13 giugno 2009

De helaasheid der dingen (F. Van Groeningen, 2009)

De helaasheid der dingen
di Felix Van Groeningen – Belgio 2009
con Kenneth Vanbaeden, Koen De Graeve
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il tredicenne Gunther Strobbe vive in un paesino delle Fiandre con la nonna, il padre e tre zii (quattro omoni, uno più buzzurro dell'altro e tutti grandi bevitori di birra). Nonostante cresca in un ambiente caciarone e disadattato (al punto da essere infine costretto a “fuggire” in collegio per completare gli studi), il suo affetto per i parenti – cementato anche da un forte legame di famiglia – rimarrà immutato fino a quando, da grande e diventato scrittore di successo, si ritroverà a ricordare gli anni passati insieme. Un pittoresco affresco di personaggi sopra le righe, a tratti anche simpatico e divertente, fra sbornie colossali, volgarità e sceneggiate varie (corse in bicicletta nudi, feste en travesti, gare di bevute): ma alla resa dei conti resta un filmetto senza particolare spessore. Il titolo significa "La merdosità delle cose".

12 giugno 2009

Vincere (Marco Bellocchio, 2009)

Vincere
di Marco Bellocchio – Italia 2009
con Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

La storia di Ida Dalser, la donna che ebbe un figlio (inizialmente riconosciuto e poi rinnegato) da Benito Mussolini prima della sua ascesa al potere, e che il Duce fece rinchiudere in un manicomio perché continuava a insistere pubblicamente di essere sua moglie. Per anni la sua vicenda rimase del tutto sconosciuta, e solo dopo la fine della guerra la sua esistenza e quella del figlio (nel frattempo morti entrambi) vennero alla luce. Il film, che si dipana plumbeo fra stereotipi e melodramma, purtroppo è tutt'altro che convincente: l'impressione è che a Bellocchio della storia di Ida non importi niente, e che la pellicola sia una scusa per riproporre in un nuovo contesto temi a lui cari come l'anticlericalismo (notevole la trasformazione di Mussolini da sindalista socialista e ateo in dittatore alleato della Chiesa per interesse personale), l'antifascismo e le ossessioni e la follia. I personaggi sono tratteggiati con superficialità, e in certe scene sembra di assistere a una fiction televisiva – d'autore, sì, ma sempre una fiction. Colpa anche di una sceneggiatura fiacca e retorica (che fra l'altro – ma non è certo il peggior difetto – non ha nemmeno il coraggio di mostrare quale fu la fine della Dalser e del figlio), di una recitazione espressionistica e monocorde, di una colonna sonora troppo invadente e di una fotografia (di Daniele Ciprì) cupa e perennemente scura. Molte le scene metacinematografiche in cui si vedono i personaggi andare al cinema o assistere a proiezioni varie: bella, per esempio, la rissa fra pacifisti e guerrafondai (fra cui Mussolini) che scoppia di fronte alle immagini di un cinegiornale, oppure il momento in cui Ida si commuove guardando “Il monello” di Chaplin. C'è anche un ampio ricorso a diverse immagini di repertorio, con inserimento dei discorsi di Mussolini o sovraimpressioni di motti dell'epoca. Brutte e inutilmente lunghe, invece, le due scene di sesso nella parte iniziale. Bisogna comunque dare atto a Bellocchio di aver mostrato Ida come la donna folle e autodistruttiva che fu, attratta ottusamente da un uomo di potere e incapace di vivere una vita propria, tutt'altro che l'eroina coraggiosa che qualche regista (magari televisivo) avrebbe potuto essere tentato di dipingere.

Il padre dei miei figli (M. Hansen-Løve, 2009)

Il padre dei miei figli (Le père de mes enfants)
di Mia Hansen-Løve – Francia 2009
con Louis-Do de Lencquesaing, Chiara Caselli
*1/2

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Grégoire, infaticabile ed entusiasta produttore di film d'essai dallo scarso appeal commerciale, ha una bella moglie italiana (la Caselli), tre splendide figlie e una magnifica casa in campagna. Ma preferisce dedicare quasi tutto il proprio tempo al lavoro: e quando le difficoltà finanziarie mettono in crisi la sua attività, sceglie il suicidio. Moglie e figlie cercano di elaborare il lutto, provando nel contempo a evitare la liquidazione della casa di produzione e a portare a termine in qualche modo la lavorazione delle pellicole già in corso. L'impresa si rivelerà però superiore alle loro forze. Un film dal ritmo e dalle atmosfere rohmeriane (è prodotto da Les Films du Losange), che scorre senza lasciare quasi nulla allo spettatore. E le due ore di durata (il suicidio che cambia le carte in tavola avviene dopo 45 minuti) sono decisamente troppe. Qualche venatura autobiografica: il personaggio di Grégoire è infatti ispirato a Humbert Balsan, produttore francese suicidatosi nel 2005 prima di poter produrre il lungometraggio d'esordio della regista, "Tout est pardonné". Alice de Lencquesaing è la figlia maggiore, Clémence, che scopre che il padre aveva una doppia vita e un figlio segreto. Premio della giuria a Cannes nella sezione "Un Certain Regard".

J'ai tué ma mère (Xavier Dolan, 2009)

J'ai tué ma mère
di Xavier Dolan – Canada 2009
con Xavier Dolan, Anne Dorval
**1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il sedicenne Hubert ha un rapporto estremamente conflittuale con la madre, con cui vive da solo (i genitori sono separati): non sopporta niente di lei e non perde l'occasione per dirglielo in faccia, anche se fra sé e sé ammette in fondo di amarla (e poi, "tutti hanno odiato la propria madre, per un secondo o per un anno"). I due però sono del tutto incompatibili, anche perché Hubert (più intelligente e sensibile dei suoi coetanei, aspirante scrittore e – ma questo alla madre non lo ha mai detto – omosessuale) necessita tremendamente di maggior spazio per sé. La cosa più sorprendente di questo film (il cui titolo è quello di una dissertazione scritta da Hubert) è che il regista e sceneggiatore, nonché attore protagonista, ha solo vent'anni (è nato nel 1989!): e questo fatto, che ho scoperto soltanto dopo la visione, getta una luce particolare su un lungometraggio che comunque è intenso e interessante di suo (anche se fino a un certo punto). Dolan si rivela un cineasta già maturo e rigoroso, riesce a evitare le trappole degli stereotipi e del già visto e scava in profondità nei personaggi principali, che si barcamenano fra amore e odio, senza rinunciare a tratteggiare brevemente quelli secondari (come l'insegnante che prende Hubert in simpatia).

11 giugno 2009

I gatti persiani (B. Ghobadi, 2009)

I gatti persiani (Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh)
di Bahman Ghobadi – Iran 2009
con Ashkan Koohzad, Negar Shaghaghi
***

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Con questa bella pellicola di denuncia, Ghobadi – già autore de "Il tempo dei cavalli ubriachi" – porta lo spettatore nel mondo della musica underground in Iran, un sottobosco abitato da musicisti costretti a vivere in clandestinità e lontano dai riflettori, visto che corrono costantemente il rischio di essere arrestati anche quando seguono semplicemente la propria passione e fanno di tutto per non contravvenire alle leggi o alla morale islamica. I protagonisti sono due giovani interpreti di indie rock, Ashkan e Negar, che sognano di scappare all'estero per partecipare a un concerto a Londra e sfuggire finalmente alla censura del regime. Il simpatico maneggione Nader si offre di aiutarli e di procurare loro visti e passaporti (naturalmente falsi), mentre per ottenere dalle autorità il permesso di espatriare dovranno prima costituire un gruppo più numeroso. Comincia così un viaggio alla ricerca di nuovi membri fra le strade e le periferie di Teheran, un viaggio che porta lo spettatore a contatto con cantanti, suonatori e musicisti di ogni tipo, tutti però accomunati dall'amore per la musica e per la sua valenza liberatoria, ma anche dalla cautela e dal terrore di attirare troppo l'attenzione dei vicini o della polizia. Ogni genere musicale sembra rappresentato, dal rap all'heavy metal, dal folk al blues. Il film è semidocumentaristico e guardandolo può sorgere spontaneo un paragone con "Buena Vista Social Club", nonostante il contesto sia decisamente diverso. Ottima la regia, vivace e multiforme: a ciascuna delle band e dei musicisti è dedicato un inserto che si rivela un vero e proprio videoclip, con immagini che mostrano i volti della gente comune nelle strade, le luci della città, le case e i mezzi di trasporto, l'Iran più moderno e quello delle tradizioni più arretrate. Nel complesso un film coraggioso (anche Ghobadi, naturalmente, è stato costretto a lavorare in clandestinità: pare che per girare in esterni abbia dovuto spesso corrompere i poliziotti, a volte anche regalando loro dvd piratati fra cui quelli dei suoi film precedenti) e lontano anni luce dalla cinematografia iraniana "da festival" cui ero abituato. Il titolo originale dovrebbe significare "Nessuno conosce i bravi musicisti iraniani", quello inglese recita "No one knows about persian cats".

Sacro e profano (Madonna, 2008)

Sacro e profano (Filth and Wisdom)
di Madonna – GB 2008
con Eugene Hutz, Vicky McClure, Holly Weston
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

In fondo non è male, questo film d'esordio di Madonna come regista, forse solo un po' noiosetto. Il protagonista è Eugene Hutz, cantante del gruppo gypsy-punk Gogol Bordello, con il suo divertente inglese sgrammaticato e l'accento ucraino che avevo già apprezzato in "Ogni cosa è illuminata". Hutz interpreta A.K., personaggio bizzarro, sopra le righe e in parte anche autobiografico (sogna di sfondare come cantante), che dispensa consigli e aforismi rivolgendosi spesso in camera direttamente allo spettatore, si guadagna da vivere mettendo in scena giochi di ruolo sadomaso e abita in un appartamento di Londra insieme a due coinquiline, delle quali seguiamo parallelamente le vicende: Juliette, commessa in una farmacia, ha abbandonato la propria famiglia e vorrebbe trasferirsi in Africa per assistere i bambini malati di AIDS; Holly, aspirante danzatrice classica, si ritrova trasformata in lap dancer e spogliarellista. Le loro storie si intrecciano con quelle di altri personaggi: il datore di lavoro hindi di Juliette, in crisi coniugale; la sorella della stessa Juliette, che trova a propria volta il coraggio di lasciare i genitori; le "colleghe" di Holly, che la sostengono e la consigliano; i clienti feticisti di A.K.; e uno scrittore cieco e recluso, in crisi di depressione. il filo conduttore di tutto il film, forse un po' esile, resta comunque la filosofia di A.K. all'insegna della dualità ("Inferno e paradiso, sporcizia e saggezza, sono due lati della stessa medaglia"), come recita anche il titolo che in italiano è stato alterato. Il lieto fine generalizzato, però, convince poco.

Il primo bacio (Riad Sattouf, 2009)

Il primo bacio (Les beaux gosses)
di Riad Sattouf – Francia 2009
con Vincent Lacoste, Alice Trémolière
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli
(rassegna di Cannes).

Hervé, adolescente di origini nordafricane, è alle prese con le prime esperienze sentimentali. Timido e goffo, a scuola fa parte del gruppo degli "sfigati", ma incredibilmente riesce a far breccia nel cuore di Aurore, una delle ragazze più belle della classe. Fra madri invadenti, amici impiccioni, professori bizzarri e situazioni imbarazzanti, il ragazzo crescerà – come tutti – grazie a esperienze e delusioni. Un film svagato e divertente, lontano dall'approccio documentaristico de "La classe", anche se la sensibilità francese nel raccontare storie di ambientazione scolastica resta intatta. E l'approfondimento dei personaggi riesce ad andare oltre gli stereotipi. Partecipazione speciale di Valeria Golino nei panni della protagonista di un assurdo video pornografico.

Racconti dell'età dell'oro (aavv, 2009)

Racconti dell'età dell'oro (Amintiri din epoca de au)
di Hanno Höfer, Razvan Marculescu, Cristian Mungiu, Constantin Popescu, Ioana Uricaru – Romania 2009
con Vlad Ivanov, Diana Cavallioti
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

"L'età dell'oro" era la definizione che la propaganda del partito comunista attribuiva al periodo in cui la Romania era governata da Ceausescu. Questo film a episodi è ambientato appunto negli anni ottanta e racconta cinque "leggende urbane" sullo sfondo della dittatura, con toni che vanno dal grottesco al malinconico, dal sarcastico al (finto) nostalgico. Più che sui personaggi storici, il film si sofferma su figure minori più o meno significative, dai piccoli lavoratori che si arrangiano per sbarcare il lunario a una miriade di funzionari e ispettori troppo solerti o incapaci che si affannano a compiacere i propri superiori, dando vita a un quadro tragicomico e surreale ma a suo modo realistico ed efficace nel rappresentare l'assurdità di quel periodo. Non a caso quasi tutte le storie, più o meno verosimili, sono ambientate in cittadine e province ben lontane dai veri centri di potere e non affrontano temi politici, preferendo divertire lo spettatore con una sorta di commedia degli errori. Fra i registi il più noto è Mungiu, già vincitore della Palma d'Oro con "Quattro mesi, tre settimane e due giorni". Nei vari episodi assistiamo alla mobilitazione di un intero paesino di campagna che si prepara al passaggio di un corteo politico ufficiale, ma le cose andranno storte e tutti i responsabili si ritroveranno (letteralmente e metaforicamente) a girare su una giostra che non può essere fermata; alla stravagante trovata di un ragazzo e una ragazza che si trasformano in imbottigliatori di aria per impadronirsi di una grande quantità di bottiglie vuote da rivendere; alle peripezie di due fotografi incaricati di ritoccare le foto ufficiali di Ceausescu prima che vadano in stampa; alla toccante vicenda di un camionista che trasporta pollame e che pensa bene di rubare le uova che gli animali depongono durante il viaggio; alle vicissitudini di un poliziotto di quartiere al quale il cognato di campagna regala un maiale vivo: non potendo macellare l'animale senza richiamare l'attenzione dei vicini, decide di ucciderlo con il gas, facendolo però esplodere nell'appartamento!

9 giugno 2009

Cannes e dintorni 2009

Ho fatto l'abbonamento alla rassegna dei film del festival di Cannes (in programma a Milano dal 10 al 16 giugno), nonostante anche quest'anno la scelta delle pellicole che verranno proiettate lasci parecchio a desiderare. Era prevedibile che mancassero i lavori di Tarantino, Almodovar e Ang Lee, ma l'assenza completa di pellicole asiatiche proprio non la digerisco: speravo di avere l'occasione di vedere i nuovi film di Tsai Ming-Liang, Park Chan-wook, Johnnie To, ecc., e invece nulla. Pazienza! Mi rifarò con Haneke (che ha vinto la Palma d'Oro), Resnais, Bellocchio e Loach, sperando di scoprire qualcosa di interessante anche fra la marea di autori semisconosciuti che li accompagneranno.

Mr. Vendetta (Park Chan-wook, 2002)

Mr. Vendetta (Boksuneun naui geot, aka Sympathy for Mr. Vengeance)
di Park Chan-wook – Corea del Sud 2002
con Shin Ha-kyun, Song Kang-ho
**1/2

Rivisto in DVD, con Martin, in originale con sottotitoli.

Ryu, un giovane operaio sordomuto alla disperata ricerca di denaro per consentire alla propria sorella un trapianto di rene (dopo che una banda di trafficanti di organi gli ha sottratto tutti i soldi che aveva faticosamente accumulato), decide di rapire la figlioletta di Park, il suo ex datore di lavoro, e di chiedere un riscatto. Ma il destino è in agguato: la sorella si suiciderà prima di essere operata, mentre la bambina affogherà in un fiume per un incidente prima che Ryu possa restituirla al genitore, scatenando la ritorsione di quest'ultimo. Primo film della cosiddetta "trilogia della vendetta" di Park Chan-wook (i titoli successivi sono "Old Boy" e "Lady Vendetta"), tre pellicole slegate fra loro ma che hanno in comune il tema appunto della vendetta, che in questo film non è solo quella di Park nei confronti dei giovani rapitori, ma anche quella di Ryu stesso verso i trafficanti di organi. Ogni atto di violenza, in effetti, finisce con lo scatenare una rappresaglia da parte di qualcun altro, in un vortice di morte che termina soltanto con i titoli di coda. Caratterizzato da toni che sfiorano il grottesco e il caricaturale e da una violenza truce e sanguinosa che non lascia scampo a nessun personaggio, ma anche da uno stile elegante e asciutto (i dialoghi sono essenziali, le inquadrature sono accuratamente studiate e gli snodi narrativi sono mostrati allo spettatore senza inutili didascalismi), il film è interessante e non lascia indifferenti, anche se non è certo per tutti i gusti e adombra un certo autocompiacimento nell'esibire torture ed efferatezze sullo schermo. A tratti la mano del regista ricorda il miglior Kitano, con echi anche di Peckinpah e di Cronenberg: peccato che in seguito Park virerà invece verso istrionismi alla Tarantino. Nel cast spicca Bae Du-na nei panni della ragazza del protagonista, attivista politica di sinistra che lo aiuta nel rapimento della bambina. Brutta l'edizione italiana: meglio vederselo in coreano con sottotitoli.

8 giugno 2009

America oggi (Robert Altman, 1993)

America oggi (Short cuts)
di Robert Altman – USA 1993
con Andie MacDowell, Jack Lemmon
***1/2

Visto in DVD, con Martin e Marisa.

Se c'è un tipo di pellicola alla quale il nome di Altman rimarrà legato per sempre, questo è senza dubbio il film corale. Il regista americano è stato infatti un vero maestro nel mostrare sullo schermo le vite di decine e decine di personaggi che si sfiorano, si incontrano o si incrociano ripetutamente, in maniera più o meno stretta, raccontando nel contempo storie minimaliste o drammatiche, leggere o sconvolgenti, esistenziali o paradossali. "America oggi", che segue per tre giorni le vicende di alcuni gruppi di coniugi, di famiglie o di amici a Los Angeles e dintorni, mostrandone tutti gli egoismi e le ipocrisie e ricamando sui temi del caso, della morte, della felicità e dell'infedeltà, ne è uno degli esempi più alti. Molti altri cineasti (da Paul T. Anderson a Paul Haggis) hanno tentato di imitare il suo stile, ma il tocco di Altman rimane insuperabile. In questa pellicola, le cui tre ore di durata non stancano affatto e dove non si ha mai l'impressione che qualche segmento o qualche personaggio sia "di troppo", il regista si appoggia a una sceneggiatura di ferro (che lega insieme una decina di racconti brevi di Raymond Carver) e a un cast di tutto rispetto, riuscendo a caratterizzare meravigliosamente ogni singolo personaggio. Il risultato è un mosaico di situazioni, di vite e di esistenze che lascia allo spettatore un'impressione di coerenza e compattezza che non si ritrova facilmente in altre pellicole di questo genere, in particolare in quelle dei succitati imitatori. Ann (Andie MacDowell) e Howard Finnigan (Bruce Davison) sono una coppia felice, il cui figlioletto Casey di otto anni viene investito da un'automobile ed entra in coma. Alla guida dell'auto c'era Doreen (Lily Tomlin), una cameriera che cerca di riallacciare i legami con il marito ubriacone (Tom Waits). Il medico che cura il bambino (Matthew Modine) e sua moglie Marian (Julianne Moore), una pittrice, hanno invitato a cena una coppia conosciuta a un concerto: Claire (Anne Archer), che lavora come clown negli ospedali, e Stuart (Fred Ward), appassionato di pesca. Sherri (Madeleine Stowe), la sorella di Marian, è alle prese con i continui tradimenti di suo marito Gene (Tim Robbins), un poliziotto arrogante e bugiardo che odia il cane di famiglia e che intreccia una relazione con Betty (Frances McDormand), moglie del pilota di elicotteri Stormy Weathers (Peter Gallagher), che si vendica distruggendo l'appartamento della consorte in sua assenza. All'ospedale dove è ricoverato Casey, nel frattempo, giunge Paul (Jack Lemmon), il padre di Howard, che non parla con il figlio da molti anni, mentre un pasticciere infuriato (Lyle Lowett) lascia messaggi ingiuriosi nella segreteria telefonica dei Finnigan. La figlia di Doreen, Honey (Lili Taylor), deve custodire la casa dei suoi vicini e ne approfitta per scattarci fotografie sadomaso con il marito Bill (Robert Downey jr.), truccatore cinematografico. I loro migliori amici sono Lois (Jennifer Jason Leigh), che lavora da casa come operatrice di una linea erotica, e Jerry (Chris Penn), un uomo placido che forse ha dovuto inghiottire troppe umiliazioni nella vita e che finirà con esplodere. I quattro si ritrovano spesso nel locale jazz dove canta l'anziana Tess (Annie Ross), vicina dei Finnigan e madre di Zoe (Lori Singer), una violoncellista depressa e sempre sull'orlo del suicidio... La pellicola si apre con gli elicotteri della protezione civile che spargono insetticida contro un insetto che funesta i raccolti, e si conclude con un tremendo terremoto che scuote le case e le vite di tutti gli abitanti della città, suggellando la conclusione, più o meno aperta, di tutte le storie. Regia e montaggio non perdono mai il controllo del film, mentre alcune attrici non si fanno problemi a mostrarsi nude: in particolare resta indelebile la scena in cui Julianne Moore si aggira in casa a pube scoperto. L'episodio in cui Stuart e i suoi due compagni di pesca (Buck Henry e Huey Lewis) trovano un cadavere nel fiume fra le montagne e scelgono di rimanere a pescare anziché avvertire subito la polizia ha ispirato nel 2006 una (brutta) pellicola australiana, "Jindabyne".

Il grande racket (E. G. Castellari, 1976)

Il grande racket
di Enzo G. Castellari – Italia 1976
con Fabio Testi, Vincent Gardenia
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

L'ispettore Palmieri è alle prese con una banda di violenti ricattatori che semina il terrore fra i negozianti di Roma, violentando e uccidendo i familiari di chi osa ribellarsi. Sospetta che i balordi facciano parte di un'organizzazione che intende prendere il controllo della città, ma le sue indagini vengono frustrate, oltre che dalla scarsa collaborazione dei cittadini minacciati, dalle ingerenze delle alte sfere. Sospeso dal servizio, farà giustizia con le proprie mani radunando un gruppo di vittime-vendicatori e sterminando tutti i malviventi in un feroce conflitto a fuoco. Forse il migliore dei tre poliziotteschi di Castellari, cruento, sadico, stilizzato e con un'ottima sceneggiatura senza momenti di stanca, sia pure a tratti un po' ingenua ed esagerata: pur non rinunciando a molti cliché del genere (il poliziotto dai modi bruschi e refrattario alle regole; il fedele assistente e guardaspalle; i superiori incompetenti o corrotti; il ladro napoletano di buon cuore), il film non lesina colpi di scena e nemmeno un certo approfondimento delle figure minori (come i vari componenti del commando di vigilantes messo insieme da Palmieri, per esempio il ristoratore che si trasforma in un vendicatore psicopatico dopo la morte della figlia). Anche la regia mostra alcuni tocchi di classe: restano impresse sequenze come quella dell'auto che rotola dalla scarpata (inquadrata dall'interno dell'abitacolo) o del tiratore al piattello che immagina che i suoi bersagli siano i criminali che hanno ucciso la moglie. Ottimo il cast, composto da molti volti noti del cinema italiano di genere (da Renzo Palmer a Orso Maria Guerrini, da Sal Borgese a Glauco Onorato).

7 giugno 2009

Boiling point (Takeshi Kitano, 1990)

Boiling point - I nuovi gangster (3-4 x jūgatsu)
di Takeshi Kitano – Giappone 1990
con Masahiko Ono [Yurei Yanagi], Takeshi Kitano
**1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Nella sua seconda pellicola, la prima in cui è accreditato anche come sceneggiatore, Kitano si ritaglia un ruolo marginale (ma indimenticabile: un folle yakuza di Okinawa, gay e vendicativo) e lascia spazio a un gruppo di giovani attori. Come suggerisce il titolo originale (il punteggio di una partita di baseball combattuta colpo su colpo e risoltasi soltanto per un punto), la storia è quella di uno scontro fra un gruppo di ragazzi e una banda di yakuza, condotto a base di vendette e di ripicche, fra aggressività repressa e sopraffazione arrogante. La rivalità nasce da un innocuo incidente presso la stazione di servizio dove lavora Masaki, il protagonista. Quando i gangster se la prendono anche con il suo coach di baseball, Masaki e un amico si recano a Okinawa per procurarsi un'arma da fuoco, ma si riveleranno incapaci di usarla. Il bizzarro finale, dopo un'escalation di violenza, lascia con un dubbio: tutto è realmente accaduto o è stato soltanto immaginato? Pur essendo senza dubbio un film minore, "Boiling point" rappresenta un passo importante nello sviluppo dello stile di Kitano. Nascono qui, più che nel precedente "Violent cop", la sua abitudine di inquadrare a lungo ciò che avviene prima e dopo (ma non durante) gli snodi importanti della trama; l'humor nero e grottesco che uno spettatore disorientato può addirittura faticare a cogliere, visto che i volti dei personaggi restano impassibili anche nelle situazioni più assurde; gli scoppi improvvisi di violenza insensata, dovuti non solo alla personalità schizofrenica dei characters coinvolti ma anche ai rapporti di forza tra loro e ai rispettivi ruoli all'interno delle gerarchie sociali; l'apparente apatia che caratterizza molti personaggi, Masaki in primis, alle prese con gravi problemi di incomunicabilità; i lati ludici e infantili dei gangster e dei malviventi più crudeli; alcune inquadrature pittoriche o poetiche, come il volto di Beat Takeshi incorniciato da una corona di fiori di campo, che fungono da interludio tra un momento di violenza e l'altro. La parte centrale del film, quella ambientata a Okinawa, più che un corpo estraneo sembra quasi una sorta di prova generale per uno dei successivi lungometraggi di Kitano, il magnifico "Sonatine", mentre la relazione fra Masaki e la sua ragazza pare anticipare quella fra i due protagonisti de "Il silenzio sul mare". Curiosamente la pellicola è completamente priva di musica, se si eccettua la scena al karaoke dove uno dei personaggi intona goffamente la bella canzone "Akujo" di Miyuki Nakajima.

6 giugno 2009

Violent cop (Takeshi Kitano, 1989)

Violent cop (Sono otoko, kyōbō ni tsuki)
di Takeshi Kitano – Giappone 1989
con Takeshi Kitano, Maiko Kawakami
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Takeshi Kitano è forse il mio regista vivente preferito. Autore di capolavori come "Hana-bi", "Sonatine", "L'estate di Kikujiro", "Dolls" e "Il silenzio sul mare", ha uno stile elegante e consapevole che mette al servizio di storie caratterizzate da violenza, lirismo e un umorismo grottesco e catartico. È anche un artista variegato e multiforme, che prima di esordire alla regia con questo film è stato – ed è tuttora – comico teatrale e televisivo, presentatore, pittore, poeta e scrittore. In Giappone è noto soprattutto con il nome d'arte "Beat Takeshi" (assunto quando, a inizio carriera, faceva parte di un duo comico manzai chiamato "The Two Beats"), con il quale si firma tuttora quando recita. Più che per i suoi film, presso il grande pubblico nipponico è popolare soprattutto per le numerose apparizioni televisive, le sue opinioni provocatorie e la sua personalità sopra le righe: è la star e il conduttore di programmi come "Oretachi Hyōkin-zoku" e "Takeshi's Castle", alcuni spezzoni del quale sono stati trasmessi da noi in "Mai dire banzai". In Italia, prima di raggiungere il successo grazie al trionfo di "Hana-bi" al festival di Venezia, lo ha fatto conoscere Enrico Ghezzi, che ne ha trasmesso spesso i film a "Fuori Orario". Ricordo che la prima volta che vidi una sua pellicola, proprio "Violent cop", rimasi abbastanza spaesato dal suo stile così insolito e straniante. Mi convinsi persino che non mi fosse piaciuto, ma non era vero: le visioni successive mi fecero capire la sua grandezza e la sua genialità.

Prima di questo poliziesco sui generis, Kitano aveva già recitato in diversi film (il più celebre è "Furyo" di Nagisa Oshima). "Violent cop" avrebbe dovuto essere diretto da Kinji Fukasaku, che però diede forfait all'ultimo momento per problemi di salute. Kitano chiese allora di subentrare come regista, ne riscrisse la sceneggiatura e ne cambiò completamente il tono (inizialmente doveva trattarsi di una commedia!), disorientando non poco gli spettatori che non si aspettavano da lui un film tanto duro e cinico. La storia è quella di Azuma, poliziotto sociopatico dai modi spicci e refrattario alle regole, che indaga sull'apparente suicidio di un collega e amico, sospettato di collusione con una banda di trafficanti di droga. Dopo estenuanti inseguimenti, scazzottate al ralenti e spietate sparatorie, la pellicola termina con un finale nichilista che non risparmia nessuno. Pur con uno stile ancora lontano dai livelli che raggiungerà in seguito, l'idea di cinema del regista è già lucida, coerente e originale: lunghe carrellate – o, più spesso, inquadrature fisse – si soffermano sui personaggi e sulle ambientazioni (per esempio nelle prolungate riprese del protagonista che cammina sul ponte della ferrovia), la musica di Daisaku Kume (non c'è ancora Joe Hisaishi, che dal terzo film diventerà un collaboratore fondamentale), che si ispira a Erik Satie, sottolinea in maniera eterodossa tanto le scene concitate quanto i momenti di riflessione, mentre la sceneggiatura descrive le azioni dei personaggi senza inutili didascalismi. Nessun elemento della pellicola è messo a caso, e si ha sempre l'impressione che il controllo del regista su tutto ciò che si vede sullo schermo sia totale, come in Ozu. Molti dei temi e degli elementi più cari al regista sono già presenti, come l'amicizia, il tradimento, la malattia (con la sorella del protagonista che soffre di disturbi mentali e che viene rapita e ripetutamente violentata da una gang di drogati) e le scelte radicali ma necessarie. Il titolo originale significa "Quest'uomo è pericoloso!"

5 giugno 2009

L'uomo del treno (P. Leconte, 2002)

L'uomo del treno (L'homme du train)
di Patrice Leconte – Francia 2002
con Jean Rochefort, Johnny Hallyday
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa.

Un uomo scende dal treno e arriva in un piccolo paese. Ha una valigia, un giubbotto di pelle, la barba poco curata ed è di poche parole: è un criminale, giunto fin lì per preparare una rapina in banca con i suoi tre complici. Poiché l'unico albergo della cittadina è chiuso, trova ospitalità nella villa di un vecchio insegnante di poesia francese in pensione, che è il suo esatto contraltare: non ha mai viaggiato, ricopre un ruolo "rispettabile" nella società e ha sempre dovuto soffocare ogni impulso di ribellione al sistema. Ben presto i due uomini cominciano a desiderare ciascuno di trovarsi nei panni dell'altro: lo stanco rapinatore gradirebbe infatti un'esistenza tranquilla, restare in pantofole a fumare la pipa, leggere libri, mettere finalmente radici da qualche parte; il professore sogna invece – in maniera quasi infantile – l'avventura, il rischio e la trasgressione. Il tempo passa e si avvicina il giorno in cui entrambi i loro destini dovranno compiersi: la rapina in banca per il primo, un delicato intervento chirurgico per il secondo... Forse il miglior film di Leconte, almeno tra quelli che ho visto finora: più che la storia di un'amicizia al maschile (tema, fra l'altro, che ricorre ripetutamente nella filmografia del regista francese, da "Tandem" a "Il mio migliore amico") o di una mutua identificazione nella figura dell'altro, la pellicola mostra la ricerca della propria parte “mancante”, quella che non si è mai riusciti a concretizzare. Il tono è malinconico, permeato comunque da tocchi di ironia surreale (vedi il complice del rapinatore che dice una sola frase al giorno, alle dieci in punto. E prima? Medita. E dopo? Si riposa). Il finale triste, seppur ammantato da un'aura onirica, sembra quasi inevitabile, visto che ormai i reciproci ruoli sono talmente cristallizzati (come è evidente dalla scena nel locale, quando l'insegnante cerca senza successo di partecipare a una rissa) che solo la morte può permettere di sfuggirvi. Perfetti i due interpreti.

4 giugno 2009

Antichrist (Lars von Trier, 2009)

Antichrist (id.)
di Lars von Trier – Danimarca/Sve/Ger/Fra/Italia 2009
con Charlotte Gainsbourg, Willem Dafoe
***

Visto al cinema Eliseo, con Ginevra.

Mentre fanno l'amore sotto la doccia, il loro bambino esce dalla culla e si getta dalla finestra di casa. Per riprendersi dal dolore e dallo shock, la coppia si trasferisce in uno chalet nei boschi, dove lui – che è un terapeuta – spera di riuscire ad analizzare le paure latenti della donna, che a quanto pare sono legate proprio a quel luogo isolato e immerso nel verde. Ma strani eventi scatenano la follia di lei, ossessionata dai suoi studi sulle torture subite dalle donne attraverso i secoli. Fra animali-totem parlanti, boschi di cadaveri, mutilazioni genitali, incubi alienanti, il sempre geniale Lars von Trier offre allo spettatore un viaggio nell'inconscio e nella follia. Ma nonostante la trama e il setting (che può ricordare, alla lontana, persino "La casa" di Raimi!), non si tratta di un vero e proprio film horror: più che orrore e paura, infatti, la pellicola vuole comunicare angoscia e disperazione, disgusto e raccapriccio, incubi interiori, fobie e sensi di colpa. E le scene esplicite di sesso e violenza non sono provocazioni fini a sé stesse, ma contribuiscono ad accompagnare lo spettatore dentro il mondo caotico e disturbante creato dal regista. Naturalmente "Antichrist", come i precedenti lavori di LVT, è anche una pellicola estremamente misogina: la donna appare legata al lato più ostile e maligno della natura (che definisce "la chiesa di Satana"), mentre l'uomo è in grado di coglierne anche gli aspetti positivi e protettivi (per esempio nel finale, quando si nutre di more). Curioso, a questo proposito, il ribaltamento di ruoli rispetto ai consueti slasher, dove solitamente la vittima/protagonista è di sesso femminile, mentre il maniaco/oppressore è un maschio (ci sono eccezioni, naturalmente, come "Audition" di Takashi Miike). Ora che ci penso, da questo punto di vista rappresenta un'inversione di rotta anche rispetto ai precedenti lavori dello stesso LVT. Certo, si può pensare anche a un'altra lettura, dove il male è l'istinto e l'irrazionalità, mentre il bene è la ragione e l'autocontrollo: non a caso il regista ha dichiarato di aver realizzato questo film per compiere una sorta di autoterapia e superare i propri problemi psicologici. Davvero splendido il prologo, girato in bianco e nero e in ralenti: uno stile forse oggi un po' abusato – si pensi all'incipit di "Watchmen" – ma un minuto di LVT da solo vale più dell'intera filmografia (presente e futura) di Zack Snyder. Suggestiva la fotografia di Anthony Dod Mantle. A parte il bambino e le comparse nella scena finale, in tutto il film recitano soltanto due attori. Una didascalia finale dedica la pellicola a Tarkovskij: il bosco di "Antichrist" è come la "zona" di "Stalker", il luogo dove le nostre paure inconsce prendono vita?

3 giugno 2009

Jarhead (Sam Mendes, 2005)

Jarhead (id.)
di Sam Mendes – USA 2005
con Jake Gyllenhaal, Peter Sarsgaard
**1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Un giovane marine americano (o "jarhead", come sono chiamati in slang) viene addestrato per diventare tiratore scelto, è inviato in Arabia Saudita ai tempi della prima guerra del golfo, resta in attesa per oltre sei mesi nel deserto con i suoi commilitoni, vede infine la guerra scoppiare e concludersi nel giro di pochi giorni, e ritorna in patria senza aver sparato neppure un colpo. Tratto da un libro di memorie di un soldato americano nel golfo, il terzo film di Mendes, antimilitarista senza retorica, offre una prospettiva del tutto inedita sull'esperienza del conflitto bellico: più che sulle scene di guerra, quasi assenti (il nemico non viene praticamente mai mostrato), la pellicola si sofferma sulle percezioni emotive e sui problemi psicologici delle giovani reclute, addestrate duramente a combattere ma poi abbandonate a sé stesse nell'attesa di una guerra di cui ignorano le cause e che – come la maggior parte delle truppe – vedranno soltanto da lontano, fra crisi di nervi e prove di virilità, noia e isolamento, esaltazione e frustrazione, panico e follia, dubbi e timori (spesso fondati) sulla fedeltà delle ragazze o delle mogli rimaste ad attenderli negli Stati Uniti, esercitazioni e spostamenti in scenari al limite del surreale (il deserto bianco e infinito, come una sorta di limbo; i pozzi di petrolio in fiamme; la strada con le vetture e i corpi carbonizzati). La guerra sembra "finta", pochi la comprendono veramente, ancora meno sono quelli che si fanno venire qualche dubbio su motivo della loro presenza laggiù, giustificando in questo modo il nomignolo "testa di barattolo" (cioè vuota). E quando tornano a casa e scoprono che nel frattempo la vita è andata avanti senza di loro, non gli resta altro che continuare a sognare e a vedere il deserto fuori dalla loro finestra... Divertenti le citazioni o i riferimenti ad altri film bellici, come "Full metal jacket" (durante l'addestramento iniziale), "Apocalypse Now" (visto al cinema prima di partire per il deserto) e "Il cacciatore" (una cui copia viene inviata a un soldato dalla moglie fedifraga). Ottimo come sempre Gyllenhaal, che si rivela molto meno mingherlino di come appariva nelle sue altre pellicole, mentre Jamie Foxx è il sergente maggiore. Decisamente Mendes è un regista che migliora col tempo, ogni suo film mi pare più bello del precedente: i primi due, "American beauty" ed "Era mio padre", non mi erano piaciuti molto (il primo l'ho addirittura odiato); questo e il successivo "Revolutionary Road", invece, me l'hanno fatto rivalutare.

Il giovane tigre (Wu Ma, 1973)

Il giovane tigre (Xiao lao hu, aka The young tiger)
di Wu Ma – Hong Kong 1973
con Meng Fei, Maggie Lee
*1/2

Visto in DVD.

Un giovane praticante di arti marziali viene accusato ingiustamente di omicidio. Arrestato dalla polizia, si dà alla fuga per poter rintracciare i veri responsabili, una banda di criminali e ricattatori che a loro volta provano in tutti i modi a eliminarlo. Se la trama è debole e scontata, così come la caratterizzazione dei personaggi, la pellicola ha anche alcuni pregi nella regia dell'esperto Wu Ma e nei combattimenti, tutto sommato dinamici, in particolare quello in tre contro uno sulla terrazza sopraelevata con la baia di Hong Kong sullo sfondo. Da non confondersi con "Ru jing cha" di Zhu Mu, uno dei primissimi film di Jackie Chan, uscito nello stesso anno e noto in occidente con lo stesso titolo, "Young tiger". Il capo dei cattivi è il baffuto Stanley Fung, in seguito uno delle "five lucky stars". Fra gli attori si riconoscono anche Dean Shek e Mars, habitué dei primi film dello stesso Jackie.

2 giugno 2009

Asfalto che scotta (C. Sautet, 1960)

Asfalto che scotta (Classe tous risques)
di Claude Sautet – Francia/Italia 1960
con Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo
***

Visto in divx, con Marisa.

Braccato dalla polizia e in fuga dall'Italia verso la Francia (il film si apre nella stazione centrale di Milano!), un esperto rapinatore (Ventura) vede morire in una sparatoria sulla spiaggia di Mentone sia la propria donna, che lo aveva sempre seguito fedelmente, sia il complice che lo accompagnava (Stan Krol), e si ritrova solo con i due figlioletti di tre e otto anni. In cerca di un aiuto per raggiungere Parigi da Nizza evitando i posti di blocco della polizia, contatta i suoi compari di un tempo: ma rimane deluso dalla loro fredda accoglienza e dal ritrovarli vigliacchi e rammolliti. Stringe invece una forte amicizia con un giovane ladruncolo (Belmondo), che lo nasconde in casa sua e lo aiuta a trovare una sistemazione per i due bambini. Ma alla fine, anche perché costretto a intraprendere una sanguinosa vendetta contro i suoi ex amici, si stancherà di una vita ormai priva di senso e condotta sempre sul filo del rasoio. Insolito noir, incentrato su un personaggio in continua fuga dalla società civile prima e dal sottobosco criminale poi. Il regista (alla sua prima opera) ha adattato un romanzo di José Giovanni ed è bravo a dirigere una vicenda caratterizzata dai toni asciutti e realistici, dai temi dell'amicizia e del tradimento, da una tensione sempre alta e dal minuzioso susseguirsi degli eventi, anche se la conclusione è piuttosto brusca e improvvisa. Misurato l'utilizzo della voce fuori campo, che compare solo quando è necessaria, come appunto nel finale. Ottimi anche gli attori, con un Ventura insolitamente espressivo al quale fa da contraltare un Belmondo frizzante e simpatico che nello stesso anno interpretava "Fino all'ultimo respiro" di Godard (film che, a quanto leggo, contribuì a eclissare questo lungometraggio, considerato troppo "datato" ). Nel cast ci sono anche Sandra Milo (la ragazza che aiuta Belmondo) e Marcel Dalio (l'infido ricettatore).

30 maggio 2009

Il dottor Stranamore (S. Kubrick, 1964)

Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (Dr. Strangelove, or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb)
di Stanley Kubrick – GB 1964
con Peter Sellers, George C. Scott
****

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il paranoico generale americano Jack D. Ripper (ovvero "Jack lo squartatore"), convinto che i comunisti stiano avvelenando le risorse idriche del mondo e contaminando i "fluidi corporei" degli uomini liberi, ordina alla sua flotta di bombardieri nucleari di scatenare un attacco preventivo contro l'Unione Sovietica. Il Presidente degli Stati Uniti, riunito nella war room con il suo staff, cerca di risolvere la crisi coinvolgendo l'ambasciatore russo e tentando di richiamare indietro gli aerei, anche perché nel frattempo i sovietici hanno messo segretamente in funzione l'ordigno-fine-di-mondo, un deterrente che in caso di esplosione nucleare porrà fine alla vita sulla Terra. Ma uno dei bombardieri non torna alla base e riesce a sganciare il missile atomico, che il pilota cavalca come un mandriano texano (in una delle scene più famose della storia del cinema). L'ex scienziato nazista Stranamore, consigliere del presidente, ha comunque i suoi folli piani per gestire le conseguenze del disastro... Uno dei grandi capolavori di Kubrick è anche uno dei più celebri film sulla guerra fredda e sull'incubo del conflitto nucleare (la crisi dei missili di Cuba risaliva a pochi mesi prima), caratterizzato da una vena satirica che non fa sconti a nessuno, dalle performance del grande Peter Sellers che interpreta tre personaggi (il comandante Lionel Mandrake della RAF, il presidente degli Stati Uniti e naturalmente il dottor Stranamore; avrebbero dovuto essere quattro, ma all'ultimo momento il ruolo del pilota texano T.J. "King" Kong venne affidato al caratterista western Slim Pickens) e dalle inquietanti sequenze ambientate nella stanza della guerra (che in realtà non esiste: si dice che Ronald Reagan, non appena eletto presidente degli Stati Uniti e stabilitosi a Washington, abbia chiesto di visitarla: allo staff che gli spiegava che non c'era nessuna war room, avrebbe risposto: "Ma io l'ho vista in un film!", riferendosi appunto a "Stranamore").

Kubrick ebbe la grande idea di impostare la pellicola su toni umoristici e satirici che, a quanto pare, erano invece assenti nel libro su cui si basa la sceneggiatura, "Red alert" di Peter George, senza risparmiarsi simboli fallici, astruse paranoie, doppi sensi visionari, momenti surreali e pungenti frecciate contro l'ottusità di politici, militari e scienziati. Il risultato non è solo un atto d'accusa contro la corsa agli armamenti e le logiche distruttive dei militari, ma anche un efficace pamphlet contro il complottismo (ante litteram!), la stupidità umana e i rischi dell'efficientismo tecnologico (tanto l'ordigno-fine-di-mondo quanto il piano di rappresaglia aerea degli americani sono sistemi che una volta messi in moto non possono più essere fermati). Sellers aveva fatto le prove generali per il personaggio del dottor Stranamore nel precedente film girato con Kubrick, "Lolita", dove in una sequenza si era finto uno psicologo tedesco: ma le scene con il braccio meccanico che impazzisce, fa il saluto nazista e cerca di strangolare lo stesso Stranamore sono state improvvisate dall'attore durante le riprese e davanti al resto del cast che a fatica tratteneva le risate. Ottime e memorabili anche le prove di Sterling Hayden (il folle generale Ripper) e soprattutto di George C. Scott (l'infantile e guerrafondaio generale Turgidson), e ricche di fascino le sequenze che vedono i bombardieri (in realtà dei semplici modellini) sorvolare l'Unione Sovietica (in realtà la Scandinavia e il Circolo Polare Artico), per non parlare dei titoli di testa che mostrano il rifornimento in volo di un B52 come se si trattasse di un rapporto sessuale e l'abbinamento fra le immagini delle esplosioni atomiche e la canzone "We'll meet again".

29 maggio 2009

Il cittadino si ribella (E. G. Castellari, 1974)

Il cittadino si ribella
di Enzo G. Castellari – Italia 1974
con Franco Nero, Giancarlo Prete
**1/2

Visto in DVD, con Martin.

La città di Genova è scossa da un'ondata di crimini senza precedenti (molto bella la sequenza dei titoli di testa, con un susseguirsi frenetico di furti, effrazioni, rapimenti e sparatorie). Durante una rapina in banca, un tranquillo professionista (l'ingegner Carlo Antonelli) viene preso come ostaggio, umiliato e malmenato dai malviventi prima di essere rilasciato. Sconvolto dall'inerzia della polizia, che sospetta addirittura di collusione con i banditi, decide di indagare in prima persona, intrufolandosi nell'ambiente della criminalità per rintracciare i tre rapinatori. Ci riuscirà con l'aiuto di un giovane ladruncolo, ma attirerà su di sé la vendetta dei criminali e ne seguirà un bagno di sangue. Il secondo poliziottesco di Castellari dopo "La polizia incrimina, la legge assolve" è ovviamente è un film a tema che si iscrive a pieno titolo nel filone del cittadino che sceglie (o è costretto) di farsi giustizia da solo. Ma a differenza del "Giustiziere della notte" o di titoli simili, il protagonista è presentato come debole, maldestro e non privo di lati negativi, un benpensante borghese che si rivela violento e sanguinario quanto i criminali e riceve lezioni morali, di civiltà e di amicizia dal ladro che si sacrifica per lui. La scena in cui il mondo stesso della criminalità si attiva per rintracciare i tre rapinatori, colpevoli di aver attirato troppo l'attenzione della polizia, riecheggia addirittura "M" di Fritz Lang. La compagna del protagonista è Barbara Bach, il commissario è Renzo Palmer, mentre la colonna sonora, come in quasi tutti i film di Castellari, è dei fratelli De Angelis. Buona la regia, con inquadrature curate e un utilizzo espressionistico di ralenti, montaggio e movimenti di macchina.

28 maggio 2009

L'erba del vicino è sempre più verde (S. Donen, 1960)

L'erba del vicino è sempre più verde (The grass is greener)
di Stanley Donen – GB 1960
con Cary Grant, Deborah Kerr
**

Visto in divx, con Marisa.

Una coppia di nobili inglesi (Grant e la Kerr), in ristrettezze economiche, ha trasformato il proprio castello in un museo aperto al pubblico. Un giorno, fra i turisti in visita, giunge un miliardario americano (Robert Mitchum) che si innamora della lady, ricambiato. Il marito, senza perdere il suo aplomb britannico, cercherà di riconquistare la consorte con l'aiuto di una vecchia amica (Jean Simmons) e del fedele maggiordomo (Moray Watson). Commedia alla Noël Coward, chiaramente ispirata a un lavoro teatrale (di Hugh Williams e Margaret Vyner), visto che è estremamente verbosa e si svolge (quasi) sempre fra le quattro mura del castello. Mi è parsa un po' scontata e non particolarmente avvincente, a dire il vero, nonostante gli interpreti. Ma probabilmente era da guardare in lingua originale, visto che molti giochi di parole si basano sulle differenze fra l'inglese britannico e americano. Divertenti i titoli di testa, con i protagonisti e la troupe impersonati da alcuni neonati.

27 maggio 2009

L'insolito caso di Mr. Hire (P. Leconte, 1989)

L'insolito caso di Mr. Hire (Monsieur Hire)
di Patrice Leconte – Francia 1989
con Michel Blanc, Sandrine Bonnaire
**1/2

Visto in DVD, con Marisa e Giovanni.

Tratto da un racconto di Georges Simenon e girato con stile lento e calligrafico (cui contribuiscono anche le musiche di Michael Nyman), è un thriller psicologico che ho trovato un po' ostico durante la visione, forse per la caratterizzazione introversa e disturbante del personaggio principale e per la totale assenza di leggerezza e ironia, ma che successivamente ho rivalutato. Il protagonista è un sarto parigino di mezza età, solitario e misantropo, che si invaghisce di Alice, la sua giovane dirimpettaia, e che trascorre le serate a osservarla segretamente dalla finestra. Quando la ragazza se ne rende conto, inizia a sospettare che l'ometto possa essere al corrente di un delitto compiuto dal suo fidanzato Emile e che lei ha aiutato a nascondere: decide così di approcciarlo, approfittando del suo amore per lei... Dietro una superficie tranquilla, la pellicola mette dunque in mostra sentimenti forti e contrastanti: l'amore assoluto di Hire per Alice, quello stereotipato fra Alice ed Emile, e quello interessato e fasullo di Alice per Hire. Poco importa, allora, che la sottotrama gialla sia relativamente prevedibile: quel che conta sono l'atmosfera e lo studio psicologico dei personaggi. Bravi i due attori principali. Nei panni del poliziotto che indaga sul delitto, invece, c'è il kaurismakiano André Wilms.

25 maggio 2009

La moglie del soldato (N. Jordan, 1992)

La moglie del soldato (The crying game)
di Neil Jordan – GB 1992
con Stephen Rea, Jaye Davidson
***1/2

Rivisto in DVD, con Marisa e altra gente.

Jody (Forest Whitaker), un soldato di colore stanziato in Irlanda del Nord, viene sequestrato da un gruppo di terroristi dell'IRA che intendono usarlo come pedina di scambio per chiedere agli inglesi la liberazione di uno dei loro capi. Durante la prigionia Jody stringe amicizia con Fergus, uno dei suoi carcerieri, al quale chiede di recarsi a trovare la sua donna, Dil, dopo che lui sarà stato ucciso. Quando Fergus cerca di tranquillizzarlo ("Non è detto che ti uccideremo"), Jody commenta amaramente: "Non ne potrete fare a meno: è nella vostra natura". E proprio i temi dell'identità e della natura delle persone, esemplificati dalla celebre favola morale dello scorpione e della rana, sono al centro di questo magnifico film, senza dubbio il capolavoro di Neil Jordan, capace di sorprendere, di avvincere e di far riflettere: l'identità di chiunque è infatti complessa e sfaccettata, e per arrivare a comprendere la propria natura è necessario un lungo cammino, una sorta di evoluzione (si pensi alla frase di San Paolo citata da Fergus: "Quando ero bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato grande, non ho più ragionato da bambino..."). Ma se è difficile accettare sé stessi, capire gli altri è ancora più ostico a causa di condizionamenti sociali, ideologici, politici o sessuali: e alla fine di una persona si finiscono col vedere soltanto quegli aspetti che meglio si adattano ai pregiudizi che abbiamo già in partenza. L'osservazione superficiale e schematica porta così a dividere l'umanità, a seconda dei punti di vista, in buoni e cattivi, normali e anormali, perbene e criminali, occupanti e resistenti, tutori dell'ordine e terroristi, vittime e sfruttatori, amanti e amici, uomini e donne, perdendo di vista le sfumature. Eppure Jung affermava che in ogni uomo è presente una parte femminile, e in ogni donna una parte maschile; e lo stesso concetto si ritrova nel simbolo dello yin e dello yang.

Spesso la ricerca della propria identità porta a una strada senza uscita (Jude, interpretata da Miranda Richardson, è ormai così calata nel ruolo di guerrigliera da usare la propria femminilità soltanto al servizio della causa; nonostante sfrutti le proprie forme per attirare Jody in trappola, non si vede più come una donna: "ho cambiato look perché volevo un aspetto più duro"). D'altra parte, le semplici apparenze ingannano: un terrorista omofobico (la scena in cui Fergus deve aiutare Jody a espletare le sue funzioni corporali è fondamentale e anticipatrice!) può rivelarsi un individuo sensibile e aperto, così come una persona fragile, in cerca di identità e di amore ("Uno è appena un po' gentile con me, e sono tutta sua" dice Dil), può esprimere sicurezza e spavalderia dietro vesti particolari e risultare invece invece spersa e spaesata dopo un semplice taglio di capelli e un cambio d'abiti.
Naturalmente il lungometraggio è diventato celebre per l'inaspettato colpo di scena a metà pellicola, al punto da essere ormai un titolo regolarmente citato (al fianco de "I soliti sospetti", "Il sesto senso" e "Fight club") quando si parla di pellicole caratterizzate da un plot twist folgorante. Ma sebbene la sceneggiatura (premiata con l'Oscar) sia costruita in modo tale da arrivare a stupire lo spettatore in quel particolare momento, il film mantiene la propria forza e validità anche se lo si guarda conoscendo già il "segreto" di Dil (che da allora, peraltro, è stato rivelato e spoilerato in numerosi altri film, serie televisive e fumetti).
Il titolo originale della pellicola è quello della canzone che si sente nel film in tre versioni diverse: in quella cantata nel locale da Dil (in realtà da Kate Robbins), in quella originale di Dave Berry su una vecchia musicassetta, e in quella di Boy George nei titoli di coda. Ma la bella colonna sonora comprende anche pezzi come "When a man loves a woman" e "Stand by your man".

22 maggio 2009

Star Trek (J.J. Abrams, 2009)

Star Trek - Il futuro ha inizio (Star Trek)
di J.J. Abrams – USA 2009
con Chris Pine, Zachary Quinto
**

Visto al Medusa Multisala di Rozzano, con Martin e Gabriele.

Revisione/reboot di una delle più classiche serie di fantascienza della tv americana, virata in chiave blockbuster, adolescenziale e antifilosofica da un regista-produttore-sceneggiatore di chiaro stampo televisivo (è quello di "Lost", di cui non sono mai riuscito a vedere più di due minuti, e sto esagerando per eccesso). Tolta gran parte della profondità e della suggestione allo scenario e ai personaggi originali, Abrams li "modernizza" e li ringiovanisce (il film racconta del primo incontro e della prima missione di Kirk, Spock & Co.) adeguandoli al gusto del pubblico odierno, con il risultato di farne quasi una parodia involontaria. E come se non bastasse, con la trovata di un viaggio indietro nel tempo da parte dei cattivi (e dello Spock originale, interpretato ancora una volta dall'anziano Leonard Nimoy), crea una biforcazione temporale che di fatto gli consente un "reset" narrativo di tutte le loro avventure, senza dubbio con il solo scopo di poter produrre in seguito una nuova versione della serie classica, cinematografica o – molto più probabilmente – televisiva. Ne risulta un film d'intrattenimento leggero e fracassone che, intendiamoci, si lascia anche guardare con relativo piacere. Ma quello che si guadagna in spettacolarità (gli effetti speciali digitali, comunque, non sorprendono più e testimoniano solo della cospicuità del budget a disposizione) e appeal verso un pubblico più giovane, si perde però in spessore, introspezione e soprattutto gusto per l'esplorazione dello spazio (in barba al titolo della serie), al punto che la celebre frase "Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell'astronave Enterprise...", declamata solo nel finale, sembra quasi fuori posto, visto che la pellicola ha mostrato flirt, battaglie e scontri gerarchici, ma mai curiosità verso l'ignoto, desiderio di conoscenza, avventura, misteri e viaggi "là dove nessuno è mai giunto prima". Insomma, la frase simbolo del film potrebbe benissimo essere "Let's kick some Romulan ass" (pronunciata davvero da uno dei personaggi, non sto scherzando). A questo punto c'era più sincerità in un film grottesco e satirico come "Starship troopers", o più sense of wonder in una parodia dichiarata come "Galaxy Quest", titoli decisamente migliori di questo.

L'inizio della pellicola è disastroso, tra scene madri inutilmente iperdrammatiche (la nascita di Kirk su un'astronave che sta per essere distrutta, con tanto di genitori che non solo non ne conoscevano ancora il sesso ma che in nove mesi non hanno mai avuto il tempo di discutere su quale nome dargli; lo stesso Kirk in versione "bambino ribelle" che guida un'auto d'epoca verso un precipizio e viene arrestato da uno pseudo-Robocop, uscito forse da "Judge Dredd") e sequenze purtroppo immancabili in ogni teen movie liceale che (non) si rispetti (Spock che affronta tre bulletti vulcaniani che lo sfottono perché sua madre è terrestre; la rissa nel bar, prodromo all'assurdo triangolo sentimentale fra Kirk, Spock e Uhura, di cui certo non si sentiva la mancanza!). Poi, quando si sale finalmente a bordo dell'Enterprise, le cose migliorano, ed è anche divertente vedere come gli sceneggiatori (re)introducano uno a uno tutti i membri dell'equipaggio storico in versione "ggiovane", fra gag dall'ingenuità quasi commovente, scazzottate in plancia, dinamiche semplicistiche e caratterizzazioni da barzelletta (vedi Checov o Scott). Ci sarebbe da stendere un velo pietoso, invece, sui cattivi (e sulle loro motivazioni), un gruppo di romulani con l'aspetto da mafiosi russi in trench e con tanto di tatuaggi, che pur possedendo un'arma in grado di creare buchi neri e di far sparire interi pianeti restano con le mani in mano per venticinque anni per poi farsi fregare da una coppia di ragazzini. E non parliamo delle assurdità scientifiche, in quantità decisamente insolita per un film di Star Trek, dove almeno la coerenza interna non era mai mancata e dove la "fanta" non aveva mai preso un tale sopravvento sulla "scienza" (buchi neri la cui attrazione gravitazionale si accende e si spegne a seconda delle esigenze di sceneggiatura; mostri alieni che non sanno muoversi nemmeno nell'ambiente in cui si sono evoluti; persone teletrasportate mentre erano in caduta libera e che perdono – chissà come – la propria energia cinetica; e così via: a proposito, davvero brutto il nuovo effetto grafico e "filamentoso" del teletrasporto). La regia è anonima, ovviamente televisiva, non solo con poche idee e scarsa personalità (difficile ricordare momenti originali o sequenze degne di nota) ma anche confusa (l'abuso della camera a mano durante le scene d'azione serve forse per camuffare il fatto che sulla plancia delle astronavi nessuno abbia le cinture di sicurezza) e mal supportata da una fotografia che spara riflessi ed effetti luminosi e stroboscopici negli occhi dello spettatore dall'inizio alla fine. E anche il cast non lascia una particolare impressione, con interpreti scelti più per la loro somiglianza con gli attori originali che per le capacità recitative (l'unico "vero" attore è Simon Pegg, nella parte di Scott, ma la sua verve comica c'entra come i cavoli a merenda; irriconoscibili invece Winona Ryder ed Eric Bana in ruoli marginali). In conclusione, cosa pensare di questo film? Vogliamo dargli una sufficienza stiracchiata, visto che che comunque come pellicola d'intrattenimento funziona? Diamogliela. Ma nulla di più.

21 maggio 2009

La polizia incrimina, la legge assolve (E. G. Castellari, 1973)

La polizia incrimina, la legge assolve
di Enzo G. Castellari – Italia 1973
con Franco Nero, Fernando Rey
**

Visto in DVD, con Martin.

Il vicecommissario Belli indaga a Genova su una banda di spacciatori di droga, i cui capi si annidano fra gli industriali più ricchi e potenti della città. I gangster non esitano ad ammazzare a sangue freddo i superiori e persino i familiari di Belli, ma questi trova un alleato nel boss di un'altra banda di Marsiglia che usa metodi più "vecchio stile". Considerato uno dei capostipiti del poliziottesco all'italiana, di cui ha contribuito a codificare gli stereotipi, non è altro che un onesto film di genere, piuttosto cruento ma senza particolari motivi di interesse. Se la sceneggiatura non eccelle, il cast però è soddisfacente (James Whitmore dà vita a un caparbio commissario, Duilio Del Prete e Silvano Tranquilli sono i "cattivi" fratelli Griva, mentre Fernando Rey è stato ingaggiato probabilmente per la sua interpretazione di un gangster marsigliese ne "Il braccio violento della legge") e alcune soluzioni di regia anche, come le inquadrature riflesse negli specchi d'acqua o nelle lenti degli occhiali dei cattivi, oltre all'uso cospicuo, nel montaggio, di frasi e immagini in funzione di flashback. Bello anche l'inseguimento iniziale sulle strade della riviera ligure. Fuorviante invece il titolo, visto che di aspetti o temi giudiziari nella sceneggiatura non c'è proprio traccia. La traccia audio del dvd K-storm è piuttosto rovinata.

19 maggio 2009

Il sepolcro indiano (Fritz Lang, 1959)

Il sepolcro indiano (Das indische Grabmal)
di Fritz Lang – Germania/Francia/Italia 1959
con Paul Hubschmid, Debra Paget
**

Visto in DVD, con Marisa.

Nel secondo episodio del dittico indiano di Lang (che negli Stati Uniti venne distribuito come un unico film, in una versione tagliata, rimontata e intitolata "Journey to the Lost City") proseguono le avventure dell'architetto Harald Berger e della danzatrice Seetha. Catturati dagli uomini del maharaja Chandra, i due amanti sono ricondotti al palazzo di Eschnapur, dove Berger viene imprigionato nelle caverne sotterranee. Il perfido fratello di Chandra, che sta organizzando un colpo di stato, persuade il maharaja a perdonare Seetha e a prenderla in moglie, convinto che il matrimonio con una mezzosangue (il padre della danzatrice era europeo) scatenerà la ribellione del popolo e dei sacerdoti. Nel frattempo la sorella di Berger e suo marito, anch'egli architetto, cercano di scoprire il luogo dove questi è tenuto prigioniero. Gran parte del film, complessivamente meno avvincente del capitolo precedente, si svolge fra cunicoli e tunnel sotterranei, e i protagonisti del primo episodio hanno un ruolo decisamente meno attivo. A parte un paio di scene che riguardano Seetha (quella in cui supplica Shiva di intervenire in suo aiuto, e immediatamente un ragno tesse la sua tela davanti all'imbocco della caverna dove la ragazza si nasconde, convincendo così gli inseguitori che la grotta sia vuota; e la famigerata danza di fronte al cobra velenoso, talmente audace e sensuale da essere stata censurata nella versione italiana), la sceneggiatura si sofferma infatti soprattutto sul maharaja Chandra (il cui personaggio assume nel finale una dimensione spirituale) e sul complotto ai suoi danni. La caverna in cui vengono rinchiusi i lebbrosi ricorda l'esilio sotterraneo degli operai di "Metropolis", mentre la loro fuga e le loro movenze sembrano anticipare quelle degli zombi di Romero. Nel complesso la doppia pellicola intrattiene ma non esalta, anche se sono comunque apprezzabili il fascino ingenuo per l'avventura esotica, la struttura seriale, l'ambientazione in un'India irreale e stereotipata, e le scenografie (tanto quelle "fasulle", come il tempio o le grotte di cartapesta, quanto quelle reali).

La tigre di Eschnapur (Fritz Lang, 1959)

La tigre di Eschnapur (Der Tiger von Eschnapur)
di Fritz Lang – Germania/Francia/Italia 1959
con Paul Hubschmid, Debra Paget
**1/2

Visto in DVD, con Marisa.

Nel 1921, ancora sconosciuto e a inizio carriera, Lang progettò di realizzare un film di avventure esotiche tratto dal romanzo "Das indische Grabmal" di Thea von Harbou. Stese il copione insieme alla scrittrice (che sarebbe poi diventata sua moglie e sceneggiatrice di fiducia), ma il progetto gli venne tolto dal produttore Joe May che preferì girarlo di persona (la pellicola uscì divisa in due episodi, come si usava spesso a quei tempi). Soltanto nel 1959, alla fine della sua carriera e dopo i tanti bei film realizzati negli Stati Uniti, Lang ebbe l'opportunità di riprendere in mano la storia originale e di farne una versione personale, distribuita come la precedente in due parti, "La tigre di Eschnapur" e "Il sepolcro indiano" (per la cronaca, è da segnalare anche l'esistenza di un primo remake sonoro di Richard Eichberg del 1938, quando Lang era già fuggito dalla Germania nazista). Non stupisce dunque che il dittico langhiano appaia come un film fuori dal tempo, ingenuo e fumettoso con la sua fotografia colorata, i personaggi bidimensionali e i cliffhanger da prodotto seriale, anche se per certi versi anticipa persino il cinema degli anni ottanta (alcune sequenze e le ambientazioni lo fanno sembrare un film di Indiana Jones ante litteram: da notare però che anche il personaggio di Lucas e Spielberg si rifaceva a sua volta all'immaginario dei pulp magazines d'anteguerra). Il protagonista è l'architetto tedesco Harald Berger, invitato in India dal giovane e ricco maharaja di Eschnapur affinché costruisca nuovi edifici nei suoi territori. Durante il viaggio Berger salva la danzatrice Seetha dall'assalto di una tigre selvaggia, e i due si innamorano reciprocamente. Ma anche il maharaja ha messo gli occhi sulla ragazza, e intende sposarla: quando la loro tresca viene scoperta, Berger e Seetha devono fuggire dal palazzo e inoltrarsi nel deserto. Scenografie monumentali (memorabile soprattutto il tempio dove la sensuale Debra Paget danza davanti a un'enorme statua di divinità femminile), scenari esotici, belve feroci, amori immortali, oscuri complotti (il maharaja deve guardarsi da parenti e cortigiani che tramano per usurpare il suo trono): tutto concorre a farne un film godibile e avvincente, benché semplice, ingenuo e certamente lontano dalle vette più alte del cinema langhiano.

17 maggio 2009

Riverworld (K. Skogland, 2003)

Riverworld - Il popolo del fiume (Riverworld)
di Kari Skogland – USA/Canada 2003
con Brad Johnson, Jonathan Cake
*1/2

Visto in divx.

È l'episodio pilota (trasformato poi in tv movie e trasmesso dal canale satellitare Sci Fi) di una serie televisiva mai realizzata, ispirata al bellissimo ciclo di romanzi de "Il mondo del fiume" di Philip J. Farmer. Pessimo però l'adattamento, che banalizza non poco i concetti filosofici di Farmer, ne elimina ogni suggestione (per non parlare della suspense) e vi aggiunge scene d'azione e di combattimento che sembrano uscite da "Xena". Il protagonista, che nei romanzi è Richard Burton (l'avventuriero britannico, non l'attore!), è sostituito da un anonimo e stereotipato astronauta americano con il mascellone, interpretato da un attore mediocre; meno grave invece che il cattivo, anziché Giovanni Senza Terra, sia l'imperatore Nerone (ma stendiamo un velo pietoso sulla verosimiglianza storica del personaggio). Lo scenario ideato da Farmer resta comunque affascinante: tutti gli esseri umani mai vissuti sulla Terra, provenienti da ogni epoca, risorgono dopo la loro morte e si ritrovano misteriosamente ringiovaniti sulle rive di un fiume immenso, circondato da montagne invalicabili su un pianeta sconosciuto. Personaggi famosi (Alice Liddell, Samuel Clemens), sconosciuti (un polacco morto ad Auschwitz, un'improbabile – ma sexy – sacerdotessa-amazzone africana) ed enigmatici (un alieno di Tau Ceti, una bambina muta) si alleano per risalire il fiume a bordo di un battello (il film copre più o meno gli eventi dei primi due romanzi, "Il fiume della vita" e "Alle sorgenti del fiume"). Ma nella piatta sceneggiatura molti dettagli non tornano, a partire dalla presenza dei cavalli e dalla rapidità con cui si riformano le varie civiltà, mentre i misteri che caratterizzavano la saga originale vengono appena abbozzati (d'altronde questo avrebbe dovuto essere soltanto un assaggio). Pare che nel 2009 ci sarà un nuovo tentativo di trasformare i romanzi in un prodotto televisivo, con un concept che agli appassionati di serie come "Lost" non dovrebbe dispiacere.

16 maggio 2009

Tra le pietre grigie (K. Muratova, 1983)

Tra le pietre grigie (Sredi serykh kamnej)
di Kira Muratova – URSS 1983
con Igor Shaparov, Oksana Shlapak
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un severo giudice, ossessionato dalla morte della moglie, si trasferisce con i figlioletti in una fatiscente villa di campagna che un tempo era appartenuta a un conte. Attorno alla casa, nei giardini e fra le rovine di un'antica chiesa, si aggira un gruppo di vagabondi, folli e straccioni: fra loro, oltre a ex generali, aristocratici e intellettuali che ormai sopravvivono rubando e mendicando, ci sono anche quelli che un tempo erano i servitori del conte. Vasya, il figlio del giudice, stringe amicizia con il giovane Valek e con la piccola Marusia, una bambina che ben presto si ammala perché "le pietre grigie succhiano la vita". Con lentezza tarkovskiana, la pellicola affronta temi di natura sociale quali il contrasto fra povertà e rispetto della legge, l'onestà e la necessità, la proprietà e il furto, il destino e le differenze di classe, con i bambini pronti a superare le barriere che tengono invece separati i mondi degli adulti. Proprio il piccolo Vasja, che ruba la bambola della sorella per donarla alla febbricitante Marusia, favorirà una sorta di comprensione fra i senzatetto e il giudice, e aiuterà anche il padre a scuotersi dal suo torpore. Girato presso Odessa, il film avrebbe subito forti tagli da parte della censura dell'URSS, al punto che la Muratova ha fatto togliere il proprio nome dai titoli sostituendolo con lo pseudonimo di Ivan Sidorov. Ma oggi la critica alla società sovietica pare meno interessante degli aspetti puramente cinematografici, immagini e atmosfere comprese. Dopo una prima mezz'ora snervante e difficile da seguire, il film cresce di significato e di intensità: però non mi ha lasciato con la voglia di recuperare altri lavori della regista. Belle comunque le scene dove la bambina abbraccia la bambola, con l'una che è quasi una copia dell'altra.

15 maggio 2009

Ultimo domicilio conosciuto (J. Giovanni, 1970)

Ultimo domicilio conosciuto (Dernier domicile connu)
di José Giovanni – Francia/Italia 1970
con Lino Ventura, Marlène Jobert
***

Visto in divx, con Marisa.

L'esperto e decorato ispettore Leonetti, trasferito in un commissariato di periferia per aver pestato i piedi a un "potente", e la giovane ausiliaria Jeanne, al suo primo incarico, devono rintracciare in pochi giorni un importante testimone in un processo per omicidio, che si è reso irreperibile da anni e che sembra svanito nel nulla. L'indagine – snervante e minuziosa – andrà a buon fine, ma le conseguenze saranno amare. È il primo film di Giovanni che vedo, su consiglio di Ale: si tratta di un poliziesco insolito, tutto incentrato su una lunga caccia all'uomo in una Parigi caotica e mastodontica che sembra inghiottire le persone e le loro storie senza lasciarne traccia. Più che per la trama gialla, in fondo lineare e schematica (ma il finale dona spessore a tutta la vicenda), la pellicola merita di essere vista per la regia tesa e dettagliata, aiutata da un montaggio efficace; per la bella colonna sonora, che accompagna con ostinazione spostamenti e interrogatori; e soprattutto per la caratterizzazione dei due personaggi principali, antitetici e complementari: il granitico detective è ormai stanco e disilluso, talmente inserito nel sistema da non essere più in grado di ribellarsi alle sue storture, mentre la giovane volontaria, inizialmente ricca di speranze e di entusiasmo, si lascia coinvolgere dal lato più umano dell'indagine ma deve poi fare i conti con la manipolazione e il cinismo della propria professione. Anche per questo motivo, i due – che nel corso dell'indagine si avvicinano gradualmente l'uno all'altra – non potranno che respingersi irrimediabilmente.

13 maggio 2009

State of play (K. Macdonald, 2009)

State of play (id.)
di Kevin Macdonald – USA 2009
con Russell Crowe, Ben Affleck
**1/2

Visto al cinema Plinius, con Paola.

Un giornalista vecchio stampo del "Washington Globe" (Crowe, ingrassato e trasandato), aiutato da una giovane blogger alle prime armi (la bella Rachel McAdams), indaga sulla morte sospetta della collaboratrice di un politico rampante (Affleck, il meno convincente del cast). Quest'ultimo, legato al reporter da un'amicizia di antica data, sta mettendo sotto inchiesta una potente impresa di sicurezza privata, contractor della difesa statunitense: ma le voci di una sua relazione clandestina con la ricercatrice defunta rischiano di mettere a repentaglio la sua carriera. Thriller vecchio stampo e di buona fattura che si iscrive nel ricco filone del giornalismo americano d'inchiesta (è quasi una versione aggiornata di "Tutti gli uomini del presidente": non a caso qua e là fa capolino la parola Watergate), ispirato a una miniserie televisiva che non avevo mai sentito nominare. Gli attori, chi più chi meno, sono bravi (ci sono anche Robin Wright Penn, la moglie del politico, ed Helen Mirren, l'arcigna caporedattrice), la sceneggiatura scorre senza scossoni, la regia e la fotografia si mettono al servizio della storia. Non mancano riflessioni sul declino del giornalismo tradizionale (il quotidiano cartaceo è in crisi di vendite, mentre il sito web è sulla cresta dell'onda), sullo scontro fra i diversi modi di lavorare del reporter e del blogger, e sugli interessi economici – prima ancora che politici – dietro ai temi della sicurezza e della lotta al terrorismo. Ma è anche un film privo di guizzi particolari, uno di quelli che piacciono mentre li si sta guardando (e di questi tempi è già qualcosa) ma che non lasciano poi molto a visione terminata. Il suo maggior pregio, in fondo, è quello di non avere grandi difetti.

12 maggio 2009

Il passato è una terra straniera (D. Vicari, 2008)

Il passato è una terra straniera
di Daniele Vicari – Italia 2008
con Elio Germano, Michele Rondino
**1/2

Visto in divx, con Marisa.

Giovane di buona famiglia, a un passo dalla laurea in giurisprudenza con il massimo dei voti e fidanzato con una ragazza perbene, il barese Giorgio conosce a una festa il misterioso e tenebroso Francesco e si lascia trascinare da lui in un mondo più oscuro, fatto di partite a poker, imbrogli, delinquenza, droga, sesso e violenza: un'escalation drammatica che porterà alla luce il suo lato peggiore. Quando tutto sarà tornato normale, però, quell'esperienza sembrerà soltanto una breve parentesi, come un viaggio in una terra straniera "dove le cose si fanno in maniera diversa" (il titolo è una citazione da L. P. Hartley) e che si tende a dimenticare una volta tornati a casa... Tratto da un romanzo di Gianrico Carofiglio, è un noir convincente e parecchio distante dai consueti buonismi del cinema italiano, un film che scava nella psiche del protagonista mostrandone l'insoddisfazione per la propria vita borghese e le pulsioni verso un'esistenza trasgressiva e violenta che l'incontro con Francesco non fa altro che catalizzare. L'amicizia fra i due è intensa e contrastata, fino a raggiungere il punto di rottura. Anche se la corsa di Giorgio verso il baratro si arresta, al contrario di quella dell'amico, al ragazzo manca però un vero riscatto finale: il rientro nei ranghi, con la coda fra le gambe, è motivato dai propri sensi di colpa e non da una crescita interiore, al punto che il fugace incontro in tribunale con la ragazza che gli riporta alla mente la sua vita passata lo lascia scosso e inebetito, come se si trovasse di fronte a un fantasma che sperava di aver rimosso. Bella l'ambientazione, discreti gli attori e buona la confezione.

11 maggio 2009

Eagle shadow fist (Zhu Mu, 1973)

Eagle shadow fist, aka Fist of anger (Ding tian li di)
di Zhu Mu – Hong Kong 1973
con Wong Ching, Jackie Chan
*

Rivisto in VHS, in inglese.

Da non confondere con "Snake in the eagle's shadow" (il film di Yuen Woo-ping che nel 1978 ha definitivamente lanciato Jackie Chan e il suo kung-fu comico), questa pellicola vede il buon Jackie – all'epoca solo diciassettenne – come semplice comprimario, nonostante sia stata poi ridistribuita in home video facendo credere che ne fosse invece il protagonista. Ambientato durante il periodo dell'occupazione giapponese in Cina, il film racconta di un ex attore del teatro cinese (Wong Ching) che si ribella alle truppe nipponiche che spadroneggiano in un villaggio (e che se la prendono naturalmente con anziani, donne e bambini). Mediocre e noioso sotto tutti i punti di vista, con combattimenti fiacchi benché si faccia grande spreco di sangue finto e di effetti sonori ridicoli, può interessare relativamente soltanto i completisti di Jackie: fra l'altro è una delle pochissime pellicole in cui il nostro muore, e per di più già a metà film.

9 maggio 2009

Un volto nella folla (Elia Kazan, 1957)

Un volto nella folla (A face in the crowd)
di Elia Kazan – USA 1957
con Andy Griffith, Patricia Neal
***1/2

Visto in DVD, con Marisa.

La conduttrice di un programma radiofonico trasmesso da una piccola stazione dell'Arkansas, "Un volto nella folla", scopre il talento di un giovane cantante incarcerato, "Lonesome" ("Solitario") Rhodes, e lo rende protagonista di una trasmissione dove può parlare a ruota libera. Semplice, diretto, spontaneo e senza peli sulla lingua, Rhodes diventa l'idolo degli ascoltatori, prima della sua cittadina e poi di tutto lo stato. Ben presto fa il gran salto in televisione (che in quegli anni stava rapidamente sostituendo la radio nelle preferenze degli americani), trasferendosi a New York come conduttore di uno show tutto suo e affermandosi anche come influente testimonial pubblicitario. Dopo aver accresciuto a livelli smisurati la propria popolarità in tutta la nazione, viene assunto come consulente di un rampante politico di destra che si prepara a lanciare la sua candidatura come presidente degli Stati Uniti. Ma la stessa donna che lo aveva scoperto, Marcia, disgustata dalla sua trasformazione in un ipocrita megalomane (per ambizione ha anche rinunciato al proprio amore per lei, preferendo sposare una giovane majorette), distrugge la sua carriera lasciando volontariamente aperti i microfoni al termine di uno show e facendo in modo che gli spettatori ascoltino quello che lui pensa veramente di loro, ossia che non sono altro che idioti manipolabili con le parole e il carisma. Un film sul potere dei mass media, talmente in anticipo sui tempi che sembra quasi incredibile che risalga al 1957: è ancora attuale e moderno, e se uscisse oggi in molti ci vedrebbero riferimenti diretti a protagonisti della scena politica e pubblica odierna. Non si tratta infatti semplicemente del racconto dell'ascesa e caduta di un personaggio, quanto di un'acuta analisi sul populismo e sul ruolo della televisione e della pubblicità nell'influenzare non solo le opinioni delle persone ma persino i loro sentimenti. Sebbene la sceneggiatura di Budd Shulberg possa in parte ricordare alcuni film di Frank Capra (come "Arriva John Doe") e certi temi erano già apparsi in quegli anni (per esempio ne "La ragazza del secolo" di George Cukor), il concetto di sfruttare il marketing e la tv per condizionare le masse e per fare fortuna in politica non era mai stato presentato al cinema in maniera tanto esplicita e dirompente (a un certo punto Rhodes dice che per conquistare i voti degli elettori non servono programmi e idee ma "slogan pubblicitari, barzellette e belle ragazze": vi ricorda qualcuno?). Griffith era al suo debutto sul grande schermo, prima di fare fortuna – ironicamente – proprio in televisione. Nel cast anche Lee Remick (la giovane moglie di Rhodes, anche lei esordiente), Walter Matthau (lo scrittore intellettuale) e Anthony Franciosa (il manager opportunista).

8 maggio 2009

Arahan (Ryoo Seung-wan, 2004)

Arahan - Potere assoluto (Arahan jangpung daejakjeon)
di Ryoo Seung-wan – Corea del Sud 2004
con Ryoo Seung-beom, Yoon So-yi
**1/2

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Un poliziotto goffo e ingenuo viene addestrato da un gruppo di anziani maestri di Tai Chi (che dietro l'aspetto dimesso sono in realtà i superstiti dei leggendari Sette Maestri del Taoismo) per sviluppare le proprie capacità latenti, raggiungere l'illuminazione e sconfiggere un loro ex compagno che intende conquistare il potere assoluto e dominare il mondo. Insolito film di arti marziali che sembra quasi un "wuxiapian urbano", caratterizzato da uno strano squilibrio fra la prima parte, decisamente scanzonata e autoironica, e la seconda, che invece lascia più spazio all'azione seria. L'avevo visto anni fa, al MIFED, e ne avevo apprezzato l'ambientazione quotidiana e il tono "scaled down", con i grandi maestri che utilizzano i loro (super)poteri in contesti del tutto prosaici, come la levitazione per cambiare le lampadine, e si guadagnano da vivere con cartomanzia e televendite. Doppiato in italiano, a dire il vero, l'umorismo appare un po' fiacco, mentre resta intatto il fascino da videogioco del combattimento finale. Il protagonista è il fratello del regista, del quale ho già visto anche la divertente tarantinata "City of violence".

6 maggio 2009

Giovani, carini e disoccupati (B. Stiller, 1994)

Giovani, carini e disoccupati (Reality bites)
di Ben Stiller – USA 1994
con Winona Ryder, Ethan Hawke
**

Visto in divx, con Marisa, Monica e Roberto.

Gli amori, le amicizie, le esperienze e le insicurezze di un gruppo di giovani neolaureati, nella Houston degli anni novanta, che si dibattono faticosamente tra lavoretti precari e licenziamenti, speranze e delusioni: il tutto è narrato in modo cinico e frammentario, con uno stile a metà tra la sitcom e il documentario. L'esordio cinematografico di Ben Stiller come regista è piuttosto distante dalla comicità da Saturday Night Live che lo caratterizza ancora oggi. Il film non è brutto, ma a distanza di un decennio appare già datato e un po' noioso, con personaggi che guardano solo al proprio ombelico e sembrano ben poco interessati ad aprirsi al mondo esterno. La cosa più interessante è il cast: Winona Ryder, la vera protagonista della pellicola, è Lelaina, una ragazza che sogna di diventare documentarista, lavora come assistente in un talk show televisivo e nel frattempo riprende con la videocamera la vita dei suoi amici; Ethan Hawke è Troy, cantante in un gruppo rock, incapace di tenersi un lavoro e innamorato da sempre di Elaine; Janeane Garofalo è Vickie, coinquilina di Elaine, commessa in un grande magazzino e terrorizzata dall'idea di avere l'AIDS; Steve Zahn è Sammy, amico di Troy e intenzionato a confessare ai propri genitori di essere gay; Ben Stiller, infine, è Michael, un giovane dirigente di un canale televisivo in stile MTV, l'unico a non far parte inizialmente del gruppo di amici, visto che appartiene di fatto a un altro mondo, quello degli yuppie. Il ritratto della "generazione X" che esce dalla pellicola è cinico e non consolatorio, ma anche troppo filosofico e chiuso in sé stesso per riuscire a coinvolgere quegli spettatori che non hanno già in partenza una particolare affinità con i personaggi e la loro introspezione. Non a caso si fa leggermente più interessante quanto i riflettori si spostano dai problemi esistenziali/lavorativi a questioni più universali come i conflitti amorosi, con il triangolo fra Elaine, Troy e Michael.

5 maggio 2009

Non rimpiango la mia giovinezza (A. Kurosawa, 1946)

Non rimpiango la mia giovinezza (Waga seishun ni kuinashi)
di Akira Kurosawa – Giappone 1946
con Setsuko Hara, Susumu Fujita
***

Rivisto in DVD, con Marisa.

Il quinto film di Kurosawa è anche il primo che il regista giapponese ha potuto girare con una certa libertà creativa (sebbene alla censura dei nazionalisti nipponici si fosse sostituita quella degli occupanti americani), e affronta in chiave del tutto individualistica i contrasti del periodo storico-politico immediatamente precedente alla seconda guerra mondiale. La pellicola si apre infatti nel 1933, quando il governo militarista comincia a reprimere i diritti nelle università giapponesi, suscitando la protesta degli insegnanti e degli studenti più liberali. La frivola e superficiale Yukie, figlia di un professore di scienze politiche di Kyoto, è corteggiata da due studenti di suo padre, il socialista Noge e il conservatore Itokawa. Sposerà il primo che però, diventato nel frattempo un dissidente clandestino, verrà arrestato e morirà in prigione. Finalmente con un obiettivo da seguire, quello di vivere una vita "che non possa essere rimpianta", Yukie sceglie di rinunciare alle comodità borghesi e di trasferirsi dai suoceri, una coppia di anziani e poveri contadini emarginati ormai da tutto il loro villaggio, bollati come "la famiglia della spia" e considerati dunque traditori della patria. La forza di volontà della ragazza, che lavora nelle risaie giorno e notte e non si ferma nemmeno di fronte alla distruzione delle coltivazioni da parte degli altri contadini, riuscirà a restituire la dignità ai genitori di Noge e a riabilitare la figura e i valori morali del marito. Nonostante il soggetto "a tema", che in mano a un autore meno abile avrebbe potuto rappresentare una palla al piede, il film riesce a mantenersi fuori dai confini dell'ideologia e ad affrontare la vicenda con spontaneità. Ha i suoi punti di forza nel sincero ritratto della protagonista (interpretata dall'ottima Setsuko Hara, in seguito "musa" di Ozu), una donna che acquisisce gradualmente una coscienza sociale ma che anziché convertirsi in una militante preferisce dedicarsi a un'esistenza semplice e degna di essere vissuta (un concetto, quello dell'automiglioramento, molto giapponese), e nel disinvolto linguaggio cinematografico di Kurosawa, che risalta soprattutto nella seconda parte, dove le potenti immagini che descrivono la dura vita nelle risaie contrastano notevolmente con lo stile più classico della prima. Interessante anche l'uso delle canzoni: i canti spensierati degli studenti sulla primavera lasciano il posto prima a quelli antifascisti e poi alle marce militari, per tornare "apolitici" e disimpegnati nel finale, dopo la fine della guerra.

4 maggio 2009

L'uomo in più (P. Sorrentino, 2001)

L'uomo in più
di Paolo Sorrentino – Italia 2001
con Toni Servillo, Andrea Renzi
***

Visto in divx, con Marisa.

Storia di due declini paralleli nella Napoli degli anni ottanta. Tony, al secolo Antonio Pisapia, è un popolare cantante di musica leggera (il personaggio è ispirato a Franco Califano) la cui carriera si arresta bruscamente dopo uno scandalo sessuale. Il suo omonimo Antonio Pisapia, invece, è un ex calciatore di Serie A (ispirato ad Agostino Di Bartolomei) che vorrebbe intraprendere la carriera di allenatore ma deve fare i conti con l'ostracismo dell'ambiente e dei suoi ex dirigenti. La pellicola d'esordio di Paolo Sorrentino (anche sceneggiatore) ne segue le rispettive vicissitudini, dall'apice della carriera fino alla caduta nel dimenticatoio con la disperazione che ne consegue, senza mai farli incontrare prima del finale, in un breve attimo che segnerà il destino di entrambi. Diversissimi per personalità (Tony è spavaldo, esuberante, gaudente; Antonio è introverso, timido e razionale), sono di fatto persone indesiderate in una società dove il passato conta fin troppo e il futuro sembra non promettere nulla di buono. Ottima la regia (di Sorrentino mi piace molto come sa integrare la colonna sonora con le immagini) e le interpretazioni, in particolar modo quella di Servillo, bravo anche come cantante: il suo personaggio, cocainomane, amante della buona cucina e soprattutto del pesce, ripudiato dalla propria famiglia e ossessionato dalla scomparsa del fratello in una battuta di pesca subaquea, è l'unico a concedersi nel finale una sorta di amaro riscatto.

3 maggio 2009

A history of violence (D. Cronenberg, 2005)

A history of violence (id.)
di David Cronenberg – USA 2005
con Viggo Mortensen, Maria Bello
***

Rivisto in DVD, con Giovanni.

Tom Stall, tranquillo padre di famiglia, sventa una rapina nella tavola calda che gestisce in una cittadina di provincia, uccidendo due pericolosi malviventi e mostrando una freddezza inaspettata. Il fatto lo trasforma in un eroe locale, ma attira anche l'attenzione di alcuni gangster di Philadelphia che credono di riconoscere in lui Joey Cusack, un killer di cui da tempo si erano perse le tracce. E persino la sua stessa famiglia inizia a dubitare della sua reale identità. Tratto da un fumetto di John Wagner e Vince Locke, è il film con il quale Cronenberg solo apparentemente si allontana dalle atmosfere horror e inquietanti dei suoi precedenti lavori. In realtà la tensione, il tema dell'identità e quello dell'assurdo che invade il quotidiano lo rendono perfettamente in linea con la filmografia del regista canadese: semmai è la confezione a essere più mainstream e accessibile anche a un pubblico più vasto. Nonostante il ritmo lento, la pellicola è vivacizzata da improvvisi scoppi di violenza (anche notevole dal punto di vista grafico) che fa di colpo uscire di scena personaggi fino ad allora ben caratterizzati. Rispetto al fumetto originale, la sceneggiatura elimina lunghi e inutili flashback sulla vita precedente del protagonista e amplia invece il focus sui rapporti familiari, vero e proprio filo conduttore del film: Tom/Joey ha abbandonato la sua famiglia "violenta" per dedicarsi a una nuova vita, e la scena finale nella quale torna a casa, incerto su come verrà accolto, è di intensità elevata. Ottimo il cast: fra i "cattivi" spiccano Ed Harris e William Hurt, ma convincono anche la bella Maria Bello (scusate il bisticcio) e il giovane Ashton Holmes, rispettivamente nei panni della moglie e del figlio di Viggo. La bambina piccola (Heidi Hayes) sembra invece una bambola. Con Mortensen, Cronenberg entra subito in sintonia, tanto che l'attore sarà protagonista anche del suo successivo lavoro, "La promessa dell'assassino".