27 ottobre 2013

Dorian Gray (Oliver Parker, 2009)

Dorian Gray (id.)
di Oliver Parker – GB 2009
con Ben Barnes, Colin Firth
*1/2

Visto in TV.

Scialbo adattamento de "Il ritratto di Dorian Gray" di Oscar Wilde, affossato da un pessimo protagonista e da una regia che tenta di infondere maggior interesse nel soggetto girandone alcune scene come un horror di bassa lega. La storia è quella nota, anche se la sceneggiatura di Toby Finlay la "arricchisce" di ulteriori sfumature gotiche e ne modifica alcuni passaggi (come quelli relativi alla breve storia d'amore del protagonista con l'attrice teatrale interpretata da Rachel Hurd-Wood): il giovane nobiluomo londinese Dorian Gray (Ben Barnes) si fa dipingere un ritratto dall'amico Basil Hallward (Ben Chaplin); quando scopre che il quadro invecchia al posto suo, e che ogni peccato commesso fa imbruttire il dipinto mentre lui si mantiene puro e immacolato, comincia a dedicarsi all'edonismo più sfrenato, seguendo alla lettera i consigli del cinico Lord Henry Wotton (Colin Firth) che gli aveva insegnato a "cogliere ogni attimo" e a soddisfare ogni impulso. Non si fa mancare niente, compreso l'omicidio; ma anni dopo, proprio quando sembra deciso a mettere la testa a posto e a cambiare vita per amore della figlia di Henry, Emily (Rebecca Hall), il destino gli presenterà il conto. Una mediocre ricostruzione storica (davvero pessima la Londra dell'epoca in computer grafica, mentre costumi e scenografie sono al risparmio), un protagonista inadeguato (molto meglio, ça va sans dire, Firth e Chaplin), una tensione drammatica inesistente: da salvare alla fine c'è solo il soggetto (ovviamente), che indaga sui temi dell'eterna giovinezza e della corruzione dell'anima, e i celebri aforismi di Oscar Wilde, sparsi a piene mani dallo sceneggiatore e messi in bocca ora a Lord Henry ora a Gray stesso. Parker, abbonato alle pellicole di derivazione wildiana (suoi i gradevoli "Un marito ideale" e "L'importanza di chiamarsi Ernest" con Rupert Everett), da qualche anno sembra essere scivolato lungo una brutta china.

25 ottobre 2013

Spring breakers (Harmony Korine, 2012)

Spring breakers - Una vacanza da sballo (Spring breakers)
di Harmony Korine – USA 2012
con Selena Gomez, James Franco
***

Visto in divx, con Sabrina.

Lo "spring break" è la pausa primaverile dall'attività scolastica, una settimana di vacanza che negli Stati Uniti è concessa agli studenti e di cui molti approfittano per scatenarsi in feste, viaggi e divertimenti di ogni tipo. Per quattro ragazze del college (Brit, Candy, Cotty e Faith), annoiate e in cerca di emozioni forti, è l'occasione per fuggire in Florida e dedicarsi, lontane da casa, alla trasgressione più sfrenata, fra party sulla spiaggia, droga, sesso e crimine. Per "finanziarsi" il viaggio, infatti, decidono addirittura di rapinare un fast food. E naturalmente finiranno nei guai: a farle uscire di prigione, pagando la cauzione, è un gangster di piccolo calibro, Alien (uno strepitoso James Franco), che le ha prese in simpatia. Una a una, però, dovranno fare i conti con la realtà e decidere se il loro sogno di restare giovani e scatenate per sempre ha solide fondamenta oppure no. Presentato dal trailer e dal titolo italiano come una teen comedy scollacciata (di cui peraltro contiene numerosi elementi, come la continua presenza sullo schermo di ragazze in bikini o addirittura in topless), è invece un film che spiazza e sorprende, soprattutto se non si conoscono i trascorsi del regista (che è un uomo, a dispetto del nome!): scrittore, musicista, video-artista, già sceneggiatore per Larry Clark ("Kids", "Ken Park") e autore di diversi lungometraggi indipendenti ("Gummo", "Julien Donkey-boy"), Korine è da sempre interessato a indagare il lato più dark e oscuro della gioventù americana, consacrata all'edonismo e ai sogni di ricchezza, spesso senza piani a lungo termine e senza pensare alle conseguenze del proprio stile di vita. Ne risulta (cito da Wikipedia) "un affresco nichilista e senza pietà sulla gioventù odierna svuotata di ogni ideale e di ogni sensibilità, con protagoniste attrici prese da vari film per ragazzi (per creare un maggiore senso di sberleffo) 'sporcate' con il ruolo di giovani criminali". Ma forse, ancor più che per i contenuti, il film si fa apprezzare soprattutto per la forma. Oltre che sulla regia e sull'andamento ipnotico della narrazione (all'insegna della ripetitività, tanto che numerose battute sono replicate più volte e parecchie inquadrature anticipano o prefigurano quello che verrà), sostenuta anche da un'adeguata colonna sonora, la pellicola si regge soprattutto sulla fenomenale e coloratissima fotografia del belga Benoît Debie, che mi ha ricordato i lavori di Darius Khondji, Bruno Delbonnel o persino certi film di Hou Hsiao-hsien ("Millenium Mambo" su tutti) e Wong Kar-Wai. Le quattro protagoniste sono Selena Gomez, Vanessa Hudgens, Ashley Benson e Rachel Korine (quest'ultima è la moglie del regista).

23 ottobre 2013

Ritorno a Cold Mountain (A. Minghella, 2003)

Ritorno a Cold Mountain (Cold Mountain)
di Anthony Minghella – USA 2003
con Nicole Kidman, Jude Law
**

Visto in TV.

Il taciturno mandriano W.P. Inman (Jude Law) e la bella Ada (Nicole Kidman), figlia di un pastore protestante che si è da poco trasferito nella remota Cold Mountain, nel North Carolina, si dichiarano amore proprio nel giorno in cui lui parte volontario per la guerra di secessione contro gli Yankees. Siamo nell'America di fine ottocento, in piena guerra civile, ma pare di essere nell'Odissea di Omero. Dopo tre anni di combattimenti, sopravvissuto per miracolo al sanguinoso assedio di Petersburg, Inman decide di disertare per tornarsene dalla sua amata, che nel frattempo lo sta aspettando con pazienza, rimasta ormai sola dopo la morte del padre e costretta a fronteggiare le prepotenze di canaglie come Teague (Ray Winstone), che spadroneggia nella regione proteggendosi con l'uniforme della guardia civile. Mentre lui attraversa a piedi tutto il paese e fa incontri di ogni tipo con personaggi stravaganti, lei verrà aiutata dalla vivace e scapigliata Ruby (Renée Zellwegger) a gestire la propria fattoria e a sopravvivere in un mondo violento in attesa del ritorno dell'amato. Kolossal bellico-romantico che segue parallelamente le vicende dei due protagonisti, facendoli rincontrare solo nel finale. Anche se le corrispondenze con il viaggio di Ulisse sono evidenti – le sirene (le donne che tradiscono i disertori), Circe (la vecchia sciamana), Nausicaa (la giovane vedova), i Proci (la guardia civile) – il regista, che adatta un romanzo di Charles Frazier, sembra più interessato ad allungare il racconto il più possibile (la pellicola dura quasi tre ore, decisamente troppe, ma pare che il girato fosse molto di più: anche se, va detto a suo favore, si lascia seguire senza annoiare troppo) per portare sullo schermo banalità anti-belliche e sentimenti da romanzo Harmony (o, nel migliore dei casi, da "Vento di passioni"; non scomodiamo "Via col vento", per favore!). Abbonato ai polpettoni sin da "Il paziente inglese", Minghella non ci fa mancare niente: le scene di battaglia trasmettono l'atrocità della guerra (e il concetto, se non bastasse, viene ribadito più volte a parole), i cattivi sono cattivi (anzi, cattivissimi), i buoni sono buoni, il protagonista avanza fra mille difficoltà mantenendosi puro e senza distogliersi dal suo obiettivo finale, e le donne lottano da sole contro la violenza e la prepotenza degli uomini, oppure attendono silenziose i loro cari partiti per il fronte e dei quali non hanno più notizie. Nel ricco cast, fra gli altri, anche Donald Sutherland (il padre di Ada), Brendan Gleeson (il padre di Ruby), Natalie Portman (la giovane vedova con il bambino), Philip Seymour Hoffman (il prete "spretato") e Cillian Murphy (il più giovane dei tre soldati nordisti che assaltano la Portman), e ancora Giovanni Ribisi, Eileen Atkins, Kathy Baker, James Gammon. La Zellwegger, grazie a un personaggio "simpatico" e scritto su misura, ha vinto l'Oscar come miglior attrice non protagonista.

21 ottobre 2013

Forgotten silver (Peter Jackson, 1995)

Forgotten silver (id.)
di Peter Jackson e Costa Botes – Nuova Zelanda 1995
con Peter Jackson, Costa Botes
***1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli, con Giovanni, Rachele, Eleonora, Paola, Costanza e Francesca.

Documentario su Colin McKenzie, misconosciuto pioniere del cinema neozelandese, di cui Peter Jackson ha ritrovato per caso un baule colmo di vecchie pellicole che ne rivelano l'arte eclettica e la perizia tecnica. Peccato che si tratti solo di... un'elaborata finzione, visto che tanto McKenzie quanto le sue incredibili imprese sono state inventate di sana pianta dall'ingegnoso Jackson e dal suo sodale Costa Botes, senza rivelarlo nemmeno nei titoli di coda (dove gli attori che impersonano Colin e gli altri personaggi nei filmati d'epoca fasulli non sono accreditati). Il film, realizzato in occasione del centenario del cinema, venne trasmesso in televisione nel 1995 senza alcuna indicazione che si trattava di una burla, scatenando l'entusiasmo degli spettatori e di tutti coloro che credevano di aver appena scoperto l'esistenza di un nuovo D.W. Griffith, e per di più neozelandese. La messinscena è corroborata da interviste ad "autorità" del calibro del produttore Harvey Weinstein, del critico Leonard Maltin e dell'attore Sam Neill, che si sono prestati al gioco, rilasciando dichiarazioni di sorpresa ed entusiasmo a favore di Colin McKenzie. Eppure gli indizi per capire che si trattava di un divertissement e non di un vero documentario sono dispensati a piene mani, fra anacronismi (Colin avrebbe ripreso un uomo che vola prima dei fratelli Wright, avrebbe anticipato il documento di denuncia con un caso simile a quello di Rodney King, ecc.), esagerazioni (l'incredibile McKenzie, dalla genialità e dall'inventiva pari a quelle di un Leonardo da Vinci mescolato con Edison e Méliès, avrebbe inventato il cinema sonoro, quello a colori, la candid camera, il lungometraggio, molto prima di chiunque altro; avrebbe costruito da solo un gigantesco set "biblico" nella foresta neozelandese; avrebbe ripreso persino la propria morte!), ironiche strizzatine d'occhio (l'addetta all'ambasciata russa si chiama Alexandra Nevsky) e tanti dettagli assurdamente inverosimili (il primo film sonoro della storia non ebbe successo perché era... in cinese!). Per rendere il tutto più credibile, Jackson e Botas hanno realizzato abilmente, scimmiottando gli stili dell'epoca, tutti i "film" di McKenzie, comprese le "comiche" di Stan the Man e naturalmente il kolossal biblico su "Salomè", il suo capolavoro perduto e mai distribuito. Ne risulta, in ogni caso, un magnifico atto d'amore verso il cinema e la sua storia, una delle pellicole più appassionanti fra tutte quelle che nel 1995 furono realizzate per rendere omaggio ai cento anni della settima arte. E comunque, l'operazione di Jackson e Botas ha numerosi precedenti illustri: senza voler scomodare i decadentisti francesi, uno dei casi più famosi fu quello di Ern Malley, poeta fittizio "inventato" nel 1943 (con tanto di biografia e corpus di opere) da una coppia di burloni australiani, ed elogiato su una rivista letteraria prima che venisse rivelato che non esisteva. Il titolo "Forgotten silver" fa riferimento al nitrato d'argento usato nelle pellicole cinematografiche.

19 ottobre 2013

Il primo dei bugiardi (Gervais, Robinson, 2009)

Il primo dei bugiardi (The Invention of Lying)
di Ricky Gervais e Matthew Robinson – USA 2009
con Ricky Gervais, Jennifer Garner
**1/2

Visto in divx, con Sabrina.

Il film si svolge un mondo identico al nostro, tranne che per un "piccolo" particolare: non esistono le bugie e tutti dicono sempre e solo la verità. In un contesto del genere, le persone – non essendo capaci di simulare o di fingere – si dicono apertamente anche le cose più imbarazzanti, private od offensive. Ma un bel giorno, il protagonista Mark (interpretato dallo stesso Gervais), che lavora come "sceneggiatore" per una compagnia cinematografica (i cui film, non esistendo il concetto di "finzione" né quello di recitazione, consistono in riprese di un uomo seduto in poltrona che legge o racconta eventi storici agli spettattori), scopre all'improvviso di essere l'unico sulla Terra in grado di dire bugie. Questo gli darà potere (ogni cosa che si inventa viene di fatto ritenuta "vera" da tutti gli altri, incapaci anche solo di concepire l'esistenza delle menzogne), ricchezza (basta dichiarare in banca di avere una grande somma sul proprio conto corrente), fama (potrà creare per i suoi film "sceneggiature" appassionanti e avvincenti, ricche di elementi avventurosi e fantascientifici, senza essere costretto – come i suoi colleghi – a riproporre pedissequamente la grigia realtà) e, potenzialmente, l'amore (anche se sceglierà di non avvalersi fino in fondo del suo "potere" per conquistare la bella Anna). E quando dirà una bugia "pietosa" alla madre che giace nel letto d'ospedale, ovvero che dopo la morte andrà in Paradiso, creerà senza volerlo anche la religione: novello Mosé, di li a poco introdurrà nel mondo il concetto di Dio ("L'uomo che è in cielo") e le tavole della legge. Bizzarro divertissement che parte da un presupposto assurdo (l'assenza delle bugie) per portarlo alle estreme conseguenze. Se l'idea di base non è poi così nuova (chi non ricorda gli alieni di "Galaxy Quest"?), interessanti sono invece le riflessioni che ne scaturiscono, a partire da quelle sulla religione confessionale (che in fondo è una "finzione" tanto quanto i racconti d'avventura o i film di Hollywood). Da notare, però, che la visione atea dei due registi-sceneggiatori sembra escludere del tutto la possibilità di una spiritualità innata nell'uomo o, in generale, del semplice "sospetto" che qualcosa possa esistere anche se non la conosciamo. Ci sarebbe da chiedersi come persino la scienza possa essersi sviluppata in un mondo del genere, ma naturalmente per godersi il film la premessa deve essere accettata con la dovuta "sospensione dell'incredulità". In ogni caso, con una confezione migliore (la regia è televisiva, la sceneggiatura è schematica) e una maggior ampiezza di vedute avrebbe potuto essere un gioiellino, ma resta comunque una pellicola curiosa e che vale la visione. Piccoli cameo per Edward Norton (il poliziotto corrotto), Tina Fey (la segretaria) e Stephanie March (la donna della "fine del mondo").

18 ottobre 2013

Kamikazen (Gabriele Salvatores, 1987)

Kamikazen - Ultima notte a Milano
di Gabriele Salvatores – Italia 1987
con Paolo Rossi, Silvio Orlando
**

Visto in TV.

Un gruppo di scalcinati comici e cabarettisti ha l'occasione della vita: nel locale dove il giorno dopo dovranno esibirsi sarà presente un incaricato di "Drive In", fortunata trasmissione televisiva dell'epoca, in cerca di nuovi talenti. O almeno questo è quanto gli ha fatto credere il loro disonesto impresario... I sei artisti trascorreranno la notte che li separa dal possibile successo fra ansie, crisi, ripensamenti e avventure di vario tipo. Il secondo film di Gabriele Salvatores, colmo di malinconia e di disillusioni, si immerge totalmente nelle atmosfere notturne e desolate della Milano di fine anni ottanta, reduce da quella sbornia di consumismo che è passata alla storia attraverso lo slogan pubblicitario "Milano da bere". I sei protagonisti ne incarnano l'umanità ai margini, sfiorata solamente dal successo e ridotta a mendicarne le briciole. Sono perdenti (come il cavallo Kamikaze sul quale, nella scena all'ippodromo che apre il film, l'impresario scommette e perde una forte somma), emarginati (si va dal meridionale Silvio Orlando, mai veramente integratosi al Nord, al "filosofo" e fatalista Paolo Rossi, in perenne cerca dello "Sgurz", l'indescrivibile elemento che trasforma un fallito in un vincente; dalla coppia di prestigiatori Renato Sarti e Bebo Storti, che sbagliano regolarmente tutti i numeri, ai più estroversi Claudio Bisio e Antonio Catania, che si rubano a vicenda le pessime battute), costretti a lavori infimi (facchini alla stazione, camerieri in squallide trattorie, sorveglianti in sale giochi) in attesa che si avveri un sogno forse irrealizzabile. Il cast pesca a piene mani dal mondo dell'avanspettacolo milanese di quegli anni, anche per i ruoli minori: tra gli altri, appaiono sullo schermo Gigio Alberti, Aldo e Giovanni (senza Giacomo), Raul Cremona, Michele (senza Gino: ma entrambi sono accreditati come autori dei dialoghi, mentre il soggetto è liberamente tratto dalla pièce teatrale "Comedians" di Trevor Griffiths), Valerio Staffelli e Diego Abatantuono. Comparsate anche per Mara Venier (pessima recitazione la sua), Nanni Svampa, David Riondino e lo stesso Salvatores (il "cliente" di Laura Ferrari alla stazione).

15 ottobre 2013

Gravity (Alfonso Cuarón, 2013)

Gravity (id.)
di Alfonso Cuarón – USA/GB 2013
con Sandra Bullock, George Clooney
***1/2

Visto al cinema Colosseo (in 3D).

La dottoressa Ryan Stone, alla sua prima missione con lo Space Shuttle, si ritrova isolata nello spazio insieme all'esperto astronauta Matt Kowalski dopo che la loro navetta è stata distrutta dai detriti seminati in orbita dall'impatto di un missile russo contro un satellite. Le comunicazioni con la Terra sono impossibili, e i due dovranno ingegnarsi per trovare un modo di sopravvivere e di far ritorno sul pianeta. Più che un film di fantascienza (non c'è niente di "fanta", solo scienza: tutti gli elementi e le tecnologie presenti sullo schermo – dai Soyuz alla Stazione Spaziale Internazionale – sono attualmente esistenti), un appassionante dramma a gravità zero girato con maestria da un Cuarón ormai maturo per essere accreditato nell'olimpo dei grandi registi. Compatto, lucido, senza inutili fronzoli, con un livello di realismo che fa impressione se si pensa alla difficoltà di realizzare un'intera storia in assenza di quella gravità evocata così "pesantemente" nel titolo, il film incatena e coinvolge dall'inizio alla fine, non risparmiando momenti ansiogeni e trasmettendo tutta la forza, il coraggio, la resistenza e la volontà di sopravvivere della protagonista di una vera e propria odissea. Se non mancano suggestioni che evocano tanti classici della SF del passato (la Bullock in canottiera nell'abitacolo del Soyuz ricorda la Sigourney Weaver di "Alien", in particolare quando si rannicchia in posizione fetale; le passeggiate a gravità zero sono degne di "2001: Odissea nello spazio"; la voce – in originale – di Ed Harris per il controllo missione da Houston richiama "Apollo 13" e "Uomini veri"), va elogiata la capacità di Cuarón di riprodurre sullo schermo le vastità dello spazio e gli incredibili panorami della Terra vista da lontano, anche attraverso lunghi piani seguenza (come quello, magistrale, che apre la pellicola) e l'utilizzo di soggettive (per esempio nell'esplorazione della ISS da parte della protagonista) che innalzano ancora di più il coinvolgimento. A questo proposito, anche il 3D – caso raro – si rivela efficace se non addirittura fondamentale per "immergere" lo spettatore nel particolare ambiente della vicenda. Da rimarcare anche il contrasto fra la profondità del vasto spazio esterno e la claustrofobia dei corridoi e delle capsule delle navicelle e delle stazioni orbitanti, così come la sorprendente apparizione di icone terrestri quando meno ce le si aspetterebbe (che si tratti di un pupazzetto di Marvin il marziano o di una statua dorata di Buddha). Fra i momenti visivamente più impressionanti di un film che peraltro non ha mai cadute di tono, segnalerei la distruzione della ISS (silenziosa come deve essere, visto che nello spazio non c'è suono) e l'istante del rientro della capsula cinese nell'atmosfera. Ma anche la conclusione, quando finalmente è possibile stringere nel palmo delle mani quella "terra" così concreta e pesante, insieme all'acqua, alle piante, alla sabbia del nostro pianeta, regala più di un brivido e si staglia indelebile nella memoria come uno dei finali cinematografici più belli di questa stagione. Per rendere l'effetto della gravità zero, il regista ha sfruttato solo in parte la grafica digitale, e si è affidato invece a meccanismi robotici che sollevavano in aria gli attori e gli oggetti. Per una volta, complimenti anche al doppiaggio italiano, fondamentale in una pellicola in cui per la maggior parte del tempo scorgiamo a malapena i volti degli interpreti (coperti come sono dai caschi spaziali). Fra le reazioni positive di pubblico e critica, da segnalare quella dell'astronauta Buzz Aldrin, rimasto impressionato dall'accuratezza della messa in scena.

13 ottobre 2013

Atmosfera zero (Peter Hyams, 1981)

Atmosfera zero (Outland)
di Peter Hyams – GB 1981
con Sean Connery, Peter Boyle
**1/2

Rivisto in divx.

Lo sceriffo O'Neil (Connery) è inviato a gestire l'ordine in un avamposto minerario su Io, il satellite di Giove. Indagando su una misteriosa ondata di pazzia che provoca inspiegabili suicidi fra gli operai, scopre che Sheppard (Boyle), il direttore della miniera, somministra di nascosto agli uomini una droga che ne aumenta la resistenza, e quindi la produttività, ma con gravi rischi sulla loro salute mentale. Quando minaccia di rivelare tutto, Sheppard assolda due killer professionisti per eliminarlo. In attesa dell'approdo dello shuttle che sta portando i due sicari dalla stazione spaziale orbitante, O'Neil cerca inutilmente qualcuno che lo aiuti a fronteggiare il pericolo... Remake del celebre western "Mezzogiorno di fuoco" in chiave di thriller fantascientifico, con Connery nel ruolo di un uomo solo (è stato abbandonato anche dalla moglie e dal figlioletto) e caparbio, deciso a non "chiudere un occhio" come fanno tutti coloro che lo circondano, e a punire – per una volta – i potenti. Le atmosfere claustrofobiche e "sporche" sono efficaci (il setting ricorda più i corridoi bui e incrostati di "Alien" che gli ambienti asettici e futuristi di tante altre pellicole di SF degli anni settanta), ma la trasposizione del western nello spazio (c'è persino il saloon!) appare a tratti pretestuosa e dà adito a numerose contraddizioni (perché i personaggi usano fucili a pompa e armi tradizionali? Si giunge al paradosso che uno dei killer muore stupidamente perché spara alla parete di vetro che separa la stanza in cui si trova dallo spazio esterno e senza atmosfera!). Rimasto nella memoria collettiva per le sequenze in cui le teste "esplodono" per l'improvvisa decompressione, il film è stato definito da alcuni critici dell'epoca come un "Alien" senza il mostro. E in effetti si discosta dalla maggior parte delle pellicole fantascientifiche per l'assenza di alieni, spade laser, tecnologie d'avanguardia (qui tutto, compreso i computer, è "vecchiume") e utopie/distopie socio-filosofiche. Non un limite o un difetto, si badi, ma una caratteristica ben precisa che si riflette anche nelle psicologie e nelle caratterizzazioni dei personaggi, decisamente vecchio stampo (su tutti spicca l'acida dottoressa Lazarus, interpretata da Frances Sternhagen, l'unica che dà una mano al protagonista). Da segnalare anche la cupa e dissonante colonna sonora di Jerry Goldsmith.

11 ottobre 2013

The grandmaster (Wong Kar-wai, 2013)

The grandmaster (Yi dai zong shi)
di Wong Kar-wai – Hong Kong/Cina 2013
con Tony Leung Chiu-wai, Zhang Ziyi
***

Visto al cinema Centrale.

Realizzato dopo un lavoro di preparazione e di ricerca durato otto anni (di cui tre trascorsi in giro per la Cina e Taiwan a intervistare grandi maestri di arti marziali a proposito della loro filosofia e del loro retaggio, un viaggio che è stato documentato nel film "The road to the Grandmaster"), il nuovo (capo)lavoro di Wong Kar-wai narra la storia di Ip Man (Tony Leung), il leggendario artista marziale che contribuì a rendere popolare il Wing Chun a Hong Kong negli anni cinquanta e sessanta, e che fu – tra le altre cose – il maestro di Bruce Lee (il bambino che si vede nel finale, insieme agli altri discepoli del protagonista, è senza dubbio Bruce!). La sua vicenda personale, che procede fra strappi ed ellissi, si dipana sullo sfondo di importanti eventi storici (la guerra civile, l'occupazione giapponese, l'indipendenza) e si intreccia con le vicissitudini delle scuole di arti marziali nella Cina repubblicana degli anni trenta, l'epoca d'oro del kung fu cinese, e soprattutto con quelle di Gong Er (Zhang Ziyi), la vendicativa figlia del maestro Gong Yutian, che rinuncerà a un matrimonio prestigioso per dare la caccia a Ma San (Zhang Jin), l'uomo che aveva tradito e ucciso suo padre. La storia d'amore fra Gong Er e Ip Man attraversa tutta la pellicola in maniera sotterranea, senza mai consumarsi e senza mai sfociare in una vera relazione, in maniera in fondo non dissimile da quella di "In the mood for love" (l'interprete maschile, fra l'altro, è lo stesso), dove i due protagonisti non si scambiavano neanche un bacio. Più che sui combattimenti, che comunque abbondano e sono assai dinamici (pur essendo dipinti sullo schermo con la raffinatezza ed l'eleganza, non scevra da un certo manierismo, tipica del regista: da segnalare in particolare quelli sotto la pioggia e sotto la neve, come il bellissimo scontro fra Gong Er e Ma San sulla banchina della stazione, dove abbondano rallenti, primi piani e improvvise accelerazioni che sembrano trasformare i movimenti dei corpi in pennellate di colore che un artista getta su una tela), il film intende parlare dei principi etici e morali che sono alla base delle arti marziali. Per questo motivo, ampio spazio è dato alla "filosofia" e alla saggezza degli antichi maestri, gli ultimi rappresentanti di una visione "poetica" e assai lontana dal puro esibizionismo dei più giovani. La multiforme colonna sonora (di Shigeru Umebayashi, fra gli altri; ma c'è anche uno "Stabat Mater" di un giovane compositore italiano, Stefano Lentini) evoca a tratti quella di Ennio Morricone per "C'era una volta in America": nella parte ambientata a Hong Kong negli anni cinquanta, in particolare, ne trasporta sullo schermo tutto il carico di nostalgia, di passione e di rimpianti. Da rimarcare, a questo proposito, lo struggente dialogo fra Ip Man e Gong Er in occasione del loro ultimo incontro nella sala da tè. La sceneggiatura, dal canto suo, sembra perdere per strada qualche filo (mi sfugge il ruolo del personaggio chiamato il "Rasoio", per esempio). Ma forse in fase in montaggio è stato sacrificato qualcosa da un film che, chissà, un giorno potrebbe rivedere la luce in una versione "director's cut" assai più lunga e completa. Così com'è ora, vive di momenti bellissimi ma un po' scollati fra di loro. Da notare che la vita di Ip Man, più o meno romanzata, è già stata oggetto di numerose altre pellicole: da segnalare quelle – di impianto e stile decisamente più "classici" – girate da Wilson Yip con Donnie Yen come protagonista.

9 ottobre 2013

E morì con un felafel in mano (R. Lowenstein, 2001)

E morì con un felafel in mano (He died with a felafel in his hand)
di Richard Lowenstein – Australia 2001
con Noah Taylor, Emily Hamilton
**

Visto in DVD.

Danny, aspirante scrittore senza un soldo e con una venerazione per Jack Kerouac (che lo porta a voler scrivere, come lui, su un rotolo di carta da telex perché "la pagina interrompe il flusso di coscienza"), per gli esistenzialisti francesi e i romanzieri russi, è costretto a cambiare residenza in continuazione per problemi vari con i suoi bizzarri coinquilini e con i debiti da pagare. Il film, tratto da un romanzo di John Birmingham (dove le case in cui il protagonista vive sono molte di più), consiste essenzialmente in una serie di episodi e di vignette (precedute regolarmente da un cartello "godardiano" a mo' di titolo) che si succedono senza soluzione di continuità, tenute insieme dai rapporti di Danny con alcuni dei variopinti personaggi con cui si ritrova a convivere (principalmente con Sam, l'amica di cui è innamorato; con l'ambigua Anya, seguace di un culto esoterico contro il "potere del patriarcato"; e con l'amico tossicodipendente Flip, al quale si riferisce la frase che dà il titolo alla pellicola) e mostra, in una serie di flashback, la vita di Danny in tre diversi appartamenti (il n. 47, a Brisbane; il n. 48, a Melbourne, e il n. 49, a Sydney), in ciascuno dei quali "resiste" per soli tre mesi, prima di trovare finalmente il successo come scrittore di racconti per "Penthouse". Senza un vero filo conduttore (né un senso compiuto), il lungometraggio affastella citazioni (alla cultura "alta", vedi Dostoevsky, Sartre, la nouvelle vague, ecc., così come a quella "bassa", vedi Star Trek, Star Wars, Doctor Who... ), riferimenti musicali (da Nick Cave a "California Dreaming", che Danny strimpella alla chitarra) e spunti surreali, cinici, post-tarantiniani (il dialogo iniziale su "Le iene" sembra fare il verso a quelli degli stessi film di Quentin). Nel complesso, un film ricco e curioso, ma anche assai confuso e che procede solo per accumulo: alla fine ci si chiede che cosa volesse dire, se non esprimere un punto di vista esistenzialista e post-moderno. E si ha l'impressione che si potrebbe prendere, smontare, rimontare in maniera diversa (o con pezzi totalmente differenti) e non cambierebbe nulla. Il felafel è un tipo di polpetta araba, anche se da quello che si vede sullo schermo sembra che Flip tenga in mano piuttosto un panino con kebab.

1 ottobre 2013

Una tomba per le lucciole (I. Takahata, 1988)

Una tomba per le lucciole (Hotaru no haka)
di Isao Takahata – Giappone 1988
animazione tradizionale
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Eleonora, Paola, Florian e Sabine.

Negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale (il film si svolge fra il 16 marzo 1945, data del bombardamento di Kobe, e il 21 settembre, poco dopo la resa giapponese), il quattordicenne Seita e la sorellina Setsuko rimangono orfani dopo che la madre muore durante gli attacchi americani. Inizialmente ospitati da una zia che li tratta con freddezza, decidono poi di trasferirsi a vivere da soli in rifugio antibomba abbandonato. Per farsi luce, durante la notte, catturano e liberano lucciole nella grotta. Presto, però, il cibo e le risorse terminano, e cominciano le privazioni e gli stenti. Uscito nelle sale giapponesi in abbinata con "Il mio vicino Totoro" di Miyazaki (co-fondatore dello studio Ghibli insieme appunto a Takahata, suo collega e collaboratore sin dai tempi di "Heidi"), è uno fra i più tristi e strazianti film d'animazione mai realizzati, resoconto crudo e in stile neorealista delle difficoltà e dell'inedia di due bambini rimasti soli a causa degli orrori della guerra. Eppure non si può parlare di pellicola anti-bellica tout court, perché la guerra è solo la causa scatenante di una tragedia che dipende anche da altri fattori (la mancanza di solidarietà in primis, che comporta l'abbandono o l'emarginazione dei più deboli). Tutta la vicenda – comunque non priva di poesia e di lirismo, con momenti più leggeri che si alternano a quelli inevitabilmente tragici o toccanti – è rievocata in una sorta di flashback, con i luoghi e gli eventi rivisitati dagli spiriti dei due protagonisti: nell'inquadratura finale, scorgiamo addirittura la Kobe moderna, con i suoi grattacieli luminosi che contrastano terribilmente con gli scenari desolati del dopoguerra. Impossibile, in ogni caso, trattenere le lacrime a più riprese: la visione del film può risultare devastante, se non un vero e proprio pugno nello stomaco, e richiede un po' di tempo per riprendersi pienamente. Ammirevole la cura di regista e animatori nell'attenzione ai dettagli, tanto nella ricostruzione storica-ambientale che nella descrizione delle piccole gioie e dei grandi dolori della vita di questa coppia di bambini: fra le icone della pellicola, la scatoletta di caramelle alla frutta che Setsuko custodisce gelosamente con sé. La storia è tratta da un romanzo semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka, pubblicato nel 1967, da cui successivamente sono state realizzate anche due versioni in live action (nel 2005 e nel 2008). Nota: da evitare a tutti i costi la riedizione italiana della Lucky Red (intitolata "La tomba delle lucciole"), perché il nuovo adattamento dei dialoghi a cura di Gualtiero Cannarsi è ridicolo, innaturale e praticamente inascoltabile.

29 settembre 2013

Venezia e Locarno 2013 - conclusioni

Proprio negli ultimi giorni della rassegna, un paio di ottimi film ("Still life" di Uberto Pasolini e soprattutto "Locke" di Steven Knight, entrambi incomprensibilmente fuori concorso a Venezia) hanno risollevato un po' quella che mi è parsa un'edizione assai deludente. Troppi film italiani, troppe opere prime, pochi grandi nomi (perché è inutile girarci attorno: i grandi film li fanno i grandi registi), poche idee nuove e tanta mediocrità, nel senso appunto di "livello medio". Sul migliore e sul peggior film visto nei giorni scorsi, però, non ci sono dubbi: il primo è stato "Locke", un vero gioiellino; il peggiore, invece, "The canyons" di Paul Schrader, indifendibile sotto tutti i punti di vista. Bene anche "The zero theorem" di Terry Gilliam (forse non all'altezza dei suoi capolavori, ma comunque un ottimo film) e "Nemico di classe" dello sloveno Rok Biček. Parecchie riserve invece sulle due pellicole italiane premiate al Lido ("Sacro GRA" di Gianfranco Rosi e "Via Castellana Bandiera" di Emma Dante), osannate da una critica ufficiale che a questo punto è facile accusare almeno un po' di partigianeria, se non di malafede (è stata sbertucciata persino dalla stampa estera). In generale, il nostro cinema ha confermato tutto il suo momento di difficoltà: male anche "La variabile umana" di Bruno Oliviero, discutibile "L'arte della felicità" di Alessandro Rak, gradevoli ma nulla di più "La prima neve" di Andrea Segre e "Zoran" di Matteo Oleotto. Da notare che Giuseppe Battiston era presente in ben tre pellicole (anche se soltanto in una, "Zoran", come protagonista). Se il cinema italiano arranca, esce invece a testa alta quello britannico, che oltre a "Locke" e a "Still life" ci ha allietati con la simpatica commedia "Questione di tempo" di Richard Curtis (presentata a Locarno). Non particolarmente memorabile la presenza asiatica (ma dal cartellone della rassegna milanese mancavano i tre "big" Hayao Miyazaki, Kim Ki-duk e Tsai Ming-liang), assente ingiustificata quella statunitense. Fra i temi ricorrenti della rassegna: le auto (almeno tre pellicole erano ambientate quasi interamente in una macchina: "Locke", "Via Castellana Bandiera" e "L'arte della felicità"; curiosamente, invece, in "Sacro GRA" le automobili non avevano grande importanza), la scuola, la famiglia, la solitudine, il viaggio.

27 settembre 2013

Locke (Steven Knight, 2013)

Locke (id.)
di Steven Knight – GB/USA 2013
con Tom Hardy
***1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ivan Locke è un uomo e un lavoratore modello, con una vita solida e soddisfacente: una moglie, due figli, un impiego come direttore di cantiere nel campo delle grandi costruzioni. Ma nel giro di una notte, anzi di poche ore trascorse in automobile guidando da Birmingham a Londra, le fondamenta di tutto ciò che ha costruito rischiano di crollare. E questo perché ha deciso di "fare la cosa giusta" e di essere presente alla nascita di un figlio nato da una relazione occasionale, anche a costo di rinunciare alla sfida più importante della sua carriera professionale ("la più grande colata di calcestruzzo d'Europa") e di mettere a rischio la stabilità familiare. Girato praticamente in tempo reale (poco meno di 90 minuti) e ambientato tutto all'interno dell'abitacolo di una macchina, con un solo protagonista sullo schermo (il bravissimo Tom Hardy) che parla in continuazione al telefono (in vivavoce) con gli altri personaggi, "Locke" è un vero gioiellino di scrittura, di regia e di recitazione. "Due ore fa, quando sono salito su questa macchina, avevo un lavoro, una moglie e una casa. Ora non ho più nulla", dice a un certo punto il protagonista. Ma non è vero: ha finalmente chiarito a sé stesso qual è il suo ruolo nel mondo, ha sconfitto i fantasmi del passato e ha dimostrato quella sensibilità e quel coraggio che suo padre non aveva avuto nei suoi confronti, "ripulendo" di fatto il proprio cognome (che ora può essere sfoggiato con orgoglio anche nel titolo della pellicola) e gettando le fondamenta – di calcestruzzo! – di una vita nuova, da vivere con orgoglio e dignità. Se quello di Hardy, come detto, è l'unico volto che compare sullo schermo, alla buona riuscita del film contribuiscono anche tutti quegli attori che danno spessore ai loro personaggi soltanto attraverso la voce (temo già all'idea di come il doppiaggio italiano appiattirà tutto): la moglie, i figli, il capo, il collega, la donna che sta per partorire, e altri ancora. La sceneggiatura a incastro, dello stesso Knight, è praticamente perfetta, quasi un "dramma da camera" (nonostante l'insolita ambientazione autostradale) sul tema dell'assunzione di responsabilità, che segue passo passo i tentativi del protagonista di risolvere i problemi e le complicazioni che si affastellano in una notte da incubo, mentre cerca di percorrere fino in fondo la difficile strada che, con la sua scelta morale, ha deciso di seguire. Da segnalare anche la bella fotografia notturna di Haris Zambarloukos e l'avvolgente colonna sonora di Dickon Hinchliffe.

26 settembre 2013

In bloom (N. Ekvtimishvili, S. Gross, 2013)

In bloom (Grdzeli nateli dgeebi)
di Nana Ekvtimishvili, Simon Gross – Georgia 2013
con Lika Babluani, Mariam Bokeria
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(Milano Film Festival).

A Tbilisi, nella Georgia del 1992 appena uscita dalla disgregazione dell'URSS, donne ed anziani fanno le file per il pane mentre gli uomini combattono nella guerra civile in Abkhazia. La quattrodicenne Eka e la sua amica del cuore Natia, appena più grande di lei, cercano di crescere e di trovare una propria indipendenza, ma dovranno fare i conti con la violenza e la prepotenza maschile. Natia, in particolare, sarà costretta a sposare un uomo che non ama e che l'ha presa con la forza. La ribellione delle due ragazze, che potrebbe concretizzarsi per mezzo della pistola che un amico aveva regalato a Natia per il suo compleanno (insieme a un singolo proiettile) e che le due nascondono gelosamente, rimarrà solo un potenziale inespresso. Una storia di "coming of age" e di formazione al femminile in un periodo delicato dell'ex repubblica sovietica. Molti i fili che si intrecciano: l'amicizia fra le due ragazze, il difficile rapporto con i familiari (fratelli e sorelle con cui non si va d'accordo, padri alcolizzato o assenti, madri che non si curano di loro), il tentativo di essere liberi e indipendenti in un mondo caotico e violento, per una pellicola – opera di una coppia di cineasti, lei giorgiana e lui tedesco – che non si presta a facili conclusioni e che risulta efficace nel descrivere un periodo "di passaggio" tanto a livello storico-sociale che a livello intimo e personale, pur senza offrire nulla di nuovo, memorabile o particolarmente originale dal punto di vista tematico e stilistico. Anche l'estetica è quella solita del cinema d'autore dell'Europa dell'est (la fotografia, livida e realista è del rumeno Oleg Mutu, collaboratore abituale di Cristian Mungiu). Brave le giovani attrici. Vincitore del premio del pubblico al Milano Film Festival, è stato "inglobato" per questo motivo nella rassegna di Venezia e Locarno.

Vado a scuola (Pascal Plisson, 2013)

Vado a scuola (Sur le chemin de l'école)
di Pascal Plisson – Francia 2013
con attori non professionisti
*1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Storie di quattro bambini (e dei loro fratelli o compagni di classe), ai quattro angoli del mondo, che per recarsi a scuola sono costretti ogni giorno a compiere un lungo viaggio e affrontare difficoltà e pericoli. Jackson, in Kenya, deve attraversare la savana e stare attento agli elefanti; Zahira, nell'Atlante in Marocco, deve percorrere un lungo e ripido sentiero di montagna; Carlos, in Patagonia, deve cavalcare con la sorellina attraverso la steppa; Samuel, nel Bengali, è disabile e deve essere portato dai fratelli su una sedia a rotelle artigianale. Prodotto con il patrocinio dell'Unesco e distribuito dalla Walt Disney francese, è un film dall'impianto semidocumentaristico (si tratterebbe di "storie vere", tanto che al termine i diversi protagonisti – tutti dagli 11 ai 13 anni – vengono intervistati a proposito dei loro sogni e aspirazioni), ad alto tasso di buonismo e di retorica, sull'"eroismo" di bambini per i quali la ricerca dell'istruzione richiede impegno, dedizione e forza di volontà. Un bel concetto, certo, ma durante la visione è forte il desiderio di spingere sul tasto del fast forward: tolti i primi e gli ultimi minuti, tutta la pellicola consiste in una lunga sequenza di camminate attraverso paesaggi più o meno desertici. Alla fine, più che un film, sembra di aver guardato il volantino pubblicitario di una onlus o una raccolta di cartoline.

25 settembre 2013

Still life (Uberto Pasolini, 2013)

Still life (id.)
di Uberto Pasolini – GB 2013
con Eddie Marsan, Joanne Froggatt
***1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il signor May, un ometto dall'apparenza triste e grigia, svolge un insolito lavoro: si occupa, per conto del comune di Londra, di rintracciare i parenti di coloro che muoiono soli e abbandonati da tutti, prima di dare loro una degna sepoltura. Spesso però i suoi sforzi non vanno a buon fine, visto che la maggior parte delle volte è proprio lui l'unico presente alle funzioni funebri. La cura e la dedizione che ha nel ricordare i defunti (le cui fotografie appunta diligentemente in un album che custodisce a casa) e nell'organizzare le cerimonie (dalla scelta delle musiche alla stesura di orazioni piene di sentimenti, fino all'individuazione del miglior posto nel cimitero) sono forse dovute al fatto che anche lui, come i suoi "clienti", è solo e senza famiglia; e in fondo sa che, quando verrà il suo turno, anche al suo funerale non parteciperà nessuno. Quando riceve la notizia che il suo ufficio verrà chiuso, perché ritenuto ormai inutile e troppo costoso, May si getta a capofitto nell'ultimo caso su cui lavorerà, ancora più "sentito" perché il defunto abitava proprio di fronte a casa sua. Si tratta di un uomo dal passato turbolento e violento, che pure da qualche parte potrebbe avere lasciato una figlia che lo amava. L'indagine per ricostruire i suoi trascorsi diventa così l'ultima ragione di vita di May, una missione da cui forse potrà sgorgare un cambiamento anche per lui. Seconda opera da regista di Pasolini, cineasta italiano trapiantato da anni a Londra (è stato il produttore di "Full Monty"), è un film dai toni asciutti e dalle atmosfere che più british non si può, ambientato com'è fra cimiteri e plumbee periferie e incentrato sui temi della morte e della solitudine, trattati peraltro con mano leggera, attenta ai dettagli (il titolo significa "natura morta", e molte scene – a partire dal meticoloso ordine con cui May si prepara il pranzo e gestisce il suo ufficio – ricordano proprio quei dipinti) e capace di mescolare dramma e commedia. Lo stile sobrio e dimesso, le scenografie essenziali, la recitazione asciutta (Marsan è perfetto) e la distillazione dei sentimenti sono tutti pregi che si accumulano man mano che la trama scorre. Complesso il finale, che passa in pochi minuti da un lieto fine forse troppo facile a una più inevitabile conclusione tragica, sfociando infine in un inatteso e commovente controfinale che va a smentire il superiore di May, quando – accusandolo di dare troppa importanza ai defunti – gli diceva "I funerali sono per i vivi".

24 settembre 2013

La prima neve (Andrea Segre, 2013)

La prima neve
di Andrea Segre – Italia 2013
con Matteo Marchel, Jean-Christophe Folly
**

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Dani, immmigrato togolese, è giunto in Italia fuggendo dalla guerra civile in Libia: in attesa di ricevere il permesso di soggiorno, è ospitato in una casa d'accoglienza a Pergine, un piccolo paesino di montagna nella Val dei Mocheni, in Trentino. Qui dà una mano all'anziano falegname e apicoltore Pietro e ha modo di conoscere la sua famiglia, la nuora Elisa e il nipote Michele, rimanendo colpito in particolare da quest'ultimo, un irrequieto bambino di dieci anni. Sia Dani che Michele devono convivere con un grande vuoto, visto che sono stati colpiti di recente da un terribile lutto: per Dani, la morte della moglie Layla, che non appena giunti in Italia lo ha lasciato dando alla luce una neonata alla quale non si sente in grado di fare da genitore; per Michele, la scomparsa del padre, cui era legatissimo e che ancora sogna in continuazione. Un film lento (forse fin troppo, prima che si sciolga nel bel finale) e meditato, che scava con sensibilità nelle anime di personaggi molto diversi fra loro eppure legati dalla comune tristezza e dalla comune difficoltà di continuare a vivere. Dani progetta di abbandonare la figlia e di fuggire a Parigi, mentre Michele marina la scuola, si ribella alla madre e trascorre le giornate nei boschi con gli amici. Ma al termine dell'autunno, con l'arrivo della prima neve (che Dani peraltro non ha mai visto prima), che colora tutto di bianco e permette una nuova visione del mondo e di sé stessi, le tensioni si scioglieranno e tutti impareranno ad accettare la propria perdita e il proprio ruolo. Nel cast, anche la bravissima Anita Caprioli (la madre), Peter Mitterrutzner (il nonno) e Giuseppe Battiston (l'amico "orso"). L'ambientazione alpina è forse insolita per parlare di immigrazione e integrazione; ma c'è da dire che questo è solo uno dei temi, e per di più minore, nel contesto della pellicola, che è soprattutto un viaggio nell'anima, intimo e personale. La regia, sobria e mai forzata, è impreziosita dalla cura antropologica e documentaristica con cui Segre ritrae la valle e i suoi abitanti, i dialetti (trentino e tedesco, con sottotitoli) e i paesaggi.

Ana arabia (Amos Gitaï, 2013)

Ana arabia (id.)
di Amos Gitaï – Israele 2013
con Yuval Scharf, Yussuf Abu Warda
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Una giovane giornalista si reca in una zona periferica di Jaffa, dove è da poco morta una donna con un'interessante storia alle spalle: sopravvissuta ad Auschwitz e all'Olocausto, si è poi convertita all'Islam per sposare un arabo. Aggirandosi nei cortili della casa dove abitava, la giornalista incontra il marito, la figlia, la nuora, parenti, vicini e amici della defunta, che le parlano di lei e di mille altre cose... Girato in un unico piano sequenza (come "Arca russa", ma con meno maestria tecnica) e in tempo reale, è un film che scava nella vita di una comunità di arabi ed ebrei che convivono pacificamente in una "terra di confine", quasi invisibile al resto del mondo: un insieme di case, di baracche e di orti alla periferia della città, come rivela l'ultima inquadratura in cui finalmente la macchina da presa, all'imbrunire e sulle note della prima sinfonia di Mahler, si innalza per mostrarci una visuale a 360 gradi dell'ambiente circostante. Come capita spesso con il cinema di Gitaï, mi è parso un lavoro che nasce più da uno sfoggio di stile che dal sincero desiderio di raccontare qualcosa. Le conversazioni e i dialoghi si susseguono senza sosta, attraversando i più diversi argomenti (la vita, il lavoro, l'amore), mentre la giornalista annota diligentemente sul suo taccuino gli spunti più interessanti; ma alla pellicola manca un centro nevralgico e sembra più tenuta insieme dall'aspetto tecnico (il piano sequenza, appunto) che non dai personaggi o dalle esigenze narrative. E alla fine, ci si annoia pure un bel po'.

23 settembre 2013

We are the best! (Lukas Moodysson, 2013)

We are the best! (Vi är bäst!)
di Lukas Moodysson – Svezia 2013
con Mira Barkhammar, Mira Grosin
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Le tredicenni Bobo e Klara non sono certo le ragazzine più popolari della scuola: anticonformiste nell'aspetto e nel comportamento, refrattarie alla disciplina e all'ordine, hanno un'anima punk e vitale che esprimono attraverso i capelli corti e il desiderio di opporsi all'ipocrisia e all'establishment imperante a tutti i livelli, scolastico e familiare in primis. Quasi per caso decidono di mettere su una band musicale, benché nessuna delle due sappia suonare. Risolveranno il problema prendendo a bordo una terza ragazza, Hedvig, leggermente più grande di loro ma altrettanto emarginata: abile con la chitarra classica, verrà rapidamente "convertita" al rock e al taglio di capelli (con conseguente ira della madre). L'amicizia e lo spirito di gruppo saranno solo leggermente incrinati dai primi amori e dalle inevitabili gelosie, ma rimarranno fino alla fine il faro che le terrà unite. Dopo una serie di passi falsi, il regista svedese Lukas Moodysson torna ai temi e alle atmosfere del suo primo successo, quel "Fucking Åmål" che metteva in scena in maniera libera e rinfrescante il coming out sessuale di una coppia di giovani ragazzine. Stavolta il tono è anche più leggero, quasi goliardico, ma la pellicola è permeata dalla stessa schiettezza e mancanza di buonismo: che la ribellione delle protagoniste sia sincera lo dimostra l'ultima scena, quella del concerto, in cui preferiranno insultare il pubblico piuttosto che eseguire in maniera accondiscendente la loro canzone. Tratto da una graphic novel scritta dalla moglie dello stesso regista, Coco (che ha ritratto sé stessa in Bobo, la più sensibile e introversa del gruppo), il film forse non è dirompente come la pellicola d'esordio di Moodysson ma merita un plauso per la naturalezza con cui ritrae le tre ragazzine e la loro irrefrenabile vitalità.

The canyons (Paul Schrader, 2013)

The canyons (id.)
di Paul Schrader – USA 2013
con Lindsay Lohan, James Deen
*

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Christian, produttore annoiato e figlio di papà, costringe la compagna Tara a incontri sessuali con sconosciuti trovati su internet. Ma quando scopre che la ragazza ha da tempo una tresca con il fidanzato della sua assistente, un giovane attore che proprio lei lo ha spinto ad assoldare per un film da girare in New Mexico, si ingelosisce e comincia a farla seguire di nascosto... Difficile salvare qualcosa in uno dei più brutti film visti sul grande schermo da parecchio tempo a questa parte, una pellicola di un livello talmente imbarazzante e amatoriale che quasi non si crede che dietro possa esserci la mano di un cineasta come Schrader, che in passato qualcosa di buono – per usare un eufemismo – lo ha pure fatto. Quelle del budget basso e del cinema indipendente (destinato inevitabilmente al circuito dei video on demand, il film è stato finanziato attraverso un sito di crowdfunding) sono scuse che non reggono: proprio perché libero dai "lacci" delle major hollywoodiane, e soprattutto perché firmato da due autori da cui ci si aspetterebbe qualcosa di potente e di ribelle (lo sceneggiatore è Bret Easton Ellis), la delusione è ancora maggiore. La trama non va da nessuna parte, l'ambientazione (nella stessa Hollywood) è piatta, le scene di sesso (già, perché in teoria si tratterebbe di un "thriller erotico") sono del tutto dimenticabili, la carica eversiva è completamente assente, e in generale la confezione è sciatta e dozzinale, da tv movie di bassa qualità. La mediocre recitazione di Lindsay Lohan (ormai un'ex attrice), invece, non delude più di tanto, ma solo perché è attorniata da interpreti ancora meno dotati di lei (a partire dal pornodivo James Deen). Breve comparsata per Gus Van Sant nel ruolo dello psicanalista (l'unico personaggio con un cognome, visto che tutti gli altri si fanno chiamare solo per nome, come nelle peggiori soap opera).

22 settembre 2013

L'arte della felicità (Alessandro Rak, 2013)

L'arte della felicità
di Alessandro Rak – Italia 2013
animazione tradizionale
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Sergio, un tempo musicista insieme al fratello Alfredo (i due suonavano rispettivamente il piano e il violino), è diventato ora un tassista che vaga per le strade di una Napoli perennemente sommersa dalla pioggia e infestata da montagne di spazzatura. L'aver rinunciato alla musica è stato il suo modo di reagire alla decisione del fratello di trasferirsi in Nepal per vivere in un monastero buddista. E alla notizia dell'improvvisa morte di Alfredo, si chiude ancora di più in sé stesso, trascorrendo tutto il suo tempo nel taxi, senza nemmeno tornare a casa a dormire. Ma qualcosa cambierà... Film d'animazione italiano dai toni filosofici ed esistenzialisti, che intende far riflettere sul significato della vita (con forti rimandi alle teorie orientali della reincarnazione e dei cicli di morte e rinascita), sull'importanza dei legami familiari, sul caso e sulle opportunità. Francamente, le ambizioni si risolvono in gran parte in "fuffa", e se non fosse stata realizzata a cartoni animati sarebbe una pellicola dalla visione quasi insostenibile. I disegni, invece, riescono a rendere in parte accettabile l'insolita commistione fra la filosofia orientale e la realtà napoletana (per sua natura altrettanto "filosofica") e la leggera scorrevolezza con cui l'autore – al suo esordio – riesce a portare avanti il discorso. L'animazione "povera", ma ricca di dettagli, è però forse l'unico punto a favore di una pellicola che si snoda confusamente fra passato e presente, fra le lunghe conversazioni di Sergio con i suoi passeggeri (dall'ingegnere che ricicla rifiuti al dj di una trasmissione radiofonica dai toni apocalittici), i rimpianti per il passato e la sfiducia verso il futuro, da cui sgorga la consapevolezza dell'importanza di vivere pienamente il presente. Il tutto in una Napoli che viene mostrata come degradata ma ricca di potenzialità, al tempo stesso assai concreta e metafora universale di tutto il paese, se non di tutto il mondo. Visto il contesto (si parla di musicisti), delude parecchio la colonna sonora.

Con il fiato sospeso (C. Quatriglio, 2013)

Con il fiato sospeso
di Costanza Quatriglio – Italia 2013
con Alba Rohrwacher, Anna Balestrieri
*

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Mediometraggio (35 minuti) che – ispirandosi a un caso realmente avvenuto all'Università di Catania – intenderebbe denunciare le condizioni pericolose in cui vivono gli studenti dei laboratori di chimica nelle facoltà di farmacia, esposti continuamente al pericolo di intossicazione. Forse è stata realizzata con le migliori intenzioni, ma è difficile salvare qualcosa in una pellicola dai toni qualunquisti e pressapochisti (non si fanno nomi, non si citano istituzioni, persone o casi specifici, si parla in maniera generica di "professori", di "laboratori" e di "sostanze") oltre che sensazionalista e ricattatoria (d'altronde, si sa, la chimica e la scienza in Italia sono viste con sospetto e percepite come pericolose a prescindere, e parlarne male è comodo e facile). In più, anche l'impianto narrativo è fondamentalmente sbagliato: abbiamo un'attrice assai nota, dal volto riconoscibilissimo, che finge di essere una studentessa che offre una testimonianza "spontanea" durante un'intervista: il metodo migliore per non prendere sul serio quello che dice, sapendo che sta solo recitando. E naturalmente non c'è contraddittorio né replica, segno che si sta portando avanti una tesi precostituita: se questo è il modo di fare film di denuncia...

Zoran, il mio nipote scemo (M. Oleotto, 2013)

Zoran, il mio nipote scemo
di Matteo Oleotto – Italia 2013
con Giuseppe Battiston, Rok Prašnikar
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Il cinico, burbero e scostante Paolo (uno straordinario Giuseppe Battiston) vive in un paesino nel goriziano, dove trascorre le sue giornate a bere vino all'osteria dell'amico Gustino, a maltrattare il collega Ernesto, a rimpiangere l'ex moglie Stefania che si è risposata con il suo capo Alfio. Quando riceve la notizia che una sua lontana parente è morta in Slovenia, lasciandogli il compito di badare per cinque giorni al nipote Zoran (Rok Prašnikar), un ragazzo leggermente autistico, prima che venga affidato a un istituto per minori, la considera solo una notevole seccatura. Cambierà però idea nello scoprire che il ragazzo ha un autentico talento per le freccette: colpisce sempre il bersaglio. Decide allora di tenerlo con sé, con l'intenzione di iscriverlo ai campionati mondiali. Il piano non si concretizzerà, ma la presenza di Zoran contribuirà a farlo uscire dal guscio che da solo si è costruito. Un film simpatico, scorrevole, prevedibile ma gradevole, pieno di siparietti e di scene comiche che hanno solo da guadagnare dall'insolita ambientazione al confine fra il Friuli e la Slovenia, e ravvivato da una serie di personaggi-macchiette che suscitano un'innata empatia. Indimenticabile il coro a cappella che intona tipici canti da osteria. Grandissimo (in tutti i sensi) Battiston, che riesce a infondere simpatia in un personaggio altrimenti deprecabile per la sua misantropia e la mancanza di sensibilità verso il prossimo: e sul piano fisico, in certi primi piani, sembra un Nano della Terra di Mezzo! Cameo per il regista Sylvain Chomet nel video del "guru delle freccette".

21 settembre 2013

La gelosia (Philippe Garrel, 2013)

La gelosia (La jalousie)
di Philippe Garrel – Francia 2013
con Louis Garrel, Anna Mouglalis
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

Ancora una volta in bianco e nero, ancora una volta con tempi e toni da Nouvelle Vague, ancora una volta con il figlio Louis come protagonista: il cinema di Philippe Garrel è sempre uguale a sé stesso, e di solito non è certo un bene (ricordiamo ancora i pessimi "La frontière de l'aube" e "Un été brûlant"). Stavolta, però, bisogna riconoscerlo, è più misurato e meno "palloso" del solito (sarà forse per la durata limitata, soltanto 77 minuti?) e riesce a coniugare forma e contenuti con raffinatezza e una certa sensibilità. La pellicola racconta con toni realistici e quotidiani una breve storia di amore e tradimenti, quella che vede Louis abbandonare all'improvviso moglie e figlioletta per andare a vivere con Claudia, attrice teatrale come lui ma senza lavoro. Se però lui fa di tutto per rimanerle fedele, rinunciando a parecchie tentazioni, lei – in preda alla solitudine, alla paura, alla gelosia – si lascia più facilmente sedurre da altre avventure, e alla fine deciderà inevitabilmente di lasciarlo. Uno spaccato di vita dai toni poetici, intellettuali, con cartelli che recano i titoli dei capitoli, ravvivato più dalle sequenze che vedono sullo schermo la piccola figlia di Louis (Olga Milshtein) che da quelle con protagonista una coppia la cui alchimia sullo schermo non è certo ai massimi livelli. La storia, in ogni caso, è fortemente autobiografica, come ha dichiarato lo stesso regista: "Ero un bambino quando mio padre Maurice, attore famoso, lasciò mia madre per un’altra. Adesso che mio figlio Louis ha la stessa età che aveva lui allora, gli ho affidato il compito di rievocare quel momento". Nel cast anche Esther Garrel, sempre figlia di Philippe, che interpreta appunto la sorella minore di Louis.

Tracks (John Curran, 2013)

Tracks - Attraverso il deserto (Tracks)
di John Curran – Australia 2013
con Mia Wasikowska, Adam Driver
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

La storia vera di Robyn Davidson, una ragazza che nel 1975 decise di attraversare a piedi (accompagnata solo dal cane Diggity e da quattro cammelli) il deserto australiano, da Alice Springs fino all'Oceano Indiano: 2700 chilometri da percorrere in circa sei mesi. Ispirato al reportage fotografico di Rick Smolan per la rivista "National Geographic", oltre che al libro che la stessa Davidson scrisse in seguito (intitolato, appunto, "Tracks"), un film che racconta di un viaggio effettuato, come tutti i viaggi, alla scoperta di sé, senza un vero motivo se non un bisogno viscerale, primordiale, di compierlo. Peccato però che la pellicola rimanga del tutto fine a sé stessa, talmente piatta e banale che oserei definirla insignificante. Il regista si limita a svolgere il compitino, riprendendo bellissime immagini di paesaggi, di tramonti, di animali, con una fotografia patinata da documentario, e la sceneggiatura procede in maniera che più lineare non si può: ogni difficoltà, ogni problema, ogni incertezza viene risolta nel giro di due o tre minuti (esemplare il momento in cui Robyn smarrisce la bussola, che ovviamente ritrova subito), senza né pathos né dramma. Alla fine, da salvare c'è quasi solo l'interpretazione della Wasikowska, che si cala perfettamente nei panni di una ragazza coraggiosa e indomita, soprannominata "La signora dei cammelli" da curiosi e giornalisti che seguono a distanza il suo cammino, tormentata dai ricordi d'infanzia e decisa in fondo a compiere la traversata solitaria più per i suoi genitori (il padre esploratore, la madre suicida) che non per sé stessa.

20 settembre 2013

Miss Violence (Alexandros Avranas, 2013)

Miss Violence (id.)
di Alexandros Avranas – Grecia 2013
con Themis Panou, Rena Pittaki
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

La piccola Angeliki, proprio mentre la famiglia sta festeggiando il suo undicesimo compleanno, si suicida gettandosi dal balcone. Le ragioni del suo gesto le scopriremo solo più avanti, verso la fine di un film che fa emergere lentamente il disagio all'interno di una famiglia che ha qualcosa da nascondere, dominata da un padre/nonno severo e aguzzino. Vincitore di due premi a Venezia (miglior regia e miglior attore), una pellicola dai toni freddi e anafettivi che si inserisce nel filone "nero" della cosiddetta nouvelle vague greca. Pur scoprendo lentamente (e in maniera in fondo prevedibile) le sue carte allo spettatore, riesce a trascinarlo in un vortice di orrori tanto più profondi perché nascono dall'apparente normalità della vita quotidiana. L'esistenza di questa famiglia in cui tutti cercano di dimenticare il più in fretta possibile "l'incidente" di Angeliki, in cui le donne tacciono rassegnate o subiscono la forza psicologica del capofamiglia, le ragazzine si tagliano con lamette e forbici, i bambini sono costretti a schiaffeggiarsi a vicenda o a subire severe punizioni senza reagire, si dipana in una serie di episodi che all'inizio lasciano soltanto intravedere qualcosa di strano, lanciando segnali che con il senno di poi andranno reinterpretati. La fotografia plumbea, la regia geometrica e controllata, e la recitazione misurata degli attori (Panou è stato premiato, ma il riconoscimento sarebbe dovuto andare a tutto il cast) fanno da gelido contraltare, sul piano formale, ai contenuti disturbanti.

Tom à la ferme (Xavier Dolan, 2013)

Tom à la ferme
di Xavier Dolan – Canada 2013
con Xavier Dolan, Caleb Landry Jones
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, con Eleonora, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Tom, giovane pubblicitario di Montréal, arriva in una fattoria nella campagna del Quebec per assistere al funerale dell'amico Guillaume, di cui (all'insaputa della sua famiglia) era l'amante. Il fratello maggiore di Guillaume, Francis, ha infatti sempre tenuto la madre Agatha all'oscuro del fatto che suo figlio era gay. Costretto con la forza dal violento e omofobo Francis a trattenersi nella fattoria di famiglia e a proseguire la finzione, visto che la sua presenza apparentemente è gradita alla vecchia Agatha, Tom sviluppa una sorta di sindrome di Stoccolma e comincia ad abituarsi alla vita rurale, al punto da subirne il fascino: ai tentativi di fuga si alternano momenti in cui ha l'impressione di aver trovato una famiglia e un posto dove rimanere per tutta la vita. Dramma esistenzialista che assume a tratti i toni del thriller psicologico (con tanto di colonna sonora che riecheggia i film di Hitchcock), quasi una versione noir (ma non horror) di "Non aprite quella porta". Al suo quarto film, il giovane regista/attore Xavier Dolan conferma tutto il suo talento, ma la pellicola – il cui baricentro si sposta progressivamente da Tom a Francis, con quest'ultimo che si rivela il vero fulcro della narrazione grazie alla sua personalità ambigua e complessa – resta con qualcosa di incompiuto nel suo tentativo di raccontare "il forte disagio dell’omosessualità nella spaccatura crescente tra città e campagna e le rispettive nature degli uomini che le abitano". Tratto da una piéce teatrale di Michel Marc Bouchard.

19 settembre 2013

The zero theorem (Terry Gilliam, 2013)

The zero theorem - Tutto è vanità (The zero theorem)
di Terry Gilliam – GB 2013
con Christoph Waltz, Mélanie Thierry
***

Visto al cinema Arlecchino, in originale con sottotitoli
(rassegna di Venezia).

In un futuro dominato dalla pubblicità, dai computer e dalle videocamere, e dove tutto – dal lavoro al sesso – ha i connotati di un videogioco, l'asociale programmatore Qohen Leth (Christoph Waltz) si occupa di calcolare "entità" per divisione di ricerca ontologica della mega-corporazione Mancom. In seguito alle sue continue richieste di poter lavorare da casa, viene incaricato da Management, l'elusivo e cameleontico boss della società, di dimostrare il "teorema zero", un complesso calcolo sul destino finale dell'universo e sul significato stesso dell'esistenza umana. Terry Gilliam torna con successo alla fantascienza visionaria, distopica e sociale che gli è tanto cara ("Brazil", "L'esercito delle dodici scimmie") e sforna una pellicola intima, claustrofobica, dai toni psicologici e – soprattutto – filosofici. Al centro di tutto (è praticamente sempre in scena) c'è il personaggio di Qohen Leth con la sua personalità complessata e antisociale, emotivamente disturbato, che parla di sé stesso al plurale (come Gollum) ed è convinto che riceverà, prima o poi, una telefonata di origine divina che gli spiegherà il senso della sua vita. Per questo motivo non ama uscire di casa (abita in una chiesa sconsacrata e abbandonata, infestata da topi e colombe) e rifugge la compagnia degli altri esseri umani. A tirarlo fuori dal suo guscio proveranno, con esiti diversi, la prostituta Bainsley (Mélanie Thierry), che lo spinge a unirsi a lei in sedute di sesso virtuale, e il giovane hacker Bob (Lucas Hedges), figlio di Management, interessato affinché Qohen completi la dimostrazione del teorema zero. Secondo quest'ultimo, l'universo si concluderà come è iniziato, collassando nel nulla all'interno di un buco nero, e dunque non esiste né un aldilà né un significato ultimo: quale scenario migliore per una corporazione come la Mancom – il cui slogan è "Dare un senso alle cose belle" – per prosperare a colpi di consumismo e di edonismo virtuale? Ma a Qohen tutto questo non interessa, e l'uomo esegue i suoi estenuanti calcoli senza curarsi di quello che significano... almeno fino a quando la giovane Bainsley non lo porterà a mutare radicalmente le sue prospettive. Concepito già nel 2009 (il ruolo di protagonista avrebbe dovuto essere di Billy Bob Thornton), il film è stato rinviato in seguito alla morte del produttore Richard D. Zanuck, alla cui memoria è dedicato. Alla fine è stato girato a Bucarest, in Romania, con un budget relativamente basso e in un limitato periodo di tempo (almeno rispetto agli altri film del regista). Fra i molti rimandi kafkiani, da segnalare l'eterna attesa di Qohen per una telefonata che forse non arriverà mai, forse un rimando al racconto dello scrittore ceco "Davanti alla legge". Ma il vero punto di forza del film (oltre alla prova di Waltz) è la straordinaria capacità inventiva di Gilliam, capace di deformare in modo grottesco e visionario il presente, le sue tendenze e le sue ossessioni, per dare vita a un futuro che non è altro, in fondo, che una ironica parodia della nostra vita quotidiana. Nel cast anche David Thewlis (l'"amichevole" supervisore di Qohen), Matt Damon (il camaleontico Management, che si confonde con l'ambiente) e un'eccezionale e irriconoscibile Tilda Swinton (la psicanalista virtuale).

Our Sunhi (Hong Sang-soo, 2013)

Our Sunhi (Uri Seonhui)
di Hong Sang-soo – Corea del Sud 2013
con Jung Yoo-mi, Kim Sang-joong
***

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Locarno).

Sunhi (Jung Yoo-mi), giovane studentessa di cinema, si ripresenta in facoltà dopo una lunga assenza per chiedere al professor Choi (Kim Sang-joong) una lettera di raccomandazione: intende infatti trasferirsi negli Stati Uniti e frequentare laggiù una scuola di specializzazione. La sua ricomparsa riaccende l'interesse verso di lei tanto del professore quanto di altri due uomini: il suo ex ragazzo Munsu (Lee Sun-kyun) e il più anziano studente (e ora regista) Jaehak (Jung Jae-young). Tutti e tre sono invaghiti di lei e, nonostante la ragazza dichiari a più riprese di non essere interessata agli uomini, si convincono di poter essere i destinatari del suo affetto, di essere capaci di comprendere i suoi sentimenti e di saperne descriverne il carattere. Un film apparentemente semplice e lineare, costruito su lunghe sequenze con la camera fissa che segue il dialogo fra due personaggi, ma in realtà complesso ed elusivo come la sua protagonista, che tutti cercano in continuazione di definire (spesso usando le stesse parole, frasi che si "passano" l'uno all'altro come un testimone) ma che rimane distante, misteriosa e chiusa in sé stessa. In ogni sequenza – caratterizzata da una regia quasi invisibile, se si eccettuano i saltuari e improvvisi zoom – assistiamo a un lungo colloquio fra Sunhi e uno dei tre uomini (oppure fra due di questi), all'insegna di una ripetitività che, lungi dal risultare noiosa o estenuante, rafforza la comunicazione e si rispecchia nel ricorrere di numerosi elementi: luoghi (il parco, il caffè Arirang), cibi (il pollo, le birre, il soju), musiche (la canzone nostalgica). Alla fine, naturalmente, gli uomini si ritroveranno tutti e tre insieme, senza di lei, nell'unica scena che mostra più di due personaggi sullo schermo.

Tableau noir (Yves Yersin, 2013)

Tableau noir
di Yves Yersin – Svizzera 2013
con Gilbert Hirschi
**

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Documentario che segue per un anno la vita in una piccola scuola elementare di montagna, quella di Derrière-Pertuis nel cantone di Neuchâtel, dove i bambini (da 6 a 11 anni) studiano, lavorano e giocano tutti insieme, in una classe unica, sotto la guida dell'anziano insegnante Hirschi, al suo quarantunesimo (e ultimo, visto che la scuola è destinata a essere chiusa) anno di lavoro presso l'istituto. Impossibile non andare con la mente al celebre "Essere e avere" di Nicolas Philibert, che sicuramente ne è stato un modello e un punto di riferimento. Vediamo i piccoli alunni in classe alle prese con le materie scolastiche (matematica, francese, tedesco, ecc.) ma anche con numerose attività fisiche (nuoto, sci, pattinaggio), sperimentali e pratiche a 360 gradi: dalla gita scolastica alla recita teatrale natalizia, dall'esplorazione di boschi e campagne alle visite alle fattorie e ai caseifici, con le interazioni sociali fra di loro e con gli insegnanti come filo conduttore. Da un lato la spontaneità dei piccoli "attori", dall'altro la denuncia della chiusura di queste piccole scuole periferiche, che evidentemente in tempo di crisi sono i primi rami a essere tagliati (nonostante l'importante valore sociale che assumono per la comunità, soprattutto negli ambiti rurali), valgono sicuramente la visione. Il regista, comunque, ha dichiarato che "la chiusura della scuola è un tema minore" e che il suo "è piuttosto un film sulla trasmissione del sapere".

18 settembre 2013

Sacro GRA (Gianfranco Rosi, 2013)

Sacro GRA
di Gianfranco Rosi – Italia 2013
con attori non professionisti
**

Visto al cinema Arlecchino, con Sabrina (rassegna di Venezia).

Il GRA, Grande Raccordo Anulare, è l'autostrada urbana che circonda Roma. Ai suoi margini vive un'umanità di cui la macchina da presa osserva alcuni esemplari con curiosità e interesse: il portantino di un'ambulanza che soccorre gli automobilisti incidentati e che abita da solo, mantenendosi in contatto con i propri famigliari attraverso il computer; un anziano ricercatore che sonda le palme per stanare le larve e gli insetti che le infestano; un attore disoccupato che accetta di lavorare per i fotoromanzi; un nobile decaduto che trascorre il tempo ad annoiarsi nella sua villa; un pescatore di anguille che vive sotto il cavalcavia con la moglie ucraina e si lamenta della disinformazione sui giornali; gli abitanti delle case popolari che osservano il mondo fuori dalla loro finestra e parlano di vari argomenti. E ancora: prostitute, perditempo, lavoratori di vario genere, squallidi locali notturni, villette disabitate, campi pascolati da greggi di pecore, cimiteri, nevicate. Più che della strada in sé (solo il paramedico circola effettivamente sul GRA), il film – cui manca forse un baricentro – si interessa delle periferie cittadine e dei loro abitanti, tutti personaggi soli, emarginati o dimenticati dalla società. Qualche critico ha detto che, rispetto a "La grande bellezza" (di cui è un contraltare e al tempo stesso un completamento), questo film si occupa dell'altra faccia di Roma, completandone un ritratto di decadenza, di contraddizioni e di fascino. Ma a differenza del film di Sorrentino, c'è da dire che chiunque, in qualsiasi città del mondo, avrebbe potuto girare una pellicola più o meno equivalente a questa, o con poche variazioni (magari nella scelta dei personaggi), visto che gli stereotipi dell'umanità ai margini sono esattamente gli stessi. Per questo motivo, anche se il lungometraggio è comunque interessante e merita la visione (anche perché in fondo tradisce in parte la sua natura di documentario: i personaggi sono comunque attori che recitano davanti alla macchina da presa, pur se nella parte di sé stessi), trovo assolutamente ingiustificato il Leone d'Oro come miglior film alla Mostra di Venezia (a meno che tutte le altre pellicole in gara fossero a livelli infimi). Altrimenti quanti premi avrebbero dovuto vincere i tanti grandi documentari del passato (per citarne qualcuno, quelli di Werner Herzog) che hanno avuto la sfortuna di uscire in periodi in cui questo genere cinematografico non veniva nemmeno ammesso in concorso ai festival? Nota finale: l'architetto Renato Nicolini, scrivendo del GRA, lo ha così definito: “Non produce alcuna organizzazione, non supporta nessuna struttura, esiste solo in funzione del suo inventore, delle sue entrate e delle sue uscite. È un’opera eccentrica, totalmente fine a sé stessa, che maschera e nasconde le contraddizioni della città”. Le stesse parole potrebbero benissimo descrivere il film di Rosi!

Trap street (Vivian Qu, 2013)

Trap street (Shuiyin jie)
di Vivian Qu – Cina 2013
con Lu Yulai, He Wenchao
**1/2

Visto al cinema Apollo, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Venezia).

Il giovane Li Quiming (Lu Yulai) lavora per un'azienda topografica che si sta occupando di "mappare" la città, e nel tempo libero installa illegalmente telecamere spia per conto dei proprietari di alberghi o bagni pubblici. Mentre si trova in strada per prendere rilievi, scopre l'esistenza di una via privata che, a quanto pare, non è possibile segnare sulle mappe (e non figura nemmeno nel database dei navigatori GPS), visto che gli strumenti digitali si rifiutano di memorizzarne i dati. Nella strada c'è un misterioso laboratorio governativo dove lavora Guan Lifen, una ragazza di cui Li si innamora, tanto che comincia a frequentarla. Ma a un certo punto il giovane viene accusato di aver sottratto preziosi dati segreti dal laboratorio, e il governo comincia a far terra bruciata attorno a lui. Un film misterioso e dalle due anime: parte come una commedia romantica e si trasforma in una spy story, concludendosi poi senza dare tutte le risposte. Come il protagonista, rimaniamo a brancolare nel buio. In fondo si tratta quasi di un noir mascherato, con tanto di protagonista perdente e di silenziosa femme fatale. L'atmosfera crescente di mistero e di paranoia (con un nemmeno troppo velato attacco al governo e all'invadenza dei servizi segreti che controllano la vita delle persone) si sposa bene con il realismo di fondo della pellicola, tipicamente cinese (magnifici i momenti di vita quotidiana o quelli dell'appuntamento al parco fra Li e Guan). Già produttrice, Vivian Qu è al suo primo film come regista, e dimostra di sapersi giostrare bene con la macchina da presa: a tratti evoca (con le dovute distanze!) il cinema di Lynch (per il senso di mistero e di impotenza), di Wenders (per l'uso delle camere di sorveglianza e l'analisi dei personaggi) e di Tsai Ming-liang (per la focalizzazione sul protagonista e i suoi sentimenti).

La variabile umana (B. Oliviero, 2013)

La variabile umana
di Bruno Oliviero – Italia 2013
con Silvio Orlando, Alice Raffaelli
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Locarno).

Il ricco e anziano imprenditore edile Mirko Ulrich viene ucciso in casa sua, nel centro di Milano: a indagare è chiamato l'ispettore Monaco (Orlando), che tenta in questo modo di scuotersi dalla recente morte della moglie, che lo ha lasciato da solo con una figlia diciassettenne e ribelle, Linda (Alice Raffaelli). Ma quando Monaco scopre che Ulrich frequentava minorenni, inizia prima a temere e poi a sospettare che proprio sua figlia Linda possa essere implicata nell'omicidio. Ambientato nei riconoscibilissimi luoghi di una Milano moderna e scostante, fredda e immorale, un giallo atipico di cui viene rivelato tutto già a metà film. E non bastano le prove degli attori (soprattutto di un Orlando triste e grigio, lontano dai suoi soliti personaggi) a sollevare l'interesse per una vicenda piena di banalità e di luoghi comuni, che oltre a far riflettere sulla deriva della società odierna vorrebbe far partecipare lo spettatore al dolore e al dramma del protagonista ma si rivela incapace di scavare dentro di lui (o degli altri personaggi, se è per questo) e ne mostra soltanto la superficie. Nel cast, ma in ruoli assolutamente marginali, anche Giuseppe Battiston (il vice di Monaco) e Sandra Ceccarelli (la moglie di Ulrich). Primo film di finzione di un regista di documentari: proprio la regia, elegante e avvolgente soprattutto quando si dedica agli ambienti, è in parte da salvare. Peccato sia al servizio di una sceneggiatura incompiuta e impalpabile. Ridateci "Milano calibro 9"!

17 settembre 2013

Class enemy (Rok Biček, 2013)

Class enemy, aka Nemico di classe (Razredni sovražnik)
di Rok Biček – Slovenia 2013
con Igor Samobor, Nataša Barbara Gračner
***1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

A pochi mesi dalla conclusione del semestre scolastico, mentre gli studenti già si preparano a organizzare la gita di fine anno, l'affabile professoressa di tedesco di un liceo deve assentarsi, causa maternità, ed è sostituita da un nuovo insegnante, assai più severo e intransigente di lei. I ragazzi lo prendono subito in antipatia, e la situazione peggiora quando una delle alunne più sensibili, Sabina, si suicida senza apparente motivo. Convinti che il responsabile sia proprio il nuovo professore, gli alunni della classe danno vita a una vera e propria ribellione contro di lui, con una serie di atti di sabotaggio e di resistenza che allargano lo scontro a macchia d'olio. Opera prima di un giovanissimo regista di cortometraggi, è un'interessante narrazione antropologica di un "attacco al sistema" che attraversa differenti fasi (come, nel finale, riassume lo stesso professore): individuazione di un "nemico", coalizzazione contro di lui, divisioni interne e infine l'inevitabile collasso. Il nuovo insegnante è "l'avversario" perfetto per la classe: freddo e rigoroso (tanto che, all'inizio, persino la preside lo scambia per un insegnante di matematica), altero e scostante (anche nei confronti dei suoi colleghi), apparentemente distante dalle problematiche dei ragazzi e interessanto soltanto all'aspetto educativo. Ma non tutto è bianco o nero, come i protagonisti impareranno sulla loro pelle. Alla fin fine, nonostante l'indubbia importanza e la sensibilità con cui è ritratto, l'ambiente scolastico appare quasi un pretesto, uno scenario per imbastire un trattato sui rapporti umani all'interno di una società chiusa e per seguire l'evoluzione di un "casus belli" di cui, fino al termine, rimangono misteriose le motivazioni (non sapremo mai il vero motivo per il quale Sabina si è suicidata: stress scolastico, problemi in famiglia, fragilità o altro ancora?).

Via Castellana Bandiera (Emma Dante, 2013)

Via Castellana Bandiera
di Emma Dante – Italia 2013
con Emma Dante, Elena Cotta, Alba Rohrwacher
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Venezia).

Una domenica pomeriggio, in una stretta via di un quartiere periferico di Palermo, si incrociano due automobili. Sulla prima viaggia Rosa (Emma Dante) con la fidanzata Clara (Alba Rohrwacher), giunte in città per il matrimonio di un amico; sulla seconda, guidata dall'anziana Samira (Elena Cotta), c'è la famiglia Calafiore, che abita proprio in quella via. Entrambe le conducenti, Rosa e Samira, si intestardiscono e pretendono che sia l'altra a spostarsi per concedere il passaggio. La situazione non si sblocca, le ore passano, e mentre le due automobili rimangono una di fronte l'altra ad oltranza, gli uomini che abitano nella strada cominciano a scommettere su quale delle due cederà il passo per prima. L'esordio cinematografico (tratto da un suo romanzo) dell'attrice, regista e drammaturga teatrale Emma Dante è una pellicola che comincia bene ma si impantana quasi subito in una situazione che, più che surreale o grottesca, pare senza via d'uscita non solo per le protagoniste ma anche per lo spettatore. Si è parlato di "duello western" (anche per l'incrocio di sguardi e l'intensità muta dell'ostinazione delle due donne) o di natura metaforica della sfida (che riflette lo stallo sociale e culturale in cui si trova il nostro paese: da notare come i passeggeri delle due auto rappresentino anche due modi diversi di intendere la famiglia: quella "tradizionale" dei Calafiore e quella alternativa di Rosa e Clara), ma francamente lo spunto è talmente esile e artificioso che fatica a reggere la durata di un lungometraggio. Nonostante il tentativo di costruire loro un background, i personaggi hanno poco di interessante da dire o da svelare, e non si capisce perché – sia loro che noi – debbano perdere tanto tempo in quel vicolo (che peraltro in numerose inquadrature sembrerebbe anche abbastanza largo da permettere il passaggio di due auto affiancate: hai voglia a parlare di "magia del cinema" per giustificare ogni cosa!). Come se non bastasse, nel finale non manca nemmeno una scontatissima sequenza onirica-soprannaturale. La regia è concreta e nervosa, e ricorre spesso a inquadrature storte e a una macchina da presa traballante, mentre i pochi dialoghi soffrono della formazione teatrale dell'autrice e si rivelano, soprattutto nella prima parte, didascalici e ridondanti. Anche la prolungata e interminabile sequenza finale, in cui tutti corrono verso l'obiettivo, lascia il tempo che trova. Molte scene parlate in siciliano stretto sono sottotitolate. Qualche dubbio infine sul premio veneziano assegnato a Elena Cotta come miglior attrice: davvero non c'era di meglio?

Questione di tempo (Richard Curtis, 2013)

Questione di tempo (About time)
di Richard Curtis – GB 2013
con Domhnall Gleeson, Rachel McAdams
***

Visto al cinema Arcobaleno, con Sabrina, in originale con sottotitoli (rassegna di Locarno).

Quando compie 21 anni, il giovane Tim scopre di essere in grado – come tutti gli uomini della sua famiglia – di viaggiare nel tempo: ma solo nel passato e solo in luoghi che conosce o dove è già stato. Trasferitosi dalla nativa Cornovaglia a Londra, sfrutta questa capacità per rimediare agli errori commessi e "aggiustare" le cose riguardo il lavoro, le amicizie e soprattutto l'amore, conquistando la bella Mary e mettendo su famiglia con lei. Con il passare degli anni, scoprirà che il dono del viaggio temporale è, tutto sommato, superfluo: quel che conta è vivere sempre la propria vita con ottimismo e curiosità, giorno dopo giorno. Il regista/sceneggiatore di "Quattro matrimoni e un funerale", "Love Actually" e "Notting Hill" travalica per una volta i ristretti confini della commedia romantica, che occupa soltanto una porzione della pellicola, addentrandosi in territori più vasti, all'insegna di una filosofia di vita che abbraccia ogni cosa: dal rapporto con il padre alla scoperta della bellezza che ci circonda. Un film rilassato, garbato, che non sfrutta il tema dei viaggi per tempo per imbastire una trama cervellotica (altrimenti, con gli inevitabili paradossi temporali che ne scaturiscono, non se ne uscirebbe più) ma per tessere un elogio dei sentimenti e dell'esistenza quotidiana: se a tratti rischia di risultare un pochino melenso, in altri momenti riesce a suscitare punte di vera commozione (come nel momento dell'addio al padre), e comunque garantisce sempre un sorriso grazie all'ironia british che lo permea. Paragonabile forse a "Ricomincio da capo" per la filosofia di fondo (ma non per l'atmosfera), è ricco di scene e di battute esilaranti ("Non mi tolgo le mutandine per la Scozia!"), sostenute da intepreti quasi perfetti (la maggior parte britannici e provenienti dal teatro): oltre all'ottimo Domhall Gleeson (figlio dell'attore Brendan) e all'adorabile Rachel McAdams (curiosamente già protagonista di un film su temi simili, "Un amore all'improvviso"), sono da segnalare Bill Nighy nel ruolo del padre, Lydia Wilson in quello della problematica sorella Kit Kat, e Vanessa Kirby in quello della bella Joanna. Memorabili in particolare il matrimonio di Tim e Mary (sulle note de "Il mondo" di Jimmy Fontana: un bell'omaggio per il cantante, scomparso solo pochi giorni fa), funestato dal vento e dalla pioggia, e il funerale del padre (su quelle di "Into my arms" di Nick Cave).

15 settembre 2013

Venezia e Locarno 2013

Inizia domani la rassegna milanese dei film di Venezia (e di Locarno). Prevedo di guardare una ventina di pellicole, fra cui il Leone d'Oro ("Il sacro GRA" di Gianfranco Rosi), "The zero theorem" di Terry Gilliam e altri di cui si parla bene ("Locke" di Steven Knight, "Tom à la ferme" di Xavier Dolan, "Nemico di classe" di Rok Bicek, per dirne alcuni). Per incastrare le varie proiezioni dovrò rinunciare a qualcosina: su tutti, a "Gravity" di Alfonso Cuarón, che comunque verrà distribuito ufficialmente a breve. Purtroppo dal cartellone della rassegna mancano i film orientali che attendevo di più (quelli di Hayao Miyazaki, Kim Ki-duk e Tsai Ming-liang): se per il primo (e forse per il secondo) è ipotizzabile un'uscita in sala, temo che l'amato Tsai andrà recuperato in altri modi.

12 settembre 2013

Green Card (Peter Weir, 1990)

Green Card - Matrimonio di convenienza (Green Card)
di Peter Weir – USA/Australia/Francia 1990
con Gérard Depardieu, Andie MacDowell
**1/2

Rivisto in TV.

Georges, un compositore francese, e Brontë, un'ortocultrice newyorkese, contraggono matrimonio pur essendo perfetti sconosciuti e promettendo di non rivedersi più. In questo modo lui può ottenere la carta verde (il permesso di residenza illimitata negli Stati Uniti per gli stranieri) e lei può occupare l'appartamento dei suoi sogni, con annessa una favolosa serra, che i proprietari intendevano affittare soltanto a una giovane coppia. Ma quando gli ispettori dell'immigrazione cominciano ad indagare su di loro, i due dovranno iniziare una forzata convivenza, e studiare alla perfezione il passato e le abitudini l'uno dell'altra, per "dimostrare" di essere davvero marito e moglie. Naturalmente, alle iniziali idiosincrasie per le rispettive differenze (lei è ambientalista, vegetariana, chiusa in sé stessa e rigorosa in tutto ciò che fa; lui è un artista scapigliato, estroverso e spontaneo, che vive alla giornata) seguirà un reale innamoramento. Peter Weir si dà alla commedia romantica leggera (oggi diremmo "chick flick"), allontanandosi per una volta dalla complessità psicologica degli altri suoi lavori, con l'aiuto di due attori assai carismatici e di una sceneggiatura (dello stesso regista) che cerca di superare – o almeno di non far pesare troppo – i limiti intrinseci del genere, su tutti la prevedibilità. Certo, lo spunto di partenza è assai esile, per non dire poco credibile, ma il risultato è quanto meno gradevole, anche perché a ben vedere riesce a "riciclare" sotto forme più facili molti dei temi che Weir aveva già affrontato nei suoi precedenti film: il cambiamento che arriva all'improvviso, l'incontro (o lo scontro) fra culture diverse, il confronto con ciò che ci è estraneo. E anche l'amore fra i due protagonisti, che nasce quasi dal nulla, può essere ricondotto a quel fascino per il mistero e per l'inspiegabile che permea tutto il cinema del regista australiano. Nota a margine: chissà come l'avrebbe girato un Polanski, magari ai tempi de "L'inquilino del terzo piano", vista la presenza inquietante di vicini e dirimpettai ficcanaso. Il film servì a introdurre Depardieu alle audience americane. La scena in cui i due protagonisti si "fabbricano" foto e falsi ricordi sembra riecheggiare "L'ultima donna" di Ferreri (con lo stesso Depardieu). La colonna sonora di Hans Zimmer saccheggia Mozart ed Enya.

8 settembre 2013

Monsters University (Dan Scanlon, 2013)

Monsters University (id.)
di Dan Scanlon – USA 2013
animazione digitale
**

Visto al cinema Odeon, con Sabrina.

Prequel di uno dei più bei lungometraggi Pixar, ovvero "Monsters & Co.", racconta la storia del primo incontro fra Mike Wazowski (la palla verde con un occhio) e James P. Sullivan (il gigante peloso) quando entrambi frequentavano come matricole la facoltà di Spavento alla Monsters University, con l'intenzione di diventare Spaventatori (come rivelato nel primo film, infatti, l'energia del mondo dei mostri è prodotta dalle grida di terrore dei bambini). Inizialmente rivali (Mike condivideva addirittura la stanza con Randy, il camaleonte che sarà il cattivo del primo film), i due protagonisti stringeranno amicizia quando, espulsi dalla facoltà, dovranno unire le forze nel tentativo di farsi riammettere vincendo le "Spaventiadi", una gara inter-universitaria aperta a tutti gli studenti. Indubbiamente divertente, è però più infantile e molto meno originale del prototipo: la trama, mostri a parte, non si discosta dalle tante pellicole a sfondo universitario ambientate nel mondo reale (con tanto di confraternite, tipiche dei college americani), e il tema, oltre alla scoperta di sé e del proprio potenziale, è quello visto e stravisto della rivincita dei "loser" (il gruppo che Mike e Sulley guidano alla vittoria è composto dai peggiori studenti del college, rifiutati da tutte le altre case: peccato che non ci fosse anche un John Belushi come in "Animal House" a sollevare la situazione!). Il film è preceduto come al solito da un cortometraggio, "L'ombrello blu": ma anche questo, che racconta la storia d'amore fra due ombrelli, mi è sembrato meno originale e ispirato rispetto ai corti Pixar visti in passato.

4 settembre 2013

La mala educación (P. Almodóvar, 2004)

La mala educación (id.)
di Pedro Almodóvar – Spagna 2004
con Gael García Bernal, Fele Martínez
***

Rivisto in TV.

Enrique, regista gay in crisi creativa, riceve la visita inattesa di Ignacio, suo compagno (e amante) ai tempi in cui erano bambini in un collegio religioso. Ignacio, che ora si fa chiamare Angel, si propone come attore e gli lascia da leggere un racconto da lui scritto, ispirato alle loro esperienze passate. Nel testo, intitolato "La visita", si parla del tentativo di Zahara, un travestito, di ricattare Padre Manolo, il prete che aveva abusato di lui quando era al collegio. Affascinato, Enrique decide di trarne un film, scritturando per la parte di Zahara (dopo molte esitazioni) proprio Ignacio. Ma questi nasconde un terribile segreto. Sin dai titoli di testa il film dichiara il proprio debito verso il cinema di Hitchcock: e infatti proprio di un thriller melodrammatico si tratta, in linea con lavori precedenti del regista spagnolo (come "Matador" o "La legge del desiderio"), e non di una pellicola di denuncia contro gli abusi sessuali (alla "Magdalene") come molti, all'epoca della sua uscita, lo avevano etichettato. Certo, i temi scabrosi non mancano, ma come sempre sono alleggeriti e immersi nell'atmosfera sospesa e stilizzata che scaturisce dalla regia di Almodóvar , coadiuvato come al solito dalla coloratissima fotografia di José Luis Alcaine. La narrazione procede a strappi in una serie di scatole cinesi dove realtà e finzione (i ricordi dei personaggi, il racconto scritto da Ignacio), presente e passato si fondono, e non mancano i misteri che si svelano poco a poco, anche se a dire il vero la vicenda non è proprio memorabile (a diversi anni di distanza dalla prima visione, avevo rimosso gran parte della trama). Ottima la prova di Bernal, che si sdoppia (e triplica) in abiti maschili e femminili, mentre Fele Martínez (Enrique da adulto) era il protagonista dei primi film di Alejandro Amenábar. Javier Cámara, già nel precedente "Parla con lei", ha il piccolo ruolo di Paquito. Assai curiosa la colonna sonora, che comprende – fra le altre – "Cuore matto", "Quizas quizas quizas", "Torna a Surriento" e "Moon River" (queste ultime, cantate in spagnolo da Ignacio bambino).