2 maggio 2019

Avengers: Endgame (A. e J. Russo, 2019)

Avengers: Endgame (id.)
di Anthony e Joe Russo – USA 2019
con Robert Downey Jr., Chris Evans
***

Visto al cinema Colosseo.

Nel precedente "Avengers: Infinity War" (di cui questo film è il seguito diretto), il folle extraterrestre Thanos aveva usato il potere delle sei gemme dell'infinito per spazzare via (con uno schiocco di dita!) metà degli esseri viventi di tutto l'universo. Fra questi, anche tantissimi supereroi (in particolare Spider-Man, il Dottor Strange, Black Panther, Falcon, Bucky, Scarlet, Wasp, Nick Fury e tutti i Guardiani della Galassia tranne Rocket), nonché molti loro amici e familiari. I Vendicatori rimasti (Iron Man, "recuperato" nello spazio da Captain Marvel, oltre a Thor, Cap, Hulk e War Machine, con l'aggiunta di Nebula e Rocket) partono al contrattacco, ma la loro è una vittoria di Pirro: Thanos, ormai raggiunto il proprio scopo e ritiratosi "in pensione" su un lontano pianeta, si lascia uccidere senza opporre resistenza, consapevole che ciò che ha fatto non potrà più essere cancellato (l'ultimo suo atto con le sei gemme è stato quello di distruggerle). Tutto finito? No: cinque anni più tardi, Scott Lang fa ritorno dal regno quantico in cui lo avevamo lasciato alla fine di "Ant-Man and the Wasp" con una sconvolgente intuizione: le particelle Pym, le stesse che gli permettono di mutare le proprie dimensioni, potrebbero potenzialmente consentire di viaggiare nel tempo, e dunque di tornare nel passato per impadronirsi delle sei gemme. Non per cambiare il corso degli eventi (che – ci viene spiegato – non possono essere alterati) ma per riportare in vita tutti coloro che sono scomparsi. Ma nel frattempo gli eroi superstiti sono molto cambiati: se alcuni (Captain America, Vedova Nera, War Machine, Rocket, Nebula e un'ormai distante Captain Marvel) continuano la propria missione come sempre, altri si sono ritirati a vita privata. Tony Stark/Iron Man si è sposato con Pepper Potts ed è padre di una figlia); Bruce Banner/Hulk ha imparato a "fondere" le sue due personalità, dominando con il proprio cervello la parte più selvaggia (come nelle storie a fumetti scritte da Peter David); Thor si è lasciato andare alla depressione, e trascorre le giornate a bere birra e a guardare la tv (con tanto di panza!); e Clint Barton/Hawkeye è diventato un sanguinario vendicatore. Ma la possibilità di rimettere le cose a posto fa riunire il gruppo, che, suddiviso poi in vari team, torna indietro nel tempo a recuperare le diverse gemme, rivisitando luoghi e scenari visti nelle precedenti pellicole (la New York del 2012, durante "The Avengers"; l'Asgard del 2013, durante "Thor: The Dark World"; e il pianeta Morag del 2014, durante "Guardians of the Galaxy"). Come in "Ritorno al futuro", citato esplicitamente, i nostri eroi agiranno "dietro le quinte" degli eventi già narrati, e qualcuno dovrà affrontare sé stesso. C'è anche spazio per una capatina nel 1970, che dà a Tony l'opportunità di incontrare suo padre Howard. La missione ha successo, ma con un indesiderato effetto collaterale: anche il Thanos del 2014 giunge nel presente, deciso a sottrarre le gemme agli eroi, questa volta per distruggere l'universo del tutto (e poi ricostruirlo da zero). Ne consegue una battaglia finale cui partecipano davvero tutti, anche i personaggi scomparsi ed ora redivivi: uno scontro campale che si conclude vittoriosamente soltanto grazie ad un estremo sacrificio...

"Questa è la battaglia della nostra vita", dice Steve Rogers/Cap ai compagni. E infatti il quarto film degli Avengers nonché il ventiduesimo film dell'Universo Cinematico Marvel (MCU) è il punto d'arrivo cui tendevano tutti i precedenti, gran finale di una "saga" (quella delle gemme dell'infinito, appunto) durata oltre dieci anni e iniziata con il primo "Iron Man" nel 2008. Non a caso nel finale – insieme a tantissimi personaggi e comprimari apparsi nelle altre pellicole – rivediamo proprio il regista di quel film, Jon Favreau, nei panni dell'autista e amico di Tony Stark, Happy Hogan. Kolossal epico, monumento all'immaginario fantastico dell'ultimo decennio, campione d'incassi in tutto il mondo (ha superato persino "Avatar"!), atteso dai fan con trepidazione da un anno esatto (ovvero dal cliffhanger del precedente capitolo), il lungometraggio non delude di certo: le sue tre ore di durata (record per un film Marvel, giustificate anche dalla moltitudine di personaggi da giostrare e degli eventi di cui tirare le fila) sono assolutamente ben spese, senza mai provare la sensazione che gli sceneggiatori vogliano allungare il brodo. La prima parte, anzi, quella con i supereroi che devono affrontare le rispettive perdite, è a tratti toccante e coinvolgente, superando tutti i limiti dei film anteriori, a volte troppo fracassoni o di puro entertainment. Questo, a parte appunto la battaglia finale (comunque epica e spettacolare, entusiasmante soprattutto per chi ha visto tutti i capitoli precedenti), è invece più character-driven, e scava nelle psicologie dei vari eroi (con particolare attenzione per quelli che sono sempre stati le colonne portanti del MCU, ovvero Tony Stark e Steve Rogers), mostrandone le debolezze e sottolineandone le differenze (come la cialtroneria e i lati comici dei vari Thor, Ant-Man e Star-Lord). Spazio ridotto, invece, per il cattivo Thanos, più monodimensionale e stereotipato rispetto a "Infinity War". Grazie ai viaggi nel tempo, rivediamo anche molti personaggi e volti del passato, come Frigga, Loki, l'Antico. E ritornano, fra gli altri, la Valchiria, Okoye e Wong. Non tutti sono propriamente o formalmente reintrodotti, e dunque uno spettatore che si avvicinasse a questo film senza aver visto gran parte delle pellicole precedenti (o senza ricordarne ogni particolare) rischia di trovarsi spesso spiazzato, anche perché gli stessi protagonisti usano talvolta il nome proprio e talvolta quello di battaglia. Il lungometraggio, tuttavia, è decisamente ben equilibrato fra esigenze di trama, di approfondimento, di spettacolo e le immancabili strizzatine d'occhio per i fan dei comics (Cap che dice "Hail Hydra" o che solleva il martello di Thor, la figlia di Tony che si chiama Morgan, Clint armato di spada nei panni del Ronin: tutti riferimenti più o meno occulti a celebri storie a fumetti) o degli stessi film del MCU ("Io sono Iron Man"). E ci offre quella che è probabilmente l'ultima apparizione sullo schermo di Stan Lee, il creatore di quasi tutti questi personaggi (scomparso pochi mesi fa), in un cameo (insieme alla moglie) nei panni di un contestatore che sfreccia in auto davanti alla base militare negli anni '70).

Un punto d'arrivo, dicevamo: con "Endgame" (titolo traducibile con "finale di partita", dal gergo degli scacchi e di alcuni sport) si chiude un ciclo di ventidue film, e diamo l'addio ad alcuni personaggi (o meglio, a questa particolare incarnazione). Nell'Universo Marvel (fumettistico o cinematografico, non importa), lo sappiamo bene, la morte non è mai definitiva. L'impressione è che si sia voluto sfruttare l'occasione per mettere la parola fine alla collaborazione con alcuni attori che da un lato stanno invecchiando e dall'altro sono diventati ormai troppo costosi per una franchise che ha scoperto di poter riscuotere incassi record al box office anche con interpreti meno noti o alle prime armi (il nuovo Spider-Man docet). Addio, dunque, a Robert Downey Jr., a Chris Evans e (forse) a Scarlett Johansson: se mai rivedremo sul grande schermo Iron Man, Cap e la Vedova Nera (e non ci sono molti dubbi a proposito!), si tratterà di nuove versioni, magari più giovani e "aggiornate". D'altronde il tintinnio sul finire dei titoli di coda (niente scena post-credit, per la prima volta!) suggerisce che un nuovo Iron Man sia già in costruzione da qualche parte. Cap ha già individuato in Sam Wilson il proprio successore, e forse tornerà anche la Visione (d'altronde Gamora è già tornata, col trucco: la sua versione del 2014 ha preso il posto nei Guardiani della Galassia di quella defunta). E presto, nella successiva "fase" del MCU, all'ensemble dovrebbero unirsi anche tutti quei personaggi (come gli X-Men e i Fantastici Quattro) i cui diritti erano della 20th Century Fox, acquisita recentemente dalla Disney. Forse il futuro del Marvel Universe sarà meno Avengers-centrico e più basato su pellicole stand-alone (come consiglierebbe il successo di "Black Panther"), e la cosa non mi dispiacerebbe (la sensazione di assistere ad episodi di un telefilm è sempre stato l'aspetto che ho gradito meno di questi film), ma dubito che si rinuncerà del tutto a fidelizzare i fan con la continuity, croce e delizia nonché caratteristica fondante anche dei comics. Salutano il MCU (almeno temporaneamente) anche i fratelli Anthony e Joe Russo, registi mestieranti senza infamia e senza lode (comunque meglio loro di Joss Whedon): i meriti del film stanno tutti nella sceneggiatura (qualche buco logico a parte), nella recitazione e negli effetti speciali, ingredienti dosati a livello superiore rispetto ai precedenti capitoli. Ma il valore maggiore sta proprio nel costituire un degno finale di una saga lunghissima, nel portare a termine estese sottotrame e percorsi individuali senza tradire le aspettative (a vari livelli) e, cosa non da poco, senza annoiare, anzi coinvolgendo e a tratti divertendo parecchio. Meritato "l'onore della firma" per i principali interpreti sui titoli finali. Ah, un ultimo appunto semi-ironico (ma non troppo): mezzo punto in più per aver menzionato, in mezzo a tanti celebri film sui viaggi nel tempo, il semisconosciuto – e inedito in Italia – ma mio personal cult "Bill & Ted's Excellent Adventure" (di cui proprio la Marvel pubblicò un adattamento a fumetti).

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