

Alcuni astronomi scoprono che due corpi celesti sconosciuti, Zyra e Bellus, stanno dirigendosi ad alta velocità verso la Terra: mentre Zyra avrà solo un passaggio ravvicinato, Bellus è destinato a scontrarsi con il nostro pianeta e a distruggerlo entro otto mesi. L'annuncio della fine del mondo viene inizialmente accolto con scetticismo, ma ben presto tutti dovranno ricredersi. Nel frattempo, grazie ai finanziamenti dell'egocentrico miliardario Stanton (John Hoyt), il professor Hendron (Larry Keating) ha iniziato a costruire un veicolo spaziale che permetterà a quaranta persone di sopravvivere, abbandonando la Terra prima della catastrofe e raggiungendo la superficie di Zyra, nella speranza che sia abitabile. Oltre al pilota Randall (Richard Derr) e a Joyce (Barbara Rush), la figlia del dottore, gli altri prescelti vengono selezionati tramite un sorteggio, il che scatenerà il risentimento degli esclusi (dimostrando come la natura dell'uomo è fatta di egoismo tanto quanto di altruismo). Prodotto dal leggendario George Pal e tratto da un romanzo di Edwin Balmer e Philip Wylie (autori anche di un seguito, "After Worlds Collide"), un ingenuo ma epocale B-movie apocalittico/fantascientifico che non è altro che una versione moderna del mito dell'Arca di Noè (a bordo della navicella, oltre agli esseri umani, vengono imbarcate diverse coppie di animali), al punto che si apre con una citazione della Bibbia. Notevoli, per l'epoca, le sequenze relative agli effetti del passaggio di Zyra vicino alla Terra, con vulcani che eruttano, terremoti e maremoti (le scene di New York e delle altre città costiere inondate dalle acque valsero a Gordon Jennings l'Oscar per i migliori effetti speciali): di contro, nel finale su Zyra gli sfondi sono evidentemente dipinti. Nel cast anche Peter Hansen (il "rivale" di Randall per Joyce), Hayden Rorke e Stephen Chase. Il film potrebbe aver ispirato pellicole più moderne come "Deep impact" e "Armageddon".

15 marzo 2020

Skyline cruisers (Wilson Yip, 2000)

Skyline cruisers (San tau chi saidoi)
di Wilson Yip – Hong Kong 2000
con Leon Lai, Jordan Chan, Shu Qi
*1/2

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Tre anni dopo un colpo andato male e in cui ha perso la sua fidanzata, il ladro iper-tecnologico Mac (Leon Lai) si è trasferito in Australia e ha messo insieme una nuova squadra, formata dall'amico Bird (Jordan Chan) e dai giovani Sam (Sam Lee) e Michelle (Michelle Saram). Tormentato dal passato e roso dai sensi di colpa, accetta l'incarico di recuperare il prototipo di un nuovo farmaco contro il cancro, sottratto dal perfido dottor Kam al suo legittimo scopritore. Ma dopo essersi introdotto nel laboratorio segreto di Kam in Malesia, anche con l'aiuto di una bella e misteriosa spia (Shu Qi) incontrata sul posto, scoprirà di essere stato ingannato... Concepito inizialmente come seguito di un film di tre anni prima, "Downtown torpedoes" di Teddy Chan, questa pellicola realizzata da Yip dopo i successi di critica "Bullets over summer" e "Juliet in love" si iscrive nel filone delle rapine sofisticate e tecnologiche di certi film hollywoodiani dell'epoca (in una delle prime scene, il direttore di una banca afferma che i loro sistemi di sicurezza "fanno impallidire quelli di Mission: Impossible I e II"). E dal punto di vista tecnico non sarebbe neanche male, pur con una regia un po' derivativa. Peccato che sia anche estremamente noiosa, senza appigli emotivi, con una trama inutilmente confusa e pretenziosa, e colpi di scena di cui non importa niente a nessuno. D'altronde, come capita spesso in questo genere di film, l'oggetto del contendere (il farmaco) è solo un MacGuffin, una scusa per inscenare lunghissime sequenze prive di tensione (ma fotografate benissimo!), all'insegna di gadget high-tech il cui funzionamento non viene nemmeno spiegato: insomma, un elaborato (e vuoto) esercizio di stile. Sprecato il cast, a partire da una Shu Qi imbrigliata in un personaggio mai approfondito. Jordan Chan e Sam Lee avevano già recitato per Yip in "Bio-zombie". Accattivante il look di Michelle Saram, con i capelli corti e arancioni.

14 marzo 2020

La polizia bussa alla porta (J.H. Lewis, 1955)

La polizia bussa alla porta (The Big Combo)
di Joseph H. Lewis – USA 1955
con Cornel Wilde, Richard Conte
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

L'ostinato tenente di polizia Leonard Diamond (Cornel Wilde) cerca in ogni modo di incastrare il sardonico Mister Brown (Richard Conte), che dietro l'eleganza e l'aspetto da stimato cittadino è a capo di una spietata organizzazione criminale. La sfida fra i due è quasi personale: e lo diventa ancora di più quando Brown, nel tentativo di eliminare Diamond, fa uccidere dai suoi scagnozzi Rita (Helene Stanton), la donna che questi frequentava. Saranno però proprio le donne a tradire il gangster: la sua tormentata "pupa" Susan (Jean Wallace), ex pianista di cui anche Diamond è ossessivamente innamorato, che pur di sfuggire alle sue grinfie tenta il suicidio; e la sua ex moglie Alicia (Helen Walker), sulla cui scomparsa il tenente si mette a indagare, scoprendo così altri crimini nel turbinoso passato del bandito. Un classico del poliziesco-noir di serie B, vale a dire a basso budget, con una trama contorta e senza nomi di richiamo nel cast (benché i piani iniziali prevedessero Spencer Tracy e Jack Palance nei due ruoli principali): ma il tutto è compensato dall'atmosfera magnetica e conturbante, dai bei dialoghi di Philip Yordan, e soprattutto dalla fotografia low key di John Alton, che avvolge i personaggi nell'oscurità ed esalta il contrasto fra luci e ombre (si pensi, per esempio, all'iconica scena finale all'aeroporto, che peraltro nella sua composizione ricorda "Casablanca"). Ottimi anche gli interpreti, in particolare i "cattivi": Conte è al meglio nel ritrarre un criminale mefistofelico e ambizioso (il suo motto è: "Il primo è il primo, il secondo è nessuno"), sempre sorridente e sicuro di sé, che non si sporca mai le mani di persona ma progetta intrighi di ogni tipo (anche ai danni dei suoi stessi uomini) dietro le quinte. Fra i suoi subalterni spiccano Brian Donlevy nei panni di McClure, bandito della vecchia guardia che Brown ha esautorato di ogni potere e umilia in continuazione (memorabile la scena in cui usa il suo apparecchio acustico per torturare Diamond), e la coppia di sgherri (con sottotesto omoerotico) formata da Lee Van Cleef e da Earl Holliman. Insolita la colonna sonora jazzata (con trombe e sassofoni) di David Raksin. Cornel Wilde e Jean Wallace nella realtà erano marito e moglie.