28 gennaio 2013

King Kong (Peter Jackson, 2005)

King Kong (id.)
di Peter Jackson – USA 2005
con Naomi Watts, Jack Black, Adrien Brody
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Peter Jackson aveva desiderato per tutta la vita di realizzare un remake di “King Kong”, il classico film del 1933 che più di ogni altro, da bambino, l’aveva fatto innamorare del mondo del cinema. E l’occasione si è finalmente presentata dopo il successo della saga de “Il Signore degli Anelli”, quando – forte degli stratosferici incassi e dei numerosi premi vinti con la trilogia tolkieniana (compreso l’Oscar come migliore regista) – ha facilmente trovato uno studio che gli finanziasse il suo progetto più caro. La nuova versione del classico di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack (la terza, visto che già nel 1976 era uscito un primo remake, quello prodotto da Dino De Laurentiis con Jessica Lange come protagonista e gli effetti speciali di Carlo Rambaldi) si basa fedelmente sulla sceneggiatura originale, ma può contare su moderni effetti digitali e sull’incontenibile entusiasmo di Jackson, che non si è certo trattenuto dall’allungare a dismisura le scene ambientate sull’Isola del Teschio, dove i nostri eroi se la devono vedere non solo con lo scimmione gigante ma anche con dinosauri, ragni, insetti e mostri di ogni tipo. Pur divertenti (ma a tratti eccessivamente spinte sul versante del grottesco: vedi la fuga “videogiocosa” dai dinosauri che rotolano lungo la scarpata) e reminescenti del periodo horror del regista (le sequenze con gli insetti giganti), le parti centrali sono soltanto un collante fra quelle che meglio definiscono l’anima del film: l’incipit, in cui – sullo sfondo della grande depressione – l’ambizioso e opportunista regista Carl Denham (Jack Black) e il sensibile sceneggiatore Jack Driscoll (Adrien Brody) scritturano la giovane attrice Ann Darrow (Naomi Watts) e partono per girare un kolossal su una misteriosa isola nemmeno segnata sulle mappe, dove – a loro insaputa – vivono mostri e animali giganti; e soprattutto il finale, in cui la colossale scimmia (realizzata con la tecnica del motion capture a partire dalla recitazione di Andy Serkis, già “interprete” di Gollum nella saga tolkieniana), catturata dall’equipaggio della nave guidata dal capitano Englehorn (Thomas Kretschmann), viene condotta a New York per essere esposta nei teatri di Broadway come un fenomeno da baraccone, ridotta in catene come uno schiavo (mentre un tempo era il “re” della propria isola). Liberatasi, correrà alla ricerca della donna che ha rapito il suo cuore (le scene della scimmia e della Watts che si concedono una passeggiata romantica a Central Park, con tanto di pattinata sul ghiaccio come in ogni film sentimentale che si rispetti, sono al tempo stesso commoventi e grottesche, forse una delle intuizioni migliori della pellicola) e si perderà per causa sua, venendo colpita dagli aerei dopo essere salita in cima all'Empire State Building. “La bella ha ucciso la bestia”, la frase che conclude il film, è la stessa con cui terminava anche la versione degli anni trenta (ma qua e là non mancano diversi altri riferimenti all’originale). Anche se appare a tratti poco equilibrato, tra eccessi di gigantismo, scene d’azione fuori controllo e personaggi non sempre caratterizzati con sufficiente cura (ma anche gli attori non sembrano sempre convinti dei propri ruoli), il film non può che lasciare ammirati per l’amore di Jackson verso un tipo di cinema oggi quasi scomparso: pur attraverso i moderni effetti digitali, si intravede tutto l’affetto per il lato più artigianale e “popolare” della settima arte.

24 gennaio 2013

Ecco l'impero dei sensi (N. Oshima, 1976)

Ecco l'impero dei sensi (Ai no corrida)
di Nagisa Oshima – Giappone/Francia 1976
con Eiko Matsuda, Tatsuya Fuji
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Per ricordare Nagisa Oshima, il grande regista della nouvelle vague giapponese da poco scomparso, mi sono rivisto il suo film più celebre, che fece scandalo e riscosse un inatteso successo al Festival di Cannes. Tratto da una storia vera di dipendenza e ossessione sessuale (un caso di cronaca avvenuto nel Giappone del 1936), racconta la vicenda di Abe Sada, ex prostituta che si trasferisce a lavorare come cameriera in una casa di geishe a Tokyo. Innamorata di Kichi, il marito della proprietaria, ne diventerà l’amante e darà vita con lui a un ménage sempre più stretto e intenso, finendo quasi con il vivere di solo sesso. Al culmine della passione, soffocherà l’amante con un fazzoletto: gli taglierà poi i genitali e vagherà per diversi giorni per le strade della città portandoli con sé, prima di essere arrestata. Il fatto destò scalpore nella società giapponese e acquistò un’aura quasi mitica, attirando l’attenzione di scrittori, poeti e cineasti (oltre alla versione di Oshima, da ricordare quella di Noboru Tanaka, “Abesada – L’abisso dei sensi”, del 1975). Assai esplicita visivamente, la pellicola si concentra tutta sul legame sempre più indissolubile fra i due amanti (sono poche le scene che li vedono separati, come quelle in cui Sada si rivolge a un suo vecchio pretendente, il maestro Omiya, interpretato da Kyôji Kokonoe), in un’escalation di amplessi, di estasi sensuale e di giochi erotici ai limiti del sadomasochismo, fino al sacrificio totale (è Kichi stesso che chiede a Sada di strangolarlo, pur di accrescere il suo piacere). Il pregio del film sta proprio nella totale assenza di moralismo e di artificiosità, anche quando tratta del legame fra eros e thanatos (assai radicato nella cultura giapponese): Oshima dà libero sfogo a quella vena naturalista e quasi documentaristica che è uno dei tratti principali del suo cinema e di quello dei suoi colleghi degli anni sessanta (si pensi anche a Shohei Imamura). Notevole la fotografia, con ambienti spogli e minimalisti in cui risalta spesso il colore rosso acceso. La breve sequenza in cui Kichi incrocia un plotone di soldati che cammina in senso opposto è una delle poche che aiutano a collocare la vicenda nel suo adeguato contesto storico, un Giappone che stava per sprofondare nel nazionalismo e nel militarismo, di fronte al quale la scelta dei due protagonirsi di isolarsi dal mondo e di dedicarsi soltanto al piacere dei sensi può non apparire affatto assurda. Koji Wakamatsu è il produttore esecutivo, ma nella produzione è coinvolto anche il francese Anatole Dauman. Solo negli anni novanta, in occasione dell'uscita in home video, il titolo italiano è stato semplificato in "L'impero dei sensi". Avendo voluto mostrare sullo schermo nudità e scene di sesso non simulate, per sfuggire alla censura nipponica Oshima fu costretto a sviluppare e montare la pellicola in Francia (pare che ancora oggi in Giappone sia impossibile vedere il film nella versione non censurata). Processato per oscenità in patria (per aver pubblicato la sceneggiatura!), il regista fece una famosa dichiarazione: “Nulla di ciò che viene mostrato è osceno. Le uniche cose oscene sono quelle che vengono nascoste”.

21 gennaio 2013

Django unchained (Q. Tarantino, 2012)

Django Unchained (id.)
di Quentin Tarantino – USA 2012
con Jamie Foxx, Christoph Waltz
**

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina.

Nel profondo Texas, un paio d’anni prima della guerra civile americana, lo schiavo nero Django (Jamie Foxx) viene liberato dal cacciatore di taglie tedesco King Shultz (Christoph Waltz) e si unisce a lui per vendicarsi degli schiavisti che gli hanno portato via la moglie, ora segregata nella tenuta del negriero Calvin Candie (Leonardo DiCaprio). Per la prima volta nella sua carriera Quentin Tarantino realizza esplicitamente un western (“esplicitamente” perché in passato, per esempio in alcune sequenze di “Kill Bill” e di “Bastardi senza gloria”, si era già ispirato a questo genere cinematografico da lui così amato), facendo riferimento diretto al sottogenere del western all’italiana: il nome del protagonista e l’idea di base provengono infatti dal leggendario “Django” di Sergio Corbucci, mentre spunti, situazioni e persino parte della colonna sonora (da Ennio Morricone al tema di “Trinità”) saccheggiano ampiamente la produzione italiana degli anni sessanta e settanta. Ma come sempre, nei film di Tarantino è difficile contare tutte le citazioni che si accumulano strada facendo, anche perché molte di esse si accatastano in maniera random o addirittura superflua. In ogni caso, il regista ha dichiarato di aver voluto realizzare un film che “affrontasse l’orribile passato degli Stati Uniti riguardo alla schiavitù”, ma di averlo voluto fare come uno spaghetti western e non un film “serio”. Anche Sergio Leone e soci, a dire il vero, usavano i grandi eventi storici e sociali nei loro film: ma questi rimanevano soltanto sullo sfondo e non sovrastavano, con il loro ingrombrante significato, le vicende degli uomini che di quelle pellicole erano i protagonisti. C’è chi ha scritto che dopo “Kill Bill” il buon Quentin ha smesso di essere uno sperimentatore ed è diventato un autore: proprio per questo, nonostante la sua voglia di stupire con esagerazioni sempre maggiori, è diventato in un certo senso prevedibile. Se non mancano scene e sequenze esilaranti o memorabili, soprattutto nella prima parte (la liberazione di Django da parte di Schultz, il loro primo “lavoro” insieme, la divertentissima scena dei vendicatori incappucciati che anticipano il Ku Klux Klan: “La prossima volta faremo maschere migliori”), dall’entrata in scena di DiCaprio la pellicola sembra ingripparsi e comincia ad arrancare, trascinando la parte centrale troppo a lungo, prima di riprendere il suo ritmo nello scontro finale. E rimane sempre la sensazione che il tema della schiavitù – così come era avvenuto per il nazismo e l’olocausto in “Bastardi senza gloria” – siano per Quentin soltanto un pretesto come un altro per dare libero sfogo alla sua vena citazionista, all’esibizione di violenza fumettosa ed estetizzata (notevoli gli schizzi di sangue finto), alla messa in scena di dialoghi e situazioni talmente assurde e paradossali che dopo un po’ cominciano a stancare. Alcune curiosità: Franco Nero, il Django originale del film di Sergio Corbucci, compare in una breve sequenza nella quale, fra l’altro, discute con Jamie Foxx su come si scriva il suo nome (“La ‘D’ è muta” – “Lo so”). La donna con il volto coperto da un fazzoletto che si intravede più volte insieme agli sgherri di Candie, al punto che lo spettatore si attende su di lei chissà quale rivelazione che invece non arriverà mai, è Zoë Bell, già controfigura di Uma Thurman in “Kill Bill” e protagonista di “Grindhouse – A prova di morte”. Lo stesso Tarantino ha un breve cameo nei panni di un uomo che esplode a causa di un candelotto di dinamite. Sempre fra gli sgherri di Candie, infine, si riconoscono Tom Savini e Ted Neeley (il Gesù di “Jesus Christ Superstar”!). Nel cast ci sono anche Kerry Washington (la moglie di Django, dal nome tedesco: Broomhilda von Shaft) e Samuel L. Jackson (Stephen, il servitore di Candie). La multiforme colonna sonora contiene anche brani classici (il “Dies Irae” dal Requiem di Verdi, “Per Elisa” di Beethoven suonata con l’arpa), rap e pop. Polemiche in America (prive di senso, visto il contesto) per la troppa violenza del film e per l’eccessivo uso della parola “nigger”.

19 gennaio 2013

Frankenweenie (Tim Burton, 2012)

Frankenweenie (id.)
di Tim Burton – USA 2012
animazione a passo uno
**

Visto al cinema Odeon.

Ispirandosi al cortometraggio omonimo (ma in live action) che aveva realizzato nel 1984, Tim Burton ne fa un remake (animato a passo uno come "Nightmare Before Christmas" e "La sposa cadavere") che amplia la vicenda originale pur conservandone l'idea di base (una parodia infantile e canina del "Frankenstein" di James Whale, qui tramutata in un omaggio a tutto campo al cinema horror e di mostri). Come nel prototipo, il protagonista Victor – un bambino solitario, appassionato di cinema e soprattutto di scienza – riporta in vita il defunto cagnolino Sparky grazie all'elettricità, scatenando però paure e timori nel vicinato: la situazione peggiora quando anche i suoi compagni di scuola, in competizione fra loro per vincere una gara bandita dall'insegnante di scienze, utilizzano lo stesso metodo per dare la vita a mostri di vario tipo (memorabile, per esempio, la tartaruga gigante in stile Godzilla creata dal ragazzino giapponese). Rispetto all'originale, che come questo era in bianco e nero, manca forse un po' di freschezza, la storia sorprende di meno e anche le citazioni si fanno più esplicite. Apprezzabile comunque l'elogio della scienza, anche se naturalmente non si sfugge dai luoghi comuni dei B-movie (ogni tentativo di piegare le leggi della natura al proprio volere si traduce in un disastro). Buona l'animazione e le caratterizzazioni: fra i personaggi minori, rimangono impressi l'insegnante di scienze (che sembra davvero uscito da un film horror) e il perfido gatto bianco, dallo sguardo veramente inquietante. Nel complesso è una gradevole fiaba dark, superiore alla media della recente produzione di Burton, anche se il corto del 1984 sembrava avere una marcia in più.

18 gennaio 2013

Frankenweenie (Tim Burton, 1984)

Frankenweenie (id.)
di Tim Burton – USA 1984
con Barret Oliver, Shelley Duvall, Daniel Stern
**1/2

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Il piccolo Victor Frankenstein, turbato dalla morte del suo cagnolino Sparky, riesce a riportarlo in vita grazie a esperimenti con l'elettricità. Ma l'animale redivivo semina il panico nel quartiere, e i vicini di casa si coalizzano per distruggerlo. Prodotto dalla Disney e diretto da un Tim Burton a inizio carriera, un anno prima del suo lungometraggio d'esordio ("Pee-Wee's Big Adventure"), questo cortometraggio di circa mezz’ora è un’esplicita parodia del "Frankenstein" di James Whale, di cui riprende quasi ogni sequenza trasfigurandola in chiave canina o infantile, con tanto di fotografia in bianco e nero e citazione finale da "La moglie di Frankenstein" (la cagnolina con le meches). E questo è forse anche il suo principale difetto, visto che il film si basa praticamente su un'unica idea. L'ambientazione nei quartieri suburbani americani, fatti tutti di villette a schiera, ricorda e anticipa quella di altri film burtoniani, come "Edward mani di forbice". Ottimo il cast di contorno, soprattutto per quanto riguarda i genitori di Victor, interpretati da Shelley Duvall e da Daniel Stern. Alcuni elementi (il cimitero degli animali, il laboratorio di Victor in soffitta, la vicina di casa grassa) sembrano anticipare graficamente "Nightmare Before Christmas". Nel 2012 Burton ha preso spunto dal corto per espanderne la storia e realizzare un lungometraggio animato in stop motion con lo stesso titolo.

Vincent (Tim Burton, 1982)

Vincent (id.)
di Tim Burton – USA 1982
animazione a passo uno
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Mentre lavorava alla Disney come animatore, Tim Burton ha realizzato questo breve cortometraggio di sei minuti che costituisce di fatto il suo primo lavoro professionale come regista. Girato a passo uno (la stessa tecnica che sarà alla base di “Nightmare Before Christmas”), il film racconta la storia di Vincent Malloy, un bambino di sette anni che si identifica a tal punto con l’attore Vincent Price da immaginarsi con le sue fattezze in ruoli tragici e tormentati come quelli che lo hanno visto spesso protagonista di pellicole tratte dai racconti di Edgar Allan Poe. Le immagini sono accompagnate un poema in rima, scritto dallo stesso Burton e recitato (nella versione inglese) da Price in persona, colmo di riferimenti a Poe (in particolare a “Il corvo”). Ovviamente, vista l’atmosfera che si voleva ricreare, il breve film è completamente in bianco e nero e le scenografie ricordano lo stile del cinema espressionista tedesco degli anni venti. Suggestivo e inquietante, anticipa temi, elementi e sensazioni che ritroveremo nei lavori migliori di Burton, e può essere letto anche in chiave autobiografica (le fattezze del bambino protagonista, a tratti, ricordano proprio quelle del giovane regista). Vincent Price collaborerà con Tim Burton, suo grande fan, anche in seguito (lo ricordiamo come lo scienziato-creatore di “Edward mani di forbice”).

17 gennaio 2013

Castaway on the Moon (Lee Hae-jun, 2009)

Castaway on the Moon (Kimssi pyoryugi)
di Lee Hae-jun – Corea del Sud 2009
con Jung Jae-young, Jung Ryeo-won
***

Visto in TV, con Sabrina.

Disoccupato, abbandonato dalla fidanzata, pieno di debiti e disgustato dalla vita moderna, il trentenne Kim Seung-geun decide di suicidarsi gettandosi da un ponte nello Han (il fiume che attraversa Seul). Ma la corrente lo porta fino a un’isolotto che sorge in mezzo al fiume e su cui poggia uno dei piloni del ponte. Non sapendo nuotare (e avendo il cellulare scarico), si trova impossibilitato ad abbandonare l’isola e ad avvertire qualcuno della sua presenza: ma dopo l’iniziale disperazione, scopre che vivere da “naufrago” lontano dalla civiltà (anche se in realtà i grattacieli della città sono a breve distanza) gli si addice. La sua presenza sull’isola rimane ignota a tutti tranne che a una ragazza, se possibile ancora più sociofobica di lui. Si tratta della ventenne Kim Jung-yeon, una hikikomori (per usare il termine giapponese che si riferisce a quelle persone che si ritirano dalla vita sociale e si rifiutano anche di uscire dalla propria camera), il cui unico contatto con il mondo esterno coincide con il momento in cui, di notte, osserva la luna con il suo telescopio, sognando di vivere in un luogo dove non c'è altra anima viva. Proprio attraverso la sua lente Jung-yeon scopre l’esistenza di Seung-geun e comincia a seguirne con interesse le vicissitudini, stringendo una sorta di legame empatico a distanza che presto si traduce in una vera e propria corrispondenza (lui scrive sulla sabbia, lei risponde inviandogli messaggi in bottiglia). Opera seconda del regista e sceneggiatore Lee Hae-jun, “Castaway on the Moon” è un film insolito e accattivante, che può contare su uno spunto di partenza assai originale e, pur con uno svolgimento prevedibile, riesce a non “rovinarlo” ma a far riflettere senza qualunquismo – attraverso la bizzarria e l’ironia della situazione – su quel senso di straniamento, di isolamento o di rifiuto del mondo che, soprattutto nei popolatissimi paesi asiatici, è piuttosto comune (non a caso i temi della solitudine e dell'alienazione sono assai frequentati nel cinema dell’estremo oriente, da Taiwan al Giappone). Bravi i due attori e interessante la caratterizzazione dei personaggi, entrambi decisi a vivere da soli e "in rotta" con la società, ma contemporaneamente alla ricerca di un appiglio o di un punto di riferimento: mentre Seung-geun, che si nutre con piante, funghi, pesci e uccelli e ha come unico compagno di conversazione uno spaventapasseri (che svolge un ruolo simile al Wilson del film hollywoodiano “Cast Away”), a un certo punto si pone un’obiettivo che rappresenta per lui la “speranza” (mangiare un piatto di spaghetti che si procurerà da solo, coltivandone le materie prime), Jung-yeon – che in precedenza “viveva” solo virtualmente, ovvero creandosi un profilo fasullo su un social network – di pari passo comincia a vincere la propria paura del mondo esterno e ad avventurarsi in scorribande notturne allo scopo di raggiungere il ponte che sovrasta l’isola del suo “alieno” e recapitargli così i propri messaggi. E alla fine, entrambi scopriranno che l'unico modo per vincere la solitudine è quello di trovare la persona – fosse anche una su un milione – con cui si riesce a comunicare. Il film ha riscosso un grande successo di pubblico in Corea (e non solo) e ha fatto incetta di riconoscimenti in diversi festival (compreso il premio del pubblico al Far East Film di Udine).

16 gennaio 2013

The master (Paul T. Anderson, 2012)

The Master (id.)
di Paul Thomas Anderson – USA 2012
con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman
**

Visto al cinema Eliseo, con Sabrina, Marco ed Eleonora.

Anni cinquanta: Freddie Quell, reduce di guerra che fatica a reinserirsi nella società (anche per problemi di alcol e la sua ossessione per il sesso), incontra Lancaster Dodd, leader e guru del movimento filosofico “La Causa”, che si propone di riportare l’uomo al suo stato originario e ancestrale di felicità attraverso metodi psicoterapeutici e sedute di pseudo-ipnosi (ovvi i riferimenti a L. Ron Hubbard e a Dianetics, precursore di Scientology) e ne diventerà, almeno per un certo tempo, un adepto e un seguace. Se il film brilla per le interpretazioni dei due protagonisti (colpisce soprattutto un Joaquin Phoenix magro e nervoso come non mai, con tanto di semiparalisi al volto che ricorda a tratti Takeshi Kitano; Seymour Hoffman invece non fa altro che mostrare le doti che già tutti conosciamo), nel complesso manca di mordente e non dà mai la sensazione di coinvolgere a livello emotivo. Il che non stupisce, visto che tutte le pellicole di Paul Thomas Anderson hanno almeno tanti difetti quanto pregi: anche in questo caso la narrazione è pesante e farraginosa, e alcune scene si trascinano così a lungo che un'ulteriore sforbiciata in fase di montaggio sarebbe stata auspicabile (si pensi alle snervanti sequenze in cui ci vengono mostrati all’opera i “metodi” di Dodd, come quella in cui Freddie cammina avanti e indietro per la stanza, toccando pareti e finestre: se voleva farci riflettere sull’assurdità delle procedure terapeutiche della “Causa”, si poteva fare in modo più essenziale). Inoltre non c’è un climax, non c’è un riscatto, non c’è una catarsi; semplicemente a un certo punto Freddie abbandona Dodd: forse non ne era mai stato veramente un adepto, lo seguiva per mancanza di alternative ma senza convinzione (tanto che l’unico momento in cui sembra davvero sincero è quando, in prigione, si scaglia contro di lui), e se sceglie di lasciarlo non è certo al termine di un sofferto percorso personale. Il film fallisce anche nel voler raccontare il “fenomeno” Dianetics: non solo per mancanza di coraggio (nomi, episodi e riferimenti sono alterati, forse per evitare problemi legali) o di chiarezza (non viene mai detto esplicitamente che Dodd è un ciarlatano, anche se il modo in cui reagisce alle critiche o alle contraddizioni, o con cui definisce arbitrariamente i fondamenti del suo metodo, lasciano comunque intendere che si tratti di fuffa), quanto per un evidente scarso interesse, già in partenza, da parte di Anderson (anche sceneggiatore) nel voler sviscerare a fondo il tema delle pseudoscienze e delle sette. Aveva fatto sicuramente di meglio con “Magnolia” (ricordate l’imbonitore televisivo interpretato da Tom Cruise?). Certo, bisogna anche riconoscere che il focus del film non sta nel guru in sé, quanto nel suo rapporto con il seguace. E nel modo in cui viene ritratto sullo schermo, oltre che nella buona prova dei due interpreti, sta forse il maggior pregio della pellicola. Niente per cui entusiasmarsi, comunque.

13 gennaio 2013

Cloud Atlas (Wachowski, Tykwer, 2012)

Cloud Atlas (id.)
di Andy e Lana Wachowski, Tom Tykwer – Germania 2012
con Tom Hanks, Halle Berry, Bae Du-na
***1/2

Visto al cinema Colosseo.

"Tutto è connesso", recita la frase di lancio di un film affascinante e complesso, che racconta in parallelo sei vicende ambientate in epoche diverse (tre di queste sono state dirette dai fratelli Wachowski – che dai tempi di "Matrix" sono diventati un fratello e una sorella – e tre dal talentuoso Tom Tykwer, il regista tedesco di "Lola corre"), apparentemente scollegate l'una dall'altra ma in realtà unite non solo dal ricorrere di temi ed elementi comuni (la libertà e la schiavitù; la ricerca della verità; il cambio di prospettive; la fuga attraverso l'arte) e di attori (praticamente ogni interprete recita – camuffato in vario modo – in tutti e sei gli episodi) ma anche per il modo in cui, attraverso il tempo e lo spazio, la vita e le azioni di ciascun individuo hanno una diretta influenza su quelle degli altri; e non importa se ciò avviene attraverso i fatti oppure mediante sogni, visioni, percezioni. Al punto che "un unico atto di gentilezza si propaga attraverso i secoli per ispirare una rivoluzione in un lontano futuro". Ed è proprio questo "passaggio di testimone", che può non essere colto se si guarda a un episodio per volta, a rendere più ampio il risultato finale e a mostrare come ogni periodo dell'umanità e ogni azione di un singolo uomo abbia una profonda influenza non solo sul suo presente ma anche sul suo futuro (confutando l'affermazione dell'uomo d'affari del primo episodio, che di fronte al desiderio del suo genero di lottare per l'abolizione della schiavitù, afferma che un tale atto non produrrà nulla e sarà solo una goccia nell'oceano. "Ma l'oceano è fatto di gocce", ribatte lui). Se il sottotesto filosofico e karmico (ci sono di mezzo anche le reincarnazioni) poteva rischiare di appesantire il film, ciò non avviene perché esso è appunto veicolato in maniera naturale e mai pedante: gli autori lasciano che esso fluisca dagli eventi che ci mostrano, senza mai mollare la presa sulla narrazione e riuscendo – cosa più unica che rara – a portare a termine le sei storie con un montaggio serrato che spazia dall'una all'altra, senza smarrire per strada l'attenzione dello spettatore. Merito, oltre che di una buona sceneggiatura (che offre tanti e tali spunti, rimandi, riferimenti e citazioni, da non riuscire a tenerne il conto), anche di un cast davvero fenomenale, di cui parleremo fra poco.

Nel 1849, l'avvocato Adam Ewing (Jim Sturgess) sta attraversando in nave l'Oceano Pacifico per riportare al suocero, un ricco uomo d'affari della California, un lucroso contratto firmato con il proprietario di una piantagione. L'incontro con uno schiavo maori che sogna la libertà e che gli salverà la vita durante la traversata, cambierà ogni sua idea, al punto da spingerlo a ribellarsi al potente suocero. Nel 1936, a Edimburgo, il giovane musicista gay Robert Frobisher (Ben Whishaw) si fa assumere come copista dall'anziano e celebre compositore Vygan Ayrs. Vivendo al suo fianco, troverà l'ispirazione per scrivere a sua volta un capolavoro, il "Cloud Atlas Sextet": ma quando il maestro vorrebbe impadronirsene e pubblicarlo con il proprio nome, minacciando di rivelare al mondo il suo passato non proprio cristallino, Robert lo ferisce e si dà alla fuga, per completare il proprio lavoro in clandestinità prima di suicidarsi. Nel 1973, a San Francisco, la reporter Luisa Rey (Halle Berry) indaga sulle attività clandestine di una potente azienda che opera nel campo dell'energia, spinta da indiscrezioni che le sono state fornite dal fisico nucleare Rufus Sixmith. Quest'ultimo viene ucciso da un misterioso sicario, e anche Luisa si ritrova in pericolo, avendo scoperto che la corporazione, al soldo delle lobby petrolifere, vorrebbe provocare un disastro in un reattore nucleare. Nel 2012, l'editore britannico Timothy Cavendish (Jim Broadbent) viene rinchiuso dal rancoroso fratello in un ospizio per anziani, gestito con il pugno di ferro dalla tirannica infermiera Noakes. Con l'aiuto di un gruppo di arzilli vecchietti, Timothy organizzerà un piano di fuga. Nel 2144, in un mondo distopico e totalitaristico, Somni-451 (Bae Du-na) lavora come "servente" in un ristorante nella megalopoli di Neo Seoul. Come tutti coloro che sono nati "artificialmente" (ossia in provetta, a differenza dei "purosangue" che nascono in maniera naturale), non ha diritti ma solo doveri, e ignora persino che sia possibile una vita diversa. L'incontro con Hae-Joo Chang, membro di un gruppo di ribelli che l'aiuta a fuggire, la porterà a scoprire un nuovo mondo e diventerà l'ispiratrice di una prossima rivoluzione. In un futuro post-apocalittico (i titoli di coda dicono che siamo nel 2321), 106 anni dopo "la caduta" (un cataclisma di origine nucleare), l'umanità ha ormai abbandonato la Terra per trasferirsi su colonie in altri pianeti, lasciando dietro di sé pochi individui che vivono divisi in sparuti gruppi: i "prescelti", privilegiati che vivono in isolamento e hanno conservato la conoscenza della tecnologia, e alcune tribù ridotte a uno stato barbarico e semi-primitivo, in perenne guerra fra loro. Fra queste ci sono gli abitanti della valle dove vive Zachry (Tom Hanks), tormentato da un fantasma misterioso e diabolico. L'arrivo della "prescelta" Meronym, in cerca di un modo di comunicare con le colonie extraterrestri, cambierà il suo mondo.

Il film (formalmente di produzione tedesca, al punto che è stato battezzato dai media "il primo blockbuster della Germania", dimenticandosi di cosucce come "Metropolis"...) è tratto dall'omonimo romanzo del britannico David Mitchell (in italiano pubblicato col titolo "L'atlante delle nuvole"), dove il meccanismo delle "storie contenute in altre storie", come scatole cinesi, era ancora più esplicito ed evidente (ogni vicenda era raccontata, letta o vista dal protagonista della storia successiva). Anche nella pellicola, comunque, ci sono questi collegamenti: Il diario di viaggio di Adam (1849) viene letto da Robert nel 1936 e contribuisce ad ispirare la sua composizione. La musica di Robert viene ascoltata da Luisa nel 1973, che ne legge anche le lettere indirizzate all'amante Rufus Sixsmith, anzi è l'incontro con quest'ultimo in persona a dare il via alla sua indagine. La storia di Luisa – come preannunciato dal suo giovane amico ispanico – diventa un libro, anzi un manoscritto che viene recapitato nel 2012 a Timothy Cavendish, che lo porta con sé nella casa di ricovero. L'avventura di Cavendish, il suo anelito per la libertà (con tanto di citazione da Solženicyn) e la sua ardita fuga si trasformeranno in un film, che sarà visto nel 2144 da Somni-451 e ispirerà il suo animo rivoluzionario. La testimonianza di Somni, infine, tramandata da generazione in generazione, si ammenterà di un'aura religiosa: le tribù barbariche nel 2321 la venereranno come una dea, mentre per i "prescelti" sarà comunque un'importante figura di riferimento. Oltre a quelle intertestuali, sono poi innumerevoli le citazioni, i rimandi e i riferimenti a libri, film, poesie, opere musicali "esterne", molte addirittura esplicite, che arricchiscono le vicende in profondità. Ne cito una su tutte: nel 2012 Cavendish grida, durante la sua ribellione, "Soylent Green is people!", la celebre frase che conclude il capolavoro fantascientifico "2022: i sopravvissuti" di Richard Fleischer con Charlton Heston. Ebbene, la trama di quel film riecheggia in modo impressionante gli eventi che si svolgono a Neo Seoul nel 2144, con tanto di scoperta che i corpi degli umani defunti vengono "riciclati" per produrre il "sapone" di cui sono costretti a nutrirsi.

Acclamata da una (piccola) parte della critica, la pellicola è stata invece male accolta da chi l'ha accusata di essere eccessivamente ambiziosa o addirittura caotica e confusa. A torto: perché seguirla, pur nella sua stratificazione, non è difficile. E non solo perché le varie storie, anche se corrono in parallelo, sono comunque lineari (non ci sono salti temporali, flashback o contorcimenti narrativi), ma anche perché ciascuna di esse ha un proprio look e un proprio tono che la rende diversa dalle altre. E non mancano i punti di riferimento cinematografici: l'episodio del 1973, per esempio, si rifà chiaramente alle pellicole di blaxploitation di quegli anni, come il celebre "Shaft", oppure ai film di fantapolitica e di indagine poliziesca; quello del 2012 è quasi una commedia, dai toni grotteschi e surreali (merito anche della comicità del protagonista, Jim Broadbent), ma con richiami a "Qualcuno volò nel nido del cuculo" (vedi l'infermiera Noakes); il mondo futuristico del 2144 richiama naturalmente "Blade Runner", "Il quinto elemento" ma anche sparute pellicole di SF giapponesi e coreani ("The resurrection of the little match girl"), e così via. Le regie di autori diversi non rappresentano in questo caso un handicap, ma contribuiscono ulteriormente a differenziare fra loro le storie. In ogni caso, bravi sia i Wachowski (che hanno diretto gli episodi più fantascientifici o avventurosi: quelli del 1849, del 2144 e del 2321) che il talentuoso Tykwer (dallo stile più classico, responsabile dei segmenti del 1936, del 1973 e del 2012). Tornando alle citazioni, un riferimento fondamentale – che pochi hanno colto ma che mi sembra evidente – è quello del manga giapponese "Le bizzarre avventure di JoJo" di Hirohiko Araki: il film lo ricorda per le avventure ambientate in epoche diverse ("JoJo" è diviso in varie serie, che partono appunto dall'ottocento per poi proseguire negli anni trenta del novecento, ai giorni nostri, nel futuro, e così via), ma anche per dettagli minori come la voglia a forma di stella (qui una cometa) che è sempre presente sul corpo dei protagonisti delle varie storie... E c'è persino uno "stand"! Mi riferisco, naturalmente, al fantasma che appare a Zachry nell'ultimo episodio, visibile a lui solo, che gli parla e influenza le sue azioni: anche nell'aspetto ricorda certe creazioni grafiche di Araki, con tanto di cappello a cilindro (che peraltro richiama quello indossato da Adam nel primo episodio: un altro ciclo che si chiude!).

Eccezionale – come dicevo – il cast, per varietà e composizione (che bello vedere come l'attrice coreana Bae Du-na, mia beniamina già da diversi anni, sia stata finalmente notata e scoperta anche da Hollywood!) ma soprattutto per la capacità interpretativa (su tutti mi sono piaciuti Halle Berry e Jim Broadbent, ma nessuno sfigura e persino Tom Hanks e Hugh Grant riescono a sorprendere in più occasioni). Come già sottolineato, quasi tutti gli attori ricompaiono in tutti gli episodi: a volte da protagonisti, a volte in piccole parti; a volte camuffati con pesanti trucchi che li rendono quasi irriconoscibili, a volte addirittura in ruoli femminili (gli attori maschi) o maschili (le femmine). Tom Hanks, oltre a Zachry (2321, ma anche nel prologo e nell'epilogo ambientato ancora più nel futuro), è dunque anche il medico avvelenatore nel 1849, il portiere d'albergo nel 1936, l'impiegato che consegna il dossier nucleare a Luisa nel 1973, lo scrittore gangster nel 2012, l'attore che interpreta Cavendish nel film del 2144. Halle Berry, oltre a Luisa Rey (1973), è anche una maori nel 1849, la moglie dell'anziano compositore nel 1936, e soprattutto la "prescelta" Meronym nel 2321. Jim Broadbent, oltre a Cavendish nel 2012, è il capitano della nave nel 1849 e il compositore nel 1936. Jim Sturgess, oltre ad Adam nel 1849, è Hae-Joo Chang nel 2144 e il cognato di Zachry nel 2321. Bae Du-Na, oltre a Somni nel 2144 (in più ruoli, e concedendoci anche una scena di nudo!), è anche la moglie di Adam nel 1849 e la messicana nel 1973. Ben Whishaw, oltre a Robert Frobisher nel 1936, è anche Georgette, la cognata di Cavendish, nel 2012. Ma oltre a questi ruoli ce ne sono tanti altri, ancora più "minori": la visione dei titoli di coda, dove vengono mostrate tutte le "incarnazioni" (è la parola giusta) degli attori, riserva non poche sorprese, visto che in certi casi gli interpreti sono davvero irriconoscibili, soprattutto quando si tratta di personaggi del sesso opposto (ci sarà stato lo zampino, in questa scelta, di Lana Wachowski?). Incidentalmente, la cosa ha anche generato una stupida polemica: un'associazione si è lamentata perché alcuni personaggi di Neo Seoul erano interpretati da attori occidentali "truccati" con gli occhi a mandorla, come ai tempi delle yellowfaces (in particolare Jim Sturgess nei panni di Chang), anziché usare veri attori asiatici. Evidentemente questi sedicenti paladini dei diritti altrui non si sono resi conto che uno degli scopi del film era proprio quello di mostrare, per dirla con le parole dei Wachowski, "la continuità delle anime": tanto che ci sono anche asiatici nel ruolo di occidentali (la suddetta Bae Du-na), neri in ruoli di bianchi (e viceversa), e appunto maschi nel ruolo di femmine (e viceversa).

La stessa varietà di apparizioni vale anche per il cast di contorno, pure questo di notevole livello. Parliamo infatti di Susan Sarandon (il primo amore di Cavendish nel 2012; la sciamana nel 2321; e altro ancora), Hugo Weaving (il suocero di Adam nel 1849; il killer nel 1973; l'infermiera Noakes nel 2012; il fantasma diabolico nel 2321; e altro ancora), Hugh Grant (il boss della corporazione nel 1973; il fratello di Cavendish nel 2012; e altro ancora), James D'Arcy (Rufus Sixsmith sia nel 1936 che nel 1973; l'archivista nel 2144), e inoltre Zhou Xun, Keith David, David Gyasi... Da notare come Hugo Weaving faccia praticamente il cattivo in ogni episodio! Al contrario, altri personaggi (ed ecco perché è giusto chiamarle "incarnazioni") compiono un viaggio karmico attraverso il tempo, alternando vite "positive", "negative" o "neutrali", e portando con sé elementi, luoghi e sensazioni che si ripeteranno lungo lo scorrere del tempo (pensiamo a quante volte vengono citati certi luoghi, per esempio: l'Oceano Pacifico, la California, la Scozia, la Corea...). La gestazione del film è stata lunga e travagliata: l'idea iniziale di adattare il romanzo di Mitchell è stata di Tykwer, che ha poi coinvolto i Wachowski, avendo questi opzionato i diritti del testo. Più volte, per problemi di budget, la produzione ha rischiato di abbandonare il progetto: l'entusiasmo di coloro che erano stati coinvolti, come Tom Hanks, ha contribuito a portarlo avanti. La colonna sonora è stata composta dallo stesso Tom Tykwer (con i suoi soliti collaboratori Reinhold Heil e Johnny Klimek) ed è ricca di fascino: da ricordare soprattutto il brano orchestrale che, nel film, è composto da Robert Frobisher e che riecheggia in tutti gli altri segmenti: anch'esso è protagonista di un "ciclo karmico", visto che dal futuro torna nel passato: Vygan Ayrs lo ode in un sogno ambientato nella "mangeria" del 2144 dove lavora Somni-451. E Luisa Rey afferma di conoscerne già la musica prima ancora di udirla in un disco per la prima volta.... Un'ultima riflessione da fare è quella relativa al linguaggio, soprattutto nei due episodi ambientati nel futuro. La lingua ha evoluzioni, alcune parole mutano di significato e altre si semplificano mentre ne nascono di nuove, ma soprattutto è la grammatica a cambiare, al punto che – pur rimanendo intellegibile – la lingua parlata nel 2144 e soprattutto nel 2321 è profondamente diversa da quella del passato e del presente. Anche in questo si nota la cura nella realizzazione del film (e, per una volta, nell'adattamento italiano).

12 gennaio 2013

I love shopping (P.J. Hogan, 2009)

I Love Shopping (Confessions of a Shopaholic)
di P.J. Hogan – USA 2009
con Isla Fisher, Hugh Dancy
**

Visto in divx, con Sabrina.

Rebecca, giornalista pasticciona e irresponsabile, è una "shopaholic", ovvero una compratrice compulsiva, che non sa resistere ad acquistare abiti e accessori di moda ("Quando compro, è come se il mondo diventasse migliore") e a dar fondo alle proprie carte di credito. A causa di quella che è una vera e propria malattia, si ritrova perennemente indebitata fino al collo, ed è dunque abituata a propinare ogni sorta di scuse e di bugie agli amici e agli addetti per la riscossione dei debiti. Il suo sogno è quello di collaborare alla prestigiosa rivista di moda "Alette", ma nel frattempo trova casualmente un incarico come columnist per un periodico che tratta di finanza e di investimenti, sul quale scrive con lo pseudonimo "La ragazza con la sciarpa verde". I suoi articoli sul mondo del risparmio del credito, che si rivolgono senza peli sulla lingua a un pubblico generalista, fanno scalpore e ottengono un grande successo, il che è paradossale se si pensa che proprio lei è la prima a non saper tenere sotto controllo le proprie finanze. L'amica Suze la spinge a partecipare alle riunioni di un gruppo di compratori compulsivi anonimi, ma la vera molla che la porterà a guarire da questa patologia sarà l'amore per il suo giovane caporedattore. Tratto dal best seller di Sophie Kinsella e diretto con verve dal regista de "Il matrimonio del mio miglior amico", è un film simpatico e frizzante, almeno nella prima parte: la seconda, invece, è più convenzionale e riserva poche sorprese prima dell'inevitabile lieto fine, con tanto di riscatto. In ogni caso, decisamente più ironico e movimentato de "Il diavolo veste Prada". Da segnalare, in chiave surreale, le scene in cui Rebecca parla con i manichini nelle vetrine. Interessante il cast di contorno: i genitori della protagonista sono interpretati da John Goodman e Joan Cusack, la direttrice di "Alette" è Kristin Scott Thomas.

9 gennaio 2013

I sospiri del mio cuore (Y. Kondo, 1995)

I sospiri del mio cuore (Mimi o sumaseba)
di Yoshifumi Kondo – Giappone 1995
animazione tradizionale
***

Visto in divx, con Alberto, Eva ed Elena.

Shizuku, studentessa di terza media, è una gran divoratrice di libri. Quando scopre che tutti i volumi che prende in prestito dalla biblioteca sono stati letti prima di lei da un ragazzo, Seiji Amasawa, comincia a domandarsi che tipo sia. Seguendo un misterioso gatto incontrato in metropolitana, giunge in cima a una collina nei sobborghi della città, dove si trova un vecchio negozio di antiquariato, e stringe amicizia con l'anziano proprietario, il cui nipote si rivela essere proprio Seiji. L'iniziale diffidenza verso il ragazzo si trasforma in amore quando Shizuku rimane ammirata dal suo forte carattere e dalle sue molteplici qualità: suonatore di violino e aspirante liutaio, Seiji progetta di trasferirsi in Italia per studiare a Cremona, la culla della liuteria. Seguendo il suo esempio, la ragazza decide a sua volta di impegnarsi seriamente a fare qualcosa, vale a dire la scrittura di un romanzo: e come protagonista sceglie il Barone, la statua di un gatto antropomorfo che aveva colpito la sua attenzione nel negozio d'antiquariato. I primi turbamenti amorosi, i problemi famigliari (i rapporti quotidiani con i genitori e la sorella maggiore), le amicizie, la scoperta di un mondo più vasto e della responsabilità, sullo sfondo delle vacanze scolastiche e delle giornate estive, sono narrati con grande realismo, sensibilità e delicatezza. Tratto da un manga di Aoi Hiragi, è stato il primo film dello Studio Ghibli a non essere diretto né da Hayao Miyazaki (che ne firma la sceneggiatura) né da Isao Takahata: Yoshifumi Kondo, già loro assistente, ne era considerato il legittimo successore e tutti si aspettavano che ne avrebbe raccolto l’eredità, prendendo le redini dello studio. Kondo però morì tragicamente nel 1998, e questo rimane il suo unico film da regista. Il titolo originale significa "Se tendi l'orecchio". Nella colonna sonora spicca la classica ballata country di John Denver, "Take Me Home, Country Roads", di cui Shizuku redige due traduzioni in giapponese (che nella nostra edizione sono ovviamente in italiano) per il coro della scuola, una più letterale e l'altra invece umoristica ("Concrete Road", che parla del suo quartiere di Tokyo). Decisamente mediocre la versione italiana, purtroppo, con un pessimo adattamento dei dialoghi che manca di naturalezza e che ricorre a espressioni esageratamente ricercate (per esempio, quando il padre vede Shizuku in biblioteca, esclama un bizzarro "Quale rarità!" anziché un più naturale "Che strano!"). Il Barone tornerà in una sorta di spin-off, "La ricompensa del gatto", nel 2002.

31 dicembre 2012

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato (Peter Jackson, 2012)

Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato
(The Hobbit: An Unexpected Journey)
di Peter Jackson – USA/Nuova Zelanda 2012
con Martin Freeman, Ian McKellen
***

Visto al cinema Arcadia di Melzo (in 3D), con Monica, Roberto, Sabrina e altra gente.

Nel redigere le sue memorie, l'hobbit Bilbo Baggins rievoca l'avventura che l'ha portato per la prima volta fuori dalla Contea, sessant'anni prima degli eventi narrati nella saga de "Il Signore degli Anelli". In compagnia dello stregone Gandalf e di un gruppo di tredici nani, guidati dal principe Thorin Scudodiquercia, era partito per raggiungere Erebor, la Montagna Solitaria, con l'obiettivo di riconquistare il tesoro e il regno che il drago Smaug aveva depredato anni prima. Nel corso dell'avventura, fra le altre cose, Bilbo incontrerà la creatura chiamata Gollum e si impadronirà dell'anello magico che rende invisibili e che sarà al centro della successiva epopea. Dopo lo straordinario successo della trilogia cinematografica imperniata sulle avventure di Frodo, tutti gli appassionati auspicavano un adattamento anche del primo romanzo di Tolkien, pubblicato nel 1937, che ne costituisce l'antefatto (già adattato in animazione in uno special televisivo del 1977). A lungo in lavorazione (avrebbe dovuto dirigerlo Guillermo Del Toro, con Peter Jackson "confinato" nel ruolo di produttore, ed essere diviso in due film), alla fine è stato realizzato dallo stesso Jackson, coadiuvato da gran parte dei suoi soliti collaboratori (a partire da Fran Walsh e Philippa Boyens alla sceneggiatura), e diviso addirittura in tre pellicole. Per rimpolpare la vicenda (il libro è notevolmente più "leggero" rispetto alla trilogia dell'anello, e forse un film solo sarebbe stato sufficiente), Jackson e soci hanno deciso di ricorrere a materiale proveniente da altri scritti tolkieniani (in particolare dalle appendici de "Il Signore degli Anelli") e di esplicitare eventi che nel testo erano solamente sottintesi (la minaccia del Negromante e le riunioni del Bianco Consiglio, ovvero il gruppo dei saggi della Terra di Mezzo, composto – fra gli altri – da Elrond, Galadriel e Saruman). Se alcune di queste scelte possono essere catalogate come fan service (come la ricomparsa di personaggi e attori della prima trilogia), non c'è dubbio che la realizzazione di ben tre film e la presenza nel cast di attori già noti non farà che bene alle casse dei produttori.

Meno epico, più umoristico e "quotidiano" anche nei suoi momenti più avventurosi, "Lo Hobbit" può forse deludere chi, non conoscendo il libro di Tolkien (scritto per i propri figli, e dunque essenzialmente un romanzo per bambini), si attendeva un'evoluzione rispetto a "Il Signore degli Anelli", di cui invece non solo è un prequel ma, di fatto, una versione in scala ridotta, con un ritmo più rilassato e un mood tutto particolare che si traduce quasi in una rimpatriata fra vecchi amici o in un racconto da narrare attorno al fuoco. Naturalmente il fascino della Terra di Mezzo, il vasto e dettagliato mondo immaginario in cui si svolge la vicenda, rimane intatto, grazie alla regia visionaria di Jackson, ai magnifici scenari naturali della Nuova Zelanda, alla cura immessa nei costumi e nelle scenografie, e alla dinamica fotografia di Andrew Lesnie. Si comincia con una narrazione dei retroscena della vicenda, con l'attacco di Smaug a Erebor e la fuga dei nani dalla montagna (nell'occasione si intravede già Thranduil, re degli elfi di Bosco Atro e padre di Legolas, che rifiuta di correre in loro aiuto, esacerbando ulteriormente la rivalità fra elfi e nani). Ma il vero inizio è costituito dalle belle sequenze ambientate nella Contea, con l'incontro fra Bilbo e Gandalf e poi l'arrivo dei nani e i preparativi della quest. Fra le scene cult, l'incontro con i tre troll (meno caricaturale rispetto al testo tolkieniano), la gara di enigmi fra Bilbo e Gollum, la battaglia fra i giganti di pietra nelle montagne, la fuga dalle caverne dei goblin (forse esageratamente "videogiocosa") e la lotta finale con i mannari (qui cavalcati da un gruppo di orchi guidati da Azog, personaggio il cui ruolo è stato accresciuto a dismisura per creare un antagonista riconoscibile per il primo film), con la successiva fuga sul dorso delle aquile che conclude questa prima parte della storia. La colonna sonora di Howard Shore recupera diversi temi de "Il Signore degli Anelli", ma ne aggiunge anche di nuovi: su tutti quello dei nani, la cui melodia è utilizzata anche per la ballata lenta "Misty Mountains" (una delle due canzoni presenti nel film, entrambe cantate dai nani: d'altronde nel libro le poesie che fungevano da "intermezzi musicali" erano numerose).

Bravo Martin Freeman (attore britannico che ricordiamo come Arthur Dent ne "La guida galattica per autostoppisti", Rembrandt nel "Nightwatching" di Peter Greenaway e Watson nel serial televisivo "Sherlock"), la cui recitazione e la cui mimica a tratti ricordano in maniera impressionante quelle di Ian Holm (che ricompare in alcune scene nei panni di Bilbo da anziano); sontuoso come sempre Ian McKellen nei panni di Gandalf il Grigio, mentre fanno ritorno Hugo Weaving/Elrond, Cate Blanchett/Galadriel (assistiamo qui per la prima volta a un confronto fra la dama elfica e Gandalf, visto che ne "La compagnia dell'anello" lo stregone era già scomparso quando i nostri eroi giungevano a Lórien), Christopher Lee/Saruman e – nell'incipit – Elijah Wood/Frodo. Andy Serkis torna a vestire "virtualmente" i panni digitali di Gollum, ma si occupa anche di dirigere la seconda unità. Fra le new entry, spiccano Sylvester McCoy (già settimo dottore in "Doctor Who") nella parte di Radagast il Bruno (lo stregone che ha scelto di vivere in simbiosi con la natura, fra piante e animali: nei libri di Tolkien viene a malapena citato, mentre qui ha il suo momento di gloria) e soprattutto Richard Armitage in quella di Thorin Scudodiquercia, vero motore della vicenda. Una scelta azzeccata è stata quella di differenziare notevolmente l'uno dall'altro – dal punto di vista estetico e caratteriale – i tredici nani, che nel libro (a parte alcune eccezioni, come Thorin, Balin e Bombur) rimangono invece indistinti a parte per il nome. Chi temeva di trovarsi di fronte a tredici cloni di Gimli ha dovuto ricredersi: l'unico il cui aspetto assomiglia al nano de "Il Signore degli Anelli" è Glóin, il che è naturale, trattandosi di suo padre. Per il resto, sono tutti diversi (per barbe, nasi, capelli, corporatura, abbigliamento, armi) e a dire il vero non tutti convincenti come nani: alcuni di essi (i più giovani Kili e Fili, ma anche Thorin), a parte la statura, potrebbero benissimo passare per uomini. Oltre che in 3D, il film è uscito nelle sale anche in versione HFR (High Frame Rate, una tecnologia che consente di proiettare 48 fotogrammi al secondo anziché i consueti 24), tutta roba che aggiunge poco o nulla alla visione (anzi, il 3D rende eccessivamente confuse e impastate le scene d'azione, soprattutto nelle carrellate laterali) e di cui si poteva benissimo fare a meno.

29 dicembre 2012

Vita di Pi (Ang Lee, 2012)

Vita di Pi (Life of Pi)
di Ang Lee – USA 2012
con Suraj Sharma, Irrfan Khan
**1/2

Visto al cinema Colosseo (in 3D), con Sabrina, Marco ed Eleonora.

L'indiano Piscine Molitor Patel (che prende il suo bizzarro nome da una piscina di Parigi), detto "Pi", racconta a uno scrittore – giunto da lui in cerca di materiale per un libro – l'incredibile vicenda che lo ha visto protagonista da giovane. Sin da adolescente, nella sua ricerca di spiritualità, era entrato in contatto – oltre che con l'induismo – anche con il cristianesimo e l'islam, finendo con l'abbracciare tutte e tre le religioni. Durante un viaggio per mare verso il Canada con la sua famiglia (il padre, proprietario di uno zoo, aveva deciso di trasferire la sua attività oltreoceano, portando con sé tutti gli animali), la nave su cui era a bordo viene investita da una tempesta e fa naufragio, e Pi si ritrova su una scialuppa di salvataggio insieme a Richard Parker, una feroce tigre del bengala. Navigherà in mezzo all'oceano per diversi mesi, sopravvivendo grazie a mille risorse e alla forza di volontà, lottando contro la fame e la sete e cercando in ogni modo di tenere a bada – e in vita – l'animale, prima di approdare sano e salvo sulla terraferma. Tratto dal romanzo omonimo di Yann Martel, il film affascina per la bellezza delle immagini (difficile togliersi dalla mente le distese marine e gli straordinari incontri notturni con le meduse o la balena) e la consueta capacità affabulatoria di Ang Lee (che lo ha diretto dopo gli iniziali rifiuti di M. Night Shyamalan, Alfonso Cuarón e Jean-Pierre Jeunet). Convince meno invece quando vorrebbe emozionare o – peggio ancora – far riflettere sull'esistenza (o meno) di Dio. Agli ufficiali giapponesi della compagnia di navigazione che gli chiedono di raccontare la sua avventura, infatti, Pi fornisce due versioni diverse: quella fantastica e inverosimile che anche noi spettatori abbiamo visto sullo schermo, e una alternativa, più credibile e prosaica, in cui il ragazzo si trova sulla scialuppa in compagnia del cuoco di bordo (interpretato da Gérard Depardieu) e da altri due passeggeri che il cuoco uccide per nutrirsi della loro carne. Al termine del racconto, il ragazzo domanda agli ufficiali quale delle due storie preferiscano. E poiché non è possibile dimostrare quale sia quella vera (né la cosa è rilevante per determinare la causa del naufragio), essi scelgono quella "più bella", ossia quella con la tigre. La fede in Dio, cioè la decisione di credere nella sua esistenza, secondo Pi agisce nello stesso modo: un mito, si sa, ha più fascino rispetto alla cruda realtà dei fatti. Ma il fardello teologico e filosofico, peraltro banalotto, appesantisce un film che dal punto di vista del comparto tecnico è invece un vero gioiellino: ottimi, per esempio, gli effetti visivi (la tigre e gli altri animali sono ovviamente digitali), il cui ampio utilizzo – per non parlare della scelta del 3D – ha portato i geni del marketing a pubblicizzare la pellicola come "Il nuovo Avatar". Curiosamente, proprio la consapevolezza di aver assistito a una finzione cinematografica cancella in parte l'ambiguità del finale (e guarda caso, la seconda versione della storia non viene mostrata per immagini ma soltanto narrata a parole del protagonista).

28 dicembre 2012

L'arco (Kim Ki-duk, 2005)

L'arco (Hwal)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2005
con Jeon Seong-hwang, Han Yeo-reum
**

Rivisto in DVD, con Sabrina.

Su un barcone ancorato al largo della costa vivono un vecchio e una ragazza, che lui ha trovato quando era una bambina e che tiene con sé con l'intenzione di sposarla non appena avrà compiuto diciassette anni. Il vecchio si guadagna da vivere portando sulla chiatta (tramite una barca a motore) piccoli gruppi di pescatori, dai quali talvolta è costretto a difendere la ragazza per mezzo del suo arco: con questo è inoltre in grado di "prevedere il futuro" in maniera bizzarra, ossia scagliando frecce contro l'immagine di Buddha dipinta sulla fiancata del barcone mentre la ragazza vi si dondola davanti con un'altalena. Proprio quando il compleanno della ragazza è ormai imminente (e il vecchio ha già acquistato gli abiti per il matrimonio), lei si innamora di un giovane pescatore... Un'ambientazione che ricorda in parte "L'isola" (le piattaforme galleggianti per i pescatori), ma anche "Primavera, estate, autunno, inverno" (il luogo circondato dall'acqua, raggiungibile solo con una barca) e "The birdcage inn", per un film che però non riesce a rivelarsi alla loro altezza: se la scenografia ha il suo fascino e la bellezza delle immagini è innegabile (così come quella della protagonista, acerba e maliziosa al tempo stesso), il simbolismo è alquanto scontato (vedi il finale, con la freccia scagliata in aria – ovvero lo spirito del vecchio – che ricade dal cielo per togliere la verginità alla ragazza), troppi elementi sono buttati lì (l'arco che viene utilizzato anche come strumento musicale), e soprattutto c'è molta "poeticità" gratuita, che spesso si traduce in uno sfoggio di estetica fine a sé stessa, manieristica e non sempre sincera. I due personaggi principali non parlano mai, anche se ovviamente non sono muti.

27 dicembre 2012

Una poltrona per due (John Landis, 1983)

Una poltrona per due (Trading places)
di John Landis – USA 1983
con Eddie Murphy, Dan Aykroyd
***1/2

Rivisto in TV, con Alberto ed Eva.

Per verificare se l'indole di una persona è determinata dalle sue qualità innate oppure se è l'ambiente in cui vive a formarne il carattere, i fratelli Randolph e Mortimer Duke – magnati della finanza e proprietari di un'azienda di consulenza e brokeraggio di Philadelphia – scommettono un dollaro sull'esito di un "esperimento scientifico": scambieranno di posto Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd), il loro più valente impiegato (educato nelle migliori scuole, genio della finanza e fidanzato con la loro nipote Penelope), e Billy Ray Valentine (Eddie Murphy), uno straccione e ladruncolo che vive di truffe ed espedienti. L'esperimento riesce: Valentine si cala perfettamente nel ruolo dello yuppie e dimostra inaspettate doti finanziarie, mentre Winthorpe, accusato di furto e di spaccio di droga, si ritrova abbandonato da tutti e precipita all'ultimo gradino della scala sociale. Ma quando i due scopriranno di essere stati manipolati dai Duke, che per di più hanno l'intenzione di abbandonarli entrambi al proprio destino, uniranno le forze e sapranno vendicarsi. Forse ispirato al romanzo di Mark Twain "Il principe e il povero", il film di Landis è un moderno classico di Natale, riproposto immancabilmente dalla televisione italiana durante le feste, nonché uno dei più celebri film del regista, di Dan Aykroyd (entrambi reduci da "The Blues Brothers" e "vedovi" di John Belushi, che era morto l'anno prima) e soprattutto di Eddie Murphy (a inizio carriera e al suo secondo successo dopo "48 ore"). La caratterizzazione dei personaggi, i calcolati tempi comici (dettati soprattutto dalla contagiosa energia di Murphy), l'acuta analisi sociale, le reminescenze di Preston Sturges tengono a freno l'anarchia narrativa di Landis, che nell'occasione sforna una delle sue migliori regie. Memorabile la scena finale nella borsa valori, a colpi di contrattazioni sul prezzo del "succo d'arancia surgelato": insieme a "Wall Street" di Oliver Stone, la pellicola divenne uno dei simboli degli anni Ottanta reaganiani, un decennio particolarmente contrassegnato dal dilagare del yuppismo e delle speculazioni finanziarie. Geniale, a tal proposito, il doppio senso del titolo originale. Grande cast: oltre ai due protagonisti, brillano Jamie Lee Curtis nel ruolo di Ophelia, la prostituta che aiuta Winthorpe dopo che questi è caduto in disgrazia (un ruolo che per la prima volta la affrancava dal genere horror, di cui fino ad allora era stata assidua frequentatrice, e che ben prima di "Un pesce di nome Wanda" ne metteva in luce – oltre alle tette! – le qualità comiche), e il veterano inglese Denholm Elliot, il maggiordomo prima di Winthorpe e poi di Valentine. I fratelli Duke sono invece interpretati da due vecchie volpi della commedia americana, Don Ameche e Ralph Bellamy. Paul Gleason è infine Clarence Beeks, l'agente al servizio dei Duke per i lavori sporchi. C'è anche una comparsata, nel finale, per un giovane James Belushi nei panni dell'uomo con il costume da gorilla (a proposito: chissà come mai gli americani a Capodanno si travestono come se fosse Carnevale?). La colonna sonora di Elmer Bernstein saccheggia ampiamente l'ouverture da "Le nozze di Figaro" di Mozart: si veda in particolare l'incipit, dove la melodia mozartiana accompagna la Philadelphia che lavora e che si sveglia al mattino, fino a introdurci nella lussuosa villa di Winthorpe. Una curiosità: nel 2010, quasi trent'anni dopo l'uscita del film, una nuova regolamentazione dei mercati finanziari in America ha preso il nome di "Eddie Murphy rule", proprio perché mira a evitare l'insider trading attraverso l'utilizzo di informazioni governative riservate (come vorrebbero fare i fratelli Duke nel film).

25 dicembre 2012

Ralph Spaccatutto (Rich Moore, 2012)

Ralph Spaccatutto (Wreck-It Ralph)
di Rich Moore – USA 2012
animazione digitale
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Sabrina.

Ralph Spaccatutto è il "cattivo" di un vecchio videogioco arcade, "Felix Aggiustatutto", dove ha il compito di danneggiare un palazzo che l'eroe dovrà appunto rimettere a posto. Il suo sogno è però quello di diventare un "buono", per ricevere rispetto, onori e magari anche una medaglia come quelle che Felix vince ogni volta che completa la sua missione. Decide così di trasferirsi in un altro videogame, visto che – quando la sala giochi è chiusa – i personaggi sono liberi di interagire fra loro e di spostarsi da un ambiente all'altro. Costruito su un'idea simile a quella di "Toy Story" (i giocattoli, se non ci sono bambini o esseri umani attorno, si animano e conducono una vita propria), è forse il primo lungometraggio in animazione digitale della Disney a reggere il confronto con quelli della Pixar: guarda caso, c'è John Lasseter come produttore esecutivo. L'effetto nostalgia (la maggior parte dei videogame sono coin-op "vecchio stile"), le apparizioni di personaggi dei titoli più svariati (da Pac-Man a Q*bert, da Street Fighter a Tapper), le citazioni rivolte ai videogiocatori di lunga data (il "Konami code" che Re Candito utilizza come combinazione, o i graffiti sulle pareti della stazione centrale quali "Aerith lives" e "All your base are belong to us") e la grafica accattivante sono solo ciliegine sulla torta di un film comunque apprezzabilissimo anche da chi non conosce i videogiochi: colorato, dinamico, coinvolgente, divertente, con almeno un plot twist (la rivelazione dell'identità del cattivo) che giunge inaspettato benché preparato con largo anticipo, e a tratti anche commovente, per come sa trattare in maniera fresca e leggera i classici temi dell'amicizia, dell'autostima e dell'accettazione del proprio ruolo. Non si può che concordare con la recensione di Variety: "With plenty to appeal to boys and girls, old and young, Walt Disney Animation Studios has a high-scoring hit on its hands in this brilliantly conceived, gorgeously executed toon, earning bonus points for backing nostalgia with genuine emotion". Fra le scene cult sono da ricordare la riunione dei cattivi (fra i quali si riconoscono uno dei fantasmini di Pac-Man, Zangief e M. Bison di Street Fighter, Bowser di Super Mario Bros.) e il riferimento (non fine a sé stesso, peraltro, ma del tutto funzionale alla trama) all'esplosiva combinazione fra Coca-Cola e Mentos. I tre videogame in cui si svolge l'azione, diversissimi fra loro per mood e stile grafico (e ai quali è possibile giocare veramente, sul sito ufficiale del film), sono ispirati rispettivamente a "Donkey Kong" (Felix Aggiustatutto), a "Call of Duty" (Hero's Duty) e a "Super Mario Kart" (Sugar Rush): e proprio nel caramelloso mondo di quest'ultimo – dove Ralph stringerà amicizia con la pestifera Vanelope Von Schweetz, aspirante pilota emarginata dagli altri perché ritenuta un glitch, un errore di programmazione – è ambientata gran parte della pellicola; dal suo canto, invece, Felix (colpito dalla "alta definizione" del suo volto!) si innamorerà della militaresca protagonista del fantascientifico "Hero's Duty". Nella colonna sonora di Henry Jackman spicca la canzone (sui titoli di coda) "Sugar Rush" del gruppo idol giapponese AKB48. Il regista ha diretto in precedenza episodi de "I Simpson" e "Futurama".

24 dicembre 2012

Fred Claus (David Dobkin, 2007)

Fred Claus - Un fratello sotto l'albero (Fred Claus)
di David Dobkin – USA 2007
con Vince Vaughn, Paul Giamatti
**

Visto in TV, con Sabrina.

Santa Claus (Paul Giamatti) ha un fratello scapestrato e cinico, Fred (Vince Vaughn), che vive a New York e ha da tempo tagliato i ponti con il resto della famiglia, con la quale i rapporti sono tutt’altro che idilliaci (anche perché la madre non ha mai nascosto chi preferisce fra i due). Intenzionato ad aprire un’agenzia di scommesse, Fred decide di chiedere un prestito al fratello: e per ottenerlo è costretto a trasferirsi per qualche giorno al Polo Nord e aiutarlo nei preparativi del Natale, combinando peraltro parecchi guai che costano a Santa Claus quasi il licenziamento (proprio in quei giorni, infatti, un ispettore sta valutando l’efficienza della sua attività e minaccia di farlo chiudere se ci saranno degli intoppi nella consegna dei doni). Ma alla fine sarà proprio Fred, sostituendosi a Santa nella notte di Natale, a salvare la festa e a portare i doni a tutti i bambini del mondo. Tipico film natalizio a base di buoni sentimenti, con la cattiveria e il cinismo che si sciolgono nel lieto fine, e una spruzzata di comicità surreale. A sollevarlo sopra la media del genere concorrono la confezione (buona la scenografia, così come gli effetti speciali) e soprattutto gli attori (ottimo anche il cast di contorno, con Kevin Spacey nei panni dell’ispettore, Miranda Richardson in quelli della moglie di Santa, mentre Kathy Bates è la madre e Rachel Weisz la fidanzata di Fred; ma ci sono anche Elizabeth Banks – la graziosa segretaria di Babbo Natale – e John Michael Higgins – il capo degli elfi, di lei innamorato). La scena migliore, comunque, è quella della riunione (in stile alcolisti anonimi) dei fratelli che soffrono per vivere all'ombra di personaggi famosi, alla quale partecipano – fra gli altri – i veri fratelli di Sylvester Stallone (Frank), Bill Clinton (Roger) e Alec Baldwin (Stephen).

23 dicembre 2012

Zoolander (Ben Stiller, 2001)

Zoolander (id.)
di Ben Stiller – USA 2001
con Ben Stiller, Owen Wilson
**1/2

Rivisto in DVD, con Ilaria.

Derek Zoolander è il più celebre supermodello sulla scena fashion, celebre per i suoi sguardi conturbanti (e tutti uguali). Peccato che, come peraltro tutti i suoi colleghi, sia anche un campione di ignoranza e stupidità. In crisi per l'arrivo di un rivale, il biondissimo Hansel (Owen Wilson, già alla quarta collaborazione con Stiller), che gli ha impedito di vincere il titolo di "modello dell'anno" per la quarta volta consecutiva, Zoolander accetta di diventare il testimonial della nuova linea dello stilista Mugatu (Will Ferrell), ignorando che si tratta di un escamotage per fargli il lavaggio del cervello e spingerlo ad assassinare – durante una sfilata – il primo ministro della Malesia: questi, infatti, intende abolire il lavoro minorile nel proprio paese, andando contro gli interessi delle più importanti griffe di moda. Ma Derek sarà aiutato proprio da Hansel, che rivela di essersi sempre ispirato a lui, e dalla giornalista Matilda (Christine Taylor). Grottesca ed esilarante satira del mondo della moda (sviluppata a partire da alcuni spezzoni televisivi interpretati da Stiller in occasione dei VH1 Fashion Awards), è un film forse più stupido che intelligente. Ma riesce comunque a regalare parecchi momenti divertenti, per lo più legati all'idea che i modelli siano soltanto belli e stupidi, "esagerati cultori del proprio aspetto e del proprio ego": dalla battaglia con le pompe al distributore di benzina, alla mitica scena di Derek e Hansel che cercano di scoprire come si accende un computer (un iMac: siamo nel 2001) e che naturalmente parodizza "2001: Odissea nello spazio", per non parlare di alcune brillanti gag ("Sono diventata bulimica" - "Vuoi dire che sai leggere nel pensiero?"). Milla Jovovich è quasi irriconoscibile dietro il pesante trucco di Katinka, l'assistente russa di Mugatu, ma se la cava nel ruolo (per una volta) della cattiva. Numerosissimi i cameo di celebrità nelle parti di sé stesse (David Bowie, Donald Trump, Paris Hilton, Heidi Klum, Claudia Schiffer, Victoria Beckham, Tom Ford, Lenny Kravitz, Karl Lagerfeld, Donatella Versace, Tommy Hilfiger, Nina Hagen, Stephen Dorff, Christian Slater, Natalie Portman, Winona Ryder, James Marsden, Billy Zane, Cuba Gooding Jr., per citarne solo alcuni). Il padre di Derek è interpretato da Jon Voight (e uno dei suoi fratelli da Vince Vaughn), mentre il vero padre di Ben Stiller, Jerry, recita nei panni del suo manager. Una curiosità: "Zoolander" fu il primo film comico a uscire nei cinema di New York dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre, e forse anche per questo motivo non venne accolto favorevolmente dal pubblico (per poi rifarsi in seguito, diventando quasi un cult movie, nonché uno dei titoli più popolari della filmografia di Stiller).

22 dicembre 2012

...e alla fine arriva Polly (J. Hamburg, 2004)

...e alla fine arriva Polly (Along Came Polly)
di John Hamburg – USA 2004
con Ben Stiller, Jennifer Aniston
*

Visto in TV, con Sabrina.

Reuben Feffer (Stiller) lavora in una compagnia di assicurazioni, dove ha il compito di "valutare i rischi" dei potenziali assicurati prima di stipulare le polizze. Anche nella vita fa lo stesso, ponderando ogni possibilità per non lasciarsi mai cogliere alla sprovvista dagli eventi. Ma quando Lisa – la donna che ha appena sposato – lo tradisce durante il primo giorno del viaggio di nozze, si rende conto che deve ripensare la propria vita. Lo aiuterà l'incontro fortuito con Polly (Aniston), una vecchia compagna della scuola media, che conduce uno stile di vita opposto al suo, all'insegna dell'indecisione, della casualità e dell'apertura verso le nuove esperienze (un esempio per tutti: l'amore per i ristoranti etnici). Una pellicola priva di appeal e che non decolla mai, anche per colpa della mancanza di alchimia fra due protagonisti poco ispirati (soprattutto la svagatissima Aniston): se la prima parte punta quasi tutto su gag "schifose" o volgari (non si contano quelle scatologiche), nel tenativo forse di emulare "Tutti pazzi per Mary", la seconda vira sulla commedia sentimentale più scontata e prevedibile, con tanto di lezioncina morale. Nel cast anche Philip Seymour Hoffman (l'amico caciarone e combinaguai, immancabile in questo genere di film), Debra Messing (l'ex moglie), Hank Azaria (il nudista francese) e Alec Baldwin (l'eccentrico capo di Reuben). Bryan Brown è invece il miliardario amante degli sport estremi che Reuben è incaricato di "valutare" per un'eventuale assicurazione sulla vita.

21 dicembre 2012

Il buio oltre la siepe (Robert Mulligan, 1962)

Il buio oltre la siepe (To Kill a Mockingbird)
di Robert Mulligan – USA 1962
con Gregory Peck, Brock Peters
***1/2

Visto in TV.

In una piccola cittadina rurale nell’Alabama del 1932, ancora sofferente per le conseguenze della Grande Depressione, i due figli dell’avvocato Atticus Finch – Jem (10 anni) e Scout (6 anni) – sono testimoni dell’impegno del padre nel difendere un uomo di colore, Tom Robinson (Peters), dall’accusa di aver violentato la figlia di un contadino. Nel contempo i due bambini e un loro amico, Dill, si incuriosiscono per le voci sulla presenza, nella casa a fianco (“oltre la siepe” appunto), di Boo, un malato di mente tenuto segregato dalla sua stessa famiglia. Tratto dal romanzo omonimo (premio Pulitzer) di Harper Lee, è uno dei più celebri film hollywoodiani sul tema del razzismo, ancor più pregevole perché l’intera vicenda è vista attraverso l’esperienza e la sensibilità dei bambini. Le inquietudini si fanno strada in mezzo ai giochi infantili, e non tutte le ingiustizie trovano una spiegazione ai loro occhi o vengono punite (il padre perde il processo). Ottimi i due giovani attori, Mary Badham (sorella del regista John) e Phillip Alford, che interpretano i due figli di Atticus, il “maschiaccio” Jean Louise, detta ‘Scout’, e Jeremy, detto ‘Jem’. Potente esordio sullo schermo (anche se appare solo nel finale) per Robert Duvall nei panni del "mostro buono" Boo. La pellicola vinse tre premi Oscar: per la scenografia, per la sceneggiatura non originale e per il miglior attore protagonista (Gregory Peck, nel ruolo forse più celebre e iconico di tutta la sua carriera). Ma forse avrebbe meritato una statuetta anche la fotografia in bianco e nero di Russell Harlan, fondamentale per ricreare l’atmosfera concreta e torbida, ma al tempo stesso sospesa e quasi onirica, che fa da sfondo alla vicenda (l’intera storia è narrata dalla voce di Scout adulta, che la rievoca come un fondamentale momento formativo della propria infanzia). La colonna sonora è di Elmer Bernstein, mentre tra i produttori figura Alan J. Pacula. Fra le sequenze memorabili, quella del tentativo di linciaggio a Tom da parte della folla razzista, che proprio i bambini contribuiscono a dissipare, e naturalmente il processo, uno degli esempi più celebri di courtroom drama, con l'arringa finale di Atticus Finch che invita (inutilmente) la giuria a superare i propri preconcetti.

20 dicembre 2012

Che bella giornata (G. Nunziante, 2011)

Che bella giornata
di Gennaro Nunziante – Italia 2011
con Checco Zalone, Nabiha Akkari
**

Visto in TV, con Sabrina.

Checco, pugliese trasferitosi in Brianza dove lavora come buttafuori in una discoteca, sogna di diventare Carabiniere ma viene regolarmente scartato ai colloqui. Grazie a una raccomandazione, riesce però a farsi assumere come addetto alla sicurezza presso la Curia di Milano, dove l’Arcivescovo lo incarica di controllare i turisti che salgono a visitare il Duomo. Una coppia di terroristi arabi, fratello e sorella, vorrebbe approfittare della sua ingenuità per portare una bomba sulle guglie e far esplodere la Madonnina: ma la ragazza, Farah (che si spaccia per studentessa di architettura, e della quale Checco si innamora a prima vista, al punto da portarla persino a conoscere la sua famiglia in Puglia), dopo aver sperimentato la sua amicizia e il suo buon cuore, rinuncerà a compiere l’attentato. Secondo film di Zalone come protagonista (dopo “Cado dalle nubi”) ed enorme successo al botteghino: ha addirittura superato “La vita è bella” come maggior incasso italiano di tutti i tempi (ed è rimasto dietro solo ad “Avatar”, superando dunque “Titanic”, fra le pellicole straniere). Un po’ troppo, forse, per un filmetto nulla più che simpatico e dalle gag non particolarmente memorabili, che puntano tutto sulla macchietta del meridionale buzzurro e caciarone, ignorante e superficiale, che combina guai a ripetizione come Mister Bean o l’ispettore Closeau (c’è anche uno pseudo-Dreyfus, il colonnello interpretato da Ivano Marescotti), del tutto inconsapevole di quello che accade attorno a lui. Ha però almeno il merito di non ripiegarsi sui soliti cliché della commedia all’italiana, di non scadere o eccedere nelle volgarità (come invece fanno i cinepanettoni), di non appoggiarsi su uno scontato lieto fine (Checco non coronerà la sua storia d’amore) e di affrontare con il sorriso sulle labbra temi di attualità italiana (le raccomandazioni, la famiglia) e globale (il terrorismo, la religione), risultando – alla resa dei conti – un inno alla tolleranza. Cameo del cantante pugliese Caparezza, “costretto” a esibirsi in brani ultrapopolari (come “Sarà perché ti amo”) al matrimonio della cugina di Checco.

6 dicembre 2012

Io sono leggenda (F. Lawrence, 2007)

Io sono leggenda (I am Legend)
di Francis Lawrence – USA 2007
con Will Smith, Alice Braga
**

Visto in TV, con Sabrina.

Tre anni dopo che un virus (ideato come possibile cura per il cancro) ha scatenato un'epidemia, uccidendo il 90% dell'umanità e trasformando il resto in vampiri-zombie, lo scienziato militare Robert Neville – uno dei pochissimi a essersi rivelato immune – si aggira per le strade di una New York vuota e desolata, in compagnia del cane Sam (in realtà una femmina: Samantha), cercando eventuali altri superstiti, difendendosi dagli umani trasformati in mostri e tentando contemporaneamente di sintetizzare una cura in laboratorio. Terza versione cinematografica (dopo "L'ultimo uomo della Terra" e "1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra") del celeberrimo racconto di Richard Matheson, di cui però stravolge senso e significato, a partire addirittura dal titolo: nel testo originale, infatti, non solo non ci sono altri sopravvissuti e non c'è una cura, ma l'appellativo di "leggenda" è quello con cui il protagonista verrà ricordato dagli stessi vampiri, ormai ri-civilizzati, in quanto ultimo esponente di una razza odiata ed estinta. Il progetto di un nuovo adattamento era in lavorazione da diversi anni, e inizialmente avrebbe dovuto dirigerlo Ridley Scott, con Arnold Schwarzenegger come protagonista. La sceneggiatura è stata modificata e riscritta dopo l'uscita di "28 giorni dopo" e della saga di "Resident Evil": il risultato è un onesto e gradevole film post-apocalittico, in cui si salva soprattutto l'atmosfera della prima parte, quella in cui Will Smith si aggira da solo con il cane in una città deserta, spettrale e silenziosa, di cui la natura sta lentamente riappropriandosi; nulla comunque che non si sia già visto altre volte in passato (oltre ai titoli già citati, basti ricordare "L'esercito delle dodici scimmie"). Meno riuscito il finale, più prettamente hollywoodiano ed "eroico". E l'abuso di computer grafica (non solo i mostri-vampiri, ma anche gli animali selvatici sono tutti realizzati in CG) fa rimpiangere i tempi in cui gli effetti erano più artigianali, e dunque più "veri" e credibili. Pare che la sola scena dell'evacuazione di New York dal Ponte di Brooklyn sia costata alla produzione cinque milioni di dollari: all'epoca si trattava della scena più costosa mai girata in un film. Il finale alternativo compreso nel DVD, in cui Neville si rende conto che i vampiri stanno cominciando a riacquistare caratteristiche e sentimenti umani, sarebbe stato forse migliore di quello effettivamente incluso nel montaggio.

4 dicembre 2012

Potere assoluto (Clint Eastwood, 1997)

Potere assoluto (Absolute Power)
di Clint Eastwood – USA 1997
con Clint Eastwood, Gene Hackman
**1/2

Rivisto in TV, con Sabrina.

Impegnato a svaligiare una lussuosa villa, un anziano ladro di gioielli (interpretato dallo stesso Eastwood) si nasconde dietro un falso specchio ed è testimone dell'assassinio di una donna, amante del Presidente degli Stati Uniti (Gene Hackman), da parte degli agenti addetti alla sua sicurezza. Costretto alla fuga (i servizi segreti cercano infatti di addossare a lui la responsabilità), lotterà per dimostrare la propria innocenza, e nel frattempo proverà a recuperare il rapporto con la figlia, giovane avvocatessa che disapprova il suo stile di vita. Un thriller teso e appassionante, sceneggiato da William Goldman a partire da un romanzo di James Baldacci, in cui il cattivo è nientemeno che la massima carica dello stato, ritratto come un uomo ipocrita e corrotto, mentre l'eroe è un fuorilegge che dimostra però molta più integrità morale del suo rivale: una situazione simile (con il "buono" che è un bandito e il "cattivo" che in teoria è il tutore della legge) a quella proposta cinque anni prima, in chiave western, nel capolavoro di Clint, "Gli spietati", dove pure il nostro eroe se la vedeva con Hackman. Certo, la sospensione dell'incredulità è necessaria, alcuni snodi sono un po' forzati, la risoluzione è troppo improvvisa, e al tema della riconciliazione famigliare viene dato a tratti uno spazio eccessivo (anche se la figura del padre che si tramuta nell'angelo custode della figlia, a insaputa di lei, è perfettamente in linea con il cinema di Eastwood), ma Clint dimostra per l'ennesima volta di conoscere bene le regole del gioco e di saper sfornare una pellicola d'intrattenimento con i fiocchi, seppur forse meno ambiziosa di altri suoi lavori. Nell'ottimo cast, anche Ed Harris (l'ostinato detective che indaga sul caso), Laura Linney (la figlia di Luther), Judy Davis (il capo dello staff presidenziale), Scott Glenn (uno degli agenti segreti) ed E.G. Marshall (l'anziano "nume tutelare" del presidente, alla sua ultima apparizione sul grande schermo). Eastwood, come suo solito, è anche autore delle musiche.

30 novembre 2012

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (Kim Ki-duk, 2003)

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera
(Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom)
di Kim Ki-duk – Corea del Sud 2003
con Oh Young-su, Kim Young-min
***

Rivisto in DVD, con Sabrina.

In un eremo costruito su una piattaforma galleggiante, in mezzo a un lago isolato fra le montagne, vive un anziano monaco buddista. Con lui c'è un bambino, che seguiremo attraverso le stagioni della sua vita, fino a quando sarà anziano a propria volta e il ciclo ricomincerà... Un'ambientazione affascinante (il film è stato realizzato presso il lago di Jusan, in un parco naturale: la produzione ha avuto il permesso di girare a condizione che al termine delle riprese il set venisse distrutto e il lago tornasse allo stato originario) e una serie di esperienze più o meno edificanti, quasi una raccolta di aneddoti e di saggezza zen, per una pellicola – dal titolo ciclico e lunghissimo – che ha fatto breccia nel cuore del pubblico occidentale e ha reso di colpo popolare Kim Ki-duk (in precedenza, il solo film del regista coreano che aveva raggiunto una certa notorietà da noi era stato il disturbante "L'isola", presentato al Festival di Venezia). Peccato però che sia anche il film con cui Kim inizia ad abbandonare la sanguingua ma spontanea "cattiveria" che lo contraddistingueva e che donava spessore alle sue pellicole, in favore di una poetica e di un'estetica più rarefatta, che lascia un po' il tempo che trova e che sembra quasi studiata per compiacere il pubblico dei festival occidentali. Cito da una recensione che scrissi proprio all'epoca della sua uscita: "Kim è sempre garanzia di qualità, ma stavolta mi è sembrato più 'facile' e commerciale (ovvero accessibile ed 'esportabile') del solito". Per la prima volta, in effetti, si può notare nel regista un desiderio di "piacere" al pubblico, attraverso le immagini ma anche i vaghi insegnamenti morali, buoni – appunto! – "per tutte le stagioni". I suoi lavori successivi, e il fatto che abbiano trovato spazio più o meno regolarmente nelle nostre sale, mi hanno dato ragione. Il film, comunque, è bello, e molte sono gli elementi – spesso simbolici – che restano impressi: i portali di legno che si aprono sul lago come un sipario; l'eremo stesso, con i suoi spazi divisi da porte ma senza pareti; la barca a remi, unico mezzo a disposizione dei personaggi per muoversi dalla piattaforma alle sponde del lago (anche se il monaco anziano dimostra, a volte, di avere poteri soprannaturali che gli consentono di muoversi sull'acqua anche senza la barca, o di controllarne il movimento a distanza); gli animali che fanno compagnia ai monaci (diversi in ogni stagione: un cane, un gallo, un gatto, un serpente e una tartaruga).

I vari spezzoni presentano ciascuno una storia a sé, rendendo il lungometraggio quasi un film a episodi, anche se si concatenano in modo da raccontare l'esistenza del protagonista dall'infanzia alla vecchiaia, facendovi scorrere in parallelo l'inevitabile ciclicità della natura. Primavera: il monaco bambino gioca e si diverte a tormentare alcuni animali (un pesce, una rana e un serpente), legandoli a una pietra con una cordicella. Il maestro gli mostrerà il suo errore. Estate: nell'eremo viene ospitata una ragazza "malata nell'anima". Fra lei e il nostro monaco (ora adolescente) scatterà l'amore. Il maestro disapprova, perché "il desiderio genera dipendenza". Guarita e partita la ragazza, anche il giovane se ne andrà via (portandosi dietro la statua di Buddha custodita nel tempio). Autunno: come il maestro aveva previsto, la vita nel mondo mondano ha generato passioni incontrollabili. L'ex monaco, ora un uomo adulto, ha ucciso la propria moglie ed è tornato nell'eremo in cerca di un rifugio (ma anche per chiedere perdono). Lo raggiungeranno due poliziotti per condurlo via, ma non prima che l'anziano maestro lo abbia aiutato a "purificarsi" incidendo con il proprio coltello (lo stesso che aveva usato per il delitto) un sutra sulla piattaforma di legno. Al termine dell'episodio, il vecchio monaco muore e si reincarna in un serpente. Inverno: uscito di prigione, il protagonista (ormai maturo e interpretato in questo segmento dallo stesso regista) torna all'eremo, che era rimasto disabitato (a parte il serpente) e lo rimette in funzione. Tutto, attorno a lui, è ghiacciato. Ma pian piano la vita ricomincia: il monaco si allena con le arti marziali e accoglie una donna che ha portato lì il proprio neonato, con l'intenzione di abbandonarlo. Dopo che la donna è morta cadendo nell'acqua ghiacciata, il monaco porta la statua del Budda in cima alla montagna che domina il lago. Primavera: come all'inizio, l'eremo è di nuovo abitato da un anziano maestro e da un bambino. Nel corso della pellicola non mancano i momenti o le situazioni curiose, com'è nello stile di Kim, per esempio quelli legati agli animali: uno su tutti, l'utilizzo della coda del gatto per dipingere i caratteri cinesi incisi sulla piattaforma di legno.

28 novembre 2012

Argo (Ben Affleck, 2012)

Argo (id.)
di Ben Affleck – USA 2012
con Ben Affleck, Bryan Cranston
**1/2

Visto al cinema Colosseo, con Marisa.

Nel 1979, subito dopo la rivoluzione iraniana e la nascita della repubblica islamica, gli impiegati dell'ambasciata statunitense a Teheran vennero tenuti prigionieri per molti mesi, in quella che è passata alla storia come la "crisi degli ostaggi". A margine degli eventi principali, sei addetti riuscirono a evadere dall'ambasciata e a rifugiarsi nell'abitazione privata del console canadese. Per permettergli di lasciare il paese, venne organizzata una messinscena che soltanto vent'anni dopo la CIA ha potuto rendere pubblica: i sei furono fatti passare per cittadini canadesi che si trovavano in Iran per effettuare i sopralluoghi per un film di fantascienza, "Argo" appunto. La pellicola di Affleck racconta una versione romanzata di quegli eventi, vi aggiunge connotazioni da thriller e si prende qualche libertà (in particolare, ridimensiona parecchio il ruolo dei canadesi per "gonfiare" invece quello dell'FBI; e anche sul ritratto che ne esce del popolo iraniano ci sarebbe da discutere), ma mantiene al contempo una buona attenzione ai dettagli, come suggeriscono le fotografie e i documenti originali mostrati nei titoli di coda. La tensione e la ricostruzione storica vanno di pari passo con una certa vena satirica, diretta soprattutto al mondo di Hollywood, dove nel 1979 – dopo il successo del primo "Star Wars" – tutti si buttavano a pesce sul genere fantascientifico (scenografie e costumi dell'ipotetico "Argo" scimmiottano proprio quelli del film di George Lucas). Si tratta del terzo lungometraggio con Affleck alla regia (e forse la battuta "Anche una scimmia può imparare a fare il regista in un giorno" è rivolta contro sé stesso). Il buon Ben interpreta anche il protagonista Tony Mendez, l'agente esperto in "esfiltrazioni" che guida la missione di salvataggio, anche se la sua recitazione monocorde e poco propensa a convogliare emozioni è fra i punti deboli del film: sarebbe stato meglio se il ruolo fosse stato ricoperto da George Clooney, che qui figura fra i produttori. Fra le scene più interessanti, la lettura in pubblico del copione a Hollywood, montata in parallelo con quella delle rivendicazioni degli studenti iraniani trasmessa in televisione. Gli episodi di tensione, invece, rispecchiano le classiche regole dei thriller (più volte i nostri eroi riescono a salvarsi da una brutta situazione proprio all'ultimo secondo disponibile, per esempio al momento dell'imbarco sull'aereo che da Teheran li avrebbe portati al sicuro in Svizzera). Nel cast, John Goodman e Alan Arkin sono appunto i soci hollywoodiani di Mendez (rispettivamente il truccatore e il produttore di film fantascientifici), mentre nel ruolo di uno degli ostaggi ritroviamo con piacere Clea DuVall, che da qualche tempo avevamo perso di vista.

27 novembre 2012

Bolbol Hayran (Khaled Marei, 2011)

Bolbol Hayran
di Khaled Marei – Egitto 2011
con Ahmed Helmy, Zeina, Sherin Adel
**

Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

L'eccentrico designer Bolbol, ricoverato in ospedale per fratture multiple, racconta alla dottoressa che lo accudisce come è finito in quella situazione: la colpa è della sua incapacità di scegliere fra due ragazze, Yasmine e Hala, con le quali – dapprima in momenti diversi, e poi contemporaneamente – si è fidanzato. Le due sono diversissime fra loro (la prima è bellissima ma anche svagata e indipendente, apparentemente poco attenta ai suoi desideri e ai suoi sentimenti; la seconda, goffa e grassottella, è invece sensibile e premurosa, ma anche assai più gelosa e soffocante): e Bolbol, complice anche una temporanea perdita di memoria in seguito a un incidente, ha avuto la rara opportunità di conoscere ciascuna delle due "per la prima volta", giungendo in ogni caso alla conclusione che, se avesse visto prima l'altra, avrebbe invece scelto lei. Alla fine, recuperata la memoria e incapace di decidere quale delle due ama davvero, prova a "prendere tempo" fidanzandosi con entrambe (ovviamente tenendole all'oscuro l'una dell'altra): ma quando queste scoprono la verità, sapranno vendicarsi. Bizzarra commedia romantica (più o meno), vagamente maschilista, che punta le sue carte su un protagonista divertente e spregiudicato, dalla parlantina irrefrenabile e con la battuta sempre pronta: una specie di Groucho Marx medio-orientale. Forse un po' ripetitiva, costruita essenzialmente su una lunga (e sfilacciata) serie di gag, la pellicola offre comunque un simpatico spaccato dei rapporti amorosi nell'Egitto moderno (ma l'ambientazione è neutra, e potrebbe essere collocata in qualsiasi altro paese al mondo). La vicenda è raccontata interamente in flashback da Bolbol in ospedale, e non manca il finale a sorpresa. La morale? "Se mi chiedono se è più alta la palma o più veloce il treno, io rispondo che il mare è più largo".

25 novembre 2012

The amazing Spider-Man (M. Webb, 2012)

The amazing Spider-Man (id.)
di Marc Webb – USA 2012
con Andrew Garfield, Emma Stone
*1/2

Visto in volo da Bangkok a Parigi.

Un reboot di cui non si sentiva la necessità, che giunge a soli dieci anni di distanza dal primo episodio della saga di Raimi (alla quale, già non trascendentale, è comunque inferiore in ogni comparto: cast, regia, sceneggiatura) e che è stato concepito con il solo scopo di puntare sul 3D (ma la pellicola è perfettamente visionabile anche in 2D, senza che si perda alcunché) e sul pubblico teen di pellicole come “Twilight”. Insomma, un prodotto puramente commerciale e privo non solo di impronta autoriale ma anche di appeal, che ripropone per l'ennesima volta le origini dell'Uomo Ragno: stavolta c'è di mezzo la genetica trans-specie (in poche parole, il nuovo Spider-Man è un OGM). Si ritorna quindi alle origini, con il Peter Parker nerd liceale e maltrattato dai suoi coetanei come nelle storie di Steve Ditko e Stan Lee (che fa il suo solito cameo, nei panni del bibliotecario con le cuffie), mentre il ruolo di prima nemesi del nostro eroe è svolto da Lizard, ovvero il dottor Curt Connors, esperto di genetica con l'ambizione di "creare un mondo senza punti deboli", che nel tentativo di farsi ricrescere il braccio perso in guerra si trasforma in un'enorme lucertola assassina. L'anonima regia di Webb (un passo indietro rispetto al suo film d'esordio, la commedia romantica "(500) giorni insieme") fa sì che per buona parte della pellicola ci si annoi non poco (soprattutto nella prima ora, visto che tanto si deve attendere prima che Peter indossi per la prima volta una maschera, e in cui pare di assistere a un teen movie di cattiva qualità), mentre la sceneggiatura ricorre a una serie di coincidenze concatenate che mettono a dura prova la sospensione dell'incredulità (alcuni esempi: la scomparsa dei genitori di Peter, ammantata di mistero, è direttamente collegata alle ricerche scientifiche da cui poi trae i suoi poteri; e Gwen, la compagna di classe di cui si innamora, lavora alla Oscorp insieme al dottor Connors, a sua volta ex collega del padre del nostro eroe). Le lunghe scene d'azione nel finale riescono a tenere un po' desta l'attenzione, ma non rappresentano certo nulla che non si sia già visto in tanti altri film del genere: anche la spettacolarità sembra scarseggiare. Bello, comunque, il costume. Come al solito, a differenza dei fumetti, il numero di persone che scopre l'identità di Spider-Man è sempre elevatissimo (a Gwen, addirittura, lo dice subito lui stesso). Più che Emma Stone nei panni di Gwen Stacy e Rhys Ifans in quelli di Curt Connors, a brillare è soprattutto Denis Leary in quelli del capitano Stacy, il poliziotto inizialmente ostile all'eroe mascherato ma che poi diventa suo alleato (così come buona parte dei cittadini newyorkesi, ancora una volta in barba alla filosofia originale del fumetto, che vede nel personaggio il classico "eroe incompreso"). Martin Sheen è zio Ben, Sally Field è zia May, mentre meno si dice del protagonista Andrew Garfield, meglio è.

24 novembre 2012

Marsupilami (Alain Chabat, 2012)

Marsupilami (Sur la piste du Marsupilami)
di Alain Chabat – Francia/Belgio 2012
con Jamel Debbouze, Alain Chabat
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Visto in volo da Bangkok a Parigi, in originale con sottotitoli inglesi.

Il Marsupilami è un personaggio ideato dal disegnatore belga André Franquin e apparso nei popolari albi a fumetti di "Spirou", chiaramente ispirato all'Eugene the Jeep (Eugenio il Gip) delle strisce di "Popeye". Si tratta di un bizzarro e rarissimo animale esotico, un marsupiale che vive nella giungla amazzonica di Palombia, stato fittizio dell'America del Sud. Protagonista di una serie di albi personali e di diversi cartoni animati, sbarca ora al cinema in una pellicola che mescola live action e animazione digitale. Chabat interpreta Dan Geraldo, reporter televisivo ormai caduto in disgrazia, che per risollevare i bassi ascolti della sua trasmissione viene inviato in Palombia alla ricerca di uno scoop (l'intenzione sarebbe quella di intervistare gli ultimi superstiti di una tribù amazzonica, i Paya) e si imbatte nello scalcinato Pablito, guida locale e veterinario imbroglione che sostiene di aver visto, tempo prima, proprio un esemplare del leggendario e mitologico Marsupilami. Nessuno gli crede, tranne l'anziano professor Hermoso, che ha scoperto che la creatura si nutre con un'orchidea dai cui fiori è possibile ricavare un filtro dell'eterna giovinezza. Per salvare il Marsupilami dal malvagio scienziato, che nel frattempo è diventato il dittatore della piccola nazione, Geraldo e Pablito dovranno imbarcarsi un'avventura dalle mille difficoltà e convincere il mondo di non essere quei bugiardi che tutti credono (Geraldo perché si scopre che tutti i suoi scoop precedenti erano falsi, Pablito perché è sempre vissuto di truffe e di piccoli espedienti). La comicità di Chabat (al suo secondo film tratto da un fumetto dopo "Asterix e Obelix: missione Cleopatra", nel quale già figurava Debbouze) è al servizio di una storia che mescola avventura, azione e umorismo senza soluzione di continuità. Se la sceneggiatura a tratti arranca (forse perché mette troppa carne al fuoco, con il rischio di risultare eccessivamente stratificata per un pubblico infantile) e il messaggio ecologista contro lo sfruttamento della natura lascia un po' il tempo che trova, non mancano però le sequenze esilaranti, come l'esibizione canora del deposto generale Pochero (Lambert Wilson) nei panni di Céline Dion o la satira contro il mondo della televisione, comprese le finte pubblicità (Loréins, lo sponsor del programma di Geraldo, è chiaramente una parodia di L'Oréal), una trovata che era già presente nel capolavoro dei "Nuls", "La cité de la peur".