23 settembre 2015

Arianna (Carlo Lavagna, 2015)

Arianna
di Carlo Lavagna – Italia 2015
con Ondina Quadri, Massimo Popolizio
**1/2

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina (rassegna di Venezia).

La diciannovenne Arianna trascorre l'estate presso la casa di vacanza dei genitori, sul lago di Bolsena. Sarà l'occasione per andare alla scoperta della propria sessualità, visto che qualcosa non torna: la ragazza non ha infatti ancora avuto le prime mestruazioni, e percepisce un disagio sempre maggiore nei confronti del proprio corpo, anche confrontando le proprie esperienze con quelle della cugina e degli amici. Opera prima di un giovane regista romano sul tema (non è una sorpresa, essendo suggerito sin dall'incipit) dell'ermafroditismo e dell'intersessualità, visto attraverso gli occhi di un personaggio che va, tutto da solo, alla scoperta di sé stesso. E proprio questo approccio misurato è il segreto della riuscita del film, che procede con delicatezza ma anche ostinazione sulla propria strada, rinunciando a melodrammatiche scene madri e mostrando invece con convincente realismo e sobrietà l'esperienza (comune in fondo a tutti, "normali" etero e gay compresi) di indagare la propria identità sessuale, scoprendola magari non conforme alle convenzioni e alle costruzioni imposte dall'esterno, dalla società o dalla famiglia. Notevole la prova della giovane attrice Ondina Quadri, anch'essa esordiente. Un "piccolo" film indipendente che lascia ben sperare, non solo sul futuro dei suoi autori o sul presente del cinema italiano, ma soprattutto sulla possibilità di esplorare certi argomenti senza eccedere in sovrastrutture formali o banalizzazioni narrative (il paragone con "The danish girl", visto in questa stessa rassegna, sorge spontaneo).

Behemoth (Zhao Liang, 2015)

Behemoth (Beixi moshuo)
di Zhao Liang – Cina 2015
***

Visto al cinema Apollo, con Marisa, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il Behemoth, il mostro biblico che divorava le montagne, è l'uomo: lo ribadisce questo suggestivo documentario sulle miniere – spesso a cielo aperto – nel nord della Cina, ai confini con la Mongolia, che divorano il paesaggio (riducendo sempre più lo spazio che un tempo era di pecore e pastori) e alterano la conformazione fisica del territorio. Come in un sogno dantesco (i rimandi alla "Divina Commedia" sono peraltro espliciti), il narratore si addentra con la sua macchina da presa in un inferno di minerali e carbone, di ciminiere e fonderie, testimone – nudo in un paesaggio "frammentato" – della distruzione che l'uomo infligge alla natura ma anche a sé stesso (il lungometraggio ha anche un'anima di denuncia sociale quando affronta il tema delle malattie, spesso polmonari, che affliggono i minatori). Tutto questo "inferno" (e il "purgatorio" degli ospedali) per costruire, poi, un "paradiso" alquanto discutibile: città fantasma, composte da centinaia di grattacieli che rimarranno disabitati. E che il Behemoth siamo noi lo conferma la stessa guida, un Virgilio che avanza reggendo uno specchio sulla schiena, consentendo di vedere noi stessi in mezzo al caos. Visionario, surreale, ad ampio respiro, a metà fra un documentario di Herzog (la voce narrante ha persino una cadenza simile a quella del regista tedesco!) e una pellicola di Jia Zhangke (che in lavori come "Still life", ma non solo, aveva già affrontato il tema dei profondi cambiamenti nelle zone più rurali della Cina), il film offre al tempo stesso uno sguardo contemplativo ed elementi di riflessione, come ogni documentario che si rispetti.

22 settembre 2015

Everest (Baltasar Kormákur, 2015)

Everest (id.)
di Baltasar Kormákur – GB/USA/Islanda 2015
con Jason Clarke, Josh Brolin, Jake Gyllenhaal
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La storia della tragica spedizione sul Monte Everest del maggio 1996, durante la quale persero la vita ben otto scalatori. Era l'epoca in cui la salita sulla vetta più alta della Terra cominciava a essere "commercializzata", con compagnie turistiche che organizzavano ascensioni anche per alpinisti dilettanti: due di queste, l'Adventure Consultants guidata dal neozelandese Rob Hall (Jason Clarke) e la Mountain Madness, guidata dall'americano Scott Fischer (Jake Gyllenhaal), unirono le forze al Campo Base per tentare la scalata insieme. Ma un'improvvisa bufera di neve, oltre a problemi minori di vario genere, provocarono il disastro. Fra i sopravvissuti, il texano Beck Weathers (Josh Brolin), che fu dato a lungo per disperso prima di ritrovare miracolosamente la via per tornare al campo, e il giornalista Jon Krakauer (Michael Kelly), lo stesso di "Into the wild", che faceva parte della spedizione di Hall e raccontò in seguito gli eventi in un celebre libro, "Aria sottile". Se da un lato il film cerca di mantenersi fedele ai fatti, come narrati da Krakauer e dagli altri sopravvissuti, dall'altro cade in tutti i cliché e le convenzioni dei disaster movie, al punto da risultare fin troppo prevedibile in gran parte dei suoi sviluppi. Non mancano nemmeno le scene melodrammatiche con le mogli di alcuni alpinisti, rimaste a casa, che trepidano per le sorti dei propri mariti o compagni. Ma la potenza della natura e l'asperità dell'alta montagna emergono prepotentemente come le vere protagoniste della vicenda: come dice uno degli scalatori, prima di tentare l'impresa, "non si tratta di una competizione fra esseri umani, ma fra gli uomini e la montagna. Ed è la montagna ad avere sempre l'ultima parola". Nel cast hollywoodiano anche Sam Worthington, John Hawkes, Keira Knightley, Emily Watson e Robin Wright. Il regista, islandese (è quello di "The deep"), ha girato gran parte delle scene nelle Alpi Venoste, in Alto Adige (oltre che in Nepal e in Islanda).

The danish girl (Tom Hooper, 2015)

The danish girl (id.)
di Tom Hooper – USA 2015
con Eddie Redmayne, Alicia Vikander
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, Daniela e Alessandro, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Dall'omonimo bestseller di David Ebershoff, una versione romanzata della vera storia di Lili Elbe, nata come Einar Wegener, che nel 1930 fu uno dei primi pazienti a sottoporsi a un intervento chirurgico per cambiare sesso. Mettendo al centro dell'obiettivo il suo rapporto con la moglie, che rimarrà sempre al suo fianco, la pellicola segue la vita della coppia di pittori danesi Einar e Gerda Wegener (lui paesaggista, lei ritrattista), scossa quando l'uomo comincia a vestirsi da donna e ad impersonare – anche in pubblico – la propria "cugina" Lili, con il sostegno e la complicità di Gerda: la quale, fra l'altro, si afferma come pittrice proprio grazie a una serie di ritratti che raffigurano Lili. Quello che era cominciato come un gioco assume però via via sfumature sempre più complesse e drammatiche. Anche perché la crescente inquietudine di Einar, quando scopre di essere una donna nel corpo di un uomo, non troverà appoggio o conforto nella scienza medica, con fior di specialisti a bollare rapidamente l'artista, a seconda dei casi, come pervertito, schizofrenico o semplicemente omosessuale. Tutto cambierà con l'incontro con un luminare tedesco che sperimenterà su di lui quell'incredibile intervento mai provato prima. Hooper, il regista de "Il discorso del re", dirige con il suo stile fin troppo controllato e calligrafico: se non fosse per la potenza emotiva dei contenuti, per la sfaccettatura psicologica e per l'interpretazione dei protagonisti (con la svedese Alicia Vikander, a tratti, persino più intensa di Redmayne), il film farebbe fatica a decollare per quanto è freddo e ingessato nella sua ricerca di una perfezione formale comunque raggiunta (vedi la fotografia, che riproduce idealmente i gelidi paesaggi danesi). Matthias Schoenaerts è Hans Axgil, amico d'infanzia di Einar/Lili e suo primo amore. Nel cast anche Amber Heard, Sebastian Koch e Ben Whishaw.

Right now, wrong then (Hong Sang-soo, 2015)

Right now, wrong then (Jigeum-eun matgo geuttaeneun teullida)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud 2015
con Jeong Jae-yeong, Kim Min-hee
***

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Ham Chun-su, regista affermato e donnaiolo, è giunto nella fredda città di Suwon con un giorno di anticipo per assistere alla proiezione di un suo film in un cineclub locale e partecipare al dibattito che ne seguirà. Mentre cerca di ingannare il tempo incontra una giovane pittrice, Hee-jung, e trascorre la giornata con lei, ma i suoi tentativi di sedurla non andranno a buon fine. Assisteremo poi alla stessa storia una seconda volta, ma con piccoli particolari cambiati: questa volta Chun-su si dimostrerà più sincero e onesto nel suo approccio a Hee-jung, senza tacerle il fatto di essere sposato e senza adulare la sua arte con frasi fatte e preconfezionate, riuscendo così a stringere con la ragazza un legame assai più empatico e duraturo. Hong Sang-soo aveva già frequentato il tema delle sliding doors in diversi lavori precedenti ("Virgin stripped bare by her bachelors", "In another country"), e qui ancora una volta ci mostra due varianti della stessa storia in cui il protagonista, comportandosi in modo leggermente diverso, altera profondamente la propria esperienza e quella di coloro che incrocia durante il breve soggiorno. Un interessante esercizio narrativo, ben sorretto da personaggi la cui costruzione – e decostruzione – psicologica è favorita dal meccanismo della ripetizione (senza contare che, una volta che ci sono già familiari, seguiamo le loro vicende con maggior partecipazione), e da una regia minimalista e quasi paesaggistica (con occasionali zoom e movimenti di macchina ben definiti), sempre attenta al quotidiano e all'ambiente circostante. E alla fine, la neve che cade e che ricopre la città di provincia simboleggia la rinascita e un nuovo inizio, una pagina bianca da cui ripartire lasciandosi alle spalle la solitudine e l'infelicità. Il film, che ha il grande pregio di non lasciare che i concetti teorici alla sua base sovrastino le emozioni e i messaggi che intende veicolare, ha vinto il Pardo d'Oro al Festival di Locarno.

21 settembre 2015

Venezia e Locarno 2015

Come ogni anno, seguirò la rassegna dei film del Festival di Venezia (e di quello di Locarno) in programma nel settembre milanese. Sinceramente non so cosa aspettarmi: in giro ho letto un po' tutto e il contrario di tutto, e i nomi di registi già noti sono stavolta davvero pochi. In ogni casi, nei prossimi giorni vedrò fra gli altri il Leone d'Oro (il venezuelano "Ti guardo" di Vigas), nonché i lavori di Sokurov ("Francofonia"), Hooper ("The danish girl"), Anderson ("Heart of a dog") e Zhao Liang ("Behemoth"), e pure il vincitore di Locarno ("Right now, wrong then" di Hong Sang-soo). Il resto sarà un tuffo nel buio: speriamo bene! Dalla rassegna sono purtroppo assenti i film di Bellocchio (che recupererò, essendo già in sala), Gitai, Kaufman, Skolimowski e Tsai.

19 settembre 2015

Subway (Luc Besson, 1985)

Subway (id.)
di Luc Besson – Francia 1985
con Christopher Lambert, Isabelle Adjani
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

In fuga dopo aver fatto saltare in aria una cassaforte, il ladruncolo Fred si rifugia nella metropolitana di Parigi, nei cui sotterranei – anche dopo l'ora di chiusura – vive tutta una comunità di ladri, artisti, disadattati e senzatetto. Sulle sue tracce c'è Héléna, la donna cui Fred ha rubato alcuni documenti compromettenti e di cui si è innamorato a prima vista, che a sua volta è in fuga dall'oppressiva ricchezza del proprio matrimonio; e un nutrito gruppo di poliziotti, sia privati (al soldo del marito di Héléna) che statali (guidati dal flemmatico commissario Gesbert). Il secondo lungometraggio di Besson, pur ancora un po' grezzo, è quello che ha portato all'attenzione del grande pubblico l'energetico regista francese e il suo stile prettamente visivo (la corrente in cui si iscriveva all'epoca era quella del cinema du look, movimento di cui facevano parte anche Carax, Beineix, Jeunet e Caro, più attenti alle qualità dell'immagine e all'atmosfera generale che non alla sceneggiatura vera e propria, nella quale si ritrovavano peraltro contaminazioni e riferimenti alla cultura pop, ai fumetti e alla televisione). Ambientato quasi completamente nei tunnel e nei corridoi della metrò parigina (ma alcuni set sono stati ricostruiti dal leggendario Alexandre Trauner), un mondo claustrofobico e surreale – illuminato dai neon e dalle insegne e delimitato da transenne e scale mobili – dove si dipana una sorta di gioco di "guardie e ladri" con continui incontri, separazioni e ritrovi fra i personaggi, il film può contare sull'interpretazione di un interessante gruppo di attori, alcuni affermati e altri ancora no: oltre al protagonista Christopher Lambert (con un'iconica capigliatura bionda e, almeno all'inizio, un elegante smoking da cameriere) e alla bella Isabelle Adjani, si riconoscono Jean-Hugues Anglade (il ladro pattinatore), Jean Reno (il batterista), Richard Bohringer (il venditore di fiori) e Jean-Pierre Bacri (il poliziotto chiamato "Batman"). Il veterano Michel Galabru è il commissario Gesberg, mentre il compositore Éric Serra è il bassista del gruppo rock che Fred mette insieme, raccattandone i componenti fra i suonatori ambulanti che bazzicano le varie fermate, e che si esibisce in un finale che riecheggia "Fino all'ultimo respiro" di Godard. Il senso del divertimento e della contaminazione di cui prima sono evidenti sin dal cartello introduttivo, che (citando Vonnegut e altri) mette insieme Socrate, Sartre e Sinatra.

18 settembre 2015

L'impostore (Bart Layton, 2012)

L'impostore - The Imposter (The Imposter)
di Bart Layton – GB/USA 2012
con Frederic Bourdin, Carey Gibson
***

Visto alla Fogona, in divx, in originale con sottotitoli.

Da una storia vera, un documentario che racconta – con la voce dei suoi veri protagonisti (ma alcune scene sono state "ricostruite" con attori) – l'incredibile vicenda del francese Frederic Bourdin, che è riuscito a ingannare una famiglia texana, facendosi passare per Nicolas Barclay, ragazzino scomparso tre anni prima. E questo nonostante la differenza d'età (Bourdin aveva 23 anni, mentre Nicolas avrebbe dovuto averne 16), di fattezze, di caratteristiche fisiche (colore dei capelli, degli occhi, eccetera). Semplicemente, i parenti desideravano così tanto il ritorno di Nicolas da credere fermamente, e contro ogni evidenza, che Bourdin fosse lui! La pellicola costruisce la sua narrazione in maniera accattivante, come se si trattasse di un mystery o di un thriller, lasciando in più punti sulle spine uno spettatore che già non conoscesse la vicenda, suggerendo fra l'altro svolte sorprendenti o inquietanti. Bourdin, già noto all'Interpol, aveva una lunga storia di "ladro d'identità" ed era solito impersonare altre persone (di solito adolescenti) per togliersi dai guai od ottenere vantaggi, come l'accesso a case famiglia o strutture per orfani. In questo caso, però, fece il suo capolavoro: grazie alle innate doti d'attore e alla capacità di analizzare la psicologia di chi aveva di fronte, in modo da sfruttarne le debolezze, riuscì a ingannare non solo i parenti del ragazzo ma anche poliziotti ed esperti dell'FBI, al punto da ottenere un passaporto americano ed essere accolto nella casa di famiglia, dove rimase cinque mesi senza che nessuno avesse un sospetto. "Dopo quello che ha passato, per forza è un po' cambiato", si dicevano la madre o la sorella di "Nicolas", per giusticare le differenze o addirittura l'accento straniero che il ragazzo sfoggiava. Simile per certi versi a "Close up" di Kiarostami, e con echi addirittura del "Teorema" di Pasolini o di "Funny Games" di Haneke (c'è persino un nastro che viene riavvolto, all'inizio), il film indaga sulla natura dei legami familiari, sul tema dell'identità ("Volevo solo essere qualcuno", afferma Bourdin) e su quanto i desideri e le convinzioni possano dare vita alla realtà, sostituendo il vero con il desiderato. E mostrando, en passant, la fragile base su cui posa il "sogno americano". "Fingevano quanto me, se non di più", dice a un certo punto il truffatore a proposito della sua "famiglia". Nel montaggio, Layton alterna – come detto – interviste ai veri protagonisti della vicenda con scene ricostruite sul set, ma anche spezzoni di telegiornali e persino di telefilm polizieschi degli anni settanta ("Kojak", "Starsky & Hutch" e altri!).

16 settembre 2015

Racconto d'autunno (Éric Rohmer, 1998)

Racconto d'autunno (Conte d'automne)
di Éric Rohmer – Francia 1998
con Marie Rivière, Béatrice Romand
***1/2

Rivisto in DVD.

La vedova Magali (Romand) vive in campagna, nella regione dell'Ardèche, dove si occupa della propria vigna con cura e passione: ma comincia a soffrire di solitudine e a sentire la mancanza di un uomo. A sua insaputa, non una ma ben due amiche cercano dunque di combinarle un incontro. La libraia Isabelle (Rivière) mette un annuncio matrimoniale su un giornale locale e conosce così Gérard (Alain Libolt), interessante ingegnere di mezza età che frequenta per tre settimane prima di confessargli che la donna che dovrebbe incontrare non è lei ma l'amica. La studentezza di filosofia Rosine (Alexia Portal) progetta invece di "sistemare" Magali con Étienne (Didier Sandre), il suo avvenente ex professore ed ex amante, in modo di mettere insieme le due persone a cui tiene di più. "Ma non si può costringere la gente ad amarsi"... E il valzer di sentimenti e di intrighi, tutto condotto alle spalle della diretta interessata, si dipanerà come un gomitolo nella serata delle nozze di Émilia, la figlia di Isabelle. Rohmer porta a termine il bel ciclo dei "Racconti delle quattro stagioni" con l'ultima delle quattro pellicole, quella autunnale, tutta ambientata nel delizioso scenario della Valle del Rodano, su entrambe le sponde del fiume, fra campagne, colline e vigneti. Il tema della vendemmia è altamente simbolico: l'autunno è la stagione della vita in cui è necessario fare il raccolto di ciò che si è seminato in passato, per non ritrovarsi da soli nel successivo e gelido inverno. Abbiamo così una protagonista che va per i cinquant'anni (anche se appare ancora giovanile), energica e indipendente, ma anche sconfortata e stanca delle tante avversità della vita (anche i figli l'hanno abbandonata o stanno per farlo). "Voglio un vino che sappia invecchiare bene", dice a un certo punto uno dei personaggi: la metafora non potrebbe essere più esplicita. La consueta attenzione psicologica da parte della sceneggiatura di Rohmer è ben servita da attori che veicolano ogni dettaglio dei loro personaggi, non solo attraverso i dialoghi ma per una volta anche con il linguaggio del corpo, mentre la messa in scena assai semplice contrasta con la complessa ragnatela di macchinazioni e di rapporti sentimentali, quasi alla Beaumarchais o alla Marivaux. Su tutto aleggia un'atmosfera quotidiana, leggera e delicata, eppure ricca di sfumature e mai banale. La Rivière e la Romand sono fra le attrici che hanno lavorato più spesso con il regista.

15 settembre 2015

Tombstone (George P. Cosmatos, 1993)

Tombstone (id.)
di George Pan Cosmatos – USA 1993
con Kurt Russell, Val Kilmer
*1/2

Visto in TV.

Rilettura del mito di Wyatt Earp (Kurt Russell) e di "Doc" Holliday (Val Kilmer), già celebrato in tante pellicole western (fra le quali "Sfida infernale" di John Ford e "Sfida all'O.K. Corral" di John Sturges). La storia è nota: l'ex sceriffo Earp, insieme ai fratelli Virgil (Sam Elliott) e Norman (Bill Paxton) e all'amico Holliday, giocatore d'azzardo malato di tisi, si trasferisce a Tombstone in cerca di fortuna. Qui nascerà una faida con i Cowboy, gruppo di banditi che spadroneggia nella regione: dopo il celebre duello all'O.K. Corral, nel corso del quale tre Cowboy restano uccisi, e la rappresaglia di questi ultimi, che porterà alla morte di Norman e al ferimento di Virgil, Wyatt organizzerà una "posse" per dare la caccia ai banditi rimasti e al loro capo, Johnny Ringo (Michael Biehn). Nonostante la cura nell'ambientazione (anche se non basta far sputare per terra i personaggi ogni cinque minuti per ottenere una buona ricostruzione storica!) e nella confezione (peraltro di maniera tipicamente hollywoodiana, con tanto di commento sonoro onnipresente, soprattutto nei momenti drammatici), il film difetta di ritmo e pure di equilibrio a livello di sceneggiatura e di dialoghi. Alla buona caratterizzazione dei due personaggi principali e della loro amicizia, e all'efficace resa degli scontri a fuoco, si affianca un'eccessiva dispersione narrativa: la sottotrama romantica con l'attrice Josephine (Dana Delany), destinata a diventare la terza moglie di Wyatt, è stucchevole e distoglie l'attenzione dello spettatore senza aggiungere granché al protagonista, mentre sono molti, forse troppi, i personaggi minori (i fratelli di Wyatt, le donne, lo sceriffo della contea, l'attore, gli altri membri della posse, e persino i cattivi) gettati lì senza spessore o approfondimento. L'ultimo terzo di film (quello della resa dei conti dopo l'O.K. Corral), risulta infine compresso e anticlimatico. Il migliore del cast è Kilmer, ma solo nella versione originale. Piccole parti per Charlton Heston, Powers Boothe, Harry Carey Jr., Thomas Haden Church, Billy Bob Thornton e Billy Zane, mentre Robert Mitchum è il narratore che introduce e conclude la storia. All'epoca "Tombstone" ingaggiò una sorta di sfida a distanza con il "Wyatt Earp" di Lawrence Kasdan con Kevin Costner, uscito sei mesi dopo, di taglio biografico e più attento alla verosimiglianza storica. Gli spettatori preferirono il primo, i critici il secondo.

13 settembre 2015

Gemini (Shinya Tsukamoto, 1999)

Gemini (Sōseiji)
di Shinya Tsukamoto – Giappone 1999
con Masahiro Motoki, Ryo
***

Rivisto in divx alla Fogona, con Marisa, in originale con sottotitoli.

Il giovane medico Yukio Daitokuji, decorato durante la guerra per le tante vite salvate sul fronte, gestisce una piccola clinica a condizione familiare nei quartieri alti di Tokyo ed è benvoluto e rispettato da tutti. Ma il suo mondo pulito e idealista è macchiato da un'ombra che grava sul passato della sua famiglia: quella di un fratello gemello, Sutekichi, abbandonato alla nascita per via di una tremenda voglia sulle gambe, cresciuto nei bassifondi e desideroso di vendetta. Questi si sostituisce a Yukio, rinchiudendo il fratello in un pozzo e mettendolo così a confronto con il proprio lato oscuro. A fare da collante fra i due gemelli c'è anche Rin, la donna dal passato misterioso che Yukio ha sposato (credendola priva di memoria in seguito a un incendio) e che in precedenza è stata l'amante di Sutekichi. Ispirandosi a un racconto di Edogawa Ranpo e tuffandosi per la prima volta nel passato (ovvero nell'era Meiji, all'inizio del novecento), Tsukamoto rilegge il tema del “doppio” a modo suo, realizzando quasi una versione al contrario del “Dottor Jekyll e Mister Hyde”: se nel racconto di Stevenson l'uno si divideva in due, qui invece le due parti separate, quella “buona” e quella “cattiva”, finiscono con il riunirsi, visto che al termine del film il protagonista reintroietta la propria “ombra” e diventa una figura più completa e a tutto tondo (accettando, per esempio, di recarsi a curare anche quegli abitanti dei bassifondi che all'inizio tanto disprezzava). Girato con stile elegante e controllato, il film non rinuncia però a tuffarsi in un'atmosfera inquietante e malsana, e a tratti brulica di una vitalità “kurosawiana”, tanto nella rappresentazione teatrale ed espressionistica di certe scene e personaggi (gli abitanti dei bassifondi, per esempio), favorita anche dall'uso dei colori (notevole la fotografia dello stesso Tsukamoto) o da occasionali scene oniriche, quanto nella scelta dei temi, tutti ricorrenti nel cinema dell'Imperatore: il doppio e l'ombra (“Kagemusha”), l'etica della professione medica (“Barbarossa”, “L'angelo ubriaco”), la dicotomia dell'umanità divisa fra quartieri alti e poveri (“Anatomia di un rapimento”, “I bassifondi”). Grande la prova di Motoki, inquietante quella di Ryo.

11 settembre 2015

Uccellacci e uccellini (P. P. Pasolini, 1966)

Uccellacci e uccellini
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1966
con Totò, Ninetto Davoli
***1/2

Rivisto in divx alla Fogona.

Dall'incontro fra la poetica di Pier Paolo Pasolini e l'arte interpretativa di Totò (che avrebbero poi collaborato insieme in due cortometraggi, "La terra vista dalla luna" e "Che cosa sono le nuvole?", prima della morte dell'attore nel 1967) nacque questo bizzarro oggetto cinematografico, un'ironica e favolistica allegoria sulla crisi del marxismo, che PPP percepiva come ormai incapace di parlare al popolo e vedeva – come al solito, in anticipo sui tempi – sull'orlo della sua sconfitta storica. Ambientato sulle strade di una periferia misera e desolata, fra vie intestate a persone qualunque ("Benito La Lacrima, disoccupato", "Lillo Strappalenzola, scappato di casa a 12 anni") e segnali stradali che indicano località lontane migliaia di chilometri (Istambul, Cuba), il film segue il cammino di due persone, padre (Totò) e figlio (Ninetto Davoli), che la didascalia introduttiva ("Dove va l'umanità? Boh!", definita ironicamente come il "succo di un'intervista di Mao") identifica da subito come rappresentanti dell'intero genere umano, in viaggio su una strada che non conduce apparentemente da nessuna parte. E infatti il loro percorso, al di là dei vari episodi, degli occasionali incontri e dei tanti discorsi (sia "concreti" che filosofici sulla vita, la morte, la natura), si snoda senza meta e senza fine. A un certo punto i due incontrano un corvo parlante (con la voce di Francesco Leonetti) che una didascalia, a scanso di equivoci, equipara a un "intellettuale di sinistra – diciamo così – di prima della morte di Palmiro Togliatti". Ma di fronte alle sue prediche, ai suoi dubbi e alla sua "voce della coscienza", Totò e Ninetto mostrano insofferenza e indisposizione all'ascolto. I due rappresentano la complessità e la contraddittorietà di quella popolazione che stava nascendo dalla fine del proletariato e dalla sua fusione con la borghesia, tanto che sono di volta in volta sfruttatori (quando esigono l'affitto di uno stabile di loro proprietà dalla famiglia povera che ci vive) o sfruttati (quando a loro volta devono dei soldi a un ricco ingegnere, il "pesce più grosso" che aveva prenannunciato il corvo). La loro "innocenza" (i due, di cognome, fanno proprio Innocenti) è semplicità d'animo, non necessariamente bontà o cattiveria, categorie che non sembrano più trovare spazio nel nuovo contesto in cui si muovono.

Nell'economia del film, lo spazio maggiore è dedicato all'episodio raccontato dal corvo e ambientato nel 1200, in cui due frati (interpretati sempre da Totò e Davoli) vengono incaricati da San Francesco (che cita Marx, "un uomo con gli occhi azzurri") di andare a predicare la parola del Signore e la pace agli uccelli. Dopo molto tempo e fatiche, sia i falchi che i passerotti accolgono la buona novella: peccato che fra loro continuino a farsi la guerra, indice che è dalle disuguaglianze fra classi che nasce la lotta e l'infelicità. Ma le parabole e gli insegnamenti del corvo, come già detto, non trovano terreno fertile nei due viandanti, tanto che il volatile farà una fine... ingloriosa: sarà mangiato! Pasolini, come sempre in anticipo sui tempi, è dunque il primo a riconoscere che una certa ideologia di sinistra, per quanto in buona fede, aveva ormai fatto il suo tempo. Proprio la citata morte di Togliatti (avvenuta due anni prima, e di cui vengono mostrate sequenze dei funerali) intende rappresentare una sorta di spartiacque fra un ideologia che riusciva a "parlare" al popolo (si pensi i primi piani sui volti degli operai che piangono durante le esequie) e un pensiero intellettuale che invece è visto come un peso, a malapena tollerato o, nel peggiore dei casi, distrutto e divorato (come il corvo) a fini utilitari ("la cultura come merce"). Il film però non si esaurisce nelle metafore sociali e politiche: con l'aiuto della straordinaria coppia di interpreti, offre tutta una serie di episodi bizzarri, stralunati, metafisici e poetici, degni di una pellicola on the road che si rispetti: dall'incontro con i saltimbanchi e con la donna che partorisce, a quello con la prostituta Luna (Femi Benussi), con cui padre e figlio si appartano separatamente, dal convegno dei "dentisti dantisti" alla guerra scatenata dall'aver... defecato nei campi, senza dimenticare la ragazza vestita da angelo che affascina Ninetto (la stessa attrice dell'annunciazione nel "Vangelo secondo Matteo"). La colonna sonora di Ennio Morricone, che si apre con gli straordinari titoli di testa cantati da Domenico Modugno, ingloba un po' di tutto: da Mozart (un paio di arie del "Flauto magico") a "Fischia il vento". Sergio Citti e Vincenzo Cerami sono aiuto registi.

10 settembre 2015

Lunchbox (Ritesh Batra, 2013)

Lunchbox (Dabba)
di Ritesh Batra – India 2013
con Irrfan Khan, Nimrat Kaur
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il portapranzo con il cibo preparato ogni mattina da Ila per il marito, a causa di un errore, viene recapitato quotidianamente a uno sconosciuto: il contabile Fernandez, che sta per andare in pensione. Dapprima attraverso le prelibate pietanze, da cui traspare tutto l'amore e la cura con cui sono state cucinate, e poi con una corrispondenza "epistolare" fatta di bigliettini e lettere lasciate nel portapranzo, Ila e Fernandez scoprono di avere molto in comune, a partire dalla solitudine. Lei, trascurata dal marito (che forse ha un'altra donna), immagina di trasferirsi in un paese straniero, magari nell'idealizzato Bhutan; lui, vedovo, indurito dalla vita e chiuso in sé stesso, aspira a una famiglia e a quel calore umano che gli manca da tempo (visto che anche sul lavoro ha come unici compagni i numeri, e infatti sulle prime tratta con sufficienza il giovane inesperto che dovrebbe prendere il suo posto). Costruito su uno spunto semplicissimo eppure assai efficace, un insolito film "romantico" i cui protagonisti praticamente non si incontrano mai di persona (anche perché una loro vera relazione sarebbe ostacolata da troppi fattori, dalla differenza di età allo stato sociale). Il lungometraggio d'esordio del regista Batra, accolto con grande favore in occidente, illustra l'insolita organizzazione dei dabbawala di Mumbai, comunità di "fattorini" che ritirano le scatole portapranzo a casa, le consegnano nei luoghi di lavoro e poi le riportano, vuote, a domicilio: nella pellicola si afferma con orgoglio che il sistema è stato studiato anche da alcune università occidentali, che hanno rilevato una percentuale di errore infinitesima: solo un portapranzo su sei milioni (quello di Ila, evidentemente!) viene consegnato al destinatario sbagliato.

8 settembre 2015

Conan il distruttore (Richard Fleischer, 1984)

Conan il distruttore (Conan the destroyer)
di Richard Fleischer – USA 1984
con Arnold Schwarzenegger, Grace Jones
*1/2

Rivisto in TV.

Secondo film dedicato al personaggio nato dalla penna di Robert E. Howard. Rispetto al prototipo, il "Conan il barbaro" diretto da John Milius due anni prima, è sicuramente un film su scala minore, in cui si respira meno epicità, meno magia e meno sense of wonder. Girato in Messico, presenta un canovaccio pieno di cliché (il soggetto è dei "marvelliani" Roy Thomas e Gerry Conway, rimasti peraltro insoddisfatti dalla sceneggiatura finale, al punto da realizzarne poi una propria versione a fumetti), prevedibile dall'inizio alla fine. Questa volta l'eroe cimmero è incaricato di recuperare un prezioso manufatto per ordine di una regina-strega, che intende servirsene per riportare in vita il malvagio dio Dagoth. Il barbaro, con l'aiuto di un pugno di compagni – fra i quali il ladro Malak (Tracey Walter), il mago Akiro (Mako Iwamatsu, già apparso nella precedente pellicola), il soldato Bombaata (il cestista Wilt Chamberlain) e la guerriera Zula (la cantante Grace Jones) – riesce nell'impresa, ma poi si rivolterà contro la regina quando scopre che intende sacrificare la propria figliastra Jehnna (Olivia D'Abo) per consentire a Dagoth di dominare il mondo. Rispetto al primo film, la produttrice Raffaella De Laurentiis scelse di diminuire le scene più violente, in favore di un'avventura più leggera e fumettistica. Il risultato, però, è noioso e senza guizzi. Costumi, scenografie ed effetti speciali sono al risparmio, anche se ci ha messo mano Carlo Rambaldi (che ha creato il mostro finale, sotto la cui maschera si cela il wrestler André the Giant). La rapida ascesa di Schwarzenegger nell'olimpo dei divi di Hollywood impedì la realizzazione di un terzo film, che avrebbe dovuto chiamarsi "Conan il conquistatore" e il cui script fu adattato per trasformarlo nel film di Kull, un altro personaggio di R.E. Howard. Conan tornerà invece sul grande schermo solo nel 2011, con un reboot di scarso successo.

6 settembre 2015

Nightmare (Wes Craven, 1984)

Nightmare - Dal profondo della notte
(A Nightmare on Elm Street)
di Wes Craven – USA 1984
con Heather Langenkamp, Robert Englund
***

Rivisto in DVD, per ricordare Wes Craven.

Nella cittadina di Springwood, un gruppo di ragazzi è alle prese con Freddy Krueger, misterioso assassino in grado di uccidere le proprie vittime all'interno dei loro sogni. Pietra miliare dell'horror più visionario, è il film che – insieme ad altri titoli seminali a cavallo fra gli anni '70 e '80 (come "Halloween" di John Carpenter e "Venerdì 13" di Sean Cunningham, quest'ultimo fra l'altro qui collaboratore in alcune scene) – ha contribuito a fondare quel genere slasher di cui più tardi lo stesso Craven definirà e decostruirà i cliche in "Scream": protagonisti adolescenti alle prese con morti brutali e splatter, ignorati o non creduti dagli adulti attorno a loro (anche se, in questo caso, proprio le azioni passate degli adulti hanno dato origine al mostro), e in cui l'archetipica battaglia fra bene e male, una sorta di mito moderno, si gioca anche sul piano della moralità (la protagonista Nancy, "pura" e religiosa, è l'unica in grado di tenere testa a Krueger, mentre l'amica Tina, sessualmente più disinibita, fa quasi subito una brutta fine). In più, c'è la brillante idea degli incubi che si ripercuotono nella realtà, il che consente di dare vita a scene bizzarre, surreali e oniriche, dove le leggi fisiche non hanno più valore e dove gli ambienti e gli oggetti circostanti possono essere utilizzati dal cattivo a proprio piacimento (si pensi alla scena in cui Nancy viene attaccata nella vasca da bagno, a quella in cui i suoi piedi affondano nelle scale, o a Glen "inghiottito" dal suo letto: tutte sequenze realizzate fra l'altro in maniera creativa ma molto artigianale – vedi anche la stanza che ruota – visto il bassissimo budget a disposizione per gli effetti speciali). Oltre a questa trovata, il grande successo della serie è dovuto naturalmente anche al villain, quel Freddy Krueger (chiamato ancora solo "Fred" in questo primo film) dal volto ustionato, dall'inconfondibile abbigliamento (cappello e maglione a righe rosso-verdi), dal guanto con le lame innestate, che sarebbe diventato una delle più celebri icone del cinema horror, vero e proprio "uomo nero" (con tanto di filastrocca per bambini che ne preannuncia le gesta) indistruttibile e invicibile perché opera al di fuori della realtà. Il controfinale aperto, voluto dai produttori, gli consentirà infatti di tornare in numerosi sequel, non sempre all'altezza e ai quali Craven non contribuirà (tranne che per la sceneggiatura del terzo capitolo). Dieci anni più tardi, lo stesso regista rileggerà però la saga in chiave metacinematografica con il settimo film, "Nightmare - Nuovo incubo", dando anche al buon vecchio Freddy una nuova origine. Nel cast, da segnalare l'esordio cinematografico di un giovanissimo Johnny Depp nei panni del ragazzo di Nancy. L'edizione italiana, ai tempi, censurò pesantemente alcune scene (come quella della morte di Tina).

5 settembre 2015

Il mondo perduto (Harry Hoyt, 1925)

Il mondo perduto (The Lost World)
di Harry O. Hoyt – USA 1925
con Wallace Beery, Bessie Love
**1/2

Visto su YouTube.

L'irascibile professor Challenger (Wallace Beery) afferma che nel cuore dell'Amazzonia esiste un altopiano popolato da dinosauri ancora vivi e vegeti. E per dimostrarlo a un'opinione pubblica che non lo prende sul serio, organizza una spedizione nel cuore della giungla. Vi partecipano il reporter Edward Malone (Lloyd Hughes), che vuole dar prova del proprio coraggio alla fidanzata e il cui giornale sponsorizza il viaggio; la giovane Paula White (Bessie Love), che spera di trovare le tracce del padre, esploratore scomparso proprio in quella zona; il cacciatore John Roxton (Lewis Stone), in cerca di nuove prede; e il professor Summerlee (Arthur Hoyt, fratello del regista), scettico collega di Challenger. Dal romanzo d'avventura di Arthur Conan Doyle (che introduce la pellicola presentandola in prima persona agli spettatori), un film che fece furore all'epoca grazie agli avveniristici effetti speciali di Willis O'Brien, che ha animato i dinosauri con la tecnica dello stop motion. Gli spettatori, in particolare, rimasero colpiti nel vedere mostri apparentemente giganteschi lottare fra di loro e condividere le stesse inquadrature degli attori umani, qualcosa che non era mai stato fatto in precedenza su così larga scala. Diverse sequenze, fra cui quella nel finale dove il brontosauro semina il panico fra le strade di Londra, anticipano il "King Kong" di Cooper e Schoedsack, i cui effetti speciali saranno sempre realizzati da O'Brien. Ma gli saranno debitori anche i lavori di Ray Harryhausen (che riteneva O'Brien il proprio maestro) e tutti i film di dinosauri successivi, da "Godzilla" a "Jurassic Park" (il cui secondo capitolo gli rende omaggio sin dal sottotitolo, "Il mondo perduto" appunto). Fra le specie animate si riconoscono allosauri, brontosauri, triceratopi, stegosauri, tirannosauri e pterodattili. Rifatto nel 1960 (con lucertole "truccate" da dinosauri!) e più volte dagli anni novanta in poi.

2 settembre 2015

Taxi Teheran (Jafar Panahi, 2015)

Taxi Teheran (Taxi)
di Jafar Panahi – Iran 2015
con Jafar Panahi, Hana Saeidi
***

Visto al cinema Eliseo, con Marisa.

Nonostante i divieti impostigli dal governo iraniano (dal 2010 gli è proibito di fare film e di espatriare), Panahi continua a sfornare nuove pellicole, sempre girate in modo "clandestino" e spesso con sé stesso come protagonista, alle prese con i modi più inventivi di aggirare le censure e i divieti. Questa volta si improvvisa tassista, montando una videocamera a bordo della propria vettura e viaggiando per le strade di Teheran in cerca di storie e di personaggi interessanti. Il cinema iraniano, sin dai tempi di Kiarostami (si pensi per esempio a "Il sapore della ciliegia"), ha una lunga tradizione di film girati interamente o in gran parte dall'interno di un'automobile: e lo stesso vale per i temi metacinematografici. Passandosi il testimone l'un l'altro, i passeggeri di Panahi (che a volte lo riconoscono e citano i suoi film precedenti: "Lo specchio", "Oro rosso", "Offside"...) danno vita a scene di volta in volta bizzarre, drammatiche, quotidiane, realistiche o di denuncia. Ne risulta un affresco di umanità multiforme, al tempo stesso realistico e "costruito" (è evidente che siamo di fronte a una messa in scena, con tanto di sceneggiatura, e non a un documentario!): le due vecchiette convinte che liberare dei pesci rossi nell'acqua le manterrà in vita per un altro anno; la moglie di un uomo rimasto vittima di un incidente stradale che si premura di recuperare il video-testamento del marito, ripreso da Panahi con il suo cellulare; il trafficante di film occidentali, che smercia i propri dvd pirata a uno studente di cinema; un bambino di strada che trova del denaro perso da una coppia di sposi ed è riluttante a restituirlo; un'avvocatessa che si batte per i diritti civili di una ragazza condannata per aver tentato di assistere a una partita di pallavolo maschile. Alcuni di questi personaggi sono attori (non professionisti o comunque non citati nei titoli di coda, fra l'altro assenti), ma la maggior parte interpretano sé stessi: fra questi c'è la nipote di Panahi, Hana Saeidi, che lo interroga sulla censura e su cosa rende, secondo le autorità, un film "distribuibile" o meno. Proprio Hana ha ritirato per conto dello zio l'Orso d'Oro vinto dalla pellicola al Festival di Berlino. Fra i temi ricorrenti, spicca quello della criminalità: prendendo spunto da un fatto di cronaca (due scippatori condannati alla pena capitale), il film si apre con due passeggeri che discutono sull'efficacia di tale deterrente (e paradossalmente quello più convinto che la pena di morte possa essere "un esempio" per i ladri si rivela essere a sua volta un borseggiatore!). Il tema torna nell'incontro di Panahi con il suo ex vicino di casa, che è stato derubato e ha anche individuato il colpevole, ma preferisce non denunciarlo perché ne comprende le ragioni; e consente di concludere il film in maniera improvvisa quando la portiera della vettura, lasciata per un attimo incustodita, viene forzata e la preziosa videocamera che finora aveva ripreso tutto viene rubata, lasciando lo schermo nero (per fortuna la memory card non segue la stessa sorte, altrimenti – nella finzione scenica, ovviamente – non avremmo potuto vedere il film!).

Beethoven (Brian Levant, 1992)

Beethoven (id.)
di Brian Levant – USA 1992
con Charles Grodin, Bonnie Hunt
*

Visto in TV, con Sabrina.

Beethoven è un grosso San Bernardo combinaguai, adottato quando era solo un cucciolo dalla famiglia Newton con gran gioia di tutti (la madre e i tre figli) tranne che del padre George. Ma anche lui finirà con affezionarsi al cane, tanto che l'intera famiglia si mobiliterà per salvarlo dalle grinfie di un crudele veterinario che intende usarlo per i suoi esperimenti... Tipico film per famiglie, pieno di luoghi comuni, ma almeno graziato dal fatto che i cani non parlano e si comportano da animali (anche se a tratti sono comunque "umanizzati": Beethoven, per esempio, aiuta spesso i tre bambini a scuola e in casa, rendendosi perfettamente conto delle varie situazioni). La coppia di ladri imbranati (quelli che all'inizio rapiscono Beethoven e altri cani dal negozio in cui si trovavano, e che alla fine lavorano per il veterinario cattivo) è interpretata da Stanley Tucci e Oliver Platt, mentre fra i truffatori che vorrebbero rilevare l'azienda di famiglia si riconosce David Duchovny. Gran successo di pubblico, e numerosi seguiti (ma quasi tutti direct-to-video).

31 agosto 2015

Jules e Jim (François Truffaut, 1962)

Jules e Jim (Jules et Jim)
di François Truffaut – Francia 1962
con Jeanne Moreau, Oskar Werner, Henri Serre
****

Rivisto in DVD, con Sabrina.

L'amicizia (e il triangolo amoroso) più famosa della storia del cinema, ambientata negli anni che precedono e che seguono la prima guerra mondiale. Il francese Jim (Henri Serre) e l'austriaco Jules (Oskar Werner), giovani scrittori squattrinati e innamorati della vita, si conoscono per caso nella Parigi del 1912 e si scoprono uniti da una notevole affinità sotto tutti i punti di vista. La loro amicizia attraverserà gli anni della grande guerra (che li vedrà combattere su fronti opposti, nel continuo timore di uccidersi a vicenda) e non sarà scalfitta nemmeno dalla passione che entrambi proveranno per la stessa donna, Catherine (Jeanne Moreau), inafferabile, inquieta e dallo spirito libero. Questa si concederà ora all'uno e ora all'altro (dapprima sposando Jules e poi diventando, con l'approvazione del primo, l'amante di Jim), dando vita a un insolito e scandaloso ménage à trois. "Scandaloso" non tanto nell'ambito della pellicola, che al contrario affronta l'argomento con una leggerezza più innocente che irriverente, quanto per gli spettatori e la società dei primi anni sessanta, fortemente scossa da un film che mostra un amore che andava oltre gli stereotipi e gli stretti confini convenzionali. Oggi è considerato uno dei capisaldi della filmografia di Truffaut così come dell'intera Nouvelle Vague, un movimento che fra le altre cose si proponeva proprio di infrangere il conformismo cinematografico e di esplorare nuove direzioni. Merito di una sceneggiatura dinamica e spigliata, tratta dal romanzo semi-autobiografico di Henri-Pierre Roché, che sin dalle prime battute accompagna le immagini sullo schermo con una narrazione fuori campo "letteraria", schietta e ironica (in grado di condensare in pochi secondi intere sequenze che avrebbero comportato difficoltà o richiesto troppi compromessi per essere girate); della regia fluida e multiforme di un Truffaut che occasionalmente sperimenta con riquadri, fermo immagine, panoramiche, carrelli e spezzoni di cinegiornali; e dell'interpretazione, su tutti, di una Jeanne Moreau indimenticabile, enigmatica e solare al tempo stesso, sfuggente e sensuale, oggetto del desiderio ma anche motore primo della vicenda. La quale è raccontata sì con linearità ma anche punteggiata da cruciali snodi narrativi che sembrano quasi delle sliding doors (il mancato appuntamento al caffé, lo scambio di lettere "sfasato", la gita nel bosco). Ma non bisogna dimenticare la lunga ed elaborata colonna sonora di Georges Delerue, impreziosita dalla canzone "Le tourbillon", che la stessa Moreau canta in una delle scene più celebri, accompagnata alla chitarra dall'autore Serge Rezvani (alias Cyrus Bassiak).

La pellicola si apre con i versi "M’hai detto 'ti amo', ti dissi 'aspetta'. Stavo per dirti 'eccomi', tu m’hai detto 'vattene'...", che mettono subito in chiaro come non si tratterà di una storia d'amore tradizionale, e prosegue illustrando l'amicizia fra Jules e Jim, rappresentanti di due grandi paesi europei che a breve si sarebbero rivolti l'uno contro l'altro con le armi. I due giovani, invece, si scoprono in piena sintonia (la comparsa a più riprese, in seguito, del libro di Goethe "Le affinità elettive" sottolinea il concetto, includendo anche Catherine nel rapporto). Uniti dall'amore per la letteratura e la musica, e "dall'avversione per il denaro", ma anche diversi fra loro sotto molti punti di vista, a partire dai rapporti con le donne (e le contraddizioni, paraddossalmente, non fanno altro che esaltarne l'armonia), fra una partita a domino e un incontro di boxe francese discutono di amore, arte, amicizia, guerra e morte. La comparsa di Catherine non mette a repentaglio la loro amicizia, anzi la allarga. Sin dalla prima uscita in tre, ci si accorge che insieme possono dar vita a momenti memorabili (la sequenza in cui la ragazza si "traveste" da uomo, con coppola e baffi finti, prima di sfidare i due amici a una gara di corsa sulla passerella; e poi, quella dell'improvviso tuffo nella Senna, che naturalmente preannuncia l'altro tuffo, nel finale). Se il titolo del film rende omaggio ai due uomini, è in realtà Catherine il centro nevralgico della pellicola. Non a caso, proprio dalla bocca della ragazza escono le frasi che illustrano la filosofia e l'evoluzione del loro rapporto: dapprima afferma che "in una coppia in fondo basta che solo uno dei due sia fedele", e più tardi addirittura che "in amore la coppia non è affatto l'ideale". Una filosofia di cui il film celebra la libertà ma anche il fallimento, visto come ogni momento di felicità è destinato a durare per poco. Catherine è infatti perennemente insoddisfatta, incapace di fermarsi e di godersi quello che ha. Forse a ragione: man mano che gli anni passano, se l'amicizia fra Jules e Jim non ha cedimenti, quella fra i paesi che rappresentano comincia a vacillare: nei cinegiornali si mostrano i primi roghi di libri, e si comincia a respirare l'odore di una nuova guerra. E allora, meglio farla finita prima che cominci un nuovo e più pesante conflitto. Il finale tragico, che può sembrare improvviso, era in fondo inevitabile, oltre che prefigurato più volte (oltre al primo tuffo, si pensi anche alla scena con la pistola). Nonostante gli scandali, la pellicola riscosse grande successo e cementò la fama dell'allora giovane cineasta (Truffaut era solo al terzo film) e della protagonista femminile.

29 agosto 2015

Ghost World (Terry Zwigoff, 2001)

Ghost World (id.)
di Terry Zwigoff – USA 2001
con Thora Birch, Steve Buscemi
***

Rivisto in TV, con Sabrina.

Appena diplomata, la liceale Enid (Thora Birch) non sa cosa fare del proprio futuro. Annoiata dalla "normalità" dei coetanei e insofferente all'ipocrisia degli adulti che la circondano, non intende andare al college né trovarsi un lavoro. Mentre progetta di trasferirsi in un appartamento con l'amica del cuore Rebecca (Scarlett Johansson), sarcastica e misantropa come lei, sfoga le proprie tendenze creative disegnando fumetti sul suo diario (contemporaneamente è costretta a frequentare un corso di recupero estivo in educazione artistica) e si prende gioco, insieme a Rebecca, degli "sfigati" che incontra sulla sua strada, dal compagno di scuola Josh (Brad Renfro), per il quale peraltro ha una cotta mai dichiarata, al bizzarro Seymour (Steve Buscemi), patetico collezionista di vinili. Pian piano, però, la solitudine e l'inadeguatezza di quest'ultimo cominciano a colpirla: e senza volerlo riconosce in lui una persona fuori posto e diversa dagli altri, dunque un'anima gemella da prendere a cuore... Da un fumetto underground di Daniel Clowes, un piccolo gioiellino cinematografico dall'atmosfera sospesa e dalla narrazione episodica, capace di scavare con intelligenza e circospezione dentro personaggi tridimensionali, originali e credibili, che dietro un atteggiamento "alternativo" e cinicamente antisociale nascondono la propria fondamentale infelicità. La storia di Enid è quella di una fase di passaggio e di crescita, dall'adolescenza all'età adulta: pervasa dal "bisogno di altrove" e alla continua ricerca di sé stessa, saprà farsi ispirare da Norman, il bizzarro vecchietto che aspetta continuamente un autobus a una fermata soppressa, incurante del fatto che tutti gli dicono che il mezzo non passerà mai. L'intreccio fra il reale/quotidiano e il surreale/immaginario si snoda con delicata sensibilità. E nella bellissima scena finale, aperta fra l'altro a diverse interpretazioni, proprio Norman mostrerà a Enid, come un novello Virgilio, la giusta direzione per andare oltre. Ottimo il cast, così come la colonna sonora.

28 agosto 2015

Sabotaggio (Alfred Hitchcock, 1936)

Sabotaggio (Sabotage, aka The woman alone)
di Alfred Hitchcock – GB 1936
con Sylvia Sidney, Oskar Homolka
**1/2

Visto in divx.

Il signor Verloc (Oscar Homolka), proprietario di un cinema di Londra, all'insaputa della giovane moglie (Sylvia Sidney) lavora per agenti stranieri che intendono scuotere la città con atti di sabotaggio e di terrorismo, destabilizzando l'opinione pubblica e distogliendo così l'attenzione della Gran Bretagna dalla situazione politica internazionale. Dopo che un primo tentativo di spegnere la centrale elettrica si risolve senza grandi conseguenze, Verloc viene incaricato dai suoi mandanti di far esplodere una bomba nel bel mezzo di Piccadilly Circus. Sospettato dalla polizia – che gli ha messo alle calcagne un detective in borghese, il tenente Spencer (John Loder), il quale si finge commesso nella drogheria accanto al cinema – Verloc affida il compito di portare la bomba fino in stazione al fratellino della moglie, l'adolescente Stevie (Desmond Tester). Ma questi si attarda durante il tragitto... e l'ora in cui l'ordigno deve esplodere si avvicina pericolosamente. Ispirato da un racconto di Joseph Conrad, "The secret agent" (che ironicamente era il titolo del suo film precedente, con cui però non aveva niente a che fare), Hitchcock realizza un altro thriller di spionaggio ed intrigo, ormai il suo marchio di fabbrica. In questo sottovalutato lungometraggio, con cui sembra davvero fare le prove generali per alcuni capolavori successivi, la suspense sale a livelli altissimi, soprattutto nella sequenza in cui il ragazzino, con il pacco con la bomba sotto il braccio, viaggia a bordo dell'autobus: noi spettatori sappiamo che l'esplosivo è destinato a scoppiare alle 13.45 precise, e man mano che l'ora si avvicina la tensione cresce inesorabilmente. Altri temi chiave sono rappresentati dalla figura della moglie, a tratti l'autentica protagonista della pellicola, che scopre che l'amato marito che l'ha condotta in quel paese non è altro che una spia, e il fatto che i "cattivi" possano nascondersi fra la gente comune e i normali cittadini (anche colui che assembla la bomba e la consegna a Verloc è apparentemente un innocuo commerciante, proprietario di un negozio di animali: per recapitarla al complice la nasconde nella gabbietta di un canarino!). Non mancano, infine, sequenze oniriche e visionarie, come quella ambientata nell'acquario londinese dove Verloc si incontra con il suo mandante (e ha una visione della distruzione di Piccadilly in una delle vasche), o i volti di Stevie che si sovrappongono a quelli degli altri ragazzi tra la folla nell'immaginazione di Sylvia Sidney.

26 agosto 2015

Star Wars Episodio III: La vendetta dei Sith (G. Lucas, 2005)

Star Wars Episodio III: La vendetta dei Sith
(Star Wars Episode III: Revenge of the Sith)
di George Lucas – USA 2005
con Ewan McGregor, Hayden Christensen
**

Rivisto in DVD.

Ci sono voluti tre film (nell'arco di sei anni) per raccontare le origini di Darth Vader: forse troppi, visto che le sorprese in fondo sono state ben poche e che i momenti migliori dell'intera operazione sono quelli, come nel finale di questa pellicola, in cui si chiude la transizione con la trilogia classica e si comincia a respirare la stessa aria della saga originale. Eppure, per questi motivi ma non solo, "Episodio III" è sicuramente il capitolo più soddisfacente della trilogia di prequel, nonché il più intenso e il più cupo (forse il più cupo di tutti e sei: è stato l'unico a essere vietato ai minori di 13 anni in alcuni paesi!), seppur non sia privo di ingenuità e di sbavature, alcune delle quali già riscontrate nei due film precedenti. Terminata la sua lavorazione, Lucas ha dichiarato che non tornerà più dietro la macchina da presa, forse scottato dalle molte critiche ricevute (cui però è sempre corrisposto un cospicuo successo di pubblico). E qualche anno dopo, ha addirittura venduto la sua franchise alla Disney, che provvederà a proseguirla con nuovi film che esploreranno, si spera in direzioni differenti, il destino di questa "galassia lontana, lontana" che tanto ha affascinato l'immaginario degli spettatori cinematografici negli ultimi trent'anni. Nel frattempo, non si può negare che anche zio George sappia correggere i propri errori: in "Episodio III" mancano, o sono ridotti al minimo, molti degli elementi che più erano stati contestati nei primi due episodi: personaggi eccessivamente caricaturali o infantili (Jar Jar su tutti, virtualmente scomparso tranne che per un breve cameo nel finale), trovate revisioniste (i Midichlorian, anch'essi solo accennati in un dialogo), inopportune sdolcinature romantiche (benché il ruolo di Padme sia fondamentale, il suo spazio sullo schermo risulta ridotto). Rimangono, ahimé, altri difetti, in particolare a livello di caratterizzazione dei personaggi e di snodi narrativi forzati, come vedremo.

Il film inizia maluccio: la scena d'azione iniziale, soffocata da un eccesso di grafica computerizzata, è priva di tensione e sembra uscire da un videogioco. Anakin e Obi-Wan sono impegnati nel salvataggio del cancelliere Palpatine, rapito fuori scena e custodito a bordo dell'astronave del Conte Dooku, il malvagio leader dei separatisti (quando vidi il film al cinema, non ricordavo nemmeno più di chi si trattasse, nonostante l'interpretazione di una leggenda come Christopher Lee: segno di quanto poco avesse fatto presa su di me il precedente "Episodio II"). In pochi minuti Dooku è tolto di mezzo, lasciando il comando dei ribelli "cattivi" al generale Grievous: un generale robotico, si badi bene, visto che prosegue l'andazzo nel far combattere le guerre quasi soltanto a droidi e a cloni, minimizzando così gli spargimenti di sangue per non impressionare troppo gli spettatori. Ma per fortuna, almeno da questo lato, qualcosa sta per cambiare: dopo l'infelice incipit, la pellicola non lesinerà momenti ben più forti (seppure – come lo sterminio dei Sabbipodi nel film precedente – rigorosamente fuori inquadratura). Che il cancelliere Palpatine stia accentrando su di sé troppi poteri è ormai evidente anche al consiglio degli Jedi: ciò che questi non prevedono è che il futuro imperatore riesca a mettere contro di loro proprio il giovane Anakin Skywalker, il guerriero più promettente nonché "l'eletto" che dovrebbe riportare pace e ordine nella galassia. Spinto dall'ambizione, dal rancore, dalla rabbia, ma soprattutto dalla volontà di salvare l'amata Padme (che nel frattempo è rimasta incinta), della quale sogna la morte in una serie di oscure visioni premonitrici, Anakin si lascia lentamente irretire e corrompere dal lato oscuro della Forza. Palpatine, intuendo quali sono i suoi punti deboli, gli ha infatti rivelato che i Sith più potenti sono in grado di sconfiggere anche la morte.

Mentre Obi-Wan è in missione contro il generale Grievous (e Yoda a sua volta si reca sul pianeta dei Wookie, dove incontra Chewbacca: ma la scelta di introdurre anzitempo i personaggi della trilogia classica non serve ad altro scopo che a strizzare l'occhio ai fan, vedi anche il ruolo inutile dei due droidi R2-D2 e C-3P0, al quale dovrà infine essere cancellata la memoria per evitare incongruenze con ciò che è già stato narrato), Anakin scivola sempre di più nelle mani di Palpatine: al punto da tradire definitivamente gli Jedi, mettendosi dalla parte del cancelliere quando la natura di questi come signore dei Sith viene rivelata. Nonostante fosse in preparazione da ben due film, la conversione al male di Anakin appare comunque affrettata, improvvisa e francamente immotivata, e questo – che dovrebbe rappresentare il momento cruciale della trilogia, o se vogliamo dell'intera saga – è il vero punto debole della pellicola. Comunque sia, il giovane non solo accetta di tradire i propri amici, ma ubbidisce anche all'ordine di Palpatine di uccidere tutti gli apprendisti Jedi, bambini compresi, che si trovano a Coruscant. Contemporaneamente Palpatine ordina ai cloni sparsi nella galassia di eliminare i cavalieri restanti, dimostrando loro quanto fosse stata folle la scelta di affidarsi a un esercito di cui non si conosceva l'origine. A salvarsi dall'eccidio sono solamente Obi-Wan e Yoda: il primo affronterà il suo ex pupillo, in un'anticipazione del loro scontro di "Episode IV"; il secondo sfiderà l'autoproclamatosi imperatore, che durante la battaglia (conclusa senza vincitori né vinti) distruggerà simbolicamente il Senato stesso, ultima vestigia della Repubblica. Da notare che il film, che in origine avrebbe dovuto intitolarsi "Rise of the Empire", è stato poi chiamato "Revenge of the Sith" per omaggiare quello che avrebbe dovuto essere il titolo originale dell'Episodio VI, "La vendetta dello Jedi" (poi modificato in "Il ritorno dello Jedi").

Sconfitto e menomato da Obi-Wan, Anakin completerà la propria trasformazione in Darth Vader indossando la caratteristica armatura nera, vero e proprio sistema artificiale per tenerlo in vita. E il suo tuffo nel lato oscuro si concluderà con la tragica consapevolezza di aver causato personalmente la morte della moglie Padme. Ignora però che la ragazza ha dato alla luce, prima di morire, due gemelli, Luke e Leia, che nascono in contemporanea al primo "respiro" artificiale dello stesso Vader. Anche qui, meglio passar sopra a certe debolezze intrinsiche di una trama che deve, per forza di cosa, far "quadrare i conti" con ciò che avevamo già visto nei film originali: come è possibile, in un mondo dotato di tante apparecchiature fantascientifiche oltre che di percezioni extrasensoriali, che fino al momento del parto nessuno sapesse che Padme aspettava due gemelli? E anche la fatidica transizione dalla democrazia della Repubblica alla dittatura dell'Impero è tirata via con ingenua semplicità (la scena in cui Padme commenta "È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi", che nelle intenzioni vorrebbe rievocare l'ascesa di Hitler, risulta retorica e anticlimatica). Dove il film funziona meglio è nell'intensità dello scontro finale fra Anakin e Obi-Wan, davanti alle colate di lava rossa del pianeta Mustafar, per non parlare del finale multiplo in cui, gratificandoci al livello più elementare, mostra il passaggio verso la situazione che troveremo all'inizio della trilogia classica: Yoda in esilio, Luke e Leia affidati a famiglie adottive rispettivamente su Tattoine e Alderaan (con Obi-Wan che veglia da lontano sul primo), l'imperatore e Darth Vader che sovrintendono alla costruzione della Morte Nera. Se ci aggiungiamo l'apparizione di tecnologie e uniformi "classiche", più essenziali e povere di quelle viste fino ad ora, ecco che l'effetto nostalgia fornito dalle ultime sequenze veicola finalmente le emozioni tanto attese e che erano mancate nelle precedenti sei ore.

24 agosto 2015

Il fabbricante di gattini (R. W. Fassbinder, 1969)

Il fabbricante di gattini (Katzelmacher)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1969
con Hanna Schygulla, Rainer W. Fassbinder
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Nella prima fase della prolifica carriera cinematografica di Fassbinder, caratterizzata dalla lavorazione collettiva dell'Antiteater e che conta ben dieci lungometraggi nello spazio di due anni (dal 1969 al 1970, ma alcuni usciranno nel 1971), i film si possono dividere in due categorie: quelli a sfondo sociale e quelli che guardano ai generi più classici del cinema hollywoodiano, il noir in particolare. "Il fabbricante di gattini" appartiene alla prima categoria. In un quartiere alla periferia di Monaco, un gruppo di amici perdigiorno e inconcludenti trascorre le giornate fra chiacchiere, progetti, litigi, amori (anche a pagamento) e soprattutto pettegolezzi (ogni episodio, che li riguardi o meno, viene alterato o gonfiato a dismisura). La routine viene rotta dall'arrivo di uno straniero, un immigrato greco (interpretato dallo stesso Fassbinder), che affitta una stanza nell'appartamento di Elisabeth. Naturalmente la sua venuta scatena l'immaginazione e le chiacchiere di tutti. Se Maria (Schygulla) se ne innamora, conquistata dalla sua gentilezza e dal suo sguardo, gli altri non perdono tempo ad attribuirgli ogni possibile nefandezza: di volta in volta Yorgos è considerato un approfittatore, un violentatore, un comunista... Episodico, in bianco e nero, adattato da un lavoro teatrale dello stesso Fassbinder risalente all'anno precedente, di cui riprende l'impostazione scenica (quasi sempre i personaggi sono seduti e immobili, con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, mentre la macchina da presa è immobile tranne che nelle brevi carrellate che li mostrano, a turno, camminare a braccetto per la via: sono le uniche scene, fra l'altro, accompagnate da un commento musicale), il film mostra la “banalità del male”, figlio della noia e dell'improvvisazione: la xenofobia nasce quasi dal nulla e si nutre del nulla, come suggerisce Peter che, nel finale, spiega di aver partecipato al pestaggio del greco “senza volerlo”. Il titolo originale ("Katzelmacher") è un termine spregiativo, usato in Austria e in Baviera, per i Gastarbeiter ("lavoratori ospiti") e gli immigrati dell'Europa del Sud, segnatamente italiani, la cui etimologia in realtà non ha nulla a che vedere con i felini (anche se c'è chi l'ha giustificato, dicendo che tali emigranti... figliavano come gatti!) ma si riferisce alle "cazze", ovvero utensili per cucina in legno o rame che venivano prodotti da artigiani italiani, per esempio dalla Val Gardena.

22 agosto 2015

La costola di Adamo (George Cukor, 1949)

La costola di Adamo (Adam's rib)
di George Cukor – USA 1949
con Spencer Tracy, Katharine Hepburn
***

Visto in divx alla Fogona.

I coniugi Adam (Tracy) e Amanda Bonner (Hepburn), entrambi avvocati newyorkesi, si scoprono avversari in tribunale quando si ritrovano a dibattere una causa sui lati opposti della barricata. Lui, procuratore distrettuale, è incaricato dell'accusa di una donna (Judy Holliday) che ha tentato di uccidere il marito fedifrago (Tom Ewell); lei, legale di parte e fervente femminista, intende difenderla in nome della parità dei diritti per le donne, sostenendo che a parti invertite un uomo che avesse tentato di vendicare il proprio onore riceverebbe molta più comprensione dalla giuria. I bisticci fra i due coniugi in tribunale, ampliati dalla crescente risonanza mediatica del caso, rischiano di trasferirsi anche in ambito domestico, mettendo a repentaglio quel matrimonio che all'inizio li vedeva filare d'amore e d'accordo. E come se non bastasse ci si mette anche un vicino di casa, giovane cantante di successo, che approfitta dell'occasione per fare la corte alla donna (dedicandole persino una canzone, “Farewell, Amanda”, scritta in realtà da Cole Porter). Cukor e la coppia Tracy-Hepburn (al sesto film insieme) fanno ciò che sanno fare meglio, ovvero la commedia romantica all'insegna della battaglia fra i sessi, arricchendo la ricetta con un pizzico di courtroom drama e accese discussioni sul femminismo e l'uguaglianza davanti alla legge (memorabile la sequenza in cui i tre protagonisti del fatto di cronaca – Holliday, Ewell e l'amante di quest'ultimo – appaiono davanti alla giuria “trasformati” ciascuno in un membro del sesso opposto). Ne nasce un “teatrino” (come suggeriscono gli interludi che separano la giornata in tribunale dalle serate casalinghe) di battibecchi ed equivoci. E se a turno si vince e si perde, non manca naturalmente il lieto fine. Come spesso capita con i film di quegli anni, il doppiaggio “italianizza” tutti i nomi propri di persona (a partire da Adam = Adamo).

20 agosto 2015

Riusciranno i nostri eroi... (Ettore Scola, 1968)

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?
di Ettore Scola – Italia 1968
con Alberto Sordi, Nino Manfredi
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Per rintracciare il cognato Oreste “Titino” Sabatini (Manfredi), del quale si sono perse le tracce in Angola da oltre un anno, il ricco editore romano Fausto Di Salvio (Sordi), stufo degli eccessi del consumismo e in cerca di una personale libertà, decide di recarsi di persona nel continente nero, accompagnato da un recalcitrante assistente, il ragionier Ubaldo (Bernard Blier). La ricerca sarà lunga e difficile, visto che Titino sembra aver seminato indizi e false piste di ogni tipo, che lo ritraggono in maniera sfuggente e multiforme (di volta in volta camionista, prete, trafficante d'armi o ingegnere edile). E durante il viaggio, com'è ovvio, Di Salvio arriverà a conoscere meglio non solo quel continente che – spinto dai romanzi d'avventura (vedi il titolo fiume della pellicola!) e dalle dispense a puntate da lui pubblicate – immaginava ben diverso, ma anche sé stesso e il suo rapporto con il mondo. Ispirato, in particolare nel finale, da una storia a fumetti di Romano Scarpa (“Topolino e il Pippotarzan”), il film rappresentò il primo grande successo del giovane Scola, che lo sceneggiò insieme alla coppia Age & Scarpelli. I toni scanzonati della commedia all'italiana, comunque diffusamente presenti, si stemperano a tratti su riflessioni più ampie – per quanto non originalissime – sul colonialismo e sul contrasto fra civiltà e natura (per non parlare dei luoghi comuni sugli italiani all'estero). Magnifici comunque gli scenari angolani, integrati con evidenti immagini di repertorio. Inizialmente la parte del protagonista era riservata a Manfredi, mentre Sordi avrebbe dovuto interpretare l'oggetto della ricerca: furono gli stessi attori a suggerire l'inversione dei ruoli. Musiche di Armando Trovajoli. Fra le ispirazioni c'è anche "Cuore di tenebra" di Conrad, citato a un certo punto espressamente da Sordi.

19 agosto 2015

I bambini ci guardano (Vittorio De Sica, 1944)

I bambini ci guardano
di Vittorio De Sica – Italia 1944
con Luciano De Ambrosis, Emilio Cigoli
***

Visto in divx alla Fogona.

Il piccolo Pricò è testimone silenzioso ma attento delle vicissitudini familiari che si svolgono attorno a lui: la madre (Isa Pola) fugge di casa con l'amante, costringendo il padre (Emilio Cigoli) ad affidarlo dapprima alla zia e poi alla nonna; alla fine la donna torna dal marito, e per un breve periodo sembra che la frattura si possa sanare; ma poi, durante una vacanza ad Alassio, ogni cosa si riapre, e finirà in tragedia. Da un romanzo di Cesare Giulio Viola (che lo ha adattato insieme allo stesso De Sica e a Cesare Zavattini, fra gli altri), un film che filtra attraverso gli occhi e la sensibilità del piccolo protagonista tutti quei piccoli “scandali” borghesi e familiari di cui gli adulti cercano di non parlare in presenza dei figli o dei bambini (o lo fanno solo con accenni o con giri di parole), ma che questi ultimi comprendono benissimo (come mostra la celebre scena finale, in cui Pricò rifiuta di abbracciare la madre). Visto oggi risulta forse un po' moralista, ma per l'epoca fu una boccata d'aria fresca, tanto da essere considerato – insieme a "Ossessione" di Visconti – uno dei principali precursori del Neorealismo e della nuova stagione del cinema italiano che sarebbe esplosa nel dopoguerra: nella sua attenzione ai personaggi, agli ambienti e ai problemi sociali, per esempio, precede e anticipa "Sciuscià" e "Ladri di biciclette" dello stesso De Sica. Inoltre è impreziosito da una regia che dona un indiscusso fascino a diverse sequenze (il viaggio in treno con il bambino febbricitante, con un montaggio di immagini quasi horror; la scena in cui Pricò, chiuso in camera sua, ascolta attraverso le pareti il dialogo fra la madre e l'amante; e la fuga notturna per il lungomare di Alassio). All'inizio, un teatrino di marionette in piazza sembra prefigurare la tragedia che sta per abbattersi sulla famiglia: e non a caso sono più i bambini spaventati dallo spettacolo che quelli divertiti. Adriano Rimoldi è l'amante Roberto, Giovanna Cigoli la governante Agnese. Musiche di Renzo Rossellini. L'attore Luciano De Ambrosis, di soli sei anni, aveva perso la madre poco prima dell'inizio delle riprese. Continuerà a lavorare nel mondo del cinema come doppiatore.

17 agosto 2015

Into the woods (Rob Marshall, 2014)

Into the woods (id.)
di Rob Marshall – USA 2014
con Meryl Streep, James Corden
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa.

Il bosco è il luogo dell'inconscio, dei desideri e delle magie. E nel bosco si intrecciano le vicende di tante celebri fiabe, i cui personaggi (Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo – qui con il nome inglese, come nella versione disneyana, di “Rapunzel” – e Jack della pianta di fagioli) si incontrano e interagiscono fra loro. Filo conduttore è la storia di una coppia di fornai (James Corden ed Emily Blunt) ai quali una strega (Meryl Streep), per sollevare la maledizione che impedisce loro di avere bambini, ha chiesto di trovare i quattro ingredienti che le servono per riottenere la giovinezza perduta: una mucca bianca come il latte, una mantella rossa come il sangue, una scarpetta pura come l'oro e una ciocca di capelli biondi come il grano. Da un musical di Broadway (di Stephen Sondheim e James Lapine), il regista Rob Marhsall – che nel genere aveva già dato con “Chicago” – trae un film che “gioca” con le fiabe: non solo, come detto, intrecciandole fra di loro (di fatto si immagina che le vicende siano contemporanee e avvengano tutte nella stessa regione, fra due regni separati dal bosco, tanto che anche i vari “principi azzurri” – quello di Cenerentola e quello di Rapunzel – sono fra di loro fratelli), o parodizzandone certi elementi (una Cappuccetto Rosso ingorda, che si mangia i dolci destinati alla nonna, per esempio), ma anche andando ad esplorare cosa accade ai personaggi dopo il fatidico “e vissero felici e contenti”. Le loro vicende proseguono infatti ben oltre il finale tradizionale, spesso prendendo brutte pieghe: e così scopriamo che Cenerentola non resterà a lungo con il suo principe, che Jack avrà ancora a che fare con i giganti, e così via. All'inizio divertente, man mano che prosegue il film diventa però sempre più pasticciato e, peggio ancora, noioso. Oltre che senza particolare spessore, colmo com'è di morale hollywoodiana. Colpa anche di canzoni musicalmente monotone ma soprattutto con testi didascalici e retorici. Nel cast Anna Kendrick, Chris Pine, MacKenzie Mauzy e Billy Magnussen. Piccola parte per Johnny Depp nei panni del lupo cattivo.

15 agosto 2015

Popeye (Robert Altman, 1980)

Popeye - Braccio di Ferro (Popeye)
di Robert Altman – USA 1980
con Robin Williams, Shelley Duvall
*1/2

Rivisto in divx alla Fogona.

Dai fumetti di E.C. Segar (di cui cerca di recuperare l'irriverente anarchia, l'umorismo nonsense e la commistione di generi, caratteristiche che nelle strisce originali erano molto più marcate rispetto alle successive versioni a cartoni animati), una pellicola su uno dei più popolari personaggi dell'immaginario americano degli anni trenta: Braccio di Ferro, il marinaio guercio, qui interpretato da un Robin Williams agli esordi e incredibilmente in parte. E proprio il cast è forse il punto di forza di una pellicola che sotto gli altri aspetti, invece, fatica a decollare, non aiutata da canzoni poco ispirate e da una sceneggiatura (del cartoonist satirico Jules Feiffer) che unisce tanti fili e spunti senza un vero collante. Al fianco di Williams, Shelley Duvall è una Olivia perfetta, mentre gli sgraziati Paul Dooley (Wimpy/Poldo), Paul L. Smith (Bluto/Brutus) e Ray Walston (Braccio di Legno) sembrano a tratti essere davvero usciti dalle tavole disegnate. Per non parlare di personaggi da tempo dimenticati, come i genitori di Olivia, suo fratello Castor Oyl (che fu addirittura il protagonista della strip prima dell'arrivo di Popeye, quando questa si chiamava ancora "Thimble Theatre"), Geezil/Barbaspina, Roughhouse, Ham Gravy, eccetera. Se il lungometraggio ha dunque come riferimento le strisce di Segar, rende comunque omaggio ai cartoon Fleischer (il ruolo ampliato di Bruto, il suo scontro finale con Braccio di Ferro, gli spinaci – che peraltro il protagonista mangia solo nel finale, dopo averli rifiutati per tutto il film, ignorando il potere che essi hanno su di lui), mentre ignora del tutto i fumetti “apocrifi” made in Italy (che modificavano sensibilmente la caratterizzazione di molti personaggi, Braccio di Legno/Trinchetto in primis, trasformato da cinico e “cattivo” lupo di mare in bonario e inguaribile ubriacone). Il pittoresco villaggio di Sweethaven, dove Popeye giunge in cerca del padre e dove incontra per la prima volta Olivia, è stato ricostruito a Malta. Gli episodi raccontati (il fidanzamento di Olivia con Bruto, il ritrovamento di Pisellino, la capacità di quest'ultimo di predire il futuro, il “misterioso” Commodoro che tartassa di tasse il villaggio, ecc.) sono tenuti insieme, più che da autentici temi narrativi, da un tono cartoonesco (danze, botti e capitomboli, violenza alla Bud Spencer, parlata sgrammaticata) che funziona poco nella trasposizione in live action. Ma il vero punto debole, come già detto, è dato dalle tante canzoni, davvero niente di che: dopotutto il film venne co-prodotto dalla Disney, che evidentemente era troppo legata alla formula del musical per rinunciarvi a cuor leggero. E Altman, di cui si notano caratteristiche come l'impostazione corale e confusamente anarchica, non riesce ad essere un valore aggiunto.

14 agosto 2015

L'ombra del vampiro (E. Elias Merhige, 2000)

L'ombra del vampiro (Shadow of the Vampire)
di E. Elias Merhige – USA/GB/Lux 2000
con John Malkovich, Willem Dafoe
**

Rivisto in divx alla Fogona.

Per recitare nel ruolo del conte Orlock, protagonista del suo nuovo film “Nosferatu”, il regista tedesco Friedrich W. Murnau assolda – all'insaputa dei produttori e della troupe – un autentico vampiro, promettendogli in cambio dei suoi servigi il sangue della prima attrice, Greta Schröder. Giocando sul mistero che ha sempre circondato Max Schreck, interprete del capolavoro dell'espressionismo tedesco del 1922, il regista Merhige e lo sceneggiatore Steven Katz realizzano un immaginario making of che – visto il tema, è la parola giusta – “vampirizza” lo stesso film di cui intende narrare la lavorazione. Un grande Dafoe dona brividi e spessore alla figura di Schreck, mentre Malkovich abbozza un Murnau schiavo delle proprie ossessioni ma con pochi legami con la realtà: ma nel complesso la pellicola gira a vuoto e dice poco di nuovo sul rapporto che da sempre lega il mondo del cinema al tema del vampirismo, un cinema che si nutre della linfa vitale dei suoi interpreti e dei suoi autori, e che può donare loro l'immortalità a scapito dell'anima. Ne risulta un lungometraggio più interessante per cinefili e storici del cinema (nonostante anacronismi e incongruenze) che non per gli spettatori comuni, magari in cerca di un horror dall'ambientazione insolita.

12 agosto 2015

Madadayo (Akira Kurosawa, 1993)

Madadayo - Il compleanno (Madadayo)
di Akira Kurosawa – Giappone 1993
con Tatsuo Matsumura, Kyoko Kagawa
***

Rivisto in divx, con Marisa.

Il professor Uchida, scrittore e docente di tedesco, va in pensione nel 1943: illuminato e anticonvenzionale, stravagante e fuori dagli schemi, nel corso della sua carriera si è conquistato l'affetto e il rispetto di decine di studenti che non cesseranno mai di fargli visita e recargli omaggio. Ogni anno, in occasione del suo compleanno, lo festeggeranno in particolare con un'insolita cerimonia, durante la quale gli viene provocatoriamente chiesto se è finalmente disposto ad abbandonare questo mondo: "Mādakai?" ("Sei pronto?"), è la domanda che gli rivolgono. E la sua risposta, immancabilmente, è "Mādadayo" ("Non ancora"). L'ultimo film di Akira Kurosawa (il regista nipponico sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1998) non è il suo testamento spirituale: di quelli, "l'imperatore" ne aveva già lasciati fin troppi con i lungometraggi precedenti (a ben vedere è almeno dal 1965, l'anno di "Dodes'ka-den", che ciascuno dei suoi film veniva considerato da critici e spettatori – per temi, importanza o contenuto – come se fosse l'ultimo di una carriera che sembrava non terminare mai). È invece semplicemente un omaggio verso un personaggio realmente esistito (Hyakken Uchida visse dal 1889 al 1971) e nel quale forse Kurosawa si identificava, o che quantomeno ammirava per aver sempre saputo mantenere un animo giovane e limpido ("d'oro zecchino", dicono i suoi studenti) come quello di un bambino: solo così si spiegano le forti emozioni che suscitano in lui eventi semplici e "piccole" tragedie personali come la perdita del gatto di casa (un episodio che occupa quasi metà del film), oppure i sogni che continua a fare anche in età avanzata, nei quali si rivede da ragazzo a giocare a nascondino con i suoi amici e a contemplare le luci dorate del tramonto che creano strane forme e colori nel cielo. Ed è su queste immagini oniriche, accompagnate dalla musica di Vivaldi, che si concludono sia il cinema di Kurosawa sia un film che, insieme agli immediatamente precedenti "Sogni" e "Rapsodia in agosto", compone un ideale trittico intimo e minimalista, apparentemente distante dai grandi affreschi storici e sociali realizzati dal regista in precedenza ma in realtà incentrato, come quelli, sulla psicologia umana e sulla grande sensibilità dell'artista. Anche prima di questo finale, in ogni caso, la pellicola ha parecchio da offrire a uno spettatore disposto ad adeguarsi al ritmo rilassato della narrazione: divertenti aneddoti e momenti di grande pathos (giocando un po' con la cronologia – nella realtà Uchida smise di insegnare nel 1949 – Kurosawa racconta anche gli ultimi anni della guerra e quelli dell'immediato dopoguerra: ma il tono è sempre ilare e rilassato, mai drammatico), festeggiamenti di gruppo e recitazione di poesie, la contemplazione della luna e il trascorrere delle stagioni, canti popolari e insegnamenti spirituali quasi zen. Fra gli attori che interpretano gli allievi di Uchida, si riconoscono Hisashi Higawa e Akira Terao, già visti in "Ran" e "Sogni".

9 agosto 2015

Rapsodia in agosto (Akira Kurosawa, 1991)

Rapsodia in agosto (Hachigatsu no kyōshikyoku)
di Akira Kurosawa – Giappone 1991
con Sachiko Murase, Richard Gere
***1/2

Rivisto in DVD.

Il penultimo film di Kurosawa è un toccante e intenso racconto sulle conseguenze del bombardamento atomico e su come differenti generazioni di giapponesi si rapportano con quell'evento. Al centro della storia c'è l'anziana Kane (Sachiko Murase), che vive fra le montagne presso Nagasaki e che il 9 agosto 1945 vide morire suo marito quando gli americani sganciarono la bomba sulla città. Ospiti da lei per l'estate sono i suoi quattro nipoti, Tami, Tateo, Minako e Shinjiro, che apprendono dalla nonna la reale portata di quello che è accaduto e che visitano con commozione e orrore i monumenti e i luoghi che ancora oggi, nella città, ricordano quello che è accaduto (in particolare lo scheletro di metallo aggrovigliato che è stato conservato nel piazzale della scuola dove morì il loro nonno, al tempo insegnante). Quando la vecchia Kane riceve un invito da Suzujiro, suo fratello da tempo trasferitosi alle Hawaii e diventato cittadino statunitense, che vorrebbe rivederla prima di morire, nicchia prima di accettare. Nel frattempo a giungere in Giappone è il figlio americano di Suzujiro, Clark (Richard Gere), che ha così l'occasione di conoscere i suoi parenti giapponesi e fare i conti con il passato che ha diviso le due nazioni. Le barriere generazionali (come sempre, in Giappone, c'è un distacco non indifferente: nonni e nipoti sembrano legati da una sensibilità che è assente nella generazione intermedia, più materalista e concreta, anche perché cresciuta dopo la guerra e negli anni del boom economico) e quelle geografiche (Giappone e America, separate non solo dall'Oceano ma anche dai ricordi di una guerra ormai conclusa da anni e che ha portato tanti lutti: "La guerra è finita ma la bomba continua a uccidere", dice Kane) dominano le dinamiche di una pellicola molto più complessa e stratificata di quanto non sembri all'apparenza con il suo tono intimo e l'incedere episodico, e che ha mandato fuori strada anche qualche critico che l'ha accusata di anti-americanismo, oppure di sottacere le responsabilità giapponesi durante il conflitto (nel primo caso, è la stessa Kone a spiegare come la colpa non sia dei popoli, ma della guerra in sé; nel secondo, il tono umanista e antibellico del film e la mancanza assoluta di glorificazione di quei giorni mi sembrano prove sufficenti per confutare la critica, a meno di non voler condurre la sceneggiatura verso altre direzioni, estranee e fuori tema).

Al toccante ricordo della tragedia atomica (con sequenze, come quella in cui i quattro nipoti visitano la città e i suoi monumenti, che riportano alla mente "Hiroshima mon amour"), presentato con sincera commemorazione e senza retorica (ma accompagnato da immagini visivamente inquietanti, come l'enorme e malvagio occhio che si apre nel cielo), si affianca il motivo dei rapporti con l'ex nemico e ora alleato, gli Stati Uniti, impersonificati dalla figura di un Richard Gere (la seconda star americana, dopo il Martin Scorsese di "Sogni", ad apparire come ospite nel cinema di Kurosawa) cui il doppiaggio italiano regala un marcato accento per simulare quello che sfoggiava nella versione originale (in cui l'attore, ovviamente, parlava in giapponese, avendo memorizzato foneticamente le sue battute). Rapporti che sono ancora più stretti se si pensa ai tanti giapponesi trasferitisi là e naturalizzati, come i membri della famiglia di Suzujiro, i cui nipoti sono biondi e "americani al cento per cento". La straordinaria figura della nonna, ostinata e testarda, vivace e spiritosa, che racconta ai nipoti ricordi e testimonianze, ma anche curiose storie di spiriti e folletti (come il Kappa che vive nella vicina cascate) e buffi aneddoti sui suoi tanti fratelli (così tanti che non se li ricorda nemmeno tutti), guida l'intera pellicola. E ciò nonostante il punto di vista rimane sempre quello dei giovani ragazzi, che in certo senso simboleggiano una riconciliazione con il passato ormai già avvenuta (pur essendo giapponesi, indossano jeans e magliette di università americane, parlano inglese e sono più che lieti di conoscere i parenti d'oltreoceano). Al contrario, i loro genitori vengono nei ricchi congiunti hawaiiani solo un'occasione di guadagno, e si rapportano a loro con una certa ipocrisia, addirittura tacendo inizialmente il fatto che il nonno sia morto nell'esplosione di Nagasaki ("Gli americani si offendono se qualcuno gli ricorda la bomba atomica"). Dopo tante sequenze di quotidianità estiva (le cene, le gite alla cascata, i giochi fra i bambini, il tentativo di Tateo di riparare un vecchio organo), resta memorabile il finale in cui, forse rivivendo quel terribile giorno del 1945, la vecchia Kane "sfida" il vento, la pioggia e la tempesta avanzando con il proprio ombrellino in mezzo alla tormenta, vanamente inseguita da figli e nipoti: un'immagine divenuta iconica e una sequenza di poesia e potenza su cui il film, sulle note del bellissimo "Stabat mater" di Vivaldi, si conclude lasciando lo spettatore in balia delle proprie emozioni.

7 agosto 2015

Ondine - Il segreto del mare (Neil Jordan, 2009)

Ondine - Il segreto del mare (Ondine)
di Neil Jordan – Irlanda 2009
con Colin Farrell, Alicja Bachleda
**

Visto in divx alla Fogona, con Marisa, Sabrina e Marco, in originale con sottotitoli.

Un pescatore irlandese (Farrell), uscito in mare, trova nella sua rete una ragazza: che si tratti di una creatura acquatica, magicamente trasformata in essere umano? Mescolando concretezza e suggestione, Jordan racconta una fiaba moderna con echi delle leggende irlandesi che si sovrappongono alle tragedie e ai problemi quotidiani (il protagonista, Syracuse – che tutti chiamano “Circus” per prendersi gioco di lui – è un ex alcolizzato, la sua bambina è gravemente malata, e sullo sfondo si affrontano questioni come l'immigrazione clandestina, il traffico di droga, le famiglie disfunzionali...). In tutto questo, suggestionati dai magnifici scenari costieri dell'isola (fotografati da Christopher Doyle), si può accettare la spiegazione razionale che giunge nel finale, oppure fingere che tutto sia come nell'immaginazione infantile della figlia del protagonista, ovvero che Ondine, la ragazza pescata dal padre, sia una "selkie", una donna-pesce che ha nascosto la propria “pelle di foca” e si è innamorata di un uomo. Certo, strane cose accadono in sua presenza: con il suo canto magico (in realtà, una canzone dei Sigur Rós) sembra attirare i pesci, consentendo al pescatore di catturare quelle prede che solitamente gli sfuggono; per non parlare dei desideri che, da lei espressi, si avverano nel giro di poco tempo... L'attrice Alicja Bachleda, ai tempi delle riprese, era la compagna di Colin Farrell. Nel cast, nei panni del prete da cui si confessa Syracuse, si riconosce Stephen Rea, il protagonista del maggior successo di Jordan, “La moglie del soldato”.

5 agosto 2015

L'Atlantide (Jacques Feyder, 1921)

L'Atlantide
di Jacques Feyder – Francia 1921
con Jean Angelo, Georges Melchior
**1/2

Visto in divx alla Fogona, con sottotitoli in italiano.

Nel 1911, due ufficiali dell'esercito francese (Angelo e Melchior), inoltratisi nel deserto del Sahara, si imbattono in una misteriosa oasi circondata dalle montagne, ultimo avamposto della perduta isola di Atlantide. Qui rimangono soggiogati dal fascino della regina Antinea (Stacia Napierkowska), di cui si scoprono prigionieri. Soltanto uno di loro riuscirà a tornare alla civiltà, e non senza conseguenze. Da un romanzo di Pierre Benoit, best-seller dell'epoca con echi di Haggard (“She”), Verne e Kipling, un filmone d'avventura di quasi tre ore su uno dei più celebri luoghi dell'immaginario fantastico. Costato ben due milioni di franchi, ottenne un successo di pubblico tale da ripagare pienamente i suoi finanziatori. La regia solida e senza guizzi del belga Feyder si mette fedelmente al servizio della storia, mentre la narrazione (quasi tutta in flashback) si prende i suoi tempi per immergere lo spettatore – al pari dei personaggi – nel mistero di un mondo fuori dal tempo, sia pure circondato da un contesto storico ben preciso (si tratta di uno dei primi film a ritrarre la presenza coloniale dei francesi in Africa). Di grande fascino gli scenari del deserto (la pellicola venne girata in Algeria nel corso di una lavorazione durata otto mesi) e la sontuosità del palazzo di Antinea, dove vestigia di antiche civiltà convivono con la cultura moderna (come nella biblioteca dove si ritrovano le opere di Shakespeare, Voltaire e Cervantes, ma anche contemporanee riviste di attualità e di moda; o la cripta in cui la regina conserva i corpi mummificati dei suoi numerosi amanti). Vista l'epoca cui risale il film, si possono perdonare certe ingenuità nelle caratterizzazioni dei protagonisti e un'eccessiva prolissità nel modo in cui si dipana il racconto (tutta la parte introduttiva, per esempio, è forse troppo lunga). Sfrondato dai luoghi comuni dell'avventura di inizio novecento (molti dei quali saranno riscoperti e recuperati in seguito, per esempio nella serie di Indiana Jones), rimane una sincera celebrazione dell'attrazione e del fascino che l'uomo prova per il mistero, qui incarnato dalla femminea figura di Antinea, al cui confronto persino le guerre fra i popoli e i governi sembrano perdere qualsiasi importanza.

2 agosto 2015

Noriko's dinner table (Sion Sono, 2006)

Noriko's Dinner Table (Noriko no shokutaku)
di Sion Sono – Giappone 2006
con Kazue Fukiishi, Yuriko Yoshitaka
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

La diciassettenne Noriko si sente soffocare dalla vita tranquilla e limitata della cittadina (Toyokawa) in cui vive, all'interno di una famiglia che non la comprende e con un padre con cui non ha un vero rapporto. Aspira a essere adulta, indipendente, ribelle, magari come l'amica d'infanzia Mikan-chan, che alla sua stessa età ha smesso di studiare e già lavora. Poco prima del Natale del 2001, la ragazza coglie l'occasione e fugge di casa, andandosene a Tokyo dall'amica Kumiko, conosciuta virtualmente sul web. Qualche mese più tardi, sua sorella minore Yuka farà lo stesso. Entrambe finiranno a lavorare per il "circolo" di cui Kumiko fa parte, un'organizzazione che fornisce "famiglie in affitto" a persone sole e disperate, recitando di volta in volta la parte delle loro figlie o parenti e ricreando quelle "famiglie perfette" che nella realtà non esistono. In seguito il loro padre Tetsuzo, giornalista locale che non si era mai interessato a nulla al di fuori del suo piccolo microcosmo, scosso dall'improvviso suicidio della moglie deciderà di partire alla loro ricerca... Come nel film precedente, Sono continua ad affrontare il tema dell'alienazione, del distacco e del malessere nella società giapponese, ma stavolta lo fa con un approccio più riflessivo e stratificato, meno horror e sopra le righe (anche se non mancano sequenze eccessive e surrealmente gore, che infatti stonano un po' rispetto al tono generale). Narrato come se fosse un romanzo, con tanto di divisione in capitoli, e con la voce narrante dei vari personaggi che raccontano le rispettive storie in prima persona come in un diario, il film si intreccia e si sovrappone a più riprese con un altro lavoro di Sion Sono, l'inquietante horror "Suicide club", di cui ripropone alcune sequenze e di cui, di fatto, riscrive il significato: il circolo dei suicidi di quella pellicola e l'organizzazione di cui Noriko e Yuka entrano a far parte (con i nomi d'arte di Mitsuko e Yoko) sono la stessa cosa, ma il suicidio non è la sua vera finalità. "Il club del suicidio è il mondo. Sfiorare la morte fa dare più valore alla vita", spiega un suo rappresentante. Le persone si suicidano solo se la parte che esse devono recitare lo richiede, proprio come in natura alcuni animali sono destinati al ruolo di vittima e altri a quello di predatore: è il "circolo della vita" (chi non ricorda la canzone de "Il re leone"?). In più, ci sono riflessioni sui temi dell'identità e della finzione (Kumiko si crea falsi ricordi per compensare il fatto di essere stata abbandonata da piccola in un armadietto a gettoni della stazione di Ueno; Noriko e Yuka cessano di essere sé stesse per diventare Mitsuko e Yoko; e proprio i ruoli da recitare all'interno dell'organizzazione diventano un veicolo di conoscenza di sé: "Se fate un buon lavoro, avrete accesso al vostro vero io", spiega Kumiko alle due sorelle) ma soprattutto un atto d'accusa sul ruolo stesso della famiglia, al cui interno i membri sono destinati alla solitudine per via della reciproca incomunicabilità. E da cui l'unica via d'uscita è la fuga, la rottura di quel cordone ombelicale simboleggiato dal filo rosso che penzola dal cappotto di Noriko e che la ragazza strappa con consapevolezza.