21 giugno 2008

Into the wild (Sean Penn, 2007)

Into the wild - Nelle terre selvagge (Into the wild)
di Sean Penn – USA 2007
con Emile Hirsch, William Hurt
**

Visto in DVD, con Giovanni.

Quando questo film era uscito al cinema, non ero andato a vederlo perché l'argomento (che presentava pericolose affinità con "Centochiodi", uno dei titoli che più avevo detestato nel corso della stagione precedente) non mi interessava. Adesso, avendo appena visto il lungometraggio d'esordio di Penn, "Lupo Solitario", ho deciso – grazie a Giovanni – di recuperarlo. La pellicola racconta la storia (vera) di Chris, un ragazzo che dopo la laurea sceglie di partire in vagabondaggio per l'America in cerca della "libertà assoluta". Disgustato dalla società materialistica (ma in realtà soprattutto dai genitori), brucia il suo denaro e i suoi documenti d'identità e assume persino un nuovo nome, "Alexander Supertramp", vagando per oltre due anni da un luogo all'altro nell'ovest degli Stati Uniti fino a raggiungere la sua meta più ambita, l'Alaska, per bivaccare completamente da solo in mezzo alla natura, da lui al contempo idealizzata e sottovalutata. Qui, dopo aver trascorso diversi mesi in un autobus abbandonato fra le foreste, morirà di fame a 24 anni. La sua sconsiderata scelta di vita (condita da affermazioni più che discutibili, come "Se ammettiamo che l'essere umano possa essere governato dalla ragione, ci precludiamo la possibilità di vivere" oppure "Ti sbagli se pensi che le gioie della vita vengano soprattutto dai rapporti tra le persone") non poteva che rivelarsi perdente: alla fine proprio la vituperata ragione si vendicherà e lo tradirà quando, nonostante i suoi libri, mangerà per errore delle piante velenose; e forse, nell'ultimo respiro prima della morte, si pentirà delle sue decisioni, riappropriandosi del suo vero nome, sognando di riabbracciare i genitori e soprattutto scrivendo su una pagina "La felicità non è reale se non è condivisa". Queste scene finali mi hanno un po' riconciliato con un film che per il resto non mi ha convinto: è decisamente troppo lungo (inutile, per esempio, il secondo incontro con la coppia di hippy: di loro avevamo già capito tutto la prima volta), utilizza il paesaggio in maniera superficiale (immagini e inquadrature sono da cartolina), non brilla nei personaggi di contorno (nella cui descrizione la retorica sale spesso sopra il livello di guardia) e avrebbe avuto sicuramente da guadagnarci se fosse stato girato sotto forma di documentario, come aveva fatto Werner Herzog con il suo "Grizzly man". Non a caso il fotogramma con l'autoscatto del “vero” Chris emoziona più di tutto il resto della pellicola. Mantenendo una certa distanza fra lo spettatore e le vicende del protagonista, e limitandosi a presentare i fatti senza caricarli di contenuti emozionali, si sarebbe evitato il rischio di far passare il messaggio che la scelta incosciente ed estrema di Chris abbia avuto un senso (a questo proposito ho trovato davvero insopportabili le frasi fuori campo della sorella, piene di poetismo adolescenziale e di retorica da quattro soldi). Ci sarebbe voluto insomma un intervento diretto del regista (o dello sceneggiatore) che dicesse chiaramente al pubblico "Questa è la storia di un idiota che ha gettato via la propria vita, non immedesimatevi in lui come di solito si fa al cinema, non lasciatevi coinvolgere". Senza infamia e senza lode la regia, forse un po' troppo didascalica. Non ho gradito certi inutili vezzi come l'uso dello split screen, dei freeze frame, dei ralenti e delle accelerazioni. Buona invece l'interpretazione di Hirsch: vederlo nel finale così smunto fa una certa impressione.

2 commenti:

Mario Scafidi ha detto...

evviva! ben venuto nel club di noi mosche bianche che non abiamo urlato al capolavoro davanti ad "into the wild". film che non ho gradito e che non credo rivedrei volentieri.

Christian ha detto...

Anch'io non lo rivedrei, anzi ho fatto parecchio fatica a vederlo anche la prima volta. ^^