19 giugno 2010

Cannes e dintorni 2010 - conclusioni

Rassegna deludente, soprattutto per la mancanza di idee e di fantasia evidenziata dalla maggior parte dei film. Tranne rari casi, quasi tutte le pellicole hanno preferito "volare basso", raccontando storie quotidiane e minimaliste e spaccati di vita poco interessanti: fa (in parte) eccezione proprio la Palma d'Oro, "Uncle Boonmee who can recall his past lives", che forse andrebbe rivalutata e che ha scontato il fatto di essere stata programmata nel primo giorno della rassegna, quando le aspettative erano più alte. Magari in futuro proverò a rivederla per giudicarla meglio almeno dal punto di vista formale (visto che come contenuti, comunque, offre ben poco). Il film che mi è piaciuto di più, l'unico che a distanza di tempo potrei potenzialmente definire un capolavoro, è stato l'originale documentario italiano "Le quattro volte" di Michelangelo Frammartino. Ma ho gradito anche la commedia americana "City Island", il thriller nippo-britannico "Chatroom" di Hideo Nakata, l'estenuante rumeno "Aurora", il messicano "Año bisiesto" e il francese "Pieds nus sur les limaces". Fra i film peggiori ci metto senza dubbio il noiosissimo "Bright star" della Campion (per la quale ho una vera e propria idiosincrasia), mentre non mi hanno particolarmente convinto né "La nostra vita" di Daniele Luchetti né due pellicole britanniche che invece hanno ottenuto un buon riscontro di critica: "Another year" di Mike Leigh e "Tamara Drewe" di Stephen Frears.

18 giugno 2010

City Island (R. De Felitta, 2009)

City Island (id.)
di Raymond De Felitta – USA 2009
con Andy Garcia, Julianna Margulies
**1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Tutti hanno i propri segreti, tenuti accuratamente nascosti agli occhi degli altri: persino le città come New York. La City Island del titolo, infatti, è una piccola isola situata nella circoscrizione newyorkese del Bronx e ignota quasi a tutti, un tempo sede di un villaggio di pescatori. Qui vive Vince Rizzo (uno strepitoso Andy Garcia), che lavora come agente di custodia in un carcere ma sogna in segreto di diventare attore come il suo idolo Marlon Brando. La decisione di ospitare in casa il "delinquente" Tony (Steven Strait), figlio illegittimo nato da una relazione precedente al suo matrimonio (e di cui non ha mai parlato alla consorte) scatena una serie di eventi che costringeranno tutti i membri della famiglia a svelare i numerosi segreti che si nascondono a vicenda (a cominciare dalle cose più piccole, come il fatto che tutti fumano all'insaputa degli altri). Oltre all'esistenza di Tony, Vince infatti non ha mai rivelato alla moglie Joyce (Juliana Margulies) che frequenta un corso di recitazione; quando la sua compagna di corso Molly (Emily Mortimer) lo convince a presentarsi a un'audizione per un ruolo in un film di Martin Scorsese (!), Joyce crede invece che i due siano amanti e per ripicca si getta fra le braccia di Tony, che dal suo canto ignora la propria parentela con Vince; il figlio minore della coppia, Vinnie (Ezra Miller), ha una passione per le ragazze "in carne" e comincia a frequentare una vicina di casa dalla taglia extralarge; la figlia maggiore Vivian (Dominik Garcia-Lorido), che tutti credono una seria studentessa di college, fa invece la spogliarellista in un locale notturno. Ma tutte le finzioni, i segreti e le bugie salteranno all'aria al termine di una giornata ricca di esilaranti eventi, e perdonarsi sarà facile visto che ognuno ha i propri scheletri nell'armadio. Ottimo tutto il cast, vero punto di forza della pellicola. Fra i momenti più memorabili di questa divertente commedia indipendente c'è senza dubbio la scena del provino di Vinnie con la sua improvvisazione in stile De Niro.

Alting bliver godt igen (C. Boe, 2010)

Everything will be fine (Alting bliver godt igen)
di Christoffer Boe – Danimarca 2010
con Jens Albinus, Marijana Jankovic
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Uno sceneggiatore che sta lavorando allo script di un film bellico (e che contemporaneamente, insieme alla moglie, cerca di rimediare ai disguidi della pubblica amministrazione che ostacolano il loro tentativo di adottare un figlio) rimane coinvolto nel caso di un soldato ritornato dal Medio Oriente con fotografie che mostrano le torture perpetrate dai militari danesi su alcuni prigionieri di guerra. Vorrebbe renderle pubbliche, ma si ritrova invischiato in una rete di complotti e scopre di non potersi fidare di nessuno... o forse ogni cosa è soltanto frutto della fantasia e della paranoia di una mente disturbata? Etichettato superficialmente come il nuovo Lars von Trier, in realtà Boe guarda più a Hitchcock (come suggerisce la locandina originale del film) e a Godard (citato più volte: la casa di produzione della pellicola si chiama Alphaville, un personaggio Lemmy, su una parete si vede un poster de "Il maschio e la femmina"). Il suo film comincia bene ma brucia in fretta tutte le cartucce, fino a un finale prevedibile e non del tutto soddisfacente per come mette a posto i frammenti del puzzle. Il titolo originale significa "Andrà tutto bene".

17 giugno 2010

Picco (Philip Koch, 2010)

Picco
di Philip Koch – Germania 2010
con Constantin von Jascheroff, Joel Basman
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Ispirato a un evento realmente accaduto, questo film tedesco ambientato in un carcere minorile racconta un episodio particolarmente scioccante: la morte di un giovane prigioniero, costretto a "suicidarsi" dai suoi compagni di cella dopo una lunga serie di vessazioni e maltrattamenti. "Picco" è il soprannome che nel carcere viene dato agli ultimi arrivati, costretti a sopportare le angherie e i capricci dei compagni più anziani. Quando Kevin, il protagonista, entra in cella, si rende subito conto che la prigione – ben lungi dall'essere un moderno istituto di rieducazione, come si illudono gli stessi carcerieri – è in grado di tirar fuori la parte più cattiva di chi vi è rinchiuso. All'inizio la sua sensibilità lo porta a stare dalla parte dei più deboli, ma ben presto capisce che se un ragazzo viene preso di mira dal resto del gruppo non ha più speranza di salvezza: i più fragili e gli isolati devono soccombere ai più forti. Pur di salvarsi, sceglierà dunque di adattarsi alle "regole", individuando una vittima sacrificale su cui far accanire gli altri al proprio posto. Se la prima parte del film è piuttosto convenzionale e presenta molti luoghi comuni sulle dinamiche (basate su violenza e omofobia) che caratterizzano una prigione, pian piano la tensione monta fino alla lunga e drammatica sequenza finale. Dunque, un film interessante: peccato per un'eccessiva drammatizzazione e per toni e dialoghi non sempre convincenti.

Tutti per uno (R. Goupil, 2010)

Tutti per uno (Les mains en l'air)
di Romain Goupil – Francia 2010
con Linda Doudaeva, Valeria Bruni Tedeschi
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il cinema francese si è spesso dedicato a ritrarre bambini e ragazzi all'interno del sistema scolastico, e questo film (la cui vicenda è curiosamente raccontata in un lungo flashback dagli stessi protagonisti, ormai invecchiati, nell'anno 2067) si iscrive appieno nel filone inaugurato da "Zero in condotta". Ma il tema trattato – le espulsioni dei figli di extracomunitari e immigrati illegali – è talmente preciso e circostanziato da far assumere alla pellicola valenze più "politiche" che sociali. La protagonista, l'undicenne Milana, è infatti di origine cecena e vive nel terrore che un giorno o l'altro i poliziotti si presentino in casa sua per costringerla ad abbandonare il paese, soprattutto dopo aver già visto accadere la stessa cosa ad alcuni compagni di scuola. Mentre la questione comincia a preoccupare anche insegnanti e genitori (con alcuni, come Valeria Bruni Tedeschi, che dimostrano solidarietà offrendosi di ospitare in casa propria i bambini a maggior rischio di espulsione), Milana e alcuni dei suoi amici più stretti (fra cui spiccano il coetaneo Blaise, innamorato di lei, e la sua sorellina Alice, di soli otto anni) mettono in atto una singolare forma di protesta, fuggendo di casa e nascondendosi in uno scantinato per alcuni giorni, attirando così l'attenzione dei media sul problema. Quando alla fine usciranno dalla loro tana, convinti dagli appelli di compagni e genitori, lo faranno tenendo le mani in alto, come prigionieri politici. Come capita spesso in questo tipo di film, la spontaneità dei piccoli attori è una delle cose migliori di un lungometraggio "a tema" e privo di particolare mordente.

15 giugno 2010

Le quattro volte (M. Frammartino, 2010)

Le quattro volte
di Michelangelo Frammartino – Italia 2010
con Giuseppe Fuda, Bruno Timpano
***

Visto al cinema Anteo (rassegna di Cannes).

L'esistenza arcaica e senza tempo in un paesino nell'interno della Calabria (la pellicola è stata girata a Caulonia e dintorni), scandita dal ritmo della natura, dalle attività degli uomini e dalla vita degli animali: al suo secondo film, con una lavorazione durata cinque anni, Frammartino stupisce con un documentario assolutamente sui generis, dal fascino antropologico e naturalista, che dopo un primo impatto un po' faticoso svela pian piano tutta la propria magia, conquistando lo spettatore e accompagnandolo in un mondo fatto di immagini e di suoni (il silenzio del villaggio, la tosse del pastore, il belato delle capre, il vento che soffia fra gli alberi), di situazioni divertenti e surreali (il cane – che a Cannes ha vinto un premio speciale per la sua interpretazione! – che provoca un piccolo incidente, immortalato sullo schermo in un meraviglioso piano sequenza; i giochi delle caprette), di tradizioni affascinanti e arcaiche (la polvere raccolta in chiesa che viene usata come medicina; il lavoro dei "carbonai" di Serra San Bruno). Accanto agli uomini, i veri protagonisti sono gli animali (anche formiche e lumache!), gli alberi, il vento, persino le pietre e il carbone. Come in un continuo passaggio di testimone (c'è addirittura chi ha parlato di reincarnazione), la macchina da presa segue diversi soggetti che si danno periodicamente il cambio: un pastore anziano e malato che conduce i suoi animali al pascolo; una capretta appena nata che si smarrisce durante la sua prima escursione all'aperto; un maestoso abete, lo stesso che aveva offerto protezione alla capretta, che viene abbattuto per usarne il tronco durante la festa del paese; e infine i carbonai che ne trasformano la legna in preziosa materia prima per i camini del paese attraverso un lungo ed elaborato procedimento. Quattro stagioni, quattro soggetti, quattro regni (umano, animale, vegetale e minerale), intimamente legati fra loro, con lo schermo che occasionalmente si tinge di nero a segnalare la fine di un ciclo e l'inizio di uno nuovo. Se lo sguardo attento, asciutto e minimalista di Frammartino può far pensare ai grandi documentaristi del passato (ma anche a Bresson), la surreale quotidianità che il film mette in mostra ricorda, soggetto a parte, quella dei lavori di Jacques Tati, con i quali ha anche in comune l'inintelligibilità (o meglio l'irrilevanza) dei dialoghi umani, l'acuta osservazione del comportamento di uomini e animali e almeno una scena (quella del palo della cuccagna) che sembra provenire da "Giorno di festa".

Tamara Drewe (Stephen Frears, 2010)

Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese (Tamara Drewe)
di Stephen Frears – Gran Bretagna 2010
con Gemma Arterton, Roger Allam
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La quiete di un villaggio nella campagna inglese – e in particolare quella di una fattoria che la proprietaria Beth ha trasformato in una residenza per scrittori in cerca di tranquillità e di ispirazione – viene turbata dal ritorno di Tamara Drewe, una ragazza che aveva abbandonato il paese quando era ancora adolescente e che ora è tornata con una plastica al naso e un corpo "burroso" che attira gli sguardi di tutti, in particolare quelli del suo ex boyfriend Andy (che ora lavora come giardiniere) e di Nicholas (marito di Beth, impenitente adultero e autore di una serie di romanzi polizieschi di successo). Ma un celebre batterista rock di passaggio e gli intrighi di una coppia di ragazzine impiccione daranno vita a una serie di equivoci e di eventi che mescoleranno le carte in tavola. È un po' una stupidaggine, questo film di Frears tratto da un fumetto di Posy Simmonds, che si disperde fra troppi personaggi (c'è anche un serioso accademico che si innamora di Beth), al punto da dimenticarne alcuni per strada (molti degli scrittori visti all'inizio, la barista), e con una trama che sembra procedere a casaccio. L'immoralità di fondo e il tono da black comedy strappano qualche risata, ma è difficile affezionarsi ai personaggi o simpatizzare con loro. Si salva la fotografia solare e colorata, che illustra l'avanzare delle stagioni ammantando di irrealtà l'ambiente rurale in cui si svolge la vicenda, ma nel complesso è un film perdibile, anche perché la protagonista è assai antipatica e il finale è telefonato.

Somos lo que hay (J. M. Grau, 2010)

Somos lo que hay
di Jorge Michel Grau – Messico 2010
con Francisco Barreiro, Adrián Aguirre
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In un isolato appartamento di una grande città vive una famiglia di cannibali: ogni sera il padre, che di giorno ripara orologi al mercato, esce a caccia in cerca di "prede" per sfamare la moglie e tre figli (due maschi e una femmina): ma quando l'uomo muore improvvisamente, i rimanenti membri della famiglia discutono su chi dovrà prenderne il posto come leader e procacciatore di cibo. Nel frattempo, alcuni poliziotti indagano sulle persone scomparse (in gran parte prostitute)... Cupo e atipico horror con velleità autoriali: originale sì, cupo e violento, ma anche poco appassionante e difficile da prendere sul serio: nel finale, come al solito in questo tipo di pellicole, non mancano momenti di ridicolo involontario.

14 giugno 2010

Pieds nus sur les limaces (F. Berthaud, 2010)

Pieds nus sur les limaces
di Fabienne Berthaud – Francia 2010
con Ludivine Sagnier, Diane Kruger
**1/2

Visto allo Spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Dopo l'improvvisa morte della madre, la giovane Lily rimane da sola nella confusione della sua grande casa in campagna, vivendo come uno spirito selvaggio in armonia con la natura, tra bambole, strane decorazioni e animali vivi e morti, dedicandosi a insolite attività come fare il bagno nuda nel fiume e realizzare pantofole e collane con le pelli di lepri e topi che conserva nel frigorifero. La sorella maggiore Clara, impiegata in città nello stesso studio legale dove lavora il marito, è costretta a decidere cosa fare di questa ragazza "un po' matta", che si rifiuta di seguire le regole sociali e che dice sempre tutto quello che le passa nella testa, infastidendo non poco le persone che le stanno attorno con le sue impertinenti verità. Dopo un primo tentativo di tenerla con sé in appartamento, che fallisce per l'impossibilità di Lily di adattarsi alla vita cittadina, Clara decide di prendersi una pausa dal lavoro e di trasferirsi con la sorella in campagna: e qui sarà proprio lei a lasciarsi lentamente contagiare – non senza difficoltà e momenti di crisi, in una continua alternanza fra momenti piacevoli e problemi – dallo stravagante stile di vita di Lily, superando grazie all'amore tutte le tensioni e imparando come lei a vivere "un giorno alla volta". Un film strano e delicato che mette a confronto follia e normalità, la natura selvaggia e quella borghese, finendo col tessere l'elogio della prima come la strada più diretta verso la felicità. Il tono è quello della commedia dolceamara, e non mancano momenti piuttosto intensi (la scena in cui Clara ha l'impulso di affogare Lily nella vasca da bagno giunge inaspettata e tremenda), per fortuna senza mai scivolare nel patetico o nello stucchevole. Ottima l'interpretazione delle due bionde protagoniste. Il titolo significa "A piedi nudi sulle lumache".

13 giugno 2010

Aurora (Cristi Puiu, 2010)

Aurora
di Cristi Puiu – Romania 2010
con Cristi Puiu, Clara Voda
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Ultimamente il cinema rumeno sta attraversando un buon momento (basti pensare a Mungiu e Porumboiu) e anche questo "Aurora" ha i suoi motivi d'interesse: in parte ricorda addirittura l'assurdità esistenziale di "Dillinger è morto" di Ferreri, pur con le dovute differenze. Vediamo un uomo (interpretato dallo stesso regista) uscire di casa, apparentemente per recarsi a ripulire e imbiancare un vecchio appartamento. Ma porta con sé anche un fucile, con il quale intende compiere una serie di omicidi. Soltanto nel finale ci verrà rivelato il vero significato delle sue azioni. La durata estenuante (tre ore) e la rarefazione dei dialoghi non impediscono di provare una certa curiosità per le azioni enigmatiche del personaggio sullo schermo, che si muove in un contesto urbano e casalingo con spersa inquietudine. Lo stile è compatto e coerente, il ritmo rilassato, con numerosi e lunghi piani sequenza: da un lato lo spettatore è tenuto a distanza, in quanto non gli viene spiegato né fatto capire cosa stia pensando il protagonista (è assente qualsiasi tipo di inserto o di dialogo di carattere didascalico); dall'altro ne diventa però il "compagno di viaggio", visto che l'uomo non viene abbandonato nemmeno per un istante ed è sempre presente sullo schermo per tutta la durata del film. La lunga successione di piccoli gesti, azioni, spostamenti, visite a familiari, inframmezzata dai colpi di fucile che rompono improvvisamente il silenzio, ha un qualcosa di ipnotico che – grazie anche all'iniziale enigmaticità della vicenda – lascia incollati allo schermo fino alla fine.

The light thief (Aktan Arym Kubat, 2010)

The light thief (Svet-ake)
di Aktan Arym Kubat – Kirghizistan 2010
con Aktan Arym Kubat, Taalaikan Abazova
*1/2

Visto allo Spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In un piccolo e remoto villaggio del Kirghizistan, situato in una vallata spazzata dal vento, l'anziano elettricista Svet-ake ("signor Luce") vorrebbe che tutti potessero disporre di energia gratis, e dunque aiuta gli abitanti realizzando allacciamenti abusivi alle linee elettriche e manomettendo i contatori. Il suo sogno è comunque quello di costruire una centrale eolica fra le montagne: e un ambizioso uomo politico, giunto da fuori in cerca di voti per le imminenti elezioni, promette di aiutarlo a realizzare il progetto. Ma quando Svet-ake scopre come l'uomo umilia le tradizioni e gli abitanti del posto durante un incontro con alcuni investitori cinesi, si ribella. Film di puro interesse antropologico, che essenzialmente lascia il tempo che trova. Il protagonista è lo stesso regista (il cui vero nome è Aktan Abdykalykov).

Año bisiesto (Michael Rowe, 2010)

Año bisiesto
di Michael Rowe – Messico 2010
con Monica del Carmen, Gustavo Sánchez Parra
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Laura vive sola e infelice nel suo appartamento di Città del Messico: lavora in casa da precaria scrivendo articoli per alcune riviste, mangia cibo in scatola, telefona sporadicamente ai genitori, spia di nascosto i vicini e ogni tanto si reca in qualche locale per rimorchiare un ragazzo che la abbandona immancabilmente dopo un breve rapporto sessuale. Triste e depressa, conosce infine Arturo, con cui imbastisce una relazione di stampo sadomasochistico che si fa via via più estrema. Ma quando Laura gli chiederà addirittura di ucciderla, il 29 febbraio (l'anniversario della morte del padre, che aveva segnato in rosso sul calendario), lui si tirerà indietro e a lei non resterà che voltare pagina: è marzo. Ambientato nell'arco di un mese e girato quasi completamente all'interno delle quattro mura dell'appartamento della protagonista, è un film "piccolo" ma incisivo che scava con forza nell'animo del personaggio principale, in un crescendo emotivo, spingendo lo spettatore a empatizzare con lei e con la sua malinconica disperazione. Ottima l'interprete, ma la cosa che mi è piaciuta di più è la sincerità che traspare dalla pellicola, che non si preoccupa mai di edulcorare i toni o di cercare le soluzioni più facili.

La nostra vita (Daniele Luchetti, 2010)

La nostra vita
di Daniele Luchetti – Italia 2010
con Elio Germano, Raoul Bova
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

Capocantiere edile rimasto vedovo dopo che la moglie è morta di parto dando alla luce il suo terzo figlio, Claudio si getta a capofitto nel lavoro in cerca di soldi per dare ai figli "tutto quello che ci manca e che non abbiamo mai avuto". Ricattando il responsabile dei lavori con la minaccia di rivelare che un guardiano notturno rumeno è morto cadendo nella tromba di un ascensore (una denuncia alla polizia o la scoperta del corpo, che è stato occultato, farebbero bloccare i lavori per mesi), ottiene il lucroso incarico di edificare una palazzina per conto proprio. Ma il compito rischia di rivelarsi superiore alle sue forze e il denaro per pagare gli operai comincia subito a scarseggiare. Nel frattempo, in preda ai sensi di colpa, si prende a cuore le sorti della famiglia del guardiano morto, frequentandone la compagna e assumendo il figlio come operaio. Troppa carne al fuoco per un film che accosta temi su temi, individuali (l'incapacità di elaborare il lutto; i rapporti familiari; la redenzione attraverso i sensi di colpa: ma i Dardenne avevano trattato l'argomento con ben maggior efficacia ne "La promesse") e sociali (uno sguardo cinico sul mondo dell'edilizia, con cantieri che si reggono sul lavoro in nero "perché siamo gente per bene"; la tirannia del denaro) senza fonderli tra loro in modo convincente e passando dall'uno all'altro con spudorata nonchalance, al punto da chiedersi se c'era davvero bisogno della morte della moglie per dare l'avvio alla vicenda. E non mancano dettagli e personaggi inutili (il fratello timido, interpretato da Raoul Bova) o sopra le righe (il trafficone paralitico, un Luca Zingaretti poco riconoscibile). La caratterizzazione del protagonista non è certo un esempio di coerenza, anzi è piena di contraddizioni e di cambi di personalità. Fra scene azzeccate e altre insopportabili (su tutte il canto a squarciagola al funerale), la pellicola non rinuncia al lieto fine e al buonismo (con tutti i parenti disposti ad aiutare il protagonista) e francamente offre ben poco a parte le buone interpretazioni degli attori, Germano (premiato a Cannes) in testa. Come al solito certi film italiani andrebbero doppiati perché, fra inflessioni dialettali e suono in presa diretta, buona parte dei dialoghi risulta inintellegibile.

12 giugno 2010

Chatroom (Hideo Nakata, 2010)

I segreti della mente (Chatroom)
di Hideo Nakata – GB/Giappone 2010
con Aaron Johnson, Imogen Poots
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Cinque adolescenti londinesi si ritrovano a conversare in una chat privata (chiamata "Chelsea Teens!") su internet. Tutti hanno problemi, principalmente con i genitori, percepiti come distanti e assenti, e cercano conforto negli altri. William detesta il mondo che lo circonda e soprattutto la madre, scrittrice di una popolare serie di libri per l'infanzia (ogni riferimento a J.K. Rowling è probabilmente voluto); Jim, abbandonato dal padre quando aveva solo sette anni, è timido, senza amici e prende antidepressivi; Emily si sente trascurata e oppressa dai genitori; Eva fa la modella ma non sopporta né l'ambiente né le sue amiche snob; Mo è innamorato della sorella minore del suo miglior amico, anche se ha solo undici anni. Il subdolo e manipolativo William, inizialmente con la complicità di Eva, si diverte a elargire agli amici falsi consigli, incitandoli a comportamenti aggressivi o (auto)distruttivi. Ma quando cercherà di spingere il fragile Jim al suicidio in diretta via webcam, gli altri si alleeranno contro di lui per fermarlo prima che sia troppo tardi. Girato in Gran Bretagna dal giapponese Nakata, "Chatroom" non è un horror come i lavori che hanno reso celebre il regista ("The ring", "Dark water") ma un interessante thriller psicologico che riesce a raffigurare visivamente sullo schermo, in modo azzeccato e potente, l'ambiente virtuale della rete: i siti, i social network e le chatroom sono mostrati come luoghi e stanze "reali" che si aprono su un lungo e spettrale corridoio, affollato e dai muri scrostati (che rappresenta l'intero world wide web). La fotografia aiuta a distinguere le scene ambientate nella realtà (caratterizzate da tonalità fredde e smunte) e quelle nel mondo virtuale (con colori caldi e forti), mentre anche situazioni come l'utilizzo di false identità o l'accesso con password vengono trasposte fisicamente. La sceneggiatura (adattata da un testo teatrale di Enda Walsh) si basa sui meccanismi di interazione su internet, così diversi da quelli della vita reale, che consentono a individui senza scrupoli di manipolare e sottomettere quelli più fragili. I temi della solitudine e dei suicidi giovanili si sarebbero sposati perfettamente anche con un'ambientazione giapponese, ma tutto sommato lo scenario di Londra non stona. Da segnalare l'inserimento di alcune animazioni a passo uno, in plastilina. Bravi gli attori e buona la caratterizzazione dei personaggi: una piacevole (e inaspettata) sorpresa!

Bright star (Jane Campion, 2009)

Bright star (id.)
di Jane Campion – GB/Australia 2009
con Abbie Cornish, Ben Whishaw
*

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Inghilterra, 1818: la frivola Fanny, appassionata di moda e di cucito, si innamora del giovane e squattrinato poeta romantico John Keats, nonostante l'ostilità che Charles Brown (Paul Schneider) – possessivo amico e collega dell'uomo – nutre nei suoi confronti. Anche se l'affetto sarà ricambiato ("Bright star", stella lucente, è il sonetto che lui le dedica), la passione tra i due non si consumerà perché Keats morirà di tubercolosi a Roma, all'età di soli 25 anni, prima di poter raggiungere il successo. Non frequentavo Jane Campion da "Lezioni di piano" (pellicola che avevo detestato; ma da allora non l'ho più rivista e forse dovrei: sono passati così tanti anni!) e ho trovato un film piatto e noioso, stucchevole e senza alcun guizzo, pieno di romanticismo adolescenziale, dove le emozioni e i sentimenti vengono dati per scontati, senza stimolare la partecipazione dello spettatore per le vicende amorose della protagonista (tutta la storia è narrata infatti dal punto di vista del personaggio femminile, peraltro piuttosto insulso) né suscitare il desiderio di approfondire la conoscenza di Keats (qui ritratto senza personalità) o della sua poesia.

11 giugno 2010

Another year (Mike Leigh, 2010)

Another year (id.)
di Mike Leigh – Gran Bretagna 2010
con Jim Broadbent, Ruth Sheen, Lesley Manville
**

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Tom e Gerri (che nomi!) sono una coppia felice: lui è geologo, lei consulente psicologica, ed entrambi hanno la passione per il giardinaggio. Attorno a loro si muovono però parenti e amici tristi, soli e insicuri: il figlio Joe, sempre senza una ragazza; l'amico di famiglia Ken, sovrappeso e trasandato; Ronnie, fratello di Tom, vedovo e incapace di comunicare con il figlio; e soprattutto la patetica Mary, collega di Gerri, disperatamente in cerca di una via di fuga dalla propria solitudine. Attraverso quattro lunghe sequenze ambientate nelle diverse stagioni dell'anno, Leigh mette a confronto la perfetta armonia degli anziani coniugi (talmente perfetta da renderli quasi antipatici: che diritto hanno di fare la morale agli altri?) con il malessere di coloro che li circondano e che si aggrappano come parassiti alla loro felicità. Anche se la pellicola è corale, la vera protagonista è comunque Mary, che a un certo punto si illude persino di poter iniziare una relazione con il giovane Joe e rimane delusa quando lui si presenta finalmente con una ragazza. Leigh cerca di replicare il cocktail di realismo psicologico e analisi sociale della piccola e media borghesia britannica che gli era valsa la Palma d'Oro anni prima con "Segreti e bugie", ma stavolta convince di meno e i personaggi sembrano delle macchiette, nonostante alcuni momenti in cui l'inadeguatezza di Mary (ottima la mimica dell'interprete, Lesley Manville) appare quasi esilarante. La mancanza di una vera conclusione è sicuramente voluta, dato che l'intento è quello di mostrare la tristezza di "un altro anno" come tanti in un'esistenza vuota e disagiata, ma troppi spunti vengono lasciati cadere nel nulla (vedi il cameo di Imelda Staunton all'inizio, nei panni di una paziente di Gerri che soffre d'insonnia) o si sviluppano in modo banale.

Lo zio Boonmee... (A. Weerasethakul, 2010)

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti
(Loong Boonmee raleuk chat)
di Apichatpong Weerasethakul – Thailandia 2010
con Thanapat Saisaymar, Jenjira Pongpas
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

L'anziano Boonmee, gravemente malato, gestisce una fattoria ai margini della giungla con l'aiuto di immigrati laotiani. Qui riceve la visita della cognata Jen e del nipote Tong, ma soprattutto quelle del fantasma della moglie, morta diciannove anni prima, e del figlio, che era scomparso nella foresta e che ora ritorna trasformato in uno scimmione dagli occhi rosso fuoco. Dopo una lunga scena apparentemente slegata dal resto (ma che, alla luce del fin troppo esplicito titolo del film, potrebbe essere interpretata come un momento di una vita passata) in cui un'antica principessa cerca di ritrovare la gioventù e la bellezza facendosi possedere da uno spirito-pesce, vediamo Boonmee e i suoi cari addentrarsi nella giungla fino a una grotta dove l'uomo si lascerà morire, circondato da presenze ancestrali e primitive. Dopo il funerale, Jen e Tong (diventato ora un monaco) si "sdoppieranno". L'incomprensibile (in tutti i sensi) Palma d'Oro di Cannes 2010 è un film ermetico e animista che alterna sequenze realistiche e concrete con altre fiabesche e oniriche, cercando di costruire un'atmosfera sospesa e magica che però elude costantemente lo spettatore, senza mai dare l'impressione di sviluppare in maniera sensata i temi della morte, della memoria e della trasformazione. Proprio la contaminazione di momenti prosaici e realisti con altri più surreali e inquietanti gioca a sfavore della pellicola, che alla fine non risulta né carne né pesce. Il ritmo è lentissimo (come il modo di parlare e di muoversi dei personaggi), lo stile impescrutabile (cosa c'entrano i fermo immagine con i soldati e l'uomo travestito – questa volta apertamente, si vede anche la lampo! – da gorilla?), i costumi ridicoli (l'uomo-scimmia sembra un incrocio fra un Wookie con i peli neri e il testimonial del Crodino), e regia e fotografia non impressionano in alcun modo. Non sempre l'atmosfera basta a salvare un film o a fornire una chiave di lettura, soprattutto quando allo spettatore è preclusa qualsiasi connessione emotiva con i personaggi e gli eventi.

9 giugno 2010

Cannes e dintorni 2010

Stasera inizia la rassegna milanese dei film di Cannes. Quest'anno aveva rischiato di non essere organizzata, a causa del taglio dei finanziamenti istituzionali. Invece alla fine ci sarà, anche se non si può fare l'abbonamento ma bisognerà acquistare i biglietti per le singole proiezioni, una pratica abbastanza scomoda (obbliga a comprare i biglietti in anticipo per essere sicuri di trovarli, impedendo di scegliere all'ultimo momento cosa vedere) oltre che meno conveniente. In più, il programma delude: mancano molti dei lavori che mi interessavano, come i film di Kitano, Michalkov, Araki, Assayas e Lee Chang-Dong. Comunque andrò a vedere la Palma d'Oro di Weerasethakul, più Leigh, Frears, Nakata e qualche altro, sperando di scoprire cose nuove.

8 giugno 2010

Non uno di meno (Zhang Yimou, 1999)

Non uno di meno (Yi ge dou bu neng shao)
di Zhang Yimou – Cina 1999
con Wei Minzhi, Zhang Huike
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Ilaria e Paola.

La contadina tredicenne Wei Minzhi viene assunta per sostituire per un mese il maestro della scuola elementare di un remoto villaggio di campagna, con la raccomandazione di non lasciare che nemmeno un alunno abbandoni gli studi. Quando Zhang Huike, il "discolo" della classe, viene inviato dalla famiglia a lavorare in una grande città, l'ostinata Wei decide di andarlo a recuperare per riportarlo indietro... Con un film di impronta neorealista, quasi "iraniano" (benché, rispetto a Kiarostami, qui si ricerchi maggiormente la partecipazione e la commozione del pubblico anche attraverso un pizzico di retorica), Zhang Yimou torna a occuparsi della Cina moderna come aveva già fatto in "Keep cool" e come farà in molti dei suoi lungometraggi successivi, che personalmente preferisco a quelli di impostazione più spettacolare. Gli attori sono in gran parte non professionisti, hanno gli stessi nomi dei loro personaggi e interpretano sé stessi. Lo spaccato sociale che ne esce è toccante e impressionante, e non si può non provare simpatia per le peregrinazioni della giovane protagonista, dapprima in difficoltà nel dover gestire alunni che hanno soltanto pochi anni meno di lei e poi alle prese con la confusione, la burocrazia e l'indifferenza che regnano in città (si tratta di Zhangjiakou, oltre 4 milioni di abitanti, nella provincia di Hebei). Alla fine riuscirà a ritrovare il bambino grazie al potere della televisione, che trasformerà la sua storia in un commovente "caso" di vita reale a beneficio degli spettatori. Girato con il beneplacito del governo cinese, che si è preoccupato affinché non ne uscisse un'immagine troppo retrograda del paese e soprattutto che alla fine la struttura sociale apparisse in grado di rimediare ai problemi degli abitanti, anche di quelli delle regioni più remote e rurali della nazione (ma il messaggio finale che invita a effettuare donazioni contro l'abbandono scolastico risulta fastidioso e posticcio), il film ha vinto il Leone d'Oro a Venezia (il secondo per Zhang) dopo che era stato escluso dal concorso al Festival di Cannes. Bravi e simpatici (come spesso accade in questi casi) i bambini, protagonisti di scene esilaranti come quelle dell'alzabandiera, delle lezioni di matematica "applicata", del lavoro nella fabbrica di mattoni e delle due lattine di Coca-Cola in condivisione.

7 giugno 2010

Colors (Dennis Hopper, 1988)

Colors - Colori di guerra (Colors)
di Dennis Hopper – USA 1988
con Robert Duvall, Sean Penn
**

Visto in DVD.

Oltre che come attore, Dennis Hopper – scomparso la scorsa settimana – ha operato nel cinema anche come regista. Mentre il suo lavoro più celebre, "Easy Rider", lo aveva visto impegnato su entrambi i fronti, con "Colors - Colori di guerra" si è limitato a stare dietro la macchina da presa, lasciando spazio alle interpretazioni del veterano Robert Duvall e di un giovane Sean Penn che mostrava già allora tutto il proprio talento. I due impersonano una coppia di poliziotti di Los Angeles alle prese con le bande giovanili che seminano violenza nei quartieri periferici della città e che lottano tra loro per questioni territoriali o semplicemente perché sfoggiano "colori" diversi. Se da un lato il film si focalizza sulle differenze fra i due protagonisti (l'esperto Duvall è pieno di pazienza e di buon senso, l'irruente Penn è più aggressivo e meno accondiscendente), dall'altro cerca di descrivere senza enfasi e con equilibrato distacco il mondo delle bande di strada, composte da ragazzi giovani (e spesso giovanissimi) che rivendicano – anche attraverso la violenza o la delinquenza – la propria appartenenza a un quartiere o a una minoranza etnica. Ma le vendette chiamano altre vendette, e l'escalation cruenta diventa inevitabile. In un simile panorama un lieto fine è fuori discussione, anzi non può proprio esserci una fine: tutto ricomincia da capo, c'è soltanto una maggior disillusione. Manca però un vero tentativo di analisi sociale o di spiegazione del fenomeno delle gang giovanili, e alla fine si ha l'impressione di aver visto soltanto un poliziesco un po' più realistico della media. Nel cast ci sono anche Maria Conchita Alonso, Don Cheadle e Damon Wayans.

4 giugno 2010

In the mood for love (Wong Kar-wai, 2000)

In the mood for love (Fa yeung nin wa)
di Wong Kar-wai – Hong Kong 2000
con Tony Leung Chiu-wai, Maggie Cheung
****

Rivisto in DVD, con Giovanni e Rachele.

Hong Kong, 1962. Alloggiati in due stanze affittate in appartamenti adiacenti, il signor Chow (giornalista con la passione per i romanzi wuxia) e la signora Chan (segretaria in un'agenzia di trasporti) cominciano a frequentarsi quando scoprono che i rispettivi coniugi, spesso assenti per lavoro, sono amanti. Dapprima cercano semplicemente di comprendere come sia nata la relazione altrui; ma poi l'intensità del rapporto, sotto il peso delle loro vite solitarie, crescerà sempre di più, fino alla sofferta decisione di separarsi: lui si trasferirà a Singapore, lei si rifarà una vita con un figlio. Il capolavoro di Wong Kar-wai, con il quale il regista volta stilisticamente pagina rispetto ai lavori precedenti per dedicarsi a una ricerca estetica estrema e quasi calligrafica, è un film talmente perfetto da lasciare estasiati. La struggente (anche se quasi banale) storia d'amore è raccontata contemporaneamente con grande distacco (non vedremo nemmeno un bacio fra i due protagonisti, benché ci siano pochi dubbi che il figlioletto che accompagna la signora Chan nell'epilogo sia stato concepito con Chow) e con enorme empatia, trasportando lo spettatore in un mondo chiuso e autoreferenziale, distante nel tempo e nello spazio ma vicino per emozioni e sentimenti. "Proprio perché non facciamo nulla di male, dobbiamo evitare i pettegolezzi", si dicono i due protagonisti, preoccupati di cosa penseranno i vicini di casa nel vederli insieme, imprigionati in ruoli sociali che la collocazione della vicenda negli anni sessanta, in una Hong Kong scossa da tensioni socio-politiche, rende ancora più soffocanti. La narrazione procede lenta, cadenzata da piccoli segnali che indicano la sempre maggior vicinanza dei protagonisti l'uno all'altro. La separazione finale, per quanto dolorosa, è quasi inevitabile. E a Chow non resta che confidare il suo segreto, l'amore per la donna, a un foro scavato nella parete delle rovine di Angkor Wat, in Cambogia, in una sequenza preceduta da filmati di repertorio sulla visita di Charles De Gaulle che contestualizzano l'ambientazione storica ("De Gaulle è parte della storia coloniale che sta per dissolversi", ha spiegato il regista).

Ma anche a livello di stile, tutto è straordinario in questo film: la regia curatissima, con ralenti che fermano il tempo e prolungano gli attimi di rassegnazione e di compartecipazione; una sceneggiatura che gioca con le ellissi, i dettagli, le frasi non dette, le menzogne degli amanti; un casting che si concentra sui due protagonisti e su poche altre figure marginali (il collega di Chow, la padrona di casa), scegliendo invece di non mostrare mai direttamente – se non attraverso l'inquadratura di una nuca o una voce fuori campo – i rispettivi coniugi che sono poi i motori della vicenda; la recitazione dei due interpreti, con un superbo Tony Leung, vincitore del premio per il miglior attore a Cannes, e una splendida Maggie Cheung, capace di farsi finalmente notare anche da quegli spettatori distratti che ancora non conoscevano la sua bravura; la fotografia di Christopher Doyle (sostituito nel finale da Mark Lee Ping-bin, collaboratore abituale di Hou Hsiao-hsien), dai colori forti, accesi, almodovariani, in grado di dare spessore palpabile a luci, ombre (sui muri), fumo di sigaretta e gocce di pioggia estiva; la colonna sonora, con lo splendido "Yumeji's theme" di Shigeru Umebayashi (tratto da un film di Seijun Suzuki) e brani di Michael Galasso affiancati da oldies di Nat King Cole ricchi di sensuale fascino latino, come le canzoni "Aquellos ojos verdes" e "Quizas, quizas, quizas" (il brano che dà il titolo al film, invece, si sente solo nei trailer); gli abiti, con Maggie Cheung in particolare che ne cambia a decine, indossando un cheongsam diverso in ogni scena ma sempre con estrema eleganza, i tessuti che le fasciano il corpo come un guanto (indimenticabili le sequenze in cui scende le scale per andare a comprarsi i ravioli al vapore quando il marito non c'è, incontrando immancabilmente Chow che si reca a fare lo stesso); e le scenografie, curatissime sin dalla scelta degli oggetti d'arredamento, le tende, le carte da parati, i muri scrostati per le strade. Quattro anni dopo Wong girerà un seguito, "2046", sempre con Tony Leung ma senza Maggie Cheung (a parte un breve cameo).

1 giugno 2010

Grisbi (Jacques Becker, 1954)

Grisbi (Touchez pas au grisbi)
di Jacques Becker – Francia/Italia 1954
con Jean Gabin, Lino Ventura
***1/2

Rivisto in VHS, con Giovanni, Rachele, Ilaria, Ginevra e Isacco.

L'anziano e rispettato gangster Max, stanco e disilluso, è sempre pronto ad aiutare e a proteggere gli amici, verso i quali ha un atteggiamento quasi paterno. Dopo aver portato a termine un grosso colpo, impadronendosi di preziosi lingotti d'oro insieme al complice di sempre, Henri "Riton" (René Dary), medita di ritirarsi finalmente a vita privata. Ma l'incauto Riton spiattella tutto alla sua donna, la ballerina Josy (Jeanne Moreau), che se l'intende con il capobanda Angelo (Lino Ventura, al suo esordio), il quale farà di tutto per mettere le mani sulla refurtiva, arrivando a rapire Riton e a chiedere un riscatto. Tratto da un romanzo di Albert Simonin, "Grisbi" (termine gergale che significa "bottino") non è solo un film che ha contribuito a fondare un genere e a rilanciare la carriera del protagonista: è anche un noir teso e crepuscolare, dominato dai temi dell'amicizia maschile, con un grande Gabin che tratteggia magnificamente un personaggio carismatico e misogino, disposto a rinunciare a tutto pur di non abbandonare il compare in difficoltà. Di fronte a giovani rivali disonesti e traditori e a donne infedeli e portatrici di guai, Max si erge come l'ultimo baluardo di un mondo ormai in via d'estinzione, basato su valori in declino come il rispetto dell'amicizia e della fedeltà. L'atmosfera decadente e malinconica è sottolineata dalla colonna sonora di Jean Wiener e dalla fotografia notturna e urbana di Pierre Montazel. Nell'ottimo cast ci sono anche Paul Frankeur (Pierrot, il proprietario del night club), Delia Scala (la segretaria dello zio ricettatore) e Marilyn Buferd (la raffinata amante di Max).

31 maggio 2010

Ichi the killer (Takashi Miike, 2001)

Ichi the killer (Koroshiya 1)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Tadanobu Asano, Nao Omori
***

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Forse è il film più celebre di Takashi Miike, di certo tra i più estremi e ovviamente non per tutti i gusti (come d'altronde gran parte della sua produzione). Tratto da un manga di Hideo Yamamoto, racconta le deliranti vicende di uno yakuza sadomasochista, Kakihara (interpretato da un ottimo Tadanobu Asano dal volto sfregiato), alle prese con un killer psicotico, Ichi, che ha assassinato il suo boss e sta massacrando uno dopo l'altro tutti i suoi uomini. Come Kakihara, anche Ichi ha una personalità assai disturbata, confonde il desiderio sessuale con i suoi impulsi sadici e omicidi, ma soprattutto sembra soltanto un burattino nelle mani del misterioso Jijii (Shinya Tsukamoto), che ne ha manipolato i ricordi e ne controlla la volontà. Fra crudeli torture, assurde mutilazioni e allucinate sequenze splatter, gore o semplicemente grottesche, il film è un'orgia visiva di situazioni forti e sopra le righe, sviluppate sui fili conduttori del sadismo e del masochismo: e poco importa se alla fine non giungono tutte le risposte e lo spettatore è lasciato in preda a una certa confusione: quello che conta non è la trama generale, ma i singoli momenti di folle violenza grafica e psicologica, portati sullo schermo con uno stile registico visionario e debordante, senza dimenticare la grande cura nelle scenografie iperrealistiche. Oltre al pittoresco Kakihara e al timido Ichi, protagonisti inquietanti e malati che si inseguono per tutto il film – quasi come amanti – all'insegna di una viscerale "filosofia del dolore", la pellicola presenta numerosi altri personaggi bizzarri, tutti naturalmente destinati a una brutta fine: Suzuki, gangster rivale di Kakihara (interpretato da Susumu Terajima); Karen, una prostituta del sud-est asiatico (Alien Sun); Kaneko, ex agente di polizia ora al servizio di Kakihara (Hiroyuki Tanaka); e una coppia di fratelli poliziotti corrotti (Matsuo Suzuki).

30 maggio 2010

Tango (Patrice Leconte, 1993)

Tango (id.)
di Patrice Leconte – Francia 1993
con Philippe Noiret, Richard Bohringer, Thierry Lhermitte
*1/2

Visto in DVD.

Lasciato dalla moglie, Paul (Lhermitte) non riesce a smettere di pensare a lei perché la ama ancora. E allora, per eliminarla definitivamente dalla propria vita, sobillato da uno zio convinto scapolo (Noiret), decide di assumere qualcuno per ucciderla. La scelta ricade su Vincent (Bohringer), ex aviatore che anni prima aveva tolto di mezzo a sua volta la propria consorte infedele, facendola cadere dal suo aereo, ed era rimasto impunito. Nel corso del lungo viaggio per raggiungere il luogo del delitto (la donna, nel frattempo, si è trasferita in Africa), i tre uomini impareranno a conoscersi e a confrontare i rispettivi punti di vista sull'universo femminile. Farsesca commedia "nera" sui temi del rapporto tra i sessi (l'eterno dilemma è sempre lo stesso: non si può vivere con le donne, ma nemmeno senza di loro), dell'infedeltà e della seduzione, naturalmente da un punto di vista esclusivamente maschile, all'insegna di una misoginia solo apparente (come dimostra lo scontato finale) e popolata da situazioni e da personaggi grotteschi. Per buona parte si trasforma in un road movie pasticciato e surreale: ma spesso non si capisce se si debba ridere o meno; e neanche l'atmosfera leggera, alla francese, aiuta ad apprezzarla appieno. Pretestuoso il riferimento nel titolo al tango ("Per ballarlo bisogna essere in due"). Fra le guest star compaiono Carole Bouquet (la donna in albergo), Jean Rochefort (suo marito), Miou-Miou (la moglie di Paul) e Judith Godrèche (la ragazza con la pistola).

28 maggio 2010

Ghost dog (Jim Jarmusch, 1999)

Ghost dog - Il codice del samurai (Ghost Dog: The Way of the Samurai)
di Jim Jarmusch – USA 1999
con Forest Whitaker, John Tormey
***1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele, Paola, Ilaria, Ginevra e Giuseppe.

Ghost Dog è un misterioso killer afro-americano che vive su un tetto, comunica con i suoi mandanti per mezzo di piccioni viaggiatori e segue fedelmente gli insegnamenti dello "Hagakure", la guida pratica e spirituale scritta dal samurai Yamamoto Tsunetomo, numerosi brani del quale vengono citati e compaiono in sovrimpressione sullo schermo. Fra questi spicca quello che predica l'assoluta fedeltà di un samurai verso il proprio padrone, che Ghost Dog identifica in Louie, un mafioso italo-americano che anni prima gli aveva salvato la vita. Ma dopo che ha portato a termine un incarico per suo conto, i boss di Louie decidono che lo stesso killer deve essere eliminato: seguiranno vendette. Straordinario film su uno straordinario personaggio che si muove in un ambiente caratterizzato con sintetica efficacia: le desolate periferie di una città americana senza nome, popolate da tribù e razze in via di estinzione, dove il senso di fine ineluttabile è sempre presente e lo scontro fra le diverse culture appare inevitabile. Ma l'incomunicabilità è solo apparente: basti pensare al rapporto fra Ghost Dog e il suo "miglior amico" Raymond, che parlano due lingue diverse, l'inglese e il francese, eppure in qualche modo si comprendono, tanto da ripetere ciascuno – senza saperlo, naturalmente – le identiche frasi che l'altro ha appena detto (significativo il momento in cui i due assistono alla surreale costruzione di una barca sul tetto da parte di un uomo, che a sua volta parla una lingua ancora differente, lo spagnolo); o all'inaspettata passione di uno dei mafiosi per il rap e la musica dei "negri"; e naturalmente alla divertente scena in cui i gangster, dopo essersi presi gioco dell'abitudine dei rapper e degli indiani d'America di assumere pseudonimi o nomignoli coloriti, dimostrano di farne uso a loro volta. Ci si muove dunque in un ambiente illogico e violento, dove però la cultura, l'etica e la spiritualità sembrano offrire appigli per una qualche forma di speranza e di sopravvivenza. Sono scenari che ci vengono mostrati – fin dalla prima sequenza – dall'alto e a "volo d'uccello", attraverso lo sguardo dei piccioni viaggiatori, prima di essere nuovamente esplorati dal basso e fra le luci notturne della splendida fotografia di Robby Müller.

Ghost Dog è un personaggio fuori dal tempo e dal mondo, che vive attraverso rituali personali e meditativi, si affida a un codice etico e filosofico proveniente da un'altra cultura e si identifica con gli orsi, come lui creature nobili e dallo spirito indomabile che stanno però per scomparire. Nel suo lavoro è efficace e metodico, si muove come un fantasma e non sembra esprimere emozioni. Eppure ha un forte legame con il suo territorio, è rispettato da tutti e stringe facilmente amicizia con una bambina, amante della lettura, che riesce a cogliere la sua vera natura e alla quale nel finale trasmette la propria filosofia, lasciandole in eredità il libro di Tsunetomo. Oltre agli orsi e ai piccioni, l'altro legame che ha con il mondo animale è costituito dal cane nero che gli appare di fronte in alcuni momenti, osservandolo fisso negli occhi come per riflettersi in uno specchio: anche lui è un "cane fantasma". Se narrativamente e formalmente il film può ricordare pellicole a sfondo gangsteristico come quelle di Besson ("Leon") e Tarantino ("Pulp fiction"), in realtà affonda le radici soprattutto nel cinema polar di Jean-Pierre Melville (in particolare "Frank Costello faccia d'angelo", che non a caso in originale si intitolava "Le samourai") e naturalmente in quello giapponese sui samurai ("Rashomon", il libro di Ryunosuke Akutagawa al quale Akira Kurosawa si è ispirato per l'omonimo film, passa di mano in mano attraverso più personaggi). Originale anche il modo in cui vengono ritratti i mafiosi italo-americani: stanchi, anziani, legati a codici e a pratiche ormai in declino, irrisi dalle nuove generazioni (vedi la scena del bambino che li bombarda di oggetti dalla finestra), non possono far altro che radunarsi a giocare a carte nel retro di un ristorante cinese o passare il loro tempo a guardare vecchi cartoni animati (Betty Boop, Felix the Cat, Woody Woodpecker; ma ci sono anche Grattachecca e Fichetto), che curiosamente sembrano sempre aver qualcosa in comune con gli eventi e la realtà che li circonda. La scena in cui Ghost Dog spara a un nemico dal tubo del lavandino, per esempio, pare proprio uscire da uno di questi cartoon. Fondamentale, nel creare l'atmosfera e caratterizzare l'ambiente sub-urbano in cui si svolge la vicenda, la musica hip-hop di RZA del Wu-Tang Clan (che compare in un cameo in tuta mimetica nel finale), in grado di fondersi con la meditazione spirituale del personaggio (per esempio attraverso il rituale dell'ascolto del cd nelle automobili che ruba). Ottimo anche il cast, con volti indimenticabili per i mafiosi (come quello del veterano Henry Silva, una vera maschera) e per i personaggi di contorno (l'ivoriano Isaach De Bankolé è Raymond, Tricia Vessey è la figlia del boss).

27 maggio 2010

Robin Hood (Ridley Scott, 2010)

Robin Hood (id.)
di Ridley Scott – USA 2010
con Russell Crowe, Cate Blanchett
*1/2

Visto al cinema Colosseo, con Rachele, Paola, Marina e Mattia.

Di ritorno dalle crociate al seguito di re Riccardo Cuor di Leone, l'arciere Robin Longstride è costretto ad assumere l'identità di sir Robert Loxley di Nottingham. Alla guida di alcuni fidi compagni, si schiererà al fianco della popolazione e di lady Marion, vedova di Loxley, contro i soprusi del clero e le esose tasse del nuovo re Giovanni, ma aiuterà anche quest'ultimo a respingere un'invasione dei soldati francesi, riunificando i ribelli del nord che il traditore Godfrey aveva sobillato contro la Corona. In cambio, però, non riceverà onori (né, soprattutto, la "carta dei diritti" che chiedeva per il popolo) ma sarà dichiarato fuorilegge: comincerà così la leggenda di Robin Hood e dei banditi di Sherwood. Nel narrare come sono nati il celebre personaggio e tutta la mitologia che lo circonda, il regista cerca un taglio storico (più che "Il gladiatore" vengono in mente "Le crociate" e, anche se non è di Scott, "Braveheart") e realizza una sorta di prequel che però non riesce mai a regalare sorprese allo spettatore. Inizialmente il film avrebbe dovuto chiamarsi "Nottingham" (e dare molto più spazio allo sceriffo), un titolo ben più appropriato per una storia che vede proprio nel popolo e nella terra, più che nei personaggi, i suoi protagonisti. Nonostante gli indubbi pregi dal lato tecnico (regia e fotografia, come sempre nelle pellicole di Ridley Scott, non deludono) e la cura nelle scenografie e nei costumi, dei cinque film sfornati finora dall'accoppiata Scott/Crowe questo è il meno convincente: lungo, pomposo, con un incedere pesante e una parte centrale un po' noiosa, una volta giunti fino in fondo non lascia certo il desiderio di rivederlo. I momenti migliori sono probabilmente le battaglie e le scene d'azione: quella finale, con i francesi che approdano sulle spiagge di Dover, rievoca lo sbarco in Normandia. Disarmante la colonna sonora, mentre i titoli di coda sono opera dell'animatore italiano Gianluigi Toccafondo. Il cast comprende vecchie glorie come Max von Sydow e William Hurt, ma anche la graziosa Léa Seydoux, già vista in "Lourdes", e Mark Strong, ormai condannato alle parti da cattivo.

26 maggio 2010

L'alba della libertà (W. Herzog, 2006)

L'alba della libertà (Rescue Dawn)
di Werner Herzog – USA 2006
con Christian Bale, Steve Zahn
**1/2

Visto in DVD.

Ispirandosi a una storia vera (su cui aveva già realizzato un documentario, "Little Dieter needs to fly"), ovvero quella di Dieter Dengler, l'aviatore di origine tedesca che è stato l'unico soldato americano a essere fuggito da un campo di prigionia nel Vietnam del Nord o nel Laos, Herzog torna al cinema di finzione per raccontare una vicenda di determinazione e di sopravvivenza. Agli albori della guerra nel Vietnam, Dengler è incaricato di compiere incursioni aeree sui villaggi nemici: ma viene abbattutto dopo pochi minuti della sua prima missione, catturato e rinchiuso in un campo laotiano, dove già si trovano altri prigionieri. Da lì riuscirà a fuggire e a sopravvivere nella giungla, cibandosi fra le altre cose di vermi e serpenti, fino a quanto non sarà soccorso da un elicottero. Bale interpreta un personaggio pieno di risorse, sorretto da un irrefrenabile ottimismo (non perde mai il sorriso e la fiducia, a differenza dei suoi compagni di prigionia) e da una straordinaria forza di volontà che lo aiutano a non cadere preda dello sconforto o della pazzia. La pellicola è solo marginalmente un film di guerra: come spesso capita nel cinema di Herzog, si dedica soprattutto a ritrarre una personalità fuori dal comune e proprio per questo in grado di compiere imprese che sono precluse a tutti gli altri. Sin dall'inizio ci viene spiegato che Dieter non combatte per seguire istinti bellici o un'ideologia, ma è spinto semplicemente dal desiderio di avventura e dell'amore per il volo. Bellissimi i paesaggi del sud-est asiatico (il film è stato girato nella giungla thailandese), che fanno capire a cosa si è ispirato James Cameron per gli scenari di "Avatar", e spettacolari le immagini iniziali dei bombardamenti. Buono il cast, che oltre a Bale e Zahn comprende anche Jeremy Davies. Per la prima volta il regista tedesco lavorava con una troupe hollywoodiana e ha fatto ampio ricorso ad effetti digitali.

23 maggio 2010

La valanga (Ernst Lubitsch, 1929)

La valanga (Eternal Love)
di Ernst Lubitsch – USA 1929
con John Barrymore, Camilla Horn
**

Visto in DVD.

La storia si svolge a inizio Ottocento, in un paesino fra le montagne della Svizzera. L'amore fra Marcus, cacciatore rude e solitario, e Ciglia, devota e virtuosa nipote del prete del villaggio, è contrastato dalle ingerenze della spregiudicata Pia, che approfitta dello stato di ubriachezza dell'uomo per sedurlo e passare una notte con lui, mettendolo poi di fronte al fatto compiuto e costringendolo a sposarla. Delusa, Ciglia accetterà senza molta convinzione la corte di un altro spasimante, Lorenz: ma questi, geloso dell'amore che la ragazza continua a nutrire per Marcus, cercherà di ucciderlo mentre è a caccia sui monti, venendone però colpito. Braccati dagli abitanti del villaggio che li accusano di essere amanti e di aver complottato contro Lorenz, Marcus e Ciglia sono costretti a fuggire sulle cime innevate, dove sceglieranno di morire insieme lasciandosi travolgere da una valanga. Ultimo film muto di Lubitsch (anche se fu distribuito con una colonna musicale ed effetti sonori, come i colpi di fucile che riecheggiano fra le montagne), è un cupo melodramma girato con indubbio mestiere ma privo della leggerezza e del garbo delle opere migliori del regista, oltre a risultare un po' ingessato da un eccesso di moralismo che non gli è molto consono. La parte migliore è sicuramente quella iniziale, tutta giocata sul contrasto fra le due ragazze (la scura e disinibita Pia, interpretata da Mona Rico, e la bionda e angelica Ciglia: entrambe bellissime), che culmina con l'ottima scena del ballo in maschera e quella della nottata successiva, dove Lubitsch è abile a lasciar intendere come Marcus e Pia abbiano dormito insieme senza mostrarlo apertamente. Splendida e imponente la rappresentazione delle forze della natura: il film non fu girato sulle Alpi, ma in Canada.

21 maggio 2010

Visitor Q (Takashi Miike, 2001)

Visitor Q (id.)
di Takashi Miike – Giappone 2001
con Kenichi Endo, Shungiku Uchida
***1/2

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli inglesi.

Di film bizzarri, il prolifico Takashi Miike ne ha girati parecchi: ma questo è senza dubbio uno dei più controversi, benché tutte le trasgressioni e le perversioni mostrate sullo schermo (incesti, stupri, omicidi, violenze domestiche, necrofilia, prostituzione, tossicodipendenza) non siano provocazioni fini a sé stesse o che mirano soltanto a scandalizzare il pubblico, ma si collochino – grazie anche al filtro della farsa e dell'esagerazione – al servizio di un racconto coerente e meditato, simbolico e persino pacificatore, che mescola l'humour nero alla satira sociale. Il soggetto ricorda "Teorema" di Pier Paolo Pasolini (e non è da escludere che ci sia stato qualche tipo di ispirazione): un misterioso individuo si installa a casa di una famiglia "disturbata" e allo sbando, aiutandola – con la sua semplice presenza – a superare dolori e problemi, e riunificandola all'insegna di una nuova armonia. Certo è che la famiglia protagonista è davvero sui generis: il padre Kiyoshi, un giornalista televisivo che tempo prima era stato umiliato (e sodomizzato con un microfono!) in diretta durante un reportage, si ritrova a far sesso a pagamento con la figlia maggiore Miki, che era scappata di casa; la madre Keiko, casalinga frustrata e tossicodipendente, viene regolarmente picchiata dal figlio minore Takuya e ha il corpo ricoperto di ferite e cicatrici; Takuya, a sua volta, è tormentato da un gruppo di bulli della sua classe che lo perseguitano giorno e notte, nell'indifferenza generale degli altri membri della famiglia: anzi, il padre decide addirittura di riprendere con la sua videocamera le angherie subite dal figlio, nella folle speranza di redimersi mostrando a tutto il mondo il proprio disagio e la propria impotenza.

Dopo essere stato colpito in testa con una pietra – e per ben due volte! – da un misterioso giovane riccioluto e barbuto (l'iconografia, ed ecco un altro legame con Pasolini, rimanda a Cristo), il capofamiglia lo accoglie senza spiegazioni nella propria casa. "L'ospite", pur fungendo apparentemente solo da testimone impassibile, restituirà ai suoi abitanti l'autostima e la felicità, aiutandoli a risvegliare sentimenti che erano sopiti. Dopo una serie di sequenze sopra le righe, come lo stupro e l'uccisione di una collega da parte di Kiyoshi – che ne violenta poi anche il cadavere – e la ribellione dell'intera famiglia contro i teppisti che tormentavano Takuya (il tutto immortalato dalla videocamera digitale di Kiyoshi, la stessa che all'inizio del film aveva ripreso l'incesto fra padre e figlia), la ritrovata unità familiare si completa con il ritorno a casa di Miki. E il finale è all'insegna dell'amore, simboleggiato dal latte che fuoriesce copiosamente dalle mammelle di Keiko (Shungiku Uchida – più celebre come autrice di manga che come attrice – venne scelta da Miike perché, avendo dato di recente un figlio alla luce, era in grado di "lattare" in maniera naturale, senza effetti speciali). Lo stesso film di Miike è interamente girato in digitale: era la prima volta che il regista usava questa tecnica, imposta dalla produzione (la pellicola era stata commissionata come ultimo episodio di una serie di sei lungometraggi a basso budget sul tema dell'"amore puro", da distribuire direttamente nel circuito dell'home video) e da lui sfruttata per dare all'intera vicenda una patina di "cinema-verità" che naturalmente contrasta con i comportamenti trasgressivi e surreali dei personaggi. C'è anche chi ha visto nel film una metafora del Giappone moderno, i cui problemi (violenza domestica o scolastica, prostituzione giovanile, mancanza di autostima, difficoltà nei rapporti sociali, insensibilità e disconnessione emotiva) si rispecchiano in quelli dei protagonisti, un nucleo familiare che dunque simboleggia un'intera nazione. Che davvero, come suggerisce il film, sia necessaria una "terapia d'urto" a base di pietre sulla zucca per rimettere le cose in sesto?

20 maggio 2010

Save the green planet! (Jang Joon-hwan, 2003)

Save the green planet! (Jigureul jikyeora!)
di Jang Joon-hwan – Corea del Sud 2003
con Shin Ha-kyun, Baek Yun-shik
*1/2

Visto in DVD, in originale con sottotitoli inglesi.

Un pazzo lunatico, convinto che la Terra sia minacciata dagli alieni, rapisce il presidente di un'importante industria chimica e lo rinchiude nel suo casolare di montagna. Ritiene infatti che l'uomo sia un extraterrestre camuffato da umano e che l'unico modo per salvare il pianeta consista nel convincerlo a contattare telepaticamente "il principe di Andromeda" prima della prossima eclissi lunare. Un detective che indaga sul caso scopre che il rapitore ha già ucciso diverse persone, tutte collegate a tragici eventi del suo passato. L'ambiziosa opera prima di Jang è essenzialmente una stupidaggine, un tentativo malriuscito di fondere generi diversi (la commedia, il thriller, il grottesco, la fantascienza) col risultato di fallire su più fronti e di non convincere nemmeno quando vuol parlare seriamente di malattie mentali o di drammi personali. Vista una certa originalità nel soggetto, la pellicola avrebbe forse potuto salvarsi se il regista avesse messo da parte l'approccio postmoderno e avesse scelto di insistere di più su un unico registro, per esempio quello comico. Invece i pochi tentativi di umorismo sono goffi e non fanno ridere, l'elemento melodrammatico (la madre in coma) è grossolano, le scene di tortura e i tentativi di stimolare la suspense si limitano a copiare malamente "Misery", e come se non bastasse ci sono pure pretenziose citazioni di "2001: Odissea nello spazio". Il finale a sorpresa, poi, è assurdamente fuori posto. Nel cast, assai disomogeneo per qualità, il migliore è il "rapito" Baek Yun-shik.

19 maggio 2010

Asako in ruby shoes (Lee Je-yong, 2000)

Asako in ruby shoes (Sunaebo)
di Lee Je-yong – Corea del Sud 2000
con Lee Jung-jae, Misato Tachibana
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

A Tokyo, la giovane Aya intende morire entro un mese: il suo progetto è quello di suicidarsi trattenendo il respiro mentre attraversa la linea internazionale del cambiamento di data a bordo di un aereo diretto in Alaska. Per procurarsi il denaro necessario al viaggio, abbandona la scuola e comincia a lavorare come modella per un sito web che propone ai clienti la possibilità di osservare una "ragazza virtuale" attraverso la webcam. Mascherata con una parrucca rossa, Aya assume così l'identità di "Asako dalle scarpe di rubino" a causa delle calzature da cui non si separa mai. Nel frattempo, a Seul, il solitario, imbranato e apatico impiegato comunale U-In si innamora di una problematica ragazza con i capelli rossi: visto che il suo affetto non è ricambiato, si sfoga di notte navigando col computer su siti pornografici o portali di appuntamenti e finisce con l'incappare in "Asako", del quale diventa presto un affezionato seguace. I due personaggi si incontreranno "dal vivo" soltanto nel finale, quando nelle loro esistenze tutto sarà cambiato. Una delle prime (e rare) collaborazioni coreano-giapponesi, il film è quieto e lento e si prende i suoi tempi per descrivere personaggi e situazioni, col rischio di risultare un po' noioso: anche perché alla resa dei conti non dice nulla di particolarmente profondo, e tanta delicatezza minimalista sfocia soltanto in una poetica banalità. I temi sono quelli dell'interazione a distanza, della solitudine, della noia, della ricerca dell'amore o del significato della vita: ma a parte un retrogusto malinconico e una certa cura nella descrizione delle ambientazioni, a visione terminata non rimane poi molto.

16 maggio 2010

Stalker (Andrej Tarkovskij, 1979)

Stalker (id.)
di Andrej Tarkovskij – URSS 1979
con Aleksandr Kajdanovskij, Anatolij Solonitsyn
****

Rivisto in DVD, con Marisa, Giovanni, Rachele, Ginevra ed Eleonora.

In seguito alla caduta di un meteorite, una gigantesca regione denominata "la Zona" – ora disabitata – viene dichiarata off limits. L'esercito ne sorveglia i confini, vietando l'accesso a chiunque, anche perché al suo interno si verificano fenomeni misteriosi e chi vi si inoltra non fa più ritorno. Ma alcune guide che operano illegalmente, i cosiddetti "stalker", possono accompagnare chi ne ha più bisogno fino alla stanza che si trova al centro della Zona e che ha il potere di far avverare i desideri più segreti, profondi e inconsapevoli. Pochi però hanno il coraggio di entrarvi: esemplare è il caso di un uomo che era giunto fin lì per salvare la vita del fratello e si era invece ritrovato immensamente ricco, rendendosi così conto della propria natura egoistica. Adattando a modo suo un racconto dei fratelli Arkadj e Boris Strugatskij ("Picnic sul ciglio della strada"), Tarkovskij torna alla fantascienza sette anni dopo "Solaris" con un film simbolico e profondo, stilisticamente costruito su long takes e lenti movimenti di camera e ambientato in un "non luogo" fatto di campi incolti, case diroccate o allagate, cunicoli, rovine, natura selvaggia e acquitrini, evidente metafora del viaggio nel proprio inconscio. Come uno psicanalista, lo stalker guida i suoi clienti (individui infelici o alla ricerca di una maggior consapevolezza di sé) in un territorio ostile e ambiguo, dove la strada più corta non è mai quella diretta, per procedere occorre affidarsi agli istinti e alle intuizioni (il lancio dei dadi), gli scenari e gli ambienti mutano in continuazione a seconda degli stati d'animo, ed è pericoloso inoltrarsi armati o con intenzioni distruttive. I due personaggi senza nome che assoldano il protagonista per farsi condurre fino alla stanza sono uno scrittore (in crisi personale e creativa) e un professore (un fisico che ha in realtà intenzione di distruggere la stanza miracolosa con una bomba), dunque un intellettuale cinico e un materialista scettico, simboli delle due attività umane – l'arte e la scienza – che, se lasciate senza una guida consapevole, diventano sterili, inutili e fini a sé stesse. Lungo il cammino, lo stalker li indirizza sul giusto cammino mentre lui stesso si mantiene sempre un passo indietro, e rimane deluso quando coloro che ha guidato non hanno il coraggio di "credere", di andare fino in fondo.

Simbolo della natura selvatica della Zona, o forse di quella instintiva dell'uomo, è anche il cane nero che lo stalker riporta a casa con sé: scuro, silenzioso, impenetrabile, eppure dolce e mansueto. Non mancano altri suggestivi paralleli, come quelli con Virgilio, che accompagna Dante attraverso gli inferi, oppure con Gesù Cristo: a un certo punto lo stalker comincia a raccontare l'episodio dei discepoli di Emmaus, e verso il finale lo scrittore si mette sul capo una corona di spine. Un'ulteriore, curiosa e possibile sovra-interpretazione è quella dello stalker come Dungeon Master di un gioco di ruolo, che guida i giocatori attraverso trappole e gallerie nei meandri di un territorio che si modifica man mano che si procede, e che per scegliere la direzione da prendere "tira i dadi" (anche se nel film si tratta di dadi da bulloni, non di poliedri da gioco!). Quello dello stalker è comunque un mestiere – oltre che illegale – anche pericoloso, che segna nello spirito e nel corpo. Fuori dalla Zona, ad attenderlo c'è però una famiglia: la moglie paziente e devota – che in una breve scena si rivolge direttamente agli spettatori per spiegare la difficoltà della propria relazione con il marito – e una figlia "mutante", dotata di poteri telecinetici, che conclude la pellicola recitando una poesia (di Fyodor Tjutchev, mentre altri versi che vengono citati nel film sono del padre di Tarkovskij, Arsenij). Molto interessante la fotografia, che alterna scene a colori (per le sequenze ambientate all'interno nella Zona e per quelle, nel finale, con la figlia dello stalker) ad altre girate in monocromia (un color seppia che sembra un quasi bianco e nero, riservato al mondo esterno). Gran parte del film, la cui lavorazione non fu priva di intoppi, è stata girata presso una centrale idroelettrica abbandonata in Estonia. Se l'idea del meteorite è probabilmente ispirata all'evento di Tunguska del 1908, sette anni dopo l'uscita del film si verificò invece l'incidente di Chernobyl: la regione attorno alla centrale nucleare venne evacuata e coloro che avevano il compito di curare la bonifica, almeno stando a Wikipedia, cominciarono a definirsi "stalker" e a chiamare l'area abbandonata "la Zona".

14 maggio 2010

L'impareggiabile Godfrey (G. La Cava, 1936)

L'impareggiabile Godfrey (My man Godfrey)
di Gregory La Cava – USA 1936
con William Powell, Carole Lombard
***

Visto in DVD.

Un classico della screwball comedy anni trenta. Un barbone viene assunto come maggiordomo nella villa di una famiglia ricca ed eccentrica, dopo che ha aiutato la figlia minore a vincere una specie di "caccia al tesoro" organizzata fra i membri dell'alta società (i partecipanti dovevano condurre con sé un derelitto). Qui il misterioso Godfrey, che si rivelerà sorprendentemente all'altezza (è garbato, intelligente e ironico), insegnerà ai viziati abitanti della casa i veri valori della vita, come l'umiltà e il rispetto, ma anche come ritrovare equilibrio e felicità. E grazie alle sue competenze finanziarie rimetterà persino in sesto i conti in rosso della famiglia. Fra satira sociale (i ricchi vengono ritratti come fuori di testa, bizzarri, insensibili) e riferimenti realistici all'attualità (come quelli alla grande depressione: fra i "colleghi" di Godfrey ci sono anche banchieri caduti in rovina), il film è condito da squarci surreali e tocchi di melodramma romantico. Powell e la Lombard (nei panni dell'ingenua e stupida Irene, che finisce con l'innamorarsi di Godfrey) nella vita reale erano stati sposati dal 1931 al 1933, e questo forse spiega la tensione palpabile in alcune scene. Grandioso il cast di contorno, che comprende Eugene Pallette (il placido capofamiglia, ormai rassegnato a sopportare le stravaganze della consorte e delle indisciplinate figlie), Alice Brady (la moglie svampita e smemorata), la bella Gail Patrick (l'orgogliosa e arrogante figlia maggiore), Jean Dixon (la cameriera sensibile), Alan Mowbray (il vecchio amico di Godfrey) e Mischa Auer (l'irresistibile musicista scroccone, protetto dalla padrona di casa, che imita un gorilla e suona al piano "Oci Ciornie"). Molto belli anche i titoli di testa, con le insegne luminose sui tetti. Il film ricevette sei nomination agli Oscar: per regia, sceneggiatura e tutte le quattro riservate agli attori (per Powell, Lombard, Auer e Brady). Nel 1957 ne è stato fatto un remake con David Niven.

13 maggio 2010

Iron Man 2 (Jon Favreau, 2010)

Iron Man 2 (id.)
di Jon Favreau – USA 2010
con Robert Downey Jr., Mickey Rourke
**

Visto al cinema Orfeo, con Hiromi.

I secondi capitoli delle saghe supereroistiche della Marvel si sono spesso rivelati migliori degli episodi d'esordio, che sono penalizzati dal dover narrare in maniera dettagliata le origini dei personaggi: è successo, per esempio, per lo Spider-Man di Raimi e per gli X-Men di Singer, franchise di cui proprio il secondo film rappresenta la punta di diamante. Non è così invece per Iron Man, il cui sequel – decisamente più fracassone e infantile, oltre che meno coerente e rigoroso – non è all'altezza dell'ottimo primo episodio. Buona parte della colpa è da imputare all'avvicendamento fra gli sceneggiatori, con l'arrivo di Justin Theroux (inesperto ma "amico" di Downey Jr., con cui aveva lavorato in "Tropic Thunder"). Tutto sommato però il divertimento non manca, soprattutto per un Marvel fan che – come me – ha sempre amato il personaggio e per una volta è disposto ad accontentarsi di rumorose scene d'azione (da incorniciare l'adrenalinico scontro sulla pista automobilistica cittadina di Montecarlo e la battaglia finale con decine di avversari nei cieli sopra le installazioni fieristiche dello Stark Expo) e a passare sopra alla totale mancanza di plausibilità dell'aspetto tecnologico-scientifico (a differenza degli sceneggiatori del film precedente, Theroux non cerca nemmeno di inventare uno straccio di spiegazione teorica per il funzionamento delle armi dei "cattivi" o per il modo in cui il protagonista sintetizza un nuovo elemento chimico). Questa volta l'inventore milionario Tony Stark deve affrontare minacce su più fronti: l'esercito degli Stati Uniti, che non intende lasciare nelle mani di un privato una "potenza di fuoco" come quella fornita dall'armatura di Iron Man; il fabbricante d'armi rivale Justin Hammer (Sam Rockwell), che mette a punto un esercito di droni inarrestabili e che naturalmente sfuggono al suo controllo; lo scienziato russo Ivan Vanko, alias Blacklash (un Mickey Rourke sardonico e tatuato), deciso a vendicare i torti subiti da suo padre per opera della famiglia Stark; il suo stesso corpo, avvelenato dalla medesima tecnologia che lo mantiene in vita; la difficile "eredità" del padre, con il quale – pur se morto – tenta di ricucire il rapporto. Aggiungiamo al miscuglio il ritorno di Nick Fury (nuovamente interpretato da un ironico Samuel L. Jackson), l'arrivo di Natasha Romanoff (la Vedova Nera, qui agente dello S.H.I.E.L.D.: una Scarlett Johansson poco in parte), il problematico rapporto con la segretaria "Pepper" Potts (ancora Gwineth Paltrow) e il confronto con l'amico James Rhodes (con un cambio di interprete: al posto di Terrence Howard ora c'è Don Cheadle, benché i due non si somiglino per nulla), che indossa finalmente l'armatura corazzata di War Machine, e otteniamo un blockbuster anche gradevole, che si regge sulle scene d'azione (gli storyboard sono di Genndy Tartakovsky) e sulle interpretazioni di Robert Downey Jr. e Mickey Rourke, ma che corre il rischio di essere dimenticato piuttosto in fretta. Come nel film precedente, Favreau in persona interpreta l'autista "Happy" Hogan, al quale viene dato un po' più di spazio. Non mancano infine un paio di strizzatine d'occhio in chiave "Vendicatori", come l'apparizione dello scudo di Capitan America e del martello di Thor, quest'ultimo dopo i titoli di coda.

11 maggio 2010

Testimone d'accusa (B. Wilder, 1957)

Testimone d'accusa (Witness for the prosecution)
di Billy Wilder – USA 1957
con Charles Laughton, Marlene Dietrich
****

Rivisto in DVD, con Giovanni, Rachele e Ilaria.

Tratto da un testo teatrale di Agatha Christie, stupendamente sceneggiato da Billy Wilder con due collaboratori, questo film è uno dei massimi capolavori di quel particolare genere – così popolare nei paesi anglosassoni – chiamato courtroom drama e incentrato su processi e tribunali. Un brillante avvocato che di recente ha avuto problemi di salute (Charles Laughton) deve difendere un uomo (Tyrone Power) dall'accusa di aver assassinato una ricca vedova: il fatto che la donna avesse appena cambiato il proprio testamento per renderlo suo erede universale non depone certo a suo favore. L'unico alibi gli potrebbe essere fornito dalla moglie Christine (Marlene Dietrich), profuga tedesca che aveva conosciuto fra le rovine della Germania dopo la guerra: ma questa non solo sembra reticente a volerlo scagionare, ma viene addirittura chiamata a testimoniare per l'accusa! Colpi di scena a ripetizione, schermaglie verbali ed emotive, una caratterizzazione sopraffina di tutti i personaggi e una messa in scena precisa e coinvolgente fanno di questa pellicola una delle gemme più brillanti della produzione wilderiana non strettamente comica: il regista non rinuncia comunque ad alcuni tocchi di commedia, soprattutto quando sono di scena il formidabile Charles Laughton (che dà vita a un avvocato intelligente, bizzoso e simpatico) e la sua fin troppo premurosa infermiera (Elsa Lanchester), che lo tiranneggia in continuazione proibendogli (senza troppo successo) alcol, sigari ed emozioni forti. A loro – marito e moglie nella vita reale, ed entrambi nominati per l'Oscar – fanno da contraltare due vecchi "mostri sacri" come Tyrone Power (qui in una delle sue ultime e migliori interpretazioni) e Marlene Dietrich, che dimostrano di avere ancora cartucce da sparare dopo i fasti degli anni trenta e quaranta. Al termine del film, una voce fuori campo sui titoli di coda invitava gli spettatori a non rivelare agli amici il finale della pellicola, in maniera simile a come aveva fatto Clouzot – con un cartello – due anni prima per "I diabolici". La frase di lancio del film, invece, era "Una suspense come questa si incontra una volta ogni cinquant'anni!". Forse per una volta i pubblicitari non avevano tutti i torti.

9 maggio 2010

Nero. (Giancarlo Soldi, 1992)

Nero.
di Giancarlo Soldi – Italia 1992
con Sergio Castellitto, Chiara Caselli
**

Visto in divx.

Prodotto da Claudio Argento e tratto da un romanzo di Tiziano Sclavi, che ha anche collaborato alla sceneggiatura, "Nero." (con il punto) è un film strano e bizzarro, permeato di atmosfere grottesche e kafkiane, a suo modo originale anche se debitore in più parti al Polanski de "L'inquilino del terzo piano" e allo Scorsese di "Fuori orario". Il protagonista, il paranoico e nevrotico Federico, si ritrova a vivere un weekend da incubo, alle prese con una serie di delitti, un cadavere (l'ex compagno della sua ambigua fidanzata Francesca) che scompare in continuazione, un laido investigatore privato che lo ricatta (Luis Molteni), scambi di identità (fisici o mentali) e altri misteriosi eventi... Il finale si riallaccia all'incipit, chiudendo un circolo destinato a ripetersi. Tocchi di humour nero e grottesco (la mano nel frigorifero, le modalità di alcuni omicidi), un'atmosfera sospesa e surreale, personaggi bizzarri e impiccioni (la vecchia vicina che si lamenta in continuazione del rumore, il commissario interpretato da Hugo Pratt, i due poliziotti che ricordano la coppia Dupond/Dupont), le canzoni di Guccini, Fiordaliso e Mau Mau, l'ambientazione in una Milano di periferia grigia e desolata, sprazzi di malinconica filosofia sclaviana ("Strano che di fronte alla morte, si dica sempre: è la vita"): ma tutto questo non basta a renderlo un film completamente riuscito, visto che da un certo punto si sfilaccia in maniera confusa senza trovare appigli nemmeno nel tono caricaturale e fumettistico. In ogni caso, punta più sull'atmosfera notturna e angosciante, e sul tema della perdita dell'identità, che sulla coerenza e la plausibilità delle vicende. Nella casa di Federico, appesa a una parete, è visibile una tavola di Dylan Dog, il personaggio creato dallo stesso Sclavi.

8 maggio 2010

L'avant dernier (Luc Besson, 1981)

L'avant dernier
di Luc Besson – Francia 1981
con Pierre Jolivet, Jean Reno
**

Visto in divx.

Due uomini, con armature ed equipaggiamenti di fortuna, combattono l'uno contro l'altro fra le rovine di una città disabitata e semidistrutta, probabilmente dopo che una catastrofe ha spazzato via il resto dell'umanità. Questo cortometraggio in bianco e nero, di poco più di una decina di minuti, costituisce l'esordio alla regia di Luc Besson, che ne svilupperà poi l'idea nel suo primo lungometraggio, "Le dernier combat". I due personaggi non dicono una parola, la colonna sonora è composta soltanto da solo musica (di Éric Serra, che rimarrà il compositore di fiducia del regista francese) e rumori. E Jean Reno si vede a malapena in volto. L'ambientazione, per quanto povera, è stimolante: ma il film è troppo breve per riuscire a sviluppare un vero interesse nello spettatore, e si basa essenzialmente solo su uno pseudo-finale a sorpresa.

7 maggio 2010

L'assassino abita al 21 (H.-G. Clouzot, 1942)

L'assassino abita al 21 (L'assassin habite au 21)
di Henri-Georges Clouzot – Francia 1942
con Pierre Fresnay, Suzy Delair
**1/2

Visto in DVD.

La città di Parigi è scossa da una catena di omicidi, compiuti di sera per le strade a scopo di rapina. La polizia si getta senza successo sulle tracce del misterioso assassino, che si firma "Monsieur Durand" e lascia sempre un biglietto da visita. Grazie a una soffiata, però, l'astuto investigatore Wens scopre che il criminale potrebbe nascondersi nella tranquilla Pensione delle Mimose, al numero 21 di Avenue Junot, mescolato fra i residenti. Si stabilisce così a sua volta nella pensione, travestito da prete, cercando di individuare il suo uomo fra i numerosi ed eccentrici personaggi che vi alloggiano. Nelle indagini è affiancato suo malgrado dall'impicciona fidanzata Mila, aspirante cantante d'opera che spera di farsi un nome contribuendo alla cattura dell'omicida. Il primo lungometraggio diretto da Clouzot non poteva che essere un giallo: tratto da un romanzo del belga Stanislas-André Steeman (che ha collaborato con il regista alla sceneggiatura), mescola atmosfere da noir urbano con momenti di comicità brillante e un tono decisamente spigliato. La regia precisa (magistrale la sequenza del primo omicidio, tutta in soggettiva), la fotografia in bianco e nero, la giusta dose di tensione, le numerose gag e la buona caratterizzazione dei personaggi permettono anche di passar sopra a una certa prevedibilità (non è difficile, a un certo punto, indovinare il segreto di Monsieur Durand). All'epoca in cui uscì il film, la Francia era occupata dai nazisti: e non sono mancati coloro che hanno visto nel modo in cui il criminale si nasconde all'interno della società un'allusione alla situazione politica del periodo. Da notare che in precedenza Clouzot aveva già scritto una sceneggiatura a partire da un romanzo di Steeman ("Le dernier des six", film girato da Georges Lacombe nel 1941), dove aveva introdotto il personaggio di Mila, interpretato dalla sua compagna di allora Suzy Delair. Due dei personaggi di quel film, Wens e Mila, vengono qui riproposti nonostante fossero assenti nell'opera originale. Successivamente il regista si ispirerà ancora a un libro di Steeman per realizzare uno dei suoi capolavori, "Legittima difesa".

5 maggio 2010

Laputa (Hayao Miyazaki, 1986)

Laputa - Il castello nel cielo (Tenku no shiro Laputa)
di Hayao Miyazaki – Giappone 1986
animazione tradizionale
****

Rivisto in DVD, con Rachele, Paola e Ilaria.

Il terzo lungometraggio d'animazione diretto da Miyazaki (dopo "Il castello di Cagliostro" e "Nausicaä della valle del vento"), nonché il primo prodotto dall'allora neonato Studio Ghibli, è sicuramente uno dei miei preferiti. Sin dai magnifici titoli di testa, disegnati come se fossero vecchie stampe e accompagnati dalla dolcissima colonna sonora di Joe Hisaishi, "Laputa" è un'affascinante avventura colma di sense of wonder e suggestioni steampunk, ambientata in un'Europa verniana e fittizia di inizio secolo, fra miniere, treni, automi, macchine volanti e dirigibili. Il nome Laputa, che compare anche ne "I viaggi di Gulliver" di Swift, è quello di una leggendaria isola volante che secoli prima aveva ospitato un mitico e potentissimo regno, dotato di un elevato livello di conoscenza tecnologica. Abbandonata dai suoi abitanti e popolata ormai soltanto dai robot che continuano a prendersi cura dei giardini e dei palazzi, l'isola vaga nei cieli protetta dalle nuvole e dalle tempeste che tengono lontani i curiosi. Coloro che vorrebbero raggiungerla per mettere le mani sui suoi tesori sono molti, e in conflitto fra loro: i pirati dell'aria, l'esercito e i servizi segreti, questi ultimi guidati da Muska, un misterioso individuo che intende utilizzare il suo immenso potere distruttivo per dominare il mondo. A custodire il ciondolo di "gravipietra", l'unico oggetto in grado di rivelare la posizione di Laputa, è una bambina di nome Sheeta: con l'aiuto del giovane e coraggioso minatore Pazu, e dopo molte avventure, riuscirà a sbarcare sull'isola e scoprirà di essere la discendente dell'antica stirpe reale.

La pellicola, dalla trama complessa ma lineare, è ricca di dettagli e di ambientazioni curatissime: fra queste spiccano il villaggio minerario dove vive Pazu, per il quale Miyazaki si è ispirato ai paesaggi del Galles; la vallata con le case costruite a ridosso dei fianchi delle montagne; le oscure miniere e i tunnel dove le pietre "cantano"; la fortezza dell'esercito in cui viene rinchiusa Sheeta; l'aeronave dei pirati dell'aria, un'indimenticabile "famiglia" (che ricorda la Banda Bassotti o, meglio ancora, i cattivi de "I Goonies") guidata dalla matriarca Dola, rude piratessa dal cuore d'oro; e naturalmente Laputa stessa, con i suoi raffinati giardini e le imponenti strutture che custodiscono terribili segreti. I magnifici disegni e l'animazione morbida si mettono al servizio di una storia in continuo movimento, di personaggi simpatici e carismatici e di paesaggi splendidi, dove risaltano i prati, i cieli, le nuvole (le migliori mai viste in un film d'animazione!) e gli aeromezzi (bellissimi, per esempio, i piccoli velivoli con ali da libellula utilizzati dai pirati). Oltre che di siparietti comici (come quando viene mostrata la vita a bordo dell'aeronave pirata) e di momenti "barksiani" (la scena in cui i soldati saccheggiano i tesori di Laputa mi ha fatto pensare alle Sette Città di Cibola), il film è anche infarcito di piccoli riferimenti e citazioni ai precedenti lavori di Miyazaki: i robot di Laputa ricordano quello apparso in un celebre episodio di Lupin III ("I ladri amano la pace"), gli scoiattoli che vivono sull'isola volante sono identici all'animaletto di Nausicaä, e molte scene, personaggi e atmosfere fanno tornare con la mente a "Conan" (Pazu e Sheeta sono quasi dei cloni di Conan e Lana) e persino a "Heidi": per non parlare dei temi tipicamente miyazakiani come l'antimilitarismo, l'ecologia, l'amicizia, il fascino per il volo. E naturalmente c'è la metafora dell'albero gigante, che con le sue radici tiene insieme quel che resta di Laputa, i cui abitanti forse si sono estinti proprio perché hanno voluto abbandonare le proprie radici, staccandosi dalla Terra per dominare il mondo dall'alto ma perdendo così il necessario contatto con la natura.

3 maggio 2010

L'implacabile (P. M. Glaser, 1987)

L'implacabile (The running man)
di Paul Michael Glaser – USA 1987
con Arnold Schwarzenegger, Maria Conchita Alonso
**

Rivisto in divx.

In un futuro (siamo nel 2017) in cui gli Stati Uniti sono governati da un regime dittatoriale che – fra le altre cose – ha bandito ogni forma di cultura tranne la televisione, il programma più popolare è lo show "The Running Man", nel quale ai criminali e ai condannati a morte viene offerta una possibilità di salvezza se riusciranno a sfuggire alla caccia perpetrata nei loro confronti dagli "sterminatori", sorta di wrestler assetati di sangue e idolatrati dal pubblico. Schwarzenegger, ex poliziotto caduto in disgrazia perché si era rifiutato di sparare sulla folla che chiedeva cibo, si unisce alla resistenza e riuscirà non solo a sopravvivere al crudele gioco ma anche a portare alla luce tutte le bugie del sistema. Ispirato a un romanzo di Richard Bachman (alias Stephen King), è un film cui non manca una buona dose di tensione nelle scene d'azione, con Schwarzy e la sexy Maria Conchita Alonso in tutine attillate che si battono contro gladiatori con seghe elettriche e mazze da hockey; ma i personaggi hanno una psicologia tagliata con l'accetta e l'analisi sociologica rimane soltanto in superficie. Interessante, comunque, il tema del ruolo della tv-spettacolo in una società distopica. Fra gli sterminatori, quasi tutti interpretati da wrestler più o meno celebri (Toru Tanaka, Jesse Ventura), spicca Dynamo (Erland Van Lidth, che oltre che lottatore era anche un baritono), che si presenta al pubblico cantando l'aria "Vedrò mentr'io sospiro" dalle "Nozze di Figaro" di Mozart.