31 gennaio 2018

Fronte del porto (Elia Kazan, 1954)

Fronte del porto (On the Waterfront)
di Elia Kazan – USA 1954
con Marlon Brando, Eva Marie Saint
***1/2

Rivisto in divx.

L'ex pugile Terry Malloy (Marlon Brando, in una delle interpretazioni più celebri della sua carriera: "Potevo diventare un campione. Potevo essere qualcuno... invece di niente") è al soldo di Johnny Friendly (Lee J. Cobb), capo di un'organizzazione sindacale che utilizza metodi mafiosi per sfruttare gli scaricatori del porto a proprio piacimento, facendo la cresta su ogni attività e decidendo chi deve lavorare e chi no. Quando, anche per causa sua, il suo amico Joey – che intendeva denunciare Johnny – viene ucciso, Terry comincia ad avere sensi di colpa e scrupoli di coscienza, esacerbati dalle prediche di Padre Barry (Karl Malden) e dall'incontro con Edie Doyle (Eva Marie Saint, al suo debutto sul grande schermo), la sorella di Joey, innocente ma agguerrita, di cui si è innamorato. Uno dei più importanti film hollywoodiani degli anni cinquanta, che ha cementato la fama sia del regista Elia Kazan che – soprattutto – di Marlon Brando, in un ruolo da duro in cerca di redenzione. Memorabile la sua camicia a scacchi, che veste per tutta la pellicola (tranne che nell'ultima scena, quando indossa la giacca di Joey, l'amico della cui morte si sente colpevole e con il quale condivideva la passione per l'allevamento di colombi viaggiatori sul tetto). La sua, come abbiamo detto, è una storia di redenzione: ma sullo sfondo di un impianto collettivo che denuncia le condizioni dei lavoratori la pellicola affronta anche i temi personali del coraggio, della vigliaccheria, della delazione e del tradimento. Non va trascurato il contesto produttivo, nel pieno della stagione del Maccartismo: attraverso il personaggio del prete, che cerca di convincere i lavoratori a denunciare chi li sfrutta, Kazan sembra voler giustificarsi o comunque lanciare un messaggio a chi (come Arthur Miller, che peraltro aveva scritto la prima versione del soggetto, poi sceneggiato da Budd Schulberg) lo aveva accusato di aver collaborato con le commissioni sulle attività antiamericane. In ogni caso, la trama si ispirerebbe direttamente ad alcuni eventi di cronaca davvero accaduti al porto di Hoboken, nel New Jersey. E il film è potente nelle immagini quanto nei contenuti, curatissimo nella messa in scena e con una recitazione intensa e di alto livello da parte di tutto il cast. La fotografia in bianco e nero di Boris Kaufman ha tutti i crismi di un noir: basti pensare all'illuminazione sghemba nelle scene notturne in cui viene ucciso Charley (Rod Steiger), il fratello di Terry che non ha voluto tradirlo. La scena in auto con il confronto fra Brando e Steiger, giustamente considerata dai critici uno dei vertici emozionali del film, fu praticamente improvvisata dai due interpreti (entrambi provenienti dalla scuola dell'Actors Studio fondato dallo stesso Kazan). Straordinaria anche la colonna sonora di Leonard Bernstein, ricca di sonorità stravinskiane e con un tema semplice ma memorabile. Vincitore di otto premi Oscar, tutti di peso: miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Brando), attrice non protagonista (Saint), fotografia, scenografia e montaggio: fu inoltre nominato per la colonna sonora e per tre attori non protagonisti (Malden, Steiger, Cobb).

29 gennaio 2018

Apollo 13 (Ron Howard, 1995)

Apollo 13 (id.)
di Ron Howard – USA 1995
con Tom Hanks, Ed Harris
***

Visto in TV.

La vera storia della tredicesima missione Apollo, partita da Cape Kennedy l'11 aprile 1970, che avrebbe dovuto portare sulla Luna i tre astronauti Jim Lovell (Tom Hanks), Fred Haise (Bill Paxton) e Jack Swigert (Kevin Bacon), quasi un anno dopo lo storico sbarco di Neil Armstrong. Ma un'esplosione in uno dei serbatoi di ossigeno a bordo (da cui la celebre frase "Houston, abbiamo un problema") costrinse l'equipaggio ad annullare l'allunaggio e a tentare un pericoloso rientro d'emergenza verso la Terra, che giunse a buon fine grazie al coraggio, all'intraprendenza, ma soprattutto alle capacità tecniche e scientifiche degli uomini della NASA, coordinati dal direttore di volo Gene Kranz (Ed Harris). Probabilmente il miglior film di Ron Howard, che mette da parte le velleità artistiche per affidarsi alla sola ricostruzione dei fatti, basandosi sul libro dello stesso Lovell "Lost Moon" (con l'espressione "Abbiamo perso la Luna") e la cura verso i dettagli tecnici (persino quelli più realistici e "sgradevoli", come la presenza di vomito e urina nello spazio). I cineasti ottennero la collaborazione e la consulenza della NASA per riprodurre sullo schermo le strutture e i materiali d'epoca, così come gli effetti dell'antigravità. Naturalmente non mancano libertà creative (diversi personaggi sono stati condensati in uno solo, come nel caso di Kranz e di Ken Mattingly, interpretato da Gary Sinise, il pilota che fu sostituito da Jack Swigert a pochi giorni dal lancio e che contribuì da Terra alla missione di salvataggio). Fra tanto realismo e attenzione agli aspetti tecnici, non mancano comunque spettacolarità e tensione, il che rende la pellicola un thriller ad alto impatto emotivo, dove persino l'enfasi e la retorica hanno comunque la loro ragione di essere (nonostante i cliche, nel finale c'è sincera emozione, forse perché sappiamo che si tratta di una storia vera: da notare però che all'uscita del film ci fu qualche disinformato che ebbe da ridire sull'"irrealistico lieto fine hollywoodiano"). L'insuccesso della missione Apollo 13 (a proposito: alla faccia della superstizione!) fu all'epoca definito "un fallimento di grande successo", per come seppe mettere in luce le capacità di ingegnarsi della NASA e quelle di sopravvivere in un ambiente estremo (in questo il film va giustamente considerato come il precursore di "Gravity" e "The martian"). Le operazioni di salvataggio furono seguite in diretta, oltre che dai parenti degli interessati, da un'intera nazione, riaccendendo l'interesse sui viaggi spaziali dopo che le attenzioni dei media erano diminuite una volta che il traguardo dello sbarco sulla Luna era già stato raggiunto. Solide le performance del cast: Hanks sfiorò il terzo premio Oscar consecutivo (dopo "Philadelphia" e "Forrest Gump"), ma il migliore è Ed Harris (che era già presente in "Uomini veri" di Philip Kaufman, ed è dunque da considerare un veterano del genere).

27 gennaio 2018

Giulia (Fred Zinnemann, 1977)

Giulia (Julia)
di Fred Zinnemann – USA 1977
con Jane Fonda, Vanessa Redgrave
**1/2

Visto in divx.

Negli anni trenta, alla vigilia della seconda guerra mondiale, la scrittrice Lillian Hellman (Jane Fonda) si reca in Europa in cerca di Julia (Vanessa Redgrave), sua amica del cuore sin dall'infanzia, della quale ha perso le tracce da quando si è trasferita a studiare medicina in Austria. Scoprirà che è diventata un'attivista antifascista: e per aiutarla, intraprenderà un pericoloso viaggio attraverso la Germania nazista. Da un capitolo (autobiografico, anche se non mancano controversie al riguardo) del libro "Pentimento" della Hellman (adattato da Alvin Sargent, che vinse l'Oscar per la miglior sceneggiatura), un film storico-drammatico su un'amicizia al femminile in grado di durare una vita e di andare oltre tutte le avversità. La storia, che alterna momenti concreti con altri basati sui ricordi, con uno stile volutamente sognante e un po' patinato, intreccia la finzione con le vicende biografiche della Hellman (la convivenza con Dashiell Hammett (Jason Robards), gli sforzi per diventare drammaturga, i primi successi). Ma lo spazio maggiore è naturalmente riservato al rapporto con Julia: dai flashback delle estati passati insieme da bambine, ai momenti in cui, alle soglie dell'età adulta, Lillian ammira l'amica da lontano per le sue ambizioni e le sue lotte impegnate (pur essendo di famiglia ricca, Julia è sempre stata anticonformista). È quasi come se Lillian fosse una vera persona e Julia soltanto una proiezione. Forse un po' lunga la parte del viaggio in treno da Parigi a Mosca via Berlino, che porta via quasi tutta la seconda metà del film. Undici le nomination agli Oscar: oltre a Sargent, lo vinsero anche la Redgrave e Robards come attori non protagonisti. Lillian e Julia da giovani sono interpretate da Susan Jones e Lisa Pelikan. Esordio sullo schermo, in ruoli minori, per Meryl Streep e Lambert Wilson.

26 gennaio 2018

The great wall (Zhang Yimou, 2016)

The Great Wall (id.)
di Zhang Yimou – USA/Cina 2016
con Matt Damon, Jing Tian
**

Visto in TV.

La Grande Muraglia non è stata costruita soltanto per delimitare i confini della Cina: un millennio fa serviva anche a difendersi dai periodici attacchi di una razza di mostri ancestrali, i Taotié, usciti dalle viscere della Terra per cibarsi di carne umana. Almeno è quanto racconta questo kolossal fantasy, coproduzione fra Cina e Stati Uniti e film più costoso mai girato in lingua inglese nel paese asiatico. Sfarzoso nella messa in scena, nei colori e nell'utilizzo della computer grafica (ovviamente in sala è uscito in versione 3D), il lungometraggio sfoggia un cast internazionale (fra gli altri: Willem Dafoe, Andy Lau, Zhang Hanyu) ma alla resa dei conti resta un'avventura banalotta e mai veramente stimolante. William (Matt Damon) e Tovar (Pedro Pascal) sono due mercenari europei che si recano in Cina alla ricerca della leggendaria "polvere nera" (ovvero, polvere da sparo), ma resteranno coinvolti nella guerra fra i membri dell'Ordine senza Nome (un esercito appositamente addestrato per affrontare questo nemico) e i mostruosi Taotié, creature animalesche simil-Alien (con tanto di regina madre da cui dipendono: ovvio che basterà uccidere questa per sconfiggerli tutti). Zhang Yimou dà il meglio di sé con la messa in scena e le coreografie, suoi punti di forza nonché di tutto il cinema orientale (dai paesaggi alle scene di battaglia, dai costumi alle scenografie, anche se l'estetica è più quella di un videogame fantasy – si nota in particolare nel personaggio del comandante Lin, interpretata da Jing Tian – che non di un affresco storico), ma contenuti, storia, personaggi e nemici sono del tutto generici, e le svolte narrative prevedibili. Nonostante il grande sforzo produttivo, gli incassi non sono stati particolarmente cospicui né in America né in Cina.

25 gennaio 2018

Il circo di Tati (Jacques Tati, 1974)

Il circo di Tati (Parade)
di Jacques Tati – Francia/Svezia 1974
con Jacques Tati, Karl Kossmayer
*1/2

Visto in divx.

Uno spettacolo circense, nel quale Tati fa da presentatore ed esegue anche diversi numeri (per lo più da imitatore: scenette nel quale "mima" le azioni di un portiere di calcio, di un pugile, di un pescatore, ecc.). Realizzato per la TV, è il sesto nonché ultimo lungometraggio diretto dal grande comico (e uno dei due, insieme al suo film d'esordio "Giorno di festa", in cui non interpreta il suo personaggio iconico, Monsieur Hulot). Senza una trama, la pellicola è solo un susseguirsi di gag ed esibizioni da parte degli artisti del circo e di buffi acrobati, suonatori, cavallerizzi: quasi una parodia del mondo circense, a dire il vero, più che una sua reale rappresentazione. Anche il pubblico (fra cui spiccano due bambini) partecipa talvolta alle pantomime. Certo dispiace vedere come, dopo il fallimento economico di "Play time", Tati sia stato costretto a ridimensionare le proprie ambizioni e a produrre "piccoli" film come questo, che è soltanto un pallido riflesso delle sue pellicole più famose.

23 gennaio 2018

I misteri del giardino di Compton House (P. Greenaway, 1982)

I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsman's Contract)
di Peter Greenaway – GB 1982
con Anthony Higgins, Janet Suzman
***

Rivisto in DVD.

Nel 1694, il disegnatore Mr. Neville (Higgins) viene assunto dalla ricca signora Herbert (Janet Suzman) per realizzare dodici vedute della casa e della tenuta di Compton House, nella campagna inglese, con una specifica attenzione al giardino, di cui suo marito è particolarmente fiero. In cambio del suo lavoro, che dovrà essere terminato in dodici giorni (giusto prima che il marito ritorni da un viaggio a Southampton), l'artista avrà denaro, vitto, alloggio e soprattutto la possibilità di incontri amorosi con la stessa Mrs. Herbert. Nonostante l'arrogante Neville creda di avere il coltello dalla parte del manico, scoprirà presto di essere vittima di un complotto: nei suoi disegni, che riproducono fedelmente il paesaggio e la realtà davanti ai suoi occhi, si celano infatti gli indizi di un omicidio... Il primo film di finzione di Peter Greenaway (che in precedenza aveva realizzato esclusivamente corti, documentari e mockumentary) è un insolito ma affascinante giallo seicentesco e pittorico, dalla scrittura intelligente e dai raffinati sottotesti, dove molto di ciò che accade veramente è nascosto sotto la superficie e dove i dettagli (nella realtà e nei dipinti) svelano poco a poco il mistero. Il protagonista, pignolo nel suo lavoro e arrogante nei rapporti con le persone, non lesina impertinenza e frecciatine contro la nobiltà, convinto di essere lui a condurre le danze e di gestire la situazione: ma proprio come quando disegna non fa altro che riprodurre la realtà che osserva, senza veramente analizzarla e comprenderla ("Dipingere richiede cecità", afferma un personaggio), così non si rende conto di essere soltanto uno strumento in mani altrui (alcuni critici hanno in effetti letto il film come una metafora sociale, nella quale le classi inferiori si illudono solamente di comprendere le manovre di quelle dominanti). L'arte, il sesso, la morte, il cibo, i numeri, la riproduzione della realtà: gli ingredienti più cari al regista inglese sono già tutti presenti. Assai elaborata la ricostruzione seicentesca, che mescola eccentricità e raffinatezze (l'eleganza, i cibi, gli abiti a balza, i parrucconi), talvolta esagerate, con discorsi e concetti banali. Qua e là, qualche spunto surreale (l'uomo che finge di essere una statua) ci ricorda che si tratta di un'opera d'arte, dove simboli e allegorie hanno il predominio sul quotidiano e la realtà. Fondamentale la musica di Michael Nyman (ispirata a Henry Purcell), che con Greenaway stringe un sodalizio importante quanto quello di altre celebri coppie di registi e compositori (Leone e Morricone, Fellini e Rota, Kitano e Hisaishi, Spielberg e Williams). Nel cast anche Anne Louise Lambert (la figlia di Mrs. Herbert) e Hugh Fraser (il genero tedesco).

22 gennaio 2018

Il falò (Fredi M. Murer, 1985)

Il falò - Fuoco alpino (Höhenfeuer)
di Fredi M. Murer – Svizzera 1985
con Thomas Nock, Johanna Lier
**

Visto in divx.

La famiglia degli "Arrabbiati" vive da tempo immemorabile in una malga in alta montagna. Con l'anziano padre (Rolf Illig) e la madre (Dorothea Moritz) ci sono l'irrequieta figlia Belli (Johanna Lier) e il figlio minore Franzi (Thomas Nock), sordomuto e infantile, di cui tutti si prendono cura amorevolmente. Ma la lontananza dal resto del mondo e l'attrazione fra i due ragazzi scatenerà la tragedia. Ambientato in un universo isolato, dominato dai ritmi della natura, dai paesaggi e dai silenzi, il film ha di certo un suo fascino intrinseco, anche se bisogna attendere molto a lungo prima che cominci a succedere davvero qualcosa che scuota la vita dei protagonisti, ravvivando all'improvviso una pellicola fatta più di banalità del quotidiano che di significati e di simbologie (e ambientare una tragedia greca fra i paesaggi alpini e walser, con il senno di poi, non è la migliore delle idee). Originale e interessante, ma anche noioso (tranne gli ultimi venti minuti). Pardo d'oro al Festival di Locarno. Il titolo deriva dal fatto che l'amore incestuoso fra fratello e sorella si sviluppa quando si ritrovano da soli in alta montagna attorno a un falò. È il film più famoso del regista "di nicchia" Fredi Melchior Murer, attivo con alcuni documentari fin dagli anni sessanta.

20 gennaio 2018

Tron (Steven Lisberger, 1982)

Tron (id.)
di Steven Lisberger – USA 1982
con Jeff Bridges, Bruce Boxleitner
**1/2

Rivisto in divx.

Il programmatore di videogames Kevin Flynn (Jeff Bridges), nel tentativo di introdursi nella rete informatica della Epcom (la società per cui lavorava e da cui è stato licenziato quando un collega si è appropriato dei suoi successi), viene "scomposto" in pacchetti di dati e inviato nel mondo cibernetico, dove si unirà alla lotta dei "programmi" Tron (Bruce Boxleitner), Ram (Dan Shor) e Yori (Cindy Morgan) contro la dittatura del malvagio Master Control Program. Prodotta dalla Disney, una pellicola cult che mescola l'azione fantascientifica (e fantasy: la "rete" sembra un mondo distopico alla sword & sorcery, con tanto di ccombattimenti nell'arena – i videogiochi, appunto – e vecchi saggi in torri d'avorio) con il fascino degli arcade games che ormai spopolavano (lo stesso Flynn gestisce una sala giochi): memorabile, su tutti, il "motolabirinto", nel quale i contendenti si sfidano a bordo di motociclette futuristiche che lasciano dietro di sé una scia solida. Quasi tutti gli attori interpretano due ruoli: uno nel mondo reale e una controparte in quello virtuale (Boxleitner e Morgan, per esempio, sono anche i due colleghi amici di Flynn, David Warner è sia il cattivo Dillinger che il programma Sark al servizio del MCP, Barnard Hughes è l'anziano ricercatore nonché il vecchio saggio). Anche se la trama è piuttosto semplice e a tratti ingenua e incoerente (con una certa differenza fra la posta in palio nel mondo reale e quella nel mondo virtuale), e la presenza di un doppio eroe (Tron e Flynn) non è poi così funzionale alla vicenda, il contesto è ben sviluppato con alcuni punti particolarmente interessanti, come la "religione" che unisce i programmi ai loro ideatori (i "creativi": "users" in originale) e in generale l'aspetto grafico del mondo virtuale (dalle tutine luminose dei programmi agli iconici intercettatori volanti). Notevoli, per l'epoca, gli effetti speciali e digitali che dominano la pellicola (fu uno dei primi film a essere girato in gran parte in CGI), con grande sfoggio di grafica vettoriale. Nei primi anni ottanta ci fu una vera esplosione di film sul tema dei videogiochi (si pensi anche a "Giochi stellari" o War games"), mentre la stessa Disney tornerà sull'argomento con "Ralph Spaccatutto" (questa volta in animazione). Ventotto anni dopo uscirà un sequel, "Tron: Legacy", più sofisticato ma assai meno suggestivo.

18 gennaio 2018

La legge del Signore (William Wyler, 1956)

La legge del Signore, aka L'uomo senza fucile (Friendly Persuasion)
di William Wyler – USA 1956
con Gary Cooper, Dorothy McGuire
**

Visto in TV.

Il quacchero Giona Birdwell (Gary Cooper) vive serenamente con la sua famiglia nell'Indiana del 1862, cercando di seguire alla lettera i dettami della propria religione, che impone un'esistenza sobria e soprattutto un assoluto pacifismo. La moglie Eliza (Dorothy McGuire), guida spirituale della comunità, è particolarmente devota, mentre gli altri membri della famiglia si lasciano andare di tanto in tanto a qualche innocua infrazione alla regola (per Giona, per esempio, c'è l'attrazione per la musica e il desiderio di competere in velocità con la carrozza a cavalli del vicino di casa; la figlia Martha è innamorata di un bel tenente di cavalleria; il figlio maggiore Giosuè vorrebbe dimostrare di non essere un codardo; e il figlio più piccolo Azaria è in lotta perenne con l'oca di casa, Samantha). Ma quando la guerra civile irrompe nelle loro vite, sotto forma di una pattuglia di sudisti che si dirige con intenzioni bellicose verso la loro fattoria, Giona e Giosuè (Anthony Perkins) dovranno decidere se difendersi con le armi o se restare fedeli ai propri ideali. Primo film a colori di Wyler, sceneggiato da Michael Wilson (non accreditato perché sulla lista nera del Maccartismo) a partire da un romanzo di Jessamyn West, uno dei più celebri western a tema pacifista degli anni cinquanta, tanto che trent'anni più tardi fu fra le pellicole donate da Ronald Reagan a Mikhail Gorbaciov durante i loro summit. Il tema dell'uso della forza e della risoluzione non violenta dei conflitti è affrontato da diversi punti di vista, mostrando tutti i dubbi dei protagonisti e le differenze fra coraggio, codardia e ipocrisia. Peccato solo che l'intensità di alcuni bei momenti sia un po' annacquata dai toni leggeri, forse troppo, sparsi a piene mani nel resto del film (le scenette comiche con l'oca, la visita alla vedova con le tre figlie). La gestazione fu lunga (inizialmente il progetto era destinato a Frank Capra), ma il risultato fu premiato dalla critica (vinse la Palma d'Oro a Cannes e ricevette ben sei nomination agli Oscar). Buono il cast (ci sono anche Phyllis Love, Peter Mark Richman, Robert Middleton e Walter Catlett). Perkins era praticamente all'esordio (è solo il suo secondo film). Cooper tornerà su temi simili (quaccheri e pacifismo) nel capolavoro "Mezzogiorno di fuoco". Musiche di Dimitri Tiomkin, con la canzone "Friendly Persuasion (Thee I Love)" cantata da Pat Boone. Il titolo originale fa riferimento al nome ufficiale dei quaccheri, ovvero "La società degli amici". Nella versione doppiata, i nomi sono stati "italianizzati": in originale Giona, Giosuè, Azaria e Marta erano rispettivamente Jess, Josh, Little Jess e Mattie (per non parlare di "quacchero" pronunciato sempre "quaqquero").

17 gennaio 2018

Sogno di una notte d'estate (G. Salvatores, 1983)

Sogno di una notte d'estate
di Gabriele Salvatores – Italia 1983
con Flavio Bucci, Gianna Nannini
*1/2

Visto in divx.

Il primo film di Salvatores è la versione filmata di uno spettacolo teatrale ispirato al "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare, andato in scena al Teatro dell'Elfo di Milano (fondato dallo stesso Salvatores e per il quale il regista lavorò per tutta la parte iniziale della sua carriera, prima di dedicarsi definitivamente al cinema). Il mix fra sogno e realtà e quello fra musica e teatro funziona solo a tratti, e il risultato è parecchio grezzo e confuso, pur avendo il bardo dell'Avon come faro guida (e un'ambientazione fuori dal tempo, insieme fiabesca e contemporanea). Dei vari gruppi di personaggi, quelli più riusciti sono quelli "comici", ovvero la sgangherata compagnia di artigiani-teatranti (Renato Sarti, Elio De Capitani, Cristina Crippa, Luca Toracca, Doris von Thury) che si apprestano a mettere in scena una tragedia in occasione delle nozze dei ricchi Teseo (Alberto Lionello) e Ippolita (Erika Blanc). Meno interessante invece la sottotrama amorosa delle due coppie Lisandro (Luca Barbareschi)-Ermia (Augusta Gori) e Demetrio (Giuseppe Cederna)-Elena (Sabina Vannucchi), che si smontano e si rimontano durante la notte a causa delle magie del folletto Puck (Ferdinando Bruni), su istigazione del suo signore Oberon (Flavio Bucci). La regina Titania, che questi costringe a innamorarsi di un animale (ovvero del commediante Bottom, trasformato in mostro), è interpretata da Gianna Nannini, che si esprime soltanto cantando: il che fa tecnicamente del film un musical. E tutto sommato, i brani di Mauro Pagani (acustici e vagamente etnici) hanno un certo fascino. Nel complesso, un film bizzarro e diseguale, più teatrale che cinematografico (ci sono anche alcuni balletti, con dei passaggi che sembrano dei videoclip), immaturo ma con qualche spunto interessante, e un cast in cui si riconoscono molti volti noti (anche Alessandro Haber e Claudio Bisio). Girato (a parte alcune scene in strada a Milano) quasi tutto nel "Castellazzo" di Villa Arconati a Bollate.

15 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (M. McDonagh, 2017)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri
(Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)
di Martin McDonagh – USA/GB 2017
con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina e Chiara.

Per ottenere giustizia per sua figlia Angela, il cui stupro e omicidio è rimasto irrisolto, l'ostinata Mildred Hayes (McDormand) affigge tre giganteschi manifesti appena fuori dalla cittadina di Ebbing allo scopo di invitare la polizia locale, guidata dallo sceriffo Bill Willoughby (Harrelson), a indagare con maggior solerzia, attirando in questo modo anche l'attenzione dei media. L'iniziativa non viene ben vista dalla comunità, e soprattutto dai colleghi di Willoughby, benvoluto da tutti anche perché con un tumore in fase terminale. Fra questi spicca l'agente Dixon (Rockwell), immaturo, violento, razzista e represso: ma sarà proprio lui a trovare una sorta di redenzione. "La rabbia genera rabbia" è la frase chiave del film (ironicamente pronunciata dal personaggio più "stupido" di tutti, l'amante diciannovenne del marito della protagonista): la faida fra la tostissima Mildred (l'attrice ha affermato di essersi ispirata a John Wayne per il suo personaggio) e il corpo di polizia di Ebbing, che si ingantisce sempre più (fra minacce, pestaggi, incendi dolosi) e che finisce col coinvolgere anche gli altri abitanti del paese (l'altro figlio della donna, la sua collega di lavoro, l'agente pubblicitario, vari simpatizzanti per l'una o per l'altra parte), sarà superata soltanto grazie ai sensi di colpa e alla presa di coscienza che la propria rabbia e il proprio odio devono essere incanalati in qualche maniera (come e dove incanalarli è il vero problema). La provincia americana fa da sfondo a una vicenda stratificata che ricorda certe opere di Clint Eastwood ("Mystic River") e, per la commistione fra dramma morale e comicità nera e grottesca (con alcuni momenti persino esilaranti), dei fratelli Coen ("Fargo", con la stessa McDormand) o Tarantino (già modello per il precedente "Sette psicopatici"): ma i temi sono qui filtrati da una sensibilità europea (McDonagh, al terzo lungometraggio e anche sceneggiatore, è britannico di origine irlandese) che rende più complessi e sfaccettati i personaggi, nessuno dei quali è puramente buono o cattivo. I tre protagonisti principali (Mildred, lo sceriffo Willoughby e l'agente Dixon) hanno sia pregi che difetti, mostrano lati contradditori, eppure a tratti simpatizziamo per ciascuno di loro (Dixon, in particolare, è quello che maggiormente si evolve nel corso della vicenda). E la violenza e l'aggressività si raffreddano e si stemperano talvolta in momenti catartici che mostrano un desiderio di riappacificazione (si pensi anche all'incontro in ospedale fra Dixon e Red Welby, il concessionario pubblicitario da lui pestato). Il finale aperto è poi la ciliegina sulla torta, e contribuisce ad allargare il significato del film al di là della specifica vicenda. Un piccolo gioiellino, premiato ai Golden Globe e in corsa fra i favoriti per l'Oscar. Nel cast anche John Hawkes (il marito di Mildred), Peter Dinklage, Lucas Hedges, Caleb Landry Jones, Abbie Cornish, Sandy Martin.

14 gennaio 2018

Verso la gioia (Ingmar Bergman, 1950)

Verso la gioia (Till glädje)
di Ingmar Bergman – Svezia 1950
con Stig Olin, Maj-Britt Nilsson
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Stig e Marta sono due giovani violinisti appena entrati a far parte della modesta orchestra di Helsingborg, diretta dall'anziano e saggio Sönderby (Victor Sjöström). Soli e infelici, cercano conforto l'uno nell'altra, fino a innamorarsi e sposarsi. Ma la loro relazione, proprio come la loro carriera artistica, sarà costellata di alti e bassi, fra momenti lieti e dissapori, separazioni e riappacificazioni. In particolare l'ambizione di Stig, che aspira a diventare solista, si scontra con la dura realtà e la propria mediocrità, come testimonia il suo fallimento durante un'esecuzione del concerto di Mendelssohn. Alla fine l'uomo comprende che la felicità risiede nel poco che si ha, che è decisamente effimero e puo esserci tolto in ogni momento. E infatti, quando tutto sembra che vada finalmente per il meglio, arriverà una tragedia (annunciata nella prima scena: l'intera vicenda è poi narrata in flashback). Opera apparentemente minore (e un po' deprimente) di Bergman, è in realtà un film già compiuto che, nella semplicità della vicenda, mette in scena un'intensa meditazione sul destino dell'uomo, un fragile percorso "verso la gioia" costellato di errori e di illusioni: nel finale, suonando la Nona Sinfonia di Beethoven, il protagonista comprende come si tratti di "una gioia che trascende tutto, che va al di là della nostra comprensione, del dolore o della disperazione", per usare le parole di Sönderby. Proprio grazie alla presenza di Sjöström, il film prefigura in un paio di scene "Il posto delle fragole" (si pensi al momento in cui il direttore d'orchestra, sdraiato sull'erba, ammira la felicità della coppia).

12 gennaio 2018

Racconto crudele della giovinezza (N. Oshima, 1960)

Racconto crudele della giovinezza (Seishun zankoku monogatari)
di Nagisa Oshima – Giappone 1960
con Yasuke Kawazu, Miyuki Kuwano
***

Rivisto in DVD.

La giovane studentessa Makoto (Kuwano) si innamora del coetaneo Kiyoshi (Kawazu), ribelle e poco di buono, e si trasferisce da lui nonostante la disapprovazione della famiglia. Per guadagnarsi da vivere, i due estorcono denaro a uomini attempati che lei adesca e lui ricatta. Ma finiranno male. Secondo film e primo grande successo di Oshima, che contribuì a lanciare la "nouvelle vague" giapponese (le ispirazioni a Godard e Truffaut sono evidenti), un cinema assai distante da quello tradizionale nipponico, più attento alla modernità, alle questioni sociali e soprattutto alle contraddizioni di una gioventù disillusa e in cerca di autodeterminazione, che rifiuta le regole e gli insegnamenti dei padri, anche a costo di fallire miseramente. Nella storia, esemplare è il confronto fra Makoto e la sorella maggiore Yuki (Yoshiko Kuga), che a differenza di lei ha messo da parte per conformismo i propri sogni di gioventù e le proprie aspirazioni, e ora li rimpiange. La regia di un Oshima già padrone del mezzo, il vivido technicolor, le intense prove attoriali, il cinismo e il fatalismo sparsi a piene mani (come in un noir) ne fanno un'opera vibrante, cruda e realistica ma permata di umanità e vitalità. Fece scandalo ma riscosse anche un grande successo al botteghino (d'altronde i tempi erano maturi, come dimostra un ambiente caratterizzato dalle proteste studentesche e da una sempre più invocata libertà sessuale), lanciando definitivamente la carriera del regista e aprendo la strada a produzioni simili.

11 gennaio 2018

Scusa, mi piace tuo padre (J. Farino, 2011)

Scusa, mi piace tuo padre (The Oranges)
di Julian Farino – USA 2011
con Leighton Meester, Hugh Laurie
*

Visto in TV, con Sabrina.

Reduce da una delusione sentimentale, l'irrequieta Nina (Meester) si innamora di David (Laurie), padre della sua migliore amica Vanessa (Alia Shawkat), portando così scompiglio fra le due famiglie – che si frequentano da sempre e che vivono dirimpetto l'una all'altra – proprio alla vigilia di Natale. Toni da commedia per un dramma sentimentale-psicologico con morale annessa: una scossa (in questo caso, una sbandata) può aiutare a rimettere in moto esistenze in stallo. Ma nella pellicola non funziona nulla: la sceneggiatura è piatta, il ritmo latita, gli eventi sembrano accadere a caso, la regia (di un esordiente) è anonima, e i personaggi, chi più chi meno, sono tutti patetici e moralisti (la peggiore e la più inutile è Vanessa, che pure, in quanto narratrice, dovrebbe rappresentare il punto di vista degli spettatori). Leighton Meester aveva già inutilmente provato a sedurre Hugh Laurie in un episodio di "Dr. House": qui ci riesce. Nel cast anche Catherine Keener, Oliver Platt, Allison Janney, Sam Rosen e Adam Brody. Il titolo originale, "The Oranges", si riferisce al fatto che i personaggi vivono a West Orange, sobborgo nel New Jersey.

9 gennaio 2018

Tutti i soldi del mondo (Ridley Scott, 2017)

Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World)
di Ridley Scott – USA 2017
con Michelle Williams, Christopher Plummer
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina, Marisa e Luciana.

Nel 1973 il sedicenne Paul (Charlie Plummer) viene rapito a Roma dalla 'ndrangheta, che chiede un cospiscuo riscatto per la sua liberazione. Ma il nonno John Paul Getty (Christopher Plummer), pur essendo "l'uomo più ricco del mondo", non intende sborsare un quattrino. Toccherà alla madre Abigail (Michelle Williams), aiutata dall'ex agente dei servizi segreti Fletcher Chase (Mark Wahlberg), cercare di salvare il ragazzo, conducendo trattative su due fronti opposti: con i rapitori – attraverso il simpatetico "Cinquanta" (Romain Duris) – e con l'inflessibile magnate. Da un celebre fatto di cronaca degli anni settanta (reso ancor più celebre da alcuni particolari cruenti, come l'orecchio mozzato al ragazzo e inviato ai familiari per sollecitare il pagamento del riscatto), un thriller hollywoodiano con tutte le carte in regola per intrattenere ma anche senza guizzi. Scott dirige in maniera solida ma più anonima del solito, la ricostruzione d'epoca è buona ma il ritratto dell'Italia che ne esce è decisamente stereotipato (sembra quasi che le fonti di ispirazione siano stati i film di Fellini, di Pasolini e di Sergio Leone: Romain Duris, esteticamente, pare uscito da uno spaghetti western). Il vero punto debole è la sceneggiatura, con una caratterizzazione non particolarmente intrigante. Per esempio, non si comprende fino in fondo la reale natura di Getty, che resta distante anche per gli spettatori: un semplice avaro, alla Zio Paperone, o un cinico calcolatore che non intende incoraggiare i rapitori? E perché all'ultimo momento cambia idea sul pagamento del riscatto? Fondamentalmente inutile, poi, il personaggio dell'agente Chase. In ogni caso, a parte quello delle relazioni familiari, il tema del denaro è ubiquo: si ritrova in ogni rapporto umano e in ogni momento della contrattazione (come nella scena in cui la stampa propone ad Abigail di acquistare le fotografie dell'orecchio mozzato del ragazzo). Nel cast, i migliori sono i due Plummer (a quanto mi risulta, l'omonimia è un caso: i due non sono imparentati). Il film era stato già stato terminato con Kevin Spacey nel ruolo di Getty, ma lo scandalo sessuale che ha coinvolto l'attore ha spinto i produttori a sostituirlo con Christopher Plummer (che peraltro era stato la prima scelta del regista), costringendo Scott a girare nuovamente tutte le scene con il personaggio. Una mossa ipocrita, a mio parere (che si fa: distruggiamo o "correggiamo" tutti i film girati da Spacey in passato?), perché arte e vita privata devono rimanere distinte, altrimenti anche le opere di Caravaggio non dovrebbero essere più esposte nei musei, i libri di Céline o di Rimbaud non dovrebbero essere letti, le canzoni di Michael Jackson non dovrebbero essere ascoltate. Per la qualità del film, tuttavia, probabilmente è stato meglio così (a meno che un'eventuale uscita della versione originale, fra qualche anno, non smentisca tutti).

8 gennaio 2018

Il serpente (Buntaro Futagawa, 1925)

Il serpente (Orochi)
di Buntaro Futagawa – Giappone 1925
con Tsumasaburo Bando, Misao Seki
**1/2

Visto su YouTube, con sottotitoli in inglese.

Accusato ingiustamente di aver provocato una rissa, un giovane samurai dal cuore puro ma dal temperamento impulsivo cade in disgrazia e viene scacciato dal suo maestro, della cui figlia Namie è innamorato. Mentre vaga per il paese, una serie di equivoci, di sfortunati eventi e di cattive amicizie non fanno altro che accrescere la sua fama di attaccabrighe, e col tempo gli abitanti del villaggio dove si è stabilito finiscono col considerarlo un violento e un poco di buono: tutto questo mentre il ricco e nobile Jirozo, onorato e rispettato da tutti, nasconde invece un'indole criminale. Girato da Futagawa quando aveva solo 26 anni, "Orochi" è una pellicola seminale nella storia del cinema muto giapponese e in particolare nel genere jidai-geki, nonché uno dei ruoli più celebri di Bando (noto anche con il nome d'arte di Bantsuma), fra i primi e più popolari divi della cinematografia nipponica. Il tema, naturalmente, è quello delle ingiustizie nel mondo, dei pregiudizi sociali e delle maschere che celano la vera natura delle persone: ma la censura ebbe da ridire (e fece cambiare il titolo, inizialmente "Il fuorilegge", perché non poteva tollerare che un eroe venisse identificato come tale). Assai dinamiche, ben dirette e ben coreografate (per l'epoca) le scene di combattimento, così come l'inseguimento finale, che abbandonano la staticità e la stilizzazione dei film precedenti e influenzeranno gran parte dei chanbara successivi.

6 gennaio 2018

Tutti gli uomini del re (R. Rossen, 1949)

Tutti gli uomini del re (All the King's Men)
di Robert Rossen – USA 1949
con John Ireland, Broderick Crawford
***

Visto in divx.

Il giornalista Jack Burden (Ireland) si lascia affascinare, come tutti, dal politico ruspante e populista Willie Stark (Crawford). Capirà troppo tardi che per Stark il fine giustifica ogni mezzo, e che il potere inevitabilmente corrompe. Da un romanzo (premio Pulitzer) di Robert Penn Warren, ispirato alla vita di Huey Long, governatore della Louisiana negli anni trenta (subito dopo la grande depressione), un lungometraggio che fece incetta di Oscar (fra cui quello per il miglior film) e conquistò la critica e il pubblico. Più che Burden, che funge semplicemente da punto di vista (anche morale) degli spettatori, al centro della pellicola c'è sempre la vitale e ingombrante figura di Stark, che da contadino semplice ma già ambizioso arriva a farsi eleggere governatore grazie alle sue crociate contro gli sprechi e agli accorati discorsi a favore del popolo. In effetti Stark è assai diverso dai suoi predecessori, e realizza molte delle sue promesse elettorali, modernizzando il paese e costruendo strade, scuole, ospedali. Ma non è esente a sua volte dalla tentazione di ricorrere a mezzi sporchi, compresi scandali e ricatti per demolire i suoi avversari, per non parlare delle amicizie particolari e dei favoritismi (impone la presenza del figlio Tom (John Derek) nella locale squadra di football, per la quale costruisce anche un nuovo stadio: proprio come Kane faceva per la moglie, cantante d'opera, in "Quarto potere"). Nonostante i suoi difetti, la sua figura resta carismatica fino in fondo, tanto da attrarre verso di sé tutti coloro che lo circondano, compresa la sua assistente Sadie (Mercedes McCambridge) e persino Anne (Joanne Dru), fidanzata di Jack, sorella del medico Alan (Shepperd Strudwick) e nipote dell'unico uomo che gli si oppone, l'integerrimo giudice Stanton (Raymond Greenleaf). Iconico ritratto del populismo e della demagogia della politica, il film (il cui titolo deriva da un verso di una nota filastrocca inglese per bambini, "Humpty Dumpty") divenne a tal punto un simbolo della corruzione del potere che il titolo stesso fu "riadattato" nel 1976 per la pellicola sul Watergate ("Tutti gli uomini del presidente"). Pare che John Wayne, al quale era stata proposta la parte di Stark, la rifiutò ritenendo la sceneggiatura antipatriottica: Crawford, che lo sostituì, vinse l'Oscar come miglior attore battendo proprio il Duca (che era stato nominato per "Iwo Jima, deserto di fuoco"). Fondamentale il contributo al montaggio di Robert Parrish, che dona coerenza, ritmo e vitalità al girato di Rossen, anche a costo di eliminare molti dettagli (furono tagliate gran parte delle sottotrame sulla vita sentimentale di Willie) e di lasciarne altri nel vago (non si esplicitano i nomi dei partiti, delle correnti politiche e persino delle località in cui si svolge la storia: la capitale dello stato è una generica "Capital City"). Anche l'esatta portata delle amicizie e della corruzione di Willie è lasciata all'immaginazione dello spettatore, che – giudizi morali a parte – potrebbe benissimo solidarizzare con lui. Rifatto nel 2006 da Steven Zaillian con Sean Penn.

5 gennaio 2018

Tron: Legacy (Joseph Kosinski, 2010)

Tron: Legacy (id.)
di Joseph Kosinski – USA 2010
con Garrett Hedlund, Jeff Bridges
*1/2

Visto su Netflix, con Monica, Alberto, Eva e Marisa.

Sequel del primo "Tron", ambientato (in tempo reale) quasi trent'anni dopo. Alla ricerca del padre Kevin Flynn (Bridges), misteriosamente scomparso, suo figlio Sam (Hedlund) scopre che l'uomo è rimasto intrappolato "nella rete", prigioniero di Clu (codified likeness utility), un software da lui creato e che nel ciberspazio (dove i programmi sono entità viventi) ha le sue stesse fattezze. Lo salverà con l'aiuto di Quorra (Olivia Wilde), programma sviluppatosi spontaneamente. Il concetto alla base del film, quello di uomini risucchiati in un mondo di programmi viventi, poteva sembrare assurdo nei primi anni ottanta, ma l'ingenuità e il fascino dei primi videogiochi contribuiva allora a renderlo suggestivo: l'attuale sviluppo della tecnologia e di internet avrebbe potuto offrire la possibilità di renderlo più credibile, eppure i cineasti non si sono nemmeno sforzati per dare senso alla trama. Di buono c'è il fatto che si tratta di un sequel e non di un reboot come oggi va di moda (con Bridges e Bruce Boxleitner che riprendono i personaggi originali, invecchiati di trent'anni, e il doppiaggio italiano che riutilizza le scelte di adattamento di allora, a partire dal termine "user" tradotto con "creativo"), e soprattutto l'estetica algida ed "elettronica" (praticamente tutto il film è in computer grafica, ma il look di scenari e personaggi, caratterizzati da linee luminose e ambienti asettici e futuristici, ha una sua coerenza e una sua freddezza encomiabile: fra le probabili fonti di ispirazione, oltre naturalmente al primo film, anche "Blade runner", "THX 1138" e "2001: Odissea nello spazio"). Interessanti anche i riferimenti religiosi (al cristianesimo e al buddhismo), benché si sfiori pericolosamente la filosofia new age. Fra i contro, invece, la pellicola è lunga e noiosa, con una trama alquanto confusa e un giovane protagonista del tutto anonimo, che sfigura in confronto al vecchio Bridges, assai più carismatico e centrale nella vicenda. Anche Tron, il programma che dà il titolo alla serie, compare solo fugacemente, così come l'iconica corsa con le motociclette che lasciano una scia solida (sostituita, nel finale, da una battaglia aerea). Personalmente, sono rimasto deluso dal fatto che le moto non sterzassero più ad angolo retto. Nel cast anche Michael Sheen (il programma Castor, ispirato a David Bowie) e Beau Garrett (una delle "Sirene", addette a preparare i contendenti dei giochi). Colonna sonora dei Daft Punk.

3 gennaio 2018

Angel's egg (Mamoru Oshii, 1985)

Angel's egg (Tenshi no tamago)
di Mamoru Oshii – Giappone 1985
animazione tradizionale
**1/2

Visto su YouTube, in originale con sottotitoli inglesi.

Disegnato da Yoshitaka Amano e diretto da Mamoru Oshii, due nomi assai importanti dell'animazione giapponese degli anni ottanta e novanta, "Angel's egg" ricorda, più che quelli nipponici, alcuni corti o film animati dell'Europa dell'Est per lo stile visivo (quasi da libro illustrato), il minimalismo artistico e il plot decompresso. Film sperimentale e d'autore (in Giappone uscì direttamente in home video, con scarso successo a dire il vero), è un oggetto strano ed enigmatico, quasi privo di dialoghi, con due soli personaggi e una trama ricca di simboli e di suggestioni religiose (a parte il titolo, numerosi sono i riferimenti al diluvio universale). La pagina italiana di Wikipedia lo definisce "una fiaba onirica e filosofica sulla morte del mondo, dell'uomo e di Dio", Protagonista è una ragazzina, forse una bambina, che nasconde e custodisce un misterioso uovo. Quando si reca nella vicina città disabitata per fare provvista d'acqua (una città disabitata sì, ma le cui strade sono percorse da strane figure fantasma che danno la caccia con i loro arpioni alle "ombre" di giganteschi pesci che "nuotano" sul selciato e sulle facciate dei palazzi), incontra un giovane guerriero che la seguirà fino alla sua dimora, ricolma di scheletri (di angeli! o sono invasori alieni?) e testimonianze del passato. Il tratto elegante di Amano, l'approccio esistenzialista e filosofico di Oshii (al primo lavoro "personale", slegato cioè dalle serie animate – come "Lamù" – cui aveva lavorato fino ad allora) e la musica straniante di Yoshihiro Kanno garantiscono un alto livello qualitativo, anche se il risultato può non essere per tutti i gusti.

31 dicembre 2017

Le due inglesi (François Truffaut, 1971)

Le due inglesi (Les deux anglaises et le continent)
di François Truffaut – Francia 1971
con Jean-Pierre Léaud, Kika Markham, Stacey Tendeter
***1/2

Rivisto in DVD.

Dopo "Jules e Jim", Truffaut adatta per il grande schermo anche il secondo dei due romanzi epistolari e semi-autobiografici di Henri-Pierre Roché (che, come il precedente, racconta di un triangolo d'amore e d'amicizia, anche se in questo caso si tratta di un uomo e di due donne). Come protagonista c'è Jean-Pierre Léaud, che per la prima volta recita per Truffaut un ruolo diverso da quello dell'alter ego del regista, Antoine Doinel. Ambientata a cavallo fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, la pellicola parla del giovane francese Claude Roc (Léaud) e della sua amicizia – che ben presto si trasforma in amore – con le due sorelle inglesi Ann (Kika Markham) e Muriel Brown (Stacey Tendeter), figlie di un'amica della madre. Inizialmente la curiosità e il fascino che provano reciprocamente è anche dovuto all'appartenenza a mondi diversi (le due ragazze ribattezzano l'amico "Il continente", e la loro educazione puritana si scontra con quella più disinvolta del francese), ma il rapporto non tarda ad evolversi in qualcosa di più impegnativo. Il trio di personaggi si completa anche per le profonde differenze di personalità. Claude (forse anche per l'attore che lo interpreta) è timido, indeciso, anche se pronto a gettarsi all'arrembaggio di fronte al minimo segnale che riceve (tanto che più volte sospetta di essere stato "spinto" a innamorarsi, al di là dei suoi reali sentimenti). Ann, la maggiore delle due sorelle (e la prima che Claude conosce, mentre è in visita a Parigi), è più diretta, aperta e curiosa, mentre Muriel, la minore, è misteriosa ed enigmatica (anche per via dei suoi occhi malati, che copre con una benda o con occhiali scuri) ma proprio per questo forse più affascinante. Per entrambe, quella con Claude sarà la prima esperienza amorosa (un amore ritratto sia sul piano delle emozioni e degli ideali, che su quello fisico, a volte in maniera anche cruda). Le loro vicissitudini si trascineranno per diversi anni, con un epilogo ambientato dopo la prima guerra mondiale.

Se "Jules e Jim" era un film giovanile, esuberante, trasgressivo, questo appare più classico, rigido, maturo e strutturato (d'altronde sono passati dieci anni, con otto film in mezzo), ma risulta comunque sincero, sofferto e intenso. Il testo di Roche era formato dai diari e dalle lettere che i tre protagonisti si scambiano fra di loro, e Truffaut ne mantiene la struttura episodica e la forma elegante e letteraria, pur di fronte a temi quanto mai semplici e quotidiani. Il che, naturalmente, contribuisce ad alleggerire in qualche modo la "densità" dell'opera, che mai assume toni melodrammatici anche quando adombra conflitti e dilemmi morali, come la gelosia fra le sorelle, i rimpianti per il non detto, il tentativo di fare chiarezza nei propri sentimenti, o il puro e semplice desiderio di andare alla scoperta di un mondo nuovo, fino ad allora sconosciuto e tenuto lontano (come nella scena, una di quelle tagliate all'epoca nella versione italiana, in cui le due sorelle chiedono al giovane francese informazioni sui bordelli). Dopo tutto, "per scegliere fra virtù e vizio devo conoscere entrambi", commenta Muriel. E naturalmente le madri non approvano un eventuale matrimonio di Claude con una delle due sorelle, e anche per questo la distanza o le (volontarie) separazioni continueranno a mettere i bastoni fra le ruote a una relazione duratura. Un film ispirato, romantico e psicologicamente complesso, eppure narrato con la leggerezza delle migliori opere di Truffaut, anche se meno fortunato e popolare di altri suoi lavori (il regista lo considerava uno dei suoi film più belli: ma l'insuccesso di pubblico e di critica lo spinse a rieditarlo, eliminando diverse scene e togliendo "et le continent" dal titolo). Forse molti critici hanno trovato troppo cinismo in quella che in fondo è la cronaca di un fallimento sentimentale e della difficoltà (o l'impossibilità) di realizzare sé stessi attraverso l'amore. A proposito della natura semi-autobiografica del testo di Roche: nel finale vediamo Claude, diventato scrittore, dare alle stampe il suo primo romanzo, intitolato "Jérome e Julien", che ovviamente ci ricorda "Jules e Jim". Assai belle le musiche di Georges Delerue, ottima la fotografia di Néstor Almendros.

29 dicembre 2017

Il testimone (Pietro Germi, 1946)

Il testimone
di Pietro Germi – Italia 1946
con Roldano Lupi, Marina Berti
**1/2

Visto in divx.

Pietro Scotti (Roldano Lupi), accusato di furto e di omicidio, viene assolto soltanto perché il suo avvocato difensore riesce a far dubitare l'unico testimone, l'anziano ragioniere Marchi (Ernesto Almirante), della precisione del proprio orologio da taschino e dunque dell'orario esatto in cui aveva visto l'imputato nei pressi della casa della vittima. In realtà Pietro è colpevole: innamorato della bella e fragile Linda (Marina Berti), progetta di rifarsi una vita con lei. Ma la sua coscienza, sotto forma proprio del piccolo ragioniere (che, sentendosi in colpa per averlo accusato inizialmente, non smette di frequentarlo), glielo impedirà. Il film d'esordio di Germi ("con la supervisione di Alessandro Blasetti", recitano i titoli di testa) è un noir in piena regola, simile in questo a quell'"Ossessione" che aveva segnato pochi anni prima il debutto di Luchino Visconti: davvero curioso che due fra i registi italiani più legati al neorealismo e al nostro cinema tradizionale abbiamo mosso i primi passi con pellicole che, ambientazione a parte, potrebbero benissimo passare per lungometraggi di impronta americana. I dilemmi morali, l'ambiguità di fondo e l'ossessione che i due personaggi maschili provano l'uno per l'altro danno vita a un thriller psicologico che, durante la visione, disorienta alquanto lo spettatore, portato a credere a sviluppi di un certo tipo e sorpreso, alla fine, per la forte impronta umanistica. Regia, recitazione e confezione sono solide, coerenti e già mature, nonostante una certa ingenuità (forse voluta), e anticipano un po' tutto il cinema drammatico del primo Germi. Sullo sfondo c'è l'Italia del dopoguerra, con la povertà, la disoccupazione, le differenze sociali e il desiderio di ricostruire e di ricominciare nonostante le molte difficoltà (e fra queste anche la burocrazia, come gli ostacoli che si frappongono al desiderio di Pietro e di Linda di sposarsi subito, e che il ragioniere cerca di alleviare). Mario Monicelli figura come aiuto regista. Piccole parti per Sandro Ruffini (l'avvocato difensore) e Arnoldo Foà (l'impiegato all'anagrafe).

28 dicembre 2017

Il commissario Pepe (Ettore Scola, 1969)

Il commissario Pepe
di Ettore Scola – Italia 1969
con Ugo Tognazzi, Silvia Dionisio
***

Visto in divx.

Il placido commissario Pepe (Tognazzi) è di stanza in una tranquilla città di provincia del Nord-Est (mai nominata, ma il film è stato girato a Vicenza e a Bassano), dove non accade mai nulla che metta a soqquadro la vita sociale e pubblica. A seguito di una serie di lettere anonime (forse inviate dal "pazzo del villaggio", il paralitico Parigi (Giuseppe Maffioli), che gira in continuazione con il suo triciclo motorizzato gridando improperi verso chiunque per "scuotere le coscienze"), viene incaricato suo malgrado di indagare su un piccolo giro di prostituzione che porta alla luce i tanti vizi e gli altarini sessuali, più o meno nascosti, dell'intera città. Quando gli sarà intimato di non mettere in piazza i nomi dei cittadini più rispettabili, si dichiarerà sconfitto, e preferirà assolvere tutti, senza distinzione (compreso sé stesso). Da un testo di Ugo Facco De Lagarda, sceneggiato da Scola insieme a Ruggero Maccari, un poliziesco malinconico a metà strada fra la commedia di costume e la critica sociale, che per temi e ambientazione (ma non certo per i toni, amari e cinici) può ricordare "Signore & signori" di Pietro Germi. Nel ruolo del commissario colto e democratico, che prova coscienza di classe (come dimostrano le sue letture) e desideri di apertura (anche verso i giovani ribelli) ma sogna a occhi aperti di punire le immoralità dei suoi concittadini, che per mestiere deve "travestirsi da noioso moralista" ma in fondo detesta l'ipocrisia ed è pieno di buon senso, Tognazzi è quasi perfetto. Indeciso fra il perdono e la giustizia, e di fronte alle imposizioni del potere che protegge sé stesso, non potrà che chiamarsi fuori dal sistema: "Chi verrà dopo di me, se sarà peggiore, subirà quello che non ho voluto subire io; se sarà migliore, farà quello che non ho voluto fare io", spiega nel finale ai suoi sottoposti.

26 dicembre 2017

Uzak (Nuri Bilge Ceylan, 2002)

Uzak (id.)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2002
con Muzaffer Özdemir, Mehmet Emin Toprak
***

Rivisto in DVD.

In cerca di un lavoro, magari a bordo di una delle tante navi che salpano dal porto, il giovane Yusuf (Emin Toprak) lascia il proprio paese in Anatolia e si fa ospitare a Istanbul dallo zio Mahmut (Muzaffer Özdemir), celebre fotografo. Il loro è un incontro/scontro fra due solitudini, diverse per età ed esperienza ma anche molto simili. Mentre una fitta coltre di neve imbianca la città, e mentre cominciano a sorgere i primi (e a volte semi-comici) disagi della convivenza, sia Mahmut che Yusuf vivono la propria crisi esistenziale. Il primo, affermato artista della fotografia (e forse alter ego di Nuri Bilge Ceylan: significativa l'affermazione che in gioventù sognava di diventare regista di "film alla Tarkovskij") che sembra portare un bagaglio troppo pesante sulle spalle, deve far fronte alla malattia della madre, alla partenza per l'estero della ex moglie, a una diffusa stanchezza per la propria vita e il proprio lavoro che lo ha irrimediabilmente inaridito (tanto che ormai ritrae solo marmi e piastrelle, anziché persone od oggetti animati); il secondo, al contrario, avrebbe tutta la vita davanti a sé, ma si trova come "bloccato", incapace non solo di trovare lavoro ma anche semplicemente di parlare a una ragazza. Un film che lentamente, attraverso sguardi e silenzi, scava nell'animo dei due personaggi – e nella loro difficoltà di comunicare o di instaurare rapporti umani – fondendo insieme gli aspetti psicologici ed estetici (meravigliosa la fotografia) e proseguendo il discorso che Ceylan aveva cominciato con "Kasaba" e "Nuvole di maggio" (dei quali è praticamente un sequel). La neve che imbianca le strade, i parchi e il porto è il perfetto scenario per i sentimenti congelati dei personaggi. A unire i due uomini, oltre all'infelicità sottotraccia, sono invece cose banali, discussioni e fraintendimenti, momenti di vita quotidiana, e la cattura di un topo (che esplicita la metafora fiabesca: Mahmut e Yusuf sono il topo di campagna e il topo di città). E forse, senza ammetterlo a loro stessi, si sostengono a vicenda, proprio come fanno i due strumenti solisti nel brano di Mozart (la sinfonia concertante per violino, viola e orchestra, K. 364) che funge da colonna sonora. Premiato a Cannes con il Grand Prix e il riconoscimento per la migliore interpretazione maschile (a entrambi gli attori, postumo per Toprak che era appena scomparso in un incidente stradale). Il titolo significa "distante".

23 dicembre 2017

Star Wars: Gli ultimi Jedi (Rian Johnson, 2017)

Star Wars: Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi)
di Rian Johnson – USA 2017
con Daisy Ridley, Adam Driver
**

Visto al cinema Colosseo.

Mentre i pochi membri della Resistenza rimasti, guidati dalla principessa Leia (Carrie Fisher), cercano di resistere all'assalto delle forze del Nuovo Ordine, la giovane Rey (Daisy Ridley) rintraccia il vecchio Luke Skywalker (Mark Hamill), rifugiatosi in eremitaggio in un'isola sul lontano pianeta Ahch-To, per convincerlo a tornare nella lotta. E nel frattempo, scopre di condividere un legame telepatico con Ben Solo, alias Kylo Ren (Adam Driver), il cattivo-ma-forse-no che intende ripercorrere le orme di Darth Vader... Con "Episodio VIII" (ma ormai il numero è rimasto solo nel testo introduttivo), secondo capitolo del rilancio della saga ad opera della Disney dopo "Il risveglio della forza" (nel mezzo c'è stato anche lo spin-off "Rogue One"), si può ormai dire che "Star Wars" ha perso definitivamente quella magia che la rendeva unica, ed è diventato un prodotto cinematografico commerciale e fatto con lo stampino come tanti altri (il fatto che sia diventato un appuntamento annuale e regolare, contando anche i film collaterali, non aiuta di certo). Tanto il banalissimo soggetto quanto i mediocri dialoghi non rendono giustizia a tutto ciò che c'è stato nei quaranta (!) anni precedenti, e l'uscita di scena degli ultimi due superstiti del lungometraggio originale (Mark Hamill per scelta di sceneggiatura, Carrie Fisher – il film è giustamente dedicato a lei – perché è scomparsa l'interprete, che fortunatamente "aveva già finito di girare le sue scene"), dopo la morte di Han Solo (Harrison Ford) nel precedente capitolo, segna davvero la fine di un'era: ora possono essere davvero sostituiti a cuor leggero dai nuovi personaggi ideati dal reparto marketing della Disney, naturalmente con il bilancino, gli agganci al gusto degli attuali teenager, e l'attenzione maniacale alla diversità e alla political correctness (ecco che si spiegano le tante donne in ruoli di comando, i neri, gli asiatici, e tutto ciò che fa sembrare questa galassia una riproduzione quasi esatta del melting pot etnico e culturale degli Stati Uniti: non che sia una brutta cosa, intendiamoci, ma diciamo che ce lo si aspetterebbe di più da "Star Trek", meno fantasy e più ancorato al nostro mondo, che non da una saga che dovrebbe lasciare briglia sciolta all'immaginazione escapista dello spettatore). I nuovi personaggi sono in gran parte privi di originalità e, a ben vedere, inutili: tutto lo spazio dedicato al capitano "sborone" Poe Dameron (Oscar Isaac) e soprattutto alla coppia Finn (John Boyega) e Rose (Kelly Marie Tran, quest'ultima una new entry) è puramente riempitivo, anche perché ai fini della trama non conduce assolutamente a nulla. Molto meglio il plot principale, incentrato sul rapporto fra Rey, la protagonista che "viene dal nulla" (buono lo sviluppo sul mistero dei suoi genitori), e Kylo Ren, l'aspirante cattivo che si conferma come il personaggio migliore della nuova saga, anche grazie all'ottima prova del suo interprete. Nonostante il sospetto che si tratti di un'esca per lo shipping dei fan, la loro relazione, che va molto al di là delle dinamiche fra buono e cattivo, è senza dubbio l'asse portante della pellicola (il ritorno di un disilluso e invecchiato Luke lascia invece il tempo che trova, anche perché in fondo il personaggio non è mai stato così interessante).

Forse l'episodio con il fiato più corto dell'intera saga, "Gli ultimi Jedi" (ma il titolo non avrebbe funzionato molto meglio al singolare? Capisco che Rey prenda di fatto il testimone dalla generazione precedente, ma un "L'ultimo Jedi" riferito a Luke mi sarebbe sembrato molto più evocativo) lascerà comunque nella memoria collettiva almeno un paio di ambientazioni: l'isola sul pianeta Ahch-To dove Luke si è ritirato in eremitaggio (e dove si trova il santuario originale dei Jedi), con tutta la sua bizzarra fauna (ma quegli uccellini sembrano usciti da un videogioco giapponese o da un cartoon tipo "Madagascar"!) e il pianeta minerario Crait, dove c'è una vecchia base dei ribelli, la cui superficie rossa ricoperta di sale bianco permette di donare una cromaticità particolare alle scene della battaglia (che riecheggia, ovviamente, quella di Hoth ne "L'impero colpisce ancora"). Le location reali sono rispettivamente in Irlanda (l'isola di Skellig Michael) e in Bolivia (il deserto Salar de Uyuni): il film è stato girato anche in Croazia (la città-casinò di Cantonica è in realtà Ragusa) e in Islanda. Da notare l'introduzione forzata di dialoghi e momenti comici, che sfiorano la parodia: si pensi in particolare a tutti i momenti che riguardano il cattivo generale Hux (Domhnall Gleeson), ma anche a brevi scene come quella dei ferri da stiro. Brevi comparsate per Yoda (forse l'ultima volta che lo vedremo? Essendo un personaggio in CGI, non è detto), per l'ammiraglio Ackbar (fine della corsa anche per lui) e per il capitano Phasma (che immagino esca a sua volta di scena: peccato, mi piaceva il suo look "cromato"), e spazio assai ridotto per Chewbacca e per i droidi storici C-3PO e R2-D2 (presenti solo per venire incontro alle aspettative del pubblico, immagino), soppiantati ormai dal nuovo e rotondo BB-8. Fra le new entry, restano da menzionare il furfantesco e maneggione DJ (interpretato da Benicio Del Toro: non mi piace quando un volto così riconoscibile entra a forza in una saga come questa) e l'ammiraglio Amilyn Holdo (Laura Dern), mentre è notevole l'inaspettata eliminazione di quello che sembrava il principale cattivone, nonché il nuovo imperatore: il comandante supremo Snoke (Andy Serkis). Con Kylo Ren che ne prende il posto, intenzionato a far piazza pulita di tutto ciò che c'era prima ("Basta Jedi, basta Sith"), solo ora il Nuovo Ordine comincia ad avere un senso. Solito grande successo di pubblico e di una critica ormai assuefatta, anche se non tutti i fan sono stati contenti del modo in cui Luke esce di scena (lo stesso Mark Hamill ha evocato "fondamentali differenze di visione" con il regista Rian Johnson, anche sceneggiatore, a proposito della caratterizzazione del personaggio) e della generalizzazione del concetto di Jedi. Il prossimo episodio, in uscita fra due anni, vedrà il ritorno di J.J. Abrams: speriamo bene.

22 dicembre 2017

Io e Beethoven (A. Holland, 2006)

Io e Beethoven (Copying Beethoven)
di Agnieszka Holland – USA/Germania 2006
con Diane Kruger, Ed Harris
*1/2

Visto in divx.

La ventitreenne Anna Holtz (Kruger), aspirante compositrice, diventa la fedele copista e assistente di Ludwig van Beethoven (Harris) proprio mentre questi sta per completare la stesura della nona sinfonia. Nonostante il carattere rude, scostante e viscerale dell'uomo, i due entreranno in sintonia e in comunione d'intenti. Romanzato biopic sugli ultimi anni di vita del grande compositore (dal 1824 al 1827, anno della morte), quando lavorò a Vienna alla celebre sinfonia corale e poi agli ultimi "rivoluzionari" quartetti d'archi e alla Grande Fuga, visti attraverso gli occhi di un personaggio fittizio (anche se ispirato a figure reali). A parte il tentativo di scimmiottare qua e là atmosfere e momenti di "Amadeus" (come nella scena in cui Beethoven, a letto malato, detta ad Anna una delle sue composizioni) e di rappresentare il contrasto fra le altezze dell'anima (mediante la musica) e le bassezze e le volgarità della vita, il film resta una semplice curiosità senza particolare valore storico o artistico. La sequenza migliore (ma il merito è tutto della musica) è quella della première della nona sinfonia, in cui Anna, suggerendogli il tempo a gesti dal retro del palcoscenico, aiuta il sordo Beethoven a dirigere l'orchestra. Bravi comunque i due interpreti: in parti minori ci sono anche Phyllida Law (la zia suora di Anna) e Joe Anderson (Karl, il nipote di Beethoven). Nel mettere in luce i pregiudizi verso Anna in quanto compositrice donna, la Holland voleva forse accennare agli stessi pregiudizi che esistono contro le registe.

20 dicembre 2017

Pane e fiore (Mohsen Makhmalbaf, 1996)

Pane e fiore (Nun va goldun)
di Mohsen Makhmalbaf – Iran 1996
con Mirhadi Tayebi, Ammar Tafti
***1/2

Rivisto in DVD (registrato da "Fuori Orario").

Vent'anni prima, ai tempi delle proteste contro il regime dello Scià, l'allora diciassettenne Makhmalbaf aveva tentato di sottrarre la pistola a un poliziotto ventenne, accoltellandolo. Adesso vorrebbe girare un film su quell'episodio, coinvolgendo la guardia di un tempo (Mirhadi Tayebi), che sogna di sfondare nel cinema. Entrambi i protagonisti hanno il compito di scegliere i giovani attori che li impersoneranno (la loro "giovinezza") e di istruirli a recitare la loro parte. Il tema del cinema nel cinema (la pellicola è di fatto il making of di un film che in realtà non si girerà mai) si fonde con quello della ricostruzione del passato e del desiderio di rivivere le esperienze di un tempo, magari per cogliere una seconda occasione o per rimediare ai propri errori. L'idealismo delle nuove generazioni (i due giovani attori sono a disagio nell'interpretare un atto di violenza) offre una ventata di ottimismo: la giovinezza del regista (Ali Bakhsi) dichiara di voler "salvare l'umanità", anche se non sa bene come (proprio come Makhmalbaf, quando aveva diciassette anni, intendeva lottare per la rivoluzione), mentre la giovinezza della guardia (Ammar Tafti) si lascia coinvolgere dai suoi afflati romantici nei confronti della ragazza (in realtà la cugina del regista) che, con le sue richieste di informazioni, lo deve "distrarre" fra i passaggi del vecchio bazar (Maryam Mohamadamini). Attraverso un montaggio mirabile, che mostra in parallelo varie linee temporali sfalsate (tanto che, quando i personaggi si incrociano, assistiamo a momenti ripetuti), il passato viene rivisitato sotto forma di ricordi o con la scusa della ricostruzione cinematografica. E tutto tende inesorabilmente verso la scena finale, culmine del film con un memorabile fermo immagine, quando al posto delle due armi (la pistola e il coltello), simbolo di violenza, a essere sfoderati sono due oggetti molto più innocui, quelli che avrebbero dovuto nasconderle (il vaso di fiori e il pane del titolo). Se da un lato il film è un modo per Makhmalbaf di chiedere perdono e di cercare una riconciliazione per ciò che ha fatto in passato, dall'altro è una testimonianza del potere del cinema: non solo come mezzo di rappresentazione della realtà, ma anche come strumento di (auto)analisi, per come esamina e approfondisce le proprie paure, gli ideali e i sentimenti (non senza un pizzico di confusione fra il vero e il falso: che differenza c'è fra la ragazza che "recita" per distrarre la guardia e quella che "recita" per fare l'attrice, abilmente diretta dal cugino-regista?). Un cinema che, nel trasformare la realtà in finzione (o viceversa) e nel ricostruire un episodio del passato, offre sempre un'occasione di redenzione o di riscatto.

18 dicembre 2017

Re per una notte (Martin Scorsese, 1983)

Re per una notte (The King of Comedy)
di Martin Scorsese – USA 1983
con Robert De Niro, Jerry Lewis
***

Rivisto in DVD.

L'aspirante comico Rupert Pupkin (De Niro), dopo aver tentato inutilmente di avvicinare il celebre anchorman televisivo Jerry Langford (Lewis) per convincerlo a invitarlo nel suo show, lo sequestra con l'aiuto di un'altra fan sciroccata (Sandra Bernhard), costringendo così i suoi produttori a farlo apparire in onda per una sera. "Ognuno di noi può avere quello che vuole, purché sia disposto a pagarne il prezzo". Commedia satirica sul fanatismo, sui sogni di gloria e sul fascino delle celebrità e dei VIP: considerato un lavoro "minore" nella filmografia di Scorsese (che in quegli anni stava meditando di non girare più pellicole di finzione), affronta in maniera convincente e diretta molti temi della cultura popolare americana, senza accondiscendenza ma mettendone in luce gli aspetti più patologici e distorti. Istrionico e instancabile, Pupkin è un personaggio dominato dalle illusioni e dalle manie di grandezza (da cui il suo soprannome, "il re dei comici"), invadente ai limiti dell'indisponente, che confonde la fantasia con la realtà (come quando racconta a tutti di essere diventato amico e collega di Jerry solo per aver scambiato con lui un paio di frasi, o quando si presenta nella villa di campagna del divo, "convinto" di essere stato invitato) e sogna ad occhi aperti la fama e il successo come forma di riscatto per un'esistenza mediocre e patetica (non a caso tutte le sue battute, quando finalmente farà il suo show, ironizzano sulla sua vita infelice). Alla fine, in fondo, l'avrà vinta: "Meglio re per una notte che buffone per sempre", chiosa. L'improbabile lieto fine in cui Pupkin, uscito dal carcere, diventa una celebrità (e che, beninteso, potrebbe anche essere tutta una fantasia del protagonista, proprio come altre scene cui abbiamo assistito in precedenza) ricorda naturalmente quello di "Taxi Driver", quando Travis Bickle – altro personaggio "scollegato dalla realtà" – viene acclamato come un eroe. All'istrionismo e all'affabilità di De Niro (doppiato magistralmente, come sempre, da Ferruccio Amendola nell'edizione italiana), che ha improvvisato numerose scene, fa da contraltare un Jerry Lewis mai così serio e privo di humour, che appare sempre maldisposto verso i fan che lo assediano e lo infastidiscono: per il suo ruolo erano stati presi in considerazione anche Johnny Carson, Frank Sinatra e Dean Martin. Diahnne Abbott, che interpreta Rita, l'ex fiamma di Pupkin, all'epoca era sposata proprio con De Niro. Scorsese si concede un breve cameo nel ruolo di un regista televisivo. Nel 2019 il film ispirerà "Joker".

17 dicembre 2017

Senza via di scampo (R. Donaldson, 1987)

Senza via di scampo (No Way Out)
di Roger Donaldson – USA 1987
con Kevin Costner, Gene Hackman
**

Visto in divx.

L'ufficiale di marina Tom Farrell (Costner), convocato a Washington nell'entourage del potente segretario alla difesa David Brice (Hackman), viene incaricato da questi di scoprire l'identità di una fantomatica spia russa che si nasconderebbe fra il personale del Pentagono, cui vorrebbe addossare la colpa dell'omicidio della sua amante Susan Atwell (Sean Young). A ucciderla è stato in realtà lo stesso Brice, in preda a uno scatto di gelosia dopo aver scoperto che la donna aveva trascorso il weekend con un altro uomo. Ignora però che quest'ultimo era proprio Tom: il quale, costretto a indagare su sé stesso, cercherà disperatamente una prova che possa scagionarlo prima che la sua identità venga rivelata. Dal romanzo "The big clock" di Kenneth Fearing, già portato mirabilmente sullo schermo da John Farrow nel 1948 ("Il tempo si è fermato"), un remake che ne sposta il setting dal mondo dell'editoria a quello politico-militare, mutandone le atmosfere noir in un thriller da guerra fredda. Ma il meccanismo narrativo funziona solo in parte: molte sono le svolte inverosimili o incoerenti, i personaggi mancano di credibilità e l'insieme è tenuto a galla soltanto dal buon ritmo (non aiuta il fatto che le ricerche avvengano per mezzo di computer e sistemi informatici che all'epoca potevano sembrare rivoluzionari ma oggi appaiono lenti e datati). Unica sorpresa – superflua e alquanto fine a sé stessa, però – il colpo di scena finale sulla vera identità di Tom. Will Patton è Scott Pritchard, il braccio destro tuttofare (e gay) di Brice. Nel cast anche George Dzundza, Howard Duff e la modella somala Iman.

16 dicembre 2017

Non toccate il passato (Louis Morneau, 1997)

Non toccate il passato (Retroactive)
di Louis Morneau – USA 1997
con Kylie Travis, James Belushi
*1/2

Visto in divx.

In un laboratorio di fisica situato nel bel mezzo del deserto texano, il giovane ricercatore Brian (Frank Whaley) ha inventato un metodo per spedire le persone indietro nel tempo, anche se soltanto di una ventina di minuti. La psicologa della polizia Karen (Kylie Travis), che era rimasta in panne con la sua auto e si era fatta dare un passaggio dallo squilibrato Frank (James Belushi), cerca rifugio nell'edificio per sfuggire alla sua furia omicida e sfrutta l'occasione per tornare ripetutamente nel passato e provare a cambiare le cose: ma ogni suo tentativo sembra peggiorare la situazione, aumentando il numero dei morti e delle persone coinvolte... Girato (al risparmio) tutto nelle polverose strade del deserto, un action movie che sfrutta un classico spunto fantascientifico per imbastire un thriller on the road a base di sparatorie e inseguimenti. A tratti sembra quasi una versione post-tarantiniana di "Ricomincio da capo". Anche se la tensione non manca, regia e recitazione sono da tv movie (con Belushi, nel ruolo del cattivo, come unico punto di forza), non c'è alcuna riflessione sui paradossi temporali o sulle relazioni di causa ed effetto, e il fatto che la protagonista sia una psicologa non ha la minima influenza sulla trama. Solo per appassionati del genere (al quale comunque aggiunge ben poco).

14 dicembre 2017

I gioielli di Madame de... (Max Ophüls, 1953)

I gioielli di Madame de... (Madame de...)
di Max Ophüls – Francia/Italia 1953
con Danielle Darrieux, Charles Boyer, Vittorio De Sica
***

Visto in divx.

Per pagare un debito, nella Parigi di fine ottocento, una contessa (Darrieux) vende un paio di orecchini che le erano stati regalati come dono di nozze dal marito (Boyer), al quale dice che li ha smarriti. Attraverso vari e lunghi giri, i gioielli finiscono nelle mani di un diplomatico italiano (De Sica) che, innamorato della nobildonna, glieli regala nuovamente... Da un romanzo di Louise Lévêque de Vilmorin, uno dei più celebri film di Ophüls, messa in scena elegante e stilizzata di un raffinato mondo di riti mondani, dove l'amore e la passione sono come un gioco in cui non è possibile commettere passi falsi. "La nostra felicità coniugale è proprio come noi: soltanto superficialmente è superficiale", dice il generale a sua moglie, una frase che potrebbe essere usata per descrivere tutto il cinema di Ophüls. I tre attori danno vita a personaggi finemente caratterizzati, con idee e sentimenti ben chiari, eppure prigionieri di un mondo dominato da regole formali e artificiose. Madame de... (il nome completo non viene mai rivelato: anche quando è scritto o pronunciato, c'è sempre qualcosa che ci impedisce di leggerlo o di udirlo per intero) è leggera, civettuola, corteggiata da tutti, incline alle menzogne, e conduce una vita vuota e priva di direzione, almeno prima dell'incontro con l'amante; suo marito, il cupo generale André, è sicuro di sé ma orgoglioso e moderatamente geloso, anche se forse tiene più alla propria rispettabilità che all'amore della moglie; il barone Fabrizio Donati è un uomo di mondo, ricco di esperienze, ma che si lascia catturare dal fascino della donna ed è pronto a morire per lei. E poi, come se fossero loro i veri protagonisti, ci sono gli orecchini, che passano di mano in mano, viaggiano da Parigi a Costantinopoli (e ritorno), periodicamente tornano sempre al gioielliere Rémy (Jean Debucourt), dal quale il solo André li ricompra almeno tre volte. I gioielli (con due cristalli a forma di cuore) rappresentano naturalmente proprio il cuore della contessa, qualcosa di cui è impossibile disfarsi o dimenticarsi: il finale tragico è inevitabile. Boyer e Darrieux avevano già lavorato insieme nel 1936 in "Mayerling" (così come il costumista Georges Annenkov). Curatissima la regia di Ophüls, che dà il meglio di sé in sequenze complesse (la storia d'amore fra la contessa e Donati è raccontata attraverso una serie di balli in società) come in piccole trovate estemporanee (i coriandoli della lettera fatta a pezzi diventano fiocchi di neve che ricoprono il paesaggio).

13 dicembre 2017

Iron sky (Timo Vuorensola, 2012)

Iron Sky (id.)
di Timo Vuorensola – Finlandia/Germania/Australia 2012
con Julia Dietze, Christopher Kirby
**

Visto in divx.

Nazisti sulla Luna! Nel 1945, alla vigilia della fine della seconda guerra mondiale, un gruppo di tedeschi fugge dalla Terra per rifugiarsi sul lato oscuro del satellite, dove dà vita a un "Quarto Reich lunare". Ai giorni nostri, l'astronauta americano James Washington (Kirby) scopre la loro esistenza, ma viene catturato e "albinizzato" (da nero diventa bianco). Insieme alla maestrina Renate (Dietze), che solo guardando "Il grande dittatore" di Chaplin scoprirà che il messaggio di "amore e pace" del nazismo era un inganno, cercherà inutilmente di convincere l'opinione pubblica dell'imminente invasione dei nazisti lunari. Anche perché questi, tramite il comandante Klaus Adler (Otto Götz), si sono alleati con l'attuale presidente degli Stati Uniti (Stephanie Paul) e la sua consigliera Vivian (Peta Sergeant). La cosa che colpisce di più in questo pastiche satirico-fantascientifico, prima opera autonoma di un regista di fan movie che era giunto alla ribalta con una parodia autoprodotta di "Star Trek" ("Star Wreck"), è la qualità della cinematografia e degli effetti speciali, che rivaleggiano con molte produzioni hollywoodiane. L'idea di base, per quanto ridicola, è decisamente accattivante e fornisce una certa dose di divertimento, ma forse è anche l'unica cosa davvero interessante della pellicola: gli sviluppi si dipanano in maniera piatta o all'insegna della parodia fine a sé stessa (anche politica: la presidentessa degli Stati Uniti è chiaramente Sarah Palin), delle strizzatine d'occhio (la scena in cui la PR manager si infuria con i suoi dipendenti è uno spoof di quella celebre con Hitler ne "La caduta"), e del nonsense comico-fantascientifico (come i nazisti siano arrivati sulla Luna non è spiegato, anche perché la loro tecnologia è rimasta quella del 1945!). Grazie alla distribuzione internazionale, comunque, è giunto un certo successo di nicchia ed è in lavorazione un sequel. Udo Kier è il führer lunare. Le astronavi naziste hanno nomi di opere di Wagner ("Tannhäuser", "Crepuscolo degli dei").

12 dicembre 2017

Una donna di cui si parla (K. Mizoguchi, 1954)

Una donna di cui si parla (Uwasa no onna)
di Kenji Mizoguchi – Giappone 1954
con Kinuyo Tanaka, Yoshiko Kuga
***

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Dopo aver tentato il suicidio per una delusione d'amore, la giovane Yukiko (Yoshiko Kuga) lascia Tokyo, dove studiava musica, per fare ritorno nella natale Kyoto. Qui la madre Hatsuko (Kinuyo Tanaka) gestisce una casa di geisha che di fatto è un bordello: e proprio questa attività, di cui la stessa Yukiko si vergogna e che disprezza, è stata la causa della separazione dal suo fidanzato. Ma pian piano la ragazza comincia a fare pace con quel mondo (scoprendo che le ragazze che tanto compatisce hanno invece una forte volontà e dedizione, e diventando partecipe delle loro sofferenze) e soprattutto con sé stessa, innamorandosi (ricambiata) del giovane medico Matoba (Tomoemon Otani). Quando però scoprirà che questi, per interesse, aveva illuso la madre Hatsuko, disposta a vendere la casa per acquistargli uno studio privato (nella speranza di diventare sua moglie), preferirà rinunciare definitivamente agli uomini, riconciliarsi con la madre e prendere seriamente in considerazione l'ipotesi di subentrare a lei nella gestione della casa. Il film si chiude con l'arrivo della sorella minore di una delle geishe che giunge dalla campagna per chiedere di lavorare anche lei nel bordello: le altre commentano amaramente "Quando non ci sarà più bisogno di ragazze come noi?". Delicato e introspettivo, è il secondo dei due film di ambientazione simile e contemporanea (dopo "La musica di Gion") che Mizoguchi intervallò ai grandi drammi storici girati nei primi anni cinquanta. Come il precedente, mette in scena le contraddizioni fra la modernità che il Giappone stava cominciando a sperimentare nel dopoguerra (incarnata da Yukiko, che veste all'occidentale, ha studiato, e propugna l'indipendenza femminile) e il tradizionale mondo delle geishe cui è legata la madre (dove le donne non sono altro che "oggetti" al servizio degli uomini). Naturalmente le cose non sono così semplici o manichee, come le stesse protagoniste impareranno a loro spese. Da sottolineare la scena al teatro No, in cui Hatsuko si riconosce nel personaggio della vecchia dileggiata perché innamorata. Un pizzico eccessivo di melodramma nella seconda parte (la rivalità e la gelosia della madre nei confronti della figlia, i chiarimenti e il confronto finale a tre) non danneggia più di tanto un film elegante, che offre un intenso ritratto delle dinamiche interne di una casa di geisha (la storia si svolge a Shimabara, uno dei più antichi "quartieri del piacere" di Kyoto, oggi non più attivo) e riflette sui temi dell'egoismo e del sacrificio. È l'ultima collaborazione di Mizoguchi con la sua attrice preferita, Kinuyo Tanaka.

10 dicembre 2017

Suicide Squad (David Ayer, 2016)

Suicide Squad (id.)
di David Ayer – USA 2016
con Will Smith, Margot Robbie
*1/2

Visto in divx.

Dopo la morte di Superman in "Dawn of Justice", il governo statunitense è rimasto senza supereroi al proprio servizio (la nascita della Justice League è ancora di là da venire). E allora la funzionaria Amanda Waller (Viola Davis) ha la pensata di reclutare un pugno di supercriminali, ricattandoli per costringerli a far parte di una "Task Force X" in caso di necessità contro minacce metaumane (termine che indica chi è dotato di superpoteri nell'universo della DC Comics). Ne fanno parte il cecchino infallibile Deadshot (Will Smith), la folle Harley Quinn (Margot Robbie), ex psicologa innamorata del Joker, il rapinatore australiano Capitan Boomerang (Jai Courtney), il piromane represso El Diablo (Jay Hernandez) e il mostruoso uomo-coccodrillo Killer Croc (Adewale Akinnuoye-Agbaje), a cui si unisce in seguito la guerriera giapponese Katana (Karen Fukuhara). Guidati dal colonnello Rick Flag (Joel Kinnaman), membro delle forze speciali, il gruppo viene inviato a Midway City, città messa a ferro e fuoco dal potere mistico dell'Incantatrice (Cara Delevingne), con lo scopo di portare in salvo un misterioso ostaggio... In attesa del debutto cinematografico del gruppo dei buoni (la Justice League, appunto, che giungerà nelle sale l'anno successivo), la DC scalda i motori con quello dei cattivi, ispirandosi da un lato al concept di "Quella sporca dozzina" e dall'altro alla trama di "Fuga da New York" (c'è persino la capsula esplosiva iniettata nel corpo dei prigionieri per costringerli a collaborare!). Nonostante il buon successo di pubblico, i risultati non sono eclatanti: la sceneggiatura è contorta ma anche infantile e prevedibile, la regia anonima, il montaggio poco equilibrato (c'è la sensazione che manchino diverse scene di raccordo). E se i personaggi (introdotti quasi tutti all'inizio, con veloci presentazioni/origini) sono sicuramente più interessanti della storia stessa, il continuo cambio di focus impedisce di approfondire ognuno di loro al di là di una caratterizzazione superficiale (lo stesso vale per l'antagonista, quanto mai generico per motivazioni e obiettivi). Con una sola eccezione, Harley Quinn: se l'insieme sembra a tratti superiore alla somma delle parti e la pellicola offre comunque una sorta di scanzonato e anarchico divertimento, il merito è esclusivamente suo. In effetti, nel cast il nome di richiamo doveva essere quello di Will Smith, ma la vera star si rivela appunto Margot Robbie, che dà vita a un personaggio punk, folle, esuberante. E il suo rapporto con il Joker (qui all'esordio nella versione di Jared Leto, otto anni dopo la morte di Heath Ledger), psicopatico arcinemico di Batman (che – interpretato da Ben Affleck – fa un paio di veloci comparsate, al pari di Flash) è forse la cosa più interessante della pellicola (lo era anche nei fumetti, in particolare in quelli di Paul Dini e Bruce Timm ispirati alla serie animata di Batman, dove è nato originariamente il personaggio di "Arlecchina"). Harley lo chiama con il vezzeggiativo "puddin'", lasciato insopportabilmente in inglese nell'adattamento italiano.

9 dicembre 2017

Il cammino nella notte (F.W. Murnau, 1921)

Il cammino nella notte (Der Gang in die Nacht)
di Friedrich Wilhelm Murnau – Germania 1921
con Olaf Fønss, Gudrun Bruun-Stefenssen
*1/2

Visto su YouTube, con cartelli in inglese.

Sedotto dalla ballerina Lily (Gudrun Bruun), l'affermato medico Eigil (Olaf Fønss) abbandona la moglie Helene e si risposa con lei. Ma sarà lasciato a sua volta quando Lily si innamorerà di uno dei suoi pazienti, un pittore cieco (Conrad Veidt) a cui il medico ha restituito – sia pure temporaneamente – la vista. Sesto film di Murnau, ma il più antico di cui sopravvive a oggi una copia (i precedenti cinque, compreso il film d'esordio "Der Knabe in Blau", sono tutti andati perduti). Pur senza essere trascendentale, non c'è nulla che non vada nella regia (che sfrutta anche alcune scene in esterni per raffigurare simbolicamente le emozioni umane, come quando le onde del mare in tempesta rappresentano i tormenti dell'animo del protagonista) o nella recitazione (da notare la mascherina nera attorno agli occhi di Fønss, per farne risaltare meglio le espressioni; ma il più inquietante, come al solito, è Conrad Veidt, il cui ruolo ricorda a tratti quello di Cesare nel "Gabinetto del dottor Caligari"). Il problema è che i personaggi sono soltanto delle figurine, e la storia, melodrammatica e poco interessante, si trascina in modo quanto mai convenzionale. Solo una curiosità per scoprire i primi passi del grande regista tedesco. Il titolo stesso è metaforico, e si riferisce tanto alla cecità reale di Veidt quanto a quella sentimentale del dottor Eigil.

8 dicembre 2017

Closed curtain (Jafar Panahi, 2013)

Closed curtain (Pardeh)
di Jafar Panahi [e Kambozia Partovi] – Iran 2013
con Kambozia Partovi, Maryam Moqadam
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Un uomo si nasconde in una villa disabitata sul Mar Caspio, oscurando tutte le finestre con tendaggi e cortine per isolarsi completamente dall'esterno. Oltre a lavorare (lo vediamo intento a scrivere la sceneggiatura dello stesso film che stiamo guardando!), il suo scopo è anche quello di proteggere il suo cagnolino, che detiene clandestinamente: come spiega un documentario in tv, infatti, i cani sono considerati "impuri" per la società islamica e sono dunque vietati. Durante una notte di pioggia e di tempesta, nella casa giungono due misteriosi ragazzi, che dicono di essere fratello e sorella, in fuga dalla polizia perché hanno partecipato a una festa sulla spiaggia con bevande alcoliche. Il ragazzo presto si allontana, lasciando la sorella in compagnia del vecchio scrittore e chiedendogli di badare a lei, in quanto ha tendenze suicide. Più tardi scopriremo però che i due personaggi (lo scrittore e la ragazza) non sono vere persone ma soltanto due "voci" inconscie nella testa del regista del film, Jafar Panahi (la casa è infatti la sua, come suggeriscono i poster e le locandine dei suoi lavori precedenti appesi alle pareti). L'uomo e la ragazza rappresentano le due possibili risposte, le due tentazioni del regista, che come è noto è stato condannato dalle autorità iraniane agli arresti domiciliari e al divieto di realizzare film per vent'anni: quella di continuare a lavorare lo stesso, di nascosto, senza rinunciare alla propria creatività; e quella invece di arrendersi alla depressione, di lasciarsi andare, o addirittura di suicidarsi (magari immergendosi nelle acque del mare). Evidentemente sceglierà (anzi, ha scelto) la prima opzione. Questo è già il secondo film "clandestino" di Panahi (dopo il precedente "This is not a film"), uno scavo psicologico dentro sé stesso, con una svolta surrealistica a metà pellicola che ne cambia di colpo il senso e il significato, che parla di repressione politica, di reazione e di depressione, e dove realtà, finzione, cinema, ricordi e il making of di questo stesso film si mescolano in maniera inventiva e originale. Partovi aveva già collaborato con Panahi in precedenza (era stato, fra le altre cose, lo sceneggiatore de "Il cerchio").

7 dicembre 2017

Una storia d'amore (Roy Andersson, 1970)

A swedish love story (En kärlekshistoria)
di Roy Andersson – Svezia 1970
con Rolf Sohlman, Ann-Sofie Kylin
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Il quindicenne Pär, che bighellona in moto con gli amici e ogni tanto dà una mano nell'officina del padre, si innamora della tredicenne Annika, figlia di un commerciante di frigoriferi. Minimalista e girato nelle periferie di Stoccolma, il primo film di Roy Andersson (che si ispira al cinema dell'Europa dell'Est, e in particolare a quello della nouvelle vague cecoslovacca) è una storia apparentemente convenzionale, narrata con toni esistenzialisti e attenzione alla banalità del quotidiano. Lo stile del regista lascia però già intravedere gli squarci surreali e grotteschi che lo caratterizzeranno negli anni duemila (da "Canzoni del secondo piano" a "Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza"): ne è un esempio la lunga sequenza conclusiva, quella della festa in campagna con i genitori e i parenti dei due ragazzini, non a caso il momento migliore del film, in cui balzano in primo piano quei personaggi malinconici, frustrati o eccentrici che sono i genitori dei ragazzi, appunto: spiccano in particolare John, il padre di Annika (Bertil Norström) ed Eva, la zia (Anita Lindblom). Pur essendo all'esordio (era appena uscito dalla scuola di cinema, e aveva all'attivo solo qualche cortometraggio), Andersson gira bene, con grande cura all'inquadratura e alla fotografia, ai tempi (lenti), alla direzione degli attori, all'uso della musica. I due giovanissimi protagonisti – ritratti con freschezza, realismo e attenzione alle dinamiche adolescenziali (e di gruppo) – cercano luce e felicità in mezzo alla depressione, alle nevrosi e alla solitudine degli adulti che li circondano, presentati invece senza un faro e sperduti nella nebbia, come mostra la scena finale.

5 dicembre 2017

The abyss (James Cameron, 1989)

The Abyss (id.)
di James Cameron – USA 1989
con Ed Harris, Mary Elizabeth Mastrantonio
**

Rivisto in divx.

Per recuperare gli armamenti nucleari da un sommergibile militare, affondato per cause misteriose presso il bordo della fossa delle Cayman, la marina degli Stati Uniti chiede la collaborazione degli occupanti di un'avveniristica piattaforma petrolifera sottomarina che opera nelle vicinanze. La missione è resa difficile da numerosi elementi, esterni e interni: le condizioni meterologiche (un ciclone tropicale sta per abbattersi nella zona), quelle politiche (come mostrano le scene aggiunte nella special edition in DVD, il coinvolgimento di missili atomici fa crescere la tensione fra USA e URSS) e le ostilità latenti fra l'equipaggio civile della piattaforma – guidato da Virgil "Bud" Brigman (Ed Harris) e dalla sua (quasi ex) moglie Lindsey (Mary Elizabeth Mastrantonio) – e i Navy Seals incaricati di supervisionare le operazioni, a partire dal tenente Coffey (Michael Biehn), reso via via più folle e paranoico dalla "psicosi da alta pressione". Il tutto senza contare che sul fondale dell'oceano si cela qualcosa di misterioso: una razza di creature aliene e luminose, di origine sconosciuta. Le profondità degli abissi marini come quelle dello spazio cosmico: senza rinunciare alle sue personali ossessioni (l'esplorazione subacquea, la tecnologia, la proliferazione degli armamenti), Cameron trasferisce un canovaccio da fantascienza anni '50 (nella minaccia degli alieni di distruggere il pianeta per evitare il rischio di un nuovo conflitto nucleare si percepiscono echi del classico "Ultimatum alla Terra", mentre il tema del ristretto gruppo di scienziati o militari in un ambiente isolato e alle prese con una misteriosa minaccia viene dritto da "La cosa da un altro mondo", peraltro già reinterpretato di recente da Scott in "Alien" e da Carpenter ne "La cosa") in un'ambiziosa pellicola ad alta intensità, un thriller claustrofobico e tecnicamente impressionante, che fa sfoggio di innovativi effetti visivi (il tentacolo d'acqua rappresenta una delle prime e più riuscite istanze di computer grafica 3D in un film ad alto budget, opera della Industrial Light & Magic, anticipando il "Terminator 2" delle stesso Cameron). Le riprese subacquee, assai realistiche, sono opera dell'esperto Al Giddings, già noto per "Abissi" di Peter Yates, che poi Cameron vorrà nuovamente al suo fianco in "Titanic". Fra i difetti (purtroppo non trascurabili): personaggi poco memorabili (rivedendo il film per la terza volta, ho scoperto che di loro non mi ricordavo praticamente nulla: sono più interessanti i macchinari e le tecnologie che le persone!), una trama stiracchiata per oltre due ore (che diventano quasi tre nella special edition), tanti luoghi comuni del cinema d'azione e da totomorti (che pure, va ammesso, proprio Cameron ha contribuito a codificare), il ruolo marginale – nonostante tutto – recitato dagli alieni (che compaiono brevemente all'inizio e in un paio di scene intermedie, ritornando nel finale come una sorta di deus ex machina; ma per gran parte della pellicola seguiamo solo i contrasti fra i personaggi umani, che per di più agiscono come se non avessero mai avvistato le creature: si pensi invece a "Incontri ravvicinati del terzo tipo", dove gli alieni sono il focus e non un accessorio). Come quasi sempre per le opere del regista canadese (anche sceneggiatore: l'idea gli venne quando andava ancora al liceo!), la lavorazione del film è stata lunga (circa due anni) e travagliata. Il che consentì alla "concorrenza" di far uscire nelle sale, pochi mesi prima, altre pellicole con premesse simili e ambientate nelle profondità marine, quali "Leviathan" e "Creatura degli abissi". La relazione fra i personaggi interpretati da Harris e Mastrantonio riflette quella fra lo stesso Cameron e la produttrice Gale Ann Hurd, che si erano sposati nel 1985 e divorziarono poco dopo la fine delle riprese.