23 maggio 2011

Belladonna (Eiichi Yamamoto, 1973)

Belladonna (Kanashimi no Belladonna)
di Eiichi Yamamoto – Giappone 1973
animazione tradizionale
*1/2

Rivisto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Nella Francia medievale, una ragazza viene posseduta da un demone (dalla forma "fallica") e diventa una strega: finirà sul rogo. Pellicola sperimentale realizzata dalla Mushi Production di Osamu Tezuka (ma il maestro non è coinvolto nel progetto), dall'animazione minimalista e spesso assente (sono frequenti i disegni fissi, ai quali si sovrappongono voci, musica ed effetti sonori), un character design che guarda al fumetto francese degli anni '60 e '70 (la protagonista ha le fattezze di Brigitte Bardot, ma ricorda anche le varie "Barbarelle") e alla cultura pop degli stessi anni (alcune sequenze particolarmente psichedeliche, come quella dell'accoppiamento con il demone o quella della peste bubbonica, sembrano uscire da "Yellow Submarine" o dai cartoon di Bozzetto). In più c'è una fortissima dose di erotismo, con molte scene di sesso e di violenza, visto che il film faceva parte della serie "Animerama", pellicole rivolte a un pubblico adulto, l'equivalente animato dei contemporanei pink film. Artisticamente ambizioso, anche se in fondo non poi così originale e innovativo, il lungometraggio non centra però il bersaglio e si rivela noioso, pretenzioso e indisponente: fu un clamoroso insuccesso di pubblico e di critica, che forse contribuì al fallimento della casa di produzione. Più che un film, sembra un art book, peraltro senza nemmeno troppa coerenza di stile (ci sono personaggi realistici e altri caricaturali, delicate immagini ad acquarello e altre semplicistiche e schematiche). Una delle ispirazioni dichiarate è il libro illustrato "La Sorcière" (1862) di Jules Michelet.

21 maggio 2011

Scream 4 (Wes Craven, 2011)

Scream 4 (id.)
di Wes Craven – USA 2011
con Neve Campbell, Emma Roberts
**1/2

Visto in divx.

Nell'anniversario dei delitti di Woodsboro, Sidney Prescott fa ritorno nella sua città natale per promuovere il libro che ha scritto, "Fuori dall'oscurità", che testimonia come ha saputo superare i traumi degli eventi che l'hanno coinvolta in passato. Ma anche Ghostface torna inaspettatamente a colpire, replicando la strage precedente: questa volta fra i suoi obiettivi ci sono Jill, cugina adolescente di Sidney, e i suoi amici, personaggi quasi equivalenti a quelli del primo "Scream" (Jill è la nuova Sidney, Trevor il nuovo Billy, Charlie il nuovo Randy, ecc.) ma allo stesso tempo rappresentanti di una generazione internettara (i maniaci agiscono su Facebook, i video vengono caricati su YouTube) con gusti e valori diversi dalla precedente, naturalmente con nuovi miti e nuovi horror preferiti, per i quali tutto è un gioco e Ghostface è addirittura un idolo ("La tragedia di una generazione è lo scherzo di quella successiva"). Realizzato a oltre dieci anni di distanza dal capitolo precedente, il quarto "Scream" (che vede il ritorno di Kevin Williamson alla sceneggiatura) si occupa per l'appunto di remake, ovvero di riletture – non sempre fedeli – dell'originale. Anche i film slasher si devono adeguare alle mutate esigenze: "ci sono ancora delle regole, ma l'inaspettato è il nuovo cliché", bisogna "avere una sequenza iniziale che spacca, usare una regia da video musicale e gli omicidi devono essere ancora più estremi". I moventi del killer, non a caso, sono la fama e la visibilità, concetti più al passo con tempi in cui la differenza fra i cattivi e le vittime non sono più così nette. E poco importa se si trasgredisce la regola principale di un buon remake: "non cambiare l'originale". Da notare che anche le tecnologie sono evolute: ora ci sono applicazioni per smartphone che consentono di imitare la voce di Ghostface (a proposito, questo è il primo film in cui viene usato questo nome anche nella versione italiana) e webcam che consentono di trasmettere online e in diretta tutto quello che si vede ("Se vuole essere innovativo, il killer deve riprendere i suoi omicidi: è una sorta di evoluzione naturale degli psico-horror").

Il tentativo di rinnovare la saga (che molti ormai ritenevano conclusa con il terzo capitolo) riesce forse solo in parte, e il senso di deja vu (peraltro voluto) è forte, ma tutto sommato la pellicola è sufficientemente godibile e divertente. Come sempre si sguazza nei riferimenti metacinematografici, e la sceneggiatura fa riferimento alle nuove tendenze dell'horror (di "Saw" si dice che "fa schifo, non fa paura. È solo sadico, a metà fra splatter e porno. Non interessa a nessuno chi muore, non c'è sviluppo dei personaggi, solo squartamenti e fiumi di sangue"; ma ce n'è anche per lo stesso "Scream": "Un mucchietto di ragazzini logorroici che si mettono a decostruire i film horror... Visto fino alla nausea: le solite metacazzate postmoderne. Andava bene nel 1996". In compenso, "L'alba dei morti dementi" viene apprezzato). Se "Scream" è arrivato al quarto capitolo, "Stab" ("Squartati", la serie di film nei film che a esso si ispira) ha fatto persino di meglio: è già al numero 7 – un (auto)ironico riferimento alla facilità con cui gli horror sfornano seguiti – e il suo livello è evidentemente precipitato sempre più in basso ("Non riesco a crederci, fanno un sequel dopo l'altro e riciclano in continuazione le stesse cazzate..."). Memorabile la tripla sequenza introduttiva, particolarmente elaborata, che trasporta lo spettatore attraverso gli incipit (contenuti l'uno nell'altro!) di "Stab 6", "Stab 7" e finalmente di "Scream 4", senza fargli capire di primo acchito se sta guardando in effetti il film "reale" o le sue meta-derivazioni. Le protagoniste delle tre scene sono rispettivamente Shenae Grimes e Lucy Hale, Anna Paquin e Kristen Bell, e Aimee Teegarden e Brittany Robertson. Sempre restando alla serie di "Stab", si rivela che il primo film era stato diretto da Robert Rodriguez (e se qualcuno lo ritiene improbabile, si ricordi che proprio Rodriguez aveva realizzato "The faculty", per molti versi il film gemello di "Scream", sempre su sceneggiatura di Kevin Williamson) e si rivedono alcune delle scene con Heather Graham. Quanto al resto del cast, tornano naturalmente David Arquette e Courteney Cox nei ruoli di Linus e Gale (il cui matrimonio, dopo dieci anni, è un po' in crisi: come nella realtà!), mentre ci sono numerose new entry: in particolare Emma Roberts (la nipote di Julia), Hayden Panettiere, Rory Culkin, Nico Tortorella. Alison Brie è l'opportunista agente letteraria di Sidney, Marley Shelton la giovane vicesceriffo che scatena la gelosia di Gale, Anthony Anderson e Adam Brody i poliziotti (il primo si chiama Anthony Perkins!) che commentano "i poliziotti di scorta fanno sempre una brutta fine" (regola naturalmente confermata). Manca invece il detective Kincaid: Patrick Dempsey era impegnato in altri progetti e non ha potuto partecipare al nuovo film.

20 maggio 2011

Scream 3 (Wes Craven, 2000)

Scream 3 (id.)
di Wes Craven – USA 2000
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette
**1/2

Rivisto in divx.

Il terzo capitolo della saga horror più autoconsapevole e metacinematografica per eccellenza non poteva che svolgersi direttamente a Hollywood, nella mecca del cinema: negli studi della Sunrise è infatti in produzione "Stab 3" ("Squartati 3", in italiano), film conclusivo della trilogia ispirata ai fatti di Woodsboro (inutile dire che "Stab" e "Stab 2", nella finzione della serie, sono l'esatto equivalente di "Scream" e "Scream 2"). Ma stavolta "finzione" e "realtà" procedono di pari passo, visto che il terzo "Stab" non si basa su fatti già accaduti ma finisce col confondersi con gli eventi che riguardano i suoi stessi interpreti: il redivivo Ghostface, infatti, comincia a trucidare gli attori della pellicola nello stesso ordine in cui è prevista la loro morte nella sceneggiatura (il primo a essere eliminato è Cotton Weary; la seconda è un'attricetta interpretata da Jenny McCarthy, guest star d'occasione come Drew Barrymore e Sarah Michelle Gellar nei due film precedenti). Il killer, che lascia sui luoghi del delitto alcune fotografie di Maureen Prescott (la madre di Sidney) da giovane, sta cercando di rintracciare la stessa Sidney, che nel frattempo si è isolata dal mondo e vive sotto falso nome in un ranch sulle colline californiane, lavorando per un call center contro la violenza sulle donne. Richiamata dai delitti, e tormentata dal fantasma della madre, la ragazza si unirà agli amici Gale e Linus (oltre che al giovane detective Kincaid) per svelare i misteri del passato di Maureen e per tentare di scoprire l'identità del misterioso assassino: la sanguinosa resa dei conti avverrà nella villa del produttore John Milton (Lance Henriksen), per il quale Maureen aveva lavorato come attrice di film horror (te pareva!) negli anni settanta.

Anche se oggi è uscito un quarto episodio, all'epoca tutto – compreso il finale per una volta pacificante e rilassato – lasciava intendere che "Scream 3" fosse il capitolo conclusivo della saga di Craven e Williamson (quest'ultimo, impegnato in altri progetti, è accreditato solo come produttore e creatore dei personaggi: la sceneggiatura – più sbilanciata sul versante della satira e della commedia che su quello della violenza – è invece di Ehren Kruger, un cognome che peraltro evoca proprio incubi craveniani), e dunque i personaggi discettano a proposito dei "terzi capitoli di una trilogia". Il cinefilo Randy, ucciso nel film precedente, si ripresenta attraverso un filmato-testamento, registrato su videocassetta, per spiegare agli amici anche questa volta quali sono le regole da rispettare: negli episodi conclusivi delle trilogie, infatti, "si torna all'inizio della storia e si scopre che cose credute vere non lo erano affatto"; inoltre il killer si rivelerà quasi sovrumano, e per eliminarlo non basterà più sparargli o pugnalarlo; infine, chiunque potrà morire: anche il protagonista principale o i comprimari ai quali il pubblico si è più affezionato. Tutto è complicato dal fatto che esistono tre versioni diverse del copione di "Stab 3", dato che i produttori non volevano che il finale finisse su internet. "Tre versioni, tre personaggi diversi che devono morire... Chissà che versione ha letto il killer?".

Eppure, rispetto ai capitoli precedenti, c'è minor tensione: la colpa è forse da attribuire alla crociata contro i film violenti che all'epoca furoreggiava negli Stati Uniti, subito dopo la strage della Columbine High School. Ma i filmmaker si difendono, ripetendo (come in "Scream 2") che accusare la vita di imitare i film non ha senso (semmai è vero il contrario). Ghostface, come previsto da Randy, è più evanescente che mai, un vero e proprio fantasma, dotato fra l'altro dell'incredibile capacità di imitare le voci altrui (attraverso l'apparecchio che in precedenza gli consentiva solo di camuffare la propria voce al telefono). A questo proposito, telefoni e cellulari hanno un ruolo ingigantito, e vengono utilizzati in continuazione. Per gran parte della pellicola Sidney si mantiene defilata e i protagonisti sono Linus e Gale con i loro battibecchi amorosi: sullo schermo formano una coppia proprio come David Arquette e Courteney Cox facevano ormai nella vita: si erano sposati infatti nel 1999, e l'attrice è dunque accreditata come Courteney Cox Arquette. Mentre Liev Schreiber e Jamie Kennedy riprendono brevemente (per l'ultima volta?) i propri ruoli, le new entry del cast comprendono Patrick Dempsey (Kincaid), Parker Posey (Jennifer, che interpreta Gale Weathers in "Stab 3" ed è protagonista di divertenti duetti con la "vera" Gale), Emily Mortimer (Angelina, Sidney in "Stab 3", che sostituisce Tori Spelling) e Scott Foley (Roman, il regista di "Stab 3"). Esilaranti i cameo: su tutti quelli di Jay e Silent Bob (alias Jason Mewes e Kevin Smith), in visita agli studios, e di Carrie Fisher nei panni di Bianca Burnette, un'ex attrice che accusa la stessa Fisher di aver dormito con George Lucas per ottenere la parte della principessa Leia in "Guerre stellari".

19 maggio 2011

Scream 2 (Wes Craven, 1997)

Scream 2 (id.)
di Wes Craven – USA 1997
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette
***

Rivisto in divx.

Sono passati un paio d'anni dai delitti di Woodsboro: Sidney frequenta ora l'università (il Windsor College) e contemporaneamente aspira a diventare attrice teatrale. Ma nelle sale cinematografiche esce un film ("Stab", in italiano "Squartati") tratto dai fatti del primo "Scream", per la precisione dal libro che Gale Weathers ha scritto sulla vicenda ("Non è soltanto un film, è una storia vera", commentano alcuni spettatori): il suo lancio, oltre a far riaccendere i riflettori dei media sulla ragazza (che ne farebbe volentieri a meno), spinge un misterioso emulo di Ghostface a rinverdirne le gesta. Le prime morti avvengono proprio in un cinema dove si proietta la pellicola (i protagonisti della sequenza introduttiva sono Omar Epps e Jada Pinkett), mentre sullo schermo scorrono le immagini del primo omicidio della storia precedente e gran parte degli spettatori in sala indossa maschere identiche a quella del killer, rendendo così difficile identificarlo. Quando altri delitti si verificano nel campus dove vive Sidney, la polizia e gli amici più vicini alla ragazza (compresi "Linus" Riley e Gale Weathers) si rendono conto che l'assassino sta replicando le azioni del primo killer e realizzando una sorta di personale sequel. E ancora una volta tutti sono sospettati, compresi i superstiti del film precedente: anzi, probabilmente l'assassino è proprio qualcuno legato ai sanguinosi delitti di allora.

Come la loro creatura, anche Wes Craven e lo sceneggiatore Kevin Williamson tornano sul luogo del delitto, realizzando un sequel che parla, naturalmente, di sequel cinematografici e dunque di sé stesso (peccato però che la versione italiana confonda pedestramente il termine sequel con serial, usando il secondo per tradurre il primo: eppure non sono la stessa cosa!). E così i personaggi si lamentano della cattiva qualità dei seguiti ("Il genere horror è stato solo danneggiato dai sequel!"), disquisiscono sui rari casi in cui un secondo capitolo si è dimostrato all'altezza o anche migliore dell'originale (fra i titoli suggeriti figurano "Aliens", "Terminator", "Il padrino", "La casa"...), il movie geek Randy – che ora studia teoria cinematografica – spiega le regole da rispettare nella realizzazione di un sequel horror (più sangue, più morti, scene più elaborate...), e diversi elementi e spunti del primo "Scream" si ripresentano quasi identici (ma con alcune sottili differenze). C'è anche spazio per riflessioni sul possibile influsso negativo dei film violenti sulla società ("I film sono responsabili delle nostre azioni?": scopriremo in effetti che l'assassino intende difendersi in tribunale dando la colpa del suo comportamento proprio a "Stab") e sull'origine della violenza giovanile (è colpa del cinema, della famiglia o della società?). "È il classico caso di vita che imita l'arte che imita la vita".

Naturalmente anche il gioco metacinematografico si fa più sofisticato, grazie alle scene di "Stab" che ripropongono fedelemente sequenze del primo "Scream" (gli attori, ovviamente, sono diversi: Sidney sullo schermo è interpretata ironicamente da Tori Spelling, dopo che Neve Campbell nel film precedente, all'amica che le chiedeva "Se facessero un film su di te, chi farebbe la tua parte?", aveva risposto "Io dico Meg Ryan da giovane. Ma con la fortuna che ho, la farebbero fare a Tori Spelling"; Billy è Owen Wilson, mentre Casey – la prima vittima, Drew Barrymore in originale – è Heather Graham). Alcune delle scene più coinvolgenti, compreso l'intero scontro finale (con la rivelazione dell'identità del killer), si svolgono sul palco di un teatro: è ironico che un film che parli tanto di cinema ambienti le sue scene clou su un set teatrale (dove è di scena una tragedia greca, perfettamente in linea con i temi della vendetta e della morte: e le maschere del coro, impersonificazione dell'arte drammatica classica, ricordano nelle fattezze quella di Ghostface). Ma anche questi sono esempi dell'autoironia di Craven e Williamson (come quando Randy, parlando del film "Stab", lo liquida con un "Me lo vedrò in cassetta"). Fra i tanti tocchi ironici, la preoccupazione del nuovo cameraman di Gale quando scopre che l'operatore nel film precedente era stato sgozzato. Nel cast, che vede il ritorno dei principali attori sopravvissuti nel primo capitolo, ci sono alcune new entry (Sarah Michelle Gellar nel ruolo di Cici, in una scena che rispecchia quella con Drew Barrymore nel film precedente; e ancora Laurie Metcalf, Elise Neal, Jerry O'Connell, Timothy Olyphant, più Lewis Arquette – padre di David – nei panni dello sceriffo) e un maggior spazio per Liev Schreiber nel ruolo di Cotton Weary (che Sidney aveva accusato ingiustamente della morte di sua madre, anni prima, e che nel primo "Scream" era apparso solo di sfuggita).

17 maggio 2011

Scream (Wes Craven, 1996)

Scream - Chi urla muore (Scream)
di Wes Craven – USA 1996
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette
***1/2

Rivisto in divx.

Nella tranquilla cittadina di Woodsboro, un serial killer mascherato semina il panico fra gli studenti del liceo locale. A essere presa di mira, in particolare, è la giovane Sidney Prescott, la cui madre Maureen era già stata uccisa un anno prima. Già creatore di una delle più fortunate saghe horror di tutti i tempi ("Nightmare"), Wes Craven si conferma un maestro del genere sfornando un intelligente esempio di metacinema che darà vita a sua volta a una nuova e popolare serie (è da poco uscito nelle sale il quarto capitolo) in grado di combinare elementi dello slasher, del giallo e della commedia. Autoreferenziale e autoironico ("Comincia a sembrare un film di Wes Carpenter", dice a un certo punto un personaggio, creando una buffa commistione fra i nomi dei registi di "Scream" e di "Halloween"), non si tratta di una semplice parodia (non cita scene di altre pellicole per prendersene gioco, come invece faranno per esempio i vari "Scary Movie", che proprio di "Scream" sono una degenerazione: e dire che "Scary Movie" era appunto il titolo di lavorazione del film di Craven) ma di un appassionato omaggio allo stesso genere cui appartiene, ovvero il filone dell'horror/slasher anni ottanta e novanta. Ne rilegge gli stilemi e gioca con i suoi cliché (la cittadina di campagna, l'ambientazione scolastica o giovanile, il killer in maschera), ma allo stesso tempo offre suspense, paura e divertimento fino all'ultima scena e riesce a creare situazioni e personaggi terrorizzanti che non sfigurerebbero nella galleria dei più significativi del genere: su tutti spicca naturalmente Ghostface, il killer con cappa nera, coltellaccio e maschera che ricorda l'Urlo di Munch (da cui il titolo del film, che fa riferimento anche alle cosiddette Scream queen, le reginette dei film dell'orrore), la cui vera identità rimane in dubbio fino alla fine, lasciando allo spettatore la possibilità di sospettare di ognuno (d'altronde, come viene spiegato, "c'è una formula standard, una formula semplicissima: sono tutti sospettati!"). La grande novità della pellicola, comunque, è quella di essere ambientata in un "mondo reale", dove i personaggi vedono i film horror e ne conoscono tutti i segreti, i luoghi comuni e gli stereotipi, sapendo dunque come ci si deve comportare in situazioni del genere. Memorabile, per esempio, il momento in cui uno dei personaggi (Randy, commesso in una videoteca ed esperto cinefilo con una passione particolare – inutile dirlo – per le pellicole dell'orrore) enuncia quali sono le "regole per sopravvivere in un film horror": non fare sesso (solo i vergini sopravvivono!), non ubriacarsi o drogarsi, e mai dire "Torno subito".

Craven si era già ampiamente tuffato nel metacinema con "Nightmare: Nuovo Incubo", il settimo film della saga di Freddy Krueger, dove si autocitava e ironizzava su sé stesso e sulla sua creatura: l'intera saga di "Scream" può essere considerata un ampliamento delle idee alla base di quella pellicola. Innumerevoli sono dunque le strizzatine d'occhio cinefile: i personaggi citano film come "Halloween", "Venerdì 13", "Carrie", "La casa", lo stesso "Nightmare" ("Ma solo il primo dava i brividi, i successivi non valevano niente!") e attori (disquisisendo su icone del genere come Jamie Lee Curtis, la scream queen per eccellenza), esprimono concetti metacinematografici ("Tutta la vita è un film, solo che non puoi scegliere il genere"; "Se questo fosse un film horror, sarei il primo sospettato") e derivano per l'appunto le proprie regole di comportamento dagli stessi film di cui sono appassionati, come se la storia che stanno vivendo fosse una sceneggiatura cinematografica ("Non devi mai chiedere 'Chi è?', non li vedi i film dell'orrore? Tanto vale chiedere di morire"). Ma c'è anche spazio per una difesa dell'horror da chi lo accusa di traviare i giovani: "Non dare la colpa al cinema. I film non fanno nascere nuovi pazzi, li fanno solo diventare più creativi!". L'intuizione di questo particolare approccio, così come gran parte del merito del risultato finale, è dello sceneggiatore Kevin Williamson, che in seguito ripeterà l'operazione con "The Faculty" di Robert Rodriguez, dove sostituirà al cinema dell'orrore quello della fantascienza degli anni cinquanta. Da notare che il successo di "Scream" contribuirà a ridare vigore e popolarità proprio allo slasher adolescenziale, genere che all'epoca molti davano ormai per finito e che negli anni immediatamente successivi ha ripreso quota con titoli come "So cosa hai fatto" o "Final destination".

Da cult l'incipit con Drew Barrymore nei panni della prima vittima del killer, che le telefona per mettere alla prova la sua conoscenza riguardo agli horror classici ("Come si chiamava l'assassino di Venerdì 13?"), una scena ansiogena e magistrale che sarà a sua volta citata e parodizzata più volte in altre pellicole (compreso gli "Scream" successivi!). Il tema del killer che telefona alle sue vittime prima di ucciderle, fra l'altro, rimarrà uno dei tratti più caratteristici di tutta la serie ("Qual è il tuo horror preferito?", è la sua domanda tipica). Ma tutto il roster dei personaggi di questo primo capitolo è ricchissimo: molti fanno naturalmente una brutta fine, mentre altri riusciranno a sopravvivere e saranno pronti a tornare nei sequel ("Dobbiamo sopravvivere per fare il seguito!", dicono alcuni esplicitamente): a fianco alla protagonista Sidney (Neve Campbell, nel ruolo più celebre della sua carriera) spiccano l'ambiziosa reporter d'assalto Gale Weathers (Courteney Cox) e il vicesceriffo bamboccione Dwight "Linus" Riley (David Arquette), il cui soprannome nella versione originale è "Dewey". Da notare che la Cox e Arquette, conosciutisi proprio sul set di "Scream", si sposeranno nel 1999, esattamente come saranno destinati a fare i loro personaggi: un altro esempio di vita reale che imita la finzione cinematografica. Completano il cast Skeet Ulrich (Billy, il tenebroso boyfriend di Sidney), Rose McGowan (l'amica Tatum), Matthew Lillard (lo sciroccato Stuart), Jamie Kennedy (il nerd Randy) e – in un gustoso cameo non accreditato – Henri Winkler nei panni del preside del liceo di Woodsboro, per ironia della sorte (stiamo pur sempre parlando di Fonzie!) insofferente alle intemperanze dei giovani e protagonista di un'imperdibile gag con il bidello Freddie Krueger. Geniale, nella sua assurdità, la trovata della videocamera che riprende la festa e invia le immagini con un ritardo di 30 secondi, impedendo a chi le guarda di scoprire cosa accade in tempo reale, così come sono al contempo terrorizzanti e comiche le colluttazioni dell'impacciato assassino con le sue vittime, durante le quali si sprecano botte e capitomboli. La colonna sonora di Marco Beltrami è impreziosita da un brano di Nick Cave ("Red right hand") che a sua volta diventerà una costante dell'intera serie.

16 maggio 2011

Source code (Duncan Jones, 2011)

Source code (id.)
di Duncan Jones – USA 2011
con Jake Gyllenhaal, Michelle Monaghan
**1/2

Visto al cinema Uci Assago, con Hiromi.

Collegato a una straordinaria e avveniristica apparecchiatura, il pilota di elicotteri militari Colter Stevens ha la possibilità di trasferire la propria coscienza indietro nel tempo e nel corpo di Sean, una delle vittime di un catastrofico attentato terroristico, rivivendo così in continuazione i suoi ultimi otto minuti di vita a bordo di un treno per Chicago. Dovrà cercare di individuare la bomba e l'attentatore: a ogni fallimento, viene rimandato indietro per effetturare un nuovo tentativo. Dopo il suo brillante debutto con "Moon", Duncan Jones (alias Zowie Bowie) continua a frequentare la fantascienza "a sfondo umano" e sforna un altro film interessante, ricco di colpi di scena e di stimolanti suggestioni sull'identità e il destino, che unisce il tema della ripetizione temporale di "Ricomincio da capo" a quello dell'indagine poliziesca nello spazio-tempo di "Deja vu" (ma lo spunto del protagonista che si ritrova in un corpo altrui ricorda parecchio anche la serie televisiva "In viaggio nel tempo", alias "Quantum leap"). Il principio scientifico su cui si basa la vicenda è ovviamente del tutto implausibile, ma se si cominciano a mettere in questione le premesse del film non si va da nessuna parte. Nel finale, però, la pellicola cala di ritmo e perde qualche colpo: alla lunga il meccanismo si fa ripetitivo e il controfinale lieto è forse superfluo (perché la pellicola non è stata fatta terminare al momento del "fermo immagine"? Sarebbe stata una conclusione perfetta). Nel cast, più che Gyllenhaal o la Monaghan, brilla Vera Farmiga nei panni del tenente Goodwin, ufficiale di collegamento fra il protagonista e la sua missione.

14 maggio 2011

The beach (Danny Boyle, 2000)

The beach (id.)
di Danny Boyle – GB 2000
con Leonardo DiCaprio, Virginie Ledoyen
*1/2

Rivisto in TV, con Hiromi.

Un giovane americano (DiCaprio) in fuga dalla vita quotidiana e familiare, e una coppia di fidanzati francesi (Guillaume Canet e Virginie Ledoyen) che il primo ha conosciuto a Bangkok, scoprono l'esistenza di una spiaggia magnifica e incontaminata su un'isola al largo delle coste delle Thailandia, sulla quale si sprecano leggende e dicerie, e decidono di raggiungerla a nuoto. Peccato che metà dell'isola sia riservata alle coltivazioni di marijuana dei narcotrafficanti del "triangolo d'oro", mentre l'altra metà (quella con la spiaggia) sia già occupata da una comunità di ragazzi che come loro rifuggono dalle ipocrisie della civiltà, della tecnologia e del consumismo. I tre amici si uniscono comunque al gruppo, convinti di aver trovato il paradiso in terra: ma incomprensioni, risentimenti, invidie, passioni e litigi, per non parlare degli attacchi degli squali e delle minacce dei contadini, romperanno l'idillio e porteranno la "comune" alla rovina. Paesaggi da cartolina, suggestioni hippy fuori tempo massimo, atmosfere poco convincenti e sviluppi telefonati: forse il peggior film di Boyle (che era sbarcato a Hollywood sulla scia degli interessanti "Piccoli omicidi fra amici" e "Trainspotting", e che in futuro avrà comunque modo di riscattarsi e persino di vincere un Oscar!), un misto fra "Il signore delle mosche", "Apocalypse now" e la pubblicità di un villaggio vacanze. DiCaprio (in sostituzione di Ewan McGregor, che aveva litigato con il regista), ancora un po' acerbo ma reduce dal grande successo di "Titanic", è fra le cose migliori di una pellicola debole e puerile, che vanta anche interpreti di valore come Tilda Swinton (Sal, la leader della comunità) e Robert Carlyle (Duffy, lo sciroccato che dona a DiCaprio la mappa per raggiungere l'isola), purtroppo al servizio di personaggi piatti e stereotipati (su tutti, i due francesi).

11 maggio 2011

Picnic ad Hanging Rock (P. Weir, 1975)

Picnic ad Hanging Rock (Picnic at Hanging Rock)
di Peter Weir – Australia 1975
con Rachel Roberts, Dominic Guard
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria e Stefano.

Nel giorno di San Valentino del 1900, un gruppo di studentesse di un college privato dell'entroterra australiano si reca a fare un picnic ai piedi di Hanging Rock, antichissima formazione geologica e vulcanica nello stato di Victoria. In un'atmosfera di impalpabile sospensione (il tempo sembra fermarsi, passato e presente si compenetrano, la natura e gli animali rimangono in osservazione), accade qualcosa di inesplicabile: tre ragazze (la bellissima Miranda e le compagne Irma e Marion) e un'insegnante (l'anziana Miss Craw), attratte da una forza misteriosa, si arrampicano sulla roccia e scompaiono nel nulla. Le ricerche e le indagini della polizia non portano ad alcun risultato: ma una settimana più tardi, il giovane inglese Michael riuscirà in qualche modo a "riportare indietro" una delle ragazze, Irma. L'affascinante film di Weir, uno dei capolavori del suo periodo australiano, pone molte domande allo spettatore senza apparentemente fornire le risposte: il trascendente, l'ignoto e il mistero (perché sia Irma che Michael hanno le medesime ferite sulla fronte e sulle mani?) rimangono impenetrabili a chi non desidera o non è in grado di avvicinarvisi (come, nel film, fa la quarta studentessa, Edith, che sceglie di non attraversare la soglia). Ma una chiave di lettura è fornita dalla bellissima colonna sonora, che oltre alle sonorità inquietanti di Bruce Smeaton (più Bach, Mozart, Tchaikovsky e Beethoven, con l'adagio del concerto per pianoforte n. 5 che Weir riutilizzerà anche in un altro film ambientato in un college, "L'attimo fuggente") contiene temi eseguiti da Gheorghe Zamfir con il flauto di Pan: strumento non certo scelto a caso, visto che Pan era il dio della natura selvaggia, colui che rapiva le ninfe (e al quale erano consacrate le cime dei monti!). Le sue fattezze (corna e zampe di caprone) hanno ispirato nella nostra cultura quelle del diavolo, e difatti Hanging Rock può essere assimilata a una di quelle località, sparse un po' in tutto il globo, che tradizionalmente sono indicate come via d'accesso agli inferi: una voragine che inghiotte le persone (soprattutto le fanciulle: vedi Persefone!) e dove è possibile entrare in contatto – spirituale o fisico – con "l'altro mondo", oppure con la parte di questo mondo che normalmente non è visibile a tutti.

Che stiamo parlando di un "passaggio" lo dimostra anche la collocazione geografica (l'Australia era davvero "un altro mondo" per gli europei, segnatamente per gli inglesi come i protagonisti di questo film; anche se nella pellicola non sono presenti aborigeni – a differenza di un altro film di Weir di questo periodo, "L'ultima onda" – con l'eccezione di qualcuno che si intravede fra coloro che cercano le ragazze, è chiaro il collegamento con le "vie dei canti" e i sogni: lo suggeriscono, per esempio, la visione notturna di Michael che si trova dinnanzi Miranda trasformata in cigno, o il sogno dell'amico Albert in cui la sorella Sara giunge a salutarlo per l'ultima volta) e soprattutto quella temporale (siamo esattamente nel 1900, ovvero nel passaggio da un secolo a un altro). Pan è anche un dio fortemente legato alla sessualità: e dunque quella di queste ragazze, dall'aspetto verginale, vestite di bianco, è una vera e propria iniziazione, un rito di passaggio verso la maturità e l'età adulta. Miranda e le sue amiche vengono "chiamate" dalla natura (e nella natura ci si addentra a piedi nudi, senza il corsetto o vestiti ingombranti), guarda caso a mezzogiorno preciso ("l'ora di Pan"): "C'è un tempo e un luogo giusto perché ogni cosa abbia principio, e fine...". Eppure la ricchezza (anche visiva, oltre che di contenuti) del film sembra suggerire molti altri paralleli: notevole quello, avanzato da Giuliano nel suo blog, con "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Carroll: la ragazza che sparisce in un buco, l'ambientazione vittoriana, gli orologi, la matematica, gli animali, i personaggi e i loro abiti (la direttrice della scuola ricorda davvero, anche nell'aspetto, la Regina di Cuori)... Ma l'intera vicenda può anche essere letta più semplicemente come una metafora del tema della scomparsa: che sia per eventi naturali o violenti, tutti prima o poi sono destinati ad andarsene, e quelli che rimangono devono fare i conti con la loro assenza (Weir ha dichiarato di essere stato molto colpito dalle testimonianze di coloro che avevano perduto i propri cari durante la prima guerra mondiale: e di molti, dispersi in battaglia e la cui sorte è rimasta sconosciuta, hanno inutilmente atteso il ritorno per anni e anni).

L'atmosfera onirica e soprannaturale si tinge dunque di concretezza (il sangue delle ferite, la presenza fisica delle rocce – che sembrano volti umani – e degli alberi, gli sguardi degli animali), la dolcezza e l'eterea figura delle ragazze contrastano con le rigide norme di comportamento dell'epoca vittoriana (della dura disciplina e dell'oppressione fra le quattro mure del college fa le spese soprattutto la fragile e sensibile Sara, orfana e indifesa, che vive in adorazione della compagna Miranda). Anche per questo, nonostante il tripudio di pizzi, abiti bianchi, fiori e poesie, il film non risulta assolutamente melenso, e al posto del sentimentalismo troviamo la suspense e – come abbiamo visto – una continua tensione sessuale (che si tratti di iniziazione o di repressione). A renderlo indimenticabile, oltre alla colonna sonora, ci sono l'eccellente regia, la splendida fotografia (molte sequenze sono incredibilmente pittoriche), i vertiginosi scenari e le intense interpretazioni (magnifica la galleria di volti delle protagoniste: "Miranda è un dipinto del Botticelli", dice l'istitutrice francese). Ai numerosissimi personaggi, anche quelli minori, rendono giustizia molti bravi attori: spiccano, fra i tanti, Rachel Roberts nei panni dell'autoritaria Miss Appleyard, la direttrice del collegio, e Anne Louise Lambert in quelli della bellissima Miranda (nome shakesperiano...), personaggio centrale nonostante compaia solo nella prima mezz'ora di film. Il romanzo originale di Joan Lindsay (e in parte anche il lungometraggio) lasciava intendere che la vicenda narrata fosse tratta da una storia vera, di cui però non vi è menzione nella stampa dell'epoca. Il successo del film (una delle prime pellicole australiane a raggiungere una certa notorietà internazionale) ha dato un forte impulso alla carriera del bravissimo regista. Nel 2018 dal romanzo di Lindsay è stata tratta anche una miniserie televisiva in sei episodi.

9 maggio 2011

Terminator Salvation (McG, 2009)

Terminator Salvation (id.)
di McG – USA 2009
con Christian Bale, Sam Worthington
**

Visto in DVD, con Martin.

Siamo nel 2018: la guerra fra uomini e macchine è ormai in corso da quasi quindici anni (ovvero dalla conclusione di "Terminator 3") e John Connor (Bale), riconosciuto da tutti come uno dei leader – anche se non l'unico – della resistenza, cerca di rintracciare e di proteggere Kyle Reese (Anton Yelchin), il ragazzo che è destinato a diventare suo padre (come John sa grazie alle registrazioni lasciategli dalla madre). Troverà un alleato in Marcus Wright (Worthington), condannato a morte per omicidio nel 2003 e risvegliatosi inconsapevolmente come cyborg, che lo aiuterà a penetrare nel quartier generale di Skynet e persino ad affrontare il primo Terminator T-800 (le cui sembianze, quelle di uno Schwarzenegger giovane e ipermuscoloso, sono state ovviamente ricostruite al computer). Il quarto episodio della franchise – il primo senza Schwarzy – segna un notevole stacco rispetto ai tre precedenti: per la prima volta la vicenda non è ambientata nel presente ma nel futuro (di cui si erano intravisti finora soltanto brevi flash), non mette un Terminator al centro della storia e non fa uso del meccanismo del viaggio temporale. Oltre che un sequel, tecnicamente è anche un prequel, visto che si svolge prima degli eventi che hanno messo in moto il primo film (ovvero il viaggio di Kyle indietro nel tempo). Worthington ruba spesso la scena a Bale: nei progetti iniziali, il cyborg avrebbe dovuto essere il protagonista assoluto della pellicola ed essere interpretato proprio da Bale; ma quando questi ha manifestato il desiderio di vestire invece i panni di John Connor, lo script è stato modificato per ampliarne il ruolo. Piccole parti per Helena Bonham Carter (la scienziata che trasforma Marcus in cyborg), Bryce Dallas Howard (Kate, la moglie di John, che nel terzo film era interpretata da Claire Danes) e Michael Ironside (il generale a capo dei ribelli). Il regista (l'ex discografico Joseph McGinty, che si firma con uno pseudonimo e che finora era noto al cinema solo per i due brutti film sulle Charlie's Angels) dirige senza infamia e senza lode, concedendosi anche qualche spettacolare piano sequenza, come nella scena iniziale in cui John Connor tenta di fuggire in elicottero ma viene abbattuto. Le aspettative erano basse, e il risultato non fa che confermarle, ma nel complesso bisogna dar atto al film – che pure non brilla per originalità e ripropone situazioni già viste in molte pellicole SF/horror d'azione e post-apocalittiche – di essere riuscito in qualche modo a sterzare la saga in nuove direzioni. Certo, del cupissimo futuro che Cameron ci aveva lasciato intravedere, quello con pile di teschi umani schiacciati dai cingoli dei carri robotici, non c'è traccia: sembra di trovarsi in uno dei seguiti di "Resident Evil", e il fascino è decisamente minore.

8 maggio 2011

Terminator 3: Le macchine ribelli (J. Mostow, 2003)

Terminator 3: Le macchine ribelli (Terminator 3: Rise of the Machines)
di Jonathan Mostow – USA 2003
con Arnold Schwarzenegger, Nick Stahl
**1/2

Rivisto in DVD.

John Connor credeva di essere riuscito a scongiurare l'avvento del "giorno del giudizio" (ovvero il momento in cui la rete informatica Skynet avrebbe sviluppato l'autocoscienza e lanciato un attacco nucleare contro l'umanità, dando inizio alla rivolta delle macchine), ma in realtà lo aveva solo rinviato. Dieci anni dopo gli eventi di "Terminator 2", un nuovo cyborg proveniente dal futuro (questa volta di aspetto femminile: la terminatrix T-X) giunge per dare la caccia a lui e a coloro che diventeranno i suoi luogotenenti, compresa la veterinaria Kate Brewster, sua futura moglie e braccio destro. Proprio Kate ha inviato a sua volta indietro nel tempo un altro Terminator, riprogrammato per proteggere John e sé stessa e assicurarsi che sopravvivano al disastro nucleare. Forse non c'era bisogno di nuovi capitoli della saga (come dimostra il mancato coinvolgimento di Cameron), ma almeno il semisconosciuto Mostow non stravolge lo spirito dell'originale e riesce addirittura a rimediare ai "danni" del secondo capitolo, rimettendo la storia su binari più stabili e correggendo alcuni paradossi temporali (creandone però di altri: come fa il cyborg "buono" a essere già dotato di senso dell'umorismo e addestrato a non fare vittime umane?). Anche se è ambientato tutto in un solo giorno, la struttura del film ricalca da vicino quella dei due lungometraggi precedenti, e in particolare quella di "Terminator 2", con tanto di caccia all'uomo e lotta fra due androidi (con quello cattivo più avanzato e dotato di capacità mimetiche). Certo, il film non ha lo stesso impatto degli primi due episodi, e da un punto di vista tecnico e artistico il confronto con le pellicole di Cameron risulta tutto a suo svantaggio: è più semplice e lineare, meno ambizioso e sofisticato, e punta solo a intrattenere il pubblico (riuscendoci peraltro abbastanza bene) senza innovare od offrire particolari suggestioni (bello comunque il finale apocalittico). Eppure è salvato da una buona dose di ironia (l'arrivo di Schwarzenegger parodizza quelli dei primi due film: esilarante la scena in cui inforca i frivoli occhiali dello stripper di un locale per sole donne) e da alcune adrenaliche sequenze d'azione (su tutte l'inseguimento con l'autogru che devasta l'intera strada). L'unico attore a tornare dagli episodi precedenti, oltre a Schwarzy, è Earl Boen, lo psicologo della polizia che fa una breve comparsata. Linda Hamilton è invece assente: apprendiamo infatti che Sarah Connor è morta, e che da allora John si è dato alla fuga da sé stesso e dalle sue responsabilità. Deludente, tutto sommato, Kristanna Loken nei panni della Terminatrix: peccato, perché l'idea di un'antagonista femminile era buona (divertente l'espressione orgasmica che assume quando si rende conto che il suo bersaglio primario, ossia John Connor, è nelle vicinanze), mentre Nick Stahl e la simpatica Claire Danes in quelli di John e Kate non lasciano particolare impressione (tanto che nel quarto film verranno entrambi sostituiti da altri attori). Per Schwarzy, che ormai inizia a mostrare i suoi anni (i muscoli sono frutto della computer grafica!), è stato l'ultimo ruolo da protagonista prima di dedicarsi alla politica e diventare governatore della California. Curiosa una citazione da "Commando" ("Hai detto che mi lasciavi andare!" – "Ho mentito"). La scena in cui Schwarzy porta sulla spalla la bara di Sarah Connors, piena di armi, potrebbe invece essere un omaggio a "Django". Nella base militare dove viene risvegliata Skynet si possono ammirare i prototipi dei velivoli robotici che le macchine useranno nel futuro e persino degli stessi Terminator (naturalmente il modello è T-1!): e in una scena tagliata, Schwarzy interpreta un sergente dell'esercito le cui fattezze verranno prese a modello per la costruzione dei futuri robot.

6 maggio 2011

Terminator 2: Il giorno del giudizio (J. Cameron, 1991)

Terminator 2: Il giorno del giudizio (Terminator 2: Judgment Day)
di James Cameron – USA 1991
con Arnold Schwarzenegger, Linda Hamilton
**1/2

Rivisto in DVD.

Dopo il fallimento della missione del primo Terminator – che dal 2029 era stato spedito indietro nel tempo per eliminare Sarah Connor, la madre del capo dei ribelli, prima che questi nascesse – il computer Skynet ha inviato una nuova macchina da guerra per uccidere John Connor quando è ancora un ragazzino. Ma stavolta a difendere lui e la madre sarà un altro androide, un Terminator riprogrammato nel futuro dallo stesso John con l'incarico di proteggere sé stesso. Il che consente a Schwarzenegger, ormai consolidatosi come divo del cinema d'azione (nel 1984, invece, era ancora all'inizio della sua carriera cinematografica), di interpretare il ruolo dell'eroe, lasciando quello dell'antagonista a Robert Patrick nei panni del temibile T-1000, robot composto di metallo liquido e in grado di alterare le proprie fattezze (assumendo l'aspetto di chiunque o modellando parti del proprio corpo in lame affilate). Oltre a sopravvivere alla caccia che dà loro il terribile nemico, Sarah (una Linda Hamilton muscolosissima, trasformatasi in una vera e propria guerrigliera) e John (il tredicenne Edward Furlong, al suo esordio sullo schermo) cercheranno di impedire la nascita di Skynet distruggendo il laboratorio dove gli scienziati stanno mettendo a punto il nuovo network informatico (ispirandosi al chip ritrovato sette anni prima fra i rottami del primo Terminator). E alla fine, sembra in effetti che il successo arrida: "Il futuro, di nuovo ignoto, scorre verso di noi".

Pur riconoscendo alla pellicola il forte impatto spettacolare (e l'enorme influenza che ha avuto sull'industria del cinema d'azione e d'intrattenimento), confesso di non essere mai riuscito ad amare più di tanto questo film. Già il semplice fatto che sia un sequel del primo "Terminator", che era narrativamente esauriente e completo nella sua circolarità, mi fa storcere il naso: e questo senza considerare il cambio di caratterizzazione dei personaggi principali (Sarah e Schwarzy) e le numerose contraddizioni (nel primo film si affermava che la macchina del tempo era stata distrutta dopo la partenza di Reese e del primo Terminator; che in assenza di tessuti viventi – come nel caso del T-1000 – non si poteva viaggiare nel tempo; e soprattutto, si lasciava intendere che il futuro non poteva essere cambiato, anzi era stato il viaggio stesso di Reese a causare la nascita di John Connor, mentre stavolta le azioni dei personaggi alterano eccome lo svolgersi degli eventi: non un dettaglio di poco conto ma una "rivoluzione" che in un film di SF basato sui paradossi temporali ne stravolge l'intera filosofia). In più, storia e dialoghi soffrono per un pizzico di retorica e di buonismo (il robot che impara il significato delle lacrime, il bambino – insopportabile, come quasi tutti i bambini nei film di questo tipo – che lo comanda a bacchetta come un giocattolo e gli chiede di non uccidere nessuno) e il racconto procede in maniera più farraginosa ed elaborata rispetto alla relativa semplicità del prototipo. Innegabile, comunque, la maestria di Cameron nelle scene d'azione, che hanno fatto scuola nel genere dell'action ad alto budget (il film è costato oltre 100 milioni di dollari, contro i 6,5 milioni del prototipo, e all'epoca si trattava del lungometraggio più costoso mai realizzato: in seguito, tuttavia, il regista canadese saprà anche superarsi).

Oltre agli spettacolari inseguimenti (che coinvolgono auto, moto, camion, elicotteri), alle sparatorie e alle esplosioni di ogni tipo, alla sua uscita la pellicola affascinò gli spettatori per gli innovativi effetti speciali digitali: le trasformazioni del T-1000, in particolare, rappresentarono uno dei primi casi di utilizzo della computer grafica per dare vita a un personaggio realistico che si muove in ambienti in live action (una tecnica che lo stesso Cameron aveva già sperimentato nel suo precedente "Abyss"). Molte scene e situazioni ne richiamano di analoghe del primo film: dall'incipit (i due viaggiatori del tempo che appaiono nudi in una bolla di energia e che devono procurarsi gli abiti) allo scontro finale in una fabbrica. Ma se nei primi minuti lo spettatore è portato a credere che Schwarzy sia ancora il cattivo e che Robert Patrick faccia le veci del salvatore di Sarah, come nel film del 1994 era stato Michael Biehn, ben presto si scopre che questa volta le cose non stanno così. Indicativo come le iniziali del futuro "messia" John Connor, destinato a salvare l'umanità, siano le stesse (in inglese) di... Gesù Cristo! Ma in fondo sono anche le stesse del regista, James Cameron. Da notare che nell'edizione italiana, quando Scharzy dice "Hasta la vista, baby" prima di sparare al T-1000, non è doppiato: si tratta della sua vera voce. Oltre ad Arnold e alla Hamilton, dal primo film ritorna anche il personaggio interpretato da Earl Boen, lo psichiatra della polizia. Una curiosità: al suo quinto lungometraggio, Cameron poteva già contare nella sua filmografia ben tre sequel: "Piraña paura", "Aliens scontro finale" e questo (l'unico di cui aveva girato anche il prototipo).

5 maggio 2011

L'ultimo dominatore dell'aria (M. N. Shyamalan, 2010)

L'ultimo dominatore dell'aria (The Last Airbender)
di M. Night Shyamalan – USA 2010
con Noah Ringer, Dev Patel
*1/2

Visto in divx, con Hiromi.

In un mondo fantastico, diviso in quattro regni legati agli elementi naturali (acqua, aria, terra e fuoco), la belligerante nazione del fuoco progetta di conquistare l'intero pianeta e dà la caccia ad Aang, ragazzino in grado di dominare tutti gli elementi e di comunicare con gli spiriti, destinato a riportare la pace e l'equilibrio fra le genti. Da un cartone animato (americano, anche se chiaramente ispirato ai manga giapponesi) che in originale si intitolava "Avatar" – ma far uscire un lungometraggio con quel titolo nello stesso anno del kolossal di James Cameron era impensabile – e con un soggetto che non brilla per originalità, Shyamalan trae un film dal plot schematico e dai personaggi caratterizzati ingenuamente: le critiche non sono mancate, anche se bisognerebbe considerare che si tratta di una pellicola indirizzata a un pubblico infantile, il cui vero limite è quello di non presentare particolari motivi di interesse per uno spettatore adulto. La figura dell'Avatar, che si reincarna di generazione in generazione nel rappresentante di un diverso regno (nell'attuale "ciclo", come suggerisce il titolo, Aang fa parte dei nomadi dell'aria), è chiaramente ispirata al Dalai Lama; ma un po' tutto il mood della pellicola è asianeggiante: il popolo del fuoco, per esempio, è di etnia indiana, proprio come il regista stesso. Il livello degli attori, quasi tutti giovanissimi, è abbastanza mediocre (fra i meno peggio c'è Dev Patel, già protagonista di "Slumdog Millionaire", nei panni del cattivo – ma non troppo – principe Zuko), e le scene d'azione e di battaglia trasmettono ben poca emozione o adrenalina. Il finale aperto lascia intendere che è previsto un seguito per completare la storia, ma visto il basso gradimento di critica e pubblico non è affatto detto che verrà realizzato. Ah, ovviamente del 3D se ne può fare allegramente a meno.

3 maggio 2011

Il pranzo di Babette (G. Axel, 1987)

Il pranzo di Babette (Babettes gæstebud)
di Gabriel Axel – Danimarca 1987
con Stéphane Audran, Birgitte Federspiel, Bodil Kjer
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Paola.

L'ex cuoca di un ristorante francese, fuggita da Parigi in seguito ai disordini della Rivoluzione, si rifugia come domestica nella casa di due anziane sorelle in uno sperduto villaggio di pescatori sulla costa della Danimarca, e riporta pace e felicità nella locale comunità di religiosi luterani preparando un raffinatissimo pranzo che li aiuterà a vincere rimpianti e risentimenti e a conquistare una nuova armonia. La soddisfazione (gastronomica) del corpo come via per soddisfare l'anima, il cibo come catalizzatore della spiritualità, il "vizio" (al quale i puritani accomunano ogni piacere terreno, comprese dunque le pietanze di Babette) come strada per la virtù ("Misericordia e verità si sono incontrate, rettitudine e felicità si sono baciate", recita il decano della comunità): gli spunti alla base del film (tratto da un racconto di Karen Blixen, e "caso" cinematografico del 1987, con tanto di premio Oscar per il miglior film straniero) sono semplici ma densi di significati. Ai religiosi che vivono in preghiera e in arida austerità, avendo dimenticato come amare il mondo che li circonda, Babette con il suo pranzo insegna ad apprezzare veramente i doni di Dio, e che si può elevare lo spirito anche attraverso una celebrazione mondana. Allo stesso modo aiuta l'anziano generale Löwenhielm (Jarl Kulle), che in gioventù aveva amato una delle due sorelle ma aveva poi preferito dedicare la propria vita alla carriera militare, a superare i rimpianti e a raggiungere un nuovo equilibrio. Alcuni degli attori che interpretano gli abitanti del villaggio avevano recitato nei film di Carl Theodor Dreyer: Lisbeth Movin e Preben Lerdorff Rye (la vedova e il capitano), per esempio, erano i protagonisti di "Dies irae". Cameo di Bibi Andersson (la dama di corte che sposa il generale). Impossibile non farsi venire l'acquolina in bocca nel veder passare sullo schermo le varie portate (brodo di tartaruga, Blinis Dermidoff al caviale, cailles in sarcofage – quaglie ripiene in crosta di pasta sfoglia – con salsa Périgourdine, insalata, formaggi, savarin al rhum, frutta mista, caffè con tartufi, friandises) e i vini (Amontillado bianco ambra, champagne Vouve Cliquot) del ricercatissimo menù.

1 maggio 2011

Thor (Kenneth Branagh, 2011)

Thor (id.)
di Kenneth Branagh – USA 2011
con Chris Hemsworth, Natalie Portman
**1/2

Visto al cinema Uci Assago (in 3D), con Hiromi.

Esiliato dal padre Odino sulla Terra per punirlo della sua arroganza e della sua sete di guerra (ma anche per colpa degli intrighi del perfido fratellastro Loki), il dio del tuono di Asgard si innamora di una mortale (l'astrofisica Jane Foster), apprende il significato dell'umiltà e affronta, armato del magico martello Mjollnir, la furia del terribile Distruttore. Il più improbabile, magniloquente e altisonante degli eroi Marvel esordisce sul grande schermo (preannunciato da una breve scena apparsa al termine di "Iron Man 2") in una pellicola epica e disimpegnata, che non tradisce lo spirito del fumetto originale: le molte libertà nei confronti delle saghe e delle leggende nordiche provengono da lì, e dunque non sarebbe giusto darne le colpe agli sceneggiatori o al regista di questo film; regista che dal suo canto sembra trovarsi a proprio agio nelle vaste aule del regno degli dèi, fra intrighi di corte e personaggi di chiara derivazione shakesperiana. E il suo divertimento riesce a contagiare anche il pubblico, a patto di non fermarsi a prendere troppo sul serio quello che si sta guardando: in fondo è quello che ci si aspetta quando si va a guardare un film di supereroi. Le spettacolari scenografie di Asgard, con la loro commistione di fantasy e fantascienza, rendono giustizia all'imponenza dei disegni di Jack Kirby, mentre il cast (che comprende Anthony Hopkins nel ruolo di Odino e Tom Hiddleston in quello di Loki) non delude, anche se trovarsi di fronte ad asgardiani asiatici (Tadanobu Asano nei panni di Hogun) o di colore (Idris Elba in quelli di Heimdall, il guardiano del Ponte dell'Arcobaleno) desta francamente qualche perplessità. L'australiano Hemsworth è simpatico e ha i muscoli e il fisico giusto per Thor, mentre la Portman – che ha accettato il ruolo solo per poter lavorare con Branagh – recita con la solita grazia e ironia in un ruolo un po' sacrificato (da notare che nel fumetto Jane era un'infermiera, non una scienziata: ma nel cambio ci si guadagna). Gli altri asgardiani sono Josh Dallas (Fandral), Ray Stevenson (Volstagg), Jaimie Alexander (Sif) e Rene Russo (Frigga, la moglie di Odino), mentre il cast dei terrestri è completato da Stellan Skarsgård (il fisico Erik Selvig: scritturato per avere almeno un attore scandinavo?), Kat Dennings (la spalla comica Darcy) e Clark Gregg (Coulson, agente dello S.H.I.E.L.D. che ritorna da "Iron Man" per fungere da trait d'union in previsione dell'imminente "Avengers"). Molte le "chicche" marvelliane: dai fugaci accenni a Tony Stark e Bruce Banner al consueto cameo di Stan Lee (è l'uomo che guida il pick-up per tentare di estrarre il martello dalla roccia), fino all'apparizione di Clint Barton, il soldato armato di arco, che altri non è se non il supereroe Hawkeye, alias Occhio di Falco. Un manifesto pubblicitario visibile nelle strade della cittadina del New Mexico dove si svolge parte della vicenda, infine, riporta il titolo del comic book che originariamente ospitava le avventure di Thor: "Journey into Mistery".

28 aprile 2011

Terminator (James Cameron, 1984)

Terminator (The Terminator)
di James Cameron – USA 1984
con Arnold Schwarzenegger, Linda Hamilton, Michael Biehn
***1/2

Rivisto in DVD.

Da un cupo futuro in cui un sistema informatico (Skynet, nato per la difesa nucleare) ha sviluppato l'autocoscienza e ha scatenato un conflitto globale per sterminare l'umanità, e in cui i pochi sopravvissuti lottano disperatamente contro le macchine che si sono impadronite del pianeta, giunge nel presente (ossia nella Los Angeles del 1984) un androide implacabile e inarrestabile – un "Terminator" – per eliminare la giovane Sarah Connor, che è destinata a diventare la madre di John, il carismatico capo della resistenza. La guerra si sta infatti decidendo in favore degli uomini, e intervenire nel passato per eliminare il nemico prima ancora che possa nascere sembra ormai l'ultima carta rimasta a disposizione delle macchine. Ma in soccorso della ragazza arriva anche un soldato umano, Kyle Reese, che ha seguito il robot per impedirgli di portare a termine il suo compito. Autentica pietra miliare del cinema di fantascienza e d'azione, considerato da Cameron il suo vero debutto (il precedente "Piraña paura" era infatti un lavoro su commissione ed era stato ampiamente rimaneggiato dal produttore), "Terminator" ha segnato indelebilmente l'immaginario cinematografico degli anni ottanta e non solo, facendo decollare la carriera del regista (e quella di Schwarzenegger) e ispirando innumerevoli imitazioni, riletture e parodie (non soltanto nel cinema ma anche, per esempio, nel fumetto). Basato su un plot relativamente semplice, in cui il tema del viaggio nel tempo – con relativi paradossi – e quello del conflitto futuro fra uomini e macchine fanno in realtà soltanto da cornice a un action movie contemporaneo basato sulla fuga e sulla caccia all'uomo, il film ha il suo punto di forza nell'indimenticabile antagonista, una macchina da guerra che sembra davvero indistruttibile. Memorabile, in particolare, il modo in cui nel finale continua a "risorgere" ogni volta che i due protagonisti sono convinti di averlo distrutto, uscendo per esempio dall'incendio di un'autocisterna ridotto a un semplice scheletro metallico (in assenza di computer grafica, il mago degli effetti speciali Stan Winston lo anima a passo uno, come aveva fatto Ray Harryhausen ne "Gli argonauti"), con lo sguardo elettronico che, proprio come "l'occhio" di Hal 9000, si spegnerà definitivamente soltanto alla fine.

Girato con un budget relativamente basso (almeno per quelli che saranno in seguito gli standard di Cameron), il film emoziona con i suoi temi apocalittici e tecnologici e mette i brividi in più di un'occasione: non solo per le spettacolari scene d'azione (l'arrivo del robot e di Kyle nel presente, gli inseguimenti per le strade di Los Angeles, l'incursione del Terminator nella stazione di polizia) ma anche per i piccoli dettagli (il robot che si taglia via i lembi di pelle danneggiata e si cava un bulbo oculare, rivelando i meccanismi sottostanti e le ottiche rosso fuoco, con la conseguente necessità di inforcare quegli occhiali da sole che ne hanno segnato la classica iconografia). E forse si vede qui, per la prima volta, quella visuale in soggettiva di un androide o cyborg che in seguito, a partire da "Robocop", diventerà una costante del genere. Scharzy (mai come in questo caso la sua inespressività si rivela vincente), nel ruolo più celebre della sua carriera, pronuncia in tutta la pellicola soltanto una manciata di battute (fra cui le celebri "Sarah Connor?" e "I'll be back", quest'ultima incautamente tradotta in italiano con "Aspetto fuori": ma naturalmente gli adattatori non potevano prevedere che sarebbe diventata un tormentone) e sfoggia l'aspetto fisico e muscoloso dei tempi d'oro, di quando cioè era un campione di bodybuilding. Linda Hamilton e Michael Biehn, tecnicamente i veri protagonisti del film, passano così in secondo piano rispetto al loro nemico. Film "circolare", chiuso e perfetto in sé stesso, è stato in seguito rivisitato da Cameron con un sequel più ambizioso e spettacolare ma in fondo narrativamente superfluo: in anni successivi, infine, la saga è stata ampliata a dismisura con altri lungometraggi e una serie televisiva ("The Sarah Connor Chronicles"), stavolta senza il coinvolgimento del regista canadese, che contraddicono in parte gli eventi narrati in precedenza.

21 aprile 2011

Habemus papam (N. Moretti, 2011)

Habemus papam
di Nanni Moretti – Italia 2011
con Michel Piccoli, Nanni Moretti
**1/2

Visto al cinema Colosseo.

Appena eletto dai cardinali riuniti in conclave, e prima ancora che il suo nome venga annunciato in pubblico, il nuovo papa (Michel Piccoli) ha una crisi di panico, si rifiuta di apparire sul palco per salutare i fedeli e scopre di non sentirsela di accettare la responsabilità del nuovo ruolo. Per risolvere il problema viene convocato in gran segreto uno psicanalista (Nanni Moretti), ma nemmeno lui può aiutarlo a vincere le proprie paure, anche perché la solennità del luogo, la diffidenza e l'ingerenza dei prelati gli impediscono di imbastire una vera terapia. Mentre gli altri cardinali (e con loro il terapeuta) sono costretti a rimanere chiusi nelle sale del Vaticano senza poter comunicare con l'esterno fino a quando la "crisi" non sarà superata, il neo pontefice – fuggito dalla sorveglianza delle guardie svizzere e dalle pressioni del portavoce del Vaticano (Jerzy Stuhr) – vaga da solo per la città di Roma alla ricerca di sé stesso, aggrappandosi all'amore giovanile per il teatro (un riferimento a Karol Wojtyla?) e frequentando una compagnia di attori impegnati in una rappresentazione di Cechov (curioso, a tal proposito, che un tempo proprio questa professione era considerata abominevole dalla chiesa, al punto che gli attori erano una delle categorie di persone – come i suicidi, per esempio – cui erano proibite le onoranze funebri o la sepoltura in terra consacrata). Il nuovo lungometraggio di Nanni Moretti, uscito cinque anni dopo "Il caimano", non è tanto un film sulla fede (quella del protagonista non è mai in bilico) quanto – proprio come il precedente – sul potere: e affronta il tema della paura del mutamento e della fuga dalle responsabilità da un punto di vista davvero inedito, grazie a un buon Piccoli perfettamente credibile nella parte dell'uomo in preda ai dubbi, consapevole che sono necessari "grandi cambiamenti" (e che dunque ci sia bisogno di un papato tutt'altro che conservatore) ma incapace di accettare un compito così gravoso: un sentimento non soltanto suo, peraltro, vista la scena d'apertura in cui praticamente tutti i cardinali, pregando fra sé e sé, chiedono a Dio di non essere scelti per salire al soglio pontificio. Il tono generalmente macchiettistico con cui vengono ritratti i clericali (infantili, rimbambiti, litigiosi, dipendenti dai farmaci, legati a un passato ormai superato: "Palla prigioniera non esiste più da cinquant'anni!") li mostra come dei simpatici bambinoni che vivono fuori dal mondo e senza un reale contatto spirituale con le persone – per lo più giovani – che all'esterno attendono trepidanti l'annuncio del nome del nuovo papa, nella speranza di una presa di coscienza che il mondo sta cambiando ("Todo cambia", canta infatti Mercedes Sosa). La pellicola convince meno quando invece è di scena Moretti stesso, in un ruolo come sempre sovracaricaturale: di fatto fra lui e il papa non c'è un vero rapporto (a parte il breve incontro iniziale, i due personaggi non si incrociano più per il resto del film) e lo psicanalista rimane una figura marginale nell'economia della pellicola, protagonista di sequenze come il torneo di pallavolo fra i cardinali che francamente lasciano il tempo che trovano, anche se comunque in linea con la cinematografia morettiana precedente (lo sport, la competitività, l'autocentrismo). Ma anche il personaggio interpretato da Margherita Buy, moglie separata di Moretti e a sua volta psicanalista, è un po' sacrificato. Memorabile, in ogni caso, il finale.

18 aprile 2011

Offside (Jafar Panahi, 2006)

Offside (id.)
di Jafar Panahi – Iran 2006
con Sima Mobarak-Shahi, Safdar Samandar
***

Visto al cinema Arlecchino.

Forse il più rappresentativo regista iraniano della generazione post-Kiarostami (di cui è stato assistente e del quale ha anche portato sullo schermo alcune sceneggiature), e già autore di ottime pellicole come "Il palloncino bianco", "Lo specchio", "Il cerchio" e "Oro rosso", Jafar Panahi è salito agli onori della cronaca – se così si può dire – per l'arresto nel 2010 con l'accusa di girare film contro il regime, e soprattutto per la condanna (insieme a un altro cineasta, Mohammad Rasoulof) a sei anni di carcere con l'assurdo divieto di dirigere film o scrivere sceneggiature per i prossimi vent'anni. Questo "Offside" (ma perché in italiano non chiamarlo "Fuorigioco"?) è dunque l'ultimo lungometraggio che ha completato: esce nelle nostre sale con cinque anni di ritardo (ma meglio tardi che mai) e racconta la storia di un gruppo di ragazze che, vestite da uomo e spinte dalla passione per il calcio (ma non solo), cercano di intrufolarsi nello stadio di Teheran per assistere alla partita fra Iran e Bahrein, valida per la qualificazione ai campionati del mondo del 2006 in Germania. Identificate, vengono rinchiuse in un gabbiotto all'esterno dello stadio, dove sono sorvegliate – non senza un certo imbarazzo – da alcuni giovani militari in attesa di essere portate in questura: nel paese islamico, infatti, alle donne è vietato assistere ad eventi sportivi maschili (e viceversa). Fresco e brillante, attraverso il tono da commedia leggera e le situazioni ironiche (esilarante la sequenza in cui uno dei soldati deve accompagnare una delle ragazze alla toilette maschile) il film mette in luce le contraddizioni di leggi o tradizioni che le nuove generazioni percepiscono sempre più come sorpassate o discriminatorie. E la passione calcistica (che raramente è stata portata sullo schermo in maniera così diretta, ingenua e felice, lontana anni luce da quella fasulla e ideologicizzata delle curve ultras nostrane) maschera il desiderio di emancipazione, di uguaglianza o di maggior libertà. Il film è stato girato quasi per intero allo stadio e in tempo reale, nel giorno stesso della partita: per potervi entrare con i suoi attori e la troupe, Panahi – sotto falso nome – aveva presentato alle autorità uno script che nulla aveva a che fare con la pellicola che poi ha effettivamente realizzato. Da notare che l'Iran vinse la partita (e le scene di celebrazione fra la folla, nel finale, sono autentiche e spontanee): se l'avesse persa, il regista aveva già pronto un finale differente.

15 aprile 2011

Moon (Duncan Jones, 2009)

Moon (id.)
di Duncan Jones – GB 2009
con Sam Rockwell, Robin Chalk
***1/2

Visto in divx, con Elena e Cristiano.

In un futuro non troppo remoto, la maggior parte dell'energia necessaria agli esseri umani viene raccolta sulla Luna, recuperando quella solare che è rimasta imprigionata nelle rocce del satellite sotto forma di elio-3. Per operare una di queste stazioni di raccolta, quasi del tutto automatizzate, basta un solo uomo, coadiuvato da robot e computer. Sam Bell è giunto al termine dei suoi tre anni di servizio ed è in attesa di essere sostituito per poter tornare a casa: ma un incidente imprevisto gli farà scoprire un'incredibile verità. Sorprendente film di fantascienza che recupera e restituisce il fascino delle pellicole di questo genere dei primi anni settanta, al punto da presentare qua e là persino echi di "2001" (l'ambiente bianco e asettico della base lunare, il rapporto fra un uomo e un'intelligenza artificiale, l'astronauta che incontra sé stesso) e "Solaris" (la solitudine, le allucinazioni). E come nelle miglior pellicole del genere, costruite più sulle idee e le atmosfere che sulle scene d'azione e sui budget gonfiati, attraverso una storia avvincente e fuori dagli schemi riesce a far riflettere sulla natura dell'uomo, sul significato di ricordi ed emozioni, e sui possibili sviluppi della tecnologia. Quello di Sam Rockwell, che sullo schermo si sdoppia, è praticamente un one-man-show. Il regista (noto in passato come Zowie Bowie) è il figlio di David Bowie: il suo è un esordio cinematografico che lascia ben sperare. Un plauso, comunque, va anche alla sceneggiatura di Nathan Parker, alle scenografie di Hideki Arichi e alla musica di Clint Mansell, capace di creare sonorità inquietanti come in "Requiem for a dream". Nella versione originale, la voce di Gerty (il robot) è di Kevin Spacey.

13 aprile 2011

Il vangelo secondo Matteo (P. P. Pasolini, 1964)

Il vangelo secondo Matteo
di Pier Paolo Pasolini – Italia 1964
con Enrique Irazoqui, Margherita Caruso
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Paola e Stefano.

Comunista, ateo e omosessuale dichiarato, Pasolini non ha mai fatto mistero di sentire costantemente l'influenza della cultura cattolica in cui è vissuto, come aveva fatto confessare al suo alter ego Orson Welles ne "La ricotta", segmento del film a episodi "Ro.Go.Pa.G." (a causa del quale, peraltro, era stato condannato per vilipendio alla religione): alla domanda "Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova opera?", Welles/Pasolini rispondeva "Il mio intimo, profondo, arcaico cattolicesimo". Dunque non deve sorprendere più di tanto che PPP abbia voluto realizzare una versione cinematografica della vita di Gesù. Quello che invece stupisce è che si tratti dell'adattamento più "puro", fedele e rispettoso mai realizzato, addirittura al punto di non aggiungere alcun dialogo che non fosse già presente nella fonte originale (Maria, per esempio, non parla mai perché nel Vangelo non sono riportate le sue frasi: si gioca tutto sugli sguardi, sulle inquadrature, sulla musica), senza contaminare l'opera con interpretazioni ideologiche e tenendosi lontano dall'iconografia tradizionale, spesso posticcia (nessun Cristo biondo con i capelli lunghi e gli occhi azzurri: sia lui che gli altri personaggi hanno fattezze rigorosamente mediterranee). La genesi del film è stata raccontata da Pasolini stesso: invitato ad Assisi in occasione di un evento culturale (nel periodo in cui Giovanni XXIII – alla cui "cara, lieta, familiare memoria" è dedicata la pellicola – invitava i fedeli ad aprire un dialogo con gli intellettuali non credenti), fu costretto a restare chiuso per un'intera giornata in albergo perché proprio una visita del papa aveva paralizzato il paese. Non si era portato nulla da leggere, e nella stanza dell'hotel era disponibile soltanto il Nuovo Testamento: si rilesse dunque di fila i quattro vangeli e gli venne d'impulso il desiderio di portarne uno sullo schermo. Scelse quello di Matteo perché era il più stimolante ("Giovanni era troppo mistico, Marco troppo volgare, Luca troppo sentimentale"): a differenza degli altri film sulla vita di Gesù, che mescolano episodi tratti un po' da tutti e quattro i vangeli (e anche dalle tradizioni successive), questo si attiene infatti dall'inizio alla fine a un unico testo e fa felicemente a meno della zavorra dogmatica che la Chiesa vi avrebbe depositato sopra nei secoli successivi (indicativa, nel titolo, l'omissione del "San" davanti al nome di Matteo).

Un viaggio in Terrasanta per scegliere le location (da cui nacque un documentario, "Sopralluoghi in Palestina") si rivelò inutile, perché alla fine PPP decise di girare la pellicola in Italia (fra Lazio, Puglia, Calabria e Basilicata, e in particolare fra i sassi di Matera): una scelta controversa che però si rivelò vincente, al punto da ispirare successivi registi come Martin Scorsese (che avrebbe voluto ambientare "L'ultima tentazione di Cristo" negli stessi luoghi) e Mel Gibson (che vi girò effettivamente "La passione di Cristo"). Gli scenari, arcaici e rupestri, sono nobilitati dalla fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli che dona loro un aspetto fuori dal tempo e una qualità cinematografica di altissimo livello. La narrazione fluisce in maniera naturale e pulita, attraverso una successione di episodi, parabole, miracoli e discorsi, con un risultato al tempo stesso astratto e ieratico, spirituale e concreto, che restituisce la dimensione religiosa e rivoluzionaria del personaggio (sì, perché il Gesù originale è davvero lontano dall'immagine distorta che ne è stata fatta nei secoli seguenti) senza le ombre di bigottismo e le tentazioni agiografiche che normalmente affossano gli adattamenti dei testi evangelici. Affascina, in particolare, la semplicità di alcune scene (a cominciare da quella con cui si apre la pellicola, l'annunciazione, ma anche l'incontro col diavolo nel deserto) dove gli sguardi e le immagini comunicano più di mille parole, al punto da rievocare capolavori espressionisti del cinema muto come "La passione di Giovanna d'Arco" di Dreyer. Quanto alle parole, oltre ai passi più noti e agli episodi più popolari la pellicola presenta anche passaggi (l'episodio del fico inaridito) e frasi meno citate, alcune delle quali sorprendono non poco chi non conosce bene i testi originali ("Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre").

Notevole la scelta degli attori, dai volti scavati e fuori dal comune, quasi tutti – come Pasolini era solito fare – presi dalla strada o scelti fra non professionisti (e poco importa se la dizione non è sempre perfetta o se qua e là affiorano gli accenti), compresi diversi amici, poeti, scrittori e intellettuali (Natalia Ginzburg, per esempio, è Maria di Betania; Marcello Morante, fratello di Elsa, è Giuseppe; Mario Socrate è Giovanni Battista; J. Rodolfo Wilcock è Caifa; Enzo Siciliano è Simone; Alfonso Gatto è Andrea; Giorgio Agamben è Filippo). Per il ruolo di Gesù, PPP avrebbe inizialmente pensato a Jack Kerouac o Allen Ginsberg, ma poi preferì Enrique Irazoqui, giovane studente spagnolo (catalano, per la precisione) che aveva scritto una tesi sul suo romanzo "Ragazzi di vita" ed era giunto a Roma per incontrarlo: l'attore, il cui volto ricorda i Gesù dipinti da El Greco, nel film viene doppiato – unico fra tutti – da Enrico Maria Salerno. Molto belle le giovani Margherita Caruso (Maria da giovane) e Paola Tedesco (Salomè), così come Rossana Di Rocco che interpreta l'angelo. Ninetto Davoli appare brevemente (ed è il suo debutto sullo schermo, non accreditato) nei panni di un pastore. Ma la scelta di casting più azzardata e chiacchierata, naturalmente, è quella di Susanna Pasolini nel ruolo della Madonna anziana. Aver scelto la propria madre per interpretare l'icona per eccellenza della maternità non è certamente stato casuale: in più, va considerato che Susanna era una fervente e devota cattolica, e che – proprio come Maria – in seguito dovette sopportare il dolore di piangere il figlio ucciso prematuramente. La musica è perlopiù classica (Bach, Mozart, il Prokofiev di "Alexander Nevsky"!), ma ci sono anche un canto africano (tratto dalla "Missa Luba" congolese, sui titoli di testa e di coda) e soprattutto il bellissimo gospel "Sometimes I Feel Like a Motherless Child" in alcune delle scene più iconiche (l'adorazione dei re magi, il battesimo per mano di Giovanni Battista).

12 aprile 2011

Aeon Flux (Karyn Kusama, 2005)

Æon Flux - Il futuro ha inizio (Æon Flux)
di Karyn Kusama – USA 2005
con Charlize Theron, Marton Csokas
**

Visto in divx.

Dopo che un virus ha spazzato via il 99% della popolazione del pianeta, i sopravvissuti si sono rinchiusi in un'unica città isolata dall'esterno, che per 450 anni viene governata dai discendenti dello scienziato che aveva inventato una cura. Aeon Flux, agente al servizio dei ribelli che complottano per far cadere il regime, viene inviata in missione per eliminare Trevor Goodchild, l'attuale dittatore, e vendicare così la sorella uccisa: ma scopre che la cura contro il virus ha in realtà reso sterile l'intera popolazione e che tutti gli abitanti della città vengono periodicamente clonati per evitarne l'estinzione: come se non bastasse, in una vita precedente lei era sposata proprio con Goodchild. Pastrocchio fantascientifico tratto da una serie animata di MTV (di Peter Chung, dichiaratosi insoddisfatto dell'adattamento), i cui spunti avrebbero potuto essere gestiti meglio ma che comunque – man mano che la trama procede – si rivela più interessante del previsto. È proprio la sceneggiatura a tenere in piedi una pellicola che per altri versi (come film d'azione, per esempio) delude. Curiose le scenografie, asettiche e irreali, così come i costumi e gli improbabili gadget tecnologici di cui non è mai spiegato il funzionamento (i fan della hard science fiction stiano alla larga!). Ma come eroina, la Theron non convince proprio: è algida e statuaria ma ben poco atletica o dinamica. Al suo posto sarebbe stata senz'altro meglio Milla Jovovich (che peraltro quasi contemporaneamente ha girato una pellicola molto simile ma ancor meno riuscita, "Ultraviolet"). Particine per Frances McDormand (il misterioso capo della resistenza) e Pete Postlethwaite (il "guardiano" del DNA).

10 aprile 2011

Poetry (Lee Chang-dong, 2010)

Poetry (Shi)
di Lee Chang-dong – Corea del Sud 2010
con Yun Jeong-hie, Lee Da-wit
***

Visto al cinema Eliseo.

La vita quotidiana della sessantacinquenne Mija, domestica svampita e badante part-time in una cittadina di provincia, si incrina irrimediabilmente quando scopre che l'irresponsabile nipote Wook (che lei accudisce in quanto la madre, divorziata, vive in un'altra città) ha partecipato al ripetuto stupro di gruppo di una compagna di scuola, Agnes, la quale si è poi suicidata. Se nessuno dei ragazzi sembra provare rimorso per l'accaduto, e se i loro genitori (con la complicità delle autorità scolastiche) si preoccupano soltanto di mettere a tacere lo scandalo e di indennizzare la madre della vittima con una somma di denaro, Mija ne rimane invece profondamente scossa. Incapace di rispecchiarsi nella società arida e indolente che la circonda, e afflitta dalle prime fasi di un morbo di Alzheimer che fa riaffiorare i ricordi dell'infanzia senza riuscire a cancellare i dolori e i turbamenti del presente, la donna trova un antidoto e un conforto nell'amore per la poesia: decide d'impulso di frequentare un corso tenuto da un celebre poeta, comincia ad annotare su un taccuino i pensieri e le sensazioni che le nascono osservando la natura, si introduce in un circolo di appassionati lettori, il tutto nel tentativo di recuperare la bellezza e quell'armonia con il mondo che chi vive attorno a lei sembra invece aver smarrito ("la poesia è agonizzante", lamenta un giovane poeta; ed è emblematica la scena, all'inizio, in cui Mija cerca di raccontare quello che ha visto all'ospedale e nessuno pare interessato ad ascoltarla). Dopo aver donato l'amore a un vecchio avido e paralizzato, aver sistemato le pendenze economiche e aver chiuso i conti con la giustizia (è evidente che sia proprio lei a denunciare il nipote alla polizia), sceglie a sua volta il suicidio, come suggeriscono le belle inquadrature finali e la voce fuori campo che legge la sua poesia e che si trasforma in quella di Agnes (non è solo la regressione infantile dovuta alla malattia, ma un vero e proprio processo di identificazione e di espiazione). Con il suo ritmo lento, come lo scorrere placido del fiume che trasporta il cadavere della ragazza, e un approccio minimalista che scava in profondità nelle ipocrisie e negli egoismi sociali e culturali della Corea moderna, il film racconta il sofferente e consapevole percorso della protagonista e affronta temi e sentimenti come il rimorso, la vergogna e il contrasto fra il desiderio di giustizia per Agnes e la protezione della propria famiglia. Straordinaria la prova di Yoon Jeong-hee, star del cinema coreano degli anni settanta (tornata a recitare dopo quindici anni appositamente su richiesta di Lee) che dà vita a un personaggio sfaccettato e vitale, e ben bilanciate regia e sceneggiatura (quest'ultima premiata a Cannes). È il tipo di film che nelle mani sbagliate poteva naufragare nella retorica e nel sentimentalismo, ma che si tiene miracolosamente in equilibrio fino alla fine. Alcuni spunti ricordano i film precedenti di Lee: il suicidio dal cavalcavia sul fiume (come in "Peppermint Candy") e la crisi di una donna dopo la morte di un adolescente (come in "Secret Sunshine").

8 aprile 2011

Jesus Christ Superstar (N. Jewison, 1973)

Jesus Christ Superstar (id.)
di Norman Jewison – USA 1973
con Ted Neeley, Carl Anderson
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola e Stefano.

Tratta dallo splendido musical di Andrew Lloyd Webber (nato inizialmente come doppio album e poi sbarcato a Broadway), una delle più celebri e anticonformistiche "opere rock" cinematografiche: anche se decisamente figlio dei suoi tempi (come dimostrano le atmosfere hippie, benché la stagione dei figli dei fiori volgesse già al termine), l'adattamento di Jewison è ancora godibilissimo al giorno d'oggi, grazie alle suggestive scenografie (la pellicola è stata girata in Israele, in mezzo al deserto e fra le rovine di templi e palazzi), ai moderni e arditi testi di Tim Rice (infarciti di slang e di neologismi che purtroppo i sottotitoli italiani tendono a banalizzare) e alla bellezza delle musiche e delle canzoni (dirette da André Previn), con arrangiamenti e venature molto più progressive rock rispetto ai lavori successivi del compositore. La storia segue il racconto evangelico degli ultimi giorni di Gesù, dall'ingresso a Gerusalemme fino alla crocifissione, ma pone particolare enfasi sul suo rapporto con figure come Giuda (che qui assurge al ruolo di vero e proprio coprotagonista), Pilato e Maria Maddalena, evidenziandone i dubbi, i tormenti e la fragilità. E c'è spazio anche per riflessioni sulla "massmediatizzazione" del Cristo e la volgarizzazione del suo messaggio, così come sul contrasto fra la sua natura umana e quella divina (proprio l'eccessiva "umanità" con cui è stato ritratto Gesù ha portato alcuni gruppi religiosi a scagliarsi contro il musical). Il titolo dell'opera, naturalmente, è programmatico: uno dei suoi intenti è quello di azzardare un parallelo fra il protagonista e le moderne star dello show business, osannate (è la parola giusta!) dai loro fan, che poi le abbandonano e godono nel vederle cadere. Ci sono addirittura scene in cui Gesù, dopo l'arresto, viene "intervistato" dai reporter presenti fra la folla. E molte sono le domande che Giuda (e gli autori dell'opera) rivolgono idealmente al Cristo, nel tentativo di comprendere da un punto di vista agnostico la sua vera natura e quella del suo sacrificio. Da citare, al riguardo, il testo del brano "Superstar":

Every time I look at you I don't understand
Why you let the things you did get so out of hand.
You'd have managed better if you'd had it planned.
Why'd you choose such a backward time in such a strange land?
If you'd come today you could have reached a whole nation.
Israel in 4 BC had no mass communication.
Don't you get me wrong. I only want to know.

I costumi (tuniche, magliette, canottiere e petti nudi, in un curioso mix fra abiti moderni e antichi) e gli oggetti di scena (assai minimalisti; ma in alcune sequenze compaiono addirittura carri armati e aerei) sono anacronistici e stranianti, mentre in certi casi (la cacciata dei mercanti dal tempio, il balletto kitsch di Erode, e naturalmente la coreografia di "Superstar") la messa in scena va sopra le righe ed è portata fino alle estreme conseguenze. In più, c'è la cornice meta-drammatica: il film si apre con un pulmino di giovani hippie che giungono nei luoghi sacri per rappresentare la vicenda come se si trattasse di una performance estemporanea. Al termine, vedremo gli stessi ragazzi (tranne però l'attore che ha interpretato il ruolo di Gesù) risalire sul furgone e ripartire, non prima di aver lanciato un ultimo sguardo alla collina dove, al tramonto, è rimasta a campeggiare la croce. Fra i molti brani da ricordare, quello d'apertura ("Heaven on their minds") con cui Giuda si lamenta della deriva spirituale degli insegnamenti di Gesù, che lui vorrebbe maggiormente impegnato in concreto nella rivolta politica contro i romani; "This Jesus must die", nel quale Caifa, Anna e i sacerdoti complottano contro il nuovo messia (spettacolare la messa in scena che li vede appollaiati sulle impalcature delle rovine, avvolti in tuniche nere, come tanti uccellacci in agguato); il coro "Hosanna" al momento dell'ingresso a Gerusalemme; lo struggente "Pilate's Dream" (ma nei vangeli il sogno era della moglie di Pilato, non di lui medesimo); la toccante "I Don't Know How to Love Him", con cui Maria Maddalena lamenta la difficoltà ad esprimere il suo amore per Gesù; il coro degli Apostoli nel giardino di Getsemani (con citazione dell'ultima cena leonardesca), cui segue la disperata invocazione di Gesù a Dio (accompagnata dalle immagini di quadri e icone che prefigurano la crocifissione); la divertente "King Herod's Song", frizzante e sbarazzina; il duetto "Could We Start Again, Please?" fra Maddalena e Pietro; e naturalmente "Superstar", il brano più celebre, più iconico e più trasgressivo, con un Giuda angelico, vestito di bianco e attorniato da coriste, e un testo pieno di riferimenti all'attualità e persino ad altre religioni, visto che si citano Buddha e Maometto. Tutti ottimi i cantanti (alcuni dei quali, come Elliman, Bingham e Dennen, provenivano dall'allestimento di Broadway): Ted Neeley (Gesù) colpisce per la potenza della voce; Carl Anderson (un Giuda di colore) e Yvonne Elliman (una Maddalena asiatica), oltre che bravi, donano multietnicità al cast (ma non sono i soli: vedi anche Simone); la coppia di sacerdoti Bob Bingham (Caifa) e Kurt Yaghjian (Anna) diverte per il contrasto nelle rispettive estensioni vocali (il primo canta da basso, il secondo da controtenore); Barry Dennen è un Pilato sofferto e tormentato, Josh Mostel è un Erode frivolo e vizioso. Nel 2000 è uscita una seconda versione cinematografica del musical: diretta da Gale Edwards e Nick Morris, si ispira maggiormente all'allestimento teatrale per quanto riguarda location e scenografie.

7 aprile 2011

Riflessi sulla pelle (P. Ridley, 1990)

Riflessi sulla pelle (The reflecting skin)
di Philip Ridley – Gran Bretagna/Canada 1990
con Jeremy Cooper, Viggo Mortensen
**1/2

Visto in divx.

Il piccolo Seth vive con i genitori nelle campagne del Midwest, in attesa che il fratello maggiore Cameron torni dalla guerra nel Pacifico (siamo alla fine degli anni quaranta). Mentre una banda di pedofili rapisce e uccide i bambini della zona (e dei delitti viene accusato il padre di Seth, che per la vergogna sceglie il suicidio), il ragazzo si convince che la vicina di casa sia una vampira. Esordio alla regia di un multiforme artista britannico (scrittore di romanzi e racconti per bambini, autore teatrale, pittore, fotografo, sceneggiatore radiofonico, oltre che cineasta: lui stesso si autodefinisce un "uomo del Rinascimento per l'era multimediale"), è un film allucinato e disturbante (c'è chi ha azzardato un paragone con David Lynch) che sconfina nel lugubre e nel grottesco e che non risparmia sorprese e colpi allo stomaco dello spettatore, anche e soprattutto perché il punto di vista rimane sempre quello infantile di chi non si rende veramente conto di cosa succede attorno a lui. Giochi crudeli (come gonfiare e fare esplodere le rane), dialoghi con feti morti, disfunzioni familiari, il macabro che aleggia in continuazione, l'incapacità – forse esagerata – di distinguere la realtà delle cose adulte dalle fantasie infantili (il tema è trattato in maniera decisamente diversa, quasi perversa, rispetto a pellicole come "Il labirinto del fauno" o "Un ponte per Terabithia"). Il bambino è incompreso, maltrattato dai genitori, solo ("Tutti i miei amici sono morti") e quando ritrova il fratello scopre di non poter contare nemmeno su di lui (la prima cosa che Cameron fa è buttare nella polvere la bandiera americana che Seth gli aveva portato; in seguito, come se non bastasse, si innamora della "vampira"!). Buono il cast, nel quale figurano anche Lindsay Duncan, Sheila Moore e Duncan Fraser. Il titolo fa riferimento agli effetti collaterali della bomba atomica di Hiroshima, di cui Cameron è stato testimone. La cura del regista per le immagini si rispecchia nei magnifici scenari rurali (i campi di grano mossi dal vento, le case isolate, i cieli), un'ambientazione che – come i suoi personaggi: vedi i genitori di Seth – ricorda il dipinto "American Gothic" di Grant Wood.

6 aprile 2011

Le dernier combat (Luc Besson, 1983)

Le dernier combat - L'ultima battaglia (Le dernier combat)
di Luc Besson – Francia 1983
con Pierre Jolivet, Jean Bouise, Jean Reno
**1/2

Rivisto in DVD.

In un brutale mondo post-apocalittico, il deserto ha reclamato le città e i pochi sopravvissuti si isolano nei palazzi in rovina o lottano fra loro. Nessuno è più in grado di parlare (si comunica solo a gesti), il denaro non ha più valore (c'è chi usa dita umane mozzate come moneta) e l'acqua, il cibo o un riparo – per non parlare delle donne – sono diventati lussi per i quali battersi fino alla morte. Dopo essere fuggito da una tribù di "neo-selvaggi" a bordo di un rudimentale aeroplano, per alimentare il quale aveva rubato loro una preziosa batteria di automobile, un uomo (Jolivet, anche co-sceneggiatore) trova ospitalità presso un anziano dottore (Bouise) che si è barricato in quella che un tempo era la propria clinica (sulle cui pareti dipinge graffiti rupestri) e lo aiuta a difendersi dagli assalti di un bruto (Reno) che vorrebbe appropriarsi della donna che il medico custodisce gelosamente. Il primo lungometraggio di Besson, girato in grande economia, è un B-movie con ambizioni d'autore (è in bianco e nero e fa completamente a meno dei dialoghi, rendendo ancora più enigmatiche le azioni e le intenzioni dei personaggi: resta comunque il dubbio che si tratti solo di un esercizio di stile) che sviluppa lo spunto del precedente cortometraggio "L'avant dernier" ispirandosi anche all'immaginario fumettistico di riviste come "Métal Hurlant" e alla saga cinematografica di Mad Max. Se storia e personaggi non hanno particolare sostanza, il film colpisce comunque per l'impatto visivo e la cura formale di regia e fotografia, e offre diversi buoni momenti (la pioggia di pesci, il nano imprigionato e costretto a calarsi nelle fogne per recuperare acqua potabile, gli scontri fra Jolivet e Reno con lance e armature improvvisate che ricordano i cavalieri medievali). La prima volta, a dire il vero, l'avevo trovato un po' noiosetto: alla seconda visione mi è piaciuto di più. Come capita spesso nei primi film di Besson (vedi anche "Le grand bleu"), Jean Reno interpreta il ruolo dell'antagonista grosso e cattivo, in contrapposizione a un protagonista furbo e piccoletto.

4 aprile 2011

Brian di Nazareth (Terry Jones, 1979)

Brian di Nazareth (Life of Brian)
di Terry Jones – Gran Bretagna 1979
con Graham Chapman, Michael Palin
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola e Stefano.

Uno dei film più divertenti e irriverenti dei Monty Python, il leggendario gruppo inglese i cui sei membri (Terry Gilliam, Terry Jones, Eric Idle, Michael Palin, John Cleese e Graham Chapman) hanno fatto la storia della comicità cine-televisiva britannica (e non solo). In questa pellicola, come al solito, ciascuno di loro interpreta più parti, comprese quelle femminili (il regista Terry Jones, per esempio, è la madre del protagonista), all'insegna di un umorismo british che forse non tutti sanno apprezzare, anche perché è spesso venato di assurdo e nonsense. Brian, nato a Betlemme nella capanna a fianco di quella di Gesù, viene visitato per errore dai tre Re Magi e poi, una volta cresciuto, si ritrova coinvolto negli intrighi di un'accozzaglia di estremisti politici che complottano contro l'occupazione romana. Dopo svariate peripezie, verrà creduto un messia dalla folla ottusa e finirà crocifisso per una serie di equivoci; ma l'importante, come canta il suo compagno di crocifissione, è: "Always look on the bright side of life"! Grottesco, demenziale, cinico e beffardo: più che una parodia del racconto evangelico, il film è una satira contro le ipocrisie e le follie degli esseri umani a tutto campo: dall'omologazione sociale forzata alle litigiosità politiche, dalle incomprensioni fra persone e popoli al fanatismo dogmatico e religioso. Numerose e indimenticabili le scene cult: la lapidazione (alla quale le donne partecipano con barbe finte), la lezione di latino (Brian viene severamente corretto da un centurione perché ha sbagliato a scrivere "Yankees go home"... ehm, "Romani ite domum"), l'inaspettato arrivo di un'astronave aliena che salva il nostro eroe dalla caduta da una torre ("Hai più culo che anima!"), le gag su Mavco Pisellonio (l'amico di Pilato, al cui nome nessuno riesce a trattenere le risate), le surreali riunioni dei cospiratori ("A parte l'acquedotto, le fognature, le strade, le scuole, vino, medicina, istruzione, asini pubblici in orario, ordine pubblico, irrigazione, spiagge libere non inquinate, bilancia dei pagamenti in attivo.... che cosa hanno fatto i romani per noi?"), peraltro divisi in mille organizzazioni rivali fra loro (il Fronte Popolare di Giudea, il Fronte del Popolo di Giudea, il Fronte Popolare Giudeo...), la contrattazione al mercato pubblico, le perquisizioni dei soldati romani ("Abbiamo trovato questo cucchiaio!"), le prediche e i "miracoli" di Brian ("Erano diciotto anni che non aprivo bocca, finché non è arrivato lui"), fino ai titoli di coda ("Se vi è piaciuto questo film, perché non andate a vedere 'La notte'?"). Ottima la confezione cinematografica: la pellicola fu girata in Tunisia, e in parte vennero riutilizzati i set (e alcune comparse) del "Gesù di Nazareth" di Franco Zeffirelli. L'unico ruolo di rilievo non ricoperto da uno dei sei comici è quello di Judith Iscariot (Sue Jones-Davies), la ragazza di cui Brian si innamora. La sigla di apertura, come tutte le animazioni nei lavori dei Monty Python, è di Terry Gilliam. Considerato oggi un classico, alla sua uscita fu attaccato da alcuni gruppi religiosi e vietato in diversi paesi (il gruppo sfruttò la circostanza nelle tag line di lancio in Svezia: "So funny that it was banned in Norway!"). Giunto anche da noi con dodici anni di ritardo (venne distribuito solo nel 1991), il film è uscito in DVD con un nuovo doppiaggio non all'altezza dell'originale (la "erre moscia" di Pilato, per esempio, risulta molto attenuata) ma rimane comunque irresistibilmente esilarante.