28 novembre 2007

Il grande caldo (Fritz Lang, 1953)

Il grande caldo (The big heat)
di Fritz Lang – USA 1953
con Glenn Ford, Gloria Grahame
***

Rivisto in DVD, con Albertino.

Di tutti i film americani di Lang, questo è forse il più celebre anche se non è il mio preferito: mi piacciono di più, per fare qualche esempio, "Furia", "La donna del ritratto" o "Strada scarlatta". In ogni caso si tratta di un ottimo poliziesco duro e violento, dal ritmo serrato e coinvolgente, che presenta alcune situazioni oggi diventate ormai stereotipate, come quelle del detective che rinuncia al distintivo per battersi da solo contro il sistema corrotto e il crimine organizzato. Indagando sul suicidio di un collega e sulla morte di una donna che affermava di conoscerlo, l'agente Dave Bannion si trova a fronteggiare enormi pressioni, sia dai suoi capi sia da anonimi gangster, affinché rinunci all'indagine. Dopo che un attentato dinamitardo ucciderà addirittura sua moglie, Bannion non si fermerà più fino a quando non riuscirà a incastrare i responsabili: l'atmosfera di corruzione che regna in città è palpabile, così come la malvagità dei gangster (la scena in cui il braccio destro del boss sfregia il volto della sua stessa donna con il bricco del caffè bollente fece parecchio scalpore all'epoca) anche se al film manca forse quel tocco di torbidezza in più che lo avrebbe reso un noir perfetto. Il che, in ogni caso, è anche un pregio, visto che evita alla pellicola di mitizzare il protagonista: non si tratta di un eroe cinico e tormentato alla Dashiell Hammett o alla Raymond Chandler, ma di un poliziotto onesto e integrato nella società che tuttavia non abbassa mai la testa e non rinuncia alla lotta nemmeno quando viene coinvolto in prima persona.

25 novembre 2007

La terra trema (L. Visconti, 1948)

La terra trema – Episodio del mare
di Luchino Visconti – Italia 1948
con Antonio Arcidiacono, Nelluccia Giammona
***

Visto in DVD, con sottotitoli.

'Ntoni e i suoi fratelli fanno i pescatori ad Acitrezza, ma il loro lavoro è sfruttato dai grossisti e dai mercanti di pesce che acquistano a pochissimo prezzo il risultato delle loro dure fatiche. Intenzionato a cambiare le cose, 'Ntoni ipoteca la casa per mettersi a lavorare in proprio, ma una tempesta distruggerà la sua barca e farà piombare la sua famiglia nella miseria più nera, costringendolo a chinare la testa e a tornare a lavorare dai "padroni". Ispirandosi ai "Malavoglia" ma discostandosi parzialmente dalla visione di Verga (anziché lottare contro il fato o la natura, i personaggi lottano contro altri uomini, ovvero contro un ben preciso sistema di oppressione economica e classista), Visconti realizza un film neorealista con toni da documentario: interpretato non da attori professionisti ma dai veri abitanti del luogo, il progetto si prefiggeva infatti di descrivere le dure condizioni di vita di una Sicilia ancora arretrata dal punto di vista sociale. Come suggerisce il sottotitolo, nelle intenzioni del regista il film doveva rappresentare il primo capitolo di una trilogia sulla Sicilia (gli episodi successivi sarebbero stati quelli dello zolfo e della terra, per raccontare lo sfruttamento dei minatori e dei contadini), poi non proseguita per lo scarso interesse del pubblico. L'opera venne anche boicottata dai benpensanti e dai politici dell'isola, che non apprezzavano il ritratto peggiorativo che a loro dire ne sarebbe uscito (erano gli anni in cui Andreotti affermava che "i panni sporchi si lavano in famiglia"). Il risultato è comunque molto espressivo e potente: i volti, i paesaggi, gli ambienti risaltano anche grazie all'ottima regia e alla maestosa fotografia. Parlato in siciliano stretto (ho dovuto guardarlo con i sottotitoli) ma accompagnato dalla didascalica voce di un narratore che illustra in italiano gli snodi più importanti, è la cronaca di un desiderio di riscatto sociale che fallisce non perché sia sbagliato in sé ma perché è frutto di una ribellione individuale e non collettiva.

24 novembre 2007

Faster, pussycat! Kill! Kill! (R. Meyer, 1966)

Faster, pussycat! Kill! Kill! (id.)
di Russ Meyer – USA 1966
con Tura Satana, Haji, Lori Williams
**1/2

Rivisto in DVD.

"Signori e signore, benvenuti alla violenza!": il film più celebre di Russ Meyer nonché probabilmente il suo capolavoro, entrato nella leggenda anche per il colorito titolo, comincia con questa frase fuori campo che preannuncia al malcapitato spettatore quel che lo aspetta. Tre procacissime ballerine si divertono a scorrazzare in auto nel deserto: dopo aver sfidato e ucciso un pilota di passaggio, ne sequestrano la giovane fidanzata e trovano rifugio in una fattoria desolata, dove vive un anziano paralitico con due figli, il primo ritardato e il secondo debole e inetto. Il loro intento è quello di scoprire dove il vecchio nasconde una grande somma di denaro. Ma le tensioni e le pulsioni fra i personaggi faranno precipitare la situazione. In bilico fra Eros e Thanatos e caratterizzato da tre character forti e indimenticabili (Tura Satana in particolare, vestita in pelle nera, diventerà una vera e propria icona del genere), a differenza di altri film di Meyer non presenta vere e proprie scene di sesso ma è comunque permeato dalla morbosità e dalla trasgressione: fece scalpore per aver reso protagoniste tre donne malvage e senza scrupoli, anche se con sfumature diverse: Varla, interpretata da Tura Satana, è una dominatrice in tutto e per tutto; Rosie è completamente sua succube; la bionda Billie è più solare e indipendente. Le tre donne dominano ogni inquadratura e le loro forme prorompenti sembrano solleticare, più che gli altri protagonisti della storia, gli spettatori stessi. Ma Meyer è ben di più di un semplice regista di exploitation: oltre all'indiscusso talento visivo, si vede in lui una profonda convinzione di voler "rompere gli schemi" e una passione per i suoi personaggi. Proprio questa intensità rende il film decisamente superiore alle numerose rivisitazioni e omaggi che gli hanno fatto seguito, compreso il deludente "Grindhouse – A prova di morte" di Tarantino (di cui costituisce una delle principali fonti di ispirazione). Se il film di Meyer fa parte a pieno diritto della storia dei costumi di quegli anni, quello di Quentin al confronto non è altro che l'inutile gioco di un fan che vuole divertirsi. Non eccezionale il doppiaggio italiano: in alcuni casi le voci sono addirittura sovrapposte a quelle originali.

Lungo la valle delle bambole (R. Meyer, 1970)

Lungo la valle delle bambole (Beyond the Valley of the Dolls)
di Russ Meyer – USA 1970
con Dolly Read, John La Zar
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Primo dei due unici film girati da Meyer per una major hollywoodiana (la Fox), nelle intenzioni dei produttori avrebbe dovuto essere un sequel de "La valle delle bambole", una pellicola mediocre ma di discreto successo commerciale uscita tre anni prima. Dopo aver bocciato alcune sceneggiature dell'autrice del film precedente, però, si preferì realizzare un'opera nuova di zecca che avesse con la precedente soltanto qualche spunto in comune: a scriverla venne chiamato il critico Roger Ebert, che suggerì di affidare la regia all'emergente Meyer, e un disclaimer all'inizio sottolinea l'assenza di ogni collegamento con il "Valley of the dolls" originale. La storia è incentrata su un gruppo rock formato da tre giovani ragazze che giungono a Los Angeles in cerca di fortuna. La zia di una di loro, magnate della moda, le introduce al decadente mondo hollywoodiano: attraverso le feste organizzate dall'impresario gay "Z-Man" Barzell (un eccellente La Zar, il migliore del cast, in un ruolo che non è più riuscito a scrollarsi di dosso), le tre protagoniste troveranno il successo e l'amore, ma poi la vicenda assumerà toni drammatici e ai limiti dell'horror. Le atmosfere degli anni sessanta e settanta, le ambientazioni colorate, i toni barocchi e irriverenti salvano una pellicola che per altri versi è un po' confusa e non riuscitissima: molti dei variopinti personaggi, per esempio, vengono smarriti lungo la via. Il montaggio mi è sembrato molto rapido (esemplare la sequenza iniziale del viaggio verso L.A.), al punto da rendere difficile in certi momenti leggere i sottotitoli e soffermarsi anche sulle scene (persino quelle di nudo o di sesso durano pochissimo!). Sotto i titoli di testa scorrono curiosamente le immagini della sequenza conclusiva, anche se fra la penombra e i bizzarri costumi dei personaggi si fa fatica a capire cosa stia succedendo. Da notare l'utilizzo creativo della musica, un poutpourrì di Wagner, Ponchielli, la Marsigliese e l'inno della Fox, e il personaggio del maggiordomo nazista, un cliché presente in tutti i film di Meyer che il regista vedeva come un riferimento a suo padre, con il quale aveva un rapporto pessimo. Non ho gradito la voce finale che fa la morale ai vari personaggi. Nonostante le critiche, Meyer era considerato un regista "femminista", perché nei suoi film i personaggi più attivi erano proprio le donne, mentre gli uomini erano deboli o passivi.

22 novembre 2007

La leggenda di Beowulf (R. Zemeckis, 2007)

La leggenda di Beowulf (Beowulf)
di Robert Zemeckis – USA 2007
animazione digitale
**

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Come il precedente "Polar Express", anche questo nuovo film di Zemeckis è realizzato con la tecnica della performance capture, ovvero dell'animazione in computer grafica che "ricalca" la recitazione degli attori (Ray Winstone, Brendan Gleeson, Anthony Hopkins, Robin Wright Penn, John Malkovich e Angelina Jolie), le cui fattezze restano riconoscibilissime. Dal punto di vista estetico si tratta di uno stile che vorrebbe risultare estremamente realistico (simile a quello del film "Final Fantasy") ma che nei volti e nei movimenti non riesce a non sembrare fasullo, e che mi ha convinto ben poco, al punto da chiedermi perché il film non sia stato realizzato direttamente con gli attori in carne e ossa, riservando la CGI ai soli effetti speciali. Per di più non capisco perché a fare queste sperimentazioni tecniche debba essere un regista premio Oscar, con una discreta carriera e una buona reputazione alle spalle (anche se i suoi ultimi tre-quattro film la stanno un po' ridimensionando), anziché, come dovrebbe essere, qualche giovane affiancato dai tecnici degli studi di animazione. In ogni caso il film, ispirato all'antico e omonimo poema epico britannico, è meno brutto di quanto mi aspettassi. La storia è stata cambiata quel tanto che basta per renderla più vivace e interessante, e soprattutto nella seconda parte i personaggi acquisiscono profondità. Beowulf è un eroico guerriero che si offre di liberare il territorio di re Hrotgar dal mostruoso demone che lo tormenta, Grendel, ma dopo averlo ucciso deve vedersela anche con la sua affascinante madre. Lo scontro finale con il drago dorato è spettacolare. Pare che il film sia stato realizzato anche in una versione da guardare in tre dimensioni, ma naturalmente nelle (per ora) inadeguate sale italiane è stata distribuita soltanto quella nel tradizionale 2D. Piacevole la musica. La sceneggiatura è nientemeno che di Neil Gaiman e Roger Avary, ma non si direbbe.

15 novembre 2007

Baciami, stupido (B. Wilder, 1964)

Baciami, stupido (Kiss me, stupid)
di Billy Wilder – USA 1964
con Ray Walston, Kim Novak, Dean Martin
***

Visto in DVD.

Una divertente e sofisticata commedia della coppia Wilder/Diamond (suo sceneggiatore di fiducia), che alla sua uscita non riscosse il meritato successo forse perché fin troppo audace nel mettere in scena l'adulterio senza alcuna condanna morale, andando ben oltre le concessioni del codice Hays, al punto da chiedersi come abbia fatto il regista a farsi approvare la sceneggiatura dalla casa produttrice. Walston è un insegnante di piano che abita in uno sperduto paesino del Nevada, dove compone canzoni in coppia con un amico benzinaio senza però mai riuscire a pubblicarle o a venderle. L'occasione d'oro gli capita quando Dino, un celebre cantante di origini italiane, si ferma nel loro paese per un guasto alla macchina ed è costretto a pernottare a casa sua. Dino è però un incallito dongiovanni: per evitare che possa sedurre sua moglie, il protagonista la sostituisce per una notte con una prostistuta, Polly, che cercherà letteralmente di gettare fra le braccia del cantante, salvo pentirsene più tardi. Pare che i ruoli di Walston e della Novak (bravissimi) fossero stati pensati in origine per Peter Sellers e Marylin Monroe. Dean Martin fa praticamente la parodia (piuttosto spinta) di sé stesso, mentre sono ottime anche le prove di Felicia Farr (la moglie del protagonista) e di Cliff Osmond. Tratto da una commedia italiana ("L'ora della fantasia", di Anna Bonacci), il film ha tutta la perfezione delle opere mature di Wilder ed è pieno di piccole perle di sceneggiatura e di regia: dal "mezzo pompelmo" con cui Walston vorrebbe cacciar via la moglie, al diamante nell'ombelico di Kim Novak, dal motivetto musicale che sottolinea immancabilmente la gelosia del marito, alle magliette con il volto di Beethoven. Perché oggi non si fanno più film così?

14 novembre 2007

Sunshine (Danny Boyle, 2007)

Sunshine (id.)
di Danny Boyle – GB/USA 2007
con Cillian Murphy, Chris Evans
**1/2

Visto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

2057: il Sole si sta spegnendo, e per riaccenderlo parte una navicella con la quale otto uomini dovranno trasportare una bomba e scagliarla contro la stella. Si tratta della seconda missione di questo tipo: ma della prima, precedente di sette anni, non si è saputo più nulla. Film di fantascienza vecchio stile, ipnotico e suggestivo, forse fin troppo ambizioso, che maschera una trama non particolarmente originale (e decisamente non verosimile) con echi da "Alien" e soprattutto da "2001 Odissea nello spazio", compreso il computer senziente e il finale psichedelico-metafisico. Lasciando da parte le incongruenze scientifiche (ma almeno la sceneggiatura ha il pregio di restare sul vago, senza addentrarsi in spiegazioni tecniche che non consentirebbero allo spettatore la necessaria sospensione dell'incredulità), rimane un thriller spaziale di buona fattura, con attori sorprendentemente adeguati (oltre al bravissimo Cillian Murphy e a Chris "Human Torch" Evans c'è anche Michelle Yeoh, a dire il vero un po' sacrificata). In fin dei conti non è altro che una pellicola da totomorti: rispetto a quelle omologhe degli anni '80, però, è vestita a nuovo grazie agli effetti speciali e ad alcuni dei temi new age tanto cari al regista.

12 novembre 2007

Un'altra giovinezza (F. F. Coppola, 2007)

Un'altra giovinezza (Youth without youth)
di Francis Ford Coppola – USA/Romania/Italia 2007
con Tim Roth, Bruno Ganz
**1/2

Visto al cinema Apollo.

Dopo dieci anni di inattività (se si eccettua la parentesi di "Supernova"), Coppola torna al cinema con un film assurdo e complesso, affascinante e diseguale, con echi di Lynch e di Greenaway, che mi è piaciuto abbastanza anche se non sempre ne ho colto il senso ultimo e intimo. Tratto da un racconto di Mircea Eliade, celebre storico delle religioni, narra di uno studioso orientalista rumeno che a 70 anni, quando è ormai sull'orlo del suicidio, viene colpito da un fulmine che incredibilmente lo rigenera e lo ringiovanisce, gli dona poteri paranormali e un'ampliamento della memoria e della conoscenza, oltre a sviluppare la nascita di un suo "doppio". Siamo nel 1938, e anche gli scienziati nazisti si interessano a lui. Ma dopo che si è rifugiato nella neutrale Svizzera, la sua vicenda prosegue negli anni '60 quando conosce una ragazza che a sua volta ha subito un'esperienza simile, regredendo sempre più indietro nel tempo e vivendo tutta una serie di incarnazioni precedenti. L'incontro fra i due, tra un viaggio in India e uno a Malta, potrebbe consentire allo studioso di svelare le origini del linguaggio, la nascita della coscienza umana e l'inizio della storia. Nel mediocre "Jack", Coppola aveva presentato un personaggio giovane che invecchiava precocemente. Qui fa il contrario, realizzando con tecnica, calore e passione un film sul tema del tempo, della morte e della rinascita quasi unico nel suo genere, che vive di suggestioni mistiche e metaforiche e che potrebbe degnamente rappresentare il suo testamento artistico. Belli i titoli di testa, "vecchio stile", che elencano attori e staff prima dell'inizio del film e non dopo la conclusione.

11 novembre 2007

Die hard - Vivere o morire (L. Wiseman, 2007)

Die hard – Vivere o morire (Live free or Die hard)
di Len Wiseman – USA 2007
con Bruce Willis, Justin Long
**

Visto con Hiromi, al cinema Colosseo.

Un'organizzazione di terroristi informatici (di cui fa parte anche Maggie Q) attacca i sistemi di sicurezza degli Stati Uniti, mandandoli in tilt. A risolvere la situazione, nonostante di computer e telecomunicazioni ci capisca ben poco, è ancora una volta l'indistruttibile Bruce Willis, che stavolta deve anche proteggere l'incolumità di un giovane hacker e della propria figlia. Registicamente mediocre, il film (quarto di una serie di cui ho visto solo il primo) mi ha ricordato le pellicole di cui proprio McTiernan (il regista del primo "Die Hard") si prendeva gioco in "Last Action Hero". Sono passati quindici anni, ma un certo tipo di cinema d'azione non sembra aver fatto molti passi in avanti. La tensione e il ritmo reggono fino alla fine, ma di nuovo, di intelligente o di interessante c'è davvero ben poco. Particina per Kevin Smith nella parte di un hacker appassionato di "Guerre stellari".

Una storia americana (J.L. Godard, 1966)

Una storia americana (Made in U.S.A.)
di Jean-Luc Godard – Francia 1966
con Anna Karina, Laszlo Szabo
*1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Girato, montato e presentato quasi in contemporanea con "Due o tre cose che so di lei", è uno dei film del primo periodo di Godard che mostrano più la corda, risultando a tratti brutto e insensato: una pellicola che gioca con il cinema di genere, immersa però in un'atmosfera fasulla e fumettistica (gli stessi personaggi lo definiscono "un film di Humphrey Bogart realizzato da Walt Disney"). In una città americana forse immaginaria, e comunque chiamata Atlantic Cité, una misteriosa ragazza in impermeabile e armata di pistola indaga sulla recente morte del suo (ex?) amante Dick, attivista politico di sinistra, il cui cognome viene sempre coperto – ogni volta che un personaggio lo pronuncia – da rumori di fondo (squilli di telefono, suoni del traffico, rombi di aeroplani). La trama, che prende spunto dal caso dell'assassinio del politico marocchino Ben Barka da parte dei servizi segreti francesi, procede stancamente fra frasi metaforiche prive di vero significato, discussioni filosofiche sulla guerra e sulla politica, contorsionismi narrativi: nella prima mezz'ora non si capisce nemmeno cosa stia accadendo, poi la sceneggiatura si sviluppa in tutta un'inutile catena di omicidi e sparatorie. Si salva giusto l'uso brillante del colore negli ambienti e nei costumi. Numerose come al solito le citazioni cinefile, che strizzano l'occhio soprattutto al cinema americano classico, con cui però la pellicola si pone stilisticamente in netta contrapposizione: alcuni dei numerosi personaggi si chiamano Mizoguchi, Preminger, Aldrich, Widmark, Siegel (ma ci sono anche Robert McNamara e Richard Nixon), mentre una didascalia in apertura dedica il film "a Nick e Samuel", ossia (presumibilmente) a Nicholas Ray e Samuel Fuller, autori assai amati da Godard.

10 novembre 2007

L'eclisse (M. Antonioni, 1962)

L'eclisse
di Michelangelo Antonioni – Italia 1962
con Monica Vitti, Alain Delon
***

Visto in DVD.

Nel terzo film della trilogia dell'alienazione, Antonioni torna a raccontare l'eclisse dei sentimenti, l'insensatezza dell'amare, il vuoto dell'esistenza. Forse la pellicola è un po' più debole delle due precedenti ("L'avventura" e "La notte"), ma è comunque di grande impatto, soprattutto dal punto di vista cinematografico ed estetico. La Vitti interpreta stavolta una ragazza che esce da una faticosa relazione soltanto per entrare lentamente, senza troppa convinzione, in un'altra con un giovane operatore della Borsa di Roma. Proprio le scene del mercato azionario, lunghi inserti che sembrano un po' corpi estranei nella struttura slegata del film e caratterizzate da una grande "confusione organizzata" (nella quale risalta in maniera quasi comica il minuto di silenzio osservato in memoria di un defunto, con gli operatori che commentano "qui un minuto di silenzio costa miliardi di lire"), si contrappongono a quelle degli scenari urbani di una Roma fredda e depressa. La leggerezza del personaggio di Monica Vitti, onirica ed eterea, si oppone alla concretezza di quello di Alain Delon (che ha a che fare con crisi economiche, furti di automobili, suicidi). E alla fine la città si svuota, in immagini di grande suggestione, quasi documentaristiche. I luoghi dove erano passati (e avevano vissuto) i personaggi, ora appaiono vuoti e inerti. Ma tutto il film brilla per bellissime inquadrature, soprattutto quelle che incorniciano il volto di Monica Vitti, enigmatico e fascinoso in ogni scena, vera e propria "musa" del regista in quegli anni. La musica sui titoli di testa è un twist cantato da Mina.

9 novembre 2007

Tin cup (Ron Shelton, 1996)

Tin Cup (id.)
di Ron Shelton – USA 1996
con Kevin Costner, Rene Russo
**

Rivisto in TV, con Hiromi.

Roy McAvoy (Costner), detto “Tin cup”, è un ex giocatore di golf che ha buttato via la sua promettente carriera per aver sempre compiuto, con testardaggine e impulsività, le scelte sbagliate. Incapace di “giocare corto” e alla continua ricerca del colpo ad effetto, ha sempre ignorato i saggi consigli del suo caddie Romeo (Cheech Marin), osando troppo e più del necessario e mandando all'aria ogni occasione. Ora si guadagna da vivere gestendo uno squallido campetto di allenamento nel deserto del Texas. Innamoratosi della psicologa Molly Griswold (Russo), fidanzata del suo acerrimo rivale David Simms (Don Johnson), decide di iscriversi allo US Open per dimostrarle di essere ancora un campione. Lei stessa lo aiuterà a tenere a freno i propri eccessi e a recuperare quell'equilibrio mentale necessario per competere ad alti livelli. Ma alla fine il suo saper rimanere sé stesso lo aiuterà a conquistare, se non la vittoria nel torneo, almeno la stima del pubblico e l'amore della bella Molly, che capirà di preferirlo a un fidanzato ipocrita e noioso (a differenza di Roy, David non corre mai rischi e punta sempre al “par”). Vivace film di ambientazione sportiva, senza infamia e senza lode, che si lascia guardare grazie alla buona prova del protagonista (nel ruolo di un antieroe fallito e trasandato, spaccone e arrogante) e all'assenza, nel finale, della conclusione scontata che ci si aspetterebbe, con una sceneggiatura che non insegue a tutti i costi il mito del successo e della vittoria. La sceneggiatura rivista con ironia diversi luoghi comuni della mitologia del golf (per esempio lo “shank”, sorta di blocco mentale che impedisce di colpire bene la palla). Brevi cameo per molti celebri golfisti e commentatori sportivi che interpretano sé stessi.

30 ottobre 2007

Expect the unexpected (P. Yau, 1998)

Expect the unexpected (Fai seung dat yin)
di Patrick Yau – Hong Kong 1998
con Simon Yam, Lau Ching Wan
**1/2

Rivisto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

Prodotto dalla Milkyway di Johnnie To, sarebbe quasi un "normale" poliziesco hongkonghese se non fosse per il finale sorprendente e dissacratorio, programmaticamente annunciato sin dal titolo, che lo rende un film indimenticabile, nel bene e nel male. La storia è incentrata su una squadra speciale di poliziotti, al cui interno spiccano Simon Yam (il capo, serio e severo) e il sempre ottimo Lau Ching Wan (che ha invece un approccio più leggero e non esita a trasgredire le regole quando necessario). La loro caccia a una banda di violenti criminali che progetta un assalto a un furgone blindato si intreccia con tutta una serie di vicende sentimentali, visto che prima Yam e poi Lau riallacciano una relazione con una vecchia compagna di scuola (Yoyo Mung) che lavora come cameriera in un bar ed è coinvolta come testimone nell'indagine. Quasi tutta la parte centrale della pellicola, più che un poliziesco, sembra dunque una commedia romantica. Ma è appunto il finale, sorprendente anche se un po' costruito a tavolino, nichilista, pessimista e anti-catartico nel mettere in scena la morte degli eroi in maniera così gratuita e inutile, a caratterizzare il film e a rompere uno dei luoghi comuni più tabù dei polizieschi d'azione, contribuendo alla decostruzione di un genere quasi come i film di Peckinpah avevano fatto per il western. Anche piccoli altri elementi (l'inchiesta per corruzione – appena suggerita – sul capo della polizia; il personaggio del cinese mainlander interpretato da Lam Suet; la difficoltà a relazionarsi, evidente anche nei personaggi di Macy (Ruby Wong), del giovane Jimmy con le sue troppe fidanzate e del vecchio Ben, indeciso fra la moglie incinta e l'amante malata) aggiungono spessore a una pellicola che evidentemente risente del clima di insicurezza che l'ex colonia britannica viveva a pochi mesi dalla riannessione alla Cina. Non male, soprattutto nelle scene d'azione, la regia di un Patrick Yau che dopo alcuni buoni film, tutti all'ombra di Johnnie To ("The odd one dies", "The longest nite"), si è dedicato alla tv.

29 ottobre 2007

L'ultimo dei Mohicani (M. Mann, 1992)

L'ultimo dei Mohicani (The last of the Mohicans)
di Michael Mann – USA 1992
con Daniel Day-Lewis, Madeleine Stowe
**

Visto in DVD, con Hiromi.

Nathan “Occhio di Falco” (Daniel Day-Lewis), trapper bianco adottato dagli indiani Mohawk, e i suoi compagni, pur rifiutando di prender parte alla guerra fra inglesi e francesi nelle colonie americane come parte di una milizia civile, ne restano coinvolti quando cercano di salvare le due giovani figlie (Madeleine Stowe e Jodhi May) di un colonnello britannico dalla sete di vendetta di un indiano Urone che si è alleato con i francesi. Tratto dal classico romanzo di Fenimore Cooper (ma pare che la sceneggiatura si basi più sulle precedenti versioni cinematografica del 1920 e del 1936 che non sul libro), un filmone d'avventura fin troppo tradizionale e vecchio stile, di puro intrattenimento e anche di buona fattura, ma piuttosto superficiale a livello di personaggi e di contenuti: fosse stato realizzato negli anni '50 mi avrebbe probabilmente colpito di più. Alla figura del protagonista si è ispirato Gianfranco Manfredi per l'aspetto del suo Magico Vento, ma (per restare in tema di fumetti) il film ricorda semmai le più stereotipate avventure di Tex Willer, soprattutto nella seconda parte, con personaggi poco caratterizzati e situazioni prevedibili e mai coinvolgenti fino in fondo. Improbabile, per esempio, come in ben due attacchi a tradimento contro una colonna di soldati inglesi muoiano sempre tutti tranne l'ufficiale Hayward e le due ragazze, personaggi che evidentemente devono sopravvivere fino alla fine soltanto per esigenze di copione. Fra le poche sorprese, nel finale si scopre che "l'ultimo dei mohicani" non è Daniel Day-Lewis ma uno dei suoi compagni. Ai bei paesaggi del Nord America si sovrappone un tema musicale invadente e onnipresente, ormai indissolubilmente legato a un celebre spot pubblicitario. Chi lo sa, magari il film sarebbe stato migliore se a dirigerlo ci fosse stato un regista visionario e coraggioso come Werner Herzog, anziché uno piatto e derivativo come Mann.

Madagascar (Darnell, McGrath, 2005)

Madagascar (id.)
di Eric Darnell, Tom McGrath – USA 2005
animazione digitale
**

Rivisto in DVD, con Hiromi, Martin e Luisa.

Quattro animali dello zoo di New York si ritrovano catapultati nella vera "natura" dopo un naufragio sulle coste del Madagascar. Se per la zebra, l'ippopotamo e la giraffa non ci sono problemi a vivere in maniera selvatica (si fa per dire), il leone dovrà imparare a tenere a freno i propri istinti carnivori per non divorare i suoi stessi amici. Tutti insieme aiuteranno un gruppo di lemuri ad avere la meglio sui loro nemici naturali, i fossa. Di fronte alla qualità dei film animati in CG della Pixar, quelli di altre case (e quelli della DreamWorks in particolare) sfigurano enormemente, e non solo dal punto di vista tecnico. Il problema principale è la loro natura puramente character-based: i primi venti minuti, quelli in cui vengono presentati i personaggi, sono molto simpatici. Ma quando poi si tratta di far vivere a quei personaggi una storia, ecco uscir fuori tutti i limiti di una sceneggiatura leggera e banalissima, che non può far altro che accumulare citazioni gratuite come se piovesse: visive ("American Beauty", "Il signore delle mosche", "Matrix"), sonore ("Momenti di gloria", "New York, New York") o narrative ("Cast Away"). Alla fine, più dei quattro protagonisti, restano impressi alcuni personaggi minori come i simpatici pinguini dirottatori (il cui ruolo è infatti stato ingigantito dagli animatori rispetto allo storyboard originale), che daranno vita a uno spin-off, oppure i lemuri che danzano sulle note di "I Like to Move It" (cantata da Sacha Baron Cohen). L'ottimo riscontro di pubblico garantirà comunque due sequel.

24 ottobre 2007

Ho sposato una gangster (Cho Jin-gyu, 2001)

Ho sposato una gangster (Jopog manura, aka My wife is a gangster)
di Cho Jin-gyu – Corea del Sud 2001
con Shin Eun-kyung, Park Sang-myeon
**1/2

Rivisto in DVD, con Monica, Roberto e Marisa.

L'avevo visto anni fa al Mifed, in coreano e in una saletta strapiena (tutti i posti occupati e moltissimi, fra cui me, in piedi), mentre da qualche tempo è uscito anche in italiano in DVD. Si tratta di una divertente commedia d'azione su una ragazza-gangster, a capo di una banda di yakuza (evidentemente i "mafiosi" in Corea sono simili a quelli giapponesi), che deve sposarsi suo malgrado per esaudire l'ultimo desiderio della sorella morente. L'umorismo, che nasce soprattutto dalla figura della "donna forte" alle prese con situazioni più femminili alle quali non è abituata, si alterna con scene melodrammatiche e con sequenze d'azione anche abbastanza violente, ma il film soffre a volte di poco equilibrio nel mettere insieme i vari elementi. La protagonista, comunque, è genuinamente simpatica. Campione d'incassi in Corea, ha generato due seguiti (avevo visto, sempre al Mifed, il capitolo due, leggermente meno bello anche se comunque gradevole) e ai tempi si diceva che la Miramax ne avesse acquistato i diritti per farne un remake.

23 ottobre 2007

Le petit soldat (J.L. Godard, 1960)

Le petit soldat
di Jean-Luc Godard – Francia 1960
con Michel Subor, Anna Karina
**

Visto in DVD, in originale con sottotitoli.

Bruno, disertore e fotoreporter francese, si rifugia a Ginevra dove entra in contatto con un gruppo terrorista anti-algerino. Incaricato di uccidere un commentatore della radio svizzera sospettato di simpatie filo-arabe, dapprima si rifiuta e poi non riesce a eseguire l'ordine per una serie di coincidenze. Braccato dai suoi stessi compagni che lo ritengono un traditore, e innamorato di una ragazza (l'esordiente Anna Karina) che simpatizza per il FLN, viene rapito e torturato da un commando algerino e infine accetta di portare a termine la missione assegnatagli. Il finale, cinico e sbrigativo, convince poco. Ambientato in una Svizzera mai così neutrale e ovattata (Godard sopprime persino i rumori ambientali, lasciando spazio soltanto alla voce fuori campo dei pensieri del protagonista e alla musica di sottofondo), il secondo lungometraggio del regista risulta distante e incerto, e fece scalpore soprattutto per aver osato affrontare il tema della guerra in Algeria, quasi tabù per il cinema francese (fra le poche eccezioni, "Muriel" di Resnais prima e "Niente da nascondere" di Haneke poi). Mentre i censori francesi ne vietarono l'uscita fino al 1963 in quanto ritenuto filo-algerino, la critica militante di sinistra lo accusò per la rappresentazione della tortura da parte degli arabi oppressi e per la mancanza di una decisa presa di posizione. In effetti il protagonista è ambiguo, ideologicamente confuso e tutt'altro che convinto. Sembra interessarsi più di arte (discute di pittura e di musica classica) che di politica, e si dichiara contro tutti i nazionalismi. Interessanti alcuni dialoghi sulla realtà e sul cinema ("La fotografia è la verità, e il cinema è la verità 24 volte al secondo"). Primo di una lunga serie di film politici di Godard, contribuì a infrangere la convinzione che la Nouvelle Vague non sapesse o volesse affrontare temi di attualità (Godard disse: "si rimprovera alla Nouvelle Vague di mostrare solo gente a letto; voglio mostrare adesso gente che fa politica e che non ha tempo di andare a letto").

22 ottobre 2007

Fino all'ultimo respiro (J.L. Godard, 1959)

Fino all'ultimo respiro (À bout de souffle)
di Jean-Luc Godard – Francia 1959
con Jean Paul Belmondo, Jean Seberg
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli.

Primo lungometraggio di Godard e uno dei film cardine della Nouvelle Vague, la corrente con la quale il regista e i suoi colleghi, tutti ex critici militanti della rivista "Cahiers du Cinéma" (da François Truffaut, qui autore del soggetto, a Éric Rohmer, da Jacques Rivette ad André Bazin) rivoluzionarono il mondo del cinema dopo aver teorizzato la "politica degli autori". Il furfante Michel (un amorale e indimenticabile Belmondo, che esordisce dicendo "Dopotutto, sono un idiota"), mentre sta tornando a Parigi con un'auto rubata, uccide un poliziotto. Braccato dalle forze dell'ordine, cerca di riscuotere il denaro che gli deve un amico e di convincere la bella americana Patrizia (un'altrettanto indimenticabile Seberg, con un taglio di capelli che all'epoca fece furore) a seguirlo fino in Italia. Ma sarà proprio la ragazza, per scoprire se lo ama davvero o no, a denunciarlo alla polizia. Al tempo della sua uscita rappresentò senza dubbio una notevole rottura delle regole del cinema (il protagonista parla con sé stesso oppure con il pubblico; il montaggio è frammentato e "visibile", mentre il cinema classico faceva di tutto per renderlo impercettibile allo spettatore), della narrazione (la storia assume toni da documentario, per esempio quando si sovrappone con eventi di cronaca come la visita del presidente americano in Francia), della messinscena (lungo le strade, i passanti guardano la camera da presa), della morale (il rapporto "libero" fra i due personaggi principali). Oggi questi aspetti non costituiscono più una novità, ma il film piace ancora per la spontaneità dei personaggi (i dialoghi sembrano quasi improvvisati, e a volte forse lo sono davvero), per l'andamento lineare della vicenda ("Qualsiasi cosa facevano i personaggi poteva essere integrata al film", disse Godard), per i piccoli particolari (Belmondo che si passa il pollice sulle labbra, le chiusure a iride da cinema muto), per le citazioni (Michel che ammira Bogart sulla locandina di un film e si identifica con lui; un altro cinema che proietta "Hiroshima mon amour" di Alain Resnais; una ragazza vende i "Cahiers" per la strada; Jean-Pierre Melville che interpreta lo scrittore Jean Parvulesco, intervistato da Patrizia), per non parlare della bella atmosfera "aperta" della Parigi di quegli anni, e della vivacità tecnica e culturale che trasuda dalla pellicola. La prima scena cui Truffaut e Godard pensarono è quella in cui la Seberg percorre gli Champs Elysées per vendere il "New York Herald Tribune". Il film è ispirato da un fatto di cronaca realmente accaduto, ma i due autori volevano inizialmente rifarsi alla tradizione dei noir e dei criminal movie americani (in particolare allo "Scarface" di Howard Hawks). In un'intervista, però, Godard affermò di essersi reso conto soltanto in seguito di aver realizzato invece una sorta di "Alice nel paese delle meraviglie".

21 ottobre 2007

SPL (Wilson Yip, 2005)

SPL (Sha Po Lang)
di Wilson Yip – Hong Kong 2005
con Simon Yam, Donnie Yen, Sammo Hung
**1/2

Visto in divx alla Fogona, in originale con sottotitoli.

Avevo un po' perso di vista Wilson Yip, che dopo i due capolavori "Bullets over summer" e "Juliet in love" della fine degli anni '90 si era dato a un cinema più commerciale e meno soddisfacente (vedi l'inutile "Skyline cruisers"). Anche se non all'altezza dei due splendidi film prima citati, questo "SPL" si è rivelato un ottimo e vibrante poliziesco d'azione su classici temi del cinema hongkonghese: amicizia e solidarietà, onore e rispetto, giustizia e vendetta, con alcune svolte narrative inaspettate e un trio di ottimi attori del genere: Simon Yam fa il suo mestiere come al solito, Donnie Yen è sempre bravissimo nei combattimenti e nella coreografia delle scene d'azione (girati in maniera classica e senza inutili movimenti di camera che li rendano confusi, anche se poi nel resto del film qualche tocco autoriale c'è eccome), mentre vedere Sammo Hung nella parte del cattivo (con tanto di pizzetto e sigaro) fa uno strano effetto, ma se la cava egregiamente.
Qi Sha, Po Jun e Tan Lang sono tre stelle che, secondo l'astrologia cinese, possono determinare il destino degli esseri umani a seconda del loro allineamento. Pur di arrestare Wong Po, un criminale cui danno la caccia da oltre tre anni, l'ispettore Chan e i suoi uomini non esitano a fabbricare false prove contro di lui, anche perché il tempo stringe: Chan è alla vigilia della pensione e un tumore al cervello lo sta uccidendo. I suoi metodi sleali non vanno a genio al nuovo caposquadra Ma (il vero protagonista positivo della vicenda), ma nemmeno lui riesce ad fermare la catena di sanguinose vendette incrociate. Oltre alla relatività del bene e del male (i "buoni" non sono migliori dei "cattivi"), la pellicola affronta a più riprese il tema della paternità, già caro a Yip sin da "Juliet in love": Chan ha adottato la figlia di due testimoni che Wong ha fatto assassinare; lo stesso Wong desidera sopra ogni altra cosa avere un bambino; quasi tutto il film si svolge il giorno della festa del papà (nel 1997, anno del ricongiungimento di Hong Kong con il suo "genitore", la Cina), con uno degli uomini di Chan che sta per rivedere per la prima volta dopo molti anni la giovane figlia, e un altro che ha rotto da tempo i rapporti con il proprio padre. L'inizio e il finale, in riva al mare, sono quasi "Kitaniani" e incorniciano una storia dove poesia e violenza vanno di pari passo.

18 ottobre 2007

Ratatouille (Brad Bird, 2007)

Ratatouille (id.)
di Brad Bird [e Jan Pinkava] – USA 2007
animazione digitale
***1/2

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

E alla fine, volenti o nolenti, si ritorna sempre ai topi, come se l'animazione (disneyana o no) non ne potesse proprio fare a meno. Già l'anno scorso il miglior film animato occidentale, "Giù per il tubo", vedeva come protagonista un topolino finito nelle fogne. Quest'anno l'ennesimo capolavoro Pixar (ormai un vero e proprio marchio di garanzia) presenta, più che un topo, un simpaticissimo ratto che – a differenza dei propri simili – ha avversione per la spazzatura e nutre invece ambizioni di alta cucina, al punto da diventare – con l'aiuto di un cuoco giovane e inesperto – il più bravo e raffinato chef di tutta Parigi. Diretto dal Brad Bird già responsabile de "Gli incredibili" (ma si vede chiaramente anche la mano del suo assistente Jan Pinkava, quello de "Il gioco di Geri"), Il film parte un po' lentamente ma ben presto raggiunge livelli eccezionali, sia tecnicamente sia narrativamente. La scena più bella e commovente, nel finale, è quella in cui il severo critico Anton Ego (il cui personaggio e le cui riflessioni sul ruolo "parassitario" della critica rispetto all'arte potrebbero sposarsi perfettamente con altri ambiti artistici, cinema compreso) assaggia per la prima volta la Ratatouille preparata dal piccolo topolino e piomba immediatamente – potremmo quasi dire "proustianamente" – nei suoi ricordi d'infanzia. Il film, che riesce a raffigurare il mondo dell'alta cucina in maniera niente affatto snob, brilla in effetti di luce propria: niente ammiccamenti, citazioni o parodie, la pellicola punta le proprie carte esclusivamente sulla storia (divertente ed emozionante) e sui personaggi. Mancano anche le spalle comiche appartenenti a specie animali differenti: nel mondo di Ratatouille ci sono soltanto ratti ed esseri umani. Memorabile il sistema con cui il ratto Remy controlla i movimenti dell'umano Linguini, manovrandolo tramite i capelli come se si trattasse di un robot. Ottime anche le scenografie e l'ambientazione: Parigi, la Ville Lumiére, la Senna e i suoi ponti immersi nella nebbia sono realistiche e romantiche. Per essere un film a stelle e strisce, ho notato soltanto due riferimenti alla rivalità e al modo in cui gli americani vedono i transalpini: la frase con cui si apre il film, "i francesi ritengono che la miglior cucina del mondo sia quella francese", e una a metà pellicola "Siamo francesi, quindi dobbiamo essere rudi". Un 'altra cosa che mi ha stupito è che si parla senza pudore della morte (uno dei personaggi principali, Gusteau, è morto; e di un altro, la madre di Linguini, si dice chiaramente che lo è) o dell'amore (la scena del bacio fra Linguini e Colette non è meno adulta che infantile). Curiosamente, invece, dal mondo dei topi sembra essere assente il sesso femminile (tranne che, brevemente, nei titoli di coda). In conclusione: il miglior film dell'anno (finora).

Animal crackers (V. Heerman, 1930)

Animal crackers (id.)
di Victor Heerman – USA 1930
con Groucho, Chico e Harpo Marx
***

Rivisto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Anche il secondo lungometraggio dei fratelli Marx, come il precedente, è l'adattamento di un loro spettacolo teatrale. E come tale presenta numeri musicali, canti e balli che spezzettano un po' il ritmo della narrazione e annacquano il divertimento che sgorga spontaneo quando invece in scena ci sono i fratelli con le loro gag comiche. Rispetto a "The Cocoanuts", comunque, la confezione è migliore, così come le scenografie e la direzione degli attori. Groucho veste i panni dell'eccentrico esploratore Jeffrey T. Spaulding, appena ritornato da un viaggio in Africa. In suo onore si tiene un grande ricevimento nella villa della ricca Mrs. Rittenhouse (la sempre brava Margaret Dumont), durante la quale viene esibito un prezioso dipinto, "Dopo la caccia", del pittore francese Beaugard. Ma il quadro viene trafugato per ben due volte: la prima da parte di una vicina invidiosa che vuole sabotare la festa, la seconda dalla figlia della stessa signora Rittenhouse che vuole sostituirlo con una copia realizzata dal suo fidanzato per mostrare a tutti le sue capacità di artista. La presenza in qualità di musicisti di Chico (che per non suonare si fa pagare di più che per farlo) e del suo socio Harpo (solito disturbatore della quiete altrui) contribuisce ad aumentare la confusione. I personaggi dei tre fratelli sono ormai compiuti e definiti, e i rapporti fra loro (soprattutto quello fra Chico e Harpo) più affiatati: ma anche Zeppo fa un'apparizione, quella che per lui diventerà "classica" di segretario o assistente di Groucho. Da ricordare l'interminabile inno di benvenuto "Hooray for Captain Spaulding", il dialogo surreale fra Groucho e il mercante d'arte Roscoe W. Chandler, quello fra Groucho e Chico per trovare il ladro del dipinto ("Occorre domandare a chiunque si trovi in questa casa se ha preso la tela" – "Supponiamo che nessuno l'abbia presa" – "Allora possiamo chiedere nella casa accanto" – "Supponiamo che non vi siano case nei paraggi" – "Allora dobbiamo costruirne una" – ecc.), gli "strani interludi" dello stesso Groucho in cui si rivolge direttamente agli spettatori, il concerto improvvisato di Chico ("Non riesco a pensare alla fine", dice lui. "Strano, io non riesco a pensare ad altro", commenta Groucho) e soprattutto l'esilarante dettatura della lettera agli avvocati, che potrebbe aver ispirato quella di "Totò, Peppino e la malafemmina".

16 ottobre 2007

Stardust (Matthew Vaughn, 2007)

Stardust (id.)
di Matthew Vaughn – GB/USA 2007
con Charlie Cox, Claire Danes
***1/2

Visto al cinema Plinius, con Hiromi, Ada, Maddalena e Giuseppe.

Tratto da un racconto di Neil Gaiman illustrato da Charles Vess, "Stardust" è una bellissima fiaba fantasy e romantica che recupera tutto il senso dell'avventura e del fantastico dei migliori esempi del genere senza lasciarsi prendere la mano dagli effetti speciali o dai virtuosismi di stile e senza sentire la necessità di rivolgersi esclusivamente a un pubblico infantile. È anche il secondo film di Vaughn (marito di Claudia Schiffer e produttore dei film di Guy Ritchie) dopo il già interessante "The pusher" con Daniel Craig: decisamente un regista da tenere d'occhio. La trama vede il giovane Tristan promettere alla bella e altera Victoria di donarle una stella che ha visto cadere dal cielo. Per recuperarla, si introduce così nel reame fatato di Stormhold, separato dall'Inghilterra da un "semplice" muro, solo per scoprire che la stella è in realtà una splendida (e splendente) ragazza, di cui ovviamente non tarderà a innamorarsi. Sulle tracce della stella c'è anche una perfida strega (Michelle Pfeiffer) che intende divorarne il cuore per rivitalizzare il proprio corpo e i propri poteri, mentre la sua storia si intreccia anche con quella dei sette principi del regno, impegnati a farsi fuori a vicenda e a mettere le mani su un gioiello il cui possessore può rivendicare il trono. Ottimo il cast, con brevi apparizioni di nomi celebri (Alfred Molina è il padre del protagonista, Peter O'Toole è il re morente, Rupert Everett è il principe Secundus, Ian McKellen è la voce narrante nella versione originale). Su tutti spicca il fenomenale Robert De Niro nella parte di capitan Shakespeare, pirata acchiappafulmini a bordo di una nave volante che nasconde il proprio animo effemminato dietro un aspetto minaccioso. Rispetto al libro di Gaiman (che non ho letto, ma solo sfogliato) ci sono parecchie modifiche volte a spettacolarizzare la vicenda, come il combattimento finale, ma anche il personaggio stesso di De Niro è stato sviluppato apposta per la pellicola. In ogni caso il film non perde mai in intensità, grazie anche ai numerosi momenti divertenti e comici di cui è costellato, e preferisce dar libero sfogo alla fantasia e all'immaginazione con un pizzico di irriverenza anziché impantanarsi su valori morali o pedagogici.

14 ottobre 2007

Angel – La vita, il romanzo (F. Ozon, 2007)

Angel – La vita, il romanzo (Angel)
di François Ozon – Francia/GB 2007
con Romola Garai, Michael Fassbender
***

Visto al cinema Apollo.

Angel, giovane e umile figlia di un droghiere nell'Inghilterra dickensiana, ha la passione della scrittura e sogna una vita ricca, avventurosa e romantica come quella che descrive nei suoi romanzi, rifiutando testardamente tutto quanto non è adeguato alle sue fantasie (e così abbellisce continuamente la realtà che la circonda, afferma di essere la figlia di un aristocratico, descrive la propria casa come un palazzo o la propria madre come una concertista). Quando le sue opere conquistano improvvisamente il pubblico, grazie all'aiuto di un bonario editore (il bravo Sam Neill, mentre sua moglie è Charlotte Rampling, habitué del regista), l'improvvisa ricchezza le consente di rendere reali quelle che fino ad allora erano state soltanto immaginazioni: vestiti sfarzosi, una villa fiabesca, persino il matrimonio con l'uomo dei suoi sogni, un pittore scostante e pessimista che – al contrario di lei – vede nella vita solo una grigia e smorta bruttezza. Ma la prima guerra mondiale incombe, per quanto Angel faccia di tutto per tenerla fuori dalla sua casa... Come quasi sempre nei film di Ozon, la vita non è altro che un'elaborata messinscena. E questo, il suo primo lavoro in lingua inglese, lo mostra esplicitamente più di altri: dalle sequenze della passeggiata a Londra o in quelle del viaggio di nozze, dove i monumenti sono proiettati su un fondale evidentemente fasullo, alla teatralità dei momenti clou della vita di Angel, come l'appassionato bacio sotto la pioggia e l'arcobaleno, e persino alla scena della sua morte, così simile a quella della sua eroina nell'adattamento teatrale del romanzo. "Voi comunicate con voi stessa, non con i lettori", le dice a un certo punto la fedele segretaria (interpretata dalla Lucy Russell già vista ne "La nobildonna e il duca" di Rohmer, il cui personaggio introduce un possibile sottotesto lesbico, non insolito per un film di Ozon). Ma se ad Angel non interessa cio che è reale ma solo ciò che è bello (e questo la rende impopolare durante la guerra, quando il suo rifiuto dello sforzo bellico la spinge verso un pacifismo mal tollerato dai suoi lettori), anche quella del suo uomo è una fuga dalla realtà, per quanto assai più tragica. Nel complesso il film è uno spettacolare feuilletton che può ricordare per certi versi "Via col vento" e che si conclude con Angel che, prima di morire, si domanda "La mia vita è stata reale?". E anche la segretaria non può che domandarsi con noi se quella cui abbiamo assistito sia stata "la vita che ha vissuto, o la vita che ha sognato"?

13 ottobre 2007

Il buio nell'anima (N. Jordan, 2007)

Il buio nell'anima (The brave one)
di Neil Jordan – USA 2007
con Jodie Foster, Terrence Howard
*1/2

Visto al cinema Apollo.

Sono andato a vedere questo film perché mi era stato consigliato da Martin, e anche perché da anni ormai attendo che Neil Jordan torni a realizzare una pellicola del livello del suo capolavoro, "La moglie del soldato". Anche stavolta, però, le attese sono state deluse. Il film infatti è un thriller assolutamente convenzionale, nulla di più che un'ennesima variante al femminile de "Il giustiziere della notte", con una morale giustizialista e una sceneggiatura piena di coincidenze e di snodi improbabili. La Forster, in un ruolo forte e mascolino, è la conduttrice di un programma radiofonico che gira per la città di New York con un registratore per catturare suoni e voci, un personaggio che inizialmente può ricordare quello di "Lisbon story" di Wenders. Dopo essere rimasta vittima di una violenta aggressione nella quale il suo fidanzato perde la vita, comincia a trasformarsi: acquista illegalmente una pistola e quando si trova ad assistere a due reati violenti non esita a uccidere i criminali. Diventa così una sorta di "angelo della vendetta" (come nel film di Ferrara), un vigilante sul quale anche la polizia comincia a indagare. Il film non è privo di tensione e di impatto emotivo, grazie anche alla violenza e alla durezza di certe scene (su tutte, l'aggressione iniziale), ma la trama non esita a tirare in mezzo banali elementi da tv movie come bambini da proteggere, amori interrazziali e così via, e quasi tutti i passaggi fondamentali della vicenda sono implausibili, poco realistici o costruiti a tavolino.

12 ottobre 2007

Ero uno sposo di guerra (H. Hawks, 1949)

Ero uno sposo di guerra (I was a male war bride)
di Howard Hawks – USA 1949
con Cary Grant, Ann Sheridan
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

Nella Germania del dopoguerra, fra bisticci e litigate di ogni tipo, un capitano dell'esercito francese (Grant) e un tenente dell'esercito americano (la Sheridan) scoprono di essere innamorati e decidono di sposarsi. Il problema sorge quando intendono trasferirsi negli Stati Uniti: per ottenere il permesso di soggiorno, il marito è costretto a far ricorso alla legge che regola l'immigrazione dei coniugi dei militari all'estero, la norma sulle cosiddette "spose di guerra", che però nessuno prevedeva di dover applicare a un uomo. Dopo una prima parte basata sul conflitto fra i sessi (tema abituale per il regista), la seconda metà del film gioca invece sul ribaltamento dei ruoli, con Grant che giunge a doversi travestire da donna pur di averla vinta sulla burocrazia e sull'ottusità delle forze armate. Divertente ma un po' datato, non è uno degli Hawks migliori anche se qualche risata, soprattutto nel finale, la strappa.

10 ottobre 2007

Il club di Groucho


Quando ho dato vita a questo blog, un anno e mezzo fa, avevo l'intenzione di scriverci non soltanto di cinema ma anche di altri argomenti: libri, fumetti, scienza, umorismo. Invece "Tomobiki Märchenland" si è subito trasformato in uno spazio monotematico, un contenitore delle opinioni e dei giudizi sui tanti film che vedo, e ormai mi piace che resti così. Per questo motivo ho deciso di aprire un nuovo blog, più generalista, magari da aggiornare meno frequentemente ma con un ventaglio di argomenti più libero. Per mantenere un riferimento cinematografico ho scelto di chiamarlo "Il club di Groucho", ed è online da oggi. Visitatelo!

Alba fatale (William A. Wellman, 1943)

Alba fatale (The Ox-bow incident)
di William A. Wellman – USA 1943
con Henry Fonda, Dana Andrews
***1/2

Visto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

Un vero capolavoro, cupo e non conciliante, che non conoscevo e che anche per questo si è rivelato una graditissima sorpresa. La trama è semplicissima: gli abitanti di una cittadina di frontiera, già sotto tensione per i ripetuti furti di bestiame, organizzano una posse per catturare e giustiziare tre stranieri accusati di aver ucciso un allevatore. Nonostante le proteste dei pochi che vorrebbero concedere loro un regolare processo, i tre vengono impiccati sul posto, solo per scoprire dopo pochi istanti che erano innocenti. Non ricordo di aver visto affrontare i temi della vendetta, della giustizia sommaria e del linciaggio in maniera così diretta e efficace come in questo "piccolo" film (dura soltanto 73 minuti), crudo, intenso e perfetto nella sua sintesi. Il mito della giustizia degli uomini ne esce a pezzi, e persino l'eroe si rivela impotente: il protagonista "buono", Henry Fonda, non può infatti far nulla per salvare Dana Andrews e compagni né si impegna particolarmente per evitare quella che è evidentemente un'ingiustizia, forse perché anche lui ha qualcosa da nascondere. Duro e realistico, oscuro e claustrofobico (fu girato tutto in interni, anche perché la Fox – che non amava il progetto – ridusse il budget al minimo), ricco di personaggi tutti ottimamente caratterizzati sia quando la loro parte nella vicenda è minima (si pensi alla ragazza un tempo amata da Fonda e a suo marito) sia quando è importante (l'ufficiale sudista e il figlio "mollaccione", il misterioso messicano interpretato da Anthony Quinn, il predicatore di colore), il film dista anni luce dall'ingenuità dei western di quegli anni e dai temi avventurosi ed eroici cui il genere aveva abituato. Fosse stato realizzato negli anni '70, quando il western aveva già preso la sua piega crepuscolare, non ci sarebbe da stupirsi: ma per una pellicola del 1943 l'impatto è davvero notevole. Memorabile, fra le altre, la scena finale in cui Fonda legge la lettera d'addio scritta da uno dei tre impiccati, con l'inquadratura che ne "impalla" lo sguardo con il cappello del suo compagno.

9 ottobre 2007

Il vendicatore di Jess il bandito (F. Lang, 1940)

Il vendicatore di Jess il bandito (The return of Frank James)
di Fritz Lang – USA 1940
con Henry Fonda, Gene Tierney
**

Rivisto in VHS.

Alla notizia dell'uccisione a tradimento di suo fratello Jesse da parte del "codardo" Bob Ford, il bandito Frank James abbandona la fattoria dove si era rifugiato sotto falso nome e riprende le armi per andare a caccia dei responsabili, non prima di aver compiuto l'ennesima rapina ai danni della compagnia ferroviaria. Sequel del popolare "Jess il bandito" di Henry King, uscito l'anno prima, il quarto film americano di Lang è anche il suo primo film a colori. Ma il western non sembra un genere nelle sue corde (anche se devo ancora vedere il suo secondo tentativo, "Rancho Notorious") e il film appare di routine, con poca atmosfera. La pellicola mantiene i toni, le ambientazioni, il tema musicale e gran parte degli attori e dei caratteristi del prototipo: fra i nuovi personaggi ci sono un giovane compagno di Frank e l'ingenua ma ostinata giornalista interpretata dalla deliziosa Gene Tierney, alla sua prima apparizione sullo schermo. Interessante, comunque, la descrizione morale del protagonista, ritratto come un fuorilegge "onesto" che lotta per la giustizia e si difende dagli intrighi delle malvagie ferrovie: inizialmente Frank ha fiducia nella legge federale, e solo quando il governatore concede la grazia ai fratelli Ford decide di prendere la vendetta nelle sue mani. Fra le scene più interessanti c'è lo spettacolo teatrale inscenato da Bob e Charlie Ford, mentre la lunga sequenza del processo finale a Frank va troppo spesso sopra le righe e piega verso la commedia.

8 ottobre 2007

Jess il bandito (H. King, 1939)

Jess il bandito (Jesse James)
di Henry King – USA 1939
con Tyrone Power, Henry Fonda
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Dopo aver visto di recente il mediocre film di Dominik con Brad Pitt, ho voluto guardarmi la classicissima pellicola che per prima, recuperando un personaggio già entrato a far parte del folklore e della cultura popolare del vecchio west, diede origine al mito cinematografico del personaggio. Costretti a mettersi contro la legge per reagire ai soprusi della compagnia ferroviaria che espropriava gli agricoltori delle loro terre, i fratelli Frank e Jesse James diventano due dei banditi più temuti degli Stati Uniti. Combattuto continuamente fra il desiderio di vendetta, l'amore per l'esistenza da fuorilegge e il sogno di una tranquilla vita familiare, Jesse viene infine ucciso a tradimento da Bob Ford, uno degli uomini della sua stessa banda. Pur non essendo un capolavoro, il film è solido e avvincente grazie alle buone interpretazioni (c'è anche Randolph Scott nei panni di uno sceriffo, mentre il "codardo" Bob Ford è interpretato da John Carradine) e all'equilibrio fra scene d'azione e quadretti di vita familiare. Non mancano alcune macchiette comiche, mentre è notevole l'uso del technicolor, specialmente nell'assalto notturno al treno. La morte di un cavallo durante le riprese (presumo nella scena in cui Jesse e Frank si lanciano dalla rupe nel fiume) portò l'American Humane Association a decidere di monitorare da allora in poi l'utilizzo degli animali durante la realizzazione dei film: da qui nacque la celebre frase "Nessun animale è stato maltrattato durante le riprese di questo film". Il buon successo di pubblico portò alla realizzazione di un seguito, l'anno successivo: "Il vendicatore di Jess il bandito", diretto da Fritz Lang (!) e incentrato sulle gesta di Frank James (Henry Fonda).

6 ottobre 2007

Election (Johnnie To, 2005)

Election (Hak se wui)
di Johnnie To – Hong Kong 2005
con Simon Yam, Tony Leung Ka-fai
**

Visto in DVD.

Una delle più antiche e potenti triadi di Hong Kong è in fermento per l'imminente elezione del nuovo presidente, che avviene ogni due anni: ma quando gli anziani dell'organizzazione scelgono di eleggere il più pacato Lok (Simon Yam), l'irruento Big D (Tony Leung Ka-fai) scatena una sanguinosa faida, con la polizia come terzo incomodo. Come spesso capita, Johnnie To non riesce a convincermi appieno nonostante le indubbie doti registiche e il consueto uso di una fotografia che gioca su luci e ombre. Il finale, con l'inaspettata resa dei conti fra i due rivali, è la cosa più bella di una pellicola che per il resto manca di compattezza e non avvince, anche perché nell'inutile parte centrale sembra dimenticarsi dei due protagonisti e si perde in un rivolo di personaggi che si passano di mano in mano il bastone di legno con la testa di drago che rappresenta lo scettro del comando della triade. Nonostante l'interesse per i rituali della mafia cinese visti dall'interno, resta una certa sensazione di improvvisazione con molti personaggi (i poliziotti, il giovane interpretato da Louis Koo) abbandonati a metà strada. Solo nel finale il focus della storia si sposta finalmente sui due contendenti, ma cominciare a caratterizzarli dopo un'ora di film è un po' poco.

3 ottobre 2007

Flags of our fathers (C. Eastwood, 2006)

Flags of our fathers (id.)
di Clint Eastwood – USA 2006
con Ryan Phillippe, Jesse Bradford
**1/2

Visto in DVD, con Albertino e Ghirmawi.

Mi ero perso al cinema il primo film del dittico di Eastwood sulla battaglia di Iwo Jima (avevo visto soltanto il secondo, lo splendido "Lettere da Iwo Jima", che legge l'episodio dal punto di vista dei giapponesi), e dunque l'ho recuperato solo adesso in DVD. Più che i temi classici della guerra, il film affronta quelli della propaganda e della percezione dell'eroismo, mettendo in dubbi i valori patriottici in favore di quelli dell'amicizia e del rapporto fra commilitoni. Al centro della pellicola c'è la celebre fotografia di Joe Rosenthal che immortalava sei soldati nell'atto di innalzare la bandiera americana sull'isola giapponese: tre di loro morirono in battaglia poco dopo, mentre i restanti tre (due marines, uno dei quali indiano, e un infermiere della marina) vennero fatti rientrare negli Stati Uniti per intraprendere un tour di apparizioni pubbliche a sostegno della campagna di raccolta fondi per proseguire lo sforzo bellico. La fotografia divenne infatti istantaneamente un simbolo dell'eroismo militare americano e impressionò profondamente l'opinione pubblica, aumentando la fiducia e il coinvolgimento nella guerra. In realtà, gran parte delle convinzioni riguardo alla foto erano errate: non era stata issata al termine della cruenta battaglia, per esempio, ma quasi al suo inizio. E non era nemmeno la prima bandiera a essere issata, ma la seconda. Eastwood lo racconta con una struttura scomposta, che alterna scene e ricordi della battaglia con momenti del tour propagandistico negli Stati Uniti, il tutto narrato retrospettivamente dal figlio di uno dei protagonisti che, ai giorni nostri, scrive un libro sull'argomento (ed è proprio da questo libro che il film è tratto). Meno intenso e struggente del film gemello (col quale ha in comune la disumanizzazione della battaglia: i nemici non si vedono praticamente mai), "Flags" è comunque interessante nell'affontare temi solitamente poco usuali per un film di guerra e per l'accuratezza nel descrivere la nascita di un'icona come la storica fotografia di Rosenthal.

2 ottobre 2007

Le cronache di Riddick (D. Twohy, 2004)

Le cronache di Riddick (The cronichles of Riddick)
di David Twohy – USA 2004
con Vin Diesel, Colm Feore
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Il bandito interstellare Riddick, sopravvissuto alle prove più estreme, se la deve vedere con i Necromonger, una razza aliena di fanatici religiosi che conquistano e distruggono altre civiltà al grido di "convertiti o perisci". Sequel di "Pitch black", è stato messo in cantiere in seguito al successo e alla popolarità del personaggio interpretato da Vin Diesel, che qui diventa il protagonista assoluto di una vicenda sempre ricca d'azione ma meno horror e più space opera (a dirla tutta, meno fantascientifica e più fantasy). In ogni caso, anche se mi è piaciuto meno del primo, il film è divertente nella sua tamarraggine e nella sua confusione e si lascia apprezzare anche per le belle scenografie. Come giustamente fattomi notare, il finale rivela molte somiglianze con la saga di Conan il Barbaro, con un personaggio al di fuori della legge che si ritrova a capo di un regno/impero. Interessanti i costumi dei nemici e anche l'uso particolare degli effetti speciali, molto bello il pianeta-prigione caratterizzato da un'esagerata escursione termica, con l'arrivo dell'alba che brucia immediatamente ogni cosa per l'eccessivo calore. Ma non tratterrò il fiato nell'attesa di un (improbabile) seguito.

30 settembre 2007

Non bussare alla mia porta (W. Wenders, 2005)

Non bussare alla mia porta (Don't come knocking)
di Wim Wenders – Germania/Francia/USA 2005
con Sam Shepard, Jessica Lange
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Un attore western di mezz'età, dopo aver condotto una vita dissoluta, fugge improvvisamente dal set del film che stava girando: dapprima si rifugia dalla madre, poi decide di recarsi nel Montana alla ricerca del figlio trentenne che ha appena scoperto di avere. Dopo "La terra dell'abbondanza", Wenders prosegue il suo viaggio nella provincia americana con un'altra pellicola che mette al centro i difficili rapporti familiari e comunicativi del protagonista, lasciando da parte stavolta i temi politico-sociali e addentrandosi nei grandi spazi dell'ovest (e del nord-ovest) con un percorso più intimo e personale che ricorda in parte "Paris, Texas". Viene messa da parte anche l'ossessione per l'elettronica, i video e l'immagine (se escludiamo gli elementi metacinematografici: ma non a caso si parla di un cinema "del passato", con un film western che sembra di cinquant'anni fa!). A una prima parte completamente incentrata sull'irrequieto personaggio di Howard Spence interpretato da Sam Shepard (anche sceneggiatore), ne segue una seconda più corale e ricca di sorprese e colpi di scena (come quelli relativi alla misteriosa ragazza bionda il cui cammino si intreccia con quello di Howard). Le ottime musiche pop/country di T-Bone Burnett e la bella fotografia iperrealista contribuiscono a rendere il film una gioia per gli occhi e le orecchie, anche se forse è un po' meno profondo del precedente. Rivisto per la seconda volta, in ogni caso, mi è piaciuto di più. In un cast che comprende anche grandi nomi (Tim Roth è l'uomo incaricato dalla compagnia cinematografica di rintracciare Howard, un personaggio che ricorda altri character wendersiani come il detective di "Fino alla fine del mondo" o l'agente speciale di "Million dollar hotel") e vecchie glorie (Eva Marie Saint, l'anziana madre del protagonista), spiccano per bravura e simpatia i tre giovani Gabriel Mann, Sarah Polley e Fairuza Balk.

28 settembre 2007

I Simpson - Il film (D. Silverman, 2007)

I Simpson - Il film (The Simpsons movie)
di David Silverman – USA 2007
animazione tradizionale
**

Visto al cinema Colosseo, con Albertino.

Premetto di non essere un fan accanito della serie televisiva, anche se sporadicamente la guardo con un certo piacere. Atteso da molti anni (e mi chiedo perché non sia stato realizzato prima), il lungometraggio cinematografico dei Simpson delude un po' quelli che, come me, si aspettavano qualcosa di più sensazionale e dirompente: non dico all'altezza del mitico film di South Park, ma almeno a quella dei migliori episodi televisivi degli stessi Simpson. Molte battute invece non sono particolarmente divertenti, la satira è all'acqua di rose e la sceneggiatura non sfrutta fino in fondo le possibilità offerte dalla maggior durata della pellicola rispetto al format classico. Visto lo spazio a disposizione, stupisce infatti come non vengano approfonditi i numerosi personaggi: quelli minori fanno solo una comparsata (e rimangono del tutto enigmatici e sconosciuti a uno spettatore che non li conosca già attraverso la televisione), mentre dei cinque membri della famiglia l'attenzione è concentrata quasi esclusivamente su Homer e Marge: persino Bart resta quasi completamente ai margini della vicenda. La storia vede Homer provocare una catastrofe ecologica inquinando le acque del lago con gli escrementi di un maiale: l'EPA, l'agenzia di protezione ambientale, reagisce imprigionando la città di Springfield sotto una cupola trasparente e minacciando di nuclearizzarla. La prima parte del film è piuttoso brillante (con alcuni divertenti in-jokes sul fatto che si tratti di un film: Homer, per esempio, afferma che "è da stupidi pagare per qualcosa che si può vedere gratis in televisione"), mentre la seconda conduce stancamente verso una conclusione prevedibile. Nessuna sorpresa dal lato tecnico, ma francamente non era nemmeno giusto attendersi uno stile di animazione differente.

Ultraviolet (Kurt Wimmer, 2006)

Ultraviolet (id.)
di Kurt Wimmer – USA 2006
con Milla Jovovich, Cameron Bright
*1/2

Visto in DVD, con Albertino.

In una megalopoli futuristica, governata da una casta di scienziati-religiosi, un misterioso virus trasforma alcuni individui in una sorta di vampiri (chiamati "emofagi"), dotati di incredibili capacità atletiche, che vengono perseguitati e sterminati per paura del contagio. Violet, una di loro, entra in possesso di una misteriosa arma che si rivela essere un bambino, nel cui sangue è presente un antigene in grado di cancellare l'umanità. Inseguita dalle autorità e dai suoi stessi compagni, dovrà lottare per salvare la propria vita. Una storia confusa e una sceneggiatura priva di ogni senso logico, per un filmaccio d'azione che ha i suoi unici pregi (si fa per dire) nella fotografia ipercolorata come un fumetto americano, e non a caso i titoli di testa consistono in una serie di finte copertine di comics che fanno sorgere il dubbio che il film sia tratto per l'appunto da qualche serie a fumetti (ma non è così). I colori risaltano anche nei costumi della protagonista, che cambiano tinta da scena a scena, negli sfondi e nelle scenografie, mentre le sequenze d'azione devono molto al cinema di Hong Kong. La bellissima Milla cerca di fare del suo meglio in un ruolo ancor più dinamico di quello di "Resident Evil", ma il risultato – non per colpa sua – non è soddisfacente.

26 settembre 2007

Lo squalo (S. Spielberg, 1975)

Lo squalo (Jaws)
di Steven Spielberg – USA 1975
con Roy Scheider, Richard Dreyfuss
***1/2

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Un gigantesco squalo bianco terrorizza una località balneare, provocando numerose vittime. Dopo aver tentato senza successo di convincere le autorità a chiudere le spiagge, il capo della polizia decide di dare la caccia all'animale con l'aiuto di un biologo marino e di un pescatore. Il primo grande successo di Spielberg resta ancora adesso uno dei suoi film migliori e uno dei miei preferiti fra quelli da lui diretti. Pur non essendo tecnicamente un film horror, riesce a costruire una grandissima tensione grazie alle inquadrature da sotto il livello dell'acqua, alla musica di John Williams e ai momenti di attesa nei quali si teme che lo squalo attacchi da un momento all'altro. Il personaggio di Scheider è al centro di tutto: il suo rapporto di amore/odio con il mare, il suo senso di responsabilità (che deve fare i conti con il pragmatismo del sindaco della cittadina) e il suo coraggio nello scegliere di affrontare l'animale faccia a faccia lo guidano in un cammino personale contro l'ignoto e il pericolo: la caccia allo squalo diventa così una sorta di viaggio alla scoperta di sé stesso. E il predatore fa davvero paura perché viene percepito come una minaccia realistica (a differenza delle creature fantascientifiche o animate a passo uno di tutti i precedenti "film di mostri"), anche se in realtà le sue dimensioni, la sua forza e la sua intelligenza sono esagerati. Il film fu campione d'incassi (in un certo senso è il progenitore degli odierni blockbuster estivi), vinse tre Oscar e generò diversi sequel di bassa qualità, tra cui il famigerato terzo capitolo in 3D. Pare che in quegli anni causò anche un'ondata di paura e paranoia fra i bagnanti, danneggiando l'industria del turismo balneare negli Stati Uniti. Il personaggio del pescatore interpretato da Martin Shaw può ricordare per certi versi il capitano Achab di "Moby Dick".

25 settembre 2007

Il colpo – Heist (D. Mamet, 2001)

Il colpo (Heist)
di David Mamet – USA 2001
con Gene Hackman, Delroy Lindo
**

Visto in DVD, con Hiromi.

Come si evince sin dal titolo, e in particolare da quello originale, si tratta di un film incentrato completamente sull'ultima rapina messa a segno da un anziano "professionista" del furto e della truffa (Hackman), che in seguito intende ritirarsi a vita privata. Ma nella sua banda di soci fidatissimi stavolta c'è anche un giovane arrogante e inesperto, nipote del suo ricettatore (Danny DeVito), che non si fida completamente del vecchio ladro. All'elaboratissimo colpo segue poi l'inevitabile fase di tradimenti veri o falsi e di inganni incrociati per non dividere il bottino. Ma a differenza di pellicole quali "La stangata", "Inside man" o "La casa dei giochi" dello stesso Mamet, il meccanismo non funziona completamente: lo spettatore arriva ben presto a capire che gran parte dei colpi di scena che si accumulano e si moltiplicano strada facendo rappresentano elementi diversivi e fuorvianti e che fanno parte di un piano più ampio congegnato dal protagonista, tradimenti compresi. E così la tensione viene a mancare, e non resta che attendere pigramente i titoli di coda per mettere un punto fermo sulla vicenda. Buono il cast. Nota: quando il film uscì, molti lo lodarono confrontandolo con "Ocean's eleven", uscito quasi contemporaneamente e incentrato anch'esso su una "rapina perfetta": certo che se il termine di paragone era il film di Soderbergh, non era difficile uscirne vincitori...

22 settembre 2007

La notte (M. Antonioni, 1961)

La notte
di Michelangelo Antonioni – Italia 1961
con Marcello Mastroianni, Jeanne Moreau
***1/2

Rivisto in DVD.

Lo scrittore Giovanni e sua moglie Lidia sono una coppia in crisi, il cui amore è ormai evaporato per l'abitudine e la noia. Dopo aver fatto visita a un amico in ospedale e aver vagato senza meta per le strade di una Milano moderna e desolata, si accingono a trascorrere la notte nella villa di un industriale brianzolo che li ha invitati alla sua festa. Qui lui cerca di sedurre la giovane e malinconica figlia del padrone di casa (una splendida Monica Vitti, con i capelli neri), mentre lei prende finalmente coscienza della propria solitudine e del fatto di non amare più il marito. All'alba, però, insieme al sole sembra spuntare anche uno spiraglio di speranza. Il secondo film della cosiddetta trilogia dell'alienazione è un'eccellente rappresentazione del vuoto esistenziale degli intellettuali e dell'alta borghesia milanese, narrato da Antonioni con una serie di sequenze da antologia (dagli incontri all'ospedale alla rissa in periferia, dal ballo nel cabaret alla pioggia e ai tuffi in piscina). Il personaggio interpretato da Mastroianni sembra accettare con indifferenza la crisi che sta attraversando ("non ho più idee, soltanto ricordi"), giungendo addirittura al punto di ingabbiare la propria arte al servizio dell'industriale (non a caso alla scena in cui questi propone di "comprarlo" segue l'immagine di una gabbia per uccellini), mentre la Moreau, inquieta e disperata, non attende che la morte. Il personaggio della Vitti si introduce fra i due con la propria tristezza e in qualche modo riesce a scuoterli e a renderli consapevoli della crisi che stanno attraversando. Un film fra i migliori dell'Antonioni "esistenzialista", che in origine doveva raccontare le storie di molti altri personaggi (il regista aveva pensato addirittura a sette coppie, che si scomponevano e ricomponevano nell'arco di una sola notte) e che poi è stato sfrondato rendendolo più compatto, lucido e incisivo. Ottimi gli attori, la musica (di Giorgio Gaslini), la fotografia (di Gianni Di Venanzo). Nella scena della presentazione del libro appaiono, non accreditati, Salvatore Quasimodo ("il nostro premio Nobel"), Umberto Eco e Valentino Bompiani. Orso d'oro al festival di Berlino, il film ha conquistato con il tempo l'aura di pellicola intellettuale per antonomasia, tanto da essere citato nei titoli di coda di "Brian di Nazareth" dei Monty Python ("Se vi è piaciuto questo film, perché non andate a vedere 'La notte'?").

20 settembre 2007

Venezia e Locarno 2007 – conclusioni

Quest'anno anche Hiromi ha fatto l'abbonamento, così abbiamo visto gran parte dei film insieme. Nel complesso, però, la rassegna è stata un po' deludente e non ci ho trovato assolutamente nessun capolavoro. Tutto sommato, visto il livello degli altri film in gara (non ho visto però quello di Michalkov, che dicono sia molto bello), il Leone d'Oro ad Ang Lee mi è parso giusto. Nonostante le solite polemiche della stampa italiana, infatti, anch'io se fossi stato in giuria lo avrei assegnato al regista taiwanese o magari – con un po' di coraggio – a Greenaway. Per quanto riguarda gli altri film visti: fra le conferme rispetto alle mie aspettative ci metto Mouret in positivo e Haynes in negativo; fra le sorprese, Wright e Haggis in positivo, Rohmer e parzialmente Branagh e Kechiche in negativo, nel senso che mi aspettavo che mi piacessero di più. Fra gli italiani si salvano "La ragazza del lago" e soprattutto "Non pensarci", fra le hollywoodianate "Hairspray" e "The hunting party".

Una nota a margine: ho trovato assurde le accuse ad Ang Lee e a un certo tipo di cinema narrativo di essere "vecchio", "superato" o addirittura "nato morto", mentre si osannano le "sperimentazioni" decostruite di Haynes. Le sperimentazioni non hanno valore in sé, ma solo se vengono metabolizzate, assorbite e poi sfruttate per comunicare in qualche modo con lo spettatore. Sono sicuro che fra una cinquantina d'anni, mentre i film di Ang Lee saranno ancora visti e apprezzati come classici, "I'm not there" sarà dimenticato o considerato inguardabile (io lo considero tale già adesso). La stessa sorte, non illudiamoci, la faranno alcuni dei film più contorti e meno riusciti di Lynch, "Inland empire" in primis, così come l'hanno già fatta certe opere di Godard o Warhol. E allora, chi è che è "nato morto"?

19 settembre 2007

Cous cous (A. Kechiche, 2007)

Cous cous (La graine et le mulet)
di Abdellatif Kechiche – Francia 2007
con Habib Boufares, Hafsia Herzi
**1/2

Visto al cinema Anteo, con Hiromi, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia)

Licenziato dal cantiere navale dove aveva lavorato per 35 anni, l'anziano franco-magrebino Slimani (Habib Boufares) decide di lanciarsi nel campo della ristorazione, trasformando una vecchia nave in ristorante per servire lo squisito cous-cous di pesce che prepara la sua ex moglie Souad. Lo aiuteranno i membri della sua numerosa famiglia, ma anche la figlia (Hafsia Herzi) della proprietaria dell'albergo dove risiede. Il giorno dell'inaugurazione, però, le cose non potrebbero andare più storte. "Le graine et le mulet" sono la semola e il muggine, i due ingredienti principali della pietanza che è la vera protagonista del film. Dopo il bellissimo "La schivata", Kechiche si conferma regista di discreto interesse: ma se quello era un "piccolo" film quasi perfetto nella sua compattezza, questo ha il difetto di essere troppo lungo (quasi due ore e mezza) e di dilatare eccessivamente alcune sequenze, come tutta la parte finale. E dire che lo stesso Marco Muller, direttore del festival di Venezia, ha chiesto al regista (che non era d'accordo) di tagliare 45 minuti di pellicola: figuriamoci com'era prima! Se fosse durato meno di due ore sarebbe stato un piccolo gioiello, ma purtroppo Kechiche (come dimostrerà anche in seguito) ama i tempi lunghi e un'esposizione che non lascia quasi nulla all'immaginazione degli spettatori. Resta comunque intatta la grande umanità dei personaggi, che si traduce nella calda convivialità del pranzo in famiglia ma anche nelle tensioni e nei litigi domestici. E in ogni caso si tratta di una di quelle opere che fanno... venire fame, come "Il pranzo di Babette" o "Mangiare bere uomo donna".