23 giugno 2008

I Nibelunghi (Fritz Lang, 1924)

I Nibelunghi (Die Nibelungen)
di Fritz Lang – Germania 1924
con Paul Richter, Margarete Schön
***1/2

Visto in DVD, con Martin.

Kolossal spettacolare e monumentale, stilizzato e sontuoso, vera pietra miliare del cinema (e non solo di quello muto). Scritto dalla compagna di Lang, Thea von Harbou, e dedicato “al popolo tedesco”, si ispira al "Nibelungenlied" e alle saghe nordiche, anche se le avventure wagneriane e le imprese fantastiche di Sigfrido ne occupano soltanto i primi rulli, mentre in seguito il film vira verso la descrizione di passioni assolute, atti barbarici e battaglie sanguinose, con personaggi epici e archetipici le cui azioni trascendono la storia stessa. Le quasi cinque ore di lunghezza, che si dipanano con un ritmo solenne, sono suddivise in due parti quasi indipendenti (visivamente austera e rigorosa la prima, dominata dalle architetture e dalle geometrie; più dinamica e caotica la seconda, caratterizzata da distruzione e incendi) e con due protagonisti molto diversi fra loro: tanto nobile, eroico e incosciente è Sigfrido, tanto disumana, vendicativa e consapevole delle proprie azioni è Crimilde.

Prima parte – “Sigfrido” (Siegfried). Dopo aver appreso l'arte di forgiare spade dal fabbro Mime, l'eroico principe Sigfrido sconfigge un drago e si bagna nel suo sangue, diventando così invulnerabile (tranne che sulla spalla, coperta da una foglia). In seguito uccide il nano Alberico e si impossessa di un manto magico che consente di diventare invisibili e di mutare forma, ma soprattutto del tesoro dei Nibelunghi. Recatosi in Burgundia, al castello di Worms, chiede a re Günther la mano di sua sorella Crimilde. In cambio lo aiuta a conquistare la bella regina d'Islanda, Brunilde, riottosa amazzone che avrebbe sposato soltanto chi fosse riuscito a sconfiggerla in tre prove di forza e di abilità. Ma quando Brunilde scopre che a batterla non è stato Günther bensì Sigfrido, ne invoca la morte per vendicare il proprio onore. Sarà Hagen Tronje, fedele scudiero di Günther, a uccidere l'eroe colpendolo a tradimento nel suo punto debole. Ottenuta giustizia per l'affronto subito, Brunilde si suicida, mentre Crimilde giura vendetta contro Hagen.

Seconda parte – “La vendetta di Crimilde” (Kriemhilds Rache). Furiosa contro la sua stessa famiglia perché protegge Hagen Tronje, l'assassino di Sigfrido, Crimilde accetta l'offerta di matrimonio di Attila, re degli Unni, e va a vivere con lui nella steppa. Dopo avergli dato un figlio, gli chiede di invitare alla sua corte re Günther con l'intera famiglia reale e il suo seguito, in modo da avere nelle proprie mani l'odiato Hagen (che nel frattempo ha nascosto il tesoro dei Nibelunghi gettandolo nel fiume). Durante i festeggiamenti per il solstizio d'estate, gli Unni – sobillati da Crimilde – attaccano i burgundi. Per reazione, Hagen uccide il figlio di Attila, dando origine a uno scontro mortale fra le due fazioni. Günther e i suoi soldati si rinchiudono nel palazzo di Attila, che viene assediato dagli Unni. La sanguinosa battaglia si protrae fino al mattino quando Crimilde, dopo la morte di tutti i burgundi, compresi Günther e i suoi fratelli, otterrà finalmente la sua vendetta su Hagen.

Se all'inizio la pellicola, come detto, brilla per i toni fantasy (meravigliosa la realizzazione tecnica del drago, ma anche i nani che si pietrificano e il sogno di Crimilde – in animazione – sono notevoli per l'epoca), ben presto tende a distaccarsene e a trasformarsi essenzialmente nel racconto della vendetta di due donne, dapprima Brunilde e poi Crimilde. La seconda parte (in origine i due film furono proiettati separatamente), in particolare, è occupata quasi interamente dalla cronaca di un furibondo assedio dove gli elementi fantastico-avventurosi sono del tutto assenti e i medesimi personaggi visti nella parte precedente (Günther, Hagen, Crimilde) risultano trasfigurati e trasformati in simboli di passioni assolute (il coraggio, la fedeltà, la vendetta). Fra i molti punti di forza del film ci sono senza dubbio le scenografie e i costumi: imponenti e teatrali le prime, ricchi e raffinati i secondi, che mostrano influenze della secessione viennese (i mantelli di Crimilde sembrano usciti da un dipinto di Klimt), fra motivi geometrici, decorazioni animiste e contrasti di forme che risaltano grazie alla bellissima fotografia in bianco e nero. Per quanto riguarda gli attori, non può non colpire la glaciale bellezza di Margarete Schön nei panni di Crimilde, ma sono notevoli anche i ritratti che Hans Adalbert Schlettow e Rudolf Klein-Rogge danno rispettivamente dei personaggi di Hagen e di Attila. La versione che ho visto aveva i cartelli in inglese (scritti con caratteri gotici) e fortunatamente anche la bella colonna sonora originale di Gottfried Huppertz. Negli anni sessanta Lang rifiutò di farne un remake sonoro, convinto che il valore del film stesse nella potenza figurativa delle immagini e che i dialoghi avrebbero reso i personaggi ridicoli e retorici.

22 giugno 2008

L'incredibile Hulk (L. Leterrier, 2008)

L'incredibile Hulk (The incredible Hulk)
di Louis Leterrier – USA 2008
con Edward Norton, Tim Roth
**

Visto al cinema Colosseo, con Hiromi.

Rispetto al film di Ang Lee di cinque anni prima, questo non è tanto un sequel quanto un reboot della franchise, un po' come "Batman begins": in particolare, è meno complesso, profondo e introspettivo (oltre che meno interessante cinematograficamente) e più votato alla pura azione (d'altronde Leterrier è Leterrier, mica Sokurov). Devo però dire che non mi è dispiaciuto: forse perché dopo i tanti film noiosi che mi sono sorbito nella rassegna di Cannes una pellicola più dinamica è quello che mi ci voleva, oppure perché già in partenza non mi aspettavo molto di più che una serie di scontri fracassoni fra mostri verdi e soldati. E poi il cast è di buon livello: oltre a Norton (che mi è parso più adatto di Eric Bana al ruolo del “pavido Banner”) e a Roth (nei panni di Emil Blonsky, alias Abominio, il cui slugfest con Hulk a New York occupa la metà finale del film), ci sono nuovi volti sia per Betty (Liv Tyler) sia per il generale Ross (un ottimo William Hurt). E non mancano il solito cameo di Stan Lee (il vecchietto che beve il succo di frutta) e quello di Lou Ferrigno (il guardiano al quale Norton regala una pizza). A prima vista il film sembra cominciare dove si era interrotto quello precedente, con Bruce Banner che si nasconde sotto falso nome in Sud America (per la precisione in una favela brasiliana), cercando di tenere sotto controllo il mostro dentro di lui e di sfuggire alla caccia che gli dà l'esercito: in realtà, le origini del personaggio sono state leggermente cambiate (è il frutto di un esperimento con i raggi gamma per creare un nuovo tipo di "super soldato" – allusione a Capitan America? – da parte di Ross, non di una manipolazione genetica sperimentata dal padre dello stesso Banner) e dunque anche il ruolo del generale e di sua figlia. Gli appassionati del fumetto avranno il piacere di vedere in nuce due personaggi come Doc Samson (lo psicanalista Leonard, amico di Betty) e il Capo (Samuel Sterns, che cerca dapprima di aiutare Banner a trovare una cura e poi viene contaminato al cervello dal suo sangue: lo vedremo nei sequel?). La grafica computerizzata, pur con qualche difetto, è migliore di come sembrava dai trailer. Altre novità: il gigante di giada parla (in originale con la voce di Ferrigno: "Hulk spacca!"), ha finalmente il suo nome, mostra di aver paura dei tuoni (Thor, anyone?) e acquista infine uno status, se non da supereroe, almeno diverso da quello di semplice minaccia. L'apparizione di Robert Downey jr. alla fine, nei panni di Tony Stark, è il preludio al futuro film dei Vendicatori (già preannunciato nel controfinale dello stesso "Iron Man"). Certo, ora rimane da sperare che la Marvel scelga di fare un reboot anche per "Daredevil"...

21 giugno 2008

Into the wild (Sean Penn, 2007)

Into the wild - Nelle terre selvagge (Into the wild)
di Sean Penn – USA 2007
con Emile Hirsch, William Hurt
**

Visto in DVD, con Giovanni.

Quando questo film era uscito al cinema, non ero andato a vederlo perché l'argomento (che presentava pericolose affinità con "Centochiodi", uno dei titoli che più avevo detestato nel corso della stagione precedente) non mi interessava. Adesso, avendo appena visto il lungometraggio d'esordio di Penn, "Lupo Solitario", ho deciso – grazie a Giovanni – di recuperarlo. La pellicola racconta la storia (vera) di Chris, un ragazzo che dopo la laurea sceglie di partire in vagabondaggio per l'America in cerca della "libertà assoluta". Disgustato dalla società materialistica (ma in realtà soprattutto dai genitori), brucia il suo denaro e i suoi documenti d'identità e assume persino un nuovo nome, "Alexander Supertramp", vagando per oltre due anni da un luogo all'altro nell'ovest degli Stati Uniti fino a raggiungere la sua meta più ambita, l'Alaska, per bivaccare completamente da solo in mezzo alla natura, da lui al contempo idealizzata e sottovalutata. Qui, dopo aver trascorso diversi mesi in un autobus abbandonato fra le foreste, morirà di fame a 24 anni. La sua sconsiderata scelta di vita (condita da affermazioni più che discutibili, come "Se ammettiamo che l'essere umano possa essere governato dalla ragione, ci precludiamo la possibilità di vivere" oppure "Ti sbagli se pensi che le gioie della vita vengano soprattutto dai rapporti tra le persone") non poteva che rivelarsi perdente: alla fine proprio la vituperata ragione si vendicherà e lo tradirà quando, nonostante i suoi libri, mangerà per errore delle piante velenose; e forse, nell'ultimo respiro prima della morte, si pentirà delle sue decisioni, riappropriandosi del suo vero nome, sognando di riabbracciare i genitori e soprattutto scrivendo su una pagina "La felicità non è reale se non è condivisa". Queste scene finali mi hanno un po' riconciliato con un film che per il resto non mi ha convinto: è decisamente troppo lungo (inutile, per esempio, il secondo incontro con la coppia di hippy: di loro avevamo già capito tutto la prima volta), utilizza il paesaggio in maniera superficiale (immagini e inquadrature sono da cartolina), non brilla nei personaggi di contorno (nella cui descrizione la retorica sale spesso sopra il livello di guardia) e avrebbe avuto sicuramente da guadagnarci se fosse stato girato sotto forma di documentario, come aveva fatto Werner Herzog con il suo "Grizzly man". Non a caso il fotogramma con l'autoscatto del “vero” Chris emoziona più di tutto il resto della pellicola. Mantenendo una certa distanza fra lo spettatore e le vicende del protagonista, e limitandosi a presentare i fatti senza caricarli di contenuti emozionali, si sarebbe evitato il rischio di far passare il messaggio che la scelta incosciente ed estrema di Chris abbia avuto un senso (a questo proposito ho trovato davvero insopportabili le frasi fuori campo della sorella, piene di poetismo adolescenziale e di retorica da quattro soldi). Ci sarebbe voluto insomma un intervento diretto del regista (o dello sceneggiatore) che dicesse chiaramente al pubblico "Questa è la storia di un idiota che ha gettato via la propria vita, non immedesimatevi in lui come di solito si fa al cinema, non lasciatevi coinvolgere". Senza infamia e senza lode la regia, forse un po' troppo didascalica. Non ho gradito certi inutili vezzi come l'uso dello split screen, dei freeze frame, dei ralenti e delle accelerazioni. Buona invece l'interpretazione di Hirsch: vederlo nel finale così smunto fa una certa impressione.

19 giugno 2008

Cannes e dintorni 2008 - conclusioni

Una rassegna decisamente deludente, quella di quest'anno. Alla fine i film degni di essere ricordati si contano sulle dita della mano di un artificiere distratto, per citare una frase che ho letto di recente su un newsgroup. Sicuramente si salvano la Palma d'Oro di Cantet, il "Maradona" di Kusturica e i film di Garrone (soprattutto) e Sorrentino, ma in parte anche "Waltz with Bashir", "Eldorado road" e la pellicola di Nuri Bilge Ceylan. Per il resto ho visto tanti film che non avevano niente da dire, noiosi, piatti, retorici o semplicemente non interessanti. Meno male che almeno c'è stata la retrospettiva della "Quinzaine", dove spiccava il bel film di Fassbinder "Il diritto del più forte" (ma anche quelli di Penn e di Jarmusch non erano male). Il peggio? L'inutile "The pleasure of being robbed", i pretenziosi francesi Desplechin e Garrel e gli italiani Munzi (poco più di una fiction tv) e Giordana (poco meno di un polpettone). Sono rimasto deluso anche dalla totale assenza di film asiatici, che di solito sono quelli che attendo con più interesse in questo tipo di rassegne.

18 giugno 2008

Gomorra (Matteo Garrone, 2008)

Gomorra
di Matteo Garrone – Italia 2008
con Toni Servillo, Gianfelice Imparato
***

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

"Gomorra" è la città del peccato, ed è davvero curioso come per assonanza ricordi la parola "camorra". Ispirato dall'omonimo romanzo-saggio di Roberto Saviano (che non ho letto, quindi non mi interessa fare un confronto), il film di Garrone racconta più storie che illustrano – attraverso vicende tragiche e violente – alcuni dei diversi e sfaccettati aspetti del sistema malavitoso che governa interi quartieri di Napoli e della Campania, a volte come un stato parallelo e assistenziale che si preoccupa persino di ridistribuire le proprie ricchezze, a volte trasformandosi una vera e propria industria, e a volte portando la morte e la guerra all'interno dei quartieri periferici e cittadini. A Scampia, per esempio, "la più grande piazza di spaccio in Europa", è in corso una sanguinosa faida fra il clan Di Lauro e gli "scissionisti" che finisce per coinvolgere tutti: anche il giovanissimo Totò (un ragazzino che all'inizio si limitava a consegnare la spesa negli appartamenti) e l'attempato Don Ciro (il cassiere incaricato di portare denaro alle famiglie dei camorristi morti o in galera). In un'altra zona, due giovani delinquenti (Marco e Ciro) si atteggiano a Scarface e sognano di mettersi in proprio e di impadronirsi delle attività nel territorio, ma dovranno fare i conti con il clan che non sopporta le loro iniziative. Pasquale, un semplice sarto esperto di alta moda, accetta invece la proposta di un imprenditore cinese che gli chiede di dare lezioni ai suoi operai: ma la camorra, che controlla anche il traffico delle griffe, non tollera la concorrenza. Infine il tecnico Franco e il giovane apprendista Roberto si occupano dello smaltimento clandestino dei rifiuti tossici provenienti dal nord-est e dall'estero: ma la coscienza di Roberto gli impedirà di proseguire il lavoro. L'estremo realismo delle ambientazioni (i caseggiati, le cave, le spiagge, i locali, le fabbriche, gli interni fatiscenti o barocchi), la recitazione (si va da attori "navigati" come Servillo e Imparato ad altri relativamente poco noti come Salvatore Cantalupo e Carmine Paternoster, fino a giovani come Marco Macor, Ciro Petrone, Salvatore Abbruzzese) e i dialoghi (spesso in dialetto napoletano stretto, che richiedono i sottotitoli in italiano sullo schermo) donano forza e spessore a un film corale che per tutta la sua durata non ha momenti di pausa o di cedimento. Tutti i personaggi sembrano sulla stessa barca, per scelta o meno, anche se fra di loro ci sono estreme differenze: c'è chi si illude che la guerra non lo riguardi, finendo per trovarcisi trascinato dentro (come Don Ciro), chi non ha alternativa perché cresciuto in quell'humus da sempre (Totò), chi non ha scrupoli di contribuire al sistema (Franco), chi ha la forza di uscirne (Roberto), chi non vede al di là del proprio mondo (Marco e Ciro) e chi approfitterà della lezione per farsi un'altra vita (Pasquale). Proprio i personaggi di Pasquale e di Roberto, soprattutto quest'ultimo (il primo in fondo sceglie una più facile fuga), donano al finale della pellicola un briciolo di speranza che contrasta con la tragedia e il pessimismo delle storie del piccolo Totò e delle "teste calde" Marco e Ciro. La regia è funzionale ed essenziale, senza virtuosismi o retorica, e contribuisce a descrivere la "quotidianità" della camorra senza ammantarla di aura epica (lo squallore e il disagio del sistema è chiaramente visibile). Fra le scene che più mi hanno colpito, oltre a quella del rito di iniziazione con il giubbotto antiproiettile, c'è sicuramente la sequenza della cava con i bambini che guidano i camion per seppellire i fusti di rifiuti tossici. Meritato il Grand Prix a Cannes: se fosse arrivata anche la Palma d'Oro credo che nessuno avrebbe avuto da ridire.

Nota: durante la visione, mi chiedevo come Garrone avesse potuto girare il suo film impunemente a Scampia, quando invece lo scrittore Saviano gira con la scorta da oltre un anno proprio a causa del suo libro. Scopro adesso che sarebbe stata proprio la camorra a dare l'assenso alle riprese: "Il cinema per questi individui è una cosa innocua, anzi un modello da seguire" (da Cinema e dintorni).

17 giugno 2008

Don Giovanni (Carmelo Bene, 1970)

Don Giovanni
di Carmelo Bene – Italia 1970
con Carmelo Bene, Lydia Mancinelli
**

Visto allo spazio Oberdan (retrospettiva di Cannes).

Ispirandosi al celebre personaggio, qui rappresentato nel tentativo (riuscito?) di sedurre una bambina che prega in una chiesa, Carmelo Bene realizza una pellicola barocca e visionaria che unisce sequenze dai colori accessi ad altre in bianco e nero, suggestioni pittoriche e citazioni letterarie (da Borges, per esempio: "gli specchi sono abominevoli perché moltiplicano il numero di esseri umani"), rappresentazioni teatrali (anche di burattini) e segmenti musicali (molto Mozart, ovviamente, ma anche Tchaikovsky e Verdi, Bizet e Mussorgsky, Prokofiev e Donizetti). Il montaggio è frammentato, le scenografie sono ricolme di oggetti (qualcosa mi ha ricordato Jan Švankmajer) e la narrazione è accompagnata da voci fuori campo in più lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo), con un notevole risultato espressionistico che però alla lunga stanca un po'. Non mi è però piaciuta la scelta di ignorare l'aspetto gioioso e "libertario" del personaggio e di averlo chiuso in un'immagine claustrofobica e ossessiva. In ogni caso l'attenzione, più che al Don Giovanni interpretato dallo stesso Bene, è rivolta maggiormente alle due donne: la madre (Mancinelli) e la figlia (Gea Marotta).

Lupo solitario (Sean Penn, 1991)

Lupo solitario (The indian runner)
di Sean Penn – USA 1991
con David Morse, Viggo Mortensen
**1/2

Visto allo spazio Oberdan (retrospettiva di Cannes).

Ambientato nella provincia americana, fra le nevi dell'Iowa, e ispirato da una canzone di Bruce Springsteen, il primo film di Sean Penn da regista racconta la storia di due fratelli completamente diversi fra loro per il rispettivo atteggiamento nei confronti della vita. Joe, il maggiore, un tempo agricoltore, è più "inquadrato": è diventato il poliziotto della città, ha una famiglia e vive in maniera responsabile (anche se a volte si sente "bruciare dentro"). Frank, invece, una testa calda (interpretato da un giovane e tatuatissimo Viggo Mortensen), ha combattuto in Vietnam e dopo la guerra sembra essere diventato ancora più incapace di dare un senso alla propria esistenza. L'affetto del fratello e l'incontro con una ragazza (Patricia Aquette) sembrano aiutarlo a limitare il suo comportamento violento e nichilista. Ma nonostante un lavoro, una moglie e un figlio in arrivo, la sfiducia nella civiltà e la paura di una vita normale si rivelano troppi forti. Lento ma fluido, con bei paesaggi e musica cullante (c'è anche la celebre versione di "Summertime" di Janis Joplin), il film mi è piaciuto dal punto di vista estetico ma la sua morale mi ha lasciato perplesso: la salvezza risiede soltanto nella famiglia, che rappresenta l'unico scopo per vivere e al di fuori della quale non c'è che l'autodistruzione. Joe lo spiega chiaramente al fratello, dicendogli: "Là fuori c'è la famiglia, qui dentro c'è la pazzia". Molto americano, ma sembra escludere l'idea che qualcuno possa invece cominciare a vivere soltanto quando dalla famiglia si stacca (come per esempio, ironicamente, il protagonista di un successivo film di Penn, "Into the wild", portatore di un messaggio che si pone all'estremo opposto e dunque altrettanto discutibile). E il regista rincara la dose con la citazione finale di Tagore "Ogni bambino che nasce ci ricorda che Dio non è ancora stanco degli uomini". Ottimo il cast (Charles Bronson è il padre dei protagonisti, Valeria Golino la moglie messicana di Joe, Dennis Hopper il barista) e davvero eccellente Mortensen, che concede anche un nudo frontale. Il titolo originale si riferisce ai corrieri indiani che un tempo attraversavano il paese, liberi e incuranti dei pericoli, e con i quali Frank si identifica.

Stranger than paradise (Jim Jarmusch, 1984)

Stranger than paradise (id.)
di Jim Jarmusch – USA 1984
con John Lurie, Eszter Balint, Richard Edson
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (retrospettiva di Cannes).

Bola, che si fa chiamare Willie rinnegando le proprie origini ungheresi, riceve nel proprio appartamento di New York la visita della cugina Eva, appena giunta da Budapest. Un anno più tardi, in compagnia dell'amico Eddie, ricambia la visita andando a trovare Eva e la zia, che vivono a Cleveland, e propone alla cugina di andare tutti e tre in Florida. Ma non ci arriveranno mai, e perderanno l'uno le tracce dell'altro. Un film estremamente minimalista, il cui stile può ricordare il teatro dell'assurdo, girato in bianco e nero e costituito da una serie di (brevi) piani sequenza intervallati da fotogrammi neri che raccontano storie di vita e noia quotidiana, di partite a poker e di scommesse alle corse, di stanze d'albergo e di laghi ghiacciati, di strani incontri e altrettanto strane separazioni. L'atmosfera è intrigante e per fortuna non si sente odore di manierismo, ma si percepisce che si tratta di un cortometraggio allungato (inizialmente era prevista solo la prima parte, quella ambientata a New York, quasi sempre nell'appartamento di Willie). In Italia è uscito soltanto in lingua originale, con sottotitoli che a volte edulcorano i dialoghi (per esempio, quando la zia sbotta in un "You son of a bitch!", i sottotitoli recitano "Che disgraziato!"). Pare che per realizzarlo Jarmusch abbia sfruttato quel che restava della pellicola usata da Wenders per girare "Lo stato delle cose".

16 giugno 2008

La classe (Laurent Cantet, 2008)

La classe (Entre les murs)
di Laurent Cantet – Francia 2008
con François Bégaudeau
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

La tradizione francese di realizzare pellicole ambientate "fra le mura" di un'aula scolastica è di lunga data: basti pensare a "Zero in condotta" di Vigo, a "Gli anni in tasca" di Truffaut e a "Essere e avere" di Philibert. Il film che ha vinto la Palma d'Oro a Cannes 2008 segue per un intero anno scolastico le vicende di una classe in una scuola media di Parigi e si rifà a questi illustri predecessori, ma con una differenza: all'inizio del nuovo millennio le aule sono ormai multietniche, e cercare di far convivere culture diverse (cinesi, marocchini, maliani, ecc.) è una notevole difficoltà in più per professori già costretti a fare i salti mortali per tenere a bada le intemperanze dei loro alunni e contemporaneamente suscitare il loro interesse su argomenti molto lontani dalla vita di tutti i giorni. Il protagonista del film è François Marin, insegnante di francese, che cerca a fatica di scuotere studenti (perlopiù quattordicenni) svogliati e ribelli. Lo fa con tolleranza e disciplina, flessibilità e fermezza, ma anche a lui può capitare di perdere la pazienza e poi di sentirsi in colpa per aver detto una parola di troppo. Il lungometraggio, che si colloca a metà fra la fiction e il documentario, dedica spazio tanto agli aspetti pedagogici quanto – e soprattutto – alle questioni disciplinari. I rapporti fra studenti e professori e quelli fra gli stessi insegnanti vengono ritratti con un tono da cinema-verità che non lascia spazio alle soluzioni più facili o scontate.

La frontière de l'aube (P. Garrel, 2008)

La frontière de l'aube
di Philippe Garrel – Francia 2005
con Louis Garrel, Laura Smet
*

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Un giovane fotografo si innamora di un'attrice, ma poi la lascia e questa si suicida. Un anno dopo, proprio mentre lui sta per sposarsi con un'altra donna, il fantasma di lei comincerà ad apparirgli negli specchi per chiedergli di raggiungerla nella morte. Un film sterile e vuoto, chiuso in una ricerca formale che si esaurisce nel solito bianco e nero (come in "Les amants réguliers"), nella fotografia sgranata, nei primissimi piani dei volti, nella musica da camera e nelle dissolvenze a iride come nei film muti. Garrel, che continua a usare il proprio figlio come protagonista, gira in maniera barbosa e soporifera, incapace di offrire un guizzo, una scossa o un'emozione: dei personaggi e della loro storia non ci importa mai niente, e la svolta metafisica della seconda parte è più ridicola che altro.

Valzer con Bashir (Ari Folman, 2008)

Valzer con Bashir (Waltz with Bashir)
di Ari Folman – Israele 2008
animazione tradizionale
**1/2

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il Bashir del titolo è Bashir Gemayel, presidente del Libano assassinato nel 1982 durante la guerra civile. Per vendicarlo, i falangisti cristiani massacrarono centinaia (o migliaia) di profughi palestinesi nei campi di Sabra e Shatila, con la complicità involontaria dei soldati israeliani che li lasciarono fare e addirittura facilitarono loro il compito illuminando la notte con i bengala. Folman, che all'epoca aveva vent'anni e faceva parte delle truppe che avevano circondato gli insediamenti, ha completamente rimosso dalla propria mente quegli eventi. Stupito perché non ricorda nulla di quel periodo, si mette in viaggio per intervistare i suoi antichi commilitoni e altri protagonisti di quelle vicende, nella speranza di ricostruire cosa accadde realmente e di spiegare le strane visioni che appaiono nei suoi sogni. Da allucinazioni e scene oniriche (come quella che apre il film, nel quale un branco di feroci lupi attraversa la città), la pellicola passa gradualmente a ricostruire, con un tono documentaristico, tragici eventi che non solo il regista ma un intero popolo ha cercato di dimenticare. Ma se l'argomento del film è potente, lo stile scelto per raccontarlo non è sempre convincente. I disegni, cupi e ombrosi (in stile Alex Toth), sono belli, ma l'animazione tende a essere troppo statica, soprattutto nei volti poco espressivi dei personaggi. In ogni caso, si tratta di un film coraggioso che – se ce ne fosse ancora bisogno (non dimentichiamo che l'anno scorso c'era già stato "Persepolis") – dimostra come i disegni animati possano coincidere con l'impegno civile, con i temi politici e persino con il genere documentario. Che l'operazione non sia completamente riuscita lo dimostra però il fatto che per smuovere del tutto le coscienze il regista sia stato costretto a inserire alcune sequenze riprese dal vivo.

15 giugno 2008

Il matrimonio di Lorna (J. e L. Dardenne, 2008)

Il matrimonio di Lorna (Le silence de Lorna)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne – Belgio 2008
con Arta Dobroshi, Jérémie Renier
**

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Lorna, una giovane immigrata albanese, ha ottenuto la cittadinanza belga grazie a un matrimonio combinato con un tossicodipendente, con il quale convive per copertura e che tratta con estrema freddezza. L'organizzazione clandestina con cui collabora progetta di far morire il ragazzo di overdose, in modo che Lorna possa sposare un russo che a sua volta desidera la cittadinanza, ma la ragazza si affeziona pian piano al “marito” e cerca di aiutarlo a uscire dal tunnel della droga, richiedendo contemporaneamente un divorzio rapido pur di salvargli la vita. Quando le cose precipiteranno, si convincerà di essere rimasta incinta di lui e rinuncerà a tutto per darsi alla fuga. Per i primi tre quarti la pellicola è bella, con Lorna che ricorda altri personaggi dardenniani che nonostante l'appartenenza a un tessuto sociale votato al male e all'egoismo si “convertono” progressivamente al bene e alla solidarietà (come il protagonista di “La promesse”). Poi invece sbraca un po' in un finale piuttosto insoddisfacente, e nell'insieme non lascia un gran bel ricordo: sicuramente è un film di minor impatto (e di minor originalità) rispetto ai precedenti dei due fratelli.

Liverpool (Lisandro Alonso, 2008)

Liverpool
di Lisandro Alonso – Argentina 2008
con Juan Fernandez, Giselle Irrazabal
*1/2

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Farrel, marinaio su una nave merci, sbarca nella Terra del Fuoco – di dove è originario – e chiede al capitano alcuni giorni di permesso per andare a trovare la vecchia madre malata che non vede da molti anni e che vive in un paesino sperduto fra le nevi. Scoprirà di avere una sorella minore e, prima di congedarsi, le regalerà un portachiavi con la scritta "Liverpool". Hitchcock diceva che “il cinema è la vita senza le parti noiose”: questo regista sembra pensarla diversamente, e ci mostra a lungo il protagonista che dorme, che mangia, che cammina, che sta fermo. Ma anche se il film è lento, snervante e inconcludente, non si può volergli del tutto male, visto che mette una sincera cura nella descrizione dell'ambiente desolato dove si aggirano, spersi e laconici, i personaggi.

Élève libre (J. Lafosse, 2008)

Élève libre - Lezioni private (Élève libre)
di Joachim Lafosse – Belgio 2008
con Jonas Bloquet, Jonathan Zaccaï
**

Visto al cinema Arcobaleno, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Al suo terzo film che vedo, posso ormai dire che Lafosse non mi piace particolarmente: anche quando lavora su un soggetto interessante come in questo caso, non riesce a uscire da uno stile chiuso in sé stesso e da una certa aridità nella rappresentazione di famiglie borghesi e di personaggi contraddittori, i cui conflitti non vengono poi risolti in maniera coraggiosa. Lo si nota anche in questo lungometraggio incentrato su un adolescente, il sedicenne Jonas, che viene bocciato a scuola ed è costretto a sostenere un difficile esame per recuperare tre anni in uno. Un amico trentenne, colto e disponibile, si offre di fargli da tutore e aiutarlo nei lunghi studi di preparazione all'esame, seguendolo passo passo e ospitandolo in casa sua. Ma contemporaneamente, e insieme a una coppia di spregiudicati amici, lo inizierà anche al sesso: dapprima a quello eterosessuale (rendendolo però confuso e insicuro e ostacolando di fatto la sua relazione con la fidanzatina) e poi inevitabilmente a quello omosessuale. Pur di superare l'esame, il ragazzo tollererà di lasciarsi plasmare dal suo pigmalione in un rapporto che ricorda quello dei filosofi dell'antica Grecia. Ambienti e personaggi sono antipatici come nel precedente “Proprietà privata” ma una maggiore intelligenza nella scrittura rende il film più sostenibile, anche se il finale delude con la sua incapacità di portare la vicenda alle estreme conseguenze, per non parlare di una visione un po' bacchettona che porta a dipingere come negativi i personaggi che predicano la libertà sessuale e la mancanza di autolimitazione.

Amori ciechi (J. Lehotsky, 2008)

Amori ciechi (Slepe lásky)
di Juraj Lehotsky – Slovacchia 2008
con Peter Kolesar, Iveta Koprdova
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Non è ironico che un film slovacco si intitoli "Amori ciechi"? Ma in realtà la pellicola racconta quattro storie d'amore fra non vedenti. L'anziano Peter suona il pianoforte, si immagina di camminare sott'acqua (in una divertente sequenza onirica e Verniana, la cosa migliore del film) e dirige il coro dei bambini della scuola, mentre la moglie gli prepara un interminabile maglione. L'abbronzatissimo zingaro Miro si innamora di Monique e la sposa nonostante i genitori di lei siano contrari. Elena, incinta, sta per avere un bambino e fa mille progetti su di lui. La giovane e introversa Zuzana ascolta Tchaikovsky, cambia scuola e chatta su internet con un amico che ignora il suo handicap e che forse non incontrerà mai. Le quattro storie non si intersecano, e nel complesso il film è leggero e fondamentalmente innocuo. Forse sarebbe stato più interessante sotto forma di documentario.

14 giugno 2008

Il divo (Paolo Sorrentino, 2008)

Il divo
di Paolo Sorrentino – Italia 2008
con Toni Servillo, Carlo Buccirosso
**1/2

Visto al cinema Plinius (rassegna di Cannes).

“La spettacolare vita di Giulio Andreotti”: già il sottotitolo fornisce la chiave di lettura di questo film, bello e insolito, con il quale Sorrentino non intende approfondire il contesto politico, scendere nello specifico dei fatti legati al personaggio o narrare con stile documentaristico un pezzo di storia d'Italia, bensì semplicemente fornire – attraverso suggestioni, impressioni e divagazioni – un ritratto volutamente ambiguo di un uomo enigmatico, impenetrabile e monolitico che per cinquant'anni ha influito sulle sorti del nostro paese, nel bene e nel male, fra luci e ombre. Lo stile è dunque vivace e moderno, con quei titoli rossi che descrivono eventi e personaggi in modo ironico e allusivo, la musica che accompagna i numerosissimi ralenti e movimenti di macchina, le luci che generano una fotografia a volte iperrealistica e a volte onirica. La corrente dei fedelissimi andreottiani all'interno della Democrazia Cristiana è presentata come se si trattasse di una gang di malviventi, con tanto di soprannomi in stile famiglia mafiosa. Tralasciando i decenni precedenti (ai quali però ci sono continui richiami all'interno della narrazione: la pellicola si apre addirittura con una rapida carrellata – a suon di musica – dei principali omicidi che sono attribuiti ad Andreotti o legati in qualche modo alla sua responsabilità politica, da Moro a Gelli, da Calvi a Sindona, da Pecorelli a Dalla Chiesa), il film si concentra sugli anni novanta, dalla nascita del settimo governo presieduto dal “divo Giulio” ai suoi processi per mafia, passando per Tangentopoli (uno scandalo che attraversò indenne, mentre i suoi colleghi cadevano uno a uno) e la mancata elezione alla Presidenza della Repubblica. Nei corridoi e nelle stanze del potere, non sfarzose ma silenziose e vuote, vediamo un Andreotti tormentato dalle continue emicranie (che nella prima scena tenta di curare con l'agopuntura, finendo con l'assomigliare al personaggio di "Hellraiser"), che ha paura dei gatti (in “Sanguepazzo”, che ho visto pochi giorni fa, Zingaretti diceva “Sai perchè Dio ha creato i gatti? Per permettere all'uomo di accarezzare una tigre”), che incontra Totò Riina in un flashback lasciato volutamente nell'ambiguità, che va a pregare di notte (ma “in chiesa De Gasperi parlava con Dio, Andreotti con il prete”, perché “i preti votano, Dio no”), che vaga nel suo leggendario e smisurato archivio, che stuzzica la moglie (un'ottima Anna Bonaiuto: ma tutto il cast è su livelli eccellenti, grazie anche al buon lavoro di trucco), e soprattutto che si prodiga in tutte quelle battute, quegli aforismi e quelle risposte fulminanti che hanno contribuito alla sua fama di cinico, implacabile e astuto uomo politico. Onorato a Cannes con il premio della giuria, il film ha naturalmente scatenato le reazioni di molti dei personaggi reali che affollano la pellicola, anche se sono lontani i tempi in cui ci si poteva permettere di querelare un regista, uno sceneggiatore o un produttore per un film o addirittura di tentare di boicottarne la circolazione. Se Andreotti lo ha ovviamente definito una “mascalzonata” (per poi pentirsi e ritrarre il termine subito dopo), persino il giornalista Eugenio Scalfari – che nel film è rappresentato come uno dei “fustigatori” di Andreotti (che viene però tacitato dalle sue battute) – si è lamentato perché il film lascerebbe troppo spazio “all'immaginazione dello spettatore”, senza dire chiaramente se il senatore a vita fosse colpevole o meno dei reati che gli vengono attribuiti (e di molti lo era, o almeno così dicono carte e sentenze).

Racconto di Natale (A. Desplechin, 2008)

Racconto di Natale (Un conte de Noël)
di Arnaud Desplechin – Francia 2008
con Mathieu Amalric, Catherine Deneuve
*

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Una pellicola retorica e pretenziosa sui membri di una famiglia della ricca borghesia di Roubaix (il paese d'origine del regista), alle prese con incomprensioni, litigi e problemi di salute che si trascinano da anni e che culminano in una resa dei conti sotto le festività natalizie. I genitori, Abel e Junon, hanno perso il primo figlio Joseph all'età di sei anni per una rara forma di leucemia, nonostante avessero dato la luce a un altro figlio, Henri, nella speranza di usare la placenta per un trapianto. Henri è cresciuto così continuamente soggetto all'odio della madre e soprattutto dell'altra sorella Elizabeth, fino a quando quest'ultima, da grande, lo “bandisce” da casa impedendogli per cinque anni ogni contatto con gli altri membri della famiglia. Ma ora che anche Junon ha sviluppato la stessa malattia degenerativa, Henri viene nuovamente invitato alla riunione familiare in occasione del Natale, anche perché si è scoperto che il suo midollo è l'unico compatibile con quello della madre per tentare un rischioso trapianto. Colmo di personaggi arroganti e odiosi (e non sono così sicuro che questa fosse l'intenzione del regista: concediamogli il beneficio del dubbio per la madre e la sorella, ma anche tutti gli altri parenti sono insopportabili), è uno di quei film così fastidiosi per i quali scatta l'antipatia dopo soli cinque minuti (e durava due ore e mezza!). Deludenti tutti gli attori, tranne forse Amalric (che però non si spreca) e soprattutto il giovane Émile Berling nei panni di Paul, il nipote con turbe psichiche.

Eldorado Road (Bouli Lanners, 2008)

Eldorado Road (Eldorado)
di Bouli Lanners – Belgio 2008
con Bouli Lanners, Fabrice Adde
**1/2

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Quando un rude commerciante di automobili scopre che un giovane ladro si è introdotto in casa sua, anziché denunciarlo decide di aiutarlo a rimettere in piedi la sua vita e di accompagnarlo fino al paese dove vivono i suoi genitori, vicino alla frontiera francese. Durante il viaggio ne capiteranno di tutti i colori e i due uomini stringeranno un rapporto di amicizia quasi fraterno, che però si rivelerà amaramente effimero. Uno strano film, divertentissimo nella prima parte (fra personaggi stravaganti e situazioni davvero esilaranti) e molto malinconico nella seconda, dove il realismo si riprende il posto che inizialmente aveva lasciato al grottesco. Il protagonista, anche regista, assomiglia vagamente a Bud Spencer.

Il diritto del più forte (R. W. Fassbinder, 1975)

Il diritto del più forte (Faustrecht der Freiheit)
di Rainer Werner Fassbinder – Germania 1975
con Rainer Werner Fassbinder, Peter Chatel
***

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (retrospettiva di Cannes).

L'omosessuale Franz, che si guadagna da vivere esibendosi al luna park come “Fox, la testa parlante”, è costretto a lasciare il lavoro dopo l'arresto del suo impresario e amante. Tenta la fortuna con il gioco del lotto, vince ben mezzo milione di marchi e contemporaneamente conosce il benestante Max che lo introduce nel suo circolo raffinato, dove si innamora dell'elegante imprenditore Eugen. Fox ed Eugen vanno a vivere insieme, ma il secondo non perde occasione per mettere in risalto la mancanza di educazione e di cultura del primo. Come se non bastasse, lentamente Eugen si appropria di tutto il denaro dell'amico (per acquistare un appartamento, per fare un viaggio in Marocco, e soprattutto per rimettere in sesto l'azienda di famiglia che rischia il fallimento), mentre Fox – per amore e per soggezione del proprio basso stato sociale – si lascia sfruttare completamente. Quando il denaro e l'amore sono terminati, non a caso insieme come erano arrivati, Fox si ritrova sulla strada senza più nulla, nemmeno la sua identità (che, simboleggiata dal giubbotto con il nome scritto sopra, viene rubata da due ragazzini). Più che per le tematiche gay (che sono preponderanti, sì, ma costituiscono soltanto la superficie del film), la pellicola racconta con estrema lucidità una storia di differenze di classe, come indica anche il titolo (quello italiano non è proprio letterale, ma va bene lo stesso), dove la borghesia tenta di educare il proletariato senza però rinunciare a sfruttarlo. All'epoca, naturalmente, il film destò parecchie controversie e non piacque nemmeno in molti circoli omosessuali: visto oggi, se ne comprende forse meglio la natura di “saggio sul capitalismo”, tanto più efficace perché collocato in un ambiente che per altri versi rifugge dalle convenzioni sociali e dai ruoli istituzionali.

13 giugno 2008

Sanguepazzo (M. T. Giordana, 2008)

Sanguepazzo
di Marco Tullio Giordana – Italia 2008
con Luca Zingaretti, Monica Bellucci
*1/2

Visto al cinema Apollo (rassegna di Cannes).

In una delle scene iniziali del film, Luca Zingaretti – nei panni di Osvaldo Valenti, istrione, gaudente e cocainomane attore di cinema degli anni trenta – si lamenta con un regista perché nei film la sua voce viene sempre doppiata. Ebbene, per alcune pellicole italiane (come questa) si dovrebbe proprio tornare a quella sana abitudine, perché non è davvero accettabile dover assistere a spettacoli dove a fatica si comprendono le parole degli attori. Quando parlava la Bellucci, in particolare, sembrava quasi di ascoltare una lingua straniera. Purtroppo se un film è recitato così male (Zingaretti si salva, ma attorno a lui c'è il vuoto), non ci sono regia, scenografie e ricostruzioni storiche che tengano: tutto viene irrimediabilmente affossato dalla mediocrità degli interpreti. Anche la sceneggiatura, comunque, ha le sue responsabilità. Per raccontare la storia dei due attori e amanti Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, che si compromisero con il regime fascista e vennero giustiziati dai partigiani a Milano pochi giorni dopo la liberazione, Giordana utilizza una struttura a flashback che fa più danni che altro: oltre a spezzettare continuamente la vicenda con i numerosi salti dal 1945 agli anni precedenti, ne anticipa ogni svolta drammatica distruggendo la tensione e insistendo su ogni dettaglio almeno due volte. Mi ha infastidito anche l'uso dei filmati di repertorio, che presentano uno stacco troppo netto con la fotografia patinata del resto della pellicola. Ma il peggio è certo rappresentato da un'attrice mediocre come la Bellucci, del tutto incapace di veicolare le emozioni del suo personaggio. Alla fine quel che resta ricorda più una fiction televisiva che un omaggio al cinema della tarda era fascista. Alessio Boni, nei panni del regista Golfiero Goffredi (a sua volta innamorato della Ferida ma che sceglie di diventare partigiano), non aggiunge nulla alla pellicola, così come i brevissimi cameo di Luigi Lo Cascio, Sonia Bergamasco e Marco Paolini, e il chiacchierato bacio lesbico fra la Bellucci e Lavinia Longhi.

Le tre scimmie (Nuri Bilge Ceylan, 2008)

Le tre scimmie (Üç maymun)
di Nuri Bilge Ceylan – Turchia 2008
con Yavuz Bingol, Hatice Aslan
**1/2

Visto al cinema Colosseo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Di Nuri Bilge Ceylan avevo visto finora soltanto "Uzak", che mi era piaciuto molto. Anche questo film è interessante e riflessivo come quello, ma forse mi aspettavo qualcosa di più (o semplicemente, non sono riuscito a immedesimarmi nei personaggi e nella loro solitudine come con il lungometraggio precedente). La pellicola racconta la storia di una famiglia i cui complessi rapporti vengono soffocati da silenzi, incomprensioni e mancanza di sincera comunicazione: padre, madre e figlio si comportano come le famose "tre scimmiette" che non vedono, non parlano o non sentono, subendo senza reagire le vicissitudini della vita. Il padre accetta di assumersi la responsabilità di un incidente automobilistico provocato dall'uomo per il quale lavora, candidato alle imminenti elezioni politiche. Mentre lui è in galera, la moglie avvia una relazione clandestina con lo stesso politico, inizialmente soltanto con l'intenzione di chiedergli il denaro che il figlio desidera per acquistare un'automobile, poi anche per amore o forse solo per noia; quando l'uomo vorrà troncare il rapporto, sarà proprio il figlio della coppia a intervenire in maniera drastica. La regia (premiata a Cannes) e la fotografia (splendida la scena finale) sono senza dubbio di alto livello, ma la storia procede troppo lenta e l'attenzione dello spettatore finisce con latitare in più punti.

Le dernier maquis (R. Ameur-Zaïmeche, 2008)

Le dernier maquis
di Rabah Ameur-Zaïmeche – Francia 2008
con Abel Jafri, Christian Milia-Darmezin
**

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Una serie di scenette, quasi scollegate fra loro, che vedono come protagonisti un gruppo di lavoratori legati dalla comune religione islamica e dall'origine nordafricana (lo stesso regista è franco-algerino). Mao, il capo-imprenditore, possiede un'officina per autocarri e un deposito di pallets. Quando decide di costruire una moschea all'interno della struttura, forse per ingraziarsi i dipendenti e ridurre il rischio di rivendicazioni salariali e assenteismo, alcuni dei lavoratori insorgono per non aver avuto voce in capitolo nella designazione dell'imam. Il giovane Titi, in particolare, si è appena convertito (e ha tentato di circoncidersi da solo) ma vorrebbe ricoprire lui stesso quel ruolo: organizza perciò una piccola moschea privata fra le casse del deposito, dove va a pregare con i suoi due amici più intimi. Più tardi nell'officina viene trovata una gigantesca nutria, che viene catturata e liberata in un fiume. Infine Mao decide di chiudere l'officina, scatenando l'ira dei quattro meccanici che rifiutano di convertirsi al trasporto dei pallets e per protesta impediscono l'accesso agli altri lavoratori (il titolo della pellicola significa "l'ultimo campo di resistenza" e sembrerebbe riferirsi all'ultima scena, quella nella quale i rivoltosi si barricano nel campo). Il senso e il motivo di un film come questo (specialmente per la sequenza della nutria) mi sfuggono: forse l'intento del regista, oltre a mettere in scena i vari momenti di lavoro e di preghiera (ma la sequenza nella moschea è fin troppo lunga), era quello di mostrare come la religione non sia affatto l'oppio dei popoli e non impedisca ai lavoratori di lottare per difendere i propri diritti. Una sorta di Ken Loach in chiave islamica, dunque.

Quattro notti con Anna (J. Skolimowski, 2008)

Quattro notti con Anna (Cztery noce z Anna)
di Jerzy Skolimowski – Polonia 2008
con Artur Steranko, Kinga Preis
**

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Di Skolimowski, sceneggiatore de "ll coltello nell'acqua" di Polanski e con una lunga carriera come regista alle spalle, non avevo mai visto nulla in precedenza. Questo film è laconico e quasi completamente muto, direi quasi alla Kaurismäki se non fosse per l'assenza di quell'umorismo e di quelle situazioni surreali che ravvivano le opere del regista finlandese. La narrazione è temporalmente decostruita, al punto che soltanto verso il finale si comprende chiaramente il vero ordine cronologico delle vicende. Leon, il protagonista, assiste allo stupro di una ragazza, Anna, e viene accusato di essere il colpevole. Condannato, quando esce dal carcere inizia a sorvegliare di nascosto Anna, del quale si è invaghito. Dopo averle messo nel sonnifero nel vasetto dello zucchero, si introduce nottetempo in casa sua per starle vicino e guardarla mentre dorme, ma anche per ripararle piccoli oggetti (come in "Ferro 3") e per lasciarle dei regali. La quarta notte, però, verrà scoperto... Una pellicola notturna e disperata, lenta ma a tratti intrigante, anche se in fondo piuttosto inconcludente.

12 giugno 2008

Tulpan (Sergei Dvortsevoy, 2006)

Tulpan - La ragazza che non c'era (Tulpan)
di Sergei Dvortsevoy – Kazakistan 2006
con Ondas Besikbasov, Askhat Kuchencherekov
**

Visto al cinema Apollo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Un film che ha il suo punto di forza nei paesaggi e nell'ambientazione – la steppa kazaka con le sue distese a perdita d'occhio battute dal vento – più che nella storia o nei personaggi, non particolarmente intriganti. Il protagonista è il giovane Asa, ex marinaio nella flotta russa che ora vive con la famiglia della sorella in una yurka (una sorta di fattoria, costituita da una capanna e poco altro) in mezzo al nulla: il cognato Ondas fa l'unico lavoro possibile in quelle zone, il pastore, e anche Asa sogna di avere un gregge tutto per sé. Per ottenerlo, però, deve prima sposarsi: e l'unica ragazza nella zona è la misteriosa Tulpan, che non si mostra mai e che lo rifiuta a causa delle sue orecchie a sventola. Fra temporali e tornadi, bambini rumorosi (in particolare la nipote, che canta sempre a squarciagola) e animali di ogni tipo, personaggi kusturiciani (l'autista del furgone, con i denti dorati e una passione per il rock e le donne con le tette grosse) e una misteriosa morìa di agnelli appena nati, il film offre momenti di divertimento surreale (il veterinario con il cammello bendato) e altri che sfiorano il documentario (la scena del parto della pecora non si dimentica facilmente), ma non riesce mai a decollare e a risultare davvero avvincente, rimanendo confinato a un esotismo "da festival". Non male la regia, capace di seguire i numerosi personaggi e di rendere contemporaneamente giustizia all'ambientazione anche con l'aiuto di qualche bel piano sequenza.

Boogie (Radu Muntean, 2008)

Boogie
di Radu Muntean – Romania 2008
con Dragos Bucur, Anamaria Marinca
**1/2

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Bogdan, detto "Boogie", è in vacanza con la moglie e il figlio di quattro anni sulla costa rumena del Mar Nero, a Neptun, il paese dove ha trascorso la propria infanzia (e dove Ceausescu aveva una villa). È il primo maggio, l'acqua è ancora fredda e il divertimento latita. Quando incontra due suoi amici, ex compagni di scuola che non rivedeva da tempo, Boogie decide di trascorrere tutta la serata con loro (prima al bowling e poi in discoteca, dove rimorchiano una prostituta), anche se questo scatena il risentimento della moglie. La lite è inevitabile e il peso degli obblighi familiari sembra opprimente. Le incomprensioni reciproche, accumulate nel corso degli anni, si dissolveranno però all'alba con la decisione di comunicare più spesso e con maggiore libertà. Ambientato tutto in una giornata, anzi praticamente in una notte, il film mi è piaciuto per la descrizione dei personaggi (fra ricordi, rimpianti e progetti per il futuro) e dei loro rapporti (Boogie è benestante, mentre i suoi amici sono proletari), ma soprattutto per il flusso della narrazione, che scorre in maniera leggera, continua e naturale.

Un lavoro da uomo (A. Salmenperä, 2007)

Un lavoro da uomo (Miehen työ)
di Aleksi Salmenperä – Finlandia 2007
con Tommi Korpela, Jani Volanen
**

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Questo film non proviene da Cannes, ma dal Bergamo Film Meeting. Licenziato dalla fabbrica dove lavorava, Juha non ha il coraggio di dirlo alla moglie e decide di affiggere un annuncio nel quale si offre di effettuare riparazioni e piccoli lavoretti in casa. Quando viene chiamato da una donna di mezza età che si offre di pagarlo profumatamente in cambio di prestazioni sessuali, coglie la palla la balzo e con l'aiuto dell'amico Olli (innamorato a sua volta della moglie di Juha e vero padre del maggiore dei suoi tre figli), inizia in gran segreto un'attività di gigolò e di "prostituto". Ma i piccoli incidenti dovuti alla sua goffaggine e inesperienza gli complicheranno la vita, per non parlare di quando la moglie scoprirà tutto. Inizialmente caratterizzato da un taglio ironico (alla finlandese, ovviamente: le situazioni umoristiche sono sempre accompagnate da toni amari e depressioni varie), il film si fa via via più pesante e nella seconda parte procede in maniera stanca e zoppicante. Bravo comunque il protagonista. Il tema del lavoro e della precarietà sembra essere abbastanza diffuso nel cinema finnico (si pensi ai tanti lungometraggi di Kaurismäki sull'argomento, come "Nuvole in viaggio").

Acné (Federico Veiroj, 2008)

Acné
di Federico Veiroj – Uruguay 2008
con Alejandro Tocar, Belén Pouchan
**

Visto allo spazio Oberdan, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Il tredicenne Rafa ha un problema, quello suggerito dal titolo del film: troppi brufoli. Nonostante venga iniziato al sesso dalla domestica di casa (per intercessione del fratello maggiore) e, avendoci preso gusto, frequenti con gli amici una casa di appuntamenti, non riesce a esaudire il suo vero sogno, vale a dire quello di essere baciato sulla bocca. Scandita da piccoli drammi (il divorzio dei genitori, la partenza del suo miglior amico per Israele), delusioni (l'impossibilità di avvicinare la bella compagna di scuola Nicole) e momenti di vita quotidiana (le lezioni di pianoforte, di tennis e di nuoto, seguite senza entusiasmo; le continue cure dermatologiche), la pellicola avanza passo dopo passo verso un finale pieno di speranza. Nel complesso è un simpatico film minimalista, anche se non certo di quelli che rimangono impressi a lungo.

11 giugno 2008

Maradona di Kusturica (E. Kusturica, 2008)

Maradona di Kusturica (Maradona by Kusturica)
di Emir Kusturica – Spagna/Francia 2008
con Diego Armando Maradona, Emir Kusturica
***

Visto al cinema Anteo, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

Chi è Diego Armando Maradona? Una divinità in Terra, come sembrano suggerire le esilaranti sequenze con i riti e le celebrazioni della "chiesa maradoniana"? Un rivoluzionario amico di Fidel Castro, che sfoggia un tatuaggio di Che Guevara ed è in prima fila accanto a Hugo Chávez a manifestare contro Bush? Un personaggio dei film di Kusturica, come il regista si premura a sottolineare mostrandoci numerose scene tratte dalle sue pellicole precedenti (da "Ti ricordi di Dolly Bell" a "Gatto nero, gatto bianco")? Un tossicodipendente che guarda al suo passato devastato dalla cocaina rimpiangendo di aver perduto i momenti migliori della sua vita, come la crescita delle sue figlie? O semplicemente un calciatore le cui prodezze si ricordano ancora a distanza di anni, come la rete contro l'Inghilterra ai mondiali in Messico (non la "mano de Dios", l'altra: quella definita "il gol del secolo", che Kusturica smonta e seziona in ogni maniera, mostrandoci ciascuno dei sette difensori dribblati con le fattezze dei "nemici" politici dell'Argentina, dalla Thatcher a Reagan, in stile cartoon alla Terry Gilliam)? La risposta è in questo vivace documentario realizzato nell'arco di due anni (dal 2005 al 2007), nel corso dei quali il regista serbo – che ne è protagonista al pari del campione, come viene suggerito sin dal titolo – ha seguito la vita del 'pibe de oro', è diventato suo amico, ha cantato e palleggiato insieme a lui, lo ha intervistato a cuore aperto e ne ha portato sullo schermo i rimpianti ("Potevo essere un calciatore ancora migliore, senza la cocaina: pensate che giocatore vi siete persi!") e la grandezza, le contraddizioni e la popolarità ("la gente lo adora, ha bisogno di un leader perché i leader mondiali non solo all'altezza"), i momenti più difficili e quelli felici. La pellicola è condita anche da alcune belle canzoni inedite di Manu Chao.

Il resto della notte (F. Munzi, 2008)

Il resto della notte
di Francesco Munzi – Italia 2008
con Sandra Ceccarelli, Constantin Lupescu
*1/2

Visto al cinema Anteo (rassegna di Cannes).

Una rapina in villa, che termina in tragedia, unisce le esistenze di due mondi che fino ad allora avevano convissuto parallelamente. In questo film corale il regista ci mostra da un lato la vita borghese e infelice di una ricca famiglia torinese (la moglie depressa è terrorizzata dagli zingari; il marito fedifrago si separa dall'amante; la figlia quindicenne ha i suoi primi approcci con il fidanzatino) e dall'altro quelle disastrate di due fratelli rumeni, Ionut e Victor, e di un cocainomane italiano che cerca disperatamente di riallacciare un rapporto con il proprio figlioletto. A unire i loro destini è Maria, la ragazza di Ionut, che lavorava come colf presso la famiglia di cui sopra prima di essere licenziata con l'accusa di aver rubato un paio di orecchini. Registicamente il film avrebbe anche i suoi buoni momenti (su tutti la sequenza della rapina, della quale non vediamo quasi nulla ma ascoltiamo – in compagnia del giovane Victor – gli echi degli spari che si perdono nella notte), ma è affossato da un'infinità di luoghi comuni sugli immigrati tutti delinquenti, da dialoghi banali e da fiction televisiva, da personaggi stereotipati e da attori poco convincenti (soprattutto gli italiani: i rumeni invece mi sono piaciuti di più), senza riuscire a dire assolutamente nulla di interessante su temi come l'integrazione e l'emarginazione. Pessimo l'inizio, poi migliora e cresce, ma resta una pellicola semplicistica e senza troppe qualità.

The pleasure of being robbed (J. Safdie, 2008)

The pleasure of being robbed
di Joshua Safdie – USA 2008
con Eleonore Hendricks, Joshua Safdie
*

Visto al cinema Plinius, in originale con sottotitoli (rassegna di Cannes).

A New York una ragazza gironzola senza meta, rubacchiando qua e là: a un certo punto, sottrae le chiavi di un'automobile da una borsa e in compagnia di un amico (il regista stesso) conduce la vettura fino a Boston, pur senza aver mai guidato prima in vita sua. Più tardi, tornata a New York, viene arrestata durante l'ennesimo tentativo di furto e si fa condurre dai poliziotti a visitare lo zoo di Central Park. Tutto qui: un film insulso, senza significato e privo di qualsiasi interesse. Sembra girato senza sceneggiatura, improvvisando sul momento, e il fatto che la protagonista figuri come co-sceneggiatrice lo confermerebbe.

9 giugno 2008

Cannes e dintorni 2008

Da domani, per il terzo anno consecutivo, seguirò la rassegna di Cannes qui a Milano. Nella trentina di film in programma ci sono anche le pellicole di Cantet, di Garrone, di Sorrentino, dei Dardenne e di Nuri Bilge Ceylan: finalmente potrò vedere i due attesi film italiani, che avevo tralasciato al cinema perché contavo proprio di trovarli qui. Non mancano una dozzina di titoli della "Quinzaine" e tre che invece provengono dal Bergamo Film Meeting. Il quarantesimo anniversario della "Quinzaine" viene festeggiato con una retrospettiva che comprende, fra gli altri, film di Carmelo Bene, di Fassbinder e di Jarmusch (oltre a "Kids Return" di Kitano che però non credo avrò il tempo di rivedere).

8 giugno 2008

Una vita difficile (Dino Risi, 1961)

Una vita difficile
di Dino Risi – Italia 1961
con Alberto Sordi, Lea Massari
***1/2

Visto in DVD.

Dino Risi era un maestro della commedia all'italiana, ma con questo film dimostra di saper padroneggiare perfettamente anche il cinema drammatico a sfondo sociale, realizzando – con l'aiuto di un fenomenale Alberto Sordi – il ritratto di un uomo “che non cerca la fortuna”, disposto a rinunciare a ogni cosa in nome della coerenza e della fedeltà alle proprie idee. La sua vicenda umana si muove di pari passo con la storia dell'Italia dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni del boom economico, e le diverse scene, spesso ambientate ad anni di distanza l'una dall'altra, attraversano i principali eventi storici e politici del dopoguerra. Dapprima partigiano sul lago di Como (dove incontra la ragazza che diventerà sua moglie), Sordi diventa poi un intransigente giornalista politico in un quotidiano di sinistra e rinuncia a ogni tentazione di ricchezza e di corruzione, preferendo vivere nella miseria, andare in prigione e perdere la moglie piuttosto che tradire i propri ideali: ma quando, dopo l'ennesima sconfitta morale, pur di riconquistare la donna che ha sempre amato accetta di mettersi al servizio di quegli stessi potenti che aveva attaccato e denunciato in passato, l'ennesima umiliazione lo spingerà a rialzare la testa. Fra scene memorabili (su tutte la cena in casa dei nobili monarchici che ha luogo la sera stessa del referendum del 1946), citazioni cinematografiche (Vittorio Gassmann, Silvana Mangano e Alessandro Blasetti, nella scena a Cinecittà, compaiono nelle parti di sé stessi), geniali improvvisazioni (la scena in cui Sordi sputa sulle auto di lusso sul lungomare di Viareggio non era nel copione), una colonna sonora ricca di canzonette d'epoca e un misto di ironia e melodramma, con quella comicità amara e malinconica che ha reso grande il cinema italiano, il film descrive con efficacia “una vita difficile” (il titolo è anche quello del romanzo autobiografico che Sordi scrive e che viene rifiutato da tutti gli editori) in un “paese difficile”, attaccando la corruzione e la retorica del potere ma soprattutto l'opportunismo e la mancanza di orgoglio di chi sceglie volontariamente di sottomettervisi.

Planet terror (R. Rodriguez, 2007)

Planet terror (Grindhouse - Planet terror)
di Robert Rodriguez – USA 2007
con Rose McGowan, Freddy Rodriguez
**1/2

Visto in DVD, con Hiromi.

Il progetto originario di "Grindhouse" prevedeva una double feature cinematografica (un film di Quentin Tarantino e uno di Rodriguez) con il contorno di spezzoni, frammenti, finte pubblicità e trailer di altre pellicole immaginarie, il tutto nello stile del cinema di exploitation degli anni '70: l'insuccesso commerciale in patria ha suggerito ai due autori di "separare" le rispettive pellicole e di farle uscire in maniera indipendente, eliminando tutto il materiale di raccordo (ne rimane traccia soltanto nell'esilarante trailer di "Machete" che precede il film di Rodriguez). Dopo la delusione della pellicola di Tarantino ("A prova di morte" mi è parso finora il suo film peggiore, più brutto anche di "Jackie Brown"), quella del messicano mi è piaciuta decisamente di più: è meno pretenziosa e "pipparola", più spensierata e sopra le righe, con un gusto per lo splatter e il gore che consente di passare sopra all'implausibilità della trama. Debitore in parte al secondo tempo di "Dal tramonto all'alba" (ma anche ad alcune cose di John Carpenter, ringraziato nei titoli di coda), il film avrebbe forse potuto osare ancora di più, visto che al divertimento non corrisponde un'adeguata tensione. I variopinti personaggi (fra i quali spiccano la McGowan, una ballerina con una gamba amputata, e Josh Brolin, un medico psicopatico; ma nel cast ci sono anche Bruce Willis, Michael Biehn e lo stesso Tarantino) devono fronteggiare un misterioso gas di origine militare che trasforma gli esseri umani in creature mostruose, a metà strada fra gli zombi di Romero e i 'patatoni' di Peter Jackson. Fra massacri, sparatorie, inseguimenti e acrobazie di ogni genere. Rodriguez sfrutta meglio del compare anche l'idea di "invecchiare" ad arte la pellicola con graffi e difetti: anziché farne uno sfoggio di cinefilia fine a sé stessa, utilizza la trovata per dare maggiore spessore alle scene più truci e, con la scusa di un "rullo mancante", per far procedere la vicenda in maniera più spedita.

7 giugno 2008

Inseparabili (D. Cronenberg, 1988)

Inseparabili (Dead ringers)
di David Cronenberg – Canada/USA 1988
con Jeremy Irons, Geneviève Bujold
***

Rivisto in DVD, con Martin.

Beverly ed Elliot sono due gemelli indistinguibili (interpretati entrambi da un eccellente Irons), che si scambiano spesso di posto dividendosi sia le donne sia gli impegni di lavoro: il primo, ginecologo, è il più introverso, fragile e sensibile dei due; il secondo, ricercatore universitario, è più estroverso e spregiudicato. Veri e propri "gemelli siamesi" psicologici, sono legati da un cordone immaginario impossibile da troncare. E quando Beverly va alla deriva per una problematica relazione sentimentale che si rifiuta di condividere con il fratello e per la tossicodipendenza che ne consegue, trascinerà con sé anche Elliot verso la follia e l'autodistruzione. Freddo (la fotografia è dominata dai colori blu e bianco), disturbante (gli “strumenti ginecologici per donne mutanti” con cui Beverly vuole operare sono degni di H. R. Giger), greenawayano (alcuni temi evocano, di volta in volta, “Lo zoo di Venere” o altre pellicole del regista inglese), è uno fra i più belli e interessanti film di Cronenberg, un autore in grado come pochi altri di coniugare le turbe della mente a quelle del corpo. Quando l'avevo visto al cinema, vent'anni fa, non mi era piaciuto: ma evidentemente non ero ancora preparato a pellicole di questo tipo, visto che stavolta l'ho trovato estremamente intrigante e con un'atmosfera sempre più coinvolgente man mano che la trama procede.

Mio zio (Jacques Tati, 1958)

Mio zio (Mon oncle)
di Jacques Tati – Francia 1958
con Jacques Tati, Jean-Pierre Zola
****

Rivisto in DVD, con Hiromi.

Il terzo lungometraggio di Tati è forse il suo capolavoro: realizzato cinque anni dopo il precedente “Le vacanze di monsieur Hulot” (la meticolosità del regista francese nella regia e nella messa in scena è pari a quella di Kubrick, il che spiega sia il costo sia il lungo tempo di produzione delle sue opere), ne ripropone lo stesso personaggio muto e stralunato, inserendolo però in un contesto decisamente diverso e lanciando una critica alla meccanicizzazione della vita quotidiana, al materialismo e all'efficienza tecnologica. Se Hulot abita infatti in un quartiere popolare di Parigi, caldo e a misura d'uomo, sua sorella e il marito risiedono invece in una villa moderna, fredda e asettica, dotata di tutti i comfort tecnologici possibili e naturalmente dove gli arredi sono essenziali: più che brutta, in realtà, si tratta di una casa che annulla la personalità dei suoi occupanti e dove a comandare sono gli oggetti stessi. Vedendo di cattivo occhio che il proprio figlioletto passi il tempo bighellonando con lo zio, il cognato di Hulot cerca di procurargli un lavoro alla fabbrica di tubi di plastica di cui è il direttore: ma come Chaplin in “Tempi moderni”, il libero e inefficiente Tati non è fatto per convivere con un mondo disumano e robotizzato come quello e provocherà una serie di guai (il più celebre è il “tubo a salsiccia”). La pellicola, perfetta nei suoi meccanismi e nei suoi dettagli (molti dei quali si colgono solo dopo ripetute visioni, come gli “occhi” della villa), descrive rituali borghesi e manie domestiche, cani randagi (ai quali si aggiunge, di tanto in tanto, il bassotto di casa, anche lui in fuga dalla villa) e amicizie di quartiere, buffi incidenti (il cane che rinchiude la coppia nel garage) e inattese solidarietà (il figlio che nel finale stringe la mano al padre quando questi si rende complice di una sua marachella), e in generale la difficoltà di interazione fra due mondi (quello “classico” di Tati e quello “moderno” dei cognati) con una libertà, una leggerezza e un'ispirazione eccezionali. Le trovate indimenticabili sono davvero molte: su tutte, il getto d'acqua della fontana a forma di pesce al centro della villa del cognato, che viene attivato soltanto quando arriva un ospite di riguardo e che “impazzisce” durante la festa quando Hulot trancia il tubo sotterraneo. Fondamentali i suoni, curatissimi in ogni dettaglio e spesso protagonisti ancor più delle immagini: dai rumori delle macchine e degli elettrodomestici, che impediscono persino di parlarsi, ai fischi dei bambini per strada, con i quali compiono scherzi crudeli; dall'allegra musica di paese, che irrompe persino nelle telefonate, al batter dei tacchi delle impiegate della fabbrica. La pellicola, la cui struttura potrebbe aver ispirato in parte l'episodio di Tintin “I gioielli della Castafiore”, vinse l'Oscar per il miglior film straniero e il premio speciale della giuria a Cannes.

6 giugno 2008

Nobody knows (H. Koreeda, 2004)

Nessuno lo sa, aka Nobody knows (Dare mo shiranai)
di Hirokazu Koreeda – Giappone 2004
con Yuuya Yagira, Hanae Kan
***

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Di Koreeda avevo visto finora soltanto il simpatico e soprannaturale “After life”, trasmesso da Ghezzi su Fuori Orario. Questo invece è un film completamente diverso, sia per tono sia per argomento, quasi una versione moderna (e solo di poco meno tragica) di “Una tomba per le lucciole”: narra di un'insolita famiglia, con una giovane madre che vive da sola con i quattro figli, tre dei quali (i più piccoli) devono rimanere sempre chiusi in casa perché nessuno sa – o deve sapere – della loro esistenza. Naturalmente nessuno dei quattro va a scuola, e il maggiore Akira, di dodici anni, si occupa dei fratelli durante i lunghi periodi di assenza della madre. Quando la donna scompare definitivamente, forse perché si è rifatta un'altra vita altrove, i bambini rimangono abbandonati a sé stessi in una situazione di sempre maggior degrado e povertà, fra l'indifferenza di tutti. L'assunto di base del film potrebbe sembrare completamente irrealistico in un paese come il Giappone moderno: e invece, stando a quel che dice il cartello che introduce la pellicola, si tratta di una storia vera. Numerose le scene toccanti, dai tentativi di Akira di farsi qualche amico “fuori”, al calore e l'amicizia che Saki, una liceale introversa ed emarginata, dimostra verso i quattro fratellini. Molto bravi i giovani attori, soprattutto il protagonista principale.

Electrical girl (Bowie Lau, 2001)

Electrical girl (Faat din chiu giu wa)
di Bowie Lau – Hong Kong 2001
con Sophie Ngam, Wong Shu Kei
**

Visto in divx, in originale con sottotitoli inglesi.

Sin dalla nascita, Jan è dotata di uno strano potere paranormale: quando si eccita sessualmente, il suo corpo emette una forte corrente elettrica, proprio come Lamù! Questo purtroppo le impedisce di avere un ragazzo fisso, visto che correrebbe il rischio di incenerirlo. Nel tentativo di farsi “curare” da un dottore (che fa l'amore con lei con il corpo ricoperto di gomma), scopre però che durante l'orgasmo le appaiono davanti agli occhi, uno dopo l'altro, i numeri che usciranno nella prossima estrazione del lotto: da allora decide di trovare a tutti i costi un partner le cui prestazioni durino abbastanza a lungo da consentirle di individuare tutti e sei i numeri da giocare! Una simpatica sciocchezzuola comico-erotica made in Hong Kong, fra umorismo politicamente scorretto e situazioni demenziali e surreali, che se non altro – rispetto al cinema erotico italiano degli anni '70 e '80 – mostra una buona dose di originalità e di inventiva. Nel cast c'è anche Suet Lam (habitué dei film di Johnnie To), nei panni di un buffo boss delle triadi.

5 giugno 2008

Greystoke (Hugh Hudson, 1984)

Greystoke - La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie (Greystoke: The Legend of Tarzan, Lord of the Apes)
di Hugh Hudson – GB 1984
con Christopher Lambert, Ian Holm
***

Visto in TV, con Hiromi.

Dimenticando tutte le versioni cinematografiche precedenti, e in particolare i film con Johnny Weissmuller, Hudson realizza un adattamento del primo romanzo di Edgar Rice Burroughs, "Tarzan of the Apes", all'insegna del naturalismo e della verosimiglianza. Il nome Tarzan non viene nemmeno pronunciato in tutta la pellicola, e la prima parte del film – quella che vede il bambino allevato nella giungla dalle scimme (ad animali veri si alternano attori in costume: per fortuna a quei tempi la CGI era fuori discussione) – risulta affascinante e convincente. Meno bella mi è parsa la seconda metà, quella in cui il "ragazzo selvaggio" (il cui vero nome è John Clayton, visconte di Greystoke) viene condotto in Gran Bretagna e cerca inutilmente di adattarsi alla vita civile. Alla fine, più che una sconfitta (come la leggono scienziati e colonialisti), la sua decisione di tornare nella giungla rappresenta una serena accettazione della propria "metà selvatica". E il fatto che Jane non possa seguirlo ("non sopravviverebbe") aggiunge un tocco di realismo antiromantico alla pellicola. Hudson eccelle come al solito nella descrizione degli ambienti (paesaggi e fotografia sono eccellenti) e nella direzione degli attori. Lambert, che ha il giusto physique du rôle, sforna una delle sue migliori interpretazioni: era la prima volta che recitava in inglese, e il suo accento francese viene giustificato con il fatto che a insegnargli la lingua è un esploratore belga, interpretato da Ian Holm (che con Hudson aveva già lavorato in "Momenti di gloria"). Il film è contemporaneamente l'ultimo di Ralph Richardson (il nonno di Tarzan, morto pochi giorni dopo la fine delle riprese) e il primo di Andie McDowell (Jane, nella versione originale doppiata da Glenn Close perché il suo accento del sud degli Stati Uniti era troppo marcato, nonostante il personaggio sia comunque americano e non inglese).

Alcune curiosità che ho letto su Wikipedia:
-Il film utilizza alcune delle idee esposte da Philip José Farmer (uno dei miei scrittori preferiti) nel suo saggio biografico "Tarzan Alive". Per esempio, spiega l'abilità di Tarzan nell'imparare rapidamente i linguaggi degli animali (e anche la lingua inglese, pur avendo vissuto in isolamento nella foresta) suggerendo che si tratti di un formidabile imitatore.
-Dopo aver lavorato allo script per anni, lo sceneggiatore Robert Towne aveva sperato di dirigere il film lui stesso. Quando la produzione assegnò l'incarico a Hudson, Towne chiese per ripicca di accreditare la sceneggiatura al suo cane, P.H. Vazak. Ironicamente, il film ottenne una nomination all'Oscar proprio per la sceneggiatura non originale: la prima mai ricevuta da un cane (anche se su questo ci sarebbe forse da discutere... ^^). In ogni caso, il premio andò a Peter Schaffer per "Amadeus".

Il sole (A. Sokurov, 2005)

Il sole (Solntse)
di Aleksandr Sokurov – Russia 2005
con Issei Ogata, Robert Dawson
**1/2

Visto in DVD.

Dopo "Moloch", dedicato a Hitler, e "Taurus" (che non ho ancora visto), incentrato su Lenin, questo è il terzo film che Sokurov dedica ai maggiori protagonisti della storia del ventesimo secolo per mostrarne i lati più umani e "banali". L'imperatore giapponese Hirohito viene ritratto in tutta la sua solitudine, dai giorni che precedono la resa al termine della seconda guerra mondiale fino alla decisione (neanche poi tanto sofferta, a dire il vero) di rinunciare al proprio "status divino". Girata con stile sobrio e scarno, fra inquadrature immobili e scenografie essenziali, la pellicola descrive il vissuto privato di un personaggio privo di punti di riferimento, quasi recluso nella propria casa come in un bunker e circondato da servitori umili e sottomessi. Sempre vestito in uniforme militare o con abiti occidentali (mentre lo fotografano, i reporter americani commentano: "sembra Charlie Chaplin"), Hirohito vive in un mondo tutto suo, enigmatico e non privo di contraddizioni, forse dovute alla responsabilità di "essere un dio", un compito oltre le sue possibilità: all’apparenza confuso e indifferente agli eventi che gli accadono intorno (il generale MacArthur, capo delle forze d’occupazione, lo disprezza: "è come un bambino"), sembra interessato solo allo studio della biologia marina e delle scienze naturali (tiene persino un busto di Darwin sulla scrivania), a comporre poesie per la moglie e a guardare vecchie fotografie di attori occidentali: in realtà soffre per la disfatta del suo popolo, riflette sulle cause della guerra, ha bizzarre visioni apocalittiche nelle quali strani pesci volanti bombardano la città e mostra un'inattesa propensione alla pace. Nella versione italiana sono stati doppiati (male) solo i dialoghi in giapponese, lasciando le voci originali degli attori quando l’imperatore parla in inglese con MacArthur. Cosa costava a quel punto sottotitolare l’intero film?

4 giugno 2008

Marocco (Josef von Sternberg, 1930)

Marocco (Morocco)
di Josef von Sternberg – USA 1930
con Marlene Dietrich, Gary Cooper
***

Visto in DVD.

Il primo film americano di Marlene Dietrich (e il secondo, dopo “L'angelo azzurro”, dei sette che reciterà per la regia di von Sternberg) è una pellicola romantica che a tratti sembra quasi un “Casablanca” ante litteram ma che a conti fatti poggia su una trama piuttosto lineare. Marlene è una disillusa cantante di cabaret che si rifugia in una cittadina del Marocco, dove si innamora a prima vista di un giovane soldato della legione straniera (Cooper), nonostante la corte che le viene fatta da un ricco pittore (Adoplhe Menjou). Inizialmente priva di fiducia verso il genere maschile (ma anche Cooper è discretamente misogino, pur essendo ritratto come un Don Giovanni), finirà con l'abbandonare ogni cosa per seguire il soldato, incamminandosi nel finale a piedi nudi nel deserto del Sahara. Se qualcuno si chiedesse perché certi personaggi diventano icone del cinema, per capirlo gli basterebbe guardare il primo numero musicale del film, quello in cui la Dietrich si esibisce in marsina e cilindro (con sottotesti lesbici nemmeno poi tanto nascosti, visto che riceve un fiore da una spettatrice e la bacia sulla bocca). Sternberg, come di consueto, fa un ottimo lavoro con luci, scenografie e movimenti di macchina (i bei carrelli all'arrivo dei soldati in città e al momento della loro partenza), mentre restano memorabili alcuni frammenti di dialogo: “C'è una legione straniera anche per le donne. Ma noi non abbiamo uniformi, né bandiere, né medaglie quando siamo coraggiose, né bende quando ci feriamo”.

3 giugno 2008

Hostage (Florent Siri, 2005)

Hostage (id.)
di Florent Emilio Siri – USA 2005
con Bruce Willis, Kevin Pollak
*1/2

Visto in TV, con Hiromi.

Un negoziatore di ostaggi, dopo un'operazione finita tragicamente, si trasferisce a fare lo sceriffo in un tranquillo paese di campagna. Ma è costretto a intervenire nuovamente quando tre giovani balordi sequestrano una ricca famiglia all'interno della loro villa. Come se non bastasse, alcuni misteriosi individui rapiscono la famiglia dello stesso poliziotto, per ricattarlo e convincerlo a recuperare un prezioso dvd custodito all'interno della casa: il sequestrato è infatti un contabile coinvolto in loschi traffici, e il disco – nascosto nella custodia de "Il paradiso può attendere" di Lubitsch (ma attenzione: nella videoteca di famiglia c'è anche l'omonimo film di Warren Beatty!) – contiene informazioni compromettenti. Già queste poche righe di trama, con la loro ripetitività – due famiglie, due sequestri, due gruppi di cattivi, due dvd con lo stesso titolo (ma quest'ultimo spunto non viene sfruttato a dovere) – fanno intendere come la sceneggiatura costituisca il punto debole di un thiller d'azione piuttosto convenzionale, con personaggi stereotipati (dal trio di sequestratori – che copre tutto lo spettro di caratteri che va dal "buono" allo "psicopatico" – all'insopportabile bambino intraprendente) e un finale prevedibile. In fondo, si sa: sull'argomento delle intrusioni casalinghe sono meglio i film dove i protagonisti sono i cattivi (da "Funny games" ad "Arancia meccanica").

Hot chick (Tom Brady, 2002)

Hot chick - Una bionda esplosiva (The hot chick)
di Tom Brady – USA 2002
con Rob Schneider, Anna Faris
**

Visto in TV, con Hiromi.

A causa di una maledizione legata a un paio di orecchini magici, la bionda e bella cheerleader Jessica (Rachel McAdams, rivista poi in "Mean girls" e "Red eye") si risveglia nel corpo di un rude malvivente di trent'anni: le sue amiche la aiuteranno in qualche modo a cavarsela, in primis la buffissima Anna Faris, dagli occhi strabuzzanti, che avevo già apprezzato come protagonista in "Smiley Face" di Gregg Araki. Una commedia stupidotta, basata su uno spunto – quello dello scambio di corpi – già visto più volte in passato e non molto originale, ma sufficientemente piacevole se la si guarda senza troppe pretese. Io, almeno, mi sono (moderatamente) divertito!

2 giugno 2008

Be kind rewind (M. Gondry, 2008)

Be kind rewind - Gli acchiappafilm (Be kind rewind)
di Michel Gondry – USA 2008
con Jack Black, Mos Def
**1/2

Visto al cinema Eliseo, con Albertino.

Dopo “Se mi lasci ti cancello” e “L'arte del sogno”, Gondry realizza un film altrettanto visionario e immaginifico ma decisamente più leggero e "innocuo" dei precedenti. Il folle Jerry (Black), il cui corpo si è magnetizzato dopo un tentativo fallito di sabotare la centrale elettrica del quartiere (responsabile, secondo lui, di emettere pericolose microonde), cancella involontariamente il contenuto di tutte le vetuste videocassette presenti nel negozio di noleggio gestito dall'amico Mike. Mentre il proprietario del negozio – l'anziano Elroy (Danny Glover) – sta meditando di passare ai DVD, per far fronte alle richieste degli sporadici clienti ancora affezionati alle cassette (fra i quali Mia Farrow) i due amici decidono di rigirare da soli, nell'arco di poche ore e con effetti speciali artigianali, i film che sono andati perduti: le loro versioni “maroccate” (“sweded”, in originale) di film come “Ghostbusters”, “Rush Hour 2”, “Robocop” e “A spasso con Daisy” riscuotono un successo strepitoso nella piccola comunità del quartiere, trasformandoli in vere e proprie star, ma attirano anche le attenzioni delle major hollywoodiane, furiose per la violazione del copyright (l'avvocato delle suddette major, che nel film non ci fanno proprio una bella figura, è Sigourney Weaver). A quel punto, i nostri eroi si dedicheranno a un ultimo grandioso film, una pellicola biografica sul grande musicista jazz Fats Waller, che secondo una voce sarebbe vissuto nel quartiere e avrebbe abitato proprio nel palazzo che ora è sede della videoteca. Fra rulli compressori che schiacciano VHS sull'asfalto e un finale commovente alla "Nuovo Cinema Paradiso", la pellicola – abbastanza surreale all'inizio e poi via via sempre più lineare e prevedibile – vuole essere soprattutto un omaggio al cinema amatoriale (e la presenza di Jack Black, che era stato protagonista di “King Kong”, rappresenta un perfetto trait d'union con quel Peter Jackson che con “Forgotten silver” aveva già realizzato un inno all'inventiva cinematografica), alle videoteche di un tempo (con una sola copia di ogni film, contro i Blockbuster odierni che magari hanno centinaia di copie ma solo delle ultime uscite), alla solidarietà di quartiere e – per citare una critica che ho letto – al “lato ironico e beffardo di un cinema che 'si cancella' e reinventa sé stesso, diventando altro, affrancandosi da Hollywood per avvicinarsi alla gente comune”.

1 giugno 2008

All about Ah Long (Johnnie To, 1989)

All about Ah Long (A Lang de gu shi)
di Johnnie To – Hong Kong 1989
con Chow Yun-Fat, Sylvia Chang
**1/2

Visto in divx, in originale con sottotitoli.

Un Chow Yun-Fat insolitamente capellone è il protagonista di questo bel film che, come capita spesso nel cinema di Hong Kong, ondeggia spudoratamente fra la commedia familiare e il melò popolare, riuscendo a tenere a galla una storia che per certi versi sembrerebbe un po' stereotipata: ex pilota di moto, ex donnaiolo e ora semplice operaio e camionista, il trentenne Ah Long ha allevato da solo il figlio Porky (Wong Kwan-Yuen), un vivace bambino a lui legatissimo, dopo la brusca fine della sua storia d'amore con Sylvia. Ma quando la donna, che ignorava addirittura che il bambino fosse ancora in vita, dopo dieci anni torna dall'America (dove è diventata un'affermata regista di spot pubblicitari), proprio il figlio diventa l'elemento che la riavvicina all'ex compagno. Fosse stato un film americano, sarebbe stato probabilmente sdolcinato e prevedibile: To, invece (con l'aiuto dei due bravi protagonisti, che hanno collaborato anche alla sceneggiatura), mantiene fino alla fine un tono malinconico e non accondiscendente, con il destino che incombe e cospira contro il lieto fine (anche se il finale tragico mi è parso un po' gratuito). Un film da vedere, oltre che per gustarsi un prodotto così calato nella Hong Kong degli anni ottanta – con le contraddizioni fra il mondo sporco, sottoproletario e "cantonese" e quello pulito, ricco e "occidentale" – anche per scoprire un CYF diverso da come siamo abituati. Nel cast c'è anche il caratterista Ng Man-Tat (visto in tanti film di Stephen Chow) nei panni dell'amico Dragon.

Le tre sepolture (T. L. Jones, 2005)

Le tre sepolture (The Three Burials of Melquiades Estrada)
di Tommy Lee Jones – USA 2005
con Tommy Lee Jones, Barry Pepper
**

Visto in DVD, con Albertino.

Discreto ma nel complesso deludente esordio alla regia di Tommy Lee Jones, che si ritaglia per sé un ruolo alla Clint Eastwood in un film un po' superficiale e letteralmente diviso in due parti. La prima, caratterizzata da un montaggio decostruito e ricco di sfasamenti temporali (non a caso il film è scritto da Guillermo Arriaga, lo sceneggiatore di "21 grammi"), mi ha lasciato decisamente perplesso e ha faticato a coinvolgermi, con la monotona descrizione di una cittadina del Texas dove una giovane guardia di frontiera, una testa calda, uccide nel deserto per errore un messicano clandestino che lavorava come pastore in un ranch. Meglio invece la seconda, nella quale Jones – che con il suddetto messicano aveva stretto una rapida ma solida amicizia – rapisce il giovane poliziotto e lo costringe a riesumare il cadavere per portarlo in Messico e seppellirlo nella sua terra di origine: qui il film si fa più vivace e interessante, anche grazie agli scenari del deserto Tex-Mex e ad alcuni tocchi di umorismo asciutto, benché si respiri una pericolosa aria di incrocio fra "Voglio la testa di Garcia" e i vari "A spasso con il morto". Messicani buoni, sceriffi menefreghisti, donne annoiate ma in fondo tutte puttane e vecchi ciechi che vorrebbero morire completano un panorama umano che è lì soltanto a far da cornice a una vicenda di folle amicizia alla vana ricerca di un luogo che forse non esiste o forse si trova ovunque. Pretestuoso il titolo e il dettaglio delle tre sepolture del messicano (le prime due in territorio americano, la terza – l'unica che conta davvero ai fini della trama – nel suo paese). Gli attori non mi hanno impressionato, in particolare il giovane Barry Pepper, che non riesce a dare spessore a un personaggio importante nell'economia narrativa ma che da un certo punto in poi quasi scompare dall'attenzione. Non male comunque il finale, più solare e aperto di quanto ci si poteva aspettare.

Donne amazzoni sulla Luna (aavv, 1987)

Donne amazzoni sulla Luna
(Amazon women on the Moon)
di Joe Dante, Carl Gottlieb, Peter Horton, John Landis, Robert K. Weiss – USA 1987
*1/2

Visto in divx.

Evidente clone di "Ridere per ridere" di John Landis: una raccolta di scenette comiche e parodistiche che si susseguono senza soluzione di continuità, inframmezzate talvolta da finte pubblicità come se si trattasse della programmazione di un oscuro canale televisivo, e che può ricordare per certi versi alcune cose dei Monty Python (anche se l'humour britannico è completamente assente, sostituito da un umorismo yankee più volgare e meno sottile). La parte del leone la fa il film di fantascienza che dà il titolo alla pellicola, un assurdo b-movie alla Flash Gordon continuamente interrotto da problemi tecnici, difetti di proiezione, censure televisive o annunci pubblicitari che rendono impossibile seguirne la trama. Molti segmenti, invece, vedono il coinvolgimento degli stessi telespettatori, vuoi perché risucchiati all'interno del palinsesto televisivo, vuoi perché interagiscono in qualche modo con i personaggi sullo schermo. Nulla per cui impazzire, però: le gag a volte sono quasi imbarazzanti per quanto poco fanno ridere, anche se i momenti divertenti comunque non mancano (su tutti, i segmenti diretti da Joe Dante con Henry Silva e le indagini della “Squadra cazzate”, che scopre per esempio che Jack lo Squartatore non era altri che il mostro di Loch Ness!). Molti gli sketch a sfondo sessuale (nell'ultimo episodio compare brevemente anche il regista Russ Meyer nei panni del commesso della videoteca che noleggia video personalizzati per i singoli clienti) o quelli surreali, che in particolare affrontano i temi delle telecomunicazioni, dell'invadenza dei media e del mercato deegli audiovisivi. Nel ricchissimo cast, fra gli altri, figurano Steve Forrest, Lou Jacobi, Arsenio Hall, Michelle Pfeiffer, Steve Guttenberg, Griffin Dunne, Forrest J. Ackerman (il presidente degli Stati Uniti che si collega con gli astronauti), B.B. King, Rosanna Arquette, Ralph Bellamy, Sybil Danning.